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Marguerite Yourcenar.

MEMORIE DI ADRIANO

seguite dai

TACCUINI DI APPUNTI.



Traduzione di Lidia Storoni Mazzolani.



Prima edizione di "Mmoires d'Hadrien" 1951, Librairie Plon,
Paris.

1963 e 1981 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.







INDICE.



Animula vagula blandula: pagina.

Varius multiplex multiformis: pagina.

Tellus stabilita: pagina.

Saeculum aureum: pagina.

Disciplina augusta: pagina.

Patientia: pagina.

Taccuini di appunti: pagina.



Nota: pagina 399.







Animula vagula, blandula,

Hos pes comesque corporis,

Quae nunc abibis in loca

Pallidula, rigida, nudula,

Nec, ut soles, dabis iocos...

P. AELIUS HADRIANUS, IMP.





ANIMULA VAGULA BLANDULA.



Mio caro Marco,

Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente
rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi
visitasse a digiuno ed eravamo d'accordo per incontrarci di
primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato
sul letto. Ti risparmio particolari che sarebbero altrettanto
sgradevoli per te quanto lo sono per me, e la descrizione del
corpo d'un uomo che s'inoltra negli anni ed vicino a morire di
un'idropisia del cuore. Diciamo solo che ho tossito, respirato,
trattenuto il fiato, secondo le indicazioni di Ermogene,
allarmato suo malgrado per la rapidit dei progressi del male,
pronto ad attribuirne la colpa al giovane Giolla, che m'ha
curato in sua assenza. E' difficile rimanere imperatore in
presenza di un medico; difficile anche conservare la propria
essenza umana: l'occhio del medico non vede in me che un
aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue. E per
la prima volta, stamane, m' venuto in mente che il mio corpo,
compagno fedele, amico sicuro e a me noto pi dell'anima, solo
un mostro subdolo che finir per divorare il padrone. Basta...
Il mio corpo mi caro; mi ha servito bene, e in tutti i modi, e
non star a lesinargli le cure necessarie. Ma, ormai, non credo
pi, come finge ancora Ermogene, nelle virt prodigiose delle
piante, nella dosatura precisa di quei sali minerali che
andato a procurarsi in Oriente. E' un uomo fine; eppure, m'ha
propinato formule vaghe di conforto, troppo ovvie per poterci
credere; sa bene quanto detesto questo genere d'imposture, ma
non si esercita impunemente pi di trent'anni la medicina.
Perdono a questo mio fedele il suo tentativo di nascondermi la
mia morte. Ermogene dotto; persino saggio; la sua probit
di gran lunga superiore a quella d'un qualunque medico di corte.
Avr in sorte d'essere il pi curato dei malati. Ma nessuno pu
oltrepassare i limiti prescritti dalla natura; le gambe gonfie
non mi sostengono pi nelle lunghe cerimonie di Roma; mi sento
soffocare; e ho sessant'anni.

Non mi fraintendere: non sono ancora cos a mal partito da
cedere alle immaginazioni della paura, assurde quasi quanto
quelle della speranza, e certamente assai pi penose. Se
occorresse ingannarmi, preferirei che lo si facesse ispirandomi
fiducia; non ci rimetterei pi che tanto, e ne soffrirei meno.
Non detto che quel termine cos vicino debba essere imminente;
vado ancora a letto, ogni sera, con la speranza di rivedere il
mattino. Nell'ambito di quei limiti invalicabili di cui t'ho
fatto cenno poc'anzi, posso difendere la mia posizione palmo a
palmo, e persino riconquistare qualche pollice di terreno
perduto. Ci nonpertanto, sono giunto a quell'et in cui la vita
, per ogni uomo, una sconfitta accettata. Dire che ho i giorni
contati non significa nulla; stato sempre cos; cos per noi
tutti. Ma l'incertezza del luogo, del tempo, e del modo, che ci
impedisce di distinguere chiaramente quel fine verso il quale
procediamo senza tregua, diminuisce per me col progredire della
mia malattia mortale. Chiunque pu morire da un momento
all'altro, ma chi malato sa che tra dieci anni non ci sar
pi. Il mio margine d'incertezza non si estende pi su anni, ma
su mesi. Le probabilit che io finisca per una pugnalata al
cuore o per una caduta da cavallo diventano quanto mai remote;
la peste pare improbabile; la lebbra e il cancro sembrano
definitivamente allontanati. Non corro pi il rischio di cadere
ai confini, colpito da una ascia caledonia o trafitto da una
freccia partica; le tempeste non hanno saputo profittare delle
occasioni loro offerte, e sembra avesse ragione quel mago a
predirmi che non sarei annegato. Morir a Tivoli, o a Roma,
tutt'al pi a Napoli, e una crisi di asfissia sbrigher la
bisogna. Sar la decima crisi a portarmi via, o la centesima? Il
problema tutto qui. Come il viaggiatore che naviga tra le
isole dell'Arcipelago vede levarsi a sera i vapori luminosi, e
scopre a poco a poco la linea della costa, cos io comincio a
scorgere il profilo della mia morte.

Vi sono gi zone della mia vita simili alle sale spoglie d'un
palazzo troppo vasto, che un proprietario decaduto rinuncia a
occupare per intero. Non vado pi a caccia: se non ci fosse
altri che io a disturbarli, mentre ruminano e giocano, i
caprioli dei monti d'Etruria potrebbero vivere tranquilli. Con
la Diana delle foreste, ho avuto sempre i rapporti mutevoli e
appassionati d'un uomo con l'oggetto amato: adolescente, la
caccia al cinghiale m'ha offerto le prime occasioni di conoscere
l'autorit e il pericolo; mi ci dedicavo con passione; i miei
eccessi in questo esercizio mi attirarono le rampogne di
Traiano. La spartizione della preda in una radura della Spagna
stata la mia prima esperienza della morte, del coraggio, della
piet per le creature, e del piacere tragico di vederle
soffrire. Uomo fatto, la caccia mi rilassava da tante lotte
segrete contro avversari di volta in volta troppo sottili o
troppo ottusi, troppo deboli o troppo forti per me; una lotta
pari tra l'intelligenza umana e l'astuzia delle fiere e sembrava
stranamente pulita in paragone con gli agguati degli uomini.
Imperatore, le cacce in Etruria mi sono servite per giudicare il
coraggio o le capacit dei miei alti funzionari: ivi ho scartato
o prescelto pi d'un uomo di Stato. Pi tardi, in Bitinia, in
Cappadocia, le grandi battute di caccia mi fornirono un pretesto
di feste, di trionfi autunnali nei boschi dell'Asia. Ma il
compagno delle mie ultime cacce morto giovane, e il desiderio
di questi piaceri violenti molto scemato in me dopo la sua
dipartita. Pure, persino qui a Tivoli, basta l'improvviso
sbuffare d'un cervo sotto le fronde perch trasalisca in me un
istinto pi antico di tutti gli altri, grazie al quale mi sento
gattopardo quanto imperatore. Chiss, forse sono stato cos
parco di sangue umano perch ho versato tanto quello delle
fiere: bench talvolta, segretamente, le preferissi agli uomini.
La loro immagine, comunque, mi torna alla memoria pi spesso, e
m' difficile non abbandonarmi ogni sera a interminabili
racconti di caccia che mettono a dura prova la pazienza dei miei
invitati. Certo, il ricordo del giorno della mia adozione mi
dolce, ma quello dei leoni uccisi in Mauretania lo vale.

Rinunciare al cavallo un sacrificio ancora pi penoso per me:
una belva non che un avversario, ma il cavallo era un amico.
Se mi si fosse lasciata la scelta della mia condizione, avrei
optato per quella di Centauro. Tra Boristene e me i rapporti
erano d'una precisione matematica: obbediva a me come al suo
cervello, non come al padrone. Ho mai ottenuto altrettanto da un
uomo? Un'autorit cosi totale comporta, come qualsiasi altra, il
rischio d'un errore per chi la esercita, ma il piacere di
tentare l'impossibile in fatto di salti all'ostacolo era troppo
grande per rimpiangere la lussazione d'una spalla o la frattura
d'una costola. Il mio cavallo surrogava i mille concetti
inerenti al titolo, alla funzione, al nome, che complicano le
amicizie umane, con la sola conoscenza del mio peso esatto. I
miei slanci erano per met suoi; conosceva con precisione, e
forse meglio di me, il momento in cui la mia volont divergeva
dalle mie forze. Ma non infliggo pi al successore di Boristene
il peso d'un malato dai muscoli afflosciati, troppo debole per
issarsi in groppa da solo. In questo momento, il mio aiutante di
campo, Celere, lo sta addestrando sulla strada di Preneste;
tutte le mie esperienze di velocit mi consentono di condividere
il piacere del cavaliere e quello dell'animale, di valutare le
sensazioni d'un uomo lanciato a briglia sciolta in una giornata
di sole e di vento; quando Celere balza da cavallo, io riprendo
contatto col suolo insieme a lui. Lo stesso accade col nuoto: io
vi ho rinunciato, ma partecipo ancora alla delizia del nuotatore
carezzato dall'acqua. Correre, perfino sul pi breve dei
percorsi, oggi mi sarebbe impossibile quanto lo sarebbe a una
statua massiccia, a un Cesare di pietra, ma ricordo le mie corse
di fanciullo sulle arse colline della Spagna, il gioco che si fa
con se stesso allorch, trafelati sino ai limiti della
resistenza, si sa che il cuore saldo, i polmoni intatti
ristabiliranno l'equilibrio; e provo, con il pi oscuro tra gli
atleti che si allenano alla corsa di fondo nello stadio,
un'intesa che l'intelletto da solo non saprebbe darmi. Cos, da
ciascuna delle arti che praticai a suo tempo traggo una
conoscenza che mi compensa in parte dei piaceri perduti. Ho
creduto, e nei miei momenti migliori lo credo ancora, che in tal
modo si potrebbe partecipare all'esistenza di tutti; e questa
simpatia essere uno degli aspetti meno revocabili
dell'immortalit. Ho avuto momenti in cui questa comprensione ha
tentato di oltrepassare la sfera dell'umano, si rivolta dal
nuotatore all'onda. Ma, poich in questo campo non c' nulla di
preciso a rendermi edotto, entro nella sfera delle metamorfosi,
che appartengono al sogno.

Mangiar troppo un vizio romano, sono stato sobrio con volutt.
Ermogene non ha dovuto modificar nulla del mio regime, se non
forse frenare l'impazienza che m'ha sempre fatto divorare
ovunque, a qualsiasi ora, un cibo qualsiasi, come per troncare
d'un colpo le esigenze della fame. Un uomo ricco, che non ha mai
conosciuto altre privazioni che quelle volontarie, o non ne ha
sperimentate se non a titolo provvisorio, come uno degli
incidenti pi o meno eccitanti della guerra e dei viaggi,
dimostrerebbe cattivo gusto se si vantasse di non satollarsi.
Impinzarsi i giorni di festa stata sempre l'ambizione, la
gioia, e l'orgoglio naturale dei poveri. Mi piaceva l'aroma
delle carni arrostite, il rumore delle marmitte raschiate, nelle
festivit militari, e che i banchetti al campo (o ci che al
campo costituiva un banchetto) fossero ci che dovrebbero essere
sempre, un compenso rozzo e festoso alle privazioni dei giorni
di lavoro; tolleravo discretamente l'odor di fritto nelle
pubbliche piazze al tempo dei Saturnali. Ma i conviti di Roma
m'ispiravano ripugnanza e tedio tanto che se alle volte durante
un'esplorazione o una spedizione militare - ho visto la morte
vicina, per farmi coraggio mi son detto che almeno sarei
liberato dei pranzi. Non mi farai l'ingiuria di prendermi per un
rinunciatario qualsiasi: una operazione che si verifica due o
tre volte al giorno, e serve ad alimentare la vita, merita
certamente le nostre cure. Mangiare un frutto significa far
entrare in noi una cosa viva, bella, come noi nutrita e favorita
dalla terra; significa consumare un sacrificio nel quale
preferiamo noi stessi alla materia inanimata. Non ho mai
affondato i denti nella pagnotta delle caserme senza
meravigliarmi che quella miscela rozza e pesante sapesse mutarsi
in sangue, in calore, fors'anche in coraggio. Ah, perch il mio
spirito, nei suoi giorni migliori, non possiede che una parte
dei poteri di assimilazione di un corpo?

A Roma, durante i lunghi pranzi ufficiali, mi accaduto di
pensare alle origini relativamente recenti del nostro lusso; a
questo popolo di coloni parsimoniosi e di soldati frugali,
satolli d'aglio e di orzo, improvvisamente immersi dalla
conquista nelle delizie della cucina asiatica che ingozza
manicaretti con la voracit rustica dei contadini. I nostri
Romani si rimpinzano di cacciagione, s'inondano di salse, e
s'intossicano di spezie. Un Apicio va fiero della successione di
portate, di quella serie di vivande piccanti o dolci, grevi o
delicate, che compongono l'armonica disposizione dei suoi
banchetti; e passi ancora se ciascuno di tali cibi fosse servito
separatamente, assimilato a digiuno, sapientemente assaporato da
un buongustaio dalle papille intatte. Ma serviti cos,
giornalmente, alla rinfusa, in mezzo a una profusione banale,
essi formano nel palato e nello stomaco di chi mangia una
confusione detestabile, nella quale odori, sapori, sostanze
perdono il loro rispettivo valore, la loro squisita identit. Un
tempo quel povero Lucio si dilettava a prepararmi qualche piatto
raro; i suoi pasticci di fagiano, dove prosciutto e spezie vanno
sapientemente dosati, erano il risultato di un'arte, esattamente
come quella del musico o del pittore; eppure, rimpiangevo la
carne pura e semplice del bel volatile.

In Grecia se ne intendono di pi: quel vino che sa di resina,
quel pane al sesamo, quei pesci girati sulla griglia in riva al
mare, anneriti irregolarmente dal fuoco, insaporiti qua e l da
un granello di sabbia che scricchiola sotto i denti si
limitavano a placare l'appetito, senza sovraccaricare di
complicazioni il pi elementare dei piaceri. Ho assaporato, in
qualche bettola di Egina o al Falero, cibi cos freschi che
restavano divinamente puliti a onta delle dita sudice dello
sguattero che mi serviva; cos sobri ma al tempo stesso cos
sostanziosi che pareva contenessero, nella forma pi condensata
possibile, un'essenza di immortalit. Anche la carne, arrostita
la sera dopo la caccia, conteneva questa qualit direi quasi di
sacramento, ci riportava indietro, alle origini selvagge delle
razze; cos il vino ci inizia ai misteri vulcanici del suolo, ai
suoi misteriosi tesori: bere una coppa di vino di Samo, a
mezzogiorno, col sole alto, o piuttosto sorseggiarlo una sera
d'inverno, quando si in quello stato di fatica che consente di
sentirlo immediatamente colare caldo nella cavit del diaframma,
e diffondersi nelle vene ardente e sicuro, sono sensazioni quasi
sacre, persino troppo violente, per la mente umana. Non le
ritrovo altrettanto genuine quando esco dalle cantine numerate
di Roma, e mi spazientisce la pedanteria dei conoscitori di
vigneti. Cos, con un gesto ancor pi devoto, bere l'acqua nel
cavo delle mani o direttamente alla sorgente, fa s che penetri
in noi il sale pi segreto della terra, e la pioggia del cielo.
Ma, oggi, anche l'acqua una volutt che un malato come me deve
concedersi con misura. Non importa: anche nell'agonia, mescolata
all'amaro delle ultime pozioni, mi sforzer di sentirne sulle
labbra la freschezza insapore.

Nelle scuole di filosofia, dove di prammatica provare una
volta per tutte ogni regola di condotta, ho sperimentato per
breve tempo il regime vegetariano, e, pi tardi, in Asia, ho
visto i ginnosofisti indiani volgere il capo alla vista degli
agnelli fumanti e dei quarti di gazzella serviti sotto la tenda
di Osroe. Ma quest'astinenza, nella quale si compiace la tua
austerit giovanile, esige attenzioni complicate, pi della
golosit: trattandosi di una funzione che si svolge quasi sempre
in pubblico, il pi delle volte sotto il segno della pompa o
dell'amicizia, finirebbe per distinguerci troppo dagli altri.
Preferisco nutrirmi tutta la vita di oche ingrassate e di
galline faraone anzich farmi accusare dai commensali, a ogni
pasto, di un'ostentazione di ascetismo. Gi mi stato
tutt'altro che facile, con l'aiuto di poche frutta secche, o di
una coppa sorseggiata lentamente, nascondere agli invitati che i
manicaretti creati dai miei cuochi erano destinati a essi pi
che a me, e che la mia curiosit per quelle vivande cessava
assai prima della loro. Un principe, in questo campo, non ha la
libert di un filosofo, non pu concedersi troppe singolarit
tutte insieme, e gli di sanno se quelle per le quali mi
distinguevo non erano gi troppo numerose, a onta della mia
illusione che molte di esse fossero invisibili. Quanto agli
scrupoli religiosi dei ginnosofisti e la ripugnanza che provano
alla vista della carne sanguinolenta, mi colpirebbero di pi se
non mi venisse fatto di chiedere a me stesso in che cosa la
sofferenza dell'erba falciata differisca essenzialmente da
quella di un montone sgozzato, e se l'orrore che proviamo nel
vedere trucidare un animale non dipenda soprattutto dal fatto
che la nostra sensibilit appartiene al medesimo regno. Pure, in
certi momenti della vita, a esempio nei periodi di digiuno
rituale, o durante le iniziazioni religiose, ho apprezzato i
vantaggi, nonch i pericoli, per lo spirito, delle diverse forme
d'astinenza, persino dell'inedia volontaria, di quegli stati
prossimi alla vertigine, durante i quali il corpo, in parte
libero dal suo peso, entra in un mondo che non fatto per lui,
che gli offre in anticipo un'immagine della gelida levit della
morte. In altri momenti, queste esperienze mi hanno consentito
di baloccarmi con l'idea del suicidio progressivo, la morte per
inedia, che fu quella di qualche filosofo; una specie di orgia
alla rovescia, nella quale si perviene grado a grado
all'esaurimento della sostanza vitale. Ma aderire totalmente a
un sistema non mi sarebbe piaciuto mai, n avrei mai voluto che
uno scrupolo mi privasse del diritto di saziarmi di carne d'ogni
specie, se per caso ne avessi avuto voglia, o se quel nutrimento
fosse stato il solo a mia disposizione.

I cinici e i moralisti si trovano d'accordo nel collocare le
volutt dell'amore tra i piaceri cosiddetti volgari, tra quello
del mangiare e quello del bere, pur dichiarandole meno
indispensabili, poich, ci assicurano, se ne pu fare a meno.
Dal moralista mi aspetto di tutto: ma mi stupisce che s'inganni
il cinico. Ammettiamo che gli uni come gli altri abbiano paura
dei loro demoni - sia che resistano sia che cedano a essi - e
che cerchino con ogni mezzo di avvilire il piacere per cercar di
sottrargli la potenza quasi terribile alla quale soccombono, il
mistero dal quale si sentono travolti. Accetter di assimilare
l'amore alle gioie puramente fisiche (ammettendo che ve ne
siano) quando avr visto un ghiottone anelare di piacere davanti
alla sua pietanza favorita come un innamorato sulla spalla
dell'essere amato. Di tutti i nostri giochi, questo il solo
che rischi di sconvolgere l'anima, il solo altres nel quale chi
vi partecipa deve abbandonarsi al delirio dei sensi. Non
necessario per un bevitore abdicare all'uso della ragione, ma
l'innamorato che conservi la sua non obbedisce fino in fondo al
suo demone. In qualsiasi altro caso, l'astinenza o la
sregolatezza non impegnano che l'individuo; salvo il caso di
Diogene, le cui privazioni, il cui lucido pessimismo si
definiscono da s, ogni atto sensuale ci pone in presenza
dell'ALTRO, ci coinvolge nelle esigenze e nelle servit della
scelta. Non ne conosco altre ove l'uomo sia spinto a risolversi
da motivi pi elementari e ineluttabili, ove l'oggetto della
scelta venga valutato con maggiore esattezza per il peso di
piaceri che offre, ove chi ama il vero abbia maggiori
possibilit di giudicare la creatura umana nella sua nudit.
Stupisco nel veder formarsi di nuovo ogni volta - nonostante un
abbandono che tanto eguaglia quello della morte, un'umilt che
supera quella della sconfitta e della preghiera - quel
complesso di dinieghi, di responsabilit, di promesse: povere
confessioni, fragili menzogne, compromessi appassionati tra i
nostri piaceri e quelli dell'ALTRO, legami che sembra
impossibile infrangere e che pure si sciolgono cos rapidamente.
Questo gioco misterioso che va dall'amore di un corpo all'amore
d'un essere umano, m' sembrato tanto bello da consacrarvi tutta
una parte della mia vita. Le parole ingannano: la parola
piacere, infatti, nasconde realt contraddittorie, implica al
tempo stesso i concetti di calore, di dolcezza, d'intimit dei
corpi, e quelli di violenza, d'agonia, di grida. La piccola
frase oscena di Poseidonio - che t'ho visto ricopiare sul tuo
quaderno di scuola con una diligenza da primo della classe - a
proposito dell'attrito di due piccole parti di carne, non
definisce il fenomeno dell'amore, cos come la corda toccata dal
dito non rende conto del miracolo infinito dei suoni. Pi ancora
che alla volutt, essa reca ingiuria alla carne, a questo
strumento di muscoli, di sangue, di epidermide, a questa rossa
nube di cui l'anima la folgore.

Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio
dell'amore, strana ossessione che fa s che questa stessa carne,
della quale ci curiamo tanto poco quando costituisce il nostro
corpo, preoccupandoci unicamente di lavarla, di nutrirla, e fin
dov' possibile - d'impedirle che soffra, possa ispirarci una
cos travolgente sete di carezze sol perch animata da una
individualit diversa dalla nostra, e perch dotata pi o meno
di certi attributi di bellezza su i quali, del resto, anche i
giudici migliori son discordi. Di fronte all'amore, la logica
umana impotente, come in presenza delle rivelazioni dei
Misteri: non s' ingannata la tradizione popolare, che ha sempre
ravvisato nell'amore una forma di iniziazione, uno dei punti ove
il segreto e sacro s'incontrano. E per un altro aspetto ancora,
l'espressione sensuale si pu paragonare ai Misteri, in quanto
il primo contatto appare al non iniziato un rito pi o meno
pauroso, violentemente diverso dalle funzioni consuete del
sonno, del bere e del mangiare, oggetto di scherno, di vergogna
o di terrore. L'amore, non altrimenti della danza delle Menadi e
del delirante furore dei Coribanti, ci trascina in un universo
insolito, ove in altri momenti vietato avventurarci, e dove
cessiamo di orientarci non appena l'ardore si spegne e il
piacere si placa. Avvinto al corpo amato come un crocifisso alla
sua croce, ho appreso sulla vita segreti che ormai si dileguano
nei ricordi, per opera di quella stessa legge che impone al
convalescente guarito di dimenticare le verit misteriose del
suo male; al prigioniero, una volta libero, di obliare la
tortura, e al trionfatore la gloria, quando l'ebbrezza del
trionfo svanita.

A volte, ho sognato di elaborare un sistema di conoscenza umana
basato sull'EROTICA: una teoria del contatto, nella quale il
mistero e la dignit altrui consisterebbero appunto nell'offrire
al nostro IO questo punto di riferimento d'un mondo diverso. In
questa filosofia, la volutt rappresenterebbe una forma pi
completa, ma anche pi caratterizzata dei contatti con l'ALTRO,
una tecnica in pi messa al servizio della conoscenza del non
IO. Anche nei rapporti pi alieni dai sensi, l'emozione sorge o
si attua proprio nel contatto: la mano ripugnante di quella
vecchia che mi sottopone una supplica, la fronte madida di mio
padre nei suoi ultimi istanti, la piaga detersa di un ferito,
persino i rapporti pi intellettuali o pi anodini si
istituiscono attraverso questo sistema di segnali del corpo: il
lampo d'intesa che illumina lo sguardo del tribuno al quale si
spieghi una manovra prima della battaglia, il saluto impersonale
d'un subalterno che al nostro passaggio s'immobilizza in un
atteggiamento di obbedienza, lo sguardo amichevole d'uno schiavo
che ringrazio per avermi portato un vassoio, l'espressione da
intenditore d'un vecchio amico davanti al dono d'un cammeo
greco. Con la maggior parte degli esseri umani, i pi lievi, i
pi superficiali di questi contatti bastano, o persino superano
l'attesa; ma se essi si ripetono, si moltiplicano attorno a un
unico essere sino ad avvolgerlo interamente; se ogni particella
d'un corpo umano si impregna per noi di tanti significati
conturbanti quante sono le fattezze del suo volto; se un essere
solo, anzich ispirarci tutt'al pi irritazione, piacere o noia,
ci insegue come una musica e ci tormenta come un problema, se
trascorre dagli estremi confini al centro del nostro universo, e
infine ci diviene pi indispensabile che noi stessi, ecco
verificarsi il prodigio sorprendente, nel quale ravviso ben pi
uno sconfinamento dello spirito nella carne che un mero
divertimento di quest'ultima.

Opinioni come queste sull'amore possono indurre a una carriera
di seduttore. Se non l'ho seguita, senza dubbio dipende dal
fatto che mi son dedicato a cose diverse, se non migliori. Una
carriera del genere, in mancanza d'estro, richiede una serie di
attenzioni, persino di stratagemmi, per i quali non mi sentivo
portato. Tendere insidie sempre eguali, percorrere la solita
strada, che si limita a perpetui approcci, e alla quale la
conquista segna il traguardo, son cose che mi hanno tediato. La
tecnica del vero seduttore esige, nel passaggio da un soggetto a
un altro, una disinvoltura, un'indifferenza che io non provo e
che, comunque perdevo prima di abbandonarle intenzionalmente:
non ho mai compreso come si possa essere sazio di un essere
umano. La molteplicit delle conquiste contrasta con il
desiderio di enumerare esattamente le ricchezze che ogni nuovo
amore ci reca, di osservarlo mentre si trasforma; fors'anche,
mentre invecchia.

Un tempo, ho creduto che un certo gusto per la bellezza avrebbe
surrogato in me la virt, e avrebbe saputo immunizzarmi dalle
tentazioni troppo volgari. M'ingannavo. Chi ama il bello finisce
per trovarne ovunque, come un filone d'oro che scorre anche
nella ganga pi ignobile, e quando ha tra le mani questi
mirabili frammenti, anche se insudiciati e imperfetti, prova il
piacere raro dell'intenditore che il solo a collezionare
ceramiche ritenute comuni. Per un uomo di gusto, poi, l'ostacolo
pi grave consiste nel fatto di occupare una posizione
preminente, che implica ineluttabilmente il rischio
dell'adulazione e della menzogna. Il pensiero che in mia
presenza qualcuno snaturi, sia pure di un'ombra, l'esser suo,
pu giungere a farmelo compiangere, disprezzare, odiare persino.
Ho sofferto di questi inconvenienti della mia fortuna come un
povero di quelli della sua miseria. Ancora un passo, e avrei
accettato la finzione che consiste nel pretendere di sedurre,
quando si sa bene che ci si impone: ma di qui si comincia a
esser nauseati, o forse imbecilli. Si finirebbe per preferire
agli accorgimenti leggeri della seduzione le verit brutali
della dissolutezza se anche qui non regnasse la menzogna. Sono
pronto ad ammettere che la prostituzione non sia che un'arte,
alla stessa stregua del massaggio e della pettinatura, ma mi
riesce gi difficile andare di buon grado dal barbiere o dal
massaggiatore. Non ci sono al mondo persone pi volgari dei
nostri complici. L'occhiata obliqua dell'oste che mi riserva il
vino migliore, e per conseguenza ne priva qualcun altro, bastava
gi, nei giorni della mia giovinezza, a ispirarmi un profondo
disgusto per gli svaghi di Roma. Non mi piace che un essere
umano ritenga di conoscer gi il mio desiderio, prevederlo,
adattarsi meccanicamente a quella che suppone la mia scelta:
l'immagine bassa e deforme di me stesso, che mi offre un altro
in quei momenti, mi farebbe preferire i tristi effetti
dell'ascetismo . Se la leggenda non ha esagerato gli eccessi di
Nerone e le ricerche sapienti di Tiberio, quei voraci
consumatori di piaceri dovevano avere sensi molto inerti per
andar cercando apparati cos complicati, e uno straordinario
disprezzo degli uomini per tollerare che si ridesse o si
abusasse di loro fino a quel punto. E tuttavia, se ho quasi
rinunciato a queste forme troppo meccaniche del piacere, o
almeno non mi sono spinto molto avanti, lo devo pi alla mia
buona sorte che a una virt che non sa resistere a nulla. Potrei
ricadervi, ora che invecchio, come in una sregolatezza
qualunque, o nel tedio. La malattia, la morte ormai imminente,
mi salveranno forse dalla ripetizione monotona degli stessi
gesti; e come il compitare stentato d'una lezione imparata a
memoria.

Di tutti i piaceri che lentamente mi abbandonano, uno dei pi
preziosi, e pi comuni al tempo stesso, il sonno. Chi dorme
poco o male, sostenuto da molti guanciali, ha tutto l'agio per
meditare su questa volutt particolare. Ammetto che il sonno
perfetto quasi necessariamente un'appendice dell'amore: come
un riposo riverberato, riflesso in due corpi. Ma qui m'interessa
quel particolare mistero del sonno, goduto per se stesso, quel
tuffo inevitabile nel quale l'uomo, ignudo, solo, inerme,
s'avventura ogni sera in un oceano, nel quale ogni cosa muta -
i colori, la densit delle cose, persino il ritmo del respiro,
un oceano nel quale ci vengono incontro i morti. Nel sonno, una
cosa ci rassicura, ed il fatto di uscirne, e di uscirne
immutati, dato che una proibizione bizzarra c'impedisce di
riportare con noi il residuo esatto dei nostri sogni. Ci
rassicura altres il fatto che il sonno ci guarisce dalla
stanchezza; ma ce ne guarisce temporaneamente, e mediante il
procedimento pi radicale riuscendo a fare che non siamo pi.
Qui, come in altre cose, il piacere e l'arte consistono
nell'abbandonarsi deliberatamente a quest'incoscienza felice,
nell'accettare di esser sottilmente pi deboli, pi pesanti, pi
leggeri, pi vaghi dell'esser nostro. Torner in seguito sulla
popolazione prodigiosa dei sogni: preferisco parlare di certe
esperienze di sonno puro, di puro risveglio, che confinano con
la morte e la risurrezione. Cerco di riafferrare la sensazione
precisa di certi sonni fulminei dell'adolescenza, quando si
piombava addormentati sui libri, ancora vestiti, e dalla
matematica o dal diritto si era trasportati d'un tratto entro un
sonno duro e compatto, denso di energie potenziali, tanto che vi
si assaporava, per cos dire, il senso puro dell'essere
attraverso le palpebre chiuse. Evoco i sonni repentini sulla
nuda terra, nella foresta, dopo estenuanti battute di caccia: mi
destava l'abbaiare dei cani, o le loro zampe ritte sul mio
petto. Era un'eclissi cos totale che, ogni volta, avrei potuto
ridestarmi diverso, e mi sorprendevo - mi dolevo, a volte -
della disposizione rigorosa che mi riconduceva da cos lontano
nell'angusta particella di umanit che la mia. In che cosa
consistono le caratteristiche alle quali teniamo di pi, se
contano cos poco per chi dorme, e se per un istante, prima di
rientrare di malavoglia nel mio guscio di Adriano, giungevo ad
assaporare quasi coscientemente quell'uomo vuoto di s,
quell'esistenza senza passato?

D'altro canto, anche la malattia e l'et hanno i loro aspetti
straordinari, e ricevono dal sonno altri favori, sotto altre
forme: circa un anno fa, dopo una giornata particolarmente
estenuante, a Roma, ho avuto uno di quei riposi in cui la
spossatezza ha operato gli stessi miracoli, o meglio, altri
miracoli, che le riserve inesauste d'altri tempi. Vado raramente
in citt, ormai; e, quando ci vado, cerco di sbrigare pi cose
che posso. Avevo avuto una giornata sgradevole, densa: una
seduta in Senato, una in tribunale, e una discussione
interminabile con uno dei questori; e infine, una cerimonia
religiosa che non fu possibile abbreviare, sotto la pioggia.
Avevo predisposto io stesso, una dopo l'altra, queste attivit
differenti, per lasciare il minor tempo possibile, negli
intervalli, agli importuni e agli adulatori. Tornai a cavallo:
fu una delle ultime volte. Rientrai in Villa depresso,
accasciato, infreddolito come si pu esserlo solo quando il
sangue sembra fermare il suo corso, e non agisce pi nelle
arterie. Celere e Cabria si prodigavano intorno a me, ma le
premure possono stancare, anche se sincere. Mi chiusi in camera,
ingoiai poche cucchiaiate di brodo caldo, che preparai da me,
non per sospetto - tutt'altro - come si immagina, ma perch
cos mi concedo il lusso d'esser solo. Mi misi a letto; il sonno
pareva tanto lontano quanto la salute, la giovinezza, il vigore.
Mi addormentai.

La clessidra mi prov che avevo dormito appena un'ora; un breve
momento di abbandono totale, all'et mia, equivale ai sonni che
in altri tempi duravano quanto impiegano gli astri a compiere
per met il loro percorso. Il tempo ormai si misura per me in
unit molto pi brevi. Ma era bastata un'ora sola per compiere
l'umile e sorprendente prodigio: il calore del sangue mi
riscaldava le mani; il cuore, i polmoni avevano ripreso a
operare, quasi di buona lena; la vita fluiva come una fonte non
molto copiosa, ma sicura. In cos breve lasso di tempo, il sonno
m'aveva fatto ricuperare il dispendio dovuto all'attivit, con
la stessa imparzialit con la quale avrebbe riparato gli eccessi
del vizio. La divinit di questo grande donatore di ristoro
consiste nell'operare i suoi benefici su chi dorme senza tener
conto della sua persona, come l'acqua ricca di poteri
terapeutici non si d alcuna pena di sapere chi beve alla
sorgente.

Ma ci occupiamo tanto poco di un fenomeno che assorbe almeno un
terzo dell'esistenza di ognuno di noi perch necessaria una
certa dose di modestia per apprezzarne i doni: Caio Caligola e
Aristide il giusto si equivalgono nel sonno. Io depongo i miei
vani e pomposi privilegi, non mi distinguo pi dal guardiano
negro che dorme di traverso davanti alla mia porta. Che cos'
l'insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a
fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni
tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina
incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?
L'uomo che non dorme - da qualche mese a questa parte ho fin
troppe occasioni di constatarlo su me stesso - si rifiuta pi o
meno consapevolmente di affidarsi al flusso delle cose. Fratello
della morte... S'ingannava, Isocrate, e la sua frase non altro
che l'iperbole d'un retore. Comincio a conoscerla, la morte:
essa cela altri segreti, ben pi estranei alla nostra attuale
condizione di uomini. E tuttavia, questi misteri di assenza, di
oblio parziale sono cos intricati e profondi che avvertiamo
distintamente la sorgente chiara e quella oscura confluire
chiss dove. Non mi mai piaciuto guardare le persone che amavo
mentre dormivano: si riposavano di me, lo so bene; mi
sfuggivano, anche. E non c' uomo che non provi vergogna del
proprio viso, guasto dal sonno. Quante volte, levandomi alle
prime ore del mattino per studiare o per leggere, ho riordinato
con le mie mani quei guanciali spiegazzati, quelle coperte in
disordine, testimonianze quasi turpi dei nostri incontri con il
nulla, prove che ogni notte non siamo gi pi...





Poco a poco, questa lettera cominciata per informarti dei
progressi del mio male diventata lo sfogo d'un uomo che non ha
pi l'energia necessaria per applicarsi a lungo agli affari
dello Stato; la meditazione scritta d'un malato che d udienza
ai ricordi. Ora, mi propongo ancor pi: ho concepito il progetto
di raccontarti la mia vita. Certo, l'anno scorso ho steso un
resoconto ufficiale dei miei atti, sul frontespizio del quale
Flegone, il mio segretario, ha messo il suo nome. Ivi, ho
mentito il meno possibile. Tuttavia ragioni di interesse
pubblico e di decoro mi hanno costretto a ritoccare alcuni
avvenimenti. La verit che mi propongo d'esporre qui non
particolarmente scandalosa, o meglio non lo se non nella
misura in cui non c' verit che non susciti scandalo. Non
m'aspetto che i tuoi diciassette anni ne capiscano qualcosa; ci
tengo, tuttavia, a istruirti, fors'anche a urtarti. I precettori
che t'ho scelto io stesso ti hanno impartito una educazione
severa, sorvegliata, forse troppo protetta, dalla quale tutto
sommato m'aspetto un gran bene per te e per lo Stato. Qui, ti
offro, a guisa di correttivo, un racconto scevro di preconcetti
e di astrazioni, tratto dall'esperienza d'un uomo, me stesso.
Ignoro a quali conclusioni mi trasciner questo racconto. Conto
su questo esame dei fatti per definirmi, forse anche per
giudicarmi o, almeno, per conoscermi meglio prima di morire.

Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per
valutare l'esistenza umana: lo studio di se stessi il metodo
pi difficile, il pi insidioso, ma anche il pi fecondo;
l'osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei
casi s'adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci
credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di
prospettiva che sorgono tra le righe. Ho letto, pi o meno,
tutto quel che stato scritto dai nostri storici, dai nostri
poeti, persino dai favolisti, bench questi ultimi siano
considerati frivoli, e son loro debitore d'un numero
d'informazioni, forse, maggiore di quante ne abbia raccolte
nelle esperienze pur tanto varie della mia stessa vita. La
parola scritta m'ha insegnato ad ascoltare la voce umana,
press'a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle
statue m'hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini.
Viceversa, con l'andar del tempo, la vita m'ha chiarito i libri.

Ma questi mentono, anche i pi sinceri. I meno abili, in
mancanza di parole e di frasi nelle quali racchiuderla, colgono,
della vita, un'immagine povera e piatta; altri, come Lucano,
l'appesantiscono, l'ammantano di una dignit che non possiede.
Altri ancora, al contrario, come Petronio, l'alleggeriscono, ne
fanno una palla vuota e saltellante, che facile prendere e
lanciare in un universo senza peso. I poeti ci trasportano in un
mondo pi vasto, o pi bello, pi ardente o pi dolce di quello
che ci dato; per ci appunto, diverso, e, in pratica,
pressoch inabitabile. I filosofi sottopongono la realt, per
poterla studiare allo stato puro, press'a poco alle stesse
trasformazioni che subiscono i corpi sotto l'azione del fuoco o
del macero: di un essere o di un avvenimento, quali li abbiamo
conosciuti noi, pare non sussista nulla in quei cristalli o in
quella cenere. Gli storici ci propongono una visione sistematica
del passato, troppo completa, una serie di cause ed effetti
troppo esatta e nitida per aver mai potuto esser vera del tutto;
rimodellano questa docile materia inanimata, ma io so che anche
a Plutarco sfuggir sempre Alessandro. I narratori, gli autori
di favole milesie altro non fanno che appendere in mostra sul
banco, a guisa di macellai, piccoli pezzi di carne graditi alle
mosche. Mi troverei molto male in un mondo senza libri, ma non
li che si trova la realt, dato che non vi per intero.

L'osservazione diretta degli uomini una norma ancora meno
completa, limitata com', nella maggior parte dei casi, alle
constatazioni piuttosto grette di cui la maldicenza umana si
pasce. Il rango, la posizione, i casi della nostra vita
restringono inoltre il campo visivo dell'osservatore: il mio
schiavo ha possibilit di osservarmi completamente diverse da
quelle che ho io per osservar lui; e tanto brevi quanto le mie.
Son venti anni che il vecchio Euforione mi porge il flacone
dell'olio e la spugna, ma la mia conoscenza di lui si ferma al
suo compito, e la sua di me al mio bagno; e qualsiasi tentativo
per saperne di pi fa presto a sembrare indiscrezione, sia
all'imperatore sia allo schiavo. Quel che sappiamo sul conto
degli altri quasi tutto di seconda mano. Se per caso qualcuno
si confida, non fa che perorare la sua causa; la sua apologia
gi pronta. Se lo osserviamo, non solo. Mi stato
rimproverato di leggere con piacere i rapporti della polizia di
Roma; vi scopro continuamente di che stupire; amici o sospetti,
sconosciuti o familiari, questa gente mi sorprende; le loro
follie mi servono di scusante alle mie. Non mi stanco mai di
paragonare la persona tutta vestita all'uomo nudo. Ma questi
rapporti ingenuamente circostanziati aumentano il fascio dei
miei documenti e non mi dnno l'ombra d'un aiuto per emettere un
verdetto. Che il tale magistrato dall'aspetto austero abbia
commesso un delitto non mi consente affatto di conoscerlo
meglio. Ormai, mi trovo in presenza di due fenomeni anzich di
uno solo, l'apparenza del magistrato, e il suo delitto.

Quanto all'osservazione di me stesso, mi ci costringo, non
foss'altro che per entrare a far parte di questo individuo in
compagnia del quale mi toccher vivere fino all'ultimo giorno;
ma una familiarit che dura da quasi sessant'anni comporta
ancora parecchie probabilit di errore. Nel profondo, la mia
conoscenza di me stesso oscura; interiore, inespressa, segreta
come una complicit. Dal punto di vista pi impersonale,
gelida, tanto quanto le teorie che posso elaborare sui numeri:
mi valgo di quel po' d'intelligenza che ho per esaminare pi
dall'alto, da lontano, la mia vita, che, in tal modo, diventa la
vita di un altro. Ma questi due procedimenti della conoscenza di
s sono difficili, ed esigono, l'uno che ci si cali entro se
stessi, l'altro che ci si ponga all'esterno. Per inerzia, tendo
come tutti a sostituirvi mezzi meramente consuetudinari, un'idea
della mia vita parzialmente modificata dall'idea che se ne forma
il pubblico: giudizi bell'e fatti, cio a dire mal fatti, come
un modello gi preparato sul quale un sarto maldestro adatti a
fatica la nostra stoffa. Strumenti di valore ineguale, utensili
pi o meno logori; ma non ne possiedo altri: me ne servo per
foggiarmi alla meglio un'idea del mio destino d'uomo.

Quando prendo in esame la mia vita, mi spaventa di trovarla
informe. L'esistenza degli eroi, quella che ci raccontano,
semplice: va diritta al suo scopo come una freccia. E gli
uomini, per lo pi, si compiacciono di riassumere la propria
esistenza in una formula - talvolta un'ostentazione, talvolta
una lamentela, quasi sempre una recriminazione; la memoria
compiacente compone loro una esistenza chiara, spiegabile. La
mia vita ha contorni meno netti: come spesso accade, la
definisce con maggiore esattezza proprio quello che non sono
stato: buon soldato, NON grande uomo di guerra; amatore d'arte,
NON artista come credette d'essere Nerone alla sua morte; capace
di delitti, ma NON carico di delitti. Mi vien fatto di
riflettere che i grandi uomini emergono proprio in virt d'un
atteggiamento estremo, e che il loro eroismo consiste nel
mantenervisi per tutta la vita: essi sono i nostri poli, o i
nostri antipodi. Io ho occupato volta a volta tutte le posizioni
estreme, ma non vi sono rimasto: la vita me ne ha fatto sempre
slittare. E malgrado ci, non posso neppure, come una brava
persona che abbia fatto l'agricoltore o il facchino, vantarmi
d'aver vissuto sempre al centro.

Si direbbe che il quadro dei miei giorni come le regioni di
montagna, si componga di materiali diversi agglomerati alla
rinfusa. Vi ravviso la mia natura, gi di per se stessa
composita, formata in parti eguali di cultura e d'istinto.
Affiorano qua e l i graniti dell'inevitabile; dappertutto, le
frane del caso. Mi studio di ripercorrere la mia esistenza per
ravvisarvi un piano, per individuare una vena di piombo o d'oro,
il fluire d'un corso d'acqua sotterraneo, ma questo schema
fittizio non che un miraggio della memoria. Di tanto in tanto,
credo di riconoscere la fatalit in un incontro, in un presagio,
in un determinato susseguirsi di avvenimenti, ma vi sono troppe
vie che non conducono in alcun luogo, troppe cifre che a
sommarle non dnno alcun totale. In questa difformit, in questo
disordine, percepisco la presenza di un individuo, ma si direbbe
che sia stata sempre la forza delle circostanze a tracciarne il
profilo; e le sue fattezze si confondono come quelle di
un'immagine che si riflette nell'acqua. Io non sono di quelli
che dicono che le loro azioni non gli assomigliano: bisogna bene
che le mie mi assomiglino, dato che esse costituiscono la sola
misura dell'esser mio, il solo mezzo di cui dispongo per
affidare me stesso alla memoria degli uomini, e persino alla
mia; dato che forse l'impossibilit di continuare a esprimersi e
a modificarsi con nuove azioni costituisce la sola differenza
tra l'esser morti e l'esser vivi. Pure, tra me e queste azioni
che mi configurano si apre uno jato indefinibile, e la prova ne
che sento senza posa il bisogno di soppesarle, di spiegarmele,
di rendermene conto. Vi sono lavori di breve durata, senza
dubbio trascurabili; ma altre occupazioni, che si prolungarono
tutta la vita, non hanno maggior significato. Per esempio, nel
momento in cui scrivo, mi sembra a malapena essenziale d'esser
stato imperatore.

D'altronde, i tre quarti della mia vita sfuggono a una
definizione fornita dalle azioni: il complesso delle mie
velleit, dei miei desideri, persino dei miei progetti resta
vago ed evanescente quanto un fantasma. Il resto, la parte
tangibile, pi o meno autenticata dai fatti, si distingue poco
pi nettamente, e gli avvenimenti si susseguono nel modo confuso
dei sogni. Mi son fatto una cronologia tutta mia, che
impossibile concordare con quella basata sulla fondazione di
Roma, o sull'era delle Olimpiadi. Quindici anni sotto le armi
son durati per me meno di una mattinata ad Atene; vi sono
persone che ho frequentato tutta la vita e che non riconoscer
agli Inferi. I piani spaziali si sovrappongono anch'essi;
l'Egitto e la valle di Tempe son vicinissimi, e non sempre sto a
Tivoli quando ci sono. Talora la mia vita mi appare banale al
punto da non meritare non dico di scriverla, ma neppure di
ripensarvi a lungo, e non affatto pi importante, neppure ai
miei occhi, di quella del primo che capita. Talora mi sembra
unica, e perci appunto senza valore; inutile, perch
impossibile adeguarla all'esperienza comune. Nulla vale a
spiegarmela: i miei vizi, le mie virt, sono assolutamente
insufficienti; vi riesce di pi la mia gioia; ma a intervalli,
senza continuit, e soprattutto senza un serio motivo. Ma
ripugna allo spirito umano accettare la propria esistenza dalle
mani della sorte, esser null'altro che il prodotto caduco di
circostanze alle quali nessun dio presieda, soprattutto non egli
stesso. Una parte di ogni vita umana, persino di quelle che non
meritano attenzione, trascorre nella ricerca delle ragioni
dell'esistenza, dei punti di partenza, delle origini. La mia
incapacit di scoprirle mi fece inclinare a volte verso le
interpretazioni magiche, mi indusse a ricercare nei deliri
dell'occulto ci che il senso comune non mi offriva. Quando
tutti i calcoli astrusi si dimostrano falsi, quando persino i
filosofi non hanno pi nulla da dirci, scusabile volgersi
verso il cicaleccio fortuito degli uccelli, o verso il
contrappeso remoto degli astri.







VARIUS MULTIPLEX MULTIFORMIS.



Il mio avo Marullino credeva negli astri. Era un vegliardo alto,
scarno, scolorito dagli anni. Mi concedeva lo stesso affetto
schivo di tenerezza, di manifestazioni esteriori, quasi direi di
parole, che aveva per gli animali della sua fattoria, per le sue
terre, per la sua collezione di meteoriti. Discendeva da una
lunga serie di antenati stabilitisi in Spagna dall'epoca degli
Scipioni. Apparteneva alla classe senatoria, terzo di quel nome:
prima, la nostra famiglia era stata d'ordine equestre. Sotto
Tito, aveva preso parte alla vita pubblica, in posizioni di
secondo piano. Era un provinciale; ignorava il greco, e
pronunciava il latino con un rauco accento spagnolo, che mi
trasmise, cosa che in seguito dest la derisione. Pure, non era
totalmente incolto: dopo la sua morte, s' trovata in casa sua
una cassa piena di strumenti matematici e di libri, che non
toccava da vent'anni. Aveva molte nozioni, per met
scientifiche, per met contadine, quel misto di pregiudizi
gretti e di antica saggezza che furono la caratteristica del
vecchio Catone. Ma Catone fu per tutta la vita l'uomo del Senato
romano e della guerra contro Cartagine, l'autentico
rappresentante della dura Roma repubblicana. La rigidezza quasi
impenetrabile di Marullino traeva da pi lontano, da epoche pi
remote: egli era l'uomo della trib, l'incarnazione d'un mondo
ancestrale, quasi pauroso, di cui pi tardi ebbi a ritrovar le
vestigia presso i nostri necromanti etruschi. Andava sempre a
capo scoperto, e anch'io mi son fatto criticare, in seguito, per
lo stesso motivo; i suoi piedi incalliti facevano a meno dei
sandali. Gli abiti che indossava i giorni feriali si
distinguevano a malapena da quelli dei vecchi mendicanti, dei
campagnoli gravi, accoccolati al sole. Si diceva che esercitasse
la magia, e la gente del paese evitava il suo sguardo; ma era
dotato di poteri singolari sugli animali: l'ho visto avvicinar
cauto, con dimestichezza, la sua testa canuta a un nido di
vipere, ho visto le sue dita nodose eseguire una specie di danza
davanti a una lucertola. Le notti d'estate, mi conduceva con s
ad osservare il cielo, in cima a una collina arida; mi
addormentavo in un solco, stanco d'aver contato le stelle, ed
egli rimaneva seduto, il capo levato, ruotando
impercettibilmente col moto degli astri. Certo, doveva aver
conosciuto i sistemi di Filolao e di Ipparco, e quello di
Aristarco di Samo che io ho prescelto in seguito, ma queste
speculazioni non lo interessavano pi. Gli astri per lui erano
solo i punti incandescenti, gli oggetti, come le pietre, come
gli insetti lenti dai quali traeva egualmente presagi, le parti
costitutive d'un universo magico che comprendeva altres le
volont degli di, l'influenza dei demoni, e la sorte riservata
agli uomini. Aveva ricostruito dal giorno della nascita il mio
destino: una notte venne da me, mi scosse per destarmi, e mi
preannunci l'impero del mondo con quella stessa brusca
laconicit con la quale avrebbe predetto un buon raccolto ai
contadini della fattoria. Poi, colto da diffidenza, and a
prendere un fuscello incandescente dal focherello di sarmenti
che alimentava per riscaldarci nelle ore fredde, me lo avvicin
alla mano, e lesse in quel rozzo palmo di undicenne non so quale
conferma alle linee tracciate nel cielo. Il mondo, per lui era
un blocco unico: una mano confermava gli astri. Tale annuncio mi
stup assai meno di quel che si potrebbe supporre: qualsiasi
bambino s'aspetta di tutto. In seguito, ritengo ch'egli abbia
dimenticato la sua stessa profezia, per quell'indifferenza verso
gli avvenimenti presenti e futuri che propria della vecchiaia.
Lo trovarono un mattino nel bosco di castagni ai confini della
propriet, gi freddo, beccato da uccelli rapaci. Prima di
morire, aveva cercato d'insegnarmi la sua arte, ma senza
successo: la mia curiosit naturale saltava subito alle
conclusioni senza indugiare nei dettagli complicati e anche un
po' ripugnanti della sua scienza. Ma il gusto di certe
esperienze temerarie m' rimasto, fin troppo.

Mio padre, Elio Afro Adriano, era un uomo sopraffatto dalla
virt. La sua vita era trascorsa in amministrazioni senza
gloria; in Senato la sua voce non aveva contato mai.
Contrariamente a quel che avviene di solito, la carica di
governatore d'Africa non l'aveva arricchito; da noi, nel
municipio spagnolo d'Italica, si esauriva a comporre dissidi
locali. Immune da ambizioni, privo di gioie, come avviene a
tanti che a questa maniera finiscono per contare sempre meno,
s'era ridotto a dedicare un'attenzione maniaca alle piccole cose
alle quali limitava i suoi interessi. Le ho conosciute anch'io,
le tentazioni onorevoli della minuzia e dello scrupolo. Le
esperienze avevano sviluppato in lui uno scetticismo
straordinario riguardo agli esseri umani, e vi includeva anche
me, bench ancora bambino. I miei successi, se avesse potuto
conoscerli, non l'avrebbero stupito per nulla. Era cos forte
l'orgoglio familiare, che non si sarebbe mai ammesso ch'io
potessi aggiungervi qualche cosa. Avevo dodici anni, quando
quest'uomo logorato ci lasci, e mia madre si chiuse in una
vedovanza austera per il resto dei suoi giorni. Dal giorno in
cui partii per Roma, chiamatovi dal mio tutore, non l'ho pi
rivista. Serbo intatto il ricordo, rinverdito dal busto di cera
sulla parete degli avi, del suo viso allungato di spagnola,
soffuso d'una dolcezza malinconica: aveva, delle fanciulle di
Cadice, i piccoli piedi calzati da sandali stretti; e quella
giovane matrona irreprensibile aveva il molle ancheggiare delle
danzatrici della regione.

Ho riflettuto spesso sull'errore che commettiamo nel supporre
che un uomo, una famiglia, necessariamente partecipino alle idee
o agli avvenimenti del secolo nel quale si trovano a vivere.
L'eco degli intrighi di Roma giungeva a malapena ai miei
genitori in quell'angolo di Spagna, bench, all'epoca della
rivolta contro Nerone, per una notte mio nonno abbia offerto
ospitalit a Galba. Si viveva del ricordo d'un certo Fabio
Adriano, bruciato vivo dai Cartaginesi nell'assedio di Utica, di
un secondo Fabio, soldato sfortunato, che rincorse Mitridate
sulle strade dell'Asia Minore - oscuri eroi da archivi
sprovvisti di gloria. Degli scrittori contemporanei, mio padre
ignorava quasi tutto: gli erano ignoti Lucano e Seneca, bench
fossero, come noi, originari di Spagna. Elio, il mio prozio, che
era un uomo colto, limitava le sue letture agli autori pi noti
del secolo d'Augusto. Il disdegno delle mode li risparmi da
molti errori di gusto: a esso erano debitori d'essere immuni da
ampollosit. L'ellenismo e l'Oriente erano ignorati, o guardati
alla larga, con severo cipiglio: credo non ci fosse una sola
statua greca pregevole in tutta la penisola. La parsimonia
s'accompagnava alla ricchezza; una certa rusticit, a una
solennit quasi pomposa. Mia sorella Paolina era seria,
taciturna, quasi arcigna, ed era andata sposa ancor giovane a un
uomo vecchio. La rettitudine era rigorosa ma si trattavano
duramente gli schiavi. Non si avevano curiosit di nessun
genere; si badava ad avere, su qualsiasi cosa, l'opinione che si
conviene a un cittadino romano. Tutte virt, se sono
effettivamente tali, che sarebbe toccato a me dissipare...

La convenzione ufficiale vuole che un imperatore romano sia nato
a Roma, ma io sono nato a Italica; a quel paese arido e tuttavia
fertile ho sovrapposto in seguito tante regioni del mondo. La
convenzione ha del buono: dimostra che le decisioni dello
spirito e della volont hanno la meglio sulle circostanze. Il
vero luogo natio quello dove per la prima volta si posato
uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono
stati i libri. In minor misura, le scuole. Quelle di Spagna
risentivano dell'ozio della provincia. La scuola di Terenzio
Scauro, a Roma, faceva conoscere mediocremente filosofi e poeti,
ma preparava abbastanza bene alle vicissitudini della vita: i
maestri esercitavano su gli alunni una tirannia che io
arrossirei d'imporre agli uomini; ciascuno, nei limiti angusti
del proprio sapere, disprezzava i colleghi, i quali possedevano,
con identica ristrettezza, nozioni diverse. Quei pedanti si
facevano rauchi a furia di vane logomachie. Conflitti di
precedenza, intrighi e calunnie m'hanno abituato a ci che in
seguito avrei incontrato in tutti gli ambienti nei quali ho
vissuto; vi si aggiungeva la brutalit dell'infanzia.
Purtuttavia, ho voluto bene ad alcuni dei miei maestri, mi sono
stati cari quei rapporti stranamente intimi e stranamente
evasivi che si stabiliscono tra insegnante e alunno, e le Sirene
che cantano in fondo a una voce chioccia quando vi rivela per la
prima volta un capolavoro o vi palesa un'idea nuova: il pi
grande seduttore, in fin dei conti, non Alcibiade, Socrate.

I metodi dei grammatici e dei retori, forse, sono meno assurdi
di quel che mi apparissero allorch vi ero sottoposto. La
grammatica, con quella sua mescolanza di regole logiche e di usi
arbitrari, fa pregustare ai giovani quel che gli offriranno in
seguito le dottrine riguardanti la condotta umana, il diritto o
la morale, tutti sistemi nei quali l'uomo ha codificato la sua
esperienza istintiva. Quanto alle esercitazioni di retorica,
nelle quali impersonavamo volta a volta Serse e Temistocle,
Ottaviano e Marc'Antonio, mi inebriarono: mi sentii Proteo,
imparai a penetrare volta a volta nel pensiero di ciascuno, a
comprendere che ciascuno si determina, vive e muore secondo
proprie leggi. La lettura dei poeti produsse in me effetti ancor
pi conturbanti: non sono del tutto certo che conoscere l'amore
sia pi inebriante che scoprire la poesia. Quest'ultima mi
trasform: l'iniziazione alla morte non mi inoltrer pi avanti
in un mondo diverso di quanto abbia fatto un crepuscolo
virgiliano. In seguito, ho preferito la rusticit di Ennio, cos
vicino alle origini sacre della razza, o l'amarezza da saggio di
Lucrezio, o anche l'umile frugalit di Esiodo alla opulenza di
Omero. Ho amato soprattutto i poeti pi ermetici e oscuri, che
costringono il pensiero alla ginnastica pi ardua, sia i
recentissimi sia gli antichi, quelli che mi aprono sentieri
completamente nuovi, o mi aiutano a rintracciare piste smarrite.
Ma, in quell'epoca, amavo soprattutto nella poesia quel che
tocca con immediatezza i sensi, la lucentezza metallica di
Orazio, Ovidio e la sua mollezza carnale. Scauro mi gett nella
disperazione dichiarandomi che non sarei stato mai altro che un
poeta mediocre: mi mancavano infatti il talento e
l'applicazione. Per lungo tempo credetti che si fosse sbagliato:
conservo sotto chiave, chiss dove, un paio di volumi di versi
d'amore, per lo pi plagiati da Catullo. Ma, ormai, m'importa
ben poco che le mie produzioni personali siano detestabili.

Fino alla fine dei miei giorni sar riconoscente a Scauro per
avermi costretto a studiare il greco per tempo. Ero ancora
bambino, quando tentai per la prima volta di tracciare con lo
stilo quei caratteri d'un alfabeto a me ignoto: cominciava per
me la grande migrazione, i lunghi viaggi, e il senso d'una
scelta deliberata e involontaria quanto quella dell'amore. Ho
amato quella lingua per la sua flessibilit di corpo allenato,
la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma
il contatto diretto e vario delle realt, l'ho amata perch
quasi tutto quel che gli uomini han detto di meglio stato
detto in greco. Vi sono altre lingue, lo so bene: alcune sono
pietrificate, altre dovranno nascere ancora. Alcuni sacerdoti
egiziani m'hanno mostrato i loro antichi simboli, segni pi che
parole, antichissimi conati di classificazione del mondo e delle
cose, idioma sepolcrale d'una razza morta. Durante la guerra
ebraica, il rabbino Giosu m'ha decifrato lettera per lettera
alcuni testi di quella lingua di fanatici, tanto invasati del
loro dio da trascurare l'umano. Quand'ero alle armi, mi sono
impratichito nella lingua degli ausiliari celti; ricordo
soprattutto i loro canti... Ma i dialetti barbari valgono
tutt'al pi perch rappresentano una riserva di parole alla
espressione umana e per tutto quello che senza dubbio
esprimeranno in avvenire. Il greco, al contrario, ha gi dietro
di s tesori di esperienza, quella dell'individuo e quella dello
Stato. Dai tiranni jonici ai demagoghi ateniesi, dalla pura
austerit di Agesilao agli eccessi di Dionigi o di Demetrio, dal
tradimento di Dimarate alla fedelt di Filopemene, tutto quel
che ciascuno di noi pu tentare per nuocere ai suoi simili o per
giovar loro, almeno una volta, gi stato fatto da un greco.
Altrettanto avviene delle nostre scelte interiori: dal cinismo
all'idealismo, dallo scetticismo di Pirrone ai sogni sacri di
Pitagora, i nostri rifiuti, i nostri consensi non facciamo che
ripeterli; i nostri vizi, le nostre virt hanno modelli greci.
La bellezza d'un iscrizione latina, votiva o funeraria, non ha
pari: quelle poche parole incise sulla pietra riassumono con
maest impersonale tutto quel che il mondo ha bisogno di sapere
sul conto nostro. L'impero, l'ho governato in latino; in latino
sar inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in
riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto.

Avevo sedici anni: tornavo da un periodo di addestramento nella
Settima Legione, che a quei tempi si trovava acquartierata in
pieni Pirenei, in una regione selvaggia della Spagna Citeriore,
assai diversa dalle parti meridionali della penisola, dov'ero
cresciuto. Acilio Attiano, il mio tutore, ritenne opportuno
farmi alternare con un periodo di studio quei mesi di vita rude
e di aspre cacce. Ebbe il buon senso di lasciarsi persuadere da
Scauro a mandarmi ad Atene, presso il sofista Iseo, un uomo
brillante, dotato soprattutto d'una rara capacit
d'improvvisazione. Atene mi affascin immediatamente; lo
studentello un po' goffo ch'io ero, l'adolescente dall'animo
schivo si trov ad assaporare per la prima volta quell'aria
viva, quelle conversazioni rapide, quell'andare a zonzo nelle
lunghe sere rosate, quella disinvoltura senza pari nella
discussione e nella volutt. Mi lasciai prendere, di volta in
volta, dalle matematiche e dalle arti: ricerche parallele; ed
ebbi occasione di seguire, ad Atene, un corso di medicina di
Leotichide. Mi sarebbe piaciuta la professione medica: in
sostanza, non differisce, nello spirito, da quello che ho
cercato di infondere al mio mestiere d'imperatore. Mi
appassionai a questa scienza, troppo vicina a noi per non essere
incerta, esposta a entusiasmi e a errori, ma modificata senza
posa dal contatto con l'immediato e con la nuda realt.
Leotichide affrontava le cose dal punto di vista pi positivo:
tra l'altro, aveva elaborato un sistema mirabile di riduzione
delle fratture. La sera passeggiavamo lungo le rive del mare:
quell'uomo universale s'interessava alla struttura delle
conchiglie e alla composizione del fondo marino. Gli mancavano i
mezzi per dedicarsi agli esperimenti, rimpiangeva i laboratori e
le sale di anatomia del Museo d'Alessandria, che aveva
frequentato da giovane, e i contrasti di opinioni, le ingegnose
competizioni umane. Spirito pratico, m'insegn a preferire le
cose alle parole, a diffidare delle formule, a osservare
piuttosto che a giudicare. Quel greco amaro, m'insegn il metodo.

Ad onta delle leggende che vanno in giro sul conto mio, ho amato
assai poco la giovinezza, e la mia meno di qualsiasi altra.
Considerata in se stessa, questa giovinezza tanto vantata il pi
delle volte mi appare come un'epoca ancora rozza della nostra
esistenza, un'et opaca e informe, malsicura e fuggevole. Va da
s che conosco un certo numero di eccezioni incantevoli a questa
regola, due o tre perfino ammirevoli, delle quali tu, Marco, sei
certo la pi pura. Per quel che mi riguarda, a vent'anni ero
press'a poco come sono ora, ma lo ero senza consistenza. Non
tutto era cattivo in me, ma tutto poteva esserlo: il buono o il
meglio respingevano il peggio. Non posso ripensare senza rossore
alla mia ignoranza del mondo, che pure credevo di conoscere,
alla mia impazienza, a una sorta di frivola ambizione, di
avidit grossolana. Dovr confessarlo? Nel bel mezzo dei miei
studi ad Atene, dove tutti i piaceri trovavano posto con misura,
rimpiangevo non gi Roma in se stessa, ma l'atmosfera del luogo
ove si fanno e si disfanno continuamente le vicende del mondo,
il cigolio stesso degli organi della macchina del potere. Il
regno di Domiziano volgeva alla fine; mio cugino Traiano, che
s'era coperto di gloria sulle frontiere del Reno, si atteggiava
a grand'uomo del popolo; la trib spagnola si stabiliva a Roma.
Al confronto con quel mondo dell'azione immediata, la dolce
provincia greca mi sembrava sonnecchiare in una polvere di idee
gi respirate; l'insensibilit politica dei Greci mi appariva
una forma meschina di rinuncia. La mia sete di potenza, di
danaro - da noi spesso quest'ultimo apre la strada a quella -
e di gloria - se vogliamo dare questo bel nome appassionato
alla nostra smania di sentir parlare di noi - era innegabile.
Vi si mescolava confusamente il sentimento che Roma, bench
inferiore alla Grecia sotto tanti aspetti, recuperava vantaggio
per la dimestichezza con affari di Stato che esigeva dai suoi
cittadini, almeno da quelli dell'ordine senatoriale ed equestre.
M'ero convinto, ormai, che la discussione pi banale a proposito
dell'importazione di cereali dall'Egitto mi avrebbe insegnato di
pi, sullo Stato, che non tutta La Repubblica di Platone. Gi
qualche anno prima, quando ero un giovane avvezzo alla
disciplina militare, avevo creduto d'accorgermi che comprendevo
i soldati di Leonida e gli atleti di Pindaro meglio dei miei
professori. Lasciai dunque Atene, arida e dorata, per la citt
dove uomini ammantati in toghe pesanti affrontano il vento di
febbraio, dove lusso e sregolatezza sono sgraziati, ma dove ogni
minimo provvedimento si riflette sulle sorti d'una parte del
mondo, e dove un giovane provinciale avido, ma non del tutto
ottuso, convinto sulle prime di obbedire soltanto ad ambizioni
grossolane, le avrebbe perdute via via che le vedeva attuate,
avrebbe imparato a misurare se stesso in rapporto agli uomini e
alle cose, a comandare, e infine - ed forse questa in
definitiva la cosa meno futile - a servire.

Non tutto era bello in quell'avvento d'una classe media
laboriosa che s'affermava a sostegno d'un cambiamento di regime
imminente: l'onest politica vinceva la partita ma si serviva di
stratagemmi alquanto loschi. Il Senato, affidando poco a poco
tutte le cariche nelle mani di uomini suoi, portava a termine
l'esautoramento di Domiziano, che ormai era agli ultimi aneliti;
gli uomini nuovi, ai quali mi legavano vincoli di famiglia,
forse non erano poi tanto diversi da quelli che si accingevano a
soppiantare: erano, pi che altro, meno insudiciati dal potere.
I cugini e i nipoti di provincia s'aspettavano solo qualche
carica secondaria e si esigeva ancora che la occupassero con
integrit. Ne tocc una anche a me: fui nominato giudice del
tribunale a cui erano demandate le questioni ereditarie. Da
quella posizione modesta assistetti alle ultime fasi del duello
a morte tra Domiziano e Roma. In citt, l'imperatore aveva
perduto autorit; non si reggeva pi che a colpi di esecuzioni,
e queste ne affrettavano la fine; l'esercito al completo tramava
la sua morte. Non compresi gran che di quel duello, ancor pi
mortale di quelli dell'arena; mi contentavo di assistervi col
disprezzo arrogante d'un alunno dei filosofi verso il tiranno
agli estremi. E, obbediente ai buoni consigli di Attiano, feci
il mio mestiere senza occuparmi troppo di politica.

Fu un anno di lavoro, non molto diverso da quelli di studio:
ignoravo il diritto; ma per mia buona sorte, mi fu collega in
tribunale Nerazio Prisco, il quale si prese la briga di
istruirmi, ed rimasto mio consigliere legale e amico sino al
giorno della sua morte. Apparteneva a quella categoria di
spiriti rarissimi, i quali, bench profondi conoscitori d'una
dottrina, in grado di vederla per cos dire dal di dentro, da un
punto di vista inaccessibile ai profani, conservano tuttavia il
senso della relativit del suo valore nell'ordine delle cose, la
misurano in termini umani. Pi esperto di chiunque nella prassi
della legge, non esitava mai di fronte a innovazioni utili.
Alcune riforme, in seguito, riuscii a farle attuare proprio per
merito suo.

Altri compiti s'imponevano. Avevo conservato l'accento di
provincia, e il primo discorso che pronunciai in tribunale fece
ridere i presenti. Misi a profitto la familiarit che avevo con
la gente di teatro, che scandalizzava tanto i miei: le loro
lezioni di dizione costituirono per lunghi mesi il mio compito
pi arduo ma anche il pi piacevole e il segreto pi gelosamente
conservato della mia vita. Persino la dissolutezza diventava una
materia di studio durante quegli anni difficili: cercavo di
mettermi al passo con i bellimbusti di Roma; ma non ci son
riuscito mai del tutto. Per una vilt propria di quell'et, in
cui l'audacia puramente fisica si prodiga altrove, non osavo
fidarmi di me stesso che sino a un certo limite; e, nella
speranza di somigliare agli altri, attenuavo o accentuavo le
caratteristiche della mia natura.

Non ero molto amato; ma, del resto, che motivo c'era perch mi
amassero? Alcuni tratti del mio carattere - per esempio,
l'amore per l'arte - passavano inosservati in uno studente di
Atene, e sarebbero stati pi o meno generalmente ammessi
nell'imperatore; urtavano, per, in un funzionario, in un
magistrato ai primi passi della carriera. Il mio ellenismo
faceva sorridere, tanto pi che, secondo i casi, me ne
compiacevo e lo dissimulavo goffamente. In Senato, mi chiamavano
峽o studente greco. Cominciava a crearsi la mia leggenda, quel
riflesso luccicante, bizzarro, fatto per met dalle nostre
azioni, per met di quel che di esse pensa il volgo. C'era chi,
per vincere una causa, spudoratamente mi mandava la moglie, se
veniva a sapere che avevo un'avventura con la consorte d'un
senatore, o il figlio, quando ostentavo follemente la mia
passione per qualche giovane mimo. Era divertente confondere
gente di quella risma con l'indifferenza. I pi meschini eran
quelli che, per riuscirmi simpatici, m'intrattenevano di
letteratura. La tecnica che mi tocc elaborare in quella
posizione mediocre, mi serv pi tardi, nelle udienze imperiali.
Appartenere completamente a ciascuno durante la breve durata
dell'udienza, fare del mondo una tabula rasa sulla quale in quel
momento non esiste che il tale banchiere, il tal veterano, la
tale vedova; accordare a persone tanto varie, bench
naturalmente chiuse entro i limiti angusti di una categoria,
tutta l'attenzione cortese che nei momenti migliori si concede a
se stessi, e vederli immancabilmente profittare dell'occasione
per gonfiarsi come la rana della favola; dedicare infine
seriamente pochi momenti a pensare al loro problema, al loro
affare... Eccoci di nuovo nel gabinetto del medico. Vi mettevo a
nudo antichi odi tremendi, una lebbra di menzogne: mariti contro
mogli, padri contro figli, parenti contro tutti: quel po' di
rispetto che ho personalmente verso l'istituto della famiglia
non vi ha resistito molto.

Non ch'io disprezzi gli uomini: se lo facessi, non avrei alcun
diritto, n alcuna ragione, di adoperarmi a governarli. So bene
che sono vanitosi, ignoranti, avidi, irrequieti, capaci quasi di
tutto pur di arrivare, pur di farsi valere, anche solo ai propri
occhi, o anche soltanto per evitare di soffrire. Lo so bene:
sono fatto anch'io come loro, almeno in alcuni momenti, o avrei
potuto esserlo. Sono troppo tenui le differenze che scorgo tra
gli altri e me, perch contino nel totale. Perci, faccio del
mio meglio affinch il mio atteggiamento si discosti tanto dalla
fredda albagia del filosofo quanto dall'arroganza del Cesare.
Non manca un barlume di luce neppure nel pi opaco degli uomini:
un assassino suona il flauto con garbo; un aguzzino che lacera
la schiena degli schiavi con le frustate forse un figlio
eccellente; un idiota pu essere pronto a dividere con me
l'ultimo cantuccio di pane che gli resta. E ce n' ben pochi, di
uomini, a cui non sia possibile insegnare qualcosa a dovere. Il
nostro errore pi grave quello di cercare di destare in
ciascuno proprio quelle qualit che non possiede, trascurando di
coltivare quelle che ha. Anche qui, nel ricercare queste virt
frammentarie, dovr rifarmi a quel che dicevo prima,
voluttuosamente, a proposito della ricerca del bello. Ho
conosciuto esseri assai pi nobili e virtuosi di me, per esempio
tuo padre Antonino; ho frequentato parecchi eroi, e perfino
qualche saggio. Nella maggior parte degli uomini, ho riscontrato
scarsa fermezza nell'operare il bene, ma altrettanto nel
compiere il male; la loro diffidenza, la loro indifferenza pi o
meno ostile cedeva quasi troppo presto quasi in modo abietto, e
con eccessiva facilit si mutava in gratitudine, in rispetto,
sentimenti del resto altrettanto effimeri; persino il loro
egoismo avrebbe potuto esser indirizzato a fini utili. Tuttora
mi meraviglia che siano stati cos pochi a odiarmi; nemici
accaniti ne avr avuti due o tre, e, come sempre avviene, in
parte per colpa mia. Alcuni mi hanno amato: e m'hanno dato molto
pi di quel ch'io non avessi diritto di esigere, neppure di
sperare da loro: la loro morte, a volte la loro vita. E il dio
che portano in s spesso si rivela al momento della morte.

C' un punto solo nel quale mi sento superiore alla generalit
degli uomini: io sono pi libero e, al tempo stesso, pi
sottomesso di quel che non osino esserlo gli altri. Quasi tutti
ignorano del pari in che cosa consista la loro autentica libert
e il loro vero servaggio. Imprecano alle loro catene; a volte,
si direbbe che se ne vantino. D'altro canto, trascorrono il
tempo in trasgressioni vane; non sanno imporre a se stessi il
giogo pi lieve. Quanto a me, ho cercato la libert pi che la
potenza, e quest'ultima soltanto perch, in parte, secondava la
libert. Quel che m'interessava non era una filosofia dell'uomo
libero - mi hanno sempre tediato tutti, quelli che vi si
provano- ma bens una tecnica: volevo trovare la cerniera ove la
nostra volont s'articola al destino; ove la disciplina, anzich
frenarla, asseconda la natura. Comprendimi bene: qui non si
tratta della dura volont degli stoici, di cui tu ti esageri il
potere, e neppure di una qualsiasi accettazione, o di astratto
diniego, che offende le condizioni reali del nostro mondo che
pieno, continuo, formato di sostanze e di corpi. Io ho aspirato
a una acquiescenza, a un consenso pi segreto, pi duttile. La
vita, per me, era un destriero, di cui si sposano i movimenti,
ma dopo averlo addestrato quanto meglio ci riesce. Dato che in
fin dei conti tutto consiste in un atto volitivo interiore -
lento, insensibile, tale da implicare anche l'adesione del
corpo- mi studiavo di raggiungere gradualmente questa condizione
di libert, o di sottomissione, quasi allo stato puro. A questo
fine mi dava grande aiuto la ginnastica; e anche la dialettica.
Sulle prime, non cercai che una libert fatta di vacanze, di
momenti liberi: non c' esistenza ben regolata che non ne abbia,
e chi non sa trovarseli non sa vivere. Poi, andai oltre: anelai
a una libert di simultaneit, nella quale fossero possibili due
condizioni allo stesso tempo, o due azioni: a esempio, imparai a
dettare, come faceva Cesare, parecchi testi nello stesso
momento, a conversare mentre leggevo. Scoprii un "modus vivendi"
per il quale poter adempiere perfettamente al compito pi
gravoso senza impegnarsi interamente; a dire il vero, a volte ho
osato proporre a me stesso di eliminare perfino la sensazione
fisica di stanchezza. In altri momenti, mi sono esercitato a
godere di una libert a ritmo alterno: le emozioni, le idee, i
lavori, in qualsiasi momento dovevo essere in grado di
interromperli e riprenderli; la certezza di poterli mettere in
un canto o richiamarli a guisa di schiavi toglieva loro ogni
possibilit di signoreggiarmi, e a me qualsiasi sensazione di
schiavit. Feci ancor di pi: mi studiai di trascorrere una
giornata intera intorno a un'idea prediletta, senza lasciarla un
istante; tutto ci che avrebbe dovuto distogliermene o
distrarmene, progetti o lavori d'altro ordine, parole senza
importanza, i mille incidenti della giornata si attorcevano su
quell'idea come i pampini al fusto d'una colonna. Altre volte,
invece, mi davo a dividere all'infinito: ogni pensiero, ogni
avvenimento, lo frantumavo, lo sezionavo in un numero
grandissimo di pensieri o avvenimenti pi piccoli, pi agevoli
da tenere in pugno. Le risoluzioni pi ardue si sbriciolavano in
una miriade di decisioni minuscole, da adottare una per una, che
menavano l'una all'altra, e che a questo modo diventavano
inevitabili e facili.

Ma la conquista nella quale ho impegnato tutto me stesso - la
pi ardua - stata quella della libert di assentire. Io
volevo lo stato in cui ero; durante gli anni in cui dipesi dagli
altri, la mia sottomissione perdeva il suo contenuto amaro, e
persino indegno, se mi adattavo a considerarla un esercizio
utile. Ci che avevo, ero stato io a sceglierlo costringendomi
soltanto a possederlo totalmente, e ad assaporarlo quanto pi
possibile. I lavori pi aridi li eseguivo agevolmente, solo che
mi sforzassi a prenderci gusto. Se un soggetto mi ripugnava, ne
facevo argomento di studio; avevo l'accortezza di ricavarne
motivo di gioia. Di fronte a un caso imprevisto, o disperato,
un'imboscata, un fortunale - una volta prese tutte le misure
concernenti gli altri - facevo del mio meglio per rallegrarmi
del caso, per godere dell'imprevisto che mi si offriva, e
l'imboscata o la tempesta s'inserivano senza fatica nei miei
progetti o nei miei sogni. Persino immerso nella sciagura pi
tremenda, ho percepito l'istante in cui lo sfinimento le
sottraeva un poco del suo orrore, in cui la facevo MIA
accettando di accettarla. Se mi capiter mai di subire la
tortura - e s'incaricher la malattia, senza dubbio,
d'impormela, non sono assolutamente certo di ottenere da me
stesso, a lungo, l'impassibilit d'un Trasea, ma avr almeno la
risorsa di rassegnarmi ai miei lamenti. E in questo modo, con un
misto di riserva e di audacia, di sottomissione e di rivolta ben
concertate, di esigenze estreme e di concessioni prudenti, ho
finito per accettare me stesso.





Se fosse durata troppo a lungo, la vita di Roma m'avrebbe
inasprito, corrotto o logorato. Tornare alle armi mi salv. La
vita militare comporta anch'essa qualche compromesso, ma meno
impegnativo. Partire per l'esercito significava viaggiare:
partii folle di gioia. Ero stato promosso tribuno alla Seconda
Legione, l'Adiutrice: trascorsi qualche mese d'un autunno
piovoso sulle sponde dell'alto Danubio, senz'altra compagnia che
l'ultima opera di Plutarco. In novembre fui trasferito alla
Quinta Legione Macedone, acquartierata a quei tempi (come
tuttora) alle foci di quello stesso fiume, sulle frontiere della
Mesia Inferiore. La neve che bloccava le strade m'imped di
viaggiare via terra; m'imbarcai a Pola; ed ebbi appena il tempo,
cammin facendo, di rivedere Atene, dove pi tardi avrei vissuto
a lungo. La notizia dell'assassinio di Domiziano, annunciata
pochi giorni dopo il mio arrivo al campo, non meravigli nessuno
e rallegr tutti. Ben presto, Traiano fu adottato da Nerva;
l'et avanzata del nuovo principe rendeva questa successione una
faccenda di mesi, al pi tardi: la politica di conquiste, nella
quale si sapeva che mio cugino si proponeva d'impegnare i
concentramenti di truppe che cominciavano a effettuarsi, il
progressivo irrigidirsi della disciplina tenevano l'esercito in
uno stato di fervore e di attesa. Quelle legioni danubiane
operavano con la precisione d'una macchina di guerra ben
lubrificata; non somigliavano affatto alle guarnigioni
intorpidite dall'inerzia che avevo conosciute in Spagna; quel
che pi conta, l'attenzione dell'esercito non si rivolgeva pi
alle discordie di palazzo, e tornava agli affari esteri
dell'impero; le nostre truppe non si riducevano pi a una banda
di littori pronti ad acclamare o a sgozzare il primo venuto. I
pi intelligenti tra gli ufficiali cercavano d'individuare un
piano generale in quelle riorganizzazioni alle quali prendevano
parte, di prevedere l'avvenire, e non soltanto il proprio.
D'altro canto, su questi eventi ancora nella fase iniziale
venivano scambiati non pochi commenti ridicoli, e ogni sera,
sulla superficie del tavolino, si abbozzavano piani strategici,
gratuiti oltrech insensati. Il patriottismo romano, la fede
incrollabile nei benefici della nostra autorit su tutte le
genti, nella missione di Roma di governarle, in quegli uomini
del mestiere assumevano forme brutali, alle quali non ero ancora
assuefatto. Alle frontiere, proprio l dove sarebbe stato saggio
usare diplomazia, almeno sul momento, per conciliarci alcuni
capi nomadi, i militari eclissavano completamente i politici; le
prestazioni obbligatorie e le requisizioni in natura davano
luogo ad abusi di cui nessuno si sorprendeva pi.

Grazie alle discordie perpetue tra barbari, la situazione a
nord-est a conti fatti era la pi favorevole che si potesse
sperare: dubito persino che le guerre ulteriori l'abbiano
migliorata in qualche modo. Gli incidenti di frontiera ci
provocavano scarse perdite, preoccupanti solo perch reiterate;
riconosco per che quello stato di allarme permanente serviva
almeno a tener desto lo spirito di corpo. Tuttavia, ero persuaso
che si sarebbe riusciti, con un dispendio minore, ma esercitando
maggiore perspicacia, a soggiogare alcuni capi, ad attirarci le
simpatie degli altri; e stabilii di consacrarmi in particolar
modo a quest'ultimo compito, che tutti trascuravano.

Mi ci spingeva la mia inclinazione verso tutto ci che
esotico: frequentare i barbari mi piaceva. Il vasto paese che si
estende tra le bocche del Danubio e quelle del Boristene, un
triangolo del quale ho percorso almeno due lati, vanta alcune
tra le regioni pi sorprendenti del mondo, almeno per noi, nati
sulle rive del Mare Interno, avvezzi ai paesaggi nitidi e aridi
del Sud, alle colline, alle penisole. Laggi, m' accaduto di
adorare la dea Terra, come qui adoriamo la dea Roma; e non parlo
tanto di Cerere, quanto d'una divinit pi antica, anteriore
persino alla scoperta delle messi. Il nostro suolo greco o
latino, sostenuto ovunque dall'ossatura delle rocce, ha
l'eleganza schietta d'un corpo virile: la terra scita aveva
l'opulenza un po' greve d'un corpo riverso di donna. La pianura
si confondeva con il cielo. Non finivo mai di stupirmi di fronte
al miracolo dei fiumi: quella vasta terra vuota rappresentava
soltanto un declivio e un alveo. I corsi d'acqua da noi sono
brevi: non ci si sente mai lontano dalle sorgenti. Ma quel
flusso enorme che sfociava in estuari intricati trascinava il
fango di un continente sconosciuto, i ghiacci di regioni
inabitabili. Non c' freddo pi intenso che quello di un
altipiano di Spagna, ma laggi mi trovavo faccia a faccia per la
prima volta con l'inverno autentico; nei nostri paesi, esso non
fa che apparizioni pi o meno fugaci, ma laggi s'insedia per
periodi interminabili, di mesi, e pi a settentrione s'indovina
immutabile, senza inizio e senza fine. La sera del mio arrivo al
campo, il Danubio era un'immensa pista di ghiaccio purpureo, poi
si fece turchino; il lavoro sotterraneo delle correnti lo
striava di solchi profondi come quelli dei carri. Ci
proteggevamo dal freddo con pellicce. La presenza di quel nemico
impersonale, quasi astratto, produceva in noi un'esaltazione
straordinaria, un senso di energia pi intensa. Si lottava per
conservare il calore come altrove il coraggio. Vi erano giorni
in cui la neve, sulla steppa, cancellava tutti i contorni, gi
appena discernibili; si galoppava in un mondo di spazio puro, di
atomi puri. Il gelo donava alle cose pi banali, alle pi molli,
una trasparenza, e nello stesso tempo una durezza celeste. Ogni
canna infranta si trasformava in un flauto di cristallo. Al
crepuscolo, Assar, la mia guida caucasica, fendeva il ghiaccio
per abbeverare i cavalli. Quegli animali, del resto,
rappresentavano una delle occasioni pi utili di contatto con i
barbari: si stabiliva tra noi una specie di dimestichezza nelle
compravendite, nelle discussioni interminabili; nasceva un certo
rispetto reciproco, per qualche prodezza equestre. A sera, i
fuochi dei bivacchi illuminavano le piroette straordinarie di
quei loro danzatori dalla vita sottile, e i loro bizzarri
braccialetti d'oro.

Quante volte, in primavera, quando il disgelo mi consent di
avventurarmi nelle regioni dell'interno, m' accaduto di volgere
le spalle all'orizzonte del Sud, che racchiudeva i mari e le
isole note, a quello dell'Occidente, ove in qualche posto il
sole tramontava su Roma, e di sognare d'inoltrarmi in quelle
steppe, oltrepassare i contrafforti del Caucaso, verso nord, o
verso gli estremi confini dell'Asia. Quali climi, quale fauna,
quali razze d'uomini avrei scoperto, quali imperi, ignari di noi
come noi di loro, o tutt'al pi informati della nostra esistenza
grazie a qualche mercanzia, giunta loro attraverso lunghe serie
di mercanti, rara per essi quanto lo per noi il pepe
dell'India, il chicco d'ambra delle regioni baltiche?

A Odessos, un mercante tornato da un viaggio di vari anni in
quei luoghi mi don una pietra verde, quasi diafana, che pare
sia considerata sacra in un regno immenso di cui egli aveva solo
costeggiato i confini, e di cui quell'individuo, inteso solo al
suo profitto, non aveva osservato i costumi n gli di. Quella
gemma bizzarra fece su me la stessa impressione d'una pietra
caduta dal cielo, una meteora d'un altro mondo. Conosciamo
ancora piuttosto male la configurazione della terra; e non
capisco come ci si rassegni a tale ignoranza. Invidio coloro che
riusciranno a compiere il giro dei duecentocinquantamila stadi
greci calcolati cos bene da Eratostene, percorrendo i quali ci
si ritroverebbe al punto di partenza. M'immaginavo nell'atto di
prendere semplicemente la decisione di continuare a camminare
davanti a me, sulla pista che ormai sostituiva le nostre strade.
Questa idea mi piaceva... Esser solo, senza beni, senza
prestigio, senza alcuno dei benefici d'una qualsiasi cultura,
tra uomini nuovi, nel cuore di mondi vergini... Va da s che era
solo un sogno, il pi breve di tutti. Quella libert che
inventavo non esisteva che nella mia fantasia: presto, mi sarei
creato di nuovo tutto quello a cui avrei rinunciato. Dappertutto
non sarei stato altro che un romano in esilio: una specie di
cordone ombelicale mi legava all'Urbe. Forse, in quegli anni, al
rango di tribuno, mi sentivo legato all'impero pi strettamente
di quel che non lo sia oggi, da imperatore, per la stessa
ragione che le ossa del polso sono meno libere del cervello. Ci
nonostante, quel sogno mostruoso, che avrebbe fatto fremere i
nostri avi, saggiamente confinati nella loro terra del Lazio, io
l'ho fatto, e l'averlo avuto solo un istante mi rende diverso da
essi per sempre.





Traiano si trovava alla testa delle truppe, nella Germania
Inferiore; l'armata del Danubio mi invi a recare i suoi
rallegramenti al nuovo erede dell'impero. Mi trovavo a tre
giorni di marcia da Colonia, in piena Gallia, quando, durante la
tappa della sera, ci fu annunciata la morte di Nerva. Fui
tentato di precedere il corriere imperiale, e di recare io
stesso la notizia del suo avvento a mio cugino. Partii al
galoppo e viaggiai senza fermarmi in nessun luogo, salvo a
Treviri, ove risiedeva mio cognato Serviano, in qualit di
governatore. Cenammo insieme. La mente vacua di Serviano era
piena di fumi imperiali. Quell'uomo tortuoso cercava di
nuocermi, o almeno d'impedirmi di aver successo, e almanacc di
prevenirmi inviando un suo messo a Traiano. Due ore dopo, al
guado d'un corso d'acqua, subii un'aggressione: i sicari
ferirono la mia ordinanza, e uccisero i nostri cavalli.
Riuscimmo tuttavia a catturare uno dei nostri aggressori, un
antico schiavo di mio cognato, e costui confess ogni cosa.
Serviano avrebbe dovuto rendersi conto che non si ferma tanto
facilmente un uomo risoluto di proseguire il suo cammino, a men
di non giungere fino al delitto, davanti al quale la sua vilt
indietreggiava. Mi tocc fare a piedi circa dodici miglia prima
d'incontrare un contadino che mi vendette il suo cavallo. Giunsi
a Colonia la sera stessa, precedendo di poche lunghezze il messo
di mio cognato. Questa singolare avventura ebbe successo, e le
accoglienze nell'armata furono ancora migliori. L'imperatore mi
trattenne presso di s in qualit di tribuno della Seconda
Legione, la Fedele.

Aveva appreso la notizia del suo avvento con disinvoltura
ammirevole. Se l'aspettava da tempo: i suoi progetti non ne
venivano modificati affatto. Restava quello che era stato
sempre, quel che sarebbe stato fino alla morte: un capo delle
forze armate, ma la sua virt consisteva nell'aver acquisito,
grazie a una concezione tutta militare della disciplina, un'idea
di quel che l'ordine nello Stato. Tutto si disponeva attorno a
questa idea, per lo meno agli inizi; persino i suoi piani di
guerra e i suoi progetti di conquista. Imperatore-soldato, s,
ma non soldato-imperatore. Non mut nulla della sua vita; la sua
modestia non aveva bisogno n di affettazione n di boria.
Mentre l'esercito faceva festa, egli accettava le responsabilit
nuove come una parte del suo lavoro quotidiano, e mostrava la
sua contentezza, agli intimi, con semplicit.

Gli ispiravo scarsissima fiducia. Era mio cugino, di
ventiquattro anni pi vecchio di me, e, dopo la morte di mio
padre, mio cotutore. Adempiva i suoi doveri verso la famiglia
con la seriet che si usa in provincia, pronto a far di tutto
per promuovermi, se ne ero degno, ma a trattarmi con maggior
rigore di chiunque altro se mi mostravo incompetente. Per le mie
follie giovanili, aveva mostrato un'indignazione non del tutto
ingiustificata, ma di quelle che si hanno solo tra parenti; i
miei debiti, del resto, lo scandalizzavano pi delle mie
sregolatezze. Altri aspetti della mia natura lo impensierivano:
uomo di scarsa cultura, nutriva un rispetto commovente verso i
filosofi e i letterati, ma altro ammirarli alla lontana, altro
avere al proprio fianco un giovane luogotenente invasato di
letteratura. Ignorando ove si trovassero i miei principi, i miei
freni, riteneva che ne fossi sprovvisto, e alla merc degli
istinti. Per, non avevo commesso mai l'errore di trascurare il
servizio: la mia reputazione di ufficiale lo rassicurava, ma,
per lui, non ero che un giovane tribuno promettente, da
sorvegliare da vicino.

Poco manc che un incidente privato non mi pregiudicasse: un bel
volto mi conquist. Mi legai appassionatamente a un giovinetto
che anche l'imperatore aveva adocchiato. Era un'avventura
pericolosa, e proprio per questo la godevo di pi. Un certo
Gallo, segretario di Traiano, che da un pezzo si faceva un
dovere di fornirgli ogni particolare sui miei debiti, ci
denunci all'imperatore. Egli s'irrit enormemente: fu un
momento difficile. Qualche amico, tra i quali Acilio Attiano,
s'interpose per impedirgli d'intestardirsi in un rancore
ridicolo; fin per cedere alle loro insistenze, e questa
riconciliazione, sulle prime poco sincera da ambo le parti, fu
pi umiliante per me di quel che non fossero state le sue
scenate. Confesso d'aver conservato un odio senza pari contro
quel tale Gallo. Molti anni dopo, l'uomo fu dichiarato colpevole
di falso in atto pubblico, e mi vidi vendicato con gioia.

La prima spedizione contro i Daci fu lanciata l'anno seguente.
Io mi sono sempre opposto, sia per inclinazione che per
politica, a tutte le guerre, ma sarebbe stato troppo al di
sopra- o al di sotto - dell'umano non inebriarsi per quelle
grandiose imprese di Traiano. Visti nell'insieme, a distanza,
quegli anni di guerra, posso annoverarli tra quelli felici. Gli
inizi furono duri, o almeno tali mi parvero. Sulle prime,
occupai posti subalterni; non avevo ancora guadagnato
interamente la benevolenza di Traiano. Ma conoscevo bene il
paese; sapevo d'essere utile. Quasi a mia insaputa, un inverno
dopo l'altro, un accampamento dopo l'altro, una battaglia dopo
l'altra, sentivo crescere in me le obiezioni alla politica
dell'imperatore; obiezioni che in quell'epoca, non avevo n il
diritto n il dovere di esprimere a voce alta; e del resto,
nessuno m'avrebbe dato retta. Quanto pi ero messo in disparte,
al quinto grado o addirittura al decimo, tanto meglio conoscevo
le truppe, e partecipavo alla loro vita. Possedevo ancora una
certa libert d'azione, o piuttosto consideravo con un certo
distacco l'azione in se stessa - cose che ci si permettono
difficilmente una volta giunti al potere, e varcati i
trent'anni. E avevo qualche vantaggio al mio attivo: la simpatia
per quel paese inclemente, la passione per tutte le forme
volontarie, e del resto intermittenti, di privazioni e di
austerit. Ero forse il solo tra gli ufficiali giovani a non
avere nostalgia di Roma. Pi si prolungavano gli anni nel fango
e nella neve, pi si mettevano in evidenza le mie qualit.

Vissi laggi tutta un'epoca di esaltazione straordinaria, dovuta
in parte all'influenza d'un gruppo di luogotenenti che avevo
intorno; essi, dalle pi remote guarnigioni d'Asia, erano venuti
a conoscenza di strane divinit. Il culto di Mitra, che allora
era meno diffuso di quel che non sia divenuto dopo le nostre
spedizioni contro i Parti, mi attir qualche tempo con le
esigenze di quell'arduo ascetismo, che tendeva duramente l'arco
della volont, con l'ossessione della morte, del ferro e del
sangue, che elevava al livello di spiegazione del mondo i banali
disagi della nostra esistenza di soldati. Nulla poteva
contrastare di pi con le opinioni che cominciavo a formarmi
sulla guerra; ma quei riti barbari, che creano tra gli affiliati
legami di vita e di morte, lusingavano le fantasticherie pi
recondite d un giovane impaziente del presente, incerto
dell'avvenire, e proprio per questo accessibile agli di. Fui
iniziato in una torre di legno e di canne in riva al Danubio, fu
mio padrino Marcio Turbo, un compagno d'armi. Ricordo che il
peso del toro agonizzante fu l l per far crollare il pavimento
a graticci sotto cui stavo per ricevere l'aspersione di sangue.
In seguito, ho riflettuto ai pericoli che possono rappresentare
per lo Stato, sotto un principe debole, siffatte societ
segrete, e ho finito per infierire contro di esse, ma confesso
che quando si in presenza del nemico esse conferiscono agli
adepti una forza quasi sovrumana. Ciascuno di noi era convinto
di sfuggire ai limiti angusti della propria condizione umana, si
sentiva se stesso e l'avversario simultaneamente, assimilato al
dio di cui non si sa pi se muore nelle spoglie di bestia o se
uccide sotto forma umana. Quei sogni bizzarri, che a volte oggi
mi sgomentano, non differivano poi profondamente dalle teorie di
Eraclito sull'identit dell'arco e del bersaglio. Allora, mi
aiutavano a tollerare la vita. La vittoria e la sconfitta si
mescolavano, si confondevano, erano raggi diversi d'una stessa
luce solare. Quei fanti daci che calpestavo sotto gli zoccoli
del cavallo, quei cavalieri sarmati abbattuti in seguito nei
corpo a corpo dove i nostri cavalli impennati si mordevano al
petto, m'era tanto pi facile colpirli in quanto m'identificavo
con loro. Se fosse rimasto abbandonato sul campo di battaglia,
il mio corpo spoglio delle vesti non sarebbe stato tanto diverso
dal loro. Identico sarebbe stato l'urto dell'ultimo colpo di
spada. Ti confesso qui pensieri singolari, tra i pi segreti
della mia vita, e un'ebbrezza strana, che non ho mai pi
ritrovata esattamente sotto quella forma.

Un certo numero di azioni brillanti, che forse, compiute da un
semplice soldato, non si sarebbero nemmeno notate, mi
procurarono una reputazione a Roma e una certa notoriet
nell'armata. La maggior parte delle mie sedicenti prodezze,
d'altro canto, non erano che bravate inutili; oggi vi scopro,
non senza vergogna, la mia bassa voglia di successo a qualunque
prezzo, e di emergere, insieme a quell'esaltazione quasi sacra
di cui ti parlavo poc'anzi. Fu cos che un giorno d'autunno
traversai a cavallo il Danubio gonfiato dalle piogge, avendo
indosso l'armatura pesante dei militi batavi. Di questo fatto
d'arme, se tale lo si pu chiamare, il mio cavallo ebbe maggior
merito di me. Ma quel periodo di eroiche follie m'ha insegnato a
distinguere tra i diversi aspetti del coraggio: quello che mi
piacerebbe possedere sempre dovrebbe essere gelido,
indifferente, scevro da qualsiasi esaltazione fisica,
impassibile come l'equanimit d'un dio. Non mi lusingo di averlo
raggiunto mai. In seguito, mi sono servito d'una contraffazione
di esso; ma questa, nei miei giorni peggiori, non era che cinica
noncuranza della vita, e, in quelli migliori, senso del dovere,
al quale m'aggrappavo. Ma ben presto, per poco che durasse il
pericolo, l'uno o l'altro sentimento cedevano il posto a un
delirio d'intrepidit, specie di strano orgasmo dell'uomo unito
al suo destino. All'et che avevo, questo coraggio insensato
persisteva incessante. Un essere ebbro di vita non pensa alla
morte; la morte non esiste; ciascuno dei suoi gesti la nega. Se
ne colpito, probabilmente non se ne accorge; per lui, essa non
che un colpo, uno spasimo. Sorrido amaramente nel ripetermi
che oggi, su due pensieri, uno lo dedico alla fine, come se si
dovessero far tante storie per convincere all'inevitabile questo
nostro corpo logorato. A quei tempi, invece, un giovane che
avrebbe perduto molto a non vivere qualche anno di pi,
rischiava il suo avvenire allegramente ogni giorno.

Sarebbe facile mostrare quel che t'ho raccontato finora come la
storia d'un soldato troppo letterato che vuol farsi perdonare le
sue letture: ma semplificare cos la prospettiva falso.
Regnavano in me di volta in volta personaggi diversi, nessuno
dei quali molto a lungo; ma presto quello esautorato
riconquistava il potere: l'ufficiale meticoloso, fanatico della
disciplina, pronto a dividere con gioia le privazioni della
guerra con i suoi uomini; il malinconico sognatore di di,
l'amante pronto a tutto per un istante di ebbrezza; il giovane
luogotenente altero che si ritira sotto la tenda, studia le sue
carte alla luce d'un lume, e non fa mistero agli amici del suo
disprezzo per come va il mondo; finanche il futuro statista. Ma
non dimentichiamo neppure il cortigiano ignobile, che, per non
dispiacere, accetta di ubriacarsi alla tavola imperiale; il
giovincello che sentenzia dall'alto su ogni questione con
sicumera ridicola; il parlatore frivolo, capace di perdere un
amico per una battuta; il soldato, che compie con precisione
meccanica i suoi bassi compiti da gladiatore. E ricordiamo pure
quel personaggio vacuo, senza nome, senza posto nella storia, ma
che me stesso tanto quanto tutti gli altri, semplice zimbello
delle cose, null'altro che un corpo, disteso sul letto da campo,
distratto da un profumo, preoccupato d'un soffio, vagamente
attento al ronzio incessante di un'ape. Poco a poco, entrava in
funzione un nuovo venuto, un direttore di compagnia, un regista.
Conoscevo i nomi dei miei attori; regolavo loro entrate e uscite
plausibili; tagliavo le risposte inutili; evitavo con cura gli
effetti volgari. Imparavo, infine, a non abusare del monologo.
Poco a poco, le mie azioni mi formavano.

I successi militari avrebbero potuto attirarmi l'invidia d'un
uomo che fosse stato meno grande di Traiano. Ma il coraggio era
la sola lingua che egli comprendesse immediatamente, le cui
parole gli parlassero al cuore. Fin per vedere in me un secondo
se stesso, quasi un figlio, e nulla di ci che avvenne in
seguito pot mai separarci completamente. Da parte mia, alcune
riserve alle sue opinioni, che nascevano in me, furono messe in
disparte, per il momento almeno, obliate al cospetto del suo
mirabile genio militare. M' piaciuto sempre vedere un grande
specialista al lavoro: l'imperatore, nel suo campo, era
d'un'abilit, d'una sicurezza senza pari. Messo alla testa della
Legione Minervina, la pi gloriosa di tutte, fui comandato a
distruggere le ultime trincee del nemico nella regione delle
Porte di Ferro. Accerchiata la cittadella di Sarmizegetusa,
entrai al seguito dell'imperatore nella sala sotterranea dove i
consiglieri del re Decebalo s'erano appena avvelenati, durante
l'ultimo banchetto; ed ebbi dall'imperatore l'incarico di dar
fuoco a quel singolare coacervo di morti. La sera stessa, tra i
dirupi del campo di battaglia, Traiano m'infil al dito l'anello
di diamanti che aveva ricevuto da Nerva, e ch'era rimasto quasi
il pegno della successione al potere.

Quella notte m'addormentai contento.





La mia fama nascente diffuse sul mio secondo soggiorno a Roma
quel sentimento d'euforia che avrei ritrovato pi tardi, molto
pi intenso, durante i miei anni felici. Traiano m aveva dato
due milioni di sesterzi da elargire al popolo; erano
naturalmente insufficienti, ma ormai amministravo la mia
fortuna, piuttosto considerevole, e le preoccupazioni
finanziarie non mi angustiavano pi. Avevo perduto in gran parte
la mia bassa paura di dispiacere. Una cicatrice al mento mi
forn il pretesto per portare la barba corta dei filosofi greci.
Nel vestire, adottai una semplicit, che accentuai all'epoca
imperiale: era passato per me il tempo dei braccialetti e dei
profumi. Poco importa che quella sobriet fosse ancora un
atteggiamento. M'abituavo lentamente alla privazione per se
stessa, e al contrasto, che mi colp poi, tra una collezione di
pietre preziose e le mani nude del collezionista. Per parlare
ancora dei miei abiti, durante l'anno in cui ebbi la carica di
tribuno della plebe, mi capit un incidente dal quale furono
tratti presagi. Un giorno in cui dovevo parlare al pubblico, e
pioveva a dirotto, perdetti il mantello da pioggia, di grossa
lana gallica. Costretto a pronunciare il discorso con una toga,
nelle cui pieghe l'acqua si raccoglieva come in una grondaia, mi
passavo senza posa la mano sulla fronte per scacciare la pioggia
che mi riempiva gli occhi. Raffreddarsi, a Roma, un privilegio
da imperatore, dato che con qualsiasi tempo gli interdetto di
coprirsi eccetto che con la toga: da quel giorno, la
rivenditrice dell'angolo e il mercante di cocomeri giurarono
sulla mia assunzione al trono.

Si parla spesso dei sogni della giovinezza; si dimenticano
troppo i suoi calcoli. Sono sogni anch'essi, e non meno folli
degli altri. Non ero il solo a farne durante quel periodo delle
feste romane: tutto l'esercito si avventava sulle onorificenze.
Assunsi con sufficiente buonumore la parte dell'ambizioso, una
parte che non ho mai recitata a lungo con convinzione, n senza
aver bisogno dei servigi costanti d'un suggeritore. Accettai di
adempiere con lo scrupolo pi onesto la funzione noiosa di
segretario del Senato; seppi rendere tutti i servigi utili. Lo
stile laconico dell'imperatore, mirabile al fronte, era
insufficiente a Roma; l'imperatrice, i cui gusti letterari
s'avvicinavano ai miei, lo convinse a lasciare a me il compito
di scrivergli i discorsi. Fu quello il primo dei buoni uffici
che Plotina mi rese. Ci riuscii benissimo, dato che avevo
l'abitudine a quel genere di cortigianerie: al tempo dei miei
difficili inizi, avevo redatto spesso per qualche senatore a
corto d'idee o di frasi tornite orazioni di cui finivano per
credersi autori. A lavorare allo stesso modo per Traiano,
provavo un piacere esattamente identico a quello che m'avevano
dato, adolescente, gli esercizi di retorica; solo nella mia
camera, mentre ne provavo gli effetti allo specchio, mi sentivo
imperatore. Se vogliamo, imparavo a esserlo; audacie di cui non
mi sarei creduto capace diventavano agevoli quando avrebbe
dovuto addossarsele un altro. Presi familiarit col pensiero
dell'imperatore, semplice, ma disarticolato, e perci oscuro;
m'illudevo di conoscerlo meglio di quel che non si conoscesse
lui stesso. Mi piaceva scimmiottare lo stile militare del capo,
udirlo in Senato pronunciare frasi che sembravano tipicamente
sue, e di cui ero io il solo responsabile. Altre volte, se
Traiano restava in camera, ebbi l'incarico di leggere io stesso
quei discorsi dei quali egli non prendeva nemmeno pi visione, e
il mio modo di pronunciarli - impeccabile ormai - faceva onore
alle lezioni dell'attore tragico Olimpio.

Queste funzioni quasi segrete mi valsero l'intimit
dell'imperatore, persino la sua fiducia, ma l'antica antipatia
perdurava. Essa aveva ceduto momentaneamente al piacere che
prova un principe ormai avanti negli anni a vedere un giovane
del suo stesso sangue iniziare una carriera che egli immagina,
con qualche ingenuit, destinata a continuare la sua. Ma
quell'entusiasmo forse non avrebbe zampillato tanto alto sul
campo di battaglia di Sarmizegetusa se non si fosse aperto
faticosamente il varco attraverso molteplici strati di
diffidenza. Ritengo anzi che vi fosse qualche cosa di pi
dell'animosit inestirpabile basata su dissidi composti a
stento, su diversit di temperamento, o semplicemente su umori
d'un uomo che avanza negli anni. L'imperatore detestava
d'istinto i subalterni indispensabili. Sarebbe stato pi
disposto a comprendere, da parte mia, un misto di zelo e
d'irregolarit nel servizio; a furia d'essere irreprensibile,
gli apparivo quasi sospetto. Lo si pot constatare quando
l'imperatrice credette di giovare alla mia carriera combinandomi
un matrimonio con la nipote di Traiano. Traiano vi si oppose
ostinatamente, adducendo la mia mancanza di virt domestiche, la
giovinezza estrema della fanciulla, e persino quelle storie di
debiti, ormai lontane. L'imperatrice si ostin, e mi ci misi di
puntiglio anch'io: a quell'et, Sabina non era completamente
sprovvista di fascino. Questo matrimonio, bench temperato da
una lontananza quasi continua, in seguito ha rappresentato per
me una tale fonte di irritazioni e di fastidi che mi costa uno
sforzo ricordare che fu un trionfo per un ambizioso ventottenne
quale ero.

Ero pi che mai di famiglia; fui costretto, pi o meno, a
viverci. Ma tutto mi spiaceva in quell'ambiente, salvo il bel
viso di Plotina. Le comparse spagnole, i cugini di provincia
abbondavano alla mensa imperiale, cos come li ritrovai pi
tardi ai pranzi di mia moglie, durante i miei rari soggiorni a
Roma; e non dir neppure che li ritrovai invecchiati, perch
sembravano centenari gi a quei tempi. Esalava da costoro una
saggezza ottusa, una specie di prudenza irrancidita. La vita
dell'imperatore era trascorsa quasi tutta alle armi, conosceva
Roma infinitamente meno bene di me. Metteva un lodevole impegno
a circondarsi di tutto ci che l'Urbe gli offriva di meglio, o
che gli veniva presentato per tale. Il gruppo ufficiale degli
intimi si componeva di uomini rispettabili per dignit e
onorabilit, ma di cultura un po' goffa, di filosofia senza
consistenza, che non si spingeva al fondo delle cose. Non m'
andata mai molto a genio l'amabilit affettata di Plinio, e
l'inflessibilit sublime di Tacito mi pareva racchiudere una
visione del mondo da repubblicano reazionario, fermo all'epoca
della morte di Cesare. I veri intimi, erano d'una volgarit
disgustosa, il che per il momento m'evit di correre ancora dei
rischi. Usavo per la cortesia indispensabile verso tutte quelle
persone tanto diverse: deferente verso gli uni, compiacente
verso gli altri, triviale quando occorreva, abile, ma non
troppo. La versatilit m'era necessaria; ero multiforme per
calcolo, incostante per gioco. Camminavo su di un filo. I corsi
che avrei dovuto seguire non erano quelli d'un attore, ma d'un
acrobata.





In quell'epoca mi si rimprover qualche adulterio con le
patrizie. Due o tre di questi legami tanto biasimati durarono,
pi o meno, sino agli inizi del mio principato. Roma, incline
alla dissolutezza, non ha mai approvato l'amore in coloro che
governano: ne hanno saputo qualcosa Marc'Antonio e Tito. Le mie
avventure erano pi modeste; ma, dati i costumi che abbiamo, non
vedo come avrebbe fatto altrimenti a entrare in intimit con le
donne un uomo che le cortigiane hanno disgustato sempre, e che
gi era seccato a morte del matrimonio. I miei nemici, primo tra
tutti quel detestabile Serviano, il mio vecchio cognato - al
quale l'aver trenta anni pi di me consentiva di usarmi le
sollecitudini del pedagogo unitamente a quelle della spia
pretendevano che in quegli amori c'entrassero ambizione e
curiosit pi della passione vera e propria; che l'intimit con
le mogli mi introduceva a poco a poco nei segreti politici dei
mariti, e che le confidenze delle amanti equivalevano per me ai
rapporti di polizia di cui mi dilettai in seguito. E' ben vero
che ogni legame di qualche durata finiva per procurarmi quasi
inevitabilmente l'amicizia di un marito, gracile o corpulento,
pretensioso o timido, quasi sempre cieco; ma per solito ne
cavavo scarso diletto e meno ancora profitto. Anzi, devo pur
confessare che certi racconti indiscreti che le mie amanti mi
sussurravano nel talamo, finivano per destare in me una simpatia
per quei mariti tanto derisi e cos incompresi. Quei legami,
piacevoli se con donne esperte, diventavano conturbanti se erano
belle. Studiavo le arti; mi familiarizzavo con le statue;
imparavo a conoscere meglio la Venere di Cnido o la Leda
tremante sotto il peso del cigno. Era il mondo di Tibullo e di
Properzio: malinconia, ardori un po' manierati, ma che
stordivano come una melodia frigia, baci furtivi sulle scale,
sciarpe fluttuanti sui seni, commiati all'alba, e serti di fiori
lasciati sulle soglie.

Di quelle donne ignoravo quasi tutto: la parte che mi donavano
della loro esistenza stava tra due porte socchiuse; l'amore, di
cui parlavano continuamente, a volte mi sembrava fatuo come una
delle loro ghirlande, un gioiello alla moda, un accessorio
costoso e fragile; e sospettavo che si dessero la passione
insieme al rossetto. La mia vita non era meno misteriosa per
loro, e non desideravano affatto conoscerla, preferivano
sognarla a modo loro. Finivo per comprendere che lo spirito del
gioco esigeva quei travestimenti incessanti, quegli eccessi
nelle confessioni e nei rimproveri, quel piacere a volte
ostentato e a volte dissimulato, quegli incontri studiati come
figure di danza. Persino nei bisticci, si attendeva da me una
risposta gi prevista, e la bella in lacrime si torceva le mani
come sulla scena.

Ho pensato spesso che coloro che amano appassionatamente le
donne sono sedotti dal tempio e dal rituale del culto quanto
dalla dea in persona: si dilettano delle dita arrossate
dall'henn, dei profumi, dei mille accorgimenti che dnno
risalto alla bellezza e a volte la costruiscono per intero.
Idoli teneri, assai diversi dalle grandi femmine barbare, o
dalle nostre contadine massicce e dure; esse nascevano dalle
volute dorate delle grandi citt, dalle arti del tintore o dal
vapore rorido delle terme come Venere da quello dei flutti
greci. Si stentava a dissociarle dalla dolcezza febbrile di
certe serate d'Antiochia, dall'eccitazione delle mattinate
romane, dai nomi famosi che portavano, da quel lusso di cui
l'ultima trovata era di mostrarsi nude, ma mai senza gioielli.
Avrei desiderato molto di pi: la creatura umana spoglia, sola
con se stessa, come a volte bisognava bene che fosse, per una
malattia, o dopo la morte d'un primo figlio, o quando allo
specchio appare la prima ruga. Un uomo che legge, o che pensa, o
che fa calcoli, appartiene alla specie, non al sesso; nei suoi
momenti migliori sfugge persino al concetto dell'umano. Ma le
mie amanti pareva si facessero una gloria di non pensare se non
da donne; lo spirito, l'anima, che cercavo, non era anch'essa
che un profumo.

Doveva pur esserci qualche altra cosa: nascosto dietro una
tenda, come il personaggio d'una commedia, in attesa del momento
propizio, spiavo con curiosit i rumori d'una casa sconosciuta,
il suono particolare d'un cicalare di donne, lo scoppio d'una
collera o d'una risata, i mormorii di un'intimit, tutto quello
che cessava quando si sapeva che ero l. I bambini, il pensiero
incessante dei vestiti, le angustie economiche, certo in mia
assenza assumevano di nuovo un'importanza che mi si teneva
nascosta; il marito stesso, tanto beffato, diventava essenziale,
fors'anche amato. Confrontavo il volto delle mie amanti al viso
arcigno delle donne di casa mia, le econome e le ambiziose,
occupate senza posa a verificare i conti della spesa e a
sorvegliare che si avesse cura dei busti degli antenati; mi
chiedevo se quelle gelide matrone non si offrivano anch'esse a
un amante, sotto la pergola del giardino, o se le mie facili
bellezze non aspettavano che l'atto di congedarmi per ripiombare
in una disputa con l'amministratore. Cercavo alla meglio di far
legare insieme questi due volti del mondo femminile.

L'anno scorso, poco dopo la cospirazione nella quale Serviano ha
finito per perdere la vita, una delle mie amanti d'altri tempi
s' preso il disturbo di venire in Villa per denunciarmi uno dei
suoi generi. Non ho tenuto conto dell'accusa, che poteva
derivare dal rancore di una suocera quanto dal desiderio
d'essermi utile; ma m'interessarono le sue lamentazioni: si
trattava soltanto, come in altri tempi al tribunale delle
successioni, di testamenti, di macchinazioni tenebrose tra
parenti, di matrimoni inattesi o disgraziati. Ritrovavo la
visuale limitata delle donne, il loro duro senso pratico, il
loro cielo grigio non appena cessa di ridervi l'amore. Certe
acrimonie, e una specie di ruvida lealt, m hanno ricordato la
mia insopportabile Sabina. I tratti del volto parevano
appiattiti, sfatti, come se la mano del tempo fosse passata e
ripassata brutalmente su una maschera di cera molle; quel che
per breve tempo avevo consentito a prendere per bellezza non era
stato mai che un fiore di giovinezza effimera. Ma l'artificio
regnava ancora: quel viso rugoso si serviva maldestramente del
sorriso. I ricordi di volutt trascorse, se mai ce n'erano
state, s'erano per me cancellati del tutto; restava uno scambio
di frasi affabili con una creatura segnata come me dagli
acciacchi e dall'et, la stessa benevolenza annoiata che avrei
mostrato a una vecchia cugina spagnola, a una lontana parente
piovuta da Narbona.

Faccio di tutto per ritrovare un istante le volute di fumo, le
bolle d'aria iridate d'un gioco infantile. Ma facile
dimenticare... Sono passate tante cose, dopo quei lievi amori,
che senza dubbio ne disconosco il sapore; mi piace soprattutto
affermare che non mi fecero mai soffrire. E tuttavia, tra tutte
queste amanti, ce n' almeno una che ho deliziosamente amata.
Era al tempo stesso pi delicata e pi salda, pi tenera e pi
dura delle altre; quel suo torso esile e pieno faceva pensare a
una canna. Mi piaciuta sempre la bellezza delle capigliature,
quell'onda serica e fluttuante; ma, nella maggior parte delle
nostre donne, le chiome sono torri, labirinti, barche, o
grovigli di vipere. La sua, consentiva a essere quel che mi
piace che siano: il grappolo d'uva delle vendemmie, o un'ala.
Distesa sul dorso, appoggiando su di me la piccola testa altera,
mi parlava dei suoi amori con mirabile inverecondia. Amavo in
lei il furore e il distacco nel piacere, i gusti raffinati, la
smania di tormentarsi l'anima. Sapevo che aveva dozzine
d'amanti; ne perdeva il conto; io non ero che una comparsa che
non esigeva la fedelt. S'era innamorata d'un danzatore chiamato
Batilla, cos bello da giustificare qualsiasi follia. Tra le mie
braccia, singhiozzava il suo nome; la mia approvazione la
incoraggiava. In altri momenti, quanto abbiamo riso insieme!
Mor, giovane, in un'isola malsana dove l'aveva esiliata la
famiglia, in seguito a un divorzio che fece scandalo. Me ne
rallegro per lei, perch aveva paura d'invecchiare: ma un
sentimento che non proviamo mai verso coloro che abbiamo
veramente amato. Aveva bisogno di somme enormi. Un giorno, mi
chiese di prestarle centomila sesterzi. Glieli portai
l'indomani. Sedette in terra, nitida come la figuretta d'una
giocatrice di dadi, vuot il sacco sull'impiantito, e si mise a
dividere in mucchietti quel cumulo lucente. Sapevo che per lei,
come per tutti noi prodighi, quei pezzi d'oro non erano monete
di zecca, segnate dalla testa d'un Cesare, ma una materia
magica, un danaro personale, battuto sull'effige d'una chimera,
al conio del danzatore Batilla. Io non esistevo pi. Era sola.
Quasi brutta, con la fronte aggrottata, in una indifferenza
incantevole per la propria bellezza, faceva e rifaceva sulle
dita, con una smorfia da scolaretta, le addizioni difficili. Non
mi piacque mai tanto come quel giorno.





La notizia delle incursioni sarmate giunse a Roma durante la
celebrazione del trionfo di Traiano sui Daci. Questa festa,
differita per tanto tempo, durava da otto giorni. C'era voluto
quasi un anno per far venire dall'Africa e dall'Asia gli animali
selvatici che si volevano uccidere in massa nell'arena; la
strage di dodicimila belve, lo sgozzamento metodico di diecimila
gladiatori rendevano Roma un tetro luogo di morte. Quella sera,
mi trovavo sulla terrazza in casa di Attiano, in compagnia di
Marcio Turbo e del nostro ospite. La citt illuminata era
orrenda nel suo giubilo fragoroso: quella dura guerra, alla
quale Marcio e io avevamo consacrato quattro anni della nostra
giovinezza, diventava per la plebaglia un pretesto di bagordi
avvinazzati, un brutale trionfo di seconda mano. Non era
opportuno far sapere al popolo che quelle vittorie tanto vantate
non erano definitive, e che un nuovo nemico calava sui nostri
confini. L'imperatore, gi tutto rivolto ai suoi progetti
d'Asia, si disinteressava quasi del tutto della situazione a
nord-est, e preferiva considerarla appianata una volta per
sempre. Quella prima guerra sarmata fu presentata come una
semplice spedizione punitiva; io vi fui inviato con la carica di
governatore della Pannonia e i poteri di generale in capo.

La guerra dur undici mesi, e fu atroce. Ritengo tuttora che
l'annientamento dei Daci sia stato quasi giustificato: non v'
capo di Stato che tolleri di buon grado l'esistenza d'un nemico
organizzato alle porte. Ma il crollo del regno di Decebalo aveva
creato in quelle regioni un vuoto nel quale si precipitarono i
Sarmati; bande scaturite da chiss dove infestarono un paese
devastato da anni di guerra, arso e riarso dalle nostre truppe,
nel quale i nostri effettivi insufficienti mancavano di punti
d'appoggio: pullularono come vermi sul cadavere delle nostre
vittorie sui Daci. I successi recenti avevano minato la nostra
disciplina; agli avamposti ritrovavo un po' la noncuranza
triviale delle feste romane. Alcuni tribuni mostravano una
sicumera idiota di fronte al pericolo: rischiosamente isolati in
una regione di cui la sola parte di cui fossimo esperti era il
nostro antico confine, per seguitare a vincere facevano
affidamento sul nostro armamento che vedevo scemare di giorno in
giorno per effetto delle perdite e dell'usura, e su rinforzi che
non m'aspettavo di veder arrivare, ben sapendo che ormai tutte
le nostre risorse sarebbero state concentrate contro l'Asia.

Un altro pericolo cominciava a profilarsi: quattro anni di
requisizioni ufficiali avevano rovinato i villaggi dietro le
linee; sin dalle prime campagne daciche, per ogni mandria di
montoni o di buoi solennemente sottratti al nemico, avevo visto
sfilate innumerevoli di bestiame strappato ai civili. Se quello
stato di cose perdurava, s'avvicinava il momento in cui le
popolazioni contadine, stanche di sopportare la nostra gravosa
macchina militare, avrebbero finito per preferire i barbari a
noi. Le rapine della soldatesca ponevano un problema forse meno
essenziale, ma pi vistoso. Ero per abbastanza popolare per
imporre senza timori le pi rigide restrizioni alle truppe:
lanciai la moda d'una austerit che praticai per primo; inventai
il culto della Disciplina Augusta che pi tardi mi riusc di
estendere a tutto l'esercito. Rimandai a Roma gli imprudenti e
gli ambiziosi, che mi intralciavano il lavoro, e, in cambio,
feci venire qualche esperto, di cui difettavamo. Fu necessario
restaurare le opere difensive che l'orgoglio delle recenti
vittorie ci aveva fatto stranamente trascurare, abbandonai una
volta per tutte quelle che sarebbe stato troppo costoso
mantenere. Gli amministratori civili, insediati solidamente nel
disordine che segue ogni guerra, passavano gradualmente al rango
di capi semindipendenti, capaci di qualsiasi esazione nei
confronti dei nostri sudditi e di qualunque tradimento nei
confronti nostri. Anche qui vedevo prepararsi, in un avvenire
pi o meno prossimo, le rivolte, lo spezzettamento futuro. Non
credo che eviteremo questi disastri, cos come non eviteremo la
morte, ma dipende da noi ritardarli di qualche secolo. Cacciai i
funzionari incapaci; feci giustiziare i peggiori. Scoprii
d'essere spietato.

A un'estate umida successe un autunno nebbioso, poi un inverno
rigido. Mi servirono molto le antiche nozioni di medicina, prima
d'ogni altra cosa per curare me stesso. Quella vita di frontiera
a poco a poco mi riduceva al livello dei Sarmati: la corta barba
del filosofo greco diventava quella del capo trib barbaro.
Rividi, sino alla nausea, quello che si era gi visto durante le
campagne daciche. I nostri nemici bruciavano vivi i prigionieri,
e noi cominciammo a sgozzare i nostri, in mancanza di mezzi di
trasporto per avviarli ai mercati di schiavi di Roma o
dell'Asia. I pali delle nostre staccionate furono irti di teste
mozze. Il nemico torturava gli ostaggi: cos morirono molti dei
miei amici. Uno di essi si trascin sino al campo sulle gambe
insanguinate, sfigurato al punto che, in seguito, non mi riusc
mai pi di ricordarne il viso intatto. L'inverno prelev le sue
vittime: gruppi di cavalleria restarono presi nel ghiaccio o
trascinati dalle piene del fiume, malati dilaniati dalla tosse
rantolavano sotto le tende, si congelavano i moncherini dei
feriti. Un gruppo, animato da una buona volont ammirevole, mi
si strinse intorno; la schiera, esigua ma rigorosamente scelta,
ai miei ordini, era dotata della forma pi alta di virt,
l'unica che io sopporti ancora: la ferma determinazione di esser
utile. Un disertore sarmata, che avevo fatto mio interprete,
rischi la vita per tornare a fomentare rivolte o tradimenti
nella sua trib; mi riusc di venire a patti con quell'orda, e
da quel giorno i suoi uomini combatterono ai nostri avamposti,
proteggendo i nostri soldati. Qualche colpo di audacia,
imprudente di per s, ma abilmente sfruttato, prov al nemico
l'assurdit di attaccare Roma. Uno dei capi sarmati segu
l'esempio di Decebalo; lo trovarono morto nella sua tenda di
feltro, accanto alle sue mogli strangolate e a un fagotto
orrendo che conteneva i loro bambini. Quel giorno, il mio
naturale disgusto per lo sperpero inutile si estese anche alle
perdite dei barbari; rimpiansi quei morti che Roma avrebbe
potuto assimilare per valersene un giorno, come alleati, contro
orde ancor pi selvagge. I nostri assalitori sbandati si
dileguarono come erano venuti, in quella regione oscura, dalla
quale si leveranno senza dubbio ben altre procelle. La guerra
non era finita. Dovetti riprenderla e condurla a termine qualche
mese dopo essere salito al trono. L'ordine, per il momento
almeno, regnava su quei confini. Tornai a casa coperto d'onori;
ma ero invecchiato.





Il mio primo consolato fu anch'esso un anno di guerra, una lotta
segreta, ma continua, in favore della pace. Ma non la combattevo
da solo. Prima del mio ritorno, s'era verificato
nell'atteggiamento di Licinio Sura, di Attiano, di Turbo, un
cambiamento analogo a quello che si era prodotto in me, come se,
a onta della severa censura che praticavo sulle mie lettere, i
miei amici mi avessero gi compreso, preceduto, o seguito. In
altri tempi, gli alti e bassi della mia sorte mi impacciavano
soprattutto riguardo a essi; paure, impazienze che da solo avrei
sopportato a cuor leggero, si facevano opprimenti se mi vedevo
costretto a celarle alla loro sollecitudine o a infliggerne loro
la confidenza; mi risentivo di quell'affetto che li angustiava
per me pi di me stesso, e che mai li portava a scoprire, sotto
le agitazioni esteriori, l'essere tranquillo, al quale nulla
importa davvero, e che per conseguenza pu sopravvivere a tutto.
Ma, ormai, mi mancava il tempo per interessarmi a me stesso,
come del resto per disinteressarmene. Calava nell'ombra la mia
persona, proprio perch il mio punto di vista cominciava a
contare. Ci che importava, era che qualcuno si opponesse alla
politica di conquiste, ne valutasse le conseguenze e la fine, e
si preparasse, se possibile, a ripararne gli errori.

Il mio posto alla frontiera m'aveva svelato un aspetto della
vittoria che non figura sulla Colonna Traiana. Tornare
all'amministrazione civile mi consent di raccogliere, contro i
guerrafondai, una documentazione ancor pi decisiva di tutte le
prove accumulate in guerra. I quadri delle legioni e la guardia
pretoriana, per intero, son formati esclusivamente da elementi
italiani; quelle guerre lontane esaurivano le riserve d'un paese
gi povero d'uomini. Quelli che non morivano, erano perduti
quanto gli altri, per la patria vera e propria, dato che
venivano dislocati d'autorit nelle terre di recente conquista.
Anche in provincia, verso quell'epoca, il sistema di
reclutamento provoc gravi rivolte. Un viaggio in Spagna, che
intrapresi qualche tempo dopo per sorvegliare lo sfruttamento
delle miniere di rame appartenenti alla mia famiglia, mi prov
il disordine che la guerra aveva condotto in tutti i rami
dell'economia; mi convinse pienamente, alfine, la fondatezza
delle proteste degli uomini d'affari che frequentavo a Roma. Non
avevo l'ingenuit di credere che dipendesse solo e sempre da noi
evitare qualsiasi guerra; ma volevo che si combattessero solo
quelle difensive: sognavo un esercito addestrato a conservare
l'ordine sulle frontiere; ero pronto a rettificarle purch
fossero sicure. Qualsiasi ingrandimento nel gi vasto organismo
dell'impero, mi faceva l'effetto d'una escrescenza malsana, un
cancro, un'idropisia che avrebbe finito per ucciderci.

Nessuna di queste opinioni avrebbe potuto essere prospettata
all'imperatore. Era giunto in quella fase dell'esistenza,
variabile per ciascuno, in cui l'essere umano si abbandona al
suo demone o al suo genio, segue una legge misteriosa che gli
ingiunge di distruggere o superare se stesso. Nell'insieme, il
suo principato era stato ammirevole; ma le opere della pace,
alle quali lo avevano saggiamente indotto i suoi consiglieri
migliori, i progetti grandiosi dei legislatori e degli
architetti, avevano sempre contato meno d'una sola vittoria. La
follia dello sperpero s'era impadronita di quell'uomo che era
d'una parsimonia lodevole quando si trattava delle sue esigenze
personali. L'oro dei barbari, ripescato sotto il letto del
Danubio, i cinquecentomila lingotti del re Decebalo erano stati
sufficienti a risarcire le elargizioni concesse al popolo, le
donazioni militari, di cui avevo ricevuto la mia parte anch'io,
il lusso insensato dei giochi, le spese iniziali dei grandiosi
progetti militari in Asia. Queste ricchezze malefiche
diffondevano una illusoria euforia sullo stato reale delle
finanze. Quella fortuna che proveniva dalla guerra tornava a
essere inghiottita dalla guerra.

In questo frattempo mor Licinio Sura. Tra i consiglieri privati
dell'imperatore era il pi moderato. La sua morte fu per noi una
battaglia perduta. Per me, Sura aveva mostrato sempre una
sollecitudine paterna; da qualche anno ormai, le deboli forze
che gli lasciava il male non gli consentivano pi la diuturna
fatica dell'ambizione personale, ma gli furono sempre
sufficienti a servire un uomo di cui condivideva le opinioni. La
conquista dell'Arabia era stata intrapresa contro i suoi
consigli; lui solo, se avesse vissuto, avrebbe potuto evitare
allo Stato le tribolazioni e gli sperperi immani della campagna
contro i Parti. Divorato gi dalla febbre, dedicava le sue ore
insonni a discutere con me progetti che lo sfibravano, ma il cui
esito gli stava a cuore pi che qualche briciola ancora di vita.
Al suo capezzale ho vissuto in anticipo, sino al pi minuto
particolare amministrativo, alcune delle fasi future del mio
regno. Le critiche di quell'agonizzante risparmiavano
l'imperatore, ma egli sentiva che quel po' di saggezza che
restava al regime moriva con lui. Se avesse vissuto due o tre
anni di pi, forse mi sarebbero state evitate certe vie traverse
di cui fu improntata la mia scalata al potere; sarebbe riuscito
a persuadere l'imperatore a compiere l'adozione pi presto, allo
scoperto. Ma le parole estreme di quell'uomo di Stato, che mi
lasciava in eredit il suo compito arduo, sono state per me
un'investitura imperiale.

Se aumentava il gruppo dei miei sostenitori, altrettanto
accadeva a quello dei miei nemici. Il pi pericoloso dei miei
avversari era Lusio Quieto, nelle cui vene scorreva sangue
romano e arabo; i suoi squadroni numidi avevano avuto una parte
considerevole nella seconda campagna dacica; era un fautore
esagitato della guerra in Asia. Tutto mi era detestabile in
quell'individuo: il lusso esotico, gli svolazzi pretensiosi dei
suoi veli bianchi orlati d'un cordone d'oro, quei suoi occhi
sfuggenti e insieme arroganti, la sua crudelt indicibile verso
i Popoli vinti e assoggettati. Quei capi del partito militare si
decimavano tra loro nelle lotte intestine, ma coloro che
restavano non facevano che cementare sempre pi il loro potere,
e io ero esposto sempre pi alla diffidenza di Palma e all'odio
di Celso. La mia posizione personale, per fortuna, era quasi
inespugnabile. L'amministrazione civile era sempre pi nelle mie
mani, da quando l'imperatore attendeva esclusivamente ai suoi
progetti di guerra. I miei amici, i quali soltanto avrebbero
potuto soppiantarmi per la loro capacit e la conoscenza degli
affari, dimostravano una modestia nobilissima preferendomi a se
stessi. Nerazio Prisco, nel quale l'imperatore aveva una grande
fiducia, si limitava ogni giorno di pi, deliberatamente, alla
sua attivit legale. Attiano organizzava la sua esistenza nella
finalit di servirmi; avevo la cauta approvazione di Plotina. Un
anno prima della guerra, fui promosso alla carica di governatore
della Siria, alla quale in seguito si aggiunse quella di legato
presso l'esercito. Incaricato di controllare e di organizzare le
nostre basi, divenni cos una delle leve di comando di
un'impresa che giudicavo insensata. Esitai qualche tempo, poi
accettai: rifiutare significava precludersi la strada maestra
per il potere proprio in un momento in cui il potere mi stava a
cuore pi che mai. E significava altres privarsi dell'unica
possibilit di rappresentare la mia parte di moderatore.

Durante quei pochi anni che precedettero la grande crisi, avevo
preso una decisione che mi fece giudicare definitivamente
frivolo dai miei nemici, e che in parte aveva proprio lo scopo
di suscitare tale giudizio e parare cos ogni attacco: ero
andato a passar qualche mese in Grecia. La politica, almeno in
apparenza, non entrava per nulla in questo viaggio. Fu
un'escursione di piacere e di studi: ne riportai qualche coppa
incisa, e alcuni libri che divisi con Plotina. Laggi ricevetti,
tra tutti i miei onori ufficiali, quello che accettai con gioia
pi viva: fui nominato arconte di Atene. Mi concessi qualche
mese di operosit e di svaghi facili, di passeggiate, in
primavera, sulle colline disseminate di anemoni, di contatti
amichevoli col marmo nudo. A Cheronea, dove ero andato a
commuovermi sulle antiche coppie di amici del Battaglione Sacro,
fui per due giorni ospite di Plutarco. Il mio Battaglione Sacro
l'avevo avuto anch'io, ma, come mi accade spesso, la mia vita
privata mi commoveva meno della storia. Andai a caccia
nell'Arcadia; pregai a Delfi. A Sparta, sulle rive dell'Eurota,
i pastori m'insegnarono un'antichissima aria sul flauto, un
singolare canto di uccello. Nei pressi di Megara, c'era una
festa di nozze tra contadini che dur tutta la notte; i miei
compagni e io ci avventurammo nelle danze, il che ci sarebbe
stato vietato dai rigidi costumi di Roma.

Erano dappertutto visibili le tracce dei nostri crimini: le mura
di Corinto demolite da Memnio, e, nel fondo dei santuari, le
nicchie rimaste vuote in seguito alla rapina di statue
organizzata durante lo scandaloso viaggio di Nerone. La Grecia
menava una vita grama, in un'atmosfera di grazia pensosa, di
sottile lucidit, di saggia volutt. Nulla era mutato dall'epoca
in cui l'allievo del retore Iseo aveva respirato per la prima
volta quell'odore di miele tiepido, di sale e di resina: nulla,
insomma, era mutato da secoli. La sabbia delle palestre era
sempre bionda come l'antica; non le frequentavano pi Fidia e
Socrate, ma i giovinetti che vi si esercitavano somigliavano
ancora al delizioso Carmide. A volte, mi sembrava che lo spirito
greco non avesse spinto sino alle sue conclusioni estreme le
premesse del proprio genio: restavano da cogliersi i frutti; le
spighe maturate al sole e gi recise rappresentavano poca cosa
accanto alla promessa eleusina del grano celato in quella bella
terra. Persino presso i miei selvaggi nemici, i Sarmati, avevo
trovato qualche vaso dalla linea pura, uno specchio adorno d'una
immagine d'Apollo: barlumi di Grecia, simili a un pallido sole
sulla neve. Intravvedevo la possibilit di ellenizzare i
barbari, di atticizzare Roma, di imporre pian piano al mondo la
sola cultura che un giorno si sia affrancata dal mostruoso,
dall'informe, dall'inerte, che abbia inventato una definizione
del metodo, una teoria della politica e del bello. Il sottile
disdegno dei Greci, che non ho mai cessato di avvertire anche
dietro i loro omaggi pi fervidi, non mi offendeva affatto; lo
trovavo naturale; quali che fossero le virt che mi
distinguevano da loro, sapevo che sarei stato sempre meno sagace
d'un marinaio di Egina, meno saggio d'un'erbivendola dell'Agor.
Accettavo senza irritarmi la compiacenza un po' altera di quella
razza fiera; accordavo a tutto un popolo i privilegi che ho
sempre cos facilmente concesso alle persone amate. Ma per
lasciare ai Greci il tempo di continuare l'opera loro, di
portarla a compimento, era indispensabile qualche secolo di
pace, e gli ozi indisturbati, le libert moderate che la pace
consente. La Grecia contava su di noi affinch le facessimo da
guardiani, dato che in fin dei conti pretendiamo d'essere i suoi
padroni. Promisi a me stesso di vegliare sul dio disarmato.





Occupavo da un anno la carica di governatore in Siria, quando
Traiano mi raggiunse ad Antiochia. Veniva a ispezionare gli
ultimi preparativi della spedizione d'Armenia che, nei suoi
disegni, preludeva all'attacco contro i Parti. L'accompagnavano
come sempre Plotina e la nipote Matidia, la mia indulgente
suocera, che da anni lo seguiva al campo in qualit
d'intendente. Celso, Palma, Nigrino, i miei vecchi nemici,
sedevano ancora nel Consiglio e dominavano lo Stato maggiore.
Tutti costoro si accomodarono alla meglio nel palazzo, in attesa
che la campagna avesse inizio; e ripresero, con rinnovato
vigore, gli intrighi di corte. Ciascuno faceva il suo gioco, in
attesa che la guerra gettasse i suoi dadi.

L'esercito mosse quasi subito verso il Nord. E io vidi
allontanarsi con esso la fitta calca di alti funzionari, di
ambiziosi, e di inutili. L'imperatore e il suo seguito fecero a
Commagena una sosta di pochi giorni, in occasione di feste gi
trionfali; i piccoli re d'Oriente, riuniti a Satala, fecero a
gara per protestargli una lealt sulla quale, al posto di
Traiano, non avrei fatto troppo affidamento per l'avvenire.
Lusio Quieto, il mio rivale pi pericoloso, alla testa degli
avamposti, nel corso d'una vasta incursione militare, occup le
sponde del lago di Van; la parte settentrionale della
Mesopotamia, evacuata dai Parti, fu annessa senza difficolt;
Abgar, il re d'Osroene, fece atto di sottomissione a Edessa.
L'imperatore torn ad Antiochia a occupare i suoi quartieri
d'inverno, rinviando a primavera l'invasione vera e propria
dell'impero partico, ma gi deciso a non accettare alcuna
proposta di pace. Tutto si era svolto secondo i suoi piani. La
gioia di tuffarsi finalmente in quell'avventura, differita per
tanto tempo, restituiva quasi una nuova giovinezza a quell'uomo
di sessantaquattro anni.

Le mie previsioni, per, restavano cupe. L'elemento ebreo e
quello arabo erano sempre pi ostili alla guerra; i grandi
proprietari delle province si irritavano di dover indennizzare
le spese provocate dal passaggio delle truppe; le citt mal
tolleravano l'imposizione di nuovi tributi. Sin dal ritorno
dell'imperatore, si verific una prima sciagura, preludio di
tutte le altre; un terremoto, nel cuore d'una notte di dicembre,
distrusse in pochi istanti quasi una met di Antiochia. Traiano,
contuso per la caduta d'un trave, continu eroicamente a
occuparsi dei feriti, e tra le persone pi intime attorno a lui
vi furono dei morti. La plebaglia siriana subito and a caccia
dei responsabili del sinistro: l'imperatore, derogando per una
volta dai suoi principi di tolleranza, commise l'errore di
lasciar massacrare un gruppo di cristiani. Personalmente ho
pochissima simpatia verso quella setta, ma lo spettacolo di quei
vecchi frustati con le verghe e dei bambini torturati contribu
all'inasprimento degli spiriti e rese ancor pi tetro quel
sinistro inverno. Mancava il danaro per sanare immediatamente
gli effetti della sciagura: la notte, s'accampavano sulle piazze
migliaia di persone senza tetto. I miei giri d'ispezione mi
rivelavano l'esistenza d'un sordo malcontento, d'un odio segreto
e insospettato dagli alti dignitari che ingombravano il palazzo.
E tra quelle rovine, l'imperatore proseguiva i preparativi per
la campagna imminente; fu adoperata una foresta intera per la
costruzione di ponti mobili e di pontoni per traversare il
Tigri. L'imperatore aveva ricevuto con gioia tutta una serie di
titoli nuovi decretati dal Senato; non vedeva l'ora di finirla
con l'Oriente per tornare a Roma da trionfatore. Il minimo
indugio scatenava in lui furori che lo squassavano come attacchi.

L uomo che percorreva a gran passi con impazienza le vaste sale
di quel palazzo gi costruito dai Seleucidi - io stesso (che
noia!) l'avevo decorato in suo onore di iscrizioni laudatorie e
di panoplie daciche - non era pi quello che m'aveva accolto al
campo di Colonia quasi vent'anni prima. Persino le sue qualit
erano invecchiate. Quella giovialit un po' goffa che, in altri
tempi, mascherava una autentica bont, ormai non era pi che un
vezzo triviale; la sua fermezza s'era mutata in ostinazione; le
sue attitudini per le decisioni immediate e pratiche, in un
totale rifiuto di pensare. Il tenero rispetto verso
l'imperatrice e l'affetto burbero che dimostrava alla nipote
Matidia s'erano trasformati in una sudditanza senile verso
quelle donne, ai consigli delle quali, tuttavia, opponeva sempre
maggior resistenza. Le sue crisi di fegato allarmavano il suo
medico, Crito; ma egli non se ne dava pensiero. I suoi piaceri
avevano sempre mancato d'eleganza; con l'et, il loro livello
era sceso ancora pi in basso. Poco importava che l'imperatore,
compiuta la sua giornata, si abbandonasse a bagordi da caserma,
in compagnia di giovinetti nei quali trovava qualche attrattiva
o avvenenza; ma era piuttosto grave che tollerasse male il vino,
di cui abusava, e che quella corte di subalterni sempre pi
mediocri, scelti e manovrati da loschi liberti, fosse in
condizioni di assistere a tutte le mie conversazioni con lui e
di riferirle ai miei avversari. Di giorno, vedevo l'imperatore
soltanto alle riunioni di Stato maggiore, interamente dedicate
al perfezionamento dei piani, durante le quali non si dava mai
l'occasione per esprimere apertamente un'opinione. In qualsiasi
altro momento, egli evitava i colloqui in privato. Il vino
suggeriva a quest'uomo di scarsa finezza un arsenale di astuzie
grossolane. Da un pezzo s'erano dileguate le antiche
suscettibilit; egli insisteva per associarmi ai suoi piaceri;
il chiasso, le risate scomposte, le facezie pi scipite dei
giovincelli erano sempre ben accolte, quasi fossero altrettanti
modi per farmi intendere che non era il momento per le cose
serie; spiava l'istante in cui un bicchiere di pi mi avrebbe
fatto sragionare. Tutto mi girava attorno in quella sala dove le
teste dei buoi selvatici dei trofei barbari pareva mi ridessero
in viso. Le giare si succedevano; qua e l zampillava un canto
avvinazzato, o il riso lascivo e insolente d'un paggio;
l'imperatore, posando sul tavolo una mano sempre pi malferma,
murato in una ebrezza forse in parte simulata, sperduto, lontano
da tutto, sulle strade dell'Asia, sprofondava gravemente nelle
sue visioni...

Disgraziatamente, erano visioni piene di bellezza: le stesse
che, in altri tempi, m'avevano fatto pensare di abbandonare
qualsiasi cosa per seguire al di l del Caucaso le vie
settentrionali dell'Asia. Quell'incantesimo al quale
l'imperatore ormai vecchio cedeva in uno stato di sonnambulismo,
Alessandro l'aveva subito prima di lui; egli aveva realizzato
pressappoco gli stessi sogni, e ne era morto, a trent'anni. Ma
l'insidia peggiore di quei piani grandiosi consisteva appunto
nella loro ragionevolezza: come sempre, abbondavano le ragioni
pratiche per giustificare l'assurdo, per indurre
all'impossibile. Da secoli ci preoccupava il problema
dell'Oriente; sembrava naturale risolverlo una volta per tutte.
I nostri scambi di derrate con l'India e con il misterioso Paese
della Seta erano interamente alla merc dei mercanti ebrei e
degli esportatori arabi, i quali godevano la franchigia nei
porti e sulle strade dei Parti. Una volta annientato l'impero
vasto e fluttuante dei cavalieri Arsacidi, avremmo avuto
contatti diretti con quei ricchi confini del mondo: l'Asia,
unificata finalmente, sarebbe stata per Roma nient'altro che una
provincia di pi. Il porto di Alessandria d'Egitto era l'unico
dei nostri sbocchi verso l'India che non dipendesse dalla
compiacenza dei Parti; anche l, ci trovavamo continuamente in
urto con le esigenze e le rivolte delle comunit ebraiche. Il
successo della spedizione di Traiano ci avrebbe consentito di
ignorare quella citt insicura. Ma tutte queste ragioni non
m'avevano persuaso mai del tutto: mi avrebbe soddisfatto di pi
qualche abile trattato commerciale e intravvedevo gi la
possibilit di ridurre la funzione di Alessandria, creando una
seconda metropoli greca nelle vicinanze del Mar Rosso, ci che
feci in seguito, quando fondai Antinopoli. L'Asia, quel mondo
tanto complesso, cominciavo ormai a conoscerlo. I piani
semplici, di sterminio totale, che erano riusciti in Dacia, non
erano attuabili in questo paese brulicante di una vita pi
molteplice, dalle radici pi profonde: da essa dipendeva inoltre
la ricchezza del mondo. Al di l dell'Eufrate, cominciava per
noi il paese dei rischi e dei miraggi, le sabbie ove si affonda,
le strade che finiscono senza metter capo in nessun luogo. Il
minimo rovescio avrebbe prodotto come risultato una scossa al
nostro prestigio, tale che qualsiasi catastrofe avrebbe potuto
derivarne; non si trattava soltanto di vincere, ma di vincere
sempre, e in questa impresa si sarebbero logorate le nostre
forze. Gi l'avevamo tentata una volta: pensavo con orrore alla
testa di Crasso, lanciata di mano in mano come una palla durante
una rappresentazione delle "Baccanti" di Euripide, data da un re
barbaro con un'infarinatura di ellenismo la sera d'una vittoria
su di noi. Traiano sognava di vendicare quella antica sconfitta;
io, soprattutto di far s che non si ripetesse. Prevedevo
l'avvenire con sufficiente esattezza: non impossibile, in fin
dei conti, quando si conoscono in gran parte gli elementi del
presente: prevedevo qualche vittoria inutile, che avrebbe
attirato troppo avanti le nostre armate, pericolosamente
sottratte ad altre frontiere; l'imperatore in punto di morte si
sarebbe coperto di gloria e su di noi, che dovevamo vivere,
vedevo pesare il compito di risolvere tutti i problemi e
rimediare a tutti i mali.

Aveva ragione Cesare a preferire d'essere il primo in un
villaggio che il secondo a Roma. Non per ambizione o per
vanagloria, ma perch chi occupa un ruolo secondario non ha
altra scelta se non tra i pericoli dell'obbedienza, quelli della
rivolta e quelli, ancor pi gravi, del compromesso. E io non ero
neppure il secondo, a Roma. L'imperatore, in procinto di partire
per una spedizione irta di pericoli, non aveva ancora designato
il suo successore: ogni passo in avanti offriva un'occasione
propizia ai capi di Stato maggiore. Quell'uomo quasi ingenuo, in
quel momento mi sembrava pi complicato di me stesso; solo le
sue asprezze mi rassicuravano: l'imperatore mi trattava
rudemente, come un figlio. In altri momenti, mi aspettavo
d'esser soppiantato da Palma, o soppresso da Quieto, non appena
fosse possibile fare a meno dell'opera mia. Ero privo d'ogni
potere: non mi riusc neppure d'ottenere un'udienza per i membri
influenti del Sinedrio di Antiochia, i quali temevano quanto noi
i colpi di forza degli agitatori giudei, ed erano in grado
d'illuminare Traiano sui maneggi dei loro correligionari. Non
ottenne ascolto neppure Latinio Alessandro, un amico mio che
discendeva da una delle pi antiche famiglie reali dell'Asia
Minore, e godeva di grandissimo prestigio sia per il nome sia
per la fortuna. Plinio, inviato in Bitinia quattro anni prima,
vi era morto senza aver avuto il tempo d'informare l'imperatore
sullo stato esatto degli animi e delle finanze - ammesso che il
suo ottimismo incurabile glielo avrebbe concesso. I rapporti
segreti del mercante licio Opramoa, molto addentro nella
situazione asiatica, furono messi in ridicolo da Palma. I
liberti profittavano dei giorni di malessere che seguivano le
serate di ubriachezza dell'imperatore, per escludermi dalla sua
camera: l'ordinanza, un certo Fedima, uomo onestissimo ma ottuso
e montato contro di me, due volte me ne ricus l'accesso, mentre
il consolare Celso, un mio nemico, una sera si chiuse con
Traiano in un conciliabolo che dur per ore, in seguito al quale
mi credetti perduto. Mi cercai alleati ove potei: corruppi a
prezzo d'oro antichi schiavi che volentieri avrei mandato alle
galere; blandii repulsive teste arricciate. Il diamante di Nerva
non sprizzava pi nessuna luce.

Fu allora che mi apparve il pi saggio dei miei geni tutelari:
Plotina. Conoscevo l'imperatrice da quasi vent'anni.
Appartenevamo allo stesso ambiente, avevamo pi o meno la stessa
et. L'avevo vista vivere senza scomporsi un'esistenza fatta di
costrizioni quasi quanto la mia, e pi spoglia di avvenire. Nei
momenti difficili, mi aveva appoggiato, senza avere l'aria
d'accorgersene ella stessa. Ma, in quelle giornate amare
d'Antiochia, la sua presenza mi divenne indispensabile, come poi
mi rest sempre la sua stima: e la ebbi, sino alla sua morte. Mi
abituai a quella figura dalle candide vesti, semplici quanto
possono esserlo quelle di una donna, ai suoi silenzi, alle sue
parole misurate che erano soltanto risposte, le pi precise che
sia possibile. In quel palazzo, pi antico degli splendori di
Roma, non era fuor di posto la sua figura: quella donna
d'estrazione recente era ben degna dei Seleucidi. Eravamo
d'accordo quasi su ogni cosa. Avevamo entrambi la passione di
abbellire indi denudare le nostre anime, di mettere il nostro
spirito a prove d'ogni genere. Ella era incline alla filosofia
di Epicuro, quel giaciglio angusto ma pulito, sul quale, a
volte, ho disteso il mio pensiero anch'io. Il mistero degli di,
che per me costituiva un tormento, non era motivo di
inquietudine per lei; e non provava neppure la mia attrazione
appassionata per la carne. Era casta per disdegno delle cose
facili, generosa per elezione pi che per natura, saggiamente
diffidente, ma pronta ad accettare tutto da un amico, persino
gli errori inevitabili. L'amicizia era un fatto elettivo per
lei, e vi s'impegnava tutta intera, vi si abbandonava
totalmente, come a me accaduto solo con l'amore. Nessuno mi ha
conosciuto quanto lei: ho lasciato che vedesse cose che ho
accuratamente dissimulate a chiunque altro: per esempio, qualche
vilt segreta. Mi piace credere che anch'essa, per parte sua,
non mi abbia taciuto quasi nulla. L'intimit dei corpi, che non
mai esistita tra noi, stata compensata da questo contatto di
due spiriti intimamente fusi l'un con l'altro.

La nostra intesa non ebbe bisogno di confessioni, di
spiegazioni, di reticenze: i fatti bastavano da soli. Ed ella li
osservava meglio di me. Sotto le trecce pesanti che la moda le
imponeva, la sua fronte pura era quella di un giudice. La sua
memoria serbava un'immagine esatta degli oggetti pi
trascurabili; non le capitava mai, come a me, di esitare troppo
a lungo, o di decidersi troppo presto. Le bastava un'occhiata
per scoprire le piste dei miei avversari pi nascosti, e
valutava i sostenitori con saggia freddezza. A dire il vero,
eravamo complici, ma chiunque avrebbe stentato a riconoscere tra
noi gli indizi d'un accordo segreto. Non commise mai l'errore
grossolano di lamentarsi dell'imperatore con me, n quello pi
sottile di scusarlo o di farne gli elogi. Da parte mia, la mia
lealt non era messa in questione. Attiano, appena arrivato da
Roma, prendeva parte a quei colloqui che a volte duravano tutta
la notte: ma pareva che nulla stancasse quella donna fragile e
imperturbabile. Era riuscita a far nominare consigliere privato
il mio antico tutore, eliminando cos Celso, mio nemico. La
diffidenza di Traiano, o l'impossibilit di trovare qualcuno che
potesse svolgere i miei compiti nelle retrovie, mi avrebbero
trattenuto ad Antiochia: e io contavo su di essi per tenermi
informato di tutto ci che non avrei appreso dai bollettini.
Qualora fosse avvenuto un disastro, essi avrebbero saputo
guadagnarmi la fedelt di una buona parte dell'esercito; i miei
avversari avrebbero dovuto fare i conti con la presenza di quel
vegliardo gottoso, che partiva soltanto per essermi utile, e di
quella donna, capace di esigere da se stessa la dura resistenza
d'un soldato.

Li vidi allontanarsi: l'imperatore a cavallo, sicuro, d'una
placidit ammirevole, il gruppo paziente delle donne in lettiga,
le guardie pretoriane confuse tra gli esploratori numidi del
temibile Lusio Quieto. All'arrivo del capo, l'esercito, che
aveva svernato in riva all'Eufrate, si mise in marcia: la
campagna contro i Parti s'iniziava davvero. Le prime notizie
furono lusinghiere: Babilonia conquistata, il Tigri traversato,
Ctesifonte caduta. Come sempre, tutto cedeva alla maestria
sorprendente dell'imperatore. Il principe dell'Arabia Caracena
dichiar la sua sottomissione aprendo cos l'intero corso del
Tigri alle flotte romane: l'imperatore s'imbarc per il porto di
Caraci, in fondo al Golfo Persico. Approdava ai lidi favolosi.
Le mie inquietudini perduravano, ma le dissimulavo come delitti:
aver ragione troppo presto equivale ad aver torto. Peggio
ancora, dubitavo di me stesso: m'ero macchiato di quella bassa
incredulit che ci impedisce di individuare la grandezza in
quelli che conosciamo troppo da vicino. Avevo dimenticato che
certi esseri spostano i limiti del destino, e mutano il corso
della storia. Avevo bestemmiato contro il Genio dell'imperatore.
L, nel mio posto, mi rodevo: se per caso si fosse verificato
l'impossibile, poteva darsi che io ne fossi escluso? Dato che
tutto era sempre pi agevole della saggezza, mi veniva voglia di
tornare a indossare la cotta di maglia delle guerre sarmate, di
utilizzare l'influenza di Plotina per farmi richiamare alle
armi. Invidiavo al pi umile soldato la polvere delle strade
asiatiche, l'urto con le falangi corazzate persiane. Questa
volta, il Senato decret per l'imperatore il diritto di
celebrare non gi un trionfo, ma una serie intera di trionfi,
che sarebbero durati quanto la sua vita. Feci io stesso quel che
si doveva fare: ordinai feste, e salii sulla vetta del monte
Cassio a compiere sacrifici.

Improvvisamente, l'incendio che covava in quella terra d'Oriente
divamp dappertutto nello stesso istante. Qualche mercante ebreo
si rifiut di pagare l'imposta a Seleucia; immediatamente,
Cirene si ribell, e l'elemento orientale massacr i Greci; le
strade che portavano il grano egiziano fino alle nostre truppe
furono interrotte da una banda di Zeloti di Gerusalemme; a
Cipro, i residenti greci e romani furono catturati dalla
plebaglia ebrea, che li costrinse a trucidarsi a vicenda
combattendo da gladiatori. In Siria, riuscii a mantenere
l'ordine, ma scorgevo una fiamma nell'occhio dei mendicanti
accosciati alla soglia delle sinagoghe, un ghigno sommesso sulle
labbra tumide dei cammellieri, un odio che in fin dei conti non
meritavamo. Sin dall'inizio, Giudei e Arabi avevano fatto causa
comune contro una guerra che minacciava di rovinare i loro
traffici; ma Israele ne profittava per scagliarsi contro un
mondo dal quale lo escludevano i suoi furori religiosi, la sua
liturgia singolare, l'intransigenza del suo Dio. L'imperatore,
rientrato in fretta a Babilonia, ordin a Quieto di punire le
citt ribelli: Cirene, Edessa, Seleucia, le grandi metropoli
elleniche dell'Oriente, furono abbandonate alle fiamme in
punizione dei tradimenti meditati durante le soste delle
carovane o macchinati nei quartieri ebrei. Pi tardi, visitando
citt da riedificare, ho camminato sotto colonnati cadenti, tra
lunghe file di statue infrante. L'imperatore Osroe, che aveva
sobillato quelle rivolte, prese immediatamente l'offensiva:
Abgar insorse e rientr a Edessa, ormai in cenere; i nostri
alleati armeni, sui quali Traiano aveva creduto di poter
contare, prestarono man forte ai satrapi. L'imperatore si trov
bruscamente al centro d'un immenso campo di battaglia nel quale
bisognava far fronte al nemico da ogni lato.

Perdette l'inverno nell'assedio di Hatra, un nido d'aquile
pressoch inespugnabile, situato in pieno deserto, che cost
migliaia di morti al nostro esercito. La sua ostinazione
assumeva sempre pi la forma di coraggio personale: quell'uomo
malato si rifiutava di lasciare la presa. Da Plotina sapevo che
Traiano, bench avvertito da una leggera paralisi, si rifiutava
di nominare il suo erede. Se questo imitatore di Alessandro
fosse morto a sua volta di febbri o di intemperanze in qualche
angolo malsano dell'Asia, la guerra contro lo straniero si
sarebbe aggravata d'una guerra civile; tra i miei partigiani e
quelli di Celso o di Palma sarebbe scoppiata una lotta cruenta.
Improvvisamente, le notizie cessarono quasi del tutto; la esile
linea di comunicazione tra l'imperatore e me era tenuta soltanto
dalle bande numide del mio nemico peggiore. Fu allora che
incaricai il mio medico di segnarmi per la prima volta sul
petto, con inchiostro rosso, il posto del cuore: se fosse
avvenuto il peggio, non ci tenevo a cader vivo nelle mani di
Lusio Quieto. Agli altri obblighi della mia carica si aggiungeva
il difficile compito di pacificare le isole e le province
limitrofe, ma il lavoro estenuante delle giornate non era nulla,
in paragone delle lunghe notti insonni. Ero sopraffatto da tutti
i problemi dell'impero ma il mio personale pesava di pi. Volevo
il potere. Lo volevo per imporre i miei piani, per tentare i
miei rimedi, per instaurare la pace. Lo volevo soprattutto per
essere interamente me stesso, prima di morire.

Ero prossimo ai quarant'anni. Se fossi morto a quel momento, di
me non sarebbe rimasto null'altro che un nome, tra una serie di
alti funzionari, e un'iscrizione in greco in onore dell'arconte
di Atene. In seguito, tutte le volte che ho visto sparire un
uomo giunto a met della sua vita, del quale il pubblico ritiene
di poter valutare esattamente i successi e le sconfitte, mi sono
ricordato che a quell'et io non esistevo ancora se non per me e
per pochissimi amici, i quali certamente in qualche momento
dubitavano di me come ne dubitavo io stesso. Ho compreso che ben
pochi realizzano se stessi prima di morire: e ho giudicato con
maggior piet le loro opere interrotte. Quell'ossessione di una
vita mancata concentrava i miei pensieri su di un punto, li
fissava come un ascesso. La mia sete di potere agiva come quella
dell'amore, che impedisce all'innamorato di mangiare, di
dormire, di pensare, di amare perfino, sino a che non siano
stati compiuti certi riti. Sembravano vani i compiti pi
urgenti, dal momento che mi era vietato assumere, da supremo
moderatore, le decisioni riguardanti l'avvenire; avevo bisogno
d'esser certo che avrei regnato per ritrovare il gusto d'esser
utile. Quel palazzo d'Antiochia, dove pochi anni dopo avrei
vissuto momenti di ebbrezza, non era che un carcere per me,
forse il carcere d'un condannato a morte. Inviai messaggi
segreti agli oracoli, a Giove Ammone, a Castalia, al Giove
Dolicheno. Feci venire dei maghi; giunsi fino a far prelevare
nelle celle di Antiochia un criminale destinato alla
crocifissione, al quale uno stregone tagli la gola in mia
presenza, nella speranza che la sua anima, sospesa un istante
tra la vita e la morte, mi avrebbe svelato l'avvenire. Quel
miserabile ci guadagn di sfuggire a un'agonia pi lunga, ma le
domande rimasero senza risposta. La notte, mi trascinavo da una
finestra all'altra, da un balcone all'altro, attraverso le sale
di quel palazzo dalle mura ancora screpolate dal terremoto,
tracciando calcoli astrologici sulle lastre di marmo,
interrogando le tremule stelle. Ma i segni dell'avvenire
andavano cercati sulla terra.

Finalmente l'imperatore tolse l'assedio ad Hatra, e si decise a
ritraversare l'Eufrate, che non si sarebbe dovuto attraversare
mai. Il caldo gi torrido, e le scorrerie degli arcieri parti
resero ancor pi disastroso quell'amaro ritorno. Una torrida
sera di maggio, andai fuori le porte della citt, in riva
all'Oronte, a incontrare quell'esiguo gruppo provato dalle
febbri, dall'angoscia, dalla stanchezza: l'imperatore malato,
Attiano e le donne. Traiano volle percorrere a cavallo il
tragitto sino alla soglia del palazzo: si sosteneva appena.
Quell'uomo cos pieno di vita sembrava un altro, per
l'approssimarsi della morte. Crito e Matidia lo sostennero su
per le scale, lo condussero a distendersi, presero posto al suo
capezzale. Attiano e Plotina mi raccontarono alcuni incidenti
della guerra, di cui non avevano potuto farmi cenno nei loro
brevi messaggi. Uno di questi racconti mi commosse tanto da
iscriversi per sempre tra i miei ricordi pi intimi, i miei
simboli personali. Non appena giunto a Caraci, l'imperatore
stremato era andato a sedersi sulla ghiaia, a contemplare le
torbide acque del Golfo Persico. Si era ancora all'epoca in cui
non dubitava della vittoria; eppure, per la prima volta, fu
sopraffatto dall'immensit del mondo, dal terrore della
vecchiaia, da quello dei limiti che ci rinserrano tutti. Grosse
lacrime rigarono il volto di quell'uomo che si credeva incapace
di piangere. L'imperatore, che aveva portato le aquile romane su
lidi inesplorati fino a quel giorno, comprese che non si sarebbe
imbarcato mai su quel mare tanto vagheggiato: l'India, la
Battriana, tutto l'Oriente oscuro di cui s'era inebriato a
distanza sarebbe restato per lui un nome, una visione.
L'indomani, notizie funeste lo costrinsero a ripartire. Tutte le
volte che il destino mi ha detto no, ho ricordato quelle lacrime
versate una sera, su una sponda lontana, da un vecchio che forse
per la prima volta guardava in faccia la sua vita.

Il giorno seguente, salii dall'imperatore. Mi sentivo filiale,
fraterno verso di lui. Quell'uomo, che s'era sempre fatto una
gloria di vivere e di pensare come un qualsiasi soldato del suo
esercito, finiva i suoi giorni in solitudine completa: disteso
sul letto, seguitava a congetturare piani grandiosi ai quali non
s'interessava pi nessuno. Come sempre, il suo linguaggio arido
e tagliente deformava il suo pensiero: stentando enormemente a
pronunciare le parole mi parl del trionfo che gli si preparava
a Roma. Negava la sconfitta cos come negava la morte. Due
giorni dopo, ebbe un secondo attacco. I miei conciliaboli
ansiosi con Plotina, con Attiano ricominciarono. L'imperatrice,
nella sua previdenza, aveva fatto elevare recentemente il mio
vecchio amico alla posizione potentissima di prefetto del
pretorio, ponendo cos la guardia imperiale ai nostri ordini.
Per fortuna, Matidia, che non lasciava la camera del malato, era
tutta per noi: del resto, quella donna semplice e molle era come
cera nelle mani di Plotina. Ma nessuno di noi osava rammentare
all'imperatore che la questione della successione era tuttora
insoluta. Forse, come Alessandro, aveva stabilito di non
nominare da s il proprio successore; forse, aveva assunto verso
il partito di Quieto impegni noti a lui solo; o, pi
semplicemente, si rifiutava di prendere in considerazione la
propria fine: allo stesso modo, in alcune famiglie si vedono
vecchi ostinati morire senza aver fatto testamento. Non si
tratta, per loro, di serbare fino all'ultimo i loro tesori, o il
loro impero, dal quale le dita intorpidite si vanno gi
staccando, quanto piuttosto di non collocarsi troppo presto
nella posizione di chi non ha pi decisioni da prendere,
sorprese da suscitare, minacce o promesse da fare ai vivi. Lo
compiangevo: eravamo troppo diversi perch potesse trovare in me
quel continuatore docile, vincolato in anticipo agli stessi
metodi, persino agli stessi errori, che quasi sempre cerca
disperatamente al letto di morte chi ha esercitato un'autorit
assoluta. Ma il mondo, attorno a lui, era privo di uomini di
Stato: io ero il solo che egli potesse prendere senza venir meno
ai suoi doveri di buon funzionario e di grande sovrano; quel
capo, abituato a esaminare attentamente lo stato di servizio dei
suoi dipendenti, era quasi costretto ad accettarmi; e questa,
del resto, era un'ottima ragione per odiarmi. Poco a poco, la
sua salute si ristabil quanto bastava per consentirgli di
uscire dalla camera. Parlava d'intraprendere una nuova campagna;
ma non ci credeva nemmeno lui. Crito, il medico, che temeva per
lui il caldo eccessivo, riusc finalmente a persuaderlo a
imbarcarsi per Roma. La sera che precedette la sua partenza, mi
fece chiamare a bordo della nave che doveva riportarlo in
Italia, e mi nomin comandante in capo, in sua vece. Si impegn
fino a tanto: ma non era l'essenziale.

Contrariamente agli ordini ricevuti, iniziai immediatamente, in
tutta segretezza, trattative di pace con Osroe. Puntavo sul
fatto che probabilmente non avrei avuto pi da render conto
all'imperatore. Non erano trascorsi dieci giorni, che fui
destato nel cuore della notte da un messaggero: riconobbi subito
un uomo di fiducia di Plotina. Mi recava due missive. Con una,
ufficiale, mi s'informava che Traiano, non essendo in grado di
sopportare il mare, era stato sbarcato a Selinunte, in Cilicia,
dove giaceva gravemente infermo in casa d'un mercante. Una
seconda lettera, segreta, m'annunciava la sua morte, che Plotina
mi garantiva di tener nascosta il pi a lungo possibile,
offrendomi cos il vantaggio di essere avvertito per primo.
Partii immediatamente per Selinunte, dopo aver preso tutte le
misure necessarie per essere sicuro delle guarnigioni siriache.
Appena in cammino, un nuovo messo mi annunci ufficialmente il
decesso dell'imperatore. Il suo testamento, che mi designava a
successore, era stato appena allora inviato a Roma, in mani
sicure. Tutto quel che da dieci anni era stato febbrilmente
bramato, vagheggiato, discusso o taciuto, si riduceva ormai a un
messaggio di due righe, vergato in greco con mano ferma dalla
scrittura minuta di una donna. Attiano, che era ad attendermi al
molo di Selinunte, fu il primo ad apostrofarmi con il titolo
d'imperatore.

E qui, nell'intervallo tra lo sbarco del vecchio imperatore
malato e la sua morte, s'inserisce una di quelle successioni di
avvenimenti che mi sar sempre impossibile ricostruire, e sulle
quali tuttavia fondato il mio destino. Quei pochi giorni
trascorsi da Attiano e dalle donne in casa di quel mercante
hanno deciso per sempre della mia esistenza, ma di essi ne sar
in eterno lo stesso che d'un certo pomeriggio sul Nilo: cio non
ne sapr mai nulla, precisamente perch mi sarebbe stato a cuore
saperne tutto. L'ultimo dei pettegoli, a Roma, ha la SUA
opinione su questi episodi della mia vita; e io, al riguardo,
sono il meno informato degli uomini. I miei nemici hanno
accusato Plotina di aver profittato dell'agonia dell'imperatore
per far vergare dal morente le poche parole che mi lasciavano il
potere. Denigratori ancor pi grossolani hanno descritto un
letto chiuso da cortine, alla luce incerta d'un lume, e il
medico Crito che dettava le ultime volont di Traiano con una
voce che imitava quella del morto. Si sottolineato il fatto
che la sua ordinanza, Fedima, che mi odiava, e il cui silenzio i
miei amici non avrebbero a nessun prezzo potuto comprare, molto
opportunamente sia perito di febbri maligne l'indomani del
decesso dell'imperatore. In questi aspetti di violenza e
d'intrigo vi qualcosa che colpisce l'immaginazione popolare; e
persino la mia. Non mi dispiacerebbe affatto che pochi uomini
onesti siano stati capaci di giungere sino al delitto per me, n
che l'imperatrice sia stata trascinata a quel punto dalla sua
dedizione. Ella conosceva i pericoli che comportava per lo Stato
una decisione mancata: la onoro abbastanza per credere che abbia
consentito davvero a perpetrare una frode necessaria, qualora ve
l'abbiano spinta la saggezza, il buon senso, l'interesse
pubblico e l'amicizia. In seguito, ho avuto tra le mani quel
documento contestato dai miei avversari con tanto furore: non
sono in grado di pronunciarmi pro o contro l'autenticit di
quelle ultime parole d'un malato. Certo, preferisco supporre che
Traiano in persona, sacrificando i propri pregiudizi personali
prima di morire, abbia di sua volont lasciato l'impero a colui
che, dopotutto, giudicava il pi degno. Ma bisogna pur
confessare che, in questo caso, m'importava pi il fine che i
mezzi: l'essenziale che l'uomo, giunto comunque al potere, in
seguito abbia dimostrato che meritava di esercitarlo.

Il corpo di Traiano fu cremato sulla spiaggia, poco dopo il mio
arrivo, in attesa delle esequie trionfali che sarebbero state
celebrate a Roma. Quasi nessuno presenzi a quella cerimonia
estremamente semplice, che ebbe luogo all'alba, e fu solo
l'estremo episodio delle lunghe cure domestiche rese dalle donne
alla persona di Traiano. Matidia piangeva a calde lacrime; la
vibrazione dell'aria attorno al rogo confondeva i tratti di
Plotina. Calma, distante, leggermente consunta dalla febbre,
ella restava come sempre visibilmente impenetrabile. Attiano e
Crito vigilavano affinch tutto fosse consunto per bene. La
piccola nube di fumo si dissolse nell'aria pallida di quel
mattino senz'ombre. Nessuno dei miei amici riand agli incidenti
dei pochi giorni che avevano preceduto la morte dell'imperatore.
Evidentemente, la loro parola d'ordine era di tacere; e la mia
fu di non rivolgere domande pericolose.

Quel giorno stesso, l'imperatrice vedova e i familiari
s'imbarcarono per Roma. Io rientrai ad Antiochia, accompagnato
lungo il cammino dalle acclamazioni delle mie legioni. Una calma
straordinaria era scesa su di me: l'ambizione e la paura
sembravano un incubo dileguato. Qualunque cosa avvenisse, ero
stato sempre deciso a difendere fino all'ultimo le mie
probabilit di diventare imperatore, ma l'adozione semplificava
ogni cosa. La mia vita non mi preoccupava pi: potevo nuovamente
pensare al resto degli uomini.







TELLUS STABILITA.





La mia vita era rientrata nell'ordine, non l'impero. Il mondo
che avevo ereditato somigliava a un uomo nel fiore degli anni,
ancora robusto, nel quale per l'occhio del medico scorge indizi
impercettibili di logorio, come chi appena uscito dagli
spasimi d'una malattia grave. S'intavolarono nuovi negoziati di
pace, ormai alla luce del sole; feci diffondere per ogni dove la
voce che Traiano stesso me ne avesse affidato l'incarico prima
di morire. Cancellai con un tratto di penna le annessioni
pericolose: non soltanto la Mesopotamia, dove in ogni caso non
avremmo potuto restare, ma anche l'Armenia, troppo eccentrica e
lontana, che serbai solo al rango di Stato vassallo. Due o tre
difficolt, un po' spinose, che avrebbero fatto durare per anni
una conferenza della pace, se i principali interessati avessero
avuto interesse a tirarla per le lunghe, furono appianate grazie
all'abilit del mercante Opramoas, il quale godeva la fiducia
dei satrapi. Cercai d'infondere, nell'avviare i negoziati,
quell'ardore che altri riserva al campo di battaglia: forzai la
pace. Il mio competitore, d'altro canto, la anelava quanto me: i
Parti non aspiravano ad altro che a riaprire le loro strade ai
grossi traffici tra l'India e noi. Pochi mesi dopo la grande
crisi, ebbi la gioia di veder formarsi nuovamente la fila delle
carovane in riva all'Oronte; le oasi si ripopolavano di mercanti
che commentavano le notizie alla luce dei bivacchi, e che ogni
mattina, insieme alle loro merci, starei per dire caricavano,
per trasportarle in paesi sconosciuti, parole, pensieri, costumi
intimamente nostri, che poco a poco avrebbero dilagato nel mondo
in modo pi sicuro che non le legioni in marcia. La circolazione
dell'oro, il passaggio delle idee, sottile come quello del
sangue nelle arterie, riprendevano nel grande corpo del mondo:
ricominciava a battere il polso della terra.

A sua volta, la febbre della ribellione cedeva. In Egitto, era
stata cos violenta che era stato necessario reclutare in tutta
fretta una milizia tra i contadini, in attesa delle nostre
truppe di rinforzo. Incaricai immediatamente Marcio Turbo di
ristabilire l'ordine in quelle contrade, ed egli lo fece con
saggia fermezza. Ma non mi bastava l'ordine per le strade;
volevo, se possibile, ristabilirlo negli animi, o meglio,
farcelo regnare per la prima volta. Un soggiorno d'una settimana
a Pelusa fu interamente dedicato a equilibrare i rapporti tra
Greci e Giudei, in uno stato d'incompatibilit perenne. Non vidi
nulla di quel che avrei desiderato vedere: n le sponde del
Nilo, n il Museo di Alessandria, n le statue del tempio;
trovai a malapena il modo di consacrare una notte alle gradevoli
orge di Canopo. Sei giornate interminabili trascorsero in quella
specie di tino bollente del tribunale, a malapena protetto dal
caldo da lunghi tendaggi di canne che frusciavano al vento. La
notte, zanzare enormi ronzavano intorno alle lampade. Tentai di
dimostrare ai Greci che non sempre erano i pi saggi, ai Giudei
che non erano affatto i pi puri. Le canzoni satiriche con le
quali quegli elleni di bassa lega tormentavano gli avversari
erano stupide n pi n meno come le grottesche imprecazioni
degli Ebrei. Quelle razze che vivevano porta a porta da secoli
non avevano avuto mai n il desiderio di conoscersi, n la
dignit di sopportarsi a vicenda. I difensori che, stremati, a
tarda sera abbandonavano il campo, all'alba mi ritrovavano al
mio banco, ancora intento a districare il groviglio di sudicerie
delle false testimonianze; i cadaveri pugnalati che mi venivano
offerti come prove a carico, erano spesso quelli di malati morti
nei loro letti e sottratti agli imbalsamatori. Ma ogni ora di
tregua era una vittoria, anche se precaria come tutte; ogni
dissidio sanato creava un precedente, un pegno per l'avvenire.
M'importava assai poco che l'accordo ottenuto fosse esteriore,
imposto, probabilmente temporaneo; sapevo che il bene e il male
sono una questione d'abitudine, che il temporaneo si prolunga,
che le cose esterne penetrano all'interno, e che la maschera, a
lungo andare, diventa il volto. Dato che l'odio, la malafede, il
delirio hanno effetti durevoli non vedevo perch non ne
avrebbero avuti anche la franchezza, la giustizia, la
benevolenza. A che valeva l'ordine alle frontiere se non
riuscivo a convincere quel rigattiere ebreo e quel macellaio
greco a vivere l'uno a fianco all'altro tranquillamente?

La pace era il mio traguardo, ma non il mio idolo; e persino la
parola 展deale mi spiace perch troppo lontana dal reale. Avevo
pensato di spingere sino all'estremo il mio rifiuto delle
conquiste, abbandonando la Dacia, e l'avrei fatto se avessi
potuto capovolgere bruscamente la politica del mio predecessore
senza turbamenti; ma era meglio fare il miglior uso possibile di
quei profitti anteriori al mio regno e gi entrati nella storia.
Il bravissimo Giulio Basso, primo governatore di quella
provincia recentemente organizzata, era morto sfibrato, e
anch'io ero stato sul punto di soccombere durante l'anno
trascorso alle frontiere sarmate, sopraffatto da quell'impresa
senza gloria che consiste nel pacificare instancabilmente un
paese che si crede sottomesso. Gli ordinai, a Roma, esequie
trionfali, quali si usano soltanto per gli imperatori; questo
omaggio a un subalterno fedele, morto d'un sacrificio oscuro, fu
la mia ultima e discreta protesta contro la politica di
conquiste: non serviva pi che la denunciassi clamorosamente,
dal momento che ero padrone di farla cessare di punto in bianco.
Purtroppo, s'imponeva una repressione militare in Mauretania,
dove gli agenti di Lusio Quieto fomentavano disordini; la mia
presenza non era, per, immediatamente necessaria. Lo stesso
accadeva in Bretagna, ove i Caledoni avevano profittato del
ritiro di truppe avvenuto in occasione della guerra d'Asia per
decimare le guarnigioni insufficienti lasciate alle frontiere.
Giulio Severo s'incaric dei problemi pi urgenti creati da quei
torbidi, in attesa che la sistemazione degli affari di Roma mi
consentisse di intraprendere quel viaggio lontano. Ma mi stava
pi a cuore portare a termine personalmente la guerra sarmata
ch'era in sospeso, e, questa volta, impiegarvi truppe quante ne
servivano per farla finita con le scorrerie dei barbari. Dato
che anche in questo caso, come in tutti gli altri, mi rifiutavo
di sottomettermi a un sistema. Accettavo la guerra come un mezzo
per giungere alla pace, se i negoziati non potevano bastare,
come fa il medico, che si risolve a cauterizzare un tumore dopo
aver sperimentato i semplici. Tutto cos complicato negli
affari degli uomini, che anche il mio regno, cos pacifico,
avrebbe avuto i suoi periodi di guerra cos come la vita d'un
grande capitano, si voglia o no, ha i suoi intervalli di pace.

Prima di risalire verso il Nord, per regolare definitivamente i
conti con i Sarmati, rividi Quieto. Il sanguinario di Cirene era
ancora temibile. Il mio primo provvedimento era stato di
sciogliere le sue colonne di esploratori numidi; gli restava
per il seggio in Senato, il grado nell'esercito regolare, e
quell'immenso dominio nelle sabbie occidentali del quale egli
poteva farsi, a suo talento, un trampolino o un asilo. M'invit
a una caccia in Misia, in piena foresta, e ingegnosamente
macchin un incidente nel quale, se avessi avuto minore fortuna
o minore agilit fisica, senza alcun dubbio avrei perduto la
vita. Ma era preferibile aver l'aria di non sospettar nulla,
pazientare, attendere. Poco pi tardi, nella Mesia Inferiore,
quando la capitolazione dei principi sarmati mi consentiva di
far progetti per un sollecito ritorno in Italia, uno scambio di
dispacci cifrati col mio antico tutore m'inform che Quieto,
tornato di precipizio a Roma, aveva avuto un abboccamento con
Palma. I nostri nemici barricavano le loro posizioni,
riformavano le loro truppe. Non era possibile sentirsi sicuri
sino a che quei due uomini tramavano contro di noi. Scrissi ad
Attiano di agire. Quel vegliardo colp come la folgore. And
oltre i miei ordini, e in un colpo solo mi sbarazz di tutti i
nemici (dichiarati) che mi restavano. Lo stesso giorno, a poche
ore di distanza, Celso fu giustiziato a Baia, Palma nella sua
villa a Terracina, Nigrino a Faventia, sulla soglia della sua
casa di campagna. Quieto per in viaggio, uscendo da un
conciliabolo con i suoi complici, sul predellino della carrozza
che lo riportava in citt. Un'ondata di terrore si rivers su
Roma. Il mio vecchio cognato Serviano, che in apparenza s'era
rassegnato alla mia fortuna, ma che avidamente contava sui miei
errori futuri, dovette provarne un impulso di gioia, senza
dubbio la volutt pi intensa della sua vita. Tutte le voci
sinistre che correvano sul mio conto trovarono nuovo credito.

Mi furono comunicate queste notizie sul ponte della nave che mi
riconduceva in Italia. Rimasi annientato. Esser liberato dei
propri avversari sempre una soddisfazione, ma il mio tutore
aveva mostrato l'indifferenza dei vecchi per le conseguenze
lontane del suo gesto: aveva dimenticato che toccava a me vivere
pi di vent'anni con le conseguenze di quelle morti. Pensai alle
proscrizioni di Ottaviano, che avevano macchiato per sempre la
memoria di Augusto, ai primi crimini di Nerone, ai quali altri
crimini erano seguiti. Riandai con la mente agli ultimi anni di
Domiziano, quell'uomo mediocre, niente affatto peggiore d'un
altro, disumanato quasi dalla paura inflitta e subita, e infine
morto in pieno palazzo come una fiera accerchiata nei boschi.
Gi mi sfuggiva dalle mani la mia vita pubblica: la prima riga
dell'iscrizione recava, profondamente incise, parole che non
avrei cancellato mai pi. Il Senato, quel gran corpo tanto
debole, ma che bastava perseguitare per vederlo diventare
potente, non avrebbe dimenticato mai che erano stati giustiziati
sommariamente per ordine mio quattro uomini usciti dai suoi
ranghi; cos, tre odiosi intriganti e un bruto feroce avrebbero
fatto la figura di martiri. Intimai immediatamente ad Attiano di
raggiungermi a Brindisi per rispondermi delle sue azioni.

Mi aspettava a due passi dal porto, in una delle camere di
quella locanda, volta a oriente, dove un giorno era morto
Virgilio. Venne zoppicando a ricevermi sulla soglia; soffriva
d'una crisi di gotta. Non appena solo con lui, lo rimproverai
aspramente: un regno che volevo moderato, esemplare, s'iniziava
con quattro esecuzioni sommarie, delle quali una soltanto era
indispensabile, alle quali, per di pi, si era incautamente
trascurato di dare una sembianza di legalit. Quell'abuso di
potere mi sarebbe stato tanto pi rimproverato quanto pi in
seguito mi sarei messo d'impegno a mostrarmi clemente,
scrupoloso o giusto; se ne sarebbero serviti per provare che le
mie cosiddette virt non erano che una maschera, e m'avrebbero
fabbricata una banale leggenda di tiranno che, forse, mi avrebbe
seguito sino alla fine della storia. Confessai la mia paura: non
mi sentivo esente dalla crudelt pi che da qualsiasi altra tara
umana: accettavo perfino il luogo comune che vuole che il
delitto chiami delitto, l'immagine della belva che ha assaggiato
il sangue. Un vecchio amico, la cui lealt m'era parsa sicura,
si emancipava gi, profittava delle debolezze che aveva creduto
d'osservare in me; sotto l'aspetto di rendermi un servigio,
aveva fatto in modo di regolare un conto personale con Nigrino e
con Palma. Comprometteva la mia opera di pacificazione; mi
preparava, infine, il pi tetro dei ritorni a Roma.

Il vecchio chiese il permesso di mettersi a sedere; pos su di
uno sgabello la gamba avvolta in bende. E io, mentre continuavo
a parlare, andavo ricoprendo con una coperta quel piede infermo.
Mi lasciava sfogare, con il sorriso d'un grammatico che ascolta
un alunno cavarsela abbastanza bene in una recitazione
difficile. Quando ebbi finito, mi domand con tono pacato che
cosa contavo di fare dei nemici del regime. Se era necessario,
si sarebbe potuto fornire prove del fatto che quei quattro
uomini avevano tramato la mia morte: in ogni caso, sarebbe stato
loro reale interesse il farlo. Non c' cambio della guardia che
non comporta le sue epurazioni; e s'era incaricato lui di
quest'ultima, per lasciarmi le mani nette. Se l'opinione
pubblica reclamava una vittima, non c'era nulla di pi semplice
che destituirlo dalla carica di prefetto del pretorio. Questa
misura l'aveva prevista, mi consigliava perfino di adottarla. E
se per conciliarmi il Senato bisognava andare oltre, mi avrebbe
approvato anche qualora mi fossi deciso a relegarlo o esiliarlo.

Attiano era stato per me il tutore al quale si spillano
quattrini, il consigliere dei giorni difficili, la guida fedele,
ma era la prima volta ch'io guardavo con attenzione quel viso
molle dalle guance ben rase, quelle mani rattrappite
tranquillamente incrociate sul pomo d'un bastone d'ebano. Le
diverse componenti di quella prospera esistenza di uomo mi erano
sufficientemente note: la moglie, che gli era cara, e la cui
salute era tuttora precaria, le figlie maritate, i loro bambini,
per i quali egli nutriva ambizioni modeste e tenaci, cos come
erano state le sue; il suo gusto per la cucina raffinata; la
passione per i cammei greci e le danzatrici giovinette. Eppure,
aveva dato a me la precedenza su tutte queste cose; da oltre
trent'anni, il suo primo pensiero era stato di proteggermi, di
servirmi. E io, finora, non avevo dato la precedenza a
null'altro che a progetti, a idee - tutt'al pi a una immagine
futura di me stesso: la devozione comunissima di quell'uomo mi
appariva prodigiosa, insondabile. Nessuno ne degno; e tuttora
non riesco a spiegarmela. Seguii il suo consiglio: fu destituito
dalla carica. Il suo lieve sorriso mi dimostr che s'aspettava
di essere preso in parola. Sapeva bene che non c'era al mondo
sollecitudine intempestiva verso un vecchio amico, che avrebbe
potuto trattenermi dall'adottare il provvedimento pi saggio;
quel sottile politico d'altronde, non m'avrebbe voluto diverso.
Non va neppure esagerata l'entit della sua disgrazia: dopo
qualche mese di eclissi, riuscii a farlo entrare in Senato,
l'onore supremo che potessi accordare a un uomo dell'ordine
equestre. Ebbe una vecchiaia facile, da ricco cavaliere romano,
garantito dall'influenza che gli valeva la sua perfetta
conoscenza delle famiglie e degli affari; spesso, sono stato
ospitato da lui nella sua villa sui colli Albani. Non importa:
come Alessandro alla vigilia di una battaglia, prima di entrare
a Roma avevo sacrificato alla Paura: e mi accade di contare
Attiano nel numero delle mie vittime.





Attiano aveva visto giusto: l'oro puro del rispetto era troppo
molle se non s'aggiungeva nella lega una dose di paura.
Dell'assassinio dei quattro consolari avvenne come della storia
del testamento contraffatto: gli spiriti onesti, i virtuosi si
rifiutarono di credermi implicato; i cinici supposero il peggio,
ma mi ammirarono a maggior ragione. Roma si calm, quando si
seppe che i miei rancori cessavano di colpo; la gioia che
ciascuno provava di sentirsi rassicurato fece rapidamente
obliare quei morti. Ci si meravigliava della mia mitezza, poich
la si riteneva premeditata, voluta, preferita, giorno per giorno
a una violenza che mi sarebbe stata altrettanto facile; si
lodava la mia semplicit, perch si credeva di scorgervi il
calcolo. Le virt modeste, Traiano le possedeva in gran parte;
le mie sorprendevano di pi: ancora un poco, e vi avrebbero
scorto una forma raffinata di vizio. Ero lo stesso d'un tempo,
ma ci che era stato tenuto in dispregio passava per sublime:
una cortesia estrema, nella quale gli spiriti grossolani avevano
ravvisato una forma di debolezza, fors'anche di vilt, parve il
fodero levigato e lucente della forza. La mia pazienza verso i
postulanti, le mie frequenti visite agli ospedali militari, la
mia familiarit con i reduci veterani, vennero portate alle
stelle. Tutto ci non differiva dal modo con il quale per tutta
la vita avevo trattato i servitori e i coloni delle mie
fattorie. Ciascuno di noi ha pi qualit di quel che non si
creda, ma solo il successo le mette in luce, forse perch allora
ci si aspetta di vederci smettere d'esercitarle. Gli esseri
umani confessano le proprie debolezze peggiori quando stupiscono
che il padrone del mondo non sia stupidamente indolente,
presuntuoso o crudele.

Avevo rifiutato tutti i titoli. Nei primi mesi del mio regno, il
Senato, a mia insaputa, m'aveva ornato di quella lunga serie di
appellativi onorifici che si drappeggia come uno scialle
frangiato attorno al collo di alcuni imperatori: Dacico,
Partico, Germanico: a Traiano erano cari questi bei suoni di
musiche guerriere, simili ai cimbali e ai tamburi delle milizie
dei Parti; destavano in lui echi lontani, risposte. Io, invece,
ne restavo irritato, stordito. Li feci abolire tutti, e respinsi
altres, provvisoriamente, il titolo di Padre della patria, che
Augusto accett solo al termine del suo regno, e di cui ancora
non mi reputavo degno. Lo stesso avvenne del trionfo: sarebbe
stato ridicolo accettarlo per una guerra che avevo l'unico
merito di aver conchiusa. S'ingannarono, coloro che ravvisarono
in questo rifiuto un segno di modestia, cos come quelli che me
ne rimproverarono per un presunto orgoglio. Il mio calcolo
mirava meno all'effetto sugli altri che non ai vantaggi per me.
Volevo che il mio prestigio fosse personale, che aderisse a me e
si misurasse immediatamente in termini di agilit mentale, di
forza, di imprese compiute. I titoli, se dovevano venire,
sarebbero venuti pi tardi; e altri titoli, testimonianze di
vittorie pi recondite, alle quali ancora non osavo pretendere.
Per il momento, avevo abbastanza da fare per diventare o per
essere il pi possibile Adriano.

Mi si accusa di amare Roma troppo poco. Era bella, tuttavia,
durante quei due anni in cui lo Stato e io ci misurammo a
vicenda, la citt dalle vie anguste, dai Fori ingombri, dai
mattoni che hanno il colore della carne dei vecchi. A ritornarci
dopo il soggiorno in Oriente e in Grecia, Roma si rivestiva
d'una specie di esotismo che un romano nato e vissuto sempre
nell'Urbe non sospetterebbe. Tornavo ad abituarmi ai suoi
inverni umidi e nebbiosi, alla sua estate africana, temperata
dal fresco delle cascate di Tivoli e dei laghi di Alba, al suo
popolo quasi rustico, legato con attaccamento provinciale ai
sette colli, nel quale tuttavia l'ambizione, la lusinga del
guadagno, i casi delle conquiste e della schiavit riversano a
poco a poco tutte le razze del mondo, il negro tatuato, il
germano villoso, il greco smilzo, l'orientale corpulento. Mi
sbarazzai di alcune fisime: frequentai i bagni pubblici nelle
ore popolari, imparai a sopportare i ludi del circo, nei quali
fino ad allora non avevo visto che sperpero feroce. La mia
opinione in proposito non era mutata: detestavo quei massacri in
cui le belve non hanno una possibilit di salvezza, ma a poco a
poco ne scorgevo il valore rituale, gli effetti di purificazione
tragica sulla folla incolta; volevo che lo splendore delle feste
eguagliasse quelle di Traiano, ma con arte, con ordine maggiori.
Mi costringevo ad apprezzare la scherma esatta dei gladiatori,
ma a condizione che nessuno fosse costretto a esercitare quel
mestiere suo malgrado. Imparavo a conversare con la folla,
attraverso la voce degli araldi, dall'alto della tribuna del
circo; a imporle silenzio con una deferenza che essa mi rendeva
centuplicata, a non accordarle se non quello che aveva
ragionevolmente diritto di aspettarsi, a non rifiutarle nulla
senza indicare le ragioni del mio rifiuto. Non portavo i miei
libri nel palco imperiale, come fai tu: un insulto per gli
altri aver l'aria di sdegnare i loro piaceri. Se lo spettacolo
mi disgustava, lo sforzo di sopportarlo costituiva per me un
esercizio pi valido che non la lettura di Epitteto.

La morale una convenzione privata; il decoro una faccenda
pubblica: qualsiasi licenza allo scoperto m'ha fatto sempre
l'effetto d'un'ostentazione di bassa lega. Interdissi i bagni
misti, ch'erano motivo di risse quasi continue; feci fondere e
riversare nelle casse dello Stato il colossale servizio di
vasellame di argento ordinato dall'oltraggiosa avidit di
Vitellio. I nostri primi Cesari si son fatti una reputazione
odiosa di braccatori di eredit: io mi feci una regola di non
accettare n per lo Stato n per me alcun legato al quale
qualche erede diretto potesse credere d'aver diritto. Cercai di
sfoltire il numero esorbitante di schiavi della casa imperiale,
e soprattutto d'infrenarne l'audacia che spesso li induce a
mettersi alla pari con i cittadini migliori, e, a volte, a
terrorizzarli: un giorno, uno dei miei apostrof un senatore con
impertinenza; lo feci schiaffeggiare. Il mio odio per il
disordine giunse fino a far fustigare in pieno Circo alcuni
dissipatori, oberati di debiti. Per evitare ogni equivoco,
insistetti affinch in citt si portasse toga e laticlavio,
indumenti ingombranti, come del resto tutto ci che onorifico,
e io stesso m'imposi di indossarli solo a Roma. Mi alzavo per
ricevere i miei amici; restavo in piedi durante le udienze, per
reagire alla disinvoltura della posizione distesa o seduta. Feci
ridurre il numero insolente delle vetture a cavalli che
ingombravano le nostre strade: il lusso della velocit che si
annulla da s, dato che un pedone supera cento vetture quando
sono l'una in fila all'altra nelle svolte della Via Sacra. Per
le mie visite, presi l'abitudine di farmi portare in lettiga sin
nell'interno delle case private, risparmiando cos all'ospite la
fatica di aspettarmi o di riaccompagnarmi fuori, sotto il sole o
il vento stizzoso di Roma.

Ritrovavo i miei: ho sempre avuto una certa tenerezza per mia
sorella Paolina, e persino Serviano mi sembrava meno odioso che
in altri tempi. Mia suocera, Matidia, aveva riportato
dall'Oriente i primi sintomi d'una malattia mortale: feci del
mio meglio per distrarla dalle sue sofferenze con qualche festa
frugale, cercai di divagare innocentemente quella matrona capace
di ingenuit come una giovinetta. L'assenza di mia moglie, la
quale, in uno dei suoi momenti di malumore, s'era rifugiata in
campagna, non toglieva nulla a questi piaceri di famiglia. Tra
tutti gli esseri, mia moglie forse quello alla quale sono
riuscito meno a piacere: vero, per, che mi ci son provato ben
poco. Frequentavo la casetta dove l'imperatrice vedova si
dedicava ai piaceri austeri della meditazione e dei libri.
Ritrovavo il bel silenzio di Plotina. Scendeva soavemente
nell'ombra; quel giardino, quelle stanze chiare diventavano ogni
giorno di pi il recinto d'una Musa, il tempio d'una imperatrice
gi divina. La sua amicizia restava esigente; ma non erano che
esigenze piene di saggezza.

Rividi i miei amici; riassaporai il piacere squisito di
riprendere contatto con essi dopo lunghe assenze, di giudicare,
di esser giudicato di nuovo. Il mio compagno dei piaceri e dei
lavori letterari d'altri tempi, Vittorio Voconio, era morto; mi
assunsi l'incarico di redigere l'orazione funebre per lui; si
sorrise nel vedermi citare tra le virt del defunto una castit
che negavano sia i suoi poemi sia la presenza ai funerali di
Testilio, un fanciullo dai riccioli di miele, che un tempo
Vittorio chiamava il suo bel tormento. La mia ipocrisia era meno
grossolana di quel che sembra: qualsiasi piacere se preso con
ardore mi sembra casto.

Dirigevo Roma come una casa dalla quale il proprietario intenda
potersi allontanare senza che essa abbia a soffrire della sua
assenza: collaboratori nuovi fecero le loro prove; avversari
riconciliati pranzarono al Palatino con gli amici dei tempi
difficili. Nerazio Prisco tracciava alla mia tavola i suoi
progetti di legislazione; l'architetto Apollodoro ci sottoponeva
i suoi disegni; il ricchissimo patrizio Ceionio Commodo,
discendente da una vecchia famiglia etrusca di sangue quasi
reale, eccellente conoscitore di vini e di uomini, m'aiutava a
progettare le prossime manovre in Senato.

Il figlio Lucio Ceionio, che allora aveva appena diciott'anni,
rallegrava quelle feste che volevo austere con la sua grazia
ridente di giovine principe. Aveva gi manie assurde e
deliziose: la passione di ammannire piatti rari agli amici, il
gusto squisito delle decorazioni floreali, la passione dei
giochi d'azzardo e delle maschere. Marziale era il suo Virgilio:
recitava quelle poesie lascive con sfrontatezza deliziosa. Gli
feci promesse che in seguito mi procurarono parecchi grattacapi:
quel faunetto demoniaco riemp di s sei mesi della mia vita.

Durante gli anni che seguirono, ho perduto tante volte di vista
Lucio, e tante volte l'ho ritrovato, che rischio di serbare di
lui una immagine fatta di memorie sovrapposte che nel complesso
non corrisponde a nessuna stagione della sua rapida esistenza.
L'arbitro lievemente insolente delle eleganze romane, l'oratore
agli esordi, timidamente curvo sugli esempi di stile, che
invocava la mia opinione su qualche brano difficile,
l'ufficialetto inquieto che tormentava la sua barba rada,
l'infermo divorato dalla tosse che ho vegliato fino all'agonia,
sono esistiti molto pi tardi. L'immagine di Lucio adolescente
si limita a ricordi molto pi segreti: un volto, un corpo
d'alabastro pallido e rosato, l'equivalente esatto d'un
epigramma amoroso di Callimaco, di pochi versi nitidi e nudi di
Stratone.

Ma avevo fretta di andar via da Roma. I miei predecessori, fino
a quel momento, se ne erano assentati soprattutto per la guerra:
i grandi progetti, le attivit pacifiche, la mia vita stessa,
per me cominciavano fuori di quelle mura.

Restava un ultimo dovere da compiere: tributare a Traiano quel
trionfo che era stato l'assillo dei suoi sogni di malato. Il
trionfo si addice solo ai morti. Da vivi, c' sempre qualcuno
disposto a rimproverarci le nostre debolezze, come avvenne a
Cesare per la calvizie e gli amori. Ma un morto ha diritto a
questa specie di inaugurazione nella tomba, a quelle poche ore
di pompa clamorosa, prima che sopravvengano i secoli di gloria e
i millenni di oblio. La fortuna d'un morto al sicuro dai
rovesci; persino le sue sconfitte acquistano lo splendore delle
vittorie. L'ultimo trionfo di Traiano commemorava non un
successo pi o meno opinabile sui Parti, ma la tenacia onorevole
che aveva improntato tutta la sua esistenza. Ci eravamo riuniti
per celebrare l'imperatore migliore che Roma avesse conosciuto
dopo Augusto, il pi assiduo al lavoro, il pi onesto, il meno
ingiusto. I suoi difetti, persino, erano soltanto quei tratti
caratteristici che fanno riconoscere la somiglianza perfetta
d'un busto di marmo con il viso ch'esso raffigura. L'anima
dell'imperatore saliva al cielo, sollevata dalla spirale
immobile della Colonna Traiana. Il mio padre adottivo diventava
dio: aveva preso il suo posto nella serie delle incarnazioni
guerriere dell'eterno Marte, che vengono a sconvolgere e
rinnovare il mondo di secolo in secolo. Al balcone del Palatino,
misuravo la mia differenza: io mi disponevo a perseguire
finalit pi pacate. Cominciavo a sognare una sovranit olimpica.





Roma non pi Roma: dovr riconoscersi nella met del mondo o
perire. I tetti, le terrazze, gli isolati che il sole al
tramonto colora di rosa e d'oro non sono pi, come al tempo dei
re, timorosamente circondati di mura: queste, le ho ricostruite
in gran parte io stesso lungo le foreste della Germania, nelle
lande della Britannia.

Tutte le volte che, alla svolta d'una strada assolata, ho levato
lo sguardo da lunge su un'acropoli greca, sulla sua citt,
perfetta come un fiore, unita alla sua collina come il calice
allo stelo, ho sentito che quella pianta incomparabile trovava
un limite nella sua stessa perfezione, raggiunta in un dato
punto dello spazio, in una definita frazione di tempo. Come
quella delle piante, l'unica sua possibilit di espandersi
consiste nel seme: quel germe di idee mediante le quali la
Grecia ha fecondato il mondo. Ma Roma, pi opulenta, pi
informe, adagiata senza contorni netti lungo il suo fiume, nella
sua pianura, si disponeva verso sviluppi pi vasti: la citt
divenuta lo Stato. Avrei voluto che lo Stato si ampliasse
ancora, divenisse ordine del mondo, ordine delle cose. Le virt
che erano sufficienti per la piccola citt dai sette colli
avrebbero dovuto farsi duttili, varie, per adeguarsi a tutta la
terra. Roma, che io per primo osai qualificare eterna, si
sarebbe assimilata sempre pi alle dee madri dei culti
dell'Asia: progenitrice di giovinetti e di messi, con leoni e
alveari stretti al seno. Ma qualsiasi creazione umana che
pretenda all'eternit costretta a adattarsi al ritmo mutevole
dei grandi eventi della natura, conformarsi al mutare degli
astri.

La nostra Roma non ormai pi la borgata pastorale dei tempi di
Evandro, culla d'un avvenire che in parte gi passato; la Roma
predatrice della Repubblica ha gi svolto la sua funzione, la
folle capitale dei primi Cesari tende gi a rinsavire da s;
altre Rome verranno e io non so immaginarne il volto; ma avr
contribuito a formarlo. Quando visitavo le citt antiche, citt
sacre, ma morte, senza alcun valore attuale per la razza umana,
mi ripromettevo di evitare alla mia Roma quel destino
pietrificato d'una Tebe, d'una Babilonia, d'una Tiro. Roma
sarebbe sfuggita al suo corpo di pietra, e come Stato, come
cittadinanza, come Repubblica si sarebbe composta un'immortalit
pi sicura. Nei paesi ancora barbari, in riva al Reno e al
Danubio, sulle sponde del Mare dei Batavi, ogni villaggio difeso
da una palizzata di legno mi ricordava la capanna di canne, il
mucchio di strame dove dormirono i nostri gemelli sazi del latte
della lupa: quelle metropoli future riprodurranno Roma.
All'entit fisica delle nazioni e delle razze, agli accidenti
della geografia e della storia, alle esigenze disparate degli
di e degli avi, noi avremmo sovrapposto per sempre, pur senza
nulla distruggere, l'unit d'una condotta umana, l'empirismo
d'una saggia esperienza. Nella pi piccola citt, ovunque vi
siano magistrati intenti a verificare i pesi dei mercanti, a
spazzare e illuminare le strade, a opporsi all'anarchia,
all'incuria, alle ingiustizie, alla paura, a interpretare le
leggi al lume della ragione, l Roma vivr. Roma non perir che
con l'ultima citt degli uomini.

"Humanitas, Felicitas, Libertas": queste belle parole incise
sulle monete del mio regno, non le ho inventate io. Qualsiasi
filosofo greco, qualsiasi romano colto si propone del mondo la
stessa immagine che mi propongo io. Ho sentito Traiano, messo di
fronte a una legge ingiusta perch troppo rigorosa, protestare
che la sua applicazione non rispondeva pi allo spirito dei
tempi. Ma, a questo spirito dei tempi, forse sar stato io il
primo a subordinare coscientemente tutte le mie azioni, a farne
qualcosa di diverso dai sogni nebulosi del filosofo, dalle
aspirazioni vaghe del buon principe. E ringraziavo gli di per
avermi concesso di vivere in un'epoca, in cui il compito che
m'era toccato in sorte consisteva nel riorganizzare
prudentemente un mondo gi vivo, e non nell'estrarre dal caos
una materia ancora informe, o nel distendermi su di un cadavere
per cercar di risuscitarlo. Mi rallegravo che il nostro passato
fosse antico abbastanza per fornirci esempi eccellenti, e non
tanto pesante da schiacciarci con essi; che lo sviluppo della
nostra tecnica fosse pervenuto al punto da facilitare l'igiene
delle citt e la prosperit dei popoli, ma non a quell'eccesso
in cui rischierebbe di sommergere l'uomo con acquisizioni
inutili; che le nostre arti, alberi un poco esausti per la gran
copia dei loro doni, fossero ancora capaci di qualche frutto
squisito. Mi rallegravo che le nostre religioni vaghe e
venerabili, purificate da intransigenze e da riti feroci, ci
associassero misteriosamente ai sogni pi antichi dell'uomo e
della terra, ma senza inibirci una spiegazione 峽aica dei
fatti, un'intuizione razionale della condotta umana. Mi piaceva
infine che queste stesse parole, Umanit, Felicit, Libert non
fossero ancora avvilite da tante applicazioni ridicole.

A ogni sforzo per migliorare la condizione umana si oppone una
obbiezione: forse, gli uomini non ne sono degni. Ma mi facile
eluderla: sino a che rester irrealizzato il sogno di Caligola,
e il genere umano tutt'intero non si ridurr a una sola testa
offerta alla scure, ci toccher tollerarlo, raffrenarlo,
volgerlo ai nostri fini; la cosa pi vantaggiosa per noi sar di
servirlo. Questo principio si basava su una serie di
osservazioni compiute da tempo su me stesso: non c' mai stata
una spiegazione chiara che non mi abbia convinto, un'amabilit
che non mi abbia conquistato, una gioia che non m'abbia quasi
sempre reso migliore. E ascoltavo a met i bene intenzionati i
quali affermano che la felicit snerva, che la libert
infiacchisce, che la dolcezza vizia coloro sui quali si
esercita. Pu darsi: ma, se consideriamo come va il mondo,
seguire costoro come rifiutarsi di nutrire a sufficienza un
uomo emaciato, per paura che tra qualche anno gli capiti di
diventare pletorico. Quando si saranno alleviate sempre pi le
schiavit inutili, si saranno scongiurate le sventure non
necessarie, rester sempre, per tenere in esercizio le virt
eroiche dell'uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la
morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l'amore non
corrisposto, l'amicizia respinta o tradita, la mediocrit d'una
vita meno vasta dei nostri progetti e pi opaca dei nostri
sogni: tutte le sciagure provocate dalla natura divina delle
cose.

Bisogna che lo confessi: credo poco alle leggi. Se troppo dure,
si trasgrediscono, e con ragione. Se troppo complicate,
l'ingegnosit umana riesce facilmente a insinuarsi entro le
maglie di questa massa fragile, che striscia sul fondo. Il
rispetto delle leggi antiche corrisponde a quel che la piet
umana ha di pi profondo; e serve come guanciale per l'inerzia
dei giudici. Le leggi pi antiche non sono esenti da quella
selvatichezza che miravano a correggere, le pi venerabili
rimangono ancora un prodotto della forza. La maggior parte delle
nostre leggi penali - e forse un bene - non raggiungono che
un'esigua parte dei colpevoli; quelle civili non saranno mai
tanto duttili da adattarsi all'immensa e fluida variet dei
fatti. Esse mutano meno rapidamente dei costumi; pericolose
quando sono in ritardo, ancor pi quando presumono di
anticiparli. E tuttavia, da questo cumulo di innovazioni
pericolose e di consuetudini antiquate emerge qua e l, come in
medicina, qualche formula utile. I filosofi greci ci hanno
insegnato a conoscere un po' meglio la natura umana; i nostri
migliori giuristi da qualche generazione rivolgono le loro cure
nella direzione del senso comune. Ho posto in atto anch'io
talune di quelle riforme parziali che sono le sole durevoli.
Ogni legge trasgredita troppo spesso cattiva; spetta al
legislatore abrogarla o emendarla, per impedire che il dispregio
in cui caduta quella stolta ordinanza si estenda ad altre
leggi pi giuste. Mi proposi d'eliminare cautamente le leggi
superflue e di promulgare con fermezza un piccolo numero di
saggi decreti. Sembrava giunta l'ora di riesaminare,
nell'interesse dell'umanit, tutte le prescrizioni antiche.

In Spagna, nei dintorni di Tarragona, un giorno in cui visitavo
da solo una miniera semiabbandonata, uno schiavo, la cui intera
esistenza era trascorsa in quelle gallerie sotterranee, si
scagli su di me con un pugnale. Non mancava di logica se
cercava di vendicarsi sull'imperatore dei suoi quarantatr anni
di servaggio. Lo disarmai senza fatica, lo consegnai al mio
medico, e il furore cadde di colpo: egli si trasform in quel
ch'era veramente, un essere non meno sensato e pi fedele di
molti altri. La legge, se crudelmente applicata, avrebbe fatto
giustizia immediatamente, di quello sciagurato; e invece, egli
divenne per me un servo eccellente. La maggior parte degli
uomini somiglia a quello schiavo: troppo sottomessi,
interrompono lunghi periodi di torpore con rivolte brutali
quanto inutili. Volevo sperimentare se la libert, saggiamente
intesa, non avrebbe dato migliori frutti, e mi stupisco che
un'esperienza simile non abbia tentato un maggior numero di
principi. Quel barbaro condannato a lavorare nelle miniere
divenne per me l'emblema di tutti i nostri schiavi, di tutti i
nostri barbari. Non mi sembrava impossibile trattarli come avevo
trattato quell'uomo, renderli inoffensivi a forza di bont,
purch sapessero anzitutto che la mano che li disarmava era
ferma. Fino a oggi, tutti i popoli sono periti per mancanza di
generosit: Sparta sarebbe sopravvissuta pi a lungo se avesse
interessato gli Iloti alla sua sopravvivenza. Viene il giorno
che Atlante cessa di sostenere il peso del cielo e la sua
rivolta squassa la terra. Avrei voluto allontanare il pi
possibile, evitarlo, se si poteva, il momento in cui i barbari
dall'esterno, gli schiavi dall'interno si sarebbero avventati su
un mondo che si pretende essi rispettino da lontano o servano
dal basso, ma i cui benefici sono a loro interdetti. Tenevo a
che la pi diseredata delle creature, lo schiavo che sgombra le
cloache delle citt, il barbaro famelico che si aggira
minaccioso alle frontiere, avessero interesse a veder durare
Roma.

Non credo che alcun sistema filosofico riuscir mai a sopprimere
la schiavit: tutt'al pi, ne muter il nome. Si possono
immaginare forme di schiavit peggiori delle nostre, perch pi
insidiose: sia che si riesca a trasformare gli uomini in
macchine stupide e appagate, che si credono libere mentre sono
asservite, sia che si imprima in loro una passione forsennata
per il lavoro, divorante quanto quella della guerra presso le
razze barbare, tale da escludere gli svaghi, i piaceri umani. A
questa schiavit dello spirito o dell'immaginazione umana,
preferisco ancora la nostra schiavit di fatto. Qualunque cosa
avvenga, la condizione orribile che mette l'uomo alla merc d'un
altro uomo esige un'attenta regolamentazione giuridica. Ho
provveduto affinch lo schiavo non sia pi una mercanzia anonima
che si vende senza tener conto dei legami di famiglia che si
creati, un oggetto spregevole la cui testimonianza non viene
accolta dal giudice se non dopo averlo sottoposto alla tortura,
invece di accettarla sotto giuramento. Ho proibito che lo si
obbligasse a mestieri disonoranti o rischiosi, che lo si
vendesse ai tenutari di postriboli o alle scuole per gladiatori.
Coloro che si compiacciono di queste professioni, le esercitino
pure: le eserciteranno meglio. Nelle fattorie, dove gli
amministratori abusano delle sue forze, spesso ho rimpiazzato lo
schiavo con coloni liberi. Le nostre raccolte di aneddoti
rigurgitano di storie di crapuloni che gettano i domestici alle
murene, ma i crimini scandalosi, facilmente punibili, son poca
cosa di fronte alle mille e mille angherie oscure, perpetrate
ogni giorno da persone cosiddette perbene, ma dal cuore arido,
che nessuno si sogna di molestare. Si protestato quando bandii
da Roma una patrizia, facoltosa e stimata, perch maltrattava i
suoi vecchi schiavi: qualsiasi ingrato che trascura i genitori
infermi scuote di pi la coscienza pubblica, ma io non vedo
molta differenza tra queste due forme di crudelt inumana.

La condizione della donna determinata da strani costumi: esse
sono sottoposte e protette allo tempo stesso, deboli e potenti,
troppo disprezzate e troppo rispettate. In questo caos di usanze
contraddittorie, i rapporti sociali si sovrappongono a quelli di
natura: anzi, non facile distinguerli. Questo stato di cose
confuso ovunque pi stabile di quel che non sembri: in
generale, le donne vogliono essere quel che sono, resistono ai
cambiamenti o li volgono esclusivamente ai propri fini. La
libert delle donne di oggigiorno, pi grande o almeno pi
apparente che ai tempi antichi, in fondo non altro che uno
degli aspetti della maggiore facilit della vita propria delle
epoche prospere; i principi, e anche i pregiudizi d'altri tempi,
in realt non sono stati seriamente intaccati. Gli elogi
tributati in sede ufficiale e le iscrizioni tombali, sincere o
no, continuano ad attribuire alle nostre matrone quelle stesse
virt di operosit, di castit, di austerit che si esigevano da
loro sotto la Repubblica. Le modifiche, vere o presunte, non
hanno apportato il minimo cambiamento nell'eterna sregolatezza
del popolo, o nella perpetua affettazione di pudore della
borghesia; solo il tempo prover se sono durature. La debolezza
delle donne, come quella degli schiavi, dipende dalla loro
condizione legale; la loro forza si prende la rivincita nelle
piccole cose, e qui il potere che esercitano quasi illimitato.
Di rado ho visto una casa dove le donne non regnassero; spesso,
vi ho visto regnare anche l'amministratore, il cuoco, il
liberto. Sul terreno finanziario, esse restano sottoposte a una
forma qualsiasi di tutela, ma, in pratica, in qualsiasi bottega
della Suburra di solito la pollivendola o l'erbivendola che fa
da padrona, al banco. La moglie di Attiano amministrava i beni
della famiglia come un eccellente uomo d'affari. Le leggi
dovrebbero differire il meno possibile dalle usanze: ho
accordato alla donna una maggior libert di amministrare la
propria fortuna, di far testamento o di ereditare. Ho insistito
affinch nessuna fanciulla sia data in moglie senza il suo
consenso: lo stupro legale ripugnante quanto qualsiasi altro.
Il matrimonio la faccenda dominante, per loro; troppo giusto
che lo concludano solo se di loro pieno piacimento.

Una parte dei nostri mali dipende dal fatto che troppi uomini
sono oltraggiosamente ricchi, o disperatamente poveri. Per
fortuna, ai nostri giorni tende a stabilirsi un equilibrio tra
questi due estremi: le fortune colossali degli imperatori e dei
liberti son cose del passato: sono morti Trimalaone e Nerone. Ma
c' ancora molto da fare per ridimensionare il mondo secondo
criteri razionali. Assumendo il potere, ho rinunciato alle
contribuzioni volontarie offerte dalle citt all'imperatore; non
sono che un furto mascherato. Ti consiglio di rinunciarvi a tua
volta. Cancellare del tutto i debiti dei privati verso lo Stato
era una misura pi ardita, ma fu necessaria, per far "tabula
rasa" dopo dieci anni di economia di guerra. Da un secolo in
qua, la nostra moneta si pericolosamente svalutata: tuttavia
l'eternit di Roma viene valutata al tasso delle nostre monete
d'oro; spetta a noi reintegrare il loro valore e il loro peso,
solidamente misurati in beni. Le nostre terre sono coltivate a
caso: solo qualche distretto privilegiato, l'Egitto, l'Africa,
la Toscana e pochi altri, hanno saputo crearsi comunit
contadine sapientemente addestrate alla cultura del grano e dei
vigneti. Sostenere questa classe, trarne istruttori per le
popolazioni contadine pi primitive o pi consuetudinarie, meno
capaci, stata una delle mie cure. Ho messo fine allo scandalo
delle terre lasciate incolte dai grandi proprietari poco
solleciti del bene pubblico: d'ora in avanti, ogni campo non
coltivato da cinque anni apparterr all'agricoltore che
s'incaricher di trarne buon partito.

Pressappoco lo stesso avviene per le miniere. La maggior parte
dei ricchi offre donazioni ingenti allo Stato, alle istituzioni
pubbliche, al sovrano; molti lo fanno per interesse, alcuni per
virt, quasi tutti, per profittarne. Ma io avrei voluto che la
loro generosit prendesse forme diverse da quella della
beneficenza ostentata; avrei voluto insegnare loro a
incrementare saggiamente i loro beni nell'interesse della
comunit, come fino a oggi hanno fatto solo al fine di
arricchire i loro figli. Io stesso ho preso in mano la gestione
del patrimonio imperiale con questo proposito: nessuno ha
diritto di trattare la terra come l'avaro il suo gruzzolo d'oro.

I nostri mercanti, a volte, sono i nostri migliori geografi, i
nostri migliori astronomi, i naturalisti pi sapienti. Tra i
nostri banchieri, vi sono i pi abili conoscitori d'uomini. Ho
utilizzato le competenze, ho lottato con tutte le mie forze
contro gli usurpatori. L'appoggio prestato agli armatori ha
moltiplicato i nostri scambi con le nazioni straniere; cos, con
poca spesa, sono riuscito a rafforzare la costosa flotta
imperiale: l'Italia un'isola, riguardo alle importazioni
dall'Oriente e dall'Africa, e rimane alla merc dei mediatori di
grano per la propria sussistenza, dato che non vi sopperisce pi
da sola; l'unico mezzo per ovviare ai pericoli di questa
situazione di trattare alla stregua di funzionari strettamente
sorvegliati questi indispensabili uomini d'affari. Negli ultimi
anni, le nostre vecchie province son salite a un livello di
prosperit che non forse impossibile incrementare ancora; ma
l'importante che questa prosperit serva a tutti, e non
solamente alla banca di Erode Attico o al piccolo speculatore
che incetta l'olio d'un villaggio greco. Una legge non sar mai
abbastanza dura, se consente di ridurre il numero di
intermediari che formicolano nelle nostre citt: razza oscena e
avida, che sussurra in tutte le taverne, affolla tutti i banchi
di mescita, pronta a sabotare qualsiasi politica che non le
frutti un profitto immediato. Una ripartizione oculata dei
granai dello Stato contribuisce a frenare l'inflazione
scandalosa dei prezzi, che si verifica in tempi di scarsit; ma
io contavo soprattutto sull'organizzazione dei produttori, dei
vignaioli di Gallia, dei pescatori del Ponto Eusino, il cui
compenso vilissimo vien divorato dagli importatori di caviale e
di pesce salato che prosperano sul loro lavoro e sui loro
rischi. Il giorno in cui riuscii a persuadere un gruppo di
marinai dell'Arcipelago ad associarsi in corporazione e a
trattare direttamente con i rivenditori delle citt fui davvero
contento. Mai ho sentito di pi l'utilit del mio principato.

Troppo spesso, per l'esercito la pace non che un periodo di
disoccupazione turbolenta tra due battaglie: l'alternativa
all'inazione o al disordine la preparazione, in vista d'una
guerra determinata; poi la guerra. Ho rotto con queste
consuetudini: le mie visite insistenti agli avamposti non erano
che un mezzo tra tanti per tenere in una sana attivit
quell'esercito pacifico. Dappertutto, in pianura, tra i monti,
al limitare delle foreste, in pieno deserto, la legione estende
o concentra le sue costruzioni, sempre le stesse; crea i campi
per le manovre, i baraccamenti destinati, a Colonia, a resistere
alla neve, a Lambesia, a fronteggiare le tempeste di sabbia; i
magazzini - dei quali avevo fatto vendere il materiale inutile,
il circolo degli ufficiali, al quale presiede una statua del
principe. Ma questa uniformit solo apparente: questi
alloggiamenti interscambiabili contengono la folla delle truppe
ausiliarie, diversa ogni volta; tutte le razze apportano
all'esercito le loro virt, le loro armi particolari, la loro
specie di fanti, di cavalieri, di arcieri. Vi ritrovavo, allo
stato bruto, quella variet nell'unit che fu il mio fine
imperiale. Ho permesso ai soldati di usare il loro grido di
guerra nazionale, di impartire e ricevere ordini nelle loro
lingue; ho sanzionato le unioni dei veterani con donne barbare,
ho legittimato i loro figli. Ho fatto di tutto anche per
attenuare la durezza della vita al campo, per trattare quegli
uomini semplici da uomini. A rischio di renderli meno mobili
volli che si affezionassero a quell'angolo di terra che erano
destinati a difendere; non esitai a 崁egionalizzare l'esercito.
Speravo di ristabilire, su scala imperiale, l'equivalente delle
milizie della giovane Repubblica, quando ogni uomo difendeva il
suo campo, la sua fattoria. Ho inteso, soprattutto, sviluppare
l'efficienza tecnica delle legioni; volevo servirmi di quei
centri militari come d'una molla di civilizzazione, d'un cuneo
tanto solido da penetrare a poco a poco l dove gli strumenti
pi delicati della vita civile si sarebbero spuntati. L'esercito
diveniva cos un tramite tra le popolazioni delle selve, delle
steppe, delle paludi, e i raffinati abitatori delle citt; una
scuola elementare per barbari, scuola di resistenza e di
responsabilit per il greco letterato, o per il giovane
cavaliere avvezzo agli agi di Roma. Conoscevo di persona gli
aspetti penosi di quella vita, nonch le sue facilitazioni, i
suoi sotterfugi. Abolii i privilegi; interdissi i congedi troppo
frequenti accordati agli ufficiali; feci sbarazzare gli
accampamenti delle sale di banchetti, dei padiglioni di piacere,
dei costosissimi giardini. Quegli edifici inutili divennero
infermerie, ospizi per i veterani. Noi reclutavamo i nostri
soldati in et troppo acerba, e li trattenevamo in servizio per
troppi anni; e questo era allo stesso tempo antieconomico e
crudele. Ho cambiato tutto ci. La Disciplina Augusta deve a se
stessa di partecipare all'umanit del mio secolo.

Noi siamo funzionari dello Stato, non siamo Cesari. Aveva
ragione quella postulante, che m'ero rifiutato un giorno di
ascoltare fino alla fine, quando esclam che se mi mancava il
tempo per darle retta, mi mancava il tempo per regnare. Le scuse
che le feci non erano solo formali. E, tuttavia, il tempo mi
manca: pi l'impero si estende, pi i vari aspetti dell'autorit
tendono a concentrarsi nelle mani del funzionario in capo;
quest'uomo oberato necessariamente deve scaricare su altre
persone una parte dei suoi compiti; il suo genio consister
sempre pi nel circondarsi di gente fidata. Il peggior crimine
di Claudio e di Nerone fu di lasciare pigramente che i loro
liberti o i loro schiavi s'impadronissero di queste funzioni di
agenti, consiglieri, delegati del capo supremo. Ho trascorso una
parte della mia vita e dei miei viaggi a scegliere i capi d'una
burocrazia nuova, a esercitarli, e adeguare con il maggior fiuto
possibile le capacit alle mansioni; a creare utili possibilit
d'impiego per questa classe media dalla quale dipende lo Stato.
Il pericolo che si cela in questi eserciti civili non mi sfugge;
lo si pu definire in una parola: la mentalit burocratica.
Questi ingranaggi, destinati a durare per secoli, si guasteranno
se non vi si bada: spetta al padrone regolarne i movimenti,
senza posa, prevederne, o ripararne l'usura. Ma l'esperienza
dimostra che, a onta della cura estrema che poniamo nella scelta
dei successori gli imperatori mediocri saranno sempre i pi
frequenti, e che per ogni secolo c' almeno un insensato sul
trono. In tempi di crisi, questa burocrazia perfettamente
organizzata potr seguitare a sbrigare l'essenziale e colmare
l'interregno, a volte molto lungo, tra un principe saggio e un
altro. Certi imperatori si trascinano dietro cortei di barbari
in catene, processioni interminabili di vinti. Ben altro il
mio seguito: l'eletta schiera di funzionari che ho inteso
formare. Il Consiglio del principe; grazie a coloro che lo
compongono, ho potuto assentarmi da Roma per anni, e tornarvi
solo di passaggio. Corrispondevo con i membri del Consiglio
attraverso i corrieri pi rapidi; in caso di pericolo, mediante
i segnali dei semafori. Essi, a loro volta, hanno formato altri
ausiliari egregi: la loro competenza opera mia, la loro
attivit ben regolata m'ha permesso di impiegare me stesso
altrove, e mi consentir senza eccessive inquietudini di
assentarmi nella morte.

Su venti anni di potere, dodici li ho trascorsi senza fissa
dimora. Ho abitato di volta in volta i palazzi dei mercanti in
Asia, le oneste case greche, le belle ville munite di bagni e
stufe dei residenti romani in Gallia, i tuguri, le fattorie. La
tenda, quella leggera architettura di tela e di corde, era
ancora l'abitazione che preferivo. Non meno varie le navi delle
abitazioni; ebbi la mia, provvista di un ginnasio e d'una
biblioteca, ma diffidavo troppo di qualsiasi forma di stabilit
per legarmi a una dimora, anche se mobile: la barca di piacere
d'un ricco siriano, i vascelli d'alto bordo della nostra flotta
o il caicco d'un pescatore greco andavano per me egualmente
bene. L'unica mia esigenza era la velocit e tutto ci che la
seconda: i cavalli migliori, le vetture pi molleggiate, i
bagagli meno ingombranti, gli abiti, le suppellettili pi adatte
al clima. Ma la grande risorsa era, innanzi tutto, lo stato
perfetto del corpo: una marcia forzata di venti leghe non era
niente; una notte insonne la consideravo null'altro che un
invito a pensare. Sono pochi gli uomini che amano viaggiare a
lungo; una frattura continua di tutte le abitudini, una
smentita inflitta incessantemente a tutti i pregiudizi. Ma io
facevo di tutto per non aver alcun pregiudizio, e pochissime
abitudini. Apprezzavo la delizia d'un letto soffice, ma anche il
contatto, l'odore stesso della terra nuda, le disuguaglianze di
ogni segmento della circonferenza del mondo. Ero avvezzo alla
variet degli alimenti, all'orzo britannico e ai frutti
africani. Un giorno, mi capit di assaggiare perfino la
selvaggina semiputrefatta, considerata una ghiottoneria presso
certe trib germaniche: la rigettai, ma l'esperienza fu tentata.

Bench nettamente deciso nelle mie preferenze in amore, persino
l paventavo la consuetudine. Il mio seguito, che si limitava a
persone indispensabili o squisite, mi isolava ben poco dal resto
del mondo; vigilai che i miei movimenti restassero liberi,
facile l'accesso alla mia persona. Le province, quelle grandi
unit ufficiali alle quali io stesso avevo scelto gli emblemi,
la Britannia sul suo seggio di rocce, la Dacia con la sua
scimitarra, si trasformavano per me nelle foreste di cui avevo
cercato l'ombra, nei pozzi ai quali avevo bevuto, negli
individui incontrati nelle soste, visi noti, a volte amati. Mi
era noto ogni miglio delle nostre strade, forse sono il pi bel
dono che Roma abbia fatto alla terra. Ma il momento
indimenticabile era quello in cui la strada cessava, sul fianco
d'una montagna, e di crepaccio in crepaccio, di roccia in
roccia, ci s'inerpicava per assistere all'aurora dall'alto d'una
cima dei Pirenei o delle Alpi.

Gi altri uomini prima di me avevano percorso la terra:
Pitagora, Platone, una dozzina di saggi, e un buon numero di
avventurieri. Per la prima volta, per, quel viaggiatore era al
tempo stesso il padrone, libero al tempo stesso di vedere e di
riformare, libero di creare. Era la mia sorte; e mi rendevo
conto che forse sarebbero trascorsi secoli prima che si
ristabilisse quel felice accordo di una funzione, d'un
temperamento, d'un mondo. E mi accorsi quanto sia vantaggioso
essere un uomo nuovo, solo, quasi esente da vincoli
matrimoniali, senza figli, quasi senza avi, un Ulisse senz'altra
Itaca che quella interiore. Conviene che io faccia qui una
confessione che non ho fatto a nessuno: non ho mai avuto la
sensazione di appartenere completamente a nessun luogo, neppure
alla mia dilettissima Atene, neppure a Roma. Straniero
dappertutto, non mi sentivo particolarmente isolato in nessun
luogo. Cammin facendo, esercitavo le diverse professioni di cui
si compone il mestiere di imperatore: indossavo la vita militare
come un vestito che diventato comodo a furia d'esser portato.
Senza sforzo, ritrovavo tra le mie labbra il gergo degli
accampamenti, quel latino deformato dall'incalzare delle lingue
barbare, punteggiato di bestemmie rituali e di facezie scontate;
mi riabituavo all'equipaggiamento ingombrante delle manovre, a
quella tensione d'equilibrio che imprime su tutto il corpo il
carico dello scudo massiccio al braccio sinistro. Il tedioso
mestiere di contabile mi teneva, dovunque, ancor pi legato, sia
che si trattasse di verificare i conti delle province d'Asia o
quelli d'una piccola borgata britannica indebitata per la
costruzione d'uno stabilimento termale. Del mestiere di giudice
ho gi parlato. Mi si affacciavano alla mente analogie con altre
attivit: pensavo al medico ambulante che visita le persone di
porta in porta, all'operaio chiamato a riparare un argine o
rinsaldare una conduttura d'acqua, al sorvegliante che percorre
avanti e indietro il ponte della nave, incitando i rematori, ma
servendosi il meno possibile della sferza. E oggi, sulle
terrazze della Villa, mentre osservo gli schiavi potare i rami o
sfrondare le siepi, penso soprattutto all'onesto andirivieni del
giardiniere.

Gli artigiani che conducevo con me nelle ispezioni di rado mi
procurarono grattacapi: la loro passione per i viaggi era pari
alla mia. Ma con gli uomini di lettere ebbi qualche difficolt.
L'insostituibile Flegone, ad esempio, ha i difetti d'una vecchia
zitella, ma il solo segretario che abbia resistito: tuttora
con me. Il poeta Floro, al quale offrii un segretariato in
lingua latina, andato a proclamare ai quattro venti che non
avrebbe mai voluto essere Cesare, se doveva sopportare i freddi
sciti e le piogge bretoni. Le lunghe marce non lo attiravano
affatto. Da parte mia, gli lasciavo ben volentieri le delizie
dei cenacoli letterari romani, le taverne dove ci s'incontra per
scambiarsi ogni sera le stesse arguzie e farsi punzecchiare
fraternamente dalle stesse viete battute. Avevo affidato a
Svetonio l'incarico di curatore degli archivi, che gli consent
di accedere a quei documenti segreti che gli bisognavano per le
sue biografie dei Cesari. Quest'uomo abile, giustamente detto
Tranquillo, era fuori di luogo dovunque, meno che in una
biblioteca; rimase cos a Roma, e divenne uno dei familiari di
mia moglie, in quella cerchia ristretta di conservatori
malcontenti che si riunivano da lei per criticare un po' tutti.
Quel gruppo non mi andava a genio: mandai in pensione
Tranquillo, il quale si ritir nella sua casetta sui monti
Sabini a pensare in tutta pace ai vizi di Tiberio. Favorino
D'Arles resse per qualche tempo un segretariato greco: quel nano
dalla voce flautata non era sprovvisto di acume. E' uno spirito
d'una doppiezza come ne ho incontrati pochi: si discuteva, ma la
sua erudizione m'incantava. Mi divertivano le sue manie, come
quella di occuparsi della sua salute come un amante della donna
amata. Un servo ind gli preparava il riso che faceva venire
dall'Oriente con forte spesa; disgraziatamente, questo cuoco
esotico parlava il greco malissimo, e quasi nessun'altra lingua;
non m'insegn nulla sulle meraviglie del suo paese natale.
Favorino si vantava d'aver compiuto nella vita tre cose
piuttosto rare: da Gallo, s'era ellenizzato meglio di chiunque;
uomo di umili origini, poteva bisticciarsi continuamente con
l'imperatore, e non ne riportava alcun danno - singolarit,
questa, che per tornava tutta a mio onore -; infine, bench
impotente, pagava continue ammende per adulterio. Ed proprio
vero che le sue ammiratrici di provincia gli procurarono dei
guai, dai quali mi tocc tirarlo fuori pi d'una volta. Mi
stancai di lui, e il suo posto fu preso da Eudemone. Ma,
nell'insieme, sono stato eccezionalmente ben servito. Il
rispetto di questo piccolo gruppo di amici e di subalterni s'
conservato intatto, Dio sa come, a onta dell'intimit brutale
dei viaggi; la loro discrezione stata, se possibile, ancor pi
sorprendente della loro fedelt. Gli Svetoni dell'avvenire
avranno ben pochi aneddoti da raccontare sul mio conto: quel che
il pubblico conosce della mia vita, l'ho rivelato io stesso. I
miei amici hanno serbato i miei segreti, sia quelli politici,
sia gli altri; giusto dire che spesso ho fatto altrettanto nei
loro riguardi.

Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere il
segno dell'uomo su un paesaggio che ne rester modificato per
sempre; contribuire inoltre a quella lenta trasformazione che
la vita stessa delle citt. Quanta cura, per escogitare la
collocazione esatta d'un ponte e d'una fontana, per dare a una
strada di montagna la curva pi economica che al tempo stesso
la pi pura!... L'ampliamento della strada di Megara trasformava
il paesaggio delle rocce schironiane; quelle duecento miglia di
via lastricata, dotate di cisterne e di guarnigioni, che
uniscono Antinoa al Mar Rosso, hanno creato nel deserto l'era
della sicurezza dopo quella del pericolo. Il reddito di
cinquecento citt asiatiche non era di troppo per costruire una
rete d'acquedotti nella Troade; l'acquedotto di Cartagine
compensava, in certo modo, le asprezze delle guerre puniche.
Elevare fortificazioni in fin dei conti equivale a costruire
dighe: equivale a trovare la linea sulla quale si pu difendere
una sponda o un impero, il punto dove sar contenuto, arrestato,
infranto, l'assalto delle onde o quello dei barbari. Costruire
un porto, significa fecondare la bellezza d'un golfo. Fondare
biblioteche, come costruire ancora granai pubblici, ammassare
riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio
malgrado, vedo venire.

Ho ricostruito molto: e ricostruire significa collaborare con il
tempo nel suo aspetto di 峰assato, coglierne lo spirito o
modificarlo, protenderlo, quasi, verso un pi lungo avvenire;
significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. La
nostra vita breve: parliamo continuamente dei secoli che han
preceduto il nostro o di quelli che lo seguiranno, come se ci
fossero totalmente estranei; li sfioravo, tuttavia, nei miei
giochi di pietra: le mura che faccio puntellare sono ancora
calde del contatto di corpi scomparsi; mani che non esistono
ancora carezzeranno i fusti di queste colonne. Pi ho meditato
sulla mia morte, e specialmente su quella d'un altro, pi ho
cercato di aggiungere alle nostre esistenze queste appendici
quasi indistruttibili. A Roma, ho adottato, di preferenza, il
mattone eterno, che assai lentamente torna alla terra donde
deriva, e il cui cedimento, lo sbriciolamento impercettibile
avviene in tal guisa che l'edificio resta una mole, anche quando
ha cessato d'essere una fortezza, un circo, una tomba. In Grecia
e in Asia, ho adoperato il marmo natio, la bella sostanza che,
una volta tagliata, resta fedele alla misura umana, tanto che la
pianta del tempio intero resta contenuta in ogni frammento di
tamburo spezzato. L'architettura ricca di possibilit pi
varie di quel che non farebbero supporre i quattro ordini di
Vitruvio; i blocchi, come i toni musicali, sono suscettibili
d'infinite variazioni. Per il Pantheon, sono risalito ai
monumenti dell'antica Etruria degli indovini e degli aruspici;
il santuario di Venere, al contrario, innalza al sole forme
joniche, una profusione di colonne bianche o rosate, attorno
alla dea di carne da cui discende la progenie di Cesare.
L'Olympieion di Atene non poteva non rappresentare il
contrappeso esatto del Partenone adagiato nella pianura come
l'altro si erge sulla collina, immenso dove l'altro perfetto:
l'ardore ai piedi della calma, lo splendore ai piedi della
bellezza. Le cappelle di Antinoo, i suoi templi, stanze magiche,
monumenti d'un misterioso passaggio tra la vita e la morte,
oratori d'un dolore e d'una felicit indicibili, erano il luogo
della preghiera e della riapparizione: l mi abbandonai al mio
lutto. La mia tomba in riva al Tevere riproduce, su scala
gigantesca, gli antichi sepolcri della via Appia, ma le sue
stesse proporzioni la trasformano, fanno pensare a Ctesifone, a
Babilonia, alle terrazze e alle torri attraverso le quali l'uomo
si avvicina agli astri. L'Egitto funerario ha disposto gli
obelischi, i viali di sfinge del cenotafio che impone a una Roma
vagamente ostile la memoria dell'amico mai pianto abbastanza. La
Villa era la tomba dei viaggi, l'ultimo accampamento del nomade,
l'equivalente, in marmo, delle tende da campo e dei padiglioni
dei principi asiatici. Quasi tutto ci che il nostro gusto
consente di tentare, gi lo fu nel mondo delle forme: io volli
provare quello del colore: il diaspro, verde come i fondi
marini, il porfido poroso come le carni, il basalto, l'ossidiana
opaca... Il rosso denso dei tendaggi si ornava di ricami sempre
pi raffinati; i mosaici delle mura e degli impiantiti non erano
mai abbastanza dorati, bianchi, o cupi a sufficienza. Ogni
pietra rappresentava il singolare conglomerato d'una volont,
d'una memoria, a volte d'una sfida. Ogni edificio sorgeva sulla
pianta d'un sogno.

Plotinopoli, Andrinopoli, Antinopoli, Adrianotera... Ho
moltiplicato quanto pi possibile questi alveari umani.
Idraulici e muratori, ingegneri e architetti presiedono alla
fondazione di nuove citt; ma una funzione che esige altres
alcune doti di stregoneria. In un mondo ancor dominato, pi che
per met, dalle selve, dal deserto, dalla terra incolta, bello
lo spettacolo d'una via lastricata, d'un tempio dedicato a un
dio qualsiasi, di bagni e latrine pubblici, della bottega dove
il barbiere commenta con i suoi clienti le notizie di Roma, il
banco del pasticcere o del sandalaio, fors'anche una libreria,
un'insegna di medico, un teatro nel quale di tanto in tanto si
recita una commedia di Terenzio. Vi sono raffinati, tra noi, che
si lamentano dell'uniformit delle nostre citt: soffrono di
trovar dappertutto le stesse statue d'imperatori, lo stesso
acquedotto. Hanno torto: la bellezza di Nmes diversa da
quella di Arles. Ma questa stessa uniformit, su tre continenti,
appaga i viaggiatori come quella d'una pietra miliare; persino
le pi insignificanti, tra le nostre citt, godono del prestigio
rassicurante d'essere un posto di ristoro, una guarnigione o un
rifugio. La citt: uno schema, una costruzione umana, monotona
se si vuole, ma cos come sono monotone le arnie colme di miele;
un luogo di contatti e di scambi, dove i contadini vanno a
vendere i loro prodotti o si attardano stupefatti a contemplare
le pitture d'un porticato... Le mie citt nascono da incontri:
il mio con un angolo della terra, quello dei miei piani
imperiali con gli incidenti della mia esistenza d'uomo...
Plotinopoli nata dal bisogno di stabilire nuove banche
agricole in Tracia, ma altres dall'affettuoso desiderio di
onorare Plotina. Adrianotera destinata a servire d'emporio
agli stranieri dell'Asia Minore: sulle prime, fu per me il
ritiro estivo, la foresta ricca di selvaggina, un padiglione di
tronchi squadrati ai piedi della collina di Attys, il torrente
coronato di spuma nel quale ci si bagna ogni mattina.
Adrianopoli, in Epiro, riapre un centro urbano nel mezzo d'una
provincia impoverita, e nasce da una mia visita al santuario di
Dodona. Andrinopoli, citt agreste e militare, centro nevralgico
ai margini delle regioni barbare, popolata di veterani delle
guerre sarmate; conosco personalmente ciascuno di quegli uomini,
il lato buono e il lato cattivo, i nomi, il numero degli anni di
servizio, le loro ferite. Antinopoli, la pi cara, sorta nel
luogo della sventura, serrata tra il fiume e la roccia su una
fascia angusta di terreno arido. Ecco perch tenevo ad
arricchirla con altre risorse: il commercio dell'India, i
trasporti fluviali, le attrattive raffinate d'una metropoli
greca. Non c' luogo sulla terra che io desideri meno di
rivedere; pochi a cui abbia consacrato maggiori premure. Quella
citt un perpetuo peristilio. Sono in corrispondenza con il
suo governatore, Fido Aquila, a proposito dei propilei del
tempio, delle sue statue; ho scelto i nomi dei raggruppamenti
urbani e dei rioni, simboli palesi e segreti, catalogo completo
dei miei ricordi. Ho tracciato io stesso il disegno dei
colonnati che, lungo le rive, corrispondono allo sfilare
regolare delle palme. Ho percorso mille volte nel pensiero quel
quadrilatero quasi perfetto, percorso da strade regolari,
tagliato da un viale trionfale che va da un teatro greco a un
sepolcro.

Siamo ingombri di statue, rimpinzati di capolavori della pittura
e della scultura; ma questa abbondanza illusoria; non facciamo
che riprodurre all'infinito poche decine di capolavori che non
saremmo pi in grado di inventare. Io stesso, ho fatto copiare
per la mia Villa l'Ermafrodito e il Centauro, la Mobide e la
Venere, ansioso di vivere il pi possibile tra queste melodie
della forma. Ho secondato le esperienze con il passato,
l'arcaismo sapiente che ritrova il senso di intenzioni e
tecniche perdute. Ho tentato le variazioni che consistono nel
riprodurre in marmo rosso un Marsia scorticato di marmo bianco e
trasferirlo cos nel mondo delle figure dipinte; o trasporre nei
toni del marmo pario la grana nera delle statue egizie, e mutare
l'idolo in fantasma. La nostra arte perfetta, cio a dire
raffinata, ma la sua perfezione suscettibile di modulazioni
varie quanto quelle d'una voce pura: dipende da noi questo gioco
abile, che consiste nell'accostarsi e nell'allontanarsi
perpetuamente da soluzioni trovate una volta per tutte, di
spingerci sino al fondo del rigorismo o della ridondanza, e
racchiudere un numero sconfinato di creazioni entro la stessa
sfera. I mille termini di paragone alle nostre spalle tornano
tutti a nostro vantaggio, ci consentono di continuare
intelligentemente Scopas o contraddire voluttuosamente
Prassitele. I miei contatti con le arti barbare mi hanno indotto
a ritenere che ogni razza si limita a determinati soggetti, a
determinate esperienze tra tutte quelle possibili; ogni epoca,
per di pi, opera una cernita tra le possibilit offerte a ogni
razza. In Egitto, ho visto di e re colossali; al polso dei
prigionieri sarmati, ho trovato bracciali che ripetono
all'infinito lo stesso cavallo al galoppo o gli stessi serpenti
che si divorano l'un l'altro. Ma la nostra arte (quella dei
Greci, voglio dire) ha preferito attenersi all'uomo. Noi soli
abbiamo saputo mostrare in un corpo immobile la forza e
l'agilit ch'esso cela; noi soli abbiamo fatto d'una fronte
levigata l'equivalente d'un pensiero. Io sono come i nostri
scultori: l'umano mi appaga. Vi trovo tutto, persino l'eternit.
La foresta tanto amata si racchiude tutta nell'immagine del
centauro; mai la tempesta soffia pi impetuosa che nel velo
gonfio d'una da marina. Gli oggetti della natura, gli emblemi
sacri, valgono solo se pregni di riferimenti umani: la pigna
fallica e funerea, la vasca circondata di colombe che suggerisce
la siesta in riva alle fonti, il grifone che trasporta in cielo
il nostro diletto.

L'arte del ritratto m'interessava ben poco. I ritratti romani
non hanno altro valore che quello della cronaca: copie del vero,
contrassegnate da rughe esatte, o da verruche uniche, calchi di
modelli che sfioriamo distrattamente per via e che dimentichiamo
non appena scompaiono dalla nostra vista. I Greci, al contrario,
hanno amato la perfezione umana al punto da curarsi ben poco
della variet dei volti umani. Non gettavo pi d'uno sguardo
alla mia propria immagine; il marmo candido snatura il mio volto
abbronzato, dagli occhi bene aperti, la bocca sottile e carnosa,
controllata sino a tremare. Ma il volto d'un altro mi ha sempre
interessato molto di pi. Non appena egli cominci a contare
nella mia vita, l'arte ha smesso d'esser un lusso, diventata
una risorsa, una forma di soccorso. Ho imposto al mondo questa
immagine: oggi, esistono pi copie dei ritratti di quel
fanciullo che non di qualsiasi uomo illustre, di qualsiasi
regina. Sulle prime, mi stava a cuore far registrare dalle
statue la bellezza successiva d'una forma nel suo mutare; in
seguito, l'arte divenne una specie di magia, capace di evocare
un volto perduto. Le immagini colossali mi sembravano un mezzo
per esprimere le vere proporzioni che l'amore conferisce agli
esseri; queste immagini, le volevo enormi come un volto visto da
vicino, alte e solenni come le visioni degli incubi, pesanti
come il ricordo che mi perseguita. Esigevo una finitezza
perfetta, una perfezione assoluta, quella divinit che
rappresenta per coloro che lo hanno amato ogni essere morto a
vent'anni; e, oltre la somiglianza esatta, volevo la presenza
familiare, tutte le irregolarit d'un viso pi caro della
bellezza stessa. Quante controversie per stabilire l'esatto
spessore d'un sopracciglio, la curva lievemente tumefatta d'un
labbro! Contavo disperatamente sull'eternit della pietra, sulla
fedelt del bronzo, per perpetuare un corpo perituro o gi
distrutto, ma insistevo anche perch il marmo, a cui facevo dare
ogni giorno una politura d'olio e di acidi, assumesse la
lucentezza, quasi la morbidezza delle carni adolescenti. Quel
viso unico, lo ritrovavo dappertutto: amalgamavo le persone
divine, i sessi e gli attributi eterni, la dura Diana delle
foreste al Bacco malinconico, l'Ermes vigoroso delle palestre al
dio duplice che dorme, la testa reclinata sul braccio, con
l'abbandono d'un fiore. Constatavo sino a che punto un
giovinetto che pensa somiglia alla virile Atena. I miei scultori
vi si smarrivano; i pi mediocri cadevano qua e l nella
mollezza o nell'enfasi; tuttavia, tutti, pi o meno, hanno
partecipato al mio sogno.

Vi sono statue e ritratti del giovinetto da vivo, quelle che
riflettono il paesaggio immenso e mutevole che va dai quindici
anni ai vent'anni: il profilo compunto del bambino buono; e
quella statua in cui uno scultore di Corinto ha osato cogliere
l'abbandono del fanciullo che, il ventre in avanti e le spalle
cascanti, la mano al fianco, sembra sostare all'angolo d'una
strada a sorvegliare una partita ai dadi. E c' quel marmo di
Papias di Afrodisia nel quale tracciato un corpo assai pi che
nudo, inerme, d'una freschezza fragile di narciso. E Aristea ha
scolpito sotto i miei ordini, in una pietra lievemente rugosa,
quella piccola testa imperiosa e fiera... Poi, vi sono i
ritratti dopo la morte; ivi, la morte passata: sono grandi
volti dalle labbra sapienti, dense di segreti che non sono pi i
miei, poich non sono pi quelli della vita. C' quel
bassorilievo nel quale Antoniano Cario ha dotato d'una grazia
che non di questa terra il vendemmiatore vestito di seta
grezza, il muso del cane che gli si accosta amichevolmente alla
gamba nuda. E quella maschera quasi tragica, d'uno scultore di
Cirene, nella quale piacere e dolore si fondono e si combattono
a vicenda sullo stesso volto, come due onde sulla stessa roccia.
E quelle statuette d'argilla, da un soldo, che sono servite alla
propaganda imperiale: TELLUS STABILITA, il Genio della Terra
pacificata, con l'aspetto d'un giovinetto disteso che regge
frutta e fiori.

TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS: ciascuno la sua china; ciascuno il
suo fine, la sua ambizione se si vuole, il gusto pi segreto,
l'ideale pi aperto. Il mio era racchiuso in questa parola: IL
BELLO, di cos ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei
sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del
mondo. Volevo che le citt fossero splendide, piene di luce,
irrigate d'acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo
non fosse deturpato n dal marchio della miseria o della
schiavit, n dal turgore d'una ricchezza volgare; che gli
alunni recitassero con voce ben intonata lezioni non fatue; che
le donne al focolare avessero nei loro gesti una sorta di
dignit materna, una calma possente; che i ginnasi fossero
frequentati da giovinetti non ignari dei giochi n delle arti;
che i frutteti producessero le pi belle frutta, i campi le
messi pi opime. Volevo che l'immensa maest della pace romana
si estendesse a tutti, insensibile e presente come la musica del
firmamento nel suo moto; che il viaggiatore pi umile potesse
errare da un paese, da un continente all'altro, senza formalit
vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo
di legalit e di cultura; che i nostri soldati continuassero la
loro eterna danza pirrica alle frontiere; che ogni cosa
funzionasse senza inciampi, l'officina come il tempio; che il
mare fosse solcato da belle navi e le strade percorse da vetture
frequenti; che, in un mondo ben ordinato, i filosofi avessero il
loro posto e i danzatori il proprio. A questo ideale, in fin dei
conti modesto, ci si avvicinerebbe abbastanza spesso se gli
uomini vi applicassero una parte di quell'energia che van
dissipando in opere stupide o feroci. E durante l'ultimo quarto
di secolo, la sorte propizia mi ha consentito di realizzarlo in
parte. Arriano di Nicomedia, uno degli spiriti pi eletti del
nostro tempo, si compiace di rammentarmi i bei versi nei quali
il vecchio Terpandro ha definito in tre parole l'ideale di
Sparta, il "modus vivendi" perfetto, sognato, e mai raggiunto,
da Lacedemone: la FORZA, la GIUSTIZIA, le MUSE. La Forza stava
alla base, e senza il suo rigore non pu esserci Bellezza, senza
la sua stabilit non v' Giustizia. La Giustizia componeva
l'equilibrio delle parti, le proporzioni armoniose che nessun
eccesso deve turbare. Ma la Forza e la Giustizia non erano che
uno strumento agile e duttile nelle mani delle Muse:
consentivano di tener lontane tutte le miserie e le violenze
come altrettante offese al bel corpo dell'umanit. Ogni nequizia
era come una nota falsa da evitare nella armonia delle sfere.





In Germania mi trattennero quasi un anno le fortificazioni e gli
accampamenti da costruire o da restaurare, le strade da aprire o
da riparare; nuovi bastioni, eretti per un percorso di settanta
leghe lungo il Reno, rafforzarono le nostre frontiere. Quel
paese di scialbi vigneti e di corsi d'acqua spumeggianti non mi
offriva nulla d'imprevisto; vi ritrovavo le orme del giovane
tribuno che rec a Traiano la notizia del suo avvento al trono.
Vi ritrovavo pure, oltre il nostro fortilizio estremo, fatto di
tronchetti d'abete, lo stesso orizzonte monotono e cupo, lo
stesso mondo che ci precluso, dopo il cuneo imprudente che
v'insinuarono le legioni di Augusto: l'oceano di alberi,
l'immensa riserva d uomini bianchi e biondi. Una volta compiuta
quell'opera di riorganizzazione, ridiscesi sino alla foce del
Reno, lungo le pianure belghe e batave. Dune desolate
componevano quel paesaggio nordico tagliato da erbe sibilanti;
le case del porto di Noviomagus, innalzate su palafitte, si
affiancavano alle navi ormeggiate quasi alla loro soglia; sul
tetto, si appollaiavano gli uccelli marini. Amavo la malinconia
di quei luoghi, che apparivano detestabili ai miei aiutanti di
campo, quel cielo imbronciato, quei fiumi fangosi che si scavano
il letto in una terra informe, senza una luce, senza un dio che
ne abbia modellato il limo.

Una barca dal fondo quasi piatto ci trasport nell'isola di
Britannia. Pi volte il vento ci respinse verso la costa che
avevamo lasciata; e quella traversata contrastata mi concesse
qualche straordinaria ora vuota. Nubi gigantesche sorgevano dal
mare tempestoso, intorbidito dalle sabbie incessantemente smosse
nel suo fondo. Come un tempo, presso i Daci e i Sarmati, avevo
contemplato religiosamente la Terra, qui scorgevo per la prima
volta un Nettuno pi caotico del nostro, un infinito mondo
liquido. Avevo letto in Plutarco una leggenda di naviganti,
riguardante un'isola situata in quei mari prossimi al Mare
Tenebroso; da secoli gli di vittoriosi dell'Olimpo vi avrebbero
relegato i Titani vinti. Quei grandi prigionieri delle rocce e
delle onde, eternamente flagellati dall'oceano insonne, votati
anch'essi a un'insonnia perenne, ma intenti senza posa a
sognare, continuerebbero a opporre all'ordine olimpico la loro
violenza, la loro angoscia, il loro desiderio perpetuamente
frustrato. Ritrovavo in quel mito, ambientato ai confini del
mondo, le teorie dei filosofi di cui m'ero nutrito: ogni uomo,
nel corso della sua breve esistenza, deve scegliere eternamente
tra la speranza insonne e la saggia rinuncia a ogni speranza,
tra i piaceri dell'anarchia e quelli dell'ordine, tra il Titano
e l'Olimpico. Scegliere tra essi, o riuscire a comporre, tra
essi, l'armonia.

Le riforme civili poste in atto in Britannia fanno parte della
mia opera amministrativa, della quale t'ho parlato altrove.
Quello che importa qui, che io fui il primo tra gli imperatori
che si sia insediato pacificamente in quell'isola situata ai
confini del mondo conosciuto, dove il solo Claudio s'era
azzardato a sostare per qualche giorno in qualit di comandante
in capo. Per un inverno intero, Londinium divenne, per mia
elezione, quel centro effettivo del mondo che Antiochia era
stata durante la guerra partica. Cos, ogni viaggio spostava il
centro di gravit del potere, lo collocava per un periodo di
tempo in riva al Reno o lungo le prode del Tamigi, mi permetteva
di valutare la convenienza o gli svantaggi d'una simile sede
imperiale. Quel soggiorno in Britannia mi fece prendere in
considerazione l'ipotesi d'uno Stato accentrato in Occidente,
d'un mondo atlantico: intuizioni dello spirito, prive di
qualsiasi valore pratico: ma cessano d'essere assurde non appena
chi le ipotizza si concede un volger d'anni abbastanza esteso
per i suoi piani.

Solo tre mesi prima del mio arrivo, la Sesta Legione Vittoriosa
era stata trasferita in territorio britannico. Veniva a
sostituirvi la sventurata Nona Legione che i Caledoni avevano
decimato durante i disordini in Britannia, orrendo contraccolpo
della nostra spedizione contro i Parti. Per impedirne che un
disastro simile si replicasse, due misure s'imponevano: che le
nostre truppe venissero rinforzate mediante la creazione d'un
corpo ausiliario indigeno: a Eboracum, dall'alto d'una collina
verde, ho visto manovrare per la prima volta quell'armata
britannica di formazione recente. Nello stesso tempo, feci
erigere una muraglia che tagliava l'isola in due nel punto pi
stretto a proteggere le regioni fertili e civilizzate del Sud
contro gli attacchi delle trib del Nord. Ho ispezionato di
persona buona parte dei lavori, iniziatisi simultaneamente lungo
un crinale di ottanta leghe; fu per me un'occasione per
sperimentare, lungo quello spazio ben limitato che si estende da
una costa all'altra, un sistema difensivo che in seguito si
potrebbe applicare ovunque. Ma gi quell'opera, puramente
militare, secondava la pace, incrementava la prosperit di
quella regione della Britannia; si creavano villaggi; si
produceva un moto di afflusso verso le nostre frontiere. Gli
sterratori della legione erano secondati da squadre indigene,
nel loro compito; per molti di quei montanari, ieri ancora
indomi, quel muro rappresentava la prima prova irrefutabile
della potenza tutelatrice di Roma; il soldo della paga, la prima
moneta romana che passava per le loro mani. Quel baluardo
divenne l'emblema della mia rinuncia alla politica di conquista:
ai piedi del bastione pi avanzato, feci erigere un tempio al
dio Termine.

Tutto mi piacque in quella terra piovosa: le frange di bruma sui
fianchi delle colline, i laghi votati a Ninfe ancor pi estrose
delle nostre; quella razza malinconica, dagli occhi grigi.
Avevo, per guida, un giovane tribuno del corpo ausiliario
britannico: quel dio biondo aveva imparato il latino, balbettava
in greco, e s'ingegnava timidamente a comporre versi d'amore in
quella lingua. Una fredda notte d'autunno, ne feci il mio
interprete presso una Sibilla. Sedevamo nella capanna affumicata
d'un carbonaio celta, a riscaldarci le gambe ravvolte in grosse
pezze di lana ruvida, quando vedemmo strisciare verso di noi una
vecchia fradicia di pioggia, scarmigliata dal vento, selvatica e
furtiva come un animale della foresta. Si avvent su piccoli
pani di avena che si cuocevano al focolare. La mia guida riusc
a blandire quella profetessa, ed ella acconsent a interrogare
per me le volute del fumo, le scintille che scoppiettavano
improvvise, le fragili architetture degli arbusti in fiamme e
della cenere. Vide le citt che si edificavano, le folle
plaudenti, ma anche citt in fiamme, cupe sfilate di vinti che
smentivano i miei progetti di pace, e un viso giovane e dolce
che prese per un volto di donna, e al quale mi rifiutai di
credere; si trattava, probabilmente, d'uno spettro bianco, forse
una statua, oggetto pi misterioso ancora di un fantasma per
quella abitatrice di boschi e di lande. E, a distanza di un
numero imprecisato di anni, la mia morte, che avrei prevista
egualmente anche senza di lei.

La prospera Gallia, l'opulenta Spagna mi trattennero meno a
lungo della Britannia. Nella Gallia Narbonense, ritrovai la
Grecia, che ha sciamato fin l: le splendide scuole d'eloquenza,
i bei portici sotto un limpido cielo. Sostai a Nmes per
ordinare la fondazione di una basilica dedicata a Plotina, e
destinata a divenire un giorno il suo tempio. L'imperatrice era
legata a quella citt da ricordi di famiglia, che me ne
rendevano pi caro il paesaggio asciutto e dorato.

Ma la rivolta in Mauretania ancora divampava. Abbreviai la
traversata della Spagna, trascurando persino, tra Cordova e il
mare, di fermarmi un istante a Italica, la citt della mia
infanzia e dei miei avi. A Gades, m'imbarcai per l'Africa.

I vigorosi guerrieri tatuati delle montagne di Atlante vessavano
ancora le citt costiere dell'Africa. Vissi l, per brevissimi
giorni, l'equivalente numida dei disordini sarmati; rividi le
trib soggiogate ad una ad una, l'altera sottomissione dei capi
prosternati nel deserto, al centro d'un viluppo di donne, di
masserizie, di bestie inginocchiate. E la sabbia rimpiazzava la
neve.

Mi sarebbe stato caro, una volta tanto, trascorrere interamente
a Roma la primavera, ritrovare la Villa incominciata, le carezze
capricciose di Lucio, l'amicizia di Plotina. Ma questo mio
soggiorno in citt fu presto interrotto da allarmanti voci di
guerra. Erano appena tre anni dacch s'era conclusa la guerra
con i Parti, e gi sull'Eufrate erano sorti gravi incidenti.
Partii immediatamente per l'Oriente.





Ero deciso a reprimere quei torbidi di frontiera con mezzi meno
banali che le legioni in marcia. Fu combinato un incontro di
persona con Osroe. Riconducevo in Oriente la figlia
dell'imperatore, fatta prigioniera quasi in culla, quando
Traiano aveva occupato Babilonia, e poi trattenuta a Roma come
ostaggio. Era una ragazzetta gracile, dai grandi occhi. La sua
presenza e quella delle sue donne mi fu di qualche impaccio,
durante quel viaggio che si doveva, oltretutto, compiere senza
indugio. Quel gruppo di creature velate fu sballottato a dorso
di cammello attraverso il deserto siriaco, sotto un baldacchino
dalle cortine severamente abbassate. E ogni sera, alle tappe,
mandavo a sentire se la principessa desiderava qualcosa.

Mi fermai un'ora in Licia, per convincere il mercante Opramoas,
che aveva gi dato prova delle sue eccellenti qualit di
negoziatore, ad accompagnarmi in territorio partico. Per
mancanza di tempo, non pot sfoggiare il suo lusso abituale.
Quell'uomo infiacchito dall'opulenza era tuttavia un ammirevole
compagno di viaggio, avvezzo a tutti gli imprevisti del deserto.

Il luogo dell'incontro si trovava sulla riva sinistra
dell'Eufrate, poco lungi da Doura. Traversammo il fiume su una
zattera. I soldati della guardia imperiale partica, con le
corazze dorate, su cavalli altrettanto splendidi, formavano una
linea abbagliante lungo le sponde. Il mio inseparabile Flegone
era pallidissimo. Persino gli ufficiali che mi accompagnavano
non celavano la loro apprensione: quell'incontro poteva
nascondere un tranello. Opramoas, avvezzo a fiutare l'aria
dell'Asia, si trovava a suo agio, si fidava di quel pericoloso
amalgama di silenzio e di tumulto, d'immobilit e di galoppate
improvvise, di quel lusso profuso nel deserto come un tappeto
sulla sabbia. Quanto a me, ero straordinariamente calmo: come
Cesare si fidava della sua barca, cos io di quelle tavole su
cui andava la mia sorte. Detti una prova di questa fiducia
rendendo subito la principessa a suo padre, anzich tenerla
sotto custodia nelle nostre linee fino al mio ritorno. Promisi
anche che avrei reso il trono d'oro della dinastia Arsacide, che
Traiano aveva portato via, e di cui non sapevamo che farci,
laddove la superstizione orientale vi annetteva un immenso
valore.

Il fasto di questi incontri con Osroe fu soltanto esteriore: in
sostanza, non differivano gran che dagli abboccamenti di due
vicini che cercano di comporre amichevolmente una questione di
muro divisorio. Ero alle prese con un barbaro raffinato, che si
esprimeva in greco, tutt'altro che stupido, non necessariamente
pi perverso di me; tuttavia, tanto indeciso da sembrare
malsicuro. Le mie singolari discipline mentali m'aiutavano a
captare quel pensiero sfuggente: seduto in faccia all'imperatore
dei Parti, imparavo a prevedere, e ad orientare le sue risposte:
entravo nel suo gioco; mi figuravo d'essere io Osroe nell'atto
di contrattare con Adriano. Detesto i vaniloqui, nei quali
ciascuno sa in anticipo che ceder, o che non ceder: la
franchezza, negli affari, mi piace soprattutto come mezzo per
semplificare le cose, e progredire in fretta. I Parti ci
temevano; noi paventavamo i Parti: da questa reciproca paura
poteva nascere la guerra. I satrapi la istigavano, per interesse
personale: non tardai ad accorgermi che anche Osroe aveva i suoi
Quieto, i suoi Palma. Farasmane, il pi turbolento di quei
principi semindipendenti assegnati alle frontiere, era ancor pi
pericoloso per l'impero partico che per noi. Mi hanno accusato
di aver fiaccato con l'elargizione di sussidi quell'ambiente
molle e malefico: era danaro investito bene. Ero troppo sicuro
della superiorit delle nostre forze per irrigidirmi su un amor
proprio idiota: ero pronto a tutte le concessioni formali, fatte
solo di prestigio, ma a nessun'altra. La cosa pi difficile fu
persuadere Osroe che, se facevo poche promesse, era perch
intendevo mantenerle. Tuttavia mi credette; o finse di credermi.
L'accordo concluso tra noi durante quella visita dura ancora; da
quindici anni a questa parte, nessuno di noi ha turbato la pace
alle frontiere. Conto su di te affinch questo stato di cose
perduri dopo la mia morte.

Una sera, sotto la tenda imperiale, durante una festa data in
mio onore da Osroe, scorsi tra le donne e i paggi dalle lunghe
ciglia, un uomo ignudo, scheletrico, completamente immobile, i
cui occhi sbarrati pareva ignorassero quel trambusto di piatti
carichi di vivande, di acrobati, di danzatrici. Gli rivolsi la
parola a mezzo del mio interprete: non si degn di rispondermi.
Era un saggio. Ma i suoi discepoli erano pi loquaci. Appresi
cos che quei pii vagabondi venivano dall'India, e il loro
maestro apparteneva alla potente casta dei Bramini. Compresi che
le sue meditazioni lo inducevano a ritenere che tutto l'universo
non che un tessuto di illusioni e di errori: l'austerit, la
rinuncia, la morte, erano per lui il solo mezzo per eludere
questo flusso mutevole delle cose, dal quale, al contrario, il
nostro Eraclito s' fatto portare, onde raggiungere, oltre il
mondo dei sensi, quella sfera del divino, quel firmamento
immobile e vuoto che anche Platone ha sognato. Presentii, pure
attraverso le inesattezze degli interpreti, alcune delle idee
che non furono del tutto ignorate da qualcuno dei nostri saggi,
ma che l'indiano esprimeva in forma pi definitiva e pi netta.
Quel Bramino era giunto in quello stadio in cui nulla,
all'infuori del suo corpo, lo separava pi dal dio intangibile,
senza sostanza n forma, al quale aspirava a unirsi: aveva
deciso, infatti, di farsi ardere vivo l'indomani. Osroe mi
invit a questa solenne cerimonia. Fu innalzato un rogo di
arbusti odoriferi, l'uomo vi si tuff e scomparve senza un
grido. I discepoli non mostrarono il minimo rimpianto: per loro,
era tutt'altro che una cerimonia funebre.

Ripensai a lungo a quel rogo, la notte che segu. Ero disteso su
di un tappeto di lana preziosa, sotto una tenda drappeggiata di
pesante stoffa iridata. Un paggio mi massaggiava i piedi.
Dall'esterno, mi giungevano radi i brusii di quella notte
asiatica: la conversazione di due schiavi che sussurravano alla
mia porta; il lieve fruscio d'una palma; Opramoas che russava
dietro una tenda; il picchiare dello zoccolo d'un cavallo
impastoiato: pi lontano, dagli appartamenti delle donne, veniva
il tubare mesto d'una canzone. Il Bramino aveva disdegnato tutto
questo. Quell'uomo ebbro di rinuncia s'era abbandonato alle
fiamme come un amante al suo talamo. Aveva respinto le cose, gli
esseri, infine se stesso, come altrettante vesti che gli
celavano quella presenza unica, quel centro invisibile e vuoto
che preferiva a ogni altra cosa.

Mi sentivo diverso, pronto anch'io ad altre scelte. L'austerit,
la rinuncia, la negazione non mi erano del tutto estranee: le
avevo assaporate, come accade quasi sempre, a vent'anni. Non li
avevo ancora quando, a Roma, condottovi da un amico, ero andato
a visitare il vecchio Epitteto nel suo tugurio alla Suburra,
pochi giorni prima che Domiziano lo esiliasse. L'antico schiavo,
al quale un padrone brutale anni prima aveva spezzato una gamba
senza riuscire a strappargli un lamento, il fragile vecchio che
sopportava paziente i lunghi tormenti dei calcoli renali, m'era
sembrato in possesso d'una libert quasi sovrumana. Avevo
contemplato con ammirazione quelle grucce, quel pagliericcio,
quella lampada di terracotta, il mestolo di legno nella ciotola
di creta, gli utensili semplici di una vita pura. Ma Epitteto
rinunciava a troppe cose, e ben presto m'ero reso conto che, per
me, nulla era pi insidiosamente grato della rinuncia.
L'indiano, pi logico, ricusava addirittura la vita. Avevo molto
da imparare da quei puri fanatici, ma a condizione di volgere in
un altro senso la lezione ch'essi m'impartivano. Quei saggi si
affannavano a trovare il loro dio al di l dell'oceano di forme,
a ridurlo a quella qualit di unico, intangibile, incorporeo a
cui egli ha rinunciato il giorno che ha voluto essere
l'universo. Io intuivo diversi i miei rapporti col divino.
M'immaginavo nell'atto di secondarlo nel suo sforzo d'imprimere
al mondo una forma e un ordine, di sviluppare e moltiplicarne le
circonvoluzioni, le ramificazioni. Io ero uno dei segmenti di
quella ruota, uno degli aspetti di questa forza unica impegnata
nella molteplicit delle cose: aquila e toro, uomo e cigno,
fallo e cervello insieme, Proteo e insieme Giove.

Fu verso quell'epoca che cominciai a sentirmi dio. Non mi
fraintendere: ero sempre, ero pi che mai lo stesso uomo,
nutrito dei frutti e degli animali della terra, che rende al
suolo i resti dei suoi alimenti, sacrifica al sonno a ogni
rivoluzione degli astri, irrequieto sino alla follia quando gli
manca troppo a lungo la calda presenza dell'amore. La mia forza,
la mia agilit fisica e mentale erano conservate accuratamente
intatte, attraverso una ginnastica completamente umana. Ma che
altro dirti, se non che tutto ci io lo vivevo divinamente?
Erano cessate le avventure temerarie della giovinezza, e quella
urgenza di godere il tempo che passa. A quarantaquattro anni, mi
sentivo senza impazienze, sicuro di me, perfetto quanto me lo
consentiva la mia natura: eterno. E, comprendimi bene, si
trattava d'un'ideazione dell'intelletto: i deliri, se devo
assegnar loro questo nome, vennero pi tardi. Ero dio,
semplicemente, perch ero uomo. I titoli divini che la Grecia mi
accord in seguito non fecero che proclamare ci che da tempo
avevo constatato da me stesso. Credo che mi sarebbe stato
possibile sentirmi dio anche nelle prigioni di Domiziano o nelle
viscere d'una miniera. Se ho l'audacia di pretenderlo, vuol dire
che questo sentimento mi appare assai poco straordinario, e per
nulla raro. Anche altri, oltre che io stesso, l'hanno provato, o
lo proveranno in avvenire.

Ho detto che i miei titoli aggiungevano ben poco a questa
sorprendente certezza: essa, al contrario, trovava conferma nei
gesti pi semplici del mio mestiere d'imperatore. Se Giove il
cervello del mondo, ogni uomo incaricato di organizzare e
moderare gli affari terreni pu ragionevolmente considerarsi una
parte di quel cervello che a tutto presiede. A torto o a
ragione, quasi sempre l'umanit ha concepito il suo dio in
termini di Provvidenza; le mie funzioni mi costringevano a
essere, per una parte del genere umano, questa Provvidenza
incarnata. Pi lo Stato si sviluppa, serrando l'uomo nelle sue
maglie fredde e rigorose, pi la fiducia umana aspira a
collocare al polo estremo di questa interminabile catena
l'immagine adorata d'un uomo protettore. Lo volessi o no, le
popolazioni orientali dell'impero mi trattavano da dio. Persino
in Occidente, e a Roma, dove solo dopo morti siamo proclamati
ufficialmente divini, la oscura piet popolare sempre pi si
compiace di deificarci ancor vivi. Ben presto, la riconoscenza
dei Parti elev templi all'imperatore romano che aveva
instaurata e serbata la pace: e a Vologesa, nel cuore di quel
vasto mondo straniero, sorse il mio santuario. Lungi dallo
scorgere in quelle dimostrazioni di culto i pericoli di follia o
di prepotenza per l'uomo che le accetta, io vi ravvisavo un
freno, l'impegno a delinearsi conforme un modello eterno, ad
associare alla potenza umana una parte di sapienza divina. Esser
dio, in fin dei conti, obbliga a un maggior numero di virt che
non essere imperatore.

Diciotto mesi dopo, mi feci iniziare a Eleusi. In un certo
senso, questa visita a Osroe aveva segnato una svolta nella mia
vita. Invece di tornare a Roma, avevo deciso di dedicare qualche
anno alle province greche e orientali dell'impero: Atene
diventava sempre pi la mia patria, il mio centro. Ci tenevo
molto a piacere ai Greci, e anche a ellenizzarmi il pi
possibile; ma quella iniziazione, motivata in parte da
considerazioni politiche, costitu tuttavia una esperienza
religiosa senza pari. Quei riti solenni non fanno che
simboleggiare gli avvenimenti dell'esistenza umana, ma il
simbolo va oltre l'atto, spiega ciascuno dei nostri gesti in
termini di meccanica eterna. L'insegnamento che si riceve a
Eleusi deve restare segreto: del resto, ha ben poche probabilit
di venir divulgato, in quanto , per sua natura, ineffabile. Una
volta formulato, non condurrebbe che alle certezze pi banali:
in questo appunto risiede la sua profondit. I gradi pi elevati
che mi vennero conferiti in seguito, nel corso di conversazioni
private con lo ierofante, nulla, o quasi nulla aggiunsero
all'emozione iniziale, che il pi oscuro dei pellegrini,
partecipando alle abluzioni rituali o dissetandosi a quella
sorgente, prova in egual misura. Avevo sentito le dissonanze
risolversi in accordo; per un istante mi ero posato su una sfera
diversa, avevo contemplato da lungi, ma anche molto da vicino,
quella teoria umana e divina nella quale occupo il mio posto
anch'io, quel mondo nel quale esiste ancora il dolore, non pi
l'errore. La sorte umana, quel vago tracciato al quale un occhio
meno esercitato attribuisce tante imperfezioni, scintillava come
le scie del cielo.

A questo punto conviene ch'io ti accenni un'abitudine che per
tutta la vita mi indusse a percorrere sentieri meno segreti di
quelli di Eleusi, ma che, in fin dei conti, vi corrono
paralleli; voglio intendere lo studio degli astri. Sono stato
sempre amico degli astronomi e cliente degli astrologhi. La
scienza di questi ultimi incerta, falsa nelle singole parti,
forse veritiera nell'insieme; dato che l'uomo, particella
dell'universo, governato dalle leggi medesime che presiedono
al cielo, non poi cos assurdo cercare lass i temi delle
nostre esistenze, le fredde simpatie che partecipano ai nostri
successi e ai nostri errori. Non c' sera d'autunno in cui io
mancai mai di salutare, a sud dell'Acquario, il Coppiere
celeste, il Dispensatore insigne sotto il cui segno sono nato.
Non mancavo mai di riconoscere, in ciascuna delle loro
evoluzioni, Giove e Venere, i moderatori della mia vita, n di
misurare l'influenza del funesto Saturno. Ma se questa strana
proiezione dell'umano sulla volta stellare spesso turbava le mie
veglie, ancor pi fortemente mi interessavo alle matematiche
celesti, speculazioni astratte alle quali i grandi corpi
incandescenti c'inducono. Uniformandomi ad alcuni pi temerari
tra i nostri sapienti, ero incline a ritenere che la terra
partecipi anch'essa a quel periplo notturno e diurno del quale
le processioni sacre di Eleusi rappresentano, tutt'al pi, il
simulacro umano. In un mondo dove tutto non che turbine di
forze, danza di atomi, dove tutto si trova contemporaneamente in
alto e in basso, al centro e alla periferia, non riuscivo a
farmi convinto dell'esistenza d'un globo immobile, d'un punto
fisso che non fosse al tempo stesso in moto.

Altre volte, i calcoli sul ricorso degli equinozi, gi stabilito
da Ipparco di Alessandria, assillavano le mie veglie notturne:
vi ritrovavo sotto forma di dimostrazione e non pi favola o
simbolo, lo stesso mistero eleusino dei corsi e ricorsi. La
Spiga della Vergine, ai nostri giorni, non si trova pi in quel
punto della carta dove l'ha segnata Ipparco; e questa variazione
il compimento d'un ciclo, che conferma le ipotesi
dell'astronomo. Lentamente, ineluttabilmente, il firmamento
torner a essere quello che era ai tempi di Ipparco: e sar
nuovamente quello che oggi, ai tempi di Adriano. Quel
disordine s'integrava nell'ordine; il mutamento faceva parte
d'un piano che l'astronomo era in grado di prevedere in
anticipo; lo spirito umano rivelava la sua partecipazione
all'universo per il fatto d'aver concepito teoremi esatti cos
come a Eleusi con le grida rituali e le danze. L'uomo che
contempla gli astri, e gli astri contemplati ruotano
ineluttabilmente verso la loro fine, segnata in qualche punto
del cielo. Ma ogni momento di questa caduta rappresentava un
tempo d'arresto, un riferimento, il segmento d'una curva, solida
quanto una catena d'oro. Ogni slittamento ci riconduceva a quel
punto che, oggi, dato che per caso ci siamo trovati a viverci,
ci appare un centro.

Sin dalle notti della mia infanzia, quando col braccio levato
Marullino m'indicava le costellazioni, l'interesse per le cose
del cielo non mi ha mai abbandonato. Al campo, durante le veglie
forzate, ho contemplato la luna che corre tra le nubi dei cieli
barbari; pi tardi, nelle limpide notti dell'Attica, ho
ascoltato l'astronomo Terone di Rodi spiegarmi il suo sistema
del mondo; disteso sul ponte d'una nave, in pieno Egeo,
osservavo il lento moto oscillante dell'albero maestro spostarsi
tra le stelle, andare dall'occhio acceso del Toro al pianto
delle Pleiadi, dal Pegaso al Cigno; e ho risposto come meglio
sapevo alle domande serie e ingenue del giovinetto che
contemplava quello stesso cielo con me. Qui, in Villa, ho fatto
costruire un vero osservatorio, ma oggi il mio male m'impedisce
di ascenderne i gradini. Una volta, nella mia vita, ho fatto di
pi: ho offerto il sacrificio d'una intera notte alle
costellazioni. Ci avvenne dopo la mia visita a Osroe, durante
la traversata del deserto siriaco. Disteso supino, gli occhi
bene aperti, tralasciando per qualche ora ogni pensiero umano,
mi sono abbandonato dal tramonto all'aurora a quel mondo di
cristallo e di fiamma. E' stato il pi bello dei miei viaggi. Il
grande astro della Lira, stella polare degli uomini che vivranno
quando noi da dozzine di migliaia d'anni non saremo pi,
splendeva sul mio capo. I Gemelli rilucevano d'una luce tenue
negli estremi bagliori del tramonto; il Serpente precedeva il
Sagittario; l'Aquila saliva allo zenit, le ali aperte, e ai suoi
piedi splendeva quella costellazione non ancora designata dagli
astronomi alla quale in seguito ho dato il pi caro dei nomi. La
notte, che non mai cos totale come credono coloro che vivono
e dormono nelle stanze, si fece pi cupa, poi si rischiar. Si
spensero i fuochi, che s'erano lasciati accesi per fugare gli
sciacalli; quel mucchio di brace ardente mi ramment il nonno,
in piedi nella sua vigna, le sue profezie che ormai erano il
presente, e che sarebbero state ben presto il passato. Ho
cercato di aderire al divino sotto molte forme; e ho conosciuto
molte estasi. Ve ne sono di atroci; altre, d'una dolcezza
struggente. Quella della notte siriaca fu singolarmente lucida.
Mi tracci i movimenti celesti con una precisione che nessuna
osservazione parziale mi avrebbe mai consentito di raggiungere.
Nel momento in cui scrivo, io so esattamente quali stelle
passano qui, a Tivoli, sopra questo soffitto ornato di stucchi e
di pitture preziose, e altrove, laggi, su un sepolcro. Qualche
anno dopo, la morte doveva diventare l'oggetto delle mie
meditazioni costanti, il pensiero al quale ho dedicato tutte
quelle forze del mio spirito che lo Stato non assorbiva. E chi
dice morte esprime anche quel mondo misterioso al quale forse
per suo mezzo si accede. Dopo tante riflessioni ed esperienze,
talvolta condannabili, ignoro ancora quello che accade dietro
quella buia cortina. Ma la notte siriaca rappresenta la mia
parte consapevole d'immortalit.







SAECULUM AUREUM.



L'estate successiva al mio incontro con Osroe, la trascorsi in
Asia Minore: sostai nella Bitinia per sorvegliare di persona il
taglio delle foreste di Stato. A Nicomedia, citt luminosa,
civile, raffinata, presi alloggio in casa del procuratore della
provincia, Cneo Pompeo Proculo, nell'antica residenza del re
Nicomede, ancora impregnata dei ricordi voluttuosi di Giulio
Cesare giovane. La brezza della Propontide ventilava quelle sale
fresche e buie. Proculo, un uomo di gusto, organizz qualche
riunione letteraria in mio onore: sofisti di passaggio, gruppi
di studenti e di letterati si riunirono nei suoi giardini, in
riva a una sorgente dedicata al dio Pan. Di tanto in tanto, un
servo vi immergeva una grande anfora di argilla porosa; e i
versi pi limpidi sembravano opachi a paragone di quell'acqua
pura.

Una sera, si dette lettura d'un lavoro piuttosto astruso di
Lycofrone, che mi caro, peraltro, per le folli combinazioni di
armonie, di allusioni e di immagini, quel suo sistema complesso
di riflessi e di echi. Un giovinetto in disparte ascoltava
quelle strofe ardue con un'attenzione pensosa e distratta al
tempo stesso, e io pensai subito a un pastore nel cuore della
foresta, vagamente in ascolto del grido misterioso d'un uccello.
Non aveva n tavolette n stilo, con s. Seduto sui bordi della
vasca, sfiorava quella bella superficie levigata con le dita.
Seppi che suo padre aveva occupato una modesta carica
nell'amministrazione dei vasti domini imperiali; affidato
giovanissimo alle cure d'un suo avo, lo scolaretto era stato
inviato presso un ospite dei suoi genitori, ch'era armatore a
Nicomedia, e che a quella povera famiglia appariva ricco.

Quando gli altri si furono allontanati, lo trattenni. Era poco
istruito, ignaro quasi di tutto, ma riflessivo, ingenuo.
Conoscevo Claudiopoli, la sua citt natale: riuscii a farlo
parlare della sua casa, al limitare delle grandi foreste di pini
che forniscono l'albero maestro alle nostre navi, del tempio di
Attys situato sulla collina, di quelle musiche stridenti che gli
erano care, dei bei cavalli del suo paese, delle strane sue
divinit. Quella voce lievemente velata s'esprimeva in greco con
accento asiatico. Improvvisamente, nel sentirsi ascoltato, o
fors'anche osservato, il ragazzo si confuse, arross, ricadde in
uno di quei silenzi ostinati ai quali mi abituai ben presto. Si
abbozz, comunque, un'intimit. In seguito, mi accompagn in
tutti i miei viaggi; e cominciarono per me alcuni anni favolosi.

Antinoo era greco: sono risalito, nelle memorie di quella
famiglia antica e oscura, sino all'epoca dei primi coloni arcadi
sulle sponde della Propontide. Ma l'Asia aveva prodotto su quel
sangue un po' acre l'effetto della goccia di miele che rende
torbido e aromatico un vino puro. Ritrovavo in lui le
superstizioni d'un discepolo d'Apollonio, il culto monarchico
d'un suddito orientale del Gran Re. La sua presenza era
straordinariamente silenziosa: m'ha seguito come un animale, o
come un genio familiare. Aveva le infinite capacit di allegria
e d'indolenza d'un cucciolo, la selvatichezza, la fiducia. Quel
bel levriero, ansioso di carezze e di ordini, si distese sulla
mia vita. Ammiravo quell'indifferenza quasi altera verso tutto
ci che non costituiva il suo piacere o il suo culto: essa
suppliva in lui al disinteresse, allo scrupolo, a tutte le virt
volute, austere. Mi stupiva quella sua aspra dolcezza; quella
devozione torva, che impegnava l'essere intero. E, tuttavia,
quella sottomissione non era cieca: quelle palpebre tante volte
abbassate nell'acquiescenza o nel sogno, si levavano; gli occhi
pi attenti del mondo mi scrutavano in viso; mi sentivo
giudicato. Ma lo ero, come lo un dio da un suo fedele: le mie
asprezze, i miei attacchi di diffidenza (ne ebbi, pi tardi)
erano pazientemente, gravemente accettati. Sono stato padrone
assoluto una volta sola, e di un solo essere.

Se non ho detto ancora nulla d'una bellezza cos evidente, non
bisogna credere che l'abbia fatto per una sorta di reticenza, il
silenzio d'un uomo avvinto in modo troppo totale. Ma i volti che
noi cerchiamo disperatamente ci sfuggono: sempre solo un
istante... Ritrovo una testa reclina sotto una capigliatura
disfatta dal sonno, degli occhi che le palpebre allungate
facevano parere obliqui, un giovane viso, come disteso. Quel
tenero corpo s' modificato di continuo, a guisa d'una pianta, e
alcune di queste alterazioni sono imputabili all'opera del
tempo. Il fanciullo mutava: si faceva grande. Bastava una
settimana d'indolenza per intorpidirlo; un pomeriggio di caccia
gli rendeva la solidit, lo scatto dell'atleta. Un'ora di sole
lo faceva mutare dal colore del gelsomino a quello del miele. Le
gambe un po' pesanti del puledro si andavano man mano
allungando; la gota perdeva la delicata rotondit infantile,
s'incavava leggermente sotto lo zigomo sporgente; il torace
gonfio d'aria del giovane corridore allo stadio lungo assumeva
le curve lisce e polite d'un seno di Baccante. Il broncio delle
labbra s'impregnava d'un'amarezza ardente, d'una saziet triste.
In verit, quel volto mutava, come se ogni notte e ogni giorno
io lo avessi scolpito.

Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare
l'Et dell'Oro. Tutto era facile: le fatiche d'altri tempi erano
compensate da una facilit quasi sovrumana. Viaggiare era un
gioco, un piacere controllato, noto, e abilmente praticato. Il
lavoro incessante non era che un altro modo di godere. La mia
vita, in cui tutto arrivato tardi - il potere, la felicit
-, assumeva lo splendore del meriggio, la radiosit solare delle
ore di siesta, quando tutto soffuso di un'atmosfera dorata,
gli oggetti della nostra camera e il corpo disteso al nostro
fianco. La passione appagata ha la sua innocenza, fragile quasi
quanto ogni altra: il resto della bellezza umana declinava al
rango di spettacolo, cessava d'esser quella selvaggina di cui
ero stato il cacciatore. Quell'avventura iniziata in modo banale
arricchiva la mia vita, ma la rendeva, d'altro canto, pi
semplice: l'avvenire contava poco; cessavo d'interrogare gli
oracoli; le stelle non furono pi, d'allora in poi, che disegni
mirabili sulla volta del cielo. Non avevo osservato mai con
altrettanto rapimento il pallore dell'alba sull'orizzonte delle
isole, la frescura delle grotte consacrate alle Ninfe, abitate
da uccelli migratori, il lento volo delle quaglie al crepuscolo.
Mi diedi a rileggere i poeti: alcuni mi sembrarono migliori, la
maggior parte peggiori di prima. Scrissi versi che mi parvero
meno mediocri del solito.

Vi fu il mare d'alberi: le foreste di sughero e le pinete della
Bitinia; il padiglione di caccia dalle aperte gallerie nelle
quali il giovinetto, ripreso dall'indolenza del suo paese natio,
disseminava a caso le frecce, la daga, la cintura dorata, si
rotolava con i cani sui divani di cuoio. Le pianure avevano
trattenuto la calura della lunga estate; un vapore umido
fumigava dalle praterie lungo le rive del Sangario, dove
galoppavano branchi di cavalli bradi; allo spuntar del giorno,
scendevamo a bagnarci sulle sponde del fiume, sfiorando lungo il
cammino le erbe alte imperlate di rugiada notturna, sotto un
cielo da cui pendeva la sottile falce di luna che serve di
emblema alla Bitinia. Quel paese fu colmato di favori: assunse
persino il mio nome.

L'inverno piomb su di noi a Sinope; con un freddo degno della
Scizia, inaugurai le opere d'ampliamento del porto, intraprese
dai marinai della flotta ai miei ordini. Sulla strada di
Bisanzio, a ogni villaggio i notabili avevano fatto accendere
fuochi immensi, e le mie guardie vi si riscaldavano. La
traversata del Bosforo sotto una bufera di neve fu bellissima;
poi, le cavalcate nella foresta tracia, il vento pungente che si
ingolfava nelle pieghe dei mantelli, il crepitio innumerevole
della pioggia sulle foglie e sul tetto della tenda, la sosta al
campo dei muratori dove sarebbe sorta Adrianopoli, le ovazioni
dei veterani delle guerre daciche, la terra molle dalla quale
ben presto sarebbero sorte e torri e mura. A primavera una
visita alle guarnigioni del Danubio mi ricondusse in quella
borgata prospera che oggi Sarmizegetusa; il fanciullo di
Bitinia recava al polso un bracciale del re Decebalo. Il ritorno
in Grecia lo compimmo dal nord: mi attardai qualche giorno nella
valle del Tempe, tutta percorsa da acque vive; ci venne incontro
la bionda Eubea, poi l'Attica dal colore del vino rosato; Atene
la sfiorammo appena; a Eleusi, durante le mie iniziazioni ai
Misteri, trascorsi tre giorni e tre notti confuso tra la folla
dei pellegrini che s'iniziavano anch'essi durante quella stessa
festa: la sola precauzione fu di proibire agli uomini di portare
il coltello.

Condussi Antinoo nell'Arcadia dei suoi avi; le foreste vi
restavano impenetrabili come ai tempi in cui vi avevano abitato
quegli antichi cacciatori di lupi. A volte, con un colpo di
frusta, un cavallerizzo fugava una vipera; sulle cime sassose,
il sole era rovente come nel pieno dell'estate; il giovinetto,
addossato alla roccia, sonnecchiava, la testa reclinata sul
petto, i capelli sfiorati dalla brezza, simile a un Endimione
del giorno. Una lepre, che il mio cacciatore giovinetto aveva
addomesticata con infinita pazienza, fu sbranata dai cani: fu
l'unico dispiacere di quei giorni senza nubi. La popolazione di
Mantinea scopr antichi vincoli di parentela con quella famiglia
di coloni bitini, sconosciuti fino a quel giorno: la citt,
nella quale in seguito il fanciullo ebbe i suoi templi, fu
arricchita e abbellita da me. L'antichissimo santuario di
Nettuno ormai, caduto in rovina, era cos venerato che se ne
vietava l'accesso a chiunque: dietro quelle porte perennemente
sprangate si perpetuavano misteri pi antichi forse della stessa
razza umana. Edificai l un nuovo tempio, assai pi vasto, e
l'edificio antico racchiuso ormai all'interno di esso come il
nocciolo nel cuore d'un frutto. Lungo le strade, non lontano da
Mantinea, feci restaurare la tomba dove Epaminonda, ucciso in
combattimento, riposa accanto a un giovane compagno colpito al
suo fianco: vi fu innalzata a mia cura una colonna, sulla quale
venne inciso un poema, per commemorare quel ricordo d'un tempo
in cui tutto, visto a distanza, sembra sia stato nobile e
semplice: la tenerezza, la gloria, la morte. In Acaia, i giochi
istmici furono celebrati con uno splendore che non si era pi
visto dai tempi antichi; ripristinando le grandi feste
elleniche, speravo di rifare della Grecia una unit viva. La
caccia ci condusse nella valle d'Elicona, dorata dalle porpore
estreme dell'autunno; sostammo in riva alla sorgente di Narciso,
presso il santuario dell'Amore: la spoglia d'una giovane orsa,
un trofeo sospeso con chiodi d'oro alla parete del tempio, fu
offerta a quel dio, il pi saggio di tutti.

La barca, che il mercante Erasto di Efeso mi cedeva per navigare
nell'arcipelago, gett l'ancora nella baia di Falero: mi
stabilii ad Atene come un uomo che torna a casa sua. Osai metter
mano a quella bellezza, tentai di rendere perfetta quella citt
ammirevole. Dopo una lunga decadenza, Atene si ripopolava
nuovamente, e ricominciava a crescere dopo un lungo periodo di
declino: ne raddoppiai l'estensione; mi prefiguravo un'Atene
rinnovata, lungo l'Ilisso, la citt di Adriano al fianco di
quella di Teseo. Tutto era da riordinare, da ricostruire. Sei
secoli innanzi era stato abbandonato, appena iniziato, il grande
tempio consacrato a Giove Olimpico. I miei operai si misero al
lavoro: Atene conobbe di nuovo l'attivit gioiosa che non aveva
assaporata pi dai tempi di Pericle. Condussi a termine ci che
un Seleucide aveva tentato invano di compiere; riparai le rapine
del nostro Silla. L'ispezione dei lavori richiese un via vai
quotidiano in un dedalo di macchine, di carrucole sapienti, di
fusti semieretti, di blocchi candidi ammucchiati negligentemente
sotto un cielo turchino. Vi ritrovavo un poco l'atmosfera,
l'eccitazione dei cantieri navali; un bastimento in disarmo
tornava in servizio per l'avvenire. La sera, l'architettura
cedeva il posto alla musica, edificio invisibile. Potrei dire
d'aver praticato tutte le arti, ma quella dei suoni l'unica in
cui mi sia esercitato costantemente, e nella quale possa vantare
una certa abilit. A Roma, dissimulavo questa mia passione: ad
Atene, potevo abbandonarmi a essa, se pure con discrezione.
Nella corte, dove sorgeva un cipresso, si radunavano i musici,
ai piedi d'una statua di Ermes. Erano sei o sette soltanto:
un'orchestra di flauti e di lire, alla quale a volte si univa un
virtuoso armato di cetra. Molto spesso io tenevo il grande
flauto traverso. Suonavamo arie antiche, quasi dimenticate, e
melodie nuove, composte per me. Amavo l'austerit virile della
musica dorica, ma non detestavo affatto le melodie voluttuose o
appassionate, patetiche o sapienti, sdegnate come perturbatrici
dei sensi e del cuore dalle persone gravi, la cui virt consiste
nel paventare ogni cosa. Tra le corde, scorgevo il profilo del
mio giovane compagno, tutto intento a far la sua parte nel
complesso, e il moto attento delle sue dita lungo le corde tese.

Quell'inverno delizioso fu ricco di contatti amichevoli: il
ricchissimo Attico, la banca del quale finanziava i miei lavori
edilizi, non senza congruo profitto, m'invit nei suoi giardini
di Chefissia, dove viveva circondato da una corte di poeti
estemporanei e di scrittori alla moda; suo figlio, il giovane
Erode, era un conversatore avvincente e sottile al tempo stesso,
e divenne un commensale indispensabile delle mie cene ad Atene.
Aveva largamente superato quella timidezza che l'aveva fatto
restare di stucco alla mia presenza, all'epoca in cui gli efebi
ateniesi me l'avevano inviato alle frontiere sarmate per
rallegrarsi della mia ascesa al trono; ma la sua vanit
crescente mi appariva, oggi, piacevolmente patetica. Il retore
Polemone, il grand'uomo di Laodicea, che rivaleggiava con Erode
in eloquenza, e soprattutto in ricchezza, m'incant con quel suo
stile asiatico, ampio e mosso come le onde d'un Pactole:
quell'uomo, abile nell'accostare le parole, viveva come parlava,
con fasto. Ma il pi prezioso dei miei incontri fu quello con
Arriano di Nicomedia, il mio migliore amico. Di dodici anni
circa pi giovane di me, aveva gi iniziato quella brillante
carriera politica e militare nella quale continua a farsi onore
e a servire lo Stato. La sua esperienza, la sua conoscenza dei
cavalli, dei cani, di tutti gli esercizi del corpo, lo mettevano
infinitamente al di sopra dei semplici frasaioli. Da giovane,
era stato travolto da una di quelle singolari passioni dello
spirito, senza le quali forse non pu esserci vera saggezza, n
autentica grandezza: due anni della sua vita li aveva trascorsi
a Nicopoli, in Epiro, nella stanzetta fredda e spoglia dove
Epitteto agonizzava: s'era imposto il compito di raccogliere e
trascrivere, parola per parola, gli ultimi aforismi del vecchio
filosofo infermo. Quel periodo d'entusiasmo aveva lasciata la
sua impronta su di lui: ne serbava un mirabile rigore morale,
una specie di candida austerit. Praticava in segreto astinenze
che nessuno avrebbe sospettato. Ma il prolungato tirocinio della
disciplina stoica non l'aveva irrigidito in un atteggiamento da
saggio di maniera: era troppo intelligente per non accorgersi
che agli eccessi di virt accade quel che avviene a quelli
dell'amore, e cio che il loro merito consiste precisamente
nella loro eccezionalit, nel loro carattere di eccellenza
unica, di magnifica follia. La serena intelligenza, la perfetta
probit di Senofonte ormai costituivano il suo modello. Scriveva
la storia del suo paese, la Bitinia. Avevo posto sotto la mia
giurisdizione personale quella provincia, per lungo tempo male
amministrata dai proconsoli; mi offr i suoi consigli nei miei
piani di riforme. Assiduo lettore dei dialoghi socratici, nulla
ignorava dei tesori di eroismo, di devozione, di saggezza a
volte, onde la Grecia ha saputo nobilitare l'amicizia e mostrava
una tenera deferenza verso il mio giovane favorito. Bitini
entrambi, parlavano quel dolce dialetto jonico, dalle desinenze
quasi omeriche, che in seguito persuasi Arriano a usare nelle
sue opere.

In quell'epoca, Atene aveva il suo filosofo della vita sobria:
in una capanna di Colono, Demonace conduceva un'esistenza
esemplare e serena. Non era Socrate: non ne aveva n l'acume n
l'ardore, ma mi era cara la sua bonaria ironia. L'attore comico
Aristomene, che interpretava con brio le vecchie commedie
attiche, fu un altro di quegli amici dal cuore semplice. Lo
chiamavo la mia pernice greca: basso, tarchiato, allegro come i
bambini o gli uccelli, ne sapeva pi di chiunque altro a
proposito di riti, di poesia e ricette di cucina d'altri tempi.
Mi divert, mi istru a lungo. Fu in quel periodo che Antinoo
suscit l'affetto del filosofo Cabria, un seguace di Platone
intriso d'orfismo, l'uomo pi innocente del mondo, il quale
consacr al fanciullo una fedelt da cane da guardia, e pi
tardi la rivers su di me. Undici anni di vita alla mia corte
non l'hanno ancora mutato; sempre lo stesso: candido, devoto,
castamente assorto nei sogni, cieco agli intrighi e sordo alle
chiacchiere. A volte mi tedia, ma non me ne separer che alla
mia morte.

I miei rapporti con il filosofo stoico Eufrate furono di minor
durata. Dopo brillanti successi a Roma, s'era ritirato ad Atene;
lo assunsi come lettore, ma le sofferenze che da un pezzo gli
provocava un ascesso al fegato, e l'indebolimento che ne
seguiva, lo persuasero che la vita non gli offriva pi nulla che
valesse la pena di vivere. Mi chiese il permesso di lasciare il
mio servizio col suicidio. Non sono stato mai contrario
all'uscita di scena volontaria; ci avevo pensato anch'io come a
una fine possibile al momento della crisi che precedette la
morte di Traiano. A quel tempo, il problema del suicidio, che in
seguito doveva ossessionarmi, mi appariva facile da risolvere.
Eufrate, in ogni caso, ottenne l'autorizzazione che implorava;
gliela feci portare dal mio fanciullo, forse perch io stesso
avrei gradito ricevere dalle mani d'un simile messaggero quel
responso finale. Quella sera, il nostro filosofo si present a
palazzo per una conversazione che non differiva in nulla dalle
precedenti; si uccise l'indomani. Parlammo pi volte di questo
incidente; il fanciullo ne rimase contristato per qualche
giorno. Quello splendido essere sensuale guardava la morte con
orrore; non mi accorgevo che ci pensava gi molto. Quanto a me,
stentavo a comprendere che si lasciasse volontariamente un mondo
che mi appariva tanto bello; che non si esaurisse fino in fondo,
a onta di tutti i mali, l'estrema possibilit di pensiero, di
contatti, di spettacolo persino. Ma ho cambiato idea, in seguito.

Le date mi si confondono: la mia memoria compone un affresco
solo, dove si affastellano incidenti e viaggi di svariate
stagioni. La barca lussuosamente arredata del mercante Erasto di
Efeso volse la prua verso l'Oriente, poi verso il Sud,
finalmente verso quest'Italia che diventava l'Occidente per me.
Rodi fu toccata due volte; Delo, accecante di candore, la
visitai una prima volta in un mattino d'aprile, poi sotto la
luna piena del solstizio; il cattivo tempo sulla costa
dell'Epiro mi consent di prolungare una visita a Dodona. In
Sicilia, ci attardammo qualche giorno a Siracusa per esplorarvi
il mistero delle sorgenti: Aretusa, Cyan, le belle ninfe
azzurre. Dedicai un pensiero a Licinio Sura, il quale un tempo
aveva consacrato i suoi ozi di statista a studiare il mistero
delle acque. Avevo sentito parlare delle iridescenze stupende
dell'aurora sul Mare Jonio, quando la si contempla dalla vetta
dell'Etna. Stabilii di intraprendere l'ascensione di quella
montagna; passammo dalla regione delle vigne a quella della
lava, poi della neve. Il fanciullo dalle gambe di danzatore
correva su quelle ripide chine; i sapienti che mi accompagnavano
salirono a dorso di muli. Sulla cima, era stato costruito un
rifugio ove poter attendere l'alba. Questa alfine spunt:
un'immensa sciarpa d'Iride si distese da un orizzonte all'altro;
strani fuochi brillarono sui ghiacci della vetta; la vastit
terrestre e marina si dischiuse al nostro sguardo sino
all'Africa, visibile, e alla Grecia che s'indovinava. Fu uno dei
momenti supremi della mia vita. Non vi manc nulla, n la
frangia dorata d'una nube, n le aquile, n il coppiere
dell'immortalit.

Stagioni d'Alcione, solstizio dei miei giorni... Lungi
dall'accrescere nel ricordo la felicit trascorsa, devo lottare
per non sbiadire la sua immagine; persino il suo ricordo, oggi,
troppo forte per me. Pi sincero della maggior parte degli
uomini, confesso senza reticenza le cause segrete di questa
felicit: quella calma, tanto propizia alle opere e alle
discipline dello spirito, mi sembra uno degli effetti pi belli
dell'amore. E mi sorprende che queste gioie cos precarie, cos
raramente perfette nel corso d'una vita umana - quale che sia,
del resto, l'aspetto sotto il quale noi le abbiamo cercate o
ricevute - vengano guardate con tanta diffidenza da presunti
saggi, i quali ne paventano l'assuefazione o l'eccesso anzich
temerne la privazione o la perdita; s che trascorrono a
soggiogare i propri sensi quel tempo che impiegherebbero assai
pi utilmente ad abbellire la propria anima. In quell'epoca, nel
consolidare la mia felicit, nell'assaporarla, nel valutarla
persino, ponevo l'attenzione costante che ho sempre prestata ai
particolari pi futili delle mie azioni; e che cos' la stessa
volutt se non un momento di attenzione appassionata del corpo?
Qualsiasi felicit un capolavoro: il minimo errore la falsa,
la minima esitazione la incrina, la minima grossolanit la
deturpa, la minima insulsaggine la degrada. Alla mia non pu
imputarsi alcuna di quelle imprudenze che pi tardi l'hanno
infranta: sino a che ho agito nella direzione ch'essa
m'indicava, sono stato saggio. Ritengo tuttora che a un uomo pi
saggio di me sarebbe stato possibile essere felice fino alla
morte.

Qualche tempo pi tardi, nella Frigia, sui confini dove la
Grecia e l'Asia si confondono, ho avuto l'immagine pi lucida e
completa di quella felicit. Eravamo accampati in una localit
deserta e selvaggia, dov' la tomba di Alcibiade, il quale mor
laggi, vittima delle macchinazioni dei satrapi. Avevo fatto
collocare su quel sepolcro abbandonato da secoli una statua di
marmo pario, l'effige di quell'uomo, che fu tra quelli che la
Grecia ha amato di pi. Avevo ordinato altres che ogni anno vi
si celebrassero riti commemorativi: gli abitanti del villaggio
vicino s'erano aggregati alle persone del mio seguito per la
prima di quelle cerimonie; fu sacrificato un torello, e una
parte della sua carne fu riservata per il festino della sera. Fu
improvvisata una corsa di cavalli nella pianura, si ebbero danze
alle quali il fanciullo di Bitinia prese parte con grazia
impetuosa; pi tardi, quando fu spento l'ultimo fuoco, gett
indietro la sua bella gola e cant. Mi piace stendermi al fianco
dei morti per misurarmi con loro: quella sera, paragonai la mia
vita a quella di quel gaudente gi prossimo alla vecchiaia, che
era caduto in quel luogo, trafitto dalle frecce, difeso
strenuamente da un amico giovinetto, e pianto da una cortigiana
ateniese. La mia giovinezza non aveva preteso il prestigio di
quella di Alcibiade: ma la mia variet eguagliava o sorpassava
la sua. Avevo goduto quanto lui, avevo meditato pi
intensamente, avevo lavorato molto di pi; possedevo, come lui,
la fortuna singolare d'essere amato. Alcibiade ha sedotto tutti,
persino la Storia; tuttavia, lasci dietro di s cumuli di morti
ateniesi abbandonati nelle cave siracusane, una patria
vacillante, le divinit dei crocevia scioccamente mutilate dalle
sue mani. Io avevo governato un mondo infinitamente pi vasto di
quello nel quale l'ateniese era vissuto; vi avevo mantenuto la
pace; l'avevo attrezzato come una bella imbarcazione ben munita
per un viaggio che durer molti secoli; avevo lottato in ogni
modo per secondare il senso del divino nell'uomo, senza tuttavia
sacrificare a esso l'umano. La mia felicit era il mio compenso.





C'era Roma. Ma non ero pi costretto a destreggiarmi, a
lusingare, a piacere. Le opere del mio principato s'imponevano;
le porte del tempio di Giano, che si aprono in tempo di guerra,
restavano chiuse; le mie buone intenzioni davano i loro frutti;
la prosperit delle province rifluiva nella metropoli. Non
rifiutai pi il titolo di Padre della Patria, che mi era stato
proposto all'epoca del mio avvento.

Plotina non era pi. Durante un mio precedente soggiorno
nell'Urbe, avevo rivisto per l'ultima volta quella donna dal
sorriso un po' stanco, che il protocollo ufficiale mi attribuiva
per madre, e che era per me assai di pi: la mia unica amica.
Questa volta, non ritrovai di lei che una piccola urna, deposta
sotto la Colonna Traiana. Assistei di persona alle cerimonie
dell'apoteosi; in contrasto con l'uso imperiale, presi il lutto
per un periodo di nove giorni. Ma la morte modificava ben poco
quella intimit che da anni faceva a meno della presenza;
l'imperatrice restava quella che era sempre stata per me: uno
spirito, un pensiero, al quale il mio s'era unito.

Giungevano a termine alcuni grandi lavori di costruzione: il
Colosseo restaurato, purificato dei ricordi di Nerone che lo
funestavano ancora, era adorno, invece che dell'immagine di
quell'imperatore, d'una effige colossale del Sole, Helio-Re, per
un'allusione al mio nome gentilizio, Elio. Si dava l'ultima mano
al tempio di Venere e Roma, costruito anch'esso nel luogo della
scandalosa "Domus Aurea", dove Nerone aveva fatto pompa ignobile
d'un lusso mal conseguito. "Roma, Amor": per la prima volta. la
divinit della Citt Eterna s'identificava con la Madre
dell'Amore, ispiratrice di ogni gioia. Era una delle idee della
mia vita. Cos, la potenza romana assumeva quel carattere
sacrale, cosmico, quella forma pacifica e tutelare che io ambivo
imprimerle. A volte, mi accadeva di assimilare l'imperatrice
defunta a quella Venere saggia, consigliera divina.

Tutti gli di mi apparivano sempre pi misteriosamente fusi in
un Tutto, quali emanazioni infinitamente varie, manifestazioni
eguali d'una medesima forza: le loro contraddizioni non erano
che un aspetto del loro accordo. Mi si era imposta la
costruzione d'un tempio a tutti gli di, d'un pantheon; ne avevo
scelto l'area sulle rovine delle antiche terme pubbliche offerte
al popolo romano da Agrippa, genero di Augusto. Del vecchio
edificio non restava null'altro che un portico e la lastra di
marmo d'una dedica al popolo di Roma, che fu ricollocata
accuratamente, cos com'era, sul frontone del nuovo tempio. Poco
mi importava che figurasse il mio nome su quel monumento, che
esprimeva il mio pensiero. Al contrario, mi piaceva che
un'iscrizione antica d'un secolo e pi lo associasse agli inizi
dell'impero, al regno pacificato di Augusto. Anche l dove
rinnovavo, mi piaceva sentirmi anzitutto un continuatore. Al di
l di Traiano e di Nerva, divenutimi ufficialmente padre e avo,
mi riattaccavo persino a quei dodici Cesari tanto denigrati da
Svetonio: la lucidit di Tiberio, ma non la sua durezza;
l'erudizione di Claudio, non la sua debolezza; l'amore delle
arti di Nerone, esente per da ogni sciocca vanit; la bont di
Tito, ma non cos dolciastra; la parsimonia di Vespasiano, senza
la sua lesina ridicola, costituivano altrettanti esempi che mi
proponevo. Quei principi avevano rappresentato la loro parte
nelle cose umane; ormai, spettava a me scegliere tra i loro atti
quelli che era bene continuare, consolidare i migliori,
correggere i peggiori, sino al giorno in cui altri uomini, pi o
meno qualificati di me, ma egualmente responsabili, si sarebbero
incaricati di fare altrettanto con i miei atti.

La consacrazione del tempio di Venere e Roma fu una specie di
trionfo, accompagnato da corse di bighe, da spettacoli pubblici,
da elargizioni di spezie e profumi. I ventiquattro elefanti che
avevano trascinato fino al cantiere quei blocchi enormi,
riducendo cos il lavoro forzato degli schiavi, figurarono
anch'essi nel corteo, monoliti viventi. La data prescelta per
questa festa era il giorno anniversario della nascita di Roma,
l'ottavo giorno che segue gli idi di aprile, dell'anno 882 dopo
la fondazione dell'Urbe. Mai la primavera romana era stata pi
dolce, pi intensa, pi azzurra. Lo stesso giorno, con solennit
pi austera, ma quasi in sordina, ebbe luogo una cerimonia
dedicatoria all'interno del Pantheon. Avevo ritoccato di persona
i progetti troppo cauti dell'architetto Apollodoro. Delle arti
della Grecia volli servirmi per le decorazioni, come per un
lusso supplementare, ma per la struttura dell'edificio ero
risalito ai tempi primitivi e favolosi di Roma, ai templi
rotondi dell'Etruria antica. Avevo voluto che quel santuario di
tutti gli di riproducesse la forma della terra e della sfera
stellare, della Terra dove si racchiudono le sementi del fuoco
eterno, della sfera cava che tutto contiene. Era quella,
inoltre, la forma di quelle capanne ancestrali nelle quali il
fumo dei pi antichi focolari umani usciva da un orifizio aperto
alla sommit. La cupola, costruita d'una lava dura e leggera che
pareva partecipe ancora del movimento ascensionale delle fiamme,
comunicava col cielo attraverso un largo foro, alternativamente
nero e azzurro. Quel tempio aperto e segreto era concepito come
un quadrante solare. Le ore avrebbero percorso in circolo i suoi
riquadri, accuratamente levigati da artigiani greci: il disco
del giorno vi sarebbe rimasto sospeso come uno scudo d'oro; la
pioggia avrebbe formato una pozzanghera pura sul pavimento; la
preghiera sarebbe volata simile al fumo verso quel vuoto nel
quale collochiamo gli di. Quella festa fu per me una di quelle
ore nelle quali tutto confluisce. In piedi, nel fondo di quel
pozzo di luce, avevo al mio fianco le gerarchie del mio
principato, e la sostanza di cui si materiava il mio destino,
ormai edificato pi che a met.

Riconoscevo l'austera energia di Marcio Turbo, servitore fedele;
la dignit, non aliena dalle rampogne, di Serviano, le cui
critiche sussurrate a voce sempre pi sommessa, non mi
sfioravano pi; l'eleganza regale di Lucio Seionio; e, un po' in
disparte, in quella densa penombra che si addice alle
apparizioni divine, il volto pensoso del giovinetto greco nel
quale avevo incarnato la mia fortuna. Mia moglie, presente
anch'essa, aveva appena ricevuto il titolo di imperatrice.

Gi da un pezzo preferivo le favole degli amori e delle contese
tra i numi ai maldestri commentari dei filosofi sulla natura
divina; accettavo d'essere l'immagine terrestre di quel Giove
che quanto pi uomo tanto pi dio, sostegno del mondo,
giustizia incarnata, ordine delle cose, amante dei Ganimedi e
delle Europe, sposo negligente di una Giunone amara. Il mio
spirito, incline in quel giorno a disporre ogni cosa in una luce
senz'ombre, paragonava l'imperatrice a quella dea alla quale,
durante una mia recente visita ad Argo, avevo consacrato un
pavone d'oro adorno di pietre preziose. Col divorzio, avrei
potuto agevolmente sbarazzarmi di quella donna che non amavo; se
fossi stato un privato non avrei esitato a farlo. Ma mi dava
cos poco fastidio, e nulla, nella sua condotta, giustificava un
insulto cos clamoroso. Quando era ancora giovane sposa, s'era
adontata delle mie sregolatezze, ma pressappoco come lo zio
s'irritava dei miei debiti. Oggi, assisteva senza mostrare di
accorgersene alle manifestazioni d'una passione che s'annunciava
duratura. Come molte donne poco sensibili all'amore, non ne
valutava il potere; ignoranza che escludeva al tempo stesso
l'indulgenza e la gelosia. Si allarmava soltanto se riteneva
minacciati i suoi titoli o la sua sicurezza; e questo non era il
caso. Non era rimasta alcuna traccia in lei di quella grazia di
adolescente che, in altri tempi, m'aveva attratto per breve
tempo. Era una spagnola precocemente invecchiata, dura, austera.
Dovevo alla sua frigidit se non s'era fatta un amante; mi
piaceva che sapesse portare con dignit i suoi veli da matrona,
che erano quasi da vedova; mi piaceva che sulle monete romane
figurasse un profilo di imperatrice, e sul retro un'iscrizione,
al Pudore o alla Quiete. Mi veniva fatto di pensare a quelle
nozze fittizie che hanno luogo tra la grande sacerdotessa e lo
Ierofante, la sera delle feste di Eleusi; nozze che non sono
un'unione e neppure un contatto, bens un rito, e come tali
vengono consacrate.

La notte che segu quelle celebrazioni, da una terrazza guardai
divampare Roma. Erano fuochi di gioia e valevano bene gl'incendi
voluti da Nerone: ed erano quasi altrettanto paurosi. Roma:
crogiolo e fornace al tempo stesso, metallo che ribolle;
martello s, ma anche incudine, prova visibile dei mutamenti e
dei ricorsi della storia, uno dei luoghi al mondo dove l'uomo
avr vissuto pi tumultuosamente. La conflagrazione di Troia,
donde un profugo era scampato, portando con s il vecchio padre,
il figlio giovinetto e i suoi Lari, si concludeva quella sera in
quelle alte, gioiose fiammate. Pensavo pure, con una sorta di
terrore sacro, agli incendi dell'avvenire. Quei milioni di vite
passate, presenti e future, quegli edifici recenti, nati su
edifici antichi e seguiti a loro volta da edifici ancora da
costruirsi, mi sembrava si susseguissero nel tempo, simili alle
onde; per un caso, quella notte gl'immensi marosi venivano a
infrangersi ai miei piedi. Taccio gli istanti di delirio in cui
la porpora imperiale, il tessuto sacro, che cos raramente mi
risolvevo a indossare, fu gettata sulle spalle dell'essere che
diveniva per me il mio Genio; mi piaceva, certo, contrapporre
quel rosso profondo all'oro pallido d'una nuca, ma soprattutto
costringere la mia Felicit, la mia Fortuna, entit vaghe e
incerte, a incarnarsi in quella forma tanto terrestre, ad
assumere il calore e il peso vivo della carne. Le solide mura di
quel Palatino che abitavo tanto poco, ma che avevo appena
ricostruito, oscillavano come i fianchi d'un'imbarcazione; i
tendaggi dischiusi perch la notte romana invadesse le mie
stanze erano quelli d'un padiglione di poppa; le grida della
folla erano il sibilo del vento tra le sartie. Lo scoglio immane
che si scorgeva in lontananza, nell'ombra, le mura gigantesche
della mia tomba che cominciava a sorgere allora in riva al
Tevere, non m'ispiravano n terrore, n rimpianto, n inani
meditazioni sulla brevit della vita.





A poco a poco, la luce cambi. Dopo due anni e pi, si notavano
le orme del tempo, dei progressi d'una giovinezza che si forma,
s'indora, sale quasi allo zenit; la voce fonda del fanciullo
s'abituava a dare ordini a nocchieri e capicaccia; la falcata
pi lunga del corridore; le gambe del cavaliere che stringono la
cavalcatura con maggiore esperienza; l'alunno, che a Claudiopoli
aveva imparato a memoria lunghi frammenti di Omero, e si
appassionava di poesia lasciva e raffinata, ora si estasiava di
alcuni brani di Platone. Il mio pastorello diventava un giovane
principe. Non era pi il fanciullo zelante che, alle soste, si
gettava da cavallo per offrirmi l'acqua delle sorgenti attinta
nel cavo delle sue palme; ora, il donatore conosceva il valore
immenso dei suoi doni. Durante le cacce organizzate nelle terre
di Lucio, in Etruria, m'ero divertito a mescolare quel volto
perfetto alle fisionomie grevi e aggrottate dei grandi
dignitari, ai profili acuti degli Orientali, alle rozze grinte
dei cacciatori barbari, a costringere il mio diletto alla parte
difficile di amico. A Roma, s'erano orditi intrighi intorno alla
sua giovane testa, s'erano esercitati sforzi abietti per
catturare la sua influenza e sostituirvene qualche altra. La
capacit di chiudersi in un pensiero unico dotava quel
diciottenne d'una sorta d'indifferenza che manca ai pi saggi:
aveva saputo sdegnare tutte quelle trame, o ignorarle. Ma la sua
bella bocca aveva assunto una piega amara che non sfugg agli
scultori.

Offro qui ai moralisti un'occasione facile per trionfare di me.
I miei censori si apprestano gi a scoprire, all'origine della
mia sventura, le conseguenze d'un traviamento, il risultato d'un
eccesso. Mi difficile contraddirli in quanto non riesco a
scorgere in che cosa mi sia traviato, in che cosa io abbia
ecceduto. Mi sforzo di ridurre il mio delitto, se tale dobbiamo
chiamarlo, a proporzioni esatte; mi dico che il suicidio non
poi cos raro, che un fatto abbastanza comune morire a
vent'anni. La morte di Antinoo un problema, oltrech una
sciagura, per me solo. Pu darsi che questa sciagura sia stata
inseparabile da un eccesso di gioia, da un sovrappi
d'esperienza, di cui non avrei consentito a privarmi, n a
privare il mio compagno di pericolo. I miei rimorsi, a poco a
poco, sono divenuti anch'essi un aspetto amaro di possesso, un
modo per assicurarmi d'esser stato sino alla fine lo sventurato
padrone del suo destino. Ma non ignoro che bisogna fare i conti
con le iniziative personali di quell'estraneo affascinante che
resta, malgrado tutto, ogni essere amato. Se m'assumo tutta la
colpa, riduco quella giovane figura alle proporzioni d'una
statuetta di cera che io avrei modellata, e poi infranta con le
mie stesse mani. Non ho il diritto di avvilire quel raro
capolavoro che fu la sua fine; devo lasciare a quel fanciullo il
merito della propria morte.

Naturalmente, non ne faccio una colpa al fattore dei sensi -
molto ovvio, del resto - che determinava la mia scelta in
amore. Di passioni consimili ne erano passate spesso, nella mia
vita; ma quegli amori, frequenti, non m'erano costati che un
minimo di promesse, di menzogne, di pene. La breve esaltazione
per Lucio non m'aveva trascinato che a poche follie, e
rimediabili. Nulla vietava che sarebbe accaduto lo stesso di
questa mia tenerezza suprema; nulla, salvo precisamente quella
qualit unica che la distingueva dalle altre. L'assuefazione ci
avrebbe condotti a quella fine senza gloria, ma anche senza
disastri, che la vita procura a tutti coloro che non le ricusano
il lene logorio del tempo. Avrei assistito al mutarsi della
passione in amicizia, come pretendono i moralisti, oppure in
indifferenza, il che pi frequente. Un essere giovane si
sarebbe staccato da me nel momento in cui il nostro legame
avrebbe cominciato a pesarmi; altre consuetudini sensuali, o le
stesse, sotto forme diverse, si sarebbero insediate nella sua
vita; il suo avvenire avrebbe contenuto un matrimonio, n
migliore n peggiore di tanti altri, una carica
nell'amministrazione delle province, la gestione d'un
possedimento rurale in Bitinia; o anche l'inerzia, la vita di
corte proseguita in qualche posizione subalterna; nel peggiore
dei casi, una di quelle carriere di favorito decaduto che si
trasforma in confidente o in lenone. La vera saggezza, se ci
capisco qualcosa, consiste nella consapevolezza di tutte queste
eventualit, che costituiscono la vita stessa, salvo a far di
tutto per scartare le peggiori. Ma n quel fanciullo n io
eravamo saggi.

Non avevo atteso la presenza di Antinoo per sentirmi un dio. Ma
il successo moltiplicava le occasioni di vertigine, intorno a
me; pareva che le stagioni collaborassero con i poeti e i musici
del mio seguito per rendere la nostra esistenza tutta una festa
olimpica. Il giorno del mio arrivo a Cartagine, ebbe termine una
siccit che durava da cinque anni; la folla in delirio sotto la
pioggia scrosciante acclam in me il dispensatore di benefici
sovrumani; i grandi acquedotti d'Africa, poi, altro non furono
che un modo per canalizzare quella prodigalit celeste. Qualche
tempo prima, durante una sosta in Sardegna, un temporale ci
spinse a cercar rifugio in una capanna di contadini; Antinoo
aiut il nostro ospite a rigirare sulla brace un paio di trance
di tonno; mi sembr d'esser Zeus che visita Filemone in
compagnia di Ermes. Quel giovinetto dalle gambe ripiegate sul
letto era Ermes in persona, che si scioglie i sandali; era
Bacco, mentre coglieva un grappolo o assaggiava per me una coppa
di vino rosato; le sue dita, indurite dalla corda dell'arco,
erano quelle di Eros. Fra tante trasfigurazioni, in mezzo a
tante magie, mi accadde di dimenticare la persona umana, il
fanciullo che s'affannava invano a imparare il latino, o pregava
l'architetto Decriano di dargli lezioni di matematica, poi vi
rinunciava, e, al minimo rimprovero, si rifugiava imbronciato a
prua della nave a guardare il mare.

Il viaggio d'Africa ebbe termine in pieno luglio nei nuovi
quartieri di Lambesa; il mio compagno indoss con gioia puerile
la corazza e la tunica militare; io fui per qualche giorno il
Marte nudo, che, l'elmo in testa, prende parte alle
esercitazioni del campo, l'Ercole atletico ebbro della
consapevolezza del suo vigore ancor giovane. Nonostante il
caldo, e i lunghi lavori di sterro eseguiti prima del mio
arrivo, l'esercito oper, come tutto il resto, con divina
scioltezza: sarebbe stato impossibile costringere quel corridore
a un altro salto d'ostacolo, imporre a quel cavallerizzo un
nuovo volteggio, senza nuocere all'armonia medesima di quelle
manovre, senza infrangere in qualche punto quel giusto
equilibrio di forze che ne costituisce la bellezza. Dovetti far
osservare agli ufficiali un solo errore, ma impercettibile: un
gruppo di cavalli lasciati allo scoperto durante un attacco,
simulato, in aperta campagna; Comeliano, il mio prefetto, mi
content in tutto. Un ordine sapiente guidava quelle masse
d'uomini, di bestie da tiro, di donne barbare accompagnate da
fanciulli robusti che si affollavano intorno al pretorio per
baciarmi le mani. Questa reverenza non era servile; quell'ardore
selvaggio s'impegnava a sostenere il mio programma di sicurezza;
nulla era costato troppo caro; nulla era stato trascurato.
Pensai di far redigere da Arriano un trattato di tattica
militare, puntuale come un organismo ben fatto.

Pi tardi, ad Atene, la consacrazione dell'Olympieion diede
occasione a feste che ricordavano le solennit romane, ma quel
che a Roma s'era svolto sulla terra laggi avvenne in pieno
cielo. In un dorato meriggio autunnale, presi posto sotto quel
portico concepito per la statura sovrumana di Zeus; il tempio di
marmo eretto nel punto ove Deucalione vide cessare il diluvio,
pareva perdere peso, fluttuare come una densa nube bianca; le
mie vesti rituali s'intonavano con i colori della sera,
sull'Imetto contiguo. Avevo incaricato Polemone di pronunciare
il discorso inaugurale; e, in quella occasione, la Grecia mi
assegn quegli attributi divini nei quali ravvisavo al tempo
stesso una fonte di prestigio e il fine pi segreto dell'opera
della mia vita: Evergete, Olimpico, Epifane, Signore del Tutto.
E il pi bello di questi titoli, il pi arduo da meritare tra
tutti: Jonico, Filelleno. Polemone recitava un poco, ma nella
mimica d'un grande commediante traspare a volte un'emozione alla
quale partecipa tutta una folla, tutto un secolo. Lev gli
occhi, si concentr un istante prima dell'esordio, parve
racchiudere in s tutti i doni contenuti in quell'istante del
tempo. Avevo collaborato con i secoli, con la stessa vita greca;
l'autorit che esercitavo, pi che un potere, era una potenza
misteriosa, che sovrasta l'uomo, ma che agisce efficacemente
solo attraverso la mediazione dell'uomo; le nozze di Atene e
Roma erano consumate; il passato ritrovava il volto
dell'avvenire; la Grecia ripartiva come una nave lungamente
immobilizzata dalla bonaccia, che torna a sentire la spinta del
vento nelle vele. Fu allora che mi strinse il cuore la
malinconia d'un istante: pensai che le parole adempimento,
perfezione, contengono in s la parola fine: forse, non avevo
fatto che offrire una nuova preda al Tempo divoratore.

Penetrammo poi all'interno del tempio, dove gli scultori erano
ancora intenti al lavoro: l'immenso abbozzo del Zeus d'avorio e
d'oro rischiarava vagamente la penombra: ai piedi
dell'impalcatura, il grande serpente, che avevo fatto cercare in
India per consacrarlo in quel santuario greco, riposava gi
nella sua cesta di filigrana, animale divino, emblema
strisciante dello spirito della Terra, da sempre associato al
giovinetto nudo che simboleggia il Genio dell'imperatore.
Antinoo, compenetrandosi sempre pi in questa parte, serv lui
stesso al serpente la sua razione di colombe dalle ali tarpate.
Poi, levate le braccia al cielo, preg. Sapevo che questa
preghiera, fatta per me, non s'indirizzava che a me solo, ma non
ero abbastanza dio per indovinarne il senso, n per sapere se,
un giorno o l'altro, sarebbe stata esaudita. Che sollievo,
uscire da quel silenzio, da quella penombra turchina, ritrovare
le strade di Atene rischiarate dalle lampade, la familiarit del
popolo, le grida nell'aria densa della sera. La giovane figura
che ben presto avrebbe adornato tante monete del mondo greco
diveniva per la folla una presenza amica, un prodigio.

Non l'amavo di meno; l'amavo anzi di pi. Ma il peso dell'amore,
come quello d'un braccio teneramente posato sul petto, a poco a
poco si rendeva pesante. Riapparvero le comparse: ricordo quel
giovane asciutto e sottile, che mi accompagn durante un
soggiorno a Mileto, e al quale, per, rinunciai. Ricordo una
serata a Sardi: il poeta Stratone ci condusse da un luogo di
perdizione a un altro, in compagnia di losche conquiste. Quello
Stratone, che aveva preferito la libert oscura nelle taverne
asiatiche alla mia corte, era uno squisito motteggiatore, avido
di provare la vanit di tutto quel che non il piacere, forse
per scusarsi di aver sacrificato ad esso tutto il resto. Poi, vi
fu quella notte di Smirne, in cui costrinsi il mio giovane amico
a subire la presenza d'una cortigiana. Il fanciullo s'era fatto
dell'amore un'idea che restava austera, perch era esclusiva; il
suo disgusto giunse fino alla nausea. Poi, ci si abitu. Quelle
vane prove si spiegano con la mia inclinazione alle
sregolatezze; vi si mescolava la speranza d'inventare
un'intimit nuova, nella quale il compagno di piacere non
avrebbe cessato d'essere l'amico, il prediletto; vi si mescolava
la bramosia d'istruirlo, di far passare la sua giovinezza
attraverso le stesse esperienze che erano state quelle della
mia; fors'anche, pi inconfessata, l'intenzione di degradarlo a
poco a poco al livello dei piaceri banali che non impegnano.

Il mio bisogno di ferire quella tenerezza ombrosa, che rischiava
di costituire un impaccio nella mia vita, non era esente da
angoscia. Durante un viaggio nella Troade, visitammo la pianura
dello Scamandro, sotto un livido cielo da bufera; l'inondazione,
i cui danni ero venuto a ispezionare sul luogo, trasformava in
isolotti gli antichi sepolcri. Per alcuni istanti mi raccolsi
sulla tomba di Ettore; Antinoo and a sognare su quella di
Patroclo. Non seppi riconoscere nel cerbiatto che m'accompagnava
l'emulo del camerata di Achille, schernii le fedelt
appassionate che fioriscono soprattutto nei libri; e la bella
creatura insultata arross a sangue. La franchezza era sempre
pi la sola virt alla quale mi costringevo; mi accorgevo che le
discipline eroiche di cui la Grecia ha pervaso l'affetto d'un
uomo maturo per un compagno pi giovane spesso non sono per noi
che ipocrite smancerie. Ero rimasto pi sensibile di quel ch'io
credessi ai pregiudizi di Roma; ricordavo che essi concedono al
piacere la sua parte, ma stimano l'amore una mania disdicevole;
ero ripreso dalla furia di non dipendere da nessun essere in
maniera esclusiva. Mi esasperavano bizzarrie ch'erano proprie
della giovinezza, e come tali inseparabili dal mio compagno;
finivo per ritrovare, in questa passione tanto dissimile, tutto
quel che m'aveva irritato nelle amanti romane: i profumi, la
ricercatezza, il lusso freddo delle acconciature ripresero posto
nella mia vita. In quel cuore malinconico s'insinuarono i primi
timori, quasi ingiustificati; lo vidi preoccuparsi d'aver presto
diciannove anni. Qualche capriccio pericoloso, collere che,
squassando su quella fronte caparbia gli anelli di Medusa dei
capelli, si alternavano a una malinconia che somigliava al
torpore, a una dolcezza sempre pi stanca. Mi accadde di
percuoterlo; ricorder sempre quei suoi occhi atterriti. Ma
l'idolo offeso era pur sempre l'idolo, e cominciavano i
sacrifizi espiatori.

Tutti i Misteri asiatici erano l ad accentuare quella
voluttuosa sregolatezza con le loro armonie dissonanti. Era
ormai trascorso il tempo di Eleusi. Le iniziazioni ai culti
segreti o stravaganti, pratiche pi tollerate che consentite, il
legislatore che si celava in me le guardava con diffidenza; ma
si adattavano a quel momento della vita in cui la danza si fa
vertigine, il canto si chiude nel pianto. Nell'isola di
Samotracia, ero stato iniziato ai Misteri dei Cabiri, antichi e
osceni, sacri come la carne e il sangue; serpenti sazi di latte
nell'antro di Trofonio si strofinarono alle mie caviglie; le
feste trace di Orfeo dettero luogo a selvaggi riti di
fraternit. L'uomo di Stato che aveva interdetto, ordinando per
i trasgressori le pene pi severe, tutte le forme di
mutilazione, consent ad assistere alle orge della dea Siriana;
ho visto il turbinio orrendo delle danze sanguinose; il mio
compagno giovinetto, ipnotizzato come un capretto in presenza
d'un rettile, contemplava atterrito quegli uomini che
preferivano una mutilazione definitiva quanto la morte, e forse
pi atroce, alle esigenze dell'et e del sesso. Ma il colmo
dell'orrore lo avemmo durante un soggiorno a Palmira, durante il
quale il mercante arabo Meleo Agrippa ci ospit per tre
settimane in un lusso splendido e barbarico. Un giorno, al levar
delle mense, questo Meleo, gran dignitario del culto di Mitra,
che prendeva ben poco sul serio i suoi doveri di pastoforo,
propose ad Antinoo di partecipare al sacrificio del toro sacro.
Il giovinetto sapeva che in altri tempi io m'ero sottoposto a
una cerimonia del genere; e si offr con ardore. Non pensai di
dovermi opporre a quel suo capriccio, per attuare il quale si
richiese un minimo di purificazioni e astinenze. Accettai di
fungere io stesso da assistente, insieme a Marco Ulpio Castora,
il mio interprete per l'arabo. All'ora prestabilita, scendemmo
nel sotterraneo sacro. Il bitino si distese per ricevere
l'aspersione sanguinosa. Ma, quando vidi emergere dalla fossa
quel corpo striato di sangue vermiglio, quella chioma impastata
di melma vischiosa, quel volto tutto chiazzato di macchie che
non si potevano lavare, ma bisognava lasciar asciugare da s, mi
strinse alla gola la nausea e l'orrore per quei culti
sotterranei e torbidi. Qualche giorno pi tardi, feci interdire
alle truppe acquartierate a Emeso l'accesso al negro Mitreo.

Ho avuto anch'io i miei presagi: come Marc'Antonio prima
dell'ultima battaglia, ho udito allontanarsi nella notte la
marcia del cambio della guardia: gli di propizi se ne
andavano... La udivo senza badarvi. La mia sicurezza era ormai
quella del cavaliere che un talismano protegge da qualsiasi
caduta. A Samosata, ebbe luogo sotto i miei auspici un congresso
di piccoli re orientali; durante le cacce in montagna, Abgar, re
d'Osroene, m'insegn di persona l'arte del falconiere; alcune
battute, ordite come scene di teatro, fecero cadere nelle reti
di porpora interi branchi di antilopi; Antinoo s'inarcava con
tutta la sua energia per trattenere l'ardore d'una coppia di
pantere che strappavano il pesante collare d'oro. Ma dietro
quegli splendori, si concludevano accordi; le trattative mi
furono sempre favorevoli; restavo il giocatore che vince tutte
le partite. Trascorsi l'inverno in quel palazzo di Antiochia
dove, in altri tempi, avevo chiesto agli stregoni d'illuminarmi
sull'avvenire. Ma, ormai, l'avvenire non poteva recarmi pi
nulla, o almeno nulla che potesse aver l'aspetto di un dono. La
mia vendemmia era fatta: il mosto della vita colmava i miei
tini. Avevo cessato, vero, di regolare il mio destino, ma le
discipline accuratamente elaborate d'altri tempi m'apparivano
ormai solo lo stadio iniziale d'una vocazione d'uomo; erano
simili a quelle catene che il danzatore si costringe a portare
per balzare pi alto quando se ne libera. L'antica austerit
durava in certi punti; continuavo a proibire che si servisse il
vino prima della seconda veglia notturna: ricordavo bene d'aver
visto, su quella stessa tavola di legno lucido, la mano
tremolante di Traiano. Ma esistono ebbrezze diverse. Non si
profilava ombra alcuna sui miei giorni, n la morte, n la
sconfitta, n quella disfatta pi dura che ci s'infligge da s,
n la vecchiaia che tuttavia avrebbe finito per giungere. E,
tuttavia, mi affrettavo, come se ciascuna di quelle ore fosse al
tempo stesso la pi bella e l'estrema.

I frequenti soggiorni in Asia Minore mi avevano messo a contatto
con un gruppetto di sapienti seriamente dediti allo studio delle
arti magiche. Ogni secolo ha le sue audacie: gli spiriti
migliori del nostro, stanchi d'una filosofia che si degrada
sempre pi al livello di declamazione scolastica, si
compiacciono di tentare quelle frontiere vietate all'uomo. A
Tiro, Filone di Biblo mi aveva rivelato alcuni segreti
dell'antica magia fenicia: mi segu ad Antiochia. Ivi, della
teoria di Platone sulla natura dell'anima, Noumenio dava
un'interpretazione che restava cauta, ma che avrebbe portato
lontano uno spirito pi ardito del suo. I suoi discepoli
evocavano i demoni: un gioco come un altro. Tra le volate d'un
fumo di resina, mi apparvero strane figure, che sembravano fatte
della sostanza stessa dei miei sogni; oscillarono, e si
dileguarono, lasciandomi solo la vaga sensazione d'una
somiglianza con un viso vivo e a me noto. Forse, tutto ci non
era che il trucco d'un prestigiatore: in questo caso, il
prestigiatore sapeva bene il fatto suo. Ripresi gli studi di
anatomia, tentati appena nella mia giovinezza, ma non pi per
studiare la struttura del corpo umano: mi aveva riafferrato la
curiosit di quelle zone intermedie dove l'anima e la carne si
confondono, dove il sogno si adegua alla realt, e a volte la
previene, dove la vita e la morte si scambiano attributi e
sembianze. Ermogene, il mio medico, disapprovava queste
esperienze; nondimeno mi introdusse in una piccola cerchia di
praticanti, che lavoravano in questo campo. Insieme a loro,
tentai d'individuare la sede dell'anima, di scoprire i legami
che la saldano al corpo, di misurare il tempo che le occorre per
distaccarsene. Alcuni animali furono sacrificati per quelle
ricerche. Il chirurgo Satiro mi condusse nella sua clinica, per
assistere a qualche agonia. Fantasticavamo ad alta voce: l'anima
non dunque che l'espressione suprema del corpo, fragile
manifestazione della pena e del piacere di vivere? O, al
contrario, pi antica di questo corpo modellato a sua
immagine, e che, bene o male, le serve momentaneamente di
strumento? La si pu richiamare all'interno della carne, si pu
ristabilire tra l'una e l'altra quell'intimo legame, quella
combustione che chiamiamo vita? Se le anime possiedono una loro
identit propria, possono scambiarsi, andare da un essere a un
altro, come la parte d'un frutto, come il sorso di vino che due
amanti si passano in un bacio? Non v' sapiente che su queste
cose non muti opinione venti volte ogni anno; in me, lo
scetticismo era in conflitto con l'ansia di sapere, e
l'entusiasmo con l'ironia. M'ero convinto che la nostra
intelligenza non lascia filtrare fino a noi che uno scarno
residuo dei fatti, e m'interessavo sempre pi al mondo oscuro
delle sensazioni, quella nera notte dove folgorano e turbinano
soli accecanti. In quell'epoca, Flegone, che collezionava storie
di spettri, ci raccont una sera quella della "Fidanzata di
Corinto", di cui ci garant l'autenticit. Quell'avventura,
nella quale l'amore riusciva a richiamare un'anima sulla terra
e, se pure per poco, le rendeva un corpo, commosse tutti noi, ma
in grado diverso. Parecchi tentarono di richiamarsi a esperienze
analoghe: Satiro si sforz di rievocare il maestro Aspasio, il
quale aveva stretto con lui uno di quei patti, mai mantenuti,
secondo i quali chi muore promette di dar conto di s ai vivi.
Antinoo mi fece una promessa dello stesso genere, e io la presi
alla leggera, poich non avevo nessuna ragione di credere che
quel fanciullo dovesse morire prima di me. Filone cerc di farci
apparire la moglie morta. Io permisi che si pronunciassero i
nomi di mio padre e di mia madre, ma una specie di pudore
m'imped di evocare Plotina. Nessuno di quei tentativi riusc.
Ma s'erano aperte strane porte.

Pochi giorni prima di partire da Antiochia, mi recai, come in
altri tempi, a sacrificare in vetta al monte Cassio.
L'ascensione fu fatta di notte: come per l'Etna, condussi con me
solo una piccola cerchia di amici dai muscoli provati. Non mi
proponevo soltanto di compiere un rito propiziatorio in quel
santuario, pi sacro d'ogni altro: volevo rivedere di lass il
fenomeno dell'aurora, quel prodigio quotidiano, che non ho mai
contemplato senza un segreto palpito di gioia. Sulla vetta, il
sole fa risplendere gli ornamenti di rame del tempio, i volti
illuminati sorridono in piena luce, mentre le pianure dell'Asia
e il mare sono ancora immersi nell'ombra: per pochi istanti,
l'uomo che prega sulla cima il solo a godere del mattino.
Tutto fu approntato per un sacrificio: prendemmo a salire da
prima a cavallo, poi a piedi, lungo ardui sentieri fiancheggiati
da ginestre e lentischi, che si riconoscevano di notte dal
profumo. L'aria era densa; quella primavera bruciava come,
altrove, l'estate. Per la prima volta in un'ascensione in
montagna, mi manc il respiro: dovetti appoggiarmi un istante
sulla spalla del mio prediletto. Un temporale, previsto da tempo
da Ermogene, che se ne intende di meteorologia, si scaten a un
centinaio di passi dalla cima. I sacerdoti uscirono per venirci
incontro al bagliore dei lampi: l'esigua compagnia, fradicia
fino alle ossa, si affrett attorno all'altare disposto per il
sacrificio. Questo stava per compiersi, allorch un fulmine,
balenando su di noi uccise d'un colpo solo il vittimario e la
vittima. Passato il primo istante di orrore, Ermogene si chin
con l'interesse dei medici sul gruppo fulminato; Cabria e il
gran sacerdote proruppero in grida d'ammirazione: l'uomo e il
cerbiatto sacrificati da quella folgore divina s'univano
all'eternit del mio Genio: quelle vite prolungavano la mia.
Antinoo aggrappato al mio braccio tremava, non gi di terrore,
come credetti allora, ma percosso da un'idea che compresi pi
tardi. Un essere che aveva orrore della decadenza fisica, della
vecchiaia, da tempo aveva dovuto ripromettersi di suicidarsi al
primo indizio di quella decadenza, o anche molto prima. Oggi,
giungo a credere che questo impegno, che molti di noi si
giurano, senza poi mantenerlo, in lui fosse radicato da
moltissimo tempo, dall'epoca di Nicomedia, di quell'incontro in
riva alla sorgente. Quest'impegno spiegava la sua indolenza, il
suo ardore nel piacere, la sua malinconia, la sua indifferenza
totale per il futuro. Ma bisognava ancora che quella sua fine
non avesse l'aria d'una rivolta, non contenesse la minima
recriminazione. La folgore del monte Cassio gl'indicava una
soluzione: la morte poteva diventare una forma estrema di
devozione, l'ultimo dono, il solo che sarebbe rimasto. La
luminosit dell'aurora fu una povera cosa accanto al sorriso che
si apr su quel viso turbato. Qualche giorno dopo, rividi lo
stesso sorriso, ma pi schivo, velato d'ambiguit: a cena,
Polemone, che s'interessava di chiromanzia, volle esaminare la
mano del giovinetto, quel palmo dove spaventava anche me una
paurosa caduta di stelle. Il fanciullo ritir la sua mano, la
richiuse, con un gesto soave, quasi pudico. Voleva serbare il
segreto del suo gioco e quello della sua fine.





Sostammo a Gerusalemme. Qui studiai sul posto la pianta d'una
citt nuova, che mi proposi di costruire sul terreno della citt
ebraica distrutta da Tito. L'eccellente amministrazione della
Giudea, l'incremento del commercio con l'Oriente rendevano
necessario lo sviluppo d'una grande metropoli in quell'incrocio
di strade. Mi configurai la solita capitale romana: Aelia
Capitolina avrebbe avuto i suoi templi, i mercati, le terme
pubbliche, il santuario della Venere romana. La mia simpatia di
fresca data per i culti teneri e appassionati m'indusse a
stabilire sul monte Moriah una grotta dove si sarebbero
celebrate le feste Adonie. Tali progetti indignarono la plebe
ebraica: quei diseredati preferivano le loro rovine a una grande
citt nella quale verrebbero offerti tutti i profitti del
guadagno, del sapere e del piacere. Gli operai che davano il
primo colpo di piccone a quelle mura crollanti furono molestati
dalla folla. Passai oltre: Fido Aquila, che pi tardi doveva
impiegare il suo genio di organizzatore nella costruzione di
Antinopoli, si mise all'opera a Gerusalemme. Mi rifiutai di
vedere il rapido crescere dell'odio su quei cumuli di macerie.
Un mese dopo, giungemmo a Pelusa. Mi affrettai a far restaurare
la tomba di Pompeo. Pi m'ingolfavo negli affari d'Oriente, pi
ammiravo il genio politico del mortale vinto dal grande Giulio.
A volte, Pompeo, che aveva cercato di metter ordine in quel
mondo malsicuro dell'Asia, mi sembrava avesse operato pi
efficacemente, per Roma, che non lo stesso Cesare. Quei lavori
di restauro furono uno degli ultimi tributi che io resi ai morti
della storia: presto, avrei avuto ben altri sepolcri a cui
pensare.

Il mio arrivo ad Alessandria avvenne con grande discrezione.
L'ingresso trionfale era stato rimandato alla venuta
dell'imperatrice. Avevano persuaso mia moglie, che viaggiava
poco, a trascorrere l'inverno nel mite clima d'Egitto: Lucio,
non ancora guarito da una tosse ostinata, doveva tentare lo
stesso rimedio. Si adunava una flottiglia di barche in vista di
un viaggio sul Nilo: il programma comportava una serie di
ispezioni ufficiali, di feste, di banchetti, che minacciavano di
esser faticosi quanto quelli d'una stagione al Palatino. Avevo
organizzato io stesso tutto questo: il lusso, il prestigio d'una
corte non erano privi di valore politico in quel paese antico,
avvezzo ai fasti regali:

Ma a maggior ragione mi stava a cuore dedicare alla caccia i
pochi giorni che precedevano l'arrivo dei miei ospiti. A
Palmira, Meleo Agrippa aveva organizzato per noi le battute nel
deserto; ma non ci eravamo inoltrati abbastanza per incontrare i
leoni. Due anni prima, l'Africa mi aveva offerto qualche bella
caccia alle fiere; ad Antinoo, troppo giovane e troppo
inesperto, non avevo dato il permesso di prendervi parte in
prima linea; per lui, avevo le vilt alle quali non avrei mai
pensato per me stesso. Cedendo, come sempre, gli promisi un
ruolo di primo piano in quella caccia al leone. Non era pi
tempo di trattarlo da bambino, ed ero fiero di quella giovane
forza.

Partimmo per l'oasi di Ammone, a pochi giorni di marcia da
Alessandria, quella stessa dove Alessandro aveva appreso un
giorno dalla bocca dei sacerdoti il segreto della sua origine
divina. Gl'indigeni avevano segnalato in quei paraggi la
presenza d'una belva molto pericolosa, che varie volte aveva
attaccato l'uomo. La sera, attorno ai fuochi del bivacco,
paragonavamo allegramente le nostre future imprese a quelle di
Ercole. Ma i primi giorni non ci fruttarono che qualche
gazzella. Quella volta, stabilimmo di andare ad appostarci
entrambi nei pressi d'uno stagno sabbioso ricoperto di canne.
Dicevano che al crepuscolo il leone vi si dissetasse. I negri
erano incaricati di spingerlo verso di noi con un frastuono di
conchiglie, di cimbali, di grida; il resto della scorta fu
lasciato a distanza. L'aria era calma e pesante; non era
necessario nemmeno preoccuparsi della direzione del vento. Era
forse appena passata l'ora decima; difatti Antinoo mi fece
osservare sullo stagno che le ninfee rosse erano ancora tutte
aperte. Improvvisamente tra un fruscio di canne calpestate,
apparve la belva regale, volse verso di noi il suo terribile,
magnifico muso, uno degli aspetti pi divini che possa assumere
il pericolo. Trovandomi un po' indietro, non ebbi il tempo di
trattenere il fanciullo, il quale imprudentemente spron il
cavallo, lanci la picca, poi i suoi due giavellotti, con arte,
ma troppo da vicino. La belva, trafitta nel collo, croll,
battendo il suolo con la coda; la sabbia sollevata c'impediva di
distinguere altro che una massa ruggente e confusa; infine, il
leone si drizz, raccolse le forze per slanciarsi sul cavallo e
sul cavaliere disarmato. Avevo previsto questo pericolo; per
fortuna, la cavalcatura di Antinoo non ebbe uno scarto: i nostri
animali erano mirabilmente addestrati a quella sorta di giochi.
Gettai nel mezzo il mio cavallo, esponendo il fianco destro;
avevo l'abitudine a simili esercizi; non mi fu difficile finire
la belva, gi colpita a morte; rovin per la seconda volta; il
muso si voltol nella melma; un rivoletto di sangue nero col
sull'acqua. Il grosso gatto color del deserto, del miele e del
sole spir con una maest pi che umana. Antinoo si precipit
gi dal cavallo coperto di schiuma, che tremava ancora; i
compagni ci raggiunsero; i negri trainarono al campo l'immensa
vittima morta.

Fu improvvisato una specie di festino. Il giovinetto, disteso
sul ventre davanti a un vassoio di rame, ci distribu con le sue
stesse mani le porzioni di agnello cotto sotto la cenere. In suo
onore, si lib vino di palma. La sua esaltazione cresceva come
un canto. Forse, egli esagerava il significato dell'aiuto che
gli avevo prestato, dimentico che avrei fatto altrettanto per
qualsiasi cacciatore in pericolo; tuttavia, ci sentivamo
riportati in quel mondo eroico nel quale gli amanti muoiono
l'uno per l'altro. La gratitudine e l'orgoglio si alternavano
nella sua gioia come le strofe d'un'ode. I negri fecero
miracoli: la sera stessa, la pelle scorticata oscillava sotto le
stelle, sospesa a due pali, all'entrata della mia tenda.
Malgrado gli aromi di cui l'avevano cosparsa, l'odore ferino ci
assill tutta la notte. L'indomani, dopo una colazione di
frutta, lasciammo il campo; al momento della partenza, scorgemmo
in un fosso quel che restava della belva regale della vigilia:
non era pi che una carcassa sanguinolenta sormontata da un
nugolo di mosche.

Pochi giorni dopo, rientrammo ad Alessandria. Il poeta Pancrate
ci organizz una festa al Museo; in una sala da musica, erano
stati riuniti strumenti preziosi: le vecchie lire doriche, pi
pesanti e meno complicate delle nostre, stavano accanto alle
cetre ricurve della Persia e dell'Egitto, e ai pifferi frigi,
acuti come voci di eunuchi, e ai delicati flauti indiani di cui
ignoro il nome. Un Etiope batt a lungo su zucche africane. Una
donna, la cui bellezza un po' fredda mi avrebbe conquistato se
non avessi stabilito di semplificare la mia vita riducendola a
ci che mi era essenziale, son un'arpa triangolare dai toni
tristi. Mesomede di Creta, il mio musico prediletto, accompagn
sull'organo ad acqua il recitativo del suo poema "La Sfinge",
un'opera inquietante, sinuosa, sfuggente come la sabbia al
vento. La sala da concerto si apriva su una corte interna:
sull'acqua d'una vasca, si aprivano alcune ninfee, sotto le
fiamme quasi roventi d'un pomeriggio di fine agosto. Durante un
interludio, Pancrate volle farci ammirare da vicino quei fiori
d'una variet rara, vermigli come sangue, che fioriscono solo
sul finir dell'estate. Riconoscemmo immediatamente le nostre
ninfee scarlatte dell'oasi di Ammone; Pancrate si esalt
all'idea della belva ferita che spirava tra i fiori. Mi propose
di mettere in versi quell'episodio di caccia: si sarebbe detto
che era stato il sangue del leone a tingere i gigli delle acque.
La formula non era nuova: tuttavia, passai l'ordine. Quel
Pancrate, che aveva tutto del poeta di corte, seduta stante
verg pochi versi piacevoli in onore di Antinoo: la rosa, il
giacinto, il chelidonio vi venivano sacrificati a quelle corolle
di porpora, che ormai porteranno il nome del mio prediletto. Fu
ordinato a uno schiavo di entrare nella vasca a coglierne un
fascio. Il giovinetto, avvezzo agli omaggi, accett compunto
quei fiori densi come la cera, dagli steli molli e serpentini;
si chiusero come palpebre quando scese la notte.





In quei giorni giunse l'imperatrice. La lunga traversata l'aveva
affaticata: diventava fragile, senza cessare d'essere dura. Le
sue amicizie politiche non mi procuravano pi grattacapi, come
all'epoca in cui aveva scioccamente incoraggiato Svetonio;
ormai, si circondava soltanto di inoffensive letterate. La sua
confidente del momento, una certa Giulia Balbilla, componeva
versi greci abbastanza bene. L'imperatrice e il suo seguito
presero stanza al Lyceum, ed uscirono raramente. Lucio, al
contrario, era, come sempre, avido di tutti i piaceri, compresi
quelli del pensiero e degli occhi.

A ventisei anni, non aveva perduto quasi nulla di quella
bellezza prodigiosa che lo faceva acclamare per le strade dalla
giovent romana. Seguitava a essere assurdo, ironico e gaio. I
suoi capricci d'altri tempi erano diventati manie; non si
spostava senza il capocuoco; persino a bordo, i giardinieri gli
componevano prodigiose aiuole di fiori rari; dappertutto, si
tirava dietro il suo letto, di cui aveva disegnato il modello
personalmente, composto di quattro materasse zeppe di quattro
specie rare di aromi; un letto, sul quale giaceva circondato
dalle sue giovani amanti come da altrettanti guanciali. I suoi
paggi, dipinti, incipriati, acconciati come gli Zeffiri e
l'Amore, si conformavano come meglio potevano a manie talvolta
crudeli: dovetti intervenire per impedire che il piccolo Borea,
del quale ammirava la figura sottile, si lasciasse morir di
fame; tutte cose pi irritanti che graziose. Visitammo insieme
tutto quel che si visita ad Alessandria: il Faro, il Mausoleo di
Alessandro, quello di Marc'Antonio, dove Cleopatra eternamente
trionfa di Ottavia, senza tralasciare i templi, gli opifici, le
fabbriche e neppure il quartiere degli imbalsamatori. Da uno
scultore pregevole, comprai un blocco di Veneri, di Diane e di
Ermes per Italica, la mia citt natale, che mi proponevo di
rimodernare, di abbellire. Il sacerdote del tempio di Serapide
mi offr un servizio di vetri opalini, che feci inviare a
Serviano; per riguardo a mia sorella Paolina, cercavo di
mantenere rapporti abbastanza cordiali con lui. Durante queste
ispezioni, piuttosto fastidiose, studiammo insieme vasti
progetti edilizi.

Le religioni, ad Alessandria, sono varie quanto i negozi: la
qualit del prodotto, per, pi dubbia. I cristiani,
soprattutto, vi si distinguono per una incredibile variet di
sette, se non altro inutili. Due ciarlatani, Valentino e
Basilide, intrigavano uno contro l'altro, sorvegliati
strettamente dalla polizia romana. La feccia del popolo egizio
approfittava di ogni manifestazione rituale per gettarsi sugli
stranieri, col randello in pugno; provoca pi sommosse ad
Alessandria la morte del bue Api che non una successione
imperiale a Roma. La gente alla moda cambia divinit come
altrove cambia medico, ma senza risultati pi apprezzabili. Ad
Alessandria, il solo idolo l'oro: in nessun luogo ho visto
postulanti pi sfrontati. Iscrizioni pompose furono sciorinate
un po' dappertutto per esaltare i miei benefici, ma ben presto
il mio rifiuto di esonerare la popolazione da una tassa, che era
perfettamente in grado di pagare, mi alien quella turba. I due
giovinetti che mi accompagnavano furono insultati pi volte; a
Lucio si rimproverava il lusso, eccessivo del resto; ad Antinoo
le origini oscure, sul conto delle quali correvano dicerie
assurde; a entrambi, l'ascendente su di me che a loro si
attribuiva. Asserzione ridicola, questa: Lucio, che pur
giudicava i pubblici affari con perspicacia sorprendente, non
aveva la minima influenza politica; Antinoo non tentava neppure
di averne. Il giovane patrizio, che conosceva il mondo, non fece
che ridere di quegli insulti. Ma Antinoo ne soffr.

Gli Ebrei, sobillati dai correligionari di Giudea, facevano del
loro meglio per inasprire quella pasta gi acida. La sinagoga di
Gerusalemme deleg il suo membro pi venerato, Akiba, un
vegliardo quasi nonagenario, il quale non sapeva il greco, per
convincermi a rinunciare ai progetti, gi in corso di
attuazione, a Gerusalemme. Assistito da interpreti, ebbi con lui
parecchi colloqui, che, da parte sua, non furono che pretesti
per monologhi. In meno di un'ora, mi sentii in grado d'intendere
esattamente il suo pensiero, se non di sottoscriverlo; ma egli
non comp lo stesso sforzo per quel che concerneva il mio. Quel
fanatico non sospettava neppure che si potesse ragionare su
premesse diverse dalle sue; offrivo a quel popolo denigrato un
posto tra gli altri nella comunit romana: per bocca di Akiba,
Gerusalemme mi faceva sapere la sua volont di rimanere fino
all'ultimo la fortezza d'una razza e d'un dio isolato dal genere
umano. Questa risoluzione forsennata si esprimeva con
sottigliezze estenuanti; dovetti subire una lunga serie di
ragioni, sapientemente dedotte le une dalle altre, della
superiorit di Israele. Al termine di otto giorni, quel
negoziatore ostinato s'accorse tuttavia d'aver sbagliato strada,
e m'annunci che partiva. Detesto la sconfitta, persino quella
altrui; mi commuove soprattutto quando il vinto un vecchio.
L'ignoranza di Akiba, il suo rifiuto di accettare tutto ci che
non fosse i suoi libri santi e il suo popolo, gli conferivano
una sorta di candida innocenza. Ma era ben difficile intenerirsi
per quel settario. Pareva che la longevit lo avesse spogliato
di qualsiasi duttilit umana: quel corpo scarno, quello spirito
asciutto erano dotati d'un vigore duro, da cavalletta. Pare che
in seguito sia morto da eroe per la causa del suo popolo, o,
piuttosto, della sua legge: ognuno si vota ai propri di.

Gli svaghi di Alessandria cominciavano a esaurirsi. Flegone, che
in ogni luogo conosceva le curiosit locali, il lenone o
l'ermafrodita celebre, propose di condurci da una maga. Codesta
mediatrice dell'invisibile abitava a Canopo; ci recammo col
nottetempo, in barca, sul canale dalle acque dense. Il tragitto
fu tetro. Come sempre, regnava tra i due giovani un'ostilit
sorda: l'intimit alla quale li costringevo faceva crescere
l'avversione che avevano l'uno per l'altro. Lucio celava la sua
con una condiscendenza scherzosa; il mio giovane greco si
chiudeva in uno dei suoi accessi d'umore nero. Ero piuttosto
stanco anch'io; qualche giorno prima, rientrando da
un'escursione in pieno sole, avevo avuto una breve sincope di
cui unici testimoni erano stati Antinoo e il mio servo negro
Euforione. Entrambi s'erano estremamente spaventati; ma avevo
ingiunto loro di tacere.

Canopo non altro che uno scenario; la casa della maga sorgeva
nella parte pi sordida di questa citt di piacere. Approdammo
su di una loggia crollante. La strega ci attendeva all'interno,
munita degli ambigui strumenti del suo mestiere; pareva davvero
brava, non aveva nulla della negromante di teatro; non era
neppure vecchia.

Le sue predizioni furono sinistre. Da qualche tempo, gli oracoli
non mi annunciavano ovunque che fastidi d'ogni genere, torbidi
politici, intrighi di palazzo, malattie gravi. Oggi, ritengo che
su quelle voci dell'ombra agissero influenze largamente umane,
talvolta per ammonirmi, il pi delle volte per incutermi
terrore. Le autentiche condizioni d'una parte dell'Oriente vi si
esprimevano pi chiaramente che non nei rapporti dei nostri
proconsoli. Accettavo con tutta calma quelle cosiddette
rivelazioni, poich il mio rispetto per il mondo invisibile non
si spinge sino a dar credito a quei vaneggiamenti divini: dieci
anni prima, poco dopo essere asceso al trono, avevo fatto
chiudere l'oracolo di Dafne, presso Antiochia, che m'aveva
predetto il potere, temendo che facesse lo stesso col primo
pretendente venuto. Ma sempre spiacevole sentir parlare di
cose tristi.

Dopo averci amareggiati il pi che poteva, l'indovina ci propose
i suoi servizi: uno di quei sacrifici magici, di cui gli
stregoni d'Egitto vantano la specialit; sarebbe bastato per
accomodare tutto, amichevolmente, col destino. Le mie incursioni
nella magia fenicia gi m'avevano fatto comprendere che l'orrore
di quelle pratiche proibite risiede non tanto in quel che ci
vien mostrato, quanto in quello che ci si nasconde: se non fosse
stata nota la mia avversione per i sacrifici umani,
probabilmente mi si sarebbe proposto d'immolare uno schiavo. Ci
si content di chiedermi un animale domestico.

La vittima, per quanto era possibile, doveva avermi appartenuto;
non poteva trattarsi d'un cane, bestia che la superstizione
egizia ritiene immonda; sarebbe stato opportuno un uccello, ma
io non viaggio accompagnato da un'uccelliera. Il mio giovane
amico mi propose il suo falcone. Le condizioni si sarebbero
trovate adempiute; quel bell'uccello, gliel'avevo regalato io
stesso dopo averlo ricevuto dal re d'Osroene. Il fanciullo lo
nutriva con le sue mani; era una delle poche sue propriet alle
quali si fosse affezionato. Sulle prime rifiutai; insistette,
serio; compresi che attribuiva un significato straordinario a
quell'offerta, e accettai per farlo contento. Il mio corriere
Menecrate, munito delle istruzioni pi minuziose, part per
andare a prendere quell'uccello nei nostri appartamenti del
Serapeo. Anche al galoppo, la corsa avrebbe richiesto pi di un
paio d'ore. Non era il caso di trascorrerle nella sudicia
stamberga della maga, e Lucio si lamentava dell'umidit della
barca. Flegone trov un espediente: ci si install alla meglio
presso un mezzano, dopo esserci sbarazzati del personale della
casa, e Lucio stabil di dormire; io profittai di
quell'intervallo per dettare alcuni dispacci; Antinoo si stese
ai miei piedi. Il calamo di Flegone crepitava sotto la lampada.
Toccavamo gi l'ultima veglia della notte quando Menecrate
riport l'uccello, la manopola, il cappuccio, e la catena.

Ritornammo dalla maga. Antinoo tolse il cappuccio al suo
falcone, ne carezz lungamente la testolina insonnolita e
selvatica, lo consegn all'incantatrice la quale diede inizio a
una serie di riti magici. L'uccello, affascinato, si
riaddorment. Bisognava che la vittima non si dibattesse e che
la morte sembrasse volontaria. L'animale, gi inerte, cosparso
di miele e di essenza di rose, fu deposto sul fondo d'una
bacinella colma d'acqua del Nilo; la creatura annegata si
assimilava a Osiris portata dalla corrente del fiume; gli anni
terrestri dell'uccello si aggiungevano ai miei; la piccola anima
solare si univa al Genio dell'uomo, al cui favore si
sacrificava; ormai, quel Genio invisibile avrebbe potuto
apparirmi e servirmi sotto quella forma. Le lunghe manipolazioni
che seguirono non furono pi interessanti d'una preparazione
culinaria. Lucio sbadigliava. Le cerimonie imitarono fino
all'ultimo i funerali umani: fumigazioni e salmodie si
prolungarono fino all'alba. L'uccello fu racchiuso in una bara
colma di aromi, che la maga sotterr in nostra presenza in riva
al canale, in un cimitero abbandonato. Poi, si accoccol sotto
un albero per contare a una a una le monete d'oro del suo
compenso, che Flegone le aveva versato.

Risalimmo in barca. Soffiava un vento singolarmente gelido.
Lucio, seduto accanto a me, traeva a s con la punta delle dita
sottili le coltri di cotone ricamato; solo per cortesia
seguitavamo a scambiarci saltuariamente qualche frase sulle
faccende e gli scandali di Roma. Antinoo, disteso in fondo alla
barca, mi aveva posato la testa sulle ginocchia; fingeva di
dormire per isolarsi da quella conversazione da cui si sentiva
escluso. La mia mano gli scivolava sulla nuca, tra i capelli.
Cos, sempre, nei momenti pi vuoti e opachi, avevo la
sensazione di restare a contatto con i grandi soggetti della
natura, la densit delle foreste, il dorso muscoloso delle
pantere, la pulsazione regolare delle sorgenti. Ma non v'
carezza che giunga fino all'anima. Quando giungemmo al Serapeo,
il sole brillava; i mercanti di cocomeri gridavano nelle strade
la loro merce. Dormii fino all'ora della seduta del Senato
locale, alla quale presenziai. In seguito, seppi che Antinoo
profitt di quell'assenza per persuadere Cabria ad accompagnarlo
a Canopo. Torn dalla maga.





Il primo giorno del mese di Athir, l'anno secondo della
duecentoventesimasesta Olimpiade... E' l'anniversario della
morte di Osiris, il dio delle agonie: lungo il fiume, da tre
giorni in tutti i villaggi echeggiavano acuti lamenti. I miei
ospiti romani, meno avvezzi di me ai misteri dell'Oriente,
mostravano una certa curiosit per quelle cerimonie d'una razza
cos differente, mentr'io, al contrario, ne ero esasperato.
Avevo fatto ormeggiare la mia imbarcazione a qualche distanza
dalle altre, lontano da qualsiasi luogo abitato: ma, in
prossimit delle rive, sorgeva un tempio faraonico
semidiroccato, che aveva ancora il suo collegio sacerdotale; e
non mi sottrassi del tutto al frastuono di quelle lamentazioni.

La sera precedente, Lucio mi aveva invitato a cena sulla sua
barca, e vi ero andato al tramontar del sole. Antinoo aveva
ricusato di seguirmi. Lo lasciai che giaceva sull'impiantito
della mia cabina di poppa, disteso sulla sua pelle di leone,
intento a giocare agli aliossi con Cabria. Una mezz'ora pi
tardi, in piena notte, mut idea e fece chiamare un canotto. Con
l'aiuto d'un solo battelliere, percorse contro corrente la
distanza piuttosto considerevole che ci separava dalle altre
imbarcazioni. Il suo ingresso sotto la tenda dove consumavamo la
cena interruppe gli applausi provocati dalle contorsioni d'una
danzatrice. S'era vestito d'una lunga tunica siriana, tenue come
la buccia d'un frutto, tutta cosparsa di fiori e di ricami. Per
remare pi liberamente, aveva calato la manica destra; e il
sudore imperlava quel suo petto levigato. Lucio gli gett una
ghirlanda che egli afferr al volo; neppure un istante venne
meno la sua gaiezza quasi stridula, sostenuta appena da una
coppa di vino greco. Rientrammo insieme, nel mio canotto a sei
remi, accompagnati dalla buonanotte tagliente di Lucio.
L'allegria continu. Ma, al mattino, per caso mi avvenne di
toccare un viso gelato di lacrime. Chiesi ad Antinoo con
impazienza la ragione di quel pianto; rispose umilmente,
scusandosi d'essere stanco. Accettai quella menzogna. Mi
riaddormentai. La sua vera agonia si svolse quella notte, in
quel nostro letto, e al mio fianco.

Era appena giunto il corriere da Roma; la giornata trascorse a
leggere e a rispondere ai dispacci. Come sempre, Antinoo andava
e veniva silenzioso nella stanza; non so in qual momento quel
bel levriero uscito dalla mia vita. Verso l'ora dodicesima,
entr da me Cabria, agitatissimo. Contro ogni regola, Antinoo
aveva lasciato la nostra imbarcazione senza precisare la meta e
la durata della sua assenza: e, dal momento della sua uscita,
erano trascorse almeno due ore. Cabria ricord strane frasi
pronunciate la sera innanzi, una raccomandazione della stessa
mattina, che mi riguardava, e mi comunic i suoi timori. Ci
affrettammo a scendere sulla riva. Il vecchio pedagogo si
diresse d'istinto verso una cappella situata sulla sponda,
piccolo edificio isolato che faceva parte delle dipendenze del
tempio, e che Antinoo e lui avevano visitato insieme. Su un
tavolo da offerte, c'erano le ceneri di un sacrificio, ancora
tiepide. Cabria vi immerse le dita e ne trasse, quasi intatto,
un ricciolo di capelli recisi.

Non ci restava che esplorare le rive. Una serie di caverne, che
in altri tempi avevano dovuto servire a cerimonie sacre,
comunicavano con un'ansa del fiume: sulla sponda dell'ultima di
esse, nel crepuscolo che scendeva rapido, Cabria scorse un abito
ripiegato e un paio di sandali. Scesi quei gradini
sdrucciolevoli: era disteso sul fondo, gi affondato nella melma
del fiume. Con l'aiuto di Cabria, riuscii a sollevare quel corpo
che improvvisamente era diventato pesante come la pietra. Cabria
lanci un richiamo ad alcuni battellieri, i quali improvvisarono
una barella di tela. Ermogene, chiamato d'urgenza, non pot far
altro che constatarne la morte. Quel corpo tanto docile si
rifiutava di lasciarsi riscaldare, di rivivere. Lo trasportammo
a bordo. Tutto croll attorno a me, tutto sembr spegnersi. Zeus
Olimpico, il Padrone di tutte le cose, il Salvatore del Mondo
precipit: non vi fu pi che un uomo dai capelli grigi che
singhiozzava, sul ponte d'una barca.

Due giorni dopo, Ermogene riusc a farmi pensare alle esequie. I
riti di sacrificio di cui Antinoo aveva voluto circondar la sua
fine c'indicavano una sola via da seguire: non era certo un caso
se l'ora e il giorno di quella morte coincidevano con quelli in
cui Osiris scende nella tomba. Mi recai a Ermopoli, sull'altra
riva, dagli imbalsamatori: ad Alessandria, avevo visto all'opera
i loro colleghi; sapevo quali oltraggi stavo per infliggere a
quel corpo. Ma orrendo anche il fuoco, che brucia e carbonizza
quella carne che fu amata; e anche la terra, dove i morti
imputridiscono. La traversata fu breve; accucciato in un angolo
della cabina di poppa, Euforione salmodiava con voce sommessa
non so quale funebre lamentela africana; quel canto rauco e
soffocato mi sembrava quasi il mio stesso pianto. Trasportammo
il morto in una sala lavata con acque copiose, che mi ricordava
la clinica di Satiro; aiutai il modellatore a ungere d'olio quel
volto caro, prima di applicarvi la cera. Tutte le metafore
ritrovavano un senso: ho tenuto quel cuore tra le mani. Quando
lo lasciai, il corpo vuoto non era pi che una preparazione
anatomica, il primo stadio d'un capolavoro atroce, una sostanza
preziosa trattata con sale e mirra ben conservata, che l'aria e
il sole non toccherebbero mai pi.

Al mio ritorno, visitai il tempio nei pressi del quale il
sacrificio s'era consumato; parlai con i sacerdoti. Il loro
santuario, rinnovato, torner a essere meta di pellegrinaggi da
tutto l'Egitto; il loro collegio sar arricchito, incrementato,
e per l'avvenire si consacrer al culto del mio dio. Neppure nei
momenti pi opachi, avevo dubitato che quella giovinezza fosse
divina. La Grecia e l'Asia lo venereranno secondo le nostre
usanze, con giochi, danze, offerte rituali ai piedi d'una sua
statua bianca e ignuda. L'Egitto, che aveva assistito alla sua
agonia, parteciper anch'esso all'apoteosi; la pi tenebrosa, la
pi segreta, la pi dura: questo paese dovr rappresentare, per
lui, in eterno, il ruolo dell'imbalsamatore. Per secoli, i
sacerdoti dal cranio rasato reciteranno salmodie nelle quali
figurer questo nome, per loro senza valore, ma che per me
significa tutto. Ogni anno, la nave sacra trasporter quella
effigie sul fiume, il primo giorno del mese di Athyr, e le
prefiche percorreranno quella sponda che io avevo percorso. Ogni
ora ha la sua incombenza immediata, la sua ingiunzione che
sovrasta ogni altra: quella del momento era di difendere contro
la morte il poco che mi restava. Flegone aveva chiamato a
raccolta per me sulla riva del fiume gli architetti e gli
ingegneri del mio seguito; sostenuto da una specie di ebbrezza
lucida, me li trascinai su per le colline sassose; spiegai loro
il mio piano, il tracciato dei quarantacinque stadi di muro di
cinta; segnai sulla sabbia il luogo dell'arco di trionfo, e
quello della tomba. Qui sarebbe sorta Antinopoli; era gi quasi
vincere la morte, l'imporre a quella terra sinistra una citt
tutta greca, un bastione che avrebbe tenuto in soggezione i
nomadi dell'Eritrea, un nuovo mercato sulle strade dell'India.
Alessandro aveva celebrato le esequie di Efestio con
devastazioni ed eccidi; mi sembrava pi bello offrire al mio
prediletto una citt dove il suo culto sarebbe stato associato
per sempre all'andirivieni di una pubblica piazza, dove il suo
nome sarebbe tornato nelle conversazioni, ogni sera, e dove i
giovani si sarebbero gettati ghirlande, all'ora dei banchetti.
Ma, su questo punto, il mio pensiero esitava: mi sembrava
impossibile abbandonare quel corpo in suolo straniero. Come chi
incerto della prossima tappa, e prenota l'alloggio in pi di
una locanda, cos io gli ordinai a Roma un monumento in riva al
Tevere, presso la mia tomba; e pensai pure alle cappelle egizie
che, per capriccio, avevo fatto costruire nella Villa a che
tutto a un tratto diventavano tragicamente utili. Stabilii il
giorno delle esequie, che avrebbero avuto luogo allo scadere dei
due mesi richiesti dagli imbalsamatori. Affidai a Mesomene
l'incarico d'istruire cori funebri. Tornai a bordo assai tardi,
nella notte. Ermogene mi prepar una pozione per conciliarmi il
sonno.





Continuammo a risalire il fiume, ma io navigavo sullo Stige. Nei
campi dei prigionieri, in riva al Danubio, avevo visto una volta
alcuni sventurati, adagiati a un muro, colpirsi continuamente la
fronte con un moto selvaggio, dolce e insensato, ripetendo senza
posa un nome. Nei sotterranei del Colosseo, mi avevano mostrato
leoni che deperivano perch era stato portato via il cane con il
quale li avevano abituati a vivere. Raccolsi le mie idee:
Antinoo era morto. Da bambino, avevo urlato sul cadavere di
Marullino beccato dalle cornacchie, ma cos come urla di notte
un animale privo della ragione. Mio padre era morto, ma
l'orfanello dodicenne ch'io ero non aveva notato che il
disordine della casa, i pianti della madre e il proprio terrore;
non aveva saputo nulla dei momenti atroci che il morente aveva
attraversato. Mia madre era morta molto pi tardi, all'epoca
della mia missione in Pannonia; non ne ricordavo neanche
esattamente la data. Traiano non era stato che un infermo al
quale si trattava di far fare testamento. Plotina, non l'avevo
vista morire. Anche Attiano era morto: era vecchio. Durante le
guerre trace, avevo perduto compagni d'arme che credevo di
amare; ma eravamo giovani, la vita e la morte erano egualmente
inebrianti e dolci. Antinoo era morto... Mi tornavano alla mente
luoghi comuni uditi tante volte: si muore a tutte le et;
muoiono giovani quelli che sono amati dagli di. Anch'io avevo
preso parte a questo infame abuso di parole: avevo detto:
峻orire di sonno, 峻orire di noia. M'ero espresso con le
parole: 家gonia, 峽utto, 峰erdita . E Antinoo era morto...

L'Amore, il pi saggio degli di... Ma l'amore non era
responsabile di quella negligenza, di quelle asprezze, di quella
indifferenza, mescolate alla passione come la sabbia all'oro
trascinato da un fiume, di quell'accecamento grossolano d'uomo
troppo felice, e che invecchia. Avevo potuto essere cos
sordidamente soddisfatto? Antinoo era morto... Lungi dall'amarlo
troppo, come senza dubbio in quel momento Serviano pretendeva a
Roma, non avevo amato abbastanza quel fanciullo da obbligarlo a
vivere. Cabria, che, nella sua qualit di iniziato orfico,
considerava il suicidio un delitto, insisteva sull'aspetto
sacrificale di quella fine; provavo io stesso una specie di
gioia orrenda a ripetermi che quella morte era un dono. Ma ero
solo a misurare quanto fiele fermenti nel fondo della dolcezza,
quanta disperazione si celi nell'abnegazione, quanto odio si
mescoli all'amore. Un essere oltraggiato mi gettava in viso
quella prova di devozione; un fanciullo, nell'ansia di perder
tutto, aveva trovato quel mezzo per legarmi per sempre a lui. Se
con quel suo sacrificio aveva sperato di proteggermi, aveva
dovuto credersi amato ben poco per non sentire che perderlo
sarebbe stato per me il peggiore dei mali.

Le lacrime cessarono: i dignitari che mi avvicinavano non
dovevano pi distogliere lo sguardo dal mio viso, come se il
pianto fosse una vista oscena. Ricominciarono le ispezioni a
fattorie modello e a canali d'irrigazione; poco importava come
impiegare le ore. Gi mille dicerie infondate correvano nel
mondo a proposito della mia sciagura; persino nelle imbarcazioni
che accompagnavano la mia, circolavano versioni atroci, a mio
disdoro; non me ne curavo: la verit non era di quelle che si
possono proclamare per le strade. Le pi perfide invenzioni
avevano una parvenza di verit, a modo loro; mi si accusava di
averlo sacrificato, e, in un certo senso lo avevo fatto.
Ermogene che mi riferiva fedelmente quelle dicerie, si fece
latore di qualche messaggio da parte dell'imperatrice: si
comport con decoro: lo si fa quasi sempre, in presenza della
morte. Quella compassione poggiava su un equivoco: si accettava
di compiangermi, purch mi consolassi abbastanza presto. E io
stesso, mi credevo quasi placato; ne arrossivo, quasi. Non
sapevo che il dolore ripiega in labirinti strani, dove non avevo
ancora finito di addentrarmi.

Si tentava di tutto per distrarmi. Pochi giorni dopo l'arrivo a
Tebe, seppi che l'imperatrice, col suo seguito, gi due volte si
era recata ai piedi del Colosso di Memnone, nella speranza di
udire il suono misterioso che quella pietra manda all'aurora, un
fenomeno celebre al quale tutti i viaggiatori sperano di
assistere. Il prodigio non aveva avuto luogo; immaginavano
superstiziosamente che si sarebbe operato in mia presenza.
Acconsentii ad accompagnare le donne l'indomani: tutti i mezzi
erano buoni per abbreviare la durata interminabile di quelle
notti d'autunno. Quel mattino, verso l'ora undecima, entr nella
mia camera Euforione per ravvivare la lampada e aiutarmi a
indossare le vesti. Uscii sul ponte; il cielo, ancora tutto
nero, era come il cielo di bronzo dei poemi di Omero,
indifferente alle gioie e alle sofferenze umane. Erano pi di
venti giorni che quella cosa era avvenuta. Presi posto nel
canotto; e il breve percorso si svolse tra le grida e la paura
delle donne.

Approdammo poco lungi dal Colosso; una fiamma d'un rosa scialbo
si allung a Oriente; cominciava un altro giorno. Il suono
misterioso si produsse tre volte; somiglia a quello che si fa
spezzando la corda d'un arco. L'inesauribile Giulia Balbilla
snocciol immediatamente una serie di poesie. Le donne
iniziarono la visita ai templi; le accompagnai per un poco lungo
le mura intarsiate di geroglifici monotoni. Ero tediato a morte
da quelle figure colossali di re tutti eguali, seduti l'uno
accanto all'altro, i piedi lunghi e piatti posati come oggetti;
da quei blocchi inerti nei quali nulla presente di quel che
per noi la vita, n il dolore, n la volutt, n il moto che
libera le membra, n il pensiero che organizza il mondo intorno
a una testa reclina. I sacerdoti che mi guidavano sembravano
male informati, come me, su quelle esistenze scomparse; di tanto
in tanto, nasceva una discussione a proposito d'un nome. Si
sapeva vagamente che ognuno di quei monarchi aveva ereditato un
regno, governato i suoi popoli, e generato il suo successore:
non restava nient'altro. Quelle dinastie oscure risalivano a et
pi antiche di Roma, pi antiche di Atene, pi ancora del giorno
in cui Achille mor sotto le mura di Troia, pi del ciclo
astronomico di cinquemila anni calcolato da Menone per Giulio
Cesare. Stremato, congedai i sacerdoti; mi riposai un po'
all'ombra del Colosso prima di risalire in barca. Le gambe del
Colosso erano coperte sino al ginocchio di iscrizioni greche
tracciate da viaggiatori: nomi, date, una preghiera; un certo
Servio Soave, un tale Eumene avevano sostato in quel punto
medesimo sei secoli prima di me, un certo Panio aveva visitato
Tebe sei mesi avanti... Sei mesi avanti... Mi prese un
capriccio, che non avevo avuto pi dall'epoca in cui, bambino,
scrivevo il mio nome sulla corteccia dei castagni, in Spagna:
l'imperatore che si rifiutava di far incidere i suoi titoli e i
suoi attributi sui monumenti che aveva edificati, di di piglio
alla daga e incise su quella pietra dura poche lettere greche,
una forma abbreviata e familiare del suo nome: ADRIANO... Era
ancora un opporsi al tempo: un nome, una somma di vita di cui
nessuno calcoler gli elementi innumerevoli, un segno lasciato
da un uomo smarrito in quella successione di secoli.
Improvvisamente, mi torn alla mente che eravamo al
ventisettesimo giorno del mese di Athyr, il quinto, prima delle
nostre calende di dicembre. Era il compleanno di Antinoo: se
fosse vissuto, quel giorno avrebbe avuto vent'anni.

Risalii a bordo; la piaga chiusa troppo presto si era riaperta;
piansi, il viso affondato in un guanciale che Euforione mi pass
sotto il capo. Quel cadavere e io partivamo alla deriva,
trascinati in senso contrario da due correnti del tempo. Era il
quinto giorno prima delle calende di dicembre, il primo del mese
di Athyr: ogni istante che passava faceva affondare quel corpo,
copriva quella fine. Risalivo la china sdrucciolevole: con le
unghie tentavo d'esumare quella giornata morta. Flegone, seduto
di fronte alla porta, non rammentava l'andirivieni nella cabina
di poppa se non per quella striscia bianca di luce che l'aveva
infastidito tutte le volte che una mano spingeva il battente.
Come chi accusato d'un delitto, tentavo di ricordare come
avessi impiegato le mie ore: una dettatura, una risposta al
Senato di Efeso; a quale gruppo di parole corrispondeva
quell'agonia? Ricostruivo il cedere della passerella sotto i
passi affrettati, le sponde aride, il lastricato piatto; il
coltello che recide un ricciolo sulla tempia; il corpo
inclinato; la gamba ripiegata per consentire alla mano di
sciogliere il sandalo; e poi aprire le labbra, serrando gli
occhi. C'era voluta una risoluzione disperata, da parte di quel
buon nuotatore, per lasciarsi soffocare dalla melma nerastra.
Cercai di percorrere col pensiero la rivoluzione attraverso la
quale passeremo tutti, il cuore che s'arresta, il cervello che
rinuncia al pensiero, i polmoni che cessano di aspirare la vita.
Anch'io subir uno sconvolgimento analogo; morir, un giorno. Ma
ogni agonia diversa; i miei sforzi per figurarmi quella
d'Antinoo non pervenivano che a una costruzione priva di valore:
era morto solo.

Ho resistito; ho lottato contro il dolore come contro una
cancrena. Ho ricordato le sue caparbiet, le sue bugie; mi son
detto che sarebbe mutato, ingrassato, invecchiato. Fatica
sprecata: come un artigiano coscienzioso si logora a copiare un
capolavoro, cos io mi accanivo a pretendere dalla mia memoria
una esattezza insensata. Ricreavo quel petto alto e curvo come
una corazza; a volte, l'immagine scaturiva da sola; un'onda di
dolcezza mi sommergeva; avevo rivisto un frutteto a Tivoli,
l'efebo nell'atto di raccogliere le frutta dell'autunno nella
tunica sollevata come un canestro. Mi mancava tutto: il compagno
delle feste notturne, il giovinetto che si abbassava sui talloni
per aiutare Euforione a disporre le pieghe della mia toga. A dar
retta ai sacerdoti, anche l'ombra soffriva, rimpiangeva l'asilo
caldo che era per lei il suo corpo, e frequentava gemendo i
paraggi familiari, remota e vicina, momentaneamente troppo
debole per farmi intendere la sua presenza. Se era vero, la mia
sordit al suo richiamo era peggiore persino della morte. Ma
avevo forse compreso, quella mattina, il giovane che ancor vivo
mi singhiozzava al fianco? Una sera, Cabria mi chiam per
indicarmi una stella, nella costellazione dell'Aquila, che era
stata appena visibile fino allora e che improvvisamente
palpitava come una gemma, batteva come un cuore. Ne feci la sua
stella, il suo segno. Ogni notte, mi esaurivo a seguirne il
corso; ho scorto strane figure in quella parte del cielo. Mi
ritennero folle. Ma non m'importava.

La morte penosa, ma anche la vita pu esserlo. Ogni cosa aveva
un volto deforme. La fondazione di Antinopoli non era che un
gioco derisorio: una nuova citt, un asilo offerto alle frodi
dei mercanti, alle crudeli esazioni dei funzionari, alla
prostituzione, al disordine, ai vili che piangono i loro morti
prima di dimenticarli. L'apoteosi era vana: quegli onori
pubblici non sarebbero serviti ad altro che a fare del fanciullo
un pretesto a vilt o a ironie, un oggetto postumo di cupidigia
o di scandalo, una di quelle leggende un po' marce che
ingombrano i recessi della storia. Il mio lutto non era che una
forma di incontinenza, una dissolutezza grossolana: restavo
colui che profitta, colui che gode, colui che prova tutto: il
mio prediletto mi consegnava la sua morte. Un uomo deluso
piangeva su se stesso. Le idee stridevano, le parole giravano a
vuoto; le voci avevano il ronzio delle cavallette o delle mosche
su un mucchio di rifiuti; le nostre barche dalle vele turgide
come petti di colombe trasportavano intrighi e menzogne; la
stupidit faceva mostra di s sulle fronti umane. Dappertutto
trapelava la morte, sotto il suo aspetto di decrepitezza o di
putrefazione: il frutto bacato, l'orlo della tenda
impercettibilmente liso, una carogna sulla sponda, i foruncoli
d'un viso, il segno delle vergate sulla schiena dei marinai. Le
mie mani mi sembravano sempre un po' sporche. All'ora del bagno,
quando tendevo agli schiavi le gambe da depilare, guardavo con
disgusto questo corpo solido, questa macchina quasi
indistruttibile, che digeriva, camminava, riusciva a dormire, e,
un giorno o l'altro, sarebbe tornata ai gesti dell'amore. Non
tolleravo pi che la presenza dei pochi servi che si ricordavano
del morto: a modo loro, anch'essi lo avevano amato. Il mio lutto
trovava un'eco nel dolore un po' vano d'un massaggiatore, o del
vecchio negro addetto alle lampade. Ma il dispiacere non gli
impediva di ridere sommessamente tra loro, mentre prendevano il
fresco sulla riva. Una mattina, mentr'ero appoggiato al
parapetto, scorsi, nel quadrato delle cucine, uno schiavo che
ripuliva uno di quei pollastrelli che l'Egitto fa pullulare a
migliaia nei forni poco puliti; lo schiavo, a un certo punto,
prese a piene mani il mucchio vischioso delle interiora, e lo
gett in acqua. Feci appena a tempo a voltar la testa per
vomitare. Allo scalo di File, durante una festa offertaci dal
governatore, un bimbo di tre anni, nero come il bronzo, figlio
d'un numida, s'infil nelle gallerie del primo piano per
guardare le danze. Cadde di sotto. Fecero del loro meglio per
nascondermi l'incidente; il padre tratteneva i singhiozzi per
non disturbare gli ospiti del suo padrone; lo si fece uscire con
il cadavere dalla porta di cucina; malgrado tutto, intravvidi
quelle spalle che si alzavano e si abbassavano convulse come
sotto una sferza. Avevo la sensazione di assumere su di me quel
dolore paterno come quello di Ercole, quello di Alessandro,
quello di Platone che piangevano i loro amici scomparsi. Feci
portare qualche moneta d'oro a quel misero; che cosa si pu fare
di pi? Due giorni dopo, lo rividi; si spidocchiava beatamente,
sdraiato sulla soglia.

Affluirono i messaggi di cordoglio. Pancrate mi invi il suo
poema, finalmente terminato; non era che un mediocre centone di
esametri omerici, ma, per me, il nome che vi tornava quasi ad
ogni riga me lo rendeva pi commovente di mille capolavori.
Noumenio mi fece recapitare una Consolazione in piena regola:
trascorsi una notte a leggerla, non vi mancava un solo luogo
comune. Quelle esili barriere elevate dall'uomo contro la morte
si sviluppavano su due linee: la prima consisteva nel
presentarcela come un male inevitabile; nel ricordarci che n la
bellezza, n la giovinezza, n l'amore sfuggono alla
putrefazione; nel provarci infine che la vita e la sua infinita
teoria di sciagure sono ancor pi orrende che la morte, e val
meglio perire che invecchiare: verit propinateci per indurci
alla rassegnazione; ma esse giustificano soprattutto la
disperazione. La seconda linea di argomenti in contraddizione
con la prima, ma i nostri filosofi non vanno molto per il
sottile: non si tratta pi di rassegnarsi alla morte, ma di
negarla. Solo l'anima conta; e veniva posta con arroganza, come
un dato di fatto, l'immortalit di questa entit vaga, che non
abbiamo mai vista operare senza il suo corpo, prima ancora di
darsi la pena di provarcene l'esistenza. Non ne ero affatto
certo: svaniti il sorriso, lo sguardo, la voce, le realt
imponderabili, perch non l'anima? Essa non mi pareva
necessariamente pi immateriale del calore del corpo. Ci si
discostava da quella spoglia entro la quale l'anima non era pi:
eppure, era la sola cosa che mi restasse, l'unica prova che
avevo che quel vivente fosse esistito. L'immortalit della
specie doveva mitigare il dolore di ogni morte umana: ma ben
poco m'importava che generazioni di Bitini si succedessero fino
alla fine dei tempi, in riva al Sangario. Si parlava di gloria,
una bella parola che ci gonfia il cuore, ma si faceva di tutto
per stabilire tra questa e l'immortalit una confusione
ingannevole, come se la traccia d'un essere fosse la stessa cosa
della sua presenza. Mi si mostrava il dio radioso, al posto del
cadavere; quel dio l'avevo fatto io; io ci credevo a modo mio,
ma il destino postumo pi luminoso, tra le sfere stellari, non
compensava quella breve esistenza; quel dio non sostituiva il
vivo che avevo perduto. M'indignava quella smania dell'uomo di
sdegnare i fatti a vantaggio delle ipotesi, di non riconoscere
le sue fantasie per quel che sono. Ben diversamente vedevo i
miei obblighi di sopravvissuto. Quella morte sarebbe stata vana
se mi mancava il coraggio di guardarla in faccia, di attaccarmi
a quelle realt - il freddo, il silenzio, il sangue coagulato,
le membra inerti, - che l'uomo s'affretta a rivestire di terra
e d'ipocrisia; preferivo andare a tentoni nel buio senza l'aiuto
di deboli lampade. Sentivo, intorno a me, che si cominciava a
deplorare un dolore cos lungo e cos intenso. Del resto,
scandalizzava pi la sua veemenza che non la sua causa. Se mi
fossi lasciato andare agli stessi lamenti per la morte d'un
fratello o d'un figlio, mi si sarebbe rimproverato egualmente di
piangere come una donna. La memoria della maggior parte degli
uomini un cimitero abbandonato, dove giacciono senza onori i
morti che essi hanno cessato di amare. Ogni dolore prolungato
un insulto al loro oblio.

Le barche ci ricondussero in quel punto del fiume dove
cominciava a sorgere Antinopoli. Erano meno numerose che
all'andata: Lucio, che avevo rivisto poche volte, era ripartito
per Roma dove la sua giovane sposa aveva dato alla luce un
bambino. La sua partenza mi liberava da parecchi intriganti e
curiosi. I lavori iniziati alteravano l'aspetto delle coste; si
profilava la pianta degli edifici futuri fra i mucchi di terreno
sterrato; ma non riconobbi pi il punto esatto del sacrificio.
Gli imbalsamatori consegnarono la loro opera: la sottile bara di
cedro fu deposta dentro un sepolcro di porfido, nella sala pi
segreta del tempio. Mi avvicinai timidamente al morto. Sembrava
mascherato: la rigida acconciatura egizia gli copriva i capelli.
Le gambe fasciate dalle bende non erano pi che un lungo
involucro bianco, ma il suo profilo di falco giovinetto non era
mutato; le ciglia gettavano sulle gote dipinte un'ombra che
riconoscevo. Prima di portare a termine la fasciatura delle
mani, tennero a farmi ammirare le unghie d'oro. Ebbero inizio le
litanie; per bocca dei sacerdoti, il morto dichiarava d'essere
stato sempre veritiero, sempre casto, sempre caritatevole e
giusto, e vantava virt che, se le avesse praticate davvero, lo
avrebbero messo per sempre al bando dei vivi. L'odore disfatto
dell'incenso riempiva la sala; al di l d'una voluta, cercavo di
dare a me stesso l'illusione del suo sorriso; e il bel viso
immobile pareva tremare. Ho assistito ai riti magici mediante i
quali i sacerdoti costringono l'anima del defunto a incarnare
una particella di s nelle statue che ne conserveranno la
memoria; e ad altre ingiunzioni, ancor pi singolari. Quando
tutto fu finito, si applic la maschera d'oro modellata sulla
cera funebre: aderiva strettamente alle sue fattezze. Ben
presto, quella bella superficie incorruttibile avrebbe
riassorbito in s ogni possibilit di luce e di calore; e
sarebbe giaciuta per sempre in quella cassa ermeticamente
chiusa, simbolo inerte d'immortalit. Fu posto un fascio d'acace
sul petto. Una dozzina d'uomini sollevarono il pesante
coperchio. Ma esitavo ancora sulla localit del sepolcro.
Ricordavo che, mentre avevo ordinato dappertutto feste e
apoteosi, giochi funebri, monete di nuovo conio, statue sulle
pubbliche piazze, avevo fatto un'eccezione per Roma: avevo
temuto di aggravare ulteriormente l'animosit che circonda quasi
tutti i favoriti stranieri. Mi dissi che io non sarei stato
sempre a Roma, per proteggere quella sepoltura. Anche il
monumento previsto, alle porte di Antinopoli, sembrava troppo
esposto e poco sicuro. Seguii il consiglio dei sacerdoti. Essi
m'indicarono, sul fianco d'una montagna della catena arabica, a
tre leghe circa dalla citt, una di quelle caverne che un tempo
i re d'Egitto destinavano a servir loro da sepolcri. Un carro
tirato da buoi trascin il sarcofago su quella salita. Con le
corde, lo si fece scivolare gi per quei cunicoli da miniera; lo
si addoss a una parete di roccia. Il fanciullo di Claudiopoli
scendeva nella tomba come un Faraone, come un Tolomeo. Lo
lasciammo solo. Entrava in quella durata senz'aria, senza luce,
senza stagioni e senza fine, al cui confronto ogni vita appare
breve; aveva raggiunto quella stabilit, quella calma forse. I
secoli ancora celati nel seno opaco del tempo sarebbero passati
a migliaia su quella tomba, senza rendergli l'esistenza, vero,
ma anche senza contribuire a quella morte, senza poter impedire
che egli sia esistito. Ermogene mi afferr per il braccio per
aiutarmi a risalire all'aperto; fu quasi una gioia ritrovarsi
alla superficie, rivedere il freddo cielo turchino tra due
costoni di roccia fulva. Il resto del viaggio fu breve. Ad
Alessandria, l'imperatrice s'imbarc per Roma.







DISCIPLINA AUGUSTA.



Tornai in Grecia via terra. Fu un viaggio lungo. Avevo ragione
di credere che, senza alcun dubbio, sarebbe stato il mio ultimo
viaggio ufficiale in Oriente; e a maggior ragione ci tenevo a
ispezionare tutto di persona. Antiochia dove feci una sosta di
poche settimane, m'apparve sotto un aspetto nuovo; ero meno
sensibile che in altri tempi all'attrazione dei teatri, alle
feste, ai piaceri dei giardini di Dafne, alla folla turbinante
che mi sfiorava. Notai di pi l'incostanza perenne di quel
popolo maldicente o motteggiatore, che mi ricordava quello
d'Alessandria, la vacuit dei pretesi esercizi intellettuali, lo
sfoggio volgare del lusso da parte dei ricchi. Quasi nessuno di
quei notabili afferrava l'insieme dei miei programmi di opere e
di riforme in Asia: si contentavano di profittarne a vantaggio
della citt, e, soprattutto, proprio. Per un momento, ebbi
l'idea d'incrementare l'importanza di Smirne o di Pergamo a
danno dell'arrogante capitale siriaca; ma i vizi di Antiochia
sono inseparabili da qualsiasi metropoli: non v' grande citt
che possa andarne esente.

Il disgusto per la vita di citt m'indusse a volgermi ancor pi,
se possibile, alle riforme agrarie; detti l'ultimo tocco alla
lunga e complessa riorganizzazione dei possedimenti imperiali in
Asia minore; i contadini ne furono avvantaggiati, e anche lo
Stato. In Tracia, volli visitare Andrinopoli, dov'erano affluiti
i veterani delle campagne daciche e sarmate, attirati da
elargizioni di terre e da sgravii d'imposte. Ad Antinopoli,
risolsi d'adottare lo stesso programma. Da lunga data, avevo
accordato in ogni luogo esenzioni analoghe a medici e a
insegnanti, sperando di secondare la conservazione e lo sviluppo
d'una classe media seria e dotta. Ne conosco bene i limiti, ma
uno Stato dura soltanto per opera sua.

Atene restava la mia sosta prediletta; mi stupiva ogni volta che
il suo incanto fosse cos poco legato alle memorie, mie
personali o della storia: quella citt sembrava nuova ogni
mattina. Quella volta, mi stabilii in casa di Arriano. Iniziato
a Eleusi, al pari di me, per questo motivo era stato adottato da
una delle grandi famiglie sacerdotali del territorio attico,
quella dei Kerykes, come io stesso lo ero stato da quella degli
Eumolpidi. L, aveva preso moglie; aveva sposato una giovane
ateniese fine e altera. Mi circondarono entrambi di premure
discrete. La loro casa era situata a pochi passi dalla nuova
biblioteca di cui da poco avevo dotato Atene. In essa, nulla
mancava di quel che pu secondare la meditazione (nonch la
quiete che la precede): comodi sedili, riscaldamento adeguato
durante l'inverno spesso pungente, scale agevoli per accedere
alle gallerie nelle quali si conservano i libri, l'alabastro e
l'oro d'un lusso sobrio e discreto. Era stata dedicata
un'attenzione particolare alla scelta e alla collocazione delle
lampade. Sentivo sempre pi il bisogno di raccogliere e
conservare antichi volumi, e d'incaricare scrivani coscienziosi
di trarne nuove copie. Nobile compito; non meno urgente -
pensavo - dell'aiuto ai veterani o dei sussidi alle famiglie
prolifiche e disagiate; qualche guerra, dicevo a me stesso, la
miseria che la segue, un periodo di volgarit e d'incultura
sotto un cattivo principe basterebbero a far perire per sempre i
pensieri pervenuti fino a noi mediante quei fragili oggetti di
pergamena e d'inchiostro. Ogni uomo cos fortunato da
beneficiare, pi o meno, di quei legati di cultura, mi sembrava
responsabile verso tutto il genere umano.

Durante quel periodo lessi molto. Avevo spinto Flegone a
comporre, sotto il titolo di "Olimpiadi", una serie di cronache
destinate a continuare le "Elleniche" di Senofonte, e a
terminare con il mio regno: un piano audace, in quanto faceva
dell'immensa storia di Roma nient'altro che un seguito di quella
greca. Flegone scrive in uno stile sgradevole, arido, ma dar
conto degli eventi, stabilirli, sarebbe stato gi qualcosa.
Questo progetto m'ispir il desiderio di rileggere gli storici
antichi; la loro opera, commentata dalla mia esperienza, mi
riemp di foschi pensieri: l'energia, la buona volont di ogni
uomo di governo sembravano poca cosa di fronte agli svolgimenti
fortuiti e fatali al tempo stesso, a quel torrente di eventi
troppo confusi per poterli prevedere, dirigere o giudicare. Mi
occupai anche dei poeti: amavo evocare le voci piene e pure di
un lontano passato. Mi fu caro Teognide, l'aristocratico,
l'esule, l'osservatore scevro di illusioni e d'indulgenza per le
cose umane, sempre pronto a denunciare gli errori e le colpe che
chiamiamo i nostri mali. Quell'uomo tanto lucido aveva
assaporato le gioie dolorose dell'amore; e, ad onta di sospetti,
gelosie, rancori reciproci, il suo legame con Cyrno era durato
fino alla vecchiezza dell'uno, e all'et matura dell'altro:
l'immortalit che aveva promesso al giovinetto di Megara era pi
che una vana parola, dato che il suo ricordo giungeva sino a me,
dopo pi di sei secoli. Ma, tra gli antichi poeti, amai
soprattutto Antimaco: ne apprezzavo lo stile denso e involuto,
le frasi ampie e tuttavia concentrate al massimo, grandi coppe
di bronzo colme di un vino denso. Preferivo il suo racconto del
periplo di Giasone alle "Argonautiche" pi movimentate di
Apollonio: Antimaco aveva compreso meglio il mistero degli
orizzonti e dei viaggi, l'ombra che l'uomo, cos effimero,
proietta su paesaggi eterni. Aveva pianto appassionatamente sua
moglie Lidia; aveva dato il suo nome a un lungo poema nel quale
figuravano tutte le leggende di lutto e di dolore. E quella
Lidia, che forse da viva mi sarebbe passata inosservata,
diventava un'immagine familiare per me, pi cara di tante figure
femminili della mia stessa esistenza. Quelle poesie, tuttavia
quasi obliate, a poco a poco mi restituivano fiducia
nell'immortalit.

Rilessi le mie opere: versi d'amore, componimenti di
circostanza, l'ode in memoria di Plotina. Chiss che un giorno
non possa venire a qualcuno la fantasia di leggerli. Esitai
dinanzi a un gruppo di versi osceni: ma finii per includerveli.
Da noi, le persone pi serie ne scrivono, per diletto: avrei
preferito che i miei fossero diversi, l'immagine esatta d'una
verit nuda. Ma in questo argomento, come in tutto il resto,
siamo avvinti nei lacci dei luoghi comuni: cominciavo a rendermi
conto che non basta l'audacia di spirito per infrangerli, che il
poeta non trionfa della maniera e non impone il proprio pensiero
alle parole se non grazie a sforzi intensi e assidui quanto la
mia opera d'imperatore. Da parte mia, non potevo pretendere ad
altro che a un successo da dilettante: sar gi molto se mi
sopravviveranno due o tre versi, da tutto quel guazzabuglio.
Tuttavia, in quell'epoca, abbozzai un'opera un po' ambiziosa,
met in versi met in prosa, nella quale avrei voluto mettere
cose serie e ironiche al tempo stesso, i fatti singolari
osservati durante la mia vita, le meditazioni, i sogni: il tutto
tenuto insieme da un filo conduttore sottilissimo: una specie di
"Satyricon", ma pi aspro. Vi avrei esposto una filosofia che
era ormai divenuta la mia, l'idea eraclitea del mutamento e del
ritorno. Ma deposi quel progetto troppo impegnativo.

Quell'anno, ebbi con la sacerdotessa che un tempo m'aveva
iniziato a Eleusi (il suo nome deve restare segreto) parecchi
colloqui, nel corso dei quali furono stabilite minutamente le
modalit del culto di Antinoo. Gli augusti simboli di Eleusi
continuavano a distillare una virt salutare per me: pu darsi
che il mondo non abbia alcun senso, ma se ne ha uno, a Eleusi
esso si esprime in forma pi saggia e pi nobile che altrove.
Sotto l'influenza di quella donna, iniziai le ripartizioni
amministrative di Antinopoli, i rioni, le strade, i blocchi
urbani; un sistema del mondo divino insieme a un'immagine
trasfigurata della mia vita. Tutto vi entrava, Hestia e Bacco,
gli di del focolare e quelli dell'orgia, le divinit celesti e
quelle d'oltretomba. Vi posi i miei avi imperiali, Traiano,
Nerva, divenuti parte integrante di quel sistema di simboli.
Anche Plotina v'era compresa; la buona Matidia vi si vedeva
assimilata a Demetra; e mia moglie, con la quale in quel periodo
avevo rapporti abbastanza cordiali, figurava anch'essa in quel
corteo di persone divine. Qualche mese pi tardi, diedi il nome
di mia sorella Paolina a uno dei quartieri di Antinopoli. Con la
moglie di Serviano avevo rotto ogni rapporto; ma, dopo morta,
Paolina ritrovava in quella citt della memoria il suo posto
unico di sorella. Quel luogo triste diventava la sede ideale
delle riunioni e dei ricordi, i Campi Elisi d'una vita, il luogo
dove le nostre contraddizioni si risolvono, dove tutto, al suo
posto, egualmente sacro.

Alla finestra della casa di Arriano, nella notte costellata di
stelle, ripensavo a quella frase che i sacerdoti egizi avevano
fatto incidere sulla bara di Antinoo: 埔a obbedito all'ordine
del cielo. Poteva esser vero che il cielo c'intimasse ordini, e
che i migliori tra noi li udissero l dove il resto degli uomini
altro non avverte se non un silenzio opprimente? La sacerdotessa
di Eleusi e Cabria lo credevano. Avrei voluto dar loro ragione.
Rivedevo nel pensiero il palmo di quella mano levigato dalla
morte, quale l'avevo contemplato l'ultima volta il mattino
dell'imbalsamazione: le linee che un tempo mi avevano
preoccupato non c'erano pi; era avvenuto di essa come delle
piccole tavole di cera, da cui si cancella un ordine eseguito.
Ma queste alte affermazioni c'illuminano senza riscaldarci, come
il chiarore delle stelle; e la notte attorno ancora pi buia.
Se in qualche luogo il sacrificio di Antinoo era stato pesato in
mio favore su una bilancia divina, i risultati di quell'atroce
dono di s non si manifestavano ancora; quei benefici non erano
quelli della vita e neppure quelli dell'immortalit. Osavo
appena tentare di darvi un nome. A volte, in rari intervalli, un
tenue barlume palpitava, gettava una pallida luce sull'orizzonte
del mio cielo, ma non abbelliva n il mondo, n me stesso;
continuavo a sentirmi pi deteriorato che salvato.

In quell'epoca, Quadrato, vescovo dei cristiani, m'invi
un'apologia della sua fede. Mi ero prefisso di seguire, per
questa setta, la stessa linea di condotta rigidamente equa che
Traiano s'era imposta nei suoi giorni migliori; avevo
recentemente rammentato ai governatori delle province che la
protezione delle leggi si estende a tutti i cittadini, e che i
diffamatori di cristiani sarebbero stati puniti qualora li
accusassero senza prove. Ma ogni tolleranza accordata ai
fanatici li induce immediatamente a credere a una simpatia per
la loro causa. Stento a credere che Quadrato sperasse di
convertirmi al cristianesimo; comunque, volle provarmi
l'eccellenza della sua dottrina, e soprattutto quanto essa fosse
innocua per lo Stato. Lessi la sua opera, ed ebbi perfino la
curiosit di far raccogliere da Flegone qualche informazione
sulla vita del giovane profeta chiamato Ges, il quale fond
quella setta e mor vittima dell'intolleranza ebraica circa
cento anni fa. Pare che quel giovane sapiente abbia lasciato
precetti che arieggiano quelli di Orfeo, al quale i discepoli
talvolta lo paragonano. Attraverso la prosa singolarmente piatta
di Quadrato, non mancai tuttavia di gustare il fascino
commovente di quelle virt da gente semplice, la loro dolcezza,
la loro ingenuit, il loro affetto reciproco; sembravano le
confraternite di schiavi o di poveri che si fondano qua e l in
onore dei nostri di, nei quartieri popolosi delle citt; in un
mondo che, malgrado tutti i nostri sforzi, seguita a essere
spietato e indifferente alle pene e alle speranze degli uomini,
queste piccole societ di mutua assistenza offrono un appoggio e
un conforto a molti sventurati. Ma non ero insensibile ad alcuni
pericoli: quella esaltazione di virt da fanciulli o da schiavi
avveniva a discapito di qualit pi virili e pi ferme; dietro
quell'innocenza insipida e ristretta, indovinavo l'intransigenza
feroce del settario verso forme di vita e di pensiero che non
sono le sue, l'orgoglio insolente che gli fa preferire se stesso
al resto degli uomini, la sua visuale deliberatamente limitata
da paraocchi. Mi stancai ben presto degli argomenti capziosi di
Quadrato, di quelle briciole di filosofia scopiazzata dalle
opere dei nostri saggi. Cabria, sempre ansioso del giusto culto
da offrire agli di, si preoccupava del progresso delle sette di
questo genere tra la plebe delle grandi citt; si sgomentava per
le nostre vecchie religioni, che non impongono all'uomo il giogo
di alcun dogma, si prestano a interpretazioni tanto varie quanto
la natura stessa, e lasciano che i cuori austeri si foggino, se
lo vogliono, una morale pi alta, senza costringere le masse a
precetti troppo rigidi per evitare che ne scaturiscano subito
costrizione e ipocrisia. Arriano condivideva queste opinioni.
Trascorsi una sera intera a discutere con lui l'ingiunzione di
amare il prossimo come se stessi; essa troppo contraria alla
natura umana per essere sinceramente seguita dalle persone
volgari, le quali non ameranno mai altri che loro stesse, e non
si addice al saggio, il quale non ama particolarmente neppure se
stesso.

Su molti punti, d'altro canto, mi sembrava che il pensiero dei
nostri filosofi fosse limitato, confuso e sterile anch'esso. Tre
quarti dei nostri esercizi intellettuali non sono pi che ricami
nel vuoto; mi domandavo se tale crescente vacuit fosse dovuta a
un decadimento dell'intelligenza o a un declinare del carattere;
comunque, la mediocrit di spirito andava raramente disgiunta da
una sorprendente bassezza d'animo. Avevo incaricato Erode Attico
di sorvegliare la costruzione d'una rete di acquedotti nella
Troade; ne profitt per sperperare vergognosamente il pubblico
danaro; chiamato a renderne conto, fece rispondere con insolenza
d'essere abbastanza ricco per coprire tutto il deficit: e la sua
ricchezza, in se stessa, costituiva uno scandalo. Il padre,
morto da poco, aveva fatto in modo di diseredarlo con
discrezione moltiplicando le elargizioni ai cittadini ateniesi;
Erode rifiut di punto in bianco di tener fede ai legati
paterni, e ne nacque un processo che dura ancora. A Smirne,
Polemone, il mio antico compagno, si permise di mettere alla
porta una deputazione di senatori romani che avevano creduto di
poter fare affidamento sulla sua ospitalit. Se ne adir persino
tuo padre Antonino, l'essere pi mite che ci sia; l'uomo di
Stato e il sofista finirono per scendere a vie di fatto,
gazzarra indegna d'un futuro imperatore, e ancor pi d'un
filosofo greco. Favorino, quel nano avido che avevo colmato di
danaro e di onori, metteva in giro per ogni dove motteggi di cui
io facevo le spese. Le trenta legioni che comandavo, a suo dire,
erano i miei soli argomenti validi nelle competizioni
filosofiche in cui avevo la vanit di compiacermi, e nei quali
s'aveva cura di lasciare l'ultima parola all'imperatore.
Equivaleva a tacciarmi di presunzione e di stupidit e,
soprattutto, menar vanto d'una vigliaccheria singolare. Ma i
pedanti si irritano sempre quando si conosce quanto loro il loro
piccolo mestiere. Tutto serviva di pretesto a osservazioni
maligne: avevo fatto includere nei programmi scolastici le opere
troppo neglette di Esiodo e di Ennio; quei gretti conservatori
mi attribuirono immediatamente il desiderio di detronizzare
Omero, e il limpido Virgilio che pure citavo senza posa. Non
c'era niente da fare con quella gente.

Arriano era migliore. Con lui, mi piaceva conversare di
qualsiasi argomento. Aveva serbato un ricordo fatto
d'ammirazione rapita e di considerazione del giovinetto di
Bitinia; gli ero riconoscente di aver posto questo amore, di cui
era stato testimone, sul piano delle grandi passioni reciproche
del passato; ne parlavamo, di tanto in tanto, ma, bench non
fosse detta fra noi alcuna menzogna, a volte provavo
l'impressione di avvertire un tono falso nelle nostre parole; la
verit scompariva sotto il sublime. Cabria mi deludeva quasi
altrettanto: aveva avuto per Antinoo la devozione cieca che il
vecchio schiavo prova per il giovane padrone, ma, assorto
com'era nel culto del nuovo dio, pareva quasi aver perduto ogni
memoria del vivo. Il mio negro, Euforione, almeno, aveva
osservato le cose pi da vicino. Arriano e Cabria m'erano cari,
e non mi sentivo affatto superiore a quei due galantuomini, ma,
a volte, mi sembrava d'essere il solo che si sforzasse di
conservare gli occhi bene aperti.

Era pur sempre bella, Atene, e non mi rammaricavo d'aver imposto
discipline greche alla mia esistenza; tutto quel che c' in noi
di armonico, cristallino e umano ci viene dalla Grecia. Ma mi
veniva fatto, a volte, di dire a me stesso ch'era stato
necessario il rigore un po' austero di Roma, il suo senso della
continuit, il suo gusto del concreto, per trasformare ci che
in Grecia restava solo mirabile intuizione dello spirito, nobile
slancio dell'anima, in realt. Platone aveva scritto "La
Repubblica" ed esaltato l'idea del Giusto, ma eravamo noi che,
ammaestrati dai nostri stessi errori, ci adoperavamo
faticosamente per far dello Stato una macchina atta a servire
gli uomini, e che rischiasse il meno possibile di opprimerli. Il
termine 宸ilantropia greco, ma eravamo noi, il legislatore
Salvio Giuliano e io, a tentare di modificare lo stato
miserabile degli schiavi. L'assiduit, la seriet, l'impegno nei
particolari che tempera l'audacia dei vasti piani, erano virt
che avevo appreso a Roma. E, nel fondo dell'animo, m'accadeva di
ritrovare anche i vasti paesaggi malinconici di Virgilio, i suoi
crepuscoli velati di lacrime; inoltrandomi ancor pi a fondo,
trovavo la tristezza ardente della Spagna, la sua violenza
arida; pensavo alle gocce di sangue celta, iberico, fors'anche
punico, che avevano dovuto infiltrarsi nelle vene dei coloni
romani del municipio d'Italica; mi tornava alla mente che mio
padre era stato soprannominato l'Africano. La Grecia mi aveva
aiutato ad apprezzare tutti questi elementi, che pure non erano
greci. Lo stesso avveniva per Antinoo: avevo fatto di lui
l'immagine stessa di quel paese appassionato del bello: forse,
ne sarebbe stato l'ultimo dio. E, tuttavia, la Persia raffinata
e la Tracia selvaggia s'erano mescolate in Bitinia ai pastori
dell'Arcadia antica; quel profilo delicatamente arcuato
ricordava quello dei paggi di Osroe; il suo viso largo, dagli
zigomi sporgenti, era quello dei cavalieri traci che galoppano
sulle sponde del Bosforo e la sera erompono in canti rauchi e
tristi. Non v'era alcuna formula cos completa da poter
contenere tutto.

Quell'anno, portai a termine la revisione della costituzione
ateniese, iniziata molto tempo prima. Per quanto possibile, mi
rifacevo alle antiche leggi democratiche di Clistene. La
riduzione del numero di funzionari alleviava le spese dello
Stato; ostacolai l'appalto delle imposte, un sistema disastroso,
disgraziatamente ancora adottato qua e l dalle amministrazioni
locali. Qualche fondazione universitaria, stabilita nella stessa
epoca, aiut Atene a tornare a essere un importante centro di
studi. I cultori del bello che erano affluiti in quella citt
prima di me s'erano accontentati di ammirarne i monumenti senza
darsi pensiero della penuria in aumento dei suoi abitanti. Io,
al contrario, avevo fatto di tutto per moltiplicare le risorse
di quella terra depressa. Uno dei progetti pi ambiziosi del mio
regno giunse a compimento poco tempo prima della mia partenza:
l'istituzione di ambascerie annuali, incaricate di trattare ad
Atene gli affari del mondo greco, restitu a quella citt
limitata ma perfetta il suo rango di metropoli. Quel progetto
aveva preso consistenza soltanto dopo negoziati irti di
difficolt con le citt gelose della supremazia ateniese o
animate da rancori secolari e ormai superati contro di lei; a
poco a poco, per, la ragione e l'entusiasmo stesso prevalsero.
La prima di queste assemblee coincise con l'apertura
dell'Olympieion al culto pubblico: pi che mai quel tempio
diveniva il simbolo d'una Grecia rinnovata.

In quest'occasione, nel teatro di Dionisio furono dati alcuni
spettacoli di grande successo: io sedetti in un seggio appena
sovrastante gli altri, accanto a quello dello Ierofante: il
sacerdote di Antinoo ormai aveva il suo tra i notabili e il
clero. Avevo fatto ingrandire la scena del teatro, bassorilievi
nuovi la adornavano: uno di essi rappresentava il mio giovane
bitinio nell'atto di ricevere dalle dee eleusine una specie di
cittadinanza eterna. Nello stadio panatenaico, trasformato per
qualche ora in una selva fiabesca, organizzai una caccia dove
figurarono migliaia di bestie feroci, richiamando in vita cos,
per la durata effimera d'una festa, la citt agreste e selvaggia
d'Ippolito, servitore di Diana, e di Teseo, compagno d'Ercole.
Pochi giorni pi tardi, partii da Atene. Da allora, non vi ho
fatto mai pi ritorno.





L'amministrazione dell'Italia, lasciata per secoli alla merc
dei pretori, non era stata mai definitivamente codificata.
L'"Editto perpetuo", che la regola una volta per tutte, data di
quell'epoca della mia vita; da molti anni, ero in corrispondenza
con Salvio Giuliano circa queste riforme; il mio ritorno a Roma
ne affrett il compimento. Non si trattava di privare le citt
italiane delle loro libert civili; al contrario, su questo
punto come su tanti altri, abbiamo tutto da guadagnare a non
imporre con la forza una unit fittizia, anzi, mi fa persino
meraviglia che municipi spesso pi antichi di Roma siano cos
pronti a rinunciare ai loro costumi, talvolta pieni di saggezza,
per assimilarsi in tutto alla capitale. Il mio fine era
semplicemente di diminuire quella massa di contraddizioni e di
abusi che finiscono per far della procedura una boscaglia dove
gli onesti non osano avventurarsi e dove prosperano i furfanti.
Questi lavori mi costrinsero a spostarmi di frequente entro i
confini della penisola. Soggiornai pi d'una volta a Baia,
nell'antica villa di Cicerone, che avevo comprata agli inizi del
mio principato; m'interessavo a quella provincia campana, che mi
ricordava la Grecia. Nella piccola citt di Adria, sulla
spiaggia Adriatica, donde quasi quattro secoli prima i miei avi
erano emigrati in Spagna, fui insignito delle pi alte cariche
municipali; in riva a quel mare tempestoso di cui porto il nome,
ritrovai qualche urna di famiglia, in un colombario in rovina.
Ripensavo a quegli uomini di cui non sapevo quasi nulla, ma dai
quali discendevo, e la cui razza s'estingueva con me. A Roma, si
adoperavano per ingrandire il mio colossale mausoleo, di cui
Decriano aveva abilmente rimaneggiato la pianta; ci lavorano
ancora oggi. L'Egitto m'ispir quelle gallerie circolari, quelle
rampe che declinano verso sale sotterranee; avevo concepito il
piano d'un palazzo della morte, che non avrebbe dovuto esser
riservato solo a me o ai miei successori immediati, ma nel quale
sarebbero venuti a riposare gli imperatori futuri, separati da
noi da prospettive di secoli; principi ancora da venire hanno
cos gi il loro posto segnato nella tomba. Mi occupai altres
di ornare il sepolcro elevato nel Campo di Marte alla memoria di
Antinoo, per il quale una nave piatta, giunta da Alessandria,
aveva scaricato obelischi e sfingi. C'era un nuovo progetto, che
mi tenne occupato a lungo e mi ci tiene tuttora: l'Odeon, una
biblioteca modello, munita di sale per lezioni e conferenze,
destinata a costituire un centro di cultura greca a Roma. Non vi
prodigai tanti tesori quanti ne profusi nella nuova biblioteca
di Efeso, costruita tre o quattro anni prima, n la colmai
dell'eleganza accogliente di quella di Atene. Di questa mia
fondazione vorrei fare l'emula, se non l'eguale, del Museo
d'Alessandria: lo sviluppo di essa, in futuro sar compito tuo.
Nell'occuparmene, penso spesso alla bella iscrizione che Plotina
aveva fatto apporre sulla soglia della biblioteca istituita a
sua cura in pieno Foro Traiano: 奚spedale dell'Anima.

La Villa era ormai abbastanza a buon punto da potervi
trasportare le mie collezioni, i miei strumenti di musica, le
poche migliaia di libri acquistati un po' dovunque nel corso dei
miei viaggi. Offrii una serie di feste in cui ogni cosa era
prevista con cura, la lista delle vivande e il numero
ristrettissimo dei miei ospiti. Ci tenevo che ogni cosa fosse in
armonia con lo splendore pacato di questi giardini e di queste
sale, che le frutta fossero squisite quanto i concerti, e il
funzionamento dei servizi perfetto quanto il cesello dei piatti
d'argento. Mi interessai per la prima volta alla scelta delle
vivande: volli che si provvedesse a far venire le ostriche dal
Lucrino e i gamberi fossero pescati nei fiumi della Gallia. In
contrasto con la negligenza pomposa che troppo spesso distingue
la tavola imperiale, stabilii la regola che mi si mostrasse ogni
piatto prima di offrirlo, sia pure all'ultimo dei miei
commensali; insistetti per verificare personalmente i conti dei
cuochi e dei trattori: a volte, ricordavo che mio nonno era
stato avaro. Non erano ancora terminati n il piccolo teatro
greco della Villa, n quello latino, un po' pi vasto, ma vi
feci egualmente rappresentare qualche commedia. Per mio ordine,
furono recitate tragedie e pantomime, drammi in musica e
atellane. Mi piaceva soprattutto la ginnastica sottile delle
danze, e scoprii d'avere un debole per le danzatrici con le
nacchere, che mi ricordavano il paese di Gades, i primi
spettacoli ai quali avevo assistito quando non ero che un bimbo.
Amavo quel suono crepitante, le braccia levate, quei veli
spiegati o ravvolti, quella danzatrice che cessa d'esser donna
per diventare nuvola o uccello, onda o trireme. Per una di
queste creature, ebbi persino una passioncella di breve durata.
Durante le mie assenze, non erano stati trascurati i canili e le
scuderie, e ritrovai il pelo duro dei cani, il manto serico dei
cavalli, la bella muta dei paggi. Organizzai qualche caccia in
Umbria, sulle sponde del Trasimeno, o, pi vicino a Roma, nei
boschi di Alba. Il piacere aveva ripreso il suo ruolo nella mia
vita; il mio segretario, Onesimo, mi serviva da fornitore,
sapeva quando bisognava evitare certe affinit, quando, al
contrario, ricercarle. Ma questo amante frettoloso e distratto
non era troppo amato. A volte, m'imbattevo in un essere pi
tenero, pi fine degli altri, qualcuno che valeva la pena di
ascoltar parlare, fors'anche di rivedere; casi fortunati ma
rari, per colpa mia, senza dubbio. Di solito, mi bastava
placare, o ingannare, la mia fame. In altri momenti, mi accadeva
di provare una indifferenza da vegliardo per quei giochi.

Nelle ore d'insonnia, percorrevo i corridoi della Villa, erravo
di sala in sala, a volte importunavo un artigiano intento a
mettere a posto un mosaico; passando, esaminavo un Satiro di
Prassitele; mi fermavo davanti ai simulacri del morto. Ogni
stanza aveva il suo, ogni portico perfino. Facevo schermo con la
mano alla fiamma della mia lampada; sfioravo con un dito quel
petto di pietra. Questi confronti rendevano pi arduo il compito
della memoria; scostavo come una tenda il candore del marmo
pario e del pentelico, risalivo alla meglio da quei contorni
immobili alla forma viva, dal freddo marmo alla carne.
Proseguivo nella mia ronda; la statua interrogata ripiombava
nell'oscurit; a pochi passi da me, la lampada mi rivelava
un'altra immagine; quelle grandi figure bianche non si
distinguevano quasi dai fantasmi. Pensavo amaramente agli
esorcismi mediante i quali i sacerdoti egizi avevano attirato
l'anima del defunto dentro i simulacri di legno di cui si
servono per il loro culto; avevo fatto anch'io come loro, avevo
stregato pietre che mi stregavano a loro volta; non sarei
sfuggito mai pi a quel silenzio, a quel gelo che ormai mi era
pi vicino che non il calore, la voce dei vivi; guardavo quasi
con rancore quel viso insidioso, dal sorriso sfuggente. Ma,
poche ore dopo, nel mio letto, risolvevo d'ordinare a Papias di
Afrodisia una nuova statua; avrei voluto un modellato pi esatto
delle gote, l dov'esse, insensibilmente, s'incavano sotto la
tempia, un'inclinazione pi lieve del collo sulla spalla; alle
ghirlande di pampini e ai fermagli di pietre preziose avrei
sostituito questa volta lo splendore dei riccioli nudi. Non
dimenticavo mai di far scavare all'interno quei bassorilievi o
quei busti per diminuirne il peso, e renderne pi agevole il
trasporto. Di queste immagini, le pi somiglianti mi hanno
accompagnato dovunque; non m'importa neanche pi che siano belle
oppure no.

La mia vita, in apparenza, era normale; mi dedicavo con impegno
sempre maggiore al mio mestiere d'imperatore, infondendo in quel
compito forse un discernimento maggiore del fervore d'altri
tempi. Avevo un poco perduto il gusto delle idee e degli
incontri nuovi, e quell'agilit di spirito che un tempo mi
consentiva di associarmi al pensiero altrui, di profittarne
anche giudicandolo. La curiosit, nella quale una volta
ravvisavo la molla intima del mio pensiero, uno dei fondamenti
del mio metodo, non si esercitava pi che su particolari molto
futili; aprii lettere destinate ad amici, che se ne offesero; ma
quell'occhiata ai loro amori e alle loro baruffe di famiglia mi
divert solo per un istante. Del resto, vi si mescolava un'ombra
di sospetto: per qualche giorno, fui in preda alla paura del
veleno, quel terrore atroce che un tempo avevo scorto nello
sguardo di Traiano malato, e che un principe non osa confessare,
poich sembra grottesco, sino a che gli eventi non l'hanno
giustificato. Sorprende un'ossessione del genere in un uomo
immerso d'altro canto nella meditazione della morte; ma, in fin
dei conti, non pretendo d'essere pi coerente di chiunque altro.
Di fronte a stupide inezie, a bassezze banali, mi coglievano
furori segreti, impazienze selvagge, un disgusto dal quale non
escludevo neppure me stesso. In una delle sue "Satire",
Giovenale os insultare il mimo Paride, che mi piaceva: ne avevo
abbastanza di quel poeta ampolloso e corrucciato, non mi piaceva
il suo grossolano disprezzo per l'Oriente e la Grecia, le sue
affettate simpatie per la cosiddetta austerit dei nostri padri,
e quel miscuglio di descrizioni particolareggiate del vizio e
declamazioni inneggianti alla virt che stuzzica i sensi del
lettore e ne rassicura l'ipocrisia. Nella sua qualit di
letterato, aveva diritto per a certi riguardi, e lo feci
chiamare a Tivoli per comunicargli di persona il decreto
d'esilio. Questo spregiatore del lusso e dei piaceri di Roma
ormai potr studiare sul posto i costumi della provincia; i suoi
insulti a Paride avevano segnato il termine della sua commedia.
Nella stessa epoca, Favorino si insedi nel suo comodo esilio di
Chio, dove abiterei volentieri anch'io, ma donde non poteva
raggiungermi la sua voce pungente. Pressappoco nello stesso
lasso di tempo, feci cacciare ignominiosamente da una sala del
banchetto un mercante di saggezza, un sordido cinico che si
lamentava di morir di fame, come se quella genia meritasse di
meglio: mi divertii un mondo quando vidi quel chiacchierone
piegato in due dalla paura svignarsela tra l'abbaiare dei cani e
gli scherni canzonatori dei paggi; la canaglia dei filosofi e
dei letterati non m'imponeva pi alcuna soggezione.

Ogni minima delusione della vita politica mi esasperava
precisamente come, alla Villa, il pi leggero dislivello d'un
pavimento, la pi piccola sbavatura di cera sul marmo d'una
tavola, il minimo difetto d'un oggetto che si vorrebbe immune da
imperfezioni, esente da impurit. Un rapporto di Arriano,
nominato recentemente governatore della Cappadocia, mi mise in
guardia contro Farasmane, che, nel suo piccolo regno sulle coste
del Mar Caspio, continuava quel doppio gioco che ci era costato
tanto caro sotto Traiano. Quel reuccio spingeva insidiosamente
verso le nostre frontiere orde di barbari alani; i suoi
conflitti con l'Armenia compromettevano la pace in Oriente.
Convocato a Roma, si rifiut di recarvisi, come gi quattro anni
prima si era rifiutato di assistere alla conferenza di Samosata.
Per tutta scusa, m'invi un omaggio di trecento abiti d'oro,
vesti regali che feci indossare nell'arena ad alcuni criminali
dati in pasto alle belve. Questo gesto inconsulto mi appag come
quello d'un uomo che si gratta a sangue.

Avevo un segretario, personaggio mediocre, in verit, che tenevo
al mio servizio perch conosceva a fondo il protocollo della
cancelleria, ma che m'irritava per la sua sufficienza arcigna e
testarda, il suo sdegno per le innovazioni, la mania di
cavillare senza fine su minuzie superflue. Un giorno,
quell'imbecille m'irrit pi del solito; levai la mano per
colpirlo; disgraziatamente, brandivo uno stilo, che gli accec
l'occhio destro. Non dimenticher mai quel suo urlo di dolore,
quel braccio goffamente alzato per parare il colpo, quel viso
stravolto dal quale colava copioso il sangue. Feci chiamare
immediatamente Ermogene, che gli prest le prime cure, poi fu
consultato l'oculista Capito. Ma invano; l'occhio era perduto.
Pochi giorni dopo, quell'uomo riprese il suo lavoro; una benda
gli traversava il volto. Lo invitai alla mia presenza; gli
chiesi umilmente di fissare lui stesso il compenso che gli era
dovuto. Mi rispose con un sorriso malvagio che mi chiedeva una
cosa sola, un altro occhio destro. Fin tuttavia per accettare
una pensione. Lo tengo tuttora in servizio: la sua presenza mi
serve di ammonimento, forse di castigo. Non avevo desiderato
accecare quel disgraziato. Ma non avevo desiderato neppure che
un fanciullo che m'amava morisse a vent'anni.





Gli affari ebraici andavano di male in peggio. A Gerusalemme,
giungevano a compimento i lavori, malgrado violente opposizioni
dei gruppi zeloti. Furono commessi alcuni errori, rimediabili in
se stessi, ma di cui ben presto seppero profittare i mestatori.
La Decima Legione di Spedizione ha per emblema un cinghiale;
l'insegna fu affissa alle porte della citt, com' d'uso, e la
plebaglia, poco avvezza ai simulacri dipinti o scolpiti di cui,
da secoli, la tien priva una superstizione poco propizia ai
progressi delle arti, prese quell'immagine per quella d'un porco
e ravvis in questo fatto insignificante un insulto ai costumi
d'Israele. Le feste del Nuovo Anno ebraico, celebrate con grande
frastuono di trombe e di corna di montone, davano luogo ogni
anno a risse sanguinose; le nostre autorit vietarono la lettura
pubblica d'un racconto leggendario, consacrato alle gesta d'una
eroina ebrea, la quale, sotto falso nome, sarebbe divenuta la
concubina d'un re di Persia, e avrebbe fatto massacrare
ferocemente i nemici del popolo disprezzato e perseguitato donde
proveniva. I rabbini riuscirono a leggere di notte quello che il
governatore Tineo Rufo proibiva loro di leggere di giorno:
quella storia feroce, nella quale Persiani ed Ebrei
rivaleggiavano in atrocit, eccitava sino alla follia il furore
nazionale degli Zeloti. Infine, sempre Tineo Rufo, uomo di
grande prudenza, del resto, e non alieno da interesse per le
favole e le tradizioni di Israele, decise di comminare anche per
la circoncisione (pratica ebraica) le severe penalit della
legge che di recente avevo promulgato contro l'evirazione;
penalit volte soprattutto a reprimere le sevizie perpetrate
contro giovani schiavi, per lucro o corruzione. Sperava di
obliterare cos uno di quei segni con i quali Israele pretende
distinguersi dal resto del genere umano. Quando fui avvertito di
tale misura, non mi resi conto del pericolo che essa comportava,
dato che molti, tra gli Ebrei ricchi e illuminati che si
incontrano ad Alessandria o a Roma, hanno cessato di
sottomettere i figli a una pratica che li rende ridicoli nei
bagni pubblici o nei ginnasi, e fanno del loro meglio per
dissimularne le tracce su se stessi. Ignoravo sino a qual punto
quei banchieri collezionisti di vasi mirrini differiscano
dall'autentica Israele.

L'ho detto: non c'era nulla di irreparabile; ma l'odio, il
disprezzo, il rancore reciproco lo erano. In teoria, quella
giudaica ha un posto tra le altre religioni dell'impero; ma, in
realt, da secoli Israele si rifiuta di essere un popolo tra gli
altri, d'avere un dio tra gli di. I Daci pi selvaggi non
ignorano che il loro Zalmosis si chiama Iuppiter a Roma; il Baal
punico del monte Cassio s' identificato facilmente col Padre
che tiene la Vittoria in mano e da cui nata la Saggezza; gli
Egizi, pur tanto vani dei loro di dieci volte secolari,
consentono d'identificare in Osiris un Bacco dotato di attributi
funerei; l'aspro Mitra sa di essere fratello di Apollo. Non v'
un altro popolo, all'infuori di Israele, cos arrogante da
pretendere di contenere la verit intera nei limiti angusti
d'una sola concezione divina, insultando cos la molteplicit
del dio che tutto contiene; non v' altro dio che abbia ispirato
ai suoi fedeli disprezzo e odio per coloro che pregano ad are
diverse. Tanto pi tenevo a far di Gerusalemme una citt come le
altre, dove potessero coesistere in pace pi culti e pi razze;
dimenticavo che, in ogni conflitto tra il fanatismo e il buon
senso, raro che quest'ultimo prevalga. L'apertura di scuole
dove s'insegnava il greco scandalizz il clero della vecchia
citt; il rabbino Giosu, un uomo colto e simpatico, con il
quale ad Atene avevo avuto parecchie conversazioni, ma che
faceva di tutto per farsi perdonare dai concittadini la sua
cultura straniera e i rapporti con noi, ordin ai discepoli
d'astenersi da quegli studi profani, salvo a trovare, per
dedicarvela, un'ora che non appartenesse n al giorno n alla
notte, dato che la Legge ebraica deve essere studiata giorno e
notte. Ismaele, un membro importante del Sinedrio, che si
riteneva un convertito alla causa di Roma, lasci morire il
nipote Ben Dama piuttosto che accettare i servigi del chirurgo
greco che Tineo Rufo gli aveva inviato. Mentre a Tivoli si
cercavano ancora i mezzi per conciliare gli animi senza aver
l'aria di cedere alle pretese dei fanatici, in Oriente gli
eventi precipitarono: a Gerusalemme riusc un colpo di mano
degli Zeloti.

Un avventuriero uscito dalla feccia della plebe, chiamato
Simone, che si faceva chiamare anche Bar-Kochba, o Figlio della
Stella, in quella rivolta ebbe la funzione della fiaccola
ricoperta di bitume, dello specchio ustorio. Non posso giudicare
quel Simone se non per sentito dire; la sua faccia, l'ho vista
una volta sola, il giorno in cui un centurione mi port la sua
testa mozza. Ma son disposto a riconoscergli quella parte di
genio che ci vuol sempre per salire tanto presto in alto nelle
cose umane; non ci s'impone cos se non si possiede almeno
qualche abilit, anche rozza. I Giudei moderati sono stati i
primi ad accusare quel preteso Figlio della Stella di simonia o
d'impostura: credo piuttosto che quello spirito incolto fosse di
quelli che credono alle proprie menzogne, e che in lui il
fanatismo andasse di pari passo con l'astuzia. Simone si fece
passare per l'eroe sul quale il popolo ebreo conta da secoli per
le sue ambizioni e i suoi odi; quel demagogo si proclam Messia
e re d'Israele. L'antico Akiba, al quale girava un po' la testa,
tenne la briglia al cavallo di quell'avventuriero per le strade
di Gerusalemme; il gran sacerdote Eleazar riconsacr il tempio
che dicevano contaminato da quando visitatori non circoncisi ne
avevano varcato la soglia; depositi d'armi sotterrati da una
ventina d'anni furono distribuiti ai ribelli dagli agenti del
Figlio della Stella; lo stesso avvenne dei pezzi difettosi
intenzionalmente fabbricati, da anni, nei nostri arsenali, da
operai ebrei, e che la nostra intendenza respingeva. Gruppi di
Zeloti attaccarono le guarnigioni romane isolate e massacrarono
i nostri soldati con raffinatezze crudeli che richiamavano alla
memoria gli episodi peggiori della rivolta ebraica sotto
Traiano; infine, Gerusalemme cadde interamente nelle mani degli
insorti e i quartieri nuovi di Aelia Capitolina presero fuoco
come una torcia. I primi distaccamenti della Ventiduesima
Legione Deiotariana, inviata d'urgenza dall'Egitto agli ordini
del legato di Siria Publio Marcello, furono messi in rotta da
bande dieci volte superiori per numero. La rivolta era ormai
guerra, e guerra implacabile.

Due legioni, la Dodicesima Fulminatrice e la Sesta, la Legione
di Ferro, immediatamente accorsero di rincalzo agli effettivi di
stanza in Giudea; pochi mesi dopo, Giulio Severo, che un tempo
aveva pacificato le regioni montuose della Britannia del Nord,
assunse il comando delle operazioni militari; conduceva con s
alcuni esigui contingenti di ausiliari britannici avvezzi a
combattere su terreni difficili. Le nostre truppe
dall'equipaggiamento pesante, i nostri ufficiali, avvezzi alla
formazione quadrata o alla falange delle battaglie predisposte,
stentarono parecchio ad adattarsi a quella guerriglia fatta di
scaramucce e di sorprese, e che, in aperta campagna, serbava una
tecnica da sommossa. Simone, uomo notevole, a modo suo, aveva
suddiviso i suoi partigiani in centinaia di squadre, in
osservazione sulle creste dei monti, o imboscate al fondo delle
caverne e delle cave abbandonate, o anche nascoste presso gli
abitanti dei sobborghi formicolanti delle citt. Severo non
tard a comprendere che questo nemico inafferrabile si poteva
sterminare, ma non vincere; si rassegn a una guerra d'usura. I
contadini, resi fanatici o terrorizzati da Simone, sin dagli
inizi fecero causa comune con gli Zeloti: ogni roccia divenne un
bastione, ogni vigneto una trincea, ogni fattoria si dov
prendere con la fame o conquistare d'assalto. Gerusalemme non fu
ripresa che al principio del terzo anno, quando si constat
l'inutilit delle estreme negoziazioni; quelle zone della citt
giudaica che l'incendio di Tito aveva risparmiato furono ridotte
in cenere. Severo s'era imposto di chiudere un occhio, per lungo
tempo, sulla complicit flagrante delle altre grandi citt; ma,
divenute le fortezze estreme del nemico, esse furono attaccate
pi tardi e riconquistate a loro volta, strada per strada,
rovina per rovina. In quei tempi di prove, il mio posto era al
campo, in Giudea. Accordavo la fiducia pi completa ai miei due
luogotenenti, e appunto perci era opportuno che mi trovassi sul
posto anch'io per condividere la responsabilit delle decisioni
da prendere: checch si facesse, si annunciavano atroci. Allo
scadere della seconda estate di guerra, feci amaramente i miei
preparativi; Euforione imball ancora una volta gli oggetti
necessari, un po' logorati dall'uso, che m'aveva fatto una volta
un artigiano di Smirne, la cassa di libri e di carte, la
statuetta d'avorio del Genio imperiale, la sua lampada
d'argento; si era ai primi giorni dell'autunno, quando sbarcai a
Sidone.

La vita militare la mia vocazione: non vi ho mai fatto ritorno
senza essere ripagato dei sacrifici da certi compensi interiori;
non rimpiango d'aver passato i due ultimi anni attivi della mia
esistenza a dividere con le legioni l'asprezza, la desolazione
della campagna di Palestina. Ero ridiventato l'uomo vestito di
cuoio e di ferro, che trascura tutto ci che non l'immediato,
sorretto dalle consuetudini semplici d'una vita dura; un po' pi
lento di prima a montare a cavallo o a scenderne, un po' pi
taciturno, forse pi cupo, circondato come sempre (gli di soli
ne sanno il perch) dalla devozione idolatra e fraterna al tempo
stesso delle truppe. Durante quell'ultimo soggiorno alle armi,
feci un incontro inestimabile: assunsi come aiutante di campo un
giovane tribuno chiamato Celere, al quale mi affezionai molto.
Tu lo conosci: non mi ha mai abbandonato. Ammiravo quel bel
volto da Minerva con l'elmo in testa, ma per la verit, i sensi
ebbero poca parte in questo affetto, quanta possono averne
finch si vivi. Ti raccomando Celere: ha tutte le qualit che
si desiderano in un ufficiale subalterno; anzi, saranno proprio
le sue virt a impedirgli, finch vivr, di passare in prima
fila. Avevo trovato ancora una volta, in circostanze lievemente
diverse dalle precedenti, uno di quegli esseri il cui destino
la dedizione: amare, servire. Da quando lo conosco, Celere non
ha avuto un solo pensiero che non sia stato per il mio benessere
o la mia sicurezza; mi appoggio ancora a questa solida spalla.

Al terzo anno di guerra, in primavera, l'esercito strinse
d'assedio la cittadella di Betar, nido d'aquile dove Simone e i
suoi seguaci resistettero per circa un anno alle lente torture
della fame, della sete e dello sconforto e dove il Figlio della
Stella vide perire i suoi fedeli, uno a uno, senza arrendersi.
Il nostro esercito soffriva quasi quanto i ribelli: ritirandosi,
questi avevano bruciato i frutteti, devastato i campi, sgozzato
il bestiame, inquinato i pozzi gettandovi i nostri morti; quei
metodi feroci erano orrendi, pi ancora perch applicati a una
terra naturalmente povera e gi logorata sino all'osso da lunghi
secoli di follie e di furori. L'estate fu calda e malsana: la
febbre e la dissenteria decimarono le nostre truppe; continuava
a regnare una disciplina mirabile tra quelle legioni costrette
all'inazione e alla vigilanza nello stesso tempo; l'esercito,
sottoposto a molestie e a malattie, era sostenuto da una specie
di furore silenzioso che mi si comunicava. Il mio corpo non
sopportava pi come prima le fatiche d'una campagna, i giorni
torridi, le notti gelide o soffocanti, il vento aspro, la
polvere che stride tra i denti; mi accadeva di lasciare nella
gamella il lardo e le lenticchie bollite del rancio, e restare
digiuno. A estate inoltrata, fui tormentato da una tosse
maligna; e non ero il solo. Nella mia corrispondenza col Senato,
abolii la formula d'obbligo che figura in cima ai comunicati
ufficiali: 夏'imperatore e l'esercito stanno bene. Al
contrario, l'imperatore e l'esercito erano pericolosamente
stremati. Alla sera, dopo l'ultima conversazione con Severo,
l'ultima udienza ai disertori, l'ultimo corriere da Roma,
l'ultimo messaggio di Publio Marcello ch'era incaricato di
rastrellare i dintorni di Gerusalemme, o di Rufo intento a
riorganizzare Gaza, Euforione misurava con parsimonia l'acqua
del mio bagno in una vasca di tela incatramata; mi stendevo sul
letto; cercavo di pensare.

Non lo nego: quella guerra di Giudea era uno dei miei
insuccessi. I delitti di Simone, la follia di Akiba non erano
opera mia, ma mi rimproveravo d'esser stato cieco a Gerusalemme,
distratto ad Alessandria, impaziente a Roma. Non avevo saputo
trovare le parole che avrebbero prevenuto, o almeno
procrastinato quella crisi di furore d'un popolo: non avevo
saputo essere al momento giusto abbastanza duttile o abbastanza
rigoroso. D'altro canto, non v'era di che preoccuparsi, e ancor
meno disperarsi, per noi: gli errori, le incomprensioni, erano
solo nei nostri rapporti con Israele; altrove, raccoglievamo
ovunque il frutto di sedici anni di generosit in Oriente.
Simone aveva creduto di poter puntare su di una rivolta del
mondo arabo simile a quella che aveva contrassegnato gli ultimi,
foschi anni del regno di Traiano; pi ancora, aveva osato far
assegnamento sull'aiuto dei Parti. S'era ingannato, e questo
errore di calcolo era la causa della sua lenta fine nella
cittadella accerchiata di Betar; le trib arabe si distaccavano
dalla solidariet con le comunit ebraiche, i Parti restavano
fedeli ai trattati. Le sinagoghe delle grandi citt siriache si
mostravano esse pure indecise o tiepide; le pi ardenti si
contentavano d'inviare segretamente danaro agli Zeloti; la
popolazione ebraica di Alessandria, pur cos turbolenta, restava
calma; l'ascesso giudaico rimaneva localizzato in quella regione
arida che si estende tra il Giordano e il mare; quel dito
ammalato si poteva cauterizzare o amputare senza pericolo. E
tuttavia, in un certo senso, pareva che ricominciassero i
cattivi giorni che avevano immediatamente preceduto il mio
regno. Un giorno, Quieto aveva incendiato Cirene, giustiziato i
notabili di Laodicea, s'era impossessato di Edessa in rovina...
Il corriere serale m'informava che eravamo appena tornati a
occupare quel cumulo di pietre dirute che io chiamavo Aelia
Capitolina e che gli Ebrei chiamavano ancora Gerusalemme;
avevamo incendiato Ascalon; s'era dovuto procedere a esecuzioni
in massa dei ribelli di Gaza... Se sedici anni del regno d'un
principe pacifista fervente davano come risultato la campagna di
Palestina, erano ben poche le probabilit di pace del mondo per
il futuro. Mi sollevavo sul gomito, mi sentivo a disagio nel mio
lettuccio da campo. Certo, v'era qualche ebreo esente dal
contagio zelota: persino a Gerusalemme, v'erano Farisei che
sputavano al passaggio di Akiba, e trattavano da vecchio pazzo
quel fanatico che gettava al vento i vantaggi concreti della
pace romana, e gli gridavano che gli sarebbe cresciuta l'erba
nella bocca prima che si potesse vedere sulla terra la vittoria
d'Israele. Ma preferivo ancora i falsi profeti a quegli uomini
d'ordine, che ci disprezzavano pur contando su di noi per
proteggere dalle esazioni di Simone l'oro che avevano investito
presso banchieri siriaci, o le loro tenute in Galilea. Pensavo
ai disertori che, poche ore prima, s'erano seduti sotto la mia
tenda, umili, dimessi, servili, ma sempre disposti in modo da
voltar la schiena alla immagine del mio Genio. Il nostro miglior
agente, Elia Ben-Abayad, il quale faceva l'informatore e la spia
a favore di Roma, era giustamente disprezzato da entrambi i
contendenti; era tuttavia l'uomo pi intelligente del gruppo,
uno spirito liberale, un cuore offeso, dilaniato tra l'amore per
il suo popolo e la passione per la nostra letteratura e per noi;
lui pure, in fondo, non pensava che a Israele. Giosu Ben Kisma,
che predicava la pacificazione, non era che un Akiba pi pavido
o pi ipocrita; persino presso il rabbino Giosu, che per tanto
tempo era stato mio consigliere nelle faccende ebraiche, avevo
sentito, sotto la versatilit e il desiderio di piacere, le
differenze insormontabili, il punto ove due pensieri di specie
diversa non s'incontrano se non per combattersi. I nostri
territori si estendevano su centinaia di leghe, migliaia di
stadi, al di l di quell'orizzonte arido di colline, ma la
roccia di Betar costituiva la nostra frontiera; potevamo ben
radere al suolo le mura massicce di quella cittadella dove
Simone commetteva con frenesia il suicidio, ma non potevamo
impedire a quella razza di dirci di no.

Una zanzara ronzava: Euforione, che si faceva vecchio, aveva
trascurato di chiudere con attenzione le sottili tende di velo;
libri, fogli gettati a terra frusciavano al vento basso che
s'insinuava sotto la parete di tela. Mi sedevo sul letto,
infilavo i calzari, cercavo a tastoni la tunica, il cinturone,
la daga; uscivo per respirare l'aria della notte. Percorrevo le
grandi strade regolari del campo, deserte nell'ora tarda,
rischiarate come quelle delle citt; alcune scolte mi salutavano
solennemente al passaggio; costeggiando la baracca che serviva
da ospedale, respiravo il lezzo dolciastro dei malati di
dissenteria. Mi dirigevo verso la scarpata di terra che ci
separava dal precipizio e dal nemico. Una sentinella marciava a
lunghi passi regolari su quel sentiero di ronda, pericolosamente
stagliata al lume di luna; in quell'andare su e gi, ravvisavo
il moto d'un ingranaggio della macchina immensa di cui ero io il
perno; mi commoveva un istante lo spettacolo di quella forma
solitaria, di quella fiamma breve che ardeva nel petto d'un
uomo, in mezzo a un mondo di pericoli. Una freccia sibilava,
appena pi importuna della zanzara che m'aveva disturbato sotto
la tenda; appoggiavo i gomiti ai sacchi di sabbia del muro di
cinta.

Da qualche anno, mi si suppone in possesso di singolare
chiaroveggenza, di sublimi segreti. E' tutto falso, non so
nulla. Ma pur vero che durante le notti di Betar ho visto
sfilare sotto i miei occhi fantasmi inquietanti: le prospettive
che si affacciavano allo spirito dall'alto di quelle colline
spoglie erano meno maestose di quella del Gianicolo, meno dorate
di quelle del Sunio; ne costituivano il rovescio, il nadir. Mi
dicevo che vano sperare, per Atene e per Roma, quell'eternit
che non accordata n agli uomini n alle cose, e che i pi
saggi tra noi negano persino agli di. Quelle forme di vita
complicate e sapienti, quelle civilt adagiate nelle loro
raffinatezze d'arte e di piacere, quella libert dello spirito
che s'informa e che giudica, dipendevano da circostanze
innumerevoli e rare, da condizioni che era quasi impossibile
provocare tutte simultaneamente e che non bisognava aspettarsi
di vedere durare. Simone, lo avremmo annientato, Arriano avrebbe
saputo proteggere la Siria dalle invasioni degli Alani. Ma altre
orde sarebbero venute, altri falsi profeti, i nostri deboli
sforzi per migliorare la condizione umana saranno continuati con
scarso impegno dai nostri successori; il seme di errore e di
morte che anche il bene contiene in s crescer mostruosamente
nel corso dei secoli. Il mondo, stanco di noi, si cercher nuovi
padroni; quel che ci era parso saggio apparir vano, quel che ci
era parso bello apparir orribile. Come l'iniziato mitriaco,
forse anche l'umanit ha bisogno del bagno di sangue e di
passare periodicamente nella fossa funebre. Vedevo tornare i
codici feroci, gli di implacabili, il dispotismo incontestato
dei principi barbari, il mondo frantumato in Stati nemici,
eternamente in preda al terrore. Altre sentinelle, minacciate da
altri dardi, andranno su e gi di ronda nelle citt future; il
gioco stupido, osceno e crudele continuer, e la specie umana
invecchiando vi aggiunger senza dubbio nuove raffinatezze
d'orrore. La nostra epoca, di cui conoscevo meglio di chiunque
altro le insufficienze e le tare, forse un giorno sar
considerata, per contrasto, come una delle et dell'oro
dell'umanit.

奘atura deficit, fortuna mutatur, deus omnia cernit. La natura
ci tradisce, la fortuna muta, un dio dall'alto guarda ogni cosa.
Giocherellavo con un anello che avevo al dito, sul castone del
quale, un giorno di sconforto, avevo fatto incidere queste
poche, tristi parole; mi spingevo pi oltre nella delusione,
forse nella bestemmia: finivo per trovar naturale, se non
giusto, dover perire. Le nostre lettere si esauriscono, le
nostre arti cadono in letargo, Pancrate non Omero, Arriano non
Senofonte; quando ho cercato d'immortalare nella pietra la
forma di Antinoo, non ho trovato Prassitele. Dopo Aristotele e
Archimede, le scienze segnano il passo; i nostri progressi
tecnici non resisterebbero all'usura d'una lunga guerra; persino
i gaudenti, da noi, si tediano della felicit. L'incivilimento
dei costumi, il progresso delle idee durante l'ultimo secolo
opera d'una minoranza esigua di spiriti illuminati; la massa
resta ignara, feroce quando pu, sempre egoista e gretta, e si
pu scommettere fondatamente che tale rester sempre.

Troppi procuratori o pubblicani avidi, troppi senatori
diffidenti, troppi centurioni brutali hanno compromesso in
anticipo l'opera nostra; e agli imperi non concesso pi tempo
che agli uomini per imparare, a spese dei propri errori. L dove
un tessitore rattopperebbe la sua tela, dove un calcolatore
abile correggerebbe i suoi errori, dove l'artista ritoccherebbe
il suo capolavoro ancora imperfetto o appena danneggiato, la
natura preferisce ricominciare dall'argilla, dal caos; e questo
sperpero ci che si chiama l'峨rdine delle cose.

Sollevai il capo; mi mossi per togliermi di dosso il torpore.
Bagliori indefiniti arrossavano il cielo sopra la cittadella di
Simone, manifestazioni inesplicate della vita notturna del
nemico. Soffiava il vento dall'Egitto; una tromba di polvere
passava, simile a uno spettro; i profili piatti delle colline mi
ricordavano la catena arabica sotto la luna. Rientrai
lentamente, coprendomi la bocca con un lembo del mantello,
irritato contro me stesso per aver dedicato a sterili
meditazioni sull'avvenire una notte che avrei potuto impiegare a
predisporre i piani per l'indomani, o a dormire. Il crollo di
Roma, se doveva avvenire, avrebbe interessato i miei successori;
in quell'anno ottocentottantasette dell'era romana, il mio
compito consisteva nel reprimere la rivolta in Giudea, nel far
tornare dall'Oriente, senza troppe perdite, un esercito deluso.
Nel traversare lo spiazzo, sdrucciolavo, a volte, nel sangue
d'un ribelle giustiziato la sera innanzi. Mi coricai tutto
vestito sul mio letto; due ore dopo, le trombe dell'alba mi
destarono.





Tutta la vita, ero vissuto d'amore e d'accordo col mio corpo;
avevo implicitamente contato sulla sua docilit, sulla sua
forza. Quest'intima alleanza cominciava ad allentarsi; il mio
corpo cessava d'operare d'accordo con la mia volont, col mio
spirito, con quella che bisogna pure ch'io chiami, goffamente,
la mia anima; il compagno intelligente d'un tempo, ormai non era
pi che uno schiavo riluttante alla fatica. Il mio corpo aveva
paura di me: sentivo continuamente nel petto la presenza oscura
della paura, una morsa che non era ancora dolore, ma il primo
passo in quel senso. Da un pezzo, m'ero abituato all'insonnia;
ma, ormai, il sonno era peggio che non la sua mancanza: appena
addormentato, avevo tremendi risvegli. Andavo soggetto a mali di
testa che Ermogene attribuiva al clima torrido e al peso
dell'elmo; a sera, dopo lunghe fatiche, crollavo a sedere di
peso, e alzarmi per ricevere Rufo o Severo era uno sforzo che mi
costava molto; i gomiti pesavano sui braccioli della mia
poltrona; le gambe mi tremavano come quelle d'un corridore
stremato. Il minimo gesto mi costava uno sforzo immenso, e di
questi sforzi si componeva ormai la mia esistenza.

Un incidente quasi banale, un'indisposizione pressoch infantile
svel la malattia che si celava sotto quello sfinimento
tremendo: durante una riunione dello Stato maggiore, ebbi una
emorragia dal naso; sulle prime non detti peso alla cosa;
durante il pasto della sera persisteva ancora, e, la notte, mi
destai tutto intriso di sangue. Chiamai Celere, il quale dormiva
sotto la tenda vicina; ed egli, a sua volta, dette l'allarme a
Ermogene; ma l'orribile colata tiepida continu. Le mani
premurose del giovane ufficiale asciugavano quel liquido che
m'imbrattava il viso; all'alba, fui colto da sussulti come ne
hanno a Roma quei condannati a morte che si aprono le vene nel
bagno; riscaldarono alla meglio, con coperte e impacchi
bollenti, questo mio corpo che si raggelava; per arrestare il
flusso del sangue, Ermogene aveva prescritto la neve, ma non ce
n'era al campo, e Celere, tra difficolt innumerevoli, ne fece
trasportare dalla vetta dell'Ermone. Pi tardi, seppi che s'era
disperato di salvarmi; e io stesso non mi sentivo pi legato
alla vita se non da un filo sottilissimo, impercettibile come
quel mio polso troppo rapido che costernava il medico. Ebbe
termine, tuttavia, quell'emorragia inesplicabile; mi alzai dal
letto; mi forzai a vivere come al solito, ma senza riuscirvi.
Una sera in cui, ancora non del tutto ristabilito, tentai
incautamente una passeggiata a cavallo, ebbi un secondo
avvertimento pi serio del primo. Sentii, per la durata d'un
secondo, affrettarsi il battito del mio cuore, poi rallentare,
interrompersi, cessare, e mi parve precipitare come un sasso in
una voragine buia, senza dubbio la morte. Se lo era, ci si
inganna a descriverla silente: ero travolto da una cascata,
assordito come un tuffatore dal rombo delle acque. Non toccai il
fondo; riemersi alla superficie; ma soffocavo. In quell'istante
che credetti l'ultimo, tutta la mia forza s'era concentrata
nella mano che s'aggrappava al braccio di Celere ritto al mio
fianco: pi tardi, mi mostr la traccia delle mie dita sulla sua
spalla. Ma quella breve agonia, come tutte le esperienze del
corpo, inesprimibile, e volere o no resta un segreto dell'uomo
che l'ha vissuta. In seguito, ho attraversato crisi analoghe,
mai identiche; e senza dubbio non si riesce ad attraversare due
volte quel terrore e quel buio senza morirne. Ermogene fin per
diagnosticare un inizio di idropisia al cuore; bisogn accettare
le restrizioni che m'imponeva il male, improvvisamente diventato
il mio padrone; consentire a un lungo periodo di inazione,
limitare per qualche tempo le prospettive della mia vita entro
lo spazio d'un letto. Avevo quasi vergogna di quella malattia
tutta interiore, quasi invisibile, senza febbre, senza ascessi,
senza dolori viscerali, e che non ha altri sintomi se non il
respiro un po' pi ansimante e la traccia livida che la stringa
del sandalo lascia sul piede gonfiato.

Un silenzio straordinario si stabil tutt'intorno alla mia
tenda; pareva che il campo di Betar fosse diventato tutto la
camera d'un malato. L'olio aromatico che ardeva ai piedi del mio
Genio rendeva ancor pi afosa l'atmosfera, sotto quella gabbia
di tela; il pulsare di fucina delle mie arterie mi faceva
vagamente pensare all'isola dei Titani al limitare della notte.
In altri momenti, quel rombo intollerabile diventava quello d'un
galoppo che calpesta la terra molle; lo spirito, tenuto per
quasi cinquant'anni accuratamente imbrigliato, mi sfuggiva; il
grande corpo navigava alla deriva; consentivo a essere l'uomo
stanco che conta distrattamente le stelle e le losanghe della
coperta; guardavo, nell'ombra, la macchia bianca d'un busto; dal
fondo d'un abisso di quasi mezzo secolo, risaliva una cantilena
in onore di Epona, la dea dei cavalli, che un tempo canticchiava
con voce sommessa la mia nutrice spagnola, una donna alta e
cupa, che somigliava a una delle Parche. Le mie giornate, e le
notti, sembravano misurate dalle gocce brune che Ermogene
contava una a una in una tazza di vetro.

A sera, chiamavo a raccolta le mie forze per ascoltare il
rapporto di Rufo; la guerra volgeva al termine: Akiba che, sin
dall'inizio delle ostilit, in apparenza s'era ritirato dagli
affari pubblici, si dedicava all'insegnamento del diritto
rabbinico nella piccola citt di Usfa, in Galilea: quell'aula di
lezioni era divenuta il centro della resistenza zelota; quelle
sue mani di nonagenario cifravano e trasmettevano messaggi
segreti ai partigiani di Simone; fu necessario usare la forza
per rimandare alle loro case gli scolari fanatizzati che
circondavano quel vegliardo. Dopo lunghe esitazioni, Rufo si
decise a far interdire, perch sedizioso lo studio della legge
ebraica; pochi giorni dopo, Akiba, che aveva contravvenuto a
quel decreto, fu arrestato e giustiziato. Altri nove dottori
della legge, l'anima del partito zelota, perirono con lui. Avevo
approvato tutte quelle misure con un cenno del capo. Akiba e i
suoi fedeli morirono, persuasi fino all'ultimo d'essere i soli
innocenti, i soli giusti; non ve ne fu uno che abbia avuto
l'idea d'accettare la sua parte di responsabilit nelle sciagure
che opprimevano il suo popolo. L'invidierei, se si potessero
invidiare i ciechi. Non nego il titolo di eroe a quei dieci
forsennati; ma in ogni caso, non erano saggi.

Tre mesi dopo, un freddo mattino di febbraio, mentr'ero seduto
in cima a una collina, poggiato al tronco d'un fico spoglio
delle foglie, assistetti all'assalto che precedette di poche ore
la resa di Betar; vidi uscire uno a uno gli ultimi difensori
della fortezza, smunti, laceri, orrendi e tuttavia magnifici
come tutto ci che indomabile. Alla fine dello stesso mese, mi
feci trasportare nel luogo - detto pozzo di Abramo - dove i
ribelli, sorpresi con le armi in mano nei loro agglomerati
urbani, furono radunati e venduti all'incanto; fanciulli
ghignanti, gi feroci, quasi deformati da convinzioni
implacabili, si vantavano a voce altissima d'aver provocato la
morte di dozzine di legionari; vegliardi assorti in un letargo
da sonnambuli, matrone dalle carni molli, e altre ancora cupe e
solenni come la Grande Madre dei culti d'Oriente, sfilarono
sotto l'occhio freddo dei mercanti di schiavi; quella
moltitudine mi pass davanti come una polvere. Giosu Ben-Kisma,
il capo dei cosiddetti moderati, che aveva miseramente fallito
il suo compito di moderatore, soccombette verso la stessa epoca
agli strascichi d'una lunga malattia, e mor invocando la guerra
e la vittoria dei Parti su di noi. D'altra parte, gli Ebrei
cristianizzati, che non avevamo molestati, e che serbano rancore
agli altri appartenenti al popolo ebraico per aver perseguitato
il loro profeta, scorsero in noi gli strumenti della collera
divina. Durava ancora la lunga serie dei deliri e dei malintesi.

Un'iscrizione posta sul luogo ove sorgeva Gerusalemme proib
agli Ebrei, pena la morte, di tornare ad abitare in quel cumulo
di macerie; essa riproduceva parola per parola la frase che un
tempo era scritta sulla porta del tempio, e che interdiceva
l'ingresso ai non circoncisi. Un giorno all'anno, il nove del
mese di Ab, agli Ebrei si accordava il diritto di piangere
innanzi a un muro in rovina. I pi devoti si rifiutarono di
abbandonare la terra nata, e si stabilirono alla meglio nelle
regioni meno devastate dalla guerra; i pi fanatici si
trasferirono nel territorio dei Parti, altri emigrarono ad
Antiochia, ad Alessandria, a Pergamo; i pi scaltri si recarono
a Roma, ove prosperarono. La Giudea fu cancellata dalla carta e,
per mio ordine, assunse il nome di Palestina. Durante quei
quattro anni di guerra, erano state saccheggiate e distrutte
cinquanta fortezze, e pi di novecento citt e villaggi; il
nemico aveva perduto quasi seicentomila uomini; i combattimenti,
le febbri endemiche, le epidemie ce ne avevano rapiti quasi
novantamila. Immediatamente dopo la guerra, il paese fu
riordinato, fu ricostruita Aelia Capitolina sebbene su scala
ridotta: c' sempre da ricominciare.

Mi riposai qualche tempo a Sidone, dove un mercante greco mi
prest la sua casa e i suoi giardini. In marzo, le corti interne
erano gi ricoperte di rose. Avevo ripreso le forze; anzi
scoprii risorse prodigiose in questo corpo che era rimasto cos
prostrato dalla violenza della prima crisi. Non si comprendono
le malattie se non se ne riconosce la strana somiglianza con le
guerre e con l'amore: i compromessi, le finte, le esigenze,
quell'amalgama unico e bizzarro che nasce dalla mescolanza d'un
temperamento con un male. Stavo meglio, ma per giocare d'astuzia
con il mio corpo, imporgli i miei voleri o cedere prudentemente
ai suoi, mi ci voleva tanta abilit quanta ce n'era voluta in
altri tempi per ampliare e regolare il mio universo, costruire
la mia vita, abbellirla infine. Ripresi con moderazione gli
esercizi del ginnasio; il medico non mi vietava pi d'andare a
cavallo, ma questo, ormai, era solo un mezzo di trasporto per
me; avevo rinunciato ai rischiosi volteggi d'un tempo. Durante
qualsiasi lavoro, qualsiasi piacere, l'essenziale non era pi il
lavoro o il piacere, ma l'uscirne senza fatica. Gli amici si
meravigliavano d'una guarigione apparentemente cos completa; si
sforzavano di credere che quel male fosse dovuto solo agli
sforzi eccessivi di quegli anni di guerra e che non sarebbe
riapparso, ma io non la pensavo a quel modo; pensavo ai grandi
abeti delle foreste di Bitinia, che il guardiaboschi passando
segna d'un intacco; torner ad abbatterli la prossima stagione.
Verso la fine della primavera, m'imbarcai per l'Italia su una
grossa nave della flotta, e portai con me Celere, divenutomi
indispensabile, e Diotimo di Gadara, giovane greco di nascita
servile, che avevo incontrato a Sidone, e che era bello. La
rotta del ritorno attraversava l'Arcipelago: per l'ultima volta,
non v'ha dubbio, della mia vita, contemplai i delfini balzare
nelle acque turchine; osservai, senza pensare ormai a trarne
presagi, il lungo volo regolare degli uccelli migratori, che a
volte, per riposarsi, si posano senza timori sul ponte della
nave; assaporai quell'aroma di sale e di sole sulla pelle umana,
il profumo di lentischio e di terebinto delle isole nelle quali
si vorrebbe vivere, e dove si sa gi che non si far mai scalo.
Diotimo ha ricevuto quella perfetta istruzione letteraria che
spesso s'impartisce, per valorizzarli, ai giovani schiavi dotati
di attrattive fisiche; al crepuscolo, disteso a poppa, sotto una
tenda di porpora, lo ascoltavo leggermi qualche poeta del suo
paese, sino a che la notte non cancellava del pari i versi che
descrivono la tragica incertezza della vita umana e quelli che
parlano di colombe, di serti di rose, di bocche baciate. Un
alito umido esalava dal mare; le stelle salivano una a una al
loro posto assegnato; la nave, inclinata dal vento, filava verso
l'Occidente, ove si sfilacciava ancora un'ultima stria purpurea;
dietro di noi, si allungava un solco fosforescente, ben presto
ricoperto dalle masse nere delle onde. Mi dicevo che a Roma mi
attendevano due soli affari importanti: uno era la scelta del
mio successore, che interessava tutto l'impero; l'altro era la
mia morte, e concerneva me solo.





Roma m'aveva preparato un trionfo, e questa volta l'accettai.
Non lottavo pi contro questi costumi al tempo stesso venerabili
e vani; mi appariva salutare, di fronte a un mondo cos pronto
all'oblio, tutto ci che mette in rilievo lo sforzo dell'uomo,
sia pure per la durata d'un giorno. Non si trattava soltanto
della repressione della rivolta giudaica; era in un senso assai
pi profondo, noto a me solo, che avevo trionfato. Associai a
quegli onori il nome di Arriano. Aveva inflitto alle orde alane
una serie di disfatte che le ricacciava per molto tempo in quel
centro oscuro dell'Asia dal quale avevano creduto evadere;
l'Armenia era salva; il lettore di Senofonte se ne rivelava
l'emulo; non era estinta la razza di quei letterati che in caso
di necessit sanno comandare e combattere. Quella sera,
rientrando nella mia casa di Tivoli, ero stanco nell'animo ma
calmo, quando presi dalle mani di Diotimo il vino e l'incenso
del sacrificio giornaliero al mio Genio.

Da semplice privato, avevo cominciato a comprare e mettere
insieme pezzo per pezzo i terreni che si estendono ai piedi dei
monti Sabini, al limitare delle sorgenti, con l'ostinazione
paziente d'un contadino che amplia le sue vigne; tra un giro di
ispezione imperiale e l'altro, avevo posto le tende sotto quei
boschetti invasi da muratori e architetti, dove un giovinetto
imbevuto di tutte le superstizioni asiatiche chiedeva piamente
che gli alberi fossero risparmiati. Di ritorno dal mio grande
viaggio d'Oriente, m'ero messo con una specie di sacra frenesia
a completare lo scenario immenso di quell'opera gi quasi
terminata. Questa volta vi feci ritorno per terminare i miei
giorni il pi dignitosamente possibile. Tutto era predisposto
per regolare il lavoro cos come il piacere: la cancelleria, le
sale per le udienze, il tribunale dove avrei giudicato in ultimo
appello la cause difficili, m'avrebbero risparmiato faticosi
andirivieni fra Tivoli e Roma. Avevo dotato ciascuno di quegli
edifici di nomi evocanti la Grecia: il Pecile, l'Accademia, il
Pritaneo. Sapevo bene che quella valle angusta, disseminata
d'olivi, non era il Tempe, ma ero giunto in quell'et in cui non
v' una bella localit che non ce ne ricordi un'altra, pi
bella, e ogni piacere s'arricchisce del ricordo di piaceri
trascorsi. Consentivo ad abbandonarmi a quella nostalgia ch' la
malinconia del desiderio. A un angolo particolarmente ombroso
del parco, avevo persino dato il nome di Stige; a una prato
costellato d'anemoni quello di Campi Elisi, preparandomi cos a
quell'altro mondo i cui tormenti somigliano tanto a quelli del
nostro, ma le cui gioie nebulose non valgono le nostre. Ma,
soprattutto, nel cuore di quel ritiro, m'ero fatto costruire un
asilo ancor pi celato, un isolotto di marmo al centro d'un
laghetto contornato di colonne, una stanza segreta che un ponte
girevole, cos lieve che si pu con una mano sola farlo
scivolare nella sua corsia, unisce alla riva, o, piuttosto,
segrega da essa. In quel padiglione feci trasportare due o tre
statue a me care, e quel piccolo busto d'Augusto fanciullo che
Svetonio m'aveva dato ai tempi della nostra amicizia; all'ora
della siesta, mi recavo l per dormire, per pensare, per
leggere. Sdraiato sulla soglia, il mio cane allungava innanzi a
s le zampe rigide; un riflesso di luce si riverberava sul
marmo; Diotimo, per rinfrescarsi, posava la gota al fianco
levigato d'una vasca. Io pensavo al mio successore.

Non ho figli e non lo rimpiango. Certo, nelle ore di stanchezza
e di debolezza, quando ci si rinnega, a volte mi son
rimproverato di non essermi dato il fastidio di generare un
figlio che mi avrebbe continuato. Ma questo rimpianto tanto vano
poggia su due ipotesi egualmente incerte: che un figlio
necessariamente ci continui, e che questo singolare miscuglio di
bene e di male, questa somma di particolarit infime e bizzarre
che costituiscono un individuo meriti davvero d'essere
prolungata. Le mie virt, le ho utilizzate come ho potuto. Dei
miei vizi, ne ho fatto buon uso. Ma non ci tengo in modo
speciale a lasciarmi in retaggio a qualcuno. Del resto,
l'autentica continuit umana non si stabilisce attraverso il
sangue: Cesare l'erede diretto d'Alessandro, e non gi quel
bimbo gracile, nato da una principessa persiana in una
cittadella asiatica; ed Epaminonda, morendo senza prole, aveva
ben ragione di vantarsi d'avere per figlie le sue vittorie. La
maggior parte degli uomini che contano nella storia, ha avuto
una progenie mediocre, o ancor peggio: si direbbe che essi
esauriscano in s tutte le risorse d'una razza. L'affetto
paterno, poi, quasi sempre in conflitto con gl'interessi d'un
capo di Stato, e anche se ci non fosse il figlio
dell'imperatore per di pi deve sottostare ai pregiudizi d'una
educazione principesca, la peggiore fra tutte, per un futuro
imperatore. Fortunatamente, per quel poco che il nostro Stato ha
saputo darsi una norma per la successione imperiale, essa
l'adozione: e anche in questo, io ravviso la saggezza di Roma.
Conosco bene i pericoli d'una scelta, gli incerti ch'essa
comporta; e non ignoro che l'accecamento non esclusivo
dell'affetto paterno; ma questa scelta a cui l'intelligenza
presiede, o, quanto meno, partecipa, mi apparir sempre
infinitamente preferibile agli oscuri incontri del caso e della
ottusa natura. L'impero al pi degno: bello che chi ha dato
prova delle sue capacit nel maneggio degli affari di Stato
scelga il successore, e che tale scelta, cos gravida di
conseguenze, sia, a un tempo, il suo estremo privilegio e
l'estremo servigio ch'egli rende allo Stato. Ma proprio questa
scelta cos importante mi sembrava pi ardua che mai.

Avevo biasimato aspramente Traiano per aver tergiversato
vent'anni, prima di prendere la risoluzione d'adottarmi, e per
averlo fatto solo sul letto di morte. Ma erano gi trascorsi
quasi diciott'anni dal mio avvento al trono, e, malgrado i
rischi d'un'esistenza avventurosa, avevo rimandato a mia volta a
pi tardi la scelta d'un successore. Mille chiacchiere erano
corse, in proposito, false quasi tutte; erano state tentate
mille ipotesi: ma quel che si credeva il mio segreto non era che
il mio dubbio, la mia esitazione. Mi guardavo intorno: non
difettavano i funzionari onesti, ma nessuno aveva la statura
necessaria. Quarant'anni intemerati postulavano a favore di
Marcio Turbo, il mio caro compagno d'altri tempi, il mio
incomparabile prefetto del pretorio; ma aveva la mia stessa et,
era troppo vecchio. Giulio Severo, generale eccellente, buon
amministratore della Britannia, s'intendeva ben poco dei
complessi affari d'Oriente; Arriano aveva fatto prova di tutte
le qualit richieste a uno statista, ma era greco; e non
ancora il momento d'imporre un imperatore greco ai pregiudizi di
Roma.

Serviano viveva ancora; quella longevit aveva l'aria d'un lungo
calcolo, da parte sua, d'una forma ostinata d'attesa. Da
sessant'anni attendeva. Dal tempo di Nerva, l'adozione di
Traiano l'aveva incoraggiato e, al tempo stesso, deluso; sperava
di meglio; ma l'avvento al potere di quel cugino senza tregua
preso dalle armi sembrava assicurargli un posto considerevole
nello Stato, forse il secondo. Anche in questo, si sbagliava:
non aveva ottenuto che una parte insignificante d'onori.
Attendeva, dall'epoca in cui aveva incaricato i suoi schiavi di
aggredirmi a una svolta, in un bosco di pioppi, lungo le rive
della Mosella: il duello mortale iniziato quella mattina tra un
giovane e un cinquantenne era continuato per vent'anni: era
stato lui a seminare il malanimo contro di me nel padrone, aveva
esagerato le mie sregolatezze, aveva profittato dei miei minimi
errori. Un nemico simile un maestro insigne di prudenza: a
conti fatti, Serviano m'aveva insegnato molto. Dopo la mia
accessione al trono, era stato cos scaltro da aver l'aria
d'accettare l'inevitabile; del complotto dei quattro consolari,
se n'era lavato le mani, e io avevo preferito non accorgermi
delle macchie su quelle dita ancora sporche. Da parte sua, s'era
contentato di protestare solo a bassa voce, di scandalizzarsi
solo a porte chiuse. Sostenuto in Senato dall'esiguo e potente
partito di conservatori inamovibili che disturbavano le mie
riforme, s'era comodamente insediato in quel ruolo di critico
silenzioso del regno. Poco a poco, m'aveva alienato mia sorella
Paolina. Non aveva avuto che una figlia da lei, sposata a un
certo Salinatore, un giovane di buona famiglia, che elevai alla
dignit consolare, ma che la tisi rap presto; mia nipote gli
sopravvisse per poco, e il loro unico figlio, Fusco, mi fu
aizzato contro dall'avo perverso. Ma l'odio che regnava tra noi
conservava le forme: non gli lesinavo la sua parte d'incarichi
pubblici, pur evitando di apparire al suo fianco in quelle
cerimonie nelle quali l'et avanzata gli avrebbe concesso la
precedenza sull'imperatore. Ogni volta che facevo ritorno a
Roma, consentivo per convenienza ad assistere a uno di quei
pranzi di famiglia nei quali si sta in guardia; ci scambiavamo
lettere; anzi, le sue non erano prive d'un certo spirito.
Tuttavia, a lungo andare quell'insulsa ipocrisia mi venne a
noia; uno dei pochi vantaggi che riconosco al fatto
d'invecchiare consiste nella possibilit di gettar la maschera
in ogni cosa: rifiutai di assistere alle esequie di Paolina. Al
campo di Betar, nei momenti peggiori di spossatezza, di
sconforto, l'amarezza suprema era stata il ripetermi che ormai
Serviano giungeva alla meta, e per colpa mia; quell'ottuagenario
cos avaro delle sue forze sarebbe riuscito a sopravvivere a un
malato di cinquantasette anni; se morivo "ab intestato", avrebbe
saputo ottenere i suffragi dei malcontenti nonch l'approvazione
di coloro che avrebbero creduto di restarmi fedeli eleggendo mio
cognato; avrebbe profittato di quella tenue parentela per minare
la mia opera. Per calmarmi, mi dicevo che l'impero potrebbe
trovare padroni peggiori; Serviano, in fin dei conti, non era
del tutto privo di virt; e chiss che anche il torpido Fusco un
giorno non sarebbe stato degno di regnare. Ma tutto quel che mi
restava d'energia respingeva quella menzogna; mi auguravo di
vivere per schiacciare quella vipera.

Al mio ritorno a Roma, avevo ritrovato Lucio. Un tempo, avevo
assunto verso di lui qualche impegno di quelli che generalmente
non ci si preoccupa affatto di mantenere, ma ch'io avevo
rispettati. Del resto, non affatto vero che gli avessi
promesso la porpora imperiale; son cose che non si promettono.
Ma per una quindicina d'anni avevo pagato i suoi debiti,
soffocato i suoi scandali, risposto senza indugio alle sue
lettere, che erano deliziose, ma che finivano sempre con qualche
richiesta di danaro per lui o di avanzamento per i suoi
favoriti. Era legato troppo intimamente alla mia vita per
potervelo escludere, qualora l'avessi voluto: ma non volevo
niente di simile. Aveva una conversazione scintillante - quel
giovane, che ritenevano frivolo, aveva fatto letture pi scelte
e pi vaste dei letterati di mestiere. Era d'un gusto squisito
in qualsiasi campo, si trattasse d'esseri umani, oggetti, usanze
o della prosodia esatta d'un verso greco. Al Senato lo
giudicavano abile, e s'era fatta una reputazione di prim'ordine
come oratore: i suoi discorsi stringati e ricchi a un tempo
servivano, cos com'egli li pronunciava, di modello ai maestri
d'eloquenza. L'avevo fatto nominare pretore, poi console; aveva
esercitato queste funzioni con decoro. Pochi anni prima, gli
avevo fatto sposare la figlia di Nigrino, uno dei consolari
giustiziati all'inizio del mio regno; quell'unione divenne
l'emblema della mia politica di pace. La giovane donna non fu
troppo felice, si lamentava d'essere negletta; eppure, aveva
avuto tre figli da lui, di cui uno maschio. Alle sue lagnanze
quasi continue, egli rispondeva con cortesia glaciale che ci si
sposa per la famiglia e non per s, e che un contratto cos
grave non contempla i giochi spensierati dell'amore. Il suo modo
di vivere esigeva delle amanti per farne mostra, e facili
schiave per la volutt. Si estenuava nel piacere, ma cos come
un artista si sfibra per realizzare un capolavoro: non sta a me
rimproverarlo.

Lo guardavo vivere. La mia opinione su di lui si modificava
senza posa, il che accade solo per gli esseri che ci toccano da
vicino: gli altri, ci contentiamo di giudicarli alla grossa, e
una volta per tutte. A volte, mi turbavano in lui un'insolenza
deliberata, una durezza, una frase scioccamente frivola; in
genere, mi lasciavo trascinare da quello spirito gaio e leggero;
un'osservazione tagliente pareva far presentire d'un tratto il
futuro statista. Ne parlai a Marcio Turbo, il quale, dopo la sua
faticosa giornata di prefetto del pretorio, veniva ogni sera a
conversare con me degli avvenimenti del giorno e a disputare una
partita ai dadi; prendevamo in esame minuziosamente le
probabilit che Lucio aveva di adempiere con decoro ai doveri
imperiali. I miei amici si meravigliavano dei miei scrupoli;
c'era chi, scrollando le spalle, mi consigliava di fare a mio
modo: quei tipi l s'immaginano che si lasci a qualcuno la met
del mondo come gli si lascerebbe una casa di campagna. La notte,
ci ripensavo: Lucio aveva appena trent'anni: che cos'era Cesare
a trent'anni, se non un figlio di famiglia oberato di debiti,
segnato a dito per gli scandali? Come durante i tristi giorni di
Antiochia, prima della mia adozione da parte di Traiano, pensavo
con una fitta al cuore che non c' nulla tanto lento quanto la
vera nascita d'un uomo: io stesso, avevo passato i trent'anni
all'epoca in cui la campagna di Pannonia m'aveva aperto gli
occhi sulle responsabilit del potere; a volte, Lucio mi
sembrava pi maturo di quel che non fossi io a quell'et. Mi
risolsi bruscamente, in seguito a una crisi d'asfissia pi grave
delle altre, che sopravvenne a rammentarmi che non avevo pi
tempo da perdere. Adottai Lucio, il quale prese il nome di Elio
Cesare. Era ambizioso, ma con noncuranza; era esigente
senz'essere avido: da troppo tempo aveva l'abitudine di ottenere
ogni cosa; e accett la mia decisione con disinvoltura. Commisi
l'imprudenza di dire che quel principe biondo sarebbe stato
radioso sotto la porpora, e i malevoli si affrettarono a
dichiarare che compensavo con un impero l'intimit voluttuosa
d'un tempo: significava non comprender come funziona lo spirito
d'un capo, per poco che meriti il titolo e il posto. Se
considerazioni del genere avessero avuto il loro peso, non
sarebbe stato Lucio il solo sul quale avrei potuto far cadere la
scelta.

Mia moglie era morta in quei giorni nella sua residenza al
Palatino, ch'ella continuava a preferire a Tivoli, dove abitava
circondata da una angusta corte di amici e parenti spagnoli, i
soli che contavano per lei. A poco a poco, erano cessati tra noi
i riguardi, le convenienze, le fragili velleit d'intesa,
lasciando a nudo l'antipatia, l'astio, il rancore, e, da parte
sua, l'odio. Negli ultimi tempi, le feci visita; la malattia
aveva inasprito ulteriormente il suo carattere acre e tetro:
quell'incontro le forn l'occasione per recriminazioni violente,
che la sollevarono, e alle quali ebbe l'indiscrezione di
abbandonarsi davanti a testimoni. Disse che si rallegrava di
morire senza figli: i miei figli mi avrebbero rassomigliato
senza dubbio, ed ella avrebbe provato per loro la stessa
avversione che provava per me. Questa frase, nella quale
fermenta tanto rancore, la sola prova d'amore che ella m'abbia
dato. La mia Sabina: rievocavo i soli ricordi tollerabili che
sempre sussistono d'un essere, quando ci si prende la pena di
cercarli; rammentai una cesta di frutta che m'aveva inviata una
volta, il giorno del mio anniversario, dopo una lite; passando
in lettiga nelle anguste viuzze del municipio di Tivoli, davanti
alla modesta casa da villeggiatura che un tempo apparteneva a
mia suocera Matidia, evocavo con amarezza le notti d'un'estate
lontana, quando avevo invano cercato di trovare il piacere in
quella sposa frigida e dura. La morte di mia moglie mi turb
assai meno di quella della buona Aret, la direttrice della
Villa, rapita l'inverno medesimo da un attacco di febbri. Dato
che il male che uccise l'imperatrice, mal diagnosticato dai
medici, le procur verso la fine atroci dolori viscerali, mi si
accus di veneficio, e questa voce insensata trov facilmente
credito. Inutile dire che un delitto cos superfluo non m'aveva
tentato mai.

Forse fu la morte di mia moglie, che indusse Serviano a tentare
il tutto per tutto. L'ascendente di cui ella godeva a Roma gli
era saldamente favorevole: crollava con lei uno dei suoi
sostegni pi rispettati. Per di pi, era entrato allora nel
novantesimo anno d'et; non aveva tempo da perdere, neanche lui.
Si sforzava, da qualche mese, di attirare presso di s piccoli
gruppi di ufficiali della guardia pretoriana; a volte, os
sfruttare quel rispetto superstizioso che ispira l'estrema
vecchiezza per farsi trattare da imperatore, tra quattro mura.
Io, di recente, avevo rafforzato la polizia segreta militare,
un'istituzione ripugnante, lo ammetto, ma che gli eventi
dimostrarono utile. Non ignoravo nulla di quei conciliaboli
segreti nei quali il vecchio Ursus insegnava al nipote l'arte
dei complotti. L'adozione di Lucio non sorprese il vegliardo: da
tempo riteneva le mie esitazioni in proposito una decisione ben
dissimulata; ma profitt per agire del momento in cui l'atto
d'adozione era ancora a Roma una materia controversa. Il suo
segretario Crescente, stanco di quarant'anni di fedelt mal
retribuita, pales il suo progetto, la data del colpo, il luogo,
il nome dei complici. L'immaginazione dei miei nemici non s'era
data molta pena; si contentavano di copiare semplicemente
l'attentato meditato un tempo da Quieto e Nigrino; avrei dovuto
essere trucidato durante una cerimonia religiosa in Campidoglio;
e il mio figlio adottivo sarebbe caduto con me.

La notte stessa, presi le mie precauzioni: il nostro nemico
aveva vissuto fin troppo; avrei lasciato a Lucio un'eredit
scevra di pericoli. Verso la dodicesima ora, in un'alba grigia
di febbraio, si present in casa di mio cognato un tribuno che
recava una sentenza di morte per Serviano e per suo nipote; gli
era stato comandato di attendere nel vestibolo che l'ordine che
lo conduceva fin l fosse compiuto. Serviano fece chiamare il
suo medico: tutto si svolse semplicemente. Prima di morire,
m'augur di spirare lentamente, fra i tormenti d'un male
incurabile, senza avere come lui il privilegio d'una breve
agonia. Il suo voto gi stato esaudito.

Non avevo ordinato alla leggera quella duplice esecuzione; in
seguito, non ne provai alcun rimpianto, e ancor meno rimorsi. Si
saldava cos un vecchio conto: ecco tutto. La vecchiaia non m'
mai sembrata una scusante alla perfidia umana; anzi, son pi
disposto a considerarla una circostanza aggravante. La sentenza
di Akiba e dei suoi accoliti m'aveva fatto esitare pi a lungo:
vegliardo per vegliardo, preferivo ancora il fanatico al
cospiratore. Quanto a Fusco, bench mediocre, e totalmente
alienatomi dal suo odioso avo, era pur sempre il nipote di
Paolina. Ma i legami del sangue sono molto deboli, checch se ne
dica, quando non c' un affetto a rinsaldarli; lo si pu
constatare presso i privati, durante le pi banali questioni
ereditarie. M'impietosiva un poco di pi l'et giovanile di
Fusco; aveva diciott'anni appena. Ma l'interesse di Stato
esigeva quella soluzione, che il vecchio Ursus s'era quasi preso
il gusto di rendere inevitabile. E, ormai, ero troppo vicino
alla mia morte per aver tempo di meditare su quella duplice fine.

Per qualche giorno, Marcio Turbo raddoppi la vigilanza intorno
a me; gli amici di Serviano avrebbero potuto vendicarlo. Ma non
avvenne nulla, n attentati, n sedizioni, n mormorii. Non ero
pi il nuovo venuto che cercava di attirar dalla sua l'opinione
pubblica dopo l'esecuzione di quattro consolari; pesavano in mio
favore diciott'anni di giustizia; i miei nemici erano esecrati
in blocco; la folla mi approv per essermi sbarazzato d'un
traditore. Fusco fu compianto, senza del resto essere giudicato
innocente. Il Senato, lo so bene, non mi perdonava d'aver
colpito ancora una volta uno dei suoi membri; ma tacque, e
tacer fino alla mia morte. Com'era avvenuto l'altra volta, una
buona dose di clemenza mitig presto quella dose di rigore;
nessuno dei sostenitori di Serviano ebbe la minima molestia. La
sola eccezione a questa regola fu l'insigne Apollodoro, astioso
depositario dei segreti di mio cognato, il quale per con lui.
Quell'uomo di talento era stato l'architetto prediletto del mio
predecessore; aveva disposto con arte i grandi blocchi della
Colonna Traiana. Non c'era molta simpatia tra di noi: un tempo,
aveva deriso i miei maldestri tentativi da dilettante, le mie
coscienziose nature morte di zucche e cetrioli; da parte mia,
avevo criticato le sue opere con la presunzione dei giovani. Pi
tardi, egli aveva denigrato le mie; non conosceva l'arte greca
della grande epoca, e mi rimproverava d'aver popolato i nostri
templi di statue colossali che, se si fossero alzate in piedi,
avrebbero spezzato con la fronte la volta dei santuari: critica
sciocca, che colpisce Fidia ancora pi di me. Ma gli di non si
alzano in piedi: non si alzano n per avvertirci, n per
proteggerci, n per ricompensarci, n per punirci. Non si
levarono quella notte per salvare Apollodoro.





In primavera, la salute di Lucio cominci a ispirarmi timori
abbastanza seri. Una mattina, a Tivoli, dopo il bagno scendemmo
nella palestra dove Celere s'esercitava in compagnia di altri
giovani; uno d'essi propose una di quelle gare nelle quali ogni
partecipante corre armato d'uno scudo e d'un'asta; Lucio si
scherm, com'era solito e, alla fine, cedette ai nostri
amichevoli motteggi; nell'armarsi, si lament del peso dello
scudo bronzeo: a confronto con la schietta bellezza di Celere,
quel corpo esile sembrava fragile. Compiuti pochi passi di
corsa, si ferm trafelato e cadde di schianto, in uno sbocco di
sangue. L'incidente non ebbe seguito; Lucio si riprese
facilmente. Ma io m'ero spaventato; e avrei dovuto aspettare a
rassicurarmi.

Opposi ai primi sintomi della malattia di Lucio la fiducia
ottusa d'un uomo che stato robusto tanto tempo, la sua fede
implicita nelle riserve inesauribili della giovinezza, nel buon
funzionamento degli organismi. E' vero che s'ingannava anche
lui: una fiamma leggera lo sosteneva; la sua vivacit illudeva
lui stesso quanto noi. I miei anni pi belli erano trascorsi in
viaggio o negli accampamenti o agli avamposti; avevo apprezzato
le virt d'una vita rude, l'effetto salutare delle regioni
secche o ghiacciate. Stabilii di nominare Lucio governatore di
quella stessa Pannonia dove avevo fatto le mie prime esperienze
di capo. Su quella frontiera, la situazione era meno critica
d'allora; il compito di Lucio si sarebbe limitato ai tranquilli
lavori dell'amministratore civile o a ispezioni militari scevre
di pericolo. Quel paese aspro lo avrebbe disabituato dalla
mollezza romana: avrebbe imparato a conoscere meglio quel mondo
immenso che l'Urbe governa e dal quale dipende. Egli temeva quei
climi barbari; non comprendeva che si potesse godere la vita in
altri luoghi che a Roma. Tuttavia, accett con la compiacenza
che aveva quando voleva piacermi.

Lessi attentamente tutta l'estate i suoi rapporti ufficiali, e
quelli, pi segreti, di Domizio Rogato, un mio uomo di fiducia
che gli avevo messo al fianco in qualit di segretario, con
l'incarico di sorvegliarlo. Quei rapporti mi soddisfecero: in
Pannonia, Lucio seppe dare prova di quella seriet che esigevo
da lui, e della quale, forse, si sarebbe liberato dopo la mia
morte. Anzi, ebbe una serie di scontri di cavalleria agli
avamposti e ne usc con onore. In provincia, come altrove,
riusciva a incantare tutti; le sue maniere asciutte e un poco
perentorie non lo danneggiavano: almeno, non sarebbe stato uno
di quei principi bonari governati da una combriccola. Ma, sin
dagli inizi dell'autunno, lo colse il freddo. Lo si credette
presto guarito, ma si ripresent la tosse; la febbre persistette
e non lo lasci pi. Un miglioramento passeggero fu seguito da
una ricaduta grave, nella primavera successiva. I bollettini dei
medici mi costernarono; la posta pubblica che avevo istituito di
recente, e comportava cambio di cavalli e di vetture su
territori immensi, pareva funzionare soltanto per recarmi ogni
mattina pi prontamente notizie del malato. Non mi perdonavo
d'essere stato inumano con lui per timore d'essere o di sembrare
fiacco. Non appena si fu ripreso abbastanza da poter affrontare
il viaggio, lo feci ricondurre in Italia.

Andai di persona, accompagnato dal vecchio Rufo di Efeso,
specialista in etisia, a incontrare il mio gracile Elio Cesare
al porto di Baia. Il clima di Tivoli, bench migliore di quello
di Roma, non tuttavia abbastanza mite per i polmoni lesi;
avevo stabilito di fargli trascorrere lo scorcio dell'anno in
quel clima pi sicuro. La nave gett l'ancora in pieno golfo;
una piccola imbarcazione port a terra il malato e il suo
medico. Il volto sparuto di Lucio appariva ancor pi scarno
sotto la folta barba di cui s'era fatto coprire le gote, per
rassomigliarmi. Ma gli occhi avevano serbato quella fiamma
fredda da pietra preziosa. Le sue prime parole furono per
ricordarmi che tornava solo per ordine mio; la sua
amministrazione era stata impeccabile; m'aveva obbedito in
tutto. Si comportava come uno scolaretto che giustifica
l'impiego delle ore. Lo feci alloggiare in quella villa di
Cicerone dove un tempo aveva trascorso con me una stagione, a
diciotto anni. Ebbe l'eleganza di non parlar mai di quell'epoca.
I primi giorni parvero una vittoria sul male: quel ritorno in
Italia era gi di per se stesso un rimedio: in quel tempo, quel
paese era di porpora e rosa. Ma cominciarono le piogge; dal mare
grigio, soffiava un vento umido; la vecchia casa, costruita ai
tempi della Repubblica, mancava delle comodit pi moderne della
villa di Tivoli; guardavo Lucio riscaldarsi malinconicamente
davanti al braciere le lunghe dita cariche di anelli. Ermogene
era appena tornato dall'Oriente, dove l'avevo mandato per
rinnovare e completare la sua provvista di medicamenti; tent su
Lucio gli effetti d'un fango impregnato di sali minerali
potenti; si credeva che quelle applicazioni potessero guarire
ogni male. Ma non giovarono n ai suoi polmoni n alle mie
arterie.

La malattia metteva a nudo gli aspetti peggiori di quel
carattere arido e leggero; la moglie gli fece visita, e, come
sempre, l'incontro si concluse con parole amare. Ella non torn
pi. Gli portarono il figlio, un bel bambino di sette anni,
sdentato e ridente; lo guard con indifferenza. S'informava con
avidit delle notizie di Roma; vi s'interessava da giocatore,
non da statista. Ma la sua frivolezza restava una forma di
coraggio; si destava dopo lunghi pomeriggi di sofferenze o di
torpore per impegnarsi in una di quelle conversazioni
scintillanti d'altri tempi; quel viso madido di sudore sapeva
ancora sorridere, quel corpo scarnito si levava con grazia per
accogliere il medico. Sarebbe restato fino all'ultimo istante il
principe d'avorio e d'oro.

La sera, incapace di prender sonno, mi recavo nella camera del
malato; Celere, che non era tenero con Lucio, ma troppo fedele
per non servire con sollecitudine quelli che mi son cari,
accettava di vegliarlo al mio fianco; dalle coperte saliva un
rantolo. Mi sentivo invadere da un'amarezza profonda come il
mare: non mi aveva amato mai; i nostri rapporti erano diventati
ben presto quelli del figlio prodigo e del padre indulgente; la
sua vita s'era svolta scevra di progetti ambiziosi, di pensieri
gravi, di passioni ardenti; aveva dilapidato gli anni come un
prodigo dispensa monete d'oro. Mi ero appoggiato a un muro
crollante; pensavo stizzito alle somme enormi dilapidate per la
sua adozione, ai trecento milioni di sesterzi distribuiti alle
truppe. In un certo senso, ero perseguitato dalla mala sorte:
avevo appagato il mio antico desiderio di dare a Lucio tutto
quel che si pu dare; ma lo Stato non ne avrebbe sofferto; non
avrei rischiato d'essere disonorato da quella scelta. Nel fondo
dell'animo, finivo col temere che migliorasse; se per caso si
fosse trascinato ancora qualche anno, non potevo lasciare
l'impero a quella larva. Senza mai farmi domande, pareva che
penetrasse il mio pensiero su questo punto; i suoi occhi
seguivano ansiosi ogni mio gesto, anche insignificante; l'avevo
nominato console per la seconda volta; si preoccupava di non
poterne adempiere le funzioni; l'angoscia di dispiacermi lo fece
peggiorare. 娛u Marcellus eris... Mi ripetevo i versi di
Virgilio consacrati al nipote di Augusto, destinato all'impero
anche lui, e che la morte aveva fermato sul suo cammino.
套anibus date lilia plenis... Purpureos spargam flores...
Quell'innamorato dei fiori non avrebbe ricevuto da me che vane
corone funebri.

Credette di star meglio, volle far ritorno a Roma. I medici
ormai non discutevano pi tra loro se non del tempo che gli
restava da vivere; mi consigliarono di contentarlo; a piccole
tappe, lo ricondussi alla Villa. La sua presentazione al Senato
in qualit di erede dell'impero doveva aver luogo durante la
prima seduta dell'anno nuovo; l'uso voleva che in quella
occasione egli mi rivolgesse un discorso di ringraziamento: quel
brano d'eloquenza lo preoccupava da mesi; ne limavamo insieme i
passaggi pi ardui. Vi lavorava una mattina delle calende di
gennaio, quando fu colto da un'emorragia improvvisa; ebbe una
vertigine; si appoggi allo schienale della sedia e chiuse gli
occhi. La morte non fu che uno stordimento, per quell'essere
leggero. Era il giorno di Capodanno; per non interrompere le
celebrazioni pubbliche e le festivit private, proibii che si
diffondesse subito la notizia della sua morte; fu annunciata
ufficialmente solo il giorno dopo. Fu sotterrato con semplicit
nei giardini della sua famiglia. Alla vigilia di quella
cerimonia, il Senato m'invi una delegazione incaricata di
porgermi le condoglianze e di offrire a Lucio gli onori divini,
ai quali aveva diritto, in quanto figlio adottivo
dell'imperatore. Rifiutai: tutta quella faccenda era gi costata
troppo allo Stato. Mi limitai a fargli costruire qualche
cappella funeraria, a fargli erigere qua e l qualche statua,
nei diversi luoghi dov'era vissuto: quel povero Lucio non era un
dio.

Questa volta, ogni minuto diventava urgente. Ma avevo avuto
tutto il tempo di riflettere, al capezzale del malato; avevo
fatto i miei piani. Avevo notato in Senato un certo Antonino, un
uomo sulla cinquantina, di famiglia provinciale, imparentata
alla lontana con quella di Plotina. M'aveva colpito per le cure
tenere e deferenti di cui circondava il suocero, un vegliardo
ormai inetto che gli sedeva accanto; rilessi il suo stato di
servizio; in tutti i posti che aveva occupato, quell'uomo s'era
mostrato un funzionario irreprensibile. La mia scelta si fiss
su di lui. Pi frequento Antonino, pi la stima che ho per lui
tende a mutarsi in rispetto. Quest'uomo semplice possiede una
virt alla quale avevo pensato ben poco fino a oggi, persino
quando m' accaduto di praticarla: la bont. Non va immune dai
modesti difetti del saggio: la sua intelligenza, applicata
all'adempimento meticoloso dei compiti quotidiani, mira al
presente pi che all'avvenire; la sua esperienza del mondo
limitata dalle sue stesse virt; i suoi viaggi si limitano a
poche missioni ufficiali, del resto adempiute molto bene.
S'intende pochissimo d'arte; restio alle innovazioni. Le
province, ad esempio, per lui non rappresenteranno mai quelle
possibilit immense di sviluppo che non hanno cessato di essere
per me; continuer l'opera mia, pi che ampliarla; ma la
continuer bene; lo Stato avr in lui un servitore onesto e un
buon padrone.

Ma lo spazio d'una generazione mi sembrava poca cosa, quando si
tratta d'assicurare la sicurezza al mondo; tenevo, se era
possibile, a estendere oltre nel tempo la prudente discendenza
adottiva, a preparare all'impero un ulteriore cambio della
guardia lungo la strada del tempo. A ogni mio ritorno a Roma,
non avevo mancato mai di andare a salutare i miei vecchi amici,
i Veri, spagnoli come me, appartenenti a una delle famiglie pi
liberali dell'alta magistratura. Ti ho conosciuto in culla,
piccolo Annio Vero, che oggi, per mio volere, ti chiami
Marc'Aurelio. In uno degli anni pi belli della mia vita,
nell'epoca che segna l'erezione del Pantheon, per affetto verso
i tuoi t'avevo fatto eleggere membro del santo collegio dei
Fratelli Arvali, al quale presiede l'imperatore medesimo, e che
perpetua piamente i pi antichi costumi religiosi di Roma;
durante il sacrificio, che quell'anno ebbe luogo in riva al
Tevere, ti ho tenuto per mano; ho guardato con divertita
tenerezza il tuo contegno di bimbetto di cinque anni, spaventato
dalle strida del porcellino immolato, ma pure pronto a far del
suo meglio per imitare il contegno grave dei grandi. Mi
interessai dell'educazione di quel fanciullino troppo serio;
aiutai tuo padre a sceglierti i maestri migliori. Vero, il
Verissimo: scherzavo con il tuo nome: tu sei forse il solo
essere che non mi abbia mentito mai. T'ho visto leggere con
passione gli scritti dei filosofi, vestirti di lana ruvida,
dormire sulla nuda terra, costringere il tuo corpo gracile a
tutte le mortificazioni degli stoici: atteggiamenti che non
mancano di eccesso; ma, a diciassette anni, l'eccesso una
virt. A volte, mi chiedo contro quale scoglio far naufragio
tutto ci, poich si fa sempre naufragio: sar una sposa, un
figlio troppo amato, uno di quei tranelli legittimi nei quali
restano impigliati i cuori pi timorati e puri; o sar pi
semplicemente l'et, la malattia, la stanchezza, il disinganno
che ci avverte che, se tutto vano, lo anche la virt?
Immagino, al posto del tuo volto candido di adolescente, il tuo
viso stanco di vecchio. Sento quanta dolcezza, quanta debolezza
forse, si celi dietro la fermezza che hai imparata tanto bene,
indovino in te la presenza d'un genio che non necessariamente
quello dell'uomo di Stato; il mondo sar migliorato
indubbiamente per sempre per averlo visto associato una volta al
potere supremo. Ho fatto il necessario affinch tu fossi
adottato da Antonino; con questo nome nuovo, che porterai un
giorno nella lista degli imperatori, ormai tu sei mio nipote.
Credo d'offrire agli uomini l'unica occasione che avranno mai di
realizzare il sogno di Platone, di veder regnare su di loro un
filosofo dal cuore puro. Hai accettato gli onori con ripugnanza;
il tuo rango ti costringe a vivere a palazzo; Tivoli, questo
luogo dove io raduno sino all'ultimo tutte le dolcezze che la
vita offre, ti preoccupa per la tua giovane virt; ti vedo
aggirarti serio in volto sotto queste pergole fiorite di rose,
ti guardo, con un sorriso, attratto dalle belle creature di
carne poste sul tuo passaggio, esitare teneramente tra Veronica
e Teodoro, e rinunciare subito a entrambi, in favore
dell'austerit, mero fantasma. Non m'hai nascosto il tuo
disdegno malinconico per questi effimeri splendori, per questa
corte che si disperder alla mia morte. Tu non mi ami molto; il
tuo affetto filiale va piuttosto ad Antonino. Tu fiuti in me una
saggezza opposta a quella che t'insegnano i tuoi maestri, e, nel
mio abbandono ai sensi, un metodo di vita in antitesi alla
severit del tuo, e che pur tuttavia gli parallelo. Non
importa: non necessario che tu mi comprenda. Vi pi d'una
saggezza, e sono tutte necessarie al mondo: non male che esse
si alternino.

Otto giorni dopo la morte di Lucio, mi feci portare in Senato in
lettiga; chiesi il permesso di entrare cos nella sala delle
deliberazioni, e di pronunciare la mia allocuzione stando
disteso, sostenuto da un mucchio di guanciali. Parlare mi
stanca: pregai i senatori di stringersi in cerchio intorno a me,
per non esser costretto ad alzare la voce. Feci l'elogio di
Lucio; le mie poche frasi sostituirono nel programma della
seduta il discorso che avrebbe dovuto pronunciar lui quello
stesso giorno. Poi, annunciai la mia nuova decisione; nominai
Antonino; pronunciai il tuo nome. Avevo fatto assegnamento
sull'adesione unanime: l'ottenni. Espressi un'ultima volont,
che fu accettata come le altre: chiesi che Antonino adottasse
pure il figlio di Lucio, che cos avr Marc'Aurelio per
fratello; governerete insieme; conto su di te affinch tu abbia
premure da fratello maggiore per lui. Ci tengo che lo Stato
conservi qualche cosa di Lucio.

Tornando a casa, per la prima volta dopo lunghi giorni, ebbi la
tentazione di sorridere. Avevo giocato con abilit. I seguaci di
Serviano, i conservatori ostili all'opera mia non avevano
capitolato: tutte le cortesie da me usate a quell'augusto e
antico corpo senatoriale, ormai sorpassato, non compensavano per
loro i due o tre colpi che gli avevo inferto. Senza dubbio, essi
profitteranno della mia morte per tentar d'annullare i miei
atti. Ma i miei nemici pi feroci non oseranno respingere il pi
integro tra i loro rappresentanti e il figlio d'uno dei loro
membri pi rispettati. La mia opera pubblica era compiuta:
ormai, potevo far ritorno a Tivoli, rientrare in quel ritiro che
la malattia rappresenta, compiere esperimenti con le mie
sofferenze, abbandonarmi ai piaceri che mi restavano, riprendere
in pace il mio dialogo interrotto con un fantasma. Il mio
retaggio imperiale al sicuro, tra le mani del pio Antonino e
dell'austero Marc'Aurelio; e Lucio sopravviver anch'egli in suo
figlio. Non avevo disposto male le cose.







PATIENTIA.



Arriano mi scrive:



"Conformemente agli ordini ricevuti, ho terminato la
circumnavigazione del Ponto Eusino. Abbiamo chiuso il cerchio a
Sinope, i cui abitanti ti saranno in eterno riconoscenti per i
grandi lavori di restauro e d'ampliamento del porto, condotti a
termine sotto la tua sorveglianza qualche anno fa... A
proposito: ti hanno eretto una statua che non n somigliante
n bella: mandane loro un'altra, di marmo bianco... A Sinope,
non senza emozione ho abbracciato con lo sguardo quello stesso
Ponto Eusino, dalla vetta delle colline donde l'ha scorto un
giorno per la prima volta il nostro Senofonte, e donde tu stesso
lo contemplasti...

Ho ispezionato le guarnigioni costiere: i comandanti meritano i
pi alti elogi per l'eccellenza della disciplina, l'adozione dei
metodi d'addestramento pi moderni, e l'ottima qualit di lavori
del genio... Per tutta quella zona costiera, selvaggia e ancora
mal conosciuta, ho fatto fare nuovi sondaggi e rettificato,
dov'era necessario, le indicazioni dei navigatori che mi hanno
preceduto...

Abbiamo costeggiato la Colchide. So quanto t'interessi ai
racconti degli antichi poeti, e perci ho interrogato gli
abitanti a proposito degli incantesimi di Medea e delle imprese
di Giasone. Ma sembra ch'essi ignorino quelle favole...

Sulle rive settentrionali di quel mare inospitale, abbiamo
toccato una piccola isola che per sconfinatamente grande,
nella leggenda: l'isola di Achille. Tu lo sai bene: si narra che
Tetide abbia fatto allevare il figlio su quell'isolotto sperduto
nelle nebbie; ella saliva dal fondo del mare e veniva ogni sera
sulla spiaggia a conversare col suo bambino. L'isola, oggi
disabitata, non nutre che capre. Vi sorge un tempio di Achille.
Gabbiani, grandi e piccoli, migratori, e uccelli marini la
frequentano; il battito delle loro ali impregnate di salsedine
rinfresca di continuo l'atrio del santuario. Ma quest'isola di
Achille , come si conviene, anche l'isola di Patroclo; e gli ex
voto innumerevoli che adornano le pareti del tempio sono
dedicati a entrambi, poich naturalmente coloro che amano
Achille nutrono del pari tenerezza e venerazione per la memoria
di Patroclo. Achille in persona appare in sogno ai naviganti che
visitano quei paraggi; li protegge, li avverte dei pericoli del
mare, come altrove fanno i Dioscuri. E l'ombra di Patroclo
appare al fianco di Achille.

Ti riferisco queste cose perch credo valga la pena di
conoscerle, e perch quelli che me le hanno riferite le hanno
sperimentate di persona o le hanno apprese da testimoni degni di
fede... A volte, Achille mi sembra il pi grande degli uomini
per coraggio e forza d'animo, le doti dello spirito accoppiate
all'agilit del corpo, e per l'amore ardente del suo giovane
compagno. E nulla in lui mi pare pi grande della disperazione
che gli fece disprezzare la vita e agognare la morte quand'ebbe
perduto il suo diletto".



Lascio ricadere sulle ginocchia il voluminoso rapporto del
governatore della Piccola Armenia, del capo della squadra.
Arriano, come sempre, ha fatto un buon lavoro. Ma, questa volta,
ha fatto ancora di pi: mi offre un dono necessario per morire
in pace; mi invia un'immagine della mia vita quale avrei voluto
che fosse. Arriano sa che ci che conta quello che non
figurer nelle biografie ufficiali, e non si iscrive sulle
tombe; sa anche che il volgere del tempo non fa che aggiungere
alla sventura un'ulteriore vertigine. Vista da lui, l'avventura
della mia esistenza acquista un suo senso riposto, si compone
come in un poema; l'unico amore si svincola dal rimorso,
dall'impazienza, dalle tristi manie, come da altrettante nuvole
di fumo, di polvere; il dolore si distilla; la disperazione si
fa pura. Arriano mi schiude il profondo empireo degli eroi e
degli amici: non me ne giudica indegno. La mia camera segreta al
centro d'uno stagno della Villa non un rifugio abbastanza
segreto: vi trascino questo corpo invecchiato; vi soffro. Il mio
passato, certo, mi propone qua e l qualche rifugio dove poter
sfuggire almeno a una parte delle miserie presenti: la pianura
coperta di neve lungo le sponde del Danubio, i giardini di
Nicomedia, Claudiopoli gialla durante il raccolto dello
zafferano in fiore, una qualsiasi strada di Atene, un'oasi ove
le ninfee fluttuano sul limo, il deserto siriaco alla luce delle
stelle, al ritorno dal campo di Osroe. Ma questi luoghi diletti
troppo spesso sono associati alle premesse d'un errore, d'un
disinganno, d'uno scacco noto a me solo: nei miei momenti
peggiori, mi sembra che tutte le mie strade d'uomo felice
conducano in Egitto, in una camera di Baia, o in Palestina. C'
di pi: la stanchezza del mio corpo si comunica alla memoria;
l'immagine delle gradinate dell'Acropoli quasi insostenibile
per un uomo che ansima se ascende gli scalini del giardino; il
sole di luglio sul terrapieno di Lambesa mi opprime come se mi
ci esponessi oggi, a capo scoperto. Arriano m'offre di meglio. A
Tivoli, mentre s'accende un maggio ardente, odo sulle spiagge
dell'isola d'Achille il lungo lamento delle onde; respiro
quell'aria fredda e pura; erro senza fatica nell'atrio del
tempio intriso di salsedine marina; vi scorgo Patroclo... Quel
luogo, che non vedr mai, diventa la mia residenza segreta, il
mio supremo asilo. Ivi sar, al momento della mia morte.

Un giorno, ho accordato al filosofo Eufrate il permesso di
suicidarsi. Nulla mi sembrava pi semplice: un uomo ha il
diritto di stabilire in quale momento la sua vita cessa d'essere
utile. Non sapevo, allora, che la morte pu divenire oggetto
d'un ardore cieco, d'una fame come quella dell'amore. Non avevo
previsto le notti in cui avrei arrotolato il balteo intorno alla
mia daga, per costringermi a riflettere due volte prima di
servirmene. Arriano solo ha intuito il segreto di questo duello
senza gloria contro il vuoto, l'aridit, la stanchezza, il
disgusto d'esistere, che sbocca nel desiderio di morire. Non si
guarisce mai: a pi riprese l'antica febbre m'ha schiantato; ne
tremavo in anticipo, come un malato che presente l'imminenza
d'un attacco. Tutto mi valeva a ritardare l'ora della lotta
notturna: il lavoro, le conversazioni dissennatamente protratte
fino all'alba, i baci, i libri. E' convenuto che un imperatore
si suicidi solo se messo le spalle al muro da ragioni di
Stato; lo stesso Marc'Antonio aveva la scusa d'una battaglia
perduta. E il mio severo Arriano ammirerebbe assai meno la
disperazione che mi trascino dall'Egitto, se non ne avessi
trionfato. Il mio codice vietava ai soldati la dipartita
volontaria che accordavo ai saggi: e io non mi sentivo libero di
disertare pi di un legionario qualsiasi. Ma so bene cosa
significhi sfiorare voluttuosamente con la mano la canapa d'una
corda o la lama d'un coltello. Avevo finito col farmi del mio
desiderio un baluardo contro esso stesso: la possibilit
inalienabile del suicidio m'aiutava a sopportare l'esistenza con
minore fastidio, cos come la presenza a portata di mano d'una
pozione sedativa fa star calmo un uomo che soffre d'insonnia.
Per una contraddizione intima, quest'ossessione della morte ha
cessato di dominare il mio spirito soltanto quando son
sopraggiunti a distrarmene i primi sintomi del mio male; ho
ricominciato a interessarmi a quella vita che m'abbandonava; nei
giardini di Sidone, ho desiderato appassionatamente di godere
del mio corpo qualche anno ancora.

Volevo morire: non volevo soffocare; la malattia disgusta della
morte; si vuol guarire, che una maniera di voler vivere. Ma la
debolezza, la sofferenza, mille miserie corporali dissuadono ben
presto il malato dal provarsi a risalire la china: non si vuol
saperne di tregue che sono tranelli, di forze vacillanti, di
ardori incompleti, di questa perpetua attesa della prossima
crisi. Mi spiavo: quel male sordo, al mio petto, era solo un
malessere passeggero, la conseguenza d un pasto consumato troppo
in fretta, o bisognava aspettarsi dal nemico un attacco che,
questa volta, non sar respinto? Non entravo in Senato senza
dirmi che, forse, quella porta si chiudeva alle mie spalle per
sempre, come se novello Cesare, fossi stato atteso da cinquanta
congiurati armati di pugnali. Durante le cene di Tivoli, esitavo
a usare la scortesia d'un subitaneo congedo dai miei convitati:
avevo paura di morire nel bagno, o tra giovani braccia. Funzioni
che un giorno m'erano facili, e persino gradevoli, mi
diventavano umilianti da quando s'eran fatte malagevoli: ci si
stanca d'offrire ogni mattina il vaso d'argento all'esame del
medico. Il male principale s'accompagna a una lunga serie di
mali secondari; il mio udito ha perduto l'acutezza d'un tempo;
ancora ieri sono stato costretto a pregare Flegone di ripetere
una frase intera: ne ho provato vergogna pi che per un delitto.
I mesi che seguirono l'adozione di Antonino furono orrendi: il
soggiorno a Baia, il ritorno a Roma e le trattative avevano
logorato le poche forze che mi restavano. Mi riprese
l'ossessione della morte, ma, questa volta, a provocarla erano
cause visibili, confessabili; non avrebbe potuto sorriderne
neppure il mio peggiore nemico. Nulla mi tratteneva pi: si
sarebbe ben compreso che l'imperatore, ritiratosi nella sua casa
di campagna dopo aver sistemato gli affari del mondo, prendesse
le misure necessarie per facilitare la propria fine. Ma la
sollecitudine dei miei amici equivale a una sorveglianza
assidua: ogni malato un prigioniero. Non mi sento pi la forza
che mi ci vorrebbe per immergere la daga nel punto esatto,
segnato un giorno con inchiostro rosso all'altezza del cuore;
non farei che aggiungere al male presente un intrico ripugnante
di bende, di spugne sanguinolente, di chirurghi che discutono ai
piedi del mio letto. Per preparare il suicidio avrei dovuto
adottare le precauzioni d'un assassino che predispone il colpo.

Sulle prime pensai al mio capocaccia, Mastore, il magnifico
bruto sarmata, che da anni mi segue con una devozione da cane
lupo, e che a volte ha l'incarico di vegliare alla mia porta, di
notte. Profittai d'un momento di solitudine per chiamarlo e
spiegargli quel che volevo da lui: sulle prime, non comprese.
Poi, pian piano cap: e il terrore contrasse il suo ceffo. Mi
crede immortale; vede i medici entrare mattina e sera nella mia
camera; mi ode gemere per le punture senza che la sua fede ne
sia scossa; stato, per lui, come se il padrone degli di, per
tentarlo, scendesse dall'Olimpo per pretendere da lui il colpo
di grazia. Mi strapp dalle mani la spada, della quale m'ero
impadronito, e fugg via urlando. Lo ritrovarono in fondo al
parco, a smaniare sotto le stelle nel suo dialetto barbaro.
Calmarono come poterono quella belva atterrita; nessuno mi disse
di quell'incidente. Ma, l'indomani, m'accorsi che Celere aveva
sostituito, sul tavolo da lavoro accanto al mio letto un calamo
di metallo con uno di vimini.

Cercai un alleato migliore. Avevo la fiducia pi completa in
Giolla, il giovane medico d'Alessandria che Ermogene s'era
scelto come sostituto durante la sua assenza, l'estate scorsa.
Conversavamo insieme; mi piaceva abbozzare con lui qualche
ipotesi sulla natura e l'origine delle cose; amavo quello
spirito ardito e sognante, la fiamma cupa di quegli occhi
cerchiati. Sapevo che nel palazzo d'Alessandria aveva ritrovato
la formula dei veleni straordinariamente sottili scoperti un
giorno dal chimico di Cleopatra. L'esame dei candidati alla
cattedra di medicina che ho istituita all'Odeon mi serv di
scusa per allontanare Ermogene per poche ore, offrendomi cos
l'occasione d'un colloquio segreto con Giolla. Gli bast un
cenno per comprendermi; mi compiangeva; non poteva che darmi
ragione. Ma il suo giuramento ippocratico gl'interdiceva di
somministrare a un malato una droga nociva, sotto qualsiasi
pretesto; rifiut, irrigidendosi nel suo onore di medico.
Insistetti; divenni perentorio; impiegai tutti i mezzi per
tentare d'impietosirlo o corromperlo; sar lui l'ultimo uomo che
ho supplicato. Vinto, mi promise infine di andare a prendere la
dose del veleno. L'attesi invano fino alla sera. Sul tardi,
nella notte, seppi con orrore che l'avevano trovato morto nel
laboratorio, una fiala di vetro tra le mani. Quel cuore schivo
da compromessi aveva trovato questo mezzo per restare fedele al
suo giuramento senza rifiutarmi nulla.

L'indomani, Antonino mi si fece annunciare: quell'amico sincero
tratteneva a stento le lacrime. L'idea che un uomo che egli
s'era abituato ad amare e venerare come un padre soffrisse tanto
da cercar la morte gli era insopportabile. Gli pareva d'aver
mancato ai suoi obblighi di figlio. Mi prometteva di unire i
suoi sforzi a quelli delle persone che mi stavano intorno per
curarmi, per portare sollievo ai miei mali, rendermi la vita
amabile e dolce sino all'ultimo, fors'anche guarirmi. Contava su
di me perch continuassi a guidarlo e istruirlo il pi a lungo
possibile; si sentiva responsabile verso tutto l'impero del
resto dei miei giorni. So quel che valgono queste povere
dichiarazioni, queste ingenue promesse; vi trovo tuttavia un
sollievo, un conforto. Le semplici parole di Antonino mi hanno
convinto; prima di morire, riprendo possesso di me stesso. La
morte di Giolla, fedele al suo dovere di medico, mi esorta a
conformarmi sino all'ultimo alle convenienze del mio mestiere di
imperatore. "Patientia": ieri, ho visto Domizio Rogato, divenuto
procuratore delle monete, incaricato di presiedere a un nuovo
conio; gli ho dato questo motto, la mia ultima parola d'ordine.
La morte mi sembrava la pi personale delle mie decisioni, il
mio supremo rifugio d'uomo libero; m'ingannavo. La fede di
milioni di Mastori non dev'essere scossa; altri Giolla non
saranno messi alla prova. Ho compreso che il suicidio
apparirebbe una prova d'indifferenza, fors'anche
d'ingratitudine, alla piccola cerchia d'amici devoti che mi
circondano; non voglio lasciare al loro affetto questa immagine
del suppliziato che digrigna i denti, e non sa sopportare ancora
una tortura. Altre considerazioni mi si sono presentate,
lentamente, la notte che segu la morte di Giolla; l'esistenza
m'ha dato molto, o, perlomeno, io ho saputo ottenere molto da
lei; in questo momento, come ai tempi in cui ero felice, e per
ragioni completamente opposte, mi sembra che non abbia pi
niente da offrirmi; ma non sono certo di non aver pi nulla da
imparare da lei. Ascolter sino all'ultimo le sue istruzioni
segrete. Per tutta la vita, mi sono fidato della saggezza del
mio corpo; ho cercato di assaporare con criterio le sensazioni
che questo amico mi procurava; devo a me stesso d'apprezzarne
anche le ultime. Non respingo pi quest'agonia fatta per me,
questa fine lentamente elaborata dal fondo delle mie arterie,
forse ereditata da un antenato preparata poco a poco da ciascuno
dei miei atti nel corso della mia vita. L'ora dell'impazienza
passata; al punto in cui sono, la disperazione sarebbe di
cattivo gusto tanto quanto la speranza. Ho rinunciato a
precipitare la mia morte.





Resta ancora tutto da fare. Voglio che i possedimenti africani,
ereditati da mia suocera Matidia, diventino un modello
d'agricoltura intensiva; i contadini del villaggio di Boristene,
fondato, in Tracia, alla memoria d'un buon cavallo, hanno
diritto a soccorsi dopo un inverno assai duro; bisogna invece
rifiutare sussidi ai ricchi coltivatori della vallata del Nilo,
sempre pronti a profittare della sollecitudine dell'imperatore.
Giulio Vestino, prefetto agli studi, m'invia il suo rapporto
sull'apertura di scuole pubbliche di grammatica; ho appena
compiuto il rifacimento del codice commerciale di Palmira, dove
tutto previsto, dalla tariffa delle prostitute al pedaggio
delle carovane. In questo momento, si riunisce un congresso di
medici e di magistrati, incaricati di stabilire i limiti estremi
d'una gravidanza, ponendo termine cos a logomachie giudiziarie
interminabili. I casi di bigamia si moltiplicano nelle colonie
militari; faccio del mio meglio per persuadere i veterani a non
fare cattivo uso delle nuove leggi che consentono loro il
matrimonio e a non sposare che una donna per volta. Ad Atene, si
erige un Pantheon a imitazione di quello di Roma; compongo io
stesso l'iscrizione che verr collocata sulle sue mura; perch
servano da esempio e da impegni per l'avvenire, vi enumero i
servigi resi da me alle citt greche e ai popoli barbari; i
servigi resi a Roma s'intuiscono da s. Continua la lotta contro
la brutalit giudiziaria: ho dovuto muovere aspre rampogne al
governatore di Cilicia, che aveva l'ardire di far perire tra i
supplizi i ladri di bestiame della sua provincia, come se la
morte non bastasse da sola a punire un uomo e a sbarazzarsene.
Lo Stato e i municipi abusavano delle condanne ai lavori forzati
per procacciarsi mano d'opera a buon mercato; ho vietato questa
pratica per gli schiavi come per gli uomini liberi; ma bisogna
vigilare perch questo sistema esecrabile non riviva sotto altri
nomi. I sacrifici di bambini si perpetrano ancora in alcune zone
del territorio dell'antica Cartagine: bisogna saper vietare ai
sacerdoti di Baal la gioia di attizzare i loro roghi. In Asia
Minore, i diritti ereditari dei Seleucidi sono stati
ignobilmente lesi dai nostri tribunali civili, sempre mal
disposti verso le antiche dinastie; ho sanato questa lunga
ingiustizia. In Grecia, il processo di Erode Attico dura ancora.
La scatola dei dispacci di Flegone, i suoi raschini di pietra
pomice, i suoi bastoni di cera rossa mi saranno accanto fino
all'ultimo.

Come ai miei tempi migliori, mi credono dio; continuano a darmi
quest'attributo nello stesso momento in cui offrono al cielo i
sacrifici affinch l'Augusta Salute si ristabilisca. T'ho gi
detto per quali motivi questa credenza, cos benefica, non mi
appare insensata. Una vecchia cieca arrivata qui, a piedi
dalla Pannonia; aveva intrapreso questo viaggio immenso per
chiedermi di toccare con le dita le sue pupille spente; ha
ricuperato la vista sotto le mie mani, come il suo fervore
s'aspettava in anticipo; la sua fede nell'imperatore-dio spiega
questo miracolo. Altri prodigi si son verificati; ci son malati
che affermano d'avermi visto nei loro sogni, come i pellegrini
di Epidauro vedono in sogno Esculapio; pretendono d'essersi
destati guariti, o, quanto meno, sollevati. Non sorrido del
contrasto tra i miei poteri taumaturgici e il mio male; accetto
con gravit questi nuovi privilegi. Quella vecchia cieca che dal
fondo d'una provincia barbara s'incammina alla volta
dell'imperatore divenuta per me quel ch'era stato in altri
tempi lo schiavo di Tarragona: il simbolo delle popolazioni
dell'impero che ho governate e servite. La loro immensa fiducia
mi compensa di vent'anni di fatiche che in fondo non mi sono
dispiaciute. Recentemente, Flegone m'ha letto l'opera d'un ebreo
d'Alessandria che mi attribuisce anche lui poteri pi che umani;
ho accolto senza sarcasmi questa descrizione d'un principe dai
capelli grigi che stato visto andare e venire su tutte le
strade della terra, scendere fra i tesori delle miniere,
ridestare le forze generatrici del suolo, stabilire prosperit e
pace in ogni luogo; dell'iniziato che ha ripristinato i luoghi
santi di tutte le razze, dell'esperto d'arti magiche, del
veggente che ha collocato un fanciullo in cielo. Quell'ebreo nel
suo fervore mi avr compreso meglio che non tanti senatori e
proconsoli; questo avversario conciliato completa Arriano; mi
stupisce che, agli occhi di alcuni, a lungo andare io sia
divenuto quello che sempre ho sperato di essere, e che questo
risultato sia fatto di tanto poco. La vecchiaia, la morte
imminente ormai aggiungono la loro maest al mio prestigio; gli
uomini fanno largo religiosamente al mio passaggio; non mi
paragonano pi come un tempo al Giove calmo e radioso, bens al
Marte Gradivo, dio delle lunghe campagne militari e della
disciplina austera, al grave Numa ispirato dagli di; negli
ultimi tempi, questo volto pallido e disfatto, questi occhi
assorti, questo gran corpo irrigidito da uno sforzo di volont
ricorda loro Plutone, il dio delle ombre. Solo pochi intimi,
pochi amici cari e provati sfuggono al contagio terribile del
rispetto. Il giovane giurista Frontone, quel magistrato
d'avvenire che sar senza dubbio uno dei buoni servitori del tuo
regno, venuto a discutere con me un indirizzo da presentare al
Senato: gli tremava la voce; ho letto nei suoi occhi quella
stessa reverenza mista a un sacro timore. Le gioie pacate degli
affetti umani non sono pi per me: mi adorano tutti; mi venerano
troppo per volermi bene.

Mi toccata una sorte analoga a quella di certi giardinieri:
tutto quel che ho cercato di piantare nella immaginazione umana
vi ha preso radice. Il culto di Antinoo sembrava la pi folle
delle mie iniziative, lo straripare d'un dolore che non
riguardava che me. Ma la nostra epoca avida di di; preferisce
i pi ardenti, i pi tristi, quelli che mescolano al vino della
vita un miele amaro d'oltretomba. A Delfi, il giovinetto
divenuto l'Ermes guardiano della soglia, padrone dei passaggi
oscuri che conducono alle ombre. Eleusi, il luogo ove l'et e la
sua qualit di straniero gli avevano impedito un giorno d'essere
iniziato al mio fianco, ne fa il Bacco giovinetto dei Misteri,
principe delle regioni confinanti tra i sensi e l'anima.
L'Arcadia ancestrale lo associa a Pan e a Diana, divinit dei
boschi; i contadini di Tivoli l'assimilano al dolce Aristeo, re
delle api. In Asia, i devoti ritrovano in lui i loro teneri di
infranti dall'autunno o divorati dall'estate. Al margine dei
paesi barbari, il compagno delle mie cacce e dei miei viaggi ha
preso l'aspetto del cavaliere Trace, del misterioso viandante
che cavalca nelle boscaglie al chiaro di luna, e porta via le
anime nelle pieghe del suo mantello. Tutto ci poteva ancora
essere null'altro che un'escrescenza del culto ufficiale,
adulazione da parte dei popoli, servilismo di sacerdoti avidi di
sussidi. Ma la figura del giovinetto mi sfugge; essa cede alle
aspirazioni dei cuori semplici: mediante una di quelle
reintegrazioni inerenti alla natura delle cose, l'efebo
malinconico e soave divenuto, per la piet popolare, il
sostegno dei deboli e dei miseri, il consolatore dei fanciulli
morti. Il volto inciso sulle monete di Bitinia, il profilo del
giovinetto quindicenne, dai riccioli al vento, dal sorriso
ingenuo e stupefatto che ha conservato per cos poco tempo,
pende a guisa d'amuleto al collo dei neonati; in qualche
cimitero di campagna, lo s'inchioda sulle piccole tombe. Un
tempo, quando pensavo alla mia fine, come un pilota, noncurante
di s, trema per per i passeggeri e il carico della nave, mi
dicevo amaramente che quel ricordo sarebbe affondato con me; mi
sembrava cos che quel giovane essere imbalsamato con tanta cura
nel fondo della mia memoria dovesse perire una seconda volta.
Questo timore, pur tanto giusto, s' in parte placato: ho
compensato come ho potuto quella morte precoce; per qualche
secolo almeno sussister un'immagine, un riflesso, un'eco
fievole di lui. Non si pu far molto di pi, in materia
d'immortalit.

Ho rivisto Fido Aquila, governatore di Antinopoli, in viaggio
per la sua nuova sede di Sarmizegetusa. M'ha descritto i riti
annuali celebrati in riva al Nilo in onore del dio morto, i
pellegrini convenuti a migliaia dalle regioni del Nord e del
Sud, le offerte di birra e di grano, le preci; allo scadere di
ogni triennio, ad Antinopoli si svolgono giochi anniversari,
cos come ad Alessandria, a Mantinea e nella mia diletta Atene.
Tali feste triennali si rinnoveranno l'autunno prossimo, ma non
conto di durare fino a questo nono ritorno del mese di Athyr. A
maggior ragione importante stabilire in anticipo ogni
particolare di queste solennit. L'oracolo del defunto agisce
nella stanza segreta del tempio che stato riedificato a mia
cura; giornalmente, i sacerdoti distribuiscono centinaia di
risposte gi pronte alle domande poste dalla speranza o
dall'angoscia umana. Mi stato rimproverato di averne composte
pi d'una anch'io. Non intendevo con questo mancar di rispetto
al mio dio, n di compassione per la moglie di quel soldato che
chiede se il marito torner vivo da un presidio in Palestina, o
per quell'infermo assetato di conforto, n per quel mercante le
cui navi beccheggiano sui flutti del Mar Rosso, n per quella
coppia che vorrebbe un figlio. Tutt'al pi, cos facendo, ho
prolungato le parti del logografo, le sciarade in versi alle
quali, talvolta, giocavamo insieme. E allo stesso modo, qualcuno
s' meravigliato che qui, alla Villa, intorno a questa cappella
di Canopo nella quale il suo culto si celebra alla maniera
egiziana, io abbia lasciato costruire i padiglioni di piacere di
quel quartiere d'Alessandria che porta questo nome, con gli
svaghi e le distrazioni che offro ai miei ospiti ed ai quali m'
accaduto di prender parte. Egli s'era avvezzato a queste cose; e
non ci si chiude per anni in un pensiero unico senza farvi
rientrare, a poco a poco, tutte le abitudini d'una esistenza.

Ho fatto tutto quello che raccomandano: ho atteso. A volte, ho
pregato. "Audivi voces divinas"... La sciocca Giulia Balbilla
credeva d'udire, all'alba, la voce misteriosa di Memnone: io ho
ascoltato i fruscii della notte. Ho eseguito le unzioni di miele
e di olio di rose che attirano le ombre; ho disposto la coppa di
latte, la manciata di sale, la goccia di sangue, ci che
alimentava la loro esistenza, prima. Mi sono disteso sul
pavimento di marmo del piccolo santuario; attraverso le fessure
della parete, s'insinuava il chiarore degli astri, posava qua e
l scintillii inquietanti, pallidi fuochi. Ho ricordato gli
ordini sussurrati dai sacerdoti all'orecchio del morto,
l'itinerario inciso sulla tomba: 圃d egli riconoscer il suo
cammino... E i guardiani della soglia lo lasceranno passare... E
andr e verr intorno a coloro che l'amano per milioni di
giorni... A volte, a lunghi intervalli, ho creduto d'avvertire
il lieve tocco di qualcuno che s'avvicina, leggero come il
contatto delle Ciglia, tiepido come un palmo. 圃 l'ombra di
Patroclo appare al fianco di Achille... Non sapr mai se questo
calore, se questa dolcezza emanavano solo dal pi profondo
dell'essere mio, prove estreme d'un uomo in lotta contro la
solitudine e il freddo della notte. Ma la domanda, che si pone
anche in presenza dei nostri amori viventi, oggi non m'interessa
pi: poco m'importa se i fantasmi da me evocati vengano dai
limbi della mia memoria o da quelli d'un altro mondo. La mia
anima, se pure ne posseggo una, fatta della stessa sostanza
degli spettri; questo corpo dalle mani gonfie, dalle unghie
livide, questa triste carne gi per met in dissoluzione,
quest'otre di mali, di ambizioni e di sogni, non molto pi
solido n pi consistente d'un'ombra. Non mi distinguo dai morti
se non per la facolt di soffocare qualche momento ancora; in un
certo senso, la loro esistenza mi sembra pi certa della mia.
Antinoo e Plotina sono reali almeno quanto me.

La meditazione della morte non insegna a morire; non rende
l'esodo pi facile, ma non questo quel ch'io cerco. Piccola
figura imbronciata e volontaria, il tuo sacrificio non ha
arricchito la mia vita, ma la mia morte. Il suo approssimarsi
ristabilisce tra noi due una sorta d'intima complicit: i vivi
che mi circondano, i servi devoti, importuni a volte, non
sapranno mai sino a qual punto il mondo non c'interessa pi.
Penso con disgusto ai tetri simboli delle tombe egizie: l'arido
scarabeo, la rigida mummia, la rana dei parti eterni. A dar
retta ai sacerdoti, t'ho lasciato in quel luogo ove gli elementi
d'un essere si lacerano come un abito logoro che si strappa, in
quel sinistro crocevia tra ci che esiste eternamente, ci che
fu, e ci che sar. Pu darsi che in fin dei conti essi abbiano
ragione, che la morte sia fatta della stessa materia fluttuante
e informe della vita. Ma tutte le teorie sull'immortalit
m'ispirano diffidenza: il sistema delle retribuzioni e delle
pene lascia freddo un giudice consapevole della difficolt d'un
giudizio. D'altra parte, mi accade altres di trovar troppo
banale la soluzione opposta, il puro nulla, il vuoto ove risuona
la risata d'Epicuro. Osservo la mia fine: questa serie di
esperimenti compiuti su me stesso prosegue il lungo studio
iniziato nella clinica di Satiro. Fino a ora, sono mutamenti
esteriori, quanto quelli che il tempo e le intemperie fanno
subire a un monumento di cui non alterano n la materia, n la
plastica: a volte, attraverso le crepe, mi sembra di scorgere e
toccare le fondamenta indistruttibili, il tufo eterno. Sono quel
che ero: muoio senza mutarmi. A prima vista, l'adusto fanciullo
dei giardini di Spagna, l'ufficiale ambizioso che rientra nella
tenda scrollandosi dalle spalle i fiocchi di neve, sembrano
tanto cancellati quanto lo sar io dopo che sar passato
attraverso il rogo; ma essi son qui; io ne sono inseparabile.
L'uomo che ha urlato sul petto d'un morto continua a gemere in
un angolo di me stesso, a onta della calma pi e meno che umana
alla quale partecipo gi; il viaggiatore racchiuso nel corpo del
malato ormai sedentario per sempre s'interessa alla morte perch
essa rappresenta una partenza. Quella forza ch'io fui sembra
capace ancora di animare parecchie altre vite, di sollevare dei
mondi. Se, per miracolo, qualche secolo venisse aggiunto ai
pochi giorni che mi restano, rifarei le stesse cose, persino gli
stessi errori, frequenterei gli stessi Olimpi e i medesimi
Inferi. Una constatazione simile un argomento eccellente in
favore dell'utilit della morte, ma nello stesso tempo m'ispira
dubbi sulla totale efficacia di essa.

In certi periodi della mia vita, ho preso nota dei sogni; ne
discutevo il significato con i sacerdoti, i filosofi, gli
astrologhi. La facolt di sognare, attenuata da anni ormai, mi
stata ridata in questi mesi d'agonia; gl'incidenti dello stato
di veglia ci appaiono meno reali, a volte meno importanti dei
sogni. Se questo mondo larvale e spettrale, dove si miete
l'informe e l'assurdo ancor pi largamente che sulla terra, ci
offre un'idea delle condizioni dell'anima separata dal corpo,
senza dubbio trascorrer l'eternit a rimpiangere il controllo
squisito dei sensi e l'adattamento prospettico della ragione
umana. E, tuttavia, non privo di dolcezza questo immergersi
nelle regioni vaghe dei sogni; ivi, possiedo per un istante
segreti che subito mi sfuggono; mi disseto a sorgenti. L'altro
giorno, mi trovavo nell'oasi di Ammone, la sera della caccia
alle belve. Ero felice: tutto si svolto come ai bei tempi
della mia forza; il leone ferito caduto, poi s' rialzato; mi
sono avventato per finirlo. Ma, questa volta, il mio cavallo,
impennatosi, m'ha gettato a terra; l'orribile massa sanguinante
mi precipitata addosso; le sue zanne m'hanno lacerato il
petto; sono tornato in me, nella mia camera di Tivoli, invocando
aiuto. Ancor pi di recente, ho rivisto mio padre, eppure ci
penso ben poco; giaceva nel suo letto di malato, in una stanza
della nostra casa d'Italica, che ho lasciata subito dopo la sua
morte. Aveva sul tavolo una fiala piena d'una pozione sedativa,
e l'ho supplicato di darmela. Mi sono destato senza che avesse
avuto il tempo di rispondermi. Mi fa meraviglia che la maggior
parte degli uomini abbia tanta paura degli spettri, mentre si
acconsente cos facilmente a parlare con i morti, in sogno.

Anche i presagi si moltiplicano: ormai, tutto sembra un
intimazione, un segno. Ho lasciato cadere e infrangersi una
preziosa pietra, incastonata in un anello, sulla quale un
artigiano greco aveva inciso il mio profilo. Gli auguri
scrollano gravemente il capo; io rimpiango semplicemente quel
capolavoro. Mi capita di parlare di me stesso al passato: in
Senato, discutendo avvenimenti posteriori alla morte di Lucio,
mi si inceppata la lingua e varie volte mi son trovato a
parlare di quelle circostanze come se avessero avuto luogo dopo
la mia morte. Pochi mesi fa, il giorno del mio anniversario,
mentre mi portavano in lettiga su per le scale del Campidoglio,
mi son trovato faccia a faccia con un uomo in gramaglie che
piangeva: ho visto il mio vecchio Cabria cambiar colore. In
quell'epoca, uscivo ancora; continuavo a esercitare le mie
funzioni di Pontefice Massimo, di Fratello Arvale, a celebrare
io stesso quei riti antichi della religione romana che finisco
per preferire alla maggior parte dei culti stranieri. In piedi
davanti all'altare, m'apprestavo ad accendere la fiamma; offrivo
agli di un sacrificio per Antonino. Improvvisamente, il lembo
della toga che mi copriva la fronte scivol e mi ricadde sulla
spalla, lasciandomi a testa scoperta; passavo cos dal rango di
sacrificatore a quello di vittima. E, a dire il vero, proprio
la mia volta.

La mia pazienza d i suoi frutti: soffro meno; la vita torna a
sembrarmi quasi dolce. Non mi bisticcio pi con i medici; i loro
sciocchi rimedi m'hanno ucciso; ma la loro presunzione, la loro
pedanteria ipocrita opera nostra; mentirebbero meno se noi non
avessimo paura di soffrire. Mi mancano le forze per gli attacchi
di furore d'altri tempi: so bene, da fonte certa, che Platorio
Nepote, che mi stato molto caro, ha abusato della mia fiducia;
ma non ho tentato di sbugiardarlo; non l'ho punito. L'avvenire
del mondo non mi angustia pi; non m'affatico pi per calcolare
angosciosamente la durata, pi o meno lunga, della pace romana;
m'affido agli di. Non gi ch'io abbia acquisito una maggior
fiducia nella loro giustizia, che non la nostra, o una maggior
fede nella saggezza umana; vero il contrario. La vita
atroce; lo sappiamo. Ma proprio perch aspetto tanto poco dalla
condizione umana, i periodi di felicit, i progressi parziali,
gli sforzi di ripresa e di continuit mi sembrano altrettanti
prodigi che compensano quasi la massa immensa dei mali, degli
insuccessi, dell'incuria e dell'errore. Sopravverranno le
catastrofi e le rovine; trionfer il caos, ma di tanto in tanto
verr anche l'ordine. La pace s'instaurer di nuovo tra le
guerre; le parole umanit, libert, giustizia ritroveranno qua e
l il senso che noi abbiamo tentato d'infondervi. Non tutti i
nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue
infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri
frontoni, dalle nostre cupole; vi saranno uomini che penseranno,
lavoreranno e sentiranno come noi: oso contare su questi
continuatori che seguiranno, a intervalli irregolari, lungo i
secoli, su questa immortalit intermittente. Se i barbari
s'impadroniranno mai dell'impero del mondo saranno costretti ad
adottare molti dei nostri metodi; e finiranno per
rassomigliarci. Cabria si preoccupa di vedere un giorno il
pastoforo di Mitra o il vescovo di Cristo prendere dimora a Roma
e rimpiazzarvi il Pontefice Massimo. Se per disgrazia questo
giorno venisse, il mio successore lungo i crinali vaticani avr
cessato d'essere il capo d'una cerchia d'affiliati o d'una banda
di settari per divenire a sua volta una delle espressioni
universali dell'autorit. Erediter i nostri palazzi, i nostri
archivi; differir da noi meno di quel che si potrebbe credere.
Accetto con calma le vicissitudini di Roma eterna.

Le medicine non mi soccorrono pi; aumenta l'enfiagione delle
mie gambe; e sonnecchio seduto pi che disteso. Uno dei vantaggi
della morte sar d'esser disteso ancora, in un letto. Ormai,
tocca a me consolare Antonino. Gli ricordo che da tempo, ormai,
la morte mi appare la soluzione pi elegante dei miei problemi;
come sempre, i miei voti finiscono per realizzarsi, ma in modo
pi lento, pi indiretto di quel che potessi mai credere. Mi
rallegro che il male m'abbia lasciato la lucidit sino
all'ultimo; di non aver dovuto subire la prova dell'estrema
vecchiezza, di non esser destinato a conoscere
quell'indurimento, quella rigidit, quell'inerzia, quella atroce
assenza di desideri. Se i miei calcoli son giusti, mia madre
morta pressappoco all'et alla quale io son giunto; la mia vita
gi stata d'una met pi lunga di quella di mio padre, morto a
quarant'anni. Tutto pronto: l'aquila incaricata di recare agli
di l'anima dell'imperatore tenuta in riserva per la cerimonia
funebre; il mio mausoleo, sulla sommit del quale vengono
piantati in questo momento i cipressi destinati a formare contro
il cielo una piramide nera, sar terminato pressappoco in tempo
per deporvi le mie ceneri ancor tiepide. Ho pregato Antonino che
in seguito vi faccia trasportare Sabina; ho trascurato di farle
decretare onori divini alla sua morte, e in fin dei conti le son
dovuti; non male riparare a questa negligenza. E vorrei che i
resti di Elio Cesare fossero collocati al mio fianco.

M'hanno portato a Baia; con questo caldo di luglio, il tragitto
stato penoso, ma in riva al mare respiro meglio. L'onda manda
sulla riva il suo mormorio, fruscio di seta e carezza; godo
ancora le lunghe sere rosate. Ma ormai non reggo pi queste
tavolette che per occupare le mie mani, che si muovono, mio
malgrado. Ho mandato a chiamare Antonino; un corriere lanciato a
tutta corsa partito per Roma. Rimbombano gli zoccoli di
Boristene, galoppa il Cavaliere Trace... Il piccolo gruppo
degl'intimi si stringe al mio capezzale. Cabria mi fa pena. Le
lacrime mal si addicono alle rughe dei vecchi. Il bel volto di
Celere , come sempre, singolarmente calmo; intento a curarmi
senza lasciare trapelar nulla che potrebbe contribuire all'ansia
o alla stanchezza d'un malato. Ma Diotimo singhiozza, la testa
affondata nei guanciali. Ho assicurato il suo avvenire; non ama
l'Italia; potr realizzare il suo sogno di far ritorno a Gadara
e aprirvi con un amico una scuola d'eloquenza; con la mia morte,
non ha nulla da perdere. E, tuttavia, l'esile spalla si agita
convulsamente sotto le pieghe della tunica; sento sotto le dita
queste lacrime deliziose. Fino all'ultimo istante, Adriano sar
stato amato d'amore umano.

Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora
t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove
non avrai pi gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo
insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo
mai pi... Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti...







AL DIVINO ADRIANO AUGUSTO



FIGLIO DI TRAIANO VINCITORE DEI PARTI

NIPOTE DI NERVA

PONTEFICE MASSIMO

RIVESTITO PER LA VENTIDUESIMA VOLTA

DELLA POTESTA' TRIBUNICIA

TRE VOLTE CONSOLE DUE VOLTE TRIONFATORE

PADRE DELLA PATRIA

E ALLA SUA DIVINA CONSORTE

SABINA

ANTONINO LORO FIGLIO



A LUCIO ELIO CESARE

FIGLIO DEL DIVINO ADRIANO

DUE VOLTE CONSOLE.













TACCUINI DI APPUNTI.



Questo libro stato concepito, poi scritto, tutto o in parte,
sotto diverse forme, tra il 1924 e il 1929, tra i miei venti e
venticinque anni. Quei manoscritti sono stati tutti distrutti.
Meritavano di esserlo.



Ritrovata in un volume della corrispondenza di Flaubert, molto
letto, molto sottolineato verso il 1927, la frase
indimenticabile: 娘uando gli di non c'erano pi e Cristo non
ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c' stato un momento unico
in cui esistito l'uomo, solo. Avrei trascorso una gran parte
della mia vita a cercar di definire, e poi descrivere,
quest'uomo solo e, d'altro canto, legato a tutto.



Ripresi i lavori nel 1934. Lunghe indagini. Scritte una
quindicina di pagine, ritenute definitive. Progetto ripreso e
abbandonato pi volte tra il 1934 e il 1937.



Per molto tempo, immaginai il lavoro sotto forma d'una serie di
dialoghi, nei quali si sarebbero fatte sentire tutte le voci
dell'epoca. Ma, checch facessi, il particolare prevaleva
sull'insieme, le parti compromettevano l'equilibrio del tutto.
Sotto tutte quelle grida, la voce di Adriano si perdeva. Non
riuscivo a dar vita a quel mondo come l'aveva visto e compreso
un uomo.



La sola frase rimasta della stesura del 1934: 埋ncomincio a
scorgere il profilo della mia morte. Come un pittore si colloca
davanti a un orizzonte e sposta senza posa il cavalletto a
destra, poi a sinistra, avevo finalmente trovato il punto di
vista del libro.



Prendere un'esistenza nota, compiuta, definita - per quanto
possano mai esserlo - dalla Storia, in modo da abbracciarne con
un solo sguardo l'intera traiettoria; anzi, meglio, cogliere il
momento in cui l'uomo che ha vissuto questa esistenza la pesa,
la esamina, e, per un istante, in grado di giudicarla; fare in
modo che egli si trovi di fronte alla propria vita nella stessa
posizione di noi.



Mattinate a Villa Adriana; sere innumerevoli trascorse nei
piccoli caff attorno all'Olympieion; andirivieni incessante su
i mari della Grecia; strade dell'Asia Minore. Per riuscire a
utilizzare questi ricordi, che sono miei, essi hanno dovuto
allontanarsi da me quanto il Secondo secolo.



Esperimenti con il tempo: 18 giorni, 18 mesi, 18 anni, 18
secoli. Sopravvivenza immota delle statue che, come la testa
dell'Antinoo Mondragone al Louvre, vivono ancora all'interno di
quel tempo che non pi. Lo stesso problema considerato in
termini di generazioni umane: due dozzine di mani scheletriche,
pi o meno venticinque vegliardi basterebbero a stabilire un
contatto ininterrotto tra Adriano e noi.



Nel 1937, durante un primo soggiorno negli Stati Uniti, feci
qualche lettura per questo libro nella Biblioteca
dell'Universit di Yale. Scrissi la visita al medico e il passo
su la rinuncia agli esercizi fisici: frammenti che sussistono,
rimaneggiati, nell'edizione attuale.



Comunque, ero troppo giovane. Ci sono libri che non si
dovrebbero osare se non dopo i quarant'anni. Prima di questa
et, si rischia di sottovalutare l'esistenza delle grandi
frontiere naturali che separano, da persona a persona, da secolo
a secolo, l'infinita variet degli esseri o, al contrario, di
attribuire un'importanza eccessiva alle semplici divisioni
amministrative, agli uffici di dogana, alle garritte delle
sentinelle in armi. Mi ci sono voluti questi anni per calcolare
esattamente la distanza tra l'imperatore e me.



Sospendo il lavoro di questo libro, tranne qualche giorno a
Parigi, tra il 1937 e il 1939.



Il ricordo di T. E. Lawrence ricalca in Asia Minore quello di
Adriano; ma lo sfondo di Adriano non il deserto. Sono le
colline di Atene. Pi ci pensavo e pi la vicenda d'un uomo che
rifiuta (e, per prima cosa, si rifiuta) m'invogliava a
presentare attraverso Adriano il punto di vista dell'uomo che
non rinuncia o che rinuncia qui per accettare altrove. Va da s,
del resto, che in questo caso ascetismo e edonismo su molti
punti sono interscambiabili.



Nel 1939, il manoscritto fu lasciato in Europa con la maggior
parte degli appunti. Portai con me tuttavia negli Stati Uniti i
riassunti fatti anni prima a Yale, una carta dell'impero romano
alla morte di Traiano che mi portavo appresso da anni e il
profilo dell'Antinoo del Museo Archeologico di Firenze, che
avevo comprato l nel 1926: un profilo giovane, serio, dolce.



Abbandonato il progetto dal 1939 al 1948; Ci pensavo a volte, ma
con scoraggiamento, quasi con indifferenza, come
all'impossibile; e provavo un poco di vergogna, per aver potuto
tentare un'impresa simile.



Affondo nella disperazione dello scrittore che non scrive.



Nei momenti peggiori di scoraggiamento e di atonia, andavo a
rivedere nel bel Museo di Hartford nel Connecticut una tela
romana del Canaletto, il Pantheon bruno e dorato contro il cielo
azzurro d'un tardo meriggio d'estate. Tornavo a casa ogni volta
rasserenata, riscaldata.



Nel 1941, scoprii per caso in un negozio di colori a New York
quattro stampe del Piranesi che G. ed io comprammo. Una di esse,
una veduta di Villa Adriana che non conoscevo, rappresenta la
cappella del Canopo dove nel Diciassettesimo secolo furono
estratti l'Antinoo in stile egizio e le statue delle
sacerdotesse in basalto che si vedono oggi al Vaticano: una
struttura circolare, esplosa come un cranio; ne pendono
disordinatamente rovi simili a ciocche di capelli. Il genio
quasi medianico di Piranesi vi ha fiutato l'allucinazione, i
lunghi percorsi che la memoria ripercorre, l'architettura
tragica del mondo interiore. Per anni ed anni ho guardato quella
immagine quasi ogni giorno, senza dedicare un pensiero all'opera
iniziata in altri tempi. Credevo di aver rinunciato ad essa.
Tali sono i curiosi meandri di quello che chiamano oblio.



Nella primavera del '47, riordinando delle carte, bruciai gli
appunti presi a Yale. Ormai, sembravano definitivamente inutili.



Eppure, il nome di Adriano figura in un saggio sul mito della
Grecia che scrissi nel 1943 e Caillois pubblic in 夏es Lettres
Franaises di Buenos Ayres. Nel 1945, la immagine di Antinoo
annegato, quasi fosse trasportata su questa corrente di oblio,
risale in superficie, in un saggio ancora inedito "Cantico
dell'Anima Libera", che scrissi alla vigilia d'una grave
malattia.



Ripetersi senza tregua che tutto quello che racconto qui
falsato da quello che non racconto; queste note non circondano
che una lacuna. Non vi si parla di ci che facevo in quegli anni
difficili, dei pensieri, i lavori, le angosce, le gioie, n
dell'immensa ripercussione degli avvenimenti esteriori e della
perenne prova di s alla pietra di paragone dei fatti. Passo
altres sotto silenzio le esperienze della malattia e altre pi
segrete che queste portano con s; e la perpetua presenza o
ricerca dell'amore.

Non importa. Ci voleva forse quella soluzione di continuit,
quella frattura, quella notte dell'anima che tanti di noi hanno
provato, ciascuno a suo modo, in quegli anni, e spesso in modo
ben pi tragico e definitivo di me, per costringermi al
tentativo di colmare non solo la distanza che mi separava da
Adriano, ma soprattutto quella che mi separava da me stessa.



Utilit di ci che si fa per se stessi, senza alcun pensiero di
profitto; durante quegli anni di straniamento, avevo continuato
a leggere gli autori antichi: i volumi dell'edizione
Loeb-Heinemann, con le loro copertine rosse e verdi, erano
diventati una patria per me.

Uno dei modi migliori per far rivivere il pensiero d'un uomo:
ricostituire la sua biblioteca. Gi da anni, senza saperlo,
avevo lavorato a ripopolare gli scaffali di Tivoli. Non mi
restava pi che immaginare le mani gonfie d'un malato mentre
svolge i rotoli manoscritti.



Rifare dall'interno quello che gli archeologi del Diciannovesimo
secolo hanno rifatto dall'esterno.



Nel dicembre del 1948, ricevetti dalla Svizzera - dove l'avevo
depositata durante la guerra - una valigia piena di carte di
famiglia e lettere di dieci anni prima.

Sedetti accanto al fuoco per venire a capo di quella sorte di
orribile inventario post mortem. Trascorsi cos tutta sola
parecchie sere. Aprivo pacchi di lettere prima di distruggerle,
scorrevo quel mucchio di corrispondenza con persone dimenticate
e che mi avevano dimenticato; alcuni vivevano ancora, altri
erano morti. Alcuni di quei fogli portavano la data della
generazione precedente la mia; persino i nomi non mi dicevano
pi nulla.

Gettavo macchinalmente nel fuoco quello scambio di pensieri
morti con delle Marie, dei Franceschi, dei Paoli scomparsi.

Aprii quattro o cinque fogli dattiloscritti; la carta era
ingiallita. Lessi l'intestazione: 套io caro Marco... Di quale
amico, di quale amante, di quale lontano parente si trattava?
Non ricordavo quel nome.

Mi ci volle qualche momento perch mi tornasse alla mente che
Marco stava per Marco Aurelio e che avevo sotto gli occhi un
frammento del manoscritto perduto.

Da quel momento, per me non si tratt che di scrivere questo
libro, a qualunque costo.



Quella notte, riaprii due volumi, tra quelli che mi erano stati
resi anch'essi; frammenti di una biblioteca dispersa: Dione
Cassio nella bella stampa di Henri Estienne e un volume d'una
edizione comune della "Historia Augusta"; le due fonti
principali della vita di Adriano.

Li avevo comprati nel periodo in cui mi proponevo di scrivere
questo libro.

Tutto quello che il mondo ed io avevamo attraversato
nell'intervallo arricchiva quelle cronache d'un'epoca lontana,
proiettava su quell'esistenza imperiale altre luci, altre ombre;
allora, avevo pensato soprattutto al letterato, al viaggiatore,
al poeta, all'amante. Nessuno di questi tratti si cancellava. Ma
per la prima volta scorgevo delinearsi con estrema limpidezza,
tra tutte quelle figure, la pi ufficiale, che era, al tempo
stesso, la pi segreta, quella dell'imperatore.

L'esser vissuta in un mondo in disfacimento mi aveva fatto
capire l'importanza del Princeps.



Mi sono divertita a fare e rifare questo ritratto d'un uomo
quasi saggio.



Solo un'altra figura storica mi ha tentato con insistenza quasi
eguale: Omar Khayyam, poeta astronomo; ma la vita di Khayyam
quella del contemplatore e dello spregiatore puro; il mondo
dell'azione gli troppo estraneo. E d'altro canto non ho mai
visitato la Persia e non conosco la lingua.



Impossibile anche prendere per figura centrale un personaggio
femminile; porre, ad esempio, come asse del racconto, anzich
Adriano, Plotina. La vita delle donne troppo limitata o troppo
segreta. Se una donna parla di s, il primo rimprovero che le si
far di non esser pi una donna. E' gi abbastanza difficile
far proferire qualche verit a un uomo.



Partii per Taos, nel Nuovo Messico. Portavo con me le pagine
bianche su le quali ricominciare il libro, come un nuotatore che
si getta nell'acqua senza sapere se raggiunger la riva opposta.

Lavorai a notte tarda tra New York e Chicago, chiusa nella
cabina del vagone letto come in un ipogeo. Poi, per tutto il
giorno seguente, nel ristorante d'una stazione di Chicago, dove
aspettavo un treno bloccato da una bufera di neve; e poi ancora,
fino all'alba, sola nella vettura dell'Espresso di Santa F:
tutt'attorno, i dossi neri delle montagne del Colorado e
l'eterno disegno degli astri.

I brani su l'alimentazione, l'amore, il sonno e la conoscenza
dell'uomo li buttai gi cos, di getto. Non ho ricordo d'una
giornata pi fervida, di notti pi lucide.



Passo pi rapidamente possibile su tre anni di ricerche, che
interessano solo gli specialisti, e su l'elaborazione d'un
metodo di delirio che pu interessare soltanto i folli. E poi,
questa ultima parola sa troppo di romanticismo; parliamo
piuttosto d'una partecipazione costante, la pi chiaroveggente
possibile, a ci che fu.



Un piede nell'erudizione, l'altro nella magia; o pi
esattamente, e senza metafora, in quella "magia simpatica" che
consiste nel trasferirsi con il pensiero nell'interiorit d'un
altro.



Ritratto di una voce. Se ho voluto scrivere queste memorie di
Adriano in prima persona per fare a meno il pi possibile di
qualsiasi intermediario, compresa me stessa. Adriano era in
grado di parlare della sua vita in modo pi fermo, pi sottile
di come avrei saputo farlo io.



Chi colloca il romanzo storico in una categoria a parte
dimentica che il romanziere si limita a interpretare, valendosi
di procedimenti del suo tempo, un certo numero di fatti passati,
di ricordi, coscienti o no, personali o no che sono tessuti
della stessa materia della storia. "Guerra e pace", tutta
l'opera di Proust, che cosa sono se non la ricostruzione d'un
passato perduto? Il romanzo storico dell'800 sconfina nel
melodramma e nel racconto di cappa e spada, vero; ma non pi
che la sublime "Duchesse de Langeais" e la straordinaria "Fille
aux yeux d'or". Nel ricostruire minuziosamente il palazzo di
Amilcare, Flaubert si serve di centinaia di particolari minimi e
con lo stesso metodo procede per Yonville. Ai tempi nostri, il
romanzo storico, o quello che per comodit si vuol chiamare
cos, non pu essere che immerso in un tempo ritrovato: la presa
di possesso d'un mondo interiore.



Il tempo non c'entra per nulla. Mi ha sempre sorpreso che i miei
contemporanei, convinti d'aver conquistato e trasformato lo
spazio, ignorino che si pu restringere a proprio piacimento la
distanza dei secoli.



Tutto ci sfugge. Tutti. Anche noi stessi. La vita di mio padre
la conosco meno di quella di Adriano. La mia stessa esistenza,
se dovessi raccontarla per iscritto, la ricostruirei
dall'esterno, a fatica, come se fosse quella d'un altro. Dovrei
andar in cerca di lettere, di ricordi d'altre persone, per
fermare le mie vaghe memorie. Sono sempre mura crollate, zone
d'ombra.

Fare in modo che le lacune dei nostri testi, per quel che
concerne la vita di Adriano, coincidano con quelle che potevano
essere le sue stesse dimenticanze.

Il che non significa affatto, come si dice troppo spesso, che la
verit storica sia sempre e totalmente inafferrabile; accade
della verit storica n pi n meno come di tutte le altre: ci
si sbaglia, PIU' O MENO.



Le regole del gioco: imparare tutto, leggere tutto, informarsi
di tutto e, al tempo stesso, applicare al proprio fine gli
esercizi di Ignazio di Loyola o il metodo dell'asceta ind, che
si estenua anni ed anni per metter a fuoco con maggior
precisione l'immagine che ha creato sotto le palpebre chiuse.

Attraverso migliaia di schede, perseguire l'attualit dei fatti,
cercar di rendere a quei volti marmorei la loro mobilit,
l'agilit della cosa viva. Quando due testi, due affermazioni,
due idee si contrappongono, divertirsi a conciliarle anzich
annullarle una attraverso l'altra; ravvisare in esse due
aspetti, due stadi successivi dello stesso fatto, una realt
convincente appunto perch complessa, umana perch multipla.

Sforzarsi di leggere un testo del Secondo secolo con occhi,
anima, sensi del Secondo secolo; immergerlo in quell'acqua madre
che sono i fatti contemporanei; eliminare finch possibile
tutte le idee, i sentimenti che si sono accumulati, strato su
strato, tra quegli esseri e noi; e, al tempo stesso, servirsi
con prudenza, o soltanto a titolo di studi preparatori, della
possibilit di accostare e ritagliare prospettive nuove,
elaborate poco a poco attraverso tanti secoli e tanti
avvenimenti che ci separano da quel testo, da quell'avvenimento,
da quel personaggio. Utilizzarli, in certo modo, come
altrettante tappe su la via del ritorno verso un punto
particolare del tempo; imporsi d'ignorare le ombre che vi si
sono proiettate successivamente, non permettere che la superfice
dello specchio sia appannata dal vapore d'un alito, prendere
come punto di contatto con quegli uomini soltanto ci che c' di
pi duraturo, di pi essenziale in noi, sia nelle emozioni dei
sensi sia nelle operazioni dello spirito: anche loro, come noi,
sgranocchiarono olive, bevvero vino, si impiastricciarono le
dita di miele, lottarono contro il vento pungente, contro la
pioggia accecante, l'estate cercarono l'ombra di un platano,
gioirono, pensarono, invecchiarono, morirono.



Ho sottoposto pi volte a dei medici per una diagnosi i brani
brevi delle cronache riguardanti la malattia di Adriano: in fin
dei conti, non divergono molto dalle descrizioni cliniche della
morte di Balzac.



Per capire di pi, ho utilizzato un mal di cuore incipiente.



Chi Ecuba per lui? si chiede Amleto davanti al guitto che
piange su Ecuba. Ed ecco, Amleto costretto a riconoscere che
quel commediante che versa lacrime vere riuscito a stabilire
con quella donna morta da tre millenni un contatto pi profondo
del suo con il padre, sepolto il giorno avanti; egli non soffre
abbastanza della sua morte da esser capace di vendicarlo senza
indugio.



La sostanza, la struttura dell'essere umano non muta: non c'
cosa pi stabile che la curva di una caviglia, il posto d'un
tendine, la forma di un alluce. Ma ci sono epoche in cui la
calzatura deforma meno: nel secolo di cui parlo siamo ancora
molto vicini alla libera verit del piede nudo.



Quando ho fatto formulare da Adriano le sue previsioni sul
futuro, mi sono tenuta nel campo del plausibile; a patto,
tuttavia, che quei pronostici restassero vaghi. Chi analizza le
cose umane senza parzialit in genere non si sbaglia di molto
sull'andamento futuro degli avvenimenti; ma commette errori su
errori se si tratta di prevedere il modo come si svolgeranno i
particolari, le deviazioni: Napoleone a Sant'Elena annunciava
che un secolo dopo la sua morte l'Europa sarebbe stata o
rivoluzionaria o cosacca; poneva con molta esattezza i due
termini del problema, ma non poteva immaginare che si sarebbero
sovrapposti uno all'altro.

In genere, ci si rifiuta di scorgere sotto il presente i
lineamenti delle epoche future, per orgoglio, per ignoranza
volgare, per vilt. Gli spiriti liberi - i saggi del mondo
antico - pensavano in termini di fisica o di fisiologia, come
facciamo noi; prendevano in considerazione la possibilit della
scomparsa dell'uomo, la morte della terra. Plutarco, Marco
Aurelio non ignoravano affatto che gli di e le civilt passano,
muoiono; non siamo soli a guardare in faccia un avvenire
inesorabile.



La chiaroveggenza che ho attribuito ad Adriano non era d'altra
parte che una maniera di mettere in risalto l'elemento quasi
faustiano del personaggio, quale trapela, ad esempio, nei Canti
Sibillini, negli scritti di Elio Aristide e nel ritratto di
Adriano vecchio tracciato da Frontone. A torto o a ragione,
quando era vicino a morire gli furono attribuite doti pi che
umane.



Se quest'uomo non avesse conservato la pace nel mondo e
rinnovato l'economia dell'impero, le sue gioie, le sue sventure
mi interesserebbero meno.



Non ci si dedica mai abbastanza a quel gioco appassionante che
consiste nell'accostare i testi: il poema del Trofeo di Caccia
di Tespie, che Adriano consacr all'Amore e alla Venere Urania
峴ulle colline dell'Elicona, in riva alla sorgente di Narciso
dell'autunno 124; nella stessa epoca, l'imperatore pass da
Mantinea e Pausania ci informa che fece restaurare il sepolcro
di Epaminonda e vi fece incidere un suo poema.

L'iscrizione di Mantinea perduta; ma il gesto di Adriano forse
non acquista tutto il suo valore se non lo mettiamo a confronto
con un passo dei "Moralia" di Plutarco, il quale ci dice che
Epaminonda fu sepolto in quel luogo tra due giovinetti, uccisi
al suo fianco. Se si accetta la data (123-24) del soggiorno in
Asia perch sotto ogni punto di vista la pi plausibile, e
confermata dai reperti iconografici, per l'incontro
dell'imperatore con Antinoo, quei due poemi farebbero parte di
quello che si potrebbe chiamare 展l ciclo di Antinoo, ispirati
l'uno e l'altro da quella stessa Grecia amorosa ed eroica che
Arriano evoc pi tardi, dopo la morte del favorito, quando
paragon il giovinetto a Patroclo.



Di alcune figure, si vorrebbe sviluppare il ritratto: Plotina,
Sabina, Arriano, Svetonio. Ma Adriano non poteva vederli che di
scorcio; lo stesso Antinoo si pu vederlo solo per rifrazione,
attraverso i ricordi dell'Imperatore, vale a dire con una
minuzia appassionata; e qualche errore.



Del temperamento di Antinoo, tutto ci che si pu dire
iscritto nella pi piccola delle sue immagini. "Eager and
impassionated tenderness, sullen effeminacy": con il mirabile
candore dei poeti, Shelley dice l'essenziale in sei parole, l
dove critici d'arte e storici del Diciannovesimo secolo, per la
maggior parte, non hanno saputo far altro che effondersi in
declamazioni virtuose o idealizzare, perdendosi nel falso e nel
vago.



I ritratti di Antinoo: ce n' molti. Vanno dall'incomparabile al
mediocre. Ad onta delle variazioni dovute all'arte dello
scultore o all'et del modello, alla differenza tra i ritratti
presi dal vero e quelli eseguiti in onore del defunto, sono
tutti sconvolgenti per il realismo incredibile della figura,
sempre riconoscibile al primo sguardo e tuttavia interpretata in
tanti modi, per questo esempio unico nell'antichit, di
sopravvivenza, di moltiplicazione nella pietra d'un volto che
non era quello d'un uomo di stato o d'un filosofo, ma che fu,
semplicemente, amato.

Tra tutte queste immagini, le pi belle sono due, le meno
conosciute e le sole che rivelano il nome di uno scultore: una
il bassorilievo firmato da Antoniano di Afrodisia, che fu
trovato una cinquantina di anni fa in un terreno appartenente a
un istituto agronomico, 埋 Fondi Rustici, e attualmente si
trova nella sala del consiglio d'amministrazione. Dato che
nessuna guida di Roma ne segnala l'esistenza e la citt
stracolma di statue, i turisti la ignorano. L'opera di Antoniano
stata intagliata in un marmo italiano e dunque fu certamente
eseguita in Italia, senza alcun dubbio a Roma da questo artista.
Forse, si era stabilito nell'Urbe o Adriano l'aveva portato con
s da uno dei suoi viaggi.

La scultura d'una finezza estrema: i pampini di una vite
incorniciano di teneri arabeschi quel viso giovane,
malinconicamente chino; non si pu fare a meno di pensare alle
vendemmie d'una breve esistenza, all'atmosfera opulenta d'una
sera d'autunno.

L'opera reca le tracce degli anni trascorsi in una cantina
durante l'ultima guerra: il candore del marmo momentaneamente
scomparso sotto le macchie di terra; tre dita della mano
sinistra sono state spezzate. Cos soffrono gli di per la
follia degli uomini.



[Le righe qui sopra sono state pubblicate la prima volta sei
anni fa; nel frattempo, il bassorilievo di Antoniano stato
acquistato da un banchiere romano, Arturo Osio, un personaggio
singolare che avrebbe interessato Stendhal o Balzac. Osio
riversa su questo bell'oggetto la stessa sollecitudine che ha
per gli animali che tiene liberi in una propriet a due passi da
Roma, e per gli alberi che ha piantati a migliaia nella tenuta
di Orbetello. Una virt rara: 埂li Italiani detestano gli
alberi; lo diceva gi Stendhal nel 1828: che cosa direbbe oggi,
quando gli speculatori uccidono a furia di iniezioni d'acqua
calda i pini a ombrello troppo belli, troppo protetti dalle
norme urbanistiche, che li disturbano per edificare i loro
formicai? E anche un lusso raro: quanti pochi ricchi animano i
loro boschi, le loro praterie di animali in libert, non per il
piacere della caccia, ma per quello di ricostituire una specie
di mirabile Eden? l'amore delle statue antiche, questi grandi
oggetti pacati, durevoli e, al tempo stesso, fragili,
anch'esso ben raro presso i collezionisti, in questa epoca
agitata e senza futuro. Dietro il consiglio di esperti, il nuovo
possessore del bassorilievo di Antoniano l'ha sottoposto a una
pulitura delicata da parte d'una mano abile. Una frizione lenta
e leggera fatta con la punta delle dita ha liberato il marmo
dalla ruggine, dalle macchie di muffa ed ha reso alla pietra la
sua tenue lucentezza di alabastro e d'avorio].



Il secondo di questi capolavori l'illustre sardonica che porta
il nome di Gemma Marlborough, perch appartenne a quella
collezione oggi dispersa. Questa splendida pietra incisa
sembrava perduta o ritornata alla terra da pi di trent'anni;
una vendita pubblica a Londra l'ha riportata alla luce nel 1952;
il gusto illuminato d'un grande collezionista, Giorgio
Sangiorgi, l'ha riportata a Roma: devo alla sua benevolenza
d'aver visto e toccato questo pezzo unico; sull'orlo si legge
una firma incompleta; si ritiene, indubbiamente con ragione, che
sia quella di Antoniano di Afrodisia. L'artista ha racchiuso
quel profilo perfetto nello spazio limitato della sardonica con
tale maestria che questo frammento di pietra resta la
testimonianza di una grande arte perduta alla stessa stregua
d'una statua o d'un bassorilievo. Le proporzioni dell'opera
fanno dimenticare le dimensioni dell'oggetto; all'epoca
bizantina, il rovescio di questo capolavoro fu immerso in una
fusione d'oro purissimo. E' passato cos da un collezionista
ignoto a un altro fino a che segnalata la sua presenza a
Venezia, in una importante collezione del Diciassettesimo
secolo; il celebre antiquario Gavin Hamilton la acquist e la
port in Inghilterra, di dove oggi tornata nel suo punto di
partenza, che fu Roma. Di tutti gli oggetti ancora esistenti su
la faccia della terra, questo il solo di cui si possa
presumere con qualche fondamento che Adriano l'abbia tenuta
nelle sue mani.



Bisogna immergersi nei meandri d'un soggetto per scoprire le
cose pi semplici e l'interesse letterario pi generale.
Studiando il personaggio di Flegone, il segretario di Adriano,
scoprii che a questa figura dimenticata si deve la prima - e
una delle pi belle - storie di fantasmi, quella tenebrosa,
voluttuosa "Fidanzata di Corinto" che ispir Goethe e Anatole
France in "Noces Corinthiennes". Con lo stesso impegno e con la
stessa curiosit disordinata per tutto ci che eccede i limiti
dell'umano, Flegone scriveva assurde favole di mostri a due
teste e di ermafroditi che partoriscono. La conversazione alla
mensa imperiale, almeno in certi giorni, si aggirava su questi
argomenti.



Coloro che avrebbero preferito un "Diario di Adriano" alle
"Memorie di Adriano" dimenticano che un uomo d'azione raramente
tiene un diario; pi tardi, al fondo d'un periodo di inattivit,
egli si ricorda, prende nota e, il pi delle volte, stupisce.



Se mancasse qualsiasi altro documento, basterebbe la lettera di
Arriano all'imperatore Adriano sul periplo del Mar Nero a
ricreare nelle sue grandi linee questa figura imperiale:
esattezza minuziosa del capo che vuol sapere tutto, interesse
per i lavori della pace e della guerra, gusto per le statue
somiglianti e ben fatte, passione per i poemi e le leggende
d'altri tempi. E poi quel mondo, raro in tutti i tempi e che
sparir completamente dopo Marco Aurelio, in cui, ad onta delle
pi sottili sfumature di deferenza e di rispetto, il letterato e
l'amministratore si rivolgono ancora al principe come a un amico.

C' tutto: il ritorno malinconico all'ideale della Grecia
Antica; allusione discreta agli amori perduti e alle
consolazioni mistiche cercate dal superstite; attrattiva dei
paesi sconosciuti, dei climi barbari. L'evocazione, cos
profondamente pre-romantica, delle regioni deserte abitate da
uccelli marini fa pensare al mirabile vaso trovato a Villa
Adriana nel quale, nel candore di neve del marmo, si dispiega in
volo nella pi completa solitudine uno stormo di aironi
selvatici.



Nota del 1949: pi cerco di fare un ritratto somigliante, pi
m'allontano dal libro e dall'uomo che potrebbe piacere; solo
qualche amatore dei destini umani comprender.



Oggi il romanzo divora tutte le forme; poco a poco si
costretti a passarci. Questo studio sul destino d'un uomo che si
chiam Adriano nel Diciassettesimo secolo sarebbe stato una
tragedia; all'epoca del Rinascimento, un saggio.



Questo libro il condensato d'un'opera enorme elaborata per me
sola. Avevo preso l'abitudine di scrivere ogni notte quasi
automaticamente il risultato di queste lunghe visioni provocate,
durante le quali mi inserivo nell'intimit d'un altro tempo.
Prendevo nota dei minimi gesti, delle parole pi insignificanti,
delle sfumature pi impercettibili; le scene che nel libro
attuale sono riassunte in due righe, erano descritte nei minimi
particolari, quasi le vedessi al rallentatore; queste specie di
resoconti, se li avessi aggiunti gli uni agli altri, avrebbero
prodotto un volume di qualche migliaio di pagine. Ma ogni
mattina davo alle fiamme il lavoro notturno; scrissi cos un
grandissimo numero di meditazioni molto astruse e qualche
descrizione abbastanza oscena.

L'uomo appassionato di verit, o, se non altro, di esattezza, il
pi delle volte in grado di accorgersi, come Pilato, che la
verit non pura. Ne conseguono, mescolate alle affermazioni
dirette, alcune esitazioni, sottintesi, deviazioni che uno
spirito pi convenzionale non avrebbe avuto; in certi momenti,
rari peraltro, m' accaduto persino di sentire che l'imperatore
mentiva. In questi casi, bisognava lasciare che mentisse, come
noi tutti.



Come sono grossolani quelli che dicono: 唧driano sei tu; ancor
di pi lo sono coloro che si meravigliano che si sia scelto un
soggetto cos remoto e straniero. Lo stregone che si taglia il
pollice al momento di evocare le ombre sa che esse obbediranno
al suo appello soltanto perch lambiscono il proprio sangue; e
sa, o dovrebbe sapere, che le voci che gli parlano sono pi
sagge e pi degne d'attenzione che le sue grida.



Non ho tardato molto ad accorgermi che scrivevo la vita d'un
grand'uomo; e di conseguenza, un maggior rispetto della verit,
una maggiore attenzione, e, da parte mia, un maggior silenzio.



In un certo senso, ogni vita raccontata esemplare; si scrive
per attaccare o per difendere un sistema del mondo, per definire
un metodo che ci proprio. Ma non meno vero che le biografie
in genere si squalificano per una idealizzazione o una
denigrazione a qualunque costo, per particolari esagerati senza
fine o prudentemente omessi; anzich comprendere un essere
umano, lo si costruisce.

Non perder mai di vista il grafico di una esistenza umana, che
non si compone mai, checch si dica, d'una orizzontale e due
perpendicolari, ma piuttosto di tre linee sinuose, prolungate
all'infinito, ravvicinate e divergenti senza posa: che
corrispondono a ci che un uomo ha creduto di essere, a ci che
ha voluto essere, a ci che stato.



Qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a
proprio modo; ma gi molto adoperare pietre autentiche.



Ogni essere che ha vissuto l'avventura umana sono io.



Il Secondo secolo m'interessa perch fu, per un periodo molto
lungo, quello degli ultimi uomini liberi; per quel che ci
riguarda, siamo gi molto lontani da quel tempo.



Il 26 dicembre del 1950, una sera gelida sulle rive
dell'Atlantico, nel silenzio quasi polare dell'Isola dei Monti
Deserti, negli Stati Uniti, ho cercato di rivivere il caldo
soffocante d'un giorno di luglio del 138 a Baia, il peso del
lenzuolo su gambe pesanti e stanche, il mormorio quasi
impercettibile d'un mare senza marea che di tanto in tanto
raggiunge un uomo tutto preso dai rumori della sua agonia. Ho
cercato di spingermi fino all'ultimo sorso d'acqua, l'ultimo
collasso, l'ultima immagine. L'imperatore non ha pi che da
morire.



Questo libro non dedicato a nessuno. Avrebbe dovuto esserlo a
G. F.; lo sarebbe stato, se non fosse quasi indecente mettere
una dedica personale in testa a un'opera dalla quale volevo,
soprattutto, cancellare me stessa. Ma le dediche, anche le pi
lunghe, sono pur sempre un modo inadeguato e banale di onorare
un'amicizia cos poco comune. Quando cerco di definire questo
bene che mi stato donato da anni, dico a me stessa che un
simile privilegio, bench tanto raro, non pu tuttavia essere
unico; che a volte deve pur succedere che nell'avventura d'un
libro riuscito o nell'esistenza d'uno scrittore fortunato, ci
sia stato qualcuno, un poco in disparte, che non lascia passare
la frase inesatta o debole che per stanchezza vorremmo lasciare;
qualcuno capace di rileggere con noi fino a venti volte, se
necessario, una pagina incerta; qualcuno che va a prendere per
noi sugli scaffali delle biblioteche i grossi volumi nei quali
forse troveremo ancora una indicazione utile, e si ostina a
consultarli ancora quando la stanchezza ce li aveva gi fatti
richiudere; qualcuno che ci sostiene, ci approva, alle volte ci
contraddice; che partecipa con lo stesso fervore alle gioie
dell'arte ed a quelle della vita, ai lavori dell'una e
dell'altra, mai noiosi e mai facili; e non n la nostra ombra
n il nostro riflesso e nemmeno il nostro complemento, ma se
stesso; e ci lascia una libert divina ma, al tempo stesso, ci
costringe ad essere pienamente ci che siamo. "Hospes comesque".



Apprendo nel dicembre del 1951 la morte recente dello storico
tedesco Wilhelm Weber, nell'aprile del 1952 quella dell'erudito
Paul Graindor, i lavori dei quali mi hanno molto servito. In
questi giorni ho parlato con due persone, G. B. e J. F., i quali
hanno conosciuto a Roma l'incisore Pierre Gusman nell'epoca in
cui era intento a disegnare con passione le localit della
Villa. Sentimento di appartenere a una specie di "Gens Aelia",
di far parte della folla di segretari del grand'uomo e
partecipare a quella veglia della guardia imperiale montata da
umanisti e poeti, i quali si dnno il turno attorno a un grande
ricordo. Cos si forma, attraverso il tempo, (e accade lo
stesso, senza dubbio, degli specialisti di Napoleone, degli
innamorati di Dante) una cerchia di spiriti attratti dalle
stesse simpatie, pensosi degli stessi problemi.



I Blazius, i Vadius esistono; il loro grosso cugino Basile
ancora in piedi. Una volta - una volta sola - m' accaduto di
trovarmi colpita da quel miscuglio di insulti e facezie da
caserma, di citazioni tronche o abilmente deformate per far dire
alle nostre frasi la scempiaggine che non dicevano; argomenti
capziosi, sostenuti da affermazioni al tempo stesso vaghe e
abbastanza perentorie perch possa crederci il lettore
rispettoso dei titoli accademici e che non ha n tempo n voglia
di documentarsi personalmente su le fonti. Cose che
caratterizzano un determinato genere, una determinata specie,
fortunatamente assai rara. Quanta buona volont, al contrario,
da parte di tanti eruditi che, in un'epoca di specializzazione
forsennata come la nostra, avrebbero potuto benissimo disdegnare
in blocco qualsiasi tentativo di ricostruzione letteraria che
rischiava di invadere il loro campicello... Moltissimi di loro
spontaneamente hanno voluto disturbarsi per rettificare una
frase, confermare un particolare, esporre una ipotesi, agevolare
una ricerca ulteriore... Troppi, perch io possa esimermi dal
rivolgere qui il mio ringraziamento amichevole a questi lettori
benevoli: ogni libro ristampato deve qualcosa alle persone
perbene che l'hanno letto.



Fare del proprio meglio. Rifare. Ritoccate impercettibilmente
ancora questo ritocco. 哽orreggendo le mie opere, - diceva
Yeats, - correggo me stesso.



Ieri, alla Villa, ho pensato alle mille e mille esistenze
silenziose, furtive come quelle degli animali, inconsce come
quelle delle piante: vagabondi dei tempi del Piranesi,
saccheggiatori di ruderi, mendicanti, caprai, contadini che
hanno preso alloggio alla meglio in un angolo di rifiuti, che si
sono succeduti qui tra Adriano e noi.

Al termine d'un oliveto, G. ed io ci siamo trovate in faccia al
giaciglio di vimini d'un pastore, in un corridoio antico
sgombrato a met: il suo attaccapanni di fortuna conficcato tra
due blocchi di cemento romano; le ceneri ancora tiepide del suo
focherello. Una sensazione di umile intimit, un poco analoga a
quella che si prova al Louvre, dopo la chiusura, quando in mezzo
alle statue si aprono le brande dei custodi.



[1958. Nulla da cambiare alle righe che precedono.
L'attaccapanni del pastore, se non il suo giaciglio, ancora
l; G. ed io abbiamo sostato su l'erba di Tempe, tra le
violette, in quel momento sacro dell'anno in cui tutto
ricomincia, ad onta delle minacce che l'uomo dei nostri giorni
fa pesare in ogni luogo su se stesso. Ma la Villa ha subito un
cambiamento insidioso; non completo, certo: non si altera cos
rapidamente un complesso che stato dolcemente distrutto e
creato dai secoli; ma per un errore raro in Italia, alle
ricerche e alle opere di consolidamento necessarie si sono
aggiunti pericolosi 家bbellimenti; sono stati tagliati alcuni
ulivi per far posto a un parcheggio indiscreto e ad un
chiosco-bar tipo parco d'esposizione: cose che fanno del Pecile,
della sua nobile solitudine una piazza della stazione. Una
fontana di cemento disseta i passanti attraverso un inutile
mascherone di stucco finto antico; un altro, ancor pi inutile,
adorna la parete della grande piscina, arricchita da una
flottiglia di anatre; sono state copiate, anch'esse in stucco,
statue da giardino greco-romane piuttosto banali, scelte tra
reperti di scavi recenti: non meritavano n questo onore n
questo disdoro. Sono copie, rifatte in un materiale volgare,
gonfio, molle; collocate a caso su piedestalli dnno al
malinconico Canopo l'aspetto d'un angolo di Cinecitt, dove si
ricostruita per un film l'esistenza dei Cesari. Non c' nulla di
pi fragile dell'equilibrio dei bei luoghi. Le nostre
interpretazioni lasciano intatti persino i testi, essi
sopravvivono ai nostri commenti; ma il minimo restauro
imprudente inflitto alle pietre, una strada asfaltata che
contamina un campo dove da secoli l'erba spuntava in pace creano
l'irreparabile. La bellezza si allontana; l'autenticit pure].



Luoghi dove si scelto di vivere, residenze invisibili che ci
si costruite a riparo del tempo. Ho abitato Tivoli, ci morir
forse, come Adriano nell'Isola di Achille.



No. Ho rivisitato la Villa ancora una volta; i suoi padiglioni
fatti per l'intimit e la quiete, le sue vestigia d'un lusso
senza fasto, il meno imperiale che fosse possibile, da ricco
conoscitore che ha cercato di unire i piaceri dell'arte alla
pace dei campi; al Pantheon, ho cercato il punto esatto dove si
pos una macchia di sole un mattino, il 21 aprile; lungo i
corridoi del Mausoleo, ho ripercorso il cammino funebre seguito
tante volte da Cabria, da Celere e da Diotimo, gli amici degli
ultimi giorni.

Ma non sento pi la presenza immediata di quegli esseri,
l'attualit di quei fatti; mi restano vicini ma ormai sono
superati, n pi n meno come i ricordi della mia esistenza. I
nostri rapporti con gli altri non hanno che una durata; quando
si ottenuta la soddisfazione, si appresa la lezione, reso il
servigio, compiuta l'opera, cessano; quel che ero capace di dire
stato detto; quello che potevo apprendere stato appreso.

Occupiamoci ora di altri lavori.





NOTA.



Una ricostruzione del genere di quella che avete letta sin qui,
cio a dire scritta in prima persona e attribuita al personaggio
stesso che si trattava di descrivere, sotto certi aspetti sfiora
il romanzo e certi altri la poesia. Potrebbe dunque esimersi dal
fornire una documentazione: tuttavia, il suo valore umano
risulta singolarmente arricchito dalla fedelt ai fatti. Il
lettore trover pi avanti l'elenco dei testi principali sui
quali ci si basati per compilare questo libro. Nel convalidare
cos un'opera di carattere letterario non si fa del resto che
conformarsi al costume di Racine, il quale nelle prefazioni
delle tragedie, enumera accuratamente le fonti. Ma innanzi
tutto, e per rispondere alle domande pi urgenti, seguiamo anche
l'esempio di Racine indicando alcuni tra i luoghi, non molto
frequenti, nei quali si aggiunto qualche cosa alla storia o la
si cautamente modificata.

Il personaggio di Marullino storico; ma la sua caratteristica
principale, il dono divinatorio, presa da uno zio e non da un
avo di Adriano; le circostanze della sua morte sono immaginarie.

Un'iscrizione ci informa che il sofista Iseo fu uno dei maestri
di Adriano giovinetto; ma non accertato, come si afferma qui,
che lo studente si sia recato ad Atene.

Gallo reale, ma il particolare della sconfitta finale di
questo personaggio stato usato soltanto per sottolineare uno
dei tratti pi frequentemente ricordati del carattere di
Adriano: il rancore.

L'episodio della iniziazione mitriaca tutto inventato: a
quell'epoca, questo culto era gi diffuso nell'esercito, e
quindi possibile, ma non provato, che Adriano, allora giovane
ufficiale, abbia avuto il capriccio di farsi iniziare.
Naturalmente, lo stesso si pu dire del taurobolio al quale
Antinoo si sottopone a Palmira. Meleo Agrippa, Castora, e,
nell'episodio precedente, Turbo, sono, beninteso, personaggi
reali; la loro partecipazione ai riti d'iniziazione inventata
di sana pianta. In queste due scene stata seguita la
tradizione secondo la quale il bagno di sangue faceva parte del
rituale mitriaco quanto di quello della dea siriana; mentre
alcuni eruditi preferiscono riserbarlo a quest'ultimo. Tali
scambi da un culto all'altro restano psicologicamente possibili
in un'epoca in cui le religioni salutifere subivano
宮ontaminazioni reciproche nell'atmosfera di curiosit, di
scetticismo e di vago fervore quale fu quella del Secondo secolo.

L'incontro con il gimnosofista non storico, per quel che
riguarda Adriano; sono stati utilizzati testi del Primo e del
Secondo secolo che descrivono episodi analoghi.

Tutti i particolari riguardanti Attiano sono esatti, tranne un
paio di allusioni alla sua vita privata, della quale non
sappiamo nulla. Il capitolo sulle amanti desunto per intero da
due righe di Spartiano (11, 7) sull'argomento. Pur inventando
ove era necessario, s' cercato di generalizzare in modo
plausibile.

Pompeo Proculo fu veramente procuratore della Bitinia; non
certo che lo fosse nel 123-124 d. C., anni in cui pass di l
l'imperatore. Stratone di Sardi, poeta erotico la cui opera ci
nota attraverso l'"Antologia Palatina", probabilmente viveva ai
tempi di Adriano; nulla prova, n vieta, che l'imperatore
l'abbia conosciuto durante uno dei suoi viaggi in Asia Minore.

La visita di Lucio ad Alessandria nel 130 d. C. dedotta (come
gi fece il Gregorovius) da un testo spesso contestato, la
"Lettera di Adriano a Serviano", e il passaggio che riguarda
Lucio non obbliga affatto a una simile interpretazione. I dati
sulla sua presenza in Egitto sono dunque estremamente incerti, i
particolari concernenti Lucio in questo periodo al contrario
sono tutti derivati dalla biografia di Spartiano "Vita di Elio
Cesare".

La storia del sacrificio di Antinoo tradizionale (Dione Cassio
69, 2; Spartiano, 14, 7). Il particolare delle pratiche di
stregoneria ispirato alle prescrizioni dei papiri magici
egiziani; ma gli incidenti della serata a Canopo sono inventati.
L'episodio del bambino caduto dal balcone durante una festa, qui
collocato durante la sosta di Adriano a Fila, tratto da un
rapporto dei "Papiri d'Oxyrhynco" e in realt s' verificato una
quarantina d'anni dopo il viaggio di Adriano in Egitto.
Collegare l'esecuzione di Apollodoro al complotto di Serviano
non che un'ipotesi, forse sostenibile.

Cabria, Celere, Diotimo sono menzionati spesso da Marc'Aurelio,
che tuttavia non ne indica che i nomi e la fedelt appassionata
alla memoria di Adriano. Sono serviti a evocare la corte di
Tivoli durante gli ultimi anni del regno: Cabria rappresenta la
cerchia di filosofi platonici o stoici dei quali si circondava
l'imperatore; Celere (indubbiamente da non confondere con il
Celere nominato da Filostrate e Aristide, che fu segretario "ab
epistulis Graecis") l'elemento militare; e Diotimo il gruppo
degli "romnes" imperiali. Questi tre nomi storici sono dunque
serviti come spunto per l'invenzione parziale di tre personaggi.
Il medico Giolla, al contrario, un personaggio reale di cui la
storia, per non ci d il nome; n ci dice che fosse originario
di Alessandria. Il liberto Onesimo esistito, ma non sappiamo
se svolse presso Adriano il compito di lenone; il nome di
Crescente, segretario di Serviano, autentico, ma la storia non
dice che trad il suo padrone. Il mercante Opramoas davvero
esistito, ma nulla ci prova che abbia accompagnato Adriano
sull'Eufrate. La moglie di Arriano un personaggio storico, ma
noi non sappiamo se era, come qui dice Adriano, 宵elicata e
altera. Solo poche comparse, lo schiavo Euforione, gli attori
Olimpo e Batilla, il medico Leotichide, il giovane tribuno
britanno e la guida Assar, sono personaggi di fantasia. Le due
fattucchiere, quella dell'isola di Britannia e quella di Canopo,
personaggi fittizi, riassumono quel mondo di indovini e di
praticanti in scienze occulte di cui Adriano si circond
volentieri. Il nome di Aret deriva da un poema autentico di
Adriano ("Insc. Gr.", 14, 1089) ma qui stato dato
arbitrariamente alla direttrice della Villa. Quello del corriere
Menecrate tratto dalla "Lettera del re Fermes all'imperatore
Adriano", testo leggendario, di cui la storia propriamente detta
non porrebbe servirsi, ma che, tuttavia, forse ha tolto questo
particolare da altri documenti oggi perduti. I nomi di Benedetta
e di Teodoto, pallidi fantasmi d'amore che traversano "I
Pensieri" di Marc'Aurelio, per ragioni stilistiche sono stati
cambiati in Veronica e Teodoro. Infine, i nomi greci e latini
incisi sulla base del colosso di Memnone, a Tebe, provengono in
gran parte dall'opera di Letronne: "Recueil des Inscriptions
grecques et latines de l'Egypte", 1848; quello, immaginario,
d'un certo Eumene, presente in quel luogo sei secoli prima di
Adriano, non ha altra ragione d'essere se non quella di misurare
per noi, come per Adriano, il tempo trascorso dai primi
visitatori greci d'Egitto, contemporanei di Erodoto, e quei
turisti romani d'un mattino del Secondo secolo.

Il breve abbozzo dell'ambiente familiare di Antinoo non
storico, ma tiene conto delle condizioni sociali che prevalevano
a quell'epoca in Bitinia. Su alcuni punti controversi - le
ragioni della collocazione a riposo di Svetonio, l'origine
libera o servile di Antinoo, la partecipazione attiva di Adriano
alla guerra di Palestina, la data dell'apoteosi di Sabina e
della sepoltura di Elio Cesare in Castel Sant'Angelo - s'
dovuto scegliere tra le ipotesi degli storici, cercando di dare
la preferenza solo per ragioni fondate. In altri casi,
l'adozione di Adriano da parte di Traiano, la morte di Antinoo,
s' cercato di soffondere il racconto d'un'incertezza che, prima
d'esser percettibile nella storia, lo stata senza dubbio nella
vita.

Osserviamo brevemente che le due fonti principali, per
l'argomento che ci interessa, sono lo storico greco Dione
Cassio, che scrisse il capitolo della sua "Storia romana"
consacrato ad Adriano circa quarant'anni dopo la morte
dell'imperatore; e il cronachista latino Spartiano, che redasse
un po' pi d'un secolo dopo la sua "Vita Hadriani", uno dei
testi pi solidi dell'incerta "Historia Augusta", e la "Vita
Aelii Caesaris", opera pi esigua, che presenta un'immagine
molto plausibile del figlio adottivo di Adriano, superficiale,
se si vuole, perch in fin dei conti il personaggio lo era.
Questi due autori (Dione Cassio e Spartiano) si basavano su
testi ormai perduti, tra i quali le "Memorie", pubblicate da
Adriano sotto il nome del suo liberto Flegone, e una raccolta di
lettere dell'imperatore a opera di quest'ultimo. N Dione n
Spartiano sono grandi storici, o grandi biografi, ma appunto la
loro mancanza d'arte e, fino a un certo punto, di sistema, fa s
ch'essi siano singolarmente aderenti alla vita vissuta; e le
indagini moderne hanno confermato il pi delle volte, e in modo
sorprendente, le loro affermazioni.

L'interpretazione che avete letta si basa in gran parte su
questa somma di piccoli dati; citiamo inoltre, senza voler
essere esaurienti alcuni particolari spigolati nelle "Vite" di
Antonino e di Marc'Aurelio, di Giulio Capitolino; e poche frasi
desunte da Aurelio Vittore e dall'autore della "Epitome", i
quali hanno gi della vita di Adriano una concezione
leggendaria, ma che vanno collocati in una categoria a parte per
lo splendore dello stile. Le notizie storiche contenute nel
Dizionario di Suidas hanno fornito due fatti poco noti: la
"Consolatio" inviata ad Adriano da Noumenio, e le musiche
funebri composte da Mesomede in occasione della morte di Antinoo.

Di Adriano stesso restano alcune opere autentiche e sono state
utilizzate: corrispondenza amministrativa, frammenti di discorsi
o di rapporti ufficiali, come il celebre "Discorso di Lambesa",
conservati il pi delle volte attraverso iscrizioni; pareri
legali trasmessi da giureconsulti; poesie citate da autori del
tempo, come la celebre "Animula vagula blandula", oppure trovate
su monumenti, ove figuravano a titolo d'iscrizioni votive, come
il poema all'Amore e all'Afrodite Urania, inciso sulla parete
del tempio di Tespie (Kaibel, "Epigr. Gr.", 811). Le tre lettere
di Adriano riguardanti la sua vita personale "(Lettera a
Matidia", "Lettera a Serviano", "Lettera dell'imperatore sul
letto di morte ad Antonino") sono d'autenticit discutibile,
recano tuttavia, tutte e tre, in modo spiccato l'impronta
dell'uomo al quale le si attribuisce, e alcune tra le
indicazioni fornite da esse sono state utilizzate in questo
libro.

Ricordiamo qui gli accenni innumerevoli ad Adriano e al suo
ambiente, disseminati nell'opera di quasi tutti gli autori del
Secondo e del Terzo secolo; essi completano i dati delle
cronache e ne colmano le lacune. Tanto per citare qualche
esempio, l'episodio delle cacce in Libia stato preso per
intero da un frammento del poema di Pancrate, "Le cacce di
Adriano e di Antinoo", trovato in Egitto e pubblicato nel 1911
nella raccolta dei "Papiri d'Oxyrhynco", Ateneo, Aulo Gellio e
Filostrato hanno procurato numerosi particolari sui sofisti e i
poeti della corte imperiale; Plinio il Giovane e Marziale
aggiungono qualche pennellata all'immagine lievemente sbiadita
d'un Voconio o d'un Licinio Sura. La descrizione del dolore
d'Adriano alla morte di Antinoo s'ispira agli storici del regno,
ma altres da qualche brano dei Padri della Chiesa,
indubbiamente carichi di riprovazione, ma talvolta su questo
punto pi umani, e, soprattutto, pi vari di quel che non si
voglia comunemente ammettere. Sono stati incorporati in
quest'opera interi brani della "Lettera di Arriano
all'imperatore Adriano in occasione del Periplo del Mar Nero",
che contengono allusioni allo stesso proposito: l'autrice si
dichiara d'accorda con gli eruditi che credono nell'insieme
all'autenticit di questo testo. Il "Panegirico di Roma" del
sofista Elio Aristide, opera di impronta nettamente adrianea, ha
fornito qualche riga allo schema di Stato ideale qui delineato
dall'imperatore. I pochi particolari autentici che nel "Talmud"
si trovano mescolati a un immenso materiale leggendario vengono
ad aggiungersi al racconto della "Historia ecclesiastica" di
Eusebio per quel che riguarda la guerra di Palestina. Il cenno
sull'esilio di Favorino deriva da un frammento di quest'ultimo
in un manoscritto pubblicato nel 1931 dalla Biblioteca del
Vaticano (M. Norsa e G. Vitelli, "Il papiro vaticano greco 2",
in "Studi e testi 53"). L'episodio atroce del segretario
accecato d'un occhio tolto da un trattato di Galeno, che fu
medico di Marc'Aurelio; l'immagine di Adriano morente si ispira
al ritratto tragico dell'imperatore vecchio, di Frontone.

In altri casi, per i particolari di fatti che gli storici
antichi non registrano, ci si rivolti ai monumenti figurati e
alle iscrizioni. Certi spiragli sull'atrocit delle guerre
daciche e sarmate - prigionieri bruciati vivi, consiglieri del
re Decebalo che s'avvelenano il giorno della resa - provengono
dai bassorilievi della Colonna Traiana (W. Froehner, "La Colonne
Trajane", 1865; I. A. Richmond, "Trajan's Army on Trajan's
Column", in "Papers of the British School at Rome", 13, 1935)
mentre una gran parte delle immagini di viaggio stata ricavata
dalle monete del regno.

Le poesie di Giulia Balbilla incise sulla gamba del Colosso di
Memnone servono da spunto al racconto della visita a Tebe
(Cagnat, "Inscript. Gr. ad res Romanas pertinentes", 1186-87);
l'esattezza della data di nascita di Antinoo si deve
all'iscrizione del Collegio di artigiani e di schiavi di
Lanuvio, che nel 133 d. C. elesse Antinoo suo patrono e
protettore ("Corp. Ins. Lat.", 14, 2112) - data che fu
contestata da Mommsen, ma accettata in seguito da eruditi meno
ipercritici; le poche frasi date come scritte sulla tomba del
favorito sono tolte dal grande testo geroglifico dell'Obelisco
del Pincio, che narra le sue esequie e descrive le cerimonie del
suo culto (A. Erman, "Obelisken Rmischer Zeit", 1896; O.
Marucchi, "Gli obelischi egiziani di Roma", 1898). Per la storia
degli onori divini resi ad Antinoo, per i caratteri fisici e
psicologici di quest'ultimo, la testimonianza delle iscrizioni,
dei monumenti figurativi, delle monete supera di gran lunga
quella della storiografia.

A tutt'oggi, non esiste una buona biografia di Adriano, alla
quale poter indirizzare il lettore; la sola opera del genere che
meriti d'esser ricordata, nonch la pi antica, quella del
Gregorovius del 1851 (edizione riveduta e corretta, 1884), che
non priva di vita e di colore, ma debole per tutto ci che
concerne l'aspetto di amministratore e di principe, in Adriano,
e in gran parte superata. Allo stesso modo, i brillanti
profili del Gibbon e del Renan sono invecchiati. L'opera pi
recente quella di B. W. Henderson, "The Life and Principate of
the Emperor Hadrian", pubblicata nel 1923, superficiale a onta
della sua mole; essa offre un'immagine incompleta del pensiero
di Adriano e dei problemi del tempo, e sfrutta le fonti in modo
assai inadeguato. Ma se resta ancora da fare una biografia
definitiva di Adriano abbondano i riassunti intelligenti e gli
studi particolari, e su molti punti l'erudizione moderna ha
rinnovato la storia del regno e dell'amministrazione di Adriano.
Per non citare che poche opere recenti, o pressoch recenti, in
gran parte di primissimo ordine, e pi o meno facilmente
accessibili, citiamo, tra le francesi, i capitoli dedicati ad
Adriano in "Le Haut-Empire Romain" di L. Homo, 1933 e in
"L'Empire Romain" di E. Albertini, 1936; l'analisi delle
campagne partiche di Traiano e della politica pacifica di
Adriano in "Histoire de l'Asie" di R. Grousset, 1921, fedelmente
seguita nella descrizione della campagna partica; lo studio
dell'opera letteraria di Adriano in "Les Empereurs et les
Lettres latines" di H. Bardon, 1944; le opere di P. Graindor,
"Athnes sous Hadrien", 1934 e di L. Perret, "La Titulature
impriale d'Hadrien", 1929 e di B. d'Orgeval, "L'Empereur
Hadrien, son oeuvre lgislative et administrative", 1950,
quest'ultimo spesso confuso nei particolari.

I lavori di maggior impegno sul regno e la personalit di
Adriano restano tuttavia quelli della scuola tedesca: J. Drr,
"Die Reisen des Kaisers Hadrian", Wien 1881; J. Plew,
Quellenuntersuchungen zur Geschichte des Kaisers Hadrian",
Strassburg 1890; E. Kornemann, "Kaiser Hadrian und der Letzte
grosse Historiker von Rom", Leipzig 1905, e soprattutto la breve
e mirabile opera di W. Weber, "Untersuchungen zur Geschichte des
Kaisers Hadrianus", Leipzig 1907, nonch il denso saggio dello
stesso, pubblicato nel 1936 nella raccolta "Cambridge Ancient
History", volume 11, "The Imperial Peace", pagine 294-324, pi
facilmente reperibile. In inglese, l'opera di Arnold Toynbee
contiene qua e l allusioni al regno di Adriano, che sono
servite come germi a quei passi di "Memorie di Adriano" nei
quali l'imperatore espone le sue idee politiche; vedi anche
l'importante capitolo dedicato alle riforme sociali e finanziare
di Adriano nella grande opera di M. Rostovtzeff, "Social and
Economic History of the Roman Empire", 1926, gli studi di R. H.
Lacey, "The Equestrian Officials of Trajan and Hadrian: Their
Career, with Some Notes on Hadrian's Reforms", 1917; di P.
Alexander, "Letters and Speeches of the Emperor Hadrian", 1938,
di W. D. Gray, "A Study of the Life of Hadrian Prior to his
Accession", Northampton 1919; di F. Pringsheim, "The Legal
Policy and Reforms of Hadrian", in 埃ournal of Roman Studies,
24, 1934. Per il soggiorno di Adriano nelle isole britanniche e
la costruzione del muro lungo la frontiera scozzese, consultare
soprattutto l'opera classica di J. C. Bruce, "The Handbook of
the Roman Wall", edizione corretta da R. G. Collingwood nel 1933
e, dello stesso Collingwood in collaborazione con J. N. L.
Myres, "Roman Britain and the English Settlements", seconda
edizione, 1937.

Per la numismatica del regno (a parte le monete di Antinoo, che
sono citate in seguito) vedi soprattutto i lavori relativamente
recenti di H. Mattingly e E. A. Sydenham, "The Roman Imperial
Coinage", 2, 1926 e di P. L. Strack, "Untersuchungen zur
Rmische Reichspragung des zweiten Jahrhunderts", 2, 1933.

Sulla personalit di Traiano e le sue guerre, vedi R. Paribeni,
"Optimus Princeps", 1927; R. P. Longden, "Nerva and Trajan" e
"The Wars of Trajan", in "Cambridge Ancient History", 11, 1936;
M. Durry, "Le Rgne de Trajan d'aprs les Monnaies", in 娜ev.
His., 57, 1932 e W. Weber, "Trajan und Hadrian", 1923, in
"Meister der Politik", 1, 2, Stuttgart 1923.

Su Elio Cesare, A. S. L. Farquharson, "On the names of Aelius
Caesar", in 哽lassical Quarterly, 2, 1908 e J. Carcopino,
"L'Hrdit dynastique chez les Antonins", 1950 - le ipotesi
ivi affacciate sono state scartate come poco convincenti, a
vantaggio della interpretazione letterale dei testi.

Sulla vicenda dei quattro consolari, vedi soprattutto A. von
Premerstein, "Das Attentat der Konsulare auf Hadrian in Jahre"
118, in 堉lio, 1908; J. Carcopino, "Lusius Quietus, l'homme de
Qwrnyn", in 埋stros, 1934.

Sull'ambiente greco di Adriano, vedi soprattutto A. von
Premerstein, "C. Julius Quadratus Bassus", in 娟itz. Bayr. Akad.
d. Wiss., 1934; P. Graindor, "Un Milliardaire Antique, Hrode
Atticus et sa famille", Cairo 1930; A. Boulanger, "Aelius
Aristides et la Sophistique dans la Province d'Asie au Deuxime
sicle de notre re", nelle pubblicazioni della Bibliothque des
Ecoles Francaises d'Athnes et de Rome, 1923; K. Horna, "Die
Hymnen des Mesomedes", Leipzig 1928; Martellotti, "Mesomede",
pubblicazioni della Scuola di Filologia classica, Roma 1929; H.
C. Puech, "Numnius d'Apame", in 套langes Bidez, Bruxelles
1934. Sulla guerra in Giudea, W. D. Gray, "The Founding of Aelia
Capitolina and the Chronology of the Jewish War Under Hadrian",
in 唧merican Journal of Semitic Language and Literature, 1923;
A. L. Sachar, "A History of the Jews", 1950 e S. Lieberman,
"Greek in Jewish Palestine", 1942. Le poche scoperte
archeologiche degli ultimi anni in Israele, riguardanti la
rivolta di Bar-Kochba, hanno arricchito su alcuni particolari le
nostre conoscenze della guerra in Palestina; ma, essendo per la
maggior parte posteriori al 1951, non s' potuto utilizzarle nel
corso di quest'opera.

L'iconografia di Antinoo e, in modo pi incidentale, la storia
del personaggio, non hanno mai cessato d'interessare archeologi
e studiosi d'estetica, specie in paesi di lingua tedesca, da
quando, nel 1764, Winckelmann colloc in posizione eminente,
nella sua "Storia dell'Arte Antica", la serie dei ritratti di
Antinoo, o, per lo meno, i principali di essi, noti all'epoca.
Dato che i lavori sull'argomento appartengono per la massima
parte alla fine del Diciottesimo secolo e al Diciannovesimo,
oggi, per quel che ci riguarda, non presentano se non un
interesse di curiosit. Resta tuttavia degna d'attenzione
l'opera di L. Dietrichson, "Antinos", Christiania 1884, per lo
scrupolo dell'autore nel raccogliere quasi totalmente i
riferimenti degli scrittori antichi al favorito di Adriano; la
parte iconografica, non meno accurata, rappresenta, tuttavia, al
giorno d'oggi, punto di vista e metodi superati. L'opuscolo di
F. Laban, "Der Gemutsausdruck des Antinos", Berlin 1891, sfiora
tutte le teorie estetiche che correvano in Germania all'epoca,
ma non apporta il minimo contributo all'iconografia propriamente
detta dal giovane bitinio. E' tuttora di grande interesse
l'articolo su Antinoo di J. A. Symonds (in "Sketches in Italy
and Greece", London 1900), singolarmente penetrante, bench
leggermente antiquato nello stile; altrettanto si pu dire d'una
nota dello stesso autore sullo stesso argomento, nel saggio
eccellente e rarissimo - sull'inversione nel mondo antico, "A
Problem in Greek Ethics" (dieci esemplari fuori commercio, 1883,
ristampati cento esemplari nel 1901). L'opera pi recente di E.
Holm, "Das Bildnis des Antinos", Leipzig 1933, al contrario,
presenta i difetti tipici della dissertazione accademica senza
un briciolo di originalit, e non apporta n opinioni n notizie
nuove sull'argomento.

Per i monumenti figurati di Antinoo, a prescindere dalla
numismatica, il testo migliore, relativamente recente, lo
studio di P. Marconi, "Antinoo. Saggio sull'Arte dell'Et
Adrianea", in "Monumenti Antichi", volume 29, R. Accademia dei
Lincei, Roma 1923, che per ben poco accessibile al pubblico,
per il fatto che i numerosi volumi di questa collezione sono
rappresentati al completo in rarissime biblioteche [vedi nota].
Bench mediocre dal punto di vista della trattazione estetica,
esso segna per un progresso vistoso nell'iconografia, che
tuttora incompleta, e, con la sua precisione, mette fine alle
nebulose fantasticherie elaborate attorno al personaggio di
Antinoo persino dai migliori tra i critici romantici. Nelle
opere generali sull'arte greca o greco-romana, vedi i brevi
studi dedicati ad Antinoo: G. Rodenwaldt,
"Propylen-Kunstgeschichte", 3, 2, 1930; E. Strong, "Art in
Ancient Rome", seconda edizione, London 1929; R. West, "Rmische
Portrat-Plastik", 2, Munchen 1941; C. Seltman, "Approach to
Greek Art", London 1948. Le note di R. Lanciani e di C. L.
Visconti in 唇ollettino Comunale di Roma, 1886 ,i saggi di G.
Rizzo, "Antinoo-Silvano", in 唧usonia, 1908; di S. Reinach,
"Les Ttes des mdaillons de l'Arc de Constantin", in 娜evue
Archologique, serie 4, 15, 1910, di P. Gauckler, "Le
Sanctuaire syrien du Janicule", 1912; di H. Bulle, "Ein
Jagddenkmal des Kaisers Hadrian", in 埃ahr. d. arch. Inst, 34,
1919 e di R. Bartoccini, "Le Terme di Lepcis", in 唧frica
Italiana, 1929, meritano d'esser citati, tra molti altri, per i
ritratti di Antinoo identificati o scoperti alla fine del secolo
decimonono e nel ventesimo, e per le circostanze, talvolta
originali, della scoperta.

Per quel che riguarda la numismatica del personaggio, l'opera
migliore, a giudizio dei pi qualificati specialisti che oggi
s'interessano all'argomento, resta la "Numismatique d'Antinoos",
in 埃ourn. Int. d'Archologie Numismatique, 16, 1914, pagine
33-70, di G. Blum, giovane erudito caduto nella guerra del 1914;
di lui resta qualche studio iconografico dedicato al favorito di
Adriano. Per le monete di Antinoo coniate in Asia Minore,
consultare pi particolarmente E. Babelon e T. Reinach, "Recueil
Gnral des Monnaies Grecques d'Asie-Mineure", 1-4, 1904-12, e
1, seconda edizione, 1925. Per le monete coniate ad Alessandria,
vedi J. Vogt, "Die Alexandrinischen Mnzen", 1924; per alcune
monete coniate in Grecia, C. Seltman, "Greek Sculpture and Some
Festival Coins", in 埔esperia (埃ournal of American School of
Classical Studies at Athens), 17, 1948.

Per le circostanze, cos oscure, della morte di Antinoo, vedi W.
Weber, "Drei Untersuchungen zur aegyptisch-griechischen
Religion", Heidelberg 1911. Il libro, gi citato, di P.
Graindor, "Athnes sous Hadrien", contiene, a pagina 13,
un'allusione interessante allo stesso argomento. Il problema
della collocazione esatta del sepolcro di Antinoo non stato
risolto mai, a onta degli argomenti addotti da C. Hulsen, "Das
Grab des Antinos", in 套itt. d. deutsch. arch. Inst., Rom.
Abt., 11, 1896, e in 唇erl. Phil. Wochenschr., 15 marzo 1919,
e delle opinioni contra di H. Kahler sulla questione,
nell'opera, che sar citata in seguito, sulla Villa di Adriano.
Segnaliamo inoltre che l'ammirevole trattato del P. Festugire,
"La Valeur Religieuse des Papyrus Magiques", in "L'Idal
religieux des Grecs et l'Evangile", 1932, e, soprattutto, la sua
analisi del sacrificicio dell'"Esis", della morte per
immersione e della divinizzazione che ne deriva conferita alla
vittima -, pur non contenendo riferimento alcuno alla storia
del favorito di Adriano, nondimeno apporta lumi a pratiche che
fino a oggi conoscevamo soltanto attraverso una tradizione
letteraria devitalizzata, e contribuisce a liberare questa
leggenda di dedizione volontaria dal magazzino degli accessori
tragico-epici, per inserirla nel quadro estremamente esatto
d'una determinata tradizione occulta.

Non c' quasi opera sull'arte greco-romana in generale che non
dedichi ampia trattazione all'arte del tempo di Adriano, alcune
di dette opere sono state gi citate nel paragrafo dedicato alle
effigi di Antinoo. Per quel che riguarda una iconografia
pressoch completa di Adriano, di Traiano, delle principesse
della famiglia, di Elio Cesare, va consultato il libro di R.
West, "Rmische Portrat-Plastik" citato, e - tra i numerosi
quelli di P. Graindor, "Bustes et Statues-Portraits de l'Egypte
Romaine", Cairo s. d. e di F. Poulsen "Greek and Roman Portraits
in English Country Houses", London 1923, che contengono, di
Adriano e dei suoi familiari, alcuni ritratti meno noti e
raramente riprodotti.

Sull'arte decorativa dell'epoca adrianea in generale, e,
soprattutto, sul rapporto che corre tra i motivi applicati da
cesellatori e incisori e le direttive politiche e culturali del
regno, merita un cenno a parte il bellissimo lavoro di J.
Toynbee, "The Hadrianic School A chapter in the History of Greek
Art", Cambridge 1934.

Allusioni a opere d'arte eseguite su ordinazione di Adriano, o
appartenenti alle sue collezioni, non avevano ragione di
figurare in questo racconto se non in quanto aggiungevano una
pennellata alla fisionomia di Adriano come amatore di
antiquariato, intenditore d'arte, o innamorato ansioso
d'immortalare un volto diletto. La descrizione delle effigi di
Antinoo, qui fatta dall'imperatore, e l'immagine stessa del
favorito vivente che nel corso di quest'opera viene
frequentemente offerta, si ispirano, naturalmente, ai ritratti
del giovane bitinio, trovati, in gran parte, a Villa Adriana, e
tuttora esistenti, noti ormai sotto i nomi dei grandi
collezionisti italiani dei secoli diciassettesimo e
diciottesimo, che, beninteso, Adriano non era tenuto a dar loro.
L'attribuzione della testina attualmente nel Museo Nazionale
delle Terme di Roma allo scultore Aristeas un'ipotesi di Pirro
Marconi, nel saggio sopracitato; l'attribuzione dell'Antinoo
Farnese del Museo di Napoli a Papias, altro scultore del tempo
di Adriano, non che una semplice congettura dell'autrice.
Infine, all'opera gi citata di P. Graindor si deve l'ipotesi
secondo la quale sui bassorilievi adrianei del teatro di Dioniso
ad Atene avrebbe figurato un'effige di Antinoo, che oggi
impossibile identificare con certezza. Vi infine una questione
secondaria, che riguarda la provenienza di tre o quattro belle
statue greco-romane o ellenistiche trovate a Italica, patria di
Adriano, che ne part fanciullo, prima dell'et in cui ci si
interessa all'arte: su questo punto l'autrice ha adottato
l'opinione secondo la quale queste statue (una almeno delle
quali si direbbe uscita da una bottega di Alessandria) sono
marmi greci della fine del Primo secolo o degli inizi del
Secondo, inviati dall'imperatore in dono alla sua citt natale.

Le stesse osservazioni generali si applicano ai monumenti
costruiti per ordine di Adriano, dei quali si parla: una
descrizione troppo particolareggiata di essi avrebbe trasformato
questo volume in manuale travestito. Riguardo alla Villa
Adriana, in particolare, I'imperatore, persona di gusto, non
avrebbe mai inflitto ai suoi lettori una visita in piena regola
della sua casa. Le notizie pervenuteci sulle grandi opere volute
da Adriano, sia a Roma sia nelle varie parti dell'impero, le
dobbiamo al biografo Spartiano, a Pausania ("Descrizione della
Grecia") per i monumenti edificati in Grecia, oppure a
cronachisti pi tardivi, come Malalas, il quale insiste
particolarmente su opere monumentali costruite o restaurate da
Adriano in Asia Minor'e.

Procopio c'informa che la sommit del Mausoleo d'Adriano era
decorata di statue innumerevoli, che servirono da proiettili ai
Romani al momento dell'assedio di Alarico; e la breve
descrizione d'un viaggiatore germanico dell'Ottavo secolo,
l'Anonimo di Einsiedeln, ci ha conservato l'immagine di quel che
era agli albori del Medio Evo il Mausoleo, gi fortificato dai
tempi di Aureliano ma non ancora trasformato in Castel
Sant'Angelo. A queste notizie allusive, a queste nomenclature,
archeologi ed epigrafisti hanno aggiunto le loro scoperte
posteriori: per offrire un solo esempio, rammentiamo soltanto
che l'onore di aver costruito - o ricostruito di sana pianta il
Pantheon stato reso ad Adriano (per lungo tempo creduto
soltanto il restauratore di questo monumento) in epoca
relativamente recentissima. Per quel che riguarda questo
soggetto - l'architettura adrianea - rinviamo il lettore alla
maggior parte delle opere generali sull'arte greco-romana
sopracitate, e altres a quella di C. Schultess, "Bauten des
Kaisers Hadrianus", Hamburg 1898. Per il Pantheon, vedi G.
Beltrani, "Il Panteone", Roma 1898 e G. Rosi, 唇ollettino della
comm. arch. comm., 59, 1931, pagina 227. Per il Mausoleo di
Adriano, M. Borgatti, "Castel Sant'Angelo", Roma 1890; S. R.
Pierce, "The Mausoleum of Hadrian and Pons Aelius", in 埃ournal
of Roman Studies, 15, 1925. Per gli edifici di Adriano ad
Atene, oltre l'opera pi volte citata di P. Graindor, "Athnes
sous Hadrien", 1934, ricordiamo l'eccellente capitolo di G.
Fougres, nella sua "Athnes", 1914, che, bench ormai vecchio e
su alcuni punti smentito da scavi pi recenti, contiene sempre
l'essenziale.

Per il lettore che s'interessi in modo particolare a quel luogo
unico che Villa Adriana, ricordiamo che i nomi delle diverse
parti di essa, enumerati da Adriano nell'opera presente, e
tuttora in uso provengono essi pure da indicazioni di Spartiano,
che scavi fatti sul luogo a tutt'oggi hanno confermato e
completato anzich infirmato. Aggiungiamo che le nostre
conoscenze di queste belle rovine quali apparvero in altri
tempi, tra Adriano e noi, derivano da una serie di documenti
scritti o incisi, scaglionati dalla Rinascenza in poi: i pi
preziosi sono forse il "Rapporto" indirizzato dall'architetto
Ligorio al Cardinale d'Este nel 1538, le mirabili tavole
dedicate a questi ruderi dal Piranesi nel 1781, e, su un
particolare, i disegni del Citoyen Ponce, "Arabesques antiques
des bains de Livie et de la Villa Adriana", Paris 1789, che
serbano l'immagine di stucchi oggi scomparsi. I lavori pi
recenti di G. Boissier, "Promenades Archologiques", 1880, di H.
Winnefeld, "Die Villa des Hadrian bei Tivoli", Berlin 1895 e di
P. Gusman, "La Ville Impriale de Tibur", 1904, sono ancora
essenziali. Pi vicini a noi, R. Paribeni, "La villa
dell'imperatore Adriano", 1930 e l'importante lavoro di H.
Kahler, "Hadrian und seine Vlla bei Tivoli", 1950.

I mosaici delle pareti della Villa ai quali Adriano allude in
questo libro - cosa che ha sorpreso qualche lettore - sono
quelli delle esedre, dei muri che inquadrano le nicchie dei
ninfei, frequenti nelle ville campane del Primo secolo, che
plausibilmente adornavano altres i padiglioni del palazzo di
Tivoli; quelli che, secondo numerose testimonianze, rivestivano
i ricaschi delle volte (da Piranesi apprendiamo che quelli delle
volte di Canopo erano bianchi); o anche quelli degli
"emblemata", quadri a mosaico che si usava incastonare nelle
pareti. Per quanto concerne questo particolare, oltre a Gusman,
gi citato, vedi l'articolo di P. Gauckler in Daremberg et
Saglio, "Dictionnaire des Antiquits Grecques et Romaines", 3,
2, "Musivum Opus".

Per chi s'interessa all'episodio della fondazione di Antinoa,
ricordiamo qui che le rovine della citt fondata da Adriano in
onore del suo favorito erano ancora in piedi agli inizi del
secolo scorso quando Jomard disegn le tavole della monumentale
"Description de l'Egypte", iniziata per ordine di Napoleone, e
contenente immagini suggestive di quell'ammasso di ruderi oggi
scomparsi. Verso la met del Diciannovesimo secolo, un
industriale egiziano trasform in calce quelle vestigia,
utilizzandole per costruire zuccherifici nei dintorni.
L'archeologo francese Albert Gayet lavor con fervore, ma,
sembra, con scarso metodo, su quella localit saccheggiata, e le
notizie che si possono attingere nei suoi articoli del 1896 e
del 1914, in mancanza di meglio, sono ancora di grande utilit.
I papiri raccolti sul luogo ove sorgeva Antinoa e su quello di
Oxyrhynchus - pubblicati dal 1901 a oggi - non hanno fornito
particolari nuovi sull'architettura della citt adrianea n sul
culto del favorito, ma uno di essi ci ha offerto una lista
completa delle divisioni amministrative e religiose della citt,
evidentemente redatta da Adriano stesso che sta a testimoniare
una forte influenza del rituale eleusino sullo spirito
dell'autore. Su questo argomento, vedi l'opera gi citata di W.
Weber, "Drei Untersuchungen zur aegyptisch-griechischen
Religion", nonch E. Kuhn, "Antinoopolis. Ein Beitrag zur
Geschichte des Hellenismus in rmischen Aegypten", Gttingen
1913 e B. Kubler, Antinoopolis, Leipzig 1914. Il breve articolo
di M. J. de Johnson, "Antinoe and Its Papyri", in 埃ournal of
Aegyptian Arch., 1, 1914, presenta un riassunto eccellente
della topografia della citt adrianea.

Un'iscrizione antica trovata sul luogo ("Ins. Gr. ad Res Rom.
Pert.", 1, 1142) ci informa dell'esistenza d'una strada voluta
da Adriano tra Antinoa e il Mar Rosso, ma sembra che fino a oggi
non sia mai stato individuato il suo tracciato esatto, le
distanze indicate da Adriano in questo libro sono dunque
approssimative. Infine, una frase della descrizione di Antinoa,
qui attribuita all'imperatore, detratta dalla relazione di
Sieur Lucas, viaggiatore francese che visit Antinoa agli inizi
del Diciottesimo secolo.





Nota dell'autrice: Lo stesso si pu dire naturalmente di molte
opere qui citate. Non si denuncer mai abbastanza il fatto che
libri rari, esauriti, trovabili soltanto sugli scaffali di
qualche biblioteca, o articoli pubblicati su vecchi numeri di
riviste di alta cultura, per l'immensa maggioranza del pubblico
sono totalmente inaccessibili. Novantanove volte su cento, il
lettore desideroso di apprendere, ma a corto di tempo e privo
delle poche nozioni tecniche familiari all'erudito di
professione, resta - volente o nolente - alla merc di opere
divulgative, scelte pi o meno a caso; di queste, a loro volta,
le pi pregevoli, non sempre ristampate, diventano introvabili.
Quella che noi chiamiamo 峽a nostra cultura, pi di quel che
si creda una cultura per iniziati.










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