FRANCESCO GUCCINI.
CRONICHE EPAFANICHE.
A Teresa, sperando che impari. Ad Angela, cos impara.
I personaggi e gli avvenimenti di queste pagine non sono immaginari; forse
qualcuno non si riconoscer o penser che abbia travisato certe cose. Se
successo, l'ho fatto soltanto per la labilit della memoria e i filtri incerti
della fantasia e dell'affetto.
Siamo bastardi di confine, anche se: border people, suonerebbe (chiss perch)
meglio; in provincia di Pistoia, anche se molto al di qua dello spartiacque,
siamo circondati dalla provincia bolognese. Parliamo perci in modo curioso.
Per fare qualche esempio, se voglio indicare quella vaschetta in legno o in
muratura nella quale mangiano i maiali dir trogo se parlo italiano ma trogo
(con la o chiusa emiliana) se uso il dialetto; cos il livito diventa al
lvto, nella qual parola l'audacia dell'emilianismo moderata da quella o
finale. E via andare.
Ho usato per pi l'italiano parlato che il dialetto quindi i segni diacritici
per indicare certi particolari suoni dialettali sono pochi, ma vediamoli.
Indico con: s la sibilante dentale sonora come nell'it. asilo (cos far
eventualmente con la z di zona);
sg la sibilante palatale sonora, come nel francese jambe;o nel pavanese nosge:
noce;
la sovrapposizione della tilde le vocali nasali, soprattutto in fine parola,
ad esempio: ca: cane;
ssc la doppia sibilante palatale sorda, ad esempio usscio: uscio;
ggn la doppia nasale palatale ad esempio leggna: legna;
sc (sopra il rigo) una specie di sibilante palatale sorda appena accennata; ad
esempio bsctia: bestia;
gl (sopra il rigo) la laterale palatale molto schiacciata, quasi i ad esempio
cucamegli: primule.
Questi segni tipografici sono derivati dal sistema di trascrizione
semplificato della R.I.D., Rivista Italiana di Dialettologia.
1.
Il fiume il fiume per eccellenza, per antonomasia, non c' Orinoco o Rio
delle Amazzoni che tenga. Il Po, altro fiume, si sa che nasce dal Monviso, per
definizione, ma pi invenzione letteraria che geografia. E Reno esiste, ma
quando si incontra col fiume cambia nome e genera un territorio indefinito,
che si chiama appunto: i due fiumi, e la larga iara attorno, perch il fiume
non affluente di nessuno, esiste in s, quasi come Dio. Non nasce, ; sopra
la Diga si chiama Bacino, pi in su territorio misterioso e inesplorato,
come le sorgenti del Nilo. Dala Diga in avanti appunto il fiume.
Diventa acqua, a volte, quando si parla di quella costa sulla sponda destra a
spini e a rovi (dove non coltivato) che viene chiamata: di l da l'acqua, ed
abitata da gente un po' selvatica, e forse perch li la natura ha fatto il
salto (crescono cerri, non castagni, da quella parte), di usanze comunque ben
diverse e meno civili di quelle veramente urbane del centro.
Il fiume ha affluenti, anche se non vengono considerati proprio tali, perch
sono fossi, e anche i fossi esistono a parte, in s, sono entit puramente
staccate; non nascono, scorrono per certi tratti, d'inverno sono in gialla
piena fangosa e d'estate quasi in secca e ruscellini lievi per pozzette che si
riempiono di strani animaletti nuotanti che si riflettono sul fondo circondati
da un alone luminoso e di rosse e filamentose radici affioranti. L'acqua vi
sarebbe limpida, ma se salta la ranocchia in un amen s'intorba e si fa acqua
colomba: forse sono cos le parti pi umide e paludose delle giungle.
Nascostamente vanno a finire nel fiume, ma in maniera pudica, senza darlo a
vedere. Possono essere preziosi, ci possono essere cave di terra greca, da
tenere, una volta scoperte, rigorosamente segrete, o piriti d'argento
incastonati in macigni affioranti, o risplendenti quarzi a tramoggia; a volte,
risalendoli, si scoprono macchioni di vtiche da utilizzare come introvabili
capanne. Possiedono nomi propri, proprio perch sono tanti e a volte pu
essere necessario distinguerli; cos c' quello di Maiolo, quello del
Loglitto, quello di Pvana, quello di Ricchivoli che, come si sa, separa il
paese vero e proprio da un habitat diverso e lontano, ubi sunt leones.
C' anche quello della Centrale, che prima doveva avere nome diverso, se la
Centrale degli anni 20, ma Potenza della Tnnica, che nella sua parte finale
lo ha anche incementato, domato, e costretto a terminare suo corso nella
Galeria dello Sfioratore.
Il fiume ogni tanto si allarga, e forma il Pozone; c' quello del Pontaccio,
che il pi classico, e quello dla Centrale, che il pi largo e lungo, e il
pi fondo, si mormora, di abissi inimmaginabili, forse anche cinque o sei
metri, e che contiene anguille di dimensioni spropositate, e trote ingigantite
e inferocite dalla vecchiaia, e sauri, e Nessie di Loch Ness, e borde
malefiche, cos verdastro e chiuso com' fra gli alti muraglioni di cimento
armato e gli archi da tempio Maya della Centrale distrutta.
Sul fondo ci sono anche i resti mortali della Centrale istessa, traversine di
ferro arrugginite, blocchi di calcestruzzo, le macchine del Titanic, quantit
pressoch illiimitate di metalli preziosi che fanno sognare, noi miseri
raccoglitori di superficie, e che, se recuperati e portati a vendere da
Tiribitta, varrebbero fortune. Il Pozone dla Centrale va bene per prove di
alto ardimento, che dimostrino sangue freddo e compiuta virilit, prove quali
correre sul muro a strapiombo o farsi portare dalla corrente dello sfioratore,
sulla sua lzza sguillosa, per poi fermarsi con mille astuti accorgimenti ad
un passo dal salto mortifero; va anche bene, data la lunghezza, per lo
Spia-Pesce. Si procede cos: si prende una piccola piagna rotondeggiante e,
chinandosi il pi possibile a pelo dell'acqua, con un secco movimento del
braccio e del polso la si lancia sulla superficie in modo che la tocchi
rimbalzando il maggior numero di volte possibile. Tre volte ritenuto appena
sufficiente, dalle dieci in su da drago; una volta sola da bambine, le quali,
come noto, non solo non hanno occhio nella scelta del sasso e afferrano
certi macigni destinati per loro costituzione a tendere naturalmente verso il
fondo, ma non sanno lanciare nemmeno i sassi, ci insito nella loro essenza,
un naturale dato di fatto, e nessuno sa quale grave colpa atavica (la mela
di Eva?) sia punita con questa dolorosa menomazione, forse un poco esagerata;
ma Dio c', e sa.
I Pozoni, o Bonzi, sono stati creati per due cose, pescarci e nuotare. Essendo
che il Pozone esiste in un luogo definito ma le sue forme e dimensioni variano
a seconda delle piene invernali, si dovr procedere in questo modo: si aspetta
il giorno di S. Giovanni, perch, come si sa, il bagno fatto prima di quel
giorno potrebbe essere dannoso alla salute, poi, di mattina, si percorre tutto
il tratto di fiume compreso fra la Centrale e il Pontaccio. I Pozoni degni di
questo nome sono tre, cosa ovvia: quello del Muraglione, quello delle
Scalette e quello del Pontaccio. Si osservano con attenzione, e si discute a
lungo su quale appaia il pi degno per la stagione. Fatta la scelta, non
sempre priva di controversie e permali, si deve dare inizio ai lavori, perch
quasi mai la natura perfetta, e richiede la mano esperta dell'Homo abilis
per essere portata a perfezione.
A monte, allora, si comincia a portare via sassi, perch il corso del fiume
risulti pi sciolto e scorrevole, e maggiore portata d'acqua giunga senza
inutili frapposizioni; a valle, dove comincia a restringere, si inizia a
costruire la Grande Diga, mirabile esempio di Ingegneria Empirica, e ognuno
porter i propri macigni di peso sempre solo un poco superiore dle proprie
forze, e li ribalter addosso agli altri, insultando e venendo insultato, ma
ci fa parte del necessario rituale apotropaico e la Diga non riuscirebbe bene
altrimenti, e si tureranno le falle con mota e farfanacci e vtiche e sassi
piccoli, e ci si tuffer sul fondo per pulirlo dalla lzza e dai vetri e dalle
latte arrugginite e da tutto ci che il fiume invernale si portato con s,
magie e gatti Morti e biancheggianti ossa da lesso comprese.
Di grande aiuto, in questa fase, la Madonna, intesa come tirare delle, anche
nelle varianti un poco pi sfumate dell'Imprecazione semplice, da Dio a Zio,
da Madonna a Maremma, da Cane a Caio, Campo, Campanile, campsseri (variante
toponima locale), Camposanto, ansiet Lai, Latte, Latte e va, Sul Ciuco,
Serpe, Serpente, Brigadiere, Brigadiere delle Ferovie dello Stato e via e via
in creativit e poesia. A Madonne, certo, si possono deviare i temporali: ci
si siede sotto ad una pianta e si smadonna in direzione del fronte nuvoloso.
Questo, dopo un po', capisce che non aria e si allontana per scaricarsi in
localit di gente pi pia e meno decisa. A Madonne accadono anche avvenimenti
miracolosi, dove manifesta la presenza del Soprannaturale Divino.
Dice Giordano-Natta, raccontando di quando scivol sul ghiaino alla curva di
Serravidoli e usc nel prato col 49: Tirai tante di quelle Madonne che mi
s'acese il fanale. C'era un buio che pareva d'entrare in culo, e mi s'acese il
fanale.
Nuotare, si nuota in tre modi, oltre che a morto: alla cagnolina, alla spadona
o marinera, all'italiana; esiste il crol, ma solo nei filmi americani perch
solo gli americani sanno fare quelle cose. A cagnolina il sistema
primigenio, connaturato, dell'Homobambino: si muovono le braccia a cane e si
battono i piedi a motoscafo, cercando di fare pi spruzzi possibile.
Questo sistema si impara entrando in acqua e andando avanti; dopo il terzo
ripescaggio viene naturale, e si ufficialmente ammessi nella comunit dei
nuotatori. La spadona, o marinera, si esegue stando sul fianco destro e
allungando in avanti il braccio destro e all'indietro quello sinistro che si
teneva rattrappito sul petto; le gambe scalciano all'indietro con potenza pari
alla velocit desiderata. La spadona nuoto riposante, e con esso si possono
fare lunghe distanze.
All'italiana un po' il nuoto di Tarzan, senza urlo e con la testa ben fuori
dall'acqua, se no entra in bocca. Questo in fondo sarebbe poi male da poco, in
quanto l'acqua del fiume si pu bere; solo i vilegianti (bischeri!) ne sono
insospettiti, e chiss quali sporcizie e porcherie bevono in citt. Si avesse
per in qualche modo il sospetto di attraversare un giorno non fausto, si pu,
a maggiore consolazione dell'animo e per rendere completamente asettica
l'acqua, recitare la nota formula: acqua cornte, ci passa il serpente, ci
beve Dio, posso berci anch'io.
Pi fastidiosa l'acqua nell'orecchio; anche per questo fenomeno per c' un
sistema di sicuro effetto: si prenda un piccolo sasso rotondeggiante, lo si
prema contro l'orecchio allagato, poi, chinandosi un poco da quella parte, si
assestino piccoli colpi con altro sasso scelto all'uopo; se si ha avuto cura
di scegliere un sasso ben asciutto, lo si vedr rapidamente riempirsi
dell'acqua incautamente infiltrtasi.
Il nuoto all'italiana comunque eseguito solo da nuotatori di consumata
abilit, per brevissimi tratti, e in presenza di elementi impressionabili,
quali ragazzi pi piccoli o ragazze. Assomiglia al crl di certi vilegianti
(non quello degli americani), che lo eseguono nelle stesse condizioni
ambientali; sola differenza, la testa quasi sempre sott'acqua che a volte
emerge con sbuffi poderosi, come i Grandi Cetacei.
Si nuota ovviamente anche a rana, ma solo per pescare i sassi rossi dal fondo,
quando l'acqua limpida. Ci sono record natatori, escalation nei confronti di
se stessi e della societ: padronanza del Pozone in lungo e in largo,
attraversamento del bacino in largo, attraversamento in lungo, attraversamento
del bacino di Siffiana in largo. In lungo non si pu, al di l delle
possibilit umane. Ci si tuffa in due modi: a seggiolina, o Pompiera e a testa
in gi. A la Pompiera d'uopo prendere le gambe sotto il braccio sinistro e
stringersi il naso con le dita della mano destra; a testa in gi per molto
pi virile, e la spanciata nell'ordine naturale delle cose, come una pioggia
in marzo.
A nuotare poi non si va mai, si va a fare il bagno, o meglio, uno l e dice
agli altri: Si fa il bagno? e via ci si butta. Senza costume, che non serve,
il bagno vero si fa gnudi, meglio se ci sono vilegianti in giro; ammessa la
mutanda, mai lo slip, e questa, dopo il bagno, a scanso di eventuali problemi
familiari che potrebbero sorgere, verr asciugata prima battendola di qua e di
l con grande forza su un sasso, poi lasciandola al sole ad asciugare, mentre
noi stessi ci asciughiamo, e i pi vecchi fumano la cicca rimediata da una
tasca delle braghe. E li che si sta bene, perch l'acqua pu essere fredda, ma
dentro si sta bene, e meglio fuori dopo al sole.
Si possono fare commenti. Loriano di Tonio-Rosa diceva: Guarda, quelle
vilegianti, come si ungano. Le ungerei io s, con un po' d'unto creappoli!
Sfuggiva il significato profondo dell'affermazione, e forse per questo
lasciava una certa impressione di rifiuto, di un'idea in s ributtante.
Nel fiume ci si pesca, anche; se non si considerano i mostri misteriosi del
Pozone dla Centrale e di quel del bacino, di solito eran pesci normali,
domestici, quelli che facevano; c'eran le lasche (e che emozione, quando padre
Dante scrive, parlando della costellazione dei Pesci, la grande Lasca, e io
l'unico a capire, in classe, (bscheri!), e la lasca un po' come il pane
quotidiano, che se c' non emoziona pi di tanto. Gi il barbo diverso, pi
nobile, con quei due baffetti di ciccia vicino al muso, pi colorito, e
grosso. Odo, de le volte c' certe lasche! Ma il barbo il barbo, si sa.
Non come la trota, perch la trota la trota; prenderne, di trote. Ora di
barbi non ce n' pi; una volta s, ce n'era, perch c' sempre stato un tempo
(remoto? e quanto? preistorico, ma sempre lontano, di qualcuno trapassato,
del nonno del nonno) che bastava svoltare un sasso, bastava.
Paride-Palmiro: Si lavorava a far 'na griglia... e ma sar stato... e ero un
ragazzo, figuriamoci... s'era sotto Tglia, verso i due fiumi... alzai 'n
sasso... ventidue barbi c'eran sotto, ventidue barbi; e macch... aora non ce
n' mia pivve. E ti maledici, per essere nato in epoca storica, cos priva di
tutto, cos vuota di pesci nel fiume di funghi tra i boschi. Prendi i
brcioli! Bastava andar nel fiume con la forchetta, e tornavi a casa e facevi
la fritura. Prova a trovarne uno se sei bno, ggi.
E gi il brciolo pesce misterioso, che non nuota, e questo gi la dice
tutta sulla non pescit di fondo di questo pesce. Salta, o meglio, si sposta a
scatti sul fondo, muovendo un poco poco la mota, e sembra che ti stia a
guardare e a dire: Chippami, se sei bno, e non lo prendi no, se non hai la
forchetta, l con quel suo testone.
In citt (in particolare quella della Motta) non ci sono brcioli, ed
inutile parlarne agli altri e descriverne caratteristiche e propriet
specifiche (certe filze! certe friture!); trovi incomprensibile indifferenza,
disinteresse, anche se tu dicessi: Conosco un posto dove fanno i brcioli, ti
ci porto, l'uditore non paleserebbe quella curiosit legittima che la notizia
comporterebbe. Anche se tu dicessi: Conosco un posto dove fa l'anguilla...
Ma sarebbe evidente menzogna, l'anguilla non fa, c' ogni tanto, la si trova
per case fortunato, Per giorno segnato dal destino, di cui parlare di poi Per
anni. L'anguilla certo nei posti da anguilla, nelle profondit senza nome
gi descritte, perch ha natura sotterranea e diabolica, monstrum, non
certo pesce, non si sa bene cosa sia, mezza serpe e nera per giunta com', ma
pesce no di sicuro. Quindi nel fiume normalmente non ci dovrebbe stare. A
volte per capita di incontrarla, giunta innaturalmente dagli abissi come un
angelo precipitato; allora un morso pi violento la fa emergere attaccata ad
una lenza, ma raro, perch quello che succede pi spesso trovarla sotto a
un sasso, quando infili le mani per tastare i pesci, e la senti, che non
pesce, cos lunga, che si attorciglia, e scivolosa; allora ti esce il grido,
che ti strozza la gola: L'anguilla, c' l'anguilla, ed come un Pizarro che
ti vede l'Eldorado l a due passi, e ti teme che possa svanire nel nulla dopo
un attimo, una visione e via, come spetro o fantsima.
Perch averla trovata non prenderla. Allora devi andare indietro un po',
guardando che non scappi in quel momento, poi rovesciare il sasso. L'anguilla
ha natura maligna, lo si diceva, e a volte, a sasso sottosopra, te la vedi
trasformata in biscia d'acqua, o btta, che per lo schifo ti si mozza il
fiato, quasi tu l'avessi biasciata, e ti lavi le mani cento e cento volte, e
sputi e risputi quasi l'avessi deglutita. Fine tragica attende l'animale
trasformato, ch la biscia d'acqua cerca di filarsela ma pi leste sono le
sassate che la lasciano tutta attorcigliata su se stessa, e nulla vale al
rospo la dignitosa stoica immobilit, in pochi attimi di furore cieco e
assassino.
Ma se l'anguilla anguilla, il furore aumenta, e tutto teso alla cattura
della bestia, che mostra la sua diabolica natura nel non volere assolutamente
farsi catturare.
L'anguilla sguillosa, e con le mani non la si pu afferrare. Ci sarebbero
certi modi sicuri di intrecciare le dita, e trasformarle in morse ferree e
feroci, ma molti di questi modi sono segreti, tramandati di padre in figlio, e
se non li conosci e stai l ad intrecciare le dita l'anguilla gi andata, e
per quanto si cerchi sotto ai sassi vicini non la trovi pi ( sicuramente,
per vie solo a lei note, sprofondata nelle viscere della terra).
La forchetta sarebbe sicura, ma in questo consiste l'astuzia dell'anguilla,
che quando hai la forchetta non si fa trovare; a morsi andrebbe bene e c' chi
ha catturato anguille a morsi ( l'unico sistema, non ce n' altri), ma anche
questo accaduto in tempi non storici, Quando Vuotarono il Bacino.
Quando Vuotarono il Bacino c'era il paese in mezzo al fiume in piena, e i
pesci si tiravan su col paniero; coi panieri? coi corbelli, si tiravan su, con
le paniere da noci, con le grgole anche, perch il bacino l'avevano proprio
fatto correre, e tutti gli antichi abitanti fluviali erano stati scaraventati
gi per il salto dello Sfioratore e gi per la glerla dello Sfioratore con la
cornte forte che c'era gi nel fiume; e l c'era il paese che aspettava,
tutti, vecchi, mini, donne, coi sacchi li tiravan su, e c'eran certe anguille
che non s'eran mai viste, e coi denti le prendevano... ma non vennero mica gi
tutti, e allora i pi coraggiosi andarono nel fango del bacino, fino al petto
a volte, e frugavan gi nella mota, e c'era Ignicosa... ma non li hanno mica
presi tutti, perch i pi grossi, i pi vecchi, andaron sotto anche due o tre
metri, e, aaa, sono ancora l, sono.
Ma il sistema pi sicuro quello del dito, perch la malvagia anguilla
mordace, e allora se uno le infila un dito in bocca, lo morde e non lo molla
pi, e se la pu portare a casa, che sta l atacata e non lo molla pi.
Ma fa male?
Fa male s, fa male; ma non c' altro sistema.
Non ho mai avuto la fortuna di catturare anguille col dito; non so dire,
quindi, una volta giunti a casa, come si faccia a staccare l'anguilla.
Ma pescare, si pesca in tanti modi. Il pi classico a canna, che proprio
una canna di bamb, divisa in tre, e componibile con incastri di ottone.
Finisce a punta sottile sottile, guizzante, il cimino, e l con grande
maestria ci si lega la bava; in mezzo ci vuole il galegiante, una peretta di
sughero colorato, perch si deve vedere bene nell'acqua, poi il piombino e in
fondo il lamo, che bisogna saperlo legare bene e io non sono capace, ma c'
chi ci fa certi nodi, al lamo, che non vien pi via neanche! e il pesce, se lo
ingoia, non si slama da solo, che a volte era un cavedano cos, ma mentre lo
tiravo fuori s' slamato. Ci sarebbe anche il mulinello, e qualche vilegiante
ce l'ha, e sarebbe bello averlo, anche se non si sa bene a cosa serva. Loro
lancian lontano, e fanno girare il mulinello, e poi non prendan mai niente,
quei bscheri. Hanno anche dei lami speciali che si chiaman cuchiaini, o
mosche, e sono delle cose tutte colorate, di metallo e piumette, che sarebbe
bello avere, ma mica per andarci a pescare, che tanto non servano a niente, ma
per tenerli cos, come le figurine, da collezione, Altra esca necessita!
Sul lamo ci si infila invece il lombrigo (anche se per certi pesci ci vuole la
polenta) o la singlilla, o i bacacci (dorminti, i tidggane i toscani) o
certi vermini verdi che fanno sotto ai sassi del fiume; si scopre il sasso e
li trovi l, dentro a dei nidi fatti di sassini piccoli piccoli tutti atacati,
saran lunghi cos, poco, e tiri via qualche sassino e il verme viene fuori, e
ha delle zampine corte corte e tu lo prendi e lo inlami.
Ma pi bello pescare a bilancia, specie nei Pozoni; per la bilancia ci vuole
una pertica, una corda, due ferri incrociati coi pesi all'angolo e la rete a
magie fitte. Normalmente per al posto della corda si usa il filo del telefono
degli americani, che un filo d'acciaio coperto di gomma coperta di stoffa
catramata, e serve a tutto, a legare le viti, a legare i sacchi, tanto il
telefono non ce l'ha nessuno, e Nonnamabilia guardava il telefono squillare e
mormorava: "O povrtta m adessa al ch'i ho fare?" Il filo del telefono degli
americani sembra inventato per tener su la bilancia, ma anche pu essere usato
per fare il cantino nei violini.
Quando Fernando suonava il violino us per cantino l'anima d'acciaio del filo,
e suonava bene, tanto che il babbo di Piero, che era appena arrivato, chiese:
Ma chi che suona la tromba? ed era Fernando che suonava il violino.
Per la rete si usa la rete mimetica degli americani, quella pi fitta, che
copriva i quattro pezzi da 105/22 gi nella Piana; coi bossoli ci si fanno i
vasi da fiori, che ce ne son due anche sull'altare.
Si portano da uno a Portta che li taglia in bocca e li fa sporgere in fuori
come fiori, o anche (ma costa di pi) li sbalza e li cesella, inclito studio
di scalpelli achei. Veramente con la rete ci si dovrebbe fare le canottiere,
ma se si riesce a rubare un pezzo un po' largo e due fili di ferro ci si pu
fare la bilancia. Si pesca cos: si getta la bilancia in acqua e si aspetta
che qualche pesce prima o poi ci finisca sopra; allora si tira su con tutte le
forze e per il peso dell'acqua i fili di ferro si piegano e i pesci scappano.
Ma bello lo stesso, perch si pu bestemmiare a lungo, e sbattere la
bilancia contro a tutti i sassi del fiume, e urlare che scalogna, e tornare a
casa con la pertica e il filo che possono sempre servire per un'altra volta.
E' pi facile prenderli, i pesci, con le mani, quando il goreno dello
sfioratore del botccio va in secca, e nelle poztte qualche pesce rimane; una
volta, quando c'era pi pesci, usavano anche le nasse di stroppe, che ora sono
rinsecchite e inerti nel Maganzino.
Nel Maganzino c' tutto, oltre alle nasse grigiastre di polvere; ci sono delle
cassette da frutta piene di scatole di remoti prodotti alimentari piene di
chiodi di tutte le misure, e bene unti, e le sungie per ungere gli scarponi, e
il trabiccolo per risuolarli, e le boltte da mettere sotto agli scarponi
(certe sfiamarade, su quei sassi!) e un pezzo di canna di bamb scheggiata con
cui mi tagliai un braccio nel '44, il tagliere della sfoglia, i grandi vasi di
vetro dentro ai quali dormono le uova sotto calce, e lanterne funzionanti e
lanterne rotte e la lampada a carburo di mio zio Merigo minatore, e i preti
con gli scaldini, e buchi ragnatelosi contenenti tesori come due bossoli 7,62,
e scatole vuote di razioni K americane con dentro pile di giornali americani,
Life, la Saturday Evening Post, la Gazzetta di Pittsburgh con le foto dei
Nostri Ragazzi al Fronte, i barattoli di birra americana vuoti, quei barattoli
di latta bombati sotto e la valvolina in cima (o era Didit?), e bottiglie di
whisky vuote, che nel '57 le scolammo tutte e ce ne venne fuori un mezzo
bicchierino, ma non era buono, e una stadera, e martelli, forbici da uva,
lime, ma non tutti gli attrezzi, perch quelli sono gi, nella rimessa, dove
c' anche la mola per arrotare i coltelli, o nei casetti della madia.
Nel Maganzino per c' quasi tutto; se uno cerca una cosa, un pezzo di lapis
copiativo o da falegname, un metro snodabile o a nastro, una sega da fro, un
tubicino di metallo col tappo per tenerci i fiammiferi, una placca di metallo
scritta in americano che opportunamente adattata copre quella normale e serve
da fibbia americana, tutto insomma, basta cercare, nel Maganzino c'.
Il Maganzino una stanza alta e lunga, con una finestra con la moschiera in
fondo, a est, dalla parte del fiume; il pavimento nuovo perch la piena del
'37 port via tutta l'ala, e anche le galline sotto, mentre dormivano nel
gallinaio. Stavano l a dormire appollaiate e l'ondata di piena ruggente
sfond e se le port via, assieme a dei cristiani che aveva raccattato pi su,
e depose il tutto con mota e macigni lungo le due grandi piane, e quando
Ziomergo pot finalmente tornare (era andato ad aprire lo sfioratore della
gora proprio quando l'ondata che ogni tanto m'insoggno piomb gi e lui riusc
a tagliare per quei grottini e a scappare verso Pvana) vide qualcosa che
roseggiava d'in tra la fanga e disse: Guarda un maialino! ed era una ragazza
della Sega, morta e nuda. Quella Piena del '37, quando la Diga tracim, e mio
babbo era a Rovereto di Trento, a impiantare linee telefoniche, e mia mamma a
Carpi con le sorelle, e io chiss dove, neanche nel Cielo Platonico.
Chippami!
Nell'altro Maganzino, quello prima, con le finestre a mezod, che prendono
l'infilata del vento incanalato da tutta la valle del fiume, e spara proprio
l contro, quando tira al vento (ch i venti, si sa, sono due: vento, appunto,
da sud, e tramontana, da nord) in quel Maganzino sopra al botccio ci sono i
sacchi di grano e di farina, e c' la madia col pane, e il vaso della
sansiccia sott'olio tutta arrotolata in rccoli rosa, quella che si mangia per
merenda sopra a 'na fetta di pane, e sembra all'inizio che il vaso non debba
mai vuotarsi, ma poi verso l'autunno comincia a farsi basso basso e CAPISCI
che bisogna andarci piano, perch ne passa, del tempo, a quella nva!
C' anche, appeso a un gancio, il presciutto, o la spalla, ma quando son
smanimessi, altrimenti si tengono in cantina, e ci sono i cestoni di mele e di
pere da inverno e di noci e di capni, che quando entri tutto profumo di
quella roba, e oltre alla sansiccia sul pane ti metti in tasca due o tre mele
come giunta, se stagione invernale, e c' l'armadietto di abete e masonite
degli americani, pieno di marmellata di ciliegie e altre cose, formaggi, olio,
scatole; via, 'gni bn di dio. C' anche la limonina degli americani, scatole
verdi di polvere giallina che sa proprio di limone, e bona con l'acqua
fresca, e un po' di zucchero, e se ci metti un po' di bicarbonato fa anche la
schiuma; ma dopo devi metterla in un vasetto di vetro, che se prende aria
diventa durera come 'n sasso, e la devi scalpelar via, se la vuoi usare.
E ci sono anche i pacchi di scatole di fiammiferi americani, quelli a
capocchia rossa che ci diedero in cambio di patate, tanti ce ne diedero quelle
scatolette Safety Match col disegnino di quella casa col campanile e
l'orologio; casa, perch chiesa proprio non sembrava.
In fondo c' quel letto dove Ziomergo o Nonnopitro si buttano quando
aspettano le botaciate, ma d'estate, perch d'inverno c' freddo, int al
maganzin, e si dormicchia in cucina.
Ma d'estate, il Maganzino! E' l che si remette la pertica col filo; poi si
prende una mazza, di quei mazzotti col manico lungo, e si torna nel fiume e si
pesca a mazza. A mazza si prendono, anche se un po' vietato, ma tanto non
abbiamo neanche la licenza per pescare a canna. A canna ci andai una volta col
sig. Petroni, un vecchio che era capitato a pensione, quell'estate. Era
strano, professore o qualcosa. Diceva: Sapete perch gli americani ci misero
tanto ad arrivare? Perch loro dicano: Per fare un uomo ci vogliano vent'anni,
e prima di sciuparne uno bisogna pensarci! e si vedeva che i miei se ne
facevano ben un brve, di quello che dicevano gli americani o il sig. Petroni.
O t! faceva Ziorco.
Diceva anche, sto Petroni: Se gli americani volessero, fra vent'anni a mosca
non ci sarebbe neanche una mosca, e non so perch lo dicesse ma mi piaceva
pensare questa cosa delle mosche, che erano a nugoli, e morivano ronzando
piano nelle lunghe strisce a spirale che si dipanavano dal soffitto.
Mi chiese: Hai la licenza? e io la licenza non ce l'avevo; ero normale, io, la
licenza era bizzarra curiosit di vilegianti, la licenza per pescare NEL
FIUME? S' mai sentito? Ma intendeva il permesso, il permesso per andare con
lui (parlava ma buffo, il sig. Petroni!). Mi confezionarono un panino al
salame, un culo rimasto ma buono (si faceva, per di pi, sansiccia e
presciutto) anche se Ziaelna, quando lo tir fuori dalla madia del Maganzino,
lo pul con mano da una bestiolina pelosa che aveva fatto nido, e il primo
boccone lo morsi un poco a denti davanti, ma era proprio buono, e mi misi a
mangiare, tanto non si prendeva niente. M'aveva portato (a piedi? forse, anzi,
sicuramente a piedi; o si prese la Coriera?) pi su, dove sempre lo stesso
fiume, intuii, ma non quello proprio, non il vero fiume.
Coi pescatori a canna ci si deve comportare cos: ci si avvicina in silenzio e
si guarda, non loro, il galegiante, e le sue pigre ondulazioni sull'acqua. Il
pescatore dopo un po' si volta e ti guarda. Quando ci si sente osservati
allora si ricambia lo sguardo, con serena fermezza, e si d cortesemente il
buon giorno. Il pescatore di sotto risponde; allora si torna a guardare il
galegiante, sempre in silenzio. Dopo un po' (10'? un quarto d'ora?) si chiede
cortesemente: Mrdano? e al silenzio come risposta si dice: E! Ma non fan
mia v qui, dovrebbe provare da n'altra parte! poi si rid il buon giorno e ci
si allontana sereni, fieri del compiuto dovere.
Presi solo una laschetta, io, lui niente, ma credo che volesse solo passare
un'ora di relax (riposo, che relax!) sul fiume; ma come si fa a star l a
pescare senza neanche voler prender niente. Se si va a pescare, o a funghi, si
va per trovare qualcosa e portarlo a casa.
A mazza s, che se ne prendono. Si sceglie il sasso che fa tana e ci si
picchia un colpo all'apice gridando: Scansatevi che picchio, con grido
contemporaneo all'azione. Il colpo tremendo: volano schegge di sasso e odori
di pietra focaia, e tutto il fiume ne rimbomba e per questo pericoloso,
perch ben differisce dal martellare ritmico degli scarplini, e il
guardiapescca saprebbe che musica si sna. Gli scarplini prendono un tempo, e
sereni vanno via con quello, di punta e mazolo; allora basta che tu ti
avvicini e cominci a fischiare un'arietta fuori tempo, che so, un tre quarti
vorticoso sul loro quattro quarti implacabile. Il risultato sicuro, prima o
poi si picchiano nei diti che un piacere, e a te picchiano il mazolo dietro,
che se ti prendono! Come quando il Sor Priore, in pieno rinpianto di Prespe,
trov Giordano-Natta che umanizzava il Bambin-Ges, facendogli il buco del
culo con un succhiello, e gli tir dietro le pinze che se lo prendeva! Anche
il Guardia-Pesca, se ti prende! Ma tu sai di andar via come saetta, ch sui
sassi del fiume non si cammina, per dato scientifico, ma si corre, e senza
scarpe si va ancora meglio; in una frazione di secondo si valuta la distanza,
la potenza dello slancio, due, tre in una volta, tan tan tan, con la pianta
dei piedi che sembra gomma, o il sasso stesso, tanto tutto risponde al lancio
e al rimbalzo e al rimbalzo e al lancio successivo.
Odo, qualche volta si fischia anche nell'acqua, pari pari, ma tributo che
il fiume, l'Entit del fiume, richiede, sacrificio propiziatorio necessario,
come quello di scapucciarsi il dito grosso prendendo il sasso di punta anzich
di pianta, dolore di intensit pari solo alla Mitica Pallonata nei Coglioni,
massimo dei dolori umani; dolori che, sai, prima o poi ti tocca sopportare
nella vita, e allora attendi con rassegnata calma. Come battezzarsi di nuovo.
Picchiata la botta alzi il sasso, e per incanto a filo di cornte appaiono i
pesci tramortiti, non c' che da raccoglierli; per come un poco frodare,
troppo facile, come snidare un nido che ha scoperto altra persona, o trovare
fungo di bolata altrui. Lo fai, sarebbe da bischeri non farlo, ma furtivo e
non completo, senza vanterie, e stai sul vago e dici: O m? In tra di l,
circa.
Come con la cornte elettrica, che anche pericoloso, e sai di chi prese la
scossa, e scivol; eran andati nelle Vasche della Forestale, prese la scossa e
scivol e si ruppe il femore; O col carburo, che avveleni mezzo fiume, ma in
teoria, perch in pratica come fai? Saperlo!
E' gi pi nobile pescare con le bombe a mano, operazione di grande prestigio
di cui si parla a mezza voce, ma che nssuno ha mai visto fare. Tradunt che lo
fecero, tre dei pi vecchi, ma vecchi vecchi, sui diciotto-venti, e non nel
Pozone della Centrale, in quel canale di fianco, quello che finisce dove la
Gora del mulino comincia, e dall'altra parte in diretto e oscuro contatto
con l'Ade istesso e le Deit Ctimie, pieno d'erbe palustri, nidi di
constrictor giganti ed altre specie velenifere. L le tirarano, tre, ma mia
quelle italiane, quelle americane, le Anana, e una non esplose e c' ancora, e
potrebbe esplodere da un momento all'altro, e questo contribuisce ad elevare
il tasso di pericolosit del Pozone dla Centrale, oltre naturalmente al suo
ambiguo fascino.
Dove si prendono le bombe a mano? Ce n' tante, di bombe a mano, e di
proiettili, e di balistite, a casse c', la balistite. La balistite non serve
per pescare, ma per fare i razzi. Si prende un bossolo vuoto da mitragliera,
quella piazzata sulla spianatina vicino alla Casa della Fla, si riempie ben
bene di balistite, e si tuppa con un bossolo da fucile, di quelli che si
raccoglievano al Pontaccio dopo che gli americani avevano sparato di l per
esercitarsi.
Al bossolo grande ci si mette un pezzo di nastro da mitragliera per tenerlo in
mano senza scottarsi, e sotto si tira via il fondello e ci si mette un pezzo
di miccia a lenta. Poi si d fuoco alla miccia e si tende il braccio in alto,
aspettando che il bossolo piccolo parta. E' importante, durante l'operazione,
voltare la testa dall'altra parte e chiudere gli occhi, perch se no forse non
parte niente. Ci si passano anche dei pomeriggi, cos.
Quale Dio Benigno ogni tanto riguarda e preserva le incoscienze bambine?
Perch a volte bello sparare anche col Tmpso, soprattutto se senza calcio,
cos che lo si lega a un castagno e con una corda si tira il grilletto. De le
raffiche, tra quelle frasche! Ma i pomeriggi si passano anche a smartellare
una bomba da mortaio trovata da un cugino pi piccolo nel fiume, e lui l'ha
rimpiatata apposta per te, che sei pi grando e sai come si fa per smontarla e
venderla a Tiribitta come fro. E' semplice, come si fa, per smontarla.
Si prende un sasso e ci si picchia in cima, finch il sasso si rompe, prima
quello di sopra poi quello di sotto a incudine. Allora si manda un altro
cugino pi piccolo ancora a furare un metallo in casa, e con l'aiuto
d'attrezzo pi scientifico si picchia ancora, finch si deve rinunciare perch
la Maledetta Bomba (ti pigliasse n'acidnte!) non si vuole aprire e svelare
suoi segreti. A, ti passa il tempo che non te ne accorgi neanche!
Ma pi bello, i botti, farseli da s, con lo zolfo e il potassa, sai quelle
pastigline bianche salate e schifose che ti danno quando ti viene mal di gola?
Li pesti assieme e ti vien fuori una polverina gialla, come quella che
adoperano al Tiro-a-segno de l'Ucelino per la Festa di Santa Filomena (ora pro
nobis!), in piazza; c' un Ucelino di ferro che in bilico su una stanga di
ferro regge un peso di ferro. Se con la carabina a piombini butti gi
l'Ucelino, il peso cade per due metri circa e finisce che picchia in uno
scodellino di ferro pieno di quella polvere, e fa il botto. Tu a casa, che non
hai l'ucelino, puoi usare due sassi, o i tacchi, o il maschio e la femmina di
bullone, e il botto viene bello lo stesso, e la puzza uguale, il ch ha la sua
importanza. Dicono che zolfo e potassa siano parte integrante della polvere
nera, che poi polvere non , ma in granuli, e tutti di l da l'acqua ce
l'hanno in casa, dentro a dei barattoli, per fare le mine quando devono far
saltare un ciocco o un errante in mezzo al campo, e son pratici perch
minatori di galeria o di Mina vera e propria son stati un po' tutti. Il Tecco
fece una mina per un masso che voleva levare dal campo, e aspettava aspettava
e non saltava per aria niente. O che miccia m'han dato? disse, e and a vedere
con suo figlio che miccia gli avevano dato, e gliel'avevano data bna, solo un
po' lenta, perch quando arriv l a vedere salt tutto per aria, e gli and
anche bene, che ci rimise solo un occhio, e un po' d'Ospedale. Dino di Bchia,
pi tnnico, us m una mina anticarro tedesca per far saltare un ciocco in un
campo, e non si fece niente; la mina salt, e anche il ciocco, che non si
trov pi niente, n ciocco n mina, ma solo una buga nel campo che ci mise un
giorno a riempirla di nuovo.
Ma i botti si fanno anche con l'Eternit, e la Centrale doveva esserne coperta
perch ce n' tanta, l attorno. Si accende il fuoco, un bel fal grande, e ci
si buttano dentro i pezzi d'Eternit; questi, per il calore, si gonfiano e
scoppiano saltando per aria, unendo al piacere del rumore quello della grazia
visiva del salto.
Pass la Valria, la mamma di Vasco-Onda e di Checco de la Valria, appunto, e
si mise a urlare: Corte donne che quei ragazzi gettano i proiettili nel fco,
ed una che sa urlare perch venne gi Pvana e pagammo le ataviche colpe del
Tmpso e della balistite e di tutto il resto, e il Dio Benigno delle
sciocchezze infantili quel giorno se la rise, perch era proprio disoccupato
quel giorno e pens: Almeno mi diverto un po' per tutto quello che m'avete
fatto lavorare prima, acidnti a' ragazzi, brutti mostri.
Il Dio Benigno per non c'era quel giorno, quando Ciupadllo prese in mano
quella bomba e cominci a mosticciarla e a smanimetterla, e la bomba gli
esplose e gliela tronc di netto, la mano. E! Ma ora... ora va via che
sembra n'abbia tre, di mani!
2.
E' certo la Geografia disciplina tra le pi fantastiche che esistano, che ha
del letterario e del fabulistico, pi che della vera scienza. Anche per
rimanere solo nell'italico (e siamo italiani, questo, pi o meno, si sa, e
viviamo in uno spazio chiamato Italia, che si estende in qualche modo non
chiaro al di l di Pvana), prendi, ad esempio, le Province di Lombardia. Gi
da sola la Lombardia sarebbe una cosa da verificare, tutta; verde, l'Emilia
l di sotto rosa e la Toscana marron. E' questa la loro vera essenza, il
colore della loro anima? Forse s, ma Politica, perch la Lombardia Fisica
verde e marron e azzurrina come tutte le altre. Che siano questi poi i colori
veri dell'Italia? Comunque esistono tutte, l'ha detto la Mastra e non c'
ragione seria di dubitarne. Esistono coi loro nomi, che bisogna imparare a
memoria.
A memoria? Pronti: Milano, Como, Bergamo, Brescia (e qui c' una pausa per
tirare fiato, di un quarto). Mantova, Cremona, Pavia (altra pausa), Sondrio e
Varese.
Questo non solamente un ordine recitativo o mnemonico, l'Ordine. Se ci
sono davvero, queste Province sono in fila, cos volute e create da Colui che
Tutto ha Creato, e se per caso un passeggere (l'Arcangelo Gabriele?) va in tra
di l e scopre che, poniamo, Cremona viene prima di Mantova, scoppia un
bordello e torna a casa e dice: Guarda che gi l'Inimico, sai di Chi parlo, ha
di nuovo messo in tentazione l'Uomo e ha sistemato Cremona prima di Mantova.
E l succede qualcosa di grosso, tipo Diluvio o di pi, perch certi Ordini
meglio non andare a turbarli.
Inoltre (ma solo per accennare ad alcune cose), perch Sondrio e Varese cos
sempre ed intimamente legate da quella congiunzione ammiccante e libertina,
pi copula che congiunzione. Riferimento a chiari rapporti erotici, o peggio?
Perch Sondrio, con quella O finale, certamente maschio, ma Varese finisce
per E, e non si sa bene cosa sia. Son due citt o una? Come forse di l da
l'acqua, che sempre Pvana ma fino a un certo punto.
Allora vuol dire che c' un fiume in mezzo, e uno parte da Sondrio poi va in
acqua e a poco a poco, senza neanche accorgersene, riemerge, ed ecco che gi
a Varese.
Milano esiste. Ci abitava la Ziazta con Zioromno, che poi morto ed come
se avessero sottratto uno zio, e cio una possibilit concreta di esperienze e
racconti e storie e prebende; lavorava alla Caproni, che era una grande
fabbrica di aparcchi, ma a Milano per definizione tutto grande. C' stata
anche la Ziega, alla Fiera, in gita in plman coi postelegrafonici, ma al
ritorno c'era la piena del Po (Pi grande di quelle del Limentra? E, pi
grande cento volte! Posbile?!) e sono passati sul ponte che gi l'acqua
toccava la spalletta. Per Miracolo! Come dire: Milano c', ma meglio starci
lontano perch non si sa mai.
Anche Modena esiste, ci sono nato, vorrei vedere, ed grosso modo in quella
direzione, e vicino ha Carpi, che come Modena, solo pi piccolo. Modena
soprattutto una casa di periferia, con tanta gente che ci abita (tutti l, ma
non son mia parenti!) e grandi campi attorno, dove aspettammo ore che il
cmmio dei partigiani si decidesse a ripartire, e una scritta su un muro
giall: Carrozze Orlandi 1800 ... e qualcosa. Quale significato si nasconde,
dietro queste parole oscure?
Poi esiste Pvana, che non vicino n a Milano n a Modena. In effetti Pvana
non n in Emilia n in Toscana, anche se a Pvana ci sono a volte dei
Toscani e dei Bolognesi, metechi apolidi che passano di l; diciamo meglio: la
Toscana forse non esiste di suo, ci sono per i Toscani, razza di gente
curiosa che parla diverso (difatti dici: Quello? L' 'n Tosc!) e ci sono i
bolgnsi, gi pi simili a noi, come esseri umani, ti capisci meglio. Pvana
Provincia di Pistoia, (Pistoiia) che un po' il suo cognome o soprannome,
come Franco-Pitto o riccio-porcello.
Esiste anche l'America; c' stato a lavorare Ziomergo, anche Gisto, poi, se
sono arrivati gli Americani, nel '44, da qualche parte dovevano pur venne;
anche i Brasciro sono Americani, ma stranamente non hanno la stessa
abbondanza di quelli pi veri. O che americani sono?
A Pvana il sole sorge dalla parte di Suviana, nella direzione del Loglitto;
verso mezod alto sopra al Latsa, in direzione della diga. A mezod a si
mnghia. Nel pomeriggio passa dietro al Monte di Pvana, verso le Casette, poi
va verso il monte di Granaglione e di l sparisce per destinazioni remote che
non ci dato sapere.
Di Pvana si sa esattamente dove comincia, ed l, subito dopo la Diga, alla
casa costruita dal Pro Paiaro, c' anche il cartello; oltre c' territorio di
nessuno e vuoto di case, fino a Taviano, ma gi altro emisfero poi che gusto
c', andarci, basta arrivare fino all'inizio del bacino, dove entra l'acqua
mandata dalla galeria del Palne, e dove c'era la centralina che non
conoscevi, fatta saltare dai tedeschi anche quella. Per Pvana, ci sarebbe il
cartello dove comincia anche dall'altra parte, ma un po' menzognero, forse
per gabbare ignari passanti, perch se pensi alla Chiesa il cartello non
corrisponde, e pi in su ancora c' Cadicol e Pian di Campo, e in l ci sono
ancora Seraviddoli e Cadigri. Poi c' Fondamento, ma gi un viaggetto.
Sotto, ancora, c' Valdibura, Cadibonaiuti, e il Ponte, e di l da l'acqua
tutte quelle case sparse una per una tolto il borghetto di Piandalcro, ma
sempre Pvana, non come il Pogiolino che lo vedi l ma gi bolgnese; un
furto. Comunque questo Macrocosmo, perch, a voler dividere, le localit
sono infinite, e ogni pietra o cdda o fostto o scolina ha suo nome e cognome
e indirizzo, praticamente ha sua Geografia, ma questa vera e palpabile, non
come a scuola, fle. Per dirne una sola, la principale, andando da sud verso
nord (o da su in gi, come si dice): se parto da Pvana dal Cancello,
fiancheggio Gli Abeti, poi ho la curva de la Toretta della Luce, o Gabina (e
sotto ancora il mio, e c' il fico, e ci fan dei fichi, ma mica quelli di
noi ragazzi, di quelli che si mangiano quelli che piacciono a Ziorico che
dice, che non ne pu pi: O me la portate da via davanti, quela cesta?!), poi
c' la Pietra Miliare, e la Curva de l'Iugiolna (dove nevic rosso, ma Non
ero ancora nata io, figurati t!) e l c' anche la piazla dell'ANA, sempre
piena di ghiaino, da tuparla un po' qua e l, quela povera Poretana
continuamente tutta bughe.
Dopo una controcurva viene Cadbug, dove abita quello che aspetta i vilegianti
col calessino, alla stazione, quello che ha un'ernia davanti grande come una
bchia e ora porta viandanti chiss dove las e chiss se gli passata la
malattia che gli rendeva mezza bianca la faccia, ma non si sa se sia proprio
lui il mitico Bugone che d nome alla C. In tempi gi di macchine non lo
prendeva mai nessuno per farsi portare (solo, per mera vaghezza, Piero, con
nonna Angelica emisignr e baule) anche perch aveva l'aspetto e l'aria di un
sopravvissuto, anche il cavallo, e penso stessero l solo per far passare il
tempo, o per forza d'inerzia.
Si arriva poi alla curva sopra a Vilaravllo, traccia, assieme alle poche
altre ville, di remote signorilit anni trenta ben lontane dalla nostra
quotidianit, razza di Signori (altri visi, altri linguaggi, altre abitudini),
e finalmente, passata la casa di Remo e di sua mamma Zelmira sorella di
Ziarina, sei in Valdibura. In Valdibura ci sono gi tante case, ma in
particolare due luoghi di importanza fondamentale: il negozio di Pepone, che
d'estate vende il tuo rapporto con la Stampa e col mondo ( l che si compra
il Corierino), e il Cinema di Gigi. Di fronte al Cinma ci sarebbe altra cosa,
ma a noi ragazzi non dato interessarci, anche se lo sappiamo benissimo cosa
c', e i pi grandi usufruiscono, talvolta, dei social servizi a disposizione.
Pepone mite e gentile, e vive praticamente nel fondo della sua bottega di
frutta e verdura, un locale stretto e lungo dove s'ammassano derrate normali
per vilegianti (a noi, vender frutta e verdure?) e a volte anche cose di
forsennato esotismo, come cocomeri, meloni, o le pesche gialle, quelle
spicche. D'estate aggiunge anche alcuni giornali (a chi li venderebbe,
d'inverno? ce ne son rimasti tanti, di giornali degli americani, per accendere
il fco!), soprattutto la Domenica e il Corierino. Quella carta porosa sa
assorbire magnificamente l'odore della frutta che passa di maturazione, si
impregna di quegli odori ormai gravi, pesanti, e mentre sfogli il sor Cipolla
o Bib hai anche in pi quello stimolo olfattivo, e sembra che quel frutto
proibito (perch noi se n'ha tanta, di frutta! andarla a comprare?) ti scenda
in gola assieme alle cose che leggi. Pepone vive da solo, con una sorella.
Il fratello, Joh Beb in arte, vive a Roma, e balla e canta, vestito da donna.
C' questa sua cartolina-reclame che lo rappresenta in posa aggraziata,
vestito da amica della Vedova allegra, e quattro foto pi piccolo agli angoli,
tre con lui acconciato da donna, e l'ultima, quella in basso, lui com'
davvero, da uomo, con tutti i ciuffi fisciati all'indietro, le ciglia trucate
e il rosetto in bocca. Uomo sci ma tutti gli altri uomini quando parlano di
lui ridono. Quando arrivarono gli americani organizz uno spettacolo, nel
cinema di Gigi, e lo ricordo che cantava, con tanti abiti diversi e
meravigliosi che lui stesso si cuciva: Le campane che suonano afsta nel
giorno che muore... splendida canzone, anche se rimane il mistero di che cosa
sia questo afsta che le campane suonano (i tocchi?), dubbio che non aveva
forse quel capitano USA ubriaco che (narrano) lo credette donna vera e se lo
port al fiume, come il ghitano legttimo di Federico Garsa, e arrivato al
dunque dunque si accorse che qualcosa non andava, e lo riemp di botte,
porino, che una gran colpa non ce l'aveva proprio, se non quella di essersi
fatto trascinare dalla fascinazione dell'ammaliante melodia latino-americana,
solamente una vez. O almeno cos dicano, so io! Anche Pepone non fu fortunato,
subito dopo la guerra, quando tre improvvisati partigiani, viso scoperto, lo
rapinarono, e lui, porino, se la fece addosso dallo spavento; che li
riconobbe, e li presero subito, e la mamma di uno si faceva a piedi fino a
Pistoia per portargli da mangiare in galera, e poi, tagliando sempre per i
boschi fin dove poteva, tornava a casa in tempo per mungere le mucche.
E lui, il figlio, quando usc, forse per la vergogna di quella ragazzata se ne
and in Francia, e non s' pi fatto vedere, e un altro se ne and a lavorare
lontano, e il terzo, il terzo non ho mai saputo chi fosse.
In Valdibura c' anche la strada che va al Mulino, di fronte alla casa di
Mauro fornaro, quella con la fontana, dove non si pu bere dopo mezzanotte con
la bocca atacata (come a tutte le fontane a quell'ora, per altro) perch un
fantasma o altro essere inquieto e vagante potrebbe entrare e prendere
possesso di te stesso. Anche se c' da dire che le streghe, che prima c'erano,
non ci son pi poi tanto perch un Papa (Qualo? O uno!) le proib, e le han
bruciate tutte da qualche parte, e al massimo c' qualcuno con l'occhio
cativo, ma cativo mia pi di tanto, che non possa essere neutralizzato da
qualche contromagia che noi si sa, e se c' da togliere il Maldcchio ci pensa
Ziarina, con le gocce d'olio o quello che ci vuole.
Sotto c' Tglia, con l'omonimo ponte, l'altro dopo il Pontccio, e dove c'era
la vecchia Dogana Toscana, in quella casa dove nata Nonnamara bisnonna, che
raccontava di come i suoi vecchi facessero i contrabbandieri, d'accordo con le
guardie, e di quella volta che tornarono col carico di seta e sale e avevano
cambiato le guardie a posta, e loro ci rimisero tutto, muli, cavalli, e
carico. Ora la Dogana nuova pi sotto, dopo Valdibura, l'edificio pi grosso
di tutti, con facciata di sasso calastro a bozze squadrate e archi sotto ai
quai potevano entrarci anche carri e cavalli, ma ora li hanno tutti tupati,
quegli archi, perch ci abita della gente, e d'estate ci stanno Sighinolli e
Pucher-Passavalli e Cavalieri, nomi importanti, e la Silvia bionda coetanea
che sboccer in splendore negli anni a venire.
Ma sempre la Dogana, anche se il nome non ti spinge a mostrare passaporti o
lasciapassare, si chiama cos e basta, e Leopoldo di Toscana suo pensatore se
non costruttore ito da quel po', e il ricordo rimasto solo nello
Ziopoldino che un giorno scopr chiamarsi in realt Leopoldo.
Come Leopoldo? Quasi un tradimento.
Se poi vai in gi c' la casa di Primo della Luce, Regio Sovrintendente di
tutte le Cornti Elettriche possibili e immaginabili, e di fianco quella dla
M Maria, che era anche di Zio Rico, ma non ci volse pi stare (uno dei tanti
misteri di famiglia, che tutte le famiglie hanno), quella villa che d'estate
s'affitta (il piano di sopra) alla misteriosa signorina fiorentina, che ci
viene da sempre, da prima della guerra, data nascita del Mondo, ogni estate.
Strano incrocio, nell'impressione, della donna di quella poesia che leggerai
pi grando (Cocotte, Gozzano) ma anche, contemporaneamente, esempio forse di
antica famiglia nobiliare e pallsca e gigliata. E' linguaggio forbito e
cantante, il toscano non come quello che ogni tanto sentivi, greve, quasi
minaccioso, ma leggero leggero, anche se imperioso nei comandi. Va a vedere
t, com'era davro, quando ora rimastichi le tue proprie immagini di pero
pistollo di nove/dieci. Alta, magra, fan, descangayada, semplicemente era
forse solo insegnante, la signorina, ma immaginavi in fantasiose congetture
che potesse darla via, di avventurosa professione. O addirittura amava amori
femminini (ce la poteva avere, la ghigna); o quel signore che ogni tanto
arrivava era lo Zio, come mi sembra dicessero, (il Conte Zio? alto anche lui,
sempre elegante di una remota eleganza profumata) o forse un vecchio amante
che per tale si spacciava. Magari mia zia Rina e le sorelle, che affittavano,
pi smagate dal loro lavoro di fantesche a Genova e alle sue pompe viziose di
ricchi signori che era stato doveroso giocoforza servire perch noi pri
montari si sa, pi di quel tanto, loro sapevano la Vera Storia, e ne avranno
probabilmente parlato e sparlato anche se l in quel tempo lei sembrava un
essere lunare iperuranico, una con le ciglia tutte disegnate che viene
d'estate e ragazzi semina il panico davra quando ariva perch: Non fate
bordello che c' la signorina di Firenze! e ti chiedi ancora di lei tutto o
cosa, cosa leggeva se leggeva, per dirne una, che filmi guardava (non ci venne
mai, al nostro) o che musica ascoltava o solo se c' ancora per il mondo, lei
con le ciglia truccate e la cameriera al seguito. Altra razza, insomma, forse
gli ultimi di quelli che avevano reso Porretta Nobile Localit Termale, altro
che noi inferiori e bischeri, cos di un'altra civilt.
Lei coi suoi bagagli che arriva in Pavna che ora non ciariva pi nesuno come
se fosse andata a Marienbad o Baden. Baden, in treno, e la carrozza per quei
cinquecento metri, noi che si macinava chilometri, a piedi. Anzi, ti dici, ce
ne fossero ancora, di quei signori l, di una Firenze intravista e
intrasognata, che echeggiava nella lingua della nonna Sighinolli (abitatrice
di Dogana, riempendo le estati di lezioni di francese e della sua pomposa
pronunzia); Firenze come un qualcosa che c', un po' gi di l pi a sud dove
poi ciand a lavorare Gianfe mezzo sardo de la Mastra, operaio, che era gi
un bel colpo di vita, per i pavanesi, e ora ha cambiato modo di parlare, non
pi pavnse o sardo, ma fiorentino. C'era riscatto, speranza, per noi alora?
Che si sarebbe dovuto continuare a fare quello che si faceva per i secoli dei
secoli! O, mia che si stesse male, anzi.
Ma non c' solo la vilegiante misteriosa, e altre pi alla mano ed emiliane
del piano di sotto, c' il cinema all'aperto e il ballo, in quella villa;
dentro ci sono bagni che sono bagni, mia cessi, col vater con la catena e
manopola per tirar l'acqua (anche se non c' l'acqua cornte che a Pvana non
c') e una sala bna con specchi (mobili genovesi?), una bambola vestita da
figlio della lupa e un'oleografia con Colombo che saluta prima della partenza
per scoprire l'America. Vasi da fiori di bossolo di canone, e reclame a
grandezza naturale della Ferrania, marca di pelicole, perch Gigi fa anche il
fotografo, e se vuoi la fototssera o il nozze o quello che vuoi lui, che
devi chiamare.
Poi fai due passi pi sotto e c' il vero centro di tutto: due passi ancora e
ti ritrovi nella valle d'oro, la California di casa Bonaiuti, che in tre
quattro case riassume tutto il commercio. Sono simili a noi, che si sta l, in
mezzo e in fondo a quel fiume? O altra gena, gi intuizione della vita
cittadina che tl, ti toccher in sorte d'ora in avanti, ed inutile tu
rimpianga (anche adesso verodo) in tutti quei tuoi trascorsi di balza e di
reste e di grotto, di cinghio e di castaggno e di fungio (buono o matto che
sia). Ti guardi; dici, fai: Ma davra, che vengo di quas?!
C' il sarto (c' anche in Pvana, ma quello l pi moderno); c' il
mac'laiio, a Casa Bonaiuti, Gino al mac'laiio, che sta come re in trono dietro
al suo banco di marmo, ben alto sopra di te, che ti vende la carne per il
lesso domenicale, e trancia coltellate o pestonate da far tremare tutto, su
quelle pistadore che ci. La ciccia, che quando uno la cerca si dice: Vuoi la
ciccia? U dal mac'laiio come di cosa che a volte pu tocare ma mia sempre, di
festa festa, o a esser malati, ma alora meglio di no, lasciarla l dov',
quella ciccia pretenziosa che costa tanti quatrini.
E c' la bottega di Ziapina, in Bonaiuti. Tu entri, scendi quei tre scalini, e
gi le nari ti si riempiono dei mille odori sapori che tutta la bottega ti
offre. I primi a colpire sono i pi violenti, il baccal sciorinato secco
rigido che verr lasciato ad ammorbidirsi e dissalarsi lungamente nella
tinozza piena d'acqua, e latte di turbinosi colori stracolme di sarde salate,
o di saracche (da uova o da latte) da fare vicino alle braci del camino, cibo
e sapore da anziani, che ancora ti si storce la bocca e piangi per un mezzo
grano di pepe, ma ti piace gi il tonno in grosse trance rosee ricurve che fa
capolino in mezzo all'olio, o quelle stesse sarde siciliane o portoghesi o
spagnole (en acelte de olivra? O cos' che ci mettan dentro?) lavate in acqua
e aceto e messe con prezzemolo e aglio primadiccio e quell'origano che fa
verso in Centrale. C' l'odore del vino toscano della mescita, che esce dai
bichieri o dai mezzi di quelli che bevano o dalle damigiane e tini della
cantina subito di fianco, ma se arivi che han portato il pane, quello
l'odore che domina, anche se il pane non si compra perch si fa da noi.
A volte prendi la pasta, che dietro al banco di vendita, in teche
trasparenti di vetro che la vedi, e ce n' di tanti tipi, le farfaline, le
conchiglie, i macheroni, quella piccola da brodo, ma anche di queste paste non
ne prendi perch le tagliatelle larghe o strette, i pistadini o i quadrucci o
tutto si fa in casa, e prendi solo i paternostri da fare la minestra coi
fagioli (spaghetti? o cosa sono?!), e quando li compri vedi zia che infila la
palozzina in un bugo sotto la teca e la pasta che scende componendosi piano
pronta ad un altro intervento. Da zia c' anche la marmelata, non che noi non
si abbia, che si fa solo di ciliege, e mangia pur gi t ma ragazzi a forza
di marmelata di ciliege t'ingobbi anche e o c' di pesca, d'albicocca o anche,
e quella s che bna, d'arance, o di cedro, roba di verde smeraldo candita
che se ne compera un pezetto per Natale, per i dolci, e gi a vedersi d
soddisfazione.
Sono custodite, le marmelate, in tinozzine di legno chiaro, Ditta Pcori di
Bologna, e se sei fortunato arrivi che la marmellata in fondo e oltre al
sapore suo c' anche quello del legno, un sapore tutto particolare, bno,
quasi due sapori per un prezzo solo. C' la cioccolata, ma quella poca perch
fa male ai denti; e voi, che non ce li avete, quanta ne avete mangiata? Ma a
volte un po' si prende, quella a due colori per esempio, nera e rosa. Non che
sia proprio bna, ma la ciocolata rosa ragazzi bisogna mangiarla, solo per il
colore, o meglio, visto che ce n' poca, prima si mangia il pane, che non si
ple buttarlo via, poi la cioccolata si lecca tutta piano piano, come un
gelato.
C' i prsciutti e i salami, ma quelli si hanno; si compra il formaggio sardo,
ed un'operazione che va fatta con calma. Ci si fa il suo taselino col
truvello aposta, come con la cocombra, e Ziarina lo assaggia pensosa: si
compra la forma, mia un etto due etti come quei bscheri dei vilegianti. E'
come quando vedi i vecchi che bevan vino, che lo sciaguattano di qua e di l,
alzan la chiorba per cercare l'ispirazione, poi fan di s, in su e in gi,
spingendo i labbri in fuori, per dire: proprio bno. Ma muover la testa per
dir di no, in vero, non li ho mai visti.
Ci vuole il suo tempo, ma tanto il tempo S'ha, e visto che non ci si va tutti
i giorni, in botga, bisogna raccontare un po' tutto quello che successo, e
sentirsela anche raccontare dagli altri, amici, parenti, e quello che avuto
quello e quelaltro. A t ti danno un'aranciata, delle volte, che una delle
cose pi bne che ci sia, da bere, te la sono anche andata a prendere di
cantina, pi fresca: unica cosa che finisce, per quanto tu sia lento, a
sorsini, a gocce te la gusti, ci arrivi in fondo e sai che non potrai mai
averne un'altra, fino alla prossima volta. E pensi che almeno vicino al pozzo
de l'acqua poteva esserci quello de l'aranciata, da tirar su a calcedrate,
vicino al pozzo del vino, che si beve al gioved e alla domenica. Non viene il
sospetto che la roba, quando se n'ha tanta, non pi bna; non vien neanche
il sospetto che di certa roba possa, al mondo, essercene tanta. Solo i
vilegianti, delle volte; e ce n' qualcuno (l'ho visto io, coi miei occhi) che
ci anche l'acqua di visc, quella che pizzica, tutti i giorni. Una butiglia
intera al giorno, in fresco da qualche parte.
Quando esci dalla bottega, una qualche volta puoi spingerti, gi che sei l e
il giro bisogna farlo completo, fin gi alla Farmacia, per comprare, almeno
una volta all'estate, i Rimedi Universali che tutto guariscano, l'Ossido di
Zingo o la Magnesia Sanpelegrno; oltre la Farmacia e l'Albergo che la
sovrasta e contiene, c' il Ponte. Ma arrivati al ponte il mondo finisce; a
volte vai anche un po' pi in gi, alla Venturina, e in fondo, dove anche quel
gruppo di case finisce, ci sta Zialuisa, e son gi bolgnesi quei ragazzi tuoi
cugini coi quali vai a esplorare il Reno coi suoi nuovi pesci e le sorgenti di
acqua pzzola e il Macerone coi suoi tre archi di marmo che sembrano un tempio
remoto perso dimenticato in fra mezza 'na foresta e da te riscoperto
nonostante le sue mille insidie, la parete franosa irta di sassi che il nonno
dei tuoi cugini scal per scommessa con un maiale sulle spalle (morto? sci! ma
lo sai aveva gi nuotato dalla Sardeggna alla Maddalena, sempre per
scommessa?!) o il mulinello in cui, si diceva, era morto uno prima della
guerra, o il Pozone con sopra lo sbarramento in granito, deserto e vuoto in
mezzo al fiume, che sembrava il lago nel quale El Hombre Dorado si tuffava
dopo esser stato ricoperto di polvere d'oro e latte arrugginite; o il fosso
della Castlina ricco di quarzi e piriti, e che finiva dritto nel Gran Canyon
del Sasso Nero, roba da aspettarsi indiani apaci ad ogni pi,
quell'insuperabile monolite che ti sfidava a scalarlo poi, quando c'eri in
vetta, insultavi a lungo te stesso per esser stato cos bischero da andarci,
las, che ora dovevi tornare di sotto.
O Portta adirittura, con le botteghe odorose di stoffe o carta di libri e
matite o Piazza delle Tele nei giorni di mercato, tutti vestiti da festa, O la
lontanissima Silla villa cardatrice di lana, quasi El Paso Durango, in quei
soli d'agosto, quando anche l'ultima coriera era pasata e mezod, l'ora in cui
implacabili a si mnghia, gi oltre lo Zenit della Diga da un pezzo. C'era
solo la strada polverosa davanti, nessuno in giro, e quei sette chilometri da
fare a piedi, prima d'arrivare alle frescure dell'androne del Mulino e alle
simili frescure dell'acqua del pozzo, buttata gi a ramaiolate.
E Ponte proprio la fine del mondo conosciuto, le colonne d'Ercole; oltre c'
solo la catena montuosa che circonda la Terra e il fiume Oceano che la
abbraccia tutta.
3.
Nonna Maria Fornaciari aveva una faccia da tedesca crucca, bionda, occhi
azzurri, bianca, opima; petto enorme e prominente, a ricordo di chiss quali
antenati longobardi o goti o franconi. Nonna Maria uno dei primi lampi di
memoria, una vecchina vecchina, di parola facile e volgare, buona crudezza di
popolo che conosce le parole e sa parlare una lingua e non si intimidisce di
fronte ad altri, culo al culo carattere e via, quelli che non ravvisavano in
lei i tratti del primo nipote maschio (che proprio non c'entrava) gli occhi
non li avevano mica sulla fronte, ma l dietro; e lei glielo diceva.
Cadde una mattina di caffelatte mentre scendeva dalla sua stanzia gi verso
l'androne e la cucina; era d'estate. Ci fu tutto un correre, primo Zio Enrico.
La misero a letto e non si riprese pi, dall'ictus. I tedeschi erano gi
andati via, l'estate scivolava in attesa degli americani.
Si torn dalla Venturina un pomeriggio, e lei era da alcuni giorni (una
settimana?) immobile, nel letto. Non parlava, non guardava, solo mugolava di
rifiuto quando Zia Rina si avvicinava per farle delle punture; noi, di
medicine, non se n' mai volute.
Entrai nella stanza per trovarla; ci s'andava, diverse volte al giorno. Cosa
fu che la spinse, quel giorno, nel vedermi, a girare un po' la faccia per
farmi Bau stte! e dalla caduta non aveva pi parlato; poi provai e riprovai
(prova tu, mi dicevano), ma non parl proprio pi. Solo bau stte e basta.
Mor un paio di giorni dopo.
4.
Quando si arrivava dalla piana, da quella strada che scende da Valdibura, di
fronte al forno e alla fontana, e poi fa la curva di Villaravllo, e arriva al
villino Monaldi (tracce anni '30 di benessere e buona lingua fiorentina), e
passa il Mulino di sotto, o di Cherubino, e si cominciava a fare quella curva
che porta al Pontaccio e alla Madonnina (a protezione magica e religiosa di
trivi, m perfetto asse est-ovest Piandalcro ponte maest murotondo chiesa
monte di Pvana Crocione), allora si poteva vedere bene il nostro Mulino,
quello di Chicone, il Vero Mulino, il Mulino insomma, e basta.
Anche se guardi dall'alto, da uno qualsiasi dei posti tutt'attorno. Guardi
dalla vetta faticata del Latosa, dal Monte, dalla Diga, dapertutto: sta
laggi, solo, in mezzo al fiume, congrie di edifici concresciuti attorno a
quel primo probabile nucleo, rodi macine stnzia cucina, quella cucina che
porta anche la data, nel camino: GUCINI FRANCESCO ANNO 1901 probabilmente
quando, dal Mulino di Miflo (ora scomparso sotto ragge, vizadri e sambuchi,
pietre dimenticate e strascinate dallo stesso destino rovinoso della Centrale,
causa prima della decadenza e della fame) i fratelli venuti dal Mulino di
Garnaione, nel fosso del Rio Maggiore, e prima ancora da chiss quali
altr'acque e macine, su quel cucco di sasso e castaggni di Montagna, pieno di
Guccini e Biagi come un cane di pulci, decisero di dividere casa e ruote e
sorti. Fuori, c'era stata da poco l'Unit d'Italia.
Quattro piani, anche senza contare il tasllo morto, se pensate che costruire
un mulino sia una bischerata da gnnte. Da dove si comincer? Forse dalla
predra: si va a monte quei tre quattrocento metri e si sbarra il fiume, con
un taglio trasversale di sassi riempiti di farfanacci e stracci e di tutto
quello che pu aiutare a formare quella provvisoria diga atta a deviare
l'acqua che deve accettare quel nuovo innaturale corso. Lo sbarramento
dev'essere provvisorio, perch il letto del fiume del Demaggno, e anche se
paghi la tassa per l'acqua la puoi sfruttare, ma con un'opera volatile,
effimera, cos ti ricordi che il fiume non potr mai essere tuo, ma di
un'Autorit Superiore che, seppure lontana, ti Amministra e Governa. Granduca
prima, Re poi, Repubblica adesso.
Quell'acqua che scorre non pi nel proprio letto ma fra due bastioni di sassi
piazzati a braccia e palanchino uno dopo l'altro gi gorllo, inizio e
genesi, intuizione di tutto quello che verr dopo. Scompare, probabilmente
perch quando costruirono la strada della Centrale fu necessario renderlo
sorterraneo e schivo, per riapparire improvvisamente al Muraglione delle
Scalette, dove c' una piccola paratoia che si alzerebbe con una vite senza
fine sempre unta di grasso e coperta da latta incatramata, la paratoia che
Zionerco non riusc ad aprire in quella buia sera di ottobre del '37 quando,
fra il rumore della pioggia che cadeva instancabile da giorni e giorni, pi
che vedere intu la grande massa d'acqua che la diga stracolma non pi
tratteneva, lo Sfioratore a bilanciere intasato di tronchi e altro portati
dalla corrente, e si butt attraverso i campi per salvarsi verso Pvana, col
terrore non solo per s ma di voltarsi indietro e non vedere pi la grande
casa con tutto e tutti dentro. E invece la casa resse l'urto, il cozzo, solo
il gallinaio fu spazzato via, con galline e galli e caponi e pirini, se
c'erano, e il pavimento del Maganzino sopra al botccio si sollev e si apr e
l'acqua allag il primo piano, e la porta della stalla fu sfondata e il maiale
travolto dalla piena fin in casa e si rifugi sotto a un letto, che non
riuscivano pi a tirarlo via, (chippalo! anche le bestie son come i
cristiani, dal volte) e il cavallo nella stalla, Giorgio, attacc le zampe
davanti all'alta mangiatoia e rimase due giorni, prima che le acque
defluissero, con solo la testa fuori, che quando lo salvarono aveva ancora la
riga motosa attorno al collo. E le macine si riempirono di mota, e i palmenti
di mota e sassi invece che di farina, e le guaine delle trombe furono
schiantate e i fri ridicolmente piegati e le cadinare dei rdi spaccate e gli
alberi di cro cerchiato in ferro diverti e le piane degli orti piene di
macigni e alberi troncati e carogne di bestie, e di cristiani.
Ma normalmente l'acqua scorre sorridente e mite, e s'incanala fra le murelle
parallele della gora, fino ad arrivare a quel ponticino che la scavalca, per
dare nel primo orto a sinistra, dove c' il salice capitozzato per legare e il
susino giallo, e quella piccola paratoia che serve a dacquare, passando da
fostto in fostto, anche gli orti lontani, sotto la strada. In quel punto si
allarga e c' il primo sfioratore a tavola, col gorello che ritorna primo nel
fiume; poi si allarga ancora, ed gi botccio, dove mio padre appena tornato
dalla prigionia si gett per fare il bagno, la prima cosa, che forse lo aveva
sempre sognato in tutti quegli anni di stalag e germania e patate e cavoli, e
mi butt anche me, che volevo imparare a nuotare e rischiai d'annegare.
Ci volettera m altri due anni e altri due o tre ripescaggi, prima d'imparare,
pro mazzacane.
L sotto, contro casa, c' anche la murella inclinata che serve per lavare, ed
lucida e scivolosa di anni di saponi che hanno impregnato la pietra; proprio
l, chinandosi un po' a pelo dell'acqua, si possono vedere i misteriosi buchi
ad arco del salto, dove l'acqua strozzata dalle trombe, se apri la paratoia,
fischia violenta contro i numerosi cadini del ritrcine e li fa girare.
Ma per andare nei rodi devi girare attorno alla casa; sul retro, girato
l'angolo de lo staletto dei conglioli e della calcinaiia, di fianco al
gallinaio ricostruito, c' una porticina che si apre dopo tre gradini che
scendono sotto il livello del suolo, e se la apri trovi altri tre gradini e di
fronte hai l'antro umido e buio, pauroso, stillante continua umidit, spelonca
di mignatte e chiss quali terribili esseri notturni e acquatici, perch se
alla banchina dei primi due ci arrivi, dato che ci arriva anche la luce del
giorno, agli altri in fondo non ci andresti mai, cos lontani e bui e
inacessibili, perch se la Indefinibile Borda esiste, come ti dicono, l che
abita, non certo in fondo al pozzo, e anche per questo non avresti mai il
coraggio di infilarti nel budello del gorello di scarico, quello che riemerge
cento metri dopo la casa e riporta l'acqua verso il Pontaccio, dove comincia
la gora del mulino di sotto. Dicono che quando fermano l'acqua, quel gorero
sotterraneo e impensabile si riempia di pesci che l'acqua della cateratta si
portata con s. Davra? Alora lasciali pur l, i tuoi pessci, che se aspetti
che te li vada a prendere io, l sotta, vedrai che aspetti un pezzo, !
La porta del mulino invece si apre sul piano della strada, solo un po' pi
sotto. C' la banchina di pietra davanti, e ci sono gli anelli di ferro ai
muri, per legarci i mulli, che Ziarina una volta si prese un calcio che gli
era venuta tutta la gamba nizza, oltre al male, e Ziorco dovette anche
litigare col mulattiere, che i mulli van legati, vanno. Ne arrivano anche da
lontano, da Suviana, da Trppio, coi carichi di grano o castaggne o robanra a
macinare, ma i pi portano a spalle, il grande carico che preme sul balzo,
lmese e Lrise arrivarono dalle Casette uno con un quintale e l'altro con uno
e venti di castagne sulle spalle, arriva Rallo da Badi che porta soprattutto
per gli altri, a pra, perch non ci pi niente e i figli lo hanno scacciato
di casa, che, dice, dorme in una casetta in mezz'a un campo, e arriva
stravolto dal sudore con la goccia che gli cala dal naso, con le mani
attaccate al sacco che non ce la fa neanche a staccarle per darsi una botta a
tutta quell'acqua acida che gli scende dalla faccia, e lo vedi che arriva
lento dalla vittola che viene dal Piandalcro, che oltre alla fadigga
sdrucciolosa di suo, e ora se le sognar l, nel camposanto di Badi, tutte le
cariche che ha portato, lui, Rallo badese, con faccia da peone rivista in
tanti western casalinghi, lui che sapeva di rumdgo forse da secoli.
Vengono dal Pogiolino, dl Pggio, da Taviano, dalla Sega, dalla Sambuca, da
Casa Bet, da le Casette, da Pratopiano, da C di Zavvari, dalla Canova, da
Piandalcro, dai Marcacci, dal Ruvine, dalla Villa, d'in Matrogana, da
Fondamento, da la Torccia, da Piancicampo, da Seravdoli, d'in Colina, d'in
Caviana, da Mosccchia, da pertutto, spinaili e crochioni e merlacquai e
roggiolai e suviantti e trepiesi, che si fermano a spetare le botaciate,
grano d'estate e granturco e robanra d'autunno e castaggne d'inverno, con le
macine che girano giorno e notte, un rumore assiduo e uno spolvero sottile
che copre quasi tutto l drnto, mentre parlano e se la racontano e si
coglionano e trattano e caricano e scaricano e pesano sulle basculle e tastano
la farina che esce calda, appena frantumata, per vedere se la grana quella
giusta. D'inverno si fermano anche in casa, a scaldarsi vicino al camino,
dalla strada risalgono la masiciata di sassi in salita che porta all'usscio di
fuori e coi muli entrano in casa a scaricare, tanto ci sono le bochette che
vanno a finire nelle tramogge, e se le apri vedi il grano che sussulta e
sembra ribollire, o le castagne che si riducono in farina dolce con un rumore
secco e sgretoloso; per fortuna, senn, se non sono seccate bene, ti impastano
la macina e bisogna voltarla e ribatterla.
Arriva il Tcco, e qualche Cntina, e quelli de l'apalto, e Bonaiuti di Casa
Bonaiuti, e quelli di Ca' d'Mengaiia, Gentilini del Pggio, che racconta di
quando faceva il carbone in Sardegna, che certe donne gliela davano anche,
sucunnu (sucunnu? o che lingua ? o cos' che era che gli davano?) per un
sacco di carbonella, e Gisto che dice di come lasci le dita in un ingranaggio
Ford, e quelli delle Casette che uccisero la tartaruga di mio zio che un
animale cos non l'avevan mai visto (una btta con la chicciola in vtta? e
gi raionate!) e Doardo Matto con la sua voce nasale e cantilenante, e il
Frate, e Tontino, Trombino e Ruzolini, arrivano tutti e scaricano con gesto
circolare il peso dalle spalle e via sulla basculla, circondata di numeri di
conti fatti sul muro a carbone, decime e molende. E ora non portan pi,
nessuno di loro, tutti sotto ai castaggni, a far tra grassa, e le macine sono
ferme per sempre.
Le macine. Perch ci pu essere la macchina del cinema, e il cammio, e la
batidra, ma la vera macchina, la pi macchina delle macchine, anche da un
punto di vista etimologico, lei, sono loro, quella da Granturco, Quella
d'mezzo, la Paola, e le due da castagne della stanza in fondo, quella fuori
abbandonata che s'appoggia al muro, e quelle due dietro casa, finite l chiss
perch, ruote di pietra da sette quintali con foro centrale crociato, in
perfetta corrispondenza con i catini di crro del piano di sotto, venute
alcune di lontano, anche dai graniti di Francia, su carri tirati da bvi, e
chi s quanto ci avranno messo ad arrivare l l.
Vanno giorno e notte, d'inverno, solo d'estate si riposano quando l'acqua
finisce e diventa un rigagnolo fangoso in mezzo al botccio. Si sente a
orecchio, che il rumore non pi quello: Ferma ch'la corre! allora si tira il
cerchio della catena fissato al piolo e si lascia che la catena tirata dal
contrappeso precipiti per terra e sparisca nel bugo con rumore frusciante e
senti la paratoia che scorre nella guaina e la tuppa e quei pochi giri
d'inerzia che la macina e il ritrcine fanno.
La roba tanta e a volte bisogna aspettare, e i sacchi s'ammontmano uno
sull'altro, nel mulino, nel Maganzino, nell'androne, muri di sacchi uno sopra
l'altro che sembra che i taslli non debbano reggere tanto peso e che cedano
da un momento all'altro. Ma sono robusti, sotto di lastroni di sasso e sopra
di leggno, coi lunghi travi che sostengono le assi sconnesse e ruvide.
No in sala, che l il grano non ce lo tengano, mancherebbe! La sala con quel
camino mai acceso perch s'adopera solo d'estate, na qualche volta, anche
quando non ce n' tanta, di gente, perch piccola; quella dove i tedeschi
fecero il ritratto a carbone, sotto la finestra, di Zia Teresa, e di fianco
disegnarono uno scheletro, per sprgio. Quella dove avevano messo l'ufficio
quei due ufficiali degli americani, uno dei quali disegnava cos bene, un
cagnino, uno steccato, e tanta neve, che disegnar la neve ragazzi proprio
difficile, bisogna esser bni. (Cos'erano, tutti disegnatori, quei soldati che
stavano in quella sala l?) E guardava dall'alto il ritratto della sconosciuta
Giuseppa, viso quadro, occhi neri senza sorriso, morta di parto, e c'era una
lampada a petrolio sul camino e l'otomana di velluto marron, e la credenza a
muro con la roba bna, da festa, anche coi bicchierini da liquore (piccoli!)
che si estraevano quando veniva qualcuno veramente importante e non potevi
dargli del vino. Gradisce un caf? (neanche starlo a dire, caf-caf); prenda
almeno un bichierino! e si apriva lo sportello di sotto e appariva un paio di
misteriose bottiglie, liquore di caff, di Zia Rina, o sconosciute e
improbabili misture natalizie, fatte con alcol, estratti, e sciroppo di
zucchero, dai nomi inconsueti, curaco, alchrmese, indispensabile per dare
quella botta pi che sanguigna di rosso nelle torte farcite, sasolino, rumme
da ponce (perch sotto Natale ogni tanto Ziarina lo faceva, il ponce, bello
caldo, con la sua buccia di limone sempre natalizio) un rumme che non solo non
aveva mai visto Antille o Caribe, ma che anche ne ignorava l'esistenza, e la
cosa non sembrava davvero arrecargli un gran danno, poi il pi fascinoso di
tutti, il Doppio Kummel (perch poi doppio?) con la sua brochetina dentro che
si ricopriva piano piano di preziosi e desiderati cristalli di zucchero.
E tutti i liquori sempre dentro a quelle butiglie della Vci. Bini di
Castelfranco Emilia (o che nome Vci? Sar uno di quei nomi di quegli anni
l, come Fave di Fuca, Givimme, o Termogne, o Tabacco d'Harar, presenza e
mistero costanti) butiglie che mio babbo aveva portato in su durante uno dei
primi nostri ritorni dalla triste Citt della Motta, nel dopoguerra; forse una
bazza cooperativa e postelegrafonica. Venivano periodicamente (lentamente)
svuotate e di nuovo riempite, contenitrici di liquori a vita, contenuti ben
lontani e diversi dagli originali. In sala ci si va dall'androne: di fronte
c' le porte della cucina e del forno dove c' anche la latrina, e a sinistra
la porta di sala. L'androne l'androne, e a questo serve, da androne apunto:
c' la bascula, di fianco alla porta del Maganzino, e il camino senza scritta
che s'adopera per le cine o i necci, per far bollire l'acqua calda per il
maiale o per far andare i paioli in fumiganti vapori di conserve di ciliege o
di pomodoro. Tiene mucchi di sacchi e damigiane provvisorie. D'estate si
mangia, nell'androne, se fa molto caldo e non si reggono i fuochi dei fornelli
e dell'economica in cucina. C' pi fresco e si sta meglio, anche se c' meno
luce perch tanto non ci si sta molto, e c' una lampadina giallo-rossastra,
che finisce a goccia, una resistenza con male avvolgimenti che riesce ad
illuminare un poco solo la tavola e tutt'attorno buio. La cambi poi, Zia
Rina, ma ragazzi ce ne volse, del tempo, per vederci di pi, a sera,
nell'androne, e poi era tanto grando che non ci s' visto mai bastanza.
Ma quasi una vacanza, una scampagnata; come la merendina, via. Si st l,
con la porta spalancata perch entri pi aria e faccia riscontro con l'unica
finestra che c', quella sulla porta del mulino, e con le trombe delle scale.
L'usscio di casa a dire il vero sempre spalancato, d'estate; si apre anche
la parte destra, quella che ha sempre il bracialtto inserito, e fuori, fra i
lastroni che dolci degradano fino al piano della strada, comincia a infilarsi
il buio, che riempir di umida guazza tutte le piante che sai e conosci,
trasformandole per in bagnati covi regni di oscuri e fruscianti animali e
animaletti, perch il fiume ne porta, di umidit, la notte. No su le lastre,
che rimangan calde, se il giorno ha pichiato di calore, e con le gambe gnude
seduto su quei macigni piatti di cui conosci l'intima geografia, a occhi
chiusi li sapresti disegnare, sotto a quele latte piene di fiori, te lo lasci
salire su, il calore del giorno, che ti giovi, con le gambe ancora terrose e
le calze aggaravellate sui sandoli, ma il pi delle volte senza, calze e
scarpe.
Per senti che mangiare, aaa mangiare non c' altro posto che la cucina; dalla
finestra che d sul fiume (perch tu sei stranamente a capo tavola, o forse
era quello del vecchio Chicone e lo hai ereditato, e guardi dritto in quella
finestra) hai visto a poco a poco il panorama fuori leggermente cambiare, a
mano a mano che ti facevi pi lungo, ne vedevi ogni anno una fetta in pi.
A sinistra c' il camino, che chiusero poi, con due ante di legno, perch il
freddo che entrava non era uguale al fogo che ci facevi, visto che il camino
pi di tanto non era pi acceso. Ma allora, in quei tempi, lascia che soffi.
Di fronte c'era l'economica, che quando quele donne sortivano dal letto
all'alba, e l'inverno incrostava vetri e acque ne le brocche, che non so come
facessero a
sortire da quei coltroni caldi, dai loro mattoni portati a fco e avvolti
in panni di lana, da quei bossoli di canone americano saldati
in bocca e riempiti d'acqua calda, e vestite mezze vestite venivan
gi e accendevano il camino e l'economica e i fornelli, questi ultimi
a carbonella per il lento e proficuo borbottio sfrigoloso dei
rag, e il camino per quella botta di calore sopravvivenza, per
non intirizzire subito, e l'economica per acqua calda e anzitutto il
caffelatte con le sue montagne di pane. Ma si schrza davro, la
cucina, coi suoi fumi e vapori e odori? Di fronte non hai solo la
finestra, che sotto appena c' l'acquaiio, e a sinistra i fornelli con
i furminanti e le sventole, per farli andare, quando li riempi di
carbonella, e gi a sventolare e piangere, quando il fumo arbocona
e va negli occhi, e a destra il gancio col calcdro con l'acqua
da bere e il ramaiolo per bere, l'armadio a muro che pi che
armadio grotta incessante ricolma di stoviglie a non finire, piatti,
quei piatti a fondo azzurro con disegni che ti piacerebbe ricordare,
e tazze grandi che ne tengono, di latte e castagne, mondine
e scerboloni, e cafelatte e pane, e latte e polenta; e bichieri di vetro
grosso, spaiati e compaiati, col gambo e senza, mentre vicino
la rastrelliera dei cuvrchi te ne offre per ogni pentola, pignatta,
cgguma, cazzarla, padella, cigamme, rla tu volessi mettere su
qualsivoglia fuoco con qualsivoglia pietanza o pozione o umido o
fritto; e cortelli e cortelle, alcuni dei quali ridotti a un filo, sempre
affilati dalla preda rotonda di Zionerco, preda che gira correggiata
con abile marchingegno a una macina. Vanno e vanno i
fuochi, con le leggne nell'angolo alla tua destra e sotto al camino,
ma soprattutto fra gli spazi vuoti che, pogiata su un ciocco, sotto
lascia il grande vaso in cotto della conca, che un apposito tagliere
di legno copre per lasciare un piano atto a pogiarci le cose, tanto
la conca si usa due volte l'anno, un piano di legno che fu poi rivestito
delle prime trionfanti colorate plastiche, che ci passi sopra
uno straccio bagnato e son gi pulite, star l a baclare, e ci fin
sopra anche una radio, regalo dei miei, vinta alla coperativa dei
postelegrafonici coi buoni premio di non si potr mai sapere
quali acquisti, perch davra che quelli del mulino non ce l'avessero,
l'aradio, da ascoltare in quelle notti d'inverno quando fischia
pesa, era un po' strana, e i miei gliela regalarono. E funzionava,
anche se piccola piccola, non come la nostra Radio Marelli,
alla quale mio babbo e Ziovlter si divertivano ad ascoltare gli incessanti
bip-bip delle trasmissioni Morse, o quella di Zialuisa
che ciavva anche l'Occhio Magico. Che gli piaceva, la radio, so-
prattutto a Ziarina, le canzoni ("Getta al vento il tuo pianeta,
zingarella non badar..." (o come si fa getare al vento un pianeta?
Mercurio? Venere?), o Ziorco che gli piaceva quello che faceva
le domande, Silvio Gigli si chiamava, che disse una volta (Zionerco):
"O lui l ne deve sapere proprio tante, di cose, da poter fare
tutte quele domande che fa." E noi, bonari e benevoli e superiori,
a spiegare che non era lui che se le inventava, le domande,
gliele preparavano, e fu il crollo di un mito, non gli piacque pi
tanto.
E dietro le spalle c'era la madia, che si apriva, nel grande
scomparto superiore, solo al gioved, quando si faceva il pane. Si
apriva, e c'erano le formelle tonde dal lvito, tagliate in croce, a
forma di croce cristiana che cos levitava meglio, e poi perch
non si sa mai. Sotto, nei due cassetti coi tirantini d'ottone lucido,
unico piccolo splendore in quella cvea fumosa, i cassetti pieni
degli oggetti attrezzi che potevano servire per le minute manutenzioni
improvvise, le pinze, le tenaglie, due o tre cortlini, una
seghetta da fro, un cacciavite per invitare o svitare, una matassa
di lccia, una cartatina di sungia, delle chiavi con dei cartellini
atacati, ma su non c' scritto niente, un pise, busolotti pieni di
chiodini, viti, perette de la luce, fili de la luce a treccia, isolatori
di porcellana bianca, fili sottili di rame per le valvole quando saltano,
nastro isolante, forbici da potare, e soprattutto un odore
unico che tutte quelle cose avevano, un odore implacabile, l'essenza
che (non c' altro modo) soltanto si ottiene mettendo in un
cassetto di una madia da pane delle pinze, delle tenaglie, della
sungia, una cartatina con dentro un po' di noce moscata, dei
chiodi di garofano, un cavatappi d'ottone, uno schiaccianoci che
non serve a niente che le noci si tompan con le mani, dei dadi
per brodo (ma dvan essere Maggi) e altro, e lasciandole l per
anni e anni, tanto che non sai pi se quelle cose ci sono, e se cerchi
magari un cortlino ti aggiri bestemmiando per la casa e ti nssce
fuori un mese dopo quello che cercavi che quando cerchi una
cosa non la trovi mai. Solo allora sorte fuori quell'essenza, quell'odore,
e ogni oggetto dentro se ne appropria, che quando fai
il brul coi chiodi di garofano sa di brul, di vino, e di quell'odore
l.
Aaa l davra son quele donne che comandano, e anche se ti
siedi per i cafelatte de la matina ti frullan di torno che sembra
che debbano preparare un nozze e ognuna ci il suo compito,
ognuna la sua meta che si concluder in qualcosa di commestibile
nell'arco della giornata. Quand' ora cominciano a urlare per
chiamare quegli mini, che son sempre da per tutto come cani da
caccia; o posibile, che quando si mangia non ci sia mai nesuno,
che eran l un minuto fa, brutti mostri, che sembra lo facciano
aposta! E io, da lontano, quando sento l'ora arrivare o il campanile
battere, via di corsa, che a mezod, cascasse il mondo, a
s'manghia. E a la sera al sett'e mezza.
Dopo mangiato, di giorno, io m'infilo su di sopra, a far de le
matrie, dicano. Vo m su a giocare o a leggere. Non si potrebbe
perch le stnzie son solo per dormire, andarci a fare altre cose
sono vaghezze cittadine che di quell'ambiente diseducativo hanno
il marchio, e se di sotto tutto di tutti e si entra e si esce a
piacere da qualunque parte, di sopra ognuno ci la sua stnzia e
gli altri non ci mettan dentro neanche il naso. Solo io, a sovvertitore
di regole, O a neutrale favorito, posso andar di sopra a
leggere (s' mai visto?); anche d'inverno, quando pure il caldo
che hai accumulato in cucina ed tenuto stricco dentro dalla maglia
di lana e dalla camicia pesante e dal maglione di lana fatto a
mano a poco a poco svanisce e ti entra piano piano il gelo che c'
dappertutto, nei muri spessi, negli armadi, negli scatoloni americani
pieni di stracci e giornali degli americani, nelle coperte dei
letti, financo nell'uva appesa ai chiodi dei travi a passire e nelle
mele e pere da inverno che profumano nelle ceste in ogni parte,
e allora devi cedere e tornare gi in cucina, a far rifornimento vicino
al camino, e le gambe sempre gnude che sbucano dai pantaloni
corti ti si riempiono di vacche. Ma io, finch ci si vede, posso
anche andare nelle stnzie: prendo le scale, non quelle che
scendono in gi, al piano di sotto, verso il mulino, quelle che
curvando ad angolo retto con gradini di sasso portano ai tasselli
del piano di sopra, e vado a leggere, o ad esplorare.
Subito c' quella di babbo e mamma (che era dei bisnonni, e
dove c' morta Nonnamaria), spesso vuota perch loro non ci sono,
e allora vai pur t dentro,, a cercare Cibola. C' un grande armadio
di abete, che un leggno brutto, non come il castaggno,
rosiccio, si vede che provvisorio, e se lo apri c', appoggiato a
uno zamo, un casco coloniale, che non un elmetto. Gli elmetti
son di fro, e qualcuno rimasto, in giro, tedesco o americano,
ma non ce n' pi da mettersi in testa per giocare perch li hanno
legati in fondo a una pertica e servano per tirar su il butino
dal pozzo nero. Il casco coloniale di tela (o che palottole tie-
ne?) e serve per il caldo, lo us Ferccio in Affrica, tuo babbo.
C' stato, mio babbo, in Affrica, a fare la guerra, e quella s' vinta.
No come l'ultima, che non si sa bene, che prima si stava coi
tedeschi poi si teneva per gli americani e non si vedeva l'ora che
arrivassero; insomma, con chi si stava? C' lo scudetto della Divisione,
"Divisione Gavinana" e delle medaglie. "Al valore?"
"No al valore, le han date a tutti, alla fine, per ricordo." Dispiace
questa onest paterna, ma ci si pensa poi noi, a farle diventare al
valore, quando cautamente si sottraggono e si indossano in una
delle numerose gloriose battaglie a cerbottanate sotto Diga, e si
ricostruisce un PO l'Affrica, e l'ultimo sperone roccioso saldato
con l'arco di cimento, quello che funge da estrema ridotta dei difensori
che finiscan sempre l, si chiama Macal. Son m al valore,
le medaglie di mio babbo, pri balugani!
C' anche la boraccia (ma pi bella quella degli americani,
col suo cinturone. O cosa non cinno, di pi bello, gli americani?)
cravatte e vestiti che nessuno indosser pi, ma non si butta
via nulla, come una cravatta di maglia rosso scuro e un vestito
giallo estivo di mia madre, con dei cagnini e dei bottoni gialli che
eran gettoni per giocare le carte che i brasilri lasciarono a Villaravllo
e non so come mia madre li prese, li buc e ci fece dei
bottoni. C' la scatola dei trucchi, che una scatola di cartone
americana di biscotti e dolci ormai lontani nel tempo (e dispiace)
di quel remoto giorno in cui agli americani, chiss perch, arrivarono
(ma tutt'assieme) dolci, regali, tanti bigliettini con cuoricini
belini a vedersi ma belli, che sembravano quasi quella carta per
la leterina di Natale, o di certi santini, e tutti dettero tutto a me,
anche un cagnino finto di pelo che sembrava vero, e quella scatola,
mangiati i dolci, era bella da tenere, perch c'era sopra la marca
e i dolci disegnati che sembravano ricamati a punto croce, e
dentro mia madre ci tiene i trucchi, un rostto, che serve per disegnare
(scrive anche sugli specchi), la cipria rosa, che profuma
di bino, e il rimmel, che ci una spazolina e ci si sputa dentro e
poi se la passa sugli occhi, guardandosi allo specchio in modo
buffo, che quasi non la riconosci. Son vaghe le mamme, la fan
tanto lunga per la pulizia, poi ti fanno un lumino in quella roba
nera e se la danno in faccia, sui cigli. Ma le mamme di citt, perch
la mamma di Casari o di Loriano credo che quella roba l
non se la siano mai data davra. Anche Ziarna, che stata a Genova,
ci la cipria, ma Nonna e Ziatersa, che a Genova non ci
son state, la cipria non se la danno davra. O che cit sar, Genova?!
Le stnzie sono un po' tutte uguali; c' un grande armadio,
di noce o castaggno, pieno di vestiti che risalgono a chiss quanti
anni prima, perch io, di sarti per loro, proprio non ne ricordo, e
scarpe, e scatole che contengono O possono contenere di tutto.
C' il com coi castti per tutta la biancheria ricamata con le cifre,
e lo specchio sopra, che per specchia il giusto, e attorno allo
specchio ci sono infilate foto di vivi e santini di morti (meno che
in quello di Ziatersa, che si vede di vivi o di morti non ce n'ha)
e vicino allo specchio anche qualche pettine, o spazzola, o la pettinina
a denti fitti, che serve per pulirli, i capelli, perch quelle
non si lavan mai. A volte, sul ripiano di marmo, c' anche appoggiata
una statuina, o un ricordo, un dono, di gesso o legno, o una
sveglia. C' il grande letto di ferro nero, con le testate dipinte a
paesaggi o figurine, a volte anche intarsiate di madreperla che
luccica, e con le patte ("Il riconobbi dalle patte, il mi' letto" diceva
Tempestini rigattiere a cui uno l.aveva rubato di fronte a casa
e poi l'aveva venduto al prete, e lui, gira e rigira, non l'aveva trovato
fuori dalla canonica, il su' letto?!). Di fianco al letto ci sono
le comodine, col portacandela col moccolo e i fiammiferi americani
sul ripiano di marmo, e sotto il castto con dentro lettere, o
documenti personali, o medicine, ma anche, t, un cilindrino di
metallo con dentro S. Antonio da Padova, che ha sopra una croce
con un buchino che, se ci metti l'occhio, c' una lente che vedi
grando grando, prodigio della Tnnica, tutto il Santuario, o una
scatola da sigari degli americani con dentro un rasoio di sicurezza
Galette e il penello (ma mia degli americani d'adessa, di quelli
di prima, quando ci and lui Zionerco), o anche un accendisigari
fatto con un bossolo de la Prima Guerra, quella di tuo nonno,
o due soldatini di stagno che si tengano ma mia per i soldatini,
per lo staggno, che ce n' poco. Tutto insomma. Poi sotto nel comodino
c' il posto per l'orinale, o anche due o tre, ricordi di
quella volta che Nonnamaria fece frontino a suo marito Chicone
e and a Portta e ne compr 'no stradio. Poi c' il lavabo con la
brocca e il catino, e l'Olivo Bendtto appeso sopra al letto infilato
nei fili de la cornte che va alla lampadina pendente dal centro,
un'immagine sacra tacata al muro, una Madonna di Pompei
nella camerina piccola, Crocifissi qua e l, una Sacra Famiglia in
quella di Nonna, che son l sorridenti in primo piano e sullo
sfondo c' un giardino ma bello, con delle piante e dei fiori mai
visti, e devessere bello caminarci, in quel giardino, come in quel
paesaggio che arriva su una cartolina disegnata mandata da non
so chi, e a vederlo, questo paesaggio, mi venne come una grande
malinconia, e una voglia di piangere, per non esserci pi, l, che
non c'ero poi mai stato, ma mi sembrava di s, e sembrava quando,
sotto al Loglitto, alla mattina d'estate verso le nove, il sole fa
fatica ancora a arrivare fin gi verso fiume, e c'era l'erba e le viti
ancora piene di guazza ma si sentiva che stava per arrivare il sole,
sfiorando il fosso e la mcchia, e io ci andavo e speravo di sentirmi
come dentro a quel paesaggio l, ma era diverso, dava il senso
di qualcosa che s'era perso e non si sarebbe pi trovato, di dolcezza,
di una contentezza infinita. Come nel giardino della Sacra
Famiglia, che c'ero stato verodio anch'io a camminare per di l,
fra quelle piante e quei fiori (quando? come?), e non c'ero pi.
Non restava che guardarlo e pensare d'esserci dentro, a passeggiare
su quella sabbia (perch lo sentivo, che era sabbia. No rna?
No, proprio sabbia, anche se non sapevo bene quale fosse la
differenza).
Era come con certe foto o certi disegni dei giornali degli
americani, lasciati l, ma che non potevano rimpiazzare il grande
vuoto lasciato da loro quando, una bella mattina, io corso fuori
come al solito, vidi che tiravano su le tende, tutte. "O in dove andate?"
"Partiamo." "Partite? E io?! A m chi mi vuol bene,
ora?" Rimasero quei giornali di carta patinata, piccole e tranquille
cittadine lustre con gente con gli occhiali d'oro e bambini che
andavano a scuola, bimbi senza i denti davanti che mangiavano
le pancchie, O facevano le facce dalle zucche, che era bello sognare
di essere con loro in quelle scuole e in quelle case di legno
e a cantare in quelle chiese dal campanile a punta, vicino a vecchi
con tutti i denti in bocca, e sempre puliti e tirati con quelle camicie
e gli strichetti, o in quelle botghe bianche con dei vasi di vetro
pieni di cingomme e 'sti bimbotti con berettini tondi da marinaio
o quel con la visiera lunga davanti a mangiar gelati e a bere
quelle bibite delle reclame ai bordi delle pagine, Coca-cola, 7Up,
Canadian Dry, con gli altri che parlano attorno a una stufa di fro
del raccolto si immagina, con le tute con le bretelle e un filo di
paglia in bocca e le camicie a scacchi e gli stivali come i caw-boy,
anche se le pistole non ce l'hanno.
E che non si capiva quello che c'era scritto, acidenta a loro e
all'americano. Eran pi belli alora quei giornali, Victory, scritti in
italiano, con la descrizione e i disegni della guerra, Tarawa, Jwo
jima, quelli che metton su la bandiera, e la storia di quei giaponesi
che non si volevano arrendere, stanati dai lanciafiamme co-
me volpi, e quel marine con un bimbo in braccio, morto, e quell'altro
con lo sguardo fisso e la sigaretta in bocca, l'elmetto col
sottogola aperto, sudato e matto, le palme spezzate con ancora il
fumo delle canonate e qualche morto lungo la spiaggia, mezzo
sepolto dalla rna, che l la guerra c'era stata davra, mia come in
Pvana che non era successo niente. C'erano anche giornali dei
brasilri, che qualcosa si capiva, perch il brasciro un po'
uguale a quello che si parla noi, e c'era questa Superfortaleza Voladora,
B-29 si chiamava, piena di torette e mitragliere da tutte le
parti, che sparavano da per tutto, con i piloti e i mitraglieri e
quelli con la radio che sorridevano, contenti, nei loro giacconi di
pelle che si cercarono indarno nel dopoguerra, pieni di stemmi e
disegni, e ogni aeroplano ce n'aveva uno grande disegnato di
fianco, poi tante bombe una dopo l'altra, o tante bandierine
giapponesi, quelle col sole coi raggi, che ognuna voleva dire un
giapponese tirato gi; o quegli altri aeroplani, col muso disegnato
come i denti d'un pescecane, e loro, i Piloti, fra mezzo a dei cinesi;
contenti, anche loro. Perch gli americani, quando fan la
guerra, si divertano anche, non la stanno a far tanto lunga come
quegli altri.
E noi, che si stava con gli americani, la guerra s' vinta. Dicono
no, s' persa. O come s' persa? Ma in fondo si capisce, non
siamo come loro, che ne vincano, di guerre! C' anche un paio di
riviste del nonno di pianura degli RRCC, che son poi carabinieri,
e cinno le lettere doppie, come le FFSS che son poi le Ferovie
de lo Stato, c' scritto sulle tendine dei treni, e queli son Reali
Carabinieri, anche se il R non c' pi e un po' quasi dispiace,
mia per lui, perch non s'ha pi l'Affrica di mio babbo, e non ci
son pi, dicano, quei carabinieri africani che ci son disegnati sopra,
scari, scift, con divise belle s, tutte colorate; ma vuoi mettere
con quelle degli americani.
Allora cerchi di ricostruirlo, quel mondo perso e sognato. Se
vai lungo il corridoio che porta alle due stnzie di fondo, quelle
di Ziatersa e Nonna, in mezzo, dopo la stnzina di tuo babbo
che ora la tua, si apre un piccolo vano, con una cassapanca, dei
sacchi, scatoloni degli americani, e di fronte il posto pi magico
che ci sia in tutta la casa, la libreria.
La libreria un mobile alto un metro e mezzo, e largo uno,
chiuso davanti con una tendina, e in fondo ha un castto. Dentro
al castto ci sono anche tutti i disegni tecnici fatti da tuo padre
quando andava a scuola in una scuola di Bologgna importante
davro, che si chiama l'Aldini-Valeriani. In quella scuola l gli facevano
fare questi disegni, belli, di macchine, viste di fuori o
spaccate che ti fa vedere come son fatte dentro, disegni di cimenti
anche queli spaccati che fan vedere cosa ci ha messo per farli,
tanti disegni in inchiostro di china o acquarellati leggeri con quei
colori cos ben dati che come si far? Come faranno, quegli antepatici,
a disegnare cos?! Prendi quei disegni dei giornali americani!
Ce n' uno per esempio che ti fa vedere delle fette d'un
frutto che hai mangiato quando c'eran gli americani, nana, si
chiama, no la bomba, il frutto (in americano si chiama diverso);
poi via, sparito, che qui non fanno. C' questa ragazza un po'
scurotta ma belina, con 'sto fazoletto legato su la testa coi pizzi
sulla fronte, che soride che sembra ce n'abbia 'na sboconata, di
denti, che ha aperto 'sta scatola e sortan fuori delle fette belle!
gialle, col sugo che cola denso come mele, che ti viene un'acqua
in bocca che altro le mele o le pere. Frutti americani, via! Delle
belle fette tonde che cinno sto buco tondo in mezzo che sembra
fatto aposta, come le scomparse caramelle col buco, e non ce
l'hai, l da mangiare. Allora provi a disegnartela tu, come se attraverso
il disegno potessi impadronirti di quel frutto, e di quella
ragazza tropicale, e potessi, riproducendole, averle tutte le volte
che vuoi. Ti han comprato le matite colorate, quelle che si chiaman
pastelli e c' sopra uno che disegna 'na pecora su un sasso
con un altro che lo guarda di dietro, t'han preso gli aquerelli, col
penelino, ma non son mia colori bni, ci vorranno i colori degli
americani, perch prova pur t a disegnare ma non ti vien mai
come quei disegni di quei giornali degli americani. Vengon benino
quando fai gli omini che fan la guerra, con la matita e via; non
saran quei disegni l, ma capisci che un certo movimento c', fai
prima che star l a copiare, o gli indiani, che li hai disegnati in
quel romanzo che hai scritto il titolo, Brzos Bill il Coyote (Brzos
un fiume americano che l'hai trovato sulla carta geografica),
poi dopo le prime dieci righe nel quaderno a righe della
Classe V El. ti sei stancato e gi disegni. Ma mia come quelli dei
giornali americani.
Stupisce che tuo babbo, senza colori americani, quele macchine
le facesse bene, e con gli aquerelli dati bene, mia tutti
sciantinati come ti vengono a t. Ma c' il motivo. Lui ciavva
anzitutto la china, che non ce l'hai. Un butiglino c'era rimasto, in
fondo al castto, ma per aprirlo, che l'inchiostro s'era saldato attorno
al tapino, quando venuto via ti scapato di mano e s'
rovesciato tutto in fondo al castto, e su dei disegni, che c' ancora
la macchia. Poi aveva i compassi, e il clibro.
Quelli li hai visti, ma non li puoi toccare, se no li rompi. Sono
oggetti di metallo, freddi, ma proprio per la loro meccanica e
pesante freddezza affascinanti. Sai dove sono, e ogni tanto non
resisti, nonostante le minacce. Il compasso lo fai girare e girare, e
avverti un qualcosa di antico e magico e scientifico assieme, non
solo nel fare cerchi e rose solari, quelle che hai visto scolpite su
tanti stipiti di sasso delle porte, ma c' di pi, quello che poi ricorderai
un giorno leggendo:
"As stiffe twin compasses are two
Thy soule the fixt foot, makes no show
To move, but doth, if the 'other doe."
Come a dire: "Coio!" C' anche il tiralinee che serve, guarda
t, a tirare le linee, ma no come fai t che la tiri e ti si muove la
riga e ti viene tutto a baffo dell'inchiostro dietro ( che non ce
l'hai, la china) e poi le righe cin tanti di quei bughi e curve che
faresti prima a tirarla a mano, la tua linea.
Il clibro non si sa bene a cosa serva. "Serve a misurare con
grande precisione la forma o le dimensioni di certi pezzi delle
macchine" ha detto tuo babbo. Alra? Quando li hai ben misurati?
O non meglio col metro, o a occhio? Il clibro come una
pinza di quelle che giri un tondino e le ganassce si aprono e si
chiudono. Ma d'acciaio lucido, con tanti segni millimetrati, e
per scorrere meglio ha ancora un po' dell'antico olio da ingrasso
(no sungia), e quando lo tiri fuori dalla custodia di stoffa che immagini
fabbricata in casa, chiusa con tanti automatici, sembra
ancora di sentire l'odore del terrificante, enorme, mai visto edificio
(un po' come la Centrale?) della remota scuola Aldini e Valeriani;
di Bologgna, che senn-o, quel Valeriani l, potrebbe essere
parente di quell'Ada Valeriani che abita a casa Bonaiuti, e fa
le camicie, che prima abitava in quella casa del Mulino di Millo,
poi una notte al Pontaccio corsero lei e sua madre che avevan visto
un fantasma, o un uomo tutto fasciato di bianco, gi al Pontaccio.
E ora stanno anche loro a casa Bonaiuti, non si sa se per il
fantasma o altro, e qui attorno al Mulino ora non ci sta proprio
pi nessuno. Solo noi, gi nel fiume.
Ma il pi bello della libreria sono i libri che c'. Li hai letti e
riletti, quei libri, e anche i giornali, sfogliati e risfogliati, ma
sempre bello lo stesso. Se ce n' uno nvo meglio, come mettersi
di fronte a qualcosa di bno da mangiare, che non vedi l'ora
di cominciare e ti dispiace che, a poco a poco, mentre vai avanti
ti finisca; ma in mancanza d'altro li riprendi e li ritrovi, e qualcuno
poi cominci anche a capire quello che c' dentro, non solo
leggere le parole.
C' una Settimana Enigmistica che ogni anno riesci a fare
qualche gioco in pi, e un Topolino grando come il Corierino,
mia come Topolino d'adessa, con Cino e Franco in Affrica (forse
colleghi di tuo padre). C' una raccolta del "Piccolo inventore"
che ti spiega come anche un ragazzo pu fare con le proprie mani
tutto quello che uno pu desiderare di fare al mondo; ma provaci!
Vigliacco se sei mai riuscito a farne una, delle cose del piccolo
inventore, che ogni piccolo inventore dla to madonna ne
dovrebbe avere tre, grandi dietro, a fargli quele cose l...
Arsenio Lupin un ladro gentiluomo, che vuol dire che veste
sempre di maffia come un Milordo, anche se ogni tanto per
rubare si traveste, e ruba perch si diverte, non perch ce n'ha
di bisogno. C' Fantomas, ma non tanto bello come quello del
ladro. E' m bello quello del ragazzo che fa la guerra coi Boeri,
che son brava gente che lottano contro gli inglesi (che sono
ignoranti, l'hai visto, quando ne ariv un po' asieme agli americani
ma eran diversi), e hanno il beretto con la tesa alzata, i cavalli
ponies che sanno sdraiarsi nell'erba alta per fare gli agguati
e la carabina Mauser, che, ti spiega, con la sua speciale palttola
non fa quei bughi dei fucili inglesi, la chiamano "paria umanitaria"
e uno, se colpito, sta un po' gi poi torna a far la guerra
pi vispo di prima. Come con le cerbotane in Diga, che sei morto
no non son morto s sei morto verodo, ma per finta; potrebbero
s prenderti in un occhio, come ti dicano a casa, ma tu celi
le maschere antigas dei tedeschi, anche se dopo un po' che corri
il sudore le appanna tutte, alora ti devi fermare e sputarci sopra
nei vetri, poi col dito passarla ben bene e alla fine non s'appanna
pi. Miracoli dello spudaccio, che serve anche per sanare disinfettare
cauterizzare le ferite; se ci pensi, rivaluti anche tua
mamma col rimmel.
Non c' pi purtroppo quel Pinocchio sul quale hai imparato
a leggere, prima della scuola, sogno perso legato alla primissima
infanzia, ma c', di un Collodi che suo nipote, Sussi e Biribissi,
"Storia di un viaggio verso il centro della terra" (che un altro libro
che hai letto, Biblioteca dei Postelegrafonici, nella Citt della
Motta), e su c' scritto:
Per essere ricordata da te, caro Franco. zia Rina, t'offre. E sempre di Zia
Rina c' Le Mille e una notte, che un libro con
dei disegni curiosi, delle ragazze in rosso che fanno il girotondo,
un bimbo gnudo che guarda una lumaga e poi una btta, e dentro,
a colori, disegni di tutte le storie, ma con colori strani, giallo
e marron, rosso marron e nero, giallo bianco e verde, mia come
quelli belli degli americani, Beder principe di Persia, il principe
Zein Alasnam e il re dei Geni, o Aladino e la lampada meravigliosa.
'Sti disegni ricordano un po' le piante delle tende che ha
Ziarna nella sua stnzia (piante che qui non fanno) o i disegni di
certi mobili che ha sempre lei gi nella casa dla m Maria. Saran
disegni di Genova. Hai Bertoldo e Bertoldino, Senza Famiglia,
che ti fa piangere, quasi, Tom Svier che un mostro che ne
combina di tutte, e ti fa ridere, e le Tigri della Malsia e Ventimila
leghe sotto i mari, che ti appassiona, e li rifai, quei libri, nei
giochi al fiume, o con lo scatolone di coperchini che servono da
soldatini, in mezzo alla tra dei fagioli o contro i sacchi del grano,
che fanno da montagne, come rifai i filmi che ti son piaciuti
da Gigi, Gunga-Din, o Fort Apache, o Ombre Rosse, Ma ci sono
anche libri da grandi: Il vagabondo delle stelle, per esempio, che
uno in una prigione cos cativa che neanche tuo babbo in prigionia,
e allora riesce a uscire dal suo corpo (o come far? con la
forza del pensiero, dice. O m? Cii anche provato, ma resti
sempre l, seduto sulla cassapanca, con la libreria di fronte, come
un bischero. Che forza del pensiero pistolla, che cii) e va in epoche
e momenti passati. O La valle della luna, che ti sembra quasi
un posto come quello della cartolina o del paesaggio della Sacra
Famiglia, L'uomo che ride, La guerra del fuoco, bello questo, dei
tre uomini primitivi che un'altra trib gli ha spento il fuoco e loro
lo vanno a cercare, coi mamut, le tigri a denti di sciabola (come
saranno, i denti di sciabola, come le spade? e come fanno a
mangiare?), e un libro di uno che torna a casa in licenza durante
la guerra (no questa, l'altra) e trova una da salutare poi la sgnuda,
e c' 'sto seno "pesante, che lasciava vedere il percorso azzurro
delle vene" e 'sta cosa ti d un po' noia, perch la voglia o curiosit
ci sarebbe ma pesare a dire la verit t non ne hai mai pesati,
poi 'sta parola, seno, che dev'essere un po' diverso da tetta.
Dicano, in casa, quele donne: "Me lo son messo in seno" quando
prendono su una cosa nel grembio e se l'apggiano al petto, O
anche a t, quando non sai dove mettere una cosa e te la fanno
infilare fra petto e camicia, ma quello del libro si intuisce essere
un'altra cosa. Il seno dev'essere una tetta che, dopo eventuale pesatura,
passa di categoria.
C' Il barone di Nicastro, i promessi sposi, Piccolo mondo
antico, Il dottor Antonio, Il padrone sono me, uno d'uno che si
chiama Lucio D'Ambra; c' anche una sfilarata di libri del Turing,
un'associazione, son libri grandi e bl, pieni di fotografie di
chiese e statue e quadri, non un granch, se non fosse che nei
quadri e nelle statue c' qualche donna gnuda, 'gni tanto. Solo
che una volta, nel guardare quello chiamato Toscana, o non trovi
Pvana?! Con la Diga "colossale sbarramento nella valle del torrente Limentra
occidentale (tornte? m un fiumme!), diga alta
m. 53,50; lunga 117,50" col tubo che non c' pi perch l'han
fatto saltare, proprio l dove giochi a cerbotane e c' la fontanina
con l'acqua bna, quella che d'estate devi andarla a prendere con
le fiasche. E ce n' un'altra, di foto, con la Centrale ancora s e
tutta Pvana: "Valle del Limentra occidentale: Bella verde valle,
all'altezza di Pavana, il grazioso paesetto che si vede nel mezzo."
Sembra di stare int al mezzo come i coimbari; ma grande e
bella la sorpresa, si vede tutio: il nostro campo, la casa di s, le
Logge, la Chiesa, Serravidoli e Pian di Campo, il Monte, e anche,
lontano, l'Alpe di Granaglione e forse, quella l in fondo, Lstrola.
Allora ci s' anche noi, nel mondo, e tanta altra gente anche
se non di qua pu sfogliarci dentro a un libro e guardarci, e sognare
la "bella verde valle", come fo io con gli americani, o col
paesaggio della cartolina o della Sacra Famiglia. Unica che non si
vede la cosa pi importante, dove sono ora mentre guardo, il
Mulino; l'han presa da una posizione bischera proprio che il Mulino
non si vede, come se non ci fosse, non facesse parte del paese.
Come un altro sogno.
"Ci sar o non ci sar?" Guardi in s, verso il soffitto. Alla fine,
al culmine, sopra tutte le stnzie c' il tasllo-morto, che ci si va
per una scaletta e una ribalta che c' in camera di Ziaelna. E' pieno
di cose anche quello, addirittura sai, hai sentito dire, che c'
anche la pistola a tamburo che zio Nerico ha portato dall'America,
rimpiatata in una scatola dentro qualche bugo, ma vera, mia
quelle da giocarci. Per lass c' buio, e prima di riuscire ad arrivare
ad aprire la finestrina del luminarolo che d sui tetti ci vuole
troppo, in mezzo a quelle ragnatele o cos'haltro c' dilielaes.
Rinunci, cautamente. Tanto c' scambio continuo fra quel mondo
oscuro e quello sublunare nel quale ti muovi. Spesso, quando
piove, si vede che qualche coppo s' smosso allora piove sul tasllo-morto
che la rispedisce pari nelle stnzie di sotto e a volte
arriva anche in cucina o nell'androne. Allora tutto un andare
con busolotti e brocche a catturare quelle gocce malestre che
plic, plic, potrebbero anche allagare tutto. Ma anche da sotto, c'
lo scambio, perch tutti i vapori e fumi e odori del giorno e della
notte vanno in alto e passano attraverso le fessure delle assi e arrivano
al tasllo che attraverso altre cento fessure e bughi e il camino
e i mille interstizi fra tegole e coppi e lastre li lascia uscire,
a spasso per l'aria, liberi, ad annunciare, a far capire che l sotto
C' tanta gente che prilla, e ci vive.
5.
Mio zio Enrico, il fratello minore di mio nonno Pietro, veniva
abitualmente chiamato Nerico, con mettesi dialettale curiosamente
usata se lo nominavano in italiano; in dialetto, invece, lo
chiamavano Merigo. Penso che pochi sapessero, al di fuori della
famiglia, che il suo vero nome era Enrico, e non gli altri due che
quotidianamente e con assoluta indifferenza si usavano: Nerico
era il nome itallano, che, tradotto in dialetto, deve appunto suonare
Merigo.
Non c'entra Amerigo, e nemmeno l'America, anche se in
America, quella del Nord, o Stati Uniti, lui c'era stato davvero.
D'altra parte, negli anni attorno la fine del secolo o gli inizi di
questo nostro in America c'erano stati un po' tutti. Ci and Gisto
dei Catani, quello che fuse una pippa fumandoci dentro il toscano,
e che aveva lasciato quattro dita tra gli ingranaggi di una fabbrica
Ford e tirava ancora la penscione, quello che, andato a ritirare
un'eredit o assicurazione di un fratello morto fu atteso dai
banditi e si salv, a cavallo, sparando col revolver da una tasca
della giacca, e il babbo di Nello che dopo faceva l'orcino con
uno scanino americano di due palmi, e Nello stesso, che nacque
sulla nave mentre il fratello moriva e allora lo seppellirono in mare
e per non fare tante storie coi documenti (un figlio, avevano
segnato) lo chiamarono col nome del fratellino morto e ne prese
il posto che, dice, "io avrei un anno di meno" ma non glieli contarono
giusti quando una macchina lo inchiod sulla sua Vrespina
lungo la Porrettana, e il babbo di Bl-Bl, cio il Vero Bl-
Bl, e il babbo della Rsi e della Bbi (nata a Panama, Missouri),
"Matarin" Righetti, e il misterioso Cattani del ritratto fatto a Sorento,
l'inois (S.TR. Studio), l morto in un incidente di caccia,
e il babbo di Eri e di Edi e di Essi e quegli altri americani l, gente
tanto vecchia che conosco solo i figli, vecchi anche loro o
morti anche loro, e il babbo di Gri che ha la foto negli U.S.A.
sulla finta auto da fotografo, anno 1909, ed cos diverso e pi
invecchiato dalla prima fatta appena arrivato, e la Maria Marata
che guarda in macchina, seria e gi con due figli oltre i primi
due, e lo zio di Franco-Casari che torn, Nativi, e quello che non
torn e i figli ora abitano ancora l. Ma tornarono tutti, con
qualche scatola di sigari vuota, dei dollari, e un revolver che nascosero
subito in casa da qualche parte, in uno dei tanti buchi
del tassello-morto. Era la penultima grande ondata migratoria,
prima dell'esodo quasi totale dopo l'ultima guerra; le pi povere,
le pi sciagurate consumate in Maremma prima, poi in Corsica o
in Sardegna a fare carbone di legna. Vita da infami:
... Vita tremenda e vita disperata
di chi alla macchia va per lavorare
credo all'inferno un'anima dannata
non abbia cos tanto tribolare
e non lo provi spasimo e dolore
come fa il carbonaio tagliatore...
Cos cantavano, i toscani pi canori, compagni di viaggio dei
miei montanari. Mano d'opera non specializzata, perch la difficolt
di riuscire a fare carbone non era considerata specialit,
passavano mesi sotto capanne di frasche, dormendo su letti di
frasche, le rapazzle, mangiando polenta e formaggio, e buono se
riuscivano a ripagarsi il viaggio e quello, poco, che avevano mangiato.
Si campava, e quello era importante; non riesco a pensare
come fosse in secoli meno civili del nostro '800.
Ne viene che, ultima zona la Sardegna, fino a trent'anni fa
molti vecchi parlavano sardo, molti erano imparentati con sardi,
molti sardi sono in paese e, soprattutto, si ha ancora grande importazione
di formaggio sardo, leccornia di certi pranzi, quello
stagionato, che si assaggia con competenza dal tassellino fatto
con l'apposito succhiello; la crosta del Sardo, come noto, non si
taglia, si gratta, chiaramente per non sprecare nemmeno una briciola
della preziosit. Vengono in mente gli orali che grattano dal
banco ogni pi piccola parte di metallo prezioso eventualmente
caduto da una loro lavorazione.
Non so se ebbero pi fortuna gli scalpellini, questi s specializzati,
quando per fare Grandi Opere si usava la pietra sagomata
e non il cemento; li videro dighe in Egitto, Romania e perfino in
Cina; probabilmente si portavano da casa oltre alle poche robe,
le punte e i mazzli. Una diga non si far in un giorno, ma credo
che l'Ingegnere Capo, e tutti quanti gli Ingegneri, e i Committenti,
e i Cartografi, e i Politici, e Tutti Loro insomma debbano avere
una certa qual voglia di vedere l'Opera Realizzata: allora ce ne
volevano tanti, di questi scalpelini alle cave, a branchi dovevano
essere, e doveva essere alto, il rumore continuo del ferro contro
il sasso, ritmico, con le scheggie di sasso che volavano da tutte le
parti e si piantavano, pi piccole di briciole, sotto la pelle delle
mani, fino a farle diventare nere di sasso sotto la cute. Come quel
battitore di macine toscano, Buti si chiamava (diceva di essere
cugino del cantante, Carlo Buti), che arrivava quando una macina
si impastava, con le sue trenta martelline affilate a rasoio, e
sembrava sempre che avesse guanti di pelle nera, ma lavorava a
mani nude. Qualcuno, quando gli altri, i minatori, erano tornati,
and negli U.S.A. con questo mestiere pi raffinato, e nel Vermont
ce ne sono ancora; ma non credo che i figli e i figli dei figli
siano ancora l a spaccare pietre.
Qualcuno pass anche dalla Svizzera: il babbo di Pitto padre
e il nonno di Ruzzola. Erano in Svizzera e uno dei due spar una
revolverata a un poliziotto, malcapitato a sedare non so che rissa.
Scapparono allora in Germania, attaccandosi a una carrucola per
legname che attraversava il Reno. Dalla Germania finirono in
Ungheria, poi in Bulgaria, dove furono sorpresi a cacciare di frodo
in una Bandita Reale. Risalirono allora per la jugoslavia fino a
Trieste (ancora austriaca) e da l in Italia, sui monti. Ma fu l che
capit poco dopo una ragazza svizzera, col figlio non so di chi
dei due. Allora, da veri amici, ripartirono assieme per Trieste,
presero un vapore e andarono in America, e l li incontrarono i
primi emigrati americani. Pitto-Vecchio per non faceva il minatore,
e gi dopo un po' girava in automobile. Lo dice con orgoglio
Paolo-Pitto nipote: "Mio nonno Daniele (perch Pitto, nickname-scotmaiio
ormai della famiglia, viene dalla trasformazione
di Peter, nome del primo figlio) girava gi in macchina dopo poco
che era l. "Ma cosa faceva, se non era in mina?" "O m?
Curava gli interessi degli altri minatori, credo." E ti viene un sospetto.
Si sa che macellavano di contrabbando, non si sa perch,
gli italiani assieme ai negri e agli indiani, e anche questo non si sa
pi perch. Si sa invece che facevano lega tra loro, gli italiani, e
non si mescolavano con gli irlandesi, o i polacchi, o tutti gli altri
che erano l. Queli sposati mettevano su casa e tenevano a pensione
gli scapoli. Quando c'erano gli scioperi lunghi eran quelle
donne, risparmiatrici, che riuscivano a mantenere tutti. Lavoravano
a cottimo, pi carbone tirato su, pi dollari. Mio zio, che
faceva le mine, dice che le volevan pi corte e grosse; erano pi
pericolose, ma veniva gi pi roba, ed era pi roba da portare in
superficie. Allora via di mazza e ballarmina, in tre o quattro a
turno ritmico a picchiarci in cima, e i buchi lunghi, si sa, fanno
quasi sempre canna.
Non credo li chiamassero loro, gli rinprenditori, dovevano essere
ondate che si spargevano per l'Europa istintivamente, alla ricerca
di un posto qualunque dove lavorare per guadagno e stare
meglio per un po' e poi tornare con qualcosa in tasca e comprare
quel campo per allargare il proprio, o quel pezzo di castagneto, o
quell'osteria per continuare il mestiere (quelle donne) che forse
era iniziato proprio l. Andavano via a generazioni, molti con la
moglie, con i figli, con figli dentro alla pancia delle mogli, e che
nascevano l, americani, e prendevano nomi americani, pronti a
tramutarsi in qualcosa che non era mai esistito.
C'erano, sopra la porta dell'Appalto della Rosa Savigni, due
cartelli metallici di Societ di Navigazione; sar per quello che
ogni tanto qualcuno non finisce alpino ma fa la leva in marina,
qualcuno addirittura nei sommergibili, eterna vocazione al mare
degli italiani, anche se di montagna.
Si andava da Trieste, o da Genova, O da Napoli, o da Le Havre,
terza classe e i famosi "trenta giorni di nave a vapore", pi o
meno; i passaporti non avevano ancora fotografie, ed era un puntiglioso
elenco di segni particolari, del tutto inutile, tanto potevano
essere adattati a persone diverse. Mio zio ha fra le altre cose:
"naso diritto", "capelli castani", "segni particolari N.N.",
identico a tutti gli altri. E pi specifico un tentativo di scrivere, a
matita, New York e un indirizzo di Brooklyn. Come si scrive
Brooklyn, per uno che a malapena sa scrivere il proprio nome? E
cosa cercava, o chi, mio zio, agli inizi del Secolo, a quell'incompiuto
indirizzo di N.Y. e come gli sar apparsa, quando la vide?
Nerico-Merigo non and in America per effettivo bisogno, il
mulino doveva rendere qualcosa:
"sta bene al mondo
chi ha un colletto bianco o un sasso tondo."
cio preti o mugnai, come nel nostro caso. Macina macina, quel
po' di farina in casa rimane, sia di frumento che di castagne. Era
piuttosto un astio sottile verso il padre, il grosso Chic, Checcone,
Big Frank, l'uomo dall'anella all'orecchio come i vecchi di un
tempo (uno solo; l'altro l'aveva perso) sicuro di s e di cosa bene
e male, padre e padrone e patriarca, tanto che l'unica a tenere
testa era la moglie, come dimostra il fatto dei vasi da notte. A lui
sembrava esagerato comprarne un paio nuovi, lusso eccessivo; lei
allora and a Porretta e ne compr venti. Cos fece con i coltroni,
le coperte da letto imbottite. Mi ero sempre chiesto, prima di
conoscere i particolari, cosa ci facessero in casa tanti vasi da notte
e tante coperte da letto.
Lui figlio giovane, non sposato, un po' socialista, un po' insofferente,
che non mandava gi il fatto di non poter adoperare
il calessino del padre. il calessino, non il brozzo o il carro, come
un'auto sportiva: lite a coltello, con minaccia di diseredare, e invito
a portarseli dietro al camposanto, il calessino e i soldi e le
macine e il fiume e tutto. E via in America.
Ma gli altri, quegli altri nelle loro fotografie: ci sono foto di
montanari indomenicati, pose fiere e baffi e bimbi piccoli inscuffiati
davanti a fondali dipinti, col braccio appoggiato a colonnine,
da soli o in gruppi, morticini con fiori e un'aria quasi allegra
attorno, sovrabbondanza di orologi da panciotto e catene e relativi
panciotti e cravatte con spille probabilmente false e un'aria
nuova (americana?) in faccia. Ci sono le baracche che erano gi
state viste nei film di Paperino, in quelle foto, ma l quelle vere,
di fianco al monte di detriti delle miniere di carbone di Mark, Ilinois,
monte che crebbe senza posa fino alla crisi del '29, e che
ora vogliono fare monumento nazionale, come raccontano quelli
dell'unica famiglia rimasta l, spiegandosi un po' in dialetto e un
po' in inglese, perch l'italiano lo sanno parlare poco.
Tracce d'america rimasero fino alla sua morte; non solo nella
forza del tronco, acquisita in mina a spicconate, che avevano trasformato
il magro ragazzino della prima foto in un uomo che alzava
a due mani un sacco da un quintale di grano, ed era gi verso
i settanta ("pra giovent!", disse a me che non ero capace).
Tracce leggere di un rasoio di sicurezza Galette, scatole da sigari
vuote, l'abitudine, smessa, di appoggiare i piedi sul tavolo dopo
mangiato, la birra che si concedeva una volta all'anno, per Santa
Filomena, quando andava in paese (io ce l'ho visto due volte). O
frasi lapidarie, emissioni di giudizi, che dovevano ritornare per
ragioni sconosciute ogni tanto, se me le ricordo: "A Pisburg t'va'
fra con al sol' ch'l' bianco, e t'artorni a ca' ch'l' nero" oppure:
"Al Misisippi l' 'n fiumme tanto grando ch'an s'vdde cl'altra
parte." A volte uscivano fuori nomi certamente magici, l'inoi,
Tex, Senlui (a volte Sanluigi), mina, rail; a volte erano storie di
birra, o di Tornados. Uno in particolare, una visione fissata come
su lastra, di una strage di uccelbi morti sotto ad un albero gigantesco,
dopo un uragano, ma lui, lui indenne. Con un bardotto
di birra, si era scavata una buca sotto la baracca, e l, bevendo (e
in pace, si pensa) era rimasto ad aspettare la fine dell'uragano.
Tanto, si sa, i venti sono due, tramontana e vento (a volte scirocco)
e tanto danno non possono poi fare. E poi la birra era una
birra speciale: "Da noi non la fanno. E' 'na birra frea, apena fatta,
come il vino che deve ancora riboglire, rossa, di colore, e
quand' frea ne beresti, di quella birra!"
Quando arrivarono gli americani trovarono un paese di gente
che biasciottava inglese; con loro avr parlato di dov'era stato,
dei posti che aveva visto e conosciuto, quasi come di casa, insomma.
Coi tedeschi gli era andata fatta bene: l'avevano preso su per
la TODT ed ebbe la costanza di camminare zoppo per tutti quei
chilometri che ci sono fin dopo Silla, verso il Marano. Allora lo
spintonarono da una parte della strada, cosa ce ne facciamo di
uno zoppo; cos, di corsa stavolta, pot tornare a casa.
Quando mor mio nonno rimase l'unico uomo di casa con
quelle tre altre vecchie, la moglie la sorcra e la cognata, lui a
macinare e a lavorare negli orti attorno a casa. Si asciugava il sudore
che gli faceva goccia sul naso e passava gente che andava e
veniva fra Pvana e di l da l'acqua e tutti si fermavano a dire
qualcosa:
"Avanti pure, Merigo."
"Avanti e vita lsta, manghiar poco e lavorar da bsctia!"
Poi col mulino un po' non ce la facevano pi, un po' i campi
s'erano vuotati e i castagneti non li armondava pi nessuno, e di
farina di castaggne ne avevano tutti mangiata anche troppa, che
fa venire i fortori. Il Mulino chiuse nel '58, anche se ogni tanto
mollava una macina per macinare quel po' di granturco per una
polenta (perch se non la macinava lui la farina non era buona
verodo) o per fare un piacere a qualcuno; poi perch il munaro
dev'essere uno di quei mestieri che ti rimangono dentro, e aprir
la paratoia e far correre la macina ogni tanto deve far bene al
cuore. Anche oggi, nipote che ha fatto l'abiura (mio padre prima
di me) quando vedo quelle mole inerti ancora coperte di polvere
grigia e la grossa macina fuori scartata, le anelle attorno a casa
che non reggono pi i muli e i rodi sotto casa che prdono i catini
con le leve che arrugginiscono e il bancone che pencola e le
paratoie saldate dalle incrostazioni calcaree e il bottccio secco e
terroso pieno d'erbe e di lucertole, viene come una grande voglia
di far correre ancora l'acqua e dar la molla alle macine, a tutte e
cinque, a quella da granturco, alla Paola, a quell'altra da grano, a
quelle due da roba nera e castagne, e sentire il rumore delle battole
che sbatacchiano e mandano gi roba nel foro rotondo, e lo
strofinare della roba stessa che si frantuma fra le due pietre e i
palmenti che si riempiono, e aprire la porta dei rodi e vedere i
catini impazziti che ruotano sul puntone appoggiato alla bronzina
e lanciano acqua da tutte le parti in uno schiumeggiare cantante
che finisce nel fosso sotto casa del gorello ed emerge cinquanta
metri pi sotto, nella gora che va al Pontaccio, per finire
di nuovo nel fiume.
Mio zio Enrico morto nel '63, quand'ero militare. Le gambe
gli andavano in cancrena e facevano i bachi. Lo portarono,
per comodit, gi di sotto dalla camera da letto, gi in cucina, vicino
al vasto vaso della conca. Dicono che dall'odore non gli si
stava vicino, e lui invocava Cristo, che lo facesse morire prima.
Non mi dettero nemmeno la licenza (per un prozio, figuriamoci!)
e non so nemmeno se al camposanto ce l'han portato a
spalle, come mio nonno, ma credo che gi ci andassero col carro
funebre.
Dopo, mia nonna e mia zia sua moglie non se la sentirono
pi di stare nella grande casa lontana dal paese, in mezzo al fiume.
Zia Rina and a stare da sua sorella, mia nonna poco pi sotto,
da sua figlia, a Casa Bonaiuti. Per la prima volta dopo cent'anni la
grande casa, il Mulino, che aveva visto tanta gente crescere
e passare, tanta frutta e verdura fare negli orti, tanti animali
schiamazzare e morire attorno, rimase vuota.
6.
All'alba risuona il cigo lacerante che prima ti fa saltare sul letto
a chiederti cos' stato, urlo di terrore folle e morte che sovrasta
il ruiare potente del fiume invernale e quello pi casalingo e
mansueto e soporifero delle macine che girano alla tonda. Poi capisci:
o che bel ritornare a vita, e a raziocinio ragione!, e balzi
gi senza quasi neanche sentire il freddo che perdo, aaa quello
s, ti aspetta e strozza fuori dal caldo coltrone pesante di lana calda
softsffice e voli gi verso la cucina perch sai che la festa
cominciata, e non te la vuoi perdere.
Il maiale si ammazza dopo l'Anno, e prima della Bufaggna,
quando c' pi freddo, e c' caso che abbia anche nevato e allora
tutto bianco e c' neve dappertutto, meno la striscia nera del
fiume, con l'acqua scornte tra sassi e massi, e quella curva del
Murotondo, e l'altra del Pontaccio, e di qualche profilo d'albero,
gli stecchi ramosi neri dei ciliegi, dei peri, dei meli, dal neige, del
marne sopra la curva del pozzo, e dei paloni della luce che ora
non portano pi fili, dopo che la Centrale saltata, e sono piantati
l inutili, in mezzo ai campi, a ricordo.
Ci sono i fumi dei camini per l'aria e le rotte nella strada,
quella che va in su verso Pvana, e quella che va in gi, e da l
viene Gigi, che fa il cinema e il fotografo e il carpentiere ma d'inverno
fa anche l'orcino; arriva, Gigi, con tutte le sue cortelle arrotate
e forse Remo nipote aiutante, e gi c' movimento ed eccitazione
in casa, e dalla sera prima tu stesso stentavi a dormire,
domani s'ammazza il maiale, e quelle donne hanno acceso i due
camini e i paioli sono pieni d'acqua che bolle e ribolle e ce ne
vuole tanta per buttarla addosso bogliente e raschiare tutte le setole.
Gli americani, nei filmi, fanno bollire l'acqua solo quando
deve nascere qualcuno: "Mettete dell'acqua a bollire!" dicano. O
a cosa serve? Son buffi gli americani: devon tirare via le setole a
chi? Noi si mette m l'acqua quando s'ammazza il maiale, e t giri
l d'atorno e anche le sempre gentili volte ti mandan via in malo
modo: "O sortirai di l, o nescimi di torno!" tutte dntr'e fuori,
che prillano e parlano a voce alta dandosi sulla voce se UNA
non fa quello che l'ALTRA vorrebbe si facesse finch uno di
quegli mini non fa la voce pi grossa ancora e Gigi sciorina tutte
quelle cortelle sl tavolo e han gi tirato fuori la grande Trga
che servir a distendercelo sopra, il povero animale ammazzato e
squartato. Forse son nervosi perch in fondo gli dispiace. Il
maiale non mala bsctia, te lo ricordi castrncino squittente e
roseo, pulito e lindo; poi viene confinato nello staltto (non deve
fare sforzi, non deve perdere di peso, ma acquistarne, e ingrassare
a dismisura per il bene di noi tutti, santa e saporita cccia che
ci nutrir di delizie per un anno intero) ed di poi solo muso
grugnente, l'umile rughi-rugante bestia, che appare col grifo a
presa di cornte fra lo spiraglio del trogo che sporge a met dalla
parte dello staltto, quando o nonna o zia si avvicinano col secchio
della brda e la avverte gi quando fuori da l'usscio e comincia
a grugnire di avida soddisfazione. T grugnisci pure, t,
che ti si d noi, le chicche, dopo l'Anno e prima della Bufaggna.
Un po' dispiace, per. Un maiale non ha nomi, mai. Un gatto
ne ha, e c' generazioni di Mniche acchiappatopi e cacciatrici,
tutte Mniche, a ricordare la Prima Gloriosa che si schiacciava
all'imbrunire sui sassi del fiume quando le rondanine volavano
basse a caccia d'insetti poi con balzo da molla, ma pi elegante,
meno metallica, saltava su e le beccava in volo, per portarle ai
gattini. Quella Mnica che aveva anche imparato a pescare,
quando il gorello andava in secca e sapeva che nelle pozzette rimaneva
una qualche lasca o un qualche barbo e con la zampa li
buttava fuori all'asciutto e li pigliava in bocca e Nonna, che lo
aveva imparato, dietro! e glieli prendeva e alla sera si faceva la
frittura, che nonna le aveva queste cose, 'na friturina di sei laschette
o l'umidino con quei tre prataioli e quelle due loffe che
aveva trovato nei Prati. Quella gatta dal cuore di felino vero, mia
come i gatti d'adesso che son bni solo a mangiar scatolette,
quella che rovin il cane da caccia di Mdola; quel bschero di
cane le diede dietro, bau bau, che lei aveva i gattini, nella cavanna,
fra il fieno, e li nascondeva cos bene che ci si metteva dei
giorni a trovarli, perch uno magari glielo si lasciava e gli altri li
affogava nel fiume Zionerco, dentro a un sacco, sott'a'il sasso, e
lo faceva cercando di non farsi vedere da me, se no sai le svrnie.
Il cane la vide, verso il Murotondo, e le diede dietro a coda dritta,
bau bau. Imbaubumi l'osanna! Lei scapp su un alberino,
poi, quando trov il momento giusto, gli salt sulla coppa, gli
piant le zampe di dietro nel costato, e a morsi gli dava nella nuca
e a graffi sul muso, cercando gli occhi. Scopi un bordello!
Bai, sofiate, peli che volavan da tutte le parti e sto cane che girava
su se stesso cercando di scrollarsi di dosso la furia che lo dilaniava,
lo lacerava senza scampo e difesa. Altro che bau bau, corsero
in tre, a salvarlo, quel cane! Gloria a te, freccia di pelo e vibrissa
fremente, terrore di topi e msurggnole, secca e agilissima
Mnica, scomparsa chissadove e senza perch, verso la fine degli
anni '40.
Ci fu anche un Negus, nrrro di pelame e d'anima, che fin i
suoi giorni inchiodato dalla forca di uno del Piandalcro, perch
l'aveva trovato nello staltto a conglioli, ma nome vero di gatto
Mnica, come la figlia, e la figlia della figlia, e cos ancora, perch
gatti maschi al Mulino dopo quel Negus non ce n'han pi
voluti. Andare a conglioli?! Va m a topi, che ci pensan gi anche
troppo lor a mangiare i conigliolini, e quando arrivi nello staltto
e li trovi, quasi apena nati che non hanno ancora aperto gli
occhi e tutti mezzo rosichiati ti si stringe il cuore, gatto bscaro!
Anche i cani hanno nomi; noi non se ne vuole, di cani attorno
casa, ma c' il Lampino di Ziocordo, o la Lola, la cagna di
Ziamarialusa, che dovettero sparargli i padroni perch quando
era nato Bruno si era incattivita e non lasciava che nessuno si avvicinasse
alla culla, neanche mia zia sua mamma, una raffica dovettero
sparargli. E c'era Ruffi della Casanva, quel cagnone
enorme che quando passavan gli apparecchi degli americani correva
sotto al letto a nascondersi, e uggiolava dalla paura e non
sortiva pi fri. Per dire che anche i cani hanno nomi. Non sar
che non si d il nome alle cose che poi si mangiano? Le galine
non hanno nomi, genericamente sono piro-piro, o cochi-cochi, i
conglioli non hanno nome. Ma non mia vra, perch le capre
hanno nomi, Tirino o Cornetta ad esempio, e anche le mucche,
c' la Milorda, e la Grigia, e la Gigia e la Donzella e via andare; e
quelle, prima o poi, vedrai che le mangi, anche se per interposta
persona, non le ammazzi mica t, perch le porti dal mac'laiio e
via che t'amavo.
i maiali sono tutti Rughi, o Rughi-rughi; quando ogni tanto
lo tiri fuori dallo staltto per pulirlo (si intenda lo staltto, che
Lui te lo ripuliamo poi noi), lo chiami, e lui ti guarda con quegli
occhietti (porcini?) poi scapicolla, una breve corsetta di coscia
lardosa e balzellona e di zampetto gentile. Pu, non pu? Correre
dico; non lo sa, non lo capisce subito. Fa quella corsetta poi si
ferma, stupito quasi di tanta audacia, e si volta a guardarti, se lo
sgridi o cosa, poi riparte grugnendo le sue maialit al vento, una
volta tanto felice non di quella brda soltanto, libero, fuori dall'angusto
spazio in cui stato costretto per mesi, col codino a
truvello che si srotola e si arrotola, fin sul ciuffetto di peli finale.
Anche il grillo l'ha fatto a truvelino, e quando corre a volte gli
esce, ma cos, perch tanto l'han castrato e lo tira fuori solo di riflesso,
mia per trombare, che maialate ne far di sua essenza, ma
quella non l'ha mai imparata, pra bsctia. Ti corre anche incontro,
se lo chiami, e tu con lunga bacchetta lo gratti sulla nuca,
sulla pancia, sulla tonda pappagorgia, e lui ti ringrazia felice e si
rotola per terra come un gatto, e si gratta nella polvere tutta la
rosa accumulata in mesi di sporcizia. Sarebbero puliti i maiali,
sarebbero. Ruma un po' di grifo fra l'erba, che come il suo selvatico
cugino ce l'ha d'istinto, ma solo un po', cos, solo un pallido
ricordo di chiss quale avo, perch dopo lo riprende la sfrmmia
della corsetta, del caracollare, finch tu un po' con la bacchetta
un po' a pedate (camna, porco putandro!) lo respingi di nuovo
verso lo staltto pulito, e lo consoli con una brda abbondante e
saporosa, con rmmola, gussce di mele e di pere, patate, qualche
torso di clo, un po' di granturco, che rimpiazzi subito quell'etto
perso trotterellando fuori all'aperto. Quando lo tiri fuori cos
non fai fatica: gli apri la porta e lui ti guarda come per dire: "O
cosa mi aprite? Che novit questa, oggi? Due passi? Perch no,
ma prima lei, non mi permetterei mai, si figuri." Poi passetto dopo
passetto, grugnito dopo grugnito esplora, va verso la luce, si
guarda attorno e fa tutto quello che si detto.
Ma quando lo tiri fuori d'inverno e c' lo scannino arrotato e
acuminato che lo attende allora lo sente, che non una passeggiata,
che non per pulirgli lo staltto, che non per chiamarlo
Rughi-rughi e grattargli la pancia. Ci sar aria di morte attorno, e
odore d'eccitazione ferma e necessaria cattiveria, altro che rughi-rughi,
rincula e comincia ad alto grugnire, a cigare e a mugliare
che peggio di un bove, e quegli mini devono entrare dentro e
chi lo prende per una zampa, una di dietro, e cerca di legargliela
con una fune, per buttarlo poi per terra, la zampa davanti piegata
sotto a liberar la gola, ma sar un quintale e venti e pi, non
mia facile, e chi lo chiappa per un orecchio, chi lo spintona, lo
calcia, a manate, a spallate, con tutto il peso del corpo, e lui fuori
anche dalla stalla vede tutto quel biancore di neve e ghiaccio attorno,
coi candelotti appuntiti che sembrano loro tanti scanini a
pendere dalle gronde e dai tetti e dai fili, e i fiati, suoi e di quegli
mini che disegnano l'aria fredda, fuori dal caldo staltto fumigante
aldmme. Guarda e si dice: "Dove sar la mia polvere?
Dove quel po' d'erba da rumare? Dove la bacchetta gentile che
mi gratti? Io che non ho neanche amori da ricordare!" Ma tutto
un secondo, un lampo, perch vede la Grande Trga che lo attende,
il patibolo, e via a cigare, con tutti che lo spingono e Gigi
con lo scanino in mano attento a cercare la gola nel punto giusto
e pronto a vibrare il colpo, diritto e preciso, dalla gola gi fino al
cuore, in modo che il sangue esca a fiotti e la bestia muoia cos,
dissanguandosi, per lasciare la carne pi buona, pi dolce. Ciga
il maiale nel silenzio della neve, urlano e bestemmiano quegli
mini, corrono e urlano quelle donne, non c' neanche un cmmio
sulla strada e i camini, si sa, fumano in silenzio, solo urla e
cighi e madonne e correre e spingere e azzuffarsi.
Una volta, vibrata la coltellata, data in fretta che non erano
neanche riusciti a legarlo, rughi scapp disperato in cerca dell'estate
o della libert o di una morte gloriosa: scapp dalle mani di
quegli mini e corse lungo la neve, una corsa disperata e urlante,
e a ogni passo il grande cuore pompava fuori dalla gola lacerata
un fiotto di sangue fumoso che lasciava una traccia a intervalli in
tutto quel biancore di neve. Lo fanno, 'gni tanto, anche i tacchini.
Nino-Gocchia aveva vinto 'sto tacchino a non so quale gara di
briscola e fa, dice, al fratello di Gioe-Blek: "ASi ammazza e si
mangea, ma lo mazzi t perch se aspetti che lo amazzi me
aspetti 'n pezzo." "O cosa ci vle?" gli fa l'altro, e prese un cetino
e con fatica, a zampe legate, gli mise la testa su un ciocco e
gi colpi e via la testa. "Ecco il tuo tcco, sa cosa ci voleva!" e
gli slega le zampe e quello, senza testa, spicca il volo e avr fatto
un cinquanta metri in linea d'aria, che dovettero andarselo a riprendere
gi in Centrale in mezzo a delle ragge. Come i pescigatto,
che non c' verso di farli morire. Ma per il maiale, maremma,
dispiace. Quella volta gli corsero un po' dietro d'istinto ma
poi: "Lascia pur che vada, o in dove vuoi che vada?" e infatti la
neve si faceva pi fonda e sempre pi faticosa era la corsa e pi
flebile il grugnire. Arriv sempre pi lento e impacciato un po'
sotto al Murotondo, con la sua rotta di zampetti e sangue dietro
e si abbatt pesante di lato, solo con le zampacce posteriori che
scalciavano, mentre tirava gli aghetti. Allora corsero, per portarlo
gi e spararlo prima che la morte e il gelo lo irrigidissero del tutto
e irreparabilmente e lo caricarono sulle spalle di uno che lo
port gi con gli altri attorno, ad aiutarlo, con la povera testa che
penzolava, non so se ancora vivo e rantolante, e lo gettarono sulla
trga che resse l'urto gigando anche lei, e l finalmente lo spararono.
E c' la grande bestia morta sulla trga, grande vassoio di castagno
che lo regge tutto. E' pronta l'acqua bogliente? E' pronta
S, corrono in due per paiolo reggendo a fatica il gran peso e la
gettano addosso a rughi morto come un cristo sanguinante e i fumi
e i vapori, si levano e si corre ancora al pozzo per riempire di
altra acqua; intanto, coi raschietti affilati cominciano a scorticarlo,
prima sulla testa, e sembra quasi quando Zionerco si fa rasare
quei pochi, capelli rimasti, abitudine da mina, e ogni tanto col
rasoio prende contro a uno di quei grossi nei che ha e esce sangue
e madonne; per bene, tutta la testa, poi gi verso la pancia, e
butta gi altra acqua, per bene attorno a tutti quei capezzoli rosa
bottoniera di cccia, gi sulle zampe grasse e i piedini biforcuti,
sospesi in aria, e non sai se d ancora un calcetto o oscilla solo
COS, sotto le lame. Poi forza pure che lo rivoltiamo, oooo, e
adesso sulla schiena, e acqua ancora a pulire da tutta la grumma
e le setole.
E' proprio bello pulito e rosa ora, pro Rughi; Gigi gli infila
una cortella sotto la gola e la tira gi piano ma con forza fin verso
la natura. Si apre quasi da solo, cccia rosa e grasso bianco, e
quella massa di intestini fuoruscenti, troppo tempo contenuti e
sacrificati in quell'epa prominente; o quante ce n'ha, di budelle?!
Fuori il fegato con la rete, e via in cucina, che mezzod s'avvicina
e a mezod a s'mnghia, oggi pasto tipico del maiale ammazzato,
polenta dolce e fegadtti, sugo saporoso che sa un po' delle foglie
d'alloro, solo sugo, perch a me il fegato non piace (quanti
fighi, ch'a fa al m pero! Biggna manghiare 'd tutto!) con quelle
fette brune di polenta di castagne, strano contrasto di dolce e salato,
e la polnta che scende dal paiolo sul tagliere un magma
ribollente, che cola calando e si riempie di se stessa, si distende
rotolando sul tavolro; gi la polenta, nella cucina piena di vapore
con quelle donne ancora instancabili, "Alora!? 'n t' manghi?!
mnghia gio donca!" Seri, gravi sul cibo, cortigianerie continue,
leziosit rococ, pieni di rurlie ancor giovani, le bocche senza
denti, di gi, che sbiascittano. O dov'era finito il freddo, col
caldo del camino in boire, e il calore dell'economica che ingoiava
stluzze e ronchtti e ciochtti come fossero coppe, come salami,
drnto, uno via l'altro, e il calore dappertutto e sui visi, con
le mani dalle unghie rovinate e nere, e quegli mini il cappello
in testa tirato indietro a nuca, a giovin diobie, un ultimo bicchiere,
su e gi quel pomo d'adamo puntuto sulle gole secche, le
deta tese infuori, siamo di mondo perdie, mia bischeri. Ma questo
dopo; intanto, l all'aperto, fuori il cuore, che ancora pieno
di sangue, per fare i miacci, che a noi non piacciono, di sangue
fritto e farina e uva passa e noci, vuol dire che se li far Gigi, che
vedrai lui tanti fighi non li fa come t, via a sciacquare le budelle,
con tanta acqua, per contenere le lunghe filze della sanciccia, via
a sciacquare la vescica che si riempir gonfiandosi di strutto can-
dido, bianca palla appesa, tonda e lustra come un ovo, come un
chicco d'uva di quella grossa, del sud, zibibbo o sultanina, da
spaccarsi trac-sciac quando tu la spiaccichi cos, per il gusto di
farlo, come stringeresti una tetta cos, per il solo verso di brancicare.
Esce lo strutto quando fai il paiolo pieno di scarti e grasso
per liquefarlo e dopo tanto bogliore tutto strutto liquido pi
quello che cola quando stricchi il canapo con dentro quelli che
sono i cccioli grasselli, che salati mangi cos, caldi, appena fatti,
con lento saporoso masticare, e masticheresti come di brustullo o
luvino salato, ma pi pieno, pi ricco, cingomma degli dei. Te ne
davano, e tu patozzino eri il primo ad essere sfamato di quella
golosit, tu, il grilletto giovine, il bischerello nvo novnto, l'erede,
degno dei sacri lombi, che gli anziani ne isperavano tu li sostituissi
tutti, il giorno della lor dipartita. E tu, con mani grassocce
e rosse di gelo e neve ne prendevi dal canapo a grossa trama
un pezzetto, caldo bointe, e lo sballottolavi soffiandolo a destra
e a manca, da babordo a tribordo, come baltto o frugiata; intanto
quell'odore si spandeva largo, grasso, rassicurante, confortevole,
e via l datorno i gatti impazziti di desiderio, a calci via le
bestiole che con le narici ripiene d'odori esaltanti perdono per
un po' la loro consueta elegante imperturbabilit. Ma dopo,
quando annotta. Ora via tutto di dentro, ed eccolo l spalancato
come un libro e pulito, la povera testa morta reclinata verso il
basso sulla saladra-trga inclinata per fargli uscire anche l'ultima
goccia di sangue e acqua, che sia lindo e pronto per i grandi
lavori di dopo. Sale, intanto: si vuotano le saliere sui taglieri, in
grossi chicchi cristalli verdastri di prezioso sale conservante,
quarzo e salnitro di polvere nera da mina, quello che t'hanno
messo in testa in chiesa anche a te, per conservarti e salvarti, sale
sapienza, sale salute, che purifichi e secchi, insapori e mantieni,
sale che tien lontana la maledizione della putrescenza, la dannazione
della corruzione. Con le butiglie si macina, questo sale, lo
si fa fino, tanto ne serve per i presciutti e le spalle e le sansccie o
per tutto quello che vuoi fare. E si macina pepe, chicchi tondi
bianchi e scuri che sembrano patte di scacchi o Mdici, e ti verrebbe
voglia di mangiare sedotto da quel loro profumo se non
sapessi (perch lo hai fatto, di rimpiatto, una volta) che ti riempono
la bocca di fuoco dell'inferno, ma mescolati al sale aiutano
a mantenere la purezza di quella cccia che taglierai in fette di
rosso schietto e di bianco immacolato. Appare sul tagliere il presciutto
e la spalla e le mani amorose cominciano a palparlo e mosticiarlo
di sale e pepe, maniche tirate su ai gomiti, maglie di lana
('d pggora, che cii messo un mese a domarla) a carezze lente e
concentriche, in modo che butti fuori l'acqua che ha dentro, attorno
al tondo osso sporgente, piano piano che si impregni bene,
altre mani spezzettano la cccia per la sansccia e presto sul tagliere
si forma un monte-vulcano dentro il quale si versa una butiglia
di vino giallo dorato spumante che frigge di schiuma mentre
si perde fra la cccia e il pepe e il sale e le mani lo mescolano
e lo rimescolano e altre mani ancora chippano un pezzettino di
cccia qua e uno l, cruda e saporita (o vuoi nescirmi da l?!).
Macina pure te poi la cccia dentro al macinino: dall'altra parte
c' il budello gi pronto che si gonfia piano piano di sansccia, e
bolle il paiolo con dentro i pezzi di testa per fare la coppa. Sono
gi accese le lampadine dell'androne e della cucina, perch d'inverno,
fra l'Anno e la Bufaggna vien buio presto, e nel Maganzino
le pertiche sono gi piene di sansccia stesa ad asciugare, e
grandi panieri accolgono il prosciutto e la spalla che dovranno
ancora essere ripassati, c' la pancetta, c' la coppa di testa che
sar la prima a volare perch non si tiene, e la vescica di strutto
per friggere o per gli arrosti, e c' anche la sungia per gli scarponi
e per tutto quello che vuoi ungere.
Rughi non c' pi, tutto l appeso, o a riposare, o in buzza;
la tarda primavera ne vedr un altro al suo posto, il vecchio come
un re antico sacrificato perch il nuovo re possa arrivare, ma ora
lo staltto vuoto. Ne provi come una stretta, una pena, se ci
pensi sotto il coltrone, sobbalzando di paura per il rumore improvviso
di un sasso che la piena del fiume ha spostato, o per
una cigata di una trave o di vento su nel tasllo-morto, sopra la
tua testa, la pancia ancora piena di quell'ultima costolina che Rughi
scomparso ti ha voluto regalare. Sai per che un giorno qualcuno
arriver con un sacco squittente, e lo staltto avr di nuovo
il suo legittimo abitante, non come adesso, che gli staltti sono
sempre vuoti, nido di ragni e di volpi, le porticine pendenti a
sbindloni da un cardine e i trgli di castagno o di sasso sono disfatti
di tarlo o di rogna se non pieni di terra contenente orribili
fiori e non brde calde e saporite e musi grugnenti di composta
soddisfazione.
In quei momenti per c'era solo lo spegnersi delle buonanotte
quando l'orcino, prese le cortelle, affrontava la rotta e la neve;
poi la marletta cadeva, il bracialtto veniva rinserrato e nel
castello-fortezza
rimaneva solo quel rumore di macine rotanti e di
fiume scorrente, che andava, senza sapere di s n d'altri, cos
occupato com'era a portare sassi in fondo, a valle, a conclusione.
7.
Il fiume ha tante di quelle facce, angoli, cantoni, curve, anse,
piaggette, ripe e rili che uno pu starci dei giorni, dei giorni?
degli anni v, in su e in gi, senza che se lo ritrovi uguale. E il
fiume un mondo a s, a parte, mondo vero e preciso nel mondo
pi grande che non sai neanche se c' pi, quando vai nel fiume.
Il sasso, il lastrone, quel drizzone che fa in un certo anno dividendosi
in due come per fare un'isola (e sembra, di estate, che
abbia poca forza, il povero Limentra, ma quando s'incazza duro
e cativo d'inverno porta via anche le case, cristiani, macine, galine)
e canta e mormora e fischiola e anche all'occorenza riia come
gli pare. Odo, uguale un po' sempre, dove svolta lo sai, che
piante o erbe ci fanno lo sai, e anche quando. E' come un uomo:
la base sempre la sua, anche se giorno per giorno ti cambia, e
tu non te ne accorgi di tuo ma lo vedi e te ne accorgi daddovro.
Ci vorrebbero delle foto, ma quelle, si sa, non sono cosa di tutti i
giorni, e non si fanno fotografie a un fiume, cos. Fotografie degli
occhi quelle s, momenti che magari l per l non ti sembra, quando
non sembra, ma le cose le fotografi, e di poi te le ricordi per
gli anni a venire, e hai chiare visioni di punti e momenti e paesaggi
e atmosfere e un colpo che t'amazza. Ora, a prima vista,
non lo riconosceresti quasi pi, ma se ti siedi solo solo come allora
su un lastrone e lo lasci passar via per un po', con quella sua
bella acqua chiaccarina che ti vien voglia di mangiarla o di esserci
drnto, fino al collo, come in tutti gli altri fiumi che incontri
(sola colpa non essere Lui, il Vero, il Limentra, ma solo palliativo
ipotesi gli altri che son in giro per la nostra Italia Bella, o int al
Grando Mondo Tutto); oppure cerchi cos, senza quasi volerlo,
di accendere un fco (anche se col bich e non coi fiamferi degli
americani) lo vedi che lui ch'a t' digge: "T'se' artorn, brutto
mostro!" e gli occhi ti si riempiono, e accetti il fiume e lo sai che
non cambiato per colpa sua, che non ci s'entra pi per colpa
sua, che lui l che se la scorre, aaa se la scorre davra, e ti manca
solo di quegli anni pasati non sai bene a far cosa (sciochzze,
matrie) e lui era ancora l, incolpevole, giusto a spetare che tu ti
mostrassi.
Nel fiume ci si mangia, anche. In quei pomeriggi sul presto,
quando in su dormano tutti, verso le due, e al Mulino Nonna e
Zia sono sul letto, e Ziatersa l su quella scranina e si lascia
crollare la testa piano piano, come se rispondesse al ronzio generale,
l d'atorno, dopo aver sparecchiato e spazato per terra, sul
tasllo. Prima ci vuol buttata l'acqua e poi si scopa, che ce ne vorebbero,
di aspirapolvere, per tutta quella polvere che c', tanto i
Mulini bianchi non son mai stati, ma grigi, di polvere e di farina
e di ragnatele, che diventan fin nere, nei punti pi reconditi e
inacessibili. Gi al fiume Pvana lontana, la su pr'aria, come
detto; passa un cmmio e senti il clcso, se non la Trppia,
quella corira che parte da Portta e ha il clcso bitonale, quasi
che uno potesse regolarci l'orologio, cos a occhio, quando fa la
curva di C del Cucco e sna, e ti vien da dirlo, anche se lo sai
che lei, ma la Trppia sna e tu senti e dici, all'amico l vicino,
o solo a te stesso se solo: "La Trppia!" come cnstati l'inevitabile
evento atmosferico e dici: "Piove!" o "Nva!" Sei nel fiume
intento a infilare le mani sott'a'il sasso, o semplicemente sdraiato
in cima a guardare per aria e a seguire certi tuoi pensieri, o a letto
che leggi smordichiando una mela, o sulla murlla del botccio
che guardi quella laschina nera e nera non dovrebbe essere e
dici: "o che lasca ?!", dappertutto insomma dove si ple essere,
e la senti e ti giri, guardi verso e mormori dentro di te: "La
Trppia" come quando al campanile battono i tcchi e li conti e
dici, per esempio: "Mezod." E a mezod a s'manghia. E dentro
di te dici, fai: "'Rcodose, n'sar m meglio che artorni?!"
Per mangiare si mangia a casa, ma si mangia anche sotto a
in Centrale; perch bello, non perch s'ha fame. Fuochi se ne
acnde un po' dappertutto, basta vedere un po' d'erba secca
dei bachtti che il fiume ha portato e ti tentano, belli bianchi e lisci
che sai che basta avvicinarci la fiamma per farli andare, i fuo-
chi. No coi bachtti strusciati, che quello lo fanno nei filme, ma
provaci pure, t. Delle ore, a strusciare, ma gnnte. Scaldarsi si
scaldano, i bachtti, ma mia come quando nel filme strusciano
un po' e salta su 'na fiamma che sembra di quella volta che con
Piero-Blek si disse: "Ma la vedi quest'erba? Com' scca! Ci si
d fuoco?" e in tre secondi, tre seconde? tre attimi si alzavano
delle sfiammarate lunghe 'na gamba, e gi bruciavano le liane dei
vizzadri che portavano il fuoco agli alberi a cui eran avviticchiati
e c'erano rinsnguini e ontani, vtiche e fippe, ma sopra, quasi
per sbaglio, quei bischeri della centrale ciavvan fatto crescere
un pino, e allora se ti andava nella resina, ado che t'amavo. Bruciava,
il fuoco, e muggiva, e Piero e io ci guardammo sgomenti
con la faccia di chi sa, dice: "O, stavolta l'abbiam proprio combinata
verodo!" ma il fuoco bsctia mugghiava e ruggiva e picchiaci
t pur sopra con delle strppe, sembrava che ne volesse delle
altre, da ingoiare, e poi era sopra alla murlla che gi per accendere
ci si era dovuti alzare in punta di piedi. Ma chi se lo aspettava,
sempre l coi fiamferi in mano, tanto gli americani ne avevan
lasciati, di fiamferi! Sul muro del canale, che prima c' quella
passerella tenuta su dai due traversini di ferro, e cimento, poi c'
il muro, che sotto ci fanno quei barbi o cavedani che sai, e di qua
le immense finestre sempre spalancate della Centrale esplosa e
sventrata, e di l c' quella iartta a spagna che le capre ci andrebbero
sempre, se non le badi, l ci doveva essere una cancellata,
perch c' tutta una serie di tubi di ferro a un metro circa l'uno
dall'altro, e tagliati (ferro alla Patria?) a una certa distanza dal
suolo, diciamo sui 10/20 cm., che il posto ideale delle vrspe
per farci il nido. La vrspa, banale dato di entomologia, pinza.
Lo sai, senza neanche aver studiato, perch ogni tanto ti ritrovi
con un pinzo, se sei in mezzo a un albero a tirar gi pere o fighi,
e senti la stilettata che ti va al cervello, e vedi la mano o quello
che che ti si gonfia. L'ape, se ti pinza, muore; la vrspa, malvagia,
no, per non parlare poi del galavrone che magari muori tu,
se ti pinza ben bene, e quella volta nella cavanna di Primo della
Luce avevan fatto 'na pera che bella era bella, e ti veniva anche
voglia d'andarla a prendere con le mani, gialla e marrone e grossa
pi d'un cocomero, come avevi visto in certi filmi di Topolino;
naturalmente era tutto un correre di noi ragazzi, per arrampicarsi
su per la scaletta che adduceva alla buia cavanna, per mostrarci
la grande dangerosa pera, coi galavroni, non neri, ma gialli e
marron come il favo stesso e le vrspe, per pi grossi, il doppio,
O pi, che ti passavano sopra la testa come gli appareecchi degli
americani, e il piacere e l'eccitazione della vista era reso maggiore
dal rischio enorme che si sapeva stavamo correndo. Forse il galavrone
nero, pi conosciuto, allo stesso tempo pi e meno pericoloso;
ronza, per ronzare, ma pare poi che sia meno pinzoso.
Quello giallo e marron, per la sua stessa rarit, tremendo, piaga
biblica. Ma non tanto il colore: il bordigne da l'glie d'oro,
cos luccicante com', sembrerebbe che pinzasse chissacosa, e invece
lo puoi prendere e ci leghi anche a una zampa un filo e lo
fai girare in torno finch vuoi; be', mia tanto fin che vuoi, perch
dopo un po' muore e lo saluti. O i Cervi Volanti, che li vedi con
dei corni che dici: "Se mi pinzan quellli sto freco" e invece
t'hanno insegnato che li puoi prendere al volo, poi gli torci la testa
e ti restano quelle belle corna lucide e puntute in mano, che
poi te le tieni per ricordo, le fai vedere e dici: "Sembran proprio
di cervo!" anche se di cervi veri e propri non ne hai mai visti,
perch qui non fanno. Per quel nido da Primo ci volette Gigi, vestito
com'era quando andava a prendere il miele nei favi, col cappello
con la veletta e la capparella fino ai piedi, e guanti pesanti
alle mani anche se s'era di luglio, e prima li affumic, poi li tir
gi per darli a fiamme giustiziere, e si prese anche due o tre pinzi
(non mor, per intercessione miracolosa di chiss quale santo,
forse la Santa Santa Filomena in persona, ora pro nobis) ma il favo
fu distrutto, e il pericolo scongiurato. La vrspa quindi malo
insetto e ignorante, che quando mangi l fuori sta sempre nel
mezzo, dentro ai bichieri, in dentro a frutta e panini, sopra 'gni
ben di dio, e vuole quindi annientato. Avevan fatto un nido nella
finestra di destra del Maganzino, sopra la murlla del Botccio, e
quando si passava di l ti ronzavano attorno che sembravan non
ti volessero far pasare. M, non mi fate pasare?! Decisi allora di
eliminarle, e pensai prima, non potendo affumicarle, di usare la
pompetta del flit, conservata in uno scatolone degli americani nel
forno, e che era quasi piena (la pompetta), e dopo quando se ne
accorsero che l'avevo adoperata tutta presi il mio, ma funzion!
Venivan fuori che sembravano briaghe, e cadevano a terra e tu le
potevi schiacciare a tuo bell'agio, anche se tanto tempo non stavi
l a perderlo. Poi c'eran quelle rimaste drnto, nel nido. Allora
coi fiamferi abbruciai il tutto, e il flit doveva contenere qualcosa
di abbruciabile perch and che sembrava benzina. Cos, ricco
dell'esperienza e del successo sulle vrspe della murlla del Botccio
convinsi Piero che quello delle vrspe era un lavoro che
andava fatto, mia per i ringraziamenti, che si sa, le imprese generose
non te le conta nesuno, ma per il senso del dovere, di compiere
opera meritevole; per toglierle di mezzo, pi che il piacere
della cosa in s. Ci voleva fiamferi (e si avevano), della carta, e
bastava qualche giornale degli americani, e qualche fraschtta di
vtica. Avere i fiamferi controvento sarebbe stato il massimo, ma
quelli gli americani non ce li avevano, li vendevano alla Venturina, o li
trovavi per Santa Filomena, una scatolina e via, di pi non
potevi pretendere. Il fiamfero controvento ha del maraviglioso,
che lo accendi e lo tendi pr'aria e non si spegne, a non si spegne
no, mia come quello di casa che puzza di zolfo che ti si strozza in
gola e per farlo andare devi essere pi che abile, o anche quello
degli americani, safetymatch chippalo, con la capocchia rossa e
il corpo quadro, ma ragazzi farlo bruciare! Allora dovevi andare
vicino al tubo segato, poi strofinare il fiamfero (altre due o tre
scatoline ce l'avevi, per tasca, che non ce n'eran dentro tanti) dare
fuoco alla carta e quando aveva preso bene infilarla ratto nel
bugo. Quando la prima vrspa sorte fuori, gi una sbrocatina,
mentre l'amico ha gi pronto il fiamfero aceso e lo infila di nuovo,
e mentre esce l'altra vrspa, gi un'altra sbrocatina, finch a
fiamferi e sbrocatine hai annientato tutto il nido e passi al secondo.
Ti van via i giorni che non basta 'na stagione.
Per dire dei fiamferi, e de le vrspe. Perch per manghiare
int'al fiumme dovevi avere i primi ed eliminare le seconde: sembrer
un'impresa bscara, ma cos era necessario e fondamentale.
Tolta per quella volta del fuoco che quasi s'arrampicava su
per Pvana, e gi eravamo sgomenti e le avevamo provate tutte, a
pisciarci sopra, a correre come dei pistolli su e gi dal fiume alla
strada con due busolotti in mano (che ce ne sarebbero voluti 'na
sbiscicata a testa, di busolotti) a sbrocare e scalciare terra di qua e
di l e neri e sudati stavamo per correre a chiamare gente (mia
siam stati noi: Si pasava di l! O non c'era un fco!" Altro che
G. Washington e il suo ciliegio, quando lo tagli con un cetino
poi subito a dire che era stato lui: "Non posso mentire! Son stato
io, babbo!" pro bachicco) ecco che il fuoco si spense di suo,
cos. Mi piacerebbe poter dire che venne improvvisamente a piovere,
un miracoloso acquazzone che scese dal cielo e spense il
fuoco e rinfranc e rinfresc noi accaldati e tremanti ma ci pens
lui, da solo, come era partito cos s'era ito, lasciando solo qualche
bachtto e qualche foglia o strppa a fumigare di qua e di l,
t'fogassi! Di solito ci si badava, ai fuochi.
Per fare il fuoco nel fiume ci vuole un sasso che faccia da
spaltta, alto e dritto; poi si prendono due sastti lunghi e stretti
che facciano da cavdoni, e gli si piazzano di fronte, sistemandoli
convessi verso il fondo, cos sopra ci pu stare una latta appoggiata.
Se invece vuoi fare il forno per cuocere le pippe di terra
grca ci vuole sopra una lastruccia e altri due ritti e chiudi il tutto
con la lastruccia, in modo da formare la camera di cottura.
Le pippe vengan bene, quelle che si fuma, no l'altre, che c'
sempre un bscaro che vien l a dirti: "Vi divertite, sporcacioni, a
far le pippe nel fiume!" e tempo (troppo) sarebbe pasato, da l a
stare argufolato su con 'na qualche patzza dietro a quei csti di
vtiche. Le pippe di tra: c' qualche sasino che non sei riuscito
ad eliminare dall'impasto anche con fine opera di ripulitura
sgrezzatura e filtraggio dell'argilla, ma noi si dice terra grca, che
di cave ce n' soprattutto due, una nelle ultime curve del fosso
dal Loglitto (dove? te lo vengo a proprio dire a t, pipi!) e una
proprio sotto a in Centrale, dove c' la predra e comincia il gorllo
del Mulino, ma quella la sanno tutti. Alle pippe poi ci puoi
fare il bocchino di figo, che si buca come il sambuco ma come
sapore meglio e dentro ci fumi. No tabacco, che sarebbe troppo
facile; il tabacco si mastica quello che ha Franco-Casari, che
glielo mandano i suoi parenti in America (Mark, l'inoi), che c'
uno strato di cingomma e uno di tabacco e si mastica, ma cos,
perch poi a pensarci bene non mia poi tanto bno, e se non
hai in tasca 'na mela o 'na pera o un grappo d'uva per pulirti la
bocca ti rimane quel sapore schifo per delle ore.
Il tabacco si Ple anche fumare, come coi sigari americani di
Franco-Casari. E' che il tabacco se si fuma bisogna respirarlo, l,
quisctione, che se no fai come quele donne quando sono un po'
in sgazurla alle feste che dicono: "Mi fai fumare 'na sigaretta?",
ma quele donne un po' alegrotte, via, per fare dei versi, che se
provano poi a mandar gi (perch questo il concerto, se fumi
devi imparare a mandar gi, questo che ti fa mo), tutto un
tossi e ritossi e occhi rossi per far ridere quegli mini; neanche
cominciare. Casari s'accese il suo sigaro, "Bno!" diceva, ma poi
divent bianco come un cencio, verdo come i cilgitti di primo
giuggno, poi senza dir niente si volt da sopra il sasso dov'era seduto
e arcaci verodo tutto il tabacco d'America. Cos di tabacco,
almeno alora, non se ne fum pi. Ci volette degli anni di
sforzi e sacrifici poi, per imparare a fumare come si deve, pri strascini!
Fumare alora si fuma i vizadri secchi, certi canoni, ma tanto
non si respiravano, e quando tiravi facevano delle fiamate di
mezzo palmo, oltre al sapore che t'arivava in bocca che sembrava
ti fumassi il com della tua stnzia. Roba forte, mia tutti eran bni.
Pi gentile e delicato il fumare nelle pippe, cosa che si prestava
agli esperimenti, foglie di rosa, di figo, di castaggno, di vite,
ormai s'era intenditori; si prov anche quelle foglie secche di
quela canapa che i nonni tenevano nella cavanna, l perch non
si sa mai, tanto i telai non li aveva pi nessuno. Non eran cative,
quelle foglie. E di l a venire, quando mi capit in bocca quella
tal sigaretta che sembrava di fumare l'ira di dio, mi dissi: "Ma 'sto
sapore qui l'ho gi sentito" e chi l'avrebbe detto che eran le stesse
foglie fumate nelle pippe di tra grca (o granturco perch si
fecero anche con quello) di quei giorni lontani nel lontano fiumme.
O, non s'empara mia mai gnnte, v.
Naturale che il fumo sia migliore dopo mangiato. Anche l
c' dei misteri. A casa patate ce n', chi non ce l'ha, le patate. A
pensarci, son m bne quelle arosto nel forno che fanno col pollo,
quando lo fanno, o quelle fritte nella padella piena di strutto
rappreso che col calore si scioglie e sfrigola e s'insaporisce del
rosmarino e della salvia che vi hai dapprima messo. Ma ragazzi
perch la patata abbia quel sapore che sai devi rubarla, non c'
di cristo, che non c' patata pi bna. E l vicino c' le Piane dei
miei, e l'orto del babbo di Casari, e quello di Tonio-Rosa; ce n',
di orti. Vai, tanto a quell'ora non c' nessuno, non hai paura che
ti urlino drdo: "Corri, son ne le patate!" cominci a scavare atorno
alla pianta e tiri via patate, diciamo una grembiata, anche se il
grembio non lo porti; diciamo che ne fai 'na camiciata piena. So-
lo patate, da mangiare? O do, l'uomo spesso esperimenta, tenta,
studia: si pu provare con dei pessci, de le laschine, un paio di
barbi, 'na trotella, come si aveva visto nei filmi, pulite, poi con
un bachtto infilato a mezzo e via, su due bei bachtti a forcella
che fanno da spiedo. Ma nei filmi ragazzi o son proprio bni a
far tutto, che vedi sempre uno che dice: "E' pronto!" e arivan l e
mangiano che non ne avevan mai sagiato delle meglio. Ma in poco
e! A t ti cadono i bachtti, ti finisce tutto in mezzo a la cenere
o soffi per ravvivare il fco e tutto ti si rimbssola per l'aria
con gli altri che ti danno del pro sciamanno, poi, se ciarivi in
fondo, prova pure a mangiare t, ma le lasche son sempre meglio
quando te le friggono a casa, anche se sembrerebbe strano. Hai
cotto dell'uva, per provarti a fare l'uva secca o sultanina che sia,
ma chis come faranno, che vien fuori diversa; per cotta cotta,
ma no secca, e non mia un gran ch, a dirla giusta. Ti sei anche
cimentato nella Prova Assoluta del pollo. Anzitutto per fare il
pollo bisogna avercelo, il pollo, e rubarne uno non mia come
andare ne le patate. Ci vuole uno esperto, che ne conosca bene,
dei polli, usi e costumi, o anche un pollaio affollato, che non
stian l tutte le matine a contarle, la Rosina e la Nerina e la Pira-
Pira e n'acidnte ch'a t'chiappa, train po'. Di solito chi porta il
pollo va nel suo, di polaio, ma l ci vuole proprio uno mezzo sciagurato,
via, portar via i polli di sua mamma! Che poi uno lo trovi
sempre. Noi ci dican mostri, ma sotto sotto (dispiace, un po') s'
bravi ragazzini, anche. Ma se quello col pollo arriva, aaa, non stai
tanto a guardare in dove l'avr preso, e sembra che tu debba
cuocere la pi prelibata delle raffinatezze. "Ragazzi, oggi si fa il
pollo!" come se tu non ne avessi mai mangiata, di quella roba l.
E' che complicato; quello del pollo l'ha gi mazato, perch per
farlo sortire dal polaio in silenzio un po' di collo glielo ha tirato,
ma spenarlo non mica stato l tanto, che se lo chiapvano! Alora
c' sempre quello che dice: "Da' qua! Sta a vedere che non sar
bno a spenare un pollo!" e comincia a tirare di qua e di l
quele povere penne e comincia, parte 'na spenerla! Durre ragazzi!
"O chi ce l'ha 'tacate le penne a lui (lei) qui?!" "O da' m
qua a m, pro strascino, che non sei bno a far 'na semplice!" e
via altre penne, che dopo un po' ce n' da per tutto, e le pi legere
s'alzano per l'aria se prendono una trmica d'un fco aceso
che van su dritte in un momento, poi sembra che si fermino pensose
e ti ritornano adosso pigramente ondeggianti, o anche il fiume
comincia a portarle a valle, e vanno via lisce per cascatine e
gorelli, ruotano giostrose nei mulinelli poi prendono il drizzone e
via veloci, altro che le barchine di Fernando. Allora si comincia a
dire: "Ma non ci sar mia qualcuno, pi in basso, che vede tutte
'ste penne; e sa', son poco curiosi! che madonna andrebbero in
culo a su' ma' (e due che porto) pur di dire e fare e brigare e andare
a raccontare e tutto..." e cominci a rimpiatarle di sotto a
quei sassi, o scavi una buga per suplircele, ma maremma cane 'sti
polli cin pi penne che anima! E poi gli spunciotti?! Quello
(l'hai visto fare) sar meglio abbruciarli, con quell'odore tipico
che, se lo senti in casa, vaticinio quasi, presagio di festa o imminente
crapula ma l, aaa l t' gi bell'e passata la fame se ce l'avevi.
Alla fine, quando qualcuno lo regge per il collo, con la povera
testa crestuta piegata di lato e gli occhi in fessura, con le
ciglie penzoloni davanti che sembra un gatto quando lo tiri su per
il coptto (e sono cos veloci e sguscianti 'sti gatti, ma se fai tanto
di brancarli e tirarli su per di l restan paralizzati come dei bischeri,
uguali ai conigli per le orecchie) e uno dice: "Ecco! Ci voleva
tanto?" tu dici, fai: "Ci voleva tanto s, ci voleva, e ora chi
lo spara, t?!" e si resta tutti l come lcchi, e se prima su la
spenerla c'era stata quella nobile gara che s' detto, ora la fatica
si fa gi sentire, e anche forse la noia del gioco, ch devi ammettere
che a casa quando ti siedi e te lo trovi davanti, il tuo polastro,
diversa. "A io non lo sparo no davra! Puliscilo t, che
l'hai portato!" "Io?! Ora che l'ho portato che se mi trova mia
mamma prendo il mio avere lo sparo anche?! Ma lo butto int al
fiumme, piutosto!"
Primo, i polli non si sparano. Gli si fa un bugo sott'al collo e
si tira via il magone, che non si dovrebbe buttare via come si fa
noi, ma si apre e si vedono tutti i bibbi di grano o di formentone
non ancora digeriti, in mezzo a quel colore violaceo madreperla
striato che te lo fan vedere, per curiosit, mentre lo lavano, e serve,
tritato, a fare il rag per la pastasciutta. Poi si fa un altro bugo,
vicino al boccon del prete, al culo via, e si infila dentro la mano
e si comincia a rumiciare e a tirar fuori tutto quello che c',
che non si butta via niente, e se una galina c' anche caso di
trovarci dentro delle va, piccole, senza guscio, senza bianco,
che te le danno anche: "Le vuoi? Son bne" e a te schifiltoso che
dinieghi con tutto te stesso ti fanno: "Quanti fighi!" e gi, vlap,
in bocca a testa indietro, col mento in avanti, la mano ancora tutta
sangolenta di quello che ha incontrato nelle viscere della bsctia.
C' i fegatini (per i crostini) e il cuore, e le budeline; o
quanta ce n', di roba, l dentro?! No nel fiume, che quello che
ha preso in mano la situazione per fare vedere che lui s, a lui davra,
ha 'na bella paura, e ha tirato fuori il cortelino, e tutto quello
che trova lo fischia via, dentro ne l'acqua, che mangino i pessci,
che li pasturiamo, e dopo vedrai se ci fan le anguille qui. Ora
pulito, pi o meno, dev'esser pulito; lo si lava coscienziosamente
ne la cornte, che si sfuma sempre pi del filo sanguinoso fino a
sparire, e eccolo qui il vostro pollo, pri mocoloni, son pronte le
braci?
Le braci sarebbero anche pronte, ma di solito hai visto che
prima di metterlo in forno, o su l'economica, al pollo bisogna
farci l'aglione, che appena comincia a sfrigolare quello l'odore
che si spande, che riempie la casa, di rosmarino e salvia e aglio
tritati, e ti dice che festa, e ti consola, che non vedi l'ora, altro
che aperitivi. Alora? Alora il sale grosso s'ha, ognuno coscienziosamente
uscito con la sua cartatina di carta gialla ben involtata
e piena, non si sa mai; poi: "La salvia, quella la so io, t sai il rosmarino,
e t (io, poi) che sei il pi vicino vai a prendere l'aglio in
casa, che adessa negli orti non c'." Vuoi opporti? Parti su quei
sassi che se ti vedessero andar via cos quando ti mandano a
prendere l'acqua fresca alla fontanin saresti la loro consolazione,
saresti! Altro che lamentarti che sei stanco ("T che cii le
gambe nve!") o sbatachiarli da per tutto, quei fiaschi, per le
gambe, contr'al muro, strusciarli contr'a la cdda ("Che se ne
rompi uno prendi il tuo dio!" al di l dell'umana immaginazione
il solo pensare di poterli rompere entrambi); piombi in casa con
l'anso ("O d'in dove sorti?") mormori frasi sconnesse che, delle
due, aggravano la tua posizione ("L'aglio?! per fare il ch? al ch
te sta a fare tutt'al d gi pr'al fiumme! dal matrie! O dal ragaz!
ch'a i sarvve da badare al galine, a i sarvve! o cavare al doriffore
int al patate!"). Preciso, come le braghe di Dlmo! Non era
mia per fare quella corsa v, che non volevo andarci, a prender
l'aglio; come se non li conoscessi. O non son cos anche i vostri?!
Se stai via 'na giornata non ti cercano, non san neanche che tra
tocchi, ma apena passi per di l i Ragazzi, te ne trovano cento da
fare! Cento? Che se non sei svelto a guantarne dalla resta e a scapare
via altro che cento, son qui per cavare le dorifore dalle patate
scosato, anche se nonna mi ha promesso una lira l'una, e son
anche belle, le larve, lolini aranciati, e i burdingoncini con la
corazza a strisce bianche e nere (dicono siano eredit degli americani,
che prima non cin mai fatto): non ci fosse ragazzi atorno,
ci andrei s a cavarle, ma oggi poi che c' anche il pollo, e proprio
di luned! Ve le cavo poi domani. E via scappi, aiutato, sembrerebbe
sospinto dai fil d'un c che ti volan dietro, che ti spintonano
quasi, e arrivi che le industriose mani hanno gi cominciato
a tritare su un sasso e il sale, e la salvia, e il rosmarino ("Bastera?
M?! O mtticine un altro po'!") e mancava solo il tuo
aglio, mancava.
Prendi il pollo e con amorosa perizia cominci a strofinare
l'impasto, a mosticiare in su e in gi, che s'insapori, sotto l'glie,
sulla schiena e sul petto, dentro anche, e un po' dell'impasto ti finisce
in bocca che buono anche cos, quel sapore di sale e erbe
fresche, come una cavra, che il sale proprio, be' salato no?; e
alora?
Eccolo l, il tuo pollo. Fatica stata fatica, ma ne valeva la
pena. Non resta che infilarlo in una bacchetta spiedo che gi
stata foggiata in pura vtica (mi racomando l'oleandro no, che
velenoso), verde, perch non bruci; addirittura hai scelto un ramo
che alla fine sembra quasi un manico, per poterlo girare, come
il girarrosto spiedo di Ziocordo quando fa le schidionate di
tordi O merlotti, davanti al camino.
E' che il suo gira, e il nostro no; o meglio, la bachtta girerebbe
anche, il pollo che non gira, il bugo troppo grando, allora
quando giri l'asta vedi il pollo che si alza per un po' come se
avesse anche voglia di farlo, il giro completo, poi, arivato quasi al
limite della parabola, plum, che risbotta giuso, e cos via, e ti si
cuoce (strina) da una parte sola, la pi pesa.
Non c' che da prenderlo e infilarlo per traverso (e hai gi
persa la fiducia in ogni filme che puoi aver visto), ma intanto s'
gi spento il fco, e mancano i bachtti, che tutti si stava l a veder
girare 'sto pollo neanche fosse un volano della batidora. Va
in cerca, riaccendilo pure, aspetta per un po' di braci, aspetta ancora
che anche da quella direzione ti scivoli gi (gi lui? gi m
madonna!); 'nsomma, per farla corta, saran gi le cinque e mezza
(pasate) e il tuo pollo l che girotta non girotta, 'cidnta al tuo
pollo, a t che l'hai portato, a gli spiedi, ai fchi al fiumme e
tutto.
Via ragazzi, non si buter mia via! C' quel senso antico e
profondo che t'hanno insegnato giorno per giorno in anni di pedagogico
indottrinamento: non si butta via niente. Strascinare la
grazia di dio? Altro che tirare de le madonne, o tocare le patozine;
quello s, peccato. E' pi forte di te, come non riusciresti a
mettere il pane dalla parte curva, sul tavolo; come, finito di mangiare,
con le dita unite tiri su tutte le briciole che trovi, ma mia
perch t'han detto che se ne lasci anche una sola il Signore Iddio
Tuo poi ti mander coi diti accesi a cercarla (che bursa anche
Lui L!), proprio quella l ("Proprio quella li? per una?" "Anche
per una sola, coi diti accesi!"); sai ormai che quelle son fole
da bimbi, per qualcosa ti spinge a farlo, automatico, istintivo.
E il brutto del pollo poi non tanto la fatica che hai fatto,
la nemesi di tutto, che lo devi mangiare; mordi a denti davanti,
quella carne ancora mezza cruda, ancora con qualche filamento
rossastro di sangue ("Per, bno!" "O sta m zitto!" "Bno sci,
pulido!") finch poi uno fa: "Ragazzi, sapete che mi tocca scapare
a casa, che ci da fare." "Non vorrai mia star l ancora se non ci
s' pi tutti; allora ce n' un altro, che gli venuta in mente una
cosa, poi un altro, poi insomma, vn via si vavvia, e ado che t'amavo.
Le tracce del misfatto si nasconderanno dentro a un csto di
vtiche, preda futura e sicura di gatti, volpi, faine e altri animali
nottvaghi. Non eran meglio le patate? Eran meglio s, eran meglio.
Quelle le lavi un po' dalla terra, cerchi la tua bella latta che
non sia forata e le metti a bollire sul fuoco acceso; dopo un po'
che l'acqua bolle (parlando di varia filosofia e umanit, come ad
esempio quell'ultima coppia di morosi che sei stato a spiare sott'a
la Diga: "Ragazzi, un rufolo!") le tasti ogni tanto col cortelino
per vedere se sono al punto poi, finalmente (ma dopo mia tanto)
via la latta dal fco, prendi la patata che ognuno ci la sua e non
si ltica, fuori il sale dalla tasca, e mangia gi.
Se Casari ha munto una capra di straforo bevi del latte, senn
acqua di fiume (di un gorilo a parte, che pi pulita), e felice
e sadollo te ne stai l a fumar vizadri, a far la gara di rutti (ma
qualcuno ce l'ha dentro d'istinto, di suo, come un'arte), dicendo
ad esempio tutti i nomi di tutte quele patzze di Pvana (ma il
meglio Natta, quando dice Zara, o, a volte, ma quand' in
giornata, madonnazara, adiritura!); la vuoi meglio? Di meglio,
ragazzi, non ce n' davra!
8.
Le capre si chiamano Tirino o Cornetta; ci sarebbe anche
un'altra capra, che si chiama in maniera diversa, ma quella di
Nonnadle, nonna di Giordano-Natta. E' una capra ignorante e
inculante; cozza, e non meriterebbe di essere mentovata. Nonnadle
una vecchina piccola, vestita alla montanara, col grmbio
di cotonina bigio su la sotana nera, la retina in testa, e fila mentre
che mena innanzi questa sua grande capra scontrosa che
appena arriva al Mulino fa le viste di non interessarsi a nulla, solo
tesa a brucare quel po' di spagna che potrebbe trovarsi, per
mero caso, l datorno; ma appena pu, aa! Se pu, si inarca sulle
zampe anteriori, si impenna, caracolla, rampa verodo che nemmanco
il cavallo di Baracca-Ferrari, fa tre o quattro passtti al-
l'indietro sulle zampacce posteriori, sostenute da muscolatura
pi che possente ai galloni, piega curiosamente la testa di lato, e
ti s'avventa, e solo Nonnadle, che fila con quella sua rocca sott'al
braccio e il fuso che le prilla davanti, riesce a rabbonirla e a
calmarla e a farla scendere dalla montura coi suoi: "T, t
porina, bna, t, t..." ma tu sai che mala bsctia, da aspettarsi
dietro a cdda, di rimpiatto, e allora s che la prendi a sassate
e lei salta s, ma per qualcosa, che l'hai colta in quei fiancacci
opimi e fuggi inseguito da urla maledicenti che ti riempiono di
grande gioia giustizialista: "Acidnta a t, fil d'un c!, ch'a t'morissi..."
e tutto quello che pu seguirne. Ti viene per da pensare
che ora, non dico la capra battagliera (quasi la comprendi meglio,
nella sua essenza caprina, e tenderesti a giutificarla ora, po-
rina) ma Nonnadle istessa, dove se ne sar ita, lass, sotto a
quei castaggni, a far tra castagnina appunto, come noi tutti un
giorno, e anche suo genero, babbo di Giordano-Natta, razza maremmana
dei Nativi come Franco-Casari, e Nino-Gcchia, e tanti
altri (di quelli non tanto alti per, perch anch'io ne fo parte e
la differenza si vede); il babbo di Giordano-Natta dicevo, che un
cnchero si port via, non prima per di avegli fatto vedere il
Brasile, terra sconosciuta e lontana dove vide un'Anaconda (serpe,
pare, molto pi grossa del Magno Frustone in persona) che si
divorava un vitello intero, partendo dalla coda, come una Serpa-
Botara si ingoia una btta, anche se le btte la coda non ce l'hnno.
Poi gli fece anche vedere, nel '45, i brasilro di ritorno, mandati
a morire loro stessi su questi appennini, negli ultimi spiccioli
di questa ultima Guerra Mondiale, senza scarpe e palt, a meno
quindici i carioca, altro che samba, se non c'eran gli americani...
Ma loro, si sa! E anche suo fratello, al fornaro, morto d'alcool, e
di disperazione forse, a indovinare che la casa sulla strada, quella
sua col forno sotto, sarebbe bombata a poco a poco, quella dove
c'era la fontana di fronte alla strada che va al Mulino, sarebbe
cresciuta quasi per simpatia della sua epa idropisica, rischiando
di travolgere (poco male, tanto il muro aferma tutti!) un moderno
T.I.R. lanciato verso Livorno coi suoi inutili containers, che
tanto non si sapeva neanche cosa fossero. Lui cos incazso, come
tutti i Natta, come quella volta che al cinema di Gigi fece a
cazzotti con Remo perch aveva sgridato Eugenio suo nipote, si
rotolarono sulle file di sedie legate dietro, "ri t'l'ha con cal ragazzo",
e gi caztti, e tutti in piedi, a guardare, film prima del
film. E chi l'avrebbe detto, alra, che quel matto di Eugenio (in
canottiera anche d'inverno, che non sapevi come facesse) sarebbe
diventato MACROBIOTICO. Ti immagini?! Ce ne fossero
state, di sanccce, e di polente, e gi presciutti, e gi formaggi
sardi, e cine, e necci, e pastesciutte col colmo, e poi venti va sode
(le ultime sette col guscio, perch se no fan male, e non le digerisci
bene), e poi d fiaschi di Vi., e fritate coi vizadri, mnghia
gi, e pagnotte di pane di un giorno (perch apena sfornate, si
sa, non giovano!), e conglioli arosto, e poli, dimentichi i polli?,
arosto anche quelli, o lessi, con la salsa verde o di peperoni, o
mangia gi dunque, e le aciughe che prima le lavavi nell'aceto e
poi le mettevi con aglio e prezzemolo e origano sott'olio, bne
col burro, sul pane, per antipasto, tanto per aprirti lo stomaco
che duri cimenti ti attendono, e fungi fritti, e tanti quando fanno,
che tanto li hai fritti e l non devon restare, a davra no, verodo,
ciupadlli grossi come teste di bambini, e ovoli a funghetto, O sughi
misti di galtti e morlle, bne anche quelle, per condire 'na
polenta, diciamo una polenta condita, che nella zuppiera ci metti
uno strato di fette, poi il sugo, di carne e fungi, e sopra formaggio
grattugiato, parmigiano e sardo, se la vuoi far grassa, e via un
altro strato di fette, e via ancora col sugo, e via ancora cos, all'infinito,
e d fiaschi di Vi., quello toscano, nero e grosso, quello da
bere un po' fresco quando hai sete, a sbocconate, a sciacquagola,
e che viene gi dalla piana di l dove sono diversi e parlan diverso
ma il vino, aaa, il vino un bn bichiere, avercene! O le cine
col presciutto e la sancccia fritta? O la polenta dolce con la rete
del maiale apena amazato, fatta con le foglie di lauro? O i graselli
apena tirati via dal paiolo, caldi caldi, che (neanche da dire) ti si
sciolgono in bocca? Altro che cingomma, altro che fotte!
Poi c' le colombe, con la marmellata e l'uvetta e le noci, e
mnghia gi, che ti pulisce lo stomaco, e sei pronto per ricominciare,
perch quando ce n' ce n', e non ce n' tutti i giorni; e
allora avanti con le braciadlle, quelle col buco in mezzo, e allora
si vuole vino diverso e Nonnopitro va lui in cantina, a tirar fuo-
ri le Albane e i Trebbiani, d'oro e spumosi, che sanno di moscato
e d'Eficona, e di quel bicchiere l ne tocca anche ai pi piccoli,
che fa sangue, e via col Latte alla Portoghese, che cola, cola?
gronda di caramello sul suo tremolare marron bianco-giallo di
va, e panieri di frutta, le pere saniacme (che devi mangiare in
fretta, senn marciscano), le santamaria, le pere limone, le villani,
le spadone e le lungone, le ruggine, le cestne, le zucarine,
e i fighi, e mele a strascinare, le delicius, e quelle rosse che fanno
d'agosto in quella pianta lungo lo stradone, rosse rosse e di polpa
bianca e sugosa, che non ce n' pi, hai voglia a cercare, e quelle
verdi che se le tocca il gelo vuol proprio dire che sono giuste, e
ciliege a panieri con le foglie atacate, le napoletane, le visciole, le
acquaiole, le durone, le zambelle e le magenghe (ma quelle fanno
prima) e frle, col vino e lo zucchero, e pignatini, e susine claudia,
le ignare, e quelle viola, e quelle d'oro che picchian sulla
strada e gi noi ragazzi a mangiarne, e quelle peschine mezze selvatiche
s, ma con un sapore, e mugliaghe, se l'anno buono e
fanno, e morastllo, fragola (a chi piace), zibibbo, vaiano, albana,
trebbiano, moscato, maiolo, neratina, squizzina, e sorbe e noci e
culore e nespole e t, te scopiassi, datteri e fighi secchi.
A ceste, a monti di gusci e bucce, sui piatti e per le tavole, a monti!
Ecco, a cazzotti per te, fece, perch facevi il bischero, fra le
file di sedie legate dietro del cinema di Gigi, verso Natale di una
domenica sera degli anni quaranta, e tu ora fai il macrobiotico?!
Aa, se l'avesse saputo! Ma anche Remo ora morto, anche se
non beveva, giallo lo vidi di quel suo cnchero al fegato, e poi,
fff, via, lui e la motofalciatrice che gli scapp via nel campo e
Zionerco dietro a urlare, lui il Grande Baltta, che sua madre
pass le linee per andargli a prendere la morosa e farlo sposare,
che non ne poteva pi, e si fecero le nozze (e c'ero anch'io), con
le scatole americane che roba cos bna non se n' pi mangiata,
e ora ha nipoti biondi biondi, che sembran tedeschi e girano ora
loro il mondo, e chiss se ricordano il grande nonno, Re di tanti
mestieri, figlio di quel Pepone cacciatore che tirava nella pippa e
di quella Zelmira morta dopo di lui, a 94. E Ziarna morta, che
era stata cameriera a Genova in casa di signori e organizz il
pranzo, e fece anche gli antipasti, che non s'erano mai visti (gli
antipasti?!), e quello con l'organino che diceva i brindisi (di
Grande Poesia: "Il giglio bianco, la rosa gialla, evviva il letto
che stanotte balla") e dopo suon, e Gigi, terzo fratello Lumire
che faceva il cinema e le fotografie delle nozze, e dei battesimi, e
delle cresime; dei funerali no, perch quelle foto non le voleva
nessuno, e tanti, troppi altri, e allora anche noi non le vogliamo,
quelle foto, cos stampate assieme alla Mala Capra di Nonnadle,
riposi in pace.
Franco-Casari ha invece due capre bne, che si chiamano Tirino
e Cornetta; sono veri nomi da capre, nomi storici. Si chiamavano
cos tutte le capre che le hanno precedute nella famiglia,
in una linea ininterrotta di successione che finisce lontano, l dove
la mente vacilla, a cercare di immaginare. Non si chiameranno
cos le capre a seguire, perch verranno gli anni del Grande-
Boom e del Grande-Esodo e non ci saranno pi capre a cui dare
un nome, e capre da badare, e orti da guardare che le capre non
ci vadano, e il fiume rester vuoto di capre e dei loro belati, e
vuoto di vilegianti a fare il bagno, e vuoto di scarplini, e vuoto di
pesci; pieno solo di plastiche biancheggianti come un tempo le
ossa, fitto delle grandi vtiche che nessuno taglier pi per fare
gli stroplli, e pieno dei grandi farfanacci che, non pi usati per
tupare le Dighe, si seccheranno inutili al sole d'agosto.
Tirino e Cornetta sono due capre piccole (non come quella
di Nonnadle che grossa il doppio e ignorante per tre), bianche
e grigie, con una corta barbetta; gentili come una capra pu es-
sere gentile. Franco-Casari le porta al fiume a pascolare una volta
al giorno, passa dal Mulino e si va in Centrale, a pascolare le capre.
Ci sono dei problemi da risolvere, perch bisognerebbe stare
a badarle, essendo che la capra, anche se gentile, ha in fondo
all'animo certa riottosit indipendente, e preferisce i germogli
pi teneri del seminato (come sono buoni i fagioli che s'arrampicano
su per la frasca, o le tenere lattughe, e i cavoli, O tutto ci
che di commestibile c' negli orti l attorno!) alla foglia della vtica,
saporita ma pi villana, pi agreste. Senza nominare quando
(Dio ne scampi e liberi!) non ti vanno nella spagna fresca, che le
ghiottone divorano come spensierati scialacuatori di avite eredit,
destinati a misera fine, e triste fine le attende, che ti si potrebbero
ripresentare rincoglionite dn'abbondante pasto e dai gas
malefici che loro si sviluppano in pancia, gambe ridicolmente
magre e ventre a pallone, sguardo fra lo scusarsi e mendicare salvezza,
flebili belati di scusa e aiuto, ma noi ragazzi, che farci? Bisognava
correre a cercare qualcuno esperto, che le liberasse da
quella pienezza di bombole di pibigas, con imbuti o col coraggioso
buco nella pancia, per farle liberare, spurgare, sfiatare, e vivere
di poi, per gioia loro e della famiglia. E' proprio che non ci si
pu fidare: tu le lasci libere e dopo un po' che ti sei messo a fare
qualcosa di interessante non le vedi pi, ma se vai negli orti l esse
sono, e bisogna tirarle via a urla e pietrate e calci, e cos via per la
giornata.
Si Possono legare allora; se hai del filo del telefono america-
no (e ne hai, perch naturale cavezza e guinzaglio delle capre il
filo del telefono americano), le leghi a una pianta, e puoi dedicarti
a svaghi e ozi pi interessanti e proficui. Dopo un po' le capre
hanno mangiato il mangiabile, a 360, e si lamentano, e bisognerebbe
prendere e rilegarle da qualche altra parte, o cos vorrebbero
i grandi che ti mandano. Ma invece bello, per esempio,
mungerle, e tuffare il pane rubato dentro a una gavetta di latte
zuccherato, o stare l seduti sotto alla vtica a raccontarsi: i film,
per esempio, "incomincia che si vede due che arrivano al fortino, un fortino
tutto di leggno come un palancato, ma pi fitto, con dentro i soldati,
e questi arivano, a cavallo, e uno fa in tempo a dire solo Gerolamo...
"Cos' che dice?"
"Gerolamo, che si capisce poi che il capo di questi indiani
Apasci, c' gli Apasci che son cativi e c' i Scein, che son bni e
stan coi bianchi e fan le guide... gli dicono dove devano andare,
via... guardan le tracce, guardan per terra e ti san dire chi c' pasato
e quando... gli Apasci invece prima si vede che han tagliati i
fili del telegrafo, s'arampican su 'sti pali ragazzi!... e tagliano i fili
cos al fortino non possan pi trasmettere i mesaggi... comincia
cos."
"Poi?"
"Alora. Poi si vede questa carozza che ariva, che devono fare
questo viaggio, con 'sta carozza. No una carozza come quella di
Bugone..."
"Quello, sarebbe 'n calesino..."
"S lo so. Per dire. Una carozza come le corire d'adesso, ma
pi piccola, anche della Corierina, che alora ci viagiavano, sai le
carozze dei film di caubi..."
"Quele carozze l, 'nsomma..."
"Quelle. C' tutta 'sta gente, che deve partire, in cit. Sai le
cit con le case di leggno, con le scritte in americano, coi cavalli
che vanno in su e gi, e tutti con le pistole e i caplli, 'nsomma."
"Le citt dei filmi di caubi."
"Quelle. E c' alora il guidatore de la carozza, uno buffo, e
grasso, che si chiama Buch..."
"O cos'ha, il nome d'un cane?"
"O m?! Si chiama cos, lo chiaman cos, 'n nome americano.
A t ti piacerebbe avere un nome americano?"
"A m mi va bene anche Franco. Ma se avessi un nome
americano, che nome avrei? Frnk."
"Non mia detto che uno debba avere il nome che ha qui. A
m mi piacerebbe. Se avessi un nome americano mi piacerebbe
Brazos Bill."
"Bill va bene, ma 'sto Bravos, Bralos... o d'in dove lo sei andato
a pescare?"
"Brazos, no Bralos, o il ch m'imbrali. Ho guardato su una
cartina geografica che ci, con l'America. E' il nome d'un fiume.
Brazos Bill il Coiote anche il nome d'uno che ci scrivo un libro,
che poi te lo leggo."
"Quando l'hai finito sie. Ma poi sto filme?"
"'Nsomma lui il guidatore, quello che sta davanti e tiene i
cavalli, ci il fucile l, infilato l vicino, e la pistola dentro al
cinturone,
sai quela pistola come quella "O Susanna" che cii t, ma
con pi colpi. Poi c' una signora preggna, belina ma un po' ghi-
gnosa, con un capelino buffo, in testa, una un po' superbiosa via,
ma non perch preggna, sembra cos di suo..."
"Anteptica, via..."
"S, antipatica, ma anche perch la moglie d'un Uficiale,
che deve andare a trovarlo; lui, 'st'Uficiale, via, in quel'altra cit,
e deve nascere il bambino e lei va a farlo nascere o cosa..."
"La moglie del Marisciallo non superbiosa..."
"Chi ? Non la conosco mia io."
"O, una che sta a Taviano..."
"Ma guarda che un maresciallo non mia un Uficiale..."
"O come no? Non comanda i Carabinieri? E' m un Uficiale,
il Marisciallo..."
"O no che non Uficiale davra! Mio babbo, in guerra, era
Uficiale, e li comandava, i marescialli, e i sergenti e tutto..."
"M?! Ma davra?"
"O sie? Fidati, se te lo dico io che lo so."
"Anche questa nva... alora? Poi?"
Poi non vorete mia che ve lo raconti tutto, che ci vuole 'na
ma... matinata, o il pomeriggio. Poi c' un'altra cosa: veramente, noi
si dice filme. E' che facciamo fatica a pronunciare una parola che fi-
nisce con consonante, e ci appiccichiamo una vocale, di solito la
e. Cos il film filme, rum rumme, punch ponce (pl. ponci,
dimin. poncino) e mia madre Estere, anche se viene da Carpi,
terra lontana dove loro le pronuncian s le parole che finiscano
per consonante. Comunque, chi fa i filmi Gigi, nel cinema di
Valdibura, e qualche volta, d'estate, sulla terrazza di casa sua,
dove, contro al muro, ha dipinto un bel rettangolo bianco, e mette
le file di sedie sulle mattonelle, e sopra, dove c' anche la vidara
dell'uva, ha steso una rete mimetica degli americani, per la
guazza, perch certe sere, anche d'estate, se il tempo rinfrescato
fa freddo. E' bello l, c' il bordo dell'aiuola, con le giorgine, e
bisogna stare attenti che quei brutti mostri non le strappino, e in
fondo il mugliago, che quando fanno bisogna stare attenti che
quei brutti mostri non le mangino. Io, che sono un po' parente
di Gigi, sono in posizione di terribile imbarazzo: entro gratis, ma
mi piacerebbe partecipare come giustizia vorrebbe alle nefandezze
sulle giorgine e alle spoliazioni del mugliago. Non fare la spia
mi sembra il minimo, ma anche non vivere l'avventura in prima
persona doloroso. Mi fa sentire come vigliacco, come bambina,
che se ne stanno tutte bne bne, loro, a guardare il filme, non
schiamazzano, non si tirano addosso le bucce dei luvini, non mi-
mano con lazzi sguaiati le scene d'amore che, incredibilmente,
appaiono anche nel bel mezzo di un film di caubi a quasi rovinare
tutto, e sembra che di quel deprecabile e fracico sentimentalismo
siano impregnate non solo le bimbe istesse che si riguardano
quelle scene zitte zitte col viso in avanti e gli occhi sognolosi,
ma il nostro eroe in persona! E dire, che fino a quel momento
l, se ne era mazati di indiani, se ne era; o di cativi, o di quello
che era che doveva mazare.
Ci si pu consolare con un velutino, o un astro? E' chiaramente
palliativo, sono fiori pi piccoli, quasi rasoterra, uno allunga
la mano e li tronca, ma non danno quella piena soddisfazione
della giorgina che ha nella sua alta statura come implicita
una sfida al temerario. La giorgina svetta, ti guarda in cagnesco,
provoca, sobilla, istiga; la Maria-di-Gigi ha occhi penetranti e fissi
nel'oscurit, il cui orizzonte punteggiato da cespi di giorgine
fiorite. E' l che l'abile audace deve agire, saper cogliere il momento
propizio, e rapido e ratto avventarsi sullo stelo, sbarbare il
tutto, e il tutto lanciare, terra e barbe e lombrighi compresi all'indietro,
verso la terza e la quarta fila, dove possibilmente, vicino
a legittima madre o nonna, sieda quella patozina che magari ti
piace di pi, fra le altre patzze dei dintorni. E si urla, e la Maria-di-Gigi
urla, classicamente: "Acidnta a voialtri brutti mostri!"
e guarda naturalmente me con aria di rimprovero come a
dire: "Non hai visto niente, e? Brutto mostro anca t."
Fu per questo, per allontanare sospetti di mancato coraggio o
connivenza, che quando andammo quella notte a rubare le marene
che la Maria-di-Gigi teneva sul davanzale della finestra, mi offrii
volontario, per allontanare, con quel gesto, anni di spiacevoli
sospetti.
L'impresa non era difficile: bastava, dalla strada della Fanfani,
saltare sul tetto del casotto che Gigi aveva fatto di fianco alla
terrazza, per tenerci gli attrezzi e i conglioli che si sentivano rumiciare
nelle gabbie mentre guardavi il film dal tetto, piano
piano, si arrivava fin quasi alla finestra, e bastava stendere una
tavola o una scala o qualcosa per arrivarci pari pari. Ci arrivai infatti,
pari pari, e me ne stavo tornando indietro col mio vaso (il
pi grosso) fra le braccia quando il tetto con rumore infernale mi
si schiant di sotto e precipitai fino alla cintola in un attimo di
terrore e l mi piantai, col mio vaso stretto fra le braccia, e l mi
trov la Maria-di-Gigi che in una frazione di secondo aveva gi
bell'e spalancato la finestra e mi punt contro quel suo dito ossu-
to e url nella notte: "L!" e aggiunse "Prpria t!" e non sapeva
di rifare la storia (nilici sub sole) e di riurlare in quella notte un
cesareo tu quoque mentre i complici si involavano e rimanevo l,
solo, a fronteggiare le terribili conseguenze che, di certo, sarebbero
di poi occorse.
Ma questa cosa del tempo a venire, pi avanti delle capre e
dei racconti dei filmi fatti fra le vtiche, del tempo del cinema di
Gigi in Valdibura o sulla terrazza fra le giorgine e il mugliago e
sotto la vidaro di uva americana che, per il vero, raramente vidi matura.
Per fare il filme ci vuole la pelicola, che anche sinonimo di filme
(domenica c' 'n filme! equivale a domenica diamo na pelicola! e il tutto deve
essere accompagnato da un movimento rotatorio da destra verso sinistra della
mano destra con le dita stese a ventaglio. Mai, dico mai, che ci fosse un
filme, o una pelicola,
non degna di questo gesto di serena approvazione, da parte
di Gigi, e, naturalmente, della dilui-Maria). La pelicola arriva
col treno o con la corira, in certe scarole di metallo quadrate, legate
da doppia cinghia di corda e rinforzate agli spigoli; arriva
assieme a fascinose e desiderabili locandine, a volte perfino colorate,
anche se il filme rigorosamente in bianco e nero, e ai manifesti,
un paio, tanto non ne servono di pi. Uno si attacca fuori
dal cinema, quando c' la proiezione, uno dentro, per il prossimamente,
che anche un filme piccolo, di scorta, e fa vedere
quello che ci sar domenica prossima; bello guardare anche
quello, perch sempre qualcosa da guardare, per noi che di cose
che si muovono su uno schermo ne guardiamo cos poche.
qualcuno va a prendere la pelicola in stazione e si porta a casa e
si guarda, senza proiettarla, si guarda solo la scatola, come se per
magia il filme potesse dispiegarsi e raccontare se stesso davanti ai
nostri occhi sbalorditi. C' anche che a volte la pelicola non arriva,
in ritardo, e se non arrivata col treno dal d riprova te pu-
re con quello dal quattro, con tutto che alle otto e mezza si comincia
e il mondo potrebbe crollare, e il filme non farsi, e anche
se al Mulino continuano sereni le loro consuete operazioni, noi si
vive attimi di panico perch tutti abbiamo vago sentore che the
show must go on a tutti i costi e noi cosa si proietta, se la pelicola
non arriva, che cosa ci infili, dentro alla macchina? Ma qualcosa
arriv sempre, da infilarci, dentro alla macchina: magari non era
proprio il filme annunciato, ma tanto un filme vale l'altro, e c'
sempre un'altra domenica, per vederlo, e un'altra domenica an-
cora, e cos via, in un anno fatto di tante domeniche in cui il
mondo dovrebbe essere un poco pi allegro e leggero.
La macchina, gi, un mostro nero pieno di luci che si accende
e ruggisce e sfiata e produce calore e macina l'incredibile meraviglia
del filme. Di macchine ce ne sono tre, in assoluto. C' la
macchina che va per le strade, anche se ne passano poche, ora,
da quando gli americani se ne andarono, con le loro Gip. Passare,
qualcosa passa, ma sono per lo pi cammi, ansimanti e rumorosi,
molti residuo bellico, Trer o Dgge, o ancora pi antichi
B.L. o O.M. Vanno carichi di non so cosa dalla Toscana all'Emilia
e viceversa, e sono familiari, anche perch da Carpi, nel giugno
del '45, io e mia madre tornammo in Pvana proprio in cmmio,
sul cassone di dietro, con un gruppo di partigiani che torliavano
in Toscana; o quella volta, che il sig. Melotti, nostro vicino
modenese, ci port in Pvana per Natale perch andava in Toscana,
tutti e tre in gabina, e ci lasci l al bivio per il Mulino,
proprio sotto alla casa dello zio di Giordano-Natta, quella casa
che stava per bombare e precipitare. Cammi ce n': a volte bello,
d'inverno, stare sulla strada quando ghiaccia e vedere quando
arrivano alla curva del Comune dove proprio la salita comincia a
stricare e vedi che per un po' non vanno pi n avanti n indietro,
poi indietro ci vanno s, e cominciano a scivolare piano piano
spostandosi di lato verso valle e allora vedi il camionista che
scende con balzo dalla gabina alto bestemmiando e corre dietro
a gettare zeppe sotto le ruote, per fermarlo, e a volte anche pi
bello perch avviene che il cmmio si ribalta, di traverso per la
strada, e ferma tutto e tutti peggio del muro, meno noi, che allora
si andava a piedi, mia come adessa, che si va avanti e indietro
in macchina da per tutto come i bscheri o i furetti.
A volte i cammi rompono i freni: quando arrivano verso Pvana,
dopo tutte le curve e controcurve che ci sono da Pistoia alla
Colina, su al pass, poi dalla Colina in gi, dopo il Ponte, dove
comincia il pari. Si rompono proprio verso la fine del tragitto,
quando non ci sarebbe poi pi tanto da lavorare di freno, e allora
una corsa buia e istantanea, perch noi a piedi ci si mette
mezz'ora, ma il cmmio senza freni ci metter s e no tre minuti.
Non so perch di solito accadessero di notte, queste cose. Forse
una beffa di un destino vago che aveva fatto passare al camionista
magari cinque anni di guerra abbastanza indenne, e lo aspettava
l, metti alla curva del'Iggiolina, e non voleva nessuno per la
strada per giocarsela in due, lui, il destino mostro 'd ges e il ca-
mionista terrorizzato, e lo scherniava anche, facendogli fare tutte
le curve e controcurve per inchiodarlo poi all'ultima maledetta,
quella a gomito del Ponte, quando, per estrema illusione, a lui in
gabina sembrava d'avercela fatta, ma la forza centrifuga lo prendeva
per la coda e lo faceva fischiare gi oltre la spalletta del
ponte e ruzzolare gi per la scarpata e finire in Reno, con tutto il
carico rotolato per il grotto che il giorno dopo mani pazienti andavano
a recuperare, come quel cmmio carico di soda che a
ognuno ne tocc un pentolino, come quegli abitanti di certe
piagge o isole che hanno quasi un diritto di recuperare ci che il
mare del naufragio risputa a terra.
I cammi servono anche per attacarsi di dietro, con le biciclette,
quando gli operai ritornano dalla Daldi di Porretta e allora
nelle ore canoniche li vedi in attesa davanti ai canceli poi, appena
il cmmio passa, c' la rapida rincorsa e il gruppo si attacca a
ci che di attacabile un cmmio pu avere e vedi il liofante o il
rinoceronte che arriva a discreta velocit con tutti gli uccellini
aggrappati ai fianchi, perch per fare la salita dal Ponte in su ci
vogliono gambe che non tutti hanno. A volte, per mera crudelt
spregiosa o per vendetta alla strada infame il camionista inchioda
di colpo e ci vuole tecnica consumata e grande esperienza per
non finirci stampato sopra. Questo non si capisce; si capisce na-
turalmente di pi se al cmmio gli dai dietro per arrampicarti sul
cassone a buttare gi la frutta, d'estate, quando portano roba
dall'Emilia verso la Toscana, i cocomeri, i meloni, l'uva e pesche
spicche, roba che da noi non fa, o non ce n' tanta. Si sa che in
certi punti i cammi devono cambiare e rallentano, ed l che pu
prendere la rincorsa il pi agile, il pi sguillante, e noi dietro,
perch se quello riesce a guantarlo e a inerpicarsi allora comincia
a buttare gi roba, e per la strada comincia a farsi strado di pesche
gialle e di cocomeri rossi, perch prendere al volo una cassetta
di pesche o un cocomero lanciato da un cmmio in corsa
non mia facile subito. E allora si spataccano con suoni secchi di
bomba lanciando schizzi e semi in tutte le direzioni, e se il cmmio
non fa abbastanza rumore il guidatore sente e inchioda e chi
c' sopra rischia di saltare gi assieme ai cocomeri e fare la loro
stessa fine; ma tutto questo quasi leale, c' una lotta ad armi
pari, non come quando inchiodano coi ciclisti dietro.
Sul cmmio ci si pu anche saltare dal muretto, nei punti giusti;
la tecnica era stata sperimentata al tempo dei tedeschi da Pace,
quello che nel '46 o gi di l si impicc col filo del telefono
americano; dalla finestra aperta lo si vedeva, ma sembrava che
stesse leggendo il giornale. "Guarda Pace che legge il giornale"
disse Fernando, e l per l la cosa non ci colp, ma poi un po' lo
leggeva troppo fermo, un po' questa storia di Pace e del giornale
inconsciamente ci suonava storto, e allora Fernando and a vedere
e lo trov cos, ma non credo per il rimorso di avere svaligiato
tanti cammi dei tedeschi, e di aver perso la roba quella volta che
gli spararono dietro e fu costretto a lasciarla strascinata per il nostro
campo. Il giorno dopo trovammo un mezzo bue e fu grande
il dolore perch era gi pieno di vermi, un brulicare da cosmo in
creazione affascinante e spaventoso. Un mezzo bue, e di carne,
allora, non ce n'era mica poi tanta, e tutta l, gratis, nel campo, il
ch la fa diventare automaticamente roba tua, come di ciliegia
sul ramo o di prataiolo fra l'erba; Ziarna quasi ci piangeva, su
quel mezzo bue, anzi, forse non ricordo e pianse proprio, a lungo,
e con soddisfazione, perch poi anche di soddisfazioni tante
non ce n'erano, e si prendevano dove si poteva.
A prendersi soddisfazioni ci van quei ragazzi pi grandi, di
et fra i 18 e i 20, sulla macchina di Leo, una cosa mostruosa e
lunga che ce ne stan dentro anche 15, chiss cos'era. Leo l'autista
ufficiale, gi bolognese perch sta di l dal Ponte, con una
faccia tutta naso e bocca e denti, e dice spesso: "Mi i sar brutto,
ma i son po' tanto simpttego!" e fa queste smacchinate piene di
ragazzi e li porta a casino, a Pistoia o a Bologna.
Non che da noi non ci sia, e ce n' uno, di posti, che ci si fermano
certe file di cammi! Ci va Presi, il Profesore, quello che
d'estate d anche delle ripetizioni perch stato nei preti e la sa
lunga, sul latino e anche l'inglese, e gira con quel suo giradischi a
manovella e una sborsatina di 75 giri pieni di tango, che a lui
piacciono, e dice con quella sua vocina flebile: "E' 'n tango!" con
lo stesso gesto che fa Gigi quando parla dei suoi filmi. E si racconta
di orge incredibili, che ci fanno sognare, con marsala versato
addosso a queste donne gnude e leccato l dove non si pu
dire. O anche la Paiara, in quella sua casetta dove si ridusse a
starci senza acqua corrente e vetri alle finestre e i topi che le facevano
compagnia, nelle notti d'inverno quando il freddo diceva
davvero, a fa freddo anche adessa col riscaldamento, e forse delirio
e freddo si confondevano e memorie e chiss cosa in quella
povera testa svanita, che la fa canterina quando il tempo cambia
che altro che la TV e le sue previsioni, perch la Paiara ci prende
s, ci prende. Certo non pi roba fina, anche se pare che lo sia
stata, la figlia di Paiaro matto e scarplin, un colosso che dicono
fosse il migliore nel suo mestiere, se solo avesse avuto la testa a
posto. Spos la figlia di un maresciallo di citt, e forse l qualcosa
cominci a non funzionare, o chiss, Lui che si era fatto quella
casetta tutta di sasso verso la diga, e la dovette vendere per debiti.
Lui che ha fatto il monumento ai caduti di Pvana, una stele
d'arenaria e marmo che c' ancora in piazza. Lui che fece il monumento
funebre al povero figlio della sua povera figlia, avuto da
un americano e morto subito, porno. Passava, il grande Paiaro
detto anche Don-Don, con una zappa tenuta sulle spalle e retta
da mani giganti che di fronte al Mulino mettevano fuori le corna
come lumaghe, per sprgio, e scoreggiava, per schrnia, e arrivava
al Pozne del Pontaccio con tutte quelle vilegianti che prendevano
il sole e l si calava le braghe e la faceva e tutte quelle che
scappavano via.
Un giorno, al Mulino, arriv la mamma del pro Marcello e
disse alla mia: "Ha mai visto una donna picchiare un mo?" e si
mise ad aspettare, seduta sul muretto, lei Nativi che era anche
cugina bna, di quel Paiaro Nativi. Quando Paiaro arriv, dal
suo campetto di l da l'acqua, lei prese d'in terra un sasso e gli si
par sotto; quello andava, con le sue mani cornute e le sue scoregge,
prepotente e cattivo col mondo, che forse gliene aveva fatte
davvero, o forse matto proprio di suo, e per questo aveva minacciato
o cazotato il babbo del pro Marcello, perch si era
permesso di passare nel suo. Gli si par contro e senza dir niente
gli spar questa pietra sulla fronte, e lui lasci le mani e la zappa
e cadde per terra e lei sopra, e gi sasate, che lui pisciava sangue
come una fontana e ci volle Zionerco a tirargliela via di sopra, e
Zionerco allora era ancora abbastanza giovane e la mina gli aveva
fatto un torace e due braccia che ne alzava e ne spostava di
pesi, anche un sacco da un quintale a due mani, ma disse che
aveva fatto proprio una gran fatica a spostare la donna dal sasso
in mano, vendicatrice del marito. Ma era una mattinata di sangue
perch prima due galtti ci avevano messo due ore ad ammazzarsi
a becco e speroni, da dietro nel pollaio fin su dove comincia lo
stradone di fianco al pozzo, sotto al crniolo.
Lo portarono in casa e quelle donne lo medicarono, lo lavarono,
lo disinfettarono, lo fasciarono, lui mansueto, fattosi agnello,
che mormorava: "Grazie grazie bna gente, grazie, grazie" e il
giorno dopo ripass sfasciato e baldante, lui, le sue mani a capra
e le sue scoregge, come prima, come sempre. Si era messo un
giorno in mezzo alla strada per Taviano con un picco fra le mani,
e ferm tutto il traffico che non ce n'era tanto come adesso ma
c'era, e, c'erano cammi di sopra e di sotto, sbalorditi e incerti i camionisti
di fronte al gigante folle e irato per certe sue misteriose
e profonde ragioni, col suo picco brandito per aria come una
bandiera rivoluzionaria. Arriv Tontino, che era stradino dell'ANAS,
quello che impiegava una mattina a cercare di fare la riga
bianca in mezzo alla strada nella curva del Comune e a litigare
coi camionisti che ci passavano sopra. Arriv Tontino dell'A-
NAS, quello che allora, prima di fare il voto, tirava tre madonne
a parola, e diceva un "in grande stile" ogni due, e Tontino non
era neanche la met di Paiaro ma era uno che si caricava sulle
spalle anche un quintale di fascine, quando veniva a portare per
noi, a pra. Arriv col badile dell'ANAS e la divisa da stradino,
il ch gli dava come un'aria di Pubblico Ufficiale Responsabile
della strada e della sua libera circolazione. Gli arriv sotto, sfilando
davanti ai camionisti ammutoliti, alz il badile e disse: "Ti
t's matto, ma i son matto anca mi, atnto", e le misteriose ragioni
di Paiaro svanirono o si fece luce nella sua testa matta: abbass
il suo picco, se lo mise sulle spalle e via che se ne and, pare
senza neanche le mani a corna. Scoregiare, quello s, ma credo
ormai che non se ne rendesse nemmeno conto. E ora se ne sono
andati davvero tutti e due, Paiaro al Don-Don matto in un letto
del manicomio di Lucca e Peppe-Tontino, grande lavoratore,
che sapeva dire sotto quale castagno era stato concepito suo figlio
pi grande, come tanti di qua d'altra parte, che quando aveva
un bicchiere in pi cantava gli stornelli con Ziocordo, accompagnandosi
con un ombrello, grande lavoratore e cacciatore
e stradino, che un cnchero ha cancellato, lui e la sfilarata di tordi
allo spiedo che quella sera si mangiarono; e anche Ziocordo,
gli andato a tenere compagnia.
C' ancora invece la Paiara, che non esercita pi a Pistoia, o
a Montecatini, o a Viareggio, o in altri posti eleganti e va avanti e
indietro 100 volte al giorno da Pvana alla Venturina, e vive di
caff e di sigarette, e parla da sola vestita di tracce e di ricordi, in
pelliccia anche d'estate, e va su e gi su e gi per quel chilometro
di strada, fumando e parlando.
Pace, pace, Almina la Paiara, pace alla tua susina ingargagnata
e ai tuoi deliri; ti venivano a trovare, di notte, perch un po' si
vergognavano, quei ragazzi pi grandi con qualche dolcetto o
una cioccolata, come andavano a trovare la C-Cura, o la Fran-
cesina, quella che sua madre era stata tanto all'estero che parlava
francese e tedesco che bisognava sentirla, e l'altra che rimasta
vedova e s' risposata in chiesa, e ora, giustamente, sempre a
messa. Il paese non rifiuta, non scarta, non emargina, e poi tutti
son parenti di tutti.
Non si vergognava il Frate, quando andava di notte a trovare
la Paiara, gonfio di vino e di frasi in latino e in tedesco, lui che
era stato nei preti e a lavorare in Germania, e aveva anche sposato
una tedesca, che poi gli era scappata via, lui che durante la
guerra aveva fatto l'interprete per i tognini, e quando era sobrio
(non spesso, per) portava anche lui un quintale di fascine sulle
spalle e come piastrellista non ce n'erano altri. Arrivava di notte
e si sentiva mormorare: "Vrame, Almina, ch'i t'ho port la mortadella
ch'a t'piaige tanto!" ma raramente, in vero, lei apriva. E
ora anche il Frate non c' pi, e la cirrosi l'ha stroncato, e c' rimasta
invece Almina la Paiara col suo andar su e gi inverno e
estate per la strada, con chiss quali ricordi e pensieri e previsioni
del tempo e topi che, dice, ce n' uno che tutta la faccia di
Giordano-Natta; cosa, per, non facile da credere. Ma inventa.
Una volta, in treno, tornando da Pistoia, incontr mia madre nello
scompartimento e senza neanche il buon giorno le disse: "Ma
lo sa, signora, che sono stata la segretaria del Duce?" e tutti nello
scompartimento sobbalzarono e si apprestarono golosamente a
seguire una conversazione che avrebbe ammazzato la noia di tutte
quelle gallerie ma la Paiara ammutol, dopo la rivelazione, e
ogni attesa fu inutile.
Quei ragazzi pi grandi, quando hanno quattrini in tasca e
Leo a disposizione, vanno a Pistoia o a Bologna, perch tanto
anche se son quasi tutti fidanzati quelle patzze son proprio brave
patozine e non te la dan mia subito, e ci vuole il matrimonio
da don Quinto e il pranzo di nozze regolare e il viaggio se c' e
tutto il resto, ora che, dopo la guerra, son diventati sofistici.
Le sentiamo, le loro avventure, noi ragazzi pi giovani, alla
domenica mattina, di fronte alla chiesa, per la messa delle undici.
Le messe alla domenica sono due, quella delle sette, e ci va Ziatersa
e Nonnamablia, e quella delle undici, che ci va Ziarna. Zionerco
non ci va, solo per Natale, Pasqua e Santafilomna (ora
pro nobis), perch lui stato socialista e coi preti un poco ce
l'ha, soprattutto da quando don Quinto gli ha preso il Dopolavoro
per farci la maglieria, che don Quinto di queste idee ne ha
tante, e ha fatto il laboratorio in quel locale nostro dove prima
c'era il Dopolavoro e poi ci fecero subito dopo la guerra la Casa
del Popolo, Palmiro-Paride e quegli altri compaggni, e poi don
Quinto ci fece il laboratorio della maglieria, con tutte quelle patzze
che ci lavoravano dentro e, d'inverno, il tubo della stufa
che usciva dal vetro tagliato per il tondo e il fumo che ancora annerisce
il muro; con quelle bimbe che ascoltavano alla radio
Giorgio Consolini e si affacciavano sul cortile e gridavano: "Corete,
che canta Giorgio Consolini!" e le figlie della mastra uscivano
in cortile ad ascoltarselo, lui e Togliani e tutti gli altri di
quegli anni. Il laboratorio poi fall, e Zionerco deve ancora tirare
i soldi; poi in paese non gli piace tanto andare, dopo che (pare) i
fascisti bruciarono la falegnameria di Archide suo cognato che
era nel nostro stallaggio, e ci sono ancora i travi bruciati, e Archide
prese su e se ne and emigrato in Francia, a Antibo, a fare il
falegname l; quell'Archide morto a 96, che a 94 era ancora vispo,
e un giorno nella botga di Nino-Gocchia, bevendo un po'
di vin santo che Nino ci aveva offerto, sorseggi e disse, cos,
pianamente: "I m'arcordo che 'na volta i chiap 'na ciucca 'd Visanto...
(pausa)... i ero st a balare a Pistoiia... a p (30 chilometri)...
i chiap' na balla ch'in ro pi b ed tornare a c... (pausa,
risolino) ..., i n'avevo gnanche vint'anni."
Noi allora ci facemmo il conto e scoprimmo che ci avevano
appena raccontato di una sbornia dell'800, di una scimmia di un
altro secolo, e l'avvenimento venne compiutamente festeggiato.
Io alla messa ci vado con Ziarna, quella delle undici; ci sono
anche tutti quanti, a quella messa. Da piccoli alla messa si entra
subito, si va nel banco, ci si alza o ci si inginocchia quando si deve,
si guarda un po' in qua un po' in l, quei ragazzi che la servo-
no, Franco-Casari o Narifatti o il pro Marcello o chi ci sia, si
guarda il buco misterioso del confessionale, la grandezza spropositata
dell'architettura che ora sembra cos piccola, lo stendardo
di Santafilomna (ora pro nobis) che ora non viene pi portata in
processione la domenica d'agosto della Festa perch ci han detto
che Santafilomna non mai esistita, e ora la Patrona di Pvana
Santa Maria, che quella, a dire, non dovrebbero togliercela, ma
in chiesa lo stendardo c' rimasto, con quella sua bella faccia liscia
e antica, anche se non vede pi le nostre strade lungo la prociscione,
con don Quinto che canta e le priore coi ceri e Tontino
con la grande croce del Cristo assicurata nella tasca di cuoio sul
grembo e davanti Narifatti e Giordano-Natta coi lanternoni a
bacchiare le noci dagli alberi mentre si cammina. Alla messa, da
pi grandi, ci si va da soli; c' la camicia bianca, perch di domenica
ci vuole la camicia bianca, o senn che domenica ? Si arriva
e ci si mette davanti al portone, sul sagrato, dove c' quella
croce che rappresenta il Sinai, quella che hanno rimesso tre anni
fa e per due volte, di notte, sono venuti con la motosega e l'hanno
tranciata gi. Si sta l e si aspetta dopo la predica, perch, come
si sa, la messa buona fino a prima dell'elevazione, e non
virile entrare assieme a quelle donne. Noi stiamo l, con le nostre
camicie bianche, e i pi vecchi raccontano. Ci sono tutti: Franco-
Pitto, e Franco d'Angiulla, e Franco Betini, e Franco Presi, e
Franco-Casari, e tutti i Franco che Iddio istesso ha messo sulla
terra, me compreso, e Carlino dal Mac'laiio, e Maurino, e Fernando
che per a troia non ci va, e si sente raccontare delle robe,
tipo: "Ma lo sapete ragazzi che m' venuto viola a forza di trombare!"
e noi, pi piccoli, si ascolta e si fa tesoro, e s'impara e si
sogna, noi ancora freschi del gioco del dottore sotto a quelle vtiche,
nel fiume, quando allentavi coi ditini tuoi di mamma bella
quei tre automatici del pagliaccetto e poi, con lo stecchino, zac,
la punturina, su quelle chiappette rotonde e su quei passerini implumi
ancora, che ti avrebbero fatto molcere di desiderio, al ricordo,
appena un poco pi grande, pensando, quando le vedevi,
che tanto implumi non eran pi, e cos piene di succhi e di gemiti
e di forza naturale, come le grandi vtiche sotto le quali ci arpiatavamo
e che, dopo l'inverno, coprivano di verde improvviso
e quasi angosciante tutti gli anfratti delle sponde del fiume, assieme
ai farfanacci e all'acqua che le gelate e le nevi avevano rinno-
vellato.
Quando andammo in gita a Genova, nel '52, quei ragazzi ci
andarono perch volevan provare un casino che non fosse di
quelli soliti, ma un po' pi esotico; io ci andai perch era la seconda
incredibile occasione di quell'anno per vedere il mare.
Ziarna mi ci port perch lei a Genova ci aveva lavorato degli
anni come cameriera, anni di sogno e di civilt lontano dai monti,
con le sorelle, dal Commendator Sassola, nome carico di significati
inspiegabili, quasi un Presidente o un Principe del Regno,
in quella casa in piazza Umberto Primo, che ora si chiama Matteotti.
9.
Zia Caterina, sempre chiamata Rina (con qualche rara eccezione
per un confidenziale o scherzoso Cttara, ma forse se avessi
sentito Caterina mi sarebbe sembrata un'altra) era nata alla Casa
Nuova, o Canva, assieme alle tre sorelle Zelmira, Nunziata,
Maria.
La Canva si chiamava cos, diceva: "Perch l'aveva costruita
mio padre, che prima non c'era niente, della macchia; mio padre
aveva questa terra, era della sua famiglia, che si chiamava Masotti,
non mia mamma che era Ugolini, che dice si potrebbe anche
discendere dal Conte Ugolino della Gherardesca, un Signore toscano
che fu chiuso in una torre. I suoi nemici lo avevano rinchiuso
in una torre per farlo morir di fame assieme ai suoi figli, e
lui se li mangi. AVeva fame e se li mangi." "O come Zia se li
mangi?!" "I polli, non te lo so mia dire io come se li mangi,
non c'ero mica io, ma dice che se li mangi" e l'improbabile di-
scendenza terminava in questa torre, una via di mezzo fra le torrette
colombarie e il mozzicone della torre di guardia di Sambuca,
il tesoro della sua supposta Regina Selvaggia, mai veramente
regina, nascosto sepolto sotto un pero, una chioccia coi pulcini
d'oro, una Teodolinda del 1300, e il Castello maremmano dove si
consuma la fedele Pia, ingiustamente carcerata. "Al tempo che
dei Guelfi e Ghibellini/repubbhche a quei tempi costumava..."
cos come cantata dalle ottave di GiusFppe Moroni, detto "il
Nccheri, poeta illetterato". "Termino il canto e chiudo i versi
miei/della dolente Pia de' Tolomei." E si sembrava tutti un po'
cugini, di questa gente.
"Quando mio babbo volse prender moglie, aveva questa terra,
e si fece la casa, se l' costruita proprio lui." La Canva di
sasso calastro, non di pietra serena come quelle di Pvana, perch
di qua dal fiume la terra e i sassi e la vegetazione sono diversi.
Sul davanti, a est, a monte, ha l'aia dove battevano il grano, in
tempo di guerra tornarono a batterlo ancora con la pietra trainata
dai buoi, come prima delle trebbiatrici; a destra ha la porta
d'ingresso che d nel fumoso locale della cucina, a sinistra si apre
la porta del fienile. Sotto, ad un piano di dislivello, la stalla, e
un'ala pi moderna, buona, che immaginerai voluta dalle figlie
grandi e a servizio a Genova, piena di ricordi e fanfaluche, l'oleografia
delle varie et dell'uomo, giochi e oggetti misteriosi e desiderabili.
Ricordi di cameriere e fantesche nella maravigliosa citt.
Sopra, al secondo piano, una serie di piccole camere da letto. Di
fronte Pvana, in basso il fiume e pi lontano il territorio bolognese,
le Capanne, Granaglione e Lstrola. Il terreno della Casa
Nuova confina, per certi tratti, con quello della casetta del Pian
del Crro, di mia nonna Amablia, pi verso nord va in altri campi,
terra di grano, fossi, strzghi e marughi.
"Allora qua attorno c'era tutto cro, e spini, e mio babbo dovette
segare tutte queste piante, poi sbarbare tutti i ciocchi, poi
fare lo scasso, che dice che port via tanti di quei sassi che c'era
pi masgre che tra, da coltivare. Ma banbi, alora lavoravano
sa', e poche storie, da la matina a la sera da la sera a la matina,
che venuto fuori un bel poderino, vite, perch di qua ci batte il
sole, mia come in Pvana, che tutta a basgio, e ciliegi e grano
che un anno ne abbiam batuti..." e il ricordo si perde nell'esatto
conteggio del numero dei quintali o dei sacchi, cifre iperboliche,
mai forse visto, nella storia umana dei cereali, tali quantit.
Ma lei non rimase a fare la contadina, e neanche le sorelle;
passavano mediatori di servit a raccogliere giovinette montanine
per le citt. Chiss perch fu Genova; molti erano gi andati
in Liguria a intrecciare panieri per i fiori, la strada sar stata
quella, e tutte e quattro andarono via, perch il Commendator
Sassla, Grande di Spagna quasi a sentirlo dire, aveva la casa in
citt e quella della tarda primavera estate a Brzoli, ora citt anche
quella ma allora lontano luogo di villeggiatura, con le domestiche
vestite da domestiche, rigati stretti in vita con seni d'opulenza
villereccia che sporgevano, i capelli raccolti alti a scoprire
le nuche giovani, chiss che questo Commendator Sassola (probabile
insignito della Giarrettiera o del Toson D'Oro) non le ab-
bia inseguite e concupite, per le stanze di quei palazzi patrizi di
una Genova che fu; e chiss chi stata tentata o stava per cedere,
alle voglie di ancilarit.
Ma la citt in qualche modo evolve: Zia Rina port con s
cappellini a cloche, o zanettine da passeggio, scarpette di vernice
con cinturino sul cono del piede, che chiss come faceva ad arrivare
a Pvana a messa con tutte quelle mote dei fossi invernali e
primaverili che c' dalla Canva fino al Pontaccio. Se le sar tolte,
le sue scarpine da elegante spinaila. Anche i libri aveva portato
Zia Rina, da Genova, Il Fiacre no 13, La portatrice di pane,
com' bello, quest'ultimo. "E' un uomo innamorato, ma cattivo,
che ne combina di tutti i colori a 'sta povera donna, d fco a 'na
fabbrica: o insomma, leggilo!" "Ma come finisce, finisce bene?"
"S che finisce bene, ma leggilo." Se ne devon macinare, di pagine,
e di pomeriggi, e quante rabbie si devon mandare gi prima
che le cose si mettano a posto, e i buoni, quelli per cui hai avuto
tante angustie, alla fine vincano, e siano felici. Non sar cos anche
nella vita, quella che in qualche modo si delinea, l fuori, l
intorno? "E bambi, se ne patisce, di cose, a 'sto mondo. Ma lo
sai che quando mi mor mia madre, che sembrava me lo sentissi,
all'improvviso moritte, sentii tanto un gran dolore che la mattina
dopo, quando mi alzai, m'erano venuti tutti i capelli bianchi, da
un giorno a l'altro!" Gli avvenimenti eccezionali dunque esistono,
non sono materia solo da narrare nei libri, fantasie di autori;
il pi strano di tutti pensare per che i capelli abbia potuto averli
neri, una volta, prima di quella morte improvvisa. Questi vecchi
attorno sono cos nati, difficile pensare che abbiano potuto avere
un'infanzia come la tua, e cos resteranno, ormai fissati per sempre
in quella condizione nella quale tu li conosci, e, di certo, non
scompariranno mai.
Ma il pi bello di tutti, da leggere, "I misteri di Parigi", l s
che ce n' da leggere, di roba, e ne succedono, di cose. Quante
mele mangiate in quei pomeriggi (di notte no, la notte si dorme,
che bizzarria , star l con la luce acesa, a leggere) sopra tutte
quelle pagine; quel libro anche pi bello dell'Uomo che ride, di
quel ragazzo che lo rapiscono gli zingheri e gli tagliano la bocca,
e lui un nobile jnglese (come Tarzan, de le scimmie. O son tutti
nobili inglesi?). E' difficile da capire tutto, quello, e si legge proprio
perch non c' altro; odo, c' anche quella parte dove lui
arriva nella camera da letto di quela donna mezza gnuda, e il
pensiero un po' ti scombussola tutto, per fortuna che Zia Rina
non l'ha letto, quello, l'hai trovato tu, doveva essere di tuo padre.
Ma meno bella senz'altro, come storia: certo, che se metti le
mani su Tex Viller, o Sciusci, o Il Piccolo Sceriffo, quelli li leggi
pi volentieri, vuoi mettere, altro che Montepin o Sue! Sciusci
l'han anche dato al cinema da Gigi, e siam corsi tutti, noi ragazzi,
ma non si capisce mia, la storia sembra diversa, chiamarsi si chiama
Sciusci, ma non sembra mia lui, 'na storia che deve forse
ancora esser messa, nel giornalino, un po' una delusione, anche
se va bene lo stesso, prender su e andare in gi sempre con lei
Zia Rina, quella che tiene i rapporti col Mondo Esterno. Zia Rina
al sabato va a fare la spesa, e io dietro; a volte, di sabato mattina,
al mercato a Portta, e via, alla domenica c' da aiutare la M
Maria al cinema o al ballo, vuoi che manchi? C' da trebbiare alla
Casanuova, o da aiutare qualcuno a vendemmiare verso Suviana,
o la chiamano a curare un pranzo di nozze, o a fare le punture,
a togliere il maldcchio, a portare la verdura a questo o a quel
vilegiante. E' con lei, che conosci il mondo, che il mondo stesso
si conosce, in confini spesso impensati, o impensabili. Fino a Lstrola
and, a piedi, a cercare certi materassi che i tedeschi le
avevano portato via, e qualcuno aveva detto potevano essere lass.
E io, mostro di cinque, dietro; all'andata ce la feci, tornare
che non mi reggevo in piedi e mi port in braccio, e sa' che gi
allora non ero mia tanto ligro. Unico lampo, di quel pomeriggio,
gi verso sera, un cannone americano nella piana, puntato
verso un cielo luminoso e strisciato di lunghe nuvole alte, e quel
cannone, per la prima volta, mi fece come paura.
Lei sa affrontare anche le citt, Modena, ad esempio, e la gira
come se ci fosse sempre stata, pari in piedi alla Tombola di San
Geminiano (non si ple avere tutti Santa Filomena, ora pro nobis)
mia come Nonna che quando viene ne ha quasi paura, e si
rintana in casa; o Bologna, la Bologna dell'Istituto Ortopedico
Rizzoli, primo viso a farsi vedere dopo due ore e mezzo di operazione
a quel braccio fratturato, lei che fa la notte e viene tutti i
giorni, in treno, sempre con qualcosa da leggere ("Che gli piace
tanto, a questo ragazzo, aaa se fosse per lui sarebbe sempre l col
libro o il giornalino in mano!"), o qualcosa di su da mangiare, o
un'aranciata di quel chiosco appena sotto l'ospedale, una bottiglietta
fatta ad arancia, belina, che se ne tenne una. E con lei ci
alzammo in quell'alba strana, perch non s'aveva chiuso occhio
tutta la notte, un po' per l'emozione, un po' perch sotto le finestre
era arrivata una vecchia vagabonda e ubriacona, chiss chi
era, che un po' cantava un po' si lamentava e non ci fu verso di
mandarla via, neanche con un vaso d'orina in testa, si allontanava
per un po' imprecando poi artorn! di nuovo, a lamentarsi e cantare.
Ma ci alzammo e andammo a Bologna e prendemmo il nostro
tram e su, al Rizzoli, a togliere i punti e a fare le lastre sperando
che tutto si fosse messo a posto per bene. "Ma far male?"
"Un po' s e, ma cosa vuoi che sia, per un mo come t; pensa
dopo che liberazione, anche solo gratarsi senza quei fri da calza,
per la schiena."
Che freddo che c'era quel pomeriggio su al Camposanto, al
trasporto. Ti fischiava attorno una neve cattiva e stizzita, e l'ultima
rampetta della strada nuova era ghiacciat e non si stava in
piedi, e anche la terra era dura che, mi disse Gice, una fatica cos
con quela tra ghiacciata non l'aveva mai fatta.
Da lass si vede tutta la Chiesa, e le Logge e Pvana di sotto,
la Diga col bacino e pi in basso il fiume e in fondo i tetti ora
rossi di tegole e non pi qua e l nereggianti di lastre del Mulino.
Si vede anche tutta di l da l'acqua, proprio di faccia.
Che vuoi cridare? Hai imparato da tempo che le et non restano
fisse per sempre, tu cresci e loro calano, a uno a uno se ne
vanno come certi tempi e certi odori e certe parole. Che cridi a
fare, per farti vedere? Potranno capire che finita lei di quei vecchi
non c' rimasto pi nessuno, e niente di quella casa, solo un
po' di memoria che mastichi e rimastichi, presa e sballottata tutt'attorno
dal tempo di adesso nel quale vivi, per stupire, forse, un
giorno, anche tu come fece lei quel giorno, di quell'Ospedale
nuovo e grando che han fatto, guarda t, mia a Bologna al Maggiore
dove sei ma proprio lass, a C 'd Bondina.
10.
Per dodici anni senza vedere il mare, poi quell'anno, due
volte in fila, quando si dice. La prima volta fu di primavera, da
Modena, in gita scolastica. Non avrei mai creduto mi ci mandassero,
ma fu mia madre che non l'aveva mai visto e disse: "Ce lo
mando, non deve fare come me, che non l'ho ancora visto e sono
andata in treno per la prima volta che avevo diciott'anni!"
Non so se fosse vera, questa storia del treno. Io in treno c'ero
stato gi prima, quando mi port in Pvana la prima volta, e le
poche volte che, dopo, andava a Modena a riscuotere il sussidio
o quel che era di mio padre militare in Grecia; dopo la guerra
no, perch la linea era distrutta e anche la stazione della Venturina
l'avevano centrata in pieno gli americani, quella giornata chiara
d'agosto che venivano gi dalla Collina, gli apparecchi, che
sembravan unti, tanto non c'era contraerea, e ce li vedemmo passare
sopra alla testa, su nel campo, e si vedeva benissimo il disegno
della stella sotto le ali e come mitragliavano e sembravano lacerare
l'aria: mia a noi, tiravano al Ponte, quando ancora aveva le
Palle dei Mdici dalla parte toscana e le chiavi di S. Pietro e il
Triregno dalla parte bolognese. Ma noi prendemmo la follia cieca
del panico e cominciammo a correre gi per il campo, mia
madre e Ziarna e io, per mano, e gi per lo stradone verso il
Mulino, poi uno dei tre prese col piede nella fostta di scolo e ci
librammo in aria e ruzzolammo a terra lungo quel grotto sotto al
Murotondo, un triplo volo che fu anche bello a vedersi, per velocit
e grazia, ma non per Nonnamablia che era sulla porta del
Mulino e grid: "Madonnasanta li han presi!". Ma non tiravano
a noi (gliene fregava bene, di noi) tiravano al Ponte, e lo presero
sicuri e precisi nel mezzo, e beccarono la Stazione, che c' rimasta,
dopo, q.uella di lamiera per degli anni, un posto piccolo e semicurvo
con la stufetta di ferro nel mezzo e una lampadina pendente
dal soffitto, prima che la rifacessero nva coi cessi nvi coi
muri pronti per essere coperti di scritte oscene e anche il giardino
con le rose e la fontana.
Noi, rialzati dal volo, sentimmo lo schianto subito dopo, e si
vide il fumo alzarsi in cielo, e Ziarna corse in gi, che ciaveva la
Maria-di-Gigi sua sorella che stava a Casa Bonaiuti, e anche Ziapna
stava l (bella forza! Ziocordo un Bonaiuti!) e correndo
in gi incontr una donna che piangeva disperata e grid: "Ditemi
cos' successo!" e quella, con le mani nei ciuffi, folle di terrore:
"Morti, son morti tutti, tutti!" "Madonnasanta!" pens Ziarna,
ma non era vero, non era morto nessuno, anche il Capostazione
che era corso sotto all'arcata della Galera del treno non
s'era fatto niente, perch quella Galera l non l'avevano presa.
Solo la stazione e la ferrovia, che una rotaia era volata dalla stazione
duecento metri pi sotto e s'era posata, con forza gentile,
sulle due colonne del cancello della casa di Gigi romano, e l ce
l'han lasciata per degli anni. Poi l'arcata centrale, tranciata in pieno,
con la gente che si guardava da una parte all'altra ed eran
tornati come prima della Leopolda, toscani da una parte e bolognesi
dall'altra. Bisogn aspettare gli americani, arrivati un mese
dopo, che ci buttarono un Bailey; bravi bscheri! Tanto a spendere
per tirarlo gi, per spenderne altri per poterci passare, e
peggio di prima. Ma loro, si sa, soldi non gli mancano!
Cos, quando mia madre dopo la Liberazione volle andare a
Carpi a vedere che fine avevano fatto i suoi, perch non si sapeva
pi niente di nessuno, loro di l, noi di qua dalla Gotica con tutto
che Marzabotto a meno di 30 km., trovammo un passaggio
su una Gip di due dottori brasilri che andavano in gi, che
verso Nord, ma noi si dice in gi, e ci lasciarono a Modena sullo
stradone per Carpi, con mia madre che diceva: "Quante volte
l'ho fatta, in bicicletta!" e trovammo un carro che ci diede un
passaggio, e pi avanti, in bicicletta, non trovammo Ziazta sua
sorella che veniva da Milano? Anche lei per vedere che fine avevano
fatto i suoi, poi per tornare a Carpi, perch nel frattempo
era rimasta vedova di questo ignoto Zioromno Marchetto veneto,
che lavorava alla Caproni, fabbrica di apparecchi; uomo mi-
sterioso di cui rimasta questa foto, capelli stirati all'indietro,
sorriso mite, la Zita con cappello a grande visiera rialzata, e attorno
si indovina lei, Milano, terribile citt in qualche sconosciuto
posto sito nella direzione che indica, almeno per un tratto,
fiume Reno.
Era Giugno. Mi fecero quella foto col bolerino di velluto e i
capelli biondicci con la molletta, Foto lotti, in quella casa vicino
a Carpi con la chiusa del canale. Ma Carpi era triste, ed era triste
quella casa con tante famiglie e tanti piani e tante scale, con un
cortile umido e muffoso e non prati e non fiume e non boschi,
atorno. Con quel cesso col buco e quell'odore di ammoniaca nel
quale andava tutta la gente del piano, altre due famiglie. Non che
al Mulino fosse meglio, ma almeno si poteva andare nel fiume,
vuoi mettere. Nonnalda mi fece un uovo, col burro, e senza formaggio.
O che uovo ? E l'olio, non ce l'avete? E il formaggio di
pecora, un po' stagionato, neanche quello? O in che mondo siamo?
E il pane, dico il pane, quei cornini secchi secchi, che si
spaccano con un tac stizzoso. Datemi una bella fetta di pagnotta,
datemi. Poi non c' piante, e ora giugno e fanno le prime ciliege
e bisognerebbe andarle a comperare, come bisogna andare a
comperare tutto: ogni giorno qualcuno esce e va a fare la spesa.
Tutti i giorni? Tutti i giorni, un etto qua, due etti l, cos, tutti i
giorni. Si va m invece al Sabato, si va in gi e si compra dal
mac'laiio la carne per il brodo del giorno dopo, da mangiare con
le tagliatelle fine-fine, e dopo c' il lesso; a volte si compera il
sale, ma tanto, quello grosso che poi per farlo fino si mette sul tagliere
e ci si passa sopra con la bottiglia, e sta a riposare nella
grande salera di legno appesa sotto alla rastrelliera dei cuverchi,
gli stessi cuverchi che Ziatersa, quella sera che entr a vele spiegate
in arteriosclerosi, si mise assorta a misurare con un pezzo di
filo preso da una tasca del grembio. Quando domandarono cosa
stesse facendo, rispondeva con aria un po' misteriosa: "I a l' so
mimmi!" e capirono che se ne era ita con la testa, la povera zitella
soltra che andava ogni tanto ad Abano a fare i fanghi, e aveva
la stanza singola in fondo al corridoio, sopra al bottaccio, coi
muri un po' corrosi dall'umidit e le statuine di gesso lucchesi
(garzoncelli e amorini) sul piano di marmo del com. A volte
comprare si compra, si comprano, per esempio, cose di raffinato
esotismo, le acciughe salate, o il tonno, da quelle latte rosso blu e
oro piene di nomi lontani e fascinosi. Ma la frutta, o la verdura o
le va, o un polo?
L'olio ce lo portano i toscani, e noi gli si d della farina. Il vino
nero lo portano i toscani, e noi gli si d della farina, perch la
farina ce l'abbiamo, vedrai che chi macina la farina ce l'ha, e
quella di granturco, e quella di castaggne, e i polli c' pieno nel
pollaio dietro a casa, e ci sono due staletti di conglioli, e c' lo
staletto del maiale, che si amazza a gennaio, dopo Natale, dopo
l'anno, verso l'Epifania, e su nella stalla del campo ci sono le
mucche, e attorno a casa ci sono gli orti, con le patate, i zuchini, i
fagioli dalla frasca e non, e i pomodori, e i cli (che per a me
non piacciono) e insalata, cipolle, che non c' niente di meglio
d'estate che tagliare due fette di spalla e farsi un'insalatona mista:
si va nell'orto e si prende cipolla e insalata e pomodoro e si mette
tutto assieme. Lo fa Nonnamablia o Ziarna, e si chiama mangerino,
e con acqua fresca del pozzo, o quella pi bima del Docione
o del Vivaio, mia come quella del rubinetto che vien sempre
gi calda, in giugno. E in giugno c' anche caldo, e si suda, ma
non perch si camminato, diciamo si andati a Piandalcro,
ma si suda in casa, senza far niente. E le mucche ci danno il latte
fresco tutte le mattine, e il formaggio quando Nonnamablia ha
voglia di farlo, o se si vuol di pecora si d della farina e ce lo portano.
Ti portano anche, invece della molenda, delle paniere di
frle, quando fanno, o di pignatini.
A Carpi c' la Psca di S. Antonio, che in Pvana, per la verit,
non c'. Alla sera si va in questa chiesa un po' fuori, bisogna
sorbirsi il rosario ma dopo c' la Psca: ci sono dei frati, tu gli
dai una moneta e tiri dei biglieti di carta, con sopra dei numeri, e
si vincono giochini, caramelline, leccornie mai viste dai colori
sgargianti. Ma la Psca non vale certo tutto il resto; allora, quando
si trov quel cmmio di partigiani che tornavano in Toscana,
via con loro, sul cassone dietro, e rivedemmo finalmente Pvana,
e prendemmo la strada del Mulino che era verso sera, ma prima
di tralummescuro, e al Pontaccio, dove il Mulino si vede proprio
bene, dalla Madonina, c'era Nonna che veniva gi dal Piandalcro,
presa in pieno da un sole radente che sfiorava appena l'Alpe
di Granaglione e colpiva pari quel grotto che c' rimasto al posto
della mulattiera che venne gi con la frana del '37, quella della
Piena. Ziarna era su un ciliegio sopra al pozzo, un ciliegio che
ora non c' pi, un durone primaticcio che faceva queste ciliege
strane e gialle, con Tontino sopra la pianta che aiutava ad arcatarle,
e allora fui di nuovo a casa, anche con un vago senso che
l'Eden era l l per essere perso di nuovo, e per periodi ben pi
lunghi e drammatici ma quella notte risentii il ruiare sommesso
del fiume d'estate e, credo, mi addormentai felice.
Non dormii invece quell'altra notte d'estate, vigilia di Genova
e del suo mare Repubblicano e Marinaro; gi ci si doveva alzar
presto, perch doveva essere 'na bella tirata, anche a star via
quella notte, come dovevamo stare. L'alba ci accolse, Ziarna e
me, su per lo stradone, con la nostra sborsatina di provviste (si
mangia al sacco, diceva Don Quinto. O che mangiare , al sacco?
Poi mi spiegarono che come quando si va a fare la merendina,
il luned di Pasqua" con la roba dietro, le sportate di roba che ce
n' per tutti, soprattutto di butiglie. E alora dille chiare le cose,
no?); poi la stessa alba ci corse dietro fin su al piazzale della
Chiesa, dove c'era gi il Torpedone blu, e tutti i gitanti festaioli e
quei ragazzi in camicia bianca da domenica anche se era di sabato,
tutta Pvana indomenicolata in giro per il mondo a far danno.
E che aria tirasse lo fece capire subito Giordano-Natta, che non
si era ancora arrivati a Taviano (1 km.) e si mise a cantare, tanto
forse per far sentire a quei crochioni di Tavianesi che noi si andava
via e loro no, la nota canzone:
"A Marechiaro ci sta 'na famiglia
dove fa la pip la mia coniglia."
e il mezzod (a mezod a s'manghia!) ci trov su una panchina di
Chiavari, vicino a una fontana, e Ziarna cominci a tirar fuori
dalla carta oleata e unta e il presciutto, e un congliolo arosto, e
mi tocc la zampa, e mezza pagnotta di pane, e la braciadlla
gialla e sbriciolosa, e quel suo bicchierino di alluminio fatto di
tanti cerchi concentrici che si tiravano in su e veniva fuori quasi
un bicchiere vero, anche se un po' l'acqua colava; quel bicchiere
era un po' al culmine dei miei sogni e desideri, e sarebbe stato
veramente bello possederlo, ma: "O proprio non te lo d, tanto
lo sciupi o lo perdi" e non me lo diede, e chiss che fine ha fatto,
ora. Desiderio frustrato: come di quella patozina pi vecchia di
me, bella davvero con quegli occhi verdi, morosa di quell'altro
bschero che poi la piant, fotografia del suo viso fuori dal finestrino
e il bschero che dice: "cosa vuole ancora la mia morosa?",
annoiato e stravaccato, col mare che sciaguattava e quell'odore
di marcio salato e le barche che dondolavano piano, e Don
Quinto che diceva, a qualcuno: "S, in do' tu vvai? Le son cipolle."
Solo ANNI dopo mi si pales il vero significato della frase
(cipolle), e il sottile whit che da essa promanava, ma l per l,
guardando quegli occhi verdi con amor di dodicenne, non affer-
rai e mi parve una bischerata (o, non che adesso...) e volsi la testa
colmo d'amore frustrato e mi fermai a guardare quella gran meraviglia
del mare.
Il mare poi come il bacino di Suviana, solo pi largo e lungo,
e c' la rena, invece che la mota, per terra. Al mare, sulla
spiaggia, ci sono anche sassini colorati, che nei primi momenti
cominci a tirar su, ma dopo un po' ti stanchi, perch ne hai gi
un paio di sbisacate piene, e capisci che non puoi trascorrere il
resto della tua vita a tirar su sassini e vetrini limati dall'onda. Ci
sono anche molluschi, che si chiamano conchiglie: si fa cos, si va
sulla spiaggia e si vedono le conchiglie. Dici: "Guarda, se ce n'
uuna!" Quello ti stupisce davvero, perch a Suviana le conchiglie
non fanno tanto, e allora tiri fuori il fazzoletto e cominci a
mettercele dentro, poi te le metti in tasca e te le dimentichi. Dopo
alcune ore senti una puzza di marcio che non hai sentito, peggio
di quella volta che da un cmmio cadde un maiale e ruzzol
gi per la scarpata prima della diga, e rimase l a putrefarsi tre
metri sopra il viottolino, che quando andavi a nuotare su all'imbocco
della Galera del Palone, prima di passare per di l prendevi
la rincorsa a naso chiuso e via. Peggio ancora di quel gatto
morto dentro quel pezzo di tubo sotto la diga, che per fortuna
guardavi dall'alto quando, passando disopra, era d'uopo raccattare
da terra un paio di sassi e vedere se ci prendevi dentro, al tubo
(Mai. Una volta, mi pare, Piero, ma ancora si vergogna, di
quella culata), ma di sotto, vicino al tubo sotto la diga, non ci potevi
quasi passare, anche se era quasi superiore alle tue forze resistere
al desiderio di avvicinarsi per vedere il rincorrersi folle dei
baghi che si inseguivano senza riposo sopra e addosso al povero
micio morto e galleggiante. La puzza delle conchiglie peggio
perch traditora, perch non te l'aspetti, che quelle cose bianche
e striate contengano immondo animale capace di tanto fetore,
acidnta a t, al mare, a l'acqua salata e a le conchiglie e a tutta
la gente che se le mangia e ne va ghiotta!
Ma intanto io raccoglievo conchiglie, ovviamente con le scarpe
piene di rena, che t'entra dappertutto e te la ritrovi in un angolo
di una tasca anche un mese dopo, nonostante te la sia ben
scrollata di dosso, e sul torpedone istesso, e alla sera spogliandoti
per andare a letto, e la mattina dopo rivestendoti quando sorti
dal letto; fai una striscia di rena dovunque tu vada, che di Pollicini
ne avrebbero trovati quindici, acidnta alla rena, al mare, alle
conchiglie e tutto. Lui intanto, gi scafato e smagato sui diciotto,
mia come te, bschero di dodici e raccoglitore di conchiglie, prima
gli fa (a lei), dice: "O la mia morosa mi cerca sempre, non mi
posso muovere d'un passo" (ella temeva che sarebbe andato a casino,
con tutti quegli altri, come di poi fecero) e poi: "Vieni qua,
via, che ti do un bacino", lui che poteva, a lei, alla splendente.
Me la rividi, in quella corsia dello Spedale di Portta, con la
testa deformata e ingrossata da quel tumore Mostro dla Madonna,
grottesca e tragica, che mi venne incontro e mi disse: "Ma sai
chi sono, mi riconosci ancora?" "E via, vuoi che non ti riconosca!"
cos da anni, lucida sempre, e doppiamente straziata e infelice.
"Sai cosa vorrei?" mi disse "cos' che desidero di pi. Morire,
vorrei, perch Cristo o s' dimenticato di me o mi vuol lasciar
qui a farmi star male, non so perch. Cosa gli avr mai fatto, io, a
lui? Ma io voglio morire, perch non ce la fo pi." E mi parlava
piano piano, calma calma, come se mi raccontasse di cosa le davano
da mangiare, o che il tempo s'era rinfrescato. E io l come
un pistollo a dire: "Ma via, ma dai", vigliacco che non sapeva come
fare, cosa dire, e non vedeva l'ora di trovare una scusa e scappare
via.
Ma allora era nei suoi sedici, non sapeva, non poteva immaginare;
unico cruccio quel sentore di troia che aveva annusato fra
le voglie e le mete dei maschi di diciotto/venti; c'era anche lei su
quella cremagliera che ci port che gi rimbruniva su per boschetti
vicino al Colle della Guardia, dove c'era una famosa Madonna,
pi miracolosa e benefica della Santa Filomena in persona
(ora pro nobis). Non so se le chiesi il miracolo, alla Madonna,
che, metti, la bella sognasse o cercasse di me, dodicenne goffo
che Ziarna prese a dormire con s e la nipote nel reparto donne,
nel sottotetto del Convento, perch quei brutti mostri chiss cosa
avrebbero combinato. Io, gi storto perch su quello che avrebbero
combinato ci contavo proprio, dovetti anche andare in quei
cessi pieni di donne che mi guardavano e dicevano: "Ma c' un
mo!" T chiamalo pur mo quello che non pot neanche tirarsi
l'acqua addosso, farsi gli scherzi dei letti, fare (nel convento) a
chi pisciava pi lontano, bere l'iradido da tutte le butiglie delle
provviste, e apparire trionfante, come fece Franco-Pitto, in mutande,
sul cornicione dell'ultimo piano del convento, gridando
forte all'indirizzo della nipote di mia Zia: "Rosanna, Rosanna" e
accennando a lievi passi di danza, mettersi a cantare:
"Samba, samba
Samba alla fiorentina con lo stornello..."
costringendo una suora a uscire nel cortile e a urlare, rivolta a
quei tanti metri pi in su: "Lei cosa fa, ma si rende conto di dov',
venga via subito" e Don Quinto la mattina dopo dovette dire
che una cosa cos non se la sarebbe mai aspettata, che Pvana s'era
fatta conoscere da tutti i pellegrini d'Italia, che fate piangere le
vostre madri (che piangevano davra!) mentre i craque o sei
Franti l in fondo facevan 'na fatica a star fermi e a fare le facce
serie, ma 'na fatica, che difatti ogni tanto si sentivano gli sbruffi e
per tenersi poi si misero a piangere anche loro, rossi per lo
sforzo.
Noi, i buoni, io poi, angelo coatto, potemmo andare a visitare
l'Augustus, una nave con tutte le comodit, e anche qualcuna
in pi, dato che poi tutte quelle comodit l dalle nostre parti
non c'eran neanche in casa. Si guardava di qua e di l, quegli ottoni
lucidi, quelle gabine eleganti, quelle grandi sale, quei tappeti,
quei cristalli, quei fiori, che sembrava la lettera di quell'amica
di mia madre che fugg giovinetta di casa per andare a conoscer
la VITA a Milano e la famosa lettera cominciava: "Gente gente,
fiori fiori, luci luci: ecco la mia cara e tanto sognata Milano!"
Anche per noi era tutto un dirsi: "Hai visto? Che splendore, che
magnificenza, che fasto!" Di tal genere, se non tali appunto, erano
le nostre parole e poco diversi i nostri pensieri. Non facevamo
confronti per, non pensavamo ai nostri tasselli di castagno imbiancati
solo di tanti anni in tanti anni, e che acquistavano col
tempo, come la carta di giornale ad arte traforata che faceva da
centrino, quel bel colore dorato del fumo del camino; non paragonavamo
le nostre scale di sasso, e le nostre forame di ferro, e
l'acquaio di sasso senza acqua cornte, e le nostre stanze da letto
con l'uva appesa ai chiodi dei travi e le mele da inverno in un angolo,
non invidiavamo, perch la nostra era la realt, e quelle curiosa
anche se meravigliosa bizzarria, destinata a gente misteriosa
e strana, non certo della nostra razza, come non invidieresti uno
con due teste perch ne ha una pi di te. Tu sei la norma, quella
beffa di chiss quale natura vaga o essere di altro spazio e dimensione.
L'Augustus era come un filme, e i filmi si sa, sono
fantasie per sognare, come le storie d'amore di Bolero Filme o di
Grandotl che quelle patzze leggono alle lacrime ma nessuna
fugge per il mondo e quando si sposa lo fa con quello di Cadidano,
o di Tglia, o di Casabettini o di Cadmengiia e via andare.
Anzi, ce ne fossero!
E i reprobi? I reprobi andarono a casino, trombarono il trombabile, bevvero il
bevibile, affittarono un motoscafo col quale fecero lunghe e spericolate
evoluzioni attorno all'Augustus e tutti noi maschiotti ce li indicavamo a dito
e loro s, li invidiavamo, altro che la grande nave e le sue pompe, e si
ripresentarono al Torpedone per la partenza briachi come embrici, con le
camicie bianche tutte sporche di rossetto puttaniere, tanto perch
non ci fossero dubbi, e si misero rochi e avvinazzati e canterini
nell'ultimo sedile in fondo (che, come si sa, il sedil d'elezione
dei reprobi da gita). Don Quinto disse al microfono sentite parole,
e aggiunse: "C' del marcio, l in fondo" e in quella Danimarca
dell'ultimo sedile ci furono bisbigli e risa sommesse, mentre
patzze inmorosate non erano certo felici e madri in gramaglie
ebbero modo e tempo di piangere a loro bell'agio, prima che le
familiari curve dei monti pavanesi contro la notte accogliessero
tutti noi, ovviamente stanchi ma naturalmente felici per aver trascorso
una cos bella giornata. Anzi, due.
11.
Il gabinetto si pu chiamare in tanti modi; cesso per dirne
una, o latrina, come dice Nonnamablia, o 'scite, o anche logo
cmmodo, e questa non si capisce un gran ch, perch comodo
non proprio per niente. Per averlo in casa si ha in casa, mia come
di la da l'acqua che vanno nell'aldamaro o hanno una baracchina
un po' distante da casa che d'estate non c'entri, dalle mosche
e mosconi e tafani, e fosse il male di quelle, che non sai dove
poggiare i piedi, se ti fai coraggio e c'entri. Anche gli americani,
quando arrivarono, per prima cosa fecero quelle buche tutte
in fila, e le riempirono di calce, poi attorno ci misero delle tende,
ma diverse da quelle sotto alle quali dormivano, e ogni mattina
dopo il rancio del caff ci facevano la fila, davanti. Son buffi gli
americani, con tutta la roba che cinno, poi fanno i cessi come
quelli di l da l'acqua. Anche in Pvana, una volta, vidi gente andare
nell'aldamaro, nell'unica casa da contadini che c', che era
poi quella dei miei nonni; andavo in su (era domenica mattina e
andavo a messa) e vidi le due bimbette, le nipoti di quella Virgiggna
imponente e seria, e che mor quasi subito dopo la guerra,
che la facevano l, nella fostta di scolo, con le loro gambine
aperte e gli occhi grandi e un po' concentrati o vergognosi a
guardare chi passava, e ora son donne fatte, e imponenti come la
nonna, e non la farebbero pi l cos, neanche in mezzo a un
campo all'aperto. C'era anche Ziapppa Sarda, mia Zia mia, della
Mastra, che dicevano la facesse in piedi, in cortile, d'in fra quelle
sue sottanone marron e con quel suo fazzoletto in testa che si
tirava sul viso, quando d'estate si sedeva a dormichiare su una
sggiola sotto al cedro, di fronte a casa. La storia era affascinante,
e la verificammo un giorno, Piero-Blek e io, appena arrivati
su, e mentre la salutavamo sentimmo un argentino ruscellare,
proprio mentre si puliva le mani strusciandole su quel suo grembione
grigio, per stringercele, e poi quando si allontan per terra
c'era l'inequivocabile pozzetta, e ne gioimmo a lungo; solo che
quando lo andammo a raccontare in giro i vecchi ci canzonarono:
"O alora?! Non facevan tutte cos 'na volta? Sta vedere che
adessa portavan le mutande, d'estate! O chi ce le aveva, le mutande?!"
e la cosa non fu cos pi tanto interessante, soprattutto
dopo che Giordano-Natta la fece a scuola, nel cesso della scuola,
non nel bugo, ma nel finestrino che dava in strada dopo tre piani,
e mir bene, che prese lo stradino che passava l sotto, proprio
sotto la finestrina del Comune-Scuola-Ambulatorio, quell'edificio
giallo dove c'era scritto, in nero: "Noi sogniamo l'Italia
romana" e non si capiva bene, cosa volesse dire, perch di romani
ne venivan su un paio d'estate, e allora non c'eran tanto simpatici.
Sar per quello che ogni tanto la cancellavano, e la scritta,
testona, tornava a saltare fuori. Era una scritta del Duce, uomo
di grande bellezza, perch mia madre diceva ogni tanto, a me,
nel suo dialetto di fuori: "Ti pio bl dal Duce!" e anche uomo
incazoso, perch quando Ziomergo urlava con Ziarna per qualcosa
questa diceva, in risposta: "'N te stare a fare tanto al Duce!"
C'era ancora scritto, fuori dalla vecchia osteria della Bbi, e
su per tutta Pvana fino alla Chiesa: "W il Duce!", roba di quando
c'erano i fascisti, ma prima della guerra, perch dopo la guerra
fascisti non ce n'eran pi, e tutti eran democristiani o comunisti.
Noi il cesso si ha in casa, nella stessa stanza del forno, e c'
il vantaggio che d'inverno anche se il pane si fa una volta alla settimana
(al gioved) quel certo tepore viene trattenuto dai muri e
non c' il freddo che c' nelle altre camere, ma per il resto ci
vuole quel po' di coraggio, perch un buco di un metro per un
metro, e c' un muretto sollevato da terra con un ripiano di marmo,
e in mezzo al ripiano un buco tondo che mette in diretta comunicazione
attraverso ad uno spaventoso e imperscrutabile budello
col Pozzonero medesimo, che quando ci vai si fa sentire,
che l sotto, non passa inosservato, e c' questo odore d'ammoniaca
continua e peggio, quello di quando ogni tanto vuotano il
Pozzonero appunto, quell'odore che ti strangol quasi quella vol-
ta a Carpi (ma l era peggio) e lo vuotavano perch a Nonnoprandi
era caduta la dentiera dentro al buco e passarono un pomeriggio
a vuotarlo per cercarla, e tutto fu inutile perch non la
trovarono mai pi, e credo dovette ricomprarla nuova.
Anche se c' quel tepore che si diceva, il marmo, quando ti
siedi, ti gelerebbe il culo facendoti passare un po' tutte le voglie
che ti avrebbero spinto l dentro: ci sarebbe la braciadlla, che
non quel dolce che si mangia a S. Filomena, anche se la prima
volta il nome ti ha illuso sebbene non si capisse cosa la tenessero
nel cesso a fare, ma una cosa simile, di paglia, che si compra da
Tiribitta, e sta appesa al muro dietro, sopra al buco, e gi dura
prenderla in mano e tirarla gi per metterla attorno al buco, ma
anche sedercisi sopra, tutta pisciolosa com'! Perch non che
ne comprino una il giorno, o alla settimana, di braciadlle. Anche
su, nella casa di Pvana, ci sono i cessi col marmo e il buco,
ma sono pi belli, lunghi come dei corridoi col tasllo di legno
tutto imbiancato a calce, e in fondo il trono, col suo bel tappo di
marmo che finisce in una lunga maniglia di ottone arricciolato.
il cesso della casa di Pvana, dove d'estate vanno i vilegianti,
anch'esso in diretta comunicazione col Pozzonero, e forse anche
con qualche misteriosa e sotterranea grotta che sarebbe fascinoso
trovare ed esplorare, ma ci dev'essere davra, perch Piero
ed io abbiamo sperimentato che nei giorni di forte vento (di vento,
non di tramontana) c' una fresca corrente che sale intensa
dagli abissi e non d noia, anzi stimola e vellica. L'unica cosa
che quando si getta gi la carta igenica (perch loro cinno la
carta igenica, mia come al Mulino che adoperano la carta dei
giornali degli americani) bisogna essere sveltissimi a buttar gi
una broccata d'acqua e via svelti a tupare, senn-o la carta, spinta
dalla misteriosa corrente sotterranea, ti ritorna fuori e comincia
a svolazzare con grazia e leggiadria. Ma bello, e ci si pu
giocare anche per ore, e chiamare amici e parenti a vedere il fenomeno,
come quella volta che c'era Paolo-Bugo cugino di Piero,
e prima gli facemmo vedere il miracolo del volo poi ci allontanammo
e lo chiudemmo dentro perch c'erano due catenaccini,
uno dentro e uno fri, e sembrava da bscheri o un insulto a
un benevolo destino non approfittarne; lui cominci a piangere
che l'avevan chiuso al cesso, quel bschero, e arriv sua madre a
liberarlo e noi, a scanso di equivoci, chiudemmo dentro anche lei
e andammo al fiume e li tirarono fuori due ore dopo, e contenti
non erano, anche se avevano potuto studiare il fenomeno a loro
bell'agio, perch ci si pu divertire anche al cesso, volendo e sapendo.
Per questo il pi bello quello che ha Ziarna gi nella casa
dove sta Gigi e la Maria di Gigi e la Rosanna: quello ha le piastrelle,
e la vasca da bagno coi rubinetti per l'acqua calda e fredda,
e il lavandino coi rubinetti, e il vater col grande sciacquone
sopra e la catena di metallo che penzola e ternmina nella bianca
eburnea manopola. Si tira, quella manopola, ma solo perch
bello sentire il clac-clac che fa lass in alto, tanto non c' mia
l'acqua cornte, a Pvana non c', e anche l ci vuole il bidoncino
dell'acqua vicino al vater, e anche l ci sono i giornali degli americani
messi ben tagliati nel buco dove andrebbe il rotolo della carta
igenica. Ma bello stare l, con le tue braghe calate, seduto
ben bene e un giornalino in mano, e la Rosanna ne ha tanti, di
giornalini, anche se sono quasi tutte storie d'amore, ma non si
pu avere tutto, e l dentro ci staresti anche un pomeriggio. Anzi,
se sai che devi andare in gi, la tieni, e appena arrivato dici: "Devo
andare al gabinetto" e ti fai dare i giornali e ti metti li comodo
a leggere e sorti solo quando ti urlano: "Ci fai i baghi l dentro?
Sorti o no?" allora devi uscire, a malincuore per, col sentore
che le belle cose non possono sempre durare a lungo. Mia come
il cesso di Carpi dove ci vanno tutte le famiglie del piano, e
stai anche una settimana senza andarci.
Non che quello del Mulino sia meglio, ma almeno roba nostra.
Potendo, se l'inverno non stricca molto, perch il gelo per
lo pi che ti costringe a quelle brevi sedute, neanche andarci,
quasi. Ma se la neve copre tutto l datorno, giocoforza rinchiudersi
l, senza neanche leggere perch non c' luce, solo quella
che filtra dalla lampadina a goccia della stanzina del forno. Sai
t, leggere al cesso, s' mai visto, come leggere a letto, grili di
citt, acidnta a' ragazzi, e chi li campa!
Ma se d'estate, t vedrai che al cesso non c'entri. C' tutto il
fiume che ti attende, ricco di angoli quieti e ftondosi, freschi e
mormoranti, sotto a un cesto di vtiche, vicino alla sussurrante
acqua che scorre, dove l'erba pi folta, tra i farfanacci. Soluzioni
estrose non mancano: Giordano-Natta aveva visto quella pianta
di acquaiole in Centrale, e s'era tolto le scarpe e c'era andato
in vtta, e mangia pur gi, t. Ma le acquaiole son traditore, ch
muovono il corpo. Allora si cal le braghe e si mise a cavallo
d'un ramo a forcella, continuando a mangiare, che tanto diceva,
fa: "Fa pur quello che vuoi ora, vedrai che pi di tanto non mi
prceoccupo" e continuava a metter dentro da una parte e a buttar
fuori da quell'altra. Quando scese, contento e sano, s'accorse che
s'era dimenticato le scarpe di sotto, e le aveva riempite le aveva, e
dovette tornare in Pvana con due bachtti, uno per scarpa, e
buttarle dentro alla vasca della fontana. Ma un caso limite: nel
fiume c' tutta la pulizia e l'igiene possibile, e puoi anche appagare
quel desiderio istintivo e naturale di voltarti a guardare
quello che hai fatto, mia come quando scompare nella voragine
del Pozzonero e roba tua si mescola con chiss cosa e chiss chi,
l sotto. L no, ti volti e giudichi, e se tempo di ciliege conti i
bibbi, o le gussce di mela o quello che vuoi e ne trai giovamento.
Anche, sapresti riconoscere a volte, se non roba tua, lo stile di altri,
da tante che ne hai viste sparse per le vtiche del fiume, come
di roba firmata; perch non le copri, non le devi coprire, senn
corri di poi il rischio di biacarle, e non c' niente di peggio, specie
se hai le scarpe, perch se sei scalzo basta andare nel fiume e
le madonne la tiran via, ma con le scarpe?! O peggio, coi
calzini, che ti si infila d'in fra tutti i bughi e buggetti e devi lavare
per ore, senza neanche provare a portarle a casa, ch se no
non solo ti tocca lavare ma prendi anche del bschero. Come
quando ti tagli con quel cortelino che l'avevi tanto voluto e te l'avevan
detto: "Stai atnto." Cos quando torni ed effondi lacrime
ti dicono: "Giusto. Ma lo sai di cosa si nutre un cortelino? Di
cccia di bschero!" Cos ti tieni il bruciore e la schrnia.
Int al fiumme non c' tanto bisogno di carta, da giornale o
igenica che sia, anche se ora vedi cose del genere e mormori, fra
te e te: "Ma dove siamo arrivati?! La carta?! Int al fiumme!" C'
tante di quelle foglie, a volerne, e son pi fresche, e pi morbide,
e pi profumate, e pi pulite. Gi le vtiche andrebbero bene,
basta prenderne un rametto perch son piccole. Giordano-Natta
disse che le foglie di ciliegio van benissimo, ma non puoi mica
tutte le volte arrampicarti lass. Il meglio i farfanacci, che
fanno anche grandi come padelle, quando son belle grasse. E' che
il farfanaccio a volte s'impolvera, allora lo passi e ripassi un paio
di volte fra la cornte, e hai la tua bella foglia, larga e soffice,
pronta per te. Anche i sassi van bene, quelli lisci lisci, tondi, un
po' scaldati dal sole. Ma meglio di tutte sedersi a pelo di cornte
su due sassi che fan da scranina: ti metti l, coi tuoi piedi a bagno,
e se il pomeriggio afoso ti rinfreschi, e senti l'acqua che
borbotta e biasciotta chiss cosa. Tiri qualche sasetto,
che fa pluf poco lontano da te e in giro non c' proprio nessuno.
Alla fine non ti resta che chinarti un poco e lavarti. Altro che bagno,
altro che carta!
12.
Son buffe quelle vilegianti che si sdraiano sui sassi per fare la
cura del sole; o cosa cura il sole? Ma gi son feraresi e si sa. Certo
ci vuole costanza, tanta e no poca: vengon gi dalla mattina
presto, e si piazzano su quei sassi del Pozone e si mettono l a
pancia in su, e t picchia; poi dopo mezz'ora si rigirano, a culo
dritto, e si ungano di qua e di l che un piacere a vederle, che
di quei butiglini gliene va uno al giorno, e con quei cappelli di
paglia in testa e la ciccia che esce da tutte le parti di quei costumi
da bagno dove la ciccia deve uscire, un po' sopra le tette, un po'
gi di sotta al culo, e fra mezzo le cosce, che fanno la piegolina
quasi ad accompagnare il Grande Sbruffo in fuori della susina,
che sembra che ce n'abbian due. Mia che sia brutto da vedere, ce
ne fosse. Allora hanno il giornale, Bolero, o Grandotl, o (le pi
colte) il Giono Mondadori. Ma mia lo leggono, lo sfoglicchiano,
qua e l, con gli occhiali da sole che gli fan bicincola sul naso, e
a t ti guardano da sotta in su, come di noioso moscone l per caso
capitato; ma non per sprgio, che le feraresi son simpatiche e
alla mano, e ci stanno allo schrzo, ma perch cos l'atteggiamento
normale di chi fa la cura del sole. Anche le toscane, se
per questo, la fanno ma quelle meno aristocratiche, perch quelle
un po' un po' al fiume non le vedi mai, solo verso sera passeggiano
e vanno al bar a prendere il gelato o la bibita, oppure si vestono
con le braghe e gli scarponcini, le ciglia scomparse e segnate
da un rigo di matita, e vanno a fare le passeggiate. Quelle toscane
l son sofistiche, e quando hanno le braghe sembra che il culo
l'abbian venduto (le feraresi, quando si metton le braghe, perch
ce l'hanno anche loro, e quando se le mettono non devon rimpiangere
neanche un centimetro di braga comprata, che le riempion
tutte verodo), quelle toscane che si diceva non le senti
neanche tirare delle madonne. Per dire, perch c' delle toscane
che quando chiamano Nini o Pipi a casa che si mangia ti fan anche
paura, nere e pelose, dal gran che urlano. E' che le ferraresi
fanno meno svrnie a cambiarsi: arrivano che hanno il prendisole
e via che se lo tiran gi e rimangono in costume da bagno, e se
fanno il bagno, un asciugamano atorno e via, se lo cambiano. Le
toscane?! E ci guardano, e ci sentono, vanno a rimpiatarsi dappertutto
fra quelle vtiche, fanno dei chilometri, per paura di essere
viste, che tanto prima o poi vedrai che da qualcuno ti fai vedere,
bscara, come quella volta che Zionerco si rimpiat per vedere
quella toscana. Dicevano che ciavva un cos bel culo! Lei si
rimpiat, ma lui s'era rimpiatato da prima, cos, per poter poi dire
che quel culo tanto bello non era, cos come dicevano. O come
la Vanina, che ragazzi non la si toccava con un dito, e quella
volta emerse rorida dal Poztto delle Scalette, non ancora purificato
a dovere da latte e vetri, per dire che era presto con la stagione,
e una spalluccia del costume le scivol e se ne rimase l un
tempo indescrivibile (forse anche un intero minuto) con quella
sua bella poppa per di fuori, da sedicenne gi matura, gi donna,
che solo le convenienze dolorose d'allora non volevano pronta e
colta. Era tonda e grossa e piena, la tetta della Vanina, ma i suoi
sedici anni la facevano star su per aria come un pollone di castagno,
bianca dorata come la panna con qualche azzurro di vena,
con tutte le goccioline che piano scendevano e facevano come un
saltolino quando arrivavano alla puntina del capezzolo (dritto e
duro, ma piccolo e rosa, nonostante la mole del resto) e io rimasi
l rincoglionito a guardare e un'angustia dura mi prese alla bocca
dello stomaco e mi si secc la saliva in bocca e sentii un'ondata
di ormoni o di quello che era passarmi da tutte le parti come
quando aggiusti una presa e lasci i diti in un filo scoperto; lei poi
se ne accorse, disse la mamma e divent rossa come quando uno
di noi maschiotti le diceva una battuta un po' pesa, e guard da
un'altra parte con quei suoi bellissimi occhi da sedicenne un po'
strabica. Io, coglione, non ebbi il coraggio di dirle che avevo intravisto
quella meraviglia che altro che l'immortale mole delle piramidi.
Dissi qualcosa come: "Hai visto che pasata 'na balerina?"
o altra insignificanza del genere, mentre mi sarei voluto al-
zare, per danzare e urlare, al fiume all'acqua alle vtiche e soprattutto
a lei: "T'ho visto una tetta, t'ho visto una tetta! Vista una,
gi che ci siamo fammi m vedere anche quell'altra, senza star l
a bacciare! O star l a bacciare a fare? Tirale fuori tutte e due e
non se ne parli pi!" Il Cantico dei Cantici non l'avevo mia ancora
letto, ma lo spirito, l'essenza, era quello l. E invece quelle tette
non ebbi l'agio di pi rivederle, n quel giorno n mai, e ora
chiss dove sono e come sono, con solo l'ombra, il ricordo pallido
della loro vera e mai pi vera bellezza di quel giorno di prima
estate, verso mezod. E come si sa, a mezod a s'manghia.
Le donne non si abbronzano, e neanche le patzze; solo pi
tardi, nel tempo, qualcuna andr al fiume. Noi maschi s, naturalmente;
certo l'abbronzatura pi desiderata da noi ragazzi non
quella delle feraresi, ma quella dei pi grandi, che lavorano,
fanno per esempio i muratori, e hanno quelle belle abbronzature,
mica tutte uniformi, ma col segno della canottiera disegnata sulla
pelle, che se si sgnudano li vedi nerri dapertutto, sugli avambracci,
in faccia, sul collo, ma fino a un certo punto, perch di
sotto son bianchi come il latte; o quelli di l da l'acqua, con l'abbronzatura
ancora pi ridotta perch fanno i contadini e anche
d'estate portano la maglia di lana di pecora, la stessa dell'inverno,
quella che ti ci vuole tre giorni di pianti e di rosa per domarla,
e se dio vuole ti dura un mesetto buono, adosso. D'estate tu
hai la canottiera di cotone ma quelli di l da l'acqua no, e ti dicono
che tanto quello che tiene il freddo tiene anche il caldo, che
pi salute, e li vedi arrivare al sabato verso sera che rimangono
in mutande (quelle a mezza gamba, aperte davanti sul fischio) e
ammiri l'incredibile biancore di tutto il corpo che contrasta col
nero del viso e degli avambracci. Si insaponano, per bene, fischiano
( sabato, 'cidenta a qualcosa) si buttano niell'acqua per
risciacquarsi e via a casa. Una sudatina la faranno ancora prima
d'arrivare al Piandalcro, o al Pogiolino, ma piccola, perch tanto
gi sera e sta rinfrescando. Poi si mangia, poi via con la camicia
bianca, a ballare, e l vedrai che a sudare torni fra valzer
macinati e bussolotti di vino, ma di quell'incredibile e piacevole
frescore che ti d il fiume te ne ricorderai per tutta la settimana a
venire.
Allora per abbronzarsi si aspetta un'occasione qualunque,
quando per esempio c' da mietere. Ti metti l a manggia, con la
tua bella canottiera, e lascia pure che ti urlino: "Copriti che picchia!"
S, lascia pur t che picchi, non son qui aposta?
La sera poi lo sai che hai le spalle di fuoco e urli di dolore.
Sai anche che, benefico, scender sulle tue spalle un linimento all'uopo
approntato fatto d'olio d'oliva sbattuto nell'acqua, e mani
amorose e sollecite te lo apporranno, e questo lenir un po' il tuo
dolore, anche se solo un poco, perch il non dormire per quella
notte quasi scontato, tassa che paghi all'estate.
Andrebbe bene anche l'Ossido di Zingo, che naturale rimedio
per quasi tutti gli accidenti che in un'intera estate possono
occorrere. Il Miracoloso Ossido di Zingo viene contenuto in una
piccola scatola rotonda di metallo, di mille colori fra cui dominano
il bl, l'argento e l'oro, e va conservato riposto in fondo al
cassetto del comodino di Nonnamablia. Reca sopra impressa
una grande e minacciosa serpe, non si sa bene se vippara o botara,
e questa serpe indiscutibile garanzia della sua efficacia. Lo si
usa in cento occasioni, eritemi solari, appunto, o semplici bruciature
da bschero, vesciche causate da improprio maneggio di
utensile, distorsioni, scappucciamenti di alluci contro sassi, slogature,
granchi, martellate nei diti, punture di alati insetti quali
api o le pi tremende vrspe (anche se, per queste ultime disgrazie,
basterebbe il freddo acciaro della lama di un coltello ben
premuto sul pinzo), sassate che altro malintenzionato ti ha per
caso tirato (giurer per caso, ma t hai gi pronto da qualche
parte il sasso vendicatore da ritirargli dietro!); tutto insomma.
Alt, prociscion, quasi tutto. Perch anche il Magico Ossido deve
dividersi con altra panacea il campo degli specifici medici. Quando
infatti si passa al ramo gastro-intestinale, , o proprio ci
vuole altro, ed entra in campo la Magnesia S. Pellegrino, che non
si sa bene se parente di quell'altra, quella Bisurata, che c' sempre
l'areclame sulla Domenica del Coriere, o se di essa prima la
seconda sia mero nome d'arte o snomaiio.
Questa non unguento, ma polverina bianca contenuta anch'essa
in una scatola di metallo rettangolare che termina a punta
da entrambi i lati, ottima, una volta consumata la pozione, per
farci una barchina o una macchina, e quasi vale la pena. La scatola
di colore marroncino e reca impressa, su bianco, l'immagine
del Santo, appoggiato al pio bordone ed immerso in salutiferi
pensieri. E' pericoloso accusare un falso mal di pancia atto ad evitare
qualcosa perch scatta implacabile la regola della Magnesia.
Non subito: prima c' la cura leggera della scranna. Tu ti sdrai a
pancia in gi sulla scranna, con l'epa ben premuta sull'intrecciatura.
Questo rimedio praticamente infallibile per le cose legge-
re, veniali. Se per non passa, allora la cosa pi seria: ti si guarda,
palpa, ausculta, e, immediatamente il consesso medico stabilisce
con gravit che in qualcosa, da qualche parte, in qualche
modo, sei stato scondiziato, e sai che la mattina dopo, a digiuno,
dovrai sorbirti un'intera tazza in cui la Magnesia Semplice (o la
Misteriosa Bisurata? misurata due volte?) stata disciolta. Bisogna
andare in gi, nel pomeriggio, andare in Farmacia, ascoltare
le facezie del farmacista, e attendere, la mattina dopo appena lvvo,
che si compia il Rito, novella immersione nelle acque lustrali.
E per un'estate sei a posto, a meno che tu non cada, verso la fine
di essa, nell'orrenda trappola delle sorbole ancora mezze verdi,
tragedia spropositata che lega le viscere per settimane intere e ti
torci dal dolore e a nulla pu nemmeno la Grande Magia della
Bisurata, e non ti sorte fuora niente, neanche con un cavcchio, o
almeno, con quello forse s, ma son dolori! C' da dire, che nella
trappola delle sorbole, quando uno c' cascato una volta nella vita
non ci casca pi, mia come prender moglie.
Altri mali non se ne conoscono. O meglio, a dire il vero, in
fondo al casseno del grande tavolo dell'androne, quello dove c'
anche quell'apise reclame Ferrania e che sarebbe cos bello possedere
(quello lungo almeno dieci centimetri e grosso due, e di
un bellissimo giallo, col culo nero), ma l'adopera Ziorco per farci
i conti, l c' anche un libretto misterioso, che ogni tanto viene
sfogliato e studiato con interesse, quando il Corierino gi stato
letto sei volte, e tutto finito e da leggere non c' proprio altro,
ed hai perfino riletio l'Allegro Campagnolo "Sussidiario di lettura
per la 3a Classe delle Scuole rurali", e che doveva essere di tuo
Nonno o di tuo Zio, che ha disegnato una pippa in bocca a tutte
le figurine. Quel libro dove i campagnoli son cos allegri appunto
(e dici, ma in Pvana vorr dire che non si in campagna, guarda
cosa ci costa esser di montaggna) e i bimbi si chiamano Geppino
e gli mini il Sor Bastiano (ma questo fa il fattore) e c' quel vecchio
contadino che si chiama il Buti e sa le Lune e i Proverbi.
Quest'ultima possibilit di lettura che si diceva il catalogo dei
Medicinali del Parroco Neumann. Lo si gi sfogliato mille altre
volte, ma come tutte le cose di sostanza, ogni volta ci si scopre
qualcosa di nuovo e si capisce che tutte le altre volte si era stati
superficiali, che non si era arrivati al dunque della cosa, pur con
un vago sentore che alla Verit Vera di quel Libro probabilmente
non ci si arriver mai.
E' il Parroco Neumann un vecchio sorridente e saggio, con
occhiali a cerchio, calvo se si toglie una striscia di capelli bianchi
che gli fanno da corona e scendono a scopetta ai lati delle orecchie.
Assomiglia un po' a certi vecchi contadini (con la pippa in
bocca e il fumo che ne esce in larghe volute) di qualche pagina
dell'Allegro Campagnolo, al fratello del Buti, ma quello che ha
un po' studiaio in seminario, razza che evidentemente in Pvana
non fa, come le pesche spicche. Non s'arvisa neanche a Don
Quinto!
L'introduzione , come tutte le introduzioni, vaga e poco interessante;
sarebbe da saltare. Ti spiega come e in qual modo il
parroco Neumann s' sempre interessato di erbe, le ha studiate,
ha studiato tutti i mali in circolazione, e ha trovato il sistema per
curarli.
Mia con l'Ossido-Pomata o la Magnesia-Polverina! S! Ti
fa tavolette, pasticche, cilindrini, gomme, caramelle, cialde, fiale,
capsule, sali, ovuli, tisane, granuli, teriache, infusi, fumenti, lozioni,
emmenagoghi, colagoghi, digestivi, diuretici, balsamici,
empiastri, vasocostrittori, dilatatori, erubescnti, farinate, pappe,
emollienti, senapismi, cardiotonici, aperitivi, e poi basta, ma mia
perch son finiti, perch mi son stancato. E non che uno ha
una malattia e prende le tavolette, e uno un'altra e prende le pasticche.
Nno! Per ogni malattia uno pu scegliere, e fa la collezione
(e dev'esser bello davra avercela tutta, con tutte le scatoline
e i cilindretti e i butiglini) e un giorno ne prende una e un
giorno, se gli va, un'altra. E tutto, del parroco Neumann. Se
uno ha (Dio non voglia) l'Itterizia Gialla e Morbosa o l'Artrosi
Ingargagnata delle Membra o il Gran Mal Caduco o quello che
che uno vuole avere, pu sussumere le pasticche alla borragine
del parroco Neumann, o le tavolette alla melissa del parroco
Neumann, o fare un decotto alla salvia e silvestrella del parroco
Neumann; e pare che faccia bno. O di che chiesa Priore, il
parroco Neumann, che ha tutto quel tempo di fare tutta quella
roba? Ci sarebbe anche un disegno, di una fabbrica con ciminiere
fumanti, ed l che il Parroco Neumann fa tutto, come se fosse
la Bayern di Monaco.
Noi di malattie non se n'ha tante, oltre a quelle gi dette. Ci
sono i dolori, ma roba da vecchi, naturale come i capelli bianchi O
i denti che cascano. Ci sono i baghi, ma roba da bambini,
manda gi dell'aglio e vedrai che passano. C' l'Ernia, che un
male da mina che ha Zionerco, ma non un gran che e si cura
Senza Operazione. O almeno, nella Citt della Motta, puoi vede-
re ogni tanto al muro grandi manifesti che lo asseriscono, nero su
bianco, o anche piccoli manifestini che si raccolgono per la strada
e non danno la stessa soddisfazione di quelli elettorali con le
figure ma sono belli lo stesso, nero su rosso E poi, l'Ernia senza
operazione, un cinto da portare, e Zionerco ce l'ha gi, anzi, ne
ha due o tre, e sembrano la fondina di una pistola da caubi, con
cinghie e cinghiette, e si anche provato una volta ad indossarla
ma complicato, e le pistole non si portano sulla pancia no davra.
C' poi, oltre a queste, anche il cnchero, ma quello ti prende
e ti spacca come il fulmine se prende un castaggno, e non c'
niente da fare.
C', a volte, il Misterioso Sangue ne l'Occhio. Non si sa da
dove venga o per quali misteriose ragions; uno s'alza alla mattina
e si trova col Sangue ne l'Occhio. L non c' medicina umana o
Parroco Neumann che tenga, bisogna ricorrere a cure pi decise,
al Soprannaturale.
Nonnamablia lo sa, come si segna il Sangue ne l'Occhio.
Glielo ha insegnato sua nonna, Nonnaliora, razza locale dei Pieracini
del Pogioli, rinparentata coi Nativi venuti di Maremma, e
un giorno lo insegner anche a m, purtroppo quando sar gi
abbastanza bschero da non crederci pi. Per il Sangue che arrossa
tutto e fa sembrare assassino o malnato malintenzionato si
deve andare sopra a de l'acqua che scorre (e va bene la gora) su
quel ponticino che c', perch il ponte magico, come lei stessa
racconta in quella sua favola che dice:
"Mamma fece pizza amaz Berta
e io che non ero n in cielo n in terra
vidi un morto portar tre vivi"
e ti spiega, per la millesima volta, che la grande astuzia dell'Eroe
nel strolgare l'indovinello irrisolvibile a quella scherniosa della
principessa sta proprio l: n in cielo n in terra, che sarebbe appunto
su un ponte, che partecipa di questa sospesa essenza ipe-
ruranica. Certo che se pensi al Pontaccio, che mezzo di legno
perch quella met l la tronc la piena del '37, fai un po' fatica a
pensare di non essere "n in cielo n in terra". L pi che altro
sei sul Pontaccio, che avr una sua quarta speciale collocazione,
e dal quale pare difficile poter scorgere un giorno il cadavere della
povera mula-cavia Berta, scuoiata e galleggiante a filo d'acqua,
che trasporta verso i Due Fiumi tre corvi che la divorano.
Ma il ponticino della gora dev'essere magico 'd suo quanto
basta; allora si va l col paziente con l'Occhio Infuocato, irradiato
di sangue malefico, con tre rametti di Rinsnguine in mano
(potere dei simpatici) e l d'atorno ce n', di Rinsnguine, hai voglia.
Ci si segna e si segna con l'Anello Benedetto, dopo di che si
mormora, a mezza voce:
"Sanguine, Rinsnguine,
Sangue Germano e Acqua Corria
il Sangue di quest'Occhio lo porti via!"
per tre volte. Ogni volta per, in mezzo, dvi dire tre Pater, tre
Ave e tre Gloria; richiede il suo tempo, ma al terzo giorno (perch
ci vuol tre giorni) il sangue nell'occhio scomparso e la cornea
tornata a biancheggiare pura come quella di un bimbo (un
bimbo senza il Sangue ne l'Occhio, ovvio).
Si segnano anche le scottature; prima meglio ricorrere alle
cure normali, neanche a dirlo, ma per dare quella spinta in pi,
quell'aiuto ad una guarigione pi rapida, si mormora:
"Ges Banbi fu nato
fu cresciuto e ben lavato
da sua mamma con tanta cura
carne cotta ritorna cruda"
e anche l preghiere e Segni di Croce, che non so. Come non so
quelle per il Fuoco di San Tantnio, male che atterrisce solo a
sentirlo nominare, e non si sa bene in che consista, ma a volte
prende, e lo si dice scuotendo il capo e commentando: "O povretta/o!"
(a seconda dei casi). Questo Santo non dev'essere
quello del porcello, che si chiama Antonio lui, e non va in giro a
dare dei fuochi in qua e in l senza ragione apparente (ma se ci
fosse? perch saa, 'sti Santi le cose a caso non dovrebbero farle.
A meno che non sian diventati vecchi, come quando groggna e
magari ti picchia tutto il grano e Zionerco dice: "Ma t! Lu' las
l'ha da ssr dvint vecchio!"). Quello del porcello benefico, e
difatti ce n' l'immagine su tutte le stalle, come davanti, sull'uscio
di casa, c' la Madonna di S. Luca. Il Santo spregioso d 'sto
fuoco, che non brucia ma... "Come un pinzo?" "E, quasi, ma
come tanti pinzi assieme, che non si dorme n di giorno n di
notte." Maremma cane, allora ecco perch l cosa pi delicata,
e si fa in Sala (quella dove a volte si mangia per Santa Filomena,
(ora pro nobis), facendo sdraiare il paziente su quell'otomana di
legno e velluto che fa bella mostra di s di fronte al caminetto
che non fu mai usato, con sopra il ritratto di Ziapppa sconosciuta
morta di parto, di fianco alla vetrina coi bichieri bni e
tutte le foto dei parenti non al Mulino attaccate dentro sui vetri,
in modo che si vedano. L'otomana su cui sdraiarono anche Nonnopitro
morto, per farlo salutare da tutti quelli che erano venuti,
prima che lo mettessero nella cassa e se lo caricassero in spalla
per portarlo, a piedi, su fino al Camposanto.
Ma tornando alle spalle, dopo un po' di giorni, per natura o
beneficio di cure, non ti bruciano pi; come i piedi, perch,
quando arrivi, ti tiri subito via le scarpe e cominci ad andare
avanti e indietro scalzo, che si camina meglio, e i primi giorni
un po' dura, soprattutto se vai per il campo dove han segato l'erba
o il grano e ci son rimasti tutti gli sfunzigoni che ti bucano.
Dopo mesi di scarpe cittadine, ci vuole quella settimana ad abituarsi,
ma dopo vai che un piacere anche se alla sera c' la noia
di sedersi sulla murlla del botccio per lavarti i piedi. O non me
li ero gi lavati ieri? Ma ci si tiene all'igiene, prima d'infilarsi i
sandolini nuovi per la sera, anche se per caso devi andare in gi,
a veglia, o al cinema di Gigi.
Cos le spalle; il sole puoi prenderlo quanto vuoi, dopo. Anzi,
proprio in vtta si cominciano a formare delle bollicine sottopelle,
delle sfialoppine che si gonfiano e la pelle viene via, sottile,
trasparente, e non c' cosa pi bella che piano piano, con grande
cura, cercare di staccarsela a lembi i pi larghi possibile, e guardarla
contro luce, e studiare fuori di te quella parte di te morta,
con te che vivi e prilli ancora. Come quando ti tagli le unghie e
pensi: "Se le tenessi, tutte 'ste unghie tagliate, chiss che montagna
ne farei, dopo degli anni?" O anche i capelli; o i sandolini
vecchi, che ogni estate quando arrivi non vanno pi bene, ci vuole
un numero in pi, e si va a Portta a comprare i sandolini, e
riesci sempre a farti comprare anche una scatola di colori e un libro
della Biblioteca dei Miei Ragazzi Salani, che nel risvolto di
copertina ha l'elenco di tutti quei titoli che hai e non hai, e se
Sussi e Biribissi l'hai letto e riletto, come sar Giorgio Picchia
calciatore? E come sar la gioia di possederli tutti, o avere tutti i
fascicoli dei Tre Boy-scout, dimenticati in Pvana da qualche vilegiante
e raccolti da tuo padre, ma ne mancano, dal n. 5 per dirla
si passa al 12, colpo violentissimo perch magari li avevi lasciati
in Africa con un rinoceronte e te li ritrovi in Sud America con
un toro infuriato. Cosa avranno fatto, l in mezzo? E li leggi lo
stesso, ma hai la sensazione angosciante che non saprai mai come
andr a finire e che fine faranno, i tre coraggiosi partiti in volo
con l'apparecchio (AREOC) costruito dal babbo ingegnere di
uno di loro, che poi ha quel tragico incidente.
Pensoso ti speli le spalle, il grano gi tagliato e gi messo
sotto la tettoia della cavanna. E' proprio cominciata l'estate, lo
senti, anche se per farla iniziare ufficialmente devi attendere S.
Giovanni per fare il primo bagno, e l'arrivo dell'altra Macchina
che Macchina, oltre a quelle del Cinema e ai cammi: la Macchina
da battere, la Batidora.
13.
Nonna Amablia grintosa e dolce, fragilmente robusta, ma
forse solo in apparenza, il fragile, coi capelli corti sempre dentro
ad una reticella (viene da chiedersi: "ma dove se li tagliavano, i
capelli, queste donne? E come, quando, se li lavavano, se mai li
lavavano?"); piccola, di statura, come pu aver prodotto le alte
persone che seguiranno? Mi piaceva, ormai grande, sentirla par-
lare con mio padre, in dialetto. Quando s'incontravano, ed erano
stati metti mesi senza vedersi, il saluto era sempre breve, essen-
ziale. "Mamma" diceva mio padre, e lei rispondeva: "O" e lui
"Come state?" perch usava il voi, con sua madre; e lei: "E t?" e
per il momento si erano detti tutto. E le facce col passar del tem-
po tendono sempre pi ad assomigliare alle facce, e i gesti ai ge-
sti, come se la catena non si volesse spezzare, e ad ogni persona
che va, pronti, ce ne fosse un'altra li per ricominciare, una non
voluta ma necessaria staffetta. Con me non parlava dialetto, solo
un bell'italiano pulito e prezioso, pieno di toscanismi e di arcai-
smi; anche se ha fatto solo la terza elementare ce l'ha dentro d'i-
stinto e di cultura. E' di madre Pieraccini, gente del Pian del Cr-
ro e del Poggiolino, trovati in un catasto bolognese del '6 o del
'700, perch di l dall'acqua, in buona parte gi bolognese, sud-
diti pontifici. C' una nonna Fiora Pieraccini, da cui ha imparato
forse a fare il formaggio, a segnare certe malattie, a conoscere le
erbe, a cantate, se dice, quando canta con voce tutta di testa:
"Dove andate madre Maria
sola sola per questa via?
Vo cercando del mio figliolo
tre giorni ch'io non lo trovo.
E' lass, lass in quel monte
con le mani legate e agiunte..."
"Questa la cantava nonna Fiora, un'orazione."
Nonna Fiora era la moglie di Massimiliano Nativi? I Nativi
sono razza maremmana; raccontava una storia curiosa, di loro.
Due fratelli del grossetano, padroni di grandi estensioni di terra
e cavalli. Rimasti orfani giovanissimi, con un tutore che li derub
di tutto. Ma avevano ancora terra in Pvana (e come facevano,
da l a l? comunque, la raccontava cos, e non c' motivo di dubitarne);
allora qualcuno (e chi? il tutore stesso? e quando?
'700? '800?) li caric su un somarino (non un somaro, diceva
sempre "somarino") dentro due corbelli, uno di qua, uno di l
dal somaro. I due, s'immagina piccoli, sbarcarono in Pvana e
crebbero, e si sposarono. E uno ebbe 15 figli, e quell'altro 12, e
ancora adesso quando uno trova da quistionare con un Nativi dice:
"Acidnta a cal corbello!" Ma non chiesi mai se Massimiliano,
con baffi e pizzetto, che leggeva sempre il giornale (in Pvana?
allora? ma vieni a sapere che zio Enrico leggeva l'Asino, e
vedi, in quella foto del Cantone Clarus, il fiero Sabatino lacometti
brandire a due mani l'Avvenire Anarchico) e si interessava
di politica, era figlio o nipote o bisnipote o cosa dei due ignoti
Nativi venuti di Maremma. Certo che di Nativi in Pvana ce
n': Giordano Nativi, e Nino-Gocchia, e le mamme di Franco e
di Marcello, e Don-don matto e cento altri, e tutta la terra di l
da l'acqua, quando avere terra aveva un senso, sotto al Poggiolino
e al Bughe e fino alla Canova tutta Nativi, frammentata di
eredit in eredit in tanti piccoli fazzoletti a vite e alberi da frutta
(perch tutta prda a solo che ci fanno anche i pesghini) spagna
e altro, e in quelle piantatine ci vanno ogni giorno le formiche
di Pvana con un attrezzo sulle spalle o il bardotto del botino
o il balzo con la carica o il paniere pieno di cose, e passano e
ripassano in giornata davanti al Mulino e si fermano a riposarsi e
a scambiare chiacchere, su la murlla davant'a ca'. E ora tutto
morto, deserto, le viti sono inselvatichite e i pesghini spariti, tanto
quelle pesche minute e saporose non piacerebbero pi, a noi
cos golosi di frutta esotica, e i muretti di sostegno sono crollati,
le mulattiere piene d'erba che non ci passi pi, rggno di strzghi
e vizadri, e il silenzio discute col silenzio e le casette non restaurate
come seconda casa sbuzzano e crollano, inverno dopo inverno,
stagione dopo stagione.
Nonna Amablia nata a casa di Cccia, "Perch dei briganti
rubarono degli agnelli e andarono a mangiarli l, ma non li mangiarono
tutti. Cos dopo pass della gente, e trov tutta quella
cccia, e da alora la casa l'hanno chiamata cos." Le storie di nonna
hanno sempre della leggenda, della favola. Pavanese, sembrava
venisse di lontano, da un mondo diverso, e invece da casa sua
al Mulino aveva fatto trecento metri in linea d'aria, anche se per
arrivarci bisogna traversare il Pontaccio, e poi prendere la serretta
che va verso il Piandalcro, col primo pezzo di mulattiera trasformato
in sentierino perch rovin, con la piena del '37, e poi
salire e salire, tornante dopo tornante, e l c' quel melo selvatico,
pi in l le lbatre che il nonno di Casari port d'in Corsica,
l fa il finocchio selvatico, l c' il cornilo, l sotto fanno i prugnoli,
dopo le ultime nevicate e i primi solicelli di marzo, in mezzo
ai cucamegli apena sbociati, e sotto i giagili che si sono trasformati
in flora spontanea, ora, e finalmente si arriva in cima e
c' tutta Pvana di fronte, e vedi in alto il Monte di Pvana con
le Casette e Casa Bettini e Pratopianio, che da Pvana indovini,
perch non le vedi, e lontano a mezzogiorno (e a mezod a
s'manghia) la Chiesa di Sambuca e il pezzo della Torre di Selvaggia
dei Vergiolsi di Pistia, amante di quel Guittoncino glossatore
a Bologna e poeta del dolcestile, e poi le crine dei monti
che di colore in colore sfumano verso la Collina, il passo, verso
l'altra vallata dove son toscani bni. E a ovest vedi l'Alpe di Granaglione,
con la stradina che va da Lstrola a Granaglione e a
Calvigi, e sotto i due fiumi con Limentra e Reno che s'incontrano
e la piana che si apre e corre verso Porretta e la lontana Bologna.
Ca' 'd Cccia, che vedi l sopra al Mulino a finestre sventrate e
disabitata; Piero ed io ci andammo a frugare un giorno, cercavo
libri di Massimiliano: "Ma chiss dove sono. Ce n'erano con tutte
le storie, e i Reali di Francia, e uno che spiegava tutte le stelle,
e pagherei non so cosa per averli, ma chiss dove saranno finiti."
La religione dei libri, di trovare libri come tesori di smeraldi in
America Latina. C'erano solo mobili squartati e tasselli pericolanti,
e un vecchio armadio con un cassetto pencolante dentro il
quale trovammo una nidiata di topi, disgustosamente rosa, che
buttammo nel pozzo, tanto nei pozzi abbandonati non ci beve
nessuno. Ca' 'd Cccia, che cos vuota offriva a me e alla mia prima
morosa e ai nostri primi scoprire e scoprirsi rifugio di fieno e
di polvere, di coraggio e desideri prime noie e saturazioni.
Un viaggio, quei trecento metri; ci fu un pelligrinaggio a Boc-
cadirio, a piedi, e un viaggio di nozze a Bologna, con mio nonno
Pietro. Andarono a vedere l'operetta, la canticchiava lui, la ricordava
lei, ogni tanto:
"Salom,
una rondine non fa primavera..."
e immagino i due montanari inlubbionati, meravigliati. Dove l'albergo
o la pensione, dove la locanda e la trattoria per mangiare?
Saperlo, e farci un giro per vedere le loro ombre, i loro fantasmi
dei vent'anni, io che li ho sempre visti vecchi. Ma oltre all'operetta
cantava, aveva un repertorio di non so quante canzoni, "Tre
marinari che van per acqua", "La pastora e il lupo", "La pesca
dell'anello", o cose di cantastorie:
"Sei bella in nel Tempio
di bruno vestita
coperta la fronte di un pudico vel
di dolci peccati
sei forse pentita
mi sembri una santa discesa dal ciel"
Diceva: "L'ho sentita dalla banda dei Carabinieri quando
vennero a sonare in Pvana. Io stavo ancora a Casa di Cccia; alla
sera mi mettevo alla finestra e li sentivo sonare, sembravano sotto
casa", ma si doveva confondere, e le parole? E quell'altra ancora:
"L'ira feroce e ignobile
tanto fra noi pot
una vil mano anarchica
ha spnto il nostro R..."
e i ricercatori della musica rivoluzionaria-proletaria sempre?
Gente di citt.
Oppure:
Vogliamo, schiacciar sotto i piedi, l'odiata, austriaca catena, morte, gli
Asburgo e i Lorena, noi vogliamo la libert...
Favole ne conosceva due, che non mi stancavo di sentir raccontare,
d'inverno, al Mulino. La pi bella era quella di Berto,
che parte da casa per rispondere al bando della Principessa e
portare un indovinello irrisolvibile. La favola della madre che
cerca di avvelenarlo, perch: "Preferisco che mio figlio muoia di
mano mia, piuttosto che col boia della Principessa." La favola
della pizza avvelenata, della mula che muore, della lepre presa
per le orecchie mentre cerca foglie per pulirsi, e la lepre era
preggna. La spar, e ci trov dentro tre leprottini. "Ho trovato
anche da mangiare", disse, ma non sapeva come fare il fco. Allora
prese delle pagine di un libro che portava con s, e fece il fco
e li arrost, e mentre mangiava gli vnse in mente il secondo
indovinello: Ho mangiato carne creata e non nata cotta con fuoco di parole.
Berto ha vinto, sta nel giardino della Principessa ad aspettare
la guazza per diventare pi bianco, perch troppo nero, cotto
dal sole (e gli abbronzisti? pri bscari!); cos dice lei, la superbiosa
principessa (razza di vilegianti?) ma sa che arriver l'Uomo
Selvatico, spera che lo uccida, quel villano che si permette di
proporre indovinelli inattesi. Ma lui, Berto, si fa dare un violino,
"per passarmi il tempo", e quando l'Uomo Selvatico arriva rimane
affascinato, da quel suono da Orfeo contadino, anzi, montanaro,
che nonna Amablia riproduce, col canto. "E gli dice: cos'?
E' un violino. Dammelo. Non posso dartelo, ma se m'aiuti te
ne faccio uno. C'era l vicino un tronco e gli dette un colpo d'accetta
e lo spacc in mezzo. Disse all'Uomo Selvatico: aiutami ad
aprirlo, metti le mani nella fessura che lo apriamo del tutto. E
quando l'Uomo Selvatico mise le mani nel tronco lui tir via l'accetta
e l'Uomo Selvatico rimase rinprigionato."
L'altra favola non la ricordavo io e non la ricordava nemmeno
lei, pi avanti nel tempo. Com'era la storia di quel Principe, e
del Ponte di Vetro, e dei vetri che gli rimangono conficcati (polpacci?
muscoli lunghi?), e della buona Maga che fa quel fuoco
per toglierli (o lei che si mutila, per salvare lui?); si persa,
quella storia, come tante immagini d'allora solo superficialmente
sfiorate. Rimangono frammenti curiosi, il suo dire, dopo mangiato:
"Adessa lavate la bocca" o il suo modo durissimo e nervoso
di lavarci, noi nipoti, quasi brusca e striglia, che anche i cugini ricordano;
il fatto di essere trattata in "voi" da zia Rina, la cognata,
con la quale invece usava il tu, i cassetti ordinatissimi pieni di
scatole che contenevano scatole pi piccole piene di oggetti minimali
e infinitesimali, di odori persi, di medicine dimenticate, di
giornali mai letti; gli armadi pieni di abiti remoti; di scarpe
inimmaginabili;
di scoperte furate e fatte proprie per mostrare dopo
alle amichette nei lunghi pomeriggi solri del tempo del rock; il
suo smarrirsi cittadino di fronte al telefono ma soprattutto agli
spazi di angusta abitabilit che la citt imponeva, lei dei conigli e
del fiume e dei Prati e del castagneto.
Quando il Mulino rimase vuoto ed and a vivere da sua figlia
Peppina a Casa Bonaiuti (quasi come in citt), nei primi tempi,
se qualcuno ce la portava, ritornava al Mulino e l rimaneva per
ore in apparenza indaffarata, forse a far niente, a guardare, a ricordare,
e l ce la trovavo e con gioia mi accoglieva come se
niente fosse cambiato (e il saluto diventava per me quello di mio
padre: "Nonna!" "Alora, Francesco, t'se' qui!") e la casa ancora
piena di gente come prima e io non adulto che pass di l per caso
(per caso?) ma quello forse a cui ancora si deve dire di lavarsi
la bocca, dopo mangiato (non per l'et ma per fermare il tempo
del mulino), prima di gettare acqua sulle tavole per lavarle, e mi
donava una bottiglia di vino che aveva ritrovato in cantina, o un
grappo della sua uva americana che faceva dietro casa, o una
manciata di fragole che aveva raccolto nel campo.
Poi non ci pot pi andare, per i dolori che la costringevano
ferma, il grande Mulino un qualcosa che c'era, ma lontano, di
spazio e tempo; mor prima del dovuto, le conseguenze di una
caduta dalle scale, se no chiss quanto avrebbe potuto continuare,
prima di tutti a morire non in casa, ma all'ospedale, una vita
in pochi chilometri e cinquanta chilometri per morire.
Quando la vidi, ormai composta, pensai che era davvero piccola
piccola; lo sapevo, ma proprio cos non me ne ero mai accorto.
14.
La Batidora vuol dire che l'estate cominciata sul serio, non
davvero l ch'la digge tmi su, ma esplosa in tutta sua pienezza
e rigoglio. Anche se finir (perch tutte le belle cose finiscano,
come la bufaggna-epifania che tutte le feste si porta via) questa
sua fine ben lontana nel tempo, molto di l da venire, e c' ancora
tutto luglio davanti, e poi agosto con S. Filomena (ora pro
nobis) in mezzo, e poi la Madonna de l'otto e ce n' ancora tanto,
prima che arrivi il tempo della castgnadura e i castagneti comincino
a fumare e non si possa pi fare il bagno per l'aria fredda
che riempie di guazza i campi la mattina e se vai nel bosco sai
che ti bagni e sarebbero gi da ungere gli scarponcini con la sn-
gia. La Batidora vuol dire eccitazione che corre, come di evento
nell'aria che aspetti; dici: "E' gi alla Venturina" e di notte se tendi
l'orecchio senti il rumore e battezzi, dici: "E' alla Castlina" oppure:
"Senti, stanotte battono al Cavanne (o, a scelta, o per discussione
sottile, serena e accademica ma ferma e precisa nell'affermato)
in Seramarlsca, a la Villa, ai Marcacci, al Ruvine" come
quando anche di notte andranno (per poco) i tratori e dici:
"Arano. Alla Canva." come di evento naturale, come quando
dici: "La tramontana."
La Batidora quando arriva dal cancello e ti hanno avvertito e
sei corso su vuol dire che c' tutta Pvana a guardare la macchina
nera col fumaiolo alto, quasi una piccola locomotiva, tirata dai
bovi, e dietto sempre tirata la Grande Batidora di legno color
minio, tutta puleggie e volani e ruote e ingranaggi, e se fino l
l'han dovuta tirare, ora bisogna mettersi dietro a frenarla, perch
la discesa dal cancello, prima dal viotolino, poi sulla masiciata
che han fatto a posta, fin gi sull'aia vicino alla cavanria, quella
discesa l che si diceva tira verodo (perch non c'era mia no
quella strada da macchine e pri pistolli che c' adessa) ed lavoro
da mini e di urla e di braccia, di funi e di martinicca, con
tutta Pvana che guarda d'in vetta a la murlla perch potrebbe
anche darsi (Dio non voglia) che si rovesciasse, o che qualduno si
facesse male, e allora qualcosa ci sarebbe s da raccontare una
volta tornati a casa. Poi si possono dare saggi consigli o ad alta
voce o parlandone mondanamente col vicino perch quei bscheri
non la fan mai giusta, come quando si gioca a carte e uno sta
dietro, che se le avesse potute giocare lui, o non c'era il Rgio di
qua, che l'han proprio voluta tirare dietro, che non la perdevan
neanche! Non aveva giocato il Gobbo lui?! S, prima, no in quela
mano l, quando potevi strozare, con l'Asso di spade, che te lo
aveva anche cignato. Eeee, ma non son mia bni, v, acidnta a
dei sciamanni, schiapini!
Vien da dire: "E riportarla su?" Ma intanto si pensa a portarla
gi, frenandola con pali, funi e soprattutto grida e madonne.
Sortan fuori quele donne un attimo dalla cucina, perch devon
preparare da mangiare che neanche a un nozze, fra piume di caponi
sventrati, conglioli gi sul fco e va di sfoglia, che fra i
machinisti e gli aiuti e le pere vedrai che di gente a mangiare ce
ne sar. Ma ora bisogna portarla in piano, e fissarla bene che non
scossi o traballi ("Scossa? Scossa m la bursa!"), la Grande Macchina
che ingoier covoni a pignoni e li risputer in paglia da
paiaro e locco fine e volatico e polvere apicicosa e chicchi fini e
continui come una gragnata. La Batidora si divide in due: c' davanti
quella Macchina che si diceva, quasi come una locomotiva,
ma pi piccola, col camino alto che lo montan l sul posto, con le
giunte, e vuole alto perch quando sfiamma le fiammelle potrebbero
andare su la paglia, sul locco, sul grano, e lo sai t
l'incendio?! Ha due rte alte quasi come lei, il battistrada di fro
lucido, e i mozzi di fro, e sul davanti uno sportello come quello
de l'economica e va a carbone, come una locomotiva vera, ma ce
n' di quelle che bruciano anche la leggna, o la paglia a diritura;
l'importante che quando si apre il grande sportello tondo dentro
sia rosso come la bocca del forno quando lo scaldano al gioved
per il pane, rosso come l'inferno di braci arroventate. E'
complicato, c' dei volani che girano e de le bieline che sbiellano
O cosa, e ci vole il mecanico, che uno sempre in tuta bl, come
gli operai dell'Adaldi, con le maniche arrotolate sopra i gomiti e
la cicca in bocca e la beretta in testa. Si vede che non contadino,
ma meccanico, altra razza e lignaggio, mestiere fascinoso e
misterioso, quasi sacerdote dell'Antico Egitto, possessore di una
Scienza ai pi sconosciuta. Perch se la Macchina finisce col timone
come quello del brozzo, per attaccarci i bovi, la somiglianza
finisce l. Lui non porta covi, non scioglie pignoni, non lavora
di forca o di rastrello; non butta neanche il carbone drento che
c' un mo aposta a farlo. Anche lui in tuta bl (be', pi sporca
e pi piccola) ma anche lui ha la beretta e si capisce che per Diritto
Divino, per diretta discendenza, un giorno sar mecanico
anche lui, e far quello che fa l'altro, quello vero, che si aggira
con la sua cicca di trinciato e un martello in mano, e ogni tanto
d un colpo qua e uno l, come le manate che i mulattieri di
Trppio danno al mulo per rabbonirlo, e farlo andare col carico.
Lui conosce bene le "Casali" di Suzzara (Mantova) e sa probabilmente
quanti Hp possono produrre (da 2 a 12, incredibile, altro
che i bovi che tiran la lastra) e quanti giri al minuto fa il volano
che con lunga correggia di cuoio si unisce alla ruota della Batidora-Ruston
e fa andare tutto quello che c' dentro che deve andare,
perch dentro antro magico e forse nessuno sa quali incantevoli
o spaventevoli fenomeni si compiono nelle sue viscere, forse
neanche il mecanico stesso. Si sa solo che ci butti dentro il covone
e questo sparisce nella voragine e dopo un po' davanti viene
fuori la paglia e di fianco il grano in chicchi e tutt'atorno il
locco che vola e la polvere che ti entra negli occhi e te li fa piangere,
nel naso e ti fa starnutire, adosso e ti si appiccica tutta al
sudore che ti viene una rsa che peggio delle maglie di lana e
non vedi l'ora di buttarti a mollo nel fiume e levarti via tutto di
dosso, polvere e sudore e pelle compresa, quasi.
Non parte subito, devi riempirla e accendere il fco e andare
in prescione, che lo vedi da un orologio sul davanti, che il mecanico
guarda, ma quando parte! Quando parte anche la Batidora
s'avia, e comincia a scosare tutta di qua e di l, che ha fame, e allora
via a portare i covoni e scioglierli e a buttarli drento, una
prociscione continua dal grande mucchio fatto sotto alla Cavanna
al Palco Reale della Macchina. E c' chi porta, chi butta gi, chi
riempie i sacchi, chi rastrella e inforca e porta verso lo stollo rizzato,
attorno al quale si ammonticchia e si pigia e il paiaro cresce
e a poco a poco prende la sua forma a pera e poi ci vuole la scaletta
per arrivare in cima e le forconate passano di mano in mano
tirate su di muscoli in verticale fino ad arrivare alla punta che si
assottiglia e finisce fina e quasi guizzante, come un parafulmine,
che potrai coprire, vezzosamente, con barattolo appositamente
incatramato. Li vedi, quegli mini, che quando lavorano lavorano
e non vogliano farsi dire da nessuno che non piegan la schiena,
con la beretta in testa anche loro ma senza tuta, con le canotiere
di lana e i fazzoletti rossi attorno al collo o sul viso e il sudore
che gli fa grondino da tutte le parti, lustri e nervosi. E noi mostri
si corre attorno, si guarda con sospetto il bcia del macchinista
che pi serioso di noi, compreso della responsabilit, deve
nutrirla la macchina, di pane di carbone e acqua che ogni tanto
va in boiore e fumo e ci vuole sempre nuova acqua se no salta
tutto, e via secchio su secchio, non ha tempo lui di ruzzare, e di
fare i gufoloni in mezz'a la paglia, di piantarsi un rebbo di forca
fra il dito grosso e l'altro del piede sinistro (o era il destro?), di
guardare quando pesano il grano a sacchi, palo e stadra; tutte
quele cose l, insomma.
Ma quando pesano il grano con le stadre vuol dire che han
finito, e le opere cominciano a lavarsi e quele donne a chiamare
che pronto, e la Casari fischia, un fischio alto e pronto che dice:
"Qua ho finito; aspetta, che ora si mangia poi s'ariva anche da
voi."
Una volta, alla Casanva, dopo aver mangiato, ci ritrovammo
tutti a dormire in una sola stanza da letto, per i piedi e per le teste,
su paiacci di granturco o chissadove, sotta a quei taslli bassi
e fra quegli armadi pieni di cassetti e tesori, e non c'era altro divertimento
che star l a sentir quei grandi che si coglionavano, io
e la Rosanna e forse l'Isura e Gino, con Ziarna e la Maria di Gigi
e Osvaldo, che gli venne da pisciare e per non stare a tornar
gi si afaci a la finestra e disse: "Aspetta, ch'i vo a veddre s'a l'
pivve!" e sotto c'era lo staletto dei conigli, coperto di lamierino,
e quel suono ritmico e cullante, a possenti scrosci successivi, fece
ridere tutti ("O al che t'butti gio Osvaldo?" disse Gigi, e gi a
ridere, ma non ci voleva mia molto di pi, per farci ridere, alora);
lontano si vedevano i lampioni di Lstrola e di Garnaione
che erano, duole ammetterlo, ma giocoforza, come le luci d'un
presepio. Poi, come sempre dopo una risarba collettiva si fece
silenzio, e la stanza fu invasa da un rumore caratteristico. "Senti"
disse qualcuno "sono gi a battere al Piandalcro."
15.
A volte scopri, in un momento che ti sega, di quanto puoi essere
ignorante, e vago, e superficiale, nella tua vita. Umanit e altre
bie, se te lo chiedono le hai dentro s, a parole, belle ripiene
e rimbombanti. Come la pace: vuoi non volerla?, grazie. Vivi vicino
ad una persona per anni e, nella tua supponente leggerezza,
avresti mai immaginato, di quella, non dico una vita sessuale, ma
almeno una vita affettiva, una scintilla, un interesse amoroso?
Zia Teresa, la Teresina (ma scopri un importante, quasi nobiliare
Maria Teresa, anzi, Tersa, nell'atto di nascita della canonica)
la zitella in assoluto, quella non sposata, quella che vive sola
nella stanza in fondo al corridoio, e dorme in un letto singolo, e
ha strane statuine di gesso (lucchesi?) sul ripiano di marmo dell'armadio,
di fronte allo specchio, vicino ala finestra, quella finestra
che d sul bottccio, e che prende l'infilata del vento quando
si carica vicino alla sorgente del fiume su molto pi in alto, a
Spedaltto, e arriva gi violento e cattivo e carico senza nulla che
lo fermi, primo ostacolo quello, la facciata a mezzogiorno del
Mulino, e il muro della stanza di Zia Teresa, carico d'umidit,
che si sgretola inverno dopo inverno, perdendo a chiazze malate
l'arricciatura.
Zia Teresa quella che non ti fa entrare nella sua stanza,
gelosa, non come Nonna e Zia Rina, dove sei di casa, ci dormi, se
vuoi; lei non vuole che tu le apra i cassetti, che frughi nelle sue
cose per trovare dimenticati tesori (come un rotolino di caramelle
americane Life-Savers, quelle col buco, sette anni dopo la fine
della guerra, e avevano perso completamente ogni traccia degli
smaglianti colori originari; frugheranno, un giorno, per scoprire
abbandonate sottovesti mai godute da nessuno, atte a coprire-scoprire
eleganze hippies di ragazze dei sessanta). Non sa favole
O non le racconta, non viene a veglia da nessuna parte, non va in
paese, a far la spesa o al cinema o a ballare. A ballare? Sarebbe
da ridere solo a pensarci. Eppure, quando per la seconda volta, e
pi duramente, fu colpita, con quel suo balbettio quasi incomprensibile
parlava, del ballare, quasi ci fosse stata anche lei, in un
qualche tempo. E imparasti che, in un qualche tempo (anche se
raramente) c'era andata davvero. A ballare? Zia Teresa? Roba da
raccontare subito agli amici, per ridere, gi nel fiume, o alle prime
fighette stupidine vicino alla incredibile modernit dei jukebox
della Venturina, noi cos pi nuovi, diversi. E gi a ridere.
Zia Teresa va solo alla messa, la prima, quella che vede poca
gente in giro. Cos' che l'ha disgustata o l'ha fatta disgustare del
mondo? Non bella, viso curioso, quasi negroide, capelli ricci e
bocca grande, naso con le narici larghe, srazza ma la razza
quella, se ora mio padre, da vecchio, le assomiglia, ma noti poi
che nelle famiglie i vecchi, che da giovani sembravano cos diversi,
tendono ad appiattire i loro lineamenti personali e ad assumere
una fisionomia tipica, quella dei grandi tratti fondamentali
della famiglia; e cos sar di noi, un giorno.
Zoppicava, ma forse solo da vecchia, per i dolori; reumatismi
ed artriti si chiamano con quest'unico lucidamente esplicativo
nome. And un paio di volte ad Abano, e cerco inutilmente di
seguirla in questo suo viaggio ai confini del mondo conosciuto, il
treno fino a Bologna, poi l si cambia, poi l nell'elegante cittadina
termale in abiti gi vecchi quando confezionati la prima volta,
a prenotare una stanza di pensione, a mettersi in fila per le cure,
a parlare (parlare? di cosa?!) con gente, a trascorrere giornate intere
a fare cosa?, oltre alle cure, senza leggere, senza pensare,
senza sperare.
Mi ferma un paesano e mi fa, un giorno: "O Gucini, tu che
cerchi le foto del paese e le storie e tutto, sai che l'altro giorno
M' capitata in mano una lettera che tua zia scrisse a un mio zio,
se vuoi te la d." "Una lettera? Mia zia? E che lettera?" "O m,
so che eran fidanzati, poi ebbero un permale non so perch, forse
c'entrava tuo nonno (bisnonno poi) ma non so, insomma lo
sai, che poi lei non s' pi sposata." Ma sar vera, questa storia,
dell'amore giovanile? La verit s' persa, se c' mai stata. Resta
quel suo vestito inizi secolo con l'orologino d'argento con la catena
d'argento fino alla cintura, una fascia lucida, la mano sinistra
sul fianco, posa vezzosa, forse suggerita dal fotografo mondano,
vicino al giovane fratello Enrico, sembra neanche che guardi in
macchina. Guarda in qua, sopra, da qualche parte. Resta quel viso
diverso, ora cos simile a quello di mio padre, i suoi balbettii
infantili da vecchia, che mi facevano cos ridere, e il ricordo di
un mattino del gennaio 1960, poco dopo l'Epifania, quando tornammo
su per il funerale perch era improvvisamente morta, e
una specie di noia perch pochi giorni prima, quando ero stato
su per le feste, c'era ancora quella mia prima morosa fiorentina,
che era dovuta tornare in citt per studiare. E senza di lei, e il
suo profumo di diciassettenne, e quel raspare l'amore nei freddi
ancora d'allora, a Pvana non mi piaceva pi tanto stare, perch
ero tanto pi vecchio, pensavo, e tanto pi bschero, e non lo sapevo.
16.
Balare, si cominci a balare quando arrivarono gli americani.
Negli altri anni non ce n'era modo, e neanche mini, che erano
tutti in guerra prima, poi in prigionia da qualche parte, e quando
arivarono i tedeschi una gran voglia di balare non ce l'aveva nessuno.
Arrivarono di notte a cavallo, un rumore confuso e ritmico
e inconsueto, nella notte, con mia mamma e Zia che spiavano dai
vetri alle prime luci per vedere chi era che faceva quel bordello e
la mattina dopo su nella casa dei signori (in quel periodo ci si
dormiva mia madre e io, con Ziatersa, non so perch si dormisse
lassu) quando aprimmo le porte li vedemmo tutti nel cortile,
che avevano preso dei covoni di grano per fare la lettiera a questi
cavalli, che erano cavalli con dei cuuli! grogssi! Eran andati di
sotto dal contadino e avevan preso tutti 'sti covoni di grano che,
dice, come quel'anno tanto non ce n'era mai stato. Un anno cos;
anche di granturco ne venne che non s'era mai visto, e mele sui
meli e pere sui peri, e fagioli negli orti e dopo uva nelle piantate
ma in quel tempo i tedeschi avevan gi cominciato ad andare via
lasciando, a solo ricordo di s, qualche bottone butterato delle
loro divise, 'na fibbia gott mit uns e un cingolato con la tortta e
tutto, fermo a Ca' del Cucco, che rimnase l tanto anche dopo la
guerra. Non ne avevan mia tania roba da lasciarsi dietro, loro,
mia come gli americani, che facevan strado, dietro, di tutto. Fu
poi tutta roba, quella dei campi, che and mezza strascinata perch
non c'eran mini per raccogliere e batidre per battere e
gente ad arcatare. C'eran quelle donne, ma per quanto facessero
cosa vuoi che arivassero a fare? Per quello furon anche brave,
che quando arriv quell'ultimo tedesco che voleva far saltare tutti
quei proiettili da canone sotto al muro della casa di Pvana,
arivaron tutte, quelle donne, perch lui diceva: "Se arriva il cmmio,
si caricano e non le fo saltare. Ma anche se arriva il cmmio
si in due a caricare, m e l'autista, o come si fa? Vedete che le
devo far saltare." "T fai saltare l'stia d'ges, train po'!" dissero
quelle donne, e vennero gi tutte dal paese e si passavano 'sti
proiettili di mano in mano e a poco a poco il cmmio si riempitte
e i due tedeschi poterono partire verso nord e da allora a Pvana
non se ne videro pi. Mia come quella volta che ce ne trovammo
dieci di fronte su a Ca' 'd Bondina, dove s'era andati mia mamma
Ziarna e io per rimpiatare il maiale, che gi al Mulino c'era troppi
tedeschi l d'atorno, che giravano i monti mia in cerca di partigiani
che non ce n'era da noi, ma di roba, e arrivavano con delle
sportate di va e si facevan fare delle fritate di venti trenta va,
alte tre dita, che non si sapeva come facessero a mangiarle. Se
per questo, anche gli americani avevan dei gusti! Prendevano
quei bidoni di benzina, sa' quei fusti di metallo alto coi bordi
sporgenti, poi li segavano a met e li riempivano d'acqua e li mettevan
sul fco, poi dentro Ci butavano quelle loro scatolette di
polvere d'va, e carne in scatola, e barattoli di pepe che eran
bianchi e blu con scritto McKellog o qualcosa, dentro anche
quelli, tanto di quel pepe che sarebbe bastato per due anni, e cipolle
tagliate in quattro e butate dentro, e patate e via, e poi lo
mangiavano, e ci bevevan sopra dei gran fiaschi di grappa che
alora distilavano tutti da tutte le parti di tutto, mele pere susine
sorbe, anche il pozzo nero avevan distilato certuni, e prendevan
certe rndole che o cascavan sotto la tavola e non li rialzavi pi
neanche a smazolate, o andavan fuori a vomitare e sparivano, o
come Techersi, quell'italiano-americano che si chiamava diverso
ma lo chiamavan Techersi, che quando era ciucco piangeva e
mangiava le ciocolate con la carta, sa' quelle ciocolate corte e
tozze che fanno a Hershey, Pennscivania, curiosa citt rinpregnata
d'odore di cacao che vidi anni dopo, dove le strade hanno tutte
nomi che riguardano la cioccolata e il cacao, i lampioni sono fatti
a boero, e dove c', intarsiata nel marmo, tutta la vita di quello
che ha inventato (dicano) prima la cioccolata cos com' e poi la
cioccolata al latte, Mr. Hershey appunto, e da povero ragazzo
diventato il pi ricco fabbricante di cioccolata d'America. Son
convinto! Con tutta quella che gli mangiava Techersi in tempo
di guerra! Se per quello non scherzavo neanch'io, che mi era venuto
il grillo duro dal calore di tutte quelle cioccolate, sempre
duro era, e mi portarono su alla casetta del guardiano di diga dove
c'era quel dottore brasilro che disse: "O qunte ciocolate ha
mangiato 'sto mostro qui? E' tutto riscaldo!" e me le proibirono e
dovevo andare a mangiarle di nascosto nel fiume, rimpiatato in
mezza a le vtiche. Che il fiume lo conoscevo bene: dopo che i
brasilri m'avevan fatto la prima puntura contro le malatie (mia
solo a me, a tutto il paese) la prima, sul braccio, cos all'improvviso,
me l'ero tenuta, e anche il male, che un male cos non l'avevo
ancora sentito. Ma la seconda mi dissi vedrai che t la fai
m a n'altro, e ci misero due ore a cercarmi e a trovarmi. Sentivo
chiamare, chiamare! "Chiama chiama, ch'i s qui ch'i diggo tmi
su!" anche se poi da dire che mi trovarono, e non solo mi fecero
anche la seconda ma presi la mia bella rimbusolata verodo.
Questo comunque c'entra come il culo con le quarant'ore, perch
dicevo degli americani che s'inciuchivano, ma prima di inciuchirsi
volevan giocare a tombola: "Pl-bingo, pl-bingo" che la
tombola la chiamavan cos, e tiravan fuori il cartellone e si mettevano
a giocare, "Tunitu!", "Vintido!", diceva Ziomergo e Ziarna:
"Le carozine belle", "Ilven!" "Unge! Le gambe del merlo!",
e via, con tutti quei soldi americani che poi me li regalavan
tutti, le Anilire, meno quel negro che quando perdeva andava stizito
a rintanarsi sotto la cappa del camino e gli altri lo scherniavano
e gli facevano vedere i soldi, "Cam, cam" torna a giocare,
bschero, ti si d noi i soldi, e quello faceva un po' il sostenuto
poi col sorriso largo tornava a giocare finch perdeva tutto di
nuovo, e tornava sotto al camino. E delle volte gli veniva anche
da piangere.
Ma gli americani arrivarono dopo, solo nell'autunno di quell'anno.
Allora, ho detto, si era a Ca' 'd Bondina, al Piandalcro,
quella casetta di mia nonna, quella in cui Ziarna gi nel delirio
dell'arteriosclerosi credeva di essere, ed era al Maggiore a Bologna
(anno 1985), e si stava l a badare al maiale (le mucche le
aveva portate Gino il contadino alle Casette, che era troppo in
alto e fin l i tedeschi non ci andavano); era come una vacanza,
anche se non c'era la luce in quella casetta e si dormiva sui paiacci
di foglie di granturco che a ogni movimento facevan 'na svrnia
che le prime notti ogni po' ti svegliavi. Ma una notte si vide,
lontano, il cielo rosso di un bombardamento e disse Ziarna:
"Dev'essere Bologna che brucia, poveri cristiani!", e sai che Bo-
logna non mia l, ch'la digge tm'su, o forse era il fronte della
Gotica, ma gli incendi dovevan essere tanti che il cielo lontano
ne era tutto colorato, e si stette tutta la notte svegli a guardare
quel lugore rosso, quasi fuochi d'artificio, o come d'estate che si
vede lontano lampareggiare e qualcuno dice: "Lampareggia ma
dal caldo, che presto cambia il tempo!" Vicino c'era la Casanva,
s'eran portati su Gigi e la Maria e la Rosanna e il cagnone Ruffi;
c'era anche Remo, e un altro giovanotto o due, che avevan scavato
'na buca in mezzo alla macchia, coperta con delle frasche, e
quando c'era aria di tedeschi in giro ci fischiavano dentro, che
avevan paura d'essere presi su. Dal Piandalcro eran due passi.
Quell'anno batterono il grano con la prda, come una volta prima
delle batidre. Prima imbuinvano per bene tutta l'aia, in
modo da impermeabilizzarla, che anche quei pochi chicchi non
si perdessero per terra e fra l'erba. Poi scioglievano i covoni e
spargevano il grano alla tonda, infine aggiogavano i bvi a questo
grande sasso triangolare sagomato e lo strascinavano attorno per
frantumare le spighe e fare uscire i chicchi, e noi mostri sopra alla
prda, per farci scarozzare in giro dai bvi e far pi peso sulla
lastra. Naturalmente la Rosanna scivol e ci lasci sotto una gamba,
che prima o poi qualcosa si doveva combinare, e pianse ragazzi
che si fermarono tutti, bvi, mini, donne che vassoravano
controvento per far andare via il locco e lasciare i chicchi puliti.
Ma non si fece mia niente, solo svrnie di patzze, e forse non se
lo ricorda neanche pi.
C'era anche, mi sembra in Prallone o dilel, Nelne dell'Amalia,
quello che aveva quella botteghina di merceria in Valdibura,
che aveva una sua teoria sui bombardamenti, come Tontino,
che diceva che il posto pi sicuro era la galera dello sfioratore in
diga, che se per caso ci pichiava 'na bomba sopra vedrai t dove
s'andava a finire, dritti a Bologna si fischiava; poi per arrivarci bisognava
correre fin l, scendere per tutte quelle scalette, e andare
in su verso l'imbocco, che prima che c'eri arrivato sotto gli apparecchi
t'avrebbero bombardato anche il budello di tu' ma' se
avessero voluto. Che poi, a dir la verit, non bombardaron mai,
tolto quella volta del Ponte che non mor nessuno.
Nelne diceva che il brutto dei bombardamenti eran le case
di sasso, che si moriva pi per le macerie che per le bombe vere
e proprie. E dire che aparecchi ne passava, ma buttar gi non
buttavano niente; una volla Remo trov qualcosa in una piantata:
"E' uno spezzone incendiario" diceva. "O come 'no spezzone,
non vedi che 'na latta arrugginita!" e andarono avanti cos 'na
matina, 'no spezone no 'na latta. Comunque Nelne fece andar
su di l da l'acqua tutta la famiglia, poi costru una grande
capanna di pali e frasche e paglia che (ma allora non lo sapevo) si
poteva esser tornati ai tempi dei nonni dei nonni dei nonni e pi,
quando di sasso c'eran solo le torri di guardia e gli oratori fra i
boschi. Una mattina passai di l e vidi affaciati dal piano di sopra
(perch l'aveva fatta per bene la capanna, a due piani) i due faccini
dei due bimbi, un po' pi vecchi di me, d'in fra mezzo a tutta
quella paglia bagnata perch durante la notte era venuto un
temporale e l dentro s'era proprio bagnato tutto, con la mamma
che stendeva lenzla e coperte per asciugarle e lei, la bimbetta, si
busc anche la polmonite. Sembravano sfolati, non gente di l,
gente senza casa, zngheri, disse Ziarna. Ma Nelne era fatto cos:
li mandava su in 'sto campo delle volte con delle cariche che
non le portava neanche un uomo, 'sti due ragazzini. Ora lui, il
maschio, su non si fa pi vedere, e lei ha studiato, e fa la dottoressa
in qualche ospedale, a Pistoia o Firenze. Per dire.
Quella mattina, non era ancora giorno, sentimmo bussare alla
porta e si and a aprire e c'era tutti 'sti tedeschi col mitra puntato
e cativi, che durante la notte gli eran scapati tre prigionieri russi
che avevano dalla parte di Suviana o Castione. Ne avevan degli
altri, ma questi tre eran riusciti a scapar via. Gli avevano sparato
dietro e uno l'avevan anche ferito, in una gamba. Ma noi verodo
prigionieri russi non se n'aveva visti. Son convinto! Gi al mulino
arriv Gino da mio nonno e gli disse, fa: "Pitro, potete venire
un attimo nel campo?" e l in mezzo al granturco c'era il russo
ferito, e gli altri due erano andati chiss dove. 'Nsomma, lo misero
dentro a una grgola, poi la riempirono di fieno e mio nonno
se lo caric in spalla e lo port su, dentro alla cavanna, fra il fieno,
con tutti i tedeschi che andavano e uscivano dal Mulino, ce
n'era anche due che dormivano sotto al tavolo dell'androne. Dopo
un po', pensa e ripensa, lo rimise dentro a 'sta grgola, perch
l in casa non si poteva proprio tenere, e lo port nella casetta
della Fla, vicino al bosco, e da l lo vennero poi a prendere dei
partigiani e lo portarono prima alle Casette, e dopo, credo, nel
modenese, che non mica l a due passi. Ma 'sti tedeschi s'erano
ormai incattiviti e noi peggio, che non ne poteva pi nessuno. Un
giorno sempre al Piandalcro arriv uno e disse, a mia mamma:
"Corete sposa che c' i tedeschi che vi portan via il fieno nelle
piantate!" e si corse e si trov questi due, uno giovane e un altro
pi anziano che rumiciavano col fieno. Cominciarono a discutere,
prima che il fieno serviva a noi e loro dicevan che serviva a loro
e dovevano portarcelo via, poi mia mamma s'arrabbi e gli
disse: "O perch non lo andate a prendere da furer e da Musolini
il vostro fieno?" e quello giovane s'arabi davra anche se l'altro
cercava di calmarlo e disse: "Domani vi vengo a prendere, voi e
il bimbo, e vi porto in Germania." e noi il giorno dopo non ci si
pensava pi, e andammo al Mulino che c'era da fare la sfoglia e
io trovai modo di tagliarmi un braccio "con quella canna di bamb
che era nel Maganzino, mentre Ziarna rinpastava. Si corse a
cercare un dottore per farmi mettere i punti, ma proprio in quel
momento cominciarono a passare degli apparecchi e mentre noi
si coreva verso Serravdoli che c'era un dottore tutti sortivano dal
paese per paura dei bombardamenti, e non si trov nessuno; cos,
i punti, me li devono ancora mettere.
Da lassu, dal Piandalcro, si vide anche quando fecero saltare
la Centrale, che era cos bella. L eran stati bravi. Passarono
a dire: "Aprite i vetri delle finestre, che noi si fa saltare la Centrale
e se i vetri son chiusi vi saltan anche quelli." Ma la Centrale
era proprio a due passi dal Mulino, cos io e mia mamma e Ziarna
tornammo su e da l guardavamo gi, verso la Centrale che si
vedeva benissimo. "O quando la fan saltare?" si diceva. Poi l'aria
attorno si ferm quasi un attimo, e si vide i muri venire in fuori,
gonfiarsi, poi il botto che rintron per tutte le vallate e tutto che
volava da tutte le parti e il fumo nero che si alzava a riccioli per
l'aria, ma un lampo, un momento, e la Centrale non si vedeva
pi. Vicino a me c'era il pro Marcello mio coetaneo che piangeva:
"Il mio babbo, il mio babbo!" perch suo babbo il pro Giagnoni
lavorava in centrale e lui aveva paura che fosse morto nello
scoppio. "O sta mo' bno!" gli diceva sua mamma "Vedrai che
babbo l vicino non ci dev'esser proprio." Quando il pro Marcello
mor, a poco pi di vent'anni, per il cuore, sua mamma che
era cos di chiesa su a la messa non ce l'han pi vista. Il pro
Giagnoni invece che non era di quelli tanto atacati si mise a andarci,
e era sempre l, messa e funzione e procescione e tutto.
Cos.
Quando arrivarono gli americani fu diverso. I tedeschi dicevano:
"Vi lamentate di noi, ma aspettate che arrivino gli americani
con tutta la gente che cianno dietro, e vedrete!" "See" diceva
Zionerco "come se non ci fossi stato in America, bscari!" e difatti,
quando arrivarono...
Quando ariv gli americani corse Gino il contadino a dire:
"Corete Mergo che c' gli americani!" e noi su di corsa e gi in
cortile c'era gi due scamionate di negri ma nrrri che cos non
ne avevo mai visti, e urlavano e ridevano e buttavan gi roba da
quei cammi, sigarette, caramelle, ciocolate, e cingommi che quella
era proprio una novit, di gomma come le galle di rinchccolo,
ma meglio, una caramella che succhia succhia non si scioglieva, e
alora dopo un po' prendevi e la mandavi gi. Poi arrivarono, dopo
due o tre giorni, queli bianchi e anche loro avevan tanta di
quella roba, e una cocacola cos buona io non l'ho pi bevuta anche
se non era fredda, e il burro di noccioline, e quele friteline
dolci che ci metevan sopra dello sciroppo, e le scatolette piene di
frutta col sugo, e le ciocolate che s' detto; era m bello!
Poi arrivarono i brasilro, che eran neri anche quelli, ma meno,
con due ospedali da campo; ce n'era uno a Villaravllo, di
questi ospedali, arrivavano le autoambulanze verdi con la croce
rossa dietro, dipinta in mezzo ai due battenti, e l scaricavano 'sti
feriti e li operavano, poi se tagliavano qualcosa facevan dei mucchi
in mezzo alla piana, vicino alla gora che va al Mulino di sotto,
questi gran mucchi bianchi di bende o quello che era, poi ci buttavan
sopra la benzina e via fuoco, e si alzava 'sto fumo denso e
scuro e c'era questo odore che ogni tanto mi sembra di sentire
ancora, se mi fermo a pensarci. Arriv anche qualche inglese, ma
quelli eran superbiosi, e non si mescolarono.
Ma americani e brasilri! Tutte quelle troie di Pvana (che ce
n'era tante, e ora sembra che non ce ne siano pi; dove siete andate,
troie d'antan?! mia per m, ma per il colore locale!) un'america
cos non l'avevan mai vista! Ma mia solo loro. Avevano
anche una grande orchestra, ma grande, tutti in divisa con gli elmetti
bianchi invece che verdi, tutti seduti col leggo davanti sotto
agli abeti dopo il cancello, trombe, tromboni, uno poi grande
che il suonatore se lo faceva passare nel mezzo, con 'na bocca
granda e lucida che ci si specchiava. E tamburi, e tamburoni, e
'na zucca con atorno delle corone di perline che quello che la sonava
le faceva girare, o che strumento sar, anche con quello davanti
con la bachtta in su e in gi. C'era tutta Pvana a sentire, e
dicevano: "Ma avete sentito che roba, o musica?" "E' musica
americana" dicevan quelli che eran stati in america. Una sera al
Mulino c'era un negro che veniva sempre a mangiare un piatto di
minestra che gli piaceva pi del rancio (mia come m, che mi
mettevo in fila con la gavetta per mangiare con loro, e m'avevano
fatto anche 'na divisa coi gradi da sergente) e un giorno disse:
"Voi non lo sapete, ma sono un cantante famoso, gi a casa. Per
ringraziarvi vengo una sera a veglia, prendo la chitarra e vi fo
sentire cosa canto e come canto." Contenti, che erano, perch
era gente che la musica gli piaceva, soprattutto Nonnamablia.
Arriv questo una sera e si mise dal camino con 'sta chitarra e
canta pure, t. Sar anche stato bravo, ma cantava de la roba,
con de le svrnie! 'Nsomma, quelli del Mulino cominciarono a
guardarsi, prima uno, poi quell'altro, poi qualcuno fece 'na mezza
risata, poi quell'altro ancora a sbufare, finch il cantante si ferm
e disse, serio: "Vedo che la mia musica non vi piace." si alz,
e non si fece pi vedere. Gli dispiacque, a quelli del Mulino, perch
eran educati e insomma, sentirono che non eran stati gentils,
ma come si fa? "Ragazzi, sembrava non so cosa" disse Ziarna, "o
che canzoni sono?" e Ziomergo: "Ve l'ho detto, musica americana."
Cos quando fecero quella festa da ballo gi da Gigi, coi
dischi americani, erano un po' preparati, ma ridevan lo stesso a
vederli balare. "Guardali come ballano" dicevano, "stan col culo
in fuori e muovano solo il culo, o che balare ?" "E' l'ustp" diceva
Zionerco "che sarebbe poi come la polcherina, loro ballan
solo quello." Noi, oltre quella, si balava il valzere, e la manzurca,
o marzurca, o marzucca, a seconda. Anche la manfrina, il che
una cosa strana, perch la manfrina anzitutto una cosa noiosa,
di uno che la fa lunga, via. Che dice: "O che manfrine mi fai?" e'
cos. Come dire: "O piaga dai st dolori" che uguale, con la
differenza che la piaga non si balla, e non buta.
La balarono, la manfrina, alla Canva, quando si spos Vitoriano
che in quei tempi abitava proprio alla Canva, lui era operaio
all'Adaldi (Grande Fabbrica di Portta, D.E.M.M., Daldi e
Matteucci, Milano) e lei una mezza suvianotta se il matrimonio lo
fecero proprio nella Chiesa di Suviana.
Di solito quelli di l da l'acqua si sposavano in Pvana; arivavan
gi, verso le dieci e mezza, lui e lei gi a bracetto, lei tutta in
bianco, perch anche gli spinaioli ci tenevano, lui in cacciatora di
velluto a coste maron o verde, che poi sarebbe stato il suo vestito
bno per tutta la vita, e ce l'avrebbero anche suplito, con quel
vestito l. Davanti c'era uno con l'organino, per fare alegria, e gi
le gambe, con quelle musichine, non stavan ferme. Poi c'era sempre
due con delle butiglie di liquore nelle tasche della giacca, e
un bichierino (ma piccolo!) nel taschino, che ofrivan da bere a
tutti quelli che incontravano, ed eran gi bell'e ciucchi loro, alle
dieci e mezza di mattina. Li vedevi passare il ponte e arrivare davanti
al Mulino, e dai gi a bere e a offrire, poi quel chilometrino
in su fino alla chiesa. Dopo che s'eran sposati sortivano da Messa
e quelli delle butiglie avevan delle sbiscate di confetti, quelli normali
a mandorla, bianchi e lisci, e quelli toscani tondi e brugnolosi,
che noi ragazzi ci s'amazava per terra, per tirarne su uno.
Poi via contenti che tornavano di l da l'acqua, a manghiare.
Quella volta invece s'and noi a piedi fino a Suviana, Ziarna e
io, prima si pas dalla Casanva a prendere Vitoriano e quegli altri,
e avevo chiesto a mia zia di darmi un regalo da fargli, che mi
sembrava brutto andar l cos, a mani vuote. "O cosa vuoi
regalare t che sei un bambino?" diceva mia zia, "i regali li fanno
i grandi!" ma riuscii a farmi confezionare un pachetto con dentro
uno spazzolino da denti (nvo) degli americani, e un butiglino
di metallo degli americani pieno di dentifricio in polvere (degli
americani) che chiss se l'avranno mai adoperato (loro, non
gli americani) e il tutto era legato con un gladiolo rosso di quelli
che facevano nel prato dopo il cancelino, di fronte a casa. "Rosso
VUOl dire amore e passione" disse Ziarna, che era stata a Genova
a servire e sapeva il linguaggio dei fiori. "Impara per quando sarai
grande. Il giaggiolo, che lo chiamano anche iris, significa buone
notizie, e il lilla la giovinezza: il ciclamino dice di diffidare, e
la giorgina, che gli dicono anche dlia, l'allegria, o la riconoscenza.
Ma ce n'! Lo spino bianco, che dice che primavera,
come il maio, "dir meglio d'ogni studiato discorso quanto l'ardente
giovane, che ha dichiarato il suo amore, si attende dal cuore
della sua bella!" ma ce n'!" Coio! Ragazzi difficile davra
diventare grandi, o come si fa a ricordare tutte quelle cose l?
Ma quando lo diedi alla sposa fu contenta, che disse "Grazie, sei
proprio gentile" cos quando si and a mangiare avevo la coscienza
a posto, che almeno il regalo glielo avevo fatto e non ero
arrivato a mani vuote, come tanti. E si mangi fin verso le quattro,
poi ci si alz e tutti a piedi s'incamminarono verso la Canva,
dall'altra parte della crina, e l ci si rimise a tavola e si ricominci
a mangiare. E meglio, perch l c'era Ziarna che aveva
organizzato tutto, e addirittura dopo le minestre e i lessi e gli arrosti
arriv fuori con due va al tegamino, due a testa. "O che
roba " dissero tutti "anche le va?!" E invece erano due mezze
albicocche in una crema bianca e dolce, che rimasero tutti senza
parole, e roba cos non ne avevan mai vista. Poi c'era quello dell'organino
che cominci a sonare, e alora un vecchietto ciucco
(ma eran gi tutti ciucchi come mbrici, e un po' anche noi ragazzi
che qualche bichiere era scappato si aveva un po' di scimmia)
disse: "Suona una manfrina" e via, si mise a balarla in gil
coi pollici infilati al taglio delle maniche, con un busoltto di vino
dritto sulla testa, come un fuso. E pi prilava, e saltava, e pi
il bicchiere gli sembrava legato sopra, a quella testa, e non ne
vers neanche una goccia. Quelli son balli, mia quelli degli americani!
Anche se noi ragazzi non si balava, era bello veder balare,
e andarci, quando facevan delle feste, soprattutto di sera. Organizzarono
all'Albergo Belvedere, sulla pista che c'era, quella dei
ComBatentirduci, con Tontino di mezzo. Era meglio che alla
Canva; c'era l'orchestra e tutti gli striscioni di carta colorata con
appesi i lampioncini alla veneziana (si dice cos) che sono dei palloncini
di carta colorata con dentro una candela, come quando si
fa le zucche tagliate a faccia per spaventare la gente, e anche l ci
va messa dentro la candela che fa trasparire tutto il colore della
zucca o del lampioncino. Di rosso, di verde, di giallo, solo se non
tira vento, che se no la candela si spegne o il lampioncino prende
fco. Allora ci sono le lampadine a festone, come per la Madonna
Pellegrina o per Santa Filomena (ora pro nobis); ma mentre
quelle della prociscione son bianche, l ci sono bianche, ma anche
verdi e rosse, e quando ballano il tango rimangon solo quelle
e non si vede pi niente. O che gusto c', a non vederci?
Arriva, sta patozina, mezza francese, figlia o nipote di chiss chi
e mi fa, dice: "Balli con m?" Io ero l sul ghiaino, ai bordi
della pista a guardare Tontino che prilava o Lallo che faceva tutte
le sue svrnie che divertimenti cos non ce n'erano e mi prese
proprio di sorpresa, perch belina era berna ma balare, come si
fa? Dissi: "Non son mia bno sai, di balare" e lei mi volt le
spalle con una mossetta stizzita che mi fece anche rimanere male,
perch mi dispiaceva; se avessi saputo avrei balato, n?! O il
giorno dopo non te la ritrovo al Pozne? Col costumino da bagno
tutto tirato che mi guarda e mi fa: "Balare no, ma vieni a
nuotare con m?" E io non avevo ancora imparato. "Non so
neanche nuotare" dovetti ammettere. Mi guard proprio come si
guarda un bschero: "Balare non so" e mi faceva il verso "nuotare
non so... Sei proprio un orso!" E 'sta cosa dell'orso ragazzi mi
lasci l come un bschero davra, lo sentii dentro verodo che essere
un orso doveva essere 'na brutta cosa, Alz le spalle, se n'and,
e non l'ho pi rivista ma mai, ora che balare saprei anche, e
nuotare ho imparato. O ch vuol dire un orso? Perch t li sai ti-
rare i sassi, bschera? E balare poi san balare solo quelle patozzine.
Li sai t i nidi, che ne ho trovato uno l'altro giorno, di balerina
proprio?! Acidnta a quelle patzze e chi le campa?! Ma lo
sapevo che le mie eran scuse, perch sentivo che se avessi saputo
balare, o quantomeno nuotare, ci avrei anche giocato al dotore in
mezzo a tutte quelle vtiche del fiume, con lei con quella sua erre
strana che mi rotava dentro, e invece non si fece pi vedere, come
una visione, un sogno. M! "A i vle pascnzia" drigva m
nonna, "tanta, e n poca!"
Prima della guerra c'era quella pista da ballo alla Venturina
("Grande pista da ballo annessa all'Albergo Pensione Rist. Cesira",
recita la cartolina d'allora) da Gino, si diceva noi, quel bar
che salt per aria nel '69 per le bombole del gas, e ce ne rimasero
quattro o cinque, anche quel ragazzo un po' pi giovane di noi,
che era andato un attimo a prendere le sigarette, e fu il primo degli
scoppi tragici di quell'anno, quasi ad avvertire. Ma fu Gigi dla
m Maria ad aprire la prima pista da ballo, nella terrazza di casa
sua. Dopo ci fece anche il cinema, quando balare non si balava
pi tanto. Ma alora, , alora che voglia di balare che avevan
tutti. Gigi prese questi cartoni catramati degli americani e li apr
ben bene tutti e li inchiod su delle assi, e aveva 'sto tabelone pari
pari che pittur tutto d'azzurro cielo, e in nero catrame ci
scrisse: "SETtIMO CIELO", ma bene, e lo atac fuori, dalla
balaustra di cimento, in modo che tutti lo vedessero. C'era delle
orchestre! Mia come quella degli americani ma belle, anche se
musica americana ormai la sonavano un po' tutti, e cantavano:
"Solo me ne vo per la citt
solo fra la folla che non sa..."
o anche quella del re del portogallo, belina quella, che volea balar
la samba (o come volea?) e esendo poco in gamba cadendo si
fer. Non si ferivan mia loro a balare, che facevan dei salti, dei
prili, a vederli 'sti balerini, che sembrava che avessero balato la
samba tutta la vita, o quello che era che balavano. E se gli veniva
sete, appena di fronte all'ingresso vicino al pozzo Gigi ciavva
fatto il bar, con le sue bibite in ghiaccio e anche i gelati, una volta
and da Gino (quello dell'Albergo Pensione Rist. Cesira) e
compr dei gelati, di cioccolato e crema, poi li mise in fresco nel
pozzo ma non bast quel freddo l, ci voleva m le stecche di
ghiaccio che per eran tutte in quella tinozza di zingo dove c'erano
in fresco le birre e le aranciate, e dopo un po' s'eran tutti
sciolti che non si potevan pi vendere e a me e alla Rosanna ci
toc mangiare tanti di quei gelati che cos non se ne sarebbe
mangiati mai pi.
Era bello davra, la domenica. Al pomeriggio si andava in
gi, dopo mangiato verso le tre, e c'era il cinema; poi via su alla
pista, per preparare, e arrivava l'orchestra che provava gli strumenti,
e li guardavi perch doveva essere bello saperne sonare
uno, o come si far mai? Come quando torn mio babbo che sonava
un po' il mandolino e la Mirella mia cugina lo guardava sonare
e gli fa, dice: "Ma sai che dev'esser bello suonare uno strumento.
Se io lo sapessi suonare penso che suonerei e non farei altro,
suonerei soltanto" e forse per quello da pi granda s' innamorata
di Franco d'Angiulla che sapeva suonare Luna Rossa con
la fisarmonica. Poi quando s' sposato non l'ha pi sonata, mai!
Ma su in pista c'era poi da mettere le scranne tutt'atorno per le
patzze e le donne e quelle che le accompagnavano, mia pr i balerini,
che loro tanto stavano in piedi e giravano tutt'a la tonda
per vedere se qualcuna balava con loro. Quando le scranne non
bastavano si faceva una smachinata di quelle del cinema, o anche
a piedi si portavano, quelle file di sedie a cinque alla volta legate
dietro. Si buttava il talco sulla pista, per farli scivolare meglio; la
Maria si metteva alla cassa a spetare i primi, che si guardavano
attorno per vedere chi c'era chi non c'era, facevano il biglietto,
stavan l a girottare, poi pi tardi arivavan quele donne e verso le
nove l'orchestra cominciava e cominciavano a balare. Balare noi
ragazzi non si balava mia, ogni tanto le patozzine, che imparavano
come si fa: tu guardavi solo per imparare, ma mia a balare
proprio, il comportamento, il codice di buone maniere, l'usanza,
il rito.
Per balare si fa cos: apena l'orchestra comincia cominci a girare
atorno alla pista, per cercare quelle che ti piacciono, tanto
un pezzo che le guardi e lo sai, quali sono. C' quella che magari
aspetta solo t, e alora l vai sicuro perch tanto dice di no a tutti
quegli altri e puoi anche aspettare un po', anche di finire la sigaretta,
che butarla via a mezzo proprio uno spreco. Puoi anche
spngerla, contro la scarpa, e metterla in tasca, ma dopo t'impuzzi
tutto di tabacco bruciato e non va pi via. Se sai che c' una
che t'aspetta puoi anche fare il superbioso e dire: "M?! Andiam
pure, vai, a fare il nostro dovere" come se la vita altro non ti of-
frisse che quella noia profonda e quel balare continuo che se
fosse per t, s, scosato, ci andresti a balare, ma accetti quella
prova solo proprio per non farla sofrire, che un cuore in fondo
ce l'hai anche tu. Se per quella patzza l non ce l'hai alora cominci
a girare e a chiedere: "Balla signorina?" e questa ti guarda
per un po', ben bene, e pu dire: "No grazie." oppure "Son
stanca." (ma non mia vera, che sia stanca, venuta fin l per balare
'sta ghignosa, che magari aspetta quello che l ch finisce
la sigaretta, vi pigliasse 'n colpo a tutti e due, che quando si va a
balare si deve balare con tutti, che il biglietto l'ho pagato anch'io,
come quegli altri!). Se quelle che ti piacciono ti han detto
tutte di no alora guardi quello che c' rimasto, tanto sei l per balare
e ricominci il giro.
Se ti dican di s non te lo dicono, si alzano in piedi, si mettano
a posto la sotana e via che si va, o di valzer, o di slov, ma il pi
bello di tutti il tango, anche se non si capisce perch quando t
balli il tango spengan quasi tutte le luci (lo capirai poi un d, nini)
e rimangan solo quelle che Gigi ha dipinto di rosso e di azzurro
(bl, dice la Maria, e sembra quasi un altro colore). Il tango
si balla cos, da mo (da donna sar uguale ma alla rovescia):
sinistro-destro-sinistro-unisci. Detto sembra facile, farlo che ti
puoi inciampare, e c' quelli che fanno la promenalt, o l'esitscion,
o il casch che bisogna vederli. Lallo 'n balerino, anche
Tontino ma pi sui valzer, anche ocontr. Ma il tango il tango
ragazzi; e come si strccano:
Nooo, non la gelosi-ha
maaa, la pasione mi-Ha
o la Cumparsita, che quello dell'organino fa: "Brram-bam-bam-bam
taratatara...
perch La Cumparsita le parole non ce l'ha, ma il pi bello.
Anche Fernando il tango lo balla bene, con tutte le sue figure
e i suoi passi, lui suona anche il violino, grazie! Ma poi ha smesso
di suonarlo, mia come Franco che ha smesso dopo che s'
sposato, per seriet dice, ma lui Fernando per delusione. E' che
era arrivata quella patzza di Ravenna, belina, dicevano (ci capivo
ben 'na semplice, io, coi gusti d'alora, che ce n'era una che mi
piaceva e anche lei mi pareva e tutto contento quando Piero-Blek
ariva su e gliela fo vedere lui mi fa, dice: "Chi? Quel strubccio
l"?), vilegiante era questa di Ravenna, e c'eran lui e quel'altro di
diga che ragazzi dietro sempre che sembravan cani da caccia,
pointer sembravano, a messa, in giro, a far le pasegiate (pavanesi,
figurati t!) a balare, dappertutto, che si fecero anche dei permali,
ma pesi, con le morose locali, chi ce l'aveva. Alora 'na sera che
s'era l che si parlava qualduno disse, non so chi o comme, ma ci
doveva esser sotto un'intenzione di schrnia spregisa: "Via, che
andiamo e gli si fa l'inserenata" e si part, noi rimpiatati dietro
'na cdda, io e Piero-Blek, e poi tutti gli altri, e Fernando coragioso
davanti, sotto alla luce del lampione della stradina di Tglia,
che sembrava illuminata peggio che un'autostrada ora. S,
l'autostrada, me la ripuppi! 'Nsomma, lui va l, si ferma un attimo,
poi parte, con la Luna nel Rio, belina, quella che fa:
Chi gett la luna nel Rio, chi l gett?
che era il suo pezzo preferito, ma senza le parole, perch suonava,
solo. E dopo un po' s'apre la finestra e lei si afaci, in camicia
da notte, perch si vede che a Ravenna serenate non gliene avevan
mai fatte, e dietro la madre o chi che se la gustava anche lei,
l'inserenata. Solo che Fernando era uno che s'emozionava, e nel
violino bisogna prenderci, non c' mia le sbarette come nella chitarra,
O i tasti, come nell'organino. Insomma cominci a sbagliarsi
che non ne faceva pi una giusta. Certe stonate, degli smrgoli!
E noi bscheri dietro a quella cdda a ridere che facevamo pi
svrnia noi del violino. Fernando era uno che s'incazava verodo,
come quela volla che al fiume perse la gara con le barchine, che
noi le facevamo con dei bachtti l per l e via, e lui ciavva messo
due giorni a farla, preciso com'era, bella, fatta a sottomarino, che
quando ce la fece vedere si disse tutti: "Coi!" ma le buttammo
per la gara nella gora del Mulino di sotto e perse (anche s'era
bella davra!) e s'incaz e la prese e la mise sopra a un sasso e
con un altro, borda!, gi colpi, e la schiacci tutta, la sua barchina-
sottomarino. O quela volta che ariv Sirio dalla Francia che
aveva cominciato a tirare di bocs, coi guantoni e tutto, e gli fa a
Fernando: "dai che si fa soquanti raund", alla Casa del Popolo, e
Sirio tirava che era stato in palestra ma Fernando era pi grosso
di lui e ciavva anche la foto di quel americano culturista sotta al
vetro della scrivania, sa' quello che alza le braccia e fa vedere i
muscoli che gli fanno ala anche sotto alle ascelle, che cos non ce
li ha neanche Gigi de l'Orbo (Fernando un po' s, e quando si fa
le foto al fiumme sta sempre in quela posa), e Sirio gli saltellava
atorno e Fernando fermo, finch s'incaz e gli lasci partire un
cazotto sul naso che pisci sangue per un'ora e bocs, credo, non
gli torn pi voglia di farla, almeno in Italia. Cos quella sera della
serenata gli prese la solita rabbia, perch dal violino non veniva
pi fri quella musica che voleva sonare lui; cominci a tirare
delle gran madonne, e smadonna pure t, poi prese il violino e
cominci a sbatterlo prima contro la siepe, e madonne, e poi sul
muro, che and in mille pezzi (il violino), e trum, la finestra si
chiuse di colpo e Fernando, da allora, il violino non l'ha pi sonato.
Forse la musica gli piace ancora, che uno ci nasce, ma il
violino, aaa quello no. Solo balare.
Anche in Pvana ballano; quelli della Casa del Popolo han
spianato il campo di Torello e sotto cin fatto il palio delle bchie
e sopra la pista, di cimento. In fondo, dove c' il capanno
per l'orchestra con tutte le luci e proprio dietro il sentierino che
va alla chiesa e si mettono tutti quelli che guardano senza pagare
il biglietto, c' un abete che ce l'han lasciato, cos la pista si pu
chiamare "Pino Solitario" perch c' la canzone:
"Pino solit... riascolta..."
e da l vedi tutti, con la camicia bianca della domenica e ancora le
pettinature lucide perch se passi dalla riga, o divisa o sciovradura
che sia all'indietro, da grando, alora ce ne vle (a i nvole sci!)
di brillantina per tenerli a posto quei mostri che ti si drizzan su
sulla testa che tutti dicano che sembri quello che fa la reclame di
quell'apise; qualcuno ancora all'umberta (ma pochi) o alla mascagna,
che sarebbe 'na caviara di ciuffi tutti alti e all'indietro;
ma questa solo i pi vecchi, di 30, 35, via. Al "Pino Solitario" venivano
i toscani. Si vedeva che eran di citt. Arivavan su ragazzi
che sembravano chissacosa, tutti lustri, con le cravatte rosse e i
calzini rossi, tutto in tinta, dentro a quelle scarpe a punta che ci
sarebbe voluto il dito grosso in mezzo, mia da 'na parte come
cinno i cristiani. Loro bevevan spumante, no l'aranciata o la birra
o il vino rosso, come i pavanesi (gi sul chinotto si potevan
correre dei rischi, come di figoso ghiribizzo; 'na patzza, forse),
e quando balavan si vedeva che eran pi sofistici; dicevano, a
quele patzze: "Fri ci immllekuattro dimmibbbo! Vole e
l'accompaggn'accasa?" Un po' li soportavano, perch i pavanesi
son bni, non son risosi, poi quando si sta in compagnia, via, si
sa che uno ple scherzare, ma quando cominciavano a trla lunga...
quando per esempio c'era Miss Garofano. Per fare Miss Garofano
si fa cos: ci sono 'sti mazzi di garofani, tanti, e uno ne
compra un mazzo o pi e li regala alla ragazza che gli piace di
pi o alla sua filarina o a chi vole e alla fine quella che ha pi
mazzi di garofani vince, la fascia con su scritto miss e i garofani.
Succedeva che delle volte 'sti toscani s'eran portati qualche donna
con loro, e loro volevan far vincere una toscana e i pavanesi
'na pavanese, via. Compra pur t garofani, alla fine magari si ac-
corgevano che non ne avevan comprati poi tanti, che non bastavano,
e alora per contentare un po' tutti magari da un mazzo ce
ne facevan due o tre, e capitava che vincesse la pavanese che aveva
pi mazzi, ma pi piccoli. I toscani allora a dire che s'era imbrogliato,
e sono incazosi sono, c'era sempre quello che voleva
fare a cazotti, con gli altri che lo tenevan stretto e gi madonne,
che de le volte si toglievano anche la giubba e la sbatevano per
terra, rossi, altro che i calzini, ma anche i nostri s'incazvano e
i pi grossi si facevan sotto, c'era per esempio Gigi de l'Orbo,
quell'Orbo che suonava l'organino a tutti i nozze e aveva lasciato
gli occhi in una mina in Svizzera, Cantone Clarus, quel Gigi di l
da l'acqua suo figlio era anche bno, normale, ma se aveva qualche
busoltto dentro diventava una bsctia, diventava. Era roba
svelta, da due o tre minuti, pam pam pam e chi ha preso ha preso,
borda, spinte, puggni, cravatini, e tieni pur fermo di qua e di
l, e una volta Gigi scardin una porta e con quella ne stese cinque,
di toscani, ma poi c'era sempre i pacri, sempre di qua e di
l, che dicevan via ragazzi s' qui per divertirsi, si fa le paci, s'
tutti compaggni (mia tanto, Perch in Pvana ce n'era dei democristiani,
anche alla Casa del Popolo) e un giro al bar a bere tutti
un bichiere di vino e amici come prima e questo l'offro io, no lo
offro io, famm'il favore che st'amm, o non si ricomincer mia
subito; poi l'orchestra sonava, e via tutti a balare. Se ne sar fatti
dei prilli e dei salti, su quela pista? Di tutto hanno balato e s'
balato, e si son inmorosati O lasciati o stiziti o han fatto le paci o
quello che volevan fare. Chippala, ora, se sei bno; d'estate resta
l, vota, senza neanche ragazzi che ci vadano a giocare o a fare
andare il ghiaino sulla pista per far smadonar qualcuno (han
'na bella paura i ragazzi d'adessa; non che noi se n'avesse tanta,
che non ce n' pi, ragazzi) ed solo capace di riempirsi di neve,
quando l'inverno picchia, senza che ci sia speranza che qualcuno
la vada a spalare perch la pista non si rovini, o tiri gi quella che
s' posata sulla vidara di rampicante, che tanto gi bell'e venuta
gi, e da un pezzo, con tutti i fili che la tiravano e i paletti che la
regevano. Ma si dice: "Hai voluto balare? Piangi m che cii le
scarpe consumate, pro pistollo."
17.
Nonno Pietro lo portarono a braccia, o meglio, se lo carica-
rono in spalla (e chi? Tontino sicuro, poi Stefano, o chi altri, certo
quelli pi abituati e abili a portare) perch allora non c'era ancora
l'ultima rampa asfaltata che arriva fino alle scalette che portano
dirette al cancello del Camposanto, e neanche c'era l'altra
strada, quella che dalla Chiesa va fin su, alle Casette. Tutto finiva
l, anche se da quel posto preciso commciava quella via pi antica,
la mulattiera che va a Sambuca, che sar stata percorsa oltre
che da muli e da legne e da carichi, da preti e dame, da soldati e
cavalli e lance, strepiti e voci, capitani e arceri e balestrieri, lanzi
e borgognoni, rimasti poi come famiglie. Solo cognomi, ombre,
ricordi. Ci sar passato anche Guittoncino dei Sinibuldi, o Sighibuldi,
poeta e avvocato e inmorosato della sua Selvaggia, morta
forse con la peste del tre. E ora non ci si passa pi, perch ogni
inverno gli alberi cadono su altri alberi caduti prima, vecchiaia o
gelicidi, franano i muretti e i fossi spaccano, e le ragge abbracciano
tutto, come per proteggere e nascondere. Ma ora non ci si
mve pi, se non s'ha la macchina di sott'al culo, e anche al
Camposanto ci arrivi che sembra una passeggiata.
Lo portarono a braccia; lo alzarono dall'ottomana di velluto
marron della saletta, dove stava nell'ultimo mese, per comodit.
Lo presero in quattro che come a un segno si staccarono dalla
folla di quegli mini e donne mezzi dentro mezzi fuori dalla porta
del Mulino e s'avviarono su; a pensarci solo, c' da sentire fatica,
ma era gente che ne portava, di pesi, anche se forse si saranno
dati il cambio, per riuscire ad arrivare fin lass, in cima. Perch,
per arrivarci, c' da fare prima tutta la mulattiera, dalla curva sopra
al pozzo, fra il crniolo e il marrone, poi sembra quasi che
diventi pari fiancheggiando quello di Casari e i salici capitozzati
per fare vincigli, ma alla curva del secondo marrone (dove l sotto,
in primavera, ci fa le pervenche, e credo che non facciano in
nessun altro posto che l) comincia a farsi dritta di nuovo, e poi
c' l'altra curva e tutto il drizzone che sembra un'autostrada tan-
to era fatta bene, anche se ora un pezzo crollato di fronte al ciliegio
zambeffo, e alla baracca abbandonata, e alla vidara di denti
di vecchia, fino alle prime case, quella di Tonio-Rosa (che non
abita pi l), e quella del contadino (che non c' pi) e quella di
Franco Casari (che sta a Casa Gori) che ha di fianco la casa dell'Anna
di Paiaro matto (pericolo di crollo), Pvana bassa insomma,
e ancora si inerpica e passa sotto al voltone di casa nostra,
quel voltone che non sa spiegarti perch era l, con la porta
dei contadini di fianco e sopra la torretta che non c' pi, la tirarono
via perch ci pioveva dentro (importava ben 'na semplice,
la tortta!) e l'ultima sgroppata fin su, alla Statale, e c' da attraversare
la Porrettana, la Strada, poi ancora in su, verso la chiesa,
passando in mezzo al paese, davanti a l'Apalto, con mescita, davanti
alla casa dei Righetti, a quelle dei Lorini, che saranno stati
tutti fuori a veder passare il trasport, davanti qua Bbi (nata a
Pnama, Missouri), sotto al monumento dei Caduti (che li abbiamo
avuti anche noi), ed ecco la Chiesa, fra tigli e platani (ma prima
dovevano essere castaggni) con tutti queli che aspettano l e
non son venuti fin gi al Mulino, perch non parenti o amici
stretti, solo paesani. Ma ai trasporti almeno uno d'una famiglia ci
deve andare, tanto 'na rata, e oggi tocca a m ma domani, lo sai
t a chi tocca? Poi, dopo la funzione, finalmente l'ultimo tratto,
dove si comincia a vederlo, il Cimitero, il pi in alto di tutto il
paese, perch cos si possa guardare meglio pi sotto, vederli l,
che girottano ancora in tutte le mille inezie quotidiane, quei pri
pistolli che ci sono rimasti, a 'sto mondo. Tanto, o il muro o
qualcos'altro, vedrai che qualcosa ci afrma, prima o poi, anche
se a girotare qui datorno non ci passa mai la voglia, se dipendesse
da noi. Mia tutti per; il babbo di Stefano, quando lo vidi che
sort di casa mentre noi si cantava maggio, e lo credevo bell'e ito
da un po', e invece era ancora l, disse che lui proprio s'era stancato,
non conosceva quasi pi nessuno e non ci capiva pi niente,
in 'sto mondo matto e bscaro, e che Cristo doveva essersi
scordato, di lui. Una dimenticanza, una svista, con tanti pi giovani
(di otanta, ma anche giovani giovani, di setanta t!) che se
ne andavano prima. O, pu sucdere, anche a Loro Las. Saaa,
il momento.
Ci si ricorda poco, di Nonno Pietro, marito di Nativi Amablia,
morto troppo presto, nei primi anni cinquanta. Lorgntte a
mezzo naso e gil sulla camicia senza solino, d'estate; d'inverno,
quello di lana bianca di pggora, fatto a mano. Se ilfratello Mergo
andava poco in paese, lui era come la sorella Teresa: mai. Lo
avr visto una qualche messa. Lui aveva il Mulino, e gli orti, ma
queste cose erano poi soprattutto del padre, il Grosso Checco
Padrone e Prepotente (o, dicano; io non c'ero mia a vedere, e un
po' mi spiace di trattarlo male, questo mio omonimo). Allora via
int al castgnedin, che era eredit della moglie, e quindi suo, a scamaiare
e armondare, via nei Prati, quel pezzo di terra sotto alla
Ca' 'd Cccia, sempre roba Nativi o Pieracini, in leggero declivio,
dalle due piantatine di uva americana fino alle mele e alle pere e
alle sorbe e alle noci della spianatina in fondo, dove c'era la pozza
d'acqua con attorno i fiori gialli. Vederle ora, quelle piante,
din'fra mezzo agli strzghi e alle rose selvatiche, con la pozza
che puoi anche scavare ma non la trovi pi, l'acqua, e l'acqua s'
persa quando hanno scavato le fosse per farci passare l'acquidotto.
Vederle: vecchie malate e non potate da anni, fanno male e
no, perch fra i rami secchi e vaiolosi di muschi e licheni ogni
tanto c' un ramo verde che a primavera, se il tempo bno, fiorisce
e butta, si riempie d'insucchio e vive e fa frutti, quando
stagione. Cascare cascano, che nessuno ci bada pi, ma che servano
pure ai merli e alle iandare, e se si strascinano e fanno strado
per terra ributtano e ogni pianta vecchia piena di tante
piantine giovani, tutte datorno, e basterebbe tenerne una, e inne-
starla, e farla crescere, e tagliare tutti quegli spini, e la pala che
ormai non serve pi ai conglioli e ormai a strati che prima d'arrivare
alla terra devi fare un bugo, ma fondo; ma che te ne fai
d'un frutteto, su di l, che tanto un etto di qua e due di l, fai
prima, vai, e meglio. A volte ci provi, un po' per gioco, un po'
per malinconia, ma lo sai che non serve, che altro che quella
mezz'ora che ci passi. Che dovresti andarci tutti i giorni, in stagione,
come quando erano giovani e lui curava il suo di lei, e
portava a casa erba e frutta e funghi e castagne e tutto quello che
poteva trovare, coi quercioli che crescevano per fare le leggne un
giorno e Prati e Castagnetino tenuti come giardini e le cdde vive
che in mezzo non ci passava un furetto, d'in fra mezzo.
Gli piaceva cantare, simile in questo alla moglie, e ricordava
sempre quell'operetta che aveva visto a Bologna in viaggio di
nozze; altri viaggi quello a Modena per il servizio militare (un
presagio?) e nelle retrovie del fronte di qualche paese veneto. Gli
piacevano le feste, ma non solo per mangiare, perch gli piaceva
stare assieme, quando s'era in tanti, e dato che era lui quello della
cantina, era lui che tirava fuori le butiglie, quelle normali,
quelle speciali, e quelle ancora di pi, con occhi un po' cinesi
che si chiudevano nel sorriso contento. "I miei nipoti non sono
belli, sono uno pi bello de l'altro!"
Il muro afrma tutti. Lui, lo aferm un cnchero. Stette male
la prima volta poco dopo natale, che non sapevi se dispiacerti o
gioire per quell'occasione di vacanza inaspettata. Il treno era ancora
a vapore, e ci fermammo a Portta allo Spedale, poi vai m
a piedi, che non c'era pi mezzi, fino al mulino, cinque bei chilometri
e passa, con le valige e tutto, e di notte; ma alora, vuoi che
fosse.
Rimase con 'sto buco aperto per un po', venne anche nella
Citt della Motta per una visita, o un consulto o un'operazione o
cosa da un Gran Profesore che, dicevano, era l'Ultima Speranza;
doveva essere del '53, perch si era nella casa nva, quella col bagno
e col bid con lo spruzzo, fasti mai visti o immaginati, perch
lui and in bagno (latrina, che baggno!) e torn fuori stillante
acqua perch aveva visto quel rubinetto l in basso e voleva vedere
cosa fosse e a cosa servisse. O a cosa vuoi che serva, 'n bid
no? Non lo vedi, nonno?! Torn su che non valeva neanche
la pena di operarlo ancora.
Non dur un anno. Fa bella figura in quella foto che c' rimasta,
in divisa del servizio militare prima della Grande Guerra:
era panettiere e sembra un ufficialino austriaco, con lo spadino
tenuto elegantemente fra una mano e l'altra, i capelli corti, che
sai biondo-rossi, ben pettinati, i baffetti appena disegnati sopra
ai labbri e quel sorriso un po' misterioso per quegli occhi un po'
orientali, chiss come capitati.
Ora quegli occhi l ce li ha solo un bisnipote Marco, che lavora
in una Agenzia Finanziaria, e parla di cose che se non ci sei
dentro non le capisci. Via, nonno, lo riconosceresti, che anche
roba tua? Cosa ci capiresti, di quei conti e di interessi e percentuali
e 'n'acidnte. Ci capirei s, ci capirei, cosa credi che sia, bscaro
davra?!
18.
Ora non si mangia pi a mezod, e a far la merendina non ci va pi nesuno, che
scomodo. La fanno quelli, d'estate, che s'afrmano co le macchine ai bordi
della strada: tiran fuori il tavolino pieghevole (belino!), le loro scranine
pieghevoli di plastica e metallo lustro (beline!), e tutti i loro piatti e le
loro forchette e cortelli, il contenitore de l'acqua col suo rubinettino con
l'acqua presa a quella fontana che se ci fan la fila dev'esser bna ("Ma
m pi sicura quella de l'acquidotto!" dice Franco Casari, ora responsabile
de gli Aquidotti e de le Acque del Comune Tutte), e
la borsa-frigo con dentro le birre, le bibite, la butiglia del vino, la
griglia e la carbonella, la relativa cccia da fare alla griglia. Fanno
il loro fco che altro che noi al fiume, e se la mangiano e se la bevano
e se la respirano e se non cin la radio o il televisorino (belino,
pulido!) guardan pasare le altre macchine che cercano un altro
posto per fare uguale, che il uichnd o feragosto o quello
che e in ca' vedrai te non ci sto neanche se m'amazzi.
Noi si fa le feste paesane. No Santa Filomena, non pi ora
pro nobis, perch cin detto che l'avevano inventata, la nostra
Vergine e Martre, che non era mai esistita (o alora?! noi che si
orapronobisava a fare il che?!) ma c' quella de l'Amicizia, e de
l'Unit, e del Paese, e del Vilegiante, e quella de le Casette, e
quella de l'rca maremma, tra 'n po'. Ce n', di feste! Con la loteria
del coniglio, quela del tappo, la tombola col presciutto, la
gara di briscola, e gli stends gastronomici, che sono poi gli stessi
baracotti di lamiera zingata che se li passano e ripassano, come le
persone che fan da mangiare e quelle che servano ai tavoli e
quelli che ci mangiano e guardano i balerini in costume che fan
le danze tradizionali e di fantasia (o saran poco bravi, quei bimbi?!)
o se la raccontano sotto al monumento dei Caduti che cin
cambiato di posto.
Ogni tanto senti il valzerino che esce dall'altoparlante di 10
vat, e arriva quell'odore che sai di sancccia o di braciola che sfrigola
sulla brace di carbonella, e vai; sai che c' la festa e vai, a
riempirti di torteloni al pomodoro o rag, di polenta con la sancccia
e di insalatona di tonno e fagioli e cipolla. O di crescentine
fritte. O di fagioli in umido. O di sancccia e di braciola cotta alla
brace. Di carbonella.
A farla c' sempre lui, Poldo, gi in mezza rndola, col forchettone
in mano, che brontola e beve e gira e rigira quela cccia
e stricca gli occhi per il fumo che ogni tanto gli si rivolta contro,
ma veramente ce gli ha un po' stricchi di suo, quegli occhi, ne la
faccia gonfia, il naso un po' sticcio, i ciuffi gi bianchi, la barba
non fatta, la buzza in fuori e le braghe col cavallo sui ginocchi,
col fischio che qualche volta se lo scorda aperto; un busoltto di
plastica in mano e via, volta e rivolta, e tornala a rivoltar, e gi
bevi, anche per 'na settimana di seguito, che costa di pi prenderla
che mantenerla. Non so perch sia sempre lui, a cuocere;
anche l, ci sar le sue vocazioni.
Poldo di nome farebbe veramente Dante, ma a volte gli dicano
anche Galra; probabilmente non c' mai stato, sar per via
della sua faccia, quel nome. E' di quelli che forse non sono stati
bambini, o se s, eran delle teppe. In Legione pare di s, che ci sia
stato, e lo dice o lo lascia intendere per il gusto che han certuni a
spingersi ancora pi in basso, a far vedere che gli importa ben
una smplice, a loro. A lavorare per il mondo come carpentiere,
quello c' stato di sicuro. Come quela volta, in Affrica. Era a lavorare
in Affrica a 'na diga, in Cmerun, o in Congo, 'nsomma in
tra di lel, e aveva 'sto somarino, che l'aveva comprato perch
gli tenesse un po' di compagnia, 'sto somarino, perch non c'era
mia tanto da svagarsi, facevan dei turni di venti giorni poi avevano
un paio di giorni di permesso da passare in un paese a un po'
di chilometri dove c'era un casino, e l'unica bsctia che avesse trovato
per farsi compagnia era 'sto somarino che ci giocavano sempre
anche i figli dell'Ingegnere Capo, quello che comandava tutti
i lavori di 'sta diga, e tutti gli altri Ingegneri e Geometri e operai.
Una volta, dopo i venti giorni, in 'sto casino, che aveva rimediato
una rndola di quelle che poi la mattina dopo non te la ricordi
neanche, e si trov con 'sta troia nera e i soldi di tutti 'sti giorni
di lavoro, pens che come compagnia era m meglio quella di
quela donna l che del somarino, e se la compr. Solo che in cantiere,
il giorno dopo, scopi un bordello, che l'Ingegnere lo voleva
licenziare, poi si pent per via dei figli che gli si erano affezionati,
a lui Poldo, a forza di giocare col somarino, e gli dice, fa:
"Tenerti ti tengo, ma quella la devi riportare indietro in dove
l'hai presa!" Cos la riport, con lei che non voleva tornare, e anche
l non la rivolevano indietro, che lui l'aveva comprata e non
si restituisce la merce e i soldi; 'nsomma, per farla corta, non solo
non gli ridettero i soldi, ma dovette dargli dietro anche il somarino
di giunta, se volse che se la riprendessero.
Le racconta, le sue storie, ondeggiando di fronte a qualche
banco di bar, biascicando canzoni da alpino o chiss cosa, inveendo
col mondo, facendo il saluto militare con la mano ad altezza
bschero, poi ogni tanto prende, e sparisce. Va via su quella
sua Vrespina che il Grande Dio dei Briaghi tiene diritta anche su
dei lastroni di ghiaccio che noi, schietti, si fa fatica a starci in pie-
di, e anche le galine cascan gi e i gatti fan la slitta a unghie in
fuori per frenarsi. Si rintana nella baracca di tavole che gli fa da
casa, o in giro per le strade dei monti a cercare qualche bugo
aperto con qualche altro strascino dentro, che d'andare a letto
fretta non ce n'. Ma a volte va in un altro posto; mi fa: "Chi
vuoi che ti saluti?" solo a me, lo dice, non so perch, e io gli dico:
"Questo, o quello" oppure: "O tutti!" E lui prende e passa la
Chiesa e il Vivaio, si lascia dietro le luci del Club 77 ben in alto
nella notte nuova di Pvana e va al cimitero, a parlare coi morti.
Arriva e saluta i morti che si alzano a salutarlo; preferiscono
quelle sue visite notturne, loro notturni per necessit, alle noiosit
delle chiacchere di famiglia delle domeniche e del due novembre.
Non sono bscheri, i morti; che voglia possono avere, dopo
quei riposi forzati sotto la tra umida e grassa del castagniccio,
star l ancora una volta a sentir lamenti e piagnisteri, orazioni e
piccole storie solite, o recriminazioni o quotidianit di spose invedovite
e che sanno di naftalina e vecchia loro che le hanno conosciute
(quegli mini) giovani e odorose e pimpanti. Hanno ma
voglia di sentire le novit, e storie a dirigibile delle Asie e delle
Americhe, e chi ha trombato chi, chi in arrivo, l'orecchio teso
ai ritmi nuovi delle domeniche e delle feste, una volta strani e
incomprensibili
ma ora, ora che sanno quasi tutto, ben presenti
nelle loro fantasie, la testa voltata verso il vicino Club (club, pensa
t!) dove i loro eredi pi pistolli di loro cercano ancora una
volta di vivere, e di scordarsi.
Lui gli racconta e gli dice, con la sua voce monotona da inciuchito,
anche se a volte non si capisce bene quello che dice, e
qualcuno (moralismi soliti, strani anche, fra morti) gli fa, dice:
"o via briago!" ma un momento, un attimo, perch tanto capiscano
poi tutto, e c' la risata, e la curiosit, e la sorpresa, e sentire
chi diventato l'anvde di chi, e chi passa ora sulla strada, e
quanto tiene un TIR e a quanto va, che la Centrale l'han tirata
gi del tutto, quante sono le case nve e chi ci sta, che cinno
tutti l'acqua cornte, e il riscaldamento in casa (s'avesse noi, ora,
acidnta chi sta al mondo!), e il gas col bombolone fuori, e la televisione
con cento canali, e s'ha le macchine anche noi, mia solo
i vilegianti. E che macchine!
C' tutto un dire, un fremere, un domandarsi, che corre come
una raffica di vento o di tramontana o di scirocca (secondo
stagione), da l in su verso le Casette, o da l in l, verso sud a
Sambuga, verso nord-ovest a Fondamento, passando per il Cason
d'Egdio, o a Est e traversa il fiume all'altezza del Pontaccio
e va di l da l'acqua, e piega un attimo i rami dei castagni o dei
cerri o delle fippe o delle vtiche e li fa gemere, e fa rimanere
un istante interdette le bestie di notte che si fermano immobili
improvvise sulle zampe e alzano il muso e odorano e con gli occhi
accesi forano quel buio di fiuto e di udito che qualcosa passare
passato, ma cosa? Poi ripartono, ma pi incerte, pi paurose,
perch nel sangue han sentito che i loro nonni hanno avvertito
quelli che li spaventavano un tempo e che non c'erano
pi, ma per un momento sono tornati. Passano a ventata nelle foglie
che si sono accartocciate al sole o marciscano all'acqua, fra i
ricci e le castaggne bughe, fra la tra che ogni tanto brillanticchia
di quarzo e mica, fra gli scopicci, le felci e le roggiole, e si ferma
la btta che ansima greve o la lumaga che mangia un ciupadllo
o un galtto o una morlla (ccchi no, perch non fanno pi), o
il frustone nella tana e il ghiro che morde la cuiora e gli fa quei
buchi tondi, o dove goccia la sorgente o buttano i cucamegli, fra
le carte e le latte che ora son da per tutto, fra le case abbandonate
e quelle rimesse a posto, dal Crocione del crinale fin in basso,
fino al buco pi fondo del pozone pi fondo e nero del fiumme.
Ma un momento, un soffio. Perch tutto riprende come prima
(deve riprendere), e le luci dei fanali (s'ha l'illuminazione, e
l'asfalto, 'rcodose, anche noialtri) gettano luce su quelle stesse
case rimbellettate e riariciate, le stesse s, ma cos diverse, come i
nipoti, gli stessi, ma cos dimentichi, cos pi vuoti come guscioni,
persi nella notte a dormire e a sognare chiss quali cose suggerite
da voci cinguettanti di presentadore e altri vari pistolli in
frullari di cosce che cos, ma davra, non facevano proprio; ce ne
fossero state! Resta Dante-Poldo che se ne torna gi ancora brociolando
a mezza voce tutti i suoi fantasmi e i suoi pensieri, e un
altro abbaialuna che cerca il ruiare del fiume, guarda quella luna
tonda come un culo tanto il lugore verso il Latosa, e ricerca,
nel vento e nella notte e nel fiume e nell'ammiccare della Chioc-
cia o del Carro e nelle curve a sfumature misteriose dei monti e
in un rumore di cmmio con l'anso che cambia lungo la statale
tutto quel mondo che non c' pi, e che non si ritrover.
Loro dicano: "Godetevelo pure voi, quest'altro qui, pri sciamanni.
Noi non ci si pensa pi!"
Glossario.
Quanto segue non vuole essere un glossario ma semplicemente un esame divertito
di alcune parole che possono suonare misteriose a orecchie a volte toscane a
volte padane (siam nel mezzo!) o prestarsi ad equivoci interpretativi.
Aggaravellato: lo dico di calze che, invece di rimanere ben dritte e tese
rette su da un valido elastico, per mancanza o insufficienza di questo
discendono mollemente sui calcagni, disponendosi a rotolini attorno ad essi,
spettacolo tristo quanto altri mai soprattutto in femmine o, per maschi, con
calzoni alla zuava, ora fortunatamente scomparsi. Duole ammetterlo, ma la
locuzione non del linguaggio epafanesco, bens un prestito dal modenese, mia
distratta invenzione e contaminatio, perch poi l si dice a garandla, di
dove mi sia sortito quindi quel garavla che, come tutti sanno, il nome di
un tipo di colla, lo sa solo il Signore Iddio.
glia: naturalmente ala, ma nella forma pi antica e letteraria: Volgiti
addietro ch, se alie non hai non puoi da me fuggir, can rinnegato (Pulci, Il
Morgante). La palatizzazione epafnica frutto evidente di ulteriore
arcaicit, come nell'antico senese mircogli, animagli, ecc.
aldamme: si comincia a sentire la Padnia, a un Km. pi a sud si dice gi
cncio, alla toscana. E' letame, come aldamaro letamaio, fossa che lo
custodisce e rinserra. La Padnia mia tutta per, perch se vai gi verso il
reggiano rud la voce che ti servirebbe.
anvode: altro emilianismo chiaro; nipote il toscano corrispondente.
pise: ovvero l'pise. E' di quelle parole con l'articolo ballerino, come la
lccia (dal lat. cia: gugliata, matassa di filo), l'areclame, il lamo o
l'ancor pi famosa ardio, quest'ultima da scrivere con l'articolo
indeterminativo rigorosamente senza apostroto; c' anche, locale, lAdaldi, che
poi la fabbrica Daldi e Matteucci, sede di Porretta Terme.
arboconare: l'italiano rimboccare, ma nel senso letterale di Tornare verso
la bocca, lo si usa quando il fumo del camino o di un fornello invece di
andare dove le cappe vorrebbero fa di sua testa e prima di salire al cielo
compie un giro per la cucina e il tuo gruppo occhi-naso-gola. Nulla vieta per
di arboconare anche le coltri.
arcaciare: ricacciare, ma nel senso di vomitare. Lo sta sostituendo, ormai, il
pi raffinato rimettere, da cui la facezia: Il bravo giocatore di trestte
prende e rimette! inevitabilmente usata quando si torna a giocare nella
bussata del compagno simulando, con allegrezza, un conato.
argufolato: accovacciato, avvolto su se stesso, Zionerco diceva: Int al mine
dal Tex bsoggna lavorare argufol su comme gumiscesi! nelle miniere del Texas
giocoforza lavorare avvoltolati su se stessi come gomitoli. Stessa la
posizione di chi, rimpiatato dietro ad un csto o cespuglio, impegnato in
giochi amorosi, per non farsi scorgere o sorprendere costretto a scomode ed
acrobatiche posizioni.
armondare: ripulire i castagneti, detta cos sembra facile ma ce ne voleva,
del tempo e ce n'era per tutti. Durava mesi. Si cominciava a scamaiare, cio a
potare, poi c'era da rastrelare le foglie vecchie, da tagliare i cespugli e le
ragge, da spazare con le scope di spino bianco. Insomma, alla fine il
sottobosco pareva un biliardo, da giocarci a goriziana con le castaggne,
quando crodavano.
arvisare: ravvisare, ma pi nel senso di assomigliare.
bacilare: leggerai vacillare (c', c' il passaggio dalla labiodentale alla
bilabiale, soprattutto nella Toscana nord-ovest la degeminazione della i
ovviamente emilianismo) Il Devoto-Oli ne dice: Con riferimento a facolt
intellettuali e morali, venir meno; rivelare incertezza o perplessit, ed
appunto il nostro caso.
balugano: in altre vallate i b. son quelli che stanno pi in basso. Da noi
in alto o in basso, sono coloro che non brillano per astuzia. Il DEI
ha un balucano = di vista corta. Qui lo intenderai in senso precipuamente
morale.
balzo: vecchia giacca ripiegata astutamente in modo che, posta sulle spalle,
le protegga da un carico scomodo o eccessivo. Il collo della giacca, alla
rovescia, incappuccia la fronte; allora mi sa che l'antica acconciatura
femminile (XIV, XV sec.) con lo stesso nome ne sia la lontana ispiratrice.
(a)basgio: in luogo dove non batte mai il sole, ma non l, a tramontana
via. In lingua "a bacio", come coltamente scrive il Vate d'Annunzio:
"Le mura della casa, i quattro canti / l il sole in Dio si leva e l
si colca / quello bacio e quello solatio". Noi per si dice "a solo".
batidora: se trebbiare si dice battere, allora la b. sar la trebbiatrice.
bicincola: l'altalena che si forma mettendo un'asse in equilibrio su
qualcosa, gioiosamente spingendo in su e in gi. La voce esiste in
qualche vocabolario di lingua. Si pu anche fare (ma ci negativo)
spingendo all'indietro la sedia per dondolarsi sulle sue gambe
posteriori, vizio maledetto che hanno i ragazzi (acidnta a loro!),
che ne vengono rimbrottati, perch le scranne si sgngherano, poi
chi le agiusta, t da grando? Fare bicincola quindi locuzione usata
per lo sdondolare di qualcosa. Non si confonda naturalmente
questo tipo di altalena con quella sorretta da corde, che sarebbe la
bindolla. (p. 119)
bchia: boccia; a volte la voce ironicamente usata per indicare la testa.
bolata: gruppo di funghi nati vicini, in territorio pi o meno ristretto.
Trovare una b. al massimo delle aspirazioni del cercatore di funghi,
anche perch tendono a rifare nello stesso posto. Trovatala, la
si tiene rigorosamente segreta, e la posizione la si tramanda ai figli
in punto di morte, come una mappa del tesoro. Ecco perch se due
fungai si incontrano questi scuoteranno mestamente la testa, affermeranno
che l'anno non buono, che c' pi cercatori che funghi,
che tanto valeva stare a casa, e si allontaneranno lamentandosi
guardando di sottecchi se uno segue l'altro. Salvo poi, in riunioni
conviviali, vantarsi di favolose b. formate da quantit impressionanti
di funghi, trovate in anni mitici e ormai lontani nel tempo e nello
spazio. (p. 21)
boltta: chiodo a testa larga da mettere in buona quantit sotto la suola
degli scarponi nei punti critici per risparmiare l'usura del cuoio.
Danno al procedere un suono ritmico e caratteristico, soprattutto
sui lastroni (altro che gli stivali chiodati dei tedeschi: c'era da portare
in giro un chilo di scarpa e uno di fro!). Non solo, ma colpendo
il sasso in maniera giusta, ne sprizzavano vivaci scintille a fiamma
(sfiamarade).
Borda: un essere fantastico, o strega o ba-bau o Befana per maligna,
usato minacciosamente dai grandi per incutere timore a quei mostri
di ragazzi, che non stan mai fermi. A volte legata in qualche modo
all'acqua, soprattutto quella di pozzi o Pozoni. "Non sporgerti,
che c' la B. che ti tira di sotto!
bordigone: per i bolognesi lo scarafaggio, per noi un grosso insetto
volante in genere. Particolarmente, quello dalle ali d'oro la Cetonia
aurata, spesso chiamata Maggiolino, anche se il Maggiolino
vero e proprio non ci colpa.
botccio: l'it. bottccio ma credo che la voce sia sconosciuta ai pi. E'
il bacino di raccolta dell'acqua del mulino, si inizia a monte sbarrando
il fiume con la predra (da prda-pietra, V. p. 42) provvisoria
diga di sassi, e l'acqua cos deviata diventa gorllo, che prosegue
poi, fra muri regolari, nella gra, e da l si allarga nel pi vasto
b. Qui, aprendo apposite paratoie, l'acqua schizza violenta contro
le pale e le fa girare. (p. 18)
btta: voce di lingua, seppure toscanismo, e infatti i pi dicono rospo.
brve: nella locuzione: "da farsene un...", cio di cosa di nessuna utilit
o interesse; il brve (ma noi si pronuncia chiuso) poi uno scapolare,
piccolo contenitore di stoffa per medagliette e altre immagini
sacre da portarsi al collo, o per fede o perch non si sa mai. Il modo
di dire la dice lunga sulla fiducia taumaturgica riposta nell'oggetto.
D'altra parte, anche nel Pataffio si legge appiccar brevi nel
senso di raccomandarsi invano.
brochetina: dim. di brcca, che in lingua significa anche ramo ("Oh!
Valentino vestito di nuovo, / come le brocche dei biancospini!" recita
il Poeta.) Quindi la sbrocatina di p. 75 sar da intendere come
colpetto dato con un ramo.
bristullo: la voce bolognesismo raccattato negli anni '50, comprensibile
dati i frequenti contatti per la presenza di vilegianti (ma il gusto
locale era pi sull'uso del lupino). Il brustullo il seme di zucca
salato, che fino agli anni '60 veniva ancora giustamente venduto nei
cinema al modico prezzo di 50 lire la bustina. Si aveva cura di acquistarne
in grande quantit e, dotati di abilit dovuta alla lunga
pratiCa, si sgusciavano rapidamente fra i denti davanti e si masticava
con soddisfazione durante tutto il tempo del film. Naturalmente
il terreno si ricopriva di gusce vuote, unico svantaggio, per lo spettatore,
dovere alzare notevolmente la gamba per entrare fra le file e
mettersi a sedere. Comprensibile, forse, l'ostilit degli addetti alle
pulizie, che ne decretarono la scomparsa. Oggi si mastica il pi eso-
tico e asettico pop-corn, ma la differenza c', e si sente. (p. 68)
butino: in it. bottino, piccola botte, ma con rapida metonmia si indica
qui il liquame del pozzo nero usato, dopo prudente diluizione (se
no brucia tutto!) per concimare. (p. 44)
calcdro: questo un bizantinismo (coio!). Il secchio di rame per l'acqua,
col quale la si pesca dal pozzo ed sempre appeso, pieno, ad
un gancio, vicino all'acquaio, cos chiamato con voce greca dell'Esarcato
*cha[co]-chytrum dal gr. chalkos rame e chy'tron vaso, pentola.
Ovvia la successiva riduzione per aplologia. (p. 32, 42)
caponi: ciliege, ma anche prugne, private del ncciolo (cio sbibate, da
bibbo: ncciolo) e messe a seccare. L'operazione iniziale simile a
quella per trasformare normali galletti in capponi; da qui il nome.
(p. 18)
casetta: non piccola casa; qua torniamo al significato latino del termine,
e abbiamo quindi una capannuccia o una rustica costruzione a secco
atta a custodire attrezzi agricoli o da usare come riparo momentaneo
da improvviso acquazzone. (p. 38)
cavanna: s capanna, se tradotto in italiano, ma nel significato di fienile
in muratura, come argutamente si pu leggere nelle "Note al
Malmantile, 342" (1688): Faccia diventare il suo corpo capace
quanto una stanza da riporre il fieno (che questo vuol dire Capanna).
D'altra parte, gi negli Statuti Bolognesi del XIII sec. si pu
leggere: facere capannas pro feno et palea. Capanna e stalla erano
di solito in un unico edificio, quest'ultima al piano terreno, la
capanna al primo, e la si raggiungeva mediante una scala a pioli. (p.
64, 73).
cavdoni: alari. Sono parenti (e non lo sanno) del capitone, la grossa anguilla
natalizia, perch tutti hanno la testa (caput) grossa. (p. 76).
cdda: siepe viva, fitta e spinosa, che non ci passi nessuno. Scrive il
Bertoni: "Un altro esempio di variet e molteplicit di denominazioni,
frutto della disparata meravigliosa fecondit dello spirito
umano, offerto dalle voci che servono, nelle parlate della penisola,
a designare 'la siepe'. (...) un'area veneto-emiliana, che per il
passato dov essere pi estesa, costituita da caedesa *-a..." Non resta
che inchinarsi. (p. 26)
Cibola: mitica localit racchiudente favoloso tesoro e scoperta dal Capitano
Francisco de Ulloa, comandante della flotta di Cortez, che fece vela dalla
California meridionale nel 1539 e non fu pi visto. Tutto ci, almeno, nel
capolavoro: "Zio Paperone e le sette citt di Cibola" (Uncle Scrooge n 7,
sett. nov. 1954). Dov' Cibola? Quin sabe?... If I knew, I'd go there myself!
cignare: fare segni a qualcuno, soprattutto in maniera furtiva. Questo
verbo ce lo portiamo dietro da un pezzo. Si legge, infatti, nel medioevale
"Statutum" di Sambuca e Pavana alla Rubrica XIII ... et
quicumque diceret aliquid in illa hora [tempo d'elezioni] vel cignaverit
puniatur... Oggi per si ciggna solo giocando a carte. (p. 136)
cina: ipocoristico afertico di focaccia; la c. impasto di farina acqua e
sale, cotta fra tonde pietre refrattarie scaldate al fuoco del camino.
Cos sono i ncci, solo che la farina di castagne. (p. 41)
cnghio: per Dante una balza dell'Inferno; per noi, pi modestamente,
un luogo impraticabile, un grotto (v.) ricoperto di fitta vegetazione.
(p. 30)
ciupadllo: boleto. Anche la morlla (Russula) o il galtto (Cantarellus)
sono funghi. (p. 85)
ccco: volo buono (Amanita caesarea), e infatti c. significa anche uovo.
Come non ricordare infatti l'immortale verso: ecco ecco un
cocco, un cocco per te del Pascoli.
colomba (acqua): quando, per improvviso accidente o leggera pioggia
l'acqua non pi chiara, ma nemmeno torba: di quel bigino, appunto,
che hanno certe colombe. (p. 9)
coptto: da cppa, arcaico e regionale per nuca, o meglio collottola, abbiamo
il c., che proprio nuca non , ma quella zona intermedia dove
finisce il collo e la nuca comincia. Pulci usa coppino, anche noi,
de le volte. Era quando il c. si faceva lanoso, che ti mandavano dal
barbiere, che oltre a tagliarti i ciuffi ti rasava il c. e te lo sbatufolava
d'odorosa cipria. (p. 79)
crochioni: parola con forte contenuto dispregiativo, sta ad indicare
un'etnia, e precisamente quella degli abitanti del Comune ma gi
pi a sud rispetto a Pvana, e con inflessione appena un poco pi
toscana rispetto ai Nostri. Se uno, ad esempio, pronuncia un Te
balli? (it.: Ballerebbe con me?) al posto del pi elegante e rapido
T'balli? del pavanese, questo lo identifica immediatamente e
senza speranza come c., con le conseguenze del caso. Non chiara
l'etimologia: forse da crocchia, come la testa, quindi c.=testoni
dalla testa dura. Ho udito per, in altra vallata, dire da quelli di Fa-
nano che quelli di Sstola "crcchiano", anche in questo caso senza
nascondere una profonda connotazione di disprezzo. (p. 38)
cucamegli: ossia piccole cuccume; sono le primule. (p 131)
descangayada: be', questo proprio non c'entra col pavanese. E' spagnolo-ar-
gentino, dal noto tango "Esta noche me emborracho": "Sola,
fan, descagayada...", a significare: "Sola, fan, sgangherata, l'ho vista
l'altra mattina uscire dal cabaret..."; e dire che dieci anni prima
era stata la sua follia! (p. 29)
fighi: fichi alla toscana, capricci e ritrosie di ragazzi; frutti strani ed
im-
pensabili allora, tanto che li fa, come si nota, un pero. (p. 67)
frustone: un serpe (il f. maschio, tutti, come si riproduca non si sa);
no quella botara, e neanche la vppara. E' lungo e scuro e (tradunt)
si difende puntando la testa sul terreno e, balzando in alto, frustando
con rara violenza il malcapitato sulle gambe. Nessuno l'ha mai
visto compiere tale operazione, ma c' qualcuno che il nonno di
suo nonno l'ha visto far cos. Ma davra! (p. 84, 165)
gra, gorllo: v. botccio. (p. 36)
grgola: in lingua sarebbe corba, e la nostra voce muover da un *corbicola;
un ampio cesto di vimini, intrecciato a raggi molto larghi,
usato per il fieno. Evidente l'esagerazione dell'A.: per tirar su un
pesce con essa, data l'ampiezza delle maglie, bisognerebbe trovare
nel fiume almeno un tonno di medie dimensioni, il che francamente
difficile, anche int al Pozone dla Centrale. (p. 15)
grotto: (in it. grtto, antico e letterario) un dirupo, una zona scoscesa,
poco praticabile. (p. 18, 30, 93)
iara: variante antica e settentrionale di ghiaia, ma qui usata nel senso
di greto di fiume (cos usa "ghiara" il senese Vannoccio Biringccio
nel XV sec.: "Ghiare scoperte, sopra alle quali l'acqua... lascia certa
belletta arenosa". Ma anche D'Annunzio spara un Letti aridi di
torrenti, ghiare calcinate..."). Per dire ghiaia noi invece, per dispetto,
si dice proprio ghiaia. (p. 9)
imbuinare: impermeabilizzare con la buina, o sterco vaccino. La si
prende, la si scioglie nell'acqua, la si spalma sull'aia. Si riseccher,
coprendo di un tenace velo il tutto. Altro che plastica, perch la
buina, come si pu facilmente intuire, biodegradabile. (p. 145)
inculante: non c'entra la sodomia. In tutto l'Appennino (anche in leggere
varianti fonetiche) questo aggettivo indica una persona (o animale) noiosa,
importuna, insistente o antipatica. Anche ignorante non colui che ignora, ma
essere rozzo, di cattive maniere, prepotente. (p. 83)
lccia: v. pise. (p. 43)
lai, latte e va: credo si tratti di eufemismo; il termine interdetto sar
ladro, attenuato nell'imprecazione con tipica alterazione fonetica
subterminale (cfr. putandro, p. 65). Per L. e o. il riferimento quello
dell'aringa (cfr. p. 31), quando la si sceglie (che cos fa l'intenditore
non affidandosi alla sorte), e chi le preferisce fernmine o da
uova, e chi maschio o da latte (le sacche spermatiche). C' per
quelli a cui tutto piace, anche nella vita, e sono appunto da uova e
da latte; da bosco o da riviera dicono pi poeticamente i toscani
in questo caso. Sfugge invece il significato di sul ciuco; non sfugge
la maestosit dell'immagine. (p. 11)
lzza: tipo di borraccina verdastra che cresce sott'acqua sui sassi del
fiume, rendendoli sguillosi, cio a dire scivolosi. Il piede d'appoggio,
incautamente posato sulla l., parte allegro e svelto verso l'alto,
e il corpo va diritto in direzione contraria: il rito di immersione nelle
acque si compiva, in modo del tutto naturale, almeno una volta
l'anno. (p. 10)
lffa: qui nel senso di vescia, (fungo del genere Lycoperdon), non in
quello, spesso usato, di peto subdolamente silenzioso; che la vescia
matura, se schiacciata, si produce in una sorta di floff indifferente
spargendo all'ingiro le proprie spore. (p. 63)
lolino: affettuoso dim. di llo, il verme delle ciliege, ma esteso in genere
ad altre larve. Pare derivi dal lat. avulus, e infatti, lo stesso verme
spesso chiamato anche nonno. (p. 80)
maffia: eleganza spropositata e inaspettata, di chi, alla domenica mattina
per la messa o alla sera della stessa giornata prima di recarsi al
ballo, esce improvvisamente in seno ad una qualunque comunit
odoroso di recenti lavacri e rifulgente di abiti nuovi, cravatte, capelli
inchiodati all'indietro sulla testa da tenaci brillantine. Noi si fa
una volta tanto, ma c' gente che di m. tutta la vita, come appunto
A.L., quando non si traveste. (p. 51)
magone: lo diceva anche una canzone degli anni '50: Il m. sai non
un grosso mago... Muove dal longobardo mago (cfr. il Ted. Magen=stomaco)
e significa ventriglio dei polli. (p. 79)
marletta: il saliscendi de l'usscio di fuori; quando lo chiudi, a notte, ci
metti di giunta anche il bracialtto, un puntale di ferro che si rinserra
in un'anella. (p. 70)
masgra: quando si dissoda un terreno i sassi in dove te li metti, in bisacca?
Allora ne fai mucchi in mezzo al campo, e questi sono appunto le m.
matria: azione estremamente vaga e curiosa, stranezza, stravaganza,
follia recondita o evidente, bizzarria senza nome: praticamente, tutto
ci non contemplato dal Rigoroso Codice Morale, come, ad
esempio, leggere a letto o al cesso. (p. 44, 72)
mo: c' un po' un salto: il m. s un garzone, ma dei carbonai, come il
bcia successivo lo dei minatori di galleria. Non credo che i garzoni
delle Batidore avessero nomi particolari, cos ho usato quegli
altri. (p. 137)
merlacquai: il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus) un uccello dei
passeriformi,
simile nell'aspetto a un grosso scricciolo, di colore nerastro,
con gola e petto bianchi, comune presso i rapidi torrenti montani
nei quali ricerca insetti, vermi, girini, pesciolini. Cos il Devoto-Oli,
non spiegato per per quale ragione gli spinaili (v.) ricambino
i pavanesi con questo soprannome. (p. 38)
mondine: come i successivi scerboloni (balotto e frugiata a p. 43) trattasi
di cstagne cotte in differenti maniere. Ora c' da dire che le
potevi s cuocere in varie guise, ma sempre castagne rimanevano,
che fan venire i fortori! (p. 42)
msurggnola: relitto linguistico locale, si dice: voce paracadutata (
solo l, attorno gi dicono diverso); da mus aranea, topo piccolo come
un ragno, da noi la talpa. (p. 64)
osanna: bell'eufemismo! Il termine interdetto uccello, e gi questa voce
per indicare il pene di per s metafora, derivata da una concezione
di tipo animistico. (cfr. grillo a p. 65) come osserva Nora
Galli de' Paratesi. Sbalordisce il salto dallo scatologico al mistico.
(p. 64)
palio: se ci aggiungi una elle avrai il pallaio, o campo per giocare a
bocce. Ma v. bchia. (p. 156)
patzza: muove da puttccia e significa bambina, ragazzina; per ragazza
pi grande il significato ironico. Esiste anche spatozare che sta per
allevare, torre da fanciullezza, ma anche nel significato di cogliere
fiore di verginit. Triviale. (p. 76)
pignatini: i mirtilli, e le frle sono fragole; ora li chiamano frutti di
bosco.
Son m pignatini e frle, pori bscari, che frutti, int al bosco,
tolto qualche sorbo non ce ne fa! Le mugliaghe non son di bosco
perch le armeniache o albicocche (Prunus armeniaca) fan nei giar-
dini, se l'inverno non ha stricato di gelo. Le culore (dal lat. corylus
per mettesi e qualcos'altro) sono invece le noccile. (p. 85)
pirino: pulcino, o giovine pollo; dal grido onomatopeico piro piro! (cfr.
p. 64) con cui le affettuose massaie chiamano a raccolta il pollame
tutto per nutrirlo. (p. 36)
predra: v. botccio. (p. 76)
raggia: Rubus Ulmifolius, o Rovo comune, colto nella sua pi vivace
tendenza, che non quella di fare le mre, ma di spingersi ogni dove
irraggiando i suoi lunghi e spinosi rami. L dove l'uomo ha abbandonato
un luogo, ecco le ragge implacabili, a tutto invadere. (p.
35, 66)
raionata: da iara (v.). Qui nel senso di ghiaia, o, meglio, di grosso
ciottolo,
con mettesi iaronata>raionata. Un pavanese userebbe l'italianissimo
"sasata": il vocabolo sottolinea la parlata rozza e greve
dei crochioni (V.) colti nell'ignorante atto di uccidere una tartaruga,
animale per loro inusitato, scambiato per un rospo con sopra
una simbiontica conchiglia-lumaca. (p. 39)
rmmola: da *remolere=rimacinare abbiamo rmola/o, vc. di area settentrionale
per crusca. Non sarebbe dispiaciuto un Vocabolario
della Rmola. (p. 65)
rinchccolo: in lingua sarebbe orichicco, che lo Zingarelli definisce:
"Lattice che stilla dalle Rosacee", che sar lattice, ma pi una specie
di gomma dorata semitrasparente. Noi la si masticava, ma ci vle
'na bella voglia di caramelle! (p. 148)
rinsnguine: sanguinello, o Cornus sanguinea. C' pieno, nel fiume, come
di vtiche (v.) e di fippe, o pioppi. (p. 73)
robanra: che poi roba nera, e cio insieme di cereali come l'avena o
l'orzo e di leguminose secondarie o scarti di esse (fave, csgi, cisgrchie
e compagnia) ridotti in farina con cui si impasteranno pastoni
per bestie. (p. 38, 61)
rodi: ruoti, al maschile; sono la sala-macchine di un mulino ad acqua.
Posti di solito sotto terra, o ad alcuni metri pi sotto del bottaccio
(v.) perch l'acqua, nel salto, acquisti forza, il r. (in it. ritrcine)
costituito da un robusto palo di crro a tronco di cono, collegato
sopra con le macine e in fondo al quale sono fissati una quindicina
di pale o cucchiai di legno di crro, i cadini. L'acqua, aperte le paratoie,
picchia con forza l contro e fa girare il tutto; nelle moderne
centrali idroelettriche ci sono le turbine Pelton (Lester Allen, 1829-
1908) e il loro rendimento solo del 13/15% superiore ai nostri
vecchi ritrcini in legno. La meraviglia dell'acqua che fa girare il
mulino colp anche, nell'85 a.C. (circa), la fantasia di Antipatro di
Tessalonica che, tirando in ballo le ninfe, scrisse un epigramma sui
ruoti. (p. 35, 61)
roggiolai: da roggiola, o ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius); sono
cos chiamati gli abitanti di alcune frazioni del Comune; come a di-
re: "O d'in dove venite (pri bscari!) che da voi ci fan solo le rog-
giole!" (p. 38)
rosa: femminile sostantivo del part. pass. roso (di rodere) toscanismo
per pizzicore, prurito. (p. 65, 121)
rsta: una lunga trincea di terra e frasche che serve a trattenere le casta-
gne, perch, quando crdano (le castagne non cascano, crdano!),
seguirebbero la loro natura ruzzolina e dovresti andar ad arcatarle
in fondo al fiume. Padre Dante usa la vc. come intrico di frasche
(...fuggendo s forte/Che della selva rompieno ogni r.). Pare venire
dal longobardo *hrausta=fascio di frasche. O d'in dove le andiamo
a prendere noi, certe parole?! (p. 30)
rotta: quando neva molto, e in mancanza di spazzaneve ti devi aprire la
strada a forza di pala; non c'entra la nave, ma il lat. rupta (via), o
via aperta attraverso ostacoli. (p. 62, 67)
rumdgo: odore caratteristico di chi, da tempo, non lava se stesso e gli
abiti che indossa. Viene dal latino tardo aromaticus, e bisogna am-
metere che c' aroma e aroma. (p. 38)
scosato: participio passato di scossare (arcaico o regionale), non di
scuotere. Se posto alla fine di una frase indicante azione, sta a dire
che quell'azione non si ha veruna voglia di compierla, diniegando
con tutto se stesso. Per intenderci meglio: a volte, per dare pi effi-
cacia al proprio dire, si sottolinea il participio afferrando a due ma-
ni i propri genitali e scotendoli (o scossandoli, a piacere) in maniera
vigorosa. (p. 80)
sgazurla: allegria immoderata, non derivata dalla gioia di serene ricrea-
zioni ma spesso alimentata artificialmente dall'alcool. (p. 76)
smplice: nella locuz.: far o saper 'na s. sta per sega; qui non tanto
riferito al turpe vizio della masturbazione, ma genericamente inteso come non
saper fare una cosa di pur grande facilit esecutiva o non conoscere nulla.
L'eufemismo questa volta volutamente malizioso, derivando da una canzone
goliardica: Vieni mia bella vieni, vieni con me in botega, io ti far una
s... (e qui si sostava con complicit) ...mplice dichiarazion d'amor.
Discutibile il gusto, ma la metafora entr e resta nel linguaggio comune. (p.
78)
sparare: si badi che qui non significa usare un'arma da fuoco ma, (cfr.
anche p. 79) fendere per il lungo. (p. 67)
spinailo: il pavanese verace cos definisce gli abitanti di Pvana s, ma
dall'altra parte del fiume. La zona, si detto, ha terreno e vegetazione
diversa, e vi abbondano arbusti spinosi. (p. 38)
strado: non c'entra il Divino; grande quantit di frutta caduta, sparsa
per strada; per metafora, grande quantit di 'gni cosa. (p. 46, 93)
strichetto: avete presente quella pasta fatta a farfalla? Noi, quella pasta
e le cravatte a farfalla, le chiamiamo cos (da stricare=stringere, cfr.
p. 92), perch stricate int al mezzo (p. 47)
strzgo: il Prgnolo (Prunus spinosa); per me (ma si prendon delle
cantonate, a volte!) viene da strosicare, antico per strozzare, e questo
rivela abbondantemente il sapore dei frutti di questa pianta, che
legan la bocca come nemmanco le sorbe acerbe. Il marugo invece
l'Olivello spinoso (Hippophae rhamnoides); se ci metti anche robinie,
ragge e spini bianchi intendi bene il significato di spinailo (v.)
sovranomme di quelli "d dl da l'acqua" (p. 101)
strubccio: da strubiciare per strofinare deriver s. nel senso di straccetto,
cosa di poco conto. Nel nostro caso, di scarsa venust. (p. 154)
sngia: dal lat. med. axungia, che viene a sua volta da axis=asse e ungere,
il grasso usato per ungere le ruote dei carri. Di solito, con
quei pezzi di grasso di maiale gelosamente serbati (che non si butta
via niente verodo) ci s'ungevano gli scarponi (cfr. p. 69), per tentare
di sladinarli un po' all'inizio, e per preservarli ed impermeabilizzarli
poi. Si sapeva un po' di rumadgo, ma s'andava via ragazzi che
neanche coi Munbut. (p. 17)
svrnie: qui con s intensiva, perch poi vrntia, lamento, chiasso che si fa
piagnucolando.
tasllo: il pavimento di tavole di castagno, appoggiato su travi di castagno;
diventa evidentemente soffitto fra un piano e l'altro. Dice una
canta popolare: "Balla pur bene e non badar tassello, finito quello
se ne fa un pi bello". L'ultimo, quello che d nel sottotetto, al SOlito
non di tavole ma di canne e gesso, il t. morto. (p. 36, 44)
tromba: non l'omonimo strumento, ma, come si intuisce pi avanti nella
pagina, il condotto forzato del botccio alla cadinara; (V. rodi)
tupare: anche tappare, ma soprattutto chiudere qualsivoglia buco con
qualsivoglia cosa.
vacche: se non sapete l'italiano non mia colpa mia! Sar popolare toscano,
ma i Cruscaioli gi hanno questa voce e traducono con incotti delle cosce;
quando uno sta a carni gnude troppo vicino al fuoco, e gli si disegna sulle
gambe tutto il reticolato delle vene o quello che , per la dilatazione dei
vasi sanguigni, in modo tale da ricordare la pezzatura di certi ruminanti.
vassorare: pulire il grano dalla pula o locco con la vassora (da
vas-missorium) un vassoio di legno ricavato da un unico blocco. Si fa
saltellare il grano contro vento, in modo che questo soffi via la pi leggera
pula.
vtiche (dial. vdghe): pianta principe del fiume, il Salix vimipalis.
L'uso principale sarebbe tagliare i rami in stagione (in questa fase
chiamati stroplli) per poi mondarli e, una volta seccati, usarli per
intrecciare panieri. Ci sono usi secondari di non secondaria importanza:
fra le v., nel folto di esse, ci si pu arpiatare o per sfuggire a
qualsivoglia indesiderata cosa o per giocare, con pi tranquillit, al
dottore o ad altri equipollenti giochi pi grandicelli. Il solo guizzare
saettante di uno dei suoi rami poi costituirebbe anche notevole
deterrente per bizze e convenevoli della stessa risma; se necessario,
era possibile si arrivasse anche al dunque, e il ramo di vtica si posava
pi volte sulle gambe dello sfortunato (se era cos bschero da
farsi chiapare).
vidara: ho sentito toscani usare l'italianissima parola verz; la pergola.
vizadro: Clematis Vitalba. Non l'Erba Pantagruelion, ma per i suoi
molteplici usi ci si avvicina: si arrampica e ricopre con liane festose, anche
se da dire che non reggono un gran ch se uno vuol farci Tarzan. Le stesse
liane, secche, troncate, possono essere fumate a m di sigaro (senza
respirare, sia chiaro, e i germogli giovani, previa bollitura, si usano in
primaverili frittate.
FINE.
| |