Giorgio Scerbanenco
VENERE PRIVATA.
PROLOGO PER UNA COMMESSA.
Come si chiama lei?
Marangoni Antonio, io sto l, alla Cascina Luasca, sono pi di cinquant'anni
che tutte le mattine vado a Rogoredo in bicicletta.
Non stare a perdere tempo con questi vecchi, torniamo al giornale.
E' lui che ha scoperto la ragazza, ce la pu descrivere, se no dobbiamo passare
dall'obitorio e siamo in ritardo.
Io l'ho vista quando arrivata l'ambulanza, era vestita di celeste.
Vestita di celeste. Capelli?
Scuri, ma non neri.
Scuri, ma non neri.
Aveva dei grandi occhiali da sole, rotondi.
Occhiali da sole, rotondi.
Non si vedeva quasi niente del viso, era coperto dai capelli.
Andate via, non c' niente da vedere.
Non c' niente da vedere, l'agente ha ragione, torniamo al giornale.
Andate via, andate via. Non dovete andare a scuola?
Gi, qui pieno di ragazzini.
Quando sono arrivato io si sentiva odore di sangue.
Dica, dica, signor Marangoni.
Si sentiva odore di sangue.
Naturale, era dissanguata.
Non si sentiva nessun odore, era passato troppo tempo, siamo arrivati qui con
la camionetta.
Dica, dica, agente.
In questura vi dicono tutto, io sono qui per tenere lontano questa marmaglia,
non parlo coi giornalisti. Ma non c'era odore di sangue, non ci pu essere.
L'ho sentito io, e ho il naso buono. Sono sceso di bicicletta perch dovevo
spandere acqua, ho appoggiato la bicicletta in terra.
Dica, dica, signor Marangoni.
Mi sono avvicinato a quei cespugli, ecco, proprio quelli, e cos ho visto la
scarpa, il piede, insomma.
Andate via, circolate, non c' niente da vedere, tutta questa gente per vedere
un pezzo di prato vuoto.
Io al principio ho visto solo la scarpa, il piede dentro non lo vedevo, ho
allungato la mano.
Alberta Radelli, ventitr anni, commessa, trovata a Metanopoli, localit
Cascina Luasca, il cadavere stato scoperto alle cinque e mezzo del mattino dal
signor Marangoni Antonio, abito celeste, capelli scuri ma non neri, occhiali
rotondi, io comincio a telefonare questo, poi torno a riprenderti.
Allora ho sentito che dentro la scarpa c'era il piede e sono rimasto male, ho
scostato tutte quelle erbacce e l'ho vista, si capiva subito che era morta.
PARTE PRIMA.
"Raccontare la vita di un uomo non forse una preghiera?"
1.
Dopo tre anni di carcere aveva imparato a passare il tempo coi mezzi pi semplici, solo che per i primi dieci minuti fum una sigaretta senza pensare ad
alcun gioco, ma quando butt il mozzicone sulla ghiaietta del viale pens che il
numero dei sassolini dei viali e vialetti del giardino, era un numero finito.
Anche il numero dei granelli di sabbia di tutte le spiagge del mondo poteva
essere calcolato ed era un numero finito, per quanto grande fosse, e cos,
fissando in terra, cominci a contare. In cinque centimetri quadrati poteva
stare una media di un'ottantina di sassolini; poi calcol a occhio l'area dei
vialetti che conducevano alla villa davanti a lui e concluse che tutta la
ghiaietta dei viali, che sembrava infinita, era costituita da un misero numero
di un milione e seicentomila sassolini, con lo scarto del dieci per cento in pi o in meno.
Poi, d'improvviso i sassolini si misero a scricchiolare, alz un momento il
capo: dalla villa era uscito un uomo che veniva per il viale pi grande verso di
lui, ora che fosse arrivato aveva tempo di fare un gioco, cos, seduto curvo su
quella mensoletta di cemento che faceva da panchina, raccolse una manciata di
sassolini. Il gioco consisteva nell'indovinare due cose: una, se i sassolini
erano in numero pari o dispari; due, se erano in numero inferiore o superiore a
un numero fissato, per esempio venti. Per vincere bisognava indovinare tutte e
due le cose. Allora stabil che i sassolini che aveva nel pugno erano di numero
pari e di quantit inferiore a venti. Apr il pugno, e cont: aveva vinto, i
sassolini erano diciotto.
Mi scusi dottor Lamberti se l'ho fatta attendere. La voce dell'uomo, arrivato
davanti a lui, era solenne e stanca, la voce di un imperatore affaticato; i
calzoni, perch ne vedeva solo le gambe stando cos curvo, erano stretti intorno
alle gambe magre, calzoni da giovane, ma l'uomo non era giovane, come vide
appena si alz per stringergli la mano che lui gli tendeva, e come gi sapeva.
Era un vecchio piccolo, potente, i capelli rasi a zero con la macchinetta, la
barba rasa alla radice, la mano piccola ma d'acciaio.
Buonasera, disse al piccolo imperatore. Piacere. In carcere aveva imparato a
non dire parole superflue. Al processo, mentre la nipote della signora
Maldrigati piangeva, lamentandosi che le avevano assassinato la zia e tacendo
dei milioni di eredit della stessa zia, voleva parlare, ma l'avvocato
difensore, quasi con le lacrime agli occhi, gli soffiava all'orecchio di non
dire una parola, non una: avrebbe detto la verit, e la verit la morte, tutto
meno che la verit in un tribunale, in un processo. E anche nella vita.
A Milano fa molto caldo, disse il piccolo uomo, e sedette vicino a lui sulla
mensola di cemento. Qui in Brianza fa invece sempre fresco. Lei conosce la
Brianza?
Non doveva averlo chiamato l per parlargli della climatologia brianzola,
certamente stava solo rilassandosi. S gli rispose. Da ragazzo venivo qui in
bicicletta, Canzo, Asso, il laghetto.
La bicicletta, disse il piccolo, anch'io venivo qui in bicicletta, da
giovane.
La conversazione sembr finita. Nel crepuscolo il giardino era quasi buio,
qualcuno accese delle luci nella villa, un pullman pass nello stradone venti
metri sotto la villa, suonando col clacson quasi un brano wagneriano.
Qui non pi di moda, il piccolo riprese a parlare, vanno tutti a prendere
caldo sulla Costa Azzurra o sulle isole, invece qui in Brianza, a mezz'ora di
macchina da Milano, si respira come a Tahiti. Credo che sia perch la gente
vuole andare sempre lontano da dove si trova. Un posto non mai bello se
vicino. Per mio figlio questa villa una specie di cella di punizione, quando
gli dico di venire qui, lo fa come una penitenza. Forse ha ragione: fa fresco,
ma un po' noioso. Era quasi buio, adesso, le finestre accese della villa
erano l'unica luce. Con una voce diversa il piccolo disse: Le hanno detto,
dottor Lamberti, perch ho desiderato vederla qui?
No, gli disse, non gliel'avevano detto. Gli avevano per spiegato chi era
l'uomo che sembrava cos modesto, cos semplice, era uno dei magnifici cinque
ingegneri della plastica, l'ingegner Pietro Auseri, oltre i cinquantacinque,
poteva forse creare tutto da tutto, un tipo di plastica speciale portava il suo
nome, auserolo, aveva tre lauree, il suo patrimonio doveva essere notevole, ma
ufficialmente era solo un libero professionista con un vecchio ufficio in una
vecchia via di Milano.
Pensavo gliene avessero accennato, disse il piccolo; ora la stanchezza della
voce era scomparsa, restava solo l'imperio, l'argomento climatologico e
turistico era davvero finito.
Mi hanno detto soltanto se potevo venire qui per un lavoro che avrei potuto
fare per lei, gli disse. Ormai era buio, altre luci nella villa si accesero,
una pallida scia arrivava fino a l.
S, in un certo senso un lavoro, disse Auseri. Le dispiace se ne parliamo
qui? In casa c' mio figlio e vorrei che lo vedesse solo dopo.
Per me va benissimo. Il piccolo vecchio gli piaceva, non doveva essere un
buffone, in quegli ultimi anni, in carcere e fuori, aveva visto intere armate di
pagliacci e li distingueva quasi dall'odore, da un dito, da un peluzzo di
sopracciglia.
Lei medico, disse Auseri.
Non gli rispose subito, solo qualche istante dopo, ma fu una pausa lunga, in
quel buio, in quel silenzio. Lo ero. Dovrebbero averla informata.
Certo, disse Auseri, ma lei sempre medico. E io ho bisogno di un medico.
Egli cont le finestre illuminate della villa: erano otto, quattro a pianterreno
e quattro al primo piano. Non posso pi esercitare. Non posso pi neppure fare
un'iniezione, anzi, soprattutto iniezioni. Non gliel'hanno detto?
Mi hanno detto tutto, ma non ha importanza.
Curioso. Gli disse: Se lei ha bisogno di un medico e prende uno espulso
dall'Ordine dei medici, che non pu prescriverle neppure una compressa di
aspirina, dovrebbe avere qualche importanza.
No, disse l'imperatore, con cortese imperio. Nell'oscurit gli tese il
pacchetto di sigarette: Fuma?
Sono stato anche in carcere, tre anni. Egli prese la sigaretta, Auseri
gliel'accese. Per omicidio.
Lo so, disse Auseri, ma non ha importanza.
Bene, forse non c' mai nulla d'importante.
Ho un figlio alcolizzato, disse Auseri nel buio, fumando. Adesso in quella
stanza al primo piano, l'unica finestra illuminata del primo piano. E' la sua
stanza, deve essere riuscito a nascondermi qualche bottiglia di whisky, e sta
carburandosi in attesa di noi.
Dalla voce si capiva che questa cosa, il figlio, aveva importanza per lui.
Ha ventidue anni, disse Auseri. E' alto quasi due metri e pesa, credo, una
novantina di chili. Fino all'anno scorso non mi ha dato molte preoccupazioni,
ero solo rattristato dalla sua scarsa intelligenza. Non ho potuto mandarlo
all'universit, gli esami di maturit glieli ho fatti superare con vera e
propria opera di corruzione verso i professori. E' anche molto timido e
remissivo. A Milano dicono: grand e ciula.
Cio grande e stupido. La voce amarognola di Auseri sembrava venire dal nulla,
nasceva cos, nell'aria buia.
Non mi dispiaceva che fosse cos, disse Auseri. Non tengo alle soddisfazioni
che pu dare un figlio genio. A diciannove anni l'ho mandato a lavorare alla
Montecatini. Ha girato tutti gli uffici e i reparti, per imparare, non imparava
molto, ma tirava avanti. Poi, l'anno scorso, ha cominciato a bere. Per i primi
mesi riuscito a nascondere un poco il vizio, arrivava tardi in ufficio, o non
andava, poi ho dovuto tenermelo a casa perch andava alla Montecatini con le
bottiglie di whisky, quelle piatte, in tasca. Mi ascolta, vero?
Oh, in carcere aveva imparato anche ad ascoltare, i compagni di cella avevano
lunghe e bugiarde storie da raccontare, storie della loro innocenza, storie di
donne che li avevano rovinati, tutti Abele uccisi da Caino e tutti Adamo
corrotti da Eva. L'ingegnere, per, raccontava qualche cosa di diverso, di pi nobile e doloroso, e lo ascoltava davvero. Certo, gli rispose.
Devo spiegarle molte cose per farle comprendere, disse Auseri. La voce nel
buio non perdeva d'imperio, anzi diveniva pi puntigliosa. Mio figlio si
ubriaca tre volte al giorno. A colazione completamente ubriaco, non mangia
nulla e si addormenta. Nel pomeriggio si ubriaca una seconda volta, poi dorme
fino all'ora di pranzo. A pranzo mangia, ma comincia con la terza sbornia, e si
addormenta sulla poltrona. Da quasi un anno, se non glielo impedisco
materialmente, fa sempre cos.
A ventidue anni era un modo di bere inquietante. Avr gi fatto molte cose per
impedirgli di bere, credo. Non capiva ancora che cosa volevano da lui, ma
voleva essere gentile. Allontanarlo dagli amici, dalle compagnie che lo fanno
bere.
Mio figlio non ha amici, disse Auseri, non ne ha mai avuti, neppure alle
scuole elementari. E' figlio unico, io sono rimasto vedovo undici anni fa,
nonostante il mio lavoro non l'ho mai abbandonato alle governanti e alle
istitutrici. Lo conosco bene, non ha mai fatto una partita a tennis con
qualcuno, non mai andato in piscina, in palestra o a un veglione con degli
amici. Quando ha avuto la macchina se ne serviva soltanto per fare delle corse
da solo per le autostrade. L'unica cosa normale che ha il gusto di guidare
veloce. Cos una volta o l'altra si ammazza, e il problema dell'alcolismo
risolto.
Attese che l'amaro imperatore riprendesse a parlare. Dovette attendere molto.
Per impedirgli di bere ho fatto molte cose. Adesso Auseri esponeva, come
elencasse i capitoli di un disastroso bilancio. Prima gli ho parlato. E' il
sistema della persuasione. Non ho mai visto nella mia vita alcuna persona che si
sia persuasa di alcunch con le parole, ma ho dovuto tentare. Gli psicologi
affermano che i giovani devono essere convinti, non domati, ma la mia opera di
convinzione stata sempre nettamente battuta dal whisky. Io parlavo, e lui
beveva. Poi ho tentato il sistema restrittivo. Niente soldi, sorveglianza
massima, sono stato con lui quasi due settimane, senza lasciarlo mai solo,
eravamo a Saint Moritz, passavamo le ore a guardare i cigni del lago, con
l'ombrello in mano, perch pioveva sempre, ma egli riusciva a bere lo stesso,
beveva di notte, perch dormivamo in due camere separate, qualche domestico o
facchino d'albergo doveva portargli da bere di nascosto mio, e al mattino era
completamente ubriaco.
Guardavano ogni tanto l'unica finestra illuminata del primo piano: la stanza del
bevitore, ma si vedeva solo la luce, il soffitto illuminato.
Il terzo sistema non ha dato risultati migliori, disse Auseri. Facevo molto
conto sulle punizioni corporali. Gli schiaffi, i pugni, le percosse inducono un
uomo a riflettere rapidamente sul modo di evitarli. Ogni volta che trovavo mio
figlio ubriaco, lo picchiavo, ma bene, e molto. Mio figlio rispettoso e
d'altra parte, se avesse provato a ribellarsi l'avrei stritolato. Dopo la
punizione corporale mio figlio piangeva e cercava di spiegarmi che non era colpa
sua, che lui non avrebbe voluto bere, ma che non ci riusciva. Dopo un po' ho
abbandonato anche questo sistema.
Ne ha tentato un altro?
No. Ho chiamato un medico, gli ho parlato della questione e mi ha detto che
l'unico modo era di mettere mio figlio in una clinica per disintossicarlo.
S, era vero, in una clinica avrebbero disintossicato il ragazzo che, appena
uscito, avrebbe probabilmente ripreso a bere. Ma questo non lo disse lui: lo
disse Auseri.
Avevo gi pensato alla clinica, ma quando esce riprende a bere, appena solo
si mette a bere. Ha bisogno di amici, e di donne. Auseri gli offr un'altra
sigaretta, l'accesero, cominciarono a fumarla. L'aria era anche umida, adesso,
oltrech buia, escluse le luci delle finestre accese in fondo al viale.
Soprattutto di donne. Non l'ho mai visto con una ragazza. Non mi fraintenda. Le
donne gli piacciono, lo so da come le guarda, e credo che si rivolga
abbondantemente alle professioniste. Ma troppo chiuso in s per farsi una
ragazza. Ho visto alcune che gli facevano la corte, in fondo un buon partito,
ma lui diventa muto, vicino a una donna, non parla letteralmente pi. Pu sembrare il ritratto di un individuo poco normale. Errore. Ha fatto tutto il
servizio militare, e come soldato, non da ufficiale. Al principio i compagni lo
canzonavano, perch stava sempre appartato. Ha quasi rotto la testa a uno e
incrinato due costole a un altro, cos il rispetto per lui divenuto altissimo
e lo hanno lasciato libero di star solo. Mio figlio normale, ha solo preso
dalla madre, anche lei era cos, non aveva amiche, neppure conoscenze, stava
bene solo con me, in casa; sono riuscito a portarla a dei ricevimenti, a delle
feste, solo poche volte. I difetti si ereditano e i pregi sono invece recessivi.
Direi una forma di entropia biologica.
Il piccolo imperatore agit una mano, infelice, ma nell'oscurit quasi non si
distingueva che fosse una mano viva, appariva vagante e fosforescente come un
ectoplasma, ancora pi infelice in quella funereit.
E adesso vorrei fare un ultimo tentativo, disse Auseri. Mettergli vicino una
persona che gli faccia da amico e da medico, che usi tutti i sistemi che vuole
per farlo smettere di bere, che glielo impedisca materialmente ogni minuto,
anche in toilette. Non m'importa quanto tempo ci metter, anche un anno, n i
mezzi che user. Pu anche ammazzarlo di botte, lo preferisco morto che
alcolizzato.
In carcere si diventa anche intelligenti, e le parole hanno molto valore, quelle
dette e quelle ascoltate; nella vita libera, incensurata, c'era sciupio e
svalutazione della parola e dell'ascoltare le parole: si continuava a parlare
senza sapere bene quello che si diceva, e si ascoltava senza capire. Ma con
Auseri non era cos. Auseri gli piaceva per questo, oltre che per quel dolore,
quell'amarezza come avvolti, incartati nell'imperio del suo carattere. Gli
disse: La persona che dovrebbe fare da amico e da medico disintossicatore di
suo figlio, sarei io.
S, l'ho pensato ieri. Il dottor Carrua mio amico, lui sa questa storia, ieri
ho dovuto andare in questura e sono passato nel suo ufficio. Mi ha parlato di
lei, mi domandava se potevo trovarle un lavoro alla Montecatini. S, volendo,
potrei trovarle anche una scrivania alla Montecatini, poi ho pensato che una
persona come lei poteva aiutarmi per mio figlio.
Ah, certo, uno che uscito di galera solo da tre giorni, aiuta tutti, fa tutto,
canta qualunque canzone, ma lui col dottor Carrua era fortunato, aveva gi delle
vaste possibilit di scelta. Carrua gli aveva trovato anche una rappresentanza
di medicinali, per un medico radiato dall'Ordine era la professione ideale, una
valigia con i campioni, un'auto con dipinto sulle portiere Ciba o Farmitalia, un
giro per la regione, dai medici e dai farmacisti, era quasi meglio che fare il
medico. Oppure, se preferiva qualche cosa di insolito, poteva accettare
l'offerta dell'ingegner Auseri, dedicarsi al figlio alcolizzato, guarirlo,
svelenarlo, dedicarsi a un'opera umana e sociale. Oppure, se aveva perso il
mordente per le grandi opere di redenzione, poteva insistere con Auseri per quel
posto alla Montecatini; una scrivania nel fondo di qualcuno di quei nitidi
uffici, poteva appagare il gretto egoismo, la mancanza di slancio di un uomo, se
non crede pi niente. Ma in carcere si diventa anche suscettibili, irritabili.
Disse calmo, tanto pi era irritato: Perch ha pensato proprio a me? Qualunque
altro medico pu interessarsi di suo figlio.
Non direi, disse Auseri. Si era irritato anche lui. Ho bisogno di una persona
di fiducia assoluta. Dal modo come il dottor Carrua mi ha parlato di lei, le
concedo tutta la mia fiducia. Vado per intuito, anche prima, quando l'ho vista
seduto qui, con quei sassolini in mano, ho pensato che potevo fidarmi.
Non erano parole vaghe, lo sentiva dal tono della voce, l'irritazione gli svan,
gli piaceva parlare con un uomo, dopo aver parlato con tanti buffoni - il
primario della clinica con lo zuccotto, che operava raccontando barzellette
sconce, l'avvocato di parte civile che scuoteva il capo ogni volta che
nell'arringa finale pronunziava il suo nome: ... non capisco come il dottor
Duca Lamberti, scuotimento di capo, possa sostenere una versione cos puerile
del fatto. Il dottor Duca Lamberti, scuotimento di capo, o pi ingenuo, o
pi furbo, di quello che appare. Il dottor Duca Lamberti, scuotimento di capo,
ancora; ma come si fa a essere cos giullari? - e Auseri era un uomo, e lo
ascoltava volentieri.
Qualunque altro medico approfitterebbe della situazione, anche per farsi della
pubblicit, disse Auseri. Finora l'alcolismo di mio figlio un fatto privato,
conosciuto da pochi amici discreti. Con un medico qualsiasi diventa un
chiacchiericcio per tutti i salotti, salottini e stanzette della milaneria. Lei
invece non parla, e poi, se accetta, far. Un altro medico, dopo una settimana
si stufa, mi lascia solo il ragazzo rimpinzato di pastiglie e di iniezioni, e
lui si ubriaca lo stesso. Non voglio pastiglie e iniezioni. Voglio un amico e un
guardiano inesorabile per mio figlio. E' l'ultimo tentativo che faccio. Se non
riesce, lo lascio andare, lo faccio interdire e non ci penser pi.
Adesso toccava a lui. Che ora era, e dove erano? In quell'angolo umido e oscuro
della Brianza, sulla costa di un colle, con una villa davanti che sembrava
stesse scivolando verso di loro e dentro la villa un giovanotto attaccato a una
bottiglia di whisky, ecco dove erano. Avrei bisogno di farle qualche domanda,
gli disse.
Naturale, disse Auseri.
Lei dice che suo figlio da un anno che beve cos. Prima non beveva? Si
messo a bere d'improvviso?
No, beveva anche prima, ma solo eccezionalmente, si ubriacava due o tre volte
al mese, non di pi. Non voglio essere ingeneroso contro la madre morta, ma
una tendenza che ha ereditato da parte materna.
Poi mi ha detto che suo figlio non ha amici, non ha ragazze, quindi beve da
solo, abitualmente?
Infatti, anche adesso sta bevendo da solo, nella sua stanza. Ma beve da solo
perch non sta mai in compagnia di nessuno. Non vuole starci.
Lei mi ha detto anche che suo figlio nonostante le apparenze un ragazzo
normale. Crediamolo. Ma un ragazzo normale non si mette a bere in questo modo
senza un motivo. Pu essergli accaduto qualche cosa che lo ha spinto a bere
ancora di pi, sempre di pi. Una donna, per esempio. Nelle vignette gli uomini
bevono per dimenticare un amore infelice.
La mano di Auseri si alz ancora, fluttu nell'aria nera, se la pass sul viso.
Gliel'ho gi chiesto io, a colpi di attizzatoio. Abbiamo un camino, nella casa
a Milano, abbastanza antiquato da avere l'attizzatoio. Sulla faccia un
attizzatoio fa male, siccome una cosa abbastanza recente, potr vedere ancora
il segno sulla guancia. Gli ho chiesto se c'era una donna, se c'erano dei
debiti, se aveva fatto abortire qualche minorenne, ha detto di no, e gli credo,
perch incapace, anche nel male.
Doveva essere uno strano ragazzo. Mi scusi se insisto, ingegnere, adesso le
parlo da medico, da ex medico, attenzione, da medico radiato, prima lei ha
detto che suo figlio, per quanto riguarda le donne, non avendo amicizie, si
rivolgeva alle professioniste. Ora lei immagini che in seguito a questa
abitudine egli abbia preso quello che pensa sia una terribile malattia e
disperato, considerandosi ormai un rifiuto umano, si sia messo a bere. Oggi la
lue una malattia meno paurosa che in passato, ma un profano, un giovane
sensibile pu anche rimanerne terrorizzato.
Il buio disse: E' stato il primo dubbio che ho avuto, e ancora quattro mesi fa
l'ho fatto visitare. Ha subito tutti gli esami e tutte le analisi. Non ha
assolutamente nulla, nessuna infezione, neppure la pi banale.
Cos, neppure la paura di una malattia spingeva il giovane Auseri a bere. Ma
suo figlio che cosa dice? Come si difende?
Mio figlio umiliato e disperato. Dice che non vorrebbe bere, ma che non ci
riesce. Io lo prendevo a schiaffi, lui mi diceva: Hai ragione, hai ragione, e
si metteva a piangere.
Adesso bisognava decidere. Lei ha parlato di me a suo figlio?
Certo. Ripeteva spesso questa parola che detta da lui voleva dire
assolutamente certo, e non era il solito fiato inconsistente. Gli ho detto che
forse un medico di particolare fiducia avrebbe accettato di aiutarlo, e lui mi
ha promesso che far tutto quello che lei vorr. Del resto, anche se non lo
prometteva, glielo facevo fare io lo stesso.
Ah, naturalmente, anzi, certo. Che cosa doveva fare? Quello non era un lavoro,
si delineava come un piccolo, fastidioso pasticcio, ma la rappresentanza di
medicinali, quando ci ripensava, lo stomacava un poco. Cerc di stare calmo, di
non irritarsi con se stesso. Non credo che sar difficile far smettere a suo
figlio di bere. In poco pi di un mese pu riaverlo astemio. Sar invece
difficile, se non impossibile, impedire che riprenda a bere, appena libero di se
stesso. L'alcolismo qui un sintomo, se non troviamo la causa, saremo sempre da
capo.
Cominci a farmelo diventare astemio, dopo vedremo.
Bene. Sono pronto. Era il momento di conoscere la vittima dell'alcol.
Grazie. Ma Auseri non si alz, cerc qualche cosa nelle tasche. Desidero, se
lei pu, lasciarlo subito nelle sue mani e non pensarci pi. Da un mese lo
sorveglio io, e sono stremato. Vedermelo intorno ubriaco dalla mattina alla sera
sconfortante. Le ho preparato un assegno e del denaro liquido per le prime
spese. Adesso le consegner mio figlio e poi riparto subito per Milano,
domattina alle sei devo essere a Pavia. Ho gi trascurato troppo il lavoro per
lui, ora basta. Faccia lei tutto quello che vuole: ha pieni poteri.
Nel buio non si distingueva tra assegno e denaro, ma era un mucchietto di carte
di un certo spessore e se lo mise in una tasca, l'ingegner Auseri era informato
che la gente dimessa dal carcere non dispone di molti mezzi.
Andiamo.
Cominciarono a salire verso la villa. Quando entrarono un giovane uomo si lev un poco ondeggiando da una poltrona, ma riusc a stare in piedi senza vacillare,
la sala della villa era piccola, troppo piccola per lui, sembrava una villa
giocattolo, con dentro lui, non una villa davvero.
Mio figlio Davide. Il dottor Duca Lamberti.
2.
Fu tutto assai rapido, il piccolo imperatore dai calzoni strettissimi era
tornato stanco, disse poche battute, come un attore svogliato, disse che suo
figlio avrebbe fatto gli onori di casa, che gli dispiaceva di non poter
rimanere, esitava di guardare il figlio, gli disse: Ciao, con le spalle
voltate, mentre tendeva la mano per salutare lui e dirgli: Telefoni, se
occorre, ma per un po' di tempo non sar facilmente rintracciabile, doveva
essere solo un cortese eufemismo per dire che non voleva essere disturbato.
Molte grazie, dottor Lamberti, solo prima di scomparire nel giardino guard un
momento il gigante giovinetto che era suo figlio, e nel suo sguardo c'era tutto,
pi che in un supermercato, compassione, odio, amore sanguigno, ironia, sprezzo,
dolorante affetto paterno.
Poi lo scricchiolio dei passi sulla ghiaietta, poi silenzio, poi il sommesso
rombo di un motore, il sordo suono delle gomme sulla ghiaia, poi pi niente.
Stettero un po' in silenzio, in piedi, senza guardarsi troppo. Davide Auseri
vacill solo due volte in tutto quel tempo, ma con eleganza, non vi era nulla di
volgare nella sua ubriachezza, soprattutto per il viso. Che espressione aveva
quel viso? La cerc, e allora ricord che espressione era: quella di un ragazzo
a un esame importante, che non sa rispondere a una domanda: espressione di
angoscia e di timidezza, e qualche misero tentativo di apparire naturale.
Era un dolce viso, da paggio, eppure virile, che l'alcol non aveva ancora
toccato. Era elegante anche la riga da una parte dei suoi capelli biondo scuri,
le guance punteggiate di barba, la camicia bianca con le maniche lunghe
rimboccate su due ciclopiche braccia velate da una chiarissima peluria, e i
calzoni di tela nera, e le scarpe nero opaco: tutto un modello buona gente
milanese, eco di un'Inghilterra regina dei mari, come se la capitale ambrosiana
appartenesse un poco, moralmente, al Commonwealth.
Possiamo sederci, disse al Davide che vacill un'ultima volta, poi
s'introdusse nella poltrona. Glielo disse con severit, perch anche se era
stato in carcere gli era rimasto un cuore, sotto la specie non tanto di un
muscolo cardiaco, ma di quelli disegnati sulle cartoline, ancora diffuse e
vendutissime. La severit maschera la propria commozione, la propria debolezza.
Le malattie morali possono far impressione anche a un medico, e quel ragazzo era
un malato morale. Chi c' nella villa oltre a noi? gli disse ancora con
severit.
Ecco, nella villa, la domanda di esame non era difficile, ma per il ragazzo
doveva essere difficile il semplice fatto di parlare a uno sconosciuto, in
questa villa, diremo, insomma una casa, ecco, c' la cameriera che la moglie
del giardiniere, c' un domestico, e poi c' la cuoca, sta preparando il pranzo,
anche pap dice che non si pu definirla esattamente una cuoca, ma oggi bisogna
accontentarsi... Parlava e sorrideva, recitando pietosamente la parte di un
giovane, brillante conversatore.
E poi chi altro c'? lo interruppe duramente.
Gli occhi del giovane gigante si velarono di paura. Nessuno, disse subito.
Era un caso difficile, non doveva sbagliare nello stabilire i primi rapporti, il
ragazzo era ubriaco ma lucidissimo. Cerchi di non aver paura di me, se no non
combiniamo niente.
Non ho paura, io, disse lui inghiottendo dalla paura.
La cosa pi logica che lei abbia paura, non mi ha mai visto e sa che dovr
fare tutto quello che le dir io. E' una situazione spiacevole e ansiosa, voluta
da suo padre. Vorrei cominciare subito il mio lavoro parlando male di suo padre,
se me lo permette. Il ragazzo non sorrise per niente, le spiritosaggini del
professore non hanno mai fatto sorridere l'esaminando disfatto. Suo padre l'ha
schiacciato, le ha sempre imposto la sua volont, le ha impedito di divenire un
uomo. Io sono qui per aiutarla a togliersi l'abitudine di bere, e questo lo
posso fare facilmente, ma la sua vera malattia non questa. Non si tratta un
figlio come se fosse sempre un bambino da far stare a tavola educatamente. Suo
padre ha commesso questo errore e io non posso e non voglio neppure ripararlo.
Quando lei sar disabituato al bere, la lascer, e sar un sollievo per tutti e
due. Perci, cerchi di avere il meno paura possibile. Oltre tutto mi d fastidio
la gente che ha paura di me.
Io non ho paura, dottore. Sembrava averne sempre di pi Lasci stare. E lasci stare anche il dottore. Non mi piace concedere subito
delle confidenze, ma in questo caso necessario. Ci daremo del lei, ma, se
necessario, ci chiameremo per nome. Sarebbe stato un errore tentare di farselo
amico, adescarlo; il ragazzo era intelligente, sensibile, non avrebbe mai
creduto a un'amicizia tanto improvvisa. Meglio la verit, anche se aveva sempre
nell'orecchio la voce soffiante del suo avvocato difensore: mai, mai, mai la
verit, meglio la morte.
Poi entr una vecchia cameriera, sembrava piuttosto una contadina che per
sbaglio fosse entrata nella villa e le fossero venuti i nervi per il
contrattempo. Domand agra che cosa doveva preparare, e per quanti. Sono le
otto e mezzo, aggiunse quasi con derisione.
Anche questo problema angosci lo sguardo del triste paggio, e dovette
risolverlo lui. Andiamo a mangiare fuori. Pu lasciare in libert il
personale.
Mangiamo fuori, disse Davide all'agra individua che li irrise ancora e
scomparve dalla sala, casualmente, come vi era entrata.
Ma prima di portarsi a spasso il grosso pupo, volle visitarlo, si fece condurre
al piano di sopra, nella sua stanza, e gli disse di spogliarsi. Davide Auseri si
ferm agli slip, ma lui gli fece cenno di toglierli. Nudo era ancora pi imponente, sembrava di essere a Firenze davanti al Davide di Michelangelo, un
po' ingrassato, ma solo un po'.
Lo so che non simpatico, ma si giri e cammini.
Ubbidiva come un bambino, peggio, come un topolino cibernetico che segue una
strada prefissata secondo gli impulsi ricevuti, solo che non poteva girare su se
stesso con molta precisione e vacill pi pesantemente.
Basta. Si distenda pure sul letto. A parte quei disturbi motori dovuti allo
stato etilico, la deambulazione non presentava nessuna anormalit. Sul letto gli
palp il fegato, e per quello che vale una pratica tanto primitiva, poteva
essere anche il fegato di un astemio. Gli guard la lingua: perfetta; gli
osserv la pelle centimetro per centimetro: perfetta, se non fosse stato per la
sua maschia consistenza, era limpida ed elastica come quella di una bella donna.
Anche l'alcol, prima di intaccare quel monumento fisico, aveva bisogno di tempo.
Qualche guasto poteva essere altrove. Rimanga disteso sul letto e mi dica
soltanto dove posso trovare un paio di forbicine gli disse.
Sono nel bagno, la porta appena fuori dal corridoio.
Torn dal bagno con le forbicine e cominci a punzecchiarlo con una o con tutte
e due le punte delle forbici ai piedi, alle caviglie, alle gambe. Le risposte
erano sempre esatte, il giovane Davide era un bevitore al quale l'alcol non
aveva ancora fatto assolutamente nulla.
Pu rivestirsi, poi andiamo a pranzo, mi pare che ci sia un posto vicino a
Inverigo. Si affacci alla finestra mentre Davide si rivestiva e gli disse
ancora: Suo padre le ha forse accennato che solo da pochi giorni che sono
uscito di carcere, e non era una domanda.
S.
Ecco, allora potr comprendere. Cominceremo la cura domani. Questa sera
desidererei rilassarmi. Il vitto carcerario, oltre all'ambiente, depressivo.
Questa sera sar lei che terr compagnia a me.
Prima di uscire lo fece fermare sotto la lampada, gli pass due dita sulla
guancia sinistra, dove sembrava come fosse sporco di carbone, ma non era
carbone.
Le fa male?
S. Sembrava avere meno paura. Non molto, solo la notte, meglio che non
dorma col viso appoggiato da questa parte.
Un colpo di attizzatoio un po' troppo.
Per la prima volta Davide sorrise. Anch'io avevo bevuto un po' troppo, quella
sera. Scusava il padre, riteneva giusta la punizione, porgeva l'altra guancia
per un secondo colpo.
L'auto dello strano fanciullo era una Giulietta, naturalmente blu scuro,
naturalmente con l'interno grigio, naturalmente senza radio e senza alcun
accessorio: non sarebbe stato di classe. Da quello spuntone gibboso di colle
dov'era costruita la villa, fino a Inverigo, la distanza non era molta, ma un
istante dopo che Davide si era messo al volante, egli vide la villa innalzarsi
fino al cielo, lo stradone in basso quasi gli sbatt in faccia, poi una serie di
sussulti, delle luci accecanti, dovevano essere i fari delle altre auto, e la
Giulietta si ferm: erano arrivati.
Suo padre mi ha detto che guida veloce, gli disse, non mi ha detto per che
guida anche molto bene. La strada era stretta e tutta curve e in quella
stagione con molto traffico, solo con una grande abilit si poteva guidare tanto
velocemente.
Continu a lavorare cos il suo difficile paziente, era come voler fare amicizia
col nulla, parlare al vuoto e fare moine in un deserto. Davide non parlava mai
di sua iniziativa, rispondeva soltanto alle domande, e appena possibile
rispondeva solo s. Lo port prima al bar. Beva tranquillo un whisky,
cominciamo il trattamento solo domani.
Il locale, che sorgeva anch'esso, come la villa, sul fianco di un colle, voleva
essere un "country-night", con qualche concessione alla balera. La veranda
giardino dove si ballava era quasi vuota, le luci basse illuminavano coppie di
modesti peccatori da giorni feriali. Per il momento due giovani ballavano alla
musica del juke-box, ma alle 22 un manifesto prometteva un brillante complesso
orchestrale, la frase dava l'idea di una cinquantina di suonatori, ma gli
strumenti sul palchetto dell'orchestra erano quattro.
Su un terrazzino c'erano alcune tavole apparecchiate, era il ristorante, e in
meno di un'ora riuscirono a mangiare del prosciutto che sapeva di frigorifero,
del pollo in gelatina che invece era assolutamente da grande cucina, e una
mediocre insalata capricciosa. La cosa migliore era l'aria, dolcemente umida,
e la vista, in tutto il buio, di tanti puntini luminosi, case, villette,
lampioni, che degradavano verso la pianura milanese.
Davide mangiava, ma con chiaro sforzo, e non aveva bevuto neppure mezzo
bicchiere di vino, e neanche parlava; allora prima che finisse l'insalata egli
si alz, and al bar e trov tre qualit di whisky. Port le tre bottiglie in
tavola. Scelga lei la marca che preferisce, per me va bene una qualunque.
Anche per me.
Allora teniamo la bottiglia pi grossa. Non ho ordinato n ghiaccio n soda
perch penso che non le serva.
Lo bevo sempre "nature".
Anch'io. Gli vers del whisky nel bicchiere del vino. Ecco, ora la prego,
ogni volta che vorr bere, di servirsi da solo. Io sono distratto, poi devo
parlarle di tante cose.
E riprese con le domande, che erano l'unico modo di conversare col suo compagno,
il solo per ottenere qualche frase. Ogni tanto gli faceva una domanda, e ogni
tanto Davide rispondeva e ogni tanto dalla balera veniva la musica del grande
complesso orchestrale, e sopra il terrazzino c'erano perfino le stelle.
S, la madre era molto alta fu la risposta a una domanda. La madre era di
Cremona, altra risposta; no, a lui non piaceva il mare, alla madre s, piaceva
tanto, avevano una casa a Viareggio ma dopo la morte della mamma vi erano stati
solo una volta; no, non aveva mai avuto una ragazza fissa: questa la risposta
alla domanda: Come era la sua prima ragazza?
Fissa anche per modo di dire, insist lui, una ragazza per andarci in giro
qualche giorno, una settimana.
Risposta: No.
Era un po' affaticante. Gli vers da bere, siccome lui, stoicamente, finito il
primo giro, non si serviva pi, e quasi gli riemp il bicchiere. Non sta bene,
ma cos risparmiamo la fatica di servirci venti volte. Poi, forse lei mi aiuter
un poco nella conversazione. Desidero parlare di donne, e non solo parlarne.
L'ultima volta che ho toccato il braccio di una ragazza stato quarantun mesi
fa. Mi svegliai vicino a lei e mi accorsi di avere la mano sul suo braccio, lei
dormiva ancora, poi si svegli e lev il braccio. Da allora sono passati
quarantun mesi. Non credo di poter prorogare di pi questa continenza del tutto
involontaria. Sentiva che stava per entrare in quella specie di bunker in cui
il ragazzo si chiudeva.
Forse qui non ci sono molte possibilit, disse Davide. Era una risposta anche
troppo lunga per lui.
Non lo so, adesso vado a vedere. Lo lasci solo sul terrazzino sotto le stelle
e attraverso il bar raggiunse la veranda da ballo. Si era un po' riempita, e gli
uomini erano pochi, anche se facevano molto chiasso. Studi le distinte
signorine una per una; escluse le milanesi che, accompagnate, sembravano tutte
soraye, le altre avevano un'aria casalinga, con collanine di plastica,
pettinature fatte dall'amica apprendista parrucchiera, marziani sandali dorati.
Ma da molto non credeva pi neppure all'aria casalinga. Torn sul terrazzino,
not soddisfatto che Davide aveva finito il suo bicchiere di whisky e lo port a
danzare. Non vacillava molto pi di prima, oltre un certo quantitativo di alcol,
o si riacquista l'equilibrio o ci si addormenta.
Non so ballare, disse Davide. Sedettero a un tavolo lontano dall'orchestra, in
uno degli angoli pi intimi e male illuminati del "country-night".
Ballo io benissimo. Saziato l'avido cameriere con un'ordinazione di whisky, si
alz e and a invitare una delle pi casalinghe, non era neppure truccata. Alla
fine della danza la prescelta accett un'aranciata al loro tavolo. Non posso
fare molto tardi. Mio padre mi d il permesso fino alle undici, io torno a casa
a mezzanotte, ma se si sveglia le prendo.
Oh, che peccato, disse lui. Il mio amico ha una villa qui, con un apparecchio
ad alta fedelt e dei dischi straordinari.
Alla parola villa la ragazza divenne pensosa, egli se la riport a ballare
appena l'orchestra ricominci e le parl con dolcezza; la casalinga sembrava una
che comprendesse le aspirazioni di due uomini soli in una sera stellata come
quella, e prima della fine del ballo ammise due possibilit: una di venire alla
villa, e l'altra di trovare un'amica.
Per dovete riaccompagnarci a casa presto, alla mezza al massimo, insist, ma
svogliatamente. Aveva anche prorogato di mezz'ora l'orario.
L'amica salt presto fuori, la ragazza si assent tre minuti e torn con
un'altra come lei, sembravano due "tailleurs" dello stesso modello, solo uno in
un colore e l'altro in un altro, infatti la prima era bionda, la seconda era
bruna. La loro somiglianza non era n fisica, n di abiti, era di clima
spirituale. Gradirono molto l'acquisto di bottigliette varie che lui fece,
furono soddisfatte della Giulietta e si preparavano a fare della conversazione
in auto, ma a centoventi all'ora su quella strada non ne ebbero la forza e
ripresero a respirare solo davanti alla villa. Non mi piace andare cos forte,
disse la bruna, il suo nome doveva essere Mariolina, o Mariolina era
quell'altra? Al ritorno per favore guidate pi piano, se no torniamo a piedi.
Davide non vacill pi per tutto il trattenimento, era solo un po' rigido, e non
parlava, ma parl lui, per tutti perch quando ci si dedica a un'opera di
redenzione sociale bisogna andare fino in fondo, non vero, dottor Duca
Lamberti - scuotimento di capo - e lei, dottor Duca Lamberti - scuotimento di
capo - il principe delle imprese di redenzione sociale, il duca, ah, quale
"humour": liberare l'umanit, per il momento impersonata da Davide Auseri, dal
flagello dell'alcolismo; liberare l'umanit dalla paura della morte,
quell'umanit sotto forma della signora Sofia Maldrigati che aveva gli occhi
viola di terrore appena il primario che raccontava le barzellette sconce le si
avvicinava; lui liberava tutti, da tutti i mali, era di professione liberatore,
e parl quasi per un'ora di seguito, con le ragazze e con Davide, tent di far
funzionare l'apparecchio ad alta fedelt che per era guasto e allora una delle
due casalinghe accese la radio, trov Roma 2, e continu a parlare, allora come
un presentatore, con un sottofondo di musica da ballo.
Intanto che versava da bere spieg che il suo amico si chiamava Davide e che era
muto. Le signorine erano sagge e bevettero poco, raccontarono diverse cose
inverosimili su loro stesse, ma lui e Davide assentivano con convinzione e cos
riuscirono tutti insieme a dare un aspetto non volgare alla riunione, finch lui
non si appart alcuni momenti con Mariolina, ammesso che fosse Mariolina, e le
dette alcune spiegazioni.
Pochi minuti dopo Mariolina riusciva a far alzare Davide dalla poltrona e saliva
sinuosamente la scala verso la zona notte del primo piano, con tutti i tacchi e
la pettinatura, non arrivava alle spalle di lui. Scomparsi i due giovani
innamorati egli si distese sul divano; l'altra casalinga, addolcita dalla musica
e da un paio di bicchieri, sedette in terra vicino a lui e, coi capelli lunghi
intorno al viso, si trasform in una raffinata Franoise Hardy, mormorando le
lamentose parole di una canzone. Poi s'interruppe per dire pi concretamente e
chiaramente, anche se appassionata: Noi stiamo qui, o c' un posticino per
noi? Indicava con lo sguardo il piano di sopra, desiderava un talamo tutto per
lei.
Egli le vers ancora da bere, e bevette ancora anche lui. Non poteva spiegare
alla giovane che una prolungata continenza genera una specie di blocco
neuropsichico, o un'abitudine alla castit. La castit in fondo poteva essere
considerata un vizio: se uno comincia a esser casto, dopo non riesce pi a
liberarsi e diventa sempre pi casto. D'altra parte, dopo una domanda del genere
da parte di una donna, specialmente in Italia, un rifiuto, per quanto abile, era
impossibile. Un'onesta e coscienziosa girovaga come quella Franoise Hardy, che
onestamente aveva accettato di tenergli compagnia, non avrebbe mai afferrato il
senso della cosa, si sarebbe offesa, poi lo avrebbe ritenuto un monco, in tutto,
e infine avrebbe pensato che apparteneva al sesso ulteriore. Non volle
angosciare troppo una cos gentile ragazza della gentile Brianza. E' pi bello
qui, ma spegni la radio. C'era stato un gerarca fascista che durante la guerra
di Spagna faceva l'amore lasciando suonare il disco del Bolero di Ravel: lui non
voleva arrivare a questo punto.
Con molta distinzione, verso l'una e mezzo, Mariolina scese dal piano di sopra:
sola. Lui e Franoise Hardy avevano riacceso la radio e con molta distinzione
cercavano di sembrare buoni amici. Mariolina non aveva ancora finito di scendere
le scale che lui per l'aveva gi raggiunta e gentilmente la faceva sedere
sull'ultimo gradino e sedendo anche lui la invitava a un'amichevole spiegazione.
Le domande che le rivolgeva erano molto indiscrete, ma si rivolse al senso di
comprensione della giovane che, in un certo modo, era intelligente.
Alla domanda n. 1, che era una delle meno scabrose, la ragazza rise forte.
Credevo anch'io che dopo si addormentasse, ma stato il contrario.
La domanda n. 2 era pi scabrosa, e l'interrogata rispose semplicemente: No.
Rispose no anche alle domande 3, 4 e 5. La sua amica le port un bicchiere e
voleva star l ad ascoltare, ma udite le domande 6 e 7, e le risposte della
collega, sembr offesa della loro indecenza e ritorn sul divano vicino alla
radio.
La domanda n. 8 era l'ultima e Mariolina rispose quasi con commozione: No, non
ha fatto cos, ha acceso la radio piccola che ha vicino al letto, e l'unica luce
era quella, le piaceva descrivere la scena, doveva averla colpita. Mi ha
acceso una sigaretta e mi ha chiesto scusa se parlava cos poco, poi mi ha
domandato se volevo rimanere l a dormire o se preferivo essere riaccompagnata a
casa. Gli ho detto che dovevo andare a casa, sono andata in bagno e quando sono
tornata lui si era rivestito, calzoni, camicia, scarpe e mi ha chiesto ancora
scusa.
Di che?
Di non potermi accompagnare lui, ma ha detto che aveva soggezione.
Soggezione perch?
Ha detto che non voleva rivedere te.
L'inchiesta psicosessuale era finita. Anche da quel punto di vista il Davide di
Michelangelo era perfettamente normale. Banalissimo. Le otto domande tecniche e
analitiche che aveva fatto a Mariolina, avevano avuto risposte indubitabili.
Davide Auseri era un giovane vigoroso, vietamente avido dell'altro sesso, senza
desideri astratti o varianti anomale per la sua et. L'alcol, anche in dosi
molto alte, non aveva ancora avuto nessuna influenza, non esisteva nessun blocco
e nessuna alterazione: la testimonianza-perizia di Mariolina era stata precisa.
Si alz dal gradino e aiut la sua informatrice sessuale ad alzarsi. Un goccio,
e poi andiamo a casa.
Alcuni biglietti di quelli che gli aveva dato l'ingegner Auseri passarono con
molta discrezione dalla tasca della sua giacca alle borsette delle casalinghe,
ma tutta la serata aveva avuto sempre un tono di signorilit. Le giovani si
fecero lasciare davanti al ristorante sotto le stelle dove erano state reperite
e che era ancora aperto, e lui torn alla villa con la Giulietta, guidando
pianissimo. Al cancello trov un distinto, anziano signore con un impermeabile
sulla lunga camicia da notte che in un italiano assolutamente perfetto, senza
nessun tono anche lontano di dialetto, gli disse di essere il domestico, di
scusare il suo abbigliamento e di avere l'incarico da parte del giovane signor
Auseri di mostrargli la sua stanza e di fornirgli qualunque cosa gli fosse
necessaria per la notte.
Il cinematografico domestico lo accompagn al primo piano, lo guid nella sua
stanza, gli indic il bagno che egli conosceva e dopo un deferente saluto, una
mano sul cuore per tener chiuso l'impermeabile, lo lasci solo.
La stanza era vicina a quella di Davide, la topografia della casa era facile da
capire, in quella camera doveva dormire l'ingegner Auseri, quando veniva l.
Oltre alla logica lo dicevano anche i libri su una mensola appesa a una parete.
C'erano due storie della seconda guerra mondiale, una storia della repubblica di
Sal, una storia d'Italia dal 1860 al 1960, "La conoscenza umana" di Russell, un
opuscolo pubblicitario in inglese su una vernice ininfiammabile e un paio di
fascicoli delle "Vie del mondo". Letture costruttive per una ben costrutta mente
come quella dell'ingegnere.
Non aveva portato con s una piccola valigia, perch non pensava di dover
rimanere l quando era partito da Milano. Non aveva alcuna importanza. In bagno
si mise un po' di dentifricio sulla lingua e si sciacqu la bocca, fece qualche
rapida abluzione e in slip torn nella sua stanza, infelice.
Dalla finestra entravano calde folate di umido e qualche zanzara e soprattutto
un pesante silenzio perch per lo stradone sotto la villa non passava pi alcuna
macchina. L'infelicit aument quando, nonostante tutti i lavacri fatti, si
ritrov un lungo capello di Franoise Hardy sul collo. Anche in prigione, quelle
ore nel mezzo della notte, erano difficili. Era preparato, aspettava l'assalto
dei pensieri, dei ricordi, ma quando la marea arrivava, lo sommergeva e lo
squassava sempre pi di quanto avesse temuto. E va bene, avanti.
Aveva sbagliato tutto.
3.
Per prima cosa non doveva odiare il primario della clinica, Arquate era odioso,
dall'aspetto fisico di cavallante travestito da abile chirurgo, alla personalit
morale, al tono della voce, alle maniere bufaline ma l'odio inutile. Se non
gli piaceva Arquate, lasciava la clinica, senza odiare.
Aveva sbagliato, odiando Arquate, a dare un esagerato rilievo alla scena di
quella mattina. Arquate e lui erano usciti dalla stanza della signora
Maldrigati, dopo la cerimonia della visita, puramente formale e Arquate
lasciando la porta aperta, non le chiudeva mai, forse per principio, aveva
detto: Questa qui mi dura fino a dopo Ferragosto, sembrano sempre l l, e non
se ne vanno mai. La voce gi abitualmente da gioco delle bocce alla Boffalora,
era resa ancora pi sonora dall'irritazione. Oltre alla signora Maldrigati,
infelice interessata, dovevano aver udito la frase tutti i degenti della
clinica.
L'irritazione dipendeva dal fatto che il professor Arquate, ogni anno, dal 5 al
20 agosto, chiudeva la sua piccola ma affollata clinica, rimandava a casa i
degenti, o dichiarandoli bruscamente guariti, o assicurando che dovevano
cambiare aria. Non sempre riusciva a sgombrare la clinica alla data da lui
fissata, anzi fissata da sua moglie, che voleva essere a Forte dei Marmi a
quella data, perch ogni anno arrivava una sua sorella da New York a far vacanza
con lei; e quando, per colpa di un degente, doveva spostare la data, e quindi
litigare con la moglie, Arquate s'irritava.
Non doveva indignarsi tanto di quella frase, n rimanere tanto colpito dalla
disperazione della signora Maldrigati che l'aveva udita: erano stati errori
molto gravi.
La signora Maldrigati aveva udito la frase, l'aveva compresa benissimo, ed era
entrata in fase di terrore, mugolava anche per una mezza giornata di seguito, le
iniezioni non la calmavano, solo gli ipnotici pi drastici riuscivano a gettarla
nel pozzo di un sonno disperato. Non si era mai illusa di vivere a lungo, ma le
parole del grande archiatra le avevano indicato i termini della partenza:
sarebbe morta anche prima di Ferragosto, cos sperava Arquate, comunque non
molto dopo.
Dovevi lasciarla stare, era un caso penoso, ma comune, per di pi con la morfina
la signora Maldrigati non soffriva minimamente, bastava che lasciasse
all'infermiera il compito di farle le iniezioni. Invece no, le era stato vicino
in tutti i momenti possibili e aveva cercato di convincerla che non era vero che
stava per morire. Altro errore, perch la signora Maldrigati, vecchia e
cancerosa, era per intelligente.
Al processo gli avevano chiesto dopo quanto tempo che la signora Maldrigati lo
aveva scongiurato di darle la morte, lui aveva acconsentito a farle la letale
iniezione di ircodina.
Aveva sbagliato a rispondere: Per tutta la mattinata del 30 luglio non fece che
implorarmi di farla morire. Doveva tacere le date, restare nel vago, non
ricordare.
E lei quando le fece l'iniezione di ircodina?
Aveva sbagliato e raggelato tutti rispondendo: La notte dal 31 luglio al primo
agosto.
Cio lei, aveva detto il Pubblico Ministero, ha preso la decisione di
uccidere una vecchia malata, sia pure sotto lo specioso profilo dell'eutanasia,
in sole trentasei brevissime ore. I suoi dubbi, se fosse moralmente tollerabile
uccidere un essere umano che forse poteva vivere ancora degli anni, non sono
durati pi di trentasei ore, anzi meno, perch sette o otto ore le avr
dormite.
Era da anni che non riusciva a far tacere nella sua mente quella voce, e solo
per la stupidit di ci che diceva. Fino al processo credeva che doveva esistere
un limite anche all'ottusit, poi si era convinto di aver sbagliato anche in
questo. Solo la bravura dell'avvocato procuratogli da suo padre lo aveva
salvato, almeno in parte, da tutti gli errori fatti, tre anni di carcere e la
radiazione dall'Ordine dei medici, erano poco. Aveva rischiato quindici anni,
solo perch la signora Maldrigati non soffrisse oltre il terrore della morte.
Morire cento volte meglio di aver paura di morire, aveva tentato -
ridicolmente - di spiegarlo al processo, alzandosi d'improvviso e gridando: Gli
occhi della signora Maldrigati divenivano di color viola appena vedeva il
professor Arquate che le aveva fatto sapere la data della sua morte... I due
carabinieri lo avevano fatto risedere, la nipote della signora Maldrigati, dopo
la sentenza, era andata dal notaio a parlare dell'eredit.
Suo padre era venuto a trovarlo in carcere, una mattina, ma era andato via quasi
subito perch si era sentito male e dopo quattro giorni moriva per infarto. Sua
sorella Lorenza, rimasta sola, aveva trovato in quei tre anni un signore gentile
che si era interessato di lei e l'aveva confortata, l'aveva messa incinta e a
questo punto era scomparso dopo aver rivelato di essere sposato. Lorenza gli
aveva chiesto se gli piaceva per la bambina il nome Sara. Dal carcere lui aveva
risposto di s. Tutto completamente sbagliato.
Ed era sbagliato anche il non voler prendere sonniferi, evitando cos di stare
sveglio fino all'alba a risentire la voce di Arquate o quella di suo padre, o il
mugolio della signora Maldrigati che solo l'ircodina aveva fatto pietosamente
tacere per sempre. Anche in carcere il medico gliene aveva offerti, ma lui aveva
rifiutato, poteva sembrare che non riuscisse a dormire per il rimorso di aver
ucciso una malata che forse sarebbe vissuta ancora degli anni. Era talmente
idiota pensare che la signora Maldrigati vivesse per pi di un mese o due al
massimo, che solo al processo avevano potuto dirlo. Non dormiva, semplicemente
perch, dopo quell'esperienza, il mondo intorno non gli piaceva pi. Anche per
una gallina pu essere irritante e provocare l'insonnia lo stare in un pollaio
che non gradisce in alcun modo.
Erano soltanto le quattro, la marea per cominci a ritirarsi dentro di lui,
forse l'abituale tortura notturna stava per finire. Poi aveva udito poco prima
un rumore, poteva essere una porta chiusa lentamente, o una finestra. Neppure il
Davide di Michelangelo doveva riuscire a dormire, anche lui dava la sensazione
di trovarsi in un universo sgradito. Si alz e and a prendere un libro, lo
scelse a caso, era la storia della repubblica di Sal, lesse, a caso, un
promemoria di Buffarini a Mussolini: l'entusiasmo del popolo italiano per la
guerra si raffreddava rapidamente, dopo Stalingrado e lo sbarco degli alleati
nel Marocco, il Duce doveva tener presente che lo spirito della popolazione era
ben diverso da quello dei tempi dell'Impero. Anche l'ostilit verso i camerati
tedeschi aumentava...
Chiuse il libro d'improvviso, si alz, lo rimise sulla mensola. In quel momento
c'era qualche cosa che non gli piaceva, in tutta la casa, anche la striscia
grigia del cielo albeggiante non gli piaceva. Usc dalla stanza, come se sapesse
ci che non gli piaceva, anche se non lo sapeva ancora e buss alla porta della
stanza vicina, la stanza di Davide.
Nessuna risposta. Prov a girare la maniglia: la porta era chiusa a chiave.
D'improvviso cap che cosa stava avvenendo e buss forte col pugno, tre, quattro
volte. Apra, se no butto gi la porta.
Nessun rumore, per un momento, buss ancora, pi forte, e mentre bussava la
chiave gir nella serratura e la porta si apr. Era quello che aveva immaginato.
Con la mano destra Davide si teneva un fazzoletto sul polso sinistro, il
fazzoletto era gi fradicio di sangue, gocciolava. Il pi desolante modo di
morire.
Non gli disse niente. Lo spinse nel bagno, c'era appesa a una parete la cassetta
di pronto soccorso che, del tutto insolitamente, conteneva tutto quello che
poteva occorrere. Con l'enorme braccio disteso sul lavabo, Davide si lasci fare
tutto docilmente, il taglio al polso era stato fatto con intelligente conoscenza
dello scopo da raggiungere, la massima fuoriuscita di sangue con la minima
incisione. Questo gli facilit il compito di sutura e meno di mezz'ora dopo
l'aspirante alla morte era disteso sul suo letto. Il polsino della camicia
nascondeva abbondantemente la fasciatura. Cos disteso sul letto, non aveva
detto fino ad allora una parola, e continuava a non dirla.
Neppure lui gli aveva detto una parola. Non una. Appena lo ebbe rimesso sul
letto cerc il deposito di whisky. Fu un gioco infantile: una persona alta come
Davide Auseri, non poteva che nascondere la bottiglia sul tetto dell'armadio;
sollevandosi sulla punta dei piedi riusc a raggiungere anche lui il puerile
nascondiglio e prese la bottiglia, non era molto meno alto di Davide, rise
nervoso dentro di s.
Cominci a bere alla bottiglia: un sorso, poi un respiro, un altro sorso pi lungo, un altro respiro, terzo sorso, adesso basta. Ne aveva bisogno, era ancora
agghiacciato dal terrore, e tutto quel whisky non riusciva a scaldarlo molto.
Rimise la bottiglia sul tetto dell'armadio, sedette sul letto del ragazzo e lo
guard. Aveva l'espressione normale, non aveva pianto, non era pallido, la pelle
del viso era asciutta. Questo era il terribile: aveva desiderato di morire con
perfetta lucidit e pacatezza. A ventidue anni.
Pensa mai agli altri? gli disse. Guard la finestra, il riquadro di cielo era
lattiginoso per l'alba. Nessuna risposta. No, non dico suo padre, il dolore che
avrebbe dato a suo padre se fosse morto. Dico gli altri, un altro qualunque, uno
visto passare per la strada. Per esempio me. Ammetta che io non avessi udito
poco fa quel leggero rumore: era lei che era andato in bagno a prendere le
forbicine per tagliarsi le vene. Ammetta che io dormissi e che al risveglio io
lo avessi trovato dissanguato. Cerchi di capire. Io sono appena uscito di
carcere, da tre giorni soltanto, ho alle spalle un reato che hanno definito
anche omicidio, con attenuanti ideologiche. Questa mattina mi trovavano qui, con
un giovanotto morto, dopo una serata trascorsa con donne di facili costumi, i
resti dell'orgia ancora da basso. Lei non conosce ancora la fantasia della
stampa e la diffidenza della polizia. Avrebbero parlato di droga, io, come
medico al bando, sarei stato imputato di aver organizzato il sadico festino, di
aver fornito eroina, cocaina, mescalina, marijuana, avrebbero forse dubitato del
suo suicidio: 'Qualcuno gli ha tagliato le vene mentre era immerso nello stupore
della droga', c' sempre qualche avvocato disposto a gridare cos in un'aula di
tribunale. Cos sarei tornato subito dentro, e sarei stato davvero rovinato per
sempre. Ora mi ascolti: vero che per lei io sono uno qualsiasi, ma io ho una
sorella di ventidue anni con una figlia illegittima di un anno, e la loro vita
dipende unicamente da me. Se io lavoro mangiano, se no devono vivere di carit
come hanno fatto per tutto il tempo che ero in carcere. Se questo suo scherzo
cretino di morire riusciva, io ero un uomo finito. Lo so che lei non poteva
pensare a queste cose, ma le penso io, se non l'ho strangolata appena l'ho vista
col polso tagliato perch ho ancora molto controllo su me stesso.
Finalmente una parola, una sola, e breve, insipida, eppure commovente: Scusi,
e gli occhi gli si strinsero un poco nel dirla, anche Davide aveva molto
controllo.
Non lo faccia pi, Davide, non aveva mai minacciato cos un suo simile, io
non posso sorvegliarla ogni istante e uno che vuole accopparsi ci riesce anche
con dieci guardiani attorno. Se stanco della vita, aspetti che io abbia finito
il mio lavoro, fra un mese lei berr solo acqua minerale, io la lascer e lei
potr fare quello che vuole. Ma finch sono qui con lei, gli prese il collo
della camicia aperta con una mano e per pesante che fosse lo sollev quasi a
sedere, quasi davanti agli occhi, finch sono qui con lei, lei non faccia cose
del genere: glielo impedirei, ma poi lo ammazzerei io, e malamente.
Per quanto intelligente, il ragazzo non poteva capire che c'era molta
recitazione in quella scena. Esagerava per dargli un motivo morale per non
ammazzarsi, gli aveva drammaticamente spiegato che il suo suicidio avrebbe
crudelmente rovinato un uomo, un suo simile, per estraneo che fosse. Qualche
volta a ventidue anni i motivi morali agiscono.
Non accadr pi. Davide lo disse stringendo ancora gli occhi, la sua
infelicit doveva essere estrema, ma riusciva a nasconderla quasi completamente.
Egli si alz. Era sempre in slip. Vado a prendere le sigarette. Torn nella
sua stanza, si rivest: la meravigliosa camicia nuova, il meraviglioso abito blu
di tessuto ultraleggero, la fantastica cravatta celeste chiarissimo, tutto
offerto a lui all'uscita dal carcere, da Lorenza o, pi francamente, dal dottor
Carrua che le aveva dato i soldi. I capelli alti due millimetri non avevano
bisogno di pettine, mentre si faceva il nodo davanti allo specchio dell'armadio
scopr che aveva bisogno di radersi. Si accese una sigaretta e torn nella
stanza di Davide.
Era ancora l'alba, il giorno non veniva mai, ma non c'era pi bisogno di luce
elettrica e la spense. E il ragazzo era sempre l, monumentale e infelice,
allungato sul letto troppo corto e troppo stretto, come su un'asse. Prese una
sedia e la port vicina a lui. Fum ancora un poco la sigaretta, senza offrirgli
da fumare.
Non le ho chiesto perch ha tentato di uccidersi, perch tanto non me lo
avrebbe detto. Non attese una risposta perch sapeva che non ci sarebbe stata,
fum ancora un paio di boccate, poi disse: E non insisto per saperlo, perch
non me lo direbbe lo stesso.
Infatti non gli rispose nulla. Ma ormai aveva capito. La questione non era pi il bere, l'alcolismo, come pensava il padre imperatore. I genitori rimangono
sempre all'epoca del cantare la ninna nanna. Perch un ragazzo di quell'et
desiderasse cos lucidamente di morire, la causa doveva essere grave e profonda.
Davide era un ragazzo sano, da ogni punto di vista, anche le Marioline & C. lo
avevano confermato, e perch un ragazzo cos sano deliberasse coscientemente la
sua morte, doveva essere avvenuta una dolorosa lacerazione nel suo io. Un fatto
concreto, per grave che fosse, non lo avrebbe ridotto cos, anche se avesse
ammazzato qualcuno, se avesse dato fuoco a un'anziana signora o messa una carica
di tritolo nelle cantine della stazione centrale di Milano, non si sarebbe
comportato cos. Davide Auseri era stato distrutto da qualche cosa. O da
qualcuno. Era questo che doveva scoprire, il bere era una faccenda risibile.
E adesso che si riposato, andiamo. Si alz e butt il mozzicone dalla
finestra sempre lattiginosa per l'alba, ma alla stessa intensit, come se l'alba
si fosse fermata. Inoltre, per una strana deficienza nella zona non vi erano
uccelli che cinguettassero attendendo l'aurora. C'era sempre il silenzio della
notte. Questo non un posto adatto, n per lei, n per me. Partiamo subito. Le
preparo io la valigia, per un paio di giorni meglio che adoperi il meno
possibile il braccio sinistro. Non credo che abbia sonno. Nemmeno io.
Facendosi dare le indicazioni necessarie trov una bellissima valigia floscia,
ovviamente blu scuro, vi mise dentro l'occorrente. Poi con della carta igienica
pul scrupolosamente le macchie di sangue che dalla stanza arrivavano in bagno,
per mantenere Lorenza e la nipotina avrebbe dovuto fare questo e altro e quando
tutto fu pronto gli disse: Adesso pu alzarsi. Siccome qualche macchia di
sangue pu essermi sfuggita, adesso prima di partire lei sveglier la cameriera,
il domestico, chi vuole lei, per avvisarlo che se ne va, cos anche se scoprono
la macchia di sangue sfuggita non penseranno che vi sia stato un delitto e che
poi tutti siano scomparsi.
Gli ubbid pronto e dolente, svegli il domestico che la sera prima era comparso
in camicia da notte, gli fece portare la valigia in macchina e sedette quieto
vicino al volante, sapendo gi che non avrebbe guidato lui.
Cos scesero dai dolci colli brianzoli nella pianura milanese e nelle vicinanze
di Monza c'era un locale aperto, naturalmente non aveva del whisky bevibile, pi che un caff era una specie di stallazzo, ma il Davide di Michelangelo
cominciava a divenire pallido e bisognava carburarlo. Ordin due grappe. Il
giovane Auseri bevve subito la sua, allora egli gli porse il proprio
bicchierino.
La cura comincia da questo momento, gli disse. Tutte le volte che giudicher necessario che lei beva, gliene dar io. Altrimenti non un goccio, e glielo
impedir in ogni modo.
Davide bevve anche il secondo bicchierino, erano cos piccoli, menci, residuato
di un mondo di rosolii e scarpe col salvatacco, che egli gli disse: E adesso
ne beva un altro: un ordine. Si rimise al volante e dopo un poco lo guard:
il pallore era scomparso, il respiro gli era tornato normale. Non era
l'irrisoria perdita di sangue che gli aveva fatto male, ovviamente. Era il cobra
che teneva in s e che lo smangiava dentro.
Se lei mi raccontasse quello che le successo, e si facesse aiutare da me,
starebbe molto meglio, gli disse. Non attendeva nessuna risposta. E non la
ebbe.
4.
Il sole, ogni tanto, sorge anche a Milano. Quella mattina era sorto, da qualche
parte, c'era del rossastro agli ultimi piani dei palazzi, e gi si boccheggiava
per il caldo. Ferm la Giulietta in piazza Leonardo da Vinci. Andiamo a trovare
mia sorella. Dovrebbe essere sveglia, la bambina alle sei fa la prima pappa.
Il quattrocentesco, mastodontico portone, in contrasto con la modestia del
palazzotto, era per chiuso, ma egli non guard neppure il portone, fischi e
Lorenza si affacci alla finestra del primo piano con la bambina in braccio.
Credevo di aver udito male, non ti aspettavo a quest'ora, disse Lorenza, e gli
gett le chiavi.
E' un mio amico, preparaci il caff. Si port dietro il Davide per il breve
piano di scale. L'appartamento piccolo, vecchio, e ha doppi servizi di
scarafaggi, vengono dalla strada e anche dalla corte. Ci staremo poco, per.
Lorenza era sul pianerottolo, con la bambina in braccio; era in pigiama, scuro
per fortuna e, trattenuta da un volgare elastico, una lunga coda di cavallo le
scendeva sulle spalle.
Egli si prese la bambina in braccio e fece le presentazioni, del tutto per caso
Sara non era fradicia di pip. L'ha gi fatta o la sta per fare? chiese a
Lorenza.
L'ha appena fatta, l'ho cambiata adesso. I grandi occhi di Lorenza lo
guardavano felici, guardava felice anche Davide, era il suo modo di guardare
nella vita, anche quando veniva a trovarlo in carcere lo guardava cos, gli
parlava cos, con quella voce felice: L'avvocato ha detto che tutto va bene.
Allora la tengo io e ti accompagno in cucina a preparare il caff. Si volse a
lui, immobile sulla fragile sedia. Davide, torno subito, mi scusi. In cucina
passeggi con Sara in braccio: era una bambina tranquilla, finch stava in
braccio a qualcuno, altrimenti erano urla da sgozzata. Nella tasca destra della
giacca ho le sigarette.
Lorenza gliele prese, ne accese una, e gliela mise tra le labbra.
Nella tasca sinistra ho un assegno e dei soldi. Prendi tutti i soldi e lasciami
l'assegno.
Tutti quei fogli che gli estrasse dalla tasca della giacca fecero diventare
pensosa Lorenza. Li mise in un cassetto del tavolo di cucina e accese il gas
sotto la caffettiera gi pronta. Cosa c', Duca?
E' un anticipo sul mio lavoro. Butt il fumo lontano dalla bambina. E' un
lavoro che posso fare, sta' tranquilla, lo sai che me l'ha procurato Carrua. Pu darsi che per un po' di tempo non possa venire a trovarti, cos sono passato
adesso. Anche per darle un po' di soldi: sul seggiolone della bambina c'era un
panino, segno che Lorenza non aveva potuto comprare i biscotti al plasmon che
prendeva sempre.
Ma che cosa devi fare? Ecco, Lorenza era divenuta un po' paurosa, dopo che lui
era stato in carcere, dopo che pap era morto, dopo che si era ritrovata sola e
il medico un giorno le aveva detto che, a suo parere, si trattava di gravidanza.
La paura le rendeva la grande, bella bocca, un poco sottile.
Senza darle troppi particolari le spieg che cosa lui doveva fare con quel
ragazzo che era di l e ritornarono di l col caff e lo trovarono dove
l'avevano lasciato. Lui si tenne la bambina in braccio per tutta la visita, era
un rischio perch le prolungate e diffuse pip di Sara potevano benissimo
rovinargli l'abito nuovo e unico, ma la manina di Sara intorno al collo e
l'altra che gli cercava il naso, gli occhi celesti ridenti, il balbettio di
qualche sillaba, ne valevano la pena: era un rischio calcolato. Intanto guardava
il Davide, ma non c'era molto da osservare. La mancanza di alcol lo rendeva
ancora pi estraneo a questo mondo terrestre. Non rispondeva pi neppure alle
domande, se non con un sorriso o un cenno del capo, ed era anche un poco
pallido, bisognava rifornirlo prima che lo stato depressivo divenisse esagerato.
Noi andiamo. Restitu Sara alla sorella, immune da bagnature.
Quando torni? domand Lorenza.
Un po' difficile saperlo. Ti telefono. In auto disse a Davide: Faccia ancora
uno sforzo. Adesso andiamo dal barbiere, poi andiamo in un buon bar qui vicino.
Sorrise, e accenn un s grazie col capo. Dal barbiere si fece radere anche
lui, erano vicini di posto, dallo specchio vide che Davide socchiudeva gli occhi
ogni tanto, se si fosse addormentato sarebbe stato un guadagno.
Si addorment.
Ssst. Egli parl sottovoce al barbiere. Abbiamo guidato la macchina tutta la
notte, stanco e sta poco bene. Lasciamolo dormire, almeno finch lei non avr
molti clienti.
Oggi non giornata, il barbiere era un uomo comprensivo che doveva aver visto
tutto, lasci al Davide mezza faccia insaponata e si accese una sigaretta.
Lui si fece tagliare anche i capelli dall'aiutante che era invece un giovanotto
comasco che non aveva visto niente e che non aveva previsto la possibilit, tra
gli innumerevoli eventi che si possono svolgere nel mondo, di un uomo che
dormisse dal barbiere, per, raccont, sottovoce, che una volta lui, a Como, si
era addormentato al caff, avvenimento tanto irregolare per lui, che non lo
avrebbe pi dimenticato per tutta la sua esistenza.
Coi capelli tagliati e la barba rasa si mise a parlare col vecchio parrucchiere,
guardando ogni tanto l'orologio e ogni tanto Davide: ogni minuto che passava era
un minuto di alcol di meno e un minuto di riassestamento di pi. Forse avrebbe
dormito fino a mezzogiorno, ma alle dieci e un quarto entr un vecchio cliente,
un tonitruante ambrosiano, esattamente del genere che ottiene tanto successo
alla televisione, un tipo magro, ossuto, vagamente odioso per la sua volgarit e
il colorito vinaceo del volto, che url: Son chi mi, fioeu, vincere e
vinceremo.
Cos il Davide si svegli, si rese conto che aveva dormito, egli gli vide il
rossore sulla guancia libera da sapone, ma il vecchio barbiere era gi l
pronto, gentiluomo pieno di esperienza, fin di raderlo e uscirono.
Mi scusi se l'ho portato l. Il suo barbiere ha certo un ambiente migliore,
gli disse. Non ebbe nessuna risposta. Lo scaric davanti a un bar di via Plinio.
Questo il miglior locale della zona. Ordini liberamente.
Non lo guard, mentre Davide beveva un whisky doppio, gli disse solo: Beva pure
piano, non ho nessuna fretta.
Il sonno e il whisky lo avevano un po' smummificato. In macchina disse: Devo
essere un bel peso per lei.
Piuttosto, gli disse guidando. Ma mi simpatico. Arriv in piazza Cavour,
prese per via Fatebenefratelli, parcheggi in via dei Giardini. Ora lei mi
aspetti qui. Devo andare in questura. Le lascio anche le chiavi della macchina,
ma lei ricordi quello che le ho detto questa mattina: non faccia sciocchezze
finch io sono con lei. Se quando ritorno lei non c', la cercher e spero di
ritrovarla gi morto, perch non le auguro di farsi ritrovare da me ancora vivo.
E non vada in giro a bere.
Davide accenn molte volte di s, senza sorridere. Lo avrebbe ritrovato: era un
uomo onesto.
Entrando in questura il ricordo del padre gli fece calare davanti agli occhi un
velo nero, come fosse stato un pugno. Tutte le volte che, ragazzotto, era
entrato con lui in quel portone, attraversato quel cortile, salite quelle scale,
percorso quel corridoio e nello stanzino o, peggio, bugigattolo, che il padre
chiamava ufficio, alzando il braccio sinistro quanto poteva, cio pochissimo,
dopo la coltellata presa in Sicilia, gli indicava quella sedia, se poi era una
sedia o invece un panchetto con un'asse per spalliera e gli diceva: Stai l e
studia, e lui posava sulle ginocchia il libro di studio che suo padre gli aveva
ordinato di portare, e cominciava a leggere e rileggere, e quando aveva bisogno
di scrivere, suo padre gli affittava un angolo del proprio tavolino, chiamato
irrealisticamente scrivania. In quel modo, in quel luogo, aveva studiato molte
parti di calcolo infinitesimale, chimica e anche geometria proiettiva.
Ma quella mattina si avvi per un altro corridoio, pi silenzioso, deserto,
c'era solo un agente davanti alla porta dell'ufficio di Carrua. Un agente nuovo
che prima di farlo entrare volle molte spiegazioni e forse avrebbe voluto
perquisirlo. Infine usc Carrua urlante.
Tutti gli impiastri che non voglio vedere li lasci passare e quando arriva un
mio amico lo tieni di fuori. Carrua non aveva forse mai parlato normalmente, o
urlava o taceva.Come andata con Auseri? gli url appena furono dentro
l'ufficio.
Lui gli raccont come era andata e lo ringrazi per avergli trovato quel lavoro.
E' un lavoro un po' strano, ma mi piace, anche se non molto chiaro.
Cosa c' che non chiaro?
Non riesco a credere che si tratti soltanto di un ragazzo che beve. Ci deve
essere qualche altra cosa.
Di che genere?
Non lo so. Ma di un genere che potrebbe interessare anche la polizia.
Silenzio. Il dottor Luigi Carrua lo guardava. Era un vecchio amico di pap,
forse la prima volta che l'aveva guardato, lui doveva aver avuto cinque, sei
anni, e da allora, in migliaia di incontri, Carrua l'aveva guardato migliaia di
volte, ma egli non si era ancora abituato a quello sguardo: era come sentirsi
nudi, quando Carrua guardava. Era piccolo, non grasso, appesantito da trent'anni
di lavoro in polizia, anche se grigi i capelli erano lunghi e ben pettinati
all'indietro, senza stempiature, e dava pi l'impressione di un alto impiegato
di banca che di un poliziotto. Escluso quando fissava negli occhi. Gli parl insolitamente a bassa voce: Se hai preso da tuo padre, forse c' davvero
qualche cosa. Tuo padre non sbagliava mai. Torn ad alzare la voce: Ma tu sei
un medico, non un poliziotto. Gli Auseri non avranno mai niente a che vedere con
la polizia. Suon il telefono, ascolt, poi altro urlo: E va bene, rifaranno
la perizia necroscopica, non sono mica io lo squartamorti. Si volse ancora a
lui alzando le spalle. Siamo sempre al dottor Carra. Questo un altro. Se non
sono dieci anni che mi frequentano e che gli ripeto ogni giorno: Crrua, per
favore, con l'accento sulla prima a, non Carra con l'accento sulla u, niente da
fare: Carra hanno in testa, e Carra dicono.
Egli sorrise. L'unica debolezza di quell'uomo era la pronunzia esatta del nome,
la sua sofferenza segreta e senza speranza di fine perch la gente era portata
istintivamente a pronunziare Carra e a nessuno veniva il dubbio che si dovesse
invece pronunziare Crrua. Torn serio, infastidito. No, quel lavoro non gli
piaceva. Nel caso che curando questo ragazzo venissi a scoprire qualcosa che
riguardasse la legge, che devo fare? L'ingegner Auseri tuo amico.
L'urlo questa volta fu pi violento: Non scoprirai niente perch non c' niente
da scoprire su Auseri. Abbiamo fatto le scuole insieme, e anche da militare
siamo stati insieme, stiamo invecchiando insieme in questo sporco mondo, lui con
un figlio un po' deficiente, ma che non scende dal marciapiede se il semaforo
non verde. Il figlio di Auseri beve perch deficiente, ecco tutto. Tu che
sei invece cos intelligente gli insegnerai a preferire le spremute di limone.
Allora glielo disse chiaro, perch nella vita non serve n essere figlio di un
poliziotto, n pupillo di un alto funzionario della questura, se le ruote
s'incastrano male sei stritolato lo stesso, come si erano incastrate male con la
signora Maldrigati, e lui non voleva pi essere stritolato. Sta' a sentire, per
favore. Io non scoprir niente: meglio cos. Ma se scopro la minima cosa, vengo
qui e te la porto, su un piatto d'argento, e do le dimissioni da questo lavoro.
Non voglio avere niente a che fare con gente o cose che stanno al di l del
codice. Non una pretesa eccessiva, vero?
Invece dell'urlo che si aspettava silenzio. Per molto tempo, poi Carrua si alz d'improvviso, e quindi url: Dovrai avere una ragione per pensare che ci sia
qualche cosa al di l del codice.
Volevo non dirtela, perch forse non una ragione, gli rispose duro e netto,
ma questa notte il figlio del tuo amico ha tentato di suicidarsi tagliandosi i
polsi. L'ho pescato al principio dell'operazione e adesso qui sotto, ancora
vivo e sano, che mi aspetta. Ma un ragazzo di quell'et non cerca di morire se
non c' qualche causa profonda.
E lui non ti ha detto il perch?
No, come da un anno non dice a suo padre il perch beve in quel modo, senza che
nessun amico, nessuna compagnia, gli abbia fatto prendere il vizio. E pi glielo
chiedessi, meno me lo direbbe.
Un sacco di gente si ammazza senza motivo.
Davide Auseri non una ragazzina sedotta. E' un uomo, anche se giovane. E non
deficiente come pensi tu, e come pensa suo padre. Se vuole morire ha una causa
grave, e le cause gravi, per un uomo, hanno sempre a che vedere con la legge. Io
ho gi trattato abbastanza con la legge. Sono venuto per avvisarti: se c'
qualche cosa che non va, pianto tutto.
Nessun urlo. Carrua torn a sedersi. Hai ragione. Si era rattristato, aveva
fatto di tutto per aiutarlo, per proteggerlo, per evitargli il processo, il
carcere, la condanna. Non c'era stato niente da fare: le ruote si erano
incastrate male. Non credo che troverai niente, ma se trovi, me lo vieni subito
a dire e ti cercherai un altro lavoro. Prima di aprire la porta lo abbracci.
Cerca di resistere. Sar questione di un anno o due, poi ti rimettono
nell'Ordine dei medici, torni come prima, sei giovane.
Gli fece credere di s, che ci sperava, anche la speranza era una specie di
vizio segreto che nessuno riusciva a togliersi mai completamente. Grazie, per
tutto quello che hai fatto per Lorenza, gli disse stringendolo forte.
Mentre usciva in via Fatebenefratelli, al sole umido e bollente come un panno da
barba di parrucchiere di lusso pens che se non trovava Davide e la Giulietta in
via dei Giardini, aveva fatto un bel colpo. Eppure doveva rischiare, se no non
avrebbe mai saputo fino a che punto poteva fidarsi del ragazzo, e come era
fatto.
Davide era al suo posto, passeggiava vicino alla Giulietta, all'ombra insipiente
che davano gli alberi a quell'ora. Lo vide di spalle, alto, monumentale, e gli
fece pena. Qualunque cosa fosse doveva essere molto infelice. Grazie, gli
disse, mettendosi alla guida. Adesso passiamo un momento in banca, poi scusi se
la porto in un posto un po' triste. Vado a vedere la tomba di mio padre.
In banca, era la banca di pap, gli cambiarono l'assegno che gli aveva dato
l'ingegner Auseri, e che era piuttosto importante. Glielo cambiarono senza
difficolt, anche se sapevano che era stato in carcere e anche se pap, col suo
libretto di risparmio, non aveva dato mai molto incremento a quell'istituto
finanziario.
Dopo, quando saremo stati a Musocco, ci fermeremo a bere qualche cosa, lo
rincuor. Per la prima settimana non poteva ridurre a meno di un terzo la dose
di alcol che lui era abituato a bere, se non altro per motivi psicologici:
voleva che restasse un uomo normale, non che divenisse un assetato che non pensa
altro che al whisky.
I cimiterini di campagna, in mezzo al verde, agli alti cipressi, dicono che non
sono deprimenti. Un grande cimitero di una grande citt agghiacciante. Ma lui
non aveva ancora veduta la tomba di suo padre, non aveva neppure assistito al
funerale, e adesso aveva in tasca il foglietto che gli aveva dato Lorenza, dove
erano scritti i numeri del campo e della tomba, e insieme a Davide s'inoltr nell'oceanica, triste distesa che al sole era ancora pi lugubre. Naturalmente
la tomba era in fondo, dovettero camminare parecchio, lui con in braccio i
garofani comprati al cancello d'entrata.
Ecco il campo, un lungo giro, ed ecco la tomba, pi o meno uguale a tutte le
altre della fila, il cero spento nel bicchiere scuro, l'aiuoletta di fiorellini
bolliti dalla calura, l'iscrizione spartana, Pietro Lamberti, data di nascita e
di morte e basta. Depose i garofani, sciolti, sull'aiuoletta, senza tentare di
disporli artisticamente. Dalla fotografia suo padre guardava rigidamente il
mondo davanti a s e lui in piedi, rigidamente, guardava la fotografia.
Questo mio padre, quasi glielo present, un agente di polizia, romagnolo,
anch'io sono romagnolo, per era uno strano romagnolo, non gli piaceva la
rivoluzione e neppure i rivoluzionari, gli piaceva la legge, il regolamento.
Faceva il poliziotto con fredda passione, per mettere a posto, inesorabilmente,
tutti quelli che trasgredivano la legge o andavano contro i regolamenti. Era una
specie di Javert. Riusc a farsi mandare in Sicilia perch pensava che doveva
fare qualche cosa di radicale contro la Mafia. Per un poco la Mafia si
disinteress di lui, non aveva tempo da perdere con uno sbirro qualunque, ma mio
padre esager: riusc a far parlare tre o quattro di quei contadini che hanno
visto tutto e sanno tutto, ma dicono sempre che non sanno niente. Non so con
quali sistemi, forse dovette andare un poco contro il regolamento, ma nel suo
piccolo riusc a sfondare il muro del silenzio e dell'omert. I suoi superiori
lo promossero, la Mafia gli mand contro un giovane kamikaze locale, perch mio
padre sparava molto bene e infatti l'imboscata non riusc, mio padre pot
scaricargli addosso tutti i colpi della sua rivoltella ma si prese una lunga
coltellata alla spalla sinistra, il braccio sinistro gli rimase quasi
paralizzato e venne trasferito qui a Milano, ai lavori sedentari. Non guardava
Davide, non gli importava molto se ascoltasse o no, parlava cos come per
pregare - riassumere la vita di un uomo non forse una preghiera? - ma sentiva
che Davide ascoltava, anzi, che non lo aveva mai ascoltato come in quel momento.
Forse per questo, per paura che anch'io potessi prendere qualche coltellata,
non volle che facessi il poliziotto come lui, volle che mi laureassi in
medicina, e ci riusc. Nessuno sapr mai come abbia fatto col suo stipendio di
scrivano in questura, e vedovo, perch mia madre morta che io ero ragazzo, ma
il giorno in cui ottenni la laurea era a letto, soffriva di cuore e quando io
avevo gli esami, venivano gli attacchi cardiaci a lui. Poi feci il servizio
militare, tornai, e lui, dal fondo del suo ufficio in via Fatebenefratelli, mi
aveva gi trovato un posto in una clinica, la clinica del professor Arquate.
Forse avrei potuto far carriera, e lui sarebbe vissuto felice fino a
novant'anni, ma incontrai la signora Maldrigati. E' quella vecchia signora che
ho ucciso con un'iniezione di ircodina. Mio padre non conosceva neppure la
parola eutanasia, per lui fu peggio che se fossi divenuto pazzo, anzi, dovette
pensare cos, che ero impazzito, e forse mi perdon per quello, ma si rendeva
conto delle conseguenze di quello che avevo fatto: non sarei mai stato pi un
medico, avrei avuto sempre 'la fedina sporca', e questo lo uccise. Suo padre
continu a guardare rigidamente dalla foto anche quando tacque, e anche se aveva
ascoltato le sue parole, certo non comprendeva ancora perch il figlio avesse
ucciso, non lo avrebbe compreso mai, per tutta l'eternit, il suo sguardo dalla
foto lo diceva chiaramente.
La voce di Davide gli arriv all'improvviso, in quella grande calura e
tristezza, era tanto poco preparato a sentirlo parlare per primo: Vorrei vedere
anch'io una tomba.
Annu, continuando a guardare suo padre.
Ma non so dov'. Deve essere qui, ma non so dove.
Ci deve essere un ufficio, in qualche parte, egli disse a Davide. Cominci a
guardarlo, aveva solo il viso lucido di sudore. Lei dice il nome della persona
e le indicano il campo e il numero della tomba.
La voce di Davide rimase uguale: E' la donna che ho ucciso l'anno scorso. Si
chiama Alberta Radelli.
5.
In quel tratto di viale che dall'Arco del Sempione mira al Castello Sforzesco,
anche appena passate le dieci del mattino, vi sono sul bordo dello stradone
accattivanti figure femminili, d'estate sommariamente ma aderentissimamente
vestite che sanno di operare in una grande metropoli dove non vi sono
provinciali limiti di orario o conformistiche divisioni tra notte e giorno e che
a qualunque ora, dalle 00,00 alle 24,00, un cittadino pu rallentare con la sua
auto, e fermarsi a chiedere la loro cooperazione.
Una Giulietta blu apparve infatti quella mattina dal lato destro dell'Arco e
rallent, una ragazza di quarant'anni travestita da minorenne tifosa dei
Beatles, s'inoltr sullo stradone quasi a sbarrarle il passo, ma la Giulietta
devi e acceler, non perch Davide Auseri avesse osservato il gentile
personaggio e avesse giudicato di non gradirlo, ma semplicemente perch, al
momento di realizzare il suo programma, quasi sempre una sconosciuta forza
interna lo spingeva a fuggire. Pi avanti, da dietro un albero, forse
un'autentica minorenne, ma comunque non doveva avere pi di vent'anni, gli agit la mano, come avessero un appuntamento per presentarsi a fare le carte per il
matrimonio. Era bionda, somigliava all'amica di un gangster nei film di
Hollywood e anche, di pi, a una di quelle bambine che, di carnevale, vengono
vestite da damine del Settecento, per il ballo infantile nel rione, dipinte,
incipriate e assolutamente ignare del richiamo storico del loro costume, il
pensiero preso solo dal fatto che quel giorno potranno mangiare molti dolci e
giocare molto. Ma Davide Auseri sterz anche davanti alla bionda, per quanto la
sua volont non desiderasse altro che fermarsi, come impaurito. Al principio era
quasi sempre cos, aveva paura; dopo, se la ragazza era riuscita a salire in
macchina, no.
Ma quella mattina nessuna delle cooperatrici piazzate nel viale riusc a
intercettare la Giulietta, la paura fu pi forte e Davide si diresse verso il
centro, fece un lungo giro, rattristatissimo, per Foro Bonaparte, via Dante, via
Orefici, piazza del Duomo, corso Vittorio, San Babila, corso di Porta Venezia,
non avendo nessun altro programma, oltre quello fallito, poi volt in via
Palestro, arriv in piazza Cavour e decise di andare all'Alemagna di via Manzoni
a mangiare qualche cosa. L'istinto di nutrizione, beneficiava del mancato
decollo dell'altro istinto.
Arriv in via dei Giardini e trov da parcheggiare la Giulietta comodamente
perch in quei roventi giorni di agosto la metropoli non era giudicata pi abitabile da un gran numero di cittadini che, chi sa perch, la trovavano
abitabilissima con la nebbia, lo smog e la neve. Anche all'Alemagna, il banco di
alcune decine di metri per le bevande, quello di una dozzina di metri con le
tartine all'uovo, al salmone, al caviale, oltre agli altri due banchi di
pasticceria e di gelati, sempre di misure che davano un tono di Versailles e
Tuileries all'ambiente, erano quasi completamente a sua disposizione, insieme
con altri due clienti che fluttuavano come lui nell'aria condizionata gelida,
montana e insoddisfacente.
Mangi tre sostanziose tartine e bevette una birra, senza osare guardare troppo
le cinque commesse e le due cassiere, come non guardava mai troppo nessuno, solo
le cose inanimate, purch non fossero bambole o cani di pezza dagli occhi che
gli davano soggezione, esattamente come gliene davano quelli umani. Comunque,
guard abbastanza una commessa della pasticceria, esperta di praline e, in
ritardo sulla moda, di acconciature gonfie, quella che portava quel giorno non
era la pi gonfia, la settimana prima gliene aveva vista una ancora pi gonfia,
e la gonfiezza di quei capelli gli fece sorgere la velleit di tornare al Parco
e questa volta fermarsi. Ma fu solo una velleit, le varie censure occulte che
erano dentro di lui gli bloccarono quel ritorno di fiamma e gli proposero una
cosa pi spirituale: andare a Firenze e tornare, per l'autostrada del Sole,
tentando di migliorare il proprio record del mese precedente, che aveva gi un
tempo bassissimo. Avrebbe mangiato a Firenze e sarebbe tornato a Milano per
l'aperitivo. L'idea lo convinse e usc subito.
In via dei Giardini la Giulietta, inverosimilmente, era sola in un tratto di una
ventina di metri vicino alla fermata dell'autobus. Pag il balzello al signore
con la visiera che si allontan subito per mettersi all'ombra e stava per
incunearsi nell'auto quando ud quella voce.
Mi scusi.
Si volse. Una ragazza in tailleur celeste, con dei grandi occhiali neri
perfettamente rotondi gli sorrideva, ma con un che di angosciato nella bocca,
che oltre al piccolo naso, era l'unica parte del viso che si vedeva, cos
coperta com'era da quei grandi occhiali e dai capelli castani che le scendevano
sul viso, come due tendaggi semichiusi.
Mi scusi, signore, mezz'ora che aspetto l'autobus, ho un impegno urgente e
sono gi in ritardo, non potrebbe accompagnarmi a porta Romana?
Davide Auseri rispose di s, solo con un cenno del capo, le apr la portiera e
lei sal, sedette compostamente mettendo sulle ginocchia la sua borsettina a
busta di pelle marrone chiaro che sembrava pi un grosso portafogli da uomo e
lui part.
In che via, precisamente? le domand.
Oh, un po' in fondo, se lei fosse cos gentile da portarmi proprio l.
Certo, andavo anch'io da quelle parti.
Sono molto contenta, cos non le faccio perdere troppo tempo.
Le ginocchia della sua ospite non erano assolutamente molto scoperte, per si
vedevano e lui poteva guardarle, anche guidando.
Sono stata molto sfacciata, ma anche i tass quando uno ne ha bisogno, non ci
sono mai.
Forse fu la voce di lei che lo mise sulla strada giusta, e non solo la voce.
Egli era un solitario e i solitari ragionano. Prima di tutto, anche se non era
un esperto, non gli sembrava che l'autobus che passava per via dei Giardini
andasse a porta Romana. Poi, proprio vicino a quella fermata, vi era il
posteggio dei tass, e ne aveva vista una lunga fila. Era arrivato a districarsi
da tutti i semafori del centro e adesso era in piazza Missori. La vicinanza
della ragazza e la vista di quelle ginocchia, insieme col caldo, dovevano aver
fatto crollare le censure.
Le piace correre in macchina? le disse.
Molto, se uno guida bene. La voce continuava a cambiare, la morbidezza
diveniva invitante.
Io vado a Firenze, sull'autostrada. Torneremmo stasera per le sei, le sette al
massimo.
Firenze un po' lontana. La morbidezza della voce era diminuita un poco, ma
lei non aveva accennato all'impegno urgente che avrebbe dovuto avere.
Siamo qui prima di pranzo, egli ripet. Ormai ogni censura era scomparsa, il
vero Davide Auseri emerse dalle profondit del subconscio.
La voce divenne un poco dura. Non vorrei essere piantata in mezzo alla strada.
Non faccio queste cose. Anche la sua voce divent dura, rassomigliava un poco,
perfino, a quella paterna.
La ragazza si tolse gli occhiali e gett indietro i capelli, gli occhi erano un
po' stanchi, come impauriti ma l'espressione era dolce, quasi ingenua, e disse
con ingenuit: Ho sempre voluto andare a Firenze, ma cos ho paura.
Una che finge di aspettare l'autobus, vicino a un parcheggio di auto, e attende
come un pescatore il signore giovane o anziano che venga a ritirare la sua auto,
che sia solo e che dimostri di non avere affari urgenti, non dovrebbe avere
molte paure, ma la ragazza sembrava sincera.
E' la prima volta che qualcuno dice di aver paura di me. Erano quasi alla fine
di corso Lodi e bisognava decidersi. Ferm con dolcezza la macchina e con gesti
distratti, signorili, senza far vedere n portafogli, n denaro, riusc a
prendere un paio di biglietti e passarli nella borsetta, o busta, o portafogli
che lei teneva sulle ginocchia, ma sempre tenendoli chiusi nella mano in modo
che il passaggio avvenne senza che le volgari banconote si vedessero. Il denaro
in molti casi un tranquillante, di effetto immediato, contro le ansie, le
paure, gli stati depressivi. Il Davide uscito dal subconscio, gocciolante di
istinti, lo sapeva.
Andiamo, lei disse, ma la voce rimase dura, e questa volta un poco amara. Ci
sono molti modi di andare a Firenze, si vede che io dovevo andarci cos.
Fino al casello dell'autostrada lui guid piano, e per un'altra diecina di
chilometri dopo aver ritirato il biglietto continu con quel passo melenso, ma
stava semplicemente prendendo la rincorsa. Lei si era rimessa gli occhiali,
aveva richiuso i tendaggi dei capelli e, con molta intelligenza, non gli si
appoggiava alla spalla. Vai pure forte, mi piace.
L'accontent, la Giulietta arriv ai limiti delle sue possibilit, l'autostrada
era abbastanza ingombra, ma lei non lo vide commettere mai il minimo errore, la
minima imprudenza, nonostante la cifra che segnava il tachimetro non provava la
minima sensazione di rischio.
E non parlava. Doveva conoscere gli uomini, non gli diceva che le piaceva tanto
correre cos, non gli raccontava niente di se stessa n voleva sapere niente di
lui, non voleva insomma fare conversazione, avendo capito che era uno di quegli
uomini, forse erano i migliori, che fanno una sola cosa per volta. Adesso stava
guidando e guidava soltanto. I cani giocolieri che suonano il tamburo col
mazzerello legato alla coda, i piatti con le zampe e agitano la testa carica di
sonagli, non le piacevano. Quel silenzio continuato e sereno fece molto bene a
Davide, lo sblocc completamente, gli istinti del profondo si stirarono in lui
come gatti dopo essere stati chiusi nel cestino della zia per mezza giornata:
caldi, aggressivi, precisi. Del suo record Milano-Firenze e ritorno propostogli
dal super Io non gliene import pi niente, alla stazione di servizio di
Somaglia ferm davanti alla festosa baracchetta tutta imbandierata.
Beviamo qualche cosa, le disse.
Ubbidiente e silenziosa lei lo segu, erano assetati e bevettero una menta,
forte, ghiacciata.
Qui vicino c' una bella passeggiata sul fiume. C'era stato un'altra volta, da
solo, e aveva capito che era un posto che andava bene per certe cose, ma aveva
pensato che non sarebbe riuscito a portarci una ragazza. Invece era l, con la
ragazza.
Lasciando l'auto davanti all'elegante baracchetta uscirono dalla zona della
stazione di servizio. C'era una strada che conduceva al fiume, poi c'era un
sentiero che costeggiava il fiume e poi c'erano delle piste che si perdevano fra
alti cespugli e boscagliole piene d'intimit. Mentre costeggiavano il fiume lei
si tolse gli occhiali e si pul le labbra dal rossetto con un kleenex,
appallottol il quadratino di morbido tessuto e lo butt nell'acqua: lo segu
con lo sguardo galleggiare seguendo la corrente, finch egli prendendola per un
braccio non la guid verso l'interno, tra i cespugli.
Scelse lei il luogo, forse pi pratica, accosciandosi in terra nel punto pi riparato e adatto. Egli, stando in piedi, la guard, fumando una sigaretta,
mentre lei si toglieva la giacca celeste e sotto aveva il reggiseno e si tolse
anche quello, e allora anche lui si tolse la giacca di cui, fuori di casa, si
liberava solo per fare all'amore.
Sul fiume, al ritorno, lei vide ancora il kleenex, si era ormeggiato davanti a
uno sbarramento di erbe, allora si ferm per truccarsi le labbra. Sei gentile,
gli disse durante l'operazione, quando ti ho visto in via dei Giardini ho
esitato a fermarti, sembra che tu le sfasci, le donne, a vederti, ma mi
servivano cinquantamila lire. Rimise rosso e specchio nella borsetta e riprese
a camminare. Potremo mangiare qui, disse ancora.
Davide sapeva di non avere capacit di contrattazioni e, sempre senza che la
volgarit di quei foglietti da diecimila venisse alla vista, travas dal suo
portafogli alla borsetta di lei, ancora una volta, il resto della somma che
occorreva per raggiungere la cifra da lei richiesta.
E' troppo, lo so, lei disse, consideralo un'elargizione benefica.
A lui non piaceva parlare di denaro, le disse: Di dove sei?
Di Napoli.
Non si sente affatto.
Ho studiato dizione per tre anni, volevo fare del teatro, teatro con tre t
maiuscole. Se vuoi ti recito un po' di Shakespeare.
Mangiarono nella festosa baracchetta sull'autostrada. Si scambiarono alcune
informazioni superficiali, generiche, sulla loro identit, lei disse vagamente
che era venuta a Milano da quasi un anno a cercare lavoro e non ne aveva trovato
molto, lui disse che era impiegato in una grande azienda, il che era vero, non
lavorava alla Montecatini?
Impiegato di lusso, se spendi cos. Lui non rispose e allora lei chiese: Hai
ancora idea di fare la Firenze e ritorno?
Dopo il pasto, le selvatiche fiere che avevano sbaragliato la censura dentro di
lui, erano ancora pi in libert. Tornerei al fiume, disse semplicemente.
Anch'io, lei rispose.
Tornarono al fiume e ritornarono poi a ristorarsi. Fu lei che cominci col
whisky, lui, allora, era un amatore di birra. Dopo il secondo whisky le disse:
Non ti fa male tutta quella roba?
Teoricamente s. In pratica, siccome domani mi ammazzo, adesso potrei bere
anche del vetriolo che sarebbe lo stesso.
Davide decise, banalmente, che la ragazza scherzava e che aveva bevuto, ma nello
stesso tempo sent che mentiva a se stesso perch aveva sulla pelle
l'impressione che la ragazza non scherzava e non era ubriaca, era una ragazza
asciutta, di corpo, di carattere e di parole, non diceva mai una parola di pi o
inutile: se non avesse avuto intenzione di ammazzarsi, non avrebbe sprecato
tempo a dirlo.
E' un'idea che viene qualche volta, le disse.
Certe volte non soltanto un'idea, lei disse. Qualche mese fa nella vetrina
di una libreria ho visto esposto un libro. Ho letto la fascetta per caso. Adesso
non mi ricordo le parole precise, ma pressappoco erano queste: 'Mi uccider appena finito di scrivere questo libro,' ha scritto l'autrice, e finito questo
romanzo si uccisa. Per quella l non stata un'idea. Erano vicino alla
vetrata e guardava ogni tanto, oltre le veneziane, le strisce dell'autostrada
con le macchine che lampeggiavano fuse dal sole, come "flashes" di fotografi. E
neppure per me.
A lui piaceva adesso sentirla parlare, e gli piaceva anche quell'argomento,
imprevisto, Eros e Tanatos sono cugini, e aveva due o tre idee sulla vita e
sulla morte, di cui non avendo alcun contatto sociale non aveva potuto mai
parlare, e gliene disse una: Certo che vivere difficile, mentre morire
molto semplice.
Gi, lei disse, ma l'osservazione non l'aveva interessata. Io per non ho
nessuna voglia di morire, e non l'ho mai avuta. Senti, se non ti annoio, ti
parlo ancora per cinque minuti di casi personali, poi chiudo.
Non mi annoio per niente, ed era vero.
Nella vita succede tutto, oggi ho incontrato te, pu darsi che tu sia l'uomo
mandato dal destino. La grande bocca larga, sfiorata agli angoli dai tendaggi
dei capelli, non sorrideva. Se tu mi porti via con te, almeno tre mesi, lontano
da qui, e mi stai vicino ogni minuto, io domani non devo pi ammazzarmi. Lo so
che assurdo, ma mi succede cos. Per te, se ti piaccio, non sar l'inferno.
Sono di aspetto, solo di aspetto, seria, distinta, elegante, mi puoi portare da
per tutto e non ti far fare brutte figure. So mangiare le lumache con le
apposite posate, senza tenerle tra le dita e succhiarle come fa una mia amica.
Anche se hai detto che sei solo un impiegato, non devi aver bisogno di fare
economie, ma se le vuoi fare io vivo anche di "toasts" e coca cola e dormo anche
nelle trattorie con alloggio. Ma portami via da Milano per tre mesi, almeno tre
mesi, occorrerebbe molto pi tempo, forse un anno o due, ma mi bastano tre mesi,
poi vedr.
Al momento, l'idea di stare tre mesi con quella ragazza, una ragazza, soltanto
per lui, come mai gli era stato possibile per la rete di complessi in cui era
imprigionato, gli spalanc come le finestre della vita, e dalle finestre vide i
tre mesi, verdeggianti, lussureggianti, e il corpo nudo di lei librarsi morbido
su quei tre mesi, mentre l'auto correva, portandoli, lui e lei, su un'invisibile
carta geografica, Cannes, Parigi, Biarritz, Lisbona, Siviglia.
Lei sent tutto questo. Non devi avere paura. Non sono quella che puoi pensare,
non ti porti appresso una passeggiatrice. Io sono pazza, ma un'altra cosa,
ogni tanto ho bisogno di soldi, oppure ho bisogno di sentirmi spregevole, allora
esco e faccio come oggi con te, vicino a qualche fermata di autobus, o a
un'edicola, o c' anche qualcuno che mi segue. Ma non un mestiere. Mi
succeder due o tre volte al mese, solo, in questo periodo molto di pi perch
ho dovuto piantare il lavoro che avevo, e non posso vivere solo con le lezioni
di aritmetica e geografia che mia sorella mi procura, a parte il fatto che le
mamme di questi ragazzi somari non pagano mai. Sono una criminale, con me
stessa, ma sono una ragazza che puoi presentare a chiunque, mio padre
professore a Napoli, non volevo dirtelo, ma ti devo dare le referenze, tu non ti
porti via una di strada, io non lo sono. Mia sorella lavora alla Stipel, mi ha
fatto entrare l, ma io non ci resisto in quei pollai e sono venuta via. Cos
successo quello che successo, e non ho pi scelta: o tu mi porti con te, o
domani devo chiudere.
Che cosa successo? Tutte le sue parole lo stavano inchiodando.
Stai a sentire, caro: non te lo dico. Sei un gentiluomo, lo si vede non solo
dal vestito. Ti sto chiedendo quello che ti chiedo perch ho visto che sei un
gentiluomo, a uno qualunque di quei buzzurri che ci sono in giro non dico
neppure se mi piace il t col latte o col limone. Poi tacque e lo lasci riflettere.
E lui riflett. Nonostante tutta la sua sensibilit era sordo al richiamo di
quelle che venivano definite pazzie. Partirsene per tre mesi con una ragazza
conosciuta poche ore prima, era definibile anche da lui come pazzia e le pazzie
nel suo mondo erano di cattivo gusto. Per se ne avvil, e disse avvilito: Non
posso.
Perch non puoi? Non dirmi che per i soldi.
No, forse per i soldi no, per quanto non gli piacesse spendere tutto il suo
conto cos d'improvviso e dopo dover ricorrere subito a suo padre. Non solo per
i soldi.
Lei gli leggeva oscuramente dentro. S, lo capisco. Non puoi scomparire d'un
tratto per tre mesi, hai una famiglia, forse una fidanzata, dovresti avvertire
tuo padre, spiegare, inventare storie, nessuno libero, mai. Va bene, lo so, ma
ti ripeto ancora la stessa cosa. Non per farti un ricatto morale, sei il
ragazzo pi caro e cortese e sensibile che abbia mai incontrato. Ma solo tu puoi
salvarmi, se no non mi resta che tagliarmi le vene.
Perch solo io? L'ultima frase lo irrigid: sembrava una promessa.
Perch non ho nessun altro, non c' nessun'altra soluzione, nessun altro
rimedio. O adesso mi fai salire in macchina e mi porti almeno a mille chilometri
da qui, o come ti ho detto. La voce rimaneva normale, senza enfasi, senza
dramma: stava semplicemente spiegando, come a uno dei suoi scolari ripetenti.
Fu questo che lo colp e cominci ad angosciarlo. Dovrei vedermi almeno con mio
padre, non posso star via tre mesi cos, anche in ufficio... Possiamo
incontrarci fra un paio di giorni, forse ci riesco...
Caro, non c' tempo. E anche se ci fosse, tu non ti faresti vedere pi. O
andiamo via adesso, subito, e mi fai star via con te il pi possibile, o
inutile. Ripeteva sempre lo stesso tetro dilemma. Poi tacque ancora, perch lui
riflettesse ancora.
Ma lui forse non rifletteva pi. L'angoscia lo aveva reso nervoso, e il
nervosismo rende chiusi, inaffettivi, fa sorgere pensieri freddi. Forse si
trattava di isteria, di lucida isteria. Non possibile che una donna normale
decida di uccidersi un certo giorno e poi al primo che trova chieda di salvarla,
che non vuole morire e di portarla via. Questo era un comportamento anormale, e
il dubbio di trattare con una persona anormale, lo raggel. Non riusciva a dirle
pi nulla.
Lei attese, fum, guard dentro la sua borsetta, guard i maratoneti
dell'autostrada che entravano e uscivano dal locale, riapr la borsetta, vi
riguard dentro, poi disse: Andiamo per cortesia.
Risalirono in macchina. Davide taceva e guidava non molto forte, alla prima
stazione usc dall'autostrada, fece un lungo giro per strade secondarie e
ritorn all'ingresso dell'autostrada, ma dall'altra parte, il canale che
conduceva a Milano.
No, no, lei cominci a piagnucolare, appena se ne accorse, non andiamo a
Milano, portami via, portami via. Era del tutto inaspettato quel lamento
infantile in una donna come lei, era proprio il segno dell'isteria, egli pens.
Stasera parlo con mio padre, forse riesco a convincerlo e domani partiamo.
Mentiva come un medico a un malato grave.
No, se mi lasci non ci vediamo pi, portami via subito. Si mise a piagnucolare
pi forte appena lui fu nella corsia per Milano.
Sta' calma, adesso non posso, non fare cos.
No, portami via subito, se no mi devo ammazzare. Stava rigida, lontana da lui,
tutta nascosta nei suoi capelli, eppure implorante.
Ti prego, cerca di calmarti, adesso a Milano ne parliamo ancora. Ormai ne
aveva paura, una donna in crisi fa paura a ogni uomo, cercava solo di
liberarsene senza scenate, tenerla buona, ma da un momento all'altro quella si
metteva a urlare, a dibattersi, lo costringeva a fermarsi in mezzo
all'autostrada, arrivava la polizia stradale, inferno e dannazione, per cinque
minuti con una donna, e dopo uno si trova tutto rotto come fosse caduto
dall'ultimo piano del grattacielo della Pirelli. Questa sembrava cos a posto e
adesso invece succedeva questo luogo di piacere.
Torna indietro, caro, portami via. Era lo stesso identico lamentio continuato,
ossessivo della bambina che chiede il gelato, mamma il gelato, mamma il gelato,
mamma il gelato, mamma il gelato.
Cominci a non risponderle pi Portami via, per piet, se no mi ammazzo.
Esci qui, esci qui, a questa stazione, torna indietro, portami via, per piet.
Portami via, caro, se tu sapessi, se tu sapessi mi porteresti via subito.
Allora Davide cerc di non ascoltarla, se l'ascoltava cedeva, solo per farla
smettere. Tent di distrarsi, ma non c'erano molti appigli nel paesaggio, se non
per gli amatori di tralicci ad alta tensione. Nello specchietto retrovisore vide
ancora la 230 Mercedes, bella, di colore morbido tra il caffellatte e il bronzo,
forse si sbagliava, ma gli sembrava di averla vista alle spalle anche durante il
viaggio di andata, gli piaceva molto la sua Giulietta, ma una Mercedes sportiva
come quella gli sarebbe piaciuta di pi No, no, no, non voglio tornare a Milano.
Poteva parlare al dottor Brambilla, l'amministratore di famiglia, se riusciva a
fargli avere la 230 senza che suo padre guardando i conti saltasse su. Erano
quasi arrivati alla fine dell'autostrada.
No, no, no, no, no, io divento pazza, torna indietro. Tir fuori il fazzoletto
dalla borsa, proprio davanti al casello d'uscita, mentre erano fermi e lui
pagava, e l'uomo dei biglietti guard dentro e vide lei che si asciugava gli
occhi, ridicola coi grandi occhiali neri tirati sulla fronte, anzi sui capelli
che le coprivano la fronte, sent anche un tic, doveva esserle caduto qualche
cosa dalla borsetta, ma il furore di quella scena, lo sguardo impassibile,
sfottente, dell'uomo dei biglietti - S' portata la mora a spasso e al ritorno
lei pianta grane - lo resero cattivo.
No, no, no, torna indietro, no, no, no, portami via.
Ferm di colpo, buttandosi tutto sulla destra, quasi sul prato, intorno sul
cielo rosso per il tramonto bruciavano spentamente i palazzoni di Metanopoli,
quel no, no, no, no, gli fece cedere i nervi, per la seconda volta nella sua
vita - la prima era stata da militare, quando aveva picchiato il vicino di
branda - alz la voce in un urlo ringhioso: Scenda, e basta, non ne posso pi.
Era anche tornato al lei.
Il lamento si spense di colpo, come a staccare la spina della radio; per i
grandi occhiali rotondi e scuri non pot vedere lo sguardo di lei, ma la bocca
semiaperta diceva il suo spavento, per un istante lei rimase irrigidita, la
bocca irrigidita, poi apr la portiera e scese, con goffo terrore, come pensasse
che lui stava per picchiarla, se non fosse scesa, e non fece in tempo a scendere
che Davide richiuse la portiera e ripart. Sorpass rabbioso la 230 che adesso
andava a 40 all'ora, le auto erano sempre meglio di tutto, di qualunque donna,
si pu guidare un'auto venti giorni di seguito, ma dopo venti minuti una donna
una cosa impossibile.
Si sent sicuro solo quando arriv al garage vicino a casa, scese lento nel
cantinone divenuto un fantascientifico "grand htel" per auto, con giovanotti in
tute aerodinamiche da Cape Kennedy, berretti "marines" da sbarco, il tutto
corretto da Ciappa su la pompa, tarlucc, Fa minga el bamba, guarda la
pressione, e altro fraseggio ambrosiano che ristabiliva un clima nostro e pi familiare.
Era un ragazzo ordinato e prima di consegnare l'auto guardava sempre
nell'interno. Cos vide subito il fazzolettino e quello sconosciuto, minuscolo
oggetto, che aveva sentito cadere prima mentre lei si asciugava gli occhi, mise
tutto in tasca, impacciato, perch c'era uno dei "marines" che attendeva.
Buonasera, signor Auseri.
Buonasera.
Attravers piazza Cavour, tutta in ombra nel placido tramonto, dal Giardino
Zoologico veniva un lieve sentore di leoni accaldati, entr nella Galleria
Cavour e si ferm al bar Milanese, era anche l l'unico cliente, in una
bomboniera di caramelle, cioccolatini, paste, bottiglie, e dopo la birra gelata
il caldo dell'ira angosciata gli si spense dentro, fulmineamente, e venne il
pensiero: E ora quella si ammazza.
Usc dal bar, riattravers piazza Cavour, raggiunse via dell'Annunciata e sal a
casa. No, non si ammazza, poi le passa.
In casa c'era solo la domestica, suo padre era Roma, abitava pi a Roma che l.
Fece la doccia, mentre, facendo cadere con violenza l'acqua, cercava di
calmarsi, cominci a boccheggiare. Sono cos matte che si ammazzano davvero.
Si rivest, and nella saletta privata, quella mezzo sala da pranzo, mezzo
biblioteca e mezzo passaggio per andare nella sala cosiddetta grande. Ma anche
se si ammazza, io che c'entro?
Pranz a casa, col televisore acceso, nel Vietnam le cose andavano male, un
paracadutista USA gli spar quasi addosso dal video. Potevo per portarla fino
in centro, a buttarla fuori cos in mezzo ai prati di Metanopoli si sente pi disperata. Un signore, dal video, gli spieg tutti i lati della questione
relativa all'inquinamento dell'aria, d'inverno, dovuto alle grandi fabbriche e
agli impianti di riscaldamento nelle case; a 36 gradi e in piena estate
l'argomento lo interess moderatamente. Lo interess molto di pi, per qualche
istante, la forma a cono della testa della nuova domestica, un'anziana signora
che con un vago sorriso gli aveva chiesto un vago permesso di sedersi sul divano
a guardare la televisione, e ora la stava guardando, la sua testa a cono che
occupava un terzo del video, nella solitudine afosa di quell'appartamento che
nessun programma televisivo sarebbe mai riuscito a rompere, e forse niente mai,
neppure un gran ballo in maschera. Se si ammazza e qualcuno mi ha visto con
lei, dopo mi chiamano in questura.
Si sent gelidamente infelice, lo era un po' sempre, in quelle serate di
televisione con la serva, perch al mattino doveva andare alla Montecatini, ma
quella sera lo era ancora di pi. Se fosse tornato a Metanopoli, a dare
un'occhiata. Guard l'orologio, come si poteva essere cos stupidi: quella era
ancora l che lo aspettava, figuriamoci, e se fosse stata ancora l, peggio
ancora, avrebbe ricominciato: Portami via. E cos cominci a star male.
Tutta la notte, tutto l'indomani in ufficio, stette male, lesse il "Corriere"
titolo per titolo, ma non c'era notizia di nessuna ragazza che si fosse
suicidata. Anche sulla "Notte" e il "Lombardo", niente. La sera la distinta
serva con la testa a cono era di libert, e lui and a mangiare due panini al
bar Milanese, tra un panino e l'altro attravers la strada, doveva essere uscita
l'ultima edizione della "Notte", erano giorni magri per i giornali del
pomeriggio, in prima pagina non potevano mettere sempre l'ondata di caldo o
l'atomica cinese, in tipografia, giornalisti con ulcera o senza cercavano di
rendere esplosive le notizie del marito che aveva picchiato la moglie con un
ferro da stiro che poi aveva gettato dalla finestra, della coppia sorpresa a
commettere atti osceni in luogo pubblico (Idroscalo, ammesso, per pura ipotesi,
che all'Idroscalo si facessero anche atti diversi), e per questo Davide pot
vedersi tutto il suo terrore in uno dei giornali in prima pagina, titolo su
cinque colonne, SI SVENA A METANOPOLI che dava alla notizia un sapore di
drammatica topologia, come se il fatto che uno si svenasse a Metanopoli
includesse un avveniristico significato di costume, un segno dei tempi: oggi non
ci si svena pi, piattamente, in casa propria, in paesi o citt antiquati o dai
nomi antiquati, Pavia, Livorno, Udine, oggi ci si svena nei nuovi centri del
petrolio, dell'industria pesante, schiavi in fondo, anche in questo ultimo atto
di volont o di disperazione, della spietata marcia verso il futuro.
Col giornale in mano Davide riattravers la strada, mangi il secondo panino
nella bomboniera del bar Milanese, attorniato da una mezza dozzina di persone
che bevevano qualche cosa prima di andare al cinema Cavour a vedere un film in
cui la protagonista, almeno dalle fotografie esposte, era certo un caso molto
interessante di elefantiasi mammaria.
Il cronista aveva reso esplosivo tutto, e aveva spiegato che l'erba del prato in
cui era stata ritrovata la ragazza svenata, era divenuta blu, per lui il verde
dell'erba col rosso del sangue diveniva blu. Il ciclista Marangoni Antonio, che
non era per un corridore, ma semplicemente un signore di sessantasette anni
molto mattiniero che dalla sua cascina si recava in bicicletta a Metanopoli,
aveva scoperto la ragazza ormai cadavere e aveva dato l'avviso. Vicino alla
ragazza era stata trovata una borsetta piatta, sembrava quasi un grosso
portafogli da uomo, con dentro una lettera per la sorella. Non era rivelato il
contenuto della lettera, ma il cronista aveva saputo da indiscrezioni in
questura che si trattava della solita richiesta di perdono di chi si uccide a
quelli che rimangono. Tra parentesi c'era l'invito a leggere il seguito a pagina
2.
Davide bevette un whisky e lesse a casa il seguito a pagina 2. Lo lesse pi volte, e ogni volta finito di leggere si alzava e si versava un whisky, andando
a prendere la bottiglia in un armadietto che, nell'Ottocento, doveva essere
stato una scarpiera.
Aveva detto che si uccideva e si era uccisa. Non aveva neppure aspettato
l'indomani, si era svenata appena lui l'aveva buttata fuori dall'auto, si era
nascosta in un cespuglio, vicino alla cascina del Marangoni Antonio, come una
bestiola gi morente, e l aveva finito di morire, perch lo aveva gi deciso, e
aveva gi scritto la lettera di perdono alla sorella quando era stata con lui
sul fiume, la teneva nella borsetta dove poi aveva messo i soldi che lui le
aveva dato.
Ma non voleva morire, doveva, ma non voleva, si era lamentata per tutto il
viaggio di ritorno, no, no, no, che non voleva, e se lui l'avesse portata via,
se fossero partiti, lontano, come continuava a dire lei, non si sarebbe uccisa,
sarebbe stata ancora viva. Di notte e di giorno cominci a ricordare i suoi
grandi occhiali rotondi, scuri, e la voce di preghiera, il lamentio, il
piagnucolio. L'aveva uccisa lui, sfogliando le limpide pratiche nelle limpide
cartelle che aveva sulla scrivania alla Montecatini, continuava a pensare cos e
a poco a poco scopr che bevendo una certa quantit di whisky, un whisky
qualunque, quella sensazione di contenere dentro di s un assassino, come una
bomboniera da sposa pu contenere un confetto al cianuro, si affievoliva. Oltre
una certa quantit di whisky scompariva del tutto.
6.
Nel momento in cui cap dal racconto che Davide Auseri non aveva ucciso nessuno,
la voglia di prenderlo a pugni gli fece stringere i denti come per un prurito
insopportabile. Maledetti psicopatici, astenici, schizofrenici. Poi il viso
completamente ammollito dall'angoscia del ragazzo, come una maionese che d'un
tratto si slegata, lo impietos.
Adesso torniamo da mia sorella. Erano stati quasi un'ora nell'auto
parcheggiata davanti a Musocco e, tra lo sfondo ambientale e la storia balorda
che lui aveva raccontato in un balordo monologo, sentiva il desiderio di
cambiare scena. Non aveva molti posti dove andare con quell'aspirante alla
pazzia; in casa di lui in via dell'Annunciata, no, poteva arrivare da un momento
all'altro il grande ingegner Auseri; tornare alla villa in Brianza, nemmeno,
forse in un albergo, ma pi tardi, adesso preferiva portarlo da sua sorella. Le
telefon, da un bar, le visite improvvise non sono mai gradite, mentre Davide
beveva liberamente al banco. Bevesse pure.
Ritorno col mio amico di prima, porta pazienza ma dovrai aiutarmi, prepara la
mia stanza per lui.
E' successo qualche cosa?
No, niente, solo crisi di imbecillit.
Durante la strada si ferm anche in una farmacia, si fece dare un tubetto di
pastiglie del pi banale ipnotico e arrivato a casa di Lorenza fece distendere
Davide sul letto, gli dette una pastiglia e come quello fosse un bambino e lui
una "baby-sitter" stette a guardarlo finch non si addorment, cosa che avvenne
quasi subito, perch il gigante neurotico dopo la confessione era disfatto e
cadde pi in collasso che nel sonno.
Poi fece addormentare anche Sara, in braccio a lui la piccola mascalzona si
addorment subito, e quando furono soli nella cucina ombrosa anche se non fresca
disse a Lorenza che aveva quasi voglia di piangere.
Se si trattava solo di disintossicarlo dall'alcol era un lavoro facile, ma
questo ha il complesso di colpa di un assassino, se l' rosolato un anno in un
bagno di whisky senza dire niente a nessuno, marcito dentro l'idea di aver
ucciso lui quella ragazza e anche a Freud occorrerebbero degli anni per
levargliela dalla testa. Appena sar solo tenter di svenarsi, lo stesso sistema
di suicidio usato dalla ragazza, e alla fine ci riuscir.
Puoi spiegarlo al padre, perch lo metta in una clinica, e tu cerchi un lavoro
pi tranquillo.
Ah, s, posso fare cos. Lui sta in clinica, un mese, due, sei, quello che
vuoi, e quando esce si svena. Fin di mangiare la grassa fetta di prosciutto
cotto che era la colazione preparatagli da Lorenza. E dopo sono io che divento
invasato con l'idea che se gli fossi rimasto vicino lo avrei salvato. Siamo
troppo sensibili, cio siamo ridicolmente divisi in due categorie nette, le
pietre e i sensitivi. Qualcuno con un'accetta fa scempio della propria famiglia,
moglie, madre e figli, poi in carcere, tranquillo, chiede di essere abbonato
alla "Settimana Enigmistica" per fare le parole crociate. Qualche altro, invece,
deve essere ricoverato al neurodeliri perch ha lasciato la finestra aperta, il
suo gattino si arrampicato sul davanzale ed caduto dal quinto piano: ha
ucciso lui il gatto, pensa, e impazzisce.
Verso le sette di sera Davide Auseri si svegli, il letto era divenuto una
tinozza di sudore, il ragazzo aveva tutte le caratteristiche delle zitelle
affette da ipertiroidismo, anche le sudorazioni nervose, gli fece fare un bagno
freddo e rimase con lui in bagno perch non si sentiva sicuro. Lorenza intanto
stir l'abito e la camicia di Davide e lui lo costrinse a mangiare mezzo pollo
arrosto che era andato a comprare dal salumiere vicino. Gli riemp due volte il
bicchiere con del vino rosso di bottiglia, poi lo preg di seguirlo nel suo
studio. Non vi era stata nessuna conversazione, Davide aveva richiuso il portone
di bronzo e non riceveva pi. Si sarebbe fatto ricevere lui, per forza.
Sieda l, gli disse. Quello era lo studio che gli aveva fatto pap, la vetrina
coi campioni medicinali, erano sempre gli stessi, di tre anni prima, il lettino
ricoperto di plastica simile al cuoio, il paravento davanti e in un angolo
davanti alla finestra che dava su piazza Leonardo da Vinci, il tavolo di vetro
con su lo stiloforo e una lunga cassettina con dentro dei cartoncini, forse pi di un centinaio: era lo schedario. Suo padre lo aveva immaginato presto pieno
dei nomi di tanti signori, signore e ragazzi malati che si rivolgevano a lui per
essere curati. Quanta immaginazione. Abbass ancora di pi il paralume snodabile
e si accese una sigaretta.
Non so se ha notato che non ho neppure cercato di spiegarle che lei non ha
ucciso nessuno, e che non ha nessuna responsabilit nella morte di quella
ragazza. Si alz e and alla ricerca di qualche cosa che fosse un posacenere,
torn con una bacinella di vetro e si rimise a sedere. E non tento neppure
adesso. Se le piace considerarsi un assassino, faccia pure. C' della gente che
si considera Hitler, e lei soffre della stessa identica malattia. Glielo dico
subito, prima di riconsegnarla a suo padre, perch io posso aiutare un ragazzo
che beve un po', ma non posso fare nulla per un malato di mente.
Non se lo aspettava, ma sotto quel primo colpo, il portone di bronzo si apr
subito. Se l'avessi portata con me non si sarebbe uccisa, non una malattia
mentale, e non facevo nessuno sforzo, anzi, mi sarebbe piaciuto, prendevo e
partivo con lei, non dovevo neppure dire niente a mio padre, avrei potuto
telefonare al dottor Brambilla perch lo avvisasse che prendevo un po' di
vacanza, mio padre non ci teneva neppure tanto che lavorassi alla Montecatini,
era solo per darmi da fare qualche cosa, bastava che la portassi con me anche
solo qualche giorno, finch non le fosse passata la crisi. Parlava ansando, ma
non era per il caldo, l'idea di essere giudicato malato di mente, e da un
medico, l'aveva scosso.
L'interruppe. Eh, no, signor Auseri, inutile che cerchi di trascinarmi in
questa discussione, lo irrideva freddamente, sui trattati di psichiatria vi
sono esempi famosi di dialettica assurda. Non ho nessuna voglia di farmi
dimostrare da lei che ha ucciso quella ragazza. Col suo stesso ragionamento
l'azienda del gas responsabile della morte di tutti quelli che si asfissiano
col gas e se lei fosse il direttore dell'azienda, si darebbe al whisky e
vorrebbe morire. Lasci perdere, pi lei insiste con quell'idea e pi dimostra
che il suo caso grave. Quel tasto doveva colpire forte, perch vide Davide
alzare il pugno, come volesse picchiarlo sul tavolo, ma non lo fece, lo tenne
semplicemente cos, a mezz'aria.
Ma se l'avessi portata con me... quasi piangeva.
Basta. Batt lui una mano sulla scrivania. Una persona normale non ragiona
con i se. Ma lei non normale. Ecco un'altra prova: perch per un anno, con
tutto quello che ha fatto suo padre per sapere perch lei si era messo a bere in
quel modo e a comportarsi cos stranamente, le ha quasi rotto una mascella con
un colpo di attizzatoio, lei non gli ha mai detta la verit? Che paura aveva?
La risposta arriv inaspettata e limpida. Perch non avrebbe mai capito.
Aveva ragione lui, l'ingegner Auseri non avrebbe mai capito, la psicologia del
profondo non congeniale ai Cesari imperatori. Naturalmente non gli disse che
aveva ragione: Va bene. E perch invece l'ha detta a me, la verit, nelle prime
ventiquattro ore che mi ha conosciuto? Io non gliel'ho neppure chiesta. Sapeva
gi il perch, ma voleva vedere se lui era capace di spiegarlo.
Era quasi un anno che non tornavo pi in via dei Giardini, da quella volta,
parlava guardando in terra, e lei stamattina mi ha portato l, ha parcheggiato
la macchina quasi allo stesso posto dove l'avevo parcheggiata io un anno fa, e
mi ha lasciato l mentre andava in questura... e poi mi ha portato al cimitero,
mi ha parlato di suo padre, ho visto tutte quelle tombe...
Esatto: senza saperlo quel mattino aveva messo il giovane Auseri in stato di
sblocco del complesso, e adesso era riuscito a mettergli paura di essere pazzo,
per sbloccarlo da quell'altro pi pericoloso complesso di colpa, e il povero
Davide michelangiolesco cercava di dimostrargli che non lo era: sentirsi pazzo
pi penoso che sentirsi colpevole di omicidio. Ma era un lavoro troppo
spiacevole, la rappresentanza di medicinali gli avrebbe offerto guadagni pi modesti, ma meno sgradevoli.
E Davide disse ancora: E quel fazzoletto, quell'oggettino che ha lasciato in
macchina, non volevo vederli, mi facevano star male, poi non resistevo, li
tiravo fuori, pensavo a quando si asciugava le lacrime e io invece di portarla
con me l'avevo buttata fuori...
Era un pietoso spettacolo, cos atletico e cos morbosamente sensibile, ma per
lo meno non era chiuso in se stesso come in una palla di cemento, come prima.
Va bene, voglio vedere anch'io questa roba. Dov'? Tanto perch si sfogasse,
il pi possibile, perch si liberasse, almeno un poco. Dovette insistere perch
Davide non lo voleva dire.
Erano nella sua bella valigia floscia, in una tasca interna chiusa da una
cerniera lampo.
Avrei voluto buttarli via per non vederli pi, ma mi faceva male anche il
pensiero di dove li avrei buttati.
Ah, naturale, psicologia morbosa dei ricordi. Sul piano di vetro del tavolino,
ebbe il famoso fazzolettino che, nella mente del ragazzo, era il fazzoletto
della morta, dell'uccisa da lui, e quel piccolo oggetto, una specie di
ricevitore telefonico per bambola minuscola, due rotelline congiunte da un lato
da una striscia di metallo: lunghezza tre centimetri in tutto. Il fazzoletto lo
guard appena, prese invece l'aggeggio e lo tenne nel palmo della mano. Con voce
molto diversa da quella agra e cattiva di prima gli domand: Questo oggetto
caduto dalla borsa della ragazza, quel giorno?
S.
Sa che cos'?
No. Ho pensato perfino che fosse un campione di qualche prodotto di bellezza,
ma non lo so.
Ha tentato di aprirlo?
Non ho neppure pensato che si potesse aprire.
Ma se prima ha detto che credeva che fosse un campioncino. Un campioncino si
apre.
S, ma quando guardo quella roba l sto male e non penso mai troppo.
Capiva. Glielo dico io che cos': un caricatore Minox. Vide che non sapeva
cos'era un caricatore Minox e glielo spieg: Qui dentro c' una striscia di
pellicola lunga circa cinquanta centimetri, alta meno di un centimetro, sulla
quale si possono fare oltre cinquanta fotografie, con una macchina di piccolo
formato che si chiama Minox. E finita la spiegazione lo dimentic, come non lo
avesse pi davanti, come anzi non esistesse e fosse solo, nell'aria dolciastra
di caldo, nella luce morbida e antiquata di quel paralume da professionista,
come aveva detto il commesso a pap che l'aveva comprato. Solo lui e quel
caricatore.
Una macchina fotografica Minox non esattamente un apparecchio per dilettanti.
Poco pi grande di un accendino, durante la guerra, come era spiegato in tutti i
romanzi di spionaggio, veniva usata appunto dalle spie, per fotografare
documenti. Munita dell'apparecchiatura elettronica che si inserisce facilmente
nella testata, fotografa anche attraverso la nebbia e il fumo delle esplosioni,
e per questo era stata molto usata anche dai corrispondenti di guerra. Occorre
per una certa pratica per scattare foto con un apparecchio cos piccolo,
altrimenti le fotografie vengono mosse o male inquadrate. Per un dilettante,
poi, cinquanta foto da fare con un solo caricatore, sono troppe, per un
professionista invece rappresentano l'optimum. La pellicola, cos piccola, si
presta a essere facilmente spedita per posta e anche a essere facilmente
nascosta. In un romanzo aveva letto che una spia teneva il caricatore Minox in
bocca, quando passava il confine, e riusciva ancora a parlare. Ma forse questa
era una esagerazione dell'autore, o il personaggio aveva la cavit orale
superiore al normale.
Si sentiva ancora nervoso. Non gli piacevano le fantasie inutili e infantili, ma
quel caricatore era nella borsetta di una ragazza e sono rare le donne
appassionate di fotografia al punto di lavorare con una Minox. Poi, la ragazza,
non era un tipo molto normale e casalingo: ogni tanto usciva di casa, si faceva
fermare da un uomo e andava con lui, dietro compenso. Il dottor Carrua avrebbe
definito meretricio questo comportamento, non era un termine cavalleresco, ma
indicava la situazione. Inoltre questa ragazza, per ragioni che non aveva voluto
rivelare, doveva uccidersi, e infatti si era uccisa. Lui non voleva fare nessuna
ipotesi, ma gli sarebbe piaciuto sapere se quella pellicola era stata
impressionata pi o meno completamente - in ogni caso doveva essere stata messa
nell'apparecchio perch non c'era il tratto di pellicola tra i due rullini, come
avrebbe dovuto essere se non fosse stata usata - se dopo un anno potesse dare
ancora un negativo abbastanza visibile e, soprattutto, quali erano i soggetti
fotografati. Di una cosa era sicuro: che non si trattava di fotografie di
famiglia fatte al mare, la zia sotto l'ombrellone, la bagnante sugli scogli, il
gruppo di amici sulla spiaggia che giocano con la grossa palla.
E tutte queste cose le voleva sapere subito, non avrebbe n dormito, n
mangiato, n pensato ad altro finch non le avesse sapute.
Mise in tasca il caricatore avvolto nel fazzoletto. Scusi un momento, torno
subito. In anticamera c'era il telefono. La porta della cucina era socchiusa e
vide Lorenza che lavorava a maglia, stava preparando il corredo invernale per
Sara e ascoltava la radio. Le sorrise e le fece cenno di rimanere seduta, non
aveva bisogno di niente. Guard l'orologio: le nove.
Il dottor Carrua, per favore.
Chi parla?
Duca Lamberti.
Lunga attesa, qualche clic, poi la voce di Carrua, un po' distorta: Scusa, sto
sbadigliando.
Scusa tu, ma avevo bisogno di parlarti, e subito.
Potevi venire senza telefonare, ricevo sempre, io.
Volevo sapere anche se il laboratorio fotografico aperto.
Il lab... Naturalmente chiuso. Fanno anche la settimana corta.
Mi dispiace, non volevo aspettare fino a domattina. Non poteva, piuttosto
andava a svegliare qualche fotografo a casa sua.
Se si tratta di una cosa urgente posso farlo aprire e ripescare i tecnici.
Per me urgente. Te lo spiego appena arrivo.
Va bene, ti aspetto.
Porto anche il figlio di Auseri.
Dieci minuti dopo lui e Davide erano in via Fatebenefratelli, e alle undici e
quaranta la grande scrivania di Carrua era piena di fotografie formato diciotto
per ventiquattro, erano gli ingrandimenti della piccola pellicola Minox. Sulla
scrivania c'erano anche due grandi bottiglie di coca cola. Solo Davide non si
era tolto la giacca, lo avevano messo in fondo, davanti al tavolino della
macchina per scrivere e l era stato, e stava l anche adesso, mentre loro
guardavano le fotografie.
Che cosa pensi, Duca?
Sto dividendo le fotografie.
Da un punto di vista puritano si trattava di immagini oscene. Erano nitidissime,
nonostante l'ingrandimento, e tecnicamente ottime. Su uno sfondo vago di nuvole,
da vecchio studio fotografico, c'era il soggetto, una donna nuda.
Non c' molto da dividere: met sono della bruna e met della bionda.
Era cos, vi erano circa venticinque fotografie della stessa ragazza bruna, e
venticinque o ventisei della bionda. Qualcuno avrebbe potuto pretendere che si
trattava di immagini artistiche, anche se ardite, infatti le pose sembravano
avere un minimo di quell'aspirazione, ma era solo per velare la questione, per
cavillare. Le pose delle due ragazze erano dichiaratamente adescatorie, non
c'era solo il nudo, c'erano anche i gesti delle braccia, la posizione delle
gambe. Nella maggior parte delle foto le ragazze nascondevano il viso, ma non in
tutte. Non potevano avere pi di ventidue ventitr anni.
Dove hai messo la busta della Radelli? disse a Carrua.
Ah, s, l'ho rimessa nel cassetto. Carrua gliela dette.
Era una grande busta gialla, tutta gualcita, il dossier di Alberta Radelli,
suicida. Conteneva la sua foto, il certificato di morte rilasciato dal medico
legale, la fotostatica della lettera che la ragazza aveva scritto alla sorella
per chiederle perdono che si uccideva, il rapporto di un agente, un super
rapporto fatto dall'ufficio competente, tre o quattro foglietti col sunto degli
interrogatori fatti a varie persone, la sorella della suicida, il famoso
ciclista Marangoni Antonio, il portinaio della casa dove abitava la morta con la
sorella. C'erano timbri, firme, sottolineature in rosso e grandi sigle in blu.
Da questa busta egli tir fuori la foto della ragazza, ripresa dalla sua
patente, la mise sotto gli occhi di Carrua insieme con una delle foto della
Minox.
Potrebbe essere, disse Carrua.
Adesso lo sappiamo subito. Davide, venga un momento qui, per favore. Davide
Auseri finalmente si mosse e quando fu vicino lui gli mostr le foto della
Minox, quelle della bruna e quelle della bionda, ma non la foto presa dalla
patente. C' qualcuno che conosce, qui?
Era un bell'ufficio, quieto, grande, silenzioso e la notte vi si lavorava bene.
Carrua aveva una casa, in qualche parte della citt, ma forse non sapeva bene
neppure lui da quale parte, vi si recava quando si ricordava l'indirizzo e
quando voleva fare un bagno, per il resto preferiva dormire nella stanzetta
vicina, sul divano letto, con la pila dei giornali e delle veline in terra,
insieme col telefono. La sua vera casa era in Sardegna, quella natia, ma non vi
poteva andare pi di una volta all'anno, per qualche giorno. L'altra vera casa
era questa qui, il suo ufficio, con dentro sempre tante cose e persone. Adesso
c'era quel ragazzo, che guardava quelle fotografie, Carrua non era molto
sensibile, ma gli fece molta pena lo stesso il viso del ragazzo mentre guardava
la fotografia della ragazza bruna.
E' lei, disse Davide.
Vuol dire che questa ragazza la stessa che stata trovata a Metanopoli un
anno fa? gli disse Duca.
S.
E l'altra, la bionda, la conosce?
No.
Duca si rivolse a Carrua. Puoi mandare a prendere una bottiglia di whisky?
Aggiunse: A mie spese. Prese per un braccio Davide, lo accompagn vicino alla
finestra.
Stia qui un momento, fra poco arriva il whisky, gli mise una sedia vicino,
come a un vecchio. Appena non se la sente pi di stare in piedi, si sieda.
Di che marca? disse Carrua.
Quella che costa di pi, disse Duca.
Mezzo bicchiere di whisky ridette allo sguardo di Davide un'espressione meno
sperduta. Non abbia paura. Quel tremito interno le passer subito. Beva
ancora.
Ne bevette anche lui, parecchio. Poteva finire che disintossicava forse il
ragazzo, ma si alcolizzava lui. E adesso facciamo l'analisi di queste foto.
Sedette vicino a Carrua, in galera si perde la propria personalit, se ne
rendeva conto, si perde calore, si diventa gelidi e doveva bere per quello. Le
fotografie sono fatte da un professionista in uno studio, tecnicamente sono
ineccepibili, esteticamente un po' meno. Il fotografo non ha nessun gusto per la
disposizione del soggetto, gli interessa solo il diaframma, il tempo, la luce.
La seconda constatazione la stranezza di fare delle fotografie in studio, e
fotografie di questo genere con una Minox. Andava molto meglio una Rollei, una
Contax, o il solito apparecchio a lastre degli studi fotografici. Per ottenere
queste fotografie hanno dovuto piazzare la Minox su un cavalletto pesante, e
cos c' il problema degli attacchi al cavalletto che richiede dadi e snodi
speciali non facili a trovarsi perch raro che qualcuno abbia bisogno di
piazzare un apparecchio fotografico del peso di cinquanta grammi o poco pi, su
un cavalletto del peso di quindici chilogrammi.
Quando hai studiato fotografia? disse Carrua.
Non l'ho mai studiata, sono un profano che ha avuto un amico fotografo. Guard Davide, si era seduto e guardava fuori della finestra, volgendo loro le spalle.
La terza constatazione che le fotografate non sono prostitute professioniste,
abituate a questo genere di lavoro. Guarda le pose: in fatto di lascivia non ne
sanno molto, specialmente la bionda. La bruna un po' meglio, ha un po' pi di
classe, ma ingenua. La bionda, invece, o volgaruccia, o goffa.
Carrua sfogli una dozzina di foto mentre lui parlava. Analisi precisa.
L'ultima cosa devi vederla tu: a che cosa potevano servire oltre cinquanta foto
di questo genere. E' compito tuo. Ma c' qualche cosa di ancora pi grave, o per
lo meno che mi sembra grave. Riprese la busta gialla e ne tir fuori i pochi
fogli che conteneva. Quando una ragazza si sdraia in un prato e si svena, deve
usare qualche cosa di tagliente per aprirsi le vene. Poi pu fare due cose: se
ha molto autocontrollo ed molto ordinata, rimette l'oggetto tagliente nella
borsetta, se gi in stato di choc, lo abbandona, lo lascia cadere vicino a s,
o le rimane addirittura in mano. Ora qui, il rapportino dell'agente, non parla
di alcun oggetto tagliente ritrovato vicino alla morta. E nell'elenco degli
oggetti contenuti nella borsetta della ragazza, lo stesso: niente che tagli. E'
improbabile che una ragazza si sveni con la prima cosa tagliente che trova nel
prato in cui si nascosta, per esempio il coperchio di una latta, una spina, un
coccio di vetro, ma anche se lo ammettiamo, la dichiarazione del medico legale
lo smentisce: il taglio delle vene 'preciso e rettilineo'. Con una latta o con
un vetro non si fa un taglio cos.
Carrua lesse i foglietti del dossier. Qui il rapportino dice: '... elenco
completo di quanto reperito sul luogo in cui avvenuto il ritrovamento del
cadavere della sopraddetta Radelli Alberta...' Hanno cercato, certamente, ma non
hanno trovato nulla che tagliasse, se era una lametta pu sfuggire, in un
prato.
Si guardarono. Si conoscevano e non potevano ingannarsi. Disse a Carrua: Non
puoi denigrare cos gli agenti del commissariato di Metanopoli. Se ci fosse
stato qualche cosa di tagliente anche nel raggio di trenta metri lo avrebbero
trovato e scritto nell'elenco. Tu hai troppo poca stima dei poliziotti.
Tuo padre me lo diceva sempre, e si offendeva.
Sorrisero, ma malamente. E allora Carrua disse: Pare che hai qualche altra cosa
da dire.
S, il contenuto della borsetta, gli disse. Guard verso la finestra. Davide
era l, le spalle voltate. Davide, senza alzarsi, mi dica bene quanto denaro
dette quel giorno a quella ragazza. Si spieghi bene, e dica di che taglio si
trattava.
Il Davide si volse. Pietosamente il whisky aveva addormentato le vipere che lo
mordevano e lo avvelenavano dentro. Ecco... s, biglietti da diecimila...
Dica quanti...
Ecco... posso dire due, s, due, quando eravamo in corso Lodi, perch lei non
voleva venire, aveva paura... Poi, al fiume, disse che aveva bisogno di
cinquantamila lire, e allora io le detti altri tre biglietti da diecimila... nel
portafogli tengo solo biglietti da... Smise di colpo di parlare, poi lentamente
torn a guardare dalla finestra.
Quindi, disse lui a Carrua, quando Davide ha lasciato la ragazza, lei aveva
cinquantamila lire nella borsetta, almeno cinquantamila. Adesso ti leggo
dall'elenco quanto le stato ritrovato quando arrivata la polizia: '1
biglietto da lire 10000 (diecimila), 1 biglietto da lire 1000 (mille), 3 monete
da lire 100 (cento), 2 monete da lire 20 (venti), 4 monete da lire 5 (cinque).'
Se calcoliamo che la ragazza prima di incontrare Davide avesse solo gli
spiccioli, e cio 1360 lire, e che le diecimila lire siano uno dei cinque
biglietti che le ha dato Davide, mancano quarantamila lire.
Era evidente, ma Carrua controll lo stesso il liso foglietto. Dammi la
dichiarazione del medico legale. La lesse puntigliosamente, poi disse: Dice
che non pu essersi aperta le vene prima delle otto, ma probabilmente dopo le
otto e mezzo.
Egli guard ancora verso la finestra, quasi dolorosamente. Davide, resti
seduto: a che ora quel giorno ha lasciato la ragazza? Vide subito che non aveva
capito, era intontito, ma non di whisky. A Metanopoli, quando lei ha detto alla
ragazza di scendere dall'auto: che ora era, anche approssimativa?
Davide non disse Ecco.... Disse: Il sole era tramontato.
Ci si vedeva ancora bene?
S. Ripet: Il sole era appena tramontato.
Data la stagione dovevano essere le sette o poco pi, disse lui a Carrua. La
ragazza ha girato per pi di un'ora prima di decidersi, e intanto avrebbe speso
quarantamila lire. Dove e come non riesco a immaginarlo, perch Metanopoli non
ha proprio tutti i negozi di via Montenapoleone.
Pu averle date a qualcuno, disse Carrua, o qualcuno pu avergliele prese,
questo che vuoi dire tu.
Non capivano. Neppure gli amici pi cari e pi intimi riescono a capire. Non
voglio dire niente. Esclusa una cosa: che non posso interessarmi di quel
ragazzo. Non mi piacciono pi le cose difficili, e questa una cosa difficile.
Non dirmi che mi hai trovato un buon lavoro e che io non lo voglio fare, cerca
di capire che non ho bisogno di mischiarmi a storie di questo genere per essere
rovinato. Dopo l'omicidio con attenuanti ideologiche mi manca il sospetto di
legami col mondo delle squillo e dei balletti, e sono sistemato.
Hai ragione, disse Carrua mansueto.
Ho voluto solo dimostrarti che non era cattiva volont, gli disse. In questa
storia ci rimetterai tu le mani.
Ce le metto subito. Carrua sollev il ricevitore del telefono. Disse: Vedi se
mi trovi Mascaranti.
Io vado a cercarmi un altro lavoro, disse lui. Tu per favore trovi l'ingegner
Auseri, gli dici quello che vuoi e gli consegni il figlio. Avvisalo che non pu essere lasciato solo. Guard verso la finestra: Mi dispiace tanto, Davide.
Davide si alz lentamente, faticosamente, sembrava che perfino lo squallido
alito di aria che veniva dalla finestra lo facesse vacillare, arriv davanti a
loro: Signor Lamberti, disse.
Stettero ad aspettare il seguito, dovettero attendere quasi un minuto.
Non mi lasci solo.
Attesero ancora, sembrava avesse ancora molte cose da dire.
Non mi lasci solo.
Avanz ancora di un breve passo. Signor Lamberti. Era un ragazzo intelligente,
attento, non occorreva ripetergli le cose due volte, aveva capito bene che lui
non voleva essere chiamato dottore.
Non c'era da far altro che attendere che parlasse, e aspettarono. Sapevano tutti
e due, ora, che cosa avrebbe detto. E lo disse, infatti.
Non mi lasci solo.
Stava rifacendo, senza saperlo, la scena che la ragazza aveva fatto con lui quel
giorno in auto: No, no, no, portami via con te, portami via. E aveva anche
tentato di svenarsi, come lei, e lo avrebbe ritentato, appena fosse rimasto
solo. C'era una forma di immedesimazione inconscia, per espiare la sua colpa.
Si alz, lo prese per un braccio, era per sostenerlo, anche se Davide non era
ubriaco, e lo riport davanti alla finestra, lo fece sedere: Stia buono qui,
Davide.
Non mi lasci solo.
Questo Mascaranti, url Carrua nel telefono, posso avere l'onore o chiedo
troppo?
Stia buono, non la lascio.
Se resto solo finita, lo so cosa faccio.
Lo sapeva anche lui cosa faceva. Era come quando la signora Maldrigati gli
diceva che non resisteva pi a vivere cos.
No, non la lascio solo.
Sta salendo su? url Carrua, e da quando? Si vede che ho l'ufficio al K 2,
perch non ancora arrivato.
Stia buono qui. Non poteva lasciarlo solo. Lui aveva la specialit delle
operazioni ideologiche: eutanasia, redenzione e salvataggio di giovani malati
nello spirito. Torn davanti alla scrivania di Carrua, proprio nel momento che
entrava Mascaranti.
Scusi, disse Mascaranti, avevo finito il turno e sono andato a bere una
birra.
Anche se era bruno, piccolo, anche se conservava la pronuncia siciliana, non
aveva niente del poliziotto, faceva pensare a uno sportivo, o un pugile, o un
corridore ciclista, per il torace atletico, e le mani enormi, vellose, i
calzoni, anche se non erano stretti, gli aderivano alle gambe quasi come calze.
Qui non siamo mica all'F.B.I., url Carrua, qui siamo alla questura di
Milano: finito il turno, resti qui lo stesso. Gli tese la busta gialla. Guarda
se ti ricordi questa faccenda, almeno c' la tua sigla sui rapportini.
I fogli di carta, tra quelle mani, stavano come farfalle tra le zampe del drago.
Mascaranti and avanti un bel po' a studiarli, senza dire niente.
Ha disimparato a leggere, disse Carrua nervoso.
S, me lo ricordo. E' quella ragazza che si svenata a Metanopoli, disse
Mascaranti. Io ho controllato i rapporti di quelli di Metanopoli e li ho fatti
vistare anche a lei. C' qualche cosa che non va?
S, c' qualche cosa che non va, anche se li ho vistati io, e se li hai vistati
tu e il segretario dell'ONU. Carrua ogni tanto abbassava la voce, ma durava
poco. Non si sa con che cosa questa ragazza si sia tagliata le vene. Poi, aveva
nella borsetta oltre cinquantamila lire e gliene abbiamo trovate solo poco pi di diecimila.
Duca cerc di difendere Mascaranti. Questo non poteva saperlo nessuno, escluso
Davide che gliele aveva date.
E poi ci sono queste foto, saltate fuori adesso, dopo un anno, disse Carrua.
La bruna la ragazza morta. Dato il genere di fotografie c' da pensare
molto.
C' anche un'altra cosa, disse Duca, sorvegliando sempre Davide, chi vuole
uccidersi aprendosi le vene, lo fa a casa propria, o in una stanza d'albergo, in
bagno, o a letto. E' un po' insolito nascondersi in un prato per un'operazione
del genere, specialmente quando si ha una casa.
Non hai pensato queste cose, quando hai firmato il rapportino? url Carrua.
Mascaranti, ormai da anni, era insensibile alle urla di Carrua. Disse calmo:
S, le ho pensate, tanto che ho chiesto al medico legale se era il caso di fare
un'autopsia. Mi ha detto che se volevo facessi pure, ma che il suo certificato
parlava chiaro. Lesse una frase: ... dissanguamento... nessun'altra ferita,
contusione o segno in tutto il corpo...
S, l'ho letto anch'io, disse Carrua, ma adesso ricominciamo da capo. Tu ti
prendi questa pratica e da domattina rifai tutto, torni a Metanopoli,
riinterroghi tutti quelli che sono stati interrogati e soprattutto vai in fondo
a questi quadretti pornografici. Domattina ti spiego meglio tutti i
particolari.
Come sono saltate fuori queste foto? domand Mascaranti.
Carrua scoppi: Te lo dico domani mattina. Adesso non voleva parlare di
Davide. E cos tu sei a posto, si rivolse a Duca. Porta a casa il nostro
amico. Domani cerco Auseri che verr a riprendersi il figlio, e tu sarai
libero. Egli non gli disse niente, guardava il viso duro di Mascaranti che si
era preso la busta gialla e se la stringeva al petto.
Sto parlando con te, disse Carrua.
S, scusa. Lo fiss. Avrei cambiato idea. Non era un bel cambiamento di
idea, era un errore, un altro errore.
Carrua mise le due bottiglie vuote di coca cola in terra. Vai pure, ci vediamo
domattina alle dieci, disse a Mascaranti. Aveva gi capito.
Continuo a tener compagnia a Davide, disse Duca a Carrua, appena Mascaranti fu
uscito.
Se te la senti, disse Carrua nervoso, quando era toccata la sua sensibilit,
s'innervosiva.
Me la sento. E poi vorrei un favore da te.
Sissignore.
Vorrei stare insieme con Mascaranti intanto che fa le indagini.
Carrua guardava la bottiglia di whisky. Fammi assaggiare un goccio di quella
roba. Si inumid appena le labbra, l'occhio fisso dentro il bicchiere. Parla
chiaro, Duca, vuoi fare tu le indagini insieme con Mascaranti. Non era neppure
una domanda.
Una cosa cos. Io non figurer mai, ma sto con Mascaranti.
Prima volevi piantare tutto, adesso vuoi fare anche il poliziotto.
Ho cambiato idea.
E perch?
Non gli rispose, n Carrua insist, tanto il perch lo sapeva, e Davide era
sempre l vicino alla finestra, diritto, statuario e distrutto.
Va bene. Domattina ti mando Mascaranti. Carrua copr le due file di fotografie
mettendo su ciascuna pila una foto rivoltata. Le morte nude sono strane. Dove
ti trova?
Ho pensato che meglio che ci fermiamo all'Htel Cavour, cos siamo anche
vicini.
S, pratico. Carrua guard l'ora. Non so cosa vali come poliziotto, ma
voglio provare. Tu da dove cominceresti?
Non gli rispose neppure questa volta e neppure questa volta Carrua insist,
perch lo sapeva benissimo da dove bisognava cominciare: da Davide Auseri. Di
omicidi truccati da suicidi ne tentano ogni giorno, vanamente quasi sempre, ma
anche se la ragazza si era davvero uccisa, l'ultimo che l'aveva vista era stato
lui, Davide Auseri, e quello che raccontava lui era solo quello che raccontava
lui, e poteva non essere necessariamente la verit, o la completa verit. Ma lo
stomaco di spremerlo non ce l'avevano nessuno dei due, per il momento, n lui,
n Carrua, e avevano anche paura di quello che sarebbe potuto venir fuori
spremendolo, o non paura, piet, pena, tutti e due, lui e Carrua. Un giorno,
certo presto, dovevano pur domandare a Davide, dove si trovava la sera di quel
giorno, dalle sette alle dieci, e se poteva dire il nome di qualcuno che
l'avesse visto, in quelle ore, e se non poteva dire niente di molto chiaro, e se
il dubbio che la sopraddetta suicida Alberta Radelli, anzi Radelli Alberta, non
fosse una suicida ma un'assassinata, allora bisognava che lui, Davide,
chiarisse, pi che poteva, perch dietro la sopraddetta ragazza c'erano quelle
foto e dietro quelle foto non c'era niente, assolutamente niente di buono.
Lo so che cosa pensi, disse Carrua. Nel 1959 c' stato un altro che ha avuto
la stessa idea. Era un marito. La moglie la sera prendeva dei sonniferi per
dormire, lui gliene ha fatto prendere uno di pi, le ha aperto le vene e poi
venuto da noi al mattino a dire che l'aveva trovata morta.
E come stato scoperto?
A schiaffi. Era Mascaranti che l'interrogava. Quando combinano quei trucchi,
non pensano mai agli schiaffi. Non c' mica bisogno di tante torture cinesi, al
quinto o sesto schiaffo di Mascaranti, uno deve decidere prima che il cervello
gli vada in acqua.
Non ho detto che stata uccisa, Duca si alz. Lo sperava, con tutto il suo
cuore, con tutte le ultime faville di fiducia nei suoi simili, con tutta la sua
rabbia, non poteva essere tutto cos sporco. Si avvicin a Davide. Venga,
mettiamo le tende qui al Cavour. Gli mise una mano sulla spalla e strinse un
poco, fraterno.
PARTE SECONDA.
"Ogni volta che si trova uno sfruttatore bisogna schiacciarlo. Ma che vuoi
schiacciare, tenerezza mia, pi ne schiacci e pi ce ne sono. E va bene, ma
forse bisogna schiacciarli lo stesso".
1.
No, non sembrava tutto cos sporco.
Davide rimase in auto, al volante. Mascaranti e lui salirono al terzo piano,
l'ascensore era normalmente guasto in quel genere di case, e a ogni pianerottolo
si udiva almeno un apparecchio T.V. con Milva che cantava nel Milva Club, ma
spesso anche due, e Milva cantava anche al terzo piano, ma il volume della voce
si abbass dopo che ebbero suonato, quasi si spense, poi la porta si apr e la
sorella della suicida o uccisa che fosse, la sorella di Alberta Radelli, sorrise
timida a Mascaranti.
Polizia. Dobbiamo parlarle.
Lei fece la solita faccia che fanno gli italiani onesti quando si trovano
davanti un poliziotto, una faccia piena di pensieri che di attimo in attimo
divenivano sempre pi angosciosi. Doveva aver commesso qualche cosa, non se ne
ricordava, ma loro l'avevano gi scoperto. Era gi stata l la polizia, l'anno
prima, per la povera Alberta, e adesso che cosa era accaduto ancora? Se fosse
stata un'americana avrebbe risposto: In che cosa posso esservi utile? con aria
gentile e infastidita, ma era un'italiana del sud che l'anno prima era stata sul
punto di perdere l'impiego alla Stipel perch la sorella si era uccisa ed era
andata sui giornali, e non disse nulla, neppure di s, li fece entrare, corse
goffamente attraverso la saletta a spegnere il televisore su Milva, si volse a
guardarli, uno piuttosto alto, piuttosto magro, piuttosto cattivo di faccia -
era lui, Duca - l'altro piccolo, corpulento, e ancora pi cattivo di faccia, e
non disse neppure che si accomodassero, come non disse che era illegale che la
polizia entrasse nella casa di un cittadino dopo il tramonto, perch non
conosceva le leggi, ammesso che qualcuno le conosca, e anche se le avesse
conosciute non lo avrebbe detto lo stesso.
Questa sua sorella? Da una piccola busta di pelle Duca aveva preso una foto
18 per 24 e gliela teneva davanti al viso, nella piccola sala illuminata ora
solo da un paralume di plastica, preso all'Upim o alla Standa, e sistemato di
fianco al televisore.
Suo padre ogni tanto gli parlava del suo lavoro, e qualche volta gli aveva
detto, raccontandogli dei suoi giorni in Sicilia con la Mafia, che il solo
sistema che in tanti anni gli era sembrato efficace, coi delinquenti e con gli
onesti, coi buoni e coi cattivi, era il pugno in faccia. "Si sta guastando tutto
con tutti questi macchiavellini. La polizia scientifica una cosa e va bene, ma
la polizia delle paroline buone, della persuasione, del giochetto psicologico,
fabbrica solo nuovi delinquenti. Tu prima dai un pugno in faccia, e poi fai la
domanda, vedrai che quello che ha preso il pugno ti risponde pi a tono perch
ha capito che se occorre sai parlare il suo linguaggio. E se quello che ha preso
il pugno un uomo onesto, pazienza, anche gli uomini onesti possono andare
sotto il tram".
La teoria a lui non era mai piaciuta, ed era anche convinto che fosse sbagliata,
ma l'applic. Quella foto, l'aveva scelta tra le pi sconce, della sorella morta
da un anno. Era un pugno in faccia.
Alessandra Radelli, oltre a guardare la foto, non fece niente, non arross, non
impallid, non si mise a piangere, non disse ah. Niente. Solo sembr che il viso
le diventasse pi piccolo.
E' sua sorella? le disse pi forte.
Disse di s.
Si sieda, signorina. Sapeva gi tutto di lei, dalla Stipel,
dall'amministratore della casa, pagava regolarmente l'affitto, dal portinaio,
non riceveva uomini, n li riceveva anche quando c'era la sorella.
Lei non sa nulla di queste fotografie?
Scosse il capo, cominciava a respirare forte, probabilmente il caldo, la saletta
era piccola, dalla finestra che dava sul cortile veniva ancora pi caldo,
Mascaranti aveva trovato l'interruttore e accese quella cosa che pendeva dal
soffitto della sala e che si rivel un tentativo di lampadario a gocce.
Di che cosa viveva sua sorella? Faceva qualche lavoro?
Aveva capito benissimo che cosa intendevano, e cominci a parlare, sembrava
quasi calma, ma il viso le restava inspiegabilmente pi piccolo di quando erano
arrivati. Certo, certo, aveva trovato lavoro subito, appena arrivata da Napoli,
era andata a fare la commessa.
Dove?
Disse dove, un negozio, ma il termine era un po' volgare, meglio forse dire
"boutique" da uomo, in via Croce Rossa, un giovane signore entra, sale una
scaletta morbida di "moquette" e in un morbido stanzino si fa prendere la misura
della camicia da due giovani commesse, oppure se ha bisogno di guanti per auto,
cravatte francesi di Carven, slip originali americani, e altro, le due commesse
guidate da una signora, sono sempre l, e una delle due commesse era stata
Alberta Radelli.
Quanto tempo ha lavorato l?
Due, tre mesi, non ricordava bene.
Mascaranti scriveva tutto.
E poi?
E' venuta via.
Perch?
Non ricordava bene, forse aveva litigato con la padrona.
E poi?
A uno a uno disse tutti i posti dove la sorella aveva lavorato e che lei
conosceva, compresa la Stipel, Mascaranti scriveva e alla fine fecero il conto:
in un anno e mezzo di permanenza a Milano, Alberta Radelli, in fondo, aveva
lavorato quasi undici mesi, la maggior parte delle volte come commessa. Non
avevano sperato neppure tanto. Restavano sette mesi, a intervalli, di
disoccupazione.
Ah, ma aveva le lezioni, io le procuravo molte lezioni. Le famose lezioni di
aritmetica, storia, geografia, ai ragazzini.
Quanto prendeva a lezione?
Seicento lire.
Quanto una domestica a ore ma, a parte l'ingiustizia sociale e lo svilimento dei
valori culturali, Alberta Radelli non aveva molto da danzare con quelle lezioni.
Crudelmente egli rivolt la fotografia che per un poco aveva tenuto dalla parte
bianca e gliela mostr di nuovo. Lei capisce che sua sorella faceva qualche
cosa che non stava bene, vedi foto, sembrava dicesse, non possibile che
vivendo insieme, lei non ne sappia proprio niente.
Lei accenn di s, col capo, come volesse dire che, s, sapeva qualche cosa, e
Mascaranti si preparava a scrivere, ma disse solo che ogni tanto aveva avuto
qualche dubbio, certe volte, anche quando non lavorava, sua sorella le dava
venti o trentamila lire per arrivare alla fine del mese.
E da dove le diceva che venivano?
Una volta mi disse che stava traducendo un libro dal francese e che le avevano
dato un acconto.
E lei lo credette?
Pietosamente scosse la testa. No.
Glielo disse che non le credeva?
Non le aveva proprio detto che non le credeva: aveva cercato di sapere se aveva
qualcuno, pensava appunto che avesse qualcuno, un uomo anche non troppo giovane,
abbastanza generoso, ma pi in l non era andata, altrimenti non avrebbe
accettato quel denaro. Era goffamente sincera.
Quindi lei non sapeva, bisognava essere sempre pi bestiali, guadagnava quei
soldi, fermando, o facendosi fermare ogni tanto da qualche uomo, sempre
diverso.
No, non lo sapeva, e finalmente cominci a tremare un poco, ma senza piangere,
tutto il viso le tremava visibilmente, eppure non piangeva. Che cosa successo
ancora? E' morta da un anno, abbiamo gi sofferto tanto, mio padre, io, che cosa
cercate adesso?
Non era facile spiegarle che cosa cercavano e non glielo spieg, esattamente non
lo sapeva neppure lui che cosa cercasse, forse la verit, se non gli fosse
venuto troppo da ridere all'idea della verit. Che cos' la verit? Esiste?
Va bene, lei non sa niente di questo, rimise la foto nella busta di pelle,
per, forse pu dirci qualche cosa di utile ugualmente. Sua sorella deve avere
avuto delle amicizie, delle conoscenze. Lei non ha mai visto qualche amica di
sua sorella? Sua sorella non le ha parlato mai di nessuno?
Il tremito cessava, gradatamente, rassegnatamente, tanto inutile tremare o
piangere, a che serve? Diceva sempre che andava da un'amica o dall'altra, ma
non le ricordo tutte e poi diceva solo il nome.
Le fece dire quello che si ricordava, e Mascaranti scriveva tutto. L'amica che
lei ricordava di pi era la dottoressa. Non era ancora laureata, ma mia sorella
la chiamava la dottoressa. E' venuta qui a casa, una volta, a prendere mia
sorella.
Lui interrogava; dopo essere stato interrogato tante volte dal giudice
istruttore al processo, e anche in carcere, adesso era lui che faceva domande,
era un'esperienza interessante. Non ricorda il nome, vero? Sa soltanto che era
'la dottoressa'.
Disse di no, che ricordava il nome, Livia Ussaro, doveva averlo scritto anche
nella rubrichetta telefonica.
Grazie, le disse, mi faccia vedere questa rubrica telefonica.
Lei and in anticamera, la stacc dal gancino al quale era appesa vicino al
telefono, gliela port. Senza guardarla lui la mise dentro la borsa insieme con
la fotografia. Gliela riporto fra qualche giorno. Livia Ussaro, era un nome
che non lo convinceva, sembrava uno pseudonimo, uno che si mette a cercare una
che si chiama Livia Ussaro, d l'idea di uno che non trova niente. E poi gli
dava noia Mascaranti con quel libriccino che gli scompariva tra le mani, quella
birolina, e che scrivesse tutto.
Non si ricorda di altre amiche?
Mi parlava di tante. Mi diceva "vado da Maurilia", oppure telefonava una e
diceva "sono Luisa, c' Alberta?"
Lo stava rigirando per la coda, o era l'innocenza allo stato cristallino, un
precipitato di innocenza, ottenibile solo in laboratorio?
Pensavo anche ad amici uomini, disse, paziente ma gi insofferente.
Uomini mai.
Mascaranti si passava la biro tra i capelli, dall'altra parte, non voleva
scriversi anche in testa, ma "uomini mai" quella l l'aveva detto sul serio, di
sfogo, le era venuto dal cuore, non voleva rigirare nessuno.
Le ho fatto vedere una fotografia dalla quale si capisce che sua sorella doveva
avere diverse conoscenze maschili. Qualunque cosa abbia fatto, ormai sua sorella
morta, ed inutile che lei cerchi di coprire delle storie che tanto verremmo
a scoprire ugualmente. Chi sa quanti uomini avranno telefonato a sua sorella, e
forse qualcuno ha detto il suo nome. Avanti, dica la verit.
La disse subito, desolata, sembrava, di non poterlo accontentare. Non le ha mai
telefonato nessun uomo.
Non mentiva. Mascaranti disse: Pu darsi. Non si faceva telefonare qui per non
mettere in sospetto la sorella.
E giacch c'erano, commisero un'altra violazione dei diritti del cittadino e
fecero una piccola perquisizione nell'appartamento.
Sua sorella avr lasciato qui qualche suo oggetto personale. Vorremmo vedere.
Ignara che perfino la Costituzione le concedeva il diritto di rifiutarsi, li
port nell'unica stanza da letto dell'appartamento, vi erano due lettini stile
camera per bambina quattrenne che dorme con l'orso stretto al petto, sulla
testiera in legno chiaro del letto erano dipinti infatti orsi, cani, farfalle, e
lumache dalle lunghe corna. Dormiva qui con me, nell'armadio ho lasciato i suoi
abiti, in quella valigia sul tetto dell'armadio c' tutto quello che aveva.
Mascaranti tir gi la valigia, l'apr e stava per cominciare a scrivere tutto
quello che conteneva, ma egli lo ferm. Lasci stare, non c' niente. C'era un
gran numero di reggiseni e di mutandine, reggicalze e mollette per i capelli, un
phon, un romanzo, era di Moravia, una penna stilografica e anche un pacchetto di
sigarette cominciato, erano Alfa, un tipo un po' forte per una signorina.
Abbiamo finito. No, non era tutto cos sporco. L'infelice sorella era stata
forse debole e insipiente, ma non sapeva nulla, non aveva partecipato a nulla di
poco pulito. Comunque in anticamera, prima di uscire, glielo domand lo stesso:
Lei non ha mai saputo perch sua sorella si sia uccisa?
Disse di no con la sola espressione del viso e finalmente gli occhi le si
inumidirono. Non lo so, stato terribile quando mi hanno chiamata
all'obitorio, speravo che non fosse lei, la sera prima parlava di fare le
vacanze insieme, diceva che voleva andare lontano, all'estero, era allegra, io
la rimproverai, le dissi che c'era poco da far vacanze all'estero, il padrone di
casa aveva sollecitato per la rata delle spese, erano cinquantamila lire, e lei
voleva andare in vacanza, il pi lontano possibile, diceva.
Ah, ecco perch quel giorno aveva detto a Davide, lungo il dolce fiume, che
aveva bisogno di cinquantamila lire, e lui gliele aveva date, servivano per le
spese, il portierato, l'ascensore che non funzionava, il riscaldamento, che
doveva pagare la sorella. Ma il perch la sopraddetta si fosse uccisa, se si era
uccisa, nessuno lo sapeva, la sorella ancora meno di tutti. Ne fu contento,
almeno qualche cosa di non sporco c'era ancora. Cerc, se possibile, di farsi
perdonare le sue crudelt. Ci scusi, signorina, se siamo venuti a disturbarla
di sera, ma lei lavora tutto il giorno e non avevamo altre ore, ma la
gentilezza della polizia ebbe un effetto disastroso, Alessandra Radelli si mise
a singhiozzare e mentre scendevano i primi gradini delle scale udirono i suoi
singhiozzi finch la porta non fu chiusa.
Da basso saltarono nella Giulietta e Davide era sempre al volante, autista
ufficioso di un ufficioso comando investigativo e attraversata la citt
sbarcarono all'Htel Cavour, il quartiere generale, come le altre sere.
Un fiasco di Frascati secco, non ghiacciato, ordin appena furono nelle due
stanze comunicanti. Si tolsero la giacca, meno Davide, si slacciarono la
cravatta, anche Davide. Erano alla seconda fase della cura: cambiamento di
veleno. Davide poteva bere tutto il vino che voleva, un vino che avesse anche la
pi immaginaria somiglianza di sapore col whisky, ma non pi, mai pi, un solo
goccio di whisky, o di liquori della stessa gradazione. Da due giorni Davide
resisteva abbastanza bene, solo il suo mutismo tendeva a peggiorare.
Mascaranti era un burocrate, aveva bisogno di fare una relazione del lavoro
svolto durante la giornata, e un programma per quello da svolgere l'indomani.
La sorella una pista chiusa, disse. Tutto quello che potevamo sapere da lei
lo abbiamo saputo.
Bene, gli disse. Il Frascati, cos, quasi calduccio, gli piaceva, forse pi a
lui che a Davide. Stanotte si studi questa rubrica telefonica, la lev dalla
borsa e gliela dette. Telefoni a tutti i numeri, e appena risponde qualcuno che
ha avuto a che fare con Alberta Radelli o che l'ha conosciuta, prenda nota e
andremo a trovarlo. Esclusa questa, gli riprese la rubrica e l'apr alla
lettera U, prese nota del numero e dell'indirizzo: Livia Ussaro. Bellissimo
pseudonimo, forse portava anche una giacca con gli alamari. Vada pure a
riposare, ricominciamo domattina. Gli ridette definitivamente la rubrica. Si
ricordi di riportarla alla proprietaria, al pi presto.
Non erano ancora le dieci, il silenzio nelle due stanze era assoluto, il
penultimo rumore era stato quello di Mascaranti che richiudeva la porta,
uscendo, l'ultimo quello del Frascati che aveva gorgogliato nel bicchiere di
Davide che se lo versava. Adesso il nulla, Davide non avrebbe certo detto una
parola, e a lui il silenzio non piaceva. And ad aprire le due finestre: entrava
forse del caldo, ma arrivava anche un po' del rumore del traffico di piazza
Cavour.
Le piace fare il poliziotto? Oltre il silenzio materiale, a lungo andare
pesava anche il silenzio di Davide, creava alla fine l'allucinante dubbio che
fosse vivo solo in apparenza, che continuasse a muoversi, a nutrirsi, ma come
per forza d'inerzia, essendo gi morto.
Non sorrise, e gli occorse tempo per rispondere: Ma io non faccio nulla.
Lei guida la macchina, ci segue nelle indagini, fa delle commissioni. L'autista
in polizia un personaggio importante. Niente da fare, non reagiva, non
accettava n conversazione, n scherzi: il Frascati, con tutta la sua buona
volont non sostiene come il whisky. Continu a parlare, come da solo: A me
piace molto fare il poliziotto, mio padre ha avuto paura a mettermi sulla sua
strada, ma ha sbagliato. Naturalmente adesso non poteva fare nemmeno il
poliziotto, anzi, tanto meno. E poi, in una storia come quella. Carrua
gliel'aveva detto molto semplicemente: Se trovi qualche cosa che non va, tirala
pure fuori senza paura, ma fai con discrezione, e per due motivi, uno che tu non
devi comparire ufficialmente, se no sono grane per tutti, l'altro, perch appena
la stampa sa che ci interessiamo della storia, fabbricano un altro caso Montesi.
Ci sono tutti gli elementi, almeno per la fantasia sregolata di certi
giornalisti. Se un caso Montesi, se vengono fuori nomi grossi come case, se
viene fuori del marciume, da qualunque parte, non aver paura, te l'ho detto, ma
prima di far chiasso dobbiamo avere le prove, se no i giornali si mettono al
lavoro, ed finita. Discrezione: questa la parola d'ordine.
Discrezione, cio, come cercare qualche cosa nel buio. La sorella di Alberta
Radelli aveva potuto aggredirla ufficialmente, questa la polizia, rispondete.
Ma con gli altri doveva andare cauto: con quale pretesto la polizia, per
esempio, poteva interrogare quella Livia Ussaro, e a un anno di distanza dalla
morte di Alberta, senza essere indiscreta, senza rischiare di far rumore? Cerc un pretesto, ma non ne trov nessuno abbastanza intelligente e i pretesti
stupidi non gli piacevano.
Ma la voglia di Livia Ussaro gli cresceva dentro minuto per minuto, inasprita
anche dall'aristocratica solitudine di quelle stanze d'albergo, dove c' tutto,
tutto perch sia comodo starci, raffinatamente tutto come quasi mai si riesce a
ottenere nella propria casa, e manca solo quello che c' anche nella pi povera
casa e che non si sa cosa sia, forse non esiste nemmeno, ma tutti lo sentono
come esistesse e in una stanza d'albergo ci si muove in modo diverso da come si
fa a casa propria, si guardano le cose in modo diverso, forse si pensa
diversamente. E allora si decise: le serate all'albergo con Davide presente ma
inesistente per la diminuita erogazione alcolica, erano pesanti. Almeno mi
faccio una bella telefonata, pens, o present, come vedesse vagamente nel
futuro?
Si alz e and a sedere sul letto, vicino al comodino, dove era il telefono,
chiese alla centralinista il numero di Livia Ussaro, depose il ricevitore e
attese. Vedeva il profilo di Davide, triste e apprensivo, e sul tavolo il fiasco
di Frascati, posato su un grande vassoio d'argento, avvolto esteticamente in un
finissimo tovagliolo. Era anche tardi per telefonare a dei privati, e
sconosciuti, e probabilmente dopo un anno Livia Ussaro poteva essere traslocata,
morta, partita per l'Australia, oggi tutto va cos in fretta, ah.
Pronto? Per favore Livia, disse appena ud la voce di donna, voce un po'
anziana.
Chi parla?
Duca, disse cos, semplicemente. Tra amici ci si telefona in questo modo.
Duca? disse la donna.
S, Duca. Silenzio. La donna si era allontanata dall'apparecchio poco convinta
di quel nome identico a un titolo nobiliare. Non era l'unica, a scuola lui aveva
fatto anche a pugni con qualche compagno spiritoso: Tuo fratello maggiore
granduca o arciduca? La risposta era: E' questo, cio un calcio sulla rotula
o su uno stinco. Gliel'aveva insegnato suo padre.
Livia? Doveva essere lei, aveva detto un pronto basso ma molto giovanile.
S, sono io, ma scusi, non ricordo...
Era lei, esisteva ancora ed esisteva davvero. La voglia di Livia Ussaro stava
forse per essere appagata. E' lei che deve scusare me. Non pu ricordarsi
perch non ci siamo mai visti.
Per favore, vuol ripetermi il suo nome? Che freddezza e che scattante
nervosismo.
Senz'altro, ma non pu dirle molto. Volevo invece parlare di una persona che
conosciamo bene tutti e due.
Per favore il suo nome, o chiudo la comunicazione.
Ma che mondo di burocrati ossessivi, da Mascaranti che scriveva tutto, a questa
che voleva sapere quattro o cinque sillabe qualsiasi, definite comunemente nome
e cognome, poteva anche dirle che si chiamava Orazio Coclite, in che cosa
cambiava la situazione? Il mio nome Duca Lamberti, ma lei non mi conosce.
Abbiamo invece conosciuto tutti e due una persona...
Non lo lasci finire neppure questa volta. Aspetti, io ho sentito questo
nome... Oh, ma s, lei un mio idolo, ero molto ingenua, allora, avevo tanti
idoli, adesso me ne sono rimasti assai pochi, ma lei uno rimasto, solo che la
memoria...
Egli si guard la punta delle scarpe, le scarpe, coi piedi dentro, sono entit
reali, e doveva convincersi che stava realmente parlando con una donna che gli
diceva che era il suo idolo. In che senso? Per quale motivo?
... Tre anni fa ho gridato in tribunale: 'No, no, no, no!' quando il giudice ha
letto la sentenza, mi hanno portata fuori e mi hanno tenuto due ore in una
stanza a domandarmi chi ero e chi non ero, e io dicevo: 'E' una vergogna, una
vergogna, una vergogna, non dovevano condannarlo', e loro mi rispondevano:
'Signorina, stia zitta se no la mettiamo dentro per oltraggio', e sono tornata a
casa piangendo, avevo assistito a tutte le udienze del processo, dicevo a tutti
che dovevano assolverla, che lei non era colpevole di nulla, che dovevano anzi
premiarla, litigavo con la gente nel corridoio del tribunale.
Naturalmente parlava troppo, ma il tono di voce basso, caldo, non faceva
l'effetto irritante del chiacchiericcio trillante di molte donne. E poi diceva
cose del tutto imprevedute per lui, cose che non aveva mai immaginato qualcuno
potesse dirgli, oltre tutto non gliele avevano dette n suo padre, n sua
sorella. Era un idolo. Aveva una "fan", una sola, probabilmente.
E adesso non ricordavo pi il nome, ne ho proprio vergogna, non immagina tutte
le discussioni che ho fatto sull'eutanasia, e ho trovato tutti contrari, hanno i
loro principi, il principio del rispetto della vita, il principio dello smoking
o del frac per andare alla Scala.
Livia, la ringrazio.
Oh, scusi, io parlo sempre molto poco, escluso quando sono di fronte a una
persona intelligente e sono cos felice di poter parlare con lei. Ma certo lei
mi ha telefonato per qualche motivo.
S. Desideravo parlarle di una persona che lei ha conosciuto: Alberta Radelli.
Silenzio improvviso dall'altra parte. Non subito, s 'intende. Quando lei vorr,
uno di questi giorni. Il silenzio continuava ma lei era presente, lo sentiva,
anche se non sentiva neppure il respiro. E' una cosa molto importante per me, e
lei potrebbe forse darmi un grande aiuto.
E finalmente la sua voce, cos bassa, cos calda eppure, non burocratica, ma
qualche cosa di simile, ecco, professorale, era il termine giusto. Vi sono
molti argomenti che non mi piacciono, e Alberta quello che mi piace meno. E
come tutte le cose che non mi piacciono, desidero farle subito.
Adesso?
Immediatamente.
Dove possiamo vederci?
Qui in via Plinio, sotto casa mia. C' un bar. La riconoscer senz'altro: al
processo l'ho guardata per delle ore di seguito. Fra quanto pu arrivare?
Fra dieci minuti.
La vita un pozzo delle meraviglie, c' dentro di tutto, stracci, brillanti,
coltellate in gola, e Livia Ussaro. Depose il ricevitore un po' rintronato, come
avesse bevuto troppo Frascati, a proposito, se ne vers un mezzo bicchiere,
guard Davide, l'uomo che non viveva anche se pareva vivere, ed ebbe un momento
di debolezza.
Adesso devo uscire, ma torner presto. So che sta un po' male a vino e le far mandare in camera una bottiglia di whisky, per sopportare meglio la solitudine e
la notte. Ne aveva davvero tanta pena. Si comporti da uomo, Davide: meno ne
berr e meglio sar. Quella concessione era un errore, da un punto di vista
medico, e anche psicologico. Ma anche questa volta doveva rischiare, e
soprattutto non voleva che durante la sua assenza Davide bevesse di nascosto. Se
voleva bere, era libero e aveva il suo permesso.
Usc. Adesso avrebbe visto come era fisicamente Livia Ussaro. Non riusciva a
immaginarla, pensava solo che doveva essere un po' alta.
2.
Era alta, infatti. L'attendeva in piedi sulla porta del bar e a lui fece
impressione che, appena uscito dalla Giulietta, lei gli venisse incontro, con
quel calore nel passo e nello sguardo, come rivedesse un amico tanto caro. Fino
a dieci minuti prima non sapeva di avere nel mondo, e cos vicino, un'amica come
lei.
Qui possiamo parlare tranquilli, l'unico bar della zona senza televisione e
senza "juke-box", cos la sera non c' quasi mai nessuno.
Era bruna, anzi nera, un nero deciso e naturale. I capelli erano tagliati corti,
un po' pi corti di quelli degli uomini che li portano lunghi, se poi tutti
costoro sono uomini, ma un po' meno corti di quelli degli uomini che li portano
normali e visitano il parrucchiere ogni quindici giorni. Capelli corti da donna,
a lui piacevano i capelli lunghi, ma convenne che a lei stavano bene cos.
Lei mi ha detto delle cose molto, molto... sarebbe stato stupido dirle
gentili, ma che cosa poteva dirle? Tronc cos.
Ho detto la centesima parte di quello che avrei da dirle, da anni. Ma lei
adesso vuole parlare solo di Alberta, e allora parliamone.
Era vestita con un abito verde scuro che gli piacque molto: tutto liscio, tutto
accollato, ma completamente senza maniche. Era abbronzata, ma normalmente, non
sembrava una papuasa, n aveva il visino pallido delle ragazzine che non si
abbronzano pi. Tutto quel verde, quell'abbronzato, quel nero dei capelli,
s'intonava benissimo col locale tutto d'oro, le pareti erano rivestite in
plastica d'oro, e anche il banco, e i tavoli rotondi rilucevano sommessamente di
oro vecchio.
Due birre. Erano gli unici clienti, anche il barista dopo averli serviti
scomparve, non c'era aria condizionata, ma un grosso ventilatore a larghe pale
di legno dava un tono esotico, coloniale e rinfrescava forse meglio.
Alberta si uccisa un anno fa. Che cosa vuol sapere di una morta? Andava
diritta anche lei al bersaglio, e siccome lui non le rispose subito, continu:
Posso immaginare come l'ha conosciuta. Una sera stava andando al cinema da
solo, non aveva trovato nessun modo diverso di passare la serata, arrivato
all'ultimo spettacolo, ha parcheggiato l'auto e ha dato un'occhiata in giro,
ancora indeciso se entrare o no, e cos l'ha vista, ferma, un poco impacciata,
vicino all'ingresso del cinema. Doveva essere la solita ragazza trascurata dal
fidanzato che le d l'appuntamento al cinema e poi non va, oppure aspettava
un'amica che non era venuta neppure lei. Un uomo prima di rassegnarsi ad andare
al cinema da solo le tenta tutte. Cos le ha sorriso e, stata una felice
sorpresa, ha sorriso un poco anche lei. Allora le si avvicinato, ha detto una
frase gentile, riguardosa e spiritosa, e il resto prevedibile.
Non ho mai conosciuto Alberta Radelli. Con quella ragazza non si poteva
giocare al buio.
Lei sembr raffreddarsi. Al telefono mi ha detto che l'aveva conosciuta.
Indirettamente. Mi hanno molto parlato di Alberta. Oh, molto.
Non mi piacciono le ambiguit. Non posso credere che lei sia ambiguo. Non mi
dia una delusione. Un medico che affronta un atto di eutanasia non pu essere un
tipo ambiguo. Perch si interessa di Alberta? O mi dice la verit, o devo
salutarla subito.
Era un po' troppo kantiana, dietro le sue parole c'erano degli imperativi
categorici e dei prolegomeni a qualunque metafisica futura voglia presentarsi
come scienza. Ma era stato battuto e dovette dirle la verit. Anzi, fece di pi aveva portato con s la piccola busta di pelle e, con riguardo, non erano
immagini da mostrare in pubblico, le fece vedere le foto di Alberta.
Livia Ussaro guard. Le avevo detto di no.
Lui si credeva intelligente, ma non cap. Attese.
Mi aveva detto che c'era uno che le dava trentamila lire per un po' di
fotografie cos, e io le dissi di no. Abbiamo quasi litigato, quella volta. Lei
mi diceva che era pi pulito farsi fotografare cos che andare col primo che ci
stava. Io le spiegavo che non era vero. Non mi ha dato retta, e ha fatto lo
stesso questo sporco lavoro.
Si cominciava a vedere un po' di luce. E quest'altra ragazza, la conosce? Tir fuori dalla busta la foto della bionda.
Maurilia, so solo il nome, mi pare che lavorasse alla Rinascente.
Ancora un po' di luce. Mascaranti avrebbe trovato facilmente una Maurilia, sia
alla Rinascente, sia in tutta Italia, non dovevano essere molte le Maurilie. E
lei come ha conosciuto Alberta?
Livia Ussaro si mise a ridere, senza suono, il silenzio del bar tutto d'oro non
venne turbato, ma tutto il suo viso un po' maschile era addolcito e ridente.
Come l'ho conosciuta una banalit. E' il precedente che importante.
Allora mi dica il precedente.
Certo, non desidero altro, tutti desideriamo aprire completamente il nostro
animo, continuava a ridere in quel modo, ma un po' meno. Non so se la
deluder, ma il precedente questo.
Egli ordin altre due birre. In un certo senso era felice.
Fin da quando avevo sedici anni, desideravo fare un esperimento di
prostituzione, disse lei, aveva smesso di ridere, e le era tornato quel tono,
non burocratico, ma professorale, stava spiegando una teoria, uguale a tante
altre, era evidente. Non era una curiosit morbosa. Forse, come pu vedere
anche dal tipo fisico, si capisce che sono frigida. Non del tutto. Il ginecologo
e il neurologo hanno stabilito che in condizioni fisico-ambientali
particolarmente felici, io posso essere una donna normalissima. Purtroppo queste
condizioni sono difficili da verificarsi, ed in pratica come fossi frigida.
Alcuni, di poco intuito, pensano invece che io sia lesbica, e questo sospetto mi
diverte.
Egli stava finendo la seconda birra, aveva ancora sete, o forse non era sete, e
si sentiva, s, abbastanza felice, Livia Ussaro esisteva e raccontava
interessanti cose, straordinarie, anche se non si capiva bene che cosa
raccontava.
No, io volevo fare l'esperimento per ragioni di studio sociale. Io sono nata
con una tabe, la sociologia. Quando le altre ragazze vedevano solo il momento di
mettersi le calze lunghe velate, io leggevo Pareto e quello che grave lo
capivo. Purtroppo Pareto non parla molto della donna, e anche gli altri
sociologi. Io come donna penso alla sociologia femminile, e uno dei problemi pi importanti in questo campo la prostituzione. La prima cosa che pensai che
non si pu capire la prostituzione, capirla veramente, se non si fatta la
prostituta, se, almeno una volta, non si commesso atto di prostituzione.
Bene, gli pareva di essere quasi a una conferenza, a qualche convegno di
impegnati, e ordin ancora due birre, non conosceva la sbornia di birra, ma
temeva che quella sera l'avrebbe dovuta esperimentare.
Non una teoria logicamente inoppugnabile, anzi, in sede di analisi non pi difendibile in alcun modo, lei continuava, fredda, magistrale, eppure cos
femminile, ma ha il suo fascino. L'esperimento che volevo fare io era di
scendere in strada, lasciarmi fermare da qualcuno e andare con lui per denaro.
Avrei avuto cos l'esperienza tipo, il campione di esperienza, per studiare la
questione con dati di fatto empirici, ma significativi. Soltanto che, al momento
di farlo, due o tremila anni di tab mi fermarono. Inoltre ero vergine e la
parte del mio Io che apparteneva al gregge, si seccava di dover spendere questa
virt per la scienza. Poi, a venti anni, nonostante la mia frigidit, mi
innamorai, fu qualche cosa di strano che dur solo due giorni, in quei due
giorni il signore che era riuscito a scuotermi approfitt ampiamente della
situazione, io persi la verginit e cos non ebbi pi quell'ostacolo per
realizzare il mio esperimento. Per dovetti arrivare a ventitr anni, prima che
riuscissi a vincere tutti i tab. E fu per caso.
Bene, bene, bene, tutto aveva un'aria un po' allucinante, anche tutto quell'oro,
e quel sussultante silenzio della Milano un po' fuori centro, verso mezzanotte,
quando passa solo qualche auto, qualche raro tram, e poi vi sono anche lunghi
minuti di silenzio come in un giardino di una villa secentesca.
Ero in piazza della Scala, quella sera, attendevo il tram, disse lei,
informativa, era pressappoco quest'ora, ero stata a trovare una amica sarta,
assolutamente stupida, ma che lavora molto bene anche se parla solo di "pinces"
e dei molari che le fanno sempre male. Ero depressa e d'un tratto mi accorsi che
un uomo sui quarant'anni mi si avvicinava barcollando. Rimasi ferma, e lui mi
disse in tedesco che ero la pi bella bruna che avesse mai visto in Europa. Io
gli dissi, in tedesco, che non mi piacevano gli uomini ubriachi e che mi
lasciasse stare. Allora egli si tolse il cappello, con quel caldo portava un
bellissimo cappello di paglia nera, mi disse che era felice che io sapessi il
tedesco e che, chiedeva scusa, non era ubriaco, forse io non avevo visto bene,
egli era semplicemente zoppo. Lei capisce tutto il rimorso che provai, gli avevo
detto che era ubriaco, e invece era zoppo. Intanto lui diceva se poteva offrirmi
qualche cosa. Gli dissi di s, per farmi perdonare. Mi port al Biffi, mangiai
un gelato, e allora lui mi disse che era molto solo e se potevo tenergli
compagnia. Gli dissi di s. Allora lui, era sempre un tedesco, mi disse: 'F Geld oder fr Sympathie? le sfumature non le apprezzava, voleva sapere se gli
avrei tenuto compagnia a gratis, come dice la mia amica sarta, per simpatia, o
dietro compenso. Io stavo pensando al mio esperimento di prostituzione e gli
dissi subito: 'Fr Geld', lui mi chiese quanto, ormai io dovevo eseguire la mia
operazione scientifica di sociologia, ma le trattative economiche erano un lato
per me quasi completamente sconosciuto. Dissi la cifra pi bassa, temevo che
altrimenti avrebbe detto di no.
Quanto? La forma pi appassionante di pazzia quella lucida, ragionante.
Cinquemila. E si ferm, senza continuare.
E poi?
Niente. Me le dette subito. Aveva l'auto parcheggiata in piazza della Scala, mi
disse di indicargli dove doveva andare, fu una cosa un po' goffa, allora non ero
informata della topografia sessuale di Milano, finch, per caso, finimmo al
parco Lambro. Tacque ancora.
E poi?
Quello che mi colp fu la brevit della cosa. Era cos seria, adesso. E anche
dopo, ogni volta che ho ripetuto queste esperienze, non sono mai riuscita a
comprendere questa brevit. Io credo che occorra pi tempo a pesarsi con una
certa esattezza sulla bilancia del farmacista. E su un fatto tanto breve, quasi
fulmineo, sono basati i quattro quinti della nostra esistenza. Ho scritto molti
appunti su quella prima esperienza, ma lei non avr voglia di leggerli.
No, non ne aveva voglia, ma non glielo disse. Le domand: Questo il
precedente?
S, era il precedente. Proprio il giorno dopo conobbi Alberta. Un compagno di
universit mi aveva dato un invito a un cocktail, lui figlio di un dirigente
di una grande casa di busti, costumi da bagno, avevano creato dei particolari
modelli di costume da bagno e li presentavano alla stampa e al pubblico in un
salone dell'htel Principe. Non avevo mai visto cose del genere, e andai. C'era
un mucchio di donne, e molte dovevano essere lesbiche davvero perch mi vennero
addosso fastidiosamente e dopo aver ronzato un po' su di me, mi lasciarono in
pace avendo capito che non ero la rosa che loro pensavano. Poi vidi, in mezzo a
quel mondo cos estraneo, un'altra sperduta come me, era lei, Alberta. Non ho
mai fatto amicizie, anzi, non ho amicizie, ma con Alberta dopo un'ora eravamo
come sorelle e ci eravamo detto tutto. Era dal liceo che non trovavo pi una
persona con cui parlare di argomenti generali, non dico il destino dell'umanit,
ma almeno l'incidenza, in politica, del voto concesso alle donne. Oggi, gli
unici argomenti generali che trattano sono il 'tempo libero' e l'influenza della
macchina sull'uomo, che oltre tutto non si possono neppure chiamare argomenti,
nel senso rigoroso del termine. Non della stessa opinione?
Lo era, calorosamente, forse perch era anche caldo di birra, tempo libero e
influenza delle macchine, puah.
Lasciammo il cocktail e mi port a casa sua, alle undici parlavamo ancora,
verso mezzanotte ci ricordammo che non avevamo mangiato e prepar un po' di pane
e formaggio, e all'una e mezzo eravamo ancora l a parlare.
E di che cosa parlavate? Quattro o cinque ore di conversazione, che avessero
sempre e soltanto parlato poteva essere, Livia Ussaro dixit, e Livia Ussaro non
diceva bugie, ma lesbia pu chiamare conversazione anche qualche cosa di pi complesso. Il sospetto per svan subito, per il fervore con cui lei rispose.
Credo che nelle ultime tre ore abbiamo parlato soltanto di prostituzione. Ecco,
io le avevo raccontato l'esperimento della sera prima - per questo ho dovuto
raccontare a lei il precedente - e Alberta allora mi disse che da diversi mesi
anche lei aveva fatto esperimenti del genere. Non per studio, evidente: per
bisogno. Dopo poco tempo che era arrivata a Milano da Napoli, aveva compreso che
non sarebbe stato facile vivere. Voleva fare del teatro, ma vi aveva rinunciato
dopo i primi colloqui coi portieri dei teatri dove lavoravano le compagnie.
Trovava invece facilmente lavoro come commessa, per la sua figura elegante e per
il modo come trattava i clienti, ma i clienti, o il padrone, presto o tardi la
mettevano in condizione di licenziarsi. Cos, quando era proprio agli estremi,
usciva e tornava a casa dopo poco un po' pi tranquilla economicamente. Io mi
feci raccontare tutte le esperienze che aveva fatto, met dei miei appunti sono
basati su quello che mi ha detto Alberta. Se la gente qui in Italia non ridesse
di certi argomenti, specialmente se trattati da una donna, potrei scrivere un
rapporto sulla prostituzione privata. Ma soprattutto ci fu una questione che ci
appassion, quella sera: da un punto di vista sociale un errore o no che la
donna abbia il diritto di prostituirsi ma, sottolineo, privatamente? E solo
quando lo voglia soltanto lei, senza nessun'altra spinta?
Doveva essere ubriaco e aveva ancora sete. Volle vedere se si arrabbiava. C'
anche un diritto a sposarsi, per la donna, almeno ne ho sentito parlare.
Non si arrabbi, sembr delusa. Non faccia il cattivo. Io parlo seriamente. Per
una donna molto intelligente, come Alberta, come tante altre...
Come lei.
S, anche come me. E' difficile sposarsi quando si intelligenti. Certo, alla
fine tutte si sposano, ma una donna intelligente vuole sposarsi bene, ed
difficile che incontri l'uomo adatto.
Voleva proprio farla arrabbiare. Non una buona ragione per scendere in strada
e lasciarsi fermare dal primo che tenta.
No, lei lo fa apposta. Non dico che debba farlo, dico se, teoricamente, il
diritto di farlo un errore o no.
L'aveva lasciata parlare abbastanza e aveva imparato qualche cosa di utile:
Alberta Radelli era un caso di prostituzione privata, una forma di prostituzione
in crescente sviluppo. Ma aveva bisogno di sapere di pi. Senta, a me piacciono
moltissimo gli argomenti generali, ma per il lavoro che sto facendo ho bisogno
di particolari. Lei ha idea di dove Alberta sia andata a farsi fare queste
fotografie, e perch?
Quando pensava, il viso le prendeva un'espressione quasi infantile. Non ho una
buona memoria, ma di questo ricordo qualche cosa perch fu il motivo che mi fece
deludere di Alberta.
E che cosa ricorda? Se riusciva a sapere chi aveva fatto quelle foto, nessuno
poteva pi fermarlo.
Un numero, sa, i numeri si ricordano pi facilmente, come mi ricordo che le
davano trentamila lire per farsi fotografare cos. Passai un pomeriggio a
discutere con lei, mi deluse molto, ma capiva che quelle foto erano una cosa
differente...
Eh, no, per il momento basta filosofia. La interruppe. Che numero era e a che
cosa si riferiva?
Il numero era 78, e si riferiva al numero di una via, ma il nome della via non
lo ricordo. Io le chiesi tutti i particolari, perch capivo che c'era qualche
cosa che non andava, che lei stava passando dalla prostituzione privata a quella
organizzata...
Assolutamente no, e la interruppe ancora, una volta l'avrebbe portata sulla
Torre del Parco, in un giorno di pioggia e feriale, e l l'avrebbe lasciata
parlare dei suoi argomenti generali, nel rotondo caff deserto a cento metri
sulla pianura milanese, fino alla chiusura del locale, ma adesso aveva bisogno
di sapere, e presto.
Stia attenta, per favore, molto importante. Cerchi di ricordarsi qualche cosa
di pi su queste fotografie. 78 troppo poco, e noi dobbiamo trovare il
fotografo, presto. Perch presto? Era passato un anno dalla morte di Alberta,
che fretta c'era? Eppure, doveva essere un telepatico, sentiva che c'era fretta.
Non ricordo altro, mi disse che era un fotografo.
Per forza.
Ah, ecco, mi disse una cosa strana, adesso ricordo, mi disse come "fotografia
industriale", cosa c'entrava la fotografia industriale con le foto di nudo?
C'entrava, ma non glielo disse: era un mascheramento. Dunque, al numero 78 di
una delle tre o seimila vie di Milano esisteva, almeno fino a un anno prima, uno
studio di fotografia industriale sul quale anche, discretamente, si facevano
lavori di fotografia artistica. Forse in mezza giornata Mascaranti sarebbe
riuscito a trovare questo studio, se esisteva ancora, e anche se non esisteva
pi E le disse chi le aveva proposto di fare quelle fotografie?
S, me lo disse. Una storia sudicia, non mi piacciono le perversioni. Guard il barista che stava inquieto sulla soglia del caff aspettando di chiudere: era
quasi mezzanotte. Era stato un uomo che l'aveva fermata, erano andati in
macchina piuttosto lontano da Milano, doveva essere un uomo anziano, era stato
molto generoso e molto gentile, ma non l'aveva quasi toccata. Poi le aveva
confessato che alla sua et si avevano delle debolezze, lui sentiva di pi il
fascino femminile in una bella fotografia, se lei avesse voluto farsi
fotografare, gli sarebbe bastato quello, le fotografie e siccome lei disse di
s, lui le dette l'indirizzo del fotografo e poi le chiese se aveva anche
qualche amica, che volesse farsi fotografare cos, ogni soggetto, lui dava
trentamila lire.
Era proprio uno sprecone di fotovoyeur. Vediamo se ho capito bene. Alberta le
ha detto che un uomo da lei frequentato le ha proposto di farsi fotografare in
quel modo e le ha dato l'indirizzo di un fotografo. Cio, Alberta doveva andare
da sola da questo fotografo, che gi sapeva il lavoro che doveva fare?
S, proprio cos.
Ma per far capire al fotografo che veniva per quelle speciali fotografie, non
doveva dirgli qualche cosa, una specie di parola d'ordine? Non poteva mica
dirgli che voleva essere fotografata nuda, cos, chiaro chiaro.
No, non c'era bisogno di niente, per questo che io litigai con Alberta. Mi
feci spiegare tutti i particolari perch volevo capire bene di che cosa si
trattava. Alberta non doveva fare nulla. Doveva soltanto andare da questo
fotografo. Quando fosse stata l, non doveva dirgli nulla, il fotografo sapeva
gi. Lei si lasciava fotografare, il fotografo le dava i soldi, ed era tutto.
Per un momento sent suonare nelle orecchie le sirene d'allarme, come quando era
ragazzino e c'era la guerra. Cerchi di ricordarsi bene: il fotografo non
consegnava il caricatore impressionato ad Alberta, se lo teneva lui, e Alberta
andava via? E' sicura di questo, o ha qualche dubbio?
Io penso di essere sicura. Oh, il suo viso pensoso di bambina. Alberta mi
disse che doveva semplicemente andare in quello studio fotografico, farsi
fotografare, e basta, e le sembrava stupido rinunciare a tutti quei soldi per
delle questioni di principio e che anzi avrebbe portato anche una sua amica,
Maurilia, allora le dissi che se andava a farsi fotografare non avrei pi voluto
vederla.
Bisognava andarsene, il barista e un grosso signore comparso tutto un tratto,
dissero che dovevano chiudere. Allora port fuori la sua Livia Ussaro, la spinse
nella Giulietta, ma non mise in moto. Tirate gi le saracinesche del caff, quel
tratto di via Plinio era abbastanza in ombra e discreto.
Non la lascio andare a dormire se non mi spiega questo punto, le disse, forse
un po' troppo serio. Nella borsetta di Alberta, la sera prima del giorno che
venisse trovata morta a Metanopoli, c'era il caricatore Minox, ancora da
sviluppare. Questo sa cosa significa?
Ci sto pensando.
Penso io. Significa che il fotografo ha dato il caricatore impressionato a
Alberta.
Inevitabile.
Va bene. Ma Alberta che cosa poteva fare di questo caricatore impressionato e
non sviluppato? Doveva portarlo a quel signore anziano fotosensibile? Che
spirito.
Livia sorrise, si parlava bene nella penombra dell'auto, via Plinio diveniva
sempre pi solitaria. No, questo non possibile, ne sono sicura, anche perch
lei non avrebbe saputo dove trovare il signore che le aveva parlato delle foto,
una donna non si fa dare l'indirizzo dal suo occasionale compagno, n questi
glielo d.
Potrebbe averle dato un appuntamento, per avere il caricatore e svilupparselo
lui. L'ipotesi era quasi puerile: lo stesso fotografo che fa le foto, logico
che le sviluppi e le stampi, ingrandite, senza che l'amatore di quelle foto si
cerchi un altro fotografo, o si metta lui a fare degli ingrandimenti, piuttosto
difficoltosi per un dilettante, dato che si trattava di una pellicola Minox.
No, Alberta me l'avrebbe detto, se avesse dovuto consegnare il rullo a
quell'uomo. L'ho interrogata per due ore, avevo molta paura, capivo che non si
trattava pi di prostituzione privata, che stava scendendo, che stava
legandosi...
Non l'ascoltava, anche se gli dispiaceva, perch avrebbe voluto discutere con
lei delle settimane, sui tanto amati argomenti generali, ma vedeva Alberta e la
sua amica bionda andare da quel fotografo. Si spogliavano e si facevano
fotografare, poi prendevano i soldi e, secondo la logica, se ne andavano: senza
caricatore. Invece Alberta aveva nella borsetta il caricatore. Che cosa ne
doveva fare? E perch il fotografo gliel'aveva dato?
Non mi ascolta, vero?
No.
Umilmente, generosamente lei disse: Mi faccia pure delle altre domande su
Alberta.
S, aveva altre domande da farle. Dopo quella volta che le parl delle
fotografie che voleva farsi fare, che cosa le disse Alberta, quando lei la
rivide?
Non la rividi pi. Quasi una settimana dopo lessi sul giornale che si era
suicidata.
La traccia, dunque, finiva qui. Dovremo rivederci, le dispiace?
No, anche se sar soltanto per Alberta. Poi trad la sua debolezza femminile.
Perch s'interessa cos di lei? Non l'ha mai conosciuta, non neppure un
poliziotto, anzi, mi ha detto che rischia parecchio a mettere le mani in queste
cose.
Finalmente la guard senza pensare ad Alberta. A lei posso dirlo, signorina
Argomenti Generali, per un argomento generale.
E quale sarebbe?
Poteva dirglielo, era anzi l'unica persona al mondo a cui si poteva dire una
cosa simile senza farla sorridere. Non mi piacciono i bari. Glielo spieg meglio, doveva pur ringraziarla con un po' di generalit di tutte le utili
notizie che gli aveva dato. La societ un gioco, vero? Le regole del gioco
sono scritte nel codice penale, in quello civile e in un altro codice, piuttosto
vago e non scritto, detto codice morale. Saranno codici molto discutibili, che
devono essere continuamente migliorati, ma, o si sta alle loro regole, o non ci
si sta. L'unico trasgressore alle regole del gioco che io posso rispettare il
bandito col trombone che si nasconde per le montagne: lui non sta alle regole
del gioco, lui, anzi, dice chiaramente che non vuol giocare alla bella societ e
che le regole se le fa lui come vuole, col fucile. Ma i bari no, li odio e li
disprezzo. Oggi ci sono i banditi con l'ufficio legale a latere, imbrogliano,
rubano, ammazzano, ma hanno gi studiato la linea di difesa con il loro avvocato
nel caso fossero scoperti e processati e non vengono mai puniti abbastanza.
Vogliono che gli altri stiano al gioco, alle regole, ma loro non ci vogliono
stare. Questo non mi va, questa gente non la sopporto, quando me la trovo
intorno o ne sento solo l'odore, mi vengono i nervi.
Lei avrebbe voluto continuare ancora, lievitava di piacere in quei discorsi, ma
con tenerezza egli le chiese dove poteva accompagnarla e lei rispose al portone
l davanti al caff e poi gli disse che poteva telefonarle quando voleva, che a
lei avrebbe fatto piacere, la voce non era assolutamente di una frigida, ma lui
doveva andare, aveva lasciato solo Davide anche troppo tempo.
Davide era disteso sul letto, vestito, ma senza scarpe, sveglio, la luce accesa.
Sul tavolo c'era il fiasco di Frascati, aveva l'aria di essere vuoto, e la
bottiglia di whisky, che era aperta e ne mancava qualche cosa come un paio di
cucchiai al massimo, in uno sforzo di volont certamente estremo, Davide aveva
bevuto meno di un cucchiaio di whisky all'ora, pur avendo la bottiglia l, a sua
disposizione, e il permesso di lui, medico curante.
Prese una sedia e la port vicino al letto, Davide stava sollevandosi a sedere,
non era corretto stare cos sdraiato davanti al proprio medico, ma mettendogli
una mano sulla spalla, lui lo fece ridistendere. Davide, qui bisogna dormire,
gli disse. Era stato felice vicino a Livia Ussaro, ed era felice adesso vicino a
Davide Auseri, unicogenito psicotico di un importante ingegnere. Era una sera
felice. Non si possono passare i giorni e le notti a pensare a una donna,
specialmente se questa morta. Perch lei pensa soltanto ad Alberta, vero?
Davide volse il viso sul cuscino, dall'altra parte: secondo la sua semantica la
risposta era s.
Questo non va, Davide. Faceva con passione, con felicit il suo lavoro di
medico. Come non va soprattutto alla sua et, essere innamorati di una morta.
Ora gliene parlo un poco, perch in questi giorni ho potuto capire molte cose.
Quando lei ha buttato Alberta fuori della sua auto, non l'amava. Quando ha letto
sui giornali che si era uccisa, non l'amava ancora, ma ha provato rimorso. Il
rimorso poi cresciuto in lei, ogni giorno di pi, ogni ubriacatura di pi, ma
non rimasto sempre e soltanto rimorso. A lungo andare, dal rimorso, e insieme
col rimorso, nato un altro sentimento. Lo chiamano amore. Lei ha continuato a
pensare: 'Se l'avessi portata con me, quel giorno, le avrei salvato la vita.'
Poi andato pi in l, ha cominciato a pensare che se l'avesse portata con s,
non solo le avrebbe salvato la vita, ma sarebbe stato bello per tutti e due,
molto bello, non solo per fare tanto amore, ma per qualche cosa di pi. Lei non
ha mai avuto una ragazza, non mai riuscito a innamorarsi veramente,
l'educazione che le ha dato suo padre, la personalit di suo padre, l'hanno
sempre schiacciato. Alberta stata la prima donna che, purtroppo dopo morta, le
ha dato questa sensazione di amore, questo bisogno di amore. Le sto facendo
della psicanalisi da mercatino rionale, ma le cose stanno cos: lei continua a
pensare ad Alberta perch ne innamorato, ed essendone innamorato il pensiero
che lei sia morta e di aver contribuito alla sua morte, le intollerabile,
vero?
Se lo aspettava, ma non lo sperava, e lo vide con piacere: Davide cominciava a
piangere. Si copr gli occhi, ma non bastava perch il grande torace sussultava,
anche se non si udiva nessun gemito. Sempre pacato, gli spieg: Siccome i morti
non tornano, e n io n nessuno le pu portare Alberta qui, viva, e lei sola
potrebbe subito guarirla, allora noi dobbiamo fare qualche altra cosa. Quella
pi importante di trovare la persona che l'ha costretta a uccidersi, o che
l'ha uccisa, e quando l'abbiamo trovata, la strozziamo. Lei deve pensare questo:
che la troveremo e la strozzeremo. Forse lascer il compito a lei. Bisognava
rivolgersi agli istinti meno nobili, per salvarlo. Vedr, non difficile, e
non far neppure un giorno di prigione, noi troviamo questa persona e lei la
strozza, cos con le mani che ha non dovr neppure stringere molto, le spiegher io un'altra volta, come medico, quando potr essere sicuro di averla strozzata,
che genere di scricchiolio deve sentire tra le dita mentre stringe, e dopo
quello scricchiolio pu lasciare pure la stretta che non c' pi niente da fare.
Naturalmente lei sar aggredito, questa persona le sar saltata addosso, avr
avuto un coltello, una rivoltella, lei stato costretto a difendersi, stava per
essere ucciso e allora ha dovuto reagire. Vi saranno dei testimoni indubitabili,
per esempio Mascaranti, le assicuro che lei potr strozzarlo tranquillamente,
questo uomo. E le assicuro che avverr presto, perch lo scopriremo presto, ma
lei deve dormire, deve rilassarsi, per essere pronto in quel momento. Non era
una bella favola per bambini, quella, ma il bambino che doveva far addormentare
era un po' grandicello e aveva bisogno di favole robuste. Anche lui, per se
stesso, aveva bisogno di una favola: trovare, nel bosco, un fotografo. Bastava
che fosse riuscito a sapere chi aveva fatto quelle fotografie, solo quello,
niente altro che quello.
3.
Il tass ferm al numero 78 di via Farini e Alberta e Maurilia scesero. Il
portone del 78 era grande e ne stava uscendo un camion, dietro il tass, poi,
c'era il tram che scampanell, e solo dopo un triplice giro di imprecazioni tra
camionista, tranviere e tassista, esse arrivarono alla presenza della portinaia
che disse che la Foto Industria era al secondo piano, la scala oltre la corte, e
attraversarono la corte divorate con gli sguardi da alcuni uomini in tuta che
caricavano un camion di lunghi tondelli di metallo e seguite da sibilanti frasi
che indicavano i propositi di quegli uomini, se avessero potuto realizzarli, e
che in se stessi non erano innaturali o malvagi, ma solo intempestivi.
Al secondo piano il giovane che apr la porta era semplicemente un giovane con
una vestaglia bianca non aveva insomma un viso che avesse una qualsiasi
personalit o caratteristica, quasi come quei visi disegnati da chi non sa
disegnare minimamente, e le uniche cose che si potevano dire di lui era che non
era vecchio e che non indossava una vestaglia nera.
Le guard, non disse nulla, loro non dissero nulla, e allora le fece entrare.
Nella prima stanza non c erano finestre, ed era accesa la luce.
Di qua, disse.
La seconda stanza era uno stanzone lungo, c'erano due finestre, ma le persiane
erano chiuse, si vedevano le righe di sole sui vetri polverosi, chiusi
anch'essi, e la luce era accesa anche l.
Potete spogliarvi l, indic un angolo con delle sedie e un tavolo. Non mi
fate cadere gli scacchi. Sul tavolo c'era una scacchiera, con una decina di
pezzi, gli altri erano in una scatola di legno.
Alberta disse: Non c' un paravento? poi pens che era una cretina, certo che
non c'era. Non c'era nulla che rassomigliasse a un paravento in quella lunga
galleria che avrebbe dovuto essere uno studio fotografico, n un mobile, escluse
quelle tre sedie e quel tavolo che erano per infinitamente e evidentemente
provvisori. Ed erano spaventose quelle finestre chiuse, quella luce accesa alle
undici del mattino, quel caldo morto da tomba sotto il sole.
Mi dispiace, disse il giovane. Gli dispiaceva, sembrava, di non possedere un
paravento. Ma le porte sono chiuse a chiave, state tranquille. Era arrivato in
fondo alla galleria, la sua voce, voce di niente come il suo viso, echeggiava un
poco.
Ma non si possono aprire le finestre? grid Alberta verso il fondo buio dello
stanzone. In un minuto, erano tutte e due fradicie di sudore, gli abiti
appiccicati addosso.
Entra solo puzzo di acetilene e pi caldo, disse Viso di Niente e d'un tratto
il fondo della galleria s'incendi: aveva acceso le tre lampade a piedistallo e
le sei sul soffitto. Non lo so che cosa fanno, ma c' una fabbrica che lavora
con l'acetilene. E' terribile.
Allora tutte e due capirono che era un invertito, dal modo come aveva detto E'
terribile.
Chi vuole farsi fotografare per prima? disse lui. Per me uguale.
Maurilia era una bionda facile a ridere, facile a spaventarsi, facile a tutto.
Adesso aveva paura. Comincia tu, le disse.
Alberta fece presto, slip, reggiseno e abito finirono su una sedia, tenne le
scarpe col tacco alto, non per rendere pi sexy le fotografie, ma per non
camminare a piedi nudi su quel pavimento.
Qui, invit l'anomalo. Davanti ai riflettori c'era uno sfondo di nuvole, una
fotografia ingrandita montata su uno scorrevole. Facciamo presto, con questa
macchinetta, vedr.
Solo allora Alberta vide il pesante treppiedi, e sul treppiedi una specie di
accendino che doveva essere l'apparecchio fotografico.
Si metta l, su quel tappetino. Cominci a guardare, tutto curvo, dietro
l'accendino. Per le pose faccia lei, non ha molta importanza, nasconda pure il
viso se vuole, ma almeno in cinque o sei foto deve farlo vedere, si muova pure
come vuole, qui come al cinema, avanti. Con la sinistra teneva in mano il
timoncino del treppiedi facendo muovere la Minox impercettibilmente ma in ogni
direzione desiderata. e nella destra teneva il filo col pulsante dello scatto.
Si muova, uno, tac, ecco, ferma, due, tac, a ogni foto chiudeva e riapriva
quell'accendino, proprio come volesse accendere una sigaretta, si muova, ferma,
tre, tac, andava avanti, quattro, cinque, dieci, dodici foto, le suggeriva ogni
tanto una posa pi aggressiva, ma sempre con un linguaggio contenuto, pulito,
senza grossolanit, gli invertiti sono dei veri cavalieri con le signore. Si
muova, ferma, ventisei, ecco basta, pu venire la sua amica.
Maurilia, all'altro lato della galleria, nel caldo stomachevole, aveva paura.
Non di svestirsi, e non sapeva neppure lei di che. Alberta la conosceva, era una
bionda spavalda solo in superficie, aveva accettato subito di farsi fotografare
nuda, ma ora la guardava implorante.
Se non ti va, lascia perdere, le disse irritata, non sopportava la stupidit e
quella ne era una primatista, molliccia, moralmente friabile, nata per finire
male, bench lei cercasse di trattenerla dalla china che portava ai viali
battuti tutte le sere, e a pochi metri il coleottero parassita che le fa la
guardia per prenderle i soldi appena avuti. Ma ormai se l'era legata, come
sposata.
Eh, no, adesso venuta qui e si fa fotografare, disse il giovane in vestaglia
bianca, che aveva udito.
Non c'era un tono di minaccia nella voce, eppure Alberta lo sent, in apparenza
la voce era stata solo triste, come avesse detto: Che peccato, venuta qui
apposta per farsi fotografare, e poi non vuole pi, eppure c'era qualche cosa
di pi. L'uomo che non era vecchio e che non aveva una vestaglia nera, aveva
voluto dire esattamente, e Alberta ne era sicura: Adesso che sei qui ti fai
fotografare, anche se non ti va, perch va a me.
Con un derelitto sorriso sulla faccia, Maurilia disse: No, no, no, si svest e
Alberta l'accompagn in fondo, dove quello aspettava, nell'ombra, sullo sfondo
fiammeggiante dei riflettori.
Sul tappetino, ecco, cos, disse lui, tornando veramente gentile, faccia
quello che vuole, basta che non esca dal tappetino, su si muova, ecco, ferma,
uno, e ricominciarono i tac dello scatto, si muova, ecco, ferma, due, si
muova, no la stessa posa, deve cambiare. ecco, ferma, tre.
Alberta cominci a sentire anche l'odore metallico e di bruciaticcio dei
riflettori, la nudit di Maurilia era irritante, almeno per una donna,
esteticamente il corpo era ridondante e come mal disposto, sembrava costruito
per un solo processo, quello sessuale, braccia, gambe, testa, spalle, capelli,
apparivano anch'essi organi sessuali, primari quanto i primari. Smise di
guardare e di pensare che anche lei si era lasciata fotografare cos, a vedere
dall'esterno era pi sconcio di quanto avesse pensato. Torn indietro, verso
l'altro capo dello stanzone anche per non essere abbagliata dai riflettori e
solo allora si accorse che per una delle due pareti pi lunghe correva una
stretta mensola sulla quale erano messi in fila degli oggetti che non distinse
subito, poi le sembrarono giocattoli: vi erano dei camion con rimorchio, delle
autocisterne, dei trattori, delle altre macchine, forse agricole, grandi al
massimo una diecina di centimetri. Prese in mano un'autocisterna con rimorchio,
argentea, non ne capiva niente, ma vide che l'imitazione era perfetta, non si
trattava di giocattoli, ma di modellini industriali.
Molto belli, ma non tocchi troppo, l'invertito vedeva anche dalle spalle
continuando a far fotografie, su, su, si muova, ecco, bene, ferma, dodici.
Ma va' a spararti, che gliene importava a lei dei modellini, stava annegando nel
caldo, nel cattivo odore, nella rabbia anche verso se stessa, ma era molto pi che rabbia, molto pi che sprezzo, molto pi che disgusto, quasi odio, e forse
di pi Finalmente l'invertito disse: Si muova, ferma, venticinque, per l'ultima volta
si ud il tac e Maurilia venne a vestirsi vicino a lei che guardava la
scacchiera: si trattava di uno studio, il bianco muove e vince, c'era vicino
alla scacchiera una piccola rivista inglese di scacchi, l'anomalo era un
appassionato del gran gioco.
Sa giocare a scacchi? era arrivato davanti a loro, dopo aver spento i
riflettori in fondo, e stava maneggiando il suo accendino fotografico.
Ero la prima in collegio.
Lui finalmente riusc a tirare fuori dall'accendino quel piccolo oggetto, quasi
un piccolo ricevitore telefonico per bambola, due rotelline fissate da una parte
da una strisciolina di metallo, e lo pos vicino alla scacchiera insieme con
l'apparecchio. Qualche cosa di spirituale alit in lui, o piuttosto nelle sue
mani, che cominciarono come a danzare sulla scacchiera, con aerea lievit.
Allora forse ha gi capito dov' il trucco, ci sono due pedoni bianchi in
settima fila pronti per la promozione, per la mossa d'attacco non pu essere di
questi pedoni, io penso che sia il Re bianco che deve spostarsi per andare in
una casella dove possa sottrarsi allo scacco perpetuo della Torre nera.
Aveva gi fatto anche lei questo ragionamento, ma le ripugnava parlarne con un
pederasta schifoso. Pure, quella scacchiera, non ne vedeva una da una diecina
d'anni, la riportava al tempo del collegio, delle suore di cui ricordava solo il
passo frusciante per le camerate, delle mattine buie d'inverno nella gelida
chiesa, con la messa che le sembrava eterna, combattuta tra il sonno ancora
imperioso e la fame nascente, e la ricreazione in sala nei giorni piovosi, con
le gare di bella lettura, di ricamo, di dama, di scacchi, perch dovevano
essere suore sportive, di spirito agonistico. E per questo ricordo l'unica cosa
decente in quell'indecente luogo era quell'astratto, geometrico oggetto con quei
simbolici pezzi di legno. Invece, credo che la prima mossa sia proprio la
promozione di un pedone bianco, gli disse, ma non a lui, come se stesse
parlando a una compagna di collegio, lontana da quel luogo e da quel tempo e da
quella Maurilia che stava rivestendo faticosamente e goffamente la sua
sessualit ed era incespicata nei bottoncini del reggiseno che sembrava non
riuscisse pi ad abbottonare.
Ma allora la Torre nera cattura il pedone promosso e dopo inizia lo scacco
perpetuo al Re bianco, disse. Per un solo istante vi fu nello sguardo di lui,
per, un ben diverso pensiero: Non sapevo che le puttane fossero esperte di
scacchi.
Non credo, lei disse, sentiva, risentiva, perfino la pioggia scrosciare nella
bella, ma non tanto, forse, nella quieta sala di ricreazione di quel tempo, e le
dispiaceva non ricordare le compagne con le quali giocava a scacchi, nulla del
viso, della voce, niente. Perch l'Alfiere bianco...
L'Alfiere bianco non pu parare lo scacco continuo della Torre, interruppe
lui, appassionato, con qualche cosa di schifoso anche in quella intellettuale
passione.
Non volevo dire che l'Alfiere parasse lo scacco della Torre. Volevo dire che
l'Alfiere va qui, in f8, e permette al pedone g7 di essere promosso, libero
dagli attacchi della Torre, gli rispose secca. Purtroppo Maurilia, sistemato il
reggiseno, le si era avvicinata, anzi quasi appoggiata addosso, col suo corpo
caldo umido sempre desideroso di vicinanza, di protezione, di assicurazioni che
non era dimenticata, e il dolce rumore della pioggia che veniva dal giardino del
collegio si spense subito in lei, e guard quel preteso e sedicente essere umano
in modo significativo.
Ah, gi, i soldi, disse lui senza sorriso, torno subito, poi vedr se
funziona questa teoria dell'Alfiere, d l'idea di s.
Usc per andare nella stanza vicina, e allora, per Alberta, fu un gesto
istintivo, prendere quel piccolo oggetto formato da due rotelline, che aveva
compreso chiaramente che cos'era e che cosa conteneva: la pellicola con le
repugnevoli fotografie di due disgraziate nude, e una delle due disgraziate era
lei, forse pi di Maurilia, che almeno non sapeva bene, n mai avrebbe saputo
bene che cosa le stava capitando. E lo prese.
Ecco, trenta per lei, il giovane riapparve dall'altra stanza, ancora con lo
sguardo un poco lontano, nel mondo di quel problema di scacchi, e con in mano
due buste, la mercede promessa messa cavallerescamente in busta, e dette una
busta a lei e l'altra a Maurilia, e trenta a lei. Sulla porta, prima che
uscissero, le disse: Se giusta la mossa di Alfiere proprio brava, perch io
tutta la mattina che ci penso e non l'avevo trovata. Richiuse la porta alle
loro spalle impaziente, torn nello stanzone e fiss la scacchiera mentre si
accendeva una sigaretta. Dunque, prima mossa e7-e8 che diviene Donna. Ma la
Torre nera cattura subito la Donna. A questo punto entrava in scena l'Alfiere, e
cio Aa3-f8, mise l'Alfiere in f8 e cap subito che era giusto cos: la Torre
scendeva per iniziare lo scacco continuo al Re bianco... no, non poteva, perch
dopo il terzo scacco doveva mettersi sotto presa dell'Alfiere, e qualunque altra
mossa avesse fatto il nero, con qualunque pezzo, non poteva evitare che il
secondo pedone bianco fosse promosso e quindi il bianco vinceva la partita.
Esattamente come aveva detto la ragazza. Soddisfatto, ma un po' irritato che
proprio una di quelle vedesse a scacchi meglio di lui, raccolse la Minox che era
vicino alla scacchiera e cerc il caricatore, ma non c'era, neppure tra gli
altri pezzi degli scacchi. Non cerc molto, era abbastanza intelligente, e aveva
capito. La possibilit di rincorrere le ragazze non c'era pi, era stato una
diecina di minuti, irretito dalla scacchiera, quella luridissima bruna
gliel'aveva fatta solleticandolo con gli scacchi.
Nonostante il caldo, non sudava mai, ma in quel momento cominci a sudare.
Lentamente rimise i pezzi degli scacchi nella loro cassetta, pensando, se
quell'angoscia poteva essere chiamata pensare, mise la rivista sulla scacchiera
e la cassetta coi pezzi sulla rivista, ordinatissimo, ma le schifose mani che
tremolavano, poi dovette decidersi e si avvicin al telefono appeso al muro
vicino alla porta.
Certo fu per questo che quando Alberta scese dal tass davanti a casa sua, dopo
aver accompagnato Maurilia, vide quel giovane che aspettava, che era molto ben
vestito con quel galles leggerissimo, la cravatta di un giallo spento, i capelli
folti, ma tenuti molto in ordine e un sorriso cos gentile. Doveva essere un po'
miope.
Mi scusi, signorina.
In viale Montenero, all'una e un quarto, erano tutti a tavola, tutti di quei
pochi rimasti a Milano, di passanti non ce n'era letteralmente nessuno, quasi
non fossero mai esistiti o non potessero esistere con quel caldo, ogni tanto
passava un'auto, e poteva darsi che di l a una diecina di minuti fosse passato
perfino un tram della circonvallazione. Lei si ferm, quietamente aggressiva,
perch nei paraggi di casa non aveva mai pensato di concedersi licenze, e si
ferm anche perch il giovane uomo le sbarrava il passo, oltre che con la sua
persona, anche con lo sguardo miope, ma ferino, in netto contrasto col sorriso
cortese.
Mi scusi, signorina, ma lei deve avere nella borsetta un rullo di pellicola che
ha preso una mezz'ora fa nello studio di un fotografo. Le rincresce ridarmelo?
e tese anche la mano, con ironica fiducia. Il viso, che sembrava perfino grasso,
ma non era grasso, erano le potenti piastre mascellari a dare quell'impressione
di grasso, s'incattiv solo un istante, solo perch lei comprendesse che doveva
aver paura.
Come infatti ebbe paura, ma non la mostr, nessuno con la violenza poteva
piegarla, anche una sola parola brusca scatenava una fredda, irrefrenabile
ribellione.
Non la conosco, non ho preso niente, non so di che cosa parla e mi lasci stare
se no mi metto a gridare.
Ah, va bene, allora gridi, parlava con tanta calma e le prese un braccio
tentando di sospingerla. Intanto che grida saliamo su quell'auto dove potremo
parlare meglio.
Pass un'auto, lei non grid, ma resist alla spinta. Guardi che grido
davvero.
Pu darsi. Pu darsi anche che finiamo in polizia tutti e due. Io non ci tengo,
ma non sarebbe molto utile neppure per lei. Se lei invece mi d quel rullo di
pellicola, io me ne vado via subito e lei evita molte cose. A parte la polizia,
evita una doccia di vetriolo in faccia. Tent ancora di spingerla verso la 230
Mercedes parcheggiata una diecina di metri pi in l, ma Alberta di colpo gli
sfugg con uno strappo d'imprevedibile violenza in una donna e corse dentro il
buio, caldo androne del portone di casa sua, corse per le scale, primo piano,
secondo, terzo, guard dalla ringhiera, no, l'uomo non la inseguiva, aveva tempo
di aprire la porta di casa, sua sorella era alla Stipel, non veniva a casa a
mangiare a mezzogiorno, riusc finalmente ad aprire. Entr, richiuse, e di colpo
si vergogn, si sdegn della paura che aveva avuto prima quando quell'uomo le
stringeva il braccio.
And nella saletta, guard dalla finestra che dava sulla strada, attraverso le
persiane incrostate di polvere millenaria, non c'era nessuno e non passava
nessuno, non c'era neppure la 230 Mercedes.
Non avrebbe ceduto, mai, aveva ragione Livia, non voleva scendere in quella
cloaca, sarebbe andata in polizia, avrebbe consegnato la pellicola, avrebbe
detto tutto, avrebbe parlato di quel signore anziano con la Flaminia, del
contratto come commessa ad Amburgo, che genere di commessa? Era cos facile
capirlo, ma la nausea era troppa: ora basta.
Frugando in cucina trov qualche cosa da mangiare, poi si distese su uno dei due
lettini, con gli orsi, i cani, le farfalle dipinte sulla testiera, riusc anche
ad addormentarsi, poi si svegli, nel silenzio, nel bollore di caldo del pieno
pomeriggio, e dopo qualche secondo che era sveglia, cos, nel silenzio, il
telefono suon.
Forse era Livia, aveva bisogno di Livia, doveva dirle tutto. Si alz e and all'apparecchio.
Alberta, Alberta.
S, sono io. Era Maurilia. La voce pi spaventata che avesse mai udito, la
voce del terrore.
Sono Maurilia, Alberta, sono Maurilia.
Lo sento, cosa c'? Dove sei? Lei non aveva ancora paura, o non voleva aver
paura.
Sono Maurilia, Alberta, sono Maurilia.
Cosa succede? Che cos'hai?
Le rispose una voce d'uomo, e la riconobbe anche se l'aveva udita una volta sola
e per poche parole. Ha riconosciuto la voce della sua amica Maurilia, credo.
Quel lei era ancora pi torvo di un tu minaccioso.
Non gli rispose, ma lui and avanti sapendo che aveva udito benissimo.
Bisognerebbe che lei riportasse quel rullo di pellicola al fotografo, dove
stata questa mattina. Subito, perch il fotografo l'aspetta. Non vorrei che
succedesse qualche disgrazia alla sua amica Maurilia. Non finga di non aver
capito, perch sarebbe peggio per lei e per la sua amica.
Non gli rispose, stava per urlare che sarebbe andata l, subito, ma con la
polizia, soltanto non pot, perch dall'altra parte avevano chiuso la
comunicazione. Allora cap che cosa le stava accadendo.
4.
Andava tutto male, l'unica cosa che funzionava era l'aria condizionata in quelle
due stanze all'Htel Cavour, fresca senza essere umida e senza strani odori;
andava tutto sudiciamente male come i paciosi, efficienti ambrosiani che sudando
passavano per via Fatebenefratelli o per piazza Cavour, non potevano supporre,
anche se tutti i giorni leggevano sul "Corriere" grosse storie del genere, esse
appartenevano per, per loro, a una quarta dimensione di un Einstein del
crimine, ancora pi incomprensibile dell'Einstein della fisica. Ci che era
reale, per quei passanti, era il tabaccaio da raggiungere per comprare le
sigarette con filtro, per fumare con meno rimorso, e ogni tanto un pensiero al
mattino dopo, all'ufficio, quel lavoro da chiudere prima che la direzione
sollecitasse, o guardare un po' quelle due ragazze sole che attendevano il tram,
col seno cos scoperto, queste erano le dimensioni naturali della vita, il resto
lo leggevano soltanto e aveva l'evanescenza delle cose soltanto lette, colpisce
la moglie con ventisette coltellate, oppure vasto traffico di droga, implicata
anche una madre di famiglia con cinque figli, oppure sparatoria in viale Monza
tra gang rivali, tutto questo era solo lettura, stimolante, poi uno tornava a
casa e trovava la bolletta del gas da pagare. No, gi per la strada, non
potevano immaginare come andasse male, anche se sembravano quattro forchettoni
con tutti quei vassoi sul tavolo pieni di tartine, panini, grissini con la punta
rivestita di prosciutto dolce di San Daniele, vaschette di burro in ghiaccio,
tondini di "pt" e le bottiglie di birra nel secchiello d'argento.
L'unico che teneva la giacca era Davide, bene, forse la sola altra cosa che
funzionava oltre l'aria condizionata, era lui: d'un tratto nella sua vita aveva
incontrato la birra, era stato un incontro passionale, subitaneo, che accelerava
di molto la terapia disintossicatoria, la birra forse ingrassava, ma prima di
ubriacare un Davide ne occorreva un barile. Diminuendo l'alcol, il Davide
riacquistava lentamente la favella e una certa energia maschile. Proprio in quel
momento parl, con un tondino di cristallo in mano: Nessuno vuole del "pt"?
offr a tutti.
Scosse il capo Mascaranti, e scosse il capo anche Carrua, perch era l anche
lui, anche lui senza giacca e masticava, pi che fumare la sua sigaretta. E
scosse il capo anche lui, e guard con tenerezza Davide che vuotava il tondino
di "pt" spalmandolo sulla fettina di pane. Il suo paziente fra una diecina di
giorni avrebbe potuto vivere anche di sola acqua minerale e latte, senza
soffrirne.
Cominciamo dal principio, disse Carrua posando la sigaretta nel piattino del
caff filtro. Dal fotografo.
Mascaranti aveva sempre in mano la sua agendina. Scomparso, disse. In via
Farini 78, il giorno prima della morte di Alberta Radelli, non c'era pi niente
e nessuno. E tutto era in regola. I due locali erano stati affittati a un
tedesco pi di un anno prima, ma l'amministratore e il portinaio della casa
avevano veduto questo tedesco solo un paio di volte, nello studio della Foto
Industria lavorava invece solo un giovanotto, amico del tedesco, che disse al
portinaio di chiamarsi Caserli, o Caselli, neppure il portinaio sa bene, perch
lo vedeva raramente. Tanto il giovanotto che l'altro, un anno fa, sono svaniti
nel niente.
Ma il tedesco si dovrebbe poter ritrovare, disse Carrua, non si affittano
locali, senza dare le generalit.
Certo, le ha date, eccole qui, Mascaranti lesse, con una vaga pronunzia del
Sud una serie di sillabe provenienti da millenni dalla Foresta Nera e che da
quella pronunzia furono un po' ingentilite. E' un nome e un domicilio
inventato, per lo meno, la polizia di Bonn dove avrebbe dovuto risiedere questo
coso, ha risposto che non esiste nessun nome simile n all'ufficio anagrafe
della citt, n nei loro archivi.
Tutte queste fatiche di Mascaranti per trovare lo studio fotografico conoscendo
solo un numero, 78, e poi quando l'aveva trovato, da un anno non c'era pi niente, nessuno, e nessuna traccia.
Una cosa chiara, disse allora Duca a Carrua, principalmente, ma anche a
Mascaranti, per aver affittato con nome falso quei locali, per aver smobilitato
cos fulmineamente nei giorni della morte di Alberta Radelli, dovevano dare
molta importanza al lavoro che vi facevano, e se il lavoro era di dover
fotografare delle donne nude il portinaio doveva vedere un certo movimento di
ragazze che entravano e uscivano.
S, ho interrogato anche la portinaia, disse Mascaranti. Infatti, ogni tanto
passavano delle ragazze, ma non molto spesso, e quello che facevano me l'ha
spiegato, lei e suo marito erano andati un paio di volte a vedere, il giovanotto
li aveva invitati. Fotografava dei modellini di auto, di camion, di
trebbiatrici, mi ha detto, qualche volta le ragazze servivano da sfondo, adesso
usano le donne per la pubblicit di qualsiasi cosa.
Una mascheratura, foto industria vuol dire foto nudo, finch regge, regge, e
aveva retto per pi di un anno con tutti gli occhioni azzurri della polizia
spalancati sugli studi d'arte e affini. E aveva retto tanto bene anche
scomparendo, che Mascaranti da tutta la sera era verde.
E adesso vediamo la ragazza, quell'altra, disse Carrua.
La polizia vince con l'iterazione, a furia di ripetere che due pi due fa
quattro, alla fine scoprite qualche cosa di pi, ma sulla storia di Maurilia non
c'era pi niente da scoprire.
Maurilia Arbati, leggeva Mascaranti nell'agenda, ventisette anni, impiegata
alla Rinascente, reparto telerie, asciugamani, quella roba l.
Ventisette anni, nelle foto Minox non li dimostrava, era arrivata fino ai
ventisette anni tutta buona buona, lavoratrice, l'ufficio personale della grossa
R non le aveva mai dovuto fare alcun appunto, e di colpo, a quella non pi acerba et, entra nel mondo buio dell'avventura.
Dunque Mascaranti va alla Rinascente e riesce a parlare col funzionario giusto.
Ah, impossibile, sa quante ragazze ci sono qui dentro? Come faccio a trovarne
una sapendo soltanto che si chiama Maurilia? dice il funzionario.
Con quello l, dice Mascaranti, indicando il telefono collegato agli
altoparlanti. Faccia trasmettere per esempio cos: "La signorina Maurilia
pregata di passare subito in direzione". Anzi, facciamo meglio: "La signorina
Maurilia, o qualunque sua compagna di lavoro che la conoscesse, pregata di
passare subito in direzione".
Arriva l'impiegata, chiamata dal funzionario, scrive il messaggio da trasmettere
e comincia a trasmetterlo, una, due, tre volte di seguito, poi pausa di tre
minuti e ancora, per tutti i piani, in ogni angolo, dalle diecine di
altoparlanti, tra la gente che compra poppatoi, lampadari stile Mariateresa,
pinne per sub, cravatte per pap, si sente il richiamo, dolce, non alto, ma
nitido, il nome Maurilia scandito perfettamente. Mentre l'impiegata comincia a
trasmettere il messaggio per la terza volta, la segretaria fa entrare una
piccolissima, biondina, sembrerebbe una bambina, ma da molte cose si comprende
che non lo .
Maurilia? dice Mascaranti.
No, io sono una sua amica.
Il signore della polizia, cerchi di rispondere con precisione alle sue
domande, dice severo il funzionario.
Com' il cognome di Maurilia? dice Mascaranti.
Arbati Maurilia, dice la biondina.
Mascaranti scrive trionfante il nome sull'agendina, in tre minuti ha trovato la
bionda della fotografia, adesso a posto. Dove abita?
La biondina esita, sta per dire qualche cosa, e lui insiste nervoso, andiamo
dove abita questa Arbati Maurilia, vado a prenderla, la porto in questura e l
troviamo il bandolo della matassa, perch Mascaranti pensa ancora a bandoli di
matasse, lei che stata fotografata sapr chi, come, perch. Dove abita?
chiede brusco.
Lei si spaventa e dice: Via Nino Bixio 12, con precisione, come le ha ordinato
il funzionario.
Siete molto amiche, vero? dice Mascaranti, per sapere l'indirizzo, cos, a
memoria, devono essere molto amiche. La biondina non risponde, ma non ha
importanza, ha un'altra domanda da farle: Perch non venuta qui Maurilia? E'
lei, che abbiamo chiamato.
Forse a casa in malattia, dice il funzionario.
E' morta, dice la biondina, diventa pallida, la fanno sedere.
Ma perch non l'ha detto subito? Mascaranti si avvilisce, se morta non la si
pu interrogare, e se non la si pu interrogare non si trova il bandolo della
matassa.
E' morta un anno fa, dice la biondina, poveretta, quando poco fa l'ho sentita
chiamare dall'altoparlante mi sono sentita male, dopo tanto tempo, a sentire che
la volevano in direzione come fosse ancora viva.
Poi, era morta molto semplicemente, aveva lasciato il lavoro senza dire nulla,
neppure a lei, ed era andata a Roma, certo con qualcuno - la biondina disse con
un fidanzato, pudicamente - aveva voluto fare il bagno, forse si era sentita
male, e il giorno dopo l'avevano trovata nel Tevere, un po' prima di Roma,
incagliata come una barca abbandonata, in costume da bagno, i suoi abiti sulla
riva, tra i cespugli, quasi un chilometro pi su. La biondina l'aveva saputo dai
genitori di lei, quasi una settimana dopo, avendo telefonato per avere notizie.
Ecco, questa era la storia e Mascaranti l'aveva subito capita. Lei come si
chiama? aveva chiesto alla biondina, si era fatto dare tutte le generalit, poi
era tornato in questura e aveva telefonato a Roma. Arbati Maurilia, morta per
annegamento, trovata nel Tevere all'altezza di, alle ore h h, dal signor tale.
Dall'archivio si fece portare anche i giornali di Roma di quella data, cos si
era letto anche tutte le cronache e i servizi, quasi tutti con punti
interrogativi: disgrazia o delitto? E' annegata o stata uccisa? Non occorreva
essere dei divini: in quattro giorni le due ragazze fotografate nella pellicola
Minox erano morte, il primo giorno la bionda, il quarto la bruna. Una a Milano,
Metanopoli, l'altra vicino a Roma, annegata nel Tevere. Tutte e due le morti
avevano un'ambiguit irridente, una era un suicidio che non convinceva, l'altra
era una disgrazia che riempiva di sospetti.
Adesso l'ambiguit aveva avuto fine, erano morte perch erano state ammazzate,
con un po' di abilit avevano messo in scena il suicidio di Alberta, lei aveva
perfino nella borsetta una lettera per la sorella in cui chiedeva perdono di
uccidersi - l'avevano obbligata a scriverla, o l'aveva scritta lei prima, decisa
a uccidersi? - e poi una specie di disgrazia per l'altra, Maurilia,
un'improbabile disgrazia di una milanese che d'un tratto va a Roma a fare un
bagno nel Tevere e annega.
Il muto Davide che stava riprendendo la parola, fece addirittura una domanda:
Ma perch ne hanno uccisa una a Milano e una a Roma? Era un poco ingenuo.
E lui, suo medico curante, glielo spieg, paziente, era l'unico col quale avesse
pazienza. Perch se in quattro giorni, qui a Milano, veniva trovata prima una
bionda annegata, mettiamo, nel Lambro, e poi una bruna svenata a Metanopoli, la
polizia poteva collegare queste due morti piuttosto misteriose e dubitare fin
dal primo momento che ci fosse un legame e qualche grossa attivit. Invece cos,
la morta annegata a Roma, non pu avere niente a che fare, almeno per il
momento, con la morta di Metanopoli, la polizia di Roma si studia la sua
annegata e quella di Milano la sua svenata, senza trovare niente perch manca il
collegamento. Il collegamento l'ha trovato lei, che ci ha fatto avere quella
pellicola e che stato con Alberta il giorno prima che l'uccidessero.
Allora, disse Davide, dal mutismo, in fondo, qualcuno passa perfino alla
logorrea, se io avessi consegnato subito quella pellicola in polizia e avessi
detto tutto quello che mi aveva raccontato Alberta, forse si sarebbero scoperti
subito, i colpevoli.
Forse, disse lui, medico curante, clandestino. Il suo paziente aveva tutti i
complessi di colpa, non gliene sfuggiva uno. Ma prima di tutto lei doveva
sapere che quel cosino rimasto nella sua auto insieme col fazzoletto di Alberta
era un caricatore e conteneva della pellicola gi impressionata. Invece non lo
sapeva. Poi suo padre le avrebbe rotto le ossa una per una appena avesse saputo
che lei si era incastrato in una storia come questa. Risatella di Carrua che
conosceva il suo potente amico ingegnere Pietro Auseri, sorriso comprensivo di
Mascaranti. Lei non colpevole di nulla. Stia quieto e ci versi della birra.
Allora possiamo fare qualche conclusione, disse Carrua. Primo punto, tratta
delle bianche. Credo che non ci sia nessun dubbio.
No, non c'era nessun dubbio, anche se medico e apostolo, lui aveva fame e fin
le poche tartine rimaste.
Secondo punto, tratta delle bianche in grande stile. Non sono due squallidi
sfruttatori di qui che si sono messi in contatto con due squallidi sfruttatori
di qualche altro paese, per scambiarsi un po' di disgraziate. Questa gente
organizzata che non esita davanti a niente, che ammazza tranquilla per non
essere scoperta. Anche questo mi sembra evidente.
Abbastanza, anche se lui, come apostolo, non credeva alle grosse organizzazioni.
Qui, dovevano essere pochi farabutti, ma buoni, e sapeva gi dove Carrua voleva
finire. Glielo disse: Va bene, vuoi informare l'Interpol, giustissimo. Alla
fine scoprirete tutto, ma sar una storia molto lunga perch vi manca la
traccia. Queste due ragazze non sono due professioniste, sono due dilettanti,
due lavoranti in proprio, due sciagurate, naturalmente, ma di buona famiglia.
Ogni tanto svolgevano quell'attivit, ma senza legami col mondo della
prostituzione, senza sfruttatori, come Carrua, anche lui odiava quei termini
come pappone, mangiamangia, che piacevano tanto ai registi cinematografici. I
loro genitori, i parenti, i vicini non sanno nulla della loro attivit, sono
ragazze che lavorano e anche nei posti dove lavorano ne parlano solo bene:
'ragazze serie, a posto, puntuali', infatti per non farsi scoprire dopo qualche
settimana, devono fare cos. L'unica traccia che avevamo era quella pellicola,
ma il fotografo, oltre a essere scomparso, non sappiamo neppure chi sia, e le
fotografate sono morte. S, certo, finirete per prendere questa gente, ma ci
vorr molto tempo. Io, invece, ho fretta.
Altra risatella di Carrua. Ah, s? E cosa vorresti fare per sbrigarti?
Non lo so ancora con precisione, ma vorrei partire da un'ipotesi.
Quale?
Che quei signori abbiano ricominciato il loro lavoro. Dopo la paura provata per
la pellicola scomparsa e dopo aver ucciso le due ragazze, saranno stati quieti
un po' di tempo, diciamo tre, quattro mesi. Poi, visto che la polizia aveva
creduto abbastanza al suicidio della bruna e alla disgrazia della bionda, hanno
ricominciato a muoversi, la piazza di Milano rende molto, anche tu, al loro
posto, se avessi questo affare, ricominceresti a muoverti.
A me non piace che mi prendi per soggetto di questo lavoro, disse Carrua, l
in albergo tentava di non gridare. Per s, riprenderei a muovermi.
Ecco, gli spieg, per quanto Carrua dovesse aver gi capito, se riprendi a
muoverti fai le stesse cose che facevi un anno fa e che si sono dimostrate tanto
redditizie, cio vai in cerca di ragazze novelle, che stiano l l per entrare
nel giro, e le fai entrare nel tuo, di giro, prima che te le prenda la
concorrenza. Possiamo partire, dunque, da questa ipotesi: i signori che
c'interessano stanno lavorando di nuovo, qui a Milano, anche adesso, questa
sera.
Carrua non si muoveva, era diventato di legno, quando si concentrava gli
succedeva cos. Sicuro. Allora la solita trappola. L'ipotesi che loro
lavorano ancora. Noi, perci, prendiamo una ragazza, la mettiamo in giro per la
strada a fare quello che facevano quelle delle fotografie e una volta o l'altra
lei viene fermata da uno di questi, e una volta che ne abbiamo preso uno, li
abbiamo presi tutti. Si potrebbe tentare, non costa niente.
Forse non era proprio cos. Costa una ragazza. Chi prendi per questo lavoro?
Mascaranti ha un archivio personale di donne che possono farlo.
Pensaci bene, dottor Carrua, non puoi usare una professionista. Questa gente
cerca mele senza baco, appena staccate dal ramo. Non puoi imbrogliarli con una
puttana travestita da mezza verginella. E scusa se ho detto puttana.
E va bene, ma non ti arrabbiare.
Ma io ho anche mele senza baco, appena staccate dal ramo, disse Mascaranti, la
frase aveva il tono sintattico di quella di un piazzista che offre sempre la
merce migliore.
Mascaranti, non lo dovevi dire, gli spieg con irritatissima pazienza, un
medico sa mantenere sempre il suo controllo. Lo so che hai le tue informatrici
anche nelle buone famiglie, ne hai perfino nelle cliniche, tra le infermiere,
per sorvegliare un po' l'uso della morfina e altri goderecci, ma cerca di capire
il lavoro che dovrebbe fare questa tua mela senza baco: farsi fermare con
discrezione da un mucchio di uomini, prima di trovare quello, se lo trover, che
cerchiamo noi. Una ragazza magari vergine e col fidanzato, non ti fa questo
lavoro per fare un piacere alla polizia.
Silenzio. Poi Carrua disse: Mi sembra che piova, si alz, and a guardare alla
finestra e vide le pubblicit luminose di piazza Cavour riflettersi sulla strada
bagnata. Forse l'hai tu questa ragazza che occorre, disse senza voltarsi, cap
che pioveva piano, dolcemente, pioggia d'estate senza temporale.
S, se fossi un farabutto l'avrei, gli disse. Si alz anche lui. Forse sono
un farabutto. And a sedere sul letto, prese il ricevitore e chiese quel numero
al centralino. Piove davvero? domand stupidamente. Anche gli altri due si
erano alzati, sembravano interessatissimi alla pioggia e si misero a guardare
dall'altra finestra volgendogli le spalle.
Per favore, Livia, gli aveva risposto una voce d'uomo, un anziano, pens.
Lei desidera parlare con la signorina Livia Ussaro? disse la voce
dell'anziano, puntigliosa.
S, signore, grazie, doveva essere il padre.
Pu dirmi per favore chi parla? Le telefonate dei maschi dovevano seccare al
genitore formalista.
Duca Lamberti.
Luca Lamberti?
No, Duca, d come Domodossola, cominciava a seccarsi anche lui, il maschio. Ud
in secondo piano la voce di Livia: Lascia, pap, poi in primo piano, calda,
proprio senza niente di frigido: Scusi, era pap.
Scusi lei. Come erano bene educati. Ma pioveva davvero? Avrei bisogno di
vederla, subito. E' possibile?
Era tanto che l'attendevo.
Questo non era leale, era quasi adescamento. Vengo a prenderla fra dieci
minuti. Va bene?
Benissimo. Aspetto sul portone.
Depose il ricevitore, guard i tre che stavano in piedi in mezzo alla stanza.
Pioveva davvero? Allora avrebbe potuto portarla alla Torre del Parco, commovente
torre Eiffel milanese, con quel tempo non doveva esserci nessuno. Si alz. Ti
so dire qualche cosa domani, disse a Carrua.
No, te la dico io adesso, disse Carrua, come gli si avventasse contro. Tu non
fai niente. A questo punto basta, non ti mischi pi nel nostro lavoro. Te lo
proibisco formalmente.
E perch? gli domand, quasi rispettoso, era un romagnolo freddo, controllato.
Sono state gi ammazzate due ragazze, disse Carrua, era un sardo focoso, ma
calcolatore.
Me ne ricordo. Molto bene, anche.
Tu sei un cittadino privato, non un poliziotto. Un terzo cadavere di donna non
lavoro per te. Ti diffido a occuparti ancora di questa storia.
Va bene, gli disse vicino alla porta. Era diffidato, e seriamente, Carrua non
scherzava. Buonasera.
Duca, sta' attento.
Usc senza rispondere. Loro avevano ragione, ma non capivano, dovevano seguire
la legge, la legge qualche volta tanto strana, favorisce i delinquenti e lega
le mani agli onesti.
Pioveva davvero, e in meno di dieci minuti aveva gi raccolto Livia davanti al
portone di casa sua, e in meno di venti, con la Giulietta, arrivava ai piedi
della Torre del Parco, e dopo tre minuti erano nel salottino rotondo del bar
della Torre, a oltre cento metri di altezza sulla Valle Padana e, in
particolare, sulla citt di Sant'Ambrogio. Pioveva sempre pi forte, la
pioggerella d'estate si stava trasformando in temporale, dai finestrini, come da
un aereo, vedevano il cielo pieno di lampi che divenivano sempre pi luminosi,
la radiolina tenuta accesa dal barista sembrava una padella piena di castagne
che stessero esplodendo. Uno scenario cinematografico sprecato, per le porcherie
di cui doveva parlarle.
E' sempre per Alberta che ha voluto vedermi? disse lei.
S. Ah, aveva un abito a fiori bianchi su fondo nero, grandi fiori, era un
poco lo stesso modello di quello dell'altra volta, borsetta nera, piccola, di
paglia, labbra e unghie dipinte di arancione tenue, orologino da polso grande,
quasi stonato per la grandezza, maschile, in un abbigliamento cos femminile.
Segni particolari: il modo in cui lo guardava, non era per niente leale.
Allora dica, preg lei.
Le disse, tutto, anche le virgole e poi sper che lei dicesse di no.
Ma lei non disse n s, n no, cominci a parlare in modo che lui cap che
doveva essere un gran bel discorso. Bisognava lasciarglielo fare, non poteva
darle altre soddisfazioni, non aveva da offrirle che lacrime e sangue, come
Churchill.
Non ho pi fatto esperimenti di quel genere, da quando morta Alberta, disse
la sua Livia Ussaro, sullo sfondo del brontolio dei tuoni sempre pi forte,
quella stata l'ultima prova che non pu esistere una prostituzione privata.
L'ho scritto nei miei appunti che la donna una merce troppo richiesta,
rappresenta un fattore economico e sociale troppo vivo perch non vi si crei
intorno tutta una struttura di interessi.
Concetti vecchi, ma esatti. La signorina Argomenti Generali non presentava
teorie rivoluzionarie, ma fatti veri.
Specialmente oggi non possibile che una donna, per suoi motivi privati e
libera decisione, possa svolgere privatamente quell'attivit. Tutto
strutturato per prenderle delle percentuali, per 'proteggerla', per
'organizzarla'. Una bustaia, durante i miei primi esperimenti di due anni fa,
insisteva per regalarmi dei reggicalze, avevo gi capito e finsi di accettare,
allora mi disse che conosceva un signore che avrebbe potuto farmi dei regali
molto pi importanti. Un guardiano di parcheggio mi aveva visto scendere
dall'auto di uno e aveva capito. Mi disse: 'Senta, non stia tanto a faticare per
cercare qualche cosa, e poi girare per la strada da sola non sta bene. Ci penso
io. Ci sono tanti stranieri che mi chiedono come possono fare. Lei se ne sta a
casa, e quando c' qualche cosa le telefono io, non meglio?' Sicuro, era molto
meglio, ma diveniva, a parte il fatto che voleva la met, un'attivit
professionale, io invece volevo vedere se era possibile restare una dilettante.
Non possibile. Una volta ho avuto anche tanta paura, e di solito un
sentimento che non provo. Senza saperlo mi ero fermata un momento in via
Visconti di Modrone, era pomeriggio, non sapevo che era zona assegnata, almeno
la sera, stavo attenta a non andare mai dove erano le professioniste, quella
volta sbagliai. D'improvviso scese uno da una motoretta, se avesse portato al
collo un cartello con scritto 'protettore', si sarebbe capito di meno chi era.
Mi disse pressappoco questo: 'Non credere di fare i tuoi comodi. Dimmi chi il
tuo amico e gli spacco la faccia.' Non voleva credere che non avevo 'amici'.
'Allora ho capito, se il tuo amico non ti va pi, sei libera, per se vuoi
venire qui, il tuo amico sono io.' Voleva costringermi a entrare nella sua
'scuderia', ma passava un po' troppa gente e riuscii a liberarmene. Ma ebbi
tanta paura.
La follia di Livia era evidentemente completa ed era proprio da farabutto
approfittare di una cos lucida folle. Ma forse lei avrebbe detto no. Intanto i
fulmini danzavano intorno a loro, il barista li interruppe per dire che lui
aveva paura dei temporali e che un'altra volta non avrebbe accettato di lavorare
in un posto come quello.
In fondo oggi esiste solo una forma di semiprostituzione senza sfruttamento.
Sono le brave ragazze che hanno un amico anziano, qualcuna ne tiene anche due,
pi il fidanzato, se l'hanno. Sono le separate dal marito che devono pur farsi
aiutare da qualcuno, e se questo qualcuno di modesti mezzi, le aiuta per un
po', qualche mese, poi ne devono cercare un altro. Delle brave signore hanno una
macchina per lavorare a maglia a casa, e fanno anche le maglie per le vicine, le
conoscenti, qualche lontano parente. Ogni tanto qualcuno viene a trovarle. 'Come
va, signora?' 'Eh, cos cos,' pu essere un vicino di casa dove abitavano
prima, o il droghiere da cui fanno credito. 'Non si offenda, signora, le ho
portato una cosetta.' 'Ma perch si disturbato, non posso accettare.' 'Ma no,
soltanto una borsa, non mica un anello con brillante.'
Come rifaceva bene il verso, e la Torre, era solida davvero? Parla, parla
tenerezza mia, e poi dimmi di no.
A me questa forma sembra odiosa, perch ipocrita. Non farei mai una cosa
simile. Lei parlava, ah, s.
Le piacevano le situazioni chiare, devono essere proprio i pazzi che non amano
le sfumature, i compromessi. Forse la Torre era molto solida, ma in ogni caso il
temporale si afflosci d'improvviso, smisero i lampi, i tuoni e la pioggia
cominci a scrosciare di meno.
Ho parlato troppo, lo so, con lei parlo troppo, volevo solo spiegarle perch
desidero aiutarla. Ho fatto i miei esperimenti e ho capito dove il male, s,
naturalmente, l'ha detto la Merlin, lo sfruttamento, non riusciremo mai a
eliminarlo, ma ogni volta che si trova uno sfruttatore bisogna schiacciarlo.
Mise appassionatamente tutte e due le mani sul tavolo. Mi dica che cosa devo
fare, con precisione.
Eccola l, un altro apostolo, che schiacciava il male. Insieme, facevano i due
crociati. Lei ci credeva davvero di schiacciare, ma cosa vuoi schiacciare
tenerezza mia? Pi ne schiacci pi ce ne sono. E va bene, ma forse bisogna
schiacciarli lo stesso.
Ci pensi qualche giorno, prima di accettare.
Con me non deve parlare cos, non ho bisogno di pensarci, io penso subito.
S, s, tenerezza. Va bene, allora pensi subito a quelle due, sono morte, se
sbagliamo potrebbe essere lei la terza.
L'ho gi pensato.
E pensi anche che abbiamo contro tutti, anche la polizia e non saremo protetti
da nessuno.
Gi pensato anche questo.
E allora, il lei ormai aveva una solennit pi intima del tu pi intimo,
pensi che ogni giorno dovr andare con un uomo o due, per settimane, forse per
niente, perch non troveremo un tubo, oppure per essere la terza morta
ammazzata, ma lo pensi davvero, qui non stiamo mica giocando alle belle
statuine. Si era arrabbiato, aveva fatto del turpiloquio volgarissimo. Scusi,
le disse.
Freddamente lei disse: Anche questo non doveva dirmelo. Lei ha introdotto una
nota personale nella questione. Da quello che mi ha detto, e dal modo, io dovrei
pensare che a lei dispiaccia che io, per questo lavoro, debba andare con degli
uomini. Se cos, tutto rimane falsato, oltre al fatto che a me non interessa
affatto quello che a lei dispiace o no. Lei mi ha chiesto di fare questo lavoro,
quando le ho detto di s, mi risponde di no. E' lei che gioca alle belle
statuine, non io.
Sta' zitta, sta' zitta, perch lui doveva mettersi sempre in storie senza via
d'uscita, in eterni principi?
Mi dica quello che devo fare, e basta. Sono maggiorenne e so quello che faccio,
se le avessi voluto dire di no, le avrei detto di no. Ma non posso dirglielo.
"Non poteva". Va bene, allora andiamo di sopra, sul terrazzo, all'aria fresca,
adesso non piove quasi pi.
Glielo spieg lass, torreggiando su tutte le luci di tutta Milano, c'era un bel
vento, umido come una lenzuolata fradicia in faccia, le spieg gli abominevoli
particolari dello sconcio lavoro da fare, le dette le turpi raccomandazioni che
glielo avrebbero reso meno pericoloso, le spieg il segnale: Se mette il gomito
fuori del finestrino una volta, vuol dire 'trovato'. Se lo mette due volte di
seguito vuol dire 'pericolo'. Domani le porter Davide e faremo la prova
insieme, appena c' qualche cosa che non va, faccia il segnale, e lui arriva.
Perch era cos, adesso metteva di mezzo anche l'altro poveretto. Quando uno
aveva la testa malata come lui non conosceva limiti.
Poi si prese la sua Livia Ussaro e l'accompagn a casa, sul portone si dettero
perfino la mano, mancava che si dicessero grazie della compagnia. Torn al
Cavour completamente nauseato di ogni cosa, a cominciare da se stesso, ma
esclusa lei.
PARTE TERZA.
"Forse lei rimasto alle ragazze con la giacca di pelle ferme vicine al juke-
box, alle bruciate del 1960 coi capelli lunghi all'annegata: quelle s, secondo
lei, possono battere il marciapiede, le altre no. Credo che sia rimasto
indietro.
Pu darsi, non ero ancora arrivato alle professoresse che battono."
1.
Ecco Livia Ussaro al lavoro, nel tratto ultimo di via Giuseppe Verdi, quasi in
piazza della Scala, ore dieci e trenta appena passate, la zona stata scelta
criticamente, come un raro testo letterario, dopo una riunione a tre, con Davide
ascoltatore senza diritto di voto. E' vestita compostamente, tutta di blu, la
gonna corta e il giacchino ha sotto, per coprire, qualche cosa di assai poco,
una camicetta vera e propria non . La sensazione che deve dare, quando viene in
su, verso piazza della Scala, quella di una signorina che cerca qualcuno o
qualche cosa, un negozio, o che aspetta l'ora di un appuntamento. Infatti la d.
Davide dislocato sotto i portici di piazza della Scala, la sua Giulietta, con
mille lire di mancia, stata messa gentilmente al primo posto di partenza
intorno al monumento a Leonardo da Vinci. Per molte mattine non si combinato
nulla, s, ci sono stati due signori che hanno rivolto la parola a Livia, ma uno
lei l'ha scartato perch non aveva l'auto - la persona che desiderano incontrare
gira assolutamente in auto - l'altro perch era un ragazzo di ventidue, ventitr
anni che aveva iniziato dicendole: Che bella sgarzolina, e la suddetta persona
che loro cercano non un giovane, deve aver superato i cinquanta, e non usa
certo dire sgarzolina.
Quella mattina, da sotto i portici, Davide vide un signore, piuttosto alto oltre
la cinquantina, fermarsi vicino a Livia che sembrava stesse aspettando il
segnale verde del semaforo. Il colloquio di Livia col signore continu, non si
spezz subito come altri, evidentemente Livia pensava che fosse un tentativo da
fare.
S, lo faceva e attraversava via Manzoni camminando vicino a quel signore, una
volta gli sorrise anche, ma molto dignitosamente. Il fatto stesso che Livia
accettasse la compagnia, voleva dire che il signore aveva l'auto e che lei aveva
gentilmente acconsentito a farsi accompagnare. Davide si mosse e raggiunse la
Giulietta, si trattava di sapere, ora, dove il distinto Casanova stradale aveva
parcheggiato la sua auto, ma Livia sapeva facilitarlo, frenando il suo
corteggiatore finch Davide non avesse potuto raggiungerli.
Ma adesso era facile, anche quel signore aveva l'auto parcheggiata intorno a
Leonardo, una bella Taunus nera, ma la Taunus era incastrata nel mezzo del
formicaio e Davide fece in tempo a fumare quasi una sigaretta prima che l'altro
si avviasse e lui potesse seguirlo. Inizi la passeggiata, anche il percorso era
stato criticamente studiato: via Manzoni, via Palestro, corso Venezia, corso
Buenos Aires, piazzale Loreto.Le ragioni erano due: la signorina diceva al suo
accompagnatore che doveva andare al principio di viale Monza, cos il percorso
era abbastanza lungo da consentire all'ammiratore e a Livia di avere uno scambio
di vedute. Se Livia giudicava che valeva la pena di continuare, accettava le
offerte galanti e allora il suo ammiratore veniva consigliato di andare verso
Monza, c'erano degli angoli tanto tranquilli. Altrimenti lei convinceva il
signore che si era sbagliato, che era la prima volta che lei accettava un
passaggio e che non lo avrebbe fatto mai pi perch gli uomini cercano subito di
approfittare.
La Taunus segu il percorso prefissato sotto il sole che diveniva pi caldo e,
nel fiume compatto di veicoli che scivolavano per corso Buenos Aires, arriv in
piazzale Loreto, gir intorno alla stazione dell'M.M. e ai primi numeri di viale
Monza si ferm. Davide, sfidando la contravvenzione, si mise proprio dietro.
Vedeva benissimo Livia e il signore che doveva insistere, ma Livia scuoteva il
capo molto austeramente. La farsa dur un paio di minuti, poi il signore si
rassegn, scese per accomiatarsi dalla scontrosa signorina, le apr la portiera,
l'aiut a scendere, si capiva che insisteva ancora, ma Livia era la virt irremovibile.
Quando la Taunus se ne fu andata - altra regola fondamentale: prendere il numero
di tutte le auto di questi galanti, anche quando l'incontro va a finire in
nulla, e lui l'aveva preso - Livia attese un poco, poi sal accanto a Davide
sulla Giulietta.
E' uno matto, ma Livia sorrideva appena, o deve essere il caldo, ha perfino
dei biglietti da visita e me ne ha dato uno. Tenga, lo dia a Duca.
"Cav. Marnassi Armando rappresentanza esclusiva coloranti alimentari Alcheno",
seguivano due indirizzi e due numeri di telefono. Davide lo mise nel taschino
della giacca, lo avrebbe dato a Duca. Perch matto? chiese guidando verso
via Plinio.
Mi ha offerto subito lavoro, duecentomila lire al mese di stipendio, ha bisogno
di una segretaria di fiducia. Poi mi ha spiegato che lui ha comprato diversi
appartamenti, per impiegare i soldi, e se io non fossi contenta di quello dove
mi trovo, lui me ne dava volentieri uno. Se il percorso fosse stato pi lungo e
non avesse avuto gi moglie, forse mi avrebbe chiesto di sposarlo. Se non le
avesse dato il biglietto da visita, forse avrebbe pensato che tutte quelle
proposte erano delle esche, ma un uomo cos abbondantemente maturo che d il suo
nome, indirizzo e telefono, parla quasi sul serio. Forse era uno dei pochi
anziani, ma giovanili, sprovvisti di amica con appartamento o "boutique", e
stava cercando di ovviare rapidamente all'inconveniente.
Bene, nel pomeriggio, dopo un paio d'ore d'interruzione, si riprendeva. Alle tre
e mezzo Livia Ussaro si trovava nella seconda zona: piazza San Babila, fino a
piazza San Carlo, fare il giro di tutte le gallerie, con esclusione della zona
di via Montenapoleone, non perch asessuata, ma perch dedita ad altre attivit,
diversamente impegnative. A quell'ora, soprattutto d'estate, gli uomini maturi
dormono, i pi attivi in potenti poltrone, i viziati addirittura a letto, solo
alle quattro e mezzo o le cinque arriveranno, aspersi discretamente di rare
colonie rinfrescanti, dietro le loro scrivanie, a prendere importanti decisioni.
Ma, alla stessa ora, invece, molte giovani milanesi o foranee, spesso graziose,
non bisognose di siesta pomeridiana, insensibili al caldo, girano per quella
zona guardando le vetrine, facendo qualche compera o incontrandosi con qualche
amica. Se un signore anziano, interessato, conosce questa abitudine, sa che
proprio a quell'ora e nelle zone pi ricche di negozi che trover ci che lo
interessa; cos rinuncia al riposo dopo colazione, e va. E' anche un'ora
discreta, senza nulla di equivoco, un uomo di oltre cinquant'anni vicino a una
longilinea giovane bruna, a quell'ora non d l'idea del fauno, ma dello zio.
Ammesso che la persona che cercavano esistesse ancora, si dedicasse ancora alla
sua attivit, quella era la zona in cui vi erano pi probabilit di incontrarla.
Per questo la stessa zona veniva rastrellata anche la sera, dalle nove alle
dieci e mezzo, col nome di seconda zona bis: era l'ora del cinema, del teatro,
bastava tenersi lontani da corso Vittorio, area di servizio delle
professioniste, e dedicarsi un po' di pi a corso Matteotti, per avere buone
probabilit di fare qualche incontro.
La centrale di comando di questo complesso sistema di appostamento in un
appartamento di piazza Leonardo da Vinci, quello suo, comperato da suo padre,
sulla porta c' ancora la targa "dott. Duca Lamberti", quella in strada di
fianco al portone con "dott. Duca Lamberti medico chirurgo", l'ha fatta subito
togliere, a quella sulla porta, invece, ha applicato una striscia di scotch
sulla parola "dott.", ma una mattina ha trovato che qualcuno aveva tolto la
striscia, il solito fattorino idiota, o il solito ragazzaccio. Ha rimesso la
striscia un'altra volta, ma un'altra volta gliel'hanno tolta, e allora ha
rinunciato.
Il direttore della centrale lui, lui l'ideatore del sistema nei suoi pi minuti particolari, e adesso deve solo attendere i rapporti serali di Davide.
Fino a sera dopo le undici, quando arriva Davide, non ha assolutamente nulla da
fare, tranne che attendere lo squillo del telefono, da un momento all'altro la
sua Livia Ussaro pu centrare il bersaglio, e allora il telefono chiamerebbe. Ma
una probabilit verosimile?
Intanto che attende, lui si dedica alla vita di famiglia, alla sorella Lorenza,
alla nipotina Sara. Dopo tre anni di carcere, stando cos sempre in casa - non
si pu uscire perch il telefono potrebbe chiamare proprio in quel momento - si
scoprono molte cose. Lui aveva scoperto che sua sorella era divenuta paurosa.
Quando l'aveva vista l'ultima volta prima di essere arrestato, lei sembrava
trionfante, trionfante di coraggio, quasi che l'arresto e il processo fossero un
onore, gli aveva scritto in carcere che tutti i giornali parlavano di lui, che
stava diventando un medico famoso, era sicura dell'assoluzione e dopo avrebbe
avuto migliaia di pazienti, presto una clinica sua.
Adesso era molto diversa, lui la seguiva da quando, insieme, si alzavano e
badavano alla bambina, insieme pulivano la casa, preparavano da mangiare, ed era
una continua paura. Aveva paura di tutto. Era stata cos felice quando lui era
tornato e le aveva detto che per un po' di tempo si fermava l, ma un
pomeriggio, in cucina, mentre Sara dormiva, aveva dovuto spiegarle la ragione,
parlarle di Livia Ussaro, delle due ragazze fotografate e morte, della ricerca
di uno cos e cos.
Perch lo fai? aveva chiesto, apprensiva.
Difficile spiegarglielo, Lorenza non era come Livia Ussaro che si nutriva di
concetti astratti. Con Lorenza occorrevano fatti, concetti concreti come oggi
luned e domani marted. Le rispose: Sono stato incaricato di curare un
ragazzo, Davide, e mi hanno anche pagato per questo. Ora il male di Davide non
tanto che beva, ma un altro, pi profondo: deve riimparare a vivere, a trattare
coi suoi simili, e per insegnarglielo, bisogna dargli qualche cosa da fare,
quello che sta facendo adesso una cura massiccia, che dovrebbe guarirlo
senz'altro, la caccia all'uomo che ha ucciso Alberta. Se riesce a trovarlo, se
riesce a prenderlo e punirlo, si sente finalmente un uomo vivo e operante, e non
avr pi bisogno di bere. Per lui, Alberta, stata come la prima donna: deve
vendicarla, e la vendetta nutre e guarisce. Forse era un po' troppo
semplicistico, ma concreto.
Lorenza non aveva detto nulla, ma continuava ad aver paura. E se succede
qualche cosa a quella ragazza? Sei stato tu a farle fare questo lavoro.
S, il responsabile era lui, e a Livia Ussaro poteva accadere qualunque cosa. Ma
era quasi sicuro che non le sarebbe accaduto nulla, per la semplice ragione che
non avrebbe trovato nulla e nessuno. Pi passavano i giorni, pi ogni sera
Davide arrivava, faceva il suo rapporto e il rapporto era sempre quello, trovato
niente, pi il suo piano mostrava tutta la sua improbabilit.
Anche quella sera Davide chiam dalla strada e lui gli butt la chiave del
portone. In cucina c'era della birra gelata che lo aspettava, ma prima di berne,
spieg gli scarsi episodi della giornata. Niente. Livia aveva accettato due
passaggi che sembravano probabili, ma in viale Monza, come al solito, era
discesa, si trattava di onesti padri di famiglia rimasti in citt, che vagavano
cos sulla loro auto, tentando, ma senza troppa convinzione.
In tanti giorni di ricerca Livia aveva trovato tutto, escluso quello che
cercavano. Aveva trovato perfino una lesbica e questa era stata fastidiosissima,
non la voleva pi lasciare andare, l'aveva seguita nelle sue passeggiate a
piedi, svolgendo una tale opera di propaganda a favore di quello che essa
chiamava parisessualismo, che Livia al telefono aveva confessato di dover fare
un certo sforzo a rifiutare tutti quegli argomenti. Da un punto di vista
teorico le assicuro che sono rimasta quasi convinta, vi sono delle ragioni
dialetticamente inoppugnabili per cui il parisessualismo ha gli stessi diritti
dell'eterosessualit. Anche al telefono Livia si abbandonava al suo astratto
piacere e lui la lasciava parlare: era l'unica mercede che le dava.
Tutto era capitato in quei giorni, escluso quello che attendevano che capitasse.
Era capitato anche l'ubriaco violento, Livia si era accorta troppo tardi che lo
fosse e una volta in macchina, per salvarsi, aveva dovuto dare il segnale di
pericolo, per due volte aveva appoggiato il braccio al finestrino e Davide era
accorso superando l'auto dell'ubriaco e bloccandola. La mole di Davide aveva
convinto l'ubriaco a non protestare e Livia era stata portata in salvo a casa.
Era capitata perfino la polizia, due agenti, una sera, in San Babila, avevano
chiesto i documenti a Livia. La qualifica insegnante sulla carta d'identit li
aveva un poco tranquillizzati, erano due bravi ragazzi rispettosi della cultura
e non potevano immaginare che una laureata in storia e filosofia suonasse le
nacchere in San Babila, per l'avevano consigliata ugualmente di tornare a casa.
Ma il signor A non era capitato. Lo chiamava signor A invece che signor X,
perch a rigore quell'uomo non era un'incognita: era qualche cosa di preciso, un
alto dirigente dello sfruttamento. Lui non ne conosceva il nome e la figura
fisica, ma sapeva che esisteva. E' come quando dite: L'uomo pi grasso di
Milano, non l'avete mai visto, non sapete se un chimico o un proprietario di
trattoria, se biondo o bruno, ma sapete che esiste, si tratta solo di trovarlo
e di pesarlo, e allora lo si riconosce subito perch quello che pesa pi di
qualunque altro cittadino milanese. Del signor A, per, nessuna notizia.
Davide, mi dia per favore il suo elenco di numeri d'auto. La radio a
transistor suonava sommessamente, Lorenza l'aveva lasciata accesa prima di
andare a letto, dalla finestra della cucina aperta sul cortile veniva il buon
odore del cemento caldo, la birra s'intiepidiva solo a lasciarla l mezzo
minuto, bisognava berla subito, e del resto lo facevano. Sfogli il notes che
Davide gli aveva dato, vi erano scritti esattamente ventitr numeri di auto, di
cui quattro non di Milano e perfino una targa estera, francese.
Mascaranti, che partecipava segretamente alle operazioni, di nascosto di Carrua,
aveva filtrato uno per uno tutti quei numeri ma era stato solo per uno scrupolo
fanatico: attraverso le informazioni di Livia si sapeva gi che quelle auto
appartenevano a persone che non c'entravano, e infatti Mascaranti ne aveva avuto
la riprova. Uno per uno i proprietari delle auto erano stati controllati, ma il
signor A non c'era. Mascaranti vi aveva trovato perfino un ricercato dalla
questura di Firenze, e l'aveva fatto arrestare, ma il signor A, no.
Quanto tempo doveva durare una simile ricerca? Ogni sera, era tentato di
chiudere. Carrua avrebbe provveduto benissimo da s, era il suo mestiere, e con
l'Interpol. Perch se la pigliava tanto, che c'entrava lui, e perch metteva di
mezzo anche Livia Ussaro? Poi rimandava la chiusura al giorno dopo.
Restitu l'inutile elenco a Davide. Prenda il whisky, poi andiamo a dormire.
Doveva dargli ancora un po' di whisky, soltanto a birra Davide non funzionava.
Ma era un bravo ragazzo, non beveva di nascosto, anche adesso che lo poteva,
perch di giorno, seguendo Livia, era libero di entrare quando voleva in un bar,
e la sera se ne andava a dormire al Cavour, tutto da solo e poteva bere quello
che voleva. Ma non lo faceva.
In un armadietto l in cucina c'erano un paio di bottiglie di whisky, Davide
prese quella gi aperta, si serv abbondantemente da solo - gliel'aveva ordinato
lui - e dopo aver bevuto disse, sintetico: Perch deve essere un uomo sui
cinquant'anni? Aspett vanamente una risposta, allora disse: Di solito sono
dei giovani, il tipo che piace alle donne e che le sa convincere.
Lui spense la radiolina che cominciava a trasmettere l'intensa attivit dei vari
ministri. Quei giovani che dice lei lavorano senza fotografie, su merce
scadente, scusi, volevo dire su donne da poco, gi anche troppo disposte a
prostituirsi, e sono quasi tutti ampiamente conosciuti dalla polizia. La persona
che noi vogliamo trovare fa un lavoro molto diverso, di un'altra classe, e assai
pi vasto. Cerca ragazze 'nuove', di un certo stile, come Alberta, deve
rifornire probabilmente case di appuntamento di alto livello, in Italia e
all'estero. Un traffico organizzato esattamente come un ufficio importazione-
esportazione. Hanno bisogno delle fotografie perch le spediscono o le portano
personalmente ad altre persone interessate al commercio. Tutte le cinquanta
fotografie di una pellicola Minox stanno comodamente in una busta o si possono
nascondere in un pacchetto di sigarette anche pieno e dalle negative si possono
ottenere ingrandimenti anche 30 per 45. Molti uomini sono timidi, preferiscono
scegliere una donna guardando una specie di album; poi tenere una dozzina di
ragazze in un appartamento sempre pericoloso, invece si tiene l'album, il
galante sceglie, la n. 24 per esempio, e all'ora e nel luogo indicato trova la
24. Ma per questo traffico non vanno bene le ragazze solite che sono gi per
quella strada e che danno retta al bel giovanotto. E per convincere questa merce
di prima scelta, scusi, parlo sempre di donne, occorre un uomo maturo, esperto.
Pensi ancora a Alberta, non si sarebbe certo lasciata persuadere da un
giovanotto coi capelli cotonati, appena uscito dal parrucchiere che gli ha fatto
la maschera di bellezza, occorre un uomo maturo, sicuro di s, un 'signore', e
del resto questo tipo di uomo fa effetto un po' a tutte le donne. Lei non
stato in galera come me, tre anni, quindi le manca molta esperienza tecnica. Io,
in carcere ho goduto, senza volerlo, della simpatia di un grosso lenone, che mi
ha spiegato quasi tutto della sua attivit, per questo appena ho veduto quelle
foto mi sono allarmato, e quando abbiamo saputo che le due fotografate erano
state uccise, ho avuto la prova che si trattava di una grossa organizzazione. I
piccoli trafficanti non ammazzano, o molto raramente, ma in una vasta
organizzazione bisogna essere spietati.
Il corso accelerato di industria del meretricio continu ancora per un poco, poi
venne interrotto dal pianto della piccola Sara, nella stanza vicina.
E' quasi l'una, disse allora a Davide, adesso si beve duecento grammi di
latte a occhi chiusi, quasi senza svegliarsi, contemporaneamente fa pip e poi
fino a domattina alle sei o alle sette non d pi segno di vita. Ho sempre
pensato che questa forma di vita vegetale sia la pi civile, l'incivilt, almeno
per la razza umana, credo cominci appena comincia l'attivit cerebrale.
Anche questo secondo corso, sempre rapido, di metafisica sociale, venne
interrotto: da una telefonata.
Si alz inquieto, sentiva spesso le cose prima che avvenissero, ah, era un mago,
sorrise a Davide e and in anticamera. C'era un tranquillo odore di cera e di
gas.
S?
Ud la voce di Livia. L'ho trovato.
2.
Non occorreva essere dei campioni di intuizione per capire chi aveva trovato: il
signor A.
Ma Davide non l'ha riaccompagnata a casa? le disse. Davide alle undici l'aveva
riportata a casa e prima di ripartire aveva atteso che lei fosse entrata e
avesse chiuso il portone. Dove l'aveva trovato il signor A? Sul pianerottolo di
casa sua?
S, disse la sua Livia dalla bella voce limpida ma poi ho dovuto uscire di
nuovo quasi subito.
Perch?
Pap stava male, aveva un mal di denti terribile, non c'era niente in casa per
calmarglielo, allora sono uscita per andare in farmacia.
S, capisco.
Non c'erano tass, a quell'ora vanno tutti ad appostarsi davanti ai cinema.
Sono andata a piedi, in piazzale Oberdan c' quella farmacia aperta tutta la
notte.
E' un po' lontana da casa sua.
Non avevo scelta. In farmacia c'era solo un signore. Quando l'ho visto ho
pensato che era proprio quel tipo che lei dice che deve essere quel signore. Ho
comprato un tubetto di antidolorifico e sono uscita.
Livia Ussaro faceva anche gli straordinari. Aveva lavorato fino alle undici con
Davide, poi aveva visto un signore interessante, e aveva continuato.
Lui mi ha seguita. Non aveva fatto nulla per farsi seguire, aveva fatto solo
l'ingenua preda, gli aveva fatto sentire di essere quella che lui cercava.
Mi racconti ogni particolare.
Fuori della farmacia mi sono fermata sull'orlo del marciapiede per lasciare
passare delle macchine. Allora lui mi ha detto che col caldo tutti si soffriva
di mal di testa.
E lei?
Non gli ho risposto, ho sorriso un poco, ma come fossi seccata.
Perfetto. Poi la sua Livia Ussaro aveva attraversato corso Buenos Aires ed era
andata, di fronte, al posteggio dei tass. Il posteggio dei tass era ovviamente
vuoto, nessuno ha mai visto un posteggio di tass con qualche auto, se non
quando non ne ha bisogno. Il signor A l'aveva garbatamente seguita, senza pi parlare, come non la seguisse, come dovesse soltanto attraversare la strada
anche lui, ma quando l'aveva vista fermarsi al posteggio, si doveva essere
considerato un uomo fortunato.
Ho paura che dovr aspettare, aveva detto.
Altro sorriso di lei, senza parole, ma meno seccato, altre parole del signor A,
e infine lei lo aveva seguito, accettando il passaggio che lui aveva cos
garbatamente offerto, ed era salita sulla Flaminia blu scuro del signor A.
Il numero, Livia. Il numero della targa. Fosse stato anche un numero di venti
cifre, lo avrebbe ricordato inesorabilmente, senza bisogno di scriverlo.
Duca, forse sono stupida, ma non sono riuscita a prenderlo. Sembrava volesse
piangere.
Non era riuscita a sapere il numero dell'auto, il suo asso del controspionaggio
aveva mancato la pi elementare delle operazioni. Come mai?
Duca, le targhe sono sul davanti o sul dietro delle auto, ma per salire, si
sale di fianco, dove non vi sono targhe, si scolpava timidamente, senza
speranza, come sapesse di essere gi condannata. Durante tutto il resto del
tempo ho cercato l'occasione di poter guardare la targa, ma non stato
possibile, mi ha tenuto sempre in macchina, non potevo scendere e andare a
vedere la targa senza dare sospetti, non ho potuto, proprio non ho potuto.
Esigente, cattivo, le obiett: Ma quando lui l'ha lasciata ed ripartito, lei
poteva vedere la targa dietro, mentre l'auto se ne andava.
No, non ho potuto fare neppure questo. Ha voluto accompagnarmi al ritorno
davanti al portone di casa, e ha aspettato ad andare via che io fossi entrata,
non so se l'ha fatto soltanto per cavalleria, ma io ho dovuto chiudere il
portone, dopo essere entrata l'ho riaperto subito appena l'ho sentito partire,
ma l'auto era gi lontana e la via non molto illuminata.
Succede. Il grande "chef" cucina tranquillamente la battuta di cervo
all'imperiale con arance della California macerate nel rum, e poi sbaglia due
uova al tegame.
E allora che cosa sa di lui? le chiese quasi scortese.
Le fotografie.
Il signor A aveva portato la sua Livia verso il Parco Lambro, non proprio al
parco, che a quell'ora sarebbe stato un po' pericoloso, ma in un discreto viale
vicino, e del resto, per quello che doveva fare, avrebbe potuto fermarsi anche
in piazza del Duomo a mezzogiorno, perch si era limitato a conversare, era un
erotico colloquiale, le aveva fatto molte domande, ma discrete, quanti anni, di
che regione era, se era fidanzata, si era compiaciuto che fosse un'insegnante,
anche se per il momento non insegnava, disse che la cultura in una donna era la
cosa che lo eccitava di pi, si era abbandonato a qualche stanca carezza, poi
aveva confessato sinceramente che alla sua et sopravvenivano, per forza di
cose, delle distorsioni difficili da correggere, certo se avesse avuto
vent'anni, aveva sorriso, tutto sarebbe stato molto differente, ma ormai lui
riusciva a sentirsi ancora vivo solo se poteva guardare le fotografie di una
bella donna, naturalmente non molto vestita, anzi, per niente, lei doveva
compatire, ma il nudo fotografico aveva su di lui pi efficacia del nudo reale,
specialmente se aveva conosciuto, e parlato un poco, con la ragazza fotografata,
le foto di nudo delle riviste specializzate lo lasciavano indifferente, perch
non aveva mai incontrato le fotografate, a lui sarebbe piaciuto, ad esempio,
avere una bella serie di fotografie sue, ora che le aveva parlato e aveva visto
che gentile e attirante persona lei era. Come logico, lei non poteva avere
delle foto del genere, ma questo era un mediocre inconveniente che si poteva
eliminare subito. Lui aveva un amico, assolutamente fidato, esperto fotografo,
dal quale lei poteva recarsi. A titolo di gradimento lui sarebbe stato felice se
lei avesse accettato cinquantamila lire. L'aveva infine rassicurata che nessuno
mai avrebbe saputo della cosa, e del resto lei si sarebbe fatta fotografare col
viso in ombra, e infine era suo interesse tener nascosta questa sua debolezza
che rivelava la sua senilit. Livia aveva risposto che la cosa non le piaceva,
che non le piaceva neppure quello che stava facendo adesso con lui e che non
voleva farlo pi anche se le ristrettezze economiche erano gravi. Il signor A
l'aveva elogiata per questo suo proposito e le aveva fatto anche molti auguri
perch trovasse un buon lavoro e poi un bravo ragazzo e si sposasse, ma un po'
di fotografie non avrebbero cambiato nulla, non vero?
Aveva saputo insistere, con finezza, e alla fine lui le aveva dato l'indirizzo
del suo amico fotografo, aggiungendo anche ventimila lire.
Mi dica l'indirizzo, chiese impaziente alla sua Livia Ussaro. Aveva fatto
cenno a Davide che vedeva dalla porta della cucina aperta, di venire a scrivere.
Foto Pubblicit Modellistica, disse Livia.
Foto Pubblicit Modellistica, ripet lui e Davide scrisse.
Condominio Ulisse, oltre via Egidio Folli e oltre il dazio, disse Livia.
Condominio Ulisse, oltre via Egidio Folli e oltre il dazio, lui ripet, Davide
scrisse. E quando deve andare?
Mi ha detto di essere l dalle due alle tre del pomeriggio, perch dopo il suo
amico va a lavorare fuori studio, disse Livia.
Era un'ora studiata, la Milano che pu dorme in casa, la Milano che non pu,
vinta dal caldo, dorme per le strade, sui tram, negli uffici, nelle fabbriche,
un'ora pi solitaria e discreta di qualunque momento della notte.
E adesso i connotati, fece cenno a Davide di tenersi ancora pronto a scrivere.
Altezza?
Uno e settantacinque almeno, pi alto di me e io sono uno e settanta,
aggiunse ingenuamente: Coi tacchi.
Altezza uno e settantacinque. Corporatura?
Magra, la giacca sembrava vuota.
Colorito?
Un po' olivastro. Porta dei baffetti, sottili sottili, sono grigi, quasi
bianchi.
Capelli?
Grigi, quasi bianchi, stempiato, ma ne ha ancora molti e li tiene abbastanza
lunghi e ben pettinati.
Occhi?
Livia esit: Scusi, non sono riuscita a capire di che colore.
Naso?
Un po' aquilino, ma appena appena.
Non era molto, avrebbe passato quei dati a Mascaranti, che avrebbe fatto fare un
cartone dai disegnatori. Tutta la speranza era in quel fotografo, se
riuscivano a prenderlo lui avrebbe fatto il nome dei compari, e quindi anche del
signor A. E adesso c'erano molte probabilit di prenderlo.
Livia.
S.
Stia attenta a quello che le dico di fare.
S.
Rimanga a casa finch non le dir diversamente io.
S.
Non risponda mai al telefono personalmente. Se chiamano, mandi qualcuno della
famiglia, e faccia rispondere che non c'.
S.
Non vada mai ad aprire la porta lei, mandi qualcuno e se chiedono di lei,
stessa risposta: non c'.
S.
Naturalmente per questa notte nessuno si far vivo, ma da domattina alle sei,
le telefoner ogni ora per controllare che non sia accaduto nulla.
Che cosa pu accadere?
Credo niente, ma dopo l'esperienza dell'anno scorso possono essere divenuti pi prudenti. Possono sorvegliarla, per telefono o direttamente, per vedere se lei
ha contatti con qualcuno. Non era soltanto per questo, ma il resto non glielo
disse.
E adesso vada a riposare, Livia. Grazie.
Oh, sono contenta, contenta, di essere riuscita, lei disse, la voce infantile
trionfante.
Solo quando pos il ricevitore, si accorse che nell'anticamera quadrata, nuda,
eppure cos intima, c'era anche Lorenza, lo sguardo vago di timori.
Vai a dormire, sta' tranquilla.
Chi era? Non poteva stare tranquilla, sapeva tutto, Duca le aveva spiegato
tutto, ed era una storia odiosa.
Livia. Abbiamo trovato la persona.
E adesso che cosa fai?
S'innervos per la pena, e anche per il rimorso, perch aveva ragione lei,
perch era idiota, criminoso che invece di cercare un buon lavoro mettesse le
mani in quella schifezza. Pu darsi che esca, pu darsi che rimanga, ma una
cosa vorrei, che tu andassi a dormire senza preoccuparti di me.
Lorenza arross, per quel tono, e perch c'era anche Davide che ascoltava, lo
guard, forse tent di dire qualche altra parola ma era dominata dal grande
fratello, e rientr nella sua stanza.
Una guida di Milano, disse allora lui a Davide. Entr nella sala di soggiorno,
poco pi grande dell'anticamera, fra gli altri cos detti mobili di un cos
detto stile razionale - scelti da suo padre, che aveva pensato piacessero a lui
- vi era anche un piccolo scaffale con libri e riviste di anni prima, un
germoglio di biblioteca bruciato nello stesso istante in cui lui entrava in
carcere, tre anni prima. C'era anche della polvere, perch Sara non lasciava
troppo tempo alla madre di provvedere alla casa, ma c'era anche la guida di
Milano, il libretto con la bella pianta topografica, vecchia, ma poteva forse
ancora servire. Tornarono in cucina, distese sul tavolo la pianta, consult l'elenco delle vie, via Egidio Folli, all'estremo limite della citt, alle
spalle del Parco Lambro, la via poi si congiungeva con lo stradone che portava a
Melzo, Pioltello. Sono diventati molto prudenti, disse.
Perch? chiese Davide.
Non si fidano pi a mettere lo studio fotografico in piena citt. Si sono
decentrati anche loro, come le grandi fabbriche. Al minimo segno di allarme
saltano in auto e sono gi sullo stradone.
E adesso che cosa dobbiamo fare?
Ci sto pensando. Ma non era vero, in linea generale aveva gi deciso, solo
fingeva di riflettere per far credere a se stesso che non faceva colpi di testa.
Tutta una bugia.
Se fosse stato un onesto cittadino a questo punto doveva telefonare a Carrua,
dargli l'informazione del fotografo, e lasciar fare a lui. Ma non doveva essere
un onesto cittadino, e il suo certificato penale lo dimostrava.
Che stranezza, disse, se il padre di Livia Ussaro non avesse avuto il mal di
denti, Livia non sarebbe uscita per andare in farmacia e forse con tutti i
nostri appostamenti non avremmo mai trovato nulla.
Ora dobbiamo fare qualche cosa, disse Davide, era un impaziente e non si
accorgeva che domandava la stessa cosa per la seconda volta.
Certo, gli rispose. Sa andare in bicicletta?
Credo di s.
Ecco, adesso vediamo un po' a che ora sorge il sole. Aveva anche lui
un'agenda, dopo tutto, e molto bella, c'erano scritte molte cose utili, fra cui
che il sole, in quella settimana, sorgeva alle 5 e 32. Questo vuol dire che
alle cinque gi ci si vede un poco, quindi lei pu partire da qui alle quattro e
mezzo.
E dove devo andare? disse Davide.
In fondo a via Egidio Folli, a vedere dove questo condominio Ulisse, che
cos', quanto distante. Se andasse in auto darebbe sospetto.
E la bicicletta?
Il figlio del portinaio ne ha una. Sveglier il padre e me la far dare, sar
un po' sorpreso, ma un uomo che mi vuole bene, non so proprio perch. C'era
nella cucina il bel silenzio della notte piena, come se tutti dormissero, e
anche le cose l dentro sembravano dormire, le bottiglie di birra vuote, quella
di whisky propensa a diventarlo, i ciucciotti e i poppatoi di Sara su un piano
del lavello coperto da un tovagliolo, ma era certo che Lorenza non dormiva. Ma
anche Lorenza non poteva capire.
E dopo? disse Davide.
Vede, Davide, gli spieg, se loro sono divenuti tanto prudenti, dobbiamo
essere prudenti anche noi. Le spiego che cosa faremo domani. Un po' prima delle
due, Livia chiamer un tass e andr a questa Foto Pubblicit Modellistica. Noi
la seguiremo. Ma ammetta che qualcun altro, prudentissimo, segua anche lui
Livia, cos, per essere sicuro che Livia non si porti dietro qualche amico, come
noi. Se cos, questo tale si accorge che noi seguiamo Livia, e allora non
peschiamo pi nulla. E' chiaro?
Chiarissimo, gli disse con lo sguardo Davide.
Allora, noi dobbiamo seguire Livia, ma indirettamente. Cio, la precederemo,
partiremo un centinaio di metri prima di lei e andremo avanti cos, continu a
spiegargli. Ma anche questo, fino a un certo punto. Lei immagini la formazione:
prima noi, con la Giulietta, poi il tass con Livia e poi, eventualmente, questo
tale che sorveglia Livia. Finch siamo in citt, nel traffico, possiamo
mantenere questa formazione perch il tale non potr capire che noi siamo con
Livia, dato che la precediamo, ma quando siamo arrivati qui, in fondo a via
Egidio Folli, siamo in uno stradone in aperta campagna o quasi, indic tutto il
verde della pianta topografica, e saremo a quell'ora le uniche auto,
probabilmente; lui potrebbe anche sospettare, perch saremo troppo visibili.
Inoltre, quando saremo arrivati davanti a questo condominio Ulisse, dovremo
parcheggiare l'auto, se la parcheggiamo l davanti, siamo dei pedinatori un po'
ingenui. Quindi lei ha capito che cosa deve andare a fare laggi, in
bicicletta.
Cominciava a comprendere.
Lei fa un sopralluogo. Dopo aver visto dove si trova esattamente il condominio
Ulisse, lei deve trovarmi due cose: un posto dove nascondere l'auto il pi vicino possibile al condominio e allo stradone, ma senza possibilit che ci
vedano dal condominio stesso. E l'altra, una strada secondaria, che porti vicino
al condominio ma che non sia la via Folli. O per lo meno deve sapermi dire che
non c' n posteggio, n strada secondaria.
Silenzio, l'ultimo fruscio di gomme d'auto lo avevano udito forse dieci minuti
prima. Erano quasi le due, c'erano molte ore da attendere, e loro, la notte
della vigilia della battaglia, non erano uomini che dormissero.
Mio padre faceva i solitari, disse a Davide, deve aver lasciato qui qualche
mazzo di carte. Sa giocare a scopa?
S. La scopa in due non era molto divertente, ma qualche cosa dovevano fare.
3.
Livia usc dal portone di casa sua e sal sul tass
Era l'una e mezzo passata, il traffico cominciava a diminuire, molta gente, in
fondo, a quell'ora preferisce mangiare. Via Egidio Folli, disse all'autista.
Vide dallo specchietto l'autista che faceva la solita smorfia di disgusto,
qualunque indirizzo diate a un conducente di tass, sar per lui una
destinazione stolta: che bisogno c' di andare in via Egidio Folli, nella vita?
o in via Borgogna? E forse aveva ragione.
L'autista continu per via Plinio, attravers via Eustachi, viale Abruzzi, prese
per via Noe e raggiunse via Pacini. A questo punto Livia ammir l'abilit di
Davide che del resto gi conosceva: la Giulietta con su Davide e il signor
Lamberti era davanti, sempre a portata d'occhio, ma mai proprio davanti al
tass. Seguire una macchina precedendola era un'operazione molto delicata nel
traffico di una grande citt e Davide la eseguiva perfettamente.
Nonostante il caldo e la tensione nervosa che la confondevano un poco, Livia
not un'altra cosa: il suo tass era seguito, alle spalle, da un'auto. Non c'era
molta bravura in questa scoperta, aveva notato subito l'auto in via Plinio
perch era partita insieme col suo tass, e perch era una bella auto, una 230
Mercedes, di un colore che le piaceva, un bronzo che dava nel grigio marrone,
come il caffellatte. Poi l'aveva vista ancora in via Noe, poi in piazzale Piola,
e adesso in via Pacini. Lo specchietto che teneva in mano, dipingendosi ogni
tanto le labbra, le diceva con quanta fedelt la 230 seguiva il tass e anche
con quanta noncuranza di essere veduta.
Il manuale orale delle istruzioni che le aveva dato il signor Lamberti, diceva
in questa evenienza: Nel caso notasse di essere seguita da una macchina, faccia
fermare il tass davanti a un'edicola e compri un giornale. Questa semplice
operazione indicava al signor Lamberti che Livia aveva un amico alle spalle.
Per favore, si fermi alla prima edicola, disse al conducente che, ormai
rassegnato, non fece alcuna smorfia, ma blocc la macchina davanti all'edicola
all'angolo con via Teodosio. Livia scese e not con piacere che la 230 fermava
un poco pi in l. Con assai meno piacere vide che la Giulietta, invece, spariva
velocemente in fondo a via Teodosio. Sapeva che il signor Lamberti e Davide la
proteggevano ugualmente, ma il non vedere pi la macchina la turb. Compr una
rivista di moda femminile e risal subito in macchina.
In via Porpora l'autista domand: A che numero di via Folli?
E' in fondo, oltre il dazio.
L'autista scosse il capo. Guardi che allora mi deve pagare il ritorno.
Certo, stia tranquillo. Senza mai volgere il capo per guardare indietro, solo
col suo specchietto, vedeva benissimo la 230, adesso stava un po' indietro, ma
scintillava bronzea, snella e maligna al sole.
Qui finita via Folli, siamo in campagna, disse l'autista. Dov' che devo
andare? Era abbrutito dalla stupidit dei passeggeri, non sanno neppure dove
devono andare.
Pi avanti, c' un grande palazzo, sulla sinistra. Lo stradone correva tra
campi coltivati e per un lungo tratto non c'erano case, di nessun genere,
l'illusione di essere in aperta campagna era quasi perfetta.
Quello laggi? disse il martire guidatore.
Lo si vedeva gi, per telefono il signor Lamberti le aveva descritto minutamente
la strada e il palazzo del condominio Ulisse, cos come gliel'aveva descritto
Davide che vi era stato in bicicletta.
S, proprio quello. Alle spalle, con un'occhiata allo specchietto, poteva
sempre vedere la 230. Adesso non aveva pi paura, sapeva dove erano il signor
Lamberti e Davide, molto vicini, sempre pi vicini. Accanto al palazzone grigio
celeste che sorgeva in mezzo ai campi coltivati, tutta da sola, per chi sa quale
sottile speculazione edilizia, c'era una vecchia cascina, lontana dallo stradone
oltre cento metri, appena appena emergente da una specie di boschetto, e la
Giulietta era l, tra il verde, al fresco, e invisibile, ed erano l anche i
suoi amici, al fresco anche loro in quell'ora rovente, muniti di un modesto ma
utile cannocchialino col quale potevano godersi, ravvicinata, la vista di tutto
il condominio Ulisse, per tutti i suoi dodici piani e per un po' di campagna
intorno, cos verde e solare, eppure cos inquietante.
Questo? disse l'autista fermando, anche se non poteva esserci dubbio: era
l'unica costruzione fra tutti quei campi, una torre grigio celeste a dodici
piani, gigantesca e avveniristica, cos isolata, e che pure rammentava i
monumentali templi aztechi che sorgono ogni tanto in selvaggi deserti. Era un
palazzone di abitazione dove non abitava ancora nessuno, o quasi, ma dove tutti
gli appartamenti erano gi venduti, perch la gente deve impiegare il proprio
denaro, non vogliono tenersi i soldi nel materasso, come i nonni, ed era
completo, rifinito, provvisto di ogni perfezionamento. Intorno aveva un grande
spiazzo di cemento per parcheggiare le auto, vi erano anche le strisce bianche
per segnare i posti, mancavano solo le auto.
S, questo, Livia scese e gli dette un biglietto da cinquemila, prese il resto
lasciandogli molti spiccioli, intanto guardava senza volgere il capo, ma la 230
si era fermata molto pi indietro, quasi alla svolta. Era una perversa
discrezione.
Il condominio Ulisse non aveva portiere. C'era un grande quadro con delle
placchette da premere; dietro la placchetta trasparente vi era il nome
dell'inquilino. Livia premette quella con scritto "Fot. Pub. Modell." e quasi
subito sent friggere l'altoparlante.
Salga pure, secondo piano, le disse una voce incolore, e non frisse pi niente. Il cancello di vetro si apr con uno scatto e in quel momento Livia
Ussaro pens di essere la volpe che appoggia la zampa sulla tagliola.
Senza dire una parola, al secondo piano, un giovane in camice bianco la fece
entrare, richiuse la porta, le indic un'altra porta interna e lei si trov nella solita stanza quadrata di tanti appartamenti, le serrande delle due
finestre erano ermeticamente chiuse, e cos i vetri, ma c'era aria condizionata,
e si stava bene. Non si poteva dire che la stanza fosse arredata, in un angolo
c'erano tre lampade a piedistallo, per adesso spente, davanti a uno sfondo - era
una foto molto ingrandita - di un'alta, decorativa ondata marina. All'angolo
opposto c'era un grosso treppiedi con in cima quella specie di accendino, e il
signor Lamberti le aveva spiegato che si trattava della Minox. Su una sedia,
ultimo e definitivo arredo del locale, vi erano delle riviste di piccolo
formato, sopra vi era una scacchiera, e sopra la scacchiera la cassetta coi
pezzi, un cavallo nero sporgeva il muso dalla cassetta come dal box di una
stalla.
La prima frase che disse il giovane in camice bianco fu: Pu spogliarsi in
bagno, se crede.
Pur guardandolo con attenzione, Livia si rese conto che non avrebbe saputo
descrivere quell'uomo, n la sua voce, le venne in mente che era come voler
descrivere che cosa c' in una scatola vuota.
S, grazie, disse ma non si mosse, la borsetta e la rivista femminile strette
contro l'abito di tela rosso scuro.
Che cosa c'? disse lui.
Mi hanno detto che mi sarebbe stato dato un compenso. Lo disse con garbo, ma
fermamente.
Ah, certo, adesso facciamo le foto.
Mi scusi, le foto le faremo dopo. Era una prescrizione del manuale orale del
signor Lamberti. Doveva servire a togliere ogni sospetto, se ve ne fossero
stati; una ragazza che vuole i soldi prima una che bada solo a se stessa e non
fa doppi giochi.
Il giovane in camice bianco non sorrise, non disse nulla, usc semplicemente
dalla stanza, ritorn quasi subito con cinque biglietti da diecimila e glieli
tese in silenzio.
Livia li prese ed entr nel bagno. L'operazione di svestirsi fu fulminea, non
chiuse neppure la porta, il posticino non era evidentemente quasi mai adoperato,
non vi era un oggetto di toilette, neppure sapone, escluso due asciugamani dai
colori abbaglianti. Uscendo dal bagno sent il giovane bestemmiare, dal modo
come pronunci la volgarissima bestemmia, cap subito, senza dubbi, che cos'era:
un invertito un vero, squallido terzo sesso, adesso tutto l'incolore della sua
persona fisica si spiegava, doveva essere l'incolore mostruoso dei mutanti
descritti nei romanzi di fantascienza, a met strada esatta della mutazione,
quando hanno ancora solo l'involucro umano, ma mente e sistema nervoso
appartengono gi all'orrenda nuova specie.
Cosa successo? chiese, confidenziale, ma cortese.
A momenti mi fulmino, disse l'invertito. Teneva in mano uno dei cordoni neri
dei fari, era spezzato e la spina era in terra. Adesso devo accomodarlo.
Non l'aveva guardata neppure un momento, le sarebbe piaciuto sapere che cosa
pensa un invertito del nudo femminile. Lo vide uscire, stette via diversi
minuti, torn con dello scotch e un paio di forbici, in piedi si mise ad
aggiustare il filo elettrico che si era staccato dalla spina nel momento in cui
stava inserendola nella presa. In piedi, vicino alla sedia, lei lo osservava.
Stava zitta, poi si ricord che il manuale ordinava di fare conversazione, una
donna che non parla una donna che d sospetti.
Gioca a scacchi? gli domand.
Da solo, rispose lui. La sola parola scacchi doveva aprire le porte segrete
di quella che, a malincuore, trattandosi di un simile individuo, si deve
chiamare anima. Non gioca quasi pi nessuno, Oggi.
Gi, anch'io, faccio le partite dei campioni, o gioco con mio padre. Era la
verit, o quasi, non che passasse i giorni a giocare a scacchi, ma suo padre le
aveva insegnato il gioco fin da quando lei era adolescente, e gli scacchi erano
molto congeniali al suo carattere. Vide l'invertito alzare un momento il capo e
guardarla, non come una donna nuda, ma come un'entit che comprendeva gli
scacchi. Per non le disse niente. Allora lei continu, perch utile mostrare
di condividere la stessa passione dell'avversario: Proprio pochi giorni fa ho
visto su "Le Monde" una bellissima partita dei tre cavalli.
Non era pochi giorni fa, era pi di un mese fa, era quella di Neukirch di
Lipsia per i bianchi, e di Zinn di Berlino per i neri.
S, proprio quella, mio padre che prende "Le Monde" perch c' la rubrica di
scacchi e conserva tutti i numeri, pu darsi benissimo che sia di un mese fa, io
l'ho giocata luned o marted scorso.
Anch'io prendo "Le Monde" per la rubrica di scacchi. Sembrava stesse
meditando, mentre accomodava il filo, di proporle di fare una partita a scacchi.
Ha in mente il finale? Il nero aveva dovuto spostare il Re, allora il bianco
muove il Cavallo, minacciando matto con l'Alfiere, il nero costretto a
proteggersi con la Torre, ma allora il bianco spinge in avanti il pedone e non
c' pi niente da fare, alla prossima mossa matto.
S, me lo ricordo benissimo, e alz di nuovo il capo, una vaga felicit nello
sguardo, quasi quella dell'amatore di sinfonie che sente d'improvviso suonare il
suo brano preferito, e nello stesso tempo meraviglia verso di lei, oltre tutto
una donna, cos esperta del magico mondo degli scacchi. Per le partite di
Cavallo non mi piacciono, sono troppo chiuse.
Troppo prudenti, ma dicono che sia solo un'apparenza, lo interruppe, a un
certo punto avviene lo scontro al centro della scacchiera... disse ancora
qualche frase per terminare il concetto, ma dovette controllarsi perch le
veniva da ridere: una donna nuda in una stanza, con un pederasta che aggiustava
un cordone elettrico, e parlavano di scacchi.
Un momento, per favore, disse l'invertito. Aveva terminato di aggiustare il
filo, ma era successa anche qualche altra cosa: si era sentito un suono sordo di
campanello. Il mutante lasci cadere il filo a terra, usc dalla stanza, chiuse
la porta e in anticamera stacc il citofono e se lo port all'orecchio.
Apri, gli disse una voce.
Allora lui schiacci il pulsante che apriva il portone da basso, e attese, dopo
un minuto apr la porta e nel corridoio vide uscire dall'ascensore quell'uomo,
in abito leggerissimo nocciola, una sfumatura di nocciola appena un po' pi chiara dei suoi capelli. Richiuse la porta.
Come va? disse l'uomo. Era anche lui giovane, in un certo senso, ma un che di
sorda violenza in tutta la persona, gli dava un aspetto meno giovane
dell'invertito.
Non mi piace, disse il mutante.
Perch? L'uomo, in fondo un giovanotto, parlava cos quieto e cos aggressivo.
Non lo so, ma non mi va.
Io non ho visto niente. E' venuta qui buona buona senza parlare con nessuno.
Non mi piace lo stesso.
Ci sar una ragione. Sapeva anche lui che gli invertiti hanno sottili
intuizioni, forse sono telepatici, e per questo ascoltava attento le parole
dell'amico.
Non lo so. Ha voluto i soldi prima. L'invertito era un po' lagnoso, ora.
Strano, non avrei creduto. Sol ha detto che era molto fine. Il sospetto
cominci a nascere anche in lui.
E poi gioca a scacchi, come quella dell'anno scorso, il mutante confess la
vera ragione. L'anno prima una luridissima bruna lo aveva cos incastrato che
avevano dovuto sloggiare tutti, per la sua debolezza con gli scacchi. E adesso
anche questa qui era un'esperta di scacchi, e stava per affascinarlo, si
ricordava perfino la partita di Neukirch, ma nello stesso tempo l'aveva messo in
sospetto, da dove venivano tutte queste campionesse di scacchi, oggi che la
gente conosceva soltanto le schedine del totocalcio e le figurine premio dei
detersivi o dei formaggi?
Allora do un'occhiata.
Quando entrarono nella stanza Livia era nell'angolo, dov'era la grande
fotografia di ondata marina, come guardasse i riflettori, ma era solo per stare
pi vicina alla porta e poter udire quello che avveniva in anticamera, ma non
aveva potuto sentire nulla. La vista di quell'uomo, presso che giovane,
probabilmente un po' miope, le fece piacere. Era un altro, ne sarebbero rimasti
presi due, nella trappola, ma si mostr innervosita. Non sapevo che vi
sarebbero stati spettatori, disse, non voglio nessuno oltre il fotografo.
Naturale, ha ragione, me ne vado via subito, disse l'uomo con molta
gentilezza, prima vorrei farle per alcune domande. Sbatt via con una manata,
senza gentilezza, tutto quello che era sulla sedia, scacchiera, scacchi,
riviste, e si sedette.
Ma lei ubriaco, non l'ho mai visto e non ho nessuna voglia di rispondere alle
domande di un ubriaco.
Invece risponder, perch lei una persona gentile. Luigi, prendi una sedia
per la signorina. Si rivolse ancora a lei mentre il mutante usciva. Mi sono
state dette molte belle cose di lei, che laureata. E' vero?
S. L'ordine pi importante che le aveva dato il signor Lamberti era, in
parole forse popolaresche, di non piantar grane, di far s che tutto si
svolgesse pianamente, tranquillo. Se insisteva a non voler rispondere, era
pericoloso.
E in che cosa?
Rientr l'invertito con la sedia, ma lei fece cenno di no, non avrebbe mai messo
le sue parti intime su una qualsiasi cosa appartenente a quella gente, anche se
lo stare nuda, in piedi, davanti ai due, non era molto piacevole. In storia e
filosofia.
Insegna?
No, ho solo la laurea.
E come vive?
Faccio delle traduzioni.
Da quali lingue?
Preferisco dall'inglese, ma posso tradurre anche dal tedesco e dal francese.
Pagano bene queste traduzioni?
Non molto.
Insomma non le bastano per vivere.
No. Altrimenti non sarei qui.
Pallido sorriso dell'uomo. E' vero. Suo padre che cosa fa?
L'accenno a suo padre, in quel luogo, in quella situazione, cos esposta agli
sguardi per fortuna non cupidi dei due, la fer come una frustata, ma si
trattenne. Era evidente che la sospettavano, e doveva convincerli che avevano
torto. Orologiaio, aggiusta orologi, specialmente quelli antichi, disse calma.
Deve essere costata molto a suo padre, con una laurea del genere.
Credo di s.
L'uomo si tocc il lobo dell'orecchio destro. Non capisco per come una persona
della sua classe, intraprenda un'attivit come questa. Conversava, veramente,
come in un salotto mondano, cos che non sembrava il brutale interrogatorio che
era. Mi spiego: lei proviene da famiglia onestissima, suo padre ha fatto dei
sacrifici per farla studiare, lei ha una cultura e un'educazione delle migliori,
conosce quattro lingue, traduce libri forse difficili, mi dicono perfino che
un'esperta giocatrice di scacchi, non trova strano che una donna cos, per un
po' di soldi, finisca per passeggiare la sera tardi in corso Buenos Aires?
Forse era venuto il momento di metterlo a posto, anche cos indifesa scoperta e
avvilita come si sentiva. Forse lei rimasto alle ragazze con la giacca di
pelle ferme vicino a un "juke-box", alle bruciate del 1960, coi capelli lunghi
all'annegata: quelle s, secondo lei, possono passeggiare la sera in corso
Buenos Aires, le altre no.Credo che sia rimasto indietro.
Altro vago sorriso dell'uomo. Pu darsi, non ero ancora arrivato alle
professoresse di storia e filosofia. E, francamente, le professoresse di storia
e filosofia che arrotondano i loro guadagni con questo lavoro, mi fanno venire
dei dubbi.
Il tono cortese e il lei, erano per molto minacciosi. Livia alz una spalla.
Non so cosa farci, disse. Vorrei fare queste fotografie e andarmene, se ha
finito l'interrogatorio.
Ah, s, ha ragione. Luigi, accendi i riflettori e comincia. Si rivolse di
nuovo a lei: Signorina, dove ha messo la borsetta?
Perch?
Perch quando ho dei dubbi, mi piace controllare.
Ma lei non pu guardare nella mia borsetta, scatt, ma solo perch doveva
scattare, faceva parte della recita.
Credo invece di potere, rispose alzandosi. Dov' questa borsetta?
E' in bagno e guardi pure, forse prender anche i soldi, dovevo immaginarmelo
che si trattava di delinquenti.
S, giusto, proprio dall'oratorio doveva pensarlo che non venivamo. Comunque
i soldi, se si lascia fotografare, non glieli prendo. Luigi, comincia pure, ed
entr nel bagno. La borsetta di tela rossa era in vista sulla mensoletta sopra
il lavabo, tir fuori i soldi, c'erano le cinquantamila che le aveva dato il
cos detto Luigi, poi un paio di biglietti da mille e delle monete da
cinquecento, quasi una diecina. C'era il solito rossetto, il solito specchietto,
il solito portachiavi con due chiavi soltanto, la patente di guida, un
fazzolettino minuscolo, immacolato, piegato a triangolo, e c'era infine una
rubrichetta telefonica proprio minuscola, da donna, riempita ordinatamente, con
una scrittura microscopica ma chiarissima. Era l'unico oggetto piuttosto
sciupato, la copertina di pelle mostrava la corda, doveva essere vecchia di
diversi anni.
E niente altro. Mise il capo fuori della porta del bagno che dava nel locale
adattato a studio. Poteva vedere il pederasta che si agitava dietro la sua
Minox. Si muova, ecco, ferma, sei, si muova, ecco, ferma, sette, si muova,
ecco, ferma, otto, ma non poteva vedere Livia. C'era ancora tempo per arrivare
a cinquanta fotografie, rimise tutto nella borsetta, tranne la rubrica
telefonica, dal taschino lev un paio di occhiali normalissimi, cerchiati di
tartaruga, modello giovane amatore di jazz freddo e cominci a leggere. Al
principio sfogli qua e l, tanto per avere un'idea di quale genere d'indirizzi
tenesse conto la professoressa, poi pens che poteva fare un lavoro ordinato e
cominci a leggere dalla lettera A. Erano tutti nomi che non gli dicevano nulla,
alla lettera E trov per l'indirizzo di tre case editrici, la professoressa,
quindi, traduceva davvero. Alla lettera I trov l'indirizzo di un istituto di
cultura italo-inglese, alla lettera M quello di un movimento neoanarchico che lo
lasci esitante, doveva dedurne che in politica la professoressa era anarchica?
Poi alla lettera R trov quel nome.
L'invertito aveva fiutato giusto, quegli sporcaccioni vedono meglio dei normali.
Torn nella stanza, si rimise a sedere, volgendo un poco le spalle a Livia.
Erano alla trentanovesima fotografia, ce n'erano ancora una dozzina da fare ma
egli disse a Luigi: Adesso basta. E a lei: Venga qui davanti, per favore,
perch devo farle altre domande.
Vorrei rivestirmi, lei disse. Adesso era certa che egli aveva scoperto qualche
cosa e che cominciava la battaglia, non aveva paura, avrebbe voluto solo sapere
che cosa poteva aver scoperto nella borsetta. Lo seppe subito.
Vieni qui subito, vacchetta, se no comincio a spezzarti le gambe a calci, e
dimmi subito come fai a conoscere questa Alberta Radelli.
Ecco, che cosa aveva scoperto. Ma come poteva ricordare lei che nella vecchia
rubrica telefonica era scritto ancora il nome di Alberta? Adesso tutto diveniva
difficile, e a lei piaceva il difficile. Cominci a ubbidirgli subito e ad
andare davanti a lui seduto, con l'invertito che la sorvegliava alle spalle, ma
ubbid con l'aria di una che ha a che fare con un pazzo.
Era una mia amica.
Come era? Perch, avete litigato? Le tendeva un tranello, la invitava a
mentire.
No, poveretta, morta, si uccisa. Non abbocc. Tutta la sua intelligenza
era accesa come una calcolatrice elettronica, per lottare contro la furberia del
nemico.
Quando?
Un anno fa.
Come?
Si svenata. Ne hanno parlato i giornali.
Eravate molto amiche?
Abbastanza.
Era una che ogni tanto andava per la strada, come te?
Credeva di essere furbo, a suo modo lo era, aspettava solo che dicesse una
menzogna, per saltarle addosso. S. Forse siamo diventate amiche anche per
questo.
Per un poco l'uomo, quasi giovane, la guard, sembr interessarsi pi del seno
che del viso, mentre pensava. Poi disse all'invertito: Dammi un rullino.
Quello aveva la scatoletta nella tasca del camice e gliene dette subito uno.
Hai mai visto un rullino cos? e torn a fissarla negli occhi, l'occhio un
poco socchiuso, per metterla a fuoco bene.
S, un caricatore Minox.
E dove l'hai visto?
All'universit, un mio compagno aveva la Minox.
Non pu darsi che te l'abbiano fatto vedere altre persone, anche?
Non mi ricordo. Pu anche darsi, da qualche fotografo.
Per esempio questa tua amica Alberta non ti ha mai fatto vedere una volta uno
di questi caricatori?
No.
Ne sei sicura?
S.
E questa tua amica non ti aveva mai detto che le avevano proposto di fare delle
fotografie come queste che hai fatto tu adesso?
La menzogna deve essere pronta, istantanea per avere un aspetto convincente.
No.
Pensaci ancora: tu e lei siete molto amiche, vi raccontate tutto, anche quanto
guadagnate passeggiando qua e l, e poi lei non ti dice che si fatta fare
delle foto artistiche o che sta per farle. Strano.
Eravamo molto amiche ma ci vedevamo raramente, qualche volta stavamo anche un
mese o due senza incontrarci. Cominciava ad aver freddo, non per altro, solo
per l'aria condizionata sulla pelle nuda.
Per un po' l'uomo rimase in silenzio, a capo basso, le guardava i piedi, contava
le dita, quasi fosse ansioso di sapere quante erano in tutto, per aiutarsi a
riflettere. Poi a capo basso disse: Tu non dici la verit. Tu devi sapere
qualche cosa. Forse molte cose.
Ma io non so neppure che cosa vuole da me, so soltanto che sono capitata in un
covo di mascalzoni. Mi lasci vestire e andar via, e si tenga anche i soldi, se
vuole, ma voglio andar via. La recita era quasi perfetta.
Luigi, disse l'uomo, portami l'ovatta e l'alcol, e anche l'acqua ossigenata.
Non so se ho l'acqua ossigenata.
Pazienza, era solo per non vedere troppo sangue. L'uomo tir fuori i suoi
occhiali e se li mise. Finalmente la guard. Se mi dice tutta la verit, non le
far nulla. Tir fuori anche un temperino, da una tasca, un modesto, antiquato
temperino, di quelli che ormai non usano pi neppure gli scolari delle
elementari.
Ma lei pazzo, che cosa vuole che le dica, provi a toccarmi e vedr cosa
faccio. Una scena da ingenua, forse riuscita.
Non sono curioso di sapere cosa farai, ma prova a dire la verit e vedrai che
non dovrai fare niente.
Era arrivato l'invertito con delle boccette in mano. C' anche l'acqua
ossigenata.
L'uomo prese le boccette e le mise in terra vicino a s. Sei ancora in tempo a
dire tutto quello che sai.
Lei non aveva studiato recitazione, ma cerc di fare il meglio che pot e url con tutta la sua voce. L'urlo era la naturale reazione di una donna che non
sapeva niente e che era terrorizzata. In realt lei sapeva tutto ci che
quell'uomo avrebbe voluto sapere, e non provava nessun terrore. Il disprezzo per
quell'uomo era supremo, non si sarebbe mai abbassata ad aver paura di un
sudiciume simile.
Cio, tent di urlare, ma prima che potesse urlare si trov la bocca piena di
ovatta, poi il mutante la fece sedere e alle sue spalle la tenne ferma.
Sei ancora in tempo a dire la verit. L'uomo si era seduto sulle sue ginocchia
per impedirle di scalciare. Finalmente lei cap che cosa significava quello
sguardo da miope: era un sadico, nel pi tecnico senso della parola. Potrei
darti un colpo e farti svenire, poi, mentre sei svenuta, aprirti le vene.
Sarebbe divertente per la polizia ma guarda, ogni tanto si trova una donna
svenata qua e l, cosa mai sar? La voce gli si ammolliva torbidamente, ma a
lei faceva soltanto schifo, non paura. Ma tu mi servi finch sei viva, finch
puoi parlare. Te lo dico per l'ultima volta, se vuoi dirmi la verit ti levo
l'ovatta.
Lei alz una spalla, gli disse con gli occhi che era pazzo, che gli aveva detto
tutto.
Allora comincio con un'incisione sulla fronte, sono generoso e te la far piuttosto in alto, cos potrai nasconderla facilmente coi capelli. Le sfreg la
fronte con l'alcol, come un bravo infermiere premuroso. Non voglio che tu senta
molto male, voglio solo sfigurarti, almeno se non parlerai.
Quasi non se ne accorse, del taglio, n il sangue le col sul viso,
scrupolosamente lui stava tamponando lo sfregio con l'acqua ossigenata, mentre
l'invertito le lasciava libero il capo che per un momento le aveva tenuto
inchiodato.
Se hai qualche cosa di nuovo da dirmi, fai di s con la testa e ti levo
l'ovatta, ma se per raccontarmi che non sai niente, lascia perdere, se no mi
arrabbio.
Forse quel rumore fu solo nella sua mente, un'allucinazione auditiva che lei
prov per la speranza che aveva che quel rumore fosse reale, ma volse
istintivamente il capo verso la porta perch aveva sentito il suono sordo del
campanello.
Hanno suonato? disse l'uomo.
No, disse il pederasta. E' lei che deve aspettare qualcuno, e allora ha
creduto che abbiano suonato.
L'uomo riflett, col temperino in mano, cos vicino al suo viso che pot vedere
che era un oggetto pubblicitario e leggere sul manico il nome della famosa marca
di liquori. E' vero che bisognava dare ascolto ai pederasti, ma certe volte sono
anche isterici. Se aspettasse qualcuno, sarebbe gi venuto, cerca di star
calmo. Questa sa dove la pellicola dell'anno scorso, o magari l'ha lei, e
finir per dirlo. Le frizion la guancia sinistra con l'alcol. Se parli, le
disse, ti eviti uno sfregio sulla guancia che nessuna plastica al mondo ti
rimetter a posto. Attese fissandola, poi incise, gli occhi quasi chiusi
attraverso gli occhiali che fissavano la guancia come uno scolaro diligente la
pagina di quaderno con la bella frase da scrivere. Qualunque cosa tu sappia,
poi, ci farai l'acqua calda, dillo ai tuoi amici, se ne hai, ma se parli mi
fermo qui. Cominci a tamponare lo sfregio con l'acqua ossigenata, ma non era
sufficiente, righe di sangue cominciarono a colare sul collo, sul petto, fino al
ventre di lei. Parli o continuo?
4.
Prima videro arrivare il tass di Livia, anche senza il cannocchialino lui vide
benissimo la sua Livia scendere davanti al maestoso, desolato tempio
dell'edilizia, ma lo us ugualmente per vederla quasi in viso, gli piacque molto
l'abito di tela rosso scuro, aveva molto gusto nel vestire, era di una
semplicit irritante, tanto era calcolata. Poi Livia venne ingoiata da quella
deit di cemento e il tass, rabbioso, si diresse verso la metropoli, ignara e
sonnolenta. Erano le due e qualche minuto, una puntualit anch'essa irritante.
L'osservatorio era sotto la pergola, la pergola era appoggiata al tetto di una
casetta minuscola e cadente, come quelle disegnate sulle riviste per bambini
piccoli, intorno alla casetta e alla pergola c'erano degli alberi dalle foglie
chiare e minute che creavano una barriera ideale perch non si poteva vedere
nulla dall'esterno di essa e tutto dall'interno. Dentro la casa c'era un
giovanotto grasso che dormiva con la testa appoggiata al tavolo. Gli avevano
dato cinquemila lire e questo lo aveva completamente rilassato e gli aveva tolto
ogni curiosit. Una stradina di un centinaio di metri congiungeva la casetta
allo stradone, la Giulietta era parcheggiata col muso verso lo stradone, al
riparo degli alberi e loro stavano, nell'ombra perfino un po' ventilata,
appoggiati al baule della Giulietta, e guardavano.
E' entrata? domand Davide.
S, e lui gli tese il cannocchiale. Ma adesso non c'era pi niente da vedere,
solo la torre grigio celeste nel mare verde dei campi e sullo sfondo Milano
nella foschia estiva. Sarebbe stata una buona cartolina, fotografata da l,
avrebbe potuto proporla agli amministratori del condominio Ulisse.
Pass un camion, pass una motoretta, poi pi nulla: il deserto. Poi Davide
disse: Sembra che si voglia fermare al condominio.
Cosa? ma aveva gi visto: una 230 Mercedes era comparsa dal fondo della
strada, rallentava davanti al palazzone poi entrava nello spiazzo cementato e
rovente, e quieta quieta parcheggiava tra le strisce bianche.
Davide continuava a guardare col cannocchiale. Io l'ho gi vista quella
macchina, stesso modello, stesso colore della carrozzeria, deve essere la
stessa, non ce ne sono molte in giro di 230 ed difficile che due abbiano lo
stesso colore.
Dove l'ha vista? Adesso dalla 230 scendeva calmo un uomo, sembrava giovane,
anche se un po' grosso, e sembrava non avesse assolutamente fretta.
La voce di Davide era inquieta. L'anno scorso, quel giorno con Alberta.
Mi dia il cannocchiale. Guard il giovane, lo vedeva come a cinque metri di
distanza, per molti poteva avere l'aspetto del brav fioeu, ma per lui, medico e
psicologo nonostante tutto, no. Era la peggiore faccia di criminale che
esistesse, quella che non d sospetto.
Sull'autostrada, l'ho vista un paio di volte prima di arrivare a Somaglia, poi
quando sono tornato verso Milano e Alberta piangeva, era ancora dietro; a
Metanopoli poi l'ho superata e la 230 sembrava stesse per fermarsi. Il ricordo,
dopo un anno, era vividissimo, Alberta e tutto ci che la riguardava non era una
memoria labile. E adesso, anche, comprendeva che cosa aveva significato, un anno
prima, quella macchina, e che cosa significava ora.
E l'aveva compreso anche lui. Ha proprio l'aria dell'assassino, disse, posando
il cannocchiale sul baule della Giulietta, non c'era pi niente da vedere, il
sicario era entrato nel palazzone, la 230 si arroventava al sole.
Che cosa facciamo? disse Davide, sembrava divenuto verde, ma non era per il
riflesso delle foglie del pergolato.
Non c'era molto da fare, quasi niente. Ormai tutto era chiaro. Il signore cos
distinto coi baffi grigi seduceva le ragazze inquiete della citt, qualcuno del
mestiere le fotografava, e quello della 230 sorvegliava e puniva le
indisciplinate, le ribelli, quelle che pensavano a tradire per liberarsi dallo
sfruttamento. Inoltre, le fotografie scottavano, per una foto quella gente
ammazza, una, due, dieci donne.
Dobbiamo andare subito su, disse Davide.
S, naturalmente, dovevano accorrere immediatamente, l'uomo che aveva stordito e
poi svenato Alberta, che aveva portato la povera Maurilia a Roma per annegarla
nel Tevere, avrebbe ucciso anche Livia Ussaro al minimo sospetto.
Dobbiamo restare qui, disse. Pens che forse stava divenendo verde anche lui,
per lo meno si sentiva la pelle del viso come fosse verde.
Ma quello l'uomo che ha ucciso Alberta, ci ha seguito per tutto il viaggio,
quel giorno.
S, lui. Ma se andiamo su, ora che abbiamo sfondato il portone e poi la porta
dell'appartamento lui se vuole pu uccidere Livia, ne ha tutto il tempo. Gli
spieg la semplice e infelice situazione. L'unica speranza era che l'uomo non
sospettasse di Livia, che la facesse fotografare e la lasciasse uscire, come una
delle tante ragazze che dovevano essere passate di l. E non vi erano motivi
perch quello sospettasse, Livia non si era incontrata con nessuno dopo aver
visto il signor A, non aveva fatto nulla di sospetto, era uscita di casa ed era
venuta a farsi fotografare. Livia era abile, sapeva come doveva fare. Inoltre,
se quella gente avesse avuto il minimo sospetto, non sarebbe neppure arrivata
fin l, a mettersi in trappola, sarebbe semplicemente scomparsa. Loro
sorvegliavano, non sospettavano. Se andavano a salvare Livia, la uccidevano
soltanto, perch la smascheravano. Il vero modo di salvarla era di rimanere l,
ad attendere che uscisse.
E se non esce?
L'angoscia del giovane Davide lo innervosiva, lui almeno la nascondeva. Non
possono rimanere sempre l. O non sospettano nulla, la fotografano e poi la
lasciano andare, oppure scoprono qualche cosa e cercheranno di fuggire.
E Livia?
Adesso basta, pensava anche lui a Livia, o era un pregare, pi che pensare. Cos
non gli rispose.
I minuti in un'ora sono sessanta e trascorrevano regolarmente a uno a uno, il
giovanotto che dormiva nella casetta da Corriere dei Piccoli si svegli al
passaggio di un trattore sullo stradone, guard il mondo fuori, la Giulietta e i
due uomini che facevano parte di quel mondo, poi dovette ricordarsi delle
cinquemila lire e si accese una sigaretta mettendosi probabilmente a pensare al
modo di spenderle. Non erano in fondo che le due e venticinque e si trattava
solo di sapere quanto tempo occorreva a un fotografo a farsi tutto un caricatore
Minox. Lui non lo sapeva, dipendeva anche dalla modella, ma aveva pensato che
non poteva essere meno di mezz'ora.
Davide sapeva di non dover parlare, ma c'era un limite. Non possiamo stare qui
ad aspettare, disse.
No, lui guard l'orologio, era passata quasi esattamente mezz'ora da quando
Livia era discesa dal tass. Dobbiamo stare proprio qui ad aspettare.
E poi accadde quella cosa, che videro uscire i due uomini dal condominio Ulisse,
e uno dei due uomini era quello della 230, che adesso sembrava avere un po' di
fretta, era tutt'altro che pacioso come prima e, per non pi di un millesimo di
secondo, attesero di vedere uscire da quel tempio azteco anche Livia, ma i due
erano soli e stavano raggiungendo la 230 e davano proprio l'idea di due che
scappano.
Cerchi di bloccarli, disse a Davide. Avevano lo svantaggio di quasi trecento
metri per raggiungere il condominio, ma avevano il vantaggio che la macchina era
pronta, con le portiere aperte, e non dovevano far altro che mettere in moto.
Gli altri invece stavano adesso aprendo la portiera della loro.
E nel tempo che loro occorse, Davide part, mangi il sentiero, inghiott i
duecento metri di stradone che lo separavano e punt sul muso della 230,
praticamente deciso a investirla.
La 230 scart con violenza, la via per Milano dove poteva perdersi nel traffico
le era chiusa, si butt per lo stradone verso Melzo, mentre Davide perdeva
qualche secondo a fare marcia indietro per rimettersi sulla mano. L'uomo al
volante della Mercedes guidava terribilmente sicuro sullo stradone quasi vuoto,
aveva ancora trecento metri o pi di vantaggio, tirava diritto come un aereo e
lui allora disse a Davide una cosa stupida: Anche se non li prendiamo,
pazienza, li prenderemo pi tardi.
Li ho gi presi, disse Davide. Lui era qualche cosa di pi che terribilmente
sicuro della guida, era cieco di furore. Come se la macchina davanti fosse un
ciclomotore d'improvviso le fu addosso, ancora un secondo e l'avrebbe
sorpassata.
Stia attento che svoltano, disse a Davide. Doveva dirgli anche stia attento
che sparano, ma non glielo disse: se sparavano non potevano farci nulla.
Svoltarono, infatti, per non essere bloccati sullo stradone, dovevano avere
intenzione di scendere d'improvviso e buttarsi per i campi, se facevano cos non
erano armati, e se non erano armati erano morti, perch la strada dove erano
stati costretti a svoltare era un moncone di un centinaio di metri che finiva
davanti a un grosso cascinale.
Delle galline volarono in aria, un cane legato a una lunga catena, ululando,
tent di volare anche lui, una contadina in calzoncini, reggiseno e cappellone
di paglia, rimase di pietra con una specie di forcone in mano nel vedere
esplodere le due auto davanti a lei e fu pi un'esplosione che una frenata. Le
quattro portiere delle due macchine si aprirono contemporaneamente, ma lui e
Davide correvano di pi, lui afferr l'uomo, il sadico, prima che avesse fatto
il terzo passo e prima che potesse capire di essere stato preso, lo centr con
un calcio nello stomaco che glielo stese davanti, nel polverume davanti al
cascinale, ululante e abietto.
Davide aveva preso quell'altro e lo teneva per un braccio, senza fargli niente,
perch era un buono, ma l'invertito starnazzava, gridava istericamente aiuto
aiuto, e non era cos stupido come poteva sembrare a gridare aiuto, se riusciva
a creare della confusione, a far credere che era un onesto cittadino aggredito,
anche solo per un minuto, poteva scomparire.
Allora Duca lasci il sadico che mugolava in terra, tanto non poteva rialzarsi,
se non gli aveva sfondato lo stomaco era un caso, la sua intenzione era
precisamente quella, e pass al settore invertiti, non sapeva ancora che era un
invertito, ma il modo di gridare lo mise in sospetto e quando lo ebbe davanti ne
fu certo.
Guarda in basso, carogna, gli disse.
L'imprevista richiesta fece zittire per un attimo l'invertito, poi, col suo
spirito di contraddizione femminile, alz ancora di pi il viso e grid ancora
pi forte aiuto. Era quello che lui voleva, per colpirlo sul pomo d'Adamo.
Neppure come medico si era mai preoccupato di sapere cosa accadeva a un pomo
d'Adamo colpito in quel modo, per il momento accadde solo che l'invertito si
zitt di colpo e si afflosci addosso a Davide.
Polizia, disse Duca.
Un vecchio, robusto contadino era comparso d'improvviso. Gli mise sotto gli
occhi la tessera dell'Ordine dei medici, romanticamente la teneva sempre nel
portafogli.
Sono assassini, hanno ucciso due donne, dateci un posto per tenerli chiusi.
Poi venne fuori un giovanotto, poi una vecchia, poi due ragazzi e anche se con
fatica, ma capirono, specialmente la parola polizia.
La stalla, disse il vecchio.
La stalla va benissimo.
C'era solo un grosso cavallo da traino, era veramente una stalla, non uno di
quegli ostelli scintillanti con aria condizionata che si vedono alla
televisione. Buttarono nel fradiciume i due, uno mugolava con le mani sullo
stomaco, cosciente, ma impotente, l'altro era svenuto o era morto soffocato?,
non era urgente saperlo.
Davide, adesso vada al condominio, trovi Livia veda che cosa successo, poi
telefoni a Carrua, gli spieghi tutto e gli dica di venire subito qui. Questo
era urgente, Livia. Intanto io parlo con loro. Vada.
Nelle stalle non fa tanto caldo, solo si sentono di pi gli odori, d'estate. La
luce veniva da due buchi rotondi in alto, ma era sufficiente. Quando sent che
Davide era partito, si proib di pensare a qualunque cosa che non fossero quei
due. Stette in piedi davanti a quello che si teneva le mani sullo stomaco e
adesso non si lamentava pi, la paura era pi forte del dolore.
Che cosa hai fatto alla ragazza?
Quale ragazza? tentava di tirarsi su perch si sentiva scorrere per la camicia
il fradiciume lutulento che faceva da tappeto persiano al pavimento della
stalla.
Col piede, ma senza colpirlo, solo premendo, lo costrinse a riadagiarsi nella
mota.
Stai a sentire, gli disse, e sono contento che ti sei svegliato anche tu,
disse all'altro che aveva aperto gli occhi e boccheggiava, cos sentite tutti e
due la mia proposta. Io faccio delle domande, e voi rispondete. Se le vostre
risposte sono come si deve, bene, andrete semplicemente in galera. Se sono
sbagliate, andate al cimitero, vi rompo pezzetto per pezzetto, osso per osso, la
polizia dovr chiamare l'autoambulanza col telone impermeabile. Siamo d'accordo?
Prima ti ho domandato cosa hai fatto alla ragazza. Tu hai risposto quale
ragazza. Questa non la risposta esatta. Adesso te lo ridomando, cerca di
rispondere bene, guarda che ti conviene rispondere come si deve: cosa hai fatto
alla ragazza?
Silenzio. Il cavallo, l vicino, neppure volgeva il capo, sembrava di legno.
Avevo capito che era una venuta l mandata dalla polizia, avevo il dubbio,
dovevo farla parlare.
Cosa le hai fatto?
Il sadico ebbe qualche conato di vomito, si contorse per il mal di stomaco,
vero, poi disse che cosa le aveva fatto. E lui non fece niente, stette immobile
e cerc di non pensare a Livia.
E lei ha parlato? domand.
No, rispose il sadico, continuava a farsi fare tagli sul viso e continuava a far
capire che non aveva niente da dire e allora lui si era quasi convinto che non
era una venuta a spiare, l'aveva lasciata perdere ed erano venuti via.
Perch non l'hai ammazzata? Adesso quella ragazza ha un sacco di cose da
raccontare.
Ma io non sono un assassino.
Questa non una risposta come si deve. Col tacco della scarpa lo colp secco
quasi alla tempia, all'attaccatura della mascella. Ud un gemito, ma l'uomo non
perse conoscenza, esattamente come lui desiderava: lo avrebbe disfatto,
smontato, senza che svenisse. Tu sei un assassino e se non l'hai ammazzata
avevi il tuo motivo. E' meglio che lo dici. L'uomo pensava di essere furbo,
chiuse gli occhi e finse di essere svenuto, non immaginava la sua sfortuna:
l'interrogante era un medico. So benissimo che non sei svenuto. Rispondi, o
continuo.
Quello riapr subito gli occhi. Mi hanno detto di fare cos, io non c'entro,
devo fare quello che mi dicono.
S, lo so che cosa ti hanno detto. Ogni tanto si ammazza e ogni tanto si
sfregia. E' un sistema antico. Tu non sei della Mafia, ma sei stato addestrato
dai mafiosi, avrai seguito anche un rapido corso di sfregio. O sbaglio?
Taceva.
Rispondi.
Guard il tacco della scarpa a un centimetro dal naso. A Torino avevo
conosciuto due meridionali, ma ero un giovanotto, lo facevo come per giocare.
Naturale, ti hanno insegnato l'anatomia dei muscoli facciali, il punto dove
incidere e il tipo d'incisione da fare, quella a M per esempio non si accomoda
pi con nessuna plastica. Cose che gli aveva spiegato suo padre, quando lui
aveva messo i calzoni lunghi e finalmente il padre aveva potuto parlargli della
Mafia. Non avrebbe dedicato un solo minuto a tutta quella storia se non avesse
sentito che c'era lo stile violento e spietato della Mafia. No quei due
buzzurrelli non erano della Mafia, e neppure il loro capo locale, e neppure
quello nazionale, probabilmente, ma il teorico, lo strutturatore della grossa
banda, era certamente della Mafia e prendeva il cinquanta per cento.
Lasciare in giro una donna sfregiata in quel modo, fa buona pubblicit, quasi
pi di un'ammazzata. I giornali ne parlano, le ragazze si spaventano, se non
fanno le brave succeder cos anche a loro, non facile tenere a freno
centinaia e centinaia di donne che sanno molte cose, che vorrebbero tornare
indietro, ma coi sistemi che vi hanno insegnato gli istruttori della Mafia, ci
riuscite. E adesso dimmi chi quel signore coi baffi grigi che ha fermato la
ragazza ieri sera. Nessuna risposta.
Guarda che so molte cose, siete in tre, quel signore che il capo della zona,
tu e il tuo amico vicino a te. Voi conoscete solo questo capo, ma lui conosce
tante altre interessanti persone. Dammi il nome, cognome, indirizzo di questo
signore. Tu non sei un vero mafioso, siete degli allievi, non ce la farai a
resistere. Delicatamente gli appoggi il piede sullo stomaco e cominci a
premere.
Quello url che bastava, ebbe un conato di vomito, poi disse nome, cognome,
indirizzo, e anche altro, molto interessante.
Bravo. Adesso se ci tieni allo stomaco, mi dici, coi particolari, come hai
ammazzato Alberta Radelli.
Col piede sullo stomaco, l'uomo lo disse subito. Aveva capito. E lui lo ascolt,
e intanto poteva vedere che suo padre aveva avuto ragione. Devi parlare il loro
linguaggio. Non puoi parlare il francese con uno che capisce solo il tedesco.
Certo non era giusto, certo una polizia come si deve non usa il linguaggio della
violenza, ci sono le impronte digitali, le analisi di laboratorio, gli eleganti
interrogatori, le persuasioni psicologiche. Ma lui non era la polizia, era un
giovane fallito che non poteva sentire la parola Mafia senza rivedere suo padre
col braccio inceppato da quella coltellata e ridotto per sempre, da quella
coltellata, a grigio scritturale di questura, secondo piano, stanza 92, proprio
in fondo. S, lo sapeva, si trattava di un volgare, ancestrale istinto di
vendetta, non aveva cercato la giustizia, non aveva voluto aiutare la legge,
voleva solo vedere in faccia qualcuno di quelli, e parlare con loro la loro
lingua perch cos ci si capiva subito.
E adesso mi racconti come hai ammazzato Maurilia. Se non ti ricordi bene
quella ragazza bionda che hai portato a Roma.
No, no, si ricordava benissimo, perch pi si ricordava meno il tacco gli
affondava nello stomaco e raccont con tanti particolari che sembrava una
novella. E allora tutto fu chiaro, in ogni particolare, e lui stava per levare
il piede da quello stomaco quando l'altro, l'invertito, che era stato tanto
quieto nel suo letto di letame, ebbe la pensata, e gli afferr la gamba. Nella
sua furberia da anomalo, aveva creduto che Duca se ne stesse l, coi piedi a
portata delle loro mani, senza pensarci. Invece ci aveva pensato subito e se ne
stava tranquillo, una mano appoggiata alla criniera del grosso cavallo, e appena
l'invertito gli ebbe preso il piede, si tenne forte al buon cavallone e con lo
stesso piede che quello gli teneva, colp in viso il pensatore, due, tre volte,
finch quello non gli lasci libero il piede mugolando, e allora lo colp pi deciso una quarta volta e il mugolio si spense subito.
L'altro si riparava il viso con le mani. No, no, no, diceva.
Ma bisognava tenerlo quieto anche lui se no poteva tentare di scappare e non
stava bene, questo. No, no, sta' tranquillo. Non lo colp neppure tanto forte,
solo per farlo svenire per un po'. Poi usc dalla stalla e si accese una
sigaretta.
Arrivarono due minuti dopo. Prima Davide sulla Giulietta che faceva da guida,
poi Carrua sull'Alfa della polizia, poi il bel camioncino per trasporto detenuti
di riguardo.
Ti avevo detto di non metterci le mani, url Carrua scendendo,
arrabbiatissimo, come non fosse solo un proforma, sapeva tutto delle indagini,
da Mascaranti, fin dal principio.
Sono qui nella stalla, gli disse. Stasera potrei venire a farti rapporto, mi
hanno gi detto molte cose. Guarda che nella stalla c' un cavallo, molto
nervoso, continua a calciare, deve aver dato qualche calcio anche a quelli.
Carrua divenne rosso. Se li hai toccati solo con un dito ti metto dentro. Dove
vai?
Non gli rispose e non ascolt pi le sue grida. Prese per un braccio Davide e lo
guid verso la Giulietta. Mi porti subito in centro. Non gli chiese nulla,
quasi finch non imboccarono via Porpora, incolonnati come pecore robot in un
traffico che aveva ripreso in tutto il suo furore. Poi disse soltanto: L'ha
vista?
Accenn di s, che l'aveva vista. Voleva dire che era andato al condominio
Ulisse, era salito al secondo piano e aveva veduto Livia Ussaro.
Non era svenuta?
No. Voleva dire che non era svenuta, che stava seduta su una sedia, nuda,
intorno alla sedia vi erano tutti i pezzi degli scacchi, in terra, e lei si
tamponava il viso con un asciugamano, non c'era molto sangue, no, molto sangue
non c'era, ma era stato per svenire lui quando le aveva visto il viso, per un
attimo che lei aveva abbassato l'asciugamano per lasciarsi vestire, perch
l'aveva dovuta vestire, ma lei non sveniva, non era mai svenuta, neppure quando
l'aveva portata gi in macchina, quasi voleva camminare da sola, appena
sorretta.
Dove l'ha portata?
Al Fatebenefratelli, me l'ha detto Carrua al telefono.
Andiamoci subito.
Non si pu.
Allora lui si accorse che il ragazzo aveva il convulso, come i bambini che hanno
pianto tanto, al principio gli era sembrato una specie di singhiozzo, adesso
capiva. E capiva anche perch non si poteva vederla: la stavano rappezzando. Il
pi, oltre lo sfregio, erano i tagli verticali agli angoli delle labbra - suo
padre gli aveva descritto molto bene lo sfregio totale, una volta - che le
avrebbero impedito di parlare e di nutrirsi per varie settimane. Finch non
l'avevano un po' rammendata non si poteva vederla.
Allora andiamo subito in piazza Castello. Gli spieg dove andavano, da chi, e
a fare che cosa, e gli spieg l'aiuto che doveva dargli. Speriamo che non fugga
dal retro, gli disse.
In piazza Castello lasciarono la macchina. Poi andarono a piedi. Dopo un po'
arrivarono nell'antica viuzza, stretta, cos caratteristica e dove un negozio di
filatelia non c'entrava per niente, con le due vetrinette tascabili appese ai
lati dell'entrata con tanti bei francobolli che nessuno probabilmente aveva mai
guardato, tanto meno lo stesso proprietario ed entrarono, scendendo due gradini,
nello stanzino, davvero poco pi grande di un bagno, che fungeva, con una certa
pretesa di eleganza, da regno della filatelia.
Non c'era nessuno, ed era molto buio, delle vetrinette appese al muro,
intarsiate di francobolli, rilucevano quietamente. Sul banco, aperto, c'era un
album molto grande, poi c'era una poltroncina, e un grosso posacenere di vetro
rosso, non solo senza mozziconi, ma anche velato di polvere, il signor A doveva
aver seguito il consiglio del medico e aveva smesso di fumare, da tempo. Ma
c'era soprattutto silenzio, e quando avevano aperto la porta nessun campanello
aveva suonato.
C' qualcuno? disse educatamente, fissando educatamente la porticina socchiusa
del retro, e allora cap la sensazione di disagio che stava provando: qualcuno,
non visibile, lo guardava, da una di quelle vetrinette appese al muro, un
francobollo non era un francobollo, ma un buco nel muro per guardare dal retro.
Gli sarebbe piaciuto sapere che francobollo era, una curiosit proprio
infantile.
La porticina del retro finalmente si apr del tutto e, sorridendo, comparve un
elegante signore, aveva i baffetti grigi, era esattamente come gliel'aveva
descritto Livia: il signor A.
Scusa... L'intenzione del signor A era di dire scusate perch aveva tardato,
ma attraverso il banco tutti e due lo afferrarono, lo fecero volare al di sopra
del banco, lo insaccarono nella poltroncina e Duca lo rimbamb con uno schiaffo,
mentre Davide lo perquisiva.
S, eccola, disse Davide.
Era una rivoltellina da donna, ma il signor A non doveva portarla d'abitudine,
doveva essersela messa in tasca in quel momento, nel dubbio.
Adesso cerchi la luce e l'accenda, disse a Davide, abbassi la saracinesca,
vada nel retro, blocchi la porta e telefoni a Carrua, gli dica che venga a
prenderne un altro.
Lo schiaffo, ma forse il termine era improprio e minimizzante, aveva arrossato
di sangue un occhio del signor A, che per non aveva emesso un lamento, n detto
una parola.
Ne disse lui, qualcuna, molto precisa. Il suo amico fotografo e l'altro mi
hanno gi spiegato molte cose, gli disse. Adesso parla lei, tutto. Di
negozietti come questi ce ne devono essere in altre citt d'Italia, poi lei deve
essere in contatto con della brava gente anche all'estero, mi occorrono nomi,
indirizzi, e particolari. Davide, trovi della carta e venga qui a scrivere,
disse a Davide, poi continu col muto signor A, muto, ma con lo sguardo di
pietra dell'uomo che non avrebbe mai parlato: Lei ha oltre cinquant'anni, le do
la mia parola di medico che non potr resistere a pi di tre colpi al fegato, al
terzo le scoppier tutto dentro. Questo uno.
Nello stesso tempo gli tapp la bocca con una mano, ma il signor A non ebbe
neppure la forza di gemere, gli occhi, fu come se uscissero dall'orbita, persero
quel pietroso non parler mai, e lui gli fece la prima domanda.
Risponda subito, la prego.
Ansando, il naso divenuto bianco come le labbra, cominci a rispondere. Rispose
alla seconda domanda, alla terza, alla quarta, a tutte.
Nomi e indirizzi.
Dette nomi e indirizzi, ma cominciava a lamentarsi e a stare curvo.
Dica tutto, se no parte il secondo. Forse non sarebbe sopravvissuto al solo
secondo colpo, anche se aveva fatto tante cure per rimettere a posto il fegato,
ma glielo avrebbe dato lo stesso, e il signor A lo cap e disse l'ultimo nome,
l'ultimo indirizzo, quello che si era ripromesso di non dire mai.
S, credo abbia detto tutto. Lo guard e lo ringrazi. Grazie, stato
saggio.
Davide aveva scritto quasi tre fogli di grande formato. Allora tirarono su la
saracinesca, spensero la luce, e attesero, nella penombra, tra i gemiti del
piccolo capo disfatto. I grossi avrebbero pianto di l a poco.
Poi arriv Mascaranti con due agenti, port via il signor A, i tre fogli
scritti, e Duca e Davide furono liberi.
5.
Abbiamo finito, Duca disse a Davide.
A piedi tornarono alla Giulietta. Tutto finito, chiarito, era cos sudiciamente
semplice. Andiamo al Cavour, almeno a pagare il conto.
Dal forno delle strade entrarono nella primaverile aria di montagna del Cavour.
Chiese il conto e due bottiglie di birra. In camera si tolse la giacca, non
invit Davide a levarsela, tanto se la teneva sempre, e seduto sul letto chiam al telefono il Fatebenefratelli. La centralinista dell'ospedale gli pass il
reparto, l'infermiera del reparto gli disse di attendere, poi sent la voce del
collega.
Sono Lamberti.
Grandi saluti da parte del collega, era un anziano, dal tono protettivo.
Quasi due ore fa ti hanno portato una ragazza col viso sfregiato.
Il collega disse di s, disse che aveva finito da poco di medicarla, rispose
alle sue domande che no, non era in stato di choc, che no, le condizioni
generali di fisico e di spirito erano buone, ah, una ragazza incredibile, disse
che aveva tentato di sorridere, e poi gli spieg tutta la parte tecnica dei
tagli che le erano stati fatti, la parte che lui voleva sapere.
Fra un'oretta vengo a vederla, ci sei ancora?
S, il collega c'era ancora e lo avrebbe abbracciato volentieri. Bene. Ho
finito anche con lei, Davide, disse, deposto il ricevitore. Lei non ha pi bisogno di me. Non avrebbe pi bevuto, anche se non sarebbe stato mai un
astemio. Davide non disse nulla.
Senta, ho bisogno di due favori, gli disse sul portone dell'albergo. Mi
faccia da autista ancora per un paio di commissioni.
Davide accenn di s.
Poi, se suo padre a Milano, ho bisogno di vederlo, al pi presto possibile.
Davide fece cenno di s.
Adesso mi porti in via Plinio, fece cenno di s anche lui: S, a casa di
Livia.
Davide guid piano. Come sta Livia?
Mi hanno detto che sta bene. Non era una risposta, ma non c'era molto da
rispondere.
In via Plinio scese. Dovr aspettarmi un poco, disse a Davide. Entr nel
portone e ne usc dopo quasi mezz'ora. Andiamo al Fatebenefratelli. Ecco, era
finita. Quando Davide ferm l'auto davanti all'ospedale, gli mise una mano sul
braccio. Non venga a vedere Livia, l'ha gi vista abbastanza.
Allora Duca entr nell'ospedale, un infermiere lo riconobbe, lo salut d'impulso, era tanto contento di rivederlo, gli disse. Arriv al reparto e
incontr il collega senza camice, che stava per uscire. L'anziano lo abbracci,
era discreto e saggio, non fece domande, rispose soltanto alle sue, che erano
tecniche, soltanto tecniche, e poi lo accompagn nella stanza di Livia.
Ciao, tutto quello che hai bisogno, sono qui, gli disse il collega.
Grazie, gli disse. Richiuse la porta. Guard il paravento, oltre il paravento
c'era il letto con Livia. Prima di aggirare il paravento disse: Sono io,
Livia.
Aggir il paravento, si ferm un momento ai piedi del letto, guardandola.
Sedette poi su una sedia che mise molto vicino a lei. Volevo dirle prima di
tutto una cosa: sono stato adesso a casa di suo padre. Gli ho spiegato che lei
aveva ricevuto un incarico molto riservato dalla polizia e sarebbe stata via un
po' di tempo, rimasto stupito, naturalmente, ma sono riuscito a convincerlo,
poi lo far parlare con Mascaranti e si convincer meglio. Non deve preoccuparsi
per la sua famiglia.
Perch non muovesse le palpebre, dato il taglio agli angoli, avevano dovuto
bendarle anche gli occhi, per questo Livia Ussaro, non era per niente uno
pseudonimo, era un essere vero, dolorante, ferito, ma invitto, alz un poco una
mano che teneva fuori del lenzuolo, cercando la sua, che trov subito, e strinse
un poco, una volta, due, ed era il suo modo di dire bene, grazie, dato che non
poteva parlare. Era chiaro, per lei, che non vi era in questo tenersi le mani
nulla di personale e tanto meno di affettivo, si trattava solo di un mezzo di
comunicazione, per fargli capire che ascoltava e capiva.
Sono stati presi tutti quelli, qui, di Milano, le disse ancora. E' vero, forse
a un'altra donna avrebbe dovuto dire che sarebbe guarita presto, che la
chirurgia plastica oggi supera qualunque difficolt, che in poche settimane e
cos via, ma non a Livia Ussaro; lei, queste cose, o le pensava e le sperava da
s e non aveva bisogno che nessuno gliele dicesse, oppure non le pensava e non
le sperava, e chiunque gliele avesse dette, si sarebbe infastidita. Abbiamo i
nomi di molti altri grossi capi, in tutta Europa, adesso funzioner l'Interpol,
erano organizzati e istruiti dalla Mafia, per un lavoro di alta qualit, per una
clientela di lusso, ogni donna veniva selezionata tra le migliaia probabili di
una grande citt. Anche lo sfruttamento, da anni, sta subendo una certa
flessione, soprattutto, cos mi ha detto il signor A, per il materiale scadente.
Guidati dalla Mafia, alcuni grossi industriali del lenocinio hanno voluto
realizzare un meretricio di lusso. Le stesse donne, una volta sfruttate in
questo modo, potevano passare alle categorie inferiori... La stanco? Lo
scrupolo, per quanto inutile, gli venne impulsivo, dopo tutto, poche ore prima
Livia era in balia di un sadico, ma la pressione della mano di Livia nella sua,
gli disse che aveva commesso una gaffe. Doveva continuare, la migliore cura per
Livia era che lui parlasse.
La ricerca di questo materiale scelto, era il punto pi delicato
dell'operazione. Non si aveva pi a che fare con ragazzine corrotte, facili da
convincere e da tenere a bada con qualche schiaffo. Si trattava di ragazze
'nuove' o quasi, come Alberta, che si pentivano, avevano una famiglia onorata,
si ribellavano dopo aver accettato e aver saputo troppo dell'organizzazione. Se
non fossero stati duri, il commercio non sarebbe durato pi di qualche
settimana, per questo ogni gruppo aveva un giovanotto come quello che lei ha
conosciuto oggi.
Il giovanotto faceva riflettere le esitanti e puniva le ribelli. Oltre questo
aveva l'incarico di condurre a destinazione le arruolate, sul luogo d'impiego.
Le fotografie Minox servivano per due scopi, continuava a parlare guardando
dovunque, meno che il biancore delle bende sotto cui si celava il suo viso.
Uno, per formare una specie di catalogo di edizioni rare, diciamo, che
circolava sempre rinnovato in tutta Europa, presso gli amatori e la gente del
mestiere. L'altro, per ricattare le fotografate. La maggior parte delle esitanti
cedevano quando le minacciavano di consegnare le fotografie al padre, al
fidanzato, o ai colleghi dell'ufficio dove lavoravano. Con Alberta stato
diverso, lei ha fatto di pi che ribellarsi, lei ha preso addirittura il
caricatore Minox appena impressionato.
Questo era troppo grave, le spieg, continuando a tenere la mano aperta sul
letto, e sulla sua mano era posata quella di lei, pronta a premere le dita, per
rispondere, per chiedere. Probabilmente non era mai accaduto che qualcuna
rubasse una pellicola. Tutta l'eleganza del meccanismo era basata sul segreto di
quelle pellicole, per mantenerlo nelle citt vi erano perfino insospettabili
studi fotografici. L'invertito fotografava modellini di auto, trattori,
autocarri, sullo sfondo di paesaggi in fotografia per conto di ditte serissime,
erano foto pubblicitarie, industriali, che non potevano dare nell'occhio a
nessun poliziotto. Fare le foto in una casa privata poteva essere pericoloso,
con le ragazze sempre diverse che vanno e vengono, occorreva una targa con su
scritto Foto Qualche Cosa, e infatti il sistema funzionava da quasi due anni
benissimo in tutta Europa al di qua della cortina, perch al di l sono
organizzati diversamente, ed ecco che Alberta prendendo quel caricatore Minox,
rischia di far crollare tutto perch anche il pi placido dei poliziotti, appena
vede una pellicola simile capisce che roba .
L'uomo che lei ha conosciuto oggi, allora entr in azione. Non riusc a
spaventare Alberta e non riusc a prenderla. Allora prese l'altra, Maurilia, e
minacci Alberta di ucciderla se non avesse restituito il caricatore. C'era
molta penombra, nella stanza, adesso anche troppa perch il sole, anche se non
stava tramontando ancora, era divenuto soltanto una polverosa sorgente di calore
pi che di luce, ed era una penombra pietosa perch cos anche se guardava il
letto, le fonde ombre gli nascondevano i particolari del volto coperto di bende
e a poco a poco anche la forma stessa del volto.
Alberta allora aveva compreso - le spieg lucidamente, senza nulla di inquieto
nella voce - che in ogni caso, anche se avesse restituito il caricatore,
avrebbero ucciso la sua povera amica e poi anche lei, e infatti aveva ragione
perch Maurilia era stata gi portata a Roma e fatta annegare e lei attendevano
solo il momento di prenderla.
Alberta aveva avuto uno choc, di colpo si rendeva conto in quale pozzo di
turpitudine e violenza era caduta. Era una donna inflessibile, anche con se
stessa: avrebbe consegnato il caricatore in polizia e spiegato tutto, poi si
sarebbe uccisa. Per questo aveva nella borsetta quella lettera per la sorella.
Prima di uccidersi doveva per procurare alla sorella le cinquantamila lire per
pagare le spese dell'appartamento in affitto, era inflessibile anche nelle
piccole cose, e le procur nell'unico modo che in quel momento poteva, cercando
un uomo. E trov Davide.
Sapeva di essere seguita e in pericolo, ma si mischi sempre tra la gente e
quando Davide acconsent a darle un passaggio si sent pi sicura. La compagnia
di Davide poi la mise in crisi, si sent debole, voleva vivere, pensava che
fuggendo, andando lontano, sarebbe stato diverso, ma Davide non poteva
immaginare le cause di quella crisi e alla fine dell'autostrada la fece
scendere. E quell'uomo era l, con la sua 230.
Lei pu capire che cosa accaduto. L'uomo le ha chiesto il caricatore, ma lei
l'aveva perduto nell'auto di Davide, ma non lo sapeva neppure come non lo avesse
pi. Lui non credette, frug nella borsetta, trov la lettera indirizzata alla
sorella, il diavolo gli offriva la strada reale per un assassinio. La stord, la
depose su quel prato e fece le sue incisioni. Era un uomo pratico, un incisore.
E si prese anche quarantamila lire delle cinquanta che Davide aveva dato ad
Alberta, non gente che sa guardare i biglietti da diecimila con freddezza.
Senza la pellicola Minox, anche se la polizia continuava a indagare su quei due
suicidi non del tutto convincenti, non si sarebbe mai arrivati a nulla. Ma il
caricatore Minox era rimasto un anno, insieme con un fazzolettino una volta
intriso di lacrime, nella valigia di Davide, giovane sanissimo ma in discesa
verso la psicosi e l'alcolismo.
Adesso doveva continuare a parlare, perch a ogni pausa un po' pi lunga lei
premeva con le dita sul palmo della mano. E per fortuna non ci si vedeva quasi
pi, e per fortuna, ancora, entr l'infermiera, e disse: Lei il dottor
Lamberti?
Rispose di s, effettivamente lo era, ma era molto pesante essere Duca Lamberti,
in quel momento.
Ci sono due persone che vogliono parlare con lei.
Strinse la mano a Livia. Livia, vado solo un momento, poi torno subito. Lei
gli rispose di s, premendogli il palmo, che poteva andare.
Nel corridoio c'erano Davide e suo padre, sempre piccolo, sempre imperatore,
sempre senza incertezze.
Mi spiace che Davide l'abbia fatto venire qui, non era cos urgente.
Non occorrono complimenti, Davide mi ha detto che lei voleva vedermi subito.
Bene, bene, Caesar, non si arrabbi. Prima di tutto volevo riconsegnarle suo
figlio, nel corridoio pass una suora che lo riconobbe e gli sorrise. Non
mai stato un alcolizzato e non lo sar mai. E non neppure grand e ciula, come
lei mi ha detto.
Il piccolo guard Davide. Spero che la diagnosi del dottore sia giusta.
Giustissima. Poi avrei bisogno di un favore. Gli chiese di poter portare, di
l a qualche settimana, una ragazza che aveva avuto un incidente ed era rimasta
sfigurata, nella sua villa a Inverigo, dove avrebbe potuto stare isolata finch
non fosse un po' migliorata.
Davide mi ha detto che non un incidente d'auto, precis il Caesar, ma con
sgomento. Orrendo. Far tutto quello che potr servirle, per lei e la ragazza.
La villa a sua disposizione da questo momento.
Grazie.
Davide os parlare: Posso entrare, solo un momento?
Supplicava, ma era meglio di no, e lui scosse il capo. Forse domani. Adesso pu farmi un favore lei: andare da mia sorella, che non sa pi niente di me. Le
spieghi poche cose e se non ha altri impegni, le tenga compagnia. Lorenza
viveva troppo sola, doveva sistemarla in qualche modo. Del resto doveva
sistemare anche se stesso.
Salut i due Auseri, rientr nella stanza, disse: Sono io, sedette accanto al
letto, mise la mano sul letto col palmo aperto, vicino alla sua e lei vi poggi subito le dita, premendo. Voleva che parlasse. Il cervello gli bolliva, ma
doveva trovare qualche cosa che facesse piacere alla signorina Argomenti
Generali. L'eutanasia, ecco, non gliene aveva mai parlato, eppure lei era una
sua ammiratrice, ecco, quello era il momento per farla felice.
Tre anni fa, quando venni condannato... cominci. Le avrebbe spiegato tutta la
teoretica dell'eutanasia, e lei ne sarebbe stata felice, anche in quella stanza
d'ospedale, anche cos sfigurata e bendata, perch per lei, nella vita, c'erano
delle cose pi importanti degli sfregi, c'era il Pensiero con la P maiuscola, le
Teorie, la Giustizia, e avanti cos. ... perch l'eutanasia, e le strinse,
teneramente, le dita.
IO, VLADIMIR SCERBANENKO.
1.
Mia madre era dietro di me due o tre metri, e teneva un capo del tronco
d'albero. Io ero davanti e tenevo l'altro capo del lungo tronco che
trasportavamo a casa. Eravamo stati ai magazzini d'approvvigionamento dei
militari, che erano chilometri fuori citt, vicino a un bosco, e dove ci davano
legna per la stufa, fagiuoli, miglio, patate gelate. Eravamo a Odessa, nel 1921,
mamma aveva lasciato l'Italia e mi aveva portato con s, per andare a cercare
pap del quale non aveva pi notizie dalla rivoluzione russa. A Kiev, mamma
aveva saputo che pap era stato fucilato dai rossi. Era professore di latino e
di greco, indossava una divisa, come tutti i funzionari dello stato in Russia, e
gli studenti rossi avevano voluto colpire lo stato in quella divisa. Ricordo una
fotografia di pap, ero orgoglioso di avere un pap professore con la divisa, a
Roma lo aspettavo impaziente e mamma mi diceva che sarebbe presto arrivato dalla
Russia, ma la rivoluzione lo trattenne per sempre laggi. Allora mamma,
portandomi con s, aveva attraversato l'Europa ancora sconvolta dalla prima
guerra mondiale ed era riuscita ad arrivare fino a Kiev, dove aveva saputo della
morte di pap. Adesso tornavamo in Italia: a Odessa vi erano tre navi venute
dall'Italia a prendere gli italiani che fuggivano alla rivoluzione, per
riportarli in patria. E la rivoluzione era tutto intorno a Odessa. La citt era
dei bianchi o dei rossi, ero troppo piccolo per interessarmene, per era dei
militari e della guerra, lo si capiva subito, anche un bambino come me. Tutti i
negozi erano chiusi, le strade completamente deserte, ogni tanto si sentiva
sparare, ogni tanto passavano colonne interminabili di soldati. E c'era la fame.
Una volta ogni tanto si andavano a prendere i viveri fuori citt, vicino al
bosco, dai militari. E mamma e io quel giorno tornavamo a casa col tronco
d'albero e col sacchetto dei fagiuoli, e quello del miglio. Casa era una
specie di casermone in cui erano alloggiati profughi di tutte le nazionalit,
provenienti da tutte le parti della Russia e, come sempre, in quella miseria e
dolore e paura, ci odiavamo gli uni con gli altri. Io ero troppo bambino, ma
m'insegnarono subito a odiare. Nello squallido cortile coperto di neve, vi erano
dei ragazzi che mi chiamavano "italianskii svini", porco italiano, e allora li
ricambiavo coi pochi insulti che avevo imparato, "glpoi", stupido, o "idk
cciort", vai al diavolo, ma erano troppo blandi e finivo per fuggire dalla
mamma, urlando le pi brutte parolacce che conoscevo in romanesco.
Nel casermone, ogni famiglia, anche di cinque o sei persone, aveva una stanza.
Mamma ed io eravamo in due e stavamo larghi. Non c'era acqua e non c'era luce.
Facevamo sciogliere la neve per l'acqua. Per la luce mamma prendeva un bicchiere
e vi metteva dentro un po' d'olio. Poi prendeva un filo di lana, lo raddoppiava
un paio di volte, attorcigliandolo, e quindi lo stringeva in una delle sue
forcine per capelli che metteva per traverso sul bicchiere. Il filo faceva da
stoppino, pescava nell'olio e bastava accendere. Mamma m'insegn come si faceva,
e dopo feci sempre io quel lavoro. Solo una stanza di tutto quell'enorme
casamento era illuminata dalla luce elettrica - e ancora adesso mi domando
perch, se c'era la corrente, non illuminavano anche le altre - ed era quella di
un uomo, che intravidi anch'io una volta, magrissimo e pallidissimo, vestito in
borghese, al quale tutti i profughi andavano a chiedere ossequiosi e imploranti
qualche cosa. Oggi penso che fosse il commissario politico. Anche mamma una
volta and a implorare, naturalmente non posso sapere che, l'unico ricordo che
ho lo stupore che provai nel passare dal cavernoso baluginare del lumino ad
olio della nostra stanza, alla sfavillante luce di una forte lampadina elettrica
in quella del commissario politico.
Sembrava che mamma ed io non potessimo lasciare la Russia e tornare a Roma.
Mamma, essendo sposata a un russo, risultava cittadina russa, e cos pure io che
ero nato a Kiev. Ma alla fine mamma riusc e un giorno lasciammo il casermone e
salimmo sulla nave, una delle tre italiane, e risentii parlare in italiano. Poi,
ecco, ricordo bene che dicevano che il porto era minato, e che per uscire dal
porto saremmo stati guidati da una vedetta russa. Infatti a un certo punto le
tre navi si mossero e davanti a noi c'era la vedetta che ci guidava per un
invisibile sentiero senza mine. Doveva essere l'alba, perch poi ricordo venne
il sole, e la nave dove eravamo noi era in mezzo e alla nostra destra ce n'era
un'altra, e Odessa era gi molto lontana.
Non ricordo lo scoppio. So solo che a un certo punto ero sul ponte, vicino a
mamma e vidi la nave alla nostra destra che era per met affondata. Non avevo
nessuna paura perch non capivo cosa era successo e anche quando mi dissero che
la nave aveva urtato contro una mina, non capii lo stesso perch non sapevo bene
cosa fosse una mina. Vedevo soltanto la nave a qualche centinaio di metri da noi
affondare sempre pi. Qualcuno grid vicino a me che un marinaio stava issando
la bandiera e infatti poco dopo vedemmo, sull'ultimo pezzo di nave che stava per
essere ingoiato dalle acque, sciogliersi al vento il tricolore e la gente
intorno a me si mise a battere le mani. Il mare intorno alla nave formicolava
d'imbarcazioni e poco dopo i primi naufraghi arrivarono a bordo della nostra
nave. Fino ad allora non avevo avuto paura, ma poi l'ebbi, e divenne sempre pi forte col passare degli anni e non mai diminuita neppure oggi. Mi pass proprio vicino, schizzandomi d'acqua, un marinaio che teneva avvolta in una
coperta una donna della nave affondata. Doveva essere giovane, e so con certezza
che era bionda. La coperta era fradicia, lei gocciolava acqua da per tutto, e si
divincolava urlando tra le braccia del marinaio che la teneva. Forse era ferita,
forse era soltanto il trauma, ma risento quelle urla fin dentro allo stomaco.
Forse mi misi a piangere, allora, e mamma mi consol.
Arrivammo a Costantinopoli e mi ricordo, di questa citt, soltanto che avevo
sempre le mani appiccicose di datteri. Poi a Trieste. Non so perch, in quei
giorni non c'era la luce neppure a Trieste. Ricordo uno stanzone, dove
mangiavamo noi che eravamo tornati dalla Russia, sembrava che ci fosse la
rivoluzione anche l, e i lunghi tavoli disseminati di candele. E poi finalmente
arrivammo a Roma e ritrovai le mie cugine, gli zii, la nonna che aveva sempre il
mal di testa e che torn a mandarmi in farmacia a prenderle la fenacetina.
Qualche breve anno soltanto di questa serenit. Poi venimmo a Milano, dove mamma
cominci ad ammalarsi e a entrare e uscire dall'ospedale, pi tardi seppi che
era un tumore, e dopo l'operazione rimase per sempre in una sala dell'ospedale
in via Commenda, dove andavo a trovarla molto raramente. Dovevo lavorare, dovevo
leggere i libri presi in prestito alle biblioteche, dovevo scrivere e non capivo
niente della vita intorno a me, non vedevo nulla, ero come cieco e certo per
questo soffrii pochissimo in quel periodo che pure fu cos amaro. Solo una volta
mamma si lament, quando andai a trovarla, che le iniezioni che le facevano le
suore non erano di morfina, ma di acqua. Doveva soffrire molto, ma lei non lo
mostrava e io non me ne accorgevo. Come sempre, dopo, molto dopo, quando da anni
giaceva in una tomba a Musocco, cominciai a capire quello che doveva aver
sofferto, le ansie che doveva aver avuto per me, l'angoscia di non potermi
aiutare, la disperazione di lasciarmi quando ero ancora cos incapace di vivere.
Scriveva anche mamma. Non aveva mai pubblicato nulla, ma una volta, ero molto
bambino ancora, vidi sul com in camera da letto un fascio di fogli scritti a
mano, ed era un romanzo che mamma aveva cominciato e che certamente non fin
mai. Mi piace pensare che forse era la sua storia d'amore con pap, che era
venuto a Roma dalla lontana Russia per studio, e che si era innamorato di una
bruna ragazza romana. All'ospedale era molto felice che io scrivessi, non doveva
avere troppo senso pratico e non si preoccupava che io non avessi in mano nessun
mestiere, che non avessi finito neppure le elementari. Era felice che io fossi
un artista e forse quest'illusione l'aiut a morire con meno amarezza, certa
che, essendo io un artista, avevo la mia strada sicura nella vita. Meglio cos.
Non sapeva che con la sua finiva la generazione della sicurezza e che non vi
era, ormai, pi niente di sicuro per nessuno.
2.
Sono nato in Russia. Mio padre era russo, mia madre romana. A sei mesi di et
mia madre mi riport in Italia e qui crebbi, e la mia lingua madre fu
l'italiano, e non ho poi pi saputo altre lingue. Verso i diciotto anni diventai
straniero, qui a Milano. Fino ad allora ero vissuto a Roma, in mezzo alle mie
cugine, parlavo romanesco come loro, loro lo sentivano che io ero italiano, mia
madre era la loro zia, dicevamo le stesse parolacce. Le mie cugine erano belle e
terribili, esclusa una che era molto buona, Fernanda, e che mor. Fu la mia
prima conoscenza con la morte, ma ero troppo bambino e i bambini non capiscono
la morte. Avevo molti zii e i nonni materni, anche loro lo sapevano che ero
italiano, per loro Scerbanenco era un nome come Fontanesi o Brambilla. Anche per
me. Mio padre lo avevano fucilato in Russia i comunisti, ma dal modo come ne
sentivo parlare dalla mamma, dagli zii, dai nonni, sembrava un italiano anche
lui. Pi tardi ho imparato che gli ucraini, e mio padre era ucraino, sono i
latini di Russia, ma allora lo sapevo d'istinto, senza neppure pensarci.
D'improvviso, appena arrivato a Milano, verso i diciotto anni, divenni
straniero. Fuori dalla mia famiglia, in una citt dove nessuno mi conosceva,
rimaneva soltanto il mio nome, che era Vladimir Scerbanenko. Lei russo?
Rimanevo incerto. Cominciavo a spiegare ansioso: sono nato in Russia, ma ci sono
stato solo fino a sei mesi di et, mia madre era italiana. Gentilmente fingevano
di capire, ma io sentivo che non mi capivano, e provavo un'oscura pena che mi ha
seguito sempre, e mi segue ancora. Trovavano che avevo il tipo slavo, cos alto,
longilineo, con quel profilo, quel naso. Io avrei voluto spiegare che i miei zii
di Roma, e mia madre erano cos, alti come me, con quel profilo, quel naso,
avevamo preso tutti da mia nonna materna, ma ero timido e lo dicevo
confusamente. Pi tardi trovai anche un tipo di sinistra che mi chiese duro se
mi vergognavo ad essere russo, visto che insistevo tanto a spiegare che ero
italiano. Gli avrei messo la testa in un cassetto, e poi chiuso con forza,
perch questo capiva ancora meno degli altri.
Al principio ero tanto straniero, per tutti, poi lo diventavo un po' meno, ma
qualche cosa rimaneva sempre. Io tolsi la k da Scerbanenko e feci Scerbanenco,
anche perch questa k una stupidaggine che imita la grafia francese e inglese
dei nomi stranieri, in italiano il suono di k identico al c duro e non c'
quindi nessun bisogno di scrivere k. Tolsi anche il Vladimir e usai il mio
secondo nome. Giorgio. Ma non serviva. Rimanevo sempre un poco straniero, sempre
un poco meno, man mano che mi conoscevano, ma pur sempre un poco. E' una
sensazione triste.
Poi un giorno mi chiamarono per la visita militare. Avevo paura. Mi avevano
detto che da soldato facevano degli scherzi terribili e avevo paura di questi
scherzi perch ero certo che li avrebbero fatti tutti a me. In caserma ci
riunirono tutti in uno stanzone, eravamo una trentina, in un'alba fredda. Ci
fecero spogliare completamente e rimanemmo l ad attendere la commissione.
L'unico ad essere vestito era il carabiniere che ci sorvegliava. Stavamo in
piedi e pestavamo i piedi in terra per il freddo. Alcuni si vergognavano un
poco. Poi si rideva. Un giovanotto sentendomi parlare mi guard incerto.
Sei romano? mi chiese. Ero da poco a Milano e conservavo l'accento della
lingua di mia madre. Stavo per cominciare a spiegare: sono nato in Russia, mio
padre era russo, mia madre era romana, col solito, oscuro senso di sofferenza,
ma forse quando si cos nudi in mezzo a tanta gente nuda, non si pu pi mentire.
S, dissi. Io sono romano, questa la verit.
Era romano anche lui. A te te riformeno, sei fortunato a esse cos secco.
Cominciammo a parlare. Non so cosa dicemmo, ma io calcavo sul mio accento
romanesco ed ero felice che lui mi sentisse suo simile, non alieno, nel senso
inglese di straniero, ma suo compaesano, suo compagno.
Pi tardi sempre pi persone mi dettero la stessa felicit, ma quel ragazzo fu
il primo che mi dette la speranza che forse gli altri un giorno avrebbero capito
che io ero veramente dei loro.
3.
Un uomo in camice bianco, il capufficio, mi fece attraversare via Washington e
mi port nello stabilimento di fronte. Attraversammo un cortile e d'improvviso
udii il rumore delle trance. Non era un rumore, era un continuo crollo. Un
istante dopo l'altro qualche cosa crollava rovinosamente, e questo per tutto il
giorno. Di fianco al salone delle trance a cui lavoravano delle ragazze e degli
uomini, vi era il reparto tornitura, separato soltanto da una rete. Erano una
trentina di torni che ronzavano come piccoli aerei, ma col rumore di crollo
delle trance non si udivano neppure. Davanti a ogni tornio c'era un giovanotto,
in piedi. L'uomo in camice bianco mi consegn a un altro uomo in camice grigio,
grosso, che gli era venuto incontro.
Questo provi a tenerlo qui, disse l'uomo in camice bianco. O qualche cosa di
simile.
Quanti anni ha? disse l'uomo in camice grigio.
Quanti anni hai? mi domand l'uomo in camice bianco.
Gli dissi che avevo diciassette anni. L'uomo col camice grigio mi chiese se
avevo mai lavorato. Gli dissi di no. Poi l'uomo col camice grigio parl con
l'altro, e certo gli disse che non sapeva che farsene di uno cos. L'altro
spieg ch'ero un caso pietoso, o qualcosa di simile.
Cos rimasi con quello in camice grigio che mi port vicino a un giovanotto che
lavorava a un tornio. Guarda come fa lui e cerca di imparare. Guardai. Il
giovanotto prendeva da un cesto un cerchio di ottone grezzo, il cerchio di
metallo che intorno alle sveglie, come capii dopo. Infilava questo cerchio sul
disco del tornio che girava velocissimo, poi con un ferro che sembrava un grosso
cacciavite, vi passava su mentre il cerchio girava. Allora l'ottone grezzo del
cerchio diveniva subito lucido, pulito, liscio, pronto per il bagno chimico che
l'avrebbe reso bianco brillante come argento.
Il giovanotto non mi parlava, continuava a mettere su cerchi sporchi e grezzi, e
a ritirarli lisci e lucidi. Non ci metteva mezzo minuto per farne uno. Lo
guardai tutto il giorno, e tutto il giorno dopo. Nessuno mi parlava. L'uomo in
camice grigio passeggiava su e gi lungo le due file di torni, sorvegliando i
giovanotti che lavoravano. Quando la prima sera uscii, ero sordo, i magli delle
trance continuavano a crollarmi dentro la testa. Il terzo giorno cominciai a
tornire io, con l'uomo in camice grigio vicino a me che non mi sgridava, ma che
mi avvertiva: Se metti il cerchio in quel modo, ci rimetti la mano. Se premi
tanto col ferro, salta su una striscia e ti taglia il viso. Ogni tanto capivo,
pur nell'abisso di cecit di quegli anni, che stavo davvero per rimetterci una
mano. Ogni tanto una striscia d'ottone tagliente come un rasoio, e rovente,
schizzava dal tornio e mi passava a un millimetro dal viso. Ma dovevo essere
protetto da qualcuno, non mi successe mai nulla, ero il pi lento di tutti a
produrre, facevo molti scarti, ma imparai.
Rimasi l da Borletti un anno e mezzo. Feci anche carriera. Si accorsero che ero
un poeta e mi misero al magazzino spedizioni, a scrivere l'entrata e l'uscita
delle merci. Sbagliavo regolarmente, mandavo le merci di un reparto in un altro,
ma c'era gente di buon cuore intorno, e non sottilizzavano troppo. Come nelle
biografie degli eroi americani, la sera studiavo. Soltanto non avevo lo spirito
pratico degli eroi americani, e cos studiavo filosofia. Prendevo i libri in
prestito alla biblioteca del Castello Sforzesco, e li leggevo poi all'osteria
dove mangiavo. Siccome l'osteria chiudeva all'una, smettevo di leggere i
trattati di filosofia all'una, poi andavo a dormire all'albergo popolare.
Lavorando, stavo diventando ricco, e non stavo pi nel dormitorio comune, ma
avevo la stanzetta che costava di pi. In quella stanzetta, non pi larga di un
grosso baule, ho imparato la logica di Kant e la dialettica di Hegel e lo
scetticismo di Hume. Dopo un anno e mezzo qualcuno mi mand in sanatorio. I
medici del sanatorio di Cuasso al Monte mi avrebbero voluto rimandare a casa,
dicevano che avevano dei malati seri, ma poi mi tennero. Avevo soltanto bisogno
di mangiare. A Cuasso al Monte scoprii l'esistenza dello zabaione, con due uova,
con tre, con quattro, con quante volevo. La suora che le distribuiva mi guardava
in faccia e me ne allungava un altro oltre la razione normale. Poi passava
vicino al mio tavolo mentre io stavo coscienziosamente sbattendo il mio
zabaione, e me ne dava un altro. Per farmi guadagnare qualche cosa, ignoti
benefattori mi affidarono l'incarico dell'osservatorio meteorologico del
sanatorio. Dovevo registrare la temperatura, la pressione barometrica, la
velocit del vento, l'umidit. Tutte cose di cui non avevo sentito mai parlare
fino a un attimo prima. Ma dopo qualche mese mi pagarono quel lavoro:
cinquecento lire. Ero ricco. Intanto per avevo fatto un po' di soldi con un
altro sistema. Nel salone del sanatorio c'era un biliardo, potevano giocarci
solo i malati che avevano il permesso dal medico. Io ero tra quelli. Giocavamo
di denaro. Avevo le braccia lunghe, ero lungo, e cos ero in vantaggio sugli
altri. In genere vincevo, e i soldi mi servivano per fumare. Era naturalmente
proibito fumare, ma esclusi i moribondi, fumavano tutti, da per tutto, finch il
mozzicone non scottava le dita.
Oltre lo zabaione, in sanatorio scoprii un'altra cosa. L'impossibilit per
l'uomo di vivere separato dalle donne. Nel sanatorio vi era una sola donna,
un'infermiera, che non credo potesse essere una eccezionale bellezza. L era la
sirena, la Circe di quasi trecento uomini, compresi gli agonizzanti. Si parlava
sempre di lei, poi delle donne in genere. Si parlava sempre di donne, anche i
gravi che dovevano fare la toracicoplastica o la frenicotomia. Tossivano,
avevano paura di morire, bruciavano di febbre, erano intontiti dalle endovenose
di calcio, ma parlavano di donne. Qualunque discorso si facesse, il pi lontano
dalle donne, con imprevedibili e stupefacenti salti di logica, si arrivava alle
donne. Si cominciava al mattino presto, ancora prima della sveglia e si finiva
finch non si crollava dal sonno. Non importa come se ne parlasse, anche sotto i
discorsi meno decenti, ciascuno, senza saperlo, senza volerlo, metteva una nota
di acuta, feroce nostalgia per la donna. Non era soltanto desiderio, anzi non
era per niente desiderio, anche se sembrava che fosse soltanto quello, era
proprio la necessit spirituale, incoercibile, di vivere in un mondo normale
dove vi fossero anche le donne. Il nostro mondo di soli uomini era anormale, era
come mettere una pianta in un vaso pieno di cotone anzich di terra. Fuori di
l, naturalmente, ognuno avrebbe ricominciato a mentire. In mezzo alle donne,
nell'ambiente normale, avrebbe parlato delle donne senza pi fervore, con un
certo distacco, un certo senso di superiorit. Alcuni anche con sprezzo. Ma io
non posso pi crederci, a questo distacco, a questo sprezzo, dopo aver visto
qualche centinaio di uomini di ogni et, di ogni grado di intelligenza e di
temperamento, soffrire per il sorriso di una mediocre e forse scialba
infermiera.
4.
Era un gioved. Mi avvicinai, cauto, all'edicola dei giornali, l in corso Roma,
vicino al Teatro Carcano. C'era un uomo che stava comprando dei giornali, e una
ragazzina che guardava quelli esposti. Attesi che l'uomo se ne andasse via, e
che se ne andasse la ragazzina. La giornalaia, nell'interno dell'edicola,
incassata in un angolo di muro, sorrise, riconoscendomi. Ogni gioved infatti,
andavo sempre a comprare una rivista letteraria che si chiamava appunto
"Gioved". E scelse gi dal mucchio la rivista, sorridendomi ancora.
Le mormorai, allora: Le fa niente se gliela pago sabato? Il sabato prendevo la
paga dalla Croce Rossa, dove ero impiegato come milite del pronto soccorso. La
notte chiamavano le autoambulanze: feriti, malati, ubriachi da portare al
reparto neurodeliri, persone che ammattivano da legare nella camicia di forza.
Allora l'autista e io, e un altro milite se occorreva, saltavamo
sull'autoambulanza che filava ululando con la sirena. Indossavamo la divisa
grigioverde come i soldati della prima guerra, con le fasce. Il maresciallo
scuoteva il capo, quando mi vide la prima volta in divisa, ma sapeva che avevo
fame, e non mi poteva sbattere via. Poi forse ci si abitu con l'occhio. La
giornalaia non os dire di no a un cos giovane soldato, ma il sorriso le
divenne molto incerto. Pure mi tese la rivista, e mentre io me ne andavo, vidi
che la ragazzina di poco prima mi guardava da pettegola. La odiai.
Nel vicino caff mi consolai leggendo la rivista. Infuriava una polemica
letteraria. Era uscito da poco "Gli indifferenti" di Moravia, che io avevo
letto. La battaglia era tra contenutisti e formalisti. Un buon libro
costituito solo di fatti, dicevano gli uni. Un buon libro consiste solo nella
raggiunta armonia della forma, ribattevano gli altri.
Non avendo finito neppure le elementari, molti di questi discorsi mi erano
oscuri, ma li bevevo lo stesso avidamente. Io ero per Moravia, contro i
formalisti, Moravia era la mia squadra di calcio. Nella caserma della Croce
Rossa, dove stazionavano le ambulanze, passavo le giornate leggendo e scrivendo,
fra un servizio e l'altro. Di giorno non c'era quasi niente da fare, io poi non
andavo, forse perch il maresciallo non voleva che vedessero in giro, di giorno,
un milite cos. Ma di notte la citt cominciava a smaniare. Mi portarono prima,
per allenarmi, ai servizi delicati, trasportare vecchi moribondi dall'ospedale a
casa, o da casa all'ospedale. Poi ci fu bisogno, e mi portarono in ogni caso.
Dormivo sulla brandina vestito, coi calzoni e le fasce che ora fanno tanto
"Addio alle armi", la giacca appesa a un chiodo. D'un tratto sentivo una mano
sulla spalla, e una voce fraterna: Andiamo, Russia, era l'altro milite che mi
svegliava. Finivo per allacciarmi le scarpe sull'autoambulanza, e per
abbottonare la giacca. Una notte andammo a prendere uno che si era buttato dalla
finestra, era caduto di piatto su una specie di paracarro che c'era in cortile.
Il cortile era pieno di gente, tutte le finestre del casamento popolare erano
accese, sembrava una sera di festa. Me lo ricordo benissimo: sembrava che
stessero per andare a ballare, mancava solo la musica. L'uomo era ancora vivo,
ci mor in macchina. Un'altra notte andammo a prendere un ubriaco alla guardia
medica. La saletta dove il medico di turno lo aveva legato, era viola di vino,
in terra, alle pareti, e l'ubriaco aveva ancora il vomito convulso. Noi eravamo
in tre, quello era legato con cinghie larghe, dalle spalle alle caviglie, ma fu
un'impresa metterlo in barella e caricarlo sull'autoambulanza: non ho mai visto
niente di pi vivo, di pi sfrenato di quell'ubriaco.
Diverse volte, poi, ho tentato di mettere nelle mie novelle qualcuno di questi
avventurosi episodi, ma venivano falsi. Nelle novelle la verit sembrava una
stonatura.
Dopo qualche mese fui promosso di grado. Dal pronto soccorso della Croce Rossa
in via Corridoni passai agli uffici, sempre della Croce Rossa, e mi sposai. Non
avevo ancora vent'anni. In ufficio era evidente il mio disinteresse per il
lavoro burocratico che mi era stato affidato - non ero forse un poeta? - e mi
licenziarono.
Allora trovai posto come contabile in una grossa ditta. Dovevo fare le fatture,
le sbagliavo regolarmente. Era una calda, calda estate, e pensavo solo a
scrivere, continuavo a scrivere, ogni tanto spedivo qualche racconto ai
giornali, e quasi tutti mi rispondevano gentilmente che erano buoni, ma non
adatti, finch non persi anche il posto di contabile. Un giorno, grazie alla
raccomandazione di un amico, accettarono una mia novella alla Rizzoli. Zavattini
che la pubblicava su "Piccola" volle conoscermi. Arrivai da lui, nel suo ufficio
in piazza Carlo Erba, con un impermeabile double-face, da una parte era un
soprabito galles, dall'altra era tela cerata marrone. Lo portavo senza giacca,
perch non possedevo pi una giacca, dopo tanta disoccupazione, e avevo la
camicia senza cravatta perch avevo deciso che la cravatta era un'inutilit
retrograda. Cos vestito facevo molto futuro scrittore, sembravano tutti
convinti che io avessi grandi possibilit, e dopo qualche tempo fui assunto in
redazione. Ero in un giornale, gli inizi erano finiti.
Ma io, anche se allora non me ne rendevo conto, ero gi abbrutito. Forse
guastato dentro per sempre. Ero arrivato fin l dopo troppa, troppa miseria.
Veramente troppa. La miseria avvilisce, per lo meno a me rimpiccolisce, e chi
scrive, invece, non deve aver timori, e deve vedere in grande. Ci vollero anni
perch mi liberassi di quel complesso di inferiorit, e non me ne sono mai
liberato del tutto. Per quanto in redazione mi seguissero con simpatia,
m'incoraggiassero, non mi trovavo con loro. Le trattorie dove andavamo a cenare
qualche volta insieme dopo il lavoro, mi sembravano principeschi locali da film,
le pietanze che a volte vi si mangiavano erano sconosciute e straordinarie
cineserie. La casa di Milly Dandolo, cos intima e semplice, mi sembr una sala
di castello, eppure era piccolissima. Quando poi vidi quella di Valentino
Bompiani, con l'ascensore che arrivava in anticamera, fu come se fossi andato a
visitare i saloni di Versailles. Ero continuamente schiacciato da queste cose, e
quello che era pi triste, non me ne rendevo conto. Ma lo rivelavano le mie
novelle, i miei romanzi, dove nessun protagonista era un ricco o un
aristocratico, dove nessuno era superbo o grandioso nel vivere. Tutti i miei
personaggi erano gente modesta, spesso anche umile, che pensava solo a vivere,
oscuramente, e oscuramente soffriva o era felice.
Una sera eravamo coi colleghi a cena in un locale piuttosto elegante, e alla
fine portarono in tavola delle piccole bacinelle d'argento, con dentro
dell'acqua e una fettina di limone. Mi rivolsi a Maria Ottolenghi, la direttrice
della rivista "Lei" che era vicino a me. Spiegami che roba , le dissi. Lei
comprese che il mio dispiacere non era di non sapere a che cosa servisse quella
bacinella, ma era che il non saperlo mi faceva sentire differente da loro che lo
sapevano, che erano nati in case dove fin da bambini avevano visto quelle
bacinelle. Non ci si deve sentire differenti per una cosa cos, era un mio
errore, ma non riuscivo a sentire diversamente.
E' per sciacquarsi le dita, mi disse, e immerse un poco le dita nella
bacinella sfregandole con la fettina di limone. Me lo disse da sorella, non
tanto per spiegarmi la cosa, che questo non aveva importanza, ma per dirmi che
cose di questo genere non potevano dividere gli uomini, e che io dovevo capirlo.
Cominciai a capirlo, per il suo tono di voce da sorella, e gliene devo dire
grazie qui.
5.
Mi feci dare dall'amministrazione pi di un mese di anticipo. L'editore che
doveva firmare il mandato di pagamento mi disse: Cosa ti servono tanti soldi?
Voglio andare a Roma a trovare i miei parenti. Non era vero, andavo a
raggiungere una donna. Partii il sabato sera e il luned mattina dovevo essere a
Milano per il giornale. Lei non lo sapeva che io andavo a trovarla, sapeva che
ero innamorato, ma ero tanto stupido che non potevo interessarle. Era una donna
intelligente, che viveva in mezzo a uomini intelligenti, io dovevo apparirle, ed
ero, un essere allo stato brado, non capivo nulla di lei n del mondo intorno,
n da allora ho capito molto di pi. Ero solo ciecamente spinto verso di lei, e
neppure per impulso istintivo, ma perch era la prima donna superiore che
conoscevo, o forse perch era cos dolce, cos miope, cos comprensiva anche con
me.
Arrivai domenica mattina a Roma, assonnato, sporco. Nessuno mi aveva mai
insegnato che vi sono delle ore in cui non gentile telefonare, ho imparato
tutto tanto tardi. Forse non erano neppure le sette e le telefonai all'albergo
dove si trovava.
L'impiegato dell'albergo non voleva darmi la comunicazione, insistei e
finalmente lei rispose. Mi rimprover perch ero venuto a Roma, non dovevo
farlo, io ero giovane e lei un po' meno di me, mi sentivo protagonista di una
grande avventura. Sarei stato con lei tutto il giorno, avrei speso in un giorno
lo stipendio di un mese, molti miei colleghi facevano cose di questo genere ed
erano apprezzati, anch'io volevo essere come loro.
Lei comprese tutto questo, e comprese che doveva allontanarmi, come aveva sempre
fatto, senza offendermi, senza ferirmi: ma questa volta era pi difficile. Mi
disse di raggiungerla in albergo. Si era appena addormentata un'ora prima, ma si
alz e si fece trovare nel salone dell'albergo che prendeva un caff. Abilmente
mi disse che stava interessandosi a certi soggetti cinematografici e che doveva
vedere della gente del cinema, in via Veneto, quella mattina. No, non poteva
fare colazione con me, era con altri. Anche la sera era con altri. Dovette
capire che cominciavo a soffrire, a essere ferito, e intu anche che, in quel
momento, qualunque cosa lei avesse inventato per rispedirmi gentilmente a casa,
anche un attacco fulminante di peritonite, mi avrebbe offeso crudelmente. Non
avrei creduto, e forse avrei finito per odiarla. Allora mi disse la verit.
Sapeva che era il mio punto debole, la verit, la realt.
Gli altri che doveva vedere, mi disse, era un uomo. Uno straniero di cui si era
innamorata, solo una settimana prima. Lo aveva veduto, e se ne era innamorata, e
anche lui si era innamorato e voleva sposarla subito. Mi raccont minutamente la
storia del loro incontro, cos minutamente che non poteva mentire. Forse con un
altro, non avrebbe fatto cos, perch lo avrebbe offeso di pi. Ma di me sapeva
che rispettavo i sentimenti altrui e che non avrei mai forzato nessuno.
Non ero felice, quando fin di parlare, ma non ero offeso. Scherzando le dissi
che era cattiva, crudele, disonesta e che la odiavo, ma lei sentiva che le
volevo bene e che saremmo rimasti amici. Poco dopo, in un paese del vicino
oriente, in pieno deserto, lei e suo marito vennero trucidati da una banda di
arabi. Quel giorno fu l'ultima volta che la vidi. L'accompagnai in via Veneto,
non volle neppure dei fiori. Non buttare via i soldi, disse. Mi parlava ancora
di lui, ed io recitavo la parte di uomo comprensivo, eppure non soffrivo, n ero
ferito. Accade qualche volta che una donna debba rispedire un uomo, accade pi spesso di quanti molti smargiassi dicano. E' un'operazione talmente delicata che
gli esperti di diplomazia alle conferenze politiche, fanno ridere. Eppure la
maggior parte delle donne riesce a compierla abilmente, usando per ogni uomo il
sistema adatto. Con gli avari si mostra interessata, avida di denaro, coi
prepotenti che non ascoltano ragioni, si riduce brutta, s'ingoffa in abiti
ridicoli, porta le calze con la riga storta, si sbaffa il rossetto fuori delle
labbra, finch li smonta. Di tutti, capisce la strada pi sicura per liberarsene
senza farsi odiare. Forse questa un'arte che la donna conosce assai meglio di
quella di farsi amare senza essere ingannata. Ma quando si ama, non si pi capaci di niente, tutti, uomini e donne.
Presi il treno per Milano quella sera stessa. Avevo ancora quasi tutti i miei
soldi, mi sentivo innamorato e infelice, dolcemente.
6.
Rilessi quella lettera per la seconda volta. Poi la lessi una terza volta dal
principio alla fine. Avevo gi in macchina il foglio per scrivere la mia solita
rubrica di corrispondenza coi lettori su una nota rivista. Fra tutte le lettere
che ricevevo dovevo scegliere quelle che trattavano gli argomenti pi interessanti.
Rilessi una quarta volta, non tutta la lettera ma il punto principale. Una
giovane madre, aveva poco pi di vent'anni, mi scriveva che suo marito era
morto. Lo adorava. Il bambino continuava a chiamare pap, domandava perch pap
non tornava, lei per tenerlo tranquillo si affacciava alla finestra col bambino
in braccio, come quando il marito era ancora vivo, e lei si metteva ad attendere
il suo ritorno dal lavoro. Cos il bambino si calmava un poco, felice di
quell'attesa, ma lei non reggeva pi e voleva morire col suo bambino per andare
a raggiungere l'uomo che aveva perduto.
Misi da parte la lettera - senza nome, senza indirizzo - fissai il foglio
avvolto sul rullo della macchina per scrivere. Vedevo una donna affacciata alla
finestra, con un bambino in braccio, a guardare la strada da cui l'uomo che lei
fingeva di attendere non sarebbe pi tornato. In media, una lettera su cinque
delle lettere che la gente scrive ai giornali contiene l'espressione "vorrei
morire". In una lettera su mille questo desiderio di morire sincero, sentito,
ma qualche parola comprensiva, o un buon pianto che sfibra, rimandano indietro
il desiderio. Ma, forse in una lettera su cinquemila, la frase "vorrei morire"
gi un atto di volont, una decisione presa, che sar molto difficile fermare.
Quella giovane donna aveva gi deciso di morire, lei e suo figlio. Potevano
forse essere gi morti tutti e due mentre io stavo leggendo la lettera. Lei non
mi aveva scritto che voleva morire, cos, quasi un'espressione retorica in un
momento di sconforto. Le sue parole avevano il tono lucido di chi ha gi deciso
e non pu, anche se lo volesse, tornare indietro.
Cominciai a scriverle la risposta da far pubblicare sul giornale. Scrivendo,
avevo la sensazione di tentare di fermare un treno in piena corsa mettendo una
mano davanti alla locomotiva. Le parole scritte non potevano fermare quella
donna dal suo dilagante desiderio di morire. Sarebbe occorsa, almeno, una viva
calda voce che l'avesse confortata anche con le parole pi comuni. Sarebbe
occorso poter prendere quella donna per un braccio, portarla via dalla sua casa
dove tutto le ricordava l'uomo che aveva perduto, portarla via da quella
finestra alla quale fingeva di attenderlo tenendo in braccio il bambino e da
cui, forse - lo immaginavo mentre lo scrivevo - si era gi buttata gi, per
andare a raggiungerlo, come mi diceva.
Mandai subito la risposta in tipografia, la feci pubblicare con precedenza
assoluta, ma la rivista veniva stampata in anticipo, dovevano passare pi di
sette giorni prima che lei potesse leggere la mia risposta che tentava di
fermarla. Se avesse potuto mai leggerla.
Il giornale usc, con la sua lettera e la mia risposta. Non potevo sapere se lei
l'avrebbe letta e se, dopo averla letta, aveva deciso di restare in vita. Non
potevo sapere nulla. Non seppi nulla per dei mesi. Poi, attraverso un ritaglio
di stampa, seppi che a un processo i giudici avevano assolto una giovane madre
che aveva preso troppo sonnifero lei e ne aveva dato anche al bambino, per poter
dormire un po', perch soffriva d'insonnia da quando le era morto il marito. Vi
erano solo le iniziali di lei, ma capii che era lei. Lei era viva, ma la mia
risposta non l'aveva fermata, eppure l'aveva letta, perch era stata presentata
al processo. In certi momenti, non sono le parole scritte che contano. Una voce,
una carezza, un gesto di tenerezza, saranno sempre pi forti e risolutivi di un
miliardo di parole scritte dal pi grande poeta di tutti i secoli. Noi viviamo
di queste voci, di queste carezze, di queste tenerezze, non di libri. Io che
scrivo lo so.
Un'altra volta sola sentii in una lettera lo stesso dilagante desiderio di
morire. Era una signora non pi giovane, sola, vittima di una crudele esperienza
sentimentale in un'et in cui non si ha pi la forza di riprendersi. Non si
possono pubblicare su una rivista troppe lettere di gente che ha voglia di
morire. I lettori si rattristano, si indispettiscono. Ma lei mi aveva dato un
indirizzo, perch la sua decisione era tranquilla, non era una disperazione
convulsa, era una ferma volont di non vivere pi. Sarebbe andata lontano,
scriveva, sarebbe scomparsa, la sua morte doveva sembrare una disgrazia,
apparteneva a una famiglia conosciuta e non voleva offuscarne il nome con quel
suo gesto, che riprovava, ma che era determinata a compiere. E' come quando
battete sul marmo una moneta buona: sentite che fa un suono nitido, genuino,
cos era genuina, nitida, la sua volont di morire.
Avevo l'indirizzo, le scrissi personalmente. Siccome non scrivevo per il
giornale, potevo dirle tutto. Era una donna intelligente, colta, e potei
adoperare gli argomenti pi efficaci. Non mi piace che la gente voglia morire.
Da ragazzo ho visto a Milano, all'ospedale, la Sala Tentati Suicidi. C'era una
di diciotto anni che aveva preso degli etti di chinino, l'avevano salvata e il
poliziotto stava interrogandola.
Hai settecento lire nella borsetta, le diceva. Erano come settantamila lire di
adesso. Come fai a voler morire con tutti questi soldi? Deve essere stato per
un uomo. Poi si volgeva a me che ero in piedi vicino al letto. Se mi dice il
nome del farabutto che l'ha ridotta cos, vado a pigliarlo e lo stritolo. Ma la
ragazza non disse il nome dell'uomo. Avevo visto questo e non potevo volere che
succedesse a nessun altro.
La signora mi rispose. Le aveva fatto molto bene la mia lettera, scriveva, ma si
sarebbe uccisa lo stesso. Continuai a scriverle, lei mi rispondeva. Lentamente
sentii vacillare la sua decisione, millimetro per millimetro, per, e non mi
disse mai esplicitamente che non voleva pi morire, ma ancora l'anno scorso ho
ricevuto una sua lettera. Questa volta, le parole erano riuscite a fermare quel
desiderio, la mano stesa davanti alla locomotiva aveva fermato il treno in
corsa. Qualche volta accade, e allora penso che il mio mestiere di scrivere non
inutile.
7.
Mi ero messo in cammino verso le dieci di sera con un amico conosciuto tre ore
prima. Lui aveva in tasca una grossa rivoltella e diceva che non si sarebbe
fatto prendere. Dopo un paio d'ore di salita eravamo a met montagna e cominci a piovere. Non vedevamo pi nulla. L'amico aveva detto di sapere la strada, ma
adesso si ferm e non sapeva dove andare. Restammo in piedi, fermi sotto la
pioggia, nel buio completo come ciechi, in mezzo alla montagna, fuori di ogni
sentiero che ci potesse guidare. Non avevo alcuna paura, ero orgoglioso di
fuggire dai tedeschi. Poi, quando sentii la pioggia che dopo avermi attraversato
la giacca di citt, la camicia, la canottiera, mi correva a rivoletti sulla
pelle nuda, dissi: Andiamo.
Camminammo alla cieca, scegliendo sempre di salire, invece di scendere, perch
salendo si raggiungeva il confine con la Svizzera. Continuava a piovere. Eravamo
due ciechi che si arrampicavano su una montagna. Io avevo un elegante completo
color grigio cammello rosa, colletto, cravatta e una piccola borsa d'affari con
dentro un centinaio di cartelle del mio nuovo romanzo. Un romanzo d'amore. Avevo
continuato a scriverlo fino a due giorni prima. C'era la guerra, i
bombardamenti, i tedeschi che arrivavano dilagando da per tutto come le cimici
sulla brandina in cui dormivo anni prima all'albergo popolare, ma io scrivevo
romanzi d'amore, donne dolcissime, uomini forti e leali, un po' di cattiveria,
ma infine sempre tenerezza, tanta tenerezza.
Allora, sotto quella pioggia, su quella montagna, vestito in quel ridicolo modo
cittadino dove sarebbero occorsi gli scarponi da montagna e la giacca a vento,
mi sentii un idiota per quel romanzo che portavo nella borsa, cos irreale, cos
inverosimile e dolciastro. Il mondo non era fatto delle donne che descrivevo,
dei loro stupidi sentimenti, di quelle svenevolezze. Eccolo, il mondo, quella
pioggia, quella fuga, i tedeschi a pochi chilometri intorno a noi che forse ci
avrebbero beccato prima che avessimo raggiunto la salvezza in Svizzera.
All'alba smise di piovere. Il sole d'ottobre, avaro, ci asciug lentamente,
eravamo ancora molto lontani dal confine, stavamo girando intorno alla cima del
monte Zeda senza trovare la strada giusta, senza vedere un paese, una persona
viva. E io con quella borsa d'affari, da ragioniere, e dentro il romanzo
d'amore. Che cretino, camminavo e dicevo che cretino.
Incontrammo un contadino. Cio, ci vide da lontano, cap che stavamo fuggendo in
Svizzera, chi sa quanti ne aveva visti passare da settembre, e svolt via per
non avere niente a che fare con noi. Adesso scendevamo, il mio amico con la
pistola diceva che il confine era vicino, verdi fianchi di monte al sole tutti
scintillanti di gocce di pioggia che non si asciugava pi. Incontrammo, su un
sentiero, una guardia di finanza. La vedemmo da lontano, il mio amico disse: La
sparo. Chi sa perch quel la, teneva la mano nella tasca dove aveva la
rivoltella. La guardia venne avanti, ci sorrise, c'incroci in silenzio,
continu il suo cammino. Poi il sentiero che percorrevamo divenne una
mulattiera. Che cretino, continuavo a pensare ogni tanto, passando la borsa col
romanzo da una mano all'altra. Perch non la buttavo via? Facevo anche la fatica
di portarla, quella borsa con dentro dei fogli pieni di stupidaggini. La vita
era quella: guerra, fatica, fuggire, amarezza, non esisteva neppure una delle
cose tanto tenere che descrivevo nei miei romanzi.
In fondo alle giravolte della mulattiera si vedevano delle case. Se ci sono i
tedeschi meglio stare al largo, disse il mio compagno. Camminavamo da
quattordici ore, senza dormire; anche lui, pi robusto di me, era tutto moscio.
Usciamo dalla mulattiera, dissi. Stavamo per ributtarci nella boscaglia, da
bestie inseguite, quando il mio amico disse: C' una contadina.
Non ricordo come era. Giovane no, forse aveva trent'anni o pi, era vestita di
stracci, il seno piatto sotto una camicetta bianca sporca. Ci guard, doveva
avere degli occhi piccoli, perch non li ricordo, un viso sciupato e
insignificante, perch non ne rammento nessun tratto, ma con la mano ci fece un
segno curioso, come volesse raccoglierci tutti e due, con un grosso cucchiaio.
Noi non capimmo, il mio compagno disse: La Svizzera, dov'?
Lei si pose un dito sulle labbra e poi c'indic la boscaglia. Capimmo subito, in
uno scatto istintivo ci buttammo fuori della mulattiera, fra gli alti arbusti,
lasciandoci rotolare come corpi morti, io con la mia stupida borsa e il mio
stupido romanzo. In fondo a una specie di fossato, sepolti nella spinosa flora
del sottobosco, rimanemmo senza respiro, ad attendere. Dopo qualche minuto, come
nel sonoro di un film, sentimmo gli scarponi di soldati battere sui sassi della
mulattiera. Poi udimmo un tedesco parlare in italiano a quella donna che avevamo
lasciato lass. Non posso ricordare le parole, ricordo solo il suono tedesco
della voce. Poi silenzio.
Era quasi il tramonto quando trovammo il coraggio di muoverci. Avevo sempre la
mia borsa, ma adesso ricordavo quella contadina, quel curioso segno che aveva
fatto con la mano, come volesse raccoglierci con un cucchiaio, e mi sembrava di
capire. Ci aveva fatto lo stesso gesto che faceva ai pulcini per mandarli al
sicuro in pollaio con le chiocce. Ne ero certo. Lei sapeva che dietro stavano
arrivando i tedeschi e aveva avuto per noi, sconosciuti, l'istintiva tenerezza
femminile, materna, protettrice, che aveva per i pulcini e per ogni creatura
vivente. Cambiai di mano alla borsa, continuando a camminare, sfinito, ma adesso
sapevo che la realt non era quel fuggire, quella guerra, quello spietato
pericolo di vita, ma, all'opposto, proprio quello che si trovava scritto nel mio
romanzo e in tanti altri romanzi, di tanti altri che scrivevano come me, di
tenere donne e teneri sentimenti. Le guerre passavano, tornavano e ripassavano
ancora, ma le donne, anche l'ultima delle contadine, avevano sempre quei gesti
di istintiva tenerezza e protezione femminile, per portare al riparo e salvare
qualunque creatura vivente sia in pericolo o abbia bisogno di aiuto.
All'alba, due poliziotti svizzeri ci raccolsero prima che cadessimo per terra.
Ci portarono in una specie di cascina, arriv un ufficiale.
E' armato? mi disse. Guardava la borsa che tenevo con tutte e due le mani.
No, dissi.
Non si fid e ordin al soldato di guardare nella borsa.
E' un mio romanzo, dissi, sono uno scrittore.
L'ufficiale svizzero alz una spalla. Che sciocchezze, forse pens, un romanzo,
in quei momenti. Ma io ormai sapevo che erano le uniche cose reali della vita,
quelle che erano scritte nel mio e in tanti altri libri come il mio. La
sciocchezza forse era lui, che mi domandava se ero armato e che vedeva in ogni
simile un nemico, mentre la contadina del giorno prima aveva mosso la mano in
quel gesto curioso, come di raccoglierci e metterci al sicuro.
Quando, finita la guerra, tornai dalla Svizzera, l'abito che avevo indosso
cadeva a pezzi. Anche questa volta avevo passato il confine di montagna, perch
le autorit svizzere non volevano ancora lasciare uscire i profughi, e gli
americani, che guardavano il confine dalla parte dell'Italia, si preoccupavano
soltanto di scaricare cassette di birra fresca dai camion. Per un po', oltre la
rete, stetti a guardare quei soldati americani che scaricavano birra, poi salii
per la montagna dove la rete non c'era pi, feci un saltino proprio dove c'era
la pietra di confine, ed ero in Italia. Arrivai a Milano senza un soldo e che
sparacchiavano ancora, parlavano ancora di far fuori, e dei giganteschi negri
della Military Police passavano la sera a raccattare i soldati stesi in terra
ubriachi morti. Ma questa volta avevo molti amici a Milano, Milano mi era gi
amica, non era come la prima volta che vi ero venuto da Roma. In poche settimane
ebbi tutto, soldi e lavoro. In Galleria le cupole a vetri erano rotte dai
bombardamenti, e ci pioveva dentro, ma tutte le sere, per diversi mesi, qualche
gruppo continu a festeggiare la fine della guerra ballando il "boogie" e
gridando a morte questo o quello.
Avevo gi passato i trent'anni e avrei dovuto imparare qualche cosa da quello
che mi era successo. Ma solo pi tardi imparai che non s'impara quasi mai
niente. Noi rimaniamo sempre gli stessi. Le esperienze della vita, gli
insegnamenti delle persone pi sagge, ci impolverano un poco, come quando
camminiamo per una vecchia strada di campagna, ma basta soffiare su quel po' di
polvere perch noi ritorniamo tali e quali come eravamo prima di ogni
insegnamento. Cos continuai a commettere gli stessi errori. Per fortuna,
lavorando quattordici, sedici ore al giorno, scrivendo quattro, cinque romanzi e
centinaia di racconti all'anno, avevo poco tempo per commettere errori. Ma ne
commettevo sempre.
Giorgio Scerbanenco
[1966]
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