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Alberto Mari - Ulrike Kindl.
IL BOSCO.
Miti, leggende e fiabe.



Copyright 1989 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
Prima edizione Oscar narrativa maggio 1989.
Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.






Hanno contribuito alla realizzazione di questo volume: Grazia Bellano
per le versioni dal francese e dallo scandinavo, Georgia Cadenazzi per
le versioni dall'inglese, Tiziana Gislimberti per le versioni dal
tedesco, Simonetta Medri per le versioni dal russo, e Cristina
Florescu che ha fornito le fonti dal rumeno.
A conclusione di questa trilogia ambientale un ringraziamento
particolare per la gentile collaborazione va a Giorgio Cusatelli.
Si ringraziano inoltre: Maria Ornella Arena, Emanuela Cardiel, Laura
Lombardi, Tatiana Nicolescu, A. Virgilio Savona, Michele L. Straniero
e Olga Zolotilova.






INDICE.

Introduzione, di Alberto Mari e Ulrike Kindl: pagina 4.
Note all'introduzione: pagina 28.

Capitolo primo.
Il bosco sacro: pagina 31.
Capitolo secondo.
I numi del bosco: pagina 146.
Capitolo terzo.
Il bosco minaccioso e misterioso: pagina 326.
Capitolo quarto.
Il bosco primordiale: pagina 462.

Fonti bibliografiche: pagina 484.







Introduzione.

L'immagine del bosco nella tradizione folcloristica: bosco reale e
bosco mitico.

Dopo il mare, natura primigenia e fonte primordiale di vita, e la
montagna, spazio ignoto e dimora inavvicinabile degli dei, il terzo
luogo di suggestione profonda il cui fascino, fin dai tempi della
classicit greco-romana, ha consentito la formazione di una
ricchissima tradizione di miti, fiabe e leggende, il bosco, con la
sua natura selvaggia e impervia.
Nell'antichit si credeva che la foresta fosse popolata da numi
vegetativi, ninfe alboree, satiri e fauni, raffigurazioni simboliche
dell'eterna capacit procreatrice della natura, perennemente fertile e
rigogliosa. La foresta era anche il territorio di Artemide-Diana,
potente divinit lunare ma anche signora della caccia e regina degli
animali selvatici (tra i quali l'orso, il cervo e il cinghiale). Nella
folta vegetazione del bosco era immerso il mistero dell'"orecchio di
Dioniso", un oracolo ancestrale rimasto ancor oggi in gran parte
indecifrato; lo stesso Dioniso, dio dell'ebbrezza e dell'eterno
rinnovamento, riposava nelle foreste ombrose durante i torridi
pomeriggi dell'estate mediterranea. Secondo la tradizione celtica, i
druidi, i misteriosi sacerdoti dei celti, consideravano la Selva la
sposa del Sole; nella profondit della macchia, inoltre, i germani
veneravano i loro dei. (1)
Nell'alta letteratura del Medioevo l'immagine del bosco assunse una
connotazione pi allegorica, divenendo simbolo di pericoloso
smarrimento: come luogo di estremo abbandono e di solitudine profonda,
ben si prestava a raffigurare l'atavica paura dell'uomo di fronte al
pericolo e alla morte, rappresentati di volta in volta dalle fiere del
bosco o da esseri spettrali prodotti dalle pi angosciose fantasie.
Nella "selva oscura" si perde il massimo poeta del Medioevo italiano,
e per uscirne dovr compiere un viaggio rituale attraverso i tre regni
dell'aldil: l'Inferno, il Purgatorio e infine il Paradiso. Nei boschi
magici di Munsalwaesche, Wolfram von Eschenbach, poeta laureatus del
Medioevo tedesco, colloca il mondo del Graal, alla cui ricerca il
giovane Parzival dovr errare per lunghi anni e sulle cui tracce si
avventureranno innumerevoli eroi della Tavola rotonda attraverso
boschi fatati, compiendo prodezze per diventare cavalieri esemplari.
In fiabe famosissime, come "Cappuccetto rosso" o "La bella
addormentata", si assiste alla trasformazione di un bosco in un primo
tempo realistico, in luogo decisamente fiabesco. Nell'ambito della
leggenda, sufficiente segnalare lo stupendo ed enigmatico
personaggio della regina delle fate della tradizione nordica, che vaga
di notte nei boschi e dona alle sue vittime la saggezza e la
chiaroveggenza, ma in cambio, dopo un determinato periodo, le richiama
a s nella foresta, da dove nessuno le vedr pi tornare.
Che valenza assume dunque il bosco all'interno dell'universo mitico e
fantastico? Che cosa rappresenta questo motivo nella sfera
dell'immaginario? Rispondendo a questi interrogativi si potranno
individuare gli elementi caratterizzanti del genere "fiaba" e del
genere "leggenda".
Bisogna innanzitutto precisare che, in questa sede, intendiamo
limitare l'analisi al motivo del "bosco come luogo e spazio", senza
estenderla al contiguo tema dell'albero. (2) Certo, la simbologia
dell'albero sempre velatamente contenuta e sottesa al motivo del
bosco, e di questo abbiamo ovviamente tenuto conto, ma importante
non confondere la portata mitologica e religiosa e la connotazione
allegorica sviluppatissima dell'albero, con l'immagine arcana del
bosco come luogo non-umano, sconosciuto e quindi terrifico.
Contrariamente all'albero, il bosco non costituisce di per s un
simbolo carico di significati ancestrali, ma si connota come spazio
reale con cui l'uomo ha dovuto misurarsi e che appartiene alla sua
esperienza del mondo.
Indagare sulle tradizioni che documentano il graduale assorbimento del
bosco nella dimensione umana, significa cercare di cogliere i
riverberi immaginari prodotti dall'impatto tra l'uomo e la natura
indomita e selvaggia. In altre parole si tratta di illustrare la
storia della lenta conquista di uno spazio in principio nonumano,
quindi numinoso.
Bisogna tener presente il fatto che l'Europa antica e medievale era
ricoperta per tratti molto estesi da fittissime selve e da foreste
vergini: pertanto, l'esperienza del bosco come ambiente selvaggio
circostante l'abitato doveva essere allora quotidiana e naturale.
Probabilmente era consuetudine attraversare la boscaglia lungo
tracciati ben precisi, facendo estrema attenzione a non sbagliarsi:
l'esperienza dello smarrirsi, del perdere la "retta via", in seguito
diventata una immagine fortemente allegorica, ha certamente avuto in
origine un carattere di realt. Altrettanto reale e quotidiano doveva
essere l'incontro con gli animali del bosco, non sempre innocui: fino
ai primi dell'Ottocento animali come l'orso, il lupo o la lince erano
predatori comunissimi nei boschi europei. Certo, la loro aggressivit
e la loro pericolosit sono state notevolmente esagerate: i casi di
danni gravi al bestiame o di perdite di vite umane erano probabilmente
rarissimi, ma comprensibile che la paura dell'uomo di affrontare un
territorio pieno d'incognite abbia esasperato in senso fantastico le
reali caratteristiche delle fiere che popolavano la foresta.
D'altro canto, il bosco costituiva una realt economica di primaria
importanza poich forniva la legna, allora un materiale edile
fondamentale non solo per la costruzione delle case, ma, in misura
ancora pi determinante, per quella delle navi, dei ponti, degli
arnesi di lavoro o bellici; in pi la legna era l'unico combustibile
allora a disposizione per la lavorazione dei metalli, la cottura del
cibo e il riscaldamento delle case nella stagione fredda. Da non
sottovalutare pure l'importanza della caccia, anche se
quest'attivit veniva esercitata abitualmente solo da una ristretta
幨ite. La presenza sul mercato della cacciagione e di pellicce
pregiate segnalava per continuamente la concretezza dell'esperienza
del bosco e la necessit di entrarvi in contatto. Non a caso, nella
tradizione folcloristica, il cacciatore fin per diventare un
personaggio particolarmente discusso, come dimostra un motivo
celeberrimo del Romanticismo tedesco, la "Leggenda del franco
cacciatore", dove si narra la storia del valoroso cacciatore che,
inoltratosi nella profondit dei boschi, ricorre all'aiuto del demonio
per entrare in possesso delle famigerate pallottole infallibili, di
cui sei andranno a segno, mentre la settima, l'ultima, colpir
inesorabilmente proprio l'empio tiratore. E interessante rilevare che
nella tradizione popolare lo stesso demonio assume frequentemente le
sembianze di un cacciatore. Altrettanto ambigue, nella tradizione
folcloristica, appaiono le figure del taglialegna e del boscaiolo in
genere, le quali sembrano essere introdotte alla conoscenza di tanti
segreti del bosco e spesso esercitano la funzione di veri e propri
stregoni.
D'altra pane proprio la raccolta della legna e la caccia hanno
contribuito a impedire che il bosco, come paesaggio naturale, luogo
disabitato e in fondo sconosciuto, diventasse "spazio ignoto" come
invece accaduto con il mondo della montagna, che ha assunto il
carattere di spazio numinoso per eccellenza, interdetto all'uomo e
quindi irraggiungibile, sacrale e dimora invisibile degli dei. Nella
sua concettualit immaginaria, invece, il bosco non preclude la
presenza dell'uomo. Nei miti, nelle fiabe e nelle leggende di tutta
Europa l'ingresso dell'uomo nello spazio del bosco costituisce anzi un
motivo essenziale: si racconta di boschi strani, sacri, fatati, dove
capitano avventure certo non sempre piacevoli; non impresa facile
avventurarsi tra i misteri del bosco, ma i protagonisti dei racconti
riescono a uscirne quasi sempre indenni e, in pi, dotati di una nuova
capacit, una sorta di ricompensa per aver superato con abilit la
prova affrontata.
Ma quali sono le esperienze e gli incontri che avvengono nella
solitudine angosciante di un ambiente selvaggio? Quale interpretazione
possibile dare a figure come la regina delle fate della tradizione
celtica o la "baba-jaga" del folclore russo? Quali sono le
caratteristiche che le differenziano dalle figure numinose che
popolano lo spazio ignoto della montagna? Nella montagna l'uomo non
pu venire a contatto con la sfera dell'aldil, connotazione primaria
di quello spazio ignoto, senza rimanerne profondamente segnato;
l'incontro con la numinosit del bosco sembra possedere, al contrario,
una valenza positiva, benefica; dopo quest'esperienza, infatti,
comincia per l'eroe una vita pi ricca e pi felice. I protagonisti
delle avventure nel bosco sono, al ritorno, "felici e contenti", come
vuole il rituale fiabesco; la leggenda invece descrive luoghi boschivi
dalle caratteristiche misteriose, ma raramente si rif a motivi della
mitologia antica (tipici invece del mondo della montagna). La
connotazione dominante del bosco evidentemente pi idonea al
carattere fantastico e narrativo della fiaba (anche se questo genere
spesso registra altri "passaggi" in dimensioni diverse).
Pur senza volersi addentrare nei tortuosi meandri della teoria della
fiaba, occorre tuttavia cercare di dare una spiegazione al costante
riferimento al bosco che si riscontra nelle terribili avventure
fiabesche a lieto fine presenti sul territorio europeo.
Le pi importanti scuole che si sono occupate dell'interpretazione
della narrativa fantastica offrono svariate ipotesi riguardanti il
significato del bosco nel mondo immaginario, ma si sono trovate
concordi nel ritenerlo un luogo d'incontro NON tra la dimensione umana
e quella dell'aldil, bens tra l'universo umano e reale e l'altra
faccia della realt, vale a dire l'incontro con il mondo della
superstizione, della magia, dell'orrore. Il bosco non uno spazio
ignoto riservato agli dei, ma uno spazio umano sconosciuto, riservato
a esperienze non quotidiane e perci straordinarie: l'affascinante
luogo dell'inconscio.


Il motivo del bosco nel mondo immaginario.

Il tentativo di interpretare i segni e i simboli del mondo fantastico
pu seguire diversi approcci; noi prenderemo qui in considerazione le
ipotesi formulate dalle due scuole principali che hanno dedicato al
tema del bosco ampi studi: l'interpretazione psicoanalitica derivata
dal pensiero di Carl Gustav Jung e l'interpretazione folcloristico-
antropologica della scuola strutturalista russo-francese.
L'applicazione metodologica del pensiero psicoanalitico, soprattutto
dei concetti di "inconscio collettivo" e di "archetipo", ha fornito
apprezzabilissime letture di miti, fiabe e leggende, individuando
nella narrativa fantastica gli stessi segni e simboli ricorrenti nei
sogni e analizzando quindi i motivi fiabeschi come veri e propri
"sintomi" di pi sommersi processi inconsci. Gli studi di Marie-Louise
von Frantz, e soprattutto l'ampia opera della studiosa Hedwig von
Beit, (3) forniscono una vasta gamma di interpretazioni stupefacenti
di fiabe comunissime come per esempio "Biancaneve" o l'imparentata "La
bella addormentata". (4) Nel bosco, in totale segregazione dal mondo
civile, immersi nella pi assoluta solitudine e spesso in preda a un
orrore indicibile, si compie - spiega la von Beit - lo sviluppo
adolescenziale dell'eroe, oppure, in maniera ancora pi esplicita,
dell'eroina. Il giovane sperimenta nel luogo sconosciuto
l'acquisizione di una nuova autocoscienza, superando le proprie paure
e insicurezze e maturando l'esperienza della propria affidabilit. Il
ragazzo diventa uomo, secondo un percorso difficile ma rettilineo, non
traumatico. La ragazza invece, durante il periodo adolescenziale, si
trova a vivere un cambiamento radicale; vede la sua personalit
infantile "morire" per dare spazio a una entit inquietante e nel
contempo attraente: la femminilit. La bambina perde le sicurezze
infantili legate alla figura protettiva della madre, deve accomiatarsi
da tutte le sue certezze e affrontare il trapasso verso l'universo
della femminilit, ancora sconosciuto e quindi insidioso,
simbolicamente minacciato dall'immagine di un'orrenda strega che si
rivela "l'altra faccia" della figura materna. Il trauma di questa
esperienza pu essere metaforicamente rappresentato come cacciata dal
Paradiso, come persecuzione ingiusta, oppure anche come fuga da un
padre che comincia a insidiare la figlia in via di sviluppo.
Quest'ultimo motivo, presente anche nel tema ricorrente della gelosia
della matrigna sottolinea l'ambivalenza emotiva della giovane nei
confronti della propria femminilit prorompente, da una parte temuta e
demonizzata, ma dall'altra pur sempre ambita. Questi sentimenti
contraddittori si contendono l'anima dell'eroina, letteralmente
"persa" nel suo paesaggio interiore. Ecco allora che il bosco si
configura come "proiezione" dei sentimenti contrastanti e ambigui
annidiati nello spazio insidioso dell'inconscio. L'angoscia e il
turbamento soggettivi dell'eroina, provocati dai cambiamenti che deve
affrontare, esasperano l'immagine di solitudine sconsolata e
minacciosa del luogo, che suggerisce l'idea della morte, mentre una
lettura pi serena e oggettiva permette di riconoscere nel bosco il
simbolo del benefico isolamento, necessario all'eroina per compiere
indisturbata la sua difficile metamorfosi. Ogni tentativo di
violazione dell'isolamento risulter infatti vano: falliranno sia i
tentativi di impedire la trasformazione dell'eroina (il bosco
protegger e accudir in questo caso l'essere indifeso) sia quelli di
liberarla prematuramente (il bosco si far impenetrabile e manterr la
protagonista prigioniera, perch la crescita, metaforicamente
rappresentata come periodo di sofferenza, impone i suoi tempi). Solo
al termine di questo delicato processo, dopo un mitico quinquennio
oppure addirittura dopo "cento anni", l'eroina, tramutata ormai in
splendida donna e sposa stupenda, pu lasciare la protezione del bosco
per cominciare la sua nuova vita.
Il bosco assume in questa visione un valore profondamente ambiguo: da
una parte l'inquietante, spesso anche minaccioso, simbolo di una
realt incombente ma non ancora conosciuta, che incute quindi paura;
dall'altra, sembra ricordarci che solo superando questa paura e
accettando la sfida lanciata dalla nuova realt che Sl annuncia, sar
possibile compiere i passi necessari per crescere e maturare una nuova
conoscenza di se stessi che fornir le basi della futura felicit.
Sempre dell'interpretazione delle fiabe si occupa la seconda grande
scuola citata, che verte per in misura maggiore sull'aspetto storico-
antropologico dell'antico patrimonio di tradizioni fantastiche.
Wladimir Jakovlevic Propp, il grande strutturalista russo che decifr
nella sua "Morfologia della fiaba" (5) il sistema portante
dell'"universo fiaba", aliment con un altro suo contributo, "Le
radici storiche dei racconti di fate", (6) la discussione: nelle
"fiabe di magia", secondo la sua teoria, sarebbero contenuti i segni
sbiaditi di antichi riti e costumi culturali, ricordi non pi compresi
di un passato dimenticato.
Apparentemente Propp, con questa nuova ipotesi, contraddice la sua
stessa teoria che individuava nella fiaba una struttura atemporale e
puramente formale. Se la fiaba di magia, come Propp sostiene nella
"Morfologia", pura forma e segue un sistema strutturante sempre
identico ed estremamente rigido nella sua logica interna, ogni
riferimento contenutistico vano, perch, nel rigorismo della pura
funzionalit, decade inevitabilmente a mera illustrazione -
interscambiabile e quindi gratuita - del sistema costruttivo del
genere. Se la fiaba consiste solo in "sequenze di funzioni" rigide
finalizzate esclusivamente al mantenimento inalterato del sistema
costruttivo, ogni significato sar immediatamente ricollegato alla
struttura portante e quindi svuotato di contenuto; ogni materiale
narrativo, infatti, una volta attaccato dal sistema costruttivo della
fiaba, si trasforma immediatamente in fiaba, "tutto fiaba". (7) Per
la sua particolare struttura sufficiente che l'eroe sia il
protagonista invincibile e immortale; non importa se maschio o
femmina, se un principe oppure un povero pastorello, Cappuccetto
Rosso oppure Pintosmalto, il principe fatto di marzapane. N la fiaba
si interessa del luogo in cui il protagonista vince le sue battaglie,
sia esso un paese fantastico, un regno sotterraneo, il dorso di un
grifone, oppure, appunto, il bosco; l'importante che egli superi le
prove imposte. Propp ammette le difficolt, ma le scioglie con un
intelligentissimo paradosso: proprio l'atemporalit del genere,
proprio la pura, rigidissima funzionalit della fiaba hanno reso
possibile la conservazione dei singoli nuclei narrativi che
altrimenti, a ragion veduta, sarebbero andati perduti perch non pi
compresi. La fiaba, NON soggetta alla necessit della razionalit e
della verosimiglianza, ha custodito inalterati intrecci "impossibili"
e fantastici, proprio perch assolutamente libera di spaziare nei
territori dell'immaginazione, mai costretta ad adattarsi a un modello
di realt concreta, alla quale invece vincolata l'"immaginazione
soggettivamente reale" della leggenda. (8)
Risulta a questo punto necessario operare una distinzione tra il
concetto di "forma" e quello di "struttura". (9) Nell'ambito della
fiaba la forma - e qui concordiamo con Propp - assolutamente
atemporale e totalizzante, pena la trasformazione del genere stesso;
la struttura invece, in quanto organizzazione logica dei nuclei
narrativi funzionali al genere, contiene il materiale "grezzo" che il
narratore rielabora e trasforma nel racconto fiabesco vero e proprio.
Egli pu anche attualizzare il materiale narrativo a sua disposizione,
ma sempre entro i limiti imposti dalla comunit in cui vive: se questa
integra rimarr fortemente fedele alle tradizioni vigenti che in un
certo senso costituiscono una sorta di "diritti d'autore". Il
patrimonio fiabesco da considerarsi infatti un bene comune, e
tollera soltanto quei rapporti o contaminazioni con altre fonti che
vengono approvati dall'intera comunit. Questa forma di controllo
collettivo, che garantisce la salvaguardia di un determinato
patrimonio narrativo, ha prodotto per anche un altro effetto: la
costante pressione conservatrice sul narratore ha reso possibile il
tramandamento di materiali sempre pi slegati dalla comprensione
concreta e minuta sia dal narratore sia del suo pubblico - cosa che la
leggenda, con il suo carattere di racconto "soggettivamente creduto
vero", non pu permettersi. La fiaba, infatti, non esige mai il
rispetto di una logica "esterna" ma si impone con tutta l'autorit
della sua carica fantastica, soggetta a un'unica condizione: far
quadrare la sua stessa struttura, dimostrare cio l'assoluta
invincibilit dell'eroe e decretare il suo eterno trionfo finale.
Nell'intreccio fantastico della fiaba possono quindi sopravvivere
tranquillamente, protetti da una forma assoluta e incontestabile,
nuclei narrativi costituiti da tradizioni remote, costellazioni
primitive e memorie ancestrali certamente non databili (10) - la fiaba
non mai e in nessun caso storicizzabile - ma che lasciano ancora
intravedere una loro carica significativa legata ad altri, ormai
dimenticati, sistemi di "interpretatio mundi".
Partendo cos da una fiaba-tipo come "Vassilissa la Bella" Propp tenta
di dimostrare che sotto la morfologia atemporale della pura funzione
si cela un antico patrimonio di immaginazioni rituali che l'analisi
antropologica riesce a decifrare nella loro funzione originaria:
"l'iniziazione".
Vassilissa deve lasciare la casa paterna e inoltrarsi nel bosco
temuto, dopodich - debitamente protetta dal sapere tramandato nella
sua stirpe, nel racconto simboleggiato dalla benedizione della madre -
deve affrontare la terrificante "baba-jaga", signora della selva
tenebrosa, custode del sapere iniziatico, per procurarsi il sommo
bene: il fuoco. Attraverso questo percorso simbolico la bambina ignara
si trasforma in donna iniziata, ed entra in possesso di una serie di
attributi che le garantiranno nozze felici.
Pur non discostandosi molto dall'interpretazione psicoanalitica,
questa indagine interpretativa affonda i suoi presupposti non nello
sterminato - e incontrollabile - territorio dell'inconscio, ma nella
realt osservabile e registrabile dell'immaginario sociale, che si
concretizza in segni rituali e precise manifestazioni di culto.
L'interpretazione antropologica infatti non si ferma all'analisi del
"fenomeno fiaba", ma estende la sua indagine a tutte le espressioni di
una determinata cultura, dalle tradizioni religiose e mitologiche, ai
racconti di saghe e leggende, fino agli usi e costumi, per poter
stabilire il valore che una ben precisa immaginazione assume
all'interno di una ben precisa cultura.
Seguendo attentamente i segni di una tradizione europea ormai remota,
l'antropologo H.P. Duerr definisce infatti il bosco come la
raffigurazione dell'"altra realt umana", dell'esperienza
dell'inconscio come passaggio attraverso l'oscurit, indispensabile
per raggiungere una nuova luce, un'approfondita conoscenza della
realt, un'esistenza pi matura e consapevole. Il bosco il luogo del
"tempo del sogno", (11) la natura selvaggia per eccellenza
contrapposta alla natura coltivata, abitata e dominata dall'uomo. Nel
bosco l'uomo pu ritrovare le sue radici, scoprire di appartenere egli
stesso al regno della natura vergine e riconoscere la propria
animalit. L'uomo, ormai irrimediabilmente scisso dal regno della
natura intatta, artefice prometeico e signore di un mondo organizzato
a sua misura, ha rimosso e dimenticato le sue origini selvagge e ha
sostituito quell'ordine naturale e primitivo con un ordine umano e
razionale; solo nell'inconscio sopravvivono i frammenti di quella
realt primordiale, misteriosa e terrificante perch non pi
conosciuta. L'uomo primitivo pi vicino alla dimensione istintuale e
onirica, a quello stato vergine e inconsapevole che ha preceduto
l'ascesa della razionalit e dell'autocoscienza al controllo
dell'esistenza; l'uomo primitivo avverte ancora la presenza
dell'"altra realt", del lato oscuro, della natura non soggetta al
controllo umano e la visualizza nel bosco. Al di l del recinto al di
l dei campi del villaggio ben curati e familiari, si apre un mondo
sconosciuto, pieno di meraviglie e di insidie. L abitano fate e
stregoni, esseri benevoli e malefici; l l'uomo incontra bestie
feroci, si trasforma esso stesso in belva o assume l'aspetto di un
lupo mannaro, l deve affrontare l'orrore della perdita di ogni
sicurezza per ritrovare in se stesso una nuova forza, una nuova
verit, una nuova consapevolezza, per entrare definitivamente in
possesso della complicata realt del proprio io. L'incontro con il
mondo del bosco l'incontro con l'altra. ancestrale dimensione umana,
con "il pensiero selvaggio". (12) Il ciclo iniziatico dell'uomo
primitivo prevede questo incontro come stadio necessario: solo dopo
aver vissuto l'esperienza del ritorno alla natura vergine, soggetta
alle forze eterne del divenire e del perire dopo aver riscoperto
l'irrazionalit della pura esistenza, l'uomo pu recuperare il primato
della razionalit, e accedere alla piena consapevolezza del mondo in
cui vive.
Le narrazioni popolari che riportano il motivo del bosco, dunque, pur
non trascurando la sfera numinosa, non la rappresentano Questa
immagine del bosco appartiene a una dimensione umana che viene ancora
avvertita ma che stata meticolosamente rimossa; la si pu ritrovare
solo seguendo il misterioso richiamo dei sogni, risolvendo l'enigma
dei segni e ascoltando l'affascinante messaggio di fiabe e leggende.
Il regno dell'inconscio non si schiude davanti alla fierezza della
ragione e delle sue deduzioni logiche; si manifesta in immagini, in
costruzioni analogiche o attraverso il misterioso linguaggio della
narrativa fantastica.


Criteri di impostazione della presente raccolta.

A differenza delle precedenti raccolte, "Il mare e le sue leggende" e
"La montagna e le sue leggende", che tralasciavano il repertorio
fiabesco, in questa sede abbiamo invece dato ampio spazio al suddetto
genere; la scelta - come abbiamo precedentemente spiegato - connessa
alla natura stessa del tema del bosco.
Le narrazioni leggendarie sono pi adatte a caratterizzare l'aspetto
numinoso e sacro del mare - che assume in questo senso una
connotazione prevalentemente benefica come fonte originaria di vita -
e della montagna, di cui viene maggiormente evidenziato l'aspetto
terrificante: la dimensione non-umana per eccellenza (l'aldil). In
ogni caso, l'impatto tra la dimensione umana e quella divina, come
abbiamo visto, risulta fatale, perch non "superabile" da parte
dell'uomo. Rispetto a questo tipo di esperienza solo la narrazione
leggendaria pu essere esauriente, perch solo questo genere in
grado di rappresentare adeguatamente la numinosit, anzi, proprio da
questa trae la definizione stessa di genere.
La fiaba invece, per sua natura, non conosce la dimensione numinosa,
ma soltanto quella costituita dall'azione del protagonista.
L'unidimensionalit della fiaba, che esclude tempi e spazi reali, non
pu logicamente rappresentare in maniera adeguata un motivo di per s
pluridimensionale come quello leggendario della montagna. Naturalmente
quest'ultima non esclusa dal repertorio fiabesco, ma sottoposta
inesorabilmente alle rigide leggi della morfologia della fiaba, e
perde cos il suo valore immaginario di spazio numinoso fino a
decadere a mera illustrazione ambientale. La montagna di vetro, per
esempio, somma raffigurazione dell'assoluta, sacrale impenetrabilit
del luogo, non risulta certo un ostacolo insormontabile per l'eroe
fiabesco, n si configura come "luogo del non-ritorno" semplicemente
perch la struttura della fiaba non prevede la modalit del non-
ritorno.
Per quanto riguarda invece la centralit del motivo del bosco, il
discorso cambia: il bosco che soggiace alle rigide leggi morfologiche
della fiaba non un bosco "reale", ma un tipico "non-luogo" fiabesco.
Esso non ha carattere numinoso, uno spazio sconosciuto ma non
ignoto, la sua dimensione la stessa dell'uomo, riproposta nel suo
aspetto pi misterioso, remoto, selvaggio. L'impatto con il mondo del
bosco potr essere orribile, forse traumatico, ma non necessariamente
fatale; in quel tenebroso ambiente si potranno incontrare streghe e
demoni, ma si trover anche il modo di uscirne indenni. Il bosco non
l'aldil e le presenze numinose che lo popolano non sono i signori
della vita e della morte, i sovrani degli inferi e i custodi
dell'eternit, ma i numi tutelari di una realt che include anche
l'uomo: quella della natura incontaminata, della vegetazione
selvaggia, del ciclo eterno della vita e della morte, del perenne
trasformarsi di tutte le cose.
Cos inteso il bosco risponde alle esigenze intrinseche di entrambi i
generi della narrativa fantastica: la fiaba gli attribuisce una
funzione fondamentale nella struttura portante, quella di "prova" alla
quale viene sottoposto l'eroe (affinch la superi, ovviamente, in modo
eccellente); la leggenda ne registra invece l'aspetto pi inquietante,
quello delle paure ancestrali dell'uomo, dei ricordi oscuri di un
passato selvaggio che riaffiora sotto forma di incubo e straniamento.
In un primo tempo abbiamo preso dunque in considerazione l'ipotesi di
suddividere la presente raccolta in due parti contraddistinte dai due
generi, adottando come principale criterio di classificazione la
presenza o meno della dimensione numinosa nel contesto narrativo. Il
materiale esaminato risultava per costituito anche da una serie di
racconti "misti": strutture fiabesche con ripieghi tipicamente
leggendari, come per esempio la fiaba-leggenda ladina "Le nozze di
Merisana", oppure leggende con risvolti fiabeschi, come quella di
"Libussa". Inoltre, alcune narrazioni leggendario-fiabesche, come per
esempio le due "ballads" scozzesi di Francis James Childs, "Tam Lin" e
"Thomas il poeta", esistono anche sotto forma di ballate; ambivalenza
questa di dubbia priorit.
Alla luce di questa situazione abbiamo rinunciato a creare una
divisione secondo generi che sarebbe risultata comunque forzata, visto
che la tradizione richiede un narrare libero, e abbiamo tentato di
affidarci unicamente a criteri intrinseci al motivo centrale stesso:
sotto quali aspetti si presenta il bosco all'immaginazione fantastica?
Quali significati assume nelle varie forme della narrativa fantastica?
Per realizzare questo proposito abbiamo per incontrato gli stessi
problemi riscontrati nei volumi dedicati al mare e alla montagna: non
esistono infatti raccolte n di fiabe n di leggende "sul bosco",
perch il criterio-base secondo cui organizzata la quasi totalit
delle raccolte folcloristiche esistenti costituito dalla
ripartizione geografica; scopo delle grandi raccolte dell'Ottocento fu
infatti la conservazione di un patrimonio "regionale" oppure
"nazionale". L'interesse per i singoli motivi della narrativa
fantastica si risvegliato molto pi tardi e soltanto da poco tempo
si ha notizia dell'inizio di studi sistematici e comparati sui motivi
presenti nelle numerose varianti geografiche o tipologiche.
Non ci restava da fare altro che, come per il volume dedicato alla
montagna, passare in rassegna il maggior numero possibile di grandi
raccolte per individuare quei racconti che presentavano il motivo del
bosco come contenuto distintivo. Per garantire una minima
comparabilit dei vari nuclei motivici abbiamo limitato la ricerca
all'area culturale europea: solo in Europa infatti l'immagine del
bosco corrisponde allo spazio sconosciuto della dimensione umana
contrapposto allo spazio ignoto e numinoso della montagna; in numerose
fiabe e leggende centroafricane o sudamericane, per esempio,
l'immagine del bosco assume proprio lo stesso significato di spazio
numinoso e regno divino che la tradizione europea assegna alla
montagna. Sembra del resto anche abbastanza ovvio che la foresta
pluviale e la giungla impenetrabile assumano un valore simbolico
profondamente diverso da quello del bosco europeo che, non va
dimenticato, era pur sempre una base economica estremamente concreta
della nascente civilt occidentale.
Una volta individuato il tipo di materiale si poneva dunque il
problema della selezione. Le fiabe e le leggende del bosco, al
contrario di quelle del mare e della montagna, reperibili in zone
costiere o montuose ben precise, sono diffuse in tutta Europa,
essendosi sviluppate proporzionalmente alla grande espansione del
territorio boschivo. Il motivo del bosco ricorre in leggende nordiche
come in fiabe siciliane, in certi racconti russi come in narrazioni
della mitologia celtica, ma, mentre i motivi-chiave sono presenti in
numero assai ristretto, pullulano invece le varianti geografiche pi o
meno differenziate. Era perci importante individuare preliminarmente
i motivi caratterizzanti e raggrupparli in capitoli di argomento
sufficientemente vasto da raccoglierne anche le varianti, ma nel
contempo sufficientemente differenziati tra loro da lasciar discernere
chiaramente i nuclei fondamentali. Per far ci ci siamo affidati -
fedeli alla linea prescelta - di nuovo al motivo centrale stesso: cosa
rappresenta il bosco nell'immaginazione fantastica? Che cosa
rappresenta nel mondo magico?
Il primo capitolo interamente dedicato a racconti sul "bosco sacro",
alla descrizione della simbologia primitiva dell'albero, allo spazio
sconosciuto e temuto, all'ambiguit fondamentale tra spazio benefico
all'uomo e spazio invece pericoloso e insidioso.
Il secondo capitolo, strettamente collegato al primo dal punto di
vista contenutistico, raccoglie le tradizioni legate alla presenza
numinosa nel bosco che, per quanto varia, presenta fondamentalmente un
carattere unitario: quello della vegetativit. I "numi del bosco"
infatti si rivelano numi tutelari della vegetazione, divinit potenti,
certo, e non sempre affabili, ma fondamentalmente benevole nei
confronti dell'uomo e preoccupate di difendere e garantire il rispetto
del ciclo vegetativo della natura, simbolo di vita eterna.
Per capire per i misteri del perenne rinnovamento bisogna affrontare
lo spazio del "bosco misterioso e minaccioso", terzo capitolo della
presente raccolta: si deve provare l'orrore dello spazio sconosciuto e
vincere le proprie paure ancestrali e le resistenze inconsce per poter
tornare nel mondo civile, conosciuto e colonizzato, arricchiti di una
preziosissima esperienza, fonte di futuro benessere e felicita.
Un ultimo capitolo dedicato al "bosco primordiale" e alla figura
dell'uomo selvaggio per sottolineare che, accanto alla sua valenza
immaginaria, lo spazio del bosco ha sempre mantenuto un carattere
estremamente reale di spazio naturale incontaminato, vergine, da
curare, coltivare e rendere infine produttivo.
Poich questi motivi-chiave sono abbastanza ubiquitari in Europa,
abbiamo cercato di attuare una scelta che ne riflettesse la
distribuzione tra tutte le tradizioni europee, rispettando ovviamente
eventuali particolarit regionali e varianti tipiche. Oltre a questa
dovuta attenzione alla diffusione di motivi frequenti, ci siamo
dedicati soprattutto alle tradizioni poco conosciute o poco
accessibili, per proporre una nuova, e speriamo gradita, visione del
"fenomeno bosco": un bosco riletto in chiave mitica, magica e
fantastica.

Alberto Mari - Ulrike Kindl.
NOTE.

Nota 1. Cfr. M. Saunier, "La l嶲ende des symboles", Paris 1911.
Nota 2. Per quanto riguarda il motivo dell'albero ci limitiamo a
ricordare la simbologia biblica dell'albero della vita per
sottolinearne l'importanza. L'albero costituisce infatti uno dei
simboli pi importanti in assoluto delle tradizioni occidentali,
occupa una posizione di spicco nella mitologia germanica e in quella
celtica, riveste un'importanza fondamentale nell'eredit classica
greco-romana e assume infine innumerevoli significati nella
spiritualit medievale. Cfr. R. Cook, "The tree of life. Image for the
Cosmos", New York 1974.
Nota 3. Cfr.H. von Beit, "Symbolik des M跫chens", Bern 1952-1957. Per
quanto riguarda la von Frantz si vedano in particolare le seguenti
edizioni italiane: "Le fiabe interpretate", Torino 1984; "Il femminile
nella fiaba", Torino 1985 e "L'individuazione nella fiaba", Torino
1987.
Nota 4. Data l'estrema diffusione di queste "fiabe-tipo" non abbiamo
inserito nella presente raccolta la versione pi nota - e
cronologicamente pi antica -, vale a dire i racconti di Ch. Perrault,
bens varianti meno conosciute come la storia della "Regina
sfortunata" o del "Macchiaiolo" che l'indice tipologico di Aarne-
Thompson classifica comunque tra il grande numero di fiabe "tipo
'Biancaneve'". Cfr. Aarne-Thompson, "The Types of the Folktale", FFC
184, 1961 prima, Helsinki 1981.
Nota 5. W. Ja. Propp, "Morfologia della fiaba", Torino 1966 (Leningrad
1928).
Nota 6. W. Ja. Propp, "Le radici storiche dei racconti di fate",
Torino 1949 (Leningrad 1946). Sul tema dell'iniziazione si veda anche:
Mircea Eliade, "Le Mythe de l'彋ernel retour: arch彋ypes et
r廧彋ition", Paris 1949.
Nota 7. Cfr. il volume "Tutto fiaba", Atti del convegno
internazionale di studi sulla fiaba, Milano 1980.
Nota 8. Per la questione del rapporto fiaba-leggenda rinviamo il
lettore alle considerazioni contenute nell'introduzione al volume "La
montagna e le sue leggende", Milano 1988, e in particolare al
paragrafo "La leggenda tra immaginazione e realt immaginata".
Nota 9. Cfr. in proposito la polemica tra Propp e Claude L憝i-Strauss
sulla differente concettualit di "forma e struttura", riportata in
appendice alla "Morfologia", "op. cit."
Nota 10. L'antropologia storica ha comunque tentato di recuperare il
patrimonio folcloristico, e soprattutto quello delle fiabe, per
indagini di carattere comparato con esiti talvolta sorprendenti; cfr.
A. Nitschke, "Soziale Ordnungen im Spiegel der M跫chen" [L'ordine
sociale nello specchio della fiaba], 2 volumi, Stuttgart 1976.
Nota 11. Cfr. H. P. Duerr, "Traumzeit. 鋐er die Grenze zwischen
Wildnis und Zivilisation" [Tempo del sogno. Indagine sul limite tra
natura selvaggia e civilt赩, Frankfurt am Main 1978.
Nota 12. Cfr. Claude L憝i-Strauss, "La pens嶪 sauvage", Paris 1962.

















Capitolo primo.
IL BOSCO SACRO.

Abbiamo visto come il bosco sia infido e misterioso ma non
inaccessibile, e come la presenza delle divinit non escluda quella
dell'uomo: il luogo infatti sacro proprio perch sancisce l'incontro
tra la dimensione umana e quella numinosa la quale determina "l'altro
tempo', quello dell'eternit, che contraddistingue il bosco sacro.
Questo "scarto" temporale a differenza di guanto avviene nello spazio
montano, inaccessibile e fatale - consente un ritorno senza danni al
tempo normale; si tratta quindi di un trapasso reversibile (si veda
"Il bosco di Tontla"). Anche l dove l'esperienza fa registrare un
esito letale, esso viene considerato pi come una rivelazione e una
grazia che non come una punizione ("Il monaco e l'uccellino").
La numinosit del bosco legata in primo luogo al suo stesso "spazio"
("Il cervo meraviglioso" e "Il bosco magico"), nel qual caso il bosco
assume la connotazione di luogo d'iniziazione (soprattutto nel terzo
capitolo); in secondo luogo alla venerazione dell'albero. Tutti i miti
conoscono l'albero della vita (la "Bibbia"), il frassino Yggdrasill
(cosmologia germanica) e assai diffusa inoltre la consacrazione di
un albero a una precisa divinit (l'ulivo ad Atena, l'alloro ad
Apollo, la quercia a Odino e cos via).
Le fiabe, le leggende e le tradizioni popolari conservano ancora un
lontano ricordo di queste antiche espressioni di culto, e le
tramandano pressoch inalterate sino ai giorni nostri: ecco allora le
leggende di alberi trasformati in belle fanciulle ("La figlia
dell'albero" e "Le nozze di Merisana"), oppure la delicatissima
leggenda "I fiori di Lagor跬", nella quale le anime dei guerrieri
caduti in battaglia si trasformano in fiori.


1. Boschi sulle Faer Oer.
(Scandinavia).

Nei tempi antichi le isole Faer Oer erano ricoperte di boschi. Per
tale ragione ancora oggi, nelle paludi e nelle lande dell'arcipelago
si trovano grosse radici, sulle quali si forma la torba. I numerosi
resti di foglie e rami contenuti nella torba dimostrano la precedente
esistenza di un bosco poi inghiottito dalla terra.
Si narra che durante il regno di Olaf il Santo giunsero in Norvegia
degli ambasciatori dalle Faer Oer per conferire con lui. Egli disse
loro che le tasse versate dalle isole gli sembravano troppo basse, e
volle sapere che cosa cresceva su quelle terre. Gli ambasciatori
fecero allora un quadro drammatico della situazione: dissero che non
c'era altro che sabbia, sassi e paludi. Udito il racconto il re
esclam: "Che ogni cosa diventi come stata descritta! Si rivolga in
basso ci che cresce sopra la terra e si rivolga in alto ci che si
trova sottoterra!". I boschi vennero cos inghiottiti dalla terra e al
posto dei campi rigogliosi si formarono immense paludi, e vaste
distese di fango e sabbia. Per questo motivo quelle isole presentano
ancora oggi un tale aspetto.
Anche le colonne di basalto degli scogli dell'isola Mykines, secondo
la leggenda, un tempo erano alberi, che vennero tramutati in pietra
quando re Olaf pronunci il suo anatema davanti agli ambasciatori, i
quali sostenevano che nell'intero arcipelago non crescevano alberi.


2. Il bosco sacro dei sennoni.
(Germania).

Tra le trib sveve i sennoni erano il popolo pi nobile e di pi
antica tradizione. Per celebrare particolari ricorrenze si riunivano
in un bosco, considerato sacro perch era un luogo di culto degli
antenati e suscitava un antico reverente terrore. A queste riunioni
partecipavano i rappresentanti di tutti gli appartenenti a una stessa
stirpe, e portavano una vittima sacrificale umana. Il rispetto per il
bosco era tale che nessuno poteva entrarvi senza prima essersi fatto
legare, in segno della sua sottomissione all'infinito potere divino.
Se qualcuno cadeva a terra non gli era permesso di rialzarsi n di
venire sollevato, ma doveva essere trascinato fuori del bosco Una tale
usanza dimostra come la nascita del concetto di popolo (nella sua
accezione metastorica) sia intimamente connessa all'idea del sacro e
come la concezione di un Dio onnipotente, al quale tutto il resto deve
essere sottomesso e ubbidiente, sia presente in essa.


3. L'origine dei sassoni.
(Germania).

Secondo un'antica leggenda popolare i sassoni, insieme al loro primo
re Ascanio, nacquero dalle rocce dell'Harz nel mezzo di un bosco
verde, presso una piccola sorgente.
Aventinus fa derivare il nome dei germani dal verbo latino "geminare",
che significa "germogliare", poich si vuole che i tedeschi siano
cresciuti sugli alberi. Tra gli artigiani infatti, ancora oggi si
conserva la seguente canzoncina:

In Sassonia sono andato
e sugli alberi le belle ragazzine ho trovato
se prima ci avessi pensato
almeno una me ne sarei portato.


4. Il bosco di Tontla.
(Estonia).

Nei tempi antichi a nord del lago di Peipus si trovava un bel
boschetto, chiamato bosco di Tontla, in cui nessuno osava entrare.
Alcuni sfrontati, che per caso una volta si erano avvicinati per
spiare, raccontarono di aver visto degli strani esseri dalle forme
umane, che brulicavano come formiche sull'erba nei pressi di una casa
diroccata. Tra questi individui sporchi e stracciati, che sembravano
vagabondi, v'erano molte donne anziane e bambini seminudi.
Una volta un contadino, rincasando da un banchetto a tarda notte
attraverso il bosco di Tontla, raccont di aver visto un gruppo di
donne e bambini raccolto attorno al fuoco; alcuni sedevano a terra,
altri ballavano sull'erba. Una vecchia, con un grosso mestolo di
ferro, di tanto in tanto spargeva della brace ardente sull'erba: i
bambini allora, trasformatisi in allocchi, cominciavano a svolazzare
gridando intorno al fumo che si sollevava, per poi posarsi nuovamente
a terra. Poi vide uscire dal bosco un piccolo ometto, molto vecchio e
con una lunga barba, che portava sulla schiena un sacco pi grande di
lui. Donne e bambini gli corsero incontro ballando e cercarono di
strappargli il sacco dalla schiena, ma il vecchio si liber di loro.
In quel momento un gatto nero, grosso come un puledro e con gli occhi
ardenti, che fino a poco prima era rimasto accucciato davanti a una
porta, salt sul sacco del vecchio per poi sparire nella capanna.
Anche se non si pot stabilire con certezza cosa vi fosse di vero e
cosa di falso nel racconto di quel contadino, notevole resta il fatto
che tali storie sul bosco di Tontla venivano tramandate di generazione
in generazione. Nessuno sapeva dare delle notizie pi precise. Il re
di Svezia aveva ordinato pi di una volta di abbattere quel bosco cos
temuto, ma la gente non aveva il coraggio di eseguire l'ordine. Una
volta un uomo particolarmente audace diede alcuni colpi con un'accetta
sul tronco di un albero. Immediatamente dalla ferita cominci a
sgorgare del sangue e si udirono grida di dolore simili a lamenti
umani. Il boscaiolo fugg terrorizzato. Da quella volta nessun ordine
e nessuna ricompensa riuscirono ad attirare un boscaiolo nella foresta
di Tontla.
Un altro particolare inquietante era che il bosco non presentava
alcuna via di accesso n di uscita, n si vedeva mai alzarsi un po' di
fumo, che indicasse la presenza di esseri umani. Se il bosco fosse
veramente stato popolato da esseri viventi, questi dovevano essere
probabilmente simili alle streghe, capaci di muoversi nell'aria,
durante la notte, quando i campi e i paesi intorno erano immersi nel
sonno.

A poca distanza dal bosco di Tontla si trovava un paese piuttosto
grande, dove un contadino vedovo si era risposato con una giovane
donna. Dalla prima moglie aveva avuto una figlia, che ora aveva sette
anni; una bimba sveglia e affettuosa di nome Else. La cattiva matrigna
per rendeva la vita impossibile alla poveretta; la picchiava da
mattina a sera e le dava da mangiare un cibo peggiore di quello dei
cani. N la bimba poteva contare sull'appoggio del padre perch lui
stesso temeva la matrigna. Per pi di due anni Else sopport questa
dura vita versando lacrime amare. Una domenica per and con altri
bambini del paese a raccogliere bacche, e senza accorgersene giunsero
al margine del bosco di Tontla, dove crescevano delle bellissime
fragole.
I bimbi ne mangiarono un bel po' e riempirono i loro cestini. D'un
tratto uno dei pi grandicelli, avendo riconosciuto il posto, grid:
"Fuggite, fuggite, siamo nel bosco di Tontla!", e tutti scapparono.
Else, che si era allontanata un po' pi degli altri, sent il grido
del ragazzo, ma non volle lasciare quel luogo tanto ricco e, convinta
che comunque gli abitanti del bosco di Tontla non avrebbero potuto
essere peggiori della sua matrigna, si trattenne ancora. Poco dopo
giunse abbaiando un piccolo cane nero con un campanellino d'argento al
collo, seguito da una bimba avvolta in un bellissimo vestito di seta,
che fece star buono il cane e disse a Else: "Che bello che tu non sia
fuggita con gli altri bambini. Rimani a farmi compagnia, ci
divertiremo molto insieme. La mamma sicuramente non mi negher questo
favore, se glielo chiedo. Vieni, andiamo subito da lei".
Detto ci la bambina sconosciuta prese Else per mano e la condusse
nella profondit del bosco. Il piccolo cane nero abbaiava divertito,
saltellava vicino a Else e le leccava le mani, come se la conoscesse
da tanto tempo.
Quale meraviglia e splendore si apr ora davanti agli occhi di Else!
Un lussureggiante giardino pieno di alberi da frutta e cespugli dl
bacche di mille tipi; sui rami degli alberi v'erano uccelli
variopinti, coperti di penne d'oro e d'argento, che non avevano paura,
e si lasciavano prendere in mano senza timore. Nel mezzo del giardino
sorgeva una casa di vetro incastonata di pietre preziose, con le
pareti e il tetto splendenti come il sole. Una signora, vestita molto
elegantemente, sedeva davanti alla porta e chiese alla figlia: "Chi
l'ospite che ci conduci?".
La bimba rispose: "L'ho trovata sola nel bosco e l'ho portata con me
per avere compagnia. Permetti che rimanga qui?".
La madre sorrise, non profer parola, ma squadr Else dalla testa ai
piedi con uno sguardo penetrante. Poi la fece avvicinare, le accarezz
le guance e le chiese con gentilezza dove abitava, se i suoi genitori
erano ancora in vita e se desiderava rimanere. Else baci la mano
della signora, si inginocchio ai suoi piedi, le abbracci le gambe e
rispose tra le lacrime: "La mamma riposa gi da tempo sottoterra. Mio
padre vive ancora, ma la cosa non mi d'aiuto. La matrigna mi odia e
mi picchia senza piet ogni giorno. Niente di quello che faccio le va
bene. La prego, mi lasci restare qui. Custodir il gregge o far
qualsiasi altro lavoro, far tutto ci che vorr e le ubbidir, ma non
mi rispedisca dalla mia matrigna: mi picchierebbe a morte perch non
sono tornata con gli altri bambini".
La signora sorrise e disse: "Vediamo cosa posso fare per te".
Poi si alz dal suo posto ed entr in casa. La figlia per disse a
Else: "Non temere, mia madre molto gentile. Ho capito dal suo
sguardo che esaudir la nostra preghiera, dopo aver riflettuto un
momento. Su, andiamo a giocare. Sei gi stata al lago?".
Else spalanc gli occhi e chiese: "Che cos'?".
"Lo vedrai subito" rispose la bimba e prese una conchiglia, due lische
di pesce e una foglia di erba stella da uno scatolino. Poi, scuotendo
la foglia, fece cadere un paio di gocce dl rugiada sul prato; subito
si form un lago enorme che si estendeva fino all'orizzonte. La
conchiglia e le lische di pesce si trasformarono in una barca munita
di remi. Le bimbe si cullarono felici sulle onde finch una voce
chiam: "Kiisike!".
"Che significa?" chiese Else.
"E' il mio nome" rispose la bimba, " ora di tornare." Cos dicendo
immerse lo scatolino nell'acqua: d'un tratto l'intero incantesimo
svan e loro si trovarono nuovamente davanti a casa. Le fanciulle
entrarono. In una grande stanza sedevano intorno a un tavolo
ventiquattro donne, tutte vestite elegantemente, a capotavola sedeva
la signora su una sedia d'oro. Sul tavolo v'erano tredici diversi tipi
di cibo, serviti in scodelle d'oro e d'argento. Uno dei piatti rimase
per intatto e venne tolto da tavola come era stato portato, senza che
nemmeno venisse alzato il coperchio. Else mangi quelle prelibate
pietanze, che le piacquero come non le era mai piaciuto nulla fino a
quel momento. A tavola si parlava sottovoce in una lingua straniera,
della quale Else non capiva nulla. La signora rivolse poi alcune
parole alla cameriera, che stava alle sue spalle e che subito corse
via per tornare con un piccolo ometto molto anziano, con una barba
lunghissima. Il vecchio si inchin e rimase sulla porta. La signora
gli indic Else e gli disse "Guarda bene questa contadinella. La
voglio tenere come figlia adottiva e tu mi devi modellare una sua
sosia che domani potremo mandare al paese in vece sua".
Il vecchio guard attentamente Else, come se volesse prendere le
misure, s'inchin poi nuovamente davanti alla signora e lasci la
stanza. Dopo il pasto la signora disse con gentilezza a Else: "Kiisike
mi ha pregata di tenerti qui a farle compagnia e tu stessa mi hai
detto che desideravi rimanere. E' veramente cos?".
Else cadde m ginocchio e baci le mani alla donna per ringraziarla. La
signora per la fece alzare, e accarezzandole la testa le disse:
"Voglio prendermi cura di te e della tua educazione finch sarai
adulta e potrai arrangiarti da sola. Le mie donne, che danno lezioni a
Kiisike, le daranno anche a te, ti insegneranno i lavori manuali pi
raffinati e molte altre cose".
Poco dopo il vecchio fece ritorno: sulle spalle aveva un recipiente
pieno di fango e nella mano sinistra un piccolo cesto coperto che
deposit a terra. Prese poi un po' di fango e modell una bambola
dalle forme umane; nel ventre ancora aperto pose tre pesci sotto sale
e un pezzo di pane. Poi fece un buco nel petto della bambola, prese
dal suo cesto una serpe lunga e nera e ve la infil Dopo che la
signora ebbe osservato con attenzione la bambola; il vecchio disse:
"Adesso ci serve solo una goccia di sangue della contadinella".
Else quando ud queste parole impallid, pensando che questo
significasse vendere l'anima al demonio. Ma la signora la rassicur:
"Non avere paura, non vogliamo il tuo sangue per qualche scopo
malvagio, ma solo per il tuo bene futuro".
Prese quindi un piccolo ago d'oro, punse Else sul braccio e lo pass
poi al vecchio, che trafisse il cuore della bambola. Alla fine la
ripose nel cesto, perch durante la notte potesse crescere e promise
alla signora che il mattino seguente tutto sarebbe stato pronto.
Ci si and allora a coricare e anche a Else venne assegnata una
stanza, dove le fu preparato un bel letto morbido. Quando il mattino
seguente si svegli nel letto di seta, si accorse di indossare una
bellissima camicia da notte, e vide sulla sedia davanti al suo letto
dei vestiti raffinati. Entr quindi nella stanza una ragazza che la
fece lavare e pettinare e poi la vest con quei magnifici abiti, come
se fosse stata la pi nobile delle bimbe. I vestiti da contadinella
che portava prima erano stati prelevati durante la notte, e si
trovavano ora addosso alla bambola di fango che doveva far ritorno al
paese al posto suo. La bambola, che camminava come un essere umano,
era cresciuta durante la notte ed era diventata una perfetta sosia di
Else. Quando la bimba la vide si spavent molto ma la signora le
disse: "Non avere paura, la bambola di fango non ti pu fare alcun
male. La mandiamo solo alla tua matrigna, perch sfoghi su di lei la
sua violenza. La pu picchiare finch vuole perch non sente male, ma
se quella donna malvagia non muter il suo comportamento, alla fine la
bambola la punir come si merita".

Da quel giorno Else visse felicemente, senza alcuna preoccupazione,
dedicandosi con diligenza agli studi e la sua vita precedente divenne
ben presto solo un brutto ricordo. Quanto pi profondamente si
addentrava nelle gioie di questa vita, tanto pi le sembrava
stupefacente: un potere sconosciuto e insondabile doveva regnare in
quel mondo.
Nel cortile, a venti passi dalla casa, si trovava un blocco di
granito. Quando si avvicinava l'ora dei pasti, il vecchio dalla lunga
barba tirava fuori dal suo vestito una bacchettina d'argento e con
questa picchiava tre volte sul masso, che emetteva un suono distinto.
A quel punto saltava fuori un enorme gallo d'oro: tutte le volte che
il gallo sbatteva le ali e cantava, dal blocco di granito veniva fuori
qualcosa. Prima di tutto una lunga tavola apparecchiata che, da sola,
entrava in casa come volando. Quando il gallo cantava per la seconda
volta comparivano le seggiole e poi le scodelle con i diversi cibi:
tutto fuoriusciva dal blocco e come trasportato dal vento andava a
posarsi sul tavolo. Quando tutti avevano mangiato abbondantemente, il
vecchio toccava di nuovo la roccia con la sua bacchetta, il gallo
cantava e ogni cosa tornava nel blocco di granito. Quando era per il
turno della tredicesima scodella, dalla quale non si mangiava mai, le
cose andavano diversamente: un grosso gatto nero correva dietro alla
scodella e si fermava con essa sul masso vicino al gallo, finch
veniva il vecchio a portarli via. Questi prendeva la scodella in una
mano, il gatto in braccio e il gallo d'oro sulla spalla e spariva
dietro al blocco. Dal granito non provenivano solo i cibi e le
bevande, ma anche meravigliosi vestiti di seta e tessuti pregiati.
Un giorno Else, incuriosita, chiese a Kiisike cosa ci facesse la
tredicesima zuppiera sempre in tavola, se nessuno vi mangiava mai.
Kiisike non sapeva spiegarglielo, ma dovette riferirlo a sua madre
perch alcuni giorni dopo costei fece chiamare Else e le disse in tono
serio: "Non stare ad arrovellarti il cervello con inutili pensieri!
Vuoi sapere perch non mangiamo mai dalla tredicesima zuppiera? Ebbene
non lo facciamo perch essa la scodella della benedizione nascosta;
non possiamo toccarla, altrimenti la nostra vita felice finirebbe.
Anche tra gli uomini le cose andrebbero molto meglio, se nella loro
avidit non cercassero di arraffarsi tutti i doni, senza nulla
lasciare in ringraziamento al benefattore celeste. L'avidit il pi
grosso errore degli uomini".
Gli anni trascorsero veloci. Else era diventata un'attraente
giovinetta e aveva imparato molte cose che nel suo paese non avrebbe
appreso nemmeno in tutta la sua vita. Kiisike era rimasta invece la
stessa bambina che era il giorno dell'incontro nel bosco con Else. Le
donne che vivevano con la signora, dovevano impartire tutti i giorni
alcune ore di lezione di scrittura e lettura, oltre che di raffinati
lavori manuali, a Kiisike ed Else. La seconda apprendeva tutto molto
bene, mentre Kiisike si divertiva di pi nei giochi infantili, che
nelle altre occupazioni. A volte diceva a Else: "Peccato che tu sia
diventata cos grande. Ora non puoi pi giocare con me".
Dopo nove anni di questa dolce vita, una sera la signora fece chiamare
Else nella sua stanza da letto e con gli occhi pieni di lacrime, le
disse: "Cara figliola, giunto il momento della separazione".
"Separazione?!" grid Else, e si gett piangendo ai piedi della
signora. "No, cara mamma, non pu succedere fino a che la morte non ci
separi. Mi avete accolta un giorno piena di gentilezza, ora non
cacciatemi via."
La donna cercando di tranquillizzarla le disse: "Bimba mia, calmati;
tu non sai cosa sono costretta a fare per la tua felicit. Le cose
devono andare in questo modo, tu sei un essere umano e come tale sei
destinata a invecchiare e un giorno a morire; per questo non puoi
restare qui pi a lungo. Io e la mia gente abbiamo sembianze umane, ma
non siamo uomini come voi, siamo esseri superiori, a voi
incomprensibili. In una terra lontana troverai un marito affettuoso,
che la tua anima gemella, e con lui sarai felice fino alla fine dei
tuoi giorni. Separarmi da te non mi facile, ma cos deve essere e
anche tu devi accettarlo".
Poi pass il suo pettine d'oro tra i capelli di Else e le ordin di
andare a letto.

Intanto, in tutti quegli anni, la vita in paese era andata avanti allo
stesso modo. La matrigna tormentava la sosia giorno e notte, ma la
bambola di fango non sentiva alcun dolore. Un giorno per, mentre la
matrigna la picchiava come al solito, minacciando di ucciderla, e le
stringeva il collo con entrambe le mani per strozzarla, una serpe nera
usc sibilando dalla bocca della bambola e punse la matrigna sulla
lingua facendola cadere a terra morta. Quando il marito torn a casa
alla sera trov la moglie che giaceva morta sul pavimento; la figlia
invece era sparita. Alle sue grida accorsero alcuni vicini che dissero
di aver sentito verso mezzogiorno un grande baccano provenire dalla
casa, ma di non essere andati a vedere. Nel pomeriggio tutto era
tornato nuovamente tranquillo, ma nessuno di loro aveva pi visto la
figlia. L'uomo allora si ritir nella sua stanza dove trov tre pesci
salati e un pezzo di pane; mangi e si mise a letto. Il giorno
seguente anche lui fu trovato morto. Dopo alcuni giorni vennero
sepolti entrambi e della ragazza scomparsa i contadini non seppero pi
nulla.

Per il dispiacere della separazione Else intanto non era riuscita a
dormire per tutta la notte. Il mattino successivo la signora le mise
al dito un anello d'oro col sigillo e al collo un medaglione d'oro
appeso a un filo di seta, poi chiam il vecchio, gli indic Else e
tristemente prese commiato da lei. La fanciulla stava ringraziando
quando il vecchio le tocc tre volte dolcemente il capo con la sua
bacchettina. Else fu trasformata in un'aquila, si sollev in aria e
cominci a volare. Per molti giorni vol verso sud, riposandosi solo
quando le ali erano stanche, senza sentire la fame. Un giorno mentre
sorvolava un boschetto si sent penetrare da una freccia. Cadde a
terra e svenne.
Quando rinvenne si trov nelle sue spoglie umane, sotto un cespuglio.
Il modo in cui era giunta in quel luogo e la strana storia che aveva
vissuto le sembravano un sogno. Proprio allora giunse a cavallo il
figlio di un re, giovane e bello, che smont dalla sella, porse la
mano a Else e le disse: "Oggi sono uscito a cavallo in un'ora
fortunata. Sono mesi che sogno durante la notte di trovarvi qui nel
bosco e anche se ho percorso gi mille volte questa strada, la brama e
la speranza di trovarvi non si erano ancora spente. Oggi ho ucciso una
grossa aquila e l'ho vista cadere proprio in questo punto; venendo a
cercarla ho trovato voi".
Poi aiut Else a salire a cavallo e la condusse in citt, dove il
vecchio re la accolse pieno di gioia. Alcuni giorni pi tardi venne
celebrato un sontuoso matrimonio.
Il mattino del matrimonio giunsero cinquanta carri ricolmi di merci
preziose, che la madre adottiva le aveva spedito. Dopo la morte del
vecchio re, Else divenne regina e negli anni della vecchiaia raccont
lei stessa le vicende della sua giovinezza. Ma del bosco di Tontla da
allora non si pi saputo nulla.


5. Il bosco magico.
(Inghilterra).

Molto tempo fa viveva in Inghilterra un re crudele che amava
rincorrere a cavallo le giovani fanciulle che capitavano nella
campagna intorno al suo castello e dopo averle catturate (e
malvagiamente approfittato di loro) le trafiggeva con la sua spada
affilata. I genitori delle giovani della zona fecero allora in modo di
mandare le loro figlie lontano, in luoghi pi sicuri.
C'era per una piccola, giovane fanciulla, in una casa solitaria, che
non aveva potuto andarsene. Sua nonna era troppo povera per pagarle il
viaggio e cos la teneva nascosta, e tutte e due si guadagnavano la
vita filando. La loro casa era vicina a un bosco incantato dove
nessuno osava entrare, neppure il malvagio re, per timore della grande
quercia magica che cresceva nel centro del bosco.
Un giorno che la nonna era malata la fanciulla fu costretta a uscire
per andare al mercato a vendere la lana, perch non avevano pi niente
da mangiare.
Prima che la nipote se ne andasse, la nonna la baci raccomandandole
di essere molto cauta e di stare lontana dal bosco magico, bench la
strada pi breve per raggiungere il mercato passasse proprio di l. La
fanciulla si mise in cammino con la matassa di lana da vendere. Non
aveva fatto ancora molta strada quando vide comparire in lontananza la
figura del crudele re a cavallo. La fanciulla non fugg ma
silenziosamente entr nel bosco magico.

Nel bosco della quercia ella entr
e davanti a essa s'inchin
cos la quercia la port in citt
e cos giunse in citt attraverso il bosco.
Il bosco magico.

Sembrava tutto risolto ma il re, che l'aveva vista entrare nel bosco,
aveva spronato il cavallo e si era lanciato all'inseguimento.

Nel fitto della boscaglia cavalc
e verso la grande quercia se ne and,
l giunto estrasse la spada affilata per colpire
ma un grosso ramo gli cadde sul collo facendolo morire.
Nel bosco, nel bosco magico.

Gli uomini del re andarono a cercare il loro signore e quando lo
trovarono morto si lanciarono al galoppo nel bosco verso la grande
quercia magica.

Cavalcarono nel bosco verso la magica quercia
per tagliare la pianta, la grande quercia.
La quercia scricchiol e il suo richiamo risuon
e tutti gli alberi del bosco radun.
Essi si chiusero attorno agli incauti guerrieri
e il bosco si strinse in tutti i suoi sentieri.
Pi nessuno ritorn dal bosco
dal grande bosco magico.




6. Il bosco di Hurlestone.
(Inghilterra).

Vicino a Wrington si trova una fattoria chiamata Hailstone ma c' chi
sostiene che dovrebbe chiamarsi Hurlestone. ("Hailstone" significa
letteralmente "chicco di grandine" mentre "Hurlestone" significa
"pietra lanciata".
) Esiste infatti una leggenda che racconta di come il diavolo - o,
secondo altre fonti, un gigante - raccolse una gigantesca pietra con
l'intenzione di lanciarla sulla chiesa di Cranmore. Naturalmente
sbagli mira: si trattava di un lancio difficile anche per il "vecchio
ragazzo" Comunque sia quest'enorme roccia si trova ancora oggi su una
collina in un bosco, che la gente chiama "bosco di Hurlestone" In
quello stesso bosco si trova anche la tomba di un gigante.


7. La valle dei folletti.
(Inghilterra).

Alcuni bambini raccoglievano un giorno delle primule in un bosco
quando una di loro si allontan dal gruppo e si ritrov nella valle
dei folletti. Era una bambina piccolina e non era in grado di
difendersi, cos quando scopr di essersi persa, scoppi a piangere:
le sue lacrime scorrevano lungo il dolce viso cadendo sul vestitino
come gocce di pioggia. Era veramente abbattuta, e le primule che aveva
in mano caddero su una roccia: improvvisamente la roccia si apr e
uscirono delle creature fatate che, impietosite da quel pianto,
cominciarono a consolare la bimba. Le regalarono una sfera d'oro e
l'accompagnarono sulla via di casa.
Tutto questo avvenne perch la bambina aveva con s un mazzo di
primule.
Il giorno seguente l'intero villaggio parlava di questo prodigio e il
mago del paese pens che avrebbe potuto mettere le mani su pi di una
sfera d'oro se i folletti fossero usciti un'altra volta dalla roccia.
Cos raccolse a sua volta un mazzo di primule e si avvi verso la
valle dei folletti; fu ben felice di giungervi sano e salvo dopo tutto
quello che aveva visto e sentito lungo il cammino attraverso il bosco!
Ma evidentemente quello non era il giorno giusto, non aveva con s il
giusto numero di primule e soprattutto egli non era una bambina
innocente... cos i folletti uscirono dalla roccia e se lo presero!
Primule e nontiscordardime sono i fiori magici della primavera, ma
bisogna averne il numero giusto nel mazzo!


8. La vendetta degli alberi.
(Inghilterra).

Cera una volta un vecchio contadino che aveva due figli; il vecchio e
il figlio maggiore formavano una coppia scaltra, come quelle che si
incontrano frequentemente dalle parti di Bristol. Non erano molto
onesti e cercavano sempre di fare i furbi negli affari; la loro
fattoria era ricca e poteva garantire lavoro a venti uomini ma era un
lavoro duro e il figlio maggiore non voleva affaticarsi per qualcosa
che non era ancora suo. Sia il padre che il figlio sembravano non
apprezzare l'abbondanza in cui vivevano. Il figlio minore, che al
contrario era un ragazzo buono e gentile, non condivideva il loro
atteggiamento.
La fattoria era situata vicino a una grande foresta e il figlio
minore, che aveva il compito di andare al mercato, l'attraversava
spesso, stando per ben attento a partire all'alba e a essere di
ritorno prima che calasse la notte; inoltre ogni volta, prima di
entrare nel bosco, chiedeva alla vecchia quercia il permesso di
attraversare la macchia.
Un giorno il vecchio inizi a tagliare gli alberi nel bosco senza
chiedere permesso a nessuno, bench crescessero molti alberi nei
pressi della fattoria e il figlio minore, che non approvava l'agire
del padre, si allontan da casa. Gli alberi non dissero nulla e questo
era un cattivo segno: si dice infatti che, se vogliono avvertire
qualcuno, gli alberi sussurrano leggermente; se sono muti significa
invece che sono molto arrabbiati.
Cos, mentre il padre e il figlio maggiore abbattevano gli alberi del
bosco, la vecchia quercia lasci cadere uno dei suoi rami su di loro e
li uccise. Quando il figlio minore attravers il bosco per recuperare
i loro corpi gli alberi non lo ostacolarono ed egli ne usc incolume.
Da quel giorno il giovane si occup della fattoria, restitu tutto
quello che il padre aveva rubato e risistem gli steccati. Da allora
gli capit spesso di attraversare il bosco con il suo carro per
recarsi al mercato, ma gli alberi gli concessero sempre di passare e
non lo disturbarono, n lasciarono mai cadere dei rami sulla sua
testa. Il giovane comunque, per essere pi tranquillo, fiss sotto
ogni stivale una croce fatta di chiodi.


9. L'albero sacro.
(Austria).

Dell'albero sacro, che una volta si trovava in un prato a sud del
paese di Nauders, oggi rimane solo il ceppo. Il prato si trova su un
declivio, a fianco del quale si estende il bosco, e il lato
meridionale si chiude con una collinetta sulla quale un tempo sorgeva
un castello. Ancora oggi si possono vedere alcuni resti di mura, che
secondo la leggenda appartenevano al castello dell'albero sacro.
Questo albero era un grosso larice, dalla bella corona rotonda; si
racconta che rapisse i bimbi appena nati, e preferibilmente i
maschietti. Non si poteva raccogliere legna da ardere o tronchi nelle
vicinanze del larice; far rumore o gridare l vicino era considerato
un comportamento imprudente e se si pronunciavano bestemmie o si
litigava si commetteva un grave sacrilegio che sarebbe stato ben
presto punito. L'ammonimento: "Non farlo, qui vicino c' l'albero
sacro!" era molto frequente.
Una volta un servo volle provare ad abbatterlo, per prendersi gioco
delle credenze del popolo. Dopo il primo colpo, il tronco cominci a
sanguinare, e alcune gocce caddero anche dai rami del larice. Il servo
terrorizzato lasci cadere la scure e se la svign a gambe levate. I
compaesani lo trovarono lungo la strada svenuto e lo portarono a casa,
dove si riprese solo il giorno seguente. Le tracce del sangue rimasero
visibili sul tronco per molto tempo e la ferita provocata dal colpo
d'ascia rimase aperta finch l'albero fu in vita.

Si narra inoltre che il castello vicino all'albero sacro fosse stato
colpito da una maledizione e per questo fosse sprofondato nel suolo
assieme a tutti i suoi tesori. Nel luogo dove sorgeva un tempo il
castello si dice che siano ancora racchiuse nel sottosuolo enormi
ricchezze e che, se ci si aggira da quelle parti a tarda ora, si pu
udire il tintinnio delle monete d'oro e d'argento.
Si tentato spesso di scavare sulla collinetta per cercare i tesori
nascosti ma pare che vi siano a guardia tre giovani donne colpite da
una maledizione, che solo il ritrovamento del tesoro potr liberare.
Esse compaiono ai viandanti a tarda notte facendo loro dei segnali o
cercando un modo per farli avvicinare. Un pastore che a sera inoltrata
cercava le sue mucche, imbocc un bel sentiero largo, che conduceva
nelle vicinanze del castello. Quando per si trov davanti alle rovine
ebbe paura e cerc di fuggire, ma si accorse all'improvviso che il
sentiero era sparito e dovette faticosamente guadagnarsi la via tra la
sterpaglia.
Un contadino invece, che rincasava col suo carico di fieno, vide sul
sentiero vicino al castello una vasca piena di denti bianchi. Senza
badarci la spinse da parte. Sua moglie per, che camminava dietro il
carro, prese tre denti e se li infil in una tasca dove teneva anche
un rosario. Giunta a casa trov al posto dei denti tre splendenti
pezzi d'oro.

Nonostante le varie apparizioni delle tre fanciulle maledette, e i
loro tentativi di condurre molti viandanti sul luogo del tesoro,
nessuno finora riuscito a trovarlo. Di una delle tre donne si
racconta che mezza bianca e mezza nera. Si dice che costei si sia
avvicinata un giorno a un ragazzo, che era giunto insieme ad altri per
accendere i fuochi di san Giovanni nei pressi del castello. Costei
grid: "Johannes" (cos si chiamava il giovanotto) "seguimi, e quando
saremo nel luogo giusto spogliati. Io mi trasformer in serpente e mi
attorciglier intorno a te per tre volte. Non devi avere paura, perch
solo in questo modo potrai sciogliere la maledizione che mi colpisce e
impossessarti del tesoro".
Johannes ubbid: si spogli e si lasci avvolgere dal serpente per due
volte ma alla terza ebbe una gran paura e d'improvviso il serpente
scomparve.


10. I cirmoli di Rudo.
(Dolomiti).

Ci sono quattro cirmoli in Rudo, attorno ad un sasso, scarni e
contorti, con le braccia ramose tese al cielo; sono vivi nel loro
legnoso tormento, in mezzo ai larghi pascoli dell'alta Alpe di Fanes e
di Senes.
Al margine di circhi selvaggi, dai fondali lavorati ed incisi da
scomparsi ghiacciai
Quattro cirmoli in Rudo, dentro i pascoli delle armente dei pastori
marebbani.
Salivano a giugno dai masi quieti di Marebbe con scampanare di mucche
pezzate e la terra, la neve, la lavina avevano interrato i termini,
non si vedono pi pietre dove mano di uomo incise una croce, tra
l'innumere affiorare di sassi.
Litigavano, tra marebbani ed ampezzani sui termini dei pascoli.
Un giorno va sull'alpe il marigo della Regola di Ampezzo per mettersi
d'accordo con quello della Regola di San Virgilio.
Quello di San Virgilio, irsuto come orso delle caverne dal petto e
dalla barba rossa e quadrata, parlava pacatamente, ma sapeva quel che
voleva. Tutta la Val Salata, gi, fino allo slargo delle sorgenti del
Boite, secondo lui apparteneva a Marebbe. Aveva delle buone ragioni
per rivendicarla.
Il marigo ampezzano ascoltava. Mica stupido esso era, anzi di forza
pari all'avversario; questo giovane nero e tarchiato che, dagli occhi
scuri, bruciati da strano fuoco selvatico, scrutava l'avversario di
Marebbe.
Stizza, amore del suo paese, della "sua" terra, attaccamento alla
mandria della comunit lo ardevano.
Ribatteva con forza compressa. Non cedeva, no.
Discussero a lungo ed il sole calava dietro le Laviniores in quella
lontana primavera, dietro chiazze di neve.
Calava e bisognava decidere; dice il marigo di Marebbe, con un
risolino, dice: "Quel masso il termine. Sempre lo fu. Fate spostare
verso la "monte" quel masso. Se ci riuscite, davvero. Dove arriverete
a portarlo, l resta il termine".
Sorrideva il marigo di Marebbe di fronte al masso enorme, che nessuna
forza umana poteva spostare.
Quello ampezzano taceva, non disse nulla. Solamente: "Sanin da po"
disse, come dicono loro per salutare, e vuol dire "ci rivedremo".
Lo disse con correttezza, come si fa tra marighi per bene e se ne
and.
Il marebbano risal la Val Salata e si ferm da sua figlia che era
malgara di Senes.
Ed il nero giovanotto di Ampezzo vag a lungo, non and a casa. Pass
per la piana di Fosses, via, per aridi altipiani, sui Ciadis, di balzo
in balzo, rocciame, per Croda d'Ancona dove una arcata sfondata dal
demonio fa passare una luna malata.
Terra strana fu sempre questa di Croda d'Ancona. Terra che sa di
guerre di giganti e puzza di putridume di morti gettati al sole dopo
decennali lavine, affiorano un attimo con ridenti fresche carni e si
sfanno nel sole.
E le marmotte fischiano dai cumuli di terra rossa, dalle tane fonde,
sorridenti ed astute fischiano, non cercare di prenderle o di
ucciderle. Forse sono esseri umani di una razza perduta. Lasciale.
Ed attraverso l'arco del Forame passa la luna. Il nero marigo siede
sotto l'arco, pensa ed aspetta sotto l'arco.
Un uomo grande venne a lui dalla montagna ed hanno parlato, a lungo
hanno parlato.
Ma nessuno ha sentito le loro parole, ora solo i cirmoli di Rudo forse
le sanno, sibilano al vento con le braccia ramose.
E vento.
Alla mattina dopo, ben presto, il marigo di Ampezzo saliva con altri
tre quadrati compaesani ed alle sorgenti si posero a lato dell'enorme
sasso che faceva da termine.
Lo sollevarono senza troppa fatica, cominciarono a portarlo su per la
Val Salata.
Salivano ed i grandi corpi di acciaio muovevano ritmicamente le gambe,
piantavano nella via ghiaiosa le suole ferrate. Salivano.
Bello era vederli con quel masso spaventoso che andava avanti.
Instancabili salivano.
Giunti al sommo di Rudo, avanzarono ancora, sicuri e sovrumani: erano
ormai sui prati davanti alla casera di Senes.
E la malgara si fece sulla porta, cos bionda e rossa ed ancor molle
di sonno, sgran i grandi occhi azzurri, terrorizzata e cap subito
cosa significava quel fatto per Marebbe.
Si fece il segno della croce: "In nome di Dio, quelli ci portano via
tutta la "monte"".
Non aveva finito di pronunciare il nome di Dio che il masso cadde e
sprofond nella terra i quattro uomini di Ampezzo.
Nessuno li vide mai pi. Il masso no: rest l. Vi resta ancora, ma vi
crebbero ai lati quattro cirmoli potenti, neri, forti nella scabrosit
del legno, contorti nelle rame dense.
Sono ancora l. I cirmoli di Rudo.
Il termine invece pi basso, al porteletto di Senes.
Ed un sasso con sopra un segno esile, marcato dal muschio, come un
segno di croce. Non toccarlo, non volerlo rimuovere; non senti da
dentro il sangue qualcosa che dice essere sacro quel sasso ad un Dio
padrone della magra terra che lo regge?





11. Il calvario dei pini.
(Trentino).

Il bosco era postato su un massiccio di monte, che pareva uno spalto
medioevale, dominatore della valle.
Alberi dal fusto diritto, tronchi annosi, a cui la natura rocciosa
aveva ceduta una forza rude d'eccezione, trasfondendo nel legno le
dure consistenze della roccia, salivano maestosi verso la cima, in
schiere che, per quanto non ordinate, mantenevano una dignit di folla
composta e diretta ad uno scopo.
Per la maggior parte erano pini, ma vi erano anche abeti fronzuti e
oscuri, e chiari larici: nel complesso uno dei pi bei boschi della
vallata, radicato sulla natura selvaggia di enormi monoliti, segni di
chiss quale era passata.
Questo bosco era il vanto dei Moseri, una delle pi antiche famiglie
del luogo, e soprattutto del pi vecchio dei Moseri, che guardava con
occhi ancor vividi e fieri quella propriet.
La parola d'ordine era sempre stata che quel bosco avrebbe continuato
ancora per cento anni ed avrebbero dovuto venire per ogni dove, ad
ammirarlo, sempre pi possente di piante, garrulo di uccelli, vivo di
scoiattoli, nascondiglio sicuro di lepri inseguite, e sulle cime pi
alte, appoggio di falchi reali dal volo solenne.
Ma un giorno tutte le cose mutarono e le orecchie del vecchio udirono
con terrore, nella famiglia che si era raccolta come a consiglio, che
il bosco doveva essere tagliato, tramutato in un pugno di carte, in
una somma, necessaria all'esistenza dei molti giovani della casata,
che stavano per iniziare la loro vita di lavoro.
Dopo la decisione, il vecchio si era portato sul posto a guardare, a
fissare le piante una per una, ad interrogarle quasi nel suo dolore, a
chiedere quasi il loro parere: perch esse erano cresciute con lui,
erano vive per lui, e non si poteva decidere, senza almeno guardarle
come in un supremo saluto.
Poi furono fatte le pratiche necessarie, e, in un'alba fosca, cominci
l'eccidio: sotto i colpi della scure, i tronchi fremevano, gli
scoiattoli fuggivano con prodigiosi salti, l'aria recava il colpo
secco e la voce ritmica dell'abbattitore.
Uno schianto e il primo albero cadde rovesciato: fra quelli che
assistevano era il vecchio, e si port la mano agli occhi e poi guard
intorno trasognato.
Giorno per giorno, ad uno ad uno, caddero i pini, i larici, gli abeti;
e si era ormai alla fine.
Il vecchio li aveva assistiti tutti: ne aveva toccato le fronde, li
aveva visti scorticare e scivolare a valle: pensava e sentiva nel
cuore il rumore continuo della sega di Baselga, che, tutta colpi tutta
tratti, tutta stridi, squadrava e penetrava e riduceva le sue piante
in lunghe tavole.
Salutava con gli occhi i carri che scendevano a valle, cigolanti sotto
il peso delle antenne migliori, che domani sarebbero state forse
alberi di nave, forse armature di ponti, tutte sparse chi sa dove.
L'ultima sera si lavor che annottava: restavano ormai poche piante;
se ne abbatt ancora qualcuna e poi il vecchio disse: "Basta! Queste
della cima lasciamole: saranno un ricordo del nostro bosco!".
E scesero alla strada. Quando vi giunsero il vecchio si volt
lentamente a guardare e il cuore gli tremava.
Stette un momento come intento a fissare, poi si curv lentamente,
battendosi il petto e si inginocchi.
Il massiccio del monte nella sera avanzata, si profilava nero sul
cielo chiaro, e sulla cima tre pini allargavano le braccia a
crocebruni sullo sfondo, dove una chiarit lunare pareva un'aureola.
Era il calvario dei pini.


12. L'albero della vita e della morte.
(Francia).

Quando Eva, la peccatrice, prestando ascolto ai consigli del nemico,
colse il frutto proibito, strapp, insieme alla mela, anche il ramo
che la reggeva. Dopo aver assaggiato il frutto, Adamo ed Eva si
accorsero di essere nudi e, subito, si coprirono con le mani e con le
fronde degli alberi. Ma la loro colpa non poteva sfuggire a colui al
quale nemmeno le tenebre pi profonde potrebbero nascondere qualcosa.
La loro stessa vergogna li accusava.
Quando fu cacciata dal paradiso terrestre, Eva stringeva in mano un
ramo frondoso. Poich era il solo oggetto che avessero potuto portare
via, Adamo ed Eva decisero di custodirlo gelosamente in ricordo
dell'Eden e, siccome non possedevano n uno scrigno, n una cassa dove
poterlo conservare, Eva lo conficc nella terra. Per volont del
Creatore e in segno del suo perdono, questo ramo mise le radici, e in
poco tempo divenne un albero grande e bello, con la corteccia e le
foglie bianche; il che stava a indicare da una parte che Eva non aveva
ancora perso la sua verginit quando lo aveva piantato e dall'altra
che un giorno ogni traccia della collera di Dio sarebbe scomparsa.
Confortati dalla vista di questo bell'albero color della neve, Adamo
ed Eva ne interrarono alcuni rami che si trasformarono, a loro volta,
in alberi altrettanto immacolati. In breve tempo si form un bosco,
sempre pi vasto e fitto, nel quale Adamo ed Eva presero l'abitudine
di andare a riposarsi nelle brevi pause del loro duro lavoro.
Un mattino si trovavano distesi sotto uno di questi alberi quando una
voce dall'alto ordin loro di unirsi carnalmente; contemporaneamente
furono avvolti dall'oscurit affinch nessun essere vivente fosse
testimone del loro primo amplesso. Cos concepirono Abele, il loro
primogenito.
Quando l'oscurit si dissip, Adamo ed Eva notarono con sorpresa che
il bell'albero sotto il quale si erano uniti, in adorazione del
Creatore, era diventato verde, da bianco che era. Dalla primavera
seguente, quest'albero, le cui radici erano state nutrite dalle loro
dolci effusioni, gener fiori e frutti, cosa che prima non aveva mai
fatto. Tutti gli alberi nati dai frutti di quest'albero verde
diventarono verdi e fecondi, mentre quelli ottenuti dai rami
dell'albero immacolato rimasero bianchi e sterili.
Un giorno per, proprio ai piedi dell'albero sotto cui era stato
generato, Abele ricevette la morte per mano di suo fratello Caino.
Allora si verific un prodigio: nel momento in cui il sangue di Abele
schizz sulla corteccia, tutto l'albero si arross. Rimase comunque
l'unico albero rosso del bosco: nessuno dei suoi rami, infatti, mise
mai radici.
Questo bosco composto da alberi bianchi e verdi, con al centro un solo
albero vermiglio, sopravvisse al diluvio ed era ancora nel pieno della
sua forza e della sua bellezza al tempo di re Salomone. Quando questi
edific il tempio che porta il suo nome, fece abbattere e lavorare i
pi begli alberi del bosco per costruire le colonne della casa di Dio.
Tuttavia questo grande re ebbe cura di risparmiare l'albero arrossato
dal sangue del primo uomo giusto, poich sapeva che esso era destinato
a pi alti scopi: si narra infatti che su quest'albero i giudei,
quattromila anni pi tardi, crocifissero Ges, il redentore del mondo,
colui che, solo, poteva cancellare l'antica colpa.


13. Verso il noce di Benevento.
(Italia).

Una notte, un contadino sabino si accorse che sua moglie levatasi dal
letto, dopo essersi unta con unguento, era misteriosamente scomparsa.
Al mattino, quando se la ritrov al fianco, la costrinse, un po' con
le buone e un po' con le cattive, a confessare ci che aveva fatto.
Ascoltato il suo racconto, incuriosito volle essere accompagnato da
lei nel luogo dove era andata. Cos fu portato al noce di Benevento e
partecip al congresso notturno delle streghe. Durante il banchetto,
che ebbe inizio dopo le danze, avendo trovato insipide le vivande,
chiese del sale. Ottenutolo, esclam: "Dio sia lodato, il sale pur
venuto". Ed ecco, tutto disparve. Il contadino si trov solo, al buio,
nudo, sotto l'albero di noce.
La mattina dopo, da alcuni pastori seppe che quella era la campagna di
Benevento, lontano pi di cento miglia dal suo paese. Dovette quindi
viaggiare limosinando. Ritornato a casa, dopo otto giorni di cammino,
denunci la moglie che, con altre streghe sue compagne, fu bruciata
sul rogo.


14. Sotto il noce.
(Italia).

Un mercante ambulante, andando in giro per i paesi con la sua cassetta
di nastri in spalla, venne colto dalla notte in una boscaglia. Non
sapendo dove rifugiarsi, decise di trovare ricovero sotto un frondoso
noce.
Addormentatosi, a mezzanotte venne svegliato da un gran fracasso: pi
in l, vento furioso e secco che agghiacciava il sangue; di sotto
terra, lamenti; di sopra, urla e imprecazioni. Per la paura, il
mercante si butt bocconi, tentando inutilmente di non sentire niente.
Non era possibile: si levavano intorno voci confuse e, dall'alto,
cadevano gocce di sangue. Ed ecco, due orribili gatti neri gli
piombarono sulla schiena, gli strapparono le carni e sparirono.
Tutto questo pandemonio fu come una nuvolaccia a ciel sereno Ma il
mercante doveva aspettarselo: aveva osato dormire sotto il noce,
albero caro ai raduni delle streghe. L'indomani, infatti, il contadino
che lo trov mezzo morto e lo condusse al paese, gli ricant:

Lasciate i noci alle streghe
non fateci n giaciglio, n sentiero.
L'avete campata, a Dio rendete lode.
Quanti conosco morti e storpi
per aver dormito sotto l'albero di noce.


15. La leggenda dell'acero.
(Ungheria).

In un palazzo circondato da colline verdeggianti viveva un tempo un
vecchio re, insieme alle sue tre figlie. La moglie del re era morta
ormai da diversi anni e il re stesso sentiva che la propria fine si
stava avvicinando. E cos era sempre triste e malinconico. Si doleva
di doversi separare dalle figlie e si chiedeva preoccupato a quale
delle tre avrebbe potuto lasciare il regno. Una notte fece uno strano
sogno, e al risveglio decise di metterle alla prova: avrebbe ceduto il
suo impero alla pi affettuosa, pi abile e pi meritevole delle tre.
Le chiam quindi presso di s e disse loro: "Vedete, figlie mie,
questa foresta, non lontano dal palazzo? Andateci domani mattina,
ciascuna con un piccolo paniere! Colei che per prima mi porter il suo
paniere colmo di fragole dolci avr il primo posto nel mio cuore fin
quando vivr, e il primo posto in questo regno dopo la mia morte".
Il mattino seguente il re si svegli triste e preoccupato. Aveva fatto
un brutto sogno, che lo aveva reso inquieto. Aveva visto due briganti
rapire il pi bel gioiello della corona, e due belve feroci dilaniare
la pi tenera pecorella del suo gregge. Era un sogno colmo di presagi!
Ci nonostante, di buon mattino, le sue tre figlie andarono nella
foresta vicina per riempire i loro panieri di fragole profumate.
Appena furono nel mezzo della foresta, la primogenita disse ad alta
voce:

Riempiti, mio panierino,
che il mio dono sia il primo,
affinch la corona di mio padre
sia mia e di nessun altro!

La secondogenita, a sua volta, le fece eco:

Riempiti, mio panierino,
che il mio dono sia il primo,
affinch l'impero di mio padre
sia mio e di nessun altro!

La pi giovane, invece, disse modestamente:

Riempiti, mio panierino,
perch mio padre veda il mio amore
e mi serbi per sempre dentro il suo cuore!

E come per miracolo, il paniere della principessa pi giovane si
riemp immediatamente, mentre le due sorelle maggiori riuscirono a
cogliere solo qualche fragola rinsecchita!
La gelosia avvelen i loro cuori. Senza manifestare apertamente i loro
pensieri, le due sorelle si capirono immediatamente! No, non potevano
permettere alla sorella minore, cos innocente e fortunata, di
raccogliere il frutto della sua bont d'animo e della sua modestia.
Come avrebbero potuto tollerare che l'impero, gli onori e tutte le
ricchezze spettassero alla pi giovane? Che cosa sarebbe stato di loro
se avessero perduto la corona e il potere?
Senza nemmeno consultarsi si avventarono allora sulla fragile
fanciulla, la uccisero e la seppellirono ai piedi di un acero. Poi
corsero verso il palazzo, lanciando grida di disperazione: "Oh, padre,
successa una terribile disgrazia!" annunciarono ipocritamente al re.
"Due belve feroci si sono avventate sulla nostra adorata sorella e
l'hanno trascinata via, sotto il nostro sguardo terrorizzato. Non
siamo riuscite a salvarla e abbiamo invano chiamato aiuto, nella
foresta profonda. Poi ci siamo precipitate a cercarla, ma abbiamo
trovato solo i brandelli insanguinati dei suoi vestiti, che ti
portiamo."
Il re ascolt sbigottito il racconto delle figlie. Era dunque questo
il significato del suo sogno! Ecco il pi bel gioiello della sua
corona rubato da due briganti: la pi tenera delle sue pecorelle
dilaniata da due belve feroci! Un terribile sospetto nacque nel suo
cuore, ma non volle esprimerlo. Si ricopr la testa di cenere, si
strapp i vestiti in segno di lutto e si abbandon al suo
inconsolabile dolore. Non volle pi vedere nessuno, si ritir in una
stanzetta del palazzo, alla quale si poteva accedere solamente
attraverso un corridoio segreto e non si occup quasi pi degli affari
del suo regno. Le due malvagie sorelle ebbero tutti gli onori del
potere, nell'attesa di potersi dividere l'impero del padre.

L'acero ai piedi del quale la giovane principessa assassinata era
stata sepolta, si era arricchito di un nuovo ramo. Un pastore che
passava di l, tagli il ramo, lo lavor, e ne fece un flauto, per
rallegrare le sue lunghe ore di solitudine.
Ma quale non fu la sorpresa quando port alle labbra, per la prima
volta, il ramo dell'acero trasformato in flauto! In qualunque modo lo
suonasse, il suo strumento emetteva sempre gli stessi lamenti:

Pastore, pastore, suona, suona!
Perch tutti coloro che ascoltano
sappiano
che ero, una volta, figlia di un re,
e ora non sono che un ramo di acero,
un flauto fatto da un ramo di acero!

Il pastore rimase profondamente colpito dalla dolcezza di quel
lamento. Ne parl ai suoi vicini e, in breve tempo, la notizia che un
piccolo pastore aveva un flauto incantato si diffuse in tutto il
paese. Raggiunse anche le due assassine che pregarono il re loro padre
di convocare il giovane a palazzo. Da principio il re, ancora
straziato dal dolore, non ne volle sapere, ma le due sorelle, in preda
a una curiosit irresistibile, insistettero talmente che il re fin
con l'ordinare al pastore di recarsi a corte a mostrare il suo
strumento.
Il pastore venne quindi condotto nella sala delle udienze, dove lo
attendeva il re, affiancato dalle sue figlie e dai dignitari di corte.
Senza proferire parola, il pastore port il flauto alle labbra, e
tutti udirono il commovente lamento:

Pastore, pastore, suona, suona!
Perch tutti coloro che ascoltano
sappiano
che ero, una volta, figlia di un re,
e ora non sono che un ramo di acero,
un flauto fatto da un ramo di acero!

Commosso dal profondo dolore che scaturiva da ogni nota emessa dal
flauto, il re volle provare, egli stesso, il bizzarro strumento. Lo
port quindi alle labbra, e dal flauto usc un nuovo straziante canto:

Suona, suona,
padre mio,
perch comprendano,
coloro che mi intendono,
che ero, una volta, figlia di re,
e ora non sono che un ramo di acero,
un flauto fatto da un ramo di acero!

Prima che il vecchio re potesse rendersi conto del senso profondo di
questo lamento, la figlia maggiore, tanto curiosa quanto preoccupata,
volle vedere che cosa le avrebbe detto il flauto incantato. Lo port
quindi alle labbra e lo strumento magico emise dei suoni minacciosi:

Suona dunque, suona dunque,
mia assassina,
perch tutti sappiano,
perch mio padre sappia,
che, una volta, ero figlia del re,
prima di diventare flauto,
un flauto fatto da un ramo di acero!

A quel punto il re cap la verit! Il pastore gli era stato inviato
dal cielo, perch gli svelasse il segreto di quel che era accaduto
quel giorno nella foresta. Sapeva che nessuno gli avrebbe mai
restituito sua figlia, ma volle, almeno, punire le colpevoli.
Mand a chiamare il boia, e fece decapitare le due sciagurate sorelle.
Dopo quest'atto di giustizia, affid il suo impero al pastore, che gli
aveva permesso di vendicare la giovane principessa; qualche tempo dopo
il re mor, e and a raggiungere la moglie e la figlia.
Il pastore fece sempre regnare la giustizia nel suo impero e quel
flauto vendicatore fa parte, ancora oggi, dei gioielli della corona.


16. Il cervo meraviglioso.
(Lotaringia).

Una volta un fabbricante di scope viveva con la moglie e due figlie in
una capanna nei pressi del bosco. Pur essendo molto poveri, i due
coniugi vivevano onestamente. Ogni giorno si recavano nel bosco a
cercare le ginestre e i rami secchi che occorrevano loro per costruire
le scope. Un giorno per la moglie si ammal e mor, lasciando da solo
il marito con le due piccole figlie, che si chiamavano Magretl e
Annele. Non potendo portare le bambine con s nel bosco e non volendo
nemmeno lasciarle sempre sole, l'uomo decise di risposarsi, ma la
nuova moglie, ben lungi dall'essere una buona madre, elabor un
crudele progetto per liberarsi della piccola Annele, che non era buona
a nulla e le sembrava solo di impiccio. Magretl invece poteva esserle
utile perch l'aiutava nei lavori domestici, nel fare le scope, nel
badare alle capre. Per questo inizi a manifestare una netta
preferenza per Magretl, e a trattare male Annele. Cerc di convincere
Magretl che sarebbe stato molto meglio se la sorellina non fosse
proprio esistita, e che le loro condizioni sarebbero migliorate se non
avessero avuto da nutrirla e vestirla. E poi tutti i soldi che ora
spendevano per i vestiti di Annele, li avrebbero potuti spendere per
farne di pi belli a Magretl. Magretl, che era una bimba superba,
cadde facilmente nel tranello preparato dalla matrigna.
Cos entrambe cominciarono a cercare un sistema per sbarazzarsi di
Annele. Pensarono di recarsi in mezzo al bosco con la scusa di
raccogliere funghi e bacche e far provvista di legna per l'inverno, e
qui giunte abbandonare Annele e fuggire. In questo modo non le
avrebbero fatto del male e si sarebbero liberate di lei senza
incorrere nell'ira del padre. Annele per si trovava proprio davanti
alla porta della "Stube" (Soggiorno caratteristico delle abitazioni
tirolesi.) quando ud questi discorsi e scopr cos il piano ordito
dalla matrigna e dalla sorella. Si chiedeva che cosa avrebbe fatto una
volta sola nel bosco; aveva anche udito che vi si aggiravano branchi
di lupi, e ne aveva una gran paura. Pens allora di correre dalla sua
madrina, che era sorella della sua vera mamma e che sicuramente
l'avrebbe aiutata. Non appena Annele le ebbe raccontato tutto, costei
le disse: "Su, non piangere pi cara; ora ti do un sacchettino di
segatura e domani, quando andrete nel bosco, senza farti vedere
spargerai dietro di te la segatura, in modo da poter poi ritrovare la
strada".
La bimba fece come le aveva consigliato la madrina. Il mattino
seguente, dopo aver camminato per un tratto nel bosco, le tre donne si
fermarono su una roccia coperta di muschio, mangiarono il loro pane e
colsero qualche bacca. A un certo punto la matrigna, rivolgendosi a
Magretl, disse: "Ho un tale fastidio in testa! Spidocchiami un po'
mentre Annele ci precede gi per la discesa a raccogliere la legna".
Pur sapendo che si trattava di una scusa per farla allontanare Annele
ubbid e and in cerca di rami secchi, continuando per a spargere
dietro di s la segatura. Raccolse la legna e quando vide che le altre
non la raggiungevano, torn alla roccia dov'erano sedute poco prima;
la matrigna e Magretl non c'erano gi pi come la bimba supponeva.
Allora Annele continu a seguire la striscia di segatura e giunse
felicemente a casa. Gett il fascio di legna sotto la tettoia ed entr
in cucina.
Quando la matrigna la vide corse in camera e disse a bassa voce:
"Magretl, Annele riuscita a tornare. Domani dobbiamo ritornare nel
bosco, e portarla ancora pi lontano in modo che non ritrovi la
strada". Annele, che aveva origliato alla porta, si rivolse di nuovo
alla sua madrina che le disse: "Vedo che quella donna malvagia non si
d pace, finch non si libera di te. Prendi questo sacchetto di farina
d'avena e spargila dietro di te come hai fatto con la segatura e anche
questa volta ritroverai la strada per tornare a casa". Annele rincas
e mentre tutti sedevano a tavola per la cena la matrigna disse:
"Domani andiamo di nuovo a cercare funghi e quindi dobbiamo inoltrarci
pi di oggi nella foresta". Annele sapeva gi il vero significato di
quelle parole, ma non aveva paura; prima di coricarsi si inginocchi
davanti al letto e nella sua preghiera serale chiese a Dio di
proteggerla.
Il giorno seguente si recarono nuovamente nel bosco. La matrigna e
Magretl procedevano, entrambe molto divertite. Annele le seguiva
triste, chiedendosi che cosa avesse fatto di male per meritarsi il
loro odio. Quando furono nel bosco si sedettero ancora su una roccia e
mangiarono il loro pane. Questa volta la matrigna disse: "Mi sento
mordere sulla gamba. Vieni Magretl, deve esserci una pulce nella mia
calza: cerca di prendermela, tu che ci vedi bene e sei pi svelta di
me". Magretl si inginocchi per catturare la pulce della matrigna, e
Annele fu spedita avanti con la solita scusa della legna. Anche questa
volta Annele sparse dietro di s la farina d'avena e cos la sera
giunse di nuovo a casa.
Questa volta la matrigna si adir moltissimo e disse a Magretl:
"Vorrei proprio sapere chi ha messo il suo zampino in questa vicenda.
La prossima volta non deve tornare a casa in nessun modo, costi quel
che costi". Udite queste parole Annele corse dalla sua madrina:
"Quella donnaccia!" disse la madrina. "Stai tranquilla che ti aiuter.
Ora non ho per nient'altro che questo sacchettino di semi di canapa;
prendilo e getta dietro di te i semi." La madrina non si rese per
conto di averle dato un cattivo consiglio.
Il mattino seguente tornarono nel bosco; a mezzogiorno si sedettero
sul tronco di un albero a mangiare il loro pane, Magretl ricominci a
spidocchiare la matrigna e Annele fu mandata pi avanti. Al momento di
far ritorno sui suoi passi, la bimba si accorse con terrore che gli
uccellini stavano beccando gli ultimi semi di canapa rimasti. Non
ritrov quindi pi la strada di casa e scoppi a piangere Quando poi
le ombre degli alberi cominciarono ad allungarsi e inizi a calare la
sera, Annele si mise a pregare; poi fu assalita dalla paura dei lupi,
che sarebbero sopraggiunti nel corso della notte e, visto che era una
bimba furba e sapeva arrampicarsi come uno scoiattolo, decise di
salire su un albero per guardarsi intorno e vedere se nelle vicinanze
non vi era per caso un maso o un paese. Cos si accorse che in
lontananza, nel mezzo del bosco, si levava un sottile filo di fumo. Si
precipit allora verso quel fumo e si trov davanti a un'alta roccia
incavata, chiusa con una parete di rami secchi, dove si poteva
scorgere una piccola porta. La bimba abbass la maniglia e
dall'interno una voce domand: "Chi ?".
Ella rispose: "Sono Annele" e chiese ospitalit per la notte. La voce
disse: "Puoi entrare solo se mi prometti che rimarrai tutta la vita
con me, che non lascerai mai entrare nessuno in questa casa e che non
mi tradirai mai". La bimba promise tutto, perch voleva trovare un
rifugio prima che calasse la notte. Fu fatta entrare, e invece di un
uomo vide un cervo dietro alla stufa. Annele si spavent e stava per
scappare quando il cervo le si rivolse con una voce d'uomo, e con uno
sguardo cos dolce che le fece passare ogni paura. Sollevando le sue
corna enormi disse: "Non devi fare altro che mungermi ogni mattina
prima dell'alba e ogni sera prima del tramonto. Potrai bere il mio
latte e se non farai entrare nessuno, nemmeno la tua sorella di
sangue, io ti procurer tutti i vestiti di velluto e seta che vorrai.
Se tu per mi tradisci la nostra fortuna terminer". Annele promise,
si mise nel letto che si trovava nell'angolo e sprofond nelle piume
come in una nuvola.
All'indomani, come aveva promesso, il cervo le port dei vestiti cos
belli che sembravano quelli di una principessa. Da quel momento i due
vissero felici e contenti nella grotta e gli anni passavano come
fossero giorni.

Nel frattempo Magretl era diventata pi giudiziosa e spesso pensava
alla sua povera sorella e a ci che le aveva fatto.
Un bel mattino, andando nel bosco a far legna, smarr la strada tra le
felci e i cespugli. Giunta allo stremo delle forze si ferm a riposare
e preg Dio di aiutarla, ora che si trovava nella stessa situazione di
pericolo e paura nella quale anni prima aveva gettato la sorella.
Quando si svegli il sole era al tramonto; piangendo e pregando si
arrampic anche lei su un albero come aveva fatto Annele e scorse in
lontananza una sottile striscia di fumo. Seguendo quel segnale giunse
alla roccia e buss ripetutamente alla porta senza ottenere risposta.
Prosegu allora il suo cammino fino a una grossa quercia dal tronco
incavato, che le offr protezione per la notte. Il mattino dopo si
alz e cercando la via del ritorno giunse nuovamente alla roccia.
Essendo ancora stanca, affamata e impaurita, e non conoscendo la
strada, cominci di nuovo a bussare alla porta, pregando e implorando
di farla entrare per piet di Dio, che lei era solo una povera ragazza
che si era smarrita nel bosco.
Annele riconobbe la sorella dalla voce, ma ricordando la promessa
fatta al cervo non apr e disse: "Non posso far entrare nessuno, anche
se lo volessi; non posso aprire la porta nemmeno alla mia sorella di
sangue, perci andatevene pure, perch se io non ubbidissi accadrebbe
una disgrazia". La sorella cominci allora a lamentarsi e piangere, in
modo tale da impietosire anche i sassi. Annele, che era buona di
animo, non riusc a sopportare a lungo le lacrime e le preghiere della
sorella maggiore, e alla fine le apr la porta e la accolse. Magretl,
trovandosi davanti la sorella, le chiese scusa per i dolori che le
aveva causato. Accortasi dei magnifici abiti che la sorella minore
indossava, le si sedette vicino sulla panca del focolare e cominci a
tempestarla di domande. Annele, per non tradire la sua promessa,
invent una serie di storie dicendo dapprima di abitare presso un
orso, poi presso un lupo e infine, cedendo alle lusinghe della sorella
che non le credeva, le raccont tutto. Dopo essersi tradita Annele
divenne molto triste. Magretl, invidiosa della sorte toccata alla
sorella, si fece indicare la strada del ritorno e una volta a casa
raccont tutto alla matrigna che le disse: "Domani andremo nel bosco e
cercheremo la grotta, poi prenderemo Annele con il suo cervo e i suoi
vestiti. I bei vestiti ce li terremo per noi e il cervo lo faremo
uccidere".
Quando quella sera il cervo torn a casa, era molto triste, e senza
dire nulla si mise dietro la stufa e fece finta di dormire. Annele non
osava guardarlo per la vergogna e il pentimento. D'un tratto per gli
chiese: "Perch sei cos silenzioso stasera, caro cervo?".
"Come farei a non tacere" rispose il cervo "quando tu hai parlato cos
tanto? Non hai seguito il mio ordine e ora la fine! Tutto perduto
per entrambi. E pensare che tu avresti potuto liberarmi! Invece ora io
devo morire e tu sarai costretta a far ritorno alla tua antica
miseria. La tua matrigna verr a prenderti assieme a tua sorella e io
non potr pi aiutarti, perch mi uccideranno."
Annele pianse per tutta la notte, il dolore le spezzava il cuore. Il
cervo non pot resistere a questa vista e la consol dicendole: "Io
ora devo morire per te, ma questo fatto si muter nella tua fortuna.
Quando la tua matrigna mi avr ucciso, fatti consegnare il mio cuore,
le mie corna e il mio zoccolo posteriore sinistro. Poi sotterra il mio
cuore, mettigli sopra le mie corna e per ultimo il mio zoccolo. Tre
giorni dopo ritorna sulla mia tomba: vi troverai un albero di ciliegie
rosso scure, che avranno la forma del mio cuore. Le ciliegie
cresceranno d'estate e d'inverno, e nessuno, eccetto te, sar in grado
di coglierle. Queste ciliegie, nate dal mio cuore, ti faranno
diventare la donna pi ricca e pi felice del paese".
Il giorno seguente la matrigna e la sorella giunsero alla grotta a
prendere Annele, e condussero via anche il cervo, che le segu senza
opporre alcuna resistenza, poich la matrigna era una strega cattiva e
lo teneva in suo potere. Fece quindi uccidere l'animale da un
cacciatore. Annele pianse con tutto il cuore la morte del suo amico,
ma questa volta non si dimentic di seguire i consigli che il cervo le
aveva dato prima di morire. Si fece consegnare il cuore, le corna e lo
zoccolo, e fece come le era stato detto. Quando dopo tre giorni torn
sul posto trov un albero di ciliegie a forma di cuore, cos rosse e
cos grosse come non se ne erano mai viste da quelle parti.

Un giorno d'inverno, dopo un'abbondante nevicata, passarono davanti
alla casa di Annele il duca di Lotaringia e suo figlio, di ritorno da
un lungo viaggio. Erano stati infatti in pellegrinaggio in Terra Santa
e il figlio aveva riportato in battaglia gravi ferite, provocate dal
misterioso veleno con cui i pagani avevano cosparso le punte delle
lance, e che nessuno era in grado di guarire. Quando il duca vide in
mezzo alla neve quell'albero carico di ciliegie cos grosse, pens a
un prodigio: forse quelle ciliegie miracolose avrebbero potuto guarire
suo figlio! Nello stesso momento anche il giovane apr gli occhi, vide
le ciliegie e subito sembr desiderarle. Il duca si avvicin allora
alla staccionata del giardino, chiam a gran voce verso la casa e,
senza farsi riconoscere, chiese alcune ciliegie. Magretl usc e cerc
di cogliere quei frutti, ma ogni volta che allungava la mano i rami si
sollevavano e le ciliegie non si facevano cogliere. Allora prov la
matrigna, ma nemmeno lei riusc a raggiungere i rami che si erano
allontanati. Il duca, meravigliato, chiese se in casa non c'era nessun
altro. La matrigna e la figlia dissero di no ma in quel momento usc
di casa Annele, alla quale il duca ripet la richiesta.
"Molto volentieri" rispose la ragazza e si diresse verso l'albero. I
rami si piegarono allora verso di lei e le ciliegie le caddero in
mano. Il figlio del duca pens che Annele fosse una santa mandata da
Dio, mangi le ciliegie e immediatamente guar. Il vecchio duca era
molto contento e disse: "Come ringraziamento diverrai la sposa di mio
figlio". Annele si rifiut perch provava soggezione per quel nobile
signore, lei che era solo una povera ragazza. Ma anche il giovane duca
insistette: erano state le sue ciliegie a guarirlo e quindi lei doveva
diventare sua moglie. Non avrebbe ceduto per nessuna ragione.
Annele allora raccont al duca tutta la sua storia e pianse per la
misera sorte toccata al suo amico cervo. Il giovane duca le regal un
anello con un carbonchio sul quale era inciso lo stemma di Lotaringia,
le rivel di essere l'erede al trono, e che il padre era l'attuale
regnante, e le disse che sarebbe diventata duchessa. Dopodich
l'accolse sulla sua carrozza. La matrigna divenne verde dall'invidia e
dall'ira. Prima di andarsene Annele fece salire sulla carrozza anche
il suo vecchio padre.
Giunti al palazzo vennero celebrate le nozze pi belle e sontuose che
si fossero mai viste. Annele lasci vivere suo padre con lei al
castello in una bella "Stube" ampia. Perdon poi anche la sorella,
mentre quella vecchia strega della sua crudele matrigna venne messa al
rogo dal duca.
In seguito si ordin che non venisse pi ucciso un cervo in tutto il
ducato di Lotaringia, e che si coltivassero le ciliegie a forma di
cuore in tutta la regione. Ancora oggi in Lotaringia si possono
trovare queste bellissime ciliegie.


17. La vecchia avida.
(Russia).

Cera una volta un vecchio e una vecchia; un giorno il vecchio and nel
bosco a far legna. Cerc un albero annoso, sollevo la scure e fece per
vibrare il colpo. Ma l'albero gli disse: "Non tagliarmi, "mugik",
(Contadino russo) far quello che vuoi".
"Fa' in modo che diventi ricco, allora" disse il vecchio.
"Va bene, torna a casa e vi troverai ogni ben di Dio" replic
l'albero.
Al ritorno il vecchio trov un'"izba" (Capanna di legno) nuova, colma
di ogni ben di Dio, soldi a bizzeffe, pane in abbondanza e mucche,
cavalli, pecore che ci sarebbero voluti tre giorni solo per contarli.
"Ehi, vecchio, da dove salta fuori tutto questo?" chiese la moglie.
"Ho trovato un albero cos e cos che realizza ogni desiderio" le
spieg il marito.
Pass un mese e alla vecchia era venuta a noia la ricca dimora; disse
al marito: "Anche se viviamo da ricchi, a che serve se la gente non ci
rispetta? Se vuole, il castaldo ci spedisce al lavoro, e se proviamo a
rifiutarci ce le suona col bastone. Va' dall'albero e chiedi che ti
faccia diventare castaldo". Il vecchio prese l'ascia, and dall'albero
e fece per vibrare il colpo alla radice.
"Cosa vuoi?" chiese l'albero.
"Fammi diventare castaldo."
"Va bene, va' con Dio."
Il vecchio torn a casa, e i soldati erano gi l che lo aspettavano.
"Dove sei stato vecchio diavolo?" gridavano. "A zonzo? Assegnaci
presto un alloggio, e che sia buono. Su, muoviti!" E lo sospingevano
con le baionette.
La vecchia, vedendo che non sempre il castaldo era rispettato, disse
al marito: "Che ci guadagno mai a essere la moglie del castaldo? I
soldati ti hanno malmenato, mentre un "barin", (Proprietario terriero)
lui s che fa ci che vuole. Va' dall'albero e chiedigli che ti faccia
diventare "barin", e me "barynja"!".
Il vecchio prese la scure, ritorn dall'albero e finse di nuovo di
colpirlo; l'albero chiese: "Cosa vuoi, vecchio?".
"Fammi diventare "barin", e la vecchia "barynja"."
"Va bene, va' con Dio!"
Una volta diventata nobile, la vecchia volle un grado pi alto e
disse: "Che vantaggi ho a essere "barynja"? Se tu fossi colonnello,
allora s che sarebbe diverso, tutti ci invidierebbero". E mand di
nuovo il vecchio dall'albero. L giunto domand: "Fammi diventare
colonnello e la vecchia, moglie di colonnello".
"Va bene, va' con Dio."
Al suo ritorno, il vecchio fu promosso colonnello. Trascorso qualche
tempo, la moglie gli disse: "Colonnello: capirai che gran cosa! Se
vuole, un generale ti pu mettere agli arresti. Va' dall'albero e
chiedigli che faccia diventare te generale e me generalessa".
Il vecchio torn nel bosco, finse di vibrare il colpo e quando
l'albero chiese: "Cosa vuoi?" disse: "Fammi diventare generale, e la
vecchia generalessa".
"Va bene, va' con Dio!" replic l'albero. Al suo ritorno a casa lo
promossero generale.
Pass qualche tempo e di nuovo, alla vecchia venne a noia d'essere
generalessa e disse al marito: "Capirai che roba, essere un generale!
Se vuole lo zar ti manda in Siberia. Va' dall'albero e chiedi che ti
faccia diventare zar e me zarina". Il vecchio si rec dall'albero e
comp il solito rituale; quando gli chiese di farlo diventare zar e
sua moglie zarina, l'albero come sempre acconsent.
Quando il vecchio torn a casa, trov gli ambasciatori giunti prima di
lui che gli dissero: "E morto lo zar e sei stato scelto tu al suo
posto".
Tocc loro un breve regno: alla vecchia non sembrava abbastanza
d'essere zarina! Chiam il marito e gli disse: "Capirai che gran cosa
essere zar! Se Dio vuole ti manda la morte e ti calano gi nell'umida
terra. Vai dall'albero e chiedi che ci faccia diventare dei".
Il vecchio si rec nel bosco. Ma appena l'albero ud quella richiesta
insensata, le sue fronde stormirono e rispose: "Che tu divenga un orso
e tua moglie un'orsa!". Immediatamente i due vecchi si trasformarono
in orsi e rimasero a vivere nel bosco.


18. La fanciulla dalle mani tagliate.
(Francia).

C'era una volta un vedovo che si spos in seconde nozze: aveva gi una
figlia di primo letto, e la seconda moglie gliene diede un'altra. La
maggiore, che si chiamava Euphrosine, divent cos bella che, quando
passava, tutti si voltavano a guardarla, mentre la sorella era piccola
e brutta. La matrigna, invidiosa della bellezza della figliastra,
cominci a perseguitarla approfittando del fatto che il marito,
essendo capitano di lungo corso, trascorreva pochissimo tempo a casa.
Una volta che lui part per un lungo viaggio, sua moglie tagli le
mani di Euphrosine, la condusse in una foresta lontana, la costrinse a
salire su un biancospino alto come un melo e minacci di ucciderla se
solo avesse osato scendere. La crudele matrigna voleva liberarsi di
Euphrosine perch sua figlia rimanesse l'unica erede; tuttavia non
aveva il coraggio di lasciarla morire di fame e ogni otto giorni le
portava del cibo. Facendo salire Euphrosine sull'albero, le si era
per conficcata una spina in un ginocchio; la ferita, anzich guarire,
and sempre peggiorando, ed ella fu presto obbligata a rimanere a
letto.
Euphrosine, che non aveva pi niente da mangiare, cominci a piangere
e disperarsi, e proprio allora una gazza venne a portarle del cibo.
Con la dolcezza Euphrosine addomestic l'animale, che da quel giorno
torn regolarmente a portarle da mangiare.
Quando il padre torn dal viaggio, fu sorpreso di non trovare la
figlia maggiore, e domand alla moglie che cosa le fosse successo;
ella rispose che Euphrosine era una libertina e se ne era andata con
dei soldati per seguire l'armata. Il capitano la cerc a lungo senza
risultato, e alla fine si rassegn all'idea di averla perduta.
Un giorno un soldato, tornato a casa in licenza, and a caccia nella
foresta, e vide con sorpresa i suoi cani abbaiare ai piedi di un
biancospino. Per quanto lui fischiasse e chiamasse, loro restavano
vicino all'albero. Incuriosito si avvicin e scorse Euphrosine, che
era ancora pi bella di quando la sua matrigna l'aveva abbandonata;
come la vide il giovane se ne innamor.
"Che cosa fate sulla cima di quest'albero" chiese.
"Ahim, signore, sono tre anni che sto su questo biancospino, e che
vivo grazie a una gazza che mi porta da mangiare."
"Una gazza?" chiese il giovane tutto sorpreso.
"S, signore" rispose Euphrosine, " soltanto la gazza che mi porta
del cibo."
"E chi vi ha messo sulla cima di questo albero?" domand il
giovanotto.
"E' stata la mia matrigna, e penso che abbia fatto credere a tutti che
io fossi morta."
"Non rester a lungo in questo paese" disse il soldato; "ma fino a
quando vi rimarr, vi porter io da mangiare, e parler di voi a mia
madre."
Tornato a casa, il soldato raccont a sua madre di quella fanciulla
senza mani, bella come la Vergine.
"Ah, povera ragazza!" grid la madre. "Bisogna andare a cercarla:
figlio mio, prendi la nostra migliore carrozza, di' a un domestico di
accompagnarti, e conducila qui; la sua compagnia mi distrarr durante
la tua assenza."
Il giovane fece cos apprestare una carrozza e and a cercare
Euphrosine. Quando la trov gli sembr ancora pi bella della prima
volta che l'aveva vista.
"Sono venuto per condurvi al castello" le disse; "mia madre vuole che
restiate con lei."
"Vi ringrazio molto, mio bel signore, ma non voglio pi tornare nel
mondo. Non ho pi le mani e non posso perci guadagnarmi da vivere;
qui almeno ho una piccola bestia che si occupa di me."
"Venite da noi, signorina, non sar pi la gazza a prendersi cura di
voi, ma una serva che far tutto ci che vorrete. Vi prego, non
rifiutate."
A queste parole Euphrosine acconsenti ad andare al castello; la madre
del giovane soldato era entusiasta di quella fanciulla cos buona e
bella: "Mia buona madre," disse il soldato "non ti annoierai pi
mentre sar in guerra; ti ho portato una compagna che ti rallegrer e
ti consoler".
Il giovane dovette ben presto raggiungere l'esercito e rest lontano
da casa sei mesi; in tutto quel tempo non fece che pensare a
Euphrosine, ma poich era senza mani, non aveva il coraggio di dire
alla madre che avrebbe voluto sposarla. Al suo ritorno, tuttavia, si
decise e domand: "Come trovi Euphrosine, madre mia?".
"E' una ragazza meravigliosa, piena di qualit."
"Anch'io sono di questo parere e voglio prenderla in moglie."
Appena la madre ud queste parole grid che non avrebbe mai
acconsentito a prendere per nuora una donna senza mani.
"Se Euphrosine non diventer mia moglie io mi uccider!" replic il
ragazzo. La madre fu cos costretta a dare il suo consenso alle nozze,
ma in segreto cominci a odiare Euphrosine. Quando il giovane ripart
Euphrosine aspettava un bimbo. La vecchia cominci a scrivere a suo
figlio delle lettere piene di calunnie sul conto della moglie, e
quando lei partor due gemelli - un maschio e una femmina - la suocera
scrisse che erano nati un cane e una giovenca. Il ragazzo, infuriato e
sconvolto, ordin di uccidere il cane e la giovenca ma di non fare
alcun male alla moglie.
La suocera allora diffuse la notizia che Euphrosine era morta, fece
costruire una cassa di legno, vi mise un tronco e fece celebrare un
funerale in memoria della nuora. Poi, in gran segreto, sistem i due
bambini in una cesta che caric sulle spalle di Euphrosine, e li
condusse in un bosco lontano. L giunti minacci la nuora, dicendole
che se avesse osato uscire dalla foresta l'avrebbe uccisa e poi
avrebbe abbandonato i due piccoli nel bosco. Dopodich se ne and.

Per tre giorni e tre notti Euphrosine si abbandon al pi profondo
sconforto. La mattina del terzo giorno, mentre cercava di far bere il
bambino al ruscello, tenendolo con i denti, il piccolo le sfuggi e
cadde nell'acqua. Alle grida della madre comparve una donna bellissima
che le ordin: "Immergi il tuo moncherino nell'acqua!". Euphrosine
ubbid e come d'incanto le rispunt la mano e pot afferrare il
bambino. Un attimo dopo anche la bimba cadde nell'acqua; seguendo gli
ordini della donna Euphrosine immerse il secondo moncherino, recuper
anche l'altra mano e riusc a ripescare la figlia. Ora non era pi una
povera menomata! La bellissima donna accompagn quindi Euphrosine e i
suoi figli in una grotta dove si trovava ancora lo scheletro
dell'eremita che vi aveva abitato, le disse che la gazza del
biancospino si sarebbe presa nuovamente cura di lei e scomparve.
Ogni giorno la gazza portava a Euphrosine tutto ci che le occorreva:
pane, acqua, vestiti e persino del fuoco. I bambini crescevano bene,
il maschio assomigliava al padre mentre la femmina era il ritratto
della madre.
Quando il marito di Euphrosine torn dalla guerra, la madre gli disse
che sua moglie era morta di crepacuore, dopo che il cane e la giovenca
erano stati uccisi, come lui aveva ordinato. Egli la pianse
moltissimo, e per distrarsi riprese a cacciare con degli amici. Un
giorno andarono in una foresta lontana e il marito di Euphrosine,
rimasto un po' indietro, incontr i due bambini che, fatta provvista
di radici e di legno, stavano tornando alla grotta. Egli li guard e
not che la ragazzina aveva gli stessi tratti di Euphrosine.
"Dove abitate, bambini miei?" chiese loro.
"In una casetta, piuttosto lontana dal centro del bosco."
"Mi ci potete condurre?"
"S, signore, volentieri."
Durante il cammino chiese loro: "Che cosa cercavate nella foresta?".
"Delle radici per mangiare e della legna per scaldarci."
In quel momento si accorse di una gazza che, portando qualcosa nel
becco, seguiva i bambini.
"Che uccello ?" chiese allora. "E' senza dubbio addomesticato."
"E' la nostra nutrice, signore."
"La vostra nutrice?"
"S, cos che nostra madre ci ha detto di chiamarla."
Quando arrivarono alla grotta, egli vide Euphrosine che, malgrado la
miseria in cui viveva, era ancora bella come quando l'aveva lasciata,
parecchi anni prima. "Ah!" grid l'uomo. "Se non vedessi le vostre
mani, direi che siete mia moglie!"
Euphrosine gli raccont tutto, e si fece riconoscere; allora il marito
esclam: "Ah! Euphrosine, sono stato ingannato, sono stato
ingannato!". Si abbracciarono piangendo, e anche i bambini, vedendo le
lacrime della madre, piansero.
L'uomo suon il suo corno da caccia, gli altri cacciatori accorsero e
tutti insieme tornarono al castello; la gazza li seguiva e i due
bambini si voltavano spesso a guardarla. Qui giunti il marito di
Euphrosine disse a sua madre: "Ah, madre crudele, riconosci Euphrosine
e i suoi due bambini?".
"Figlio mio," rispose "come ha fatto a tornare? E' senza dubbio un
miracolo del buon Dio, tanto pi che ha anche le mani!"
"Donna crudele" replic il figlio, "non ti condurr nella foresta come
meriteresti; ma ti terr rinchiusa in un sotterraneo fino alla fine
dei tuoi giorni." E cos fece, nonostante le preghiere di Euphrosine,
che era talmente buona da perdonare anche chi le aveva fatto del male.

Euphrosine pensava spesso a suo padre e alla sua crudele matrigna e
avrebbe voluto sapere che cosa ne era stato di loro. Cos un giorno
parti con suo marito alla loro ricerca, e trov la matrigna costretta
a letto: la spina che le si era conficcata nel ginocchio il giorno che
aveva abbandonato Euphrosine nella foresta, era cresciuta come se
fosse stata piantata nella terra ed era diventata grande come un
albero, aveva sfondato il tetto della casa, e dall'esterno la si
vedeva ricoperta di fiori bianchi. Nessuno era mai riuscito a
toglierla. Quando Euphrosine vide la donna, ebbe piet di lei e le
estrasse la spina dal ginocchio; immediatamente la matrigna guar.
Il padre di Euphrosine, che l'aveva creduta morta, fu molto felice di
ritrovarla viva e sposata e tutti insieme tornarono al castello di suo
marito. Euphrosine volle condurvi anche la matrigna, che in fondo era
stata indirettamente la causa della sua felicit. Da quel giorno i
tormenti di Euphrosine finirono ed ella visse felice, continuando a
fare del bene a tutti.


19. La figlia dell'albero.
(Dolomiti).

Sotto il monte Vajol犥, che i tedeschi chiamano Rosengarten, dove la
vecchia strada da Fassa conduce a Fi, si estende il bosco di Nigher.
Questo bosco grande ed oscuro. Una volta c'era al suo margine una
capanna mezzo diroccata, in cui viveva un raccattatore di resina con
sua moglie. Ambedue erano originari di Tami犥, nella Val di Fassa, ed
erano molto poveri. Ci pesava all'uomo, mentre la donna sopportava la
dura vita in silenzio e con devozione; ma, trascorsi tredici anni dal
giorno delle loro nozze, ella incominci a lamentarsi per non aver
avuto ancora figliuoli.
"Anche questi ci vorrebbero!" disse l'uomo. "E che cosa vorresti dar
loro da mangiare? Resina o scorza d'albero?"
"Noi abbiamo sempre trovato i mezzi per vivere" ribatt la donna
"anche un figlio, perci, avrebbe potuto vivere con noi."
Tale discussione si ripeteva spesso fra loro; e andava sempre a finire
che l'uomo, brontolando, se ne andava nel bosco.
Una volta la donna and in Fassa, e, mentre la luce del giorno
cominciava a scemare, se ne ritornava per il Passo di Costalunga. Il
bosco di Nigher appariva gi tutto nero, ma sulle rocce pi alte del
Rosengarten c'erano i bagliori rossastri del tramonto. Questa regione
abitata da spiriti, che alcuni ritengono siano spiriti maligni. Si
afferma anche che in essa esiste una sorgente, dalla quale sgorga
un'acqua che guarisce qualunque malattia.
Giunta in questo luogo, la donna si sedette e disse: "Ora voglio
riposarmi un poco. Stamattina ho qui udito ci che dicevano i fiori:
ora vorrei udire ci che hanno da dire le sorgenti".
E come il mattino avevano parlato i fiori, cos cominciarono, nella
sera, a parlare le sorgenti. La donna ascoltava con attenzione, e
s'imprimeva nella mente ogni parola. Lentamente riprese poi il suo
cammino e nell'oscurit giunse a casa. Qui raccont a suo marito ci
che avevano detto i fiori e le sorgenti. L'uomo scosse il capo, e le
fece notare che in quel luogo s'aggirava ogni sorta di streghe, di
"bet幨es" e di diavoli, e che ci che ivi si sentiva era un insieme di
bugie e d'inganni. Ma la donna, per nulla spaventata, il giorno dopo
incominci a fare quanto i fiori e le sorgenti le avevano consigliato.
Erano veramente, quelli dalla donna ricevuti, consigli un po' strani.
Un ramoscello di rododendro bianco le aveva dapprima sussurrato di
recarsi nel bosco e cercare un leggiadro alberello, rami ed erbe le
avevano poi detto d'incoronare ogni giorno quell'alberello con
ventisette fiori; le sorgenti le avevano ancora consigliato di far ci
durante sette estati infine, una grande sorgente, sgorgata fuori da un
crepaccio della roccia, le aveva gridato che, giunta la fine della
settima estate, ella avrebbe dovuto con un'ascia tagliare i rami
dell'alberello e spaccarne poi il tronco.
Occorrevano dunque alla donna sette lunghi anni di lavoro per eseguire
esattamente le istruzioni ricevute. Dopo lunghe ricerche, ella trov
un alberello che straordinariamente le piacque; lo abbracci subito e
disse: "Alberello mio caro, ti voglio molto bene e t'incoroner tutti
i giorni".
Fece infatti cos. E l'alberello crebbe e verzic, ma si veniva
cambiando in modo strano. Prima esso ebbe molti ramoscelli; questi
caddero poi a poco a poco, e rimasero infine soltanto due rami, uno
dirimpetto all'altro, e man mano divennero forti. Intorno al tronco
erano, intanto, cresciute erbe molto alte, con sottili e flessibili
steli.
Quando la settima estate cominci a volgere verso la fine, ed era
tempo che la donna tagliasse i due rami, ella esit a lungo prima di
por mano all'ascia, tanto s'era venuta affezionando all'alberello. Ma
quando le giornate cominciarono ad accorciarsi, risolutamente ella di
di piglio all'ascia e con un colpo solo abbatt il ramo destro. Le
parve che l'alberello avesse emesso in quell'attimo un gemito.
S'allontan perci in fretta. Ma il giorno dopo ritorn e recise il
ramo sinistro. Di nuovo l'alberello gemette. Spaventata, la donna
fugg via e per molto tempo non ardi ritornare in quel luogo. Il suo
lavoro doveva essere intanto completato, perch era gi venuto
l'autunno e c'era gi nel bosco di Nigher la brina. In una chiarissima
sera, in cui le guglie del Rosengarten splendevano, rosse come il
fuoco, sotto un cielo color verderame, la donna si fece coraggio e,
appressatasi ancora una volta all'alberello, ne spacc il tronco.
L'alberello grid forte e cadde in pezzi; ma dal suo centro venne
fuori una bambina avvolta in un tessuto finissimo, nei cui colori si
mescolavano l'argento chiaro ed il rosso scarlatto. Stupefatta, la
donna raccolse la bambina. I fini panni allora si sciolsero tutti. La
donna prese uno dei lunghi, sottili steli d'erba cresciuti l'intorno,
lo avvolse pi volte attorno ai panni che proteggevano la bimba,
legandone i capi, mise poi la piccola nel suo scialletto e s'affrett
a tornare a casa. Giuntavi, mostr, gioiosa, a suo marito ci che
aveva portato dal bosco. Stupito, l'uomo contempl la bimba, la quale
muoveva un po' le braccine e le gambette e cinguettava ogni tanto con
una vocina sottile simile a quella di un uccellino. Intanto, lo stelo
d'erba avvolto attorno alla piccina s'era trasformato in un filo
d'oro. L'uomo, accortosi di ci, subito chiese alla donna: "E questo
dove l'hai trovato?".
"Che cosa strana!" esclam la donna. "Era un filo d'erba ed ora
diventato d'oro!"
L'uomo, eccitato, grid: "Dove cresce quest'erba? Io voglio cercarla:
essa certo un tesoro".
La donna dovette descrivergli con la massima esattezza il luogo ove
c'era stato l'alberello e dove cresceva quell'erba preziosa.
Immediatamente l'uomo si mise in cammino, trov il luogo prima del
cader della notte, strapp via l'erba fine, senza lasciarsi dietro
neppure uno stelo, e la port tutta a casa. Ma non sorrise a quel suo
lavoro la fortuna: l'erba, distesa per terra, non si trasform in oro,
ma in paglia. Irritato, l'uomo la butt nel fuoco e si coric per
dormire.

Passarono gli anni; la bimba crebbe alta e, a poco a poco, divenne una
bella fanciulla. La chiamarono Borina perch era venuta fuori da una
"bora" (da un tronco, cio, d'albero). I genitori adottivi l'avevano
allevata con cura, perch ella era forte, intelligente e laboriosa, e,
nonostante la grande miseria, era sempre lieta. Cos per lungo tempo
sarebbero ancora vissuti in pace, se inaspettatamente la madre
adottiva della fanciulla non fosse morta. L'uomo e la ragazza
seppellirono la morta non lontano dalla capanna, nel grande ed oscuro
bosco di Nigher.
Da quel triste giorno in poi Borina non ebbe pi ore felici. Il
vecchio diventava sempre pi malcontento e stizzoso, sebbene
s'addossasse di solito anche il lavoro di lui, oltre il proprio, ella
non riusciva mai ad accontentarlo. Borina non poteva, fra l'altro,
chiamarlo pi "padre", per evitare ch'egli, sprezzante, ridesse e le
facesse notare ch'egli non era un tronco d'albero. Egli non
tralasciava occasione alcuna per litigare con lei, e quando ella, alla
fine di una giornata di lavoro, voleva andarsene a riposare, trovava
sempre qualche altro lavoro da ordinarle.
Un pomeriggio Borina era andata nel bosco a raccogliere legna. Grosse
nuvole temporalesche s'addensavano sopra le cime della catena del
Rosengarten, diventando sempre pi minacciose. Il vecchio
raccattaresina sedeva dinanzi alla sua capanna e pensava soltanto che
presto scoppierebbe un brutto temporale. Prima del temporale, scese,
invece, dalle rocce un uomo alto e scarno, completamente vestito di
verde, con in testa un cappello adorno di un'aguzza penna rossa. Egli
si diresse verso la capanna del vecchio, salut questo e gli disse che
voleva sposare sua figlia. Il vecchio fu subito contento della
proposta, ma credette opportuno far notare ch'egli non era il padre
della ragazza, ma l'aveva soltanto allevata.
"Tanto meglio!" rispose l'uomo vestito di verde. "Vi dar una bella
somma e prender la ragazza."
"Essa andata nel bosco" disse il vecchio.
"Lo so" rispose l'altro; e, andatosi a sedere accanto al vecchio, sul
medesimo suo scanno, cominci con lui a discutere sull'entit della
somma che avrebbe dovuto consegnargli. Quando si furono finalmente
messi d'accordo, l'uomo vestito di verde pag con monete d'oro e
d'argento, che il vecchio avidamente intasc. Dopo di ci, il
forestiero s'alz e se ne and nel bosco. Sulle alte cime del
Rosengarten il tuono brontolava sordamente; ma la pioggia non veniva
ancora gi.
L'uomo vestito di verde presto trov la fanciulla, che stava
adoperandosi a stringere in un fascio la legna raccolta. Egli and
verso di lei, si ferm e la salut seccamente. Quando s'accorse
ch'ella lo guardava spaventata e con apprensione, diede in una risata,
che voleva essere amichevole, e disse: "Ti ho or ora comperata dal tuo
padre adottivo, pagando una bella somma; tu sei perci adesso la mia
sposa".
Borina, stordita per la meraviglia, fece un passo indietro: il suo
contegno lasciava intendere chiaramente che la notizia non era giunta
gradita. L'uomo vestito di verde non tenne tuttavia conto di ci e le
fece cenno di seguirlo. La fanciulla lo fiss allora negli occhi e
disse: "Io non far mai ci che tu mi chiedi".
"La tua opposizione del tutto inutile" rispose l'altro; "tu ora
m'appartieni, e se ti ostini nel tuo rifiuto, perderai ambedue le
braccia."
Borina si guard indietro, come se volesse scappare; ma rimase poi
ferma e perplessa. L'uomo vestito di verde le si accost, la guard
con occhi scintillanti e le chiese: "Allora, vuoi venire con me, si o
no?".
"Mai!" rispose la fanciulla.
Una smorfia minacciosa apparve allora sul viso dell'uomo;
contemporaneamente egli tese innanzi le mani con le dita allargate e
fece dei gesti infernali. Ed ecco che all'improvviso le braccia della
fanciulla si staccarono dal corpo e divennero due pezzi di legno.
Ella, barcollando, s'appoggi allora ad un albero e perse i sensi. Su,
in cielo, brontol ancora il tuono.
Quando Borina, pi tardi, rinvenne, l'uomo vestito di verde era
sparito; ed ella scorse un cacciatore a cavallo, che veniva innanzi
lentamente per il folto della selva.

Nella valle di Tires, era finalmente arrivato nella torre di Falzigh,
dove risiedeva un'antica nobile famiglia, un rampollo. Ma presto la
madre di questo bambino mor e negli ultimi istanti di vita disse al
marito che vedeva venire due Fate, una buona ed una cattiva, che
avrebbero predetto l'avvenire del figlio; e che, dopo la loro
profezia, occorreva lasciar vivere il ragazzo liberamente, perch in
altro modo egli non avrebbe potuto vivere.
Il castellano attese con ansia l'apparizione delle Fate; ma due anni
trascorsero senza che queste si lasciassero vedere, tanto ch'egli fini
col dimenticarsi di loro. Nel terzo anno riprese moglie. Sette giorni
dopo le nozze, a mezzanotte, le Fate arrivarono nella stanza dove il
bambino dormiva con la nutrice. La fata buona annunzi ch'egli avrebbe
sposato la pi misera donna del mondo; quella cattiva predisse anche
ci che sarebbe avvenuto pi tardi, e cio che non avrebbe allevato
gemelli.
Stupito, il padre del bambino rifer quelle profezie a sua moglie, e
le chiese come ella ritenesse che si dovessero interpretare.
"La pi misera donna" ella disse "sar certamente una "donna di
legno"."
"Che cos' mai?" chiese il marito.
"Le "donne di legno"" ella replic "sono creature che nascono dagli
alberi. Esse hanno molte buone qualit: sono diligenti, modeste e
pacifiche, ma appartengono a gente misera davvero."
"Non ne ho sentito mai parlare" rispose il castellano "ma certo sar
come tu dici. E che cosa significa la profezia che parla di gemelli?"
"Quella oscura" disse la signora "e debbo pensarvi sopra." Indi
rimase silenziosa, come se meditasse su intenzioni e piani intorno a
cui desiderasse serbare il segreto.
Rapidi passarono gli anni. Il giovane divenne grande e forte e ben
presto la caccia divenne la sua occupazione prediletta. A piedi
preferiva andare su per le pendici del Ci趒az oppure nella gola di
Picid鋩, ma quando andava a cavallo, si dirigeva di solito verso
Busolin e poi risaliva il bosco grande ed oscuro di N駪her. Una volta,
mentre girovagava per quel bosco, incontr l'infelicissima fanciulla
rimasta priva di braccia. Lasci ch'ella gli raccontasse tutta la sua
storia, ed anche ci che le era di recente accaduto, ed ascoltando,
concep per la disgraziata una profonda compassione. Inoltre, quella
fanciulla cos sventurata gli parve meravigliosamente bella. Mentre
cavalcava sulla via del ritorno a Falz駪h, avvertiva entro di s una
gioia senza pari e, rincasato, parl entusiasticamente alla matrigna
della fanciulla di recente conosciuta. La castellana comprese
immediatamente quanto egli ne fosse rimasto colpito, e, ragionandone
pi tardi con suo marito, disse: "Le profezie delle Fate si compiono
inesorabilmente. La sposa prescelta dal nostro figliuolo ha perduto le
braccia per opera di magia; eppure egli mi ha detto ch'
incomparabilmente bella; la pi misera delle donne lo ha proprio
ammaliato!".
"A ci noi sapremo ben trovare un rimedio!" esclam il castellano. Ma
tutto fu inutile. Il giovane cavaliere non si lasci smuovere dal suo
proposito e dopo poche settimane aveva gi condotto, come sua sposa, a
Falzigh la donna senza braccia. La matrigna non gli cre difficolt
alcuna; ella disse: "Contro le profezie delle Fate l'uomo non ha
rimedi efficaci. Ma bada, figlio mio, che se la prima profezia s'
compiuta, anche la seconda si compir: tu non potrai allevare
gemelli".
Ed ancora una volta parve ch'ella volgesse nella mente occulti ed
arcani pensieri.
Il vecchio castellano dovette cos subire il corso fatale degli
eventi. Per suo figlio i giorni scorrevano radiosi; e i tramonti,
illuminando di rossi bagliori il Rosengarten, trovavano il giovane
cavaliere pi raggiante che mai. Raramente ora il giovane si recava a
caccia; i camosci sul Ci趒az ed i lupi nell'oscura gola di Picid鋩 non
erano mai stati da lui lasciati in pace come ora.
Un anno era appena passato; il giovane cavaliere sedeva con sua moglie
presso un balcone, per ammirare i vaghi colori della sera e godere la
gran pace che regnava nella campagna; quando, ecco, d'improvviso la
vedetta della torre fece udire gli squilli del suo corno per
annunciare l'approssimarsi di cavalieri sconosciuti. Erano questi due
paggi del signore feudale di quei luoghi, che venivano ad invitare il
cavaliere a partire per una missione di guerra.
La giovane donna si spavent; ma il marito cerc di consolarla,
mostrandosi sicuro di poter presto ritornare.
"Ma che proprio adesso" essa sospir "che proprio adesso tu debba
partire, terribile per me."
Divenne poi pallidissima e cadde riversa sulla poltrona. Anche il
marito non poteva nascondere di essere molto commosso; tuttavia si
stacc da lei, mont sul suo pi forte destriero e galopp via coi due
paggi.
Qualche giorno dopo la gente del castello di Falzigh contava due nuove
creature. Ci spiacque alla suocera della giovane signora.
"Qui non si desideravano gemelli" ella disse, ricordandosi della
profezia delle Fate.
Ma i gemelli crebbero e prosperarono. Pass un anno, ne passarono due,
ne passarono tre; ed i gemelli gi correvano qua e l per il castello.
Finalmente ancora una volta risuon il corno della vedetta della
torre, ed il giovane cavaliere fece ritorno. Egli era rimasto sano e
salvo in mezzo a tutti i pericoli della guerra, e fu felicissimo di
ritrovarsi fra i suoi cari. In cima alla scala del castello la
matrigna gli venne incontro, lo condusse nelle sue stanze e subito gli
parl della nascita dei gemelli e di molte altre cose. Quando poi il
cavaliere si ritrov con la moglie, la gioia di lui non fu tale quale
ella l'avrebbe desiderata, anzi la giovane donna s'accorse che, quando
gli furono condotti innanzi i due figliuoletti, egli non si mostr
punto contento.
Qualcosa di oscuro e di minaccioso pareva ora incombesse sulla giovane
coppia; ma nessuno dei due osava parlarne. Anche i bambini avvertivano
un occulto ed incomprensibile disagio: stavano molto volentieri col
nonno e si rincorrevano giulivi per il castello; ma davanti al padre
si sentivano impacciati da una gran soggezione, e cercavano perci di
evitare la sua presenza.
Tra i due sposi era sorta, intanto, una grande freddezza; e le loro
relazioni divenivano sempre pi glaciali. Di ci la moglie molto si
rammaricava; ma proprio non sapeva come fare per liberare il marito e
se stessa dall'incubo che li opprimeva. Una sera, infine, il cavaliere
ruppe il silenzio per indirizzare alla moglie aspre parole.
Quando il mattino dopo si dest, s'accorse che Borina aveva gi
svegliato i bambini ed era in procinto di andarsene con loro.
"Che cosa fai?" le chiese.
"Dopo aver sentito ci che ieri m'hai detto" ella rispose con calma
"non posso pi rimanere qui; sono uscita dal bosco di Nigher e nel
bosco di N駪her ora me ne torno; io sono soltanto la figlia di un
albero."
Egli la guard sorpreso, ma non pronunzi parola alcuna. Ella spinse i
bimbi fuori della porta ed, insieme con loro, se ne and. Allorch
senti cigolare il grande portone di sotto, egli and sul balcone e
segu la moglie ed i figliuoli con lo sguardo; ma non appena vide i
tre suoi cari allontanarsi ed i bimbi correre verso l'estremit del
prato, avvert nel cuore come un tonfo. Avrebbe voluto richiamarli, ma
giunse in quel momento accanto a lui la matrigna che gli disse:
"Lasciali andare, lascia che tua moglie se ne vada insieme coi suoi
gemelli; ella ed i suoi genitori hanno raccolto resina e spaccato
legna: potranno far ci anche i suoi gemelli, e si troveranno bene".
Ma il giovane cavaliere fu di diverso parere. Riusc a resistere per
sette giorni; ma ordin poi che fosse sellato il suo cavallo e cavalc
verso la valle. Dopo aver attraversato la gola di Busol髶, s'intern
nella foresta di N駪her, dove trov un boscaiolo, al quale chiese
varie informazioni. Venne a sapere da lui che il vecchio
raccattaresina, che aveva vissuto sull'orlo superiore del bosco di
N駪her, sotto il Rosengarten, era morto da lungo tempo.
Il cavaliere continu la sua strada e s'inoltr sempre pi verso
l'interno del bosco. Nel silenzio profondo senti lo scrosciare delle
nevi disciolte, che scendevano in torrentelli dai crepacci del
Rosengarten. Quando raggiunse un punto elevato, dove il terreno
boscoso diveniva pianeggiante trov la capanna del raccattaresina.
Essa era abbandonata ed in tristi condizioni ma si vedeva ch'era
ancora abitata. Il cavaliere s'inoltr ancora di pi nella foresta e
d'improvviso scorse sua moglie sull'orlo d'un oscuro stagno. Vide
anche uno dei suoi bimbi; ma questi, appena lo ebbe scorto, scapp via
e si rannicchi nel cavo di un albero. Il cavaliere s'avvicin e
s'accorse che Borina s'affaticava a cercar di trarre fuori dell'acqua
l'altro bambino, che vi era caduto dentro. Egli pens subito che non
vi sarebbe riuscita, perch priva di braccia, salt perci gi dal
cavallo e s'affrett a raggiungerla, ma nel tempo stesso la donna
s'alz, e, con gran meraviglia, il cavaliere s'avvide ch'essa aveva il
bimbo fra le braccia.
"Io volevo aiutarti!" egli esclam. "Ma dimmi: da quanto tempo hai di
nuovo le braccia?".
"Da questo istante" ella rispose. "Quando il bimbo cadde nell'acqua,
feci sforzi disperati per salvarlo, ed in un baleno mi crebbero le
braccia."
Il bimbo si mosse e cominci a gridare. La madre lo pos per terra;
egli non si era fatto alcun male. Ora la donna si guard intorno,
cercando l'altro bimbo e, non potendo trovarlo, divenne ansiosa.
"S' accovacciato nel cavo di quell'albero" le disse il marito.
Andarono insieme presso l'albero e cercarono di tirar fuori il
piccino. Ma l'albero s'era chiuso, e si sentiva il bimbo cantare con
voce flebile dall'interno:

Oh, lasciami qui alla mia sorte!
Nell'albero sto cos bene!

Per quanti sforzi facessero i genitori non potevano, intanto, giungere
fino al bambino, perch l'albero s'era chiuso ermeticamente ed era
divenuto molto duro.
Ad un tratto la donna esclam: "Penso che il bimbo sia ben custodito;
crescer con l'albero e si muter in foglie ed in fiori; forse era
questo, fin dalla sua nascita, il suo destino". Accarezz poi l'albero
e lo preg di essere buono col suo bambino. "Siamo anche parenti"
bisbigli "non dubito perci che tu avrai la massima cura del mio
piccolo."
Il cavaliere allora esclam: "Comprendo ora finalmente che cosa
intendessero dire le Fate, quando dichiararono che non avrei potuto
allevare gemelli!". Egli aveva, infatti, sentito sempre ripetere
questa profezia dai suoi genitori.
Borina non rispose. Sollev l'altro bambino, che s'era aggrappato alla
sua gonna, e gli disse: "Il tuo fratellino tornato nell'albero e l
star bene; ma tu rimarrai con me".
Subito il cavaliere aggiunse: "Rimarr anch'io con voi se mi
permesso".
La moglie gli porse la mano e disse: "Ci che accaduto stato
frutto di un brutto maleficio, contro cui tu nulla potevi fare!".
Ed il marito replic: "Sei veramente un angelo; m'hai tolto un peso
dal cuore".
Borina non aggiunse parola; suo marito and a prendere il cavallo, la
mise in sella, le porse il bambino e guid il cavallo, prendendone le
briglie. Presto ritrovarono il cammino per il quale il cavaliere era
venuto, e lentamente discesero il monte. Quando, giunti nella valle,
ebbero varcato il ruscello, l dove il sentiero si biforca, e pi
ampio si presenta allo sguardo il paesaggio montano, scorsero le alte
vette del Rosengarten scintillare nella luce purpurea del tramonto.
"Senti" disse l'uomo "in una sera come questa, vorrei sedere ancora
con te sul balcone come quando i paggi vennero a portarmi l'ordine di
partire per la guerra."
Borina annu in silenzio, sorridendo tranquilla.
Fecero una piccola sosta; continuarono poi il viaggio verso Falz駪h.
Giunti dinanzi al portone, si volsero indietro ancora una volta per
abbracciare con lo sguardo tutto l'ampio panorama, che di li si
scorgeva, dalla valle al monte. Era sorta sul Rosengarten una limpida
falce di luna, e la lunga catena dentellata, poco prima viva di tinte
calde e splendenti, si profilava oscurissima contro il cielo
d'argento. Un alito fresco spirava dai boschi. Intanto il castello,
tutto illuminato dalla luna, sembrava attendesse il loro ritorno, per
accoglierli nella sua serenit.


20. I fiori di Lagor跬.
(Dolomiti).

Quando, salendo da Fontanefredde verso Fiemme, si arriva all'antica
chiesetta di San Lugano, si vede, al di l di Fiemme, una catena
lunghissima di fosche montagne, alte e rocciose, cosparse di boschi:
la catena di Lagor跬. Da un'estremit all'altra di essa, non c'
nemmeno una casa. Si pu camminare per intere giornate nei boschi
immensi senza incontrare anima viva.
Nella parte centrale della catena vi sono parecchi laghetti, e il pi
grande quello di Lagor跬, un limpido specchio d'acqua solitario e
dimenticato, conosciuto soltanto da qualche pastore. Si sa con
certezza che i pagani lo consideravano un lago sacro; e una leggenda
narra che sulla sua sponda c'era un vecchio castello, ma nessuno ha
potuto trovarne i ruderi n indicare con precisione il luogo dove
sorgeva. Un'altra leggenda riferisce di un castello di Narad爂, che
anch'esso sparito, ma ha lasciato il suo nome ad un luogo della Val di
Fiemme, ai piedi della catena di Lagor跬. Una delle pi notevoli fra
le molte valli della catena si chiamava Val Floriana, la valle dei
fiori; e si dice che un tempo in tutta quella regione, e in Val
Floriana specialmente, i fiori crescessero in tale quantit che prati,
campi e boschi n'eran tutti coperti come da un immenso tappeto
azzurro. Tutti azzurri erano quei fiori, e non nascevano da un seme,
ma venivan portati da corvi provenienti da paesi lontani. Sui campi di
battaglia, dice la leggenda, i corvi raccoglievano le anime dei
guerrieri uccisi e le recavano, trasformate in fiori, sui monti di
Lagor跬. E chi per sette giorni di seguito innaffiasse un fiore poteva
vedere il guerriero morto e parlargli.

Nel castello sulla sponda del lago di Lagor跬 viveva una nobildonna di
nome Dina. Il suo fidanzato era partito per la guerra, e non aveva pi
avuto di lui nessuna notizia; cos che alla fine lo credette morto, e
per poterlo rivedere, per parlargli ancora una volta, cominci ad
andare nei boschi, innaffiando i fiori azzurri ad uno ad uno, a
centinaia, a migliaia. I corvi arrivavano continuamente portandone dei
nuovi, la Val Floriana era tutta azzurra: ma Dina non trovava mai il
solo che le stesse a cuore.
Un giorno, nella parte pi alta della Val Floriana, le pass accanto
una donna avvolta in un mantello verde. Dina, tutta intenta al suo
pietoso lavoro, non se n'accorse neppure e continu a bagnare i fiori.
Il sole scendeva, la valle era gi piena d'ombra e soltanto sulle cime
dei monti splendeva ancora la luce del tramonto. A un tratto la
sconosciuta si volt verso Dina e le and incontro con il braccio
teso: "Dina di Lagor跬, ascolta bene le mie parole. Il tuo amore
vano, inutile la tua fedelt. Il guerriero che tu cerchi su questi
monti vive in un paese lontano e ha sposato un'altra donna".

Ai piedi dei monti di Lagor跬, nella Val di Fiemme, si stende sopra
colline, pianure e burroni una grande foresta, che ha un nome antico e
strano: "Tresel籯". Una sera Dina passeggiava lungo il margine di
questa foresta, quando le parve di udire accanto a s un pianto di
bambino. Entr subito fra gli alberi, e dopo pochi passi trov infatti
un bimbo che s'era smarrito nel bosco e piangeva spaventato. Appena
vista Dina, il piccolo tese le braccia verso di lei e le parole
affettuose della buona fanciulla lo tranquillizzarono subito: si
lasci prendere in braccio, baciare e accarezzare e, cullato
dolcemente, fini col chiudere gli occhi ancor pieni di lacrime e
addormentarsi. Dina s'era seduta sopra un tronco d'albero e guardava
con amore il bimbo che dormiva tranquillo. "Caro piccino" pensava, e
un sentimento nuovo, misto di tenerezza, di gioia e di dolce
malinconia le riempiva il cuore. Le torn alla mente una contadina
che, qualche giorno prima, ella aveva visto scherzare col suo bambino,
baciandolo e ribaciandolo, e stringendolo a s con appassionato
slancio: e comprese l'amore materno.
Era notte buia nel bosco quando il piccolo si svegli: ma, trovandosi
fra le braccia di Dina, si sent rassicurato e si lasci condurre
tranquillamente al castello del lago.
Il giorno seguente Dina si disse che era suo dovere restituirlo ai
genitori, sebbene il bambino mostrasse di non volersi staccare da lei.
Non sapeva nemmeno dirle dove fosse la sua casa; ma Dina pens che
probabilmente la sua famiglia abitava nel castello di Narad爂, che era
l'unica abitazione delle vicinanze, e lo ricondusse nel bosco di
Tresel籯. Infatti era proprio cos: appena il bimbo vide il castello,
alto e solitario sopra una collina, nel mezzo del bosco, lo riconobbe
e s'incammin per tornare a casa, ma controvoglia, ubbidendo a
malincuore all'ordine di Dina.
Dina ritorn nel bosco, triste e pi sola che mai. Cammin fra i mille
fiori azzurri, pensando al tempo in cui li aveva bagnati ogni giorno
con tanta inutile costanza, e il ricordo le faceva parer pi amara la
sua solitudine. Quando fu arrivata a quel burrone che chiamano
"For跩", guardando in alto le sembr che le vette dei monti di Lagor跬
fossero diventate stranamente pallide; poi le parve di udir passare
nel profondo silenzio un lieve scampanio; e da tutte le parti del
bosco le giunsero all'orecchio piccoli suoni acuti. Si ferm per
ascoltare: ma le braccia le s'irrigidivano, le mani le tremavano.
Spaventata da quell'insolito malessere, Dina raccolse le sue forze per
correre al pi vicino ruscello, si lasci cader sulla sponda e immerse
le mani nell'acqua. Subito tutti i suoni tacquero, e le vette dei
monti apparvero grandi e scure come erano prima. Quando Dina si fu
riavuta e si rialz in piedi, si vide accanto la donna dal mantello
verde, che le era apparsa per la prima volta in Val Floriana.
"Dina di Lagor跬" le disse la sconosciuta, "per poco tempo ancora
potrai passeggiare all'ombra dei boschi. Oggi stesso non saresti pi
viva, se non fossi arrivata in tempo a questo ruscello. Tutte le anime
dei guerrieri che tu hai destate dai fiori azzurri ti vogliono e ti
chiamano a loro: e il posto tuo sar lass, sulla cima pi alta che di
notte si fa d'argento al lume di luna, e ha sotto di s i boschi e le
nuvole. Dina di Lagor跬, presto tu verrai con noi."
Da quel giorno Dina fu colta spesso dallo stesso improvviso malore, e
l'acqua era la sola cosa che potesse salvarla; cos che non osava pi
allontanarsene. Sedeva per lunghissime ore vicino a un ruscello o ad
una fonte, ascoltava il mormorio dell'acqua e della foresta, guardava
le montagne e il cielo azzurro, e sentiva dolorosamente quanto vuota e
inutile fosse la sua vita.
Si comprende come dovesse essere commossa quando un giorno incontr di
nuovo il bimbo di Narad爂 e se lo vide correr incontro tutto felice.
"Finalmente ti trovo," disse il bambino "son venuto tante volte nel
bosco per cercarti. Ma ora che t'ho trovata non me ne vado pi: resto
sempre con te."
"Bambino sciocco" rispose Dina. "Dovrai pur tornare a casa tua."
"No, no, a casa non ci voglio tornare" disse con energia il bambino.
"Sto meglio con te, ti voglio tanto bene." E si stringeva forte a lei.
Dina riusc a calmarlo, e lo persuase a tornare dai suoi; ma soltanto
con la promessa di rivedersi il giorno dopo. Si ritrovarono quasi ogni
giorno, e passarono insieme ore felici.
A poco a poco, Dina comprese che il bimbo non trovava in famiglia n
pace n affetto, e che il suo cuore era triste e solo. Le costava
sempre pi fatica rimandarlo a casa, e appena tornava nel bosco di
Tresel籯 lo trovava sempre l ad aspettarla. Se lasciava passar
qualche giorno senza andare nel bosco, il piccolo ci rimaneva male.
Era un bimbo sensibile e intelligente; e tutto quel che piaceva a Dina
piaceva anche a lui. Lei gli spiegava le meraviglie dei boschi e delle
montagne, ed egli l'ascoltava senza stancarsi mai, sempre con
attenzione.
"E lass" disse una volta Dina terminando una delle sue storie "lass
sempre tranquillo, pieno di luce e di sole, e nessuno vi sale mai."
Il bambino la guard affettuosamente e disse: "Quando sar grande
voglio fabbricare un castello in alto in alto, dove nessuno pu
arrivare, e andremo a viverci insieme".
Dina non pot trattenere le lacrime, ricordando che molto tempo prima
un altro le aveva detto le stesse parole, e l'aveva guardata con gli
stessi identici occhi pieni d'amore. Baci con tale tristezza gli
occhi del suo piccolo amico, che il bambino fu l l per mettersi a
piangere anche lui.
"Non dovremmo abituarci a stare tanto tempo insieme" gli disse Dina;
"perch io morr presto, e allora non potr pi stare con te."
Il bimbo volle sapere che cosa volesse dire morire.
"Morire" rispose Dina, "significa andare da questo mondo in un altro.
Quando sar morta, non potr pi venire nel bosco n parlare con te.
Abiter lass, dove si vedono passar le nuvole, e anche se tu ci
verrai non mi potrai vedere."
Il bambino si strinse di nuovo a lei: "Non andar via, Dina. Che far
io solo solo nel bosco, se tu non ci sei? Se devi proprio morire
morir anch'io, cos resteremo insieme".

Intanto il tempo passava e il piccino cresceva e diventava agile e
forte. Dina non poteva pi fare a meno di lui; egli aveva imparato ad
andare a prendere acqua appena la vedeva star male, ed era orgoglioso
di potersi cos rendere utile alla sua grande amica.
Il castellano di Narad爂 si domandava che cosa facesse suo figlio
nelle lunghe ore che passava ogni giorno fuori di casa, e una mattina
volle seguirlo per vedere dove andasse. Cos accadde che a un tratto
s'incontr con Dina. I due si riconobbero e impallidirono: egli volle
dire qualche cosa, ma non seppe trovare una parola e continuarono a
guardarsi in penoso silenzio. Il ragazzo non capiva nulla di questa
scena, ma sentiva che c'era nell'aria qualche cosa d'insolito, di
doloroso; e quando il padre cerc di trarlo a s, fece un passo
indietro, timidamente.
"Vado a prender acqua" disse, vedendo che Dina si faceva pi pallida;
e si mosse per correr via. Ma il padre pens che fosse un pretesto per
scappare nel bosco, prese il figlio per un braccio e lo tenne fermo. E
poich il ragazzo gridava sempre: "Bisogna portarle acqua, ha bisogno
d'acqua!" il padre lo leg a un albero e and egli stesso a cercare
acqua. Si mise a correre per il bosco, senza saper dove trovare un
ruscello, cercando qua e l, e udendo sempre le grida disperate di suo
figlio. E quando finalmente torno indietro era troppo tardi: la povera
Dina non aveva ormai pi bisogno d'aiuto. Era morta. L'uomo,
atterrito, comprese subito la situazione e sciolse suo figlio per
condurlo via, ma il bimbo si gett sulla sua amica morta e l'abbracci
in tal modo che il padre dovette adoperare tutta la sua forza per
strapparlo e portarlo via. Lo prese fra le braccia e corse tutto d'un
fiato fino a Narad爂 e trov la moglie, che stava ad aspettarlo; gli
tolse il bimbo dalle braccia, e diede un grido terribile: il povero
piccolo era morto di convulsioni, prima d'arrivare a casa. E invano la
disgraziata madre interrogava il marito sull'accaduto: il marito non
era capace di rispondere. Allora ella mand nel bosco i suoi servi,
che tornarono poco dopo dicendo d'aver trovato il cadavere di una
donna bellissima.
"Una strega!" disse la signora. "Portatela qui e bruciatela, che non
m'uccida anche gli altri figli."
Ma il marito, mosso da un senso di piet, mand in fretta altri servi,
che seppellissero la sventurata giovane e coprissero la sua tomba di
fiori. I servi restaron fuori tutta la notte, e quando tornarono
raccontarono terrorizzati che avevan visto le ombre di centinaia di
guerrieri con fiori azzurri sull'elmo venir gi dai monti, mettere
Dina in una bara coperta di fiori azzurri e portarla su, verso le
vette pi alte delle montagne di Lagor跬.
E la notte seguente gli stessi guerrieri vennero a Narad爂.
Traversando muri e fossati entrarono nel castello, presero il bambino
morto e lo portarono vicino a Dina, sulla cima pi alta, quella che di
notte si fa d'argento al lume di luna, e ha sotto di s i boschi e le
nubi.



21. L'Uomo del Melo.
(Inghilterra).

C'era una volta un giovanotto che aveva sempre lavorato sodo ma quando
il padre mor non ricevette niente in eredit, perch il fratello
minore si prese tutto e divise i beni solo con la sua famiglia. Egli
non amava il fratello maggiore e volle perci lasciargli soltanto il
vecchio asino del padre, un bue ridotto a uno scheletro, una casetta
in rovina dove aveva vissuto suo padre e prima di lui suo nonno, e
alcuni vecchi meli.
Il giovanotto non si lament per questa ingiustizia ma cominci a
lavorare sodo: tagli dell'erba per gli animali, e in poco tempo
l'asino si rimise in forze e cominci a ingrassare; frizion il
vecchio bue con delle erbe medicamentose pronunciando delle parole
magiche, e il bue riusc a rialzarsi e mantenersi ritto sulle zampe;
poi si prese cura degli alberi di melo che in breve tempo rifiorirono.
Tutte queste occupazioni per non gli lasciarono tempo per procurarsi
il denaro necessario per pagare l'affitto. Oh s, il fratello minore
pretendeva l'affitto per la casetta, e per giunta non concedeva
proroghe!
Un giorno allora il fratello minore and dal maggiore nel frutteto e
disse: "Domani la vigilia di Natale, il giorno in cui gli animali
parlano. Tutti sappiamo che qua intorno nascosto un tesoro e se
chieder all'asino di indicarmi dove si trova, non potr fare a meno
di dirmelo. Svegliami poco prima di mezzanotte e in compenso io ti
detrarr sei soldi dall'affitto".
Il giorno della vigilia il giovanotto diede al vecchio asino e al bue
una razione supplementare di fieno e mise nella stalla un ramo di
agrifoglio, poi prese l'ultimo boccale di sidro rimastogli, lo mischi
alla cenere del fuoco e usc per versarlo intorno ai meli nel
frutteto. In quel momento comparve l'Uomo del Melo, che apostrof il
giovanotto dicendo: "Guarda sotto le radici nodose!". Il giovanotto
ubbid e trovo un baule colmo d'oro.
"Questo tuo e di nessun altro" disse l'Uomo del Melo, "nascondilo e
non farne parola con nessuno. Ora puoi andare a svegliare il tuo caro
fratello, quasi mezzanotte!"
Quando il fratello minore arriv nel frutteto sent l'asino dire al
bue: "Sai, questo ingordo stupido che ci sta cos maleducatamente
ascoltando, vorrebbe che gli indicassimo dov' nascosto il tesoro".
"Non lo avr mai" rispose il bue. "Qualcun altro l'ha gi preso."




22. Le Dame verdi della collina dal solo albero.
(Inghilterra).

Cera una volta una collina su cui si ergevano tre grandi alberi e
nelle notti di luna piena capitava di udire dei canti e di scorgere
tre Dame verdi danzare.
Nessuno osava avvicinarsi alla collina eccetto un contadino che ogni
anno, prima che calasse la notte di mezza estate, saliva sulla collina
per deporre delle primule ai piedi dei tre alberi. Le foglie
stormivano, il sole brillava e il contadino, per sicurezza, faceva
sempre in modo di rincasare prima che facesse buio. Possedeva una
fattoria molto produttiva e spesso diceva ai suoi tre figlioli: "Mio
padre mi diceva sempre che la nostra fortuna sta lass; quando sar
morto non scordate di fare come me, come fece mio padre prima di me e
come fecero tutti i nostri avi". I ragazzi lo ascoltavano ma non lo
prendevano troppo sul serio, eccetto il pi giovane.
Quando il vecchio mor la fattoria venne divisa in tre parti: il
fratello maggiore si prese quella pi grande, il secondo una parte pi
piccola e il pi giovane si dovette accontentare di una striscia di
terreno arido e impervio ai piedi della collina. Invece di lamentarsi
cominci a lavorare la terra di gran lena, cantando; ogni sera, prima
del tramonto, rientrava a casa.
Un giorno i fratelli andarono a trovarlo. Le loro grandi fattorie non
rendevano bene e quando videro il piccolo campo d'orzo cos
rigoglioso, i pochi alberi cos carichi di frutta, le verdure cos
verdi e deliziosamente profumate, furono rosi da una grande invidia.
"Chi ti aiuta nel tuo lavoro?" chiesero. "Dicono gi al villaggio che
qui la notte si canta e si balla: un contadino che lavora sodo, la
notte dovrebbe essere a letto." Il giovane non rispose e continu a
lavorare.
"Eri tu quello che abbiamo visto sulla collina vicino agli alberi
mentre venivamo qui? Cosa stavi facendo?"
"Facevo quello che nostro padre ci aveva raccomandato di fare ogni
anno; questa la notte di mezza estate" rispose tranquillamente il
ragazzo. I fratelli erano davvero molto arrabbiati: "La collina
mia!" url il maggiore. "Che non ti veda mai pi lass! E per quanto
riguarda gli alberi, ho giusto bisogno di legname per costruire il mio
nuovo granaio. Domani ne taglier uno e voi due mi aiuterete." Ma il
secondo fratello disse che l'indomani sarebbe dovuto andare al
mercato; il pi giovane tacque.
Il giorno seguente, il giorno di mezza estate, il fratello maggiore
sal sulla collina con i suoi braccianti muniti di asce e chiam il
fratello minore, che stava lavorando nell'orto, perch venisse ad
aiutarlo. Per tutta risposta egli lo ammon: "Ricordati che giorno
oggi!". Il maggiore non gli bad e si avvi su per la collina alla
volta dei tre alberi. Quando colp con l'ascia il primo dei tre alberi
si ud un grido di donna: i cavalli e i braccianti fuggirono
spaventati ma egli prosegu nel suo lavoro. Il vento fischiava, gli
altri due alberi agitavano furiosamente le fronde e a un tratto
l'albero colpito cadde sul contadino e lo uccise. I braccianti
tornarono sulla collina per portar via il cadavere del padrone e
l'albero abbattuto; da quel giorno, nelle notti di luna piena, si
videro solo due Dame verdi danzare sulla collina.
Il secondogenito decise di occuparsi della fattoria del maggiore,
mentre il pi giovane continu a lavorare la sua striscia di terra e
la vigilia di mezza estate non scordava mai di portare primule ai
piedi degli alberi sulla collina. La grande fattoria per non
prosperava, e una vigilia di mezza estate, mentre il secondogenito si
recava dal fratello minore, lo vide sulla collina nei pressi dei due
alberi. Non osando salire anche lui url: "Lascia subito la mia terra
e porta via le tue mucche che danneggiano il mio steccato! Costruir
un nuovo, solido recinto intorno alla mia collina, e abbatter uno
degli alberi per avere il legname".
Quella notte non ci furono n canti n balli sulla collina ma solo il
pianto di molte foglie; il pi giovane dei fratelli era molto triste.
Il mattino seguente il secondo fratello sal sulla collina con la
scure e gli alberi rabbrividirono; assicuratosi che non ci fosse
vento, che poteva fargli cadere l'albero addosso, colp il tronco con
grande forza. L'albero grid con voce di donna mentre cadeva e il
fratello minore, che osservava la scena dal sentiero lungo il campo
dove pascolavano le sue mucche, vide l'albero superstite colpire con
un ramo il fratello, uccidendolo.
Il pi giovane divenne cos padrone delle tre fattorie ma continu a
vivere nella pi piccola, vicino alla collina e alla solitaria Dama
verde. A volte, nelle notti di luna piena, si udiva una triste melodia
provenire dalla collina; ogni vigilia di mezza estate il giovane
depositava un mazzo di primule tardive ai piedi dell'ultima Dama verde
e le sue fattorie prosperavano.
Ancora oggi molta gente, anche senza conoscere questa storia, non ha
il coraggio di salire sulla collina dal solo albero, specialmente la
notte di mezza estate. Solo alcuni vecchi ricordano di aver sentito
dire, durante la loro infanzia, che la collina non avrebbe mai dovuto
essere recintata perch apparteneva a una Dama verde.

La collina e l'albero sono soli
quello un luogo triste e pericoloso.


23. L'anima come una farfalla.
(Irlanda).

Una volta due uomini cercavano una pecora smarrita in una valle
stretta e scura, attraversata da un torrente. Dopo molto girovagare si
sentirono affaticati e dato che era gi scesa la sera decisero di
fermarsi e di riposare fra gli alberi che crescevano lungo le sponde
del ruscello. La sera era piacevole e presto uno dei due uomini cadde
in un sonno profondo, mentre il compagno rest sveglio. Mentre pensava
ai fatti suoi, e distrattamente osservava il dormiente, vide con
stupore la bocca dell'amico aprirsi e dalle labbra uscire una farfalla
che discese lungo il corpo, gi per una gamba, fino all'erba e
prosegu per un breve tratto. L'uomo si alz e la segu lungo un
piccolo sentiero che portava al torrente, vicino a una lastra di
pietra sotto cui scorreva l'acqua; la farfalla attravers il torrente
volando sopra questo ponte di pietra, e prosegu fino a un fitto
cespuglio in cui entr e usc pi volte. L'uomo la segu per qualche
metro finch la farfalla si avvicin a un teschio di cavallo, bianco
ed eroso dal tempo. L'uomo la osserv entrare nelle cavit orbitali ed
esplorare ogni angolo del teschio. Dopo qualche minuto usc, percorse
a ritroso il sentiero finch torn al corpo del dormiente, risali
lungo la gamba destra, raggiunse la bocca e vi si infil. L'uomo
richiuse allora le labbra e dopo un attimo sospir; sbadigli, apr
gli occhi, si guard intorno e vide il suo compagno che lo fissava.
"Deve essere tardi" disse.
"Tardi o no, ho appena assistito a un evento prodigioso" replic il
suo compagno.
"Sono io che ho visto dei prodigi" disse il dormiente: "ho sognato di
camminare su una lunga piacevole strada fiancheggiata da alberi e
fiori fino a un grande fiume. Sul fiume c'era il ponte pi bello che
io avessi mai visto. Oltre il ponte c'era un bosco fittissimo; ho
camminato a lungo fra alti alberi finch sono arrivato nei pressi di
uno splendido palazzo bianco. Sono entrato, ma non c'era nessuno; ho
attraversato ogni stanza del palazzo finch mi sono sentito stanco.
Pensavo di restare l a riposare, ma una sensazione misteriosa e
inquietante mi ha pervaso e allora sono uscito dal palazzo e sono
ritornato sui miei passi. Ero molto affamato e mentre mi accingevo a
mangiare qualcosa mi sono svegliato."
"Sembra che mentre il corpo dorme l'anima vaghi" disse il suo
compagno. "Vieni e ti mostrer i meravigliosi luoghi che hai visitato
in sogno." Cos gli raccont della farfalla e gli mostr il piccolo
sentiero fra gli alberi, la lastra di pietra sul torrente, il
cespuglio e il teschio calcinato del cavallo.
"Quel teschio il meraviglioso palazzo in cui ti trovavi qualche
minuto fa, il cespuglio il grande bosco, la lastra di pietra il
ponte che hai attraversato e quell'impervio, piccolo sentiero che
abbiamo percorso ora la bella e grande strada bordata di fiori e
alberi!"
Entrambi gli uomini avevano visto qualcosa di prodigioso!


24. Le nozze di Merisana.
(Dolomiti).

Nella Val Coste跣a, che scende da Falz跫ego verso Cortina, si
alternano pascoli e boschi; e sopra le vette immobili delle foreste di
larici l'imponente Tof跣a innalza le sue grandi pareti piatte.
Dall'altra parte della valle le svelte torri della Croda de Lago
guardano dall'alto profonde gole, ombreggiate d'abeti. E questo uno
dei pi bei luoghi delle Dolomiti: libero si spinge lo sguardo fino al
muraglione dei Last爊 del Formin, l'altopiano incantato dal quale in
tempi lontanissimi scesero i lastoj鋨es; le cime dei larici,
lievemente mosse dal vento, sembrano sussurrare misteriose storie di
meraviglie da lungo tempo scomparse.
La pi bella vista si gode da una collinetta erbosa, sulla quale si
trova una capanna rovinata, il "Cas犥 dai Ca跬"; un tempo la collina
si chiamava "Col de la Merisana". Poco lontano scorre il "Ru de ra
V鋨gines", il Torrente delle Vergini: i vecchi ampezzani raccontano
che al torrente era stato dato quel nome perch era abitato dalle
Ondine. D'estate, sul mezzogiorno, esse uscivano volentieri dall'acqua
e venivano a passeggiare sul "Col de la Merisana". Tutte vestivano di
colori chiari; ed era un piacere vederle passare, lievi e graziose
nella luce del meriggio. Ma dopo la costruzione del "Cas犥 dai Ca跬"
nessuno le ha pi vedute.
Queste gentili abitatrici delle acque e dei boschi ebbero una volta
una regina, che si chiamava Merisana. Ella possedeva tutto quel che
poteva desiderare: erbe e fiori, cespugli e alberi s'inchinavano a lei
e ubbidivano al suo cenno, le onde si abbassavano quando ella si
avvicinava alla riva; e la sua sovranit si estendeva dal monte
Cristallo fino alle montagne azzurre dei Duranni. Eppure, Merisana non
era felice: il pensiero che vi fossero sulla terra infinite creature
sofferenti, l'impossibilit di aiutarle e di alleviare le loro pene
rattristava il suo cuore pietoso, e la rendevano incapace di godere
tranquillamente della sua fortunata esistenza.
Ora accadde che il "R鋟 de R跱es" (il Re dei Raggi), sovrano di un
grande e splendido regno che si stendeva dietro l'Antelao, trovandosi
a passare per la Val Coste跣a, si ferm a riposare sulla sponda del
"Ru de ra V鋨gines"; e guardando nell'acqua chiara del torrente,
scorse per un momento la bella Merisana. Credette d'aver sognato a
occhi aperti, perch non conosceva l'esistenza delle Ondine, che
vivono nell'acqua; e tuttavia fu profondamente colpito dalla soave
bellezza di quell'apparizione. Prosegu il suo cammino e torn a casa,
portando sempre fitto nella mente il ricordo della deliziosa visione.
V'erano nel suo regno molte fanciulle squisitamente belle, ma nessuna
piaceva al re: alla bellezza dei loro volti mancava quell'espressione
di bont e d'infinita dolcezza che egli aveva letto sul viso gentile
di Merisana e che aveva, pi d'ogni altra cosa, toccato il suo cuore.
Un anno intero pass, senza che egli potesse dimenticarla.
Un giorno il "R鋟 de R跱es" parl della fanciulla veduta in sogno -
cos egli credeva - con il re dei lastoj鋨es, presso il quale si
trovava in visita. Il re dei lastoj鋨es gli disse: "Tu capiti nel
nostro paese sempre di mattina o di sera. Vieni una volta sul
mezzogiorno e vedrai la bella Merisana, in carne ed ossa, passeggiare
sui prati".
La dolce apparizione era dunque una persona viva e vera e non una
creazione della sua fantasia. Il "Rej de R跱es" fu felice di questa
scoperta. Il giorno seguente, a mezzogiorno, and a cercare Merisana,
la trovo e le parl. E il settimo giorno, a mezzod, le chiese la sua
mano. Merisana rispose che sarebbe stata contenta di sposarlo, ma che
non poteva celebrare le sue nozze finch ci fossero nel mondo tanti
infelici.
"Prima di sposarmi," disse "devo trovar modo di rendere liete tutte le
creature viventi: nessun uomo deve pi bestemmiare, nessuna donna
lamentarsi, i bambini non devono piangere, gli animali non devono
soffrire; voglio che tutti si sentano felici. Se tu riesci a esaudire
questo mio desiderio, io sar tua."
Il re se ne and molto rattristato; perch, pur essendo sovrano
potente di un vastissimo dominio, gli pareva molto difficile riuscire
a render felici tutte le creature viventi. Interrog i suoi savi
consiglieri, ma essi gli dissero che la condizione era impossibile a
soddisfarsi.
Dopo aver molto pensato, il re torn da Merisana e la scongiur di
rinunciare al suo desiderio, o almeno di limitarlo. Merisana ne fu
addolorata: per fin col rassegnarsi, e disse che le sarebbe bastato
che tutti fossero lieti il giorno delle sue nozze.
Il re torn a casa non troppo rassicurato, perch temeva che anche
questa condizione fosse irrealizzabile. I suoi consiglieri la
pensavano come lui: "Un giorno intero!" esclamarono. "E' assolutamente
impossibile."
Il re torn da Merisana e le fece comprendere che, anche cos ridotto,
il suo desiderio non poteva essere esaudito.
Merisana divenne molto triste.
"Neppure un giorno!" sospir. "E io pensavo che fosse tanto poco."
Ma alla fine si rassegn e disse che si sarebbe contentata del
mezzogiorno.
"Il mezzogiorno," disse " l'ora che mi piace pi di ogni altra. A
mezzogiorno ci sposeremo, e tutti per un'ora saranno felici: uomini e
animali, alberi e fiori."
Il re se ne and per la terza volta, ma non pi triste, perch sperava
che questa condizione non fosse impossibile. Infatti i consiglieri,
interrogati, diedero parere favorevole. E poco dopo uomini e animali,
alberi e fiori ricevettero la notizia che nel prossimo giorno delle
nozze del "R鋟 de R跱es" con Merisana, a mezzogiorno, ogni loro
sofferenza, dal pi grande dolore al pi piccolo fastidio, sarebbe
stata alleviata.
Tutti si rallegrarono e innalzarono inni di lode alla buona Merisana.
Per esprimerle la loro gratitudine, decisero che le piante avrebbero
fatto sbocciare i loro fiori pi belli e gli uomini e gli animali li
avrebbero raccolti per portarli a lei.
Nel giorno delle nozze v'era una quantit cos smisurata di mazzi di
fiori, che Merisana e le sue donne non sapevano pi dove metterli.
Allora due nani, venuti dal bosco Amarida, dissero che con tante
fronde e tanti fiori si poteva fare un albero: e fecero il larice.
Apparve subito per che la nuova pianta non aveva vigore vitale,
poich rapidamente appassiva. Allora Merisana disse che avrebbe
volentieri sacrificato il suo velo di sposa per far vivere l'albero
nato nel giorno delle sue nozze e a lei dedicato; e lo avvolse con il
lungo velo, che era trasparente. Subito il larice cominci a
germogliare e inverdire; e il velo, fatto verzura, visse e crebbe con
la pianta.
E' un albero strano, il larice. E' una conifera, e ne ha tutto
l'aspetto; ma i suoi aghi non sono sempre verdi come quelli delle
altre conifere, e in autunno ingialliscono e cadono come le foglie
degli alberi latifogli: questo accade appunto perch un albero fatto
con piante d'ogni specie. E quando, in primavera, il larice comincia a
destarsi dal sonno invernale, facile distinguere intorno ai suoi
rami, rivestiti di teneri sottilissimi aghi, il tessuto lieve del velo
da sposa.
Nella parte della Val Cost醀na esposta al sole, sulla collinetta
erbosa di faccia alla Croda de Lago, furono piantati i primi larici; e
alla loro ombra dolce e odorosa, in cui sembra spirare tutte le
delizie del bosco, nella quiete solenne del mezzogiorno, si compirono
le nozze del "R鋟 de R跱es" con la soave Merisana. V'era nell'aria un
insolito splendore di festa; sulle valli e sui monti si stendeva una
pace infinita e le ardue vette delle Dolomiti brillavano di gioia
nella viva luce dell'estate. Tutte le creature si sentivano felici,
perch in tutti palpitava un comune sentimento di riconoscenza e
d'amore.

Quanti anni sono passati da quel tempo lontano? Nessuno potrebbe
contarli. Ma i pastori ricordano ancor oggi la storia delle nozze di
Merisana e dell'ora di pace goduta da tutte le creature viventi; pace
ancor oggi non del tutto svanita dalla natura, che la senti in quel
giorno cos profondamente. Se nella calma augusta di un meriggio
d'estate v'indugiate sotto i larici lucenti, ammirando le vette
luminose delle Dolomiti, potete ancora sentirvi alitare intorno, come
carezza leggera di un'invisibile silfide, lo spirito sempre vivente
della dolce regina delle acque e dei boschi. E una serenit infinita
vi entra nell'anima.


25. Rhys e Llywelyn.
(Cornovaglia).

Una sera i due servi Rhys e Llywelyn facevano ritorno dalle montagne,
dove avevano raccolto la torba, verso casa. Stavano attraversando il
bosco, quando all'improvviso Rhys disse: "Aspetta: senti anche tu
questa musica stupenda? E una melodia che ho gi ballato mille volte e
non posso resistere, devo raggiungere i musicanti e danzare con loro.
Se non vuoi aspettarmi va' pure a casa; io ti raggiunger tra poco".
"Musica e danza?" ripet Llywelyn. "Io non sento alcuna musica! Come
farai poi tu a sentirla? Su vieni, tutto frutto della tua
immaginazione. Torna con me a casa." Ma poteva risparmiarsi il fiato
per soffiarlo sulla zuppa di avena che lo attendeva a Llwyn y Ffynon,
perch Rhys era gi sparito tra gli alberi.
Llywelyn prosegu da solo verso casa. Lungo il tragitto gli venne in
mente che tutta quella storia della musica poteva essere stata solo
una scusa per svignarsela alla birreria, che si trovava a cinque
miglia di distanza. Il servo consum perci il suo pasto e lasci i
suoi avanzi nella stalla, in modo che anche il compagno, al suo
rientro, trovasse qualcosa da mangiare.
Durante la notte si svegli e si accorse che Rhys non era ancora
tornato, ma non se ne preoccup pi di tanto; pens che la birra gli
avesse fatto venir voglia di cercar moglie. In questo caso non sarebbe
tornato prima dell'alba, come era gi accaduto altre volte. Il mattino
seguente per non c'era ancora traccia di Rhys e quando il padrone gli
chiese notizie del compagno, non pot che raccontargli il modo in cui
si erano separati.
Poich quel giorno c'era molto da fare, venne mandato un messaggero in
birreria a cercare Rhys. Questi torn senza aver concluso nulla; aveva
per saputo che Rhys la sera precedente non era stato in quel luogo.
Col passare del tempo la faccenda divenne per tutti piuttosto
inquietante. Il padrone interrog Llywelyn in modo pi preciso, e
questi ripet nuovamente che, passando per il bosco, Rhys aveva udito
improvvisamente una musica e lo aveva lasciato dicendogli che sarebbe
andato a ballare.
Lo cercarono dappertutto, senza nessun risultato. In tutto il
circondario non c'era stato alcun ballo quella sera.
A poco a poco si fece strada il sospetto che i due servi avessero
litigato per qualche motivo durante il tragitto e che Llywelyn avesse
ucciso il compagno. Llywelyn venne quindi rinchiuso in prigione, e
poich continuava a dichiararsi innocente e a confermare la stessa
versione dei fatti, non gli si diede pi alcun credito. Dopo quasi un
anno da quella misteriosa sparizione giunse in quella regione uno
straniero che aveva una certa esperienza di Fate. Costui sugger di
recarsi nottetempo, a distanza di un anno esatto, con Llywelyn nel
punto preciso del bosco dove era scomparso Rhys.
Cos fecero e si imbatterono in un gruppo di Fate.
"Questo era il punto" disse Llywelyn. "Ma che strano: ora odo anch'io
la musica. Sono senza dubbio arpe."
Tutti tesero le orecchie, ma non sentivano nulla e lo fecero presente
a Llywelyn.
"Metti il tuo piede sul mio, David" disse allora Llywelyn, che si
trovava al margine del gruppo di Fate. David fece come gli veniva
detto, e all'improvviso anche lui ud la musica, e vide molti piccoli
esseri che danzavano in cerchio. Tra loro c'era anche Rhys, che si
dava un gran da fare nella danza.
Quando egli pass davanti a loro, Llywelyn lo afferr per la camicia e
lo tir fuori dal cerchio.
"Fammi per lo meno finire questo ballo" disse Rhys "che non mi sono
mai divertito tanto. E poi sono passati appena cinque minuti!"
"Cinque minuti!" esclam adirato Llywelyn. "Sei rimasto qui il tempo
sufficiente per mandarmi alla forca. Mi si accusa di averti ucciso e
io devo smentire questo sospetto: vieni a mostrarti agli altri e
spiega loro cosa successo."
Nel preciso istante in cui Rhys usc dal cerchio, l'incantesimo delle
Fate si spezz. Rhys continuava a sostenere di aver ballato solo
cinque minuti; delle persone con cui aveva danzato non sapeva dire
niente se non che erano dei ballerini provetti, ma non conosceva
nessuno di loro. Disse di non aver mangiato n bevuto nulla e
indossava ancora gli stessi vestiti di quando, un anno prima, era
scomparso.
All'improvviso Rhys cadde in uno stato di profonda malinconia e non
volle pi parlare con nessuno. Gli altri uomini lo portarono a
dormire, pensando che avesse bisogno di riposo, ma non appena si fu
disteso, misteriosamente mor.


26. Il monaco e l'uccellino.
(Germania).

Il primo abate di Siegburg si chiamava Erpho, era un italiano che
Anno, l'arcivescovo di Colonia, aveva portato con s dall'Italia e
aveva ordinato abate nel 1066. Era un uomo severo e pio, nemico di
ogni mondanit e la sua massima aspirazione era la pi rigida
meditazione. Ogni giorno sceglieva un passo diverso delle Sacre
Scritture e vi si dedicava con tutto lo spirito e il cuore. Accadde
ora che nel giorno dell'Ascensione al cielo di Cristo dell'anno 1066
Erpho meditasse sull'ottantanovesimo salmo e che si soffermasse
particolarmente sul quarto versetto: "Mille anni sono per i tuoi
occhi, o Signore, come un unico giorno". L'abate non pot sottrarsi
dal mettere in dubbio queste parole. Per tutto il mattino medit su
quel passo e anche a tavola non si diede pace. La lettura del testo
sacro non richiam la sua attenzione, era come se non lo udisse
neppure e nulla avrebbe potuto distoglierlo dai suoi pensieri. Per
poter continuare indisturbato la sua profonda meditazione, dopo il
pasto serale si rec nel giardino del convento e, immerso nei suoi
pensieri, giunse, senza nemmeno accorgersene, nel bosco che si
estendeva sotto Wolsdorf. Qui d'un tratto vide davanti a lui uno
stupendo uccello di bosco volare di ramo in ramo e lo segu. Erpho non
aveva mai visto un simile uccello: era grande come una colomba e sulle
sue penne sembravano riflettersi tutti i colori dell'arcobaleno, lo
splendore dei fiori e dei metalli preziosi.
Quando il meraviglioso uccello cominci a cantare, ogni altro animale
tacque improvvisamente, gli alberi smisero di stormire, le stesse
lucertole, i grilli e i coleotteri si fermarono ad ascoltare quel
suono melodioso. L'orecchio del vecchio abate assaporava quel canto,
come se provenisse dalla bocca della verit; gli sembrava di essere
gi in paradiso.
Ben presto l'uccello tacque, e quando Erpho guard su si accorse che
era volato via. D'un tratto si rese conto che, per seguire il
volatile, si era addentrato nel profondo del bosco, e bench fosse
trascorso solo un momento, si rimprover di averlo passato ritemprando
il suo animo invece che dedicandosi alla meditazione. Velocemente
rivolse i suoi passi in direzione del monastero, i cui alti pinnacoli
erano avvolti dalla luce dorata del tramonto. Ud anche la campana che
annunciava il vespro, ma quale fu la sua sorpresa quando fu abbastanza
vicino alla citt e al monastero! Tutto gli sembrava molto pi grande
e bello di un'ora prima; gli sembrava che l'intera zona fosse abitata
da stranieri, cos diversi erano i vestiti della gente, cos diversa
la lingua di coloro che lo salutavano. Quando entr nel monastero, che
gli appariva molto pi sontuoso di prima, le campane suonavano e un
prelato a lui sconosciuto guidava una festosa processione a cui
partecipava tutta la comunit. Erpho non riusciva assolutamente a
trovare una spiegazione e pens che si trattasse di un sogno.
And dal padre portinaio per chiedere a lui la causa di quella
misteriosa trasformazione. Spieg di essere l'abate del convento, di
essersi allontanato una mezz'ora prima, e di non capire come era
possibile che nel frattempo fosse sorto un nuovo convento. Perplesso,
il padre portinaio scosse il suo capo canuto; egli aveva ottant'anni e
non aveva conosciuto altro monastero che quello. Condusse quindi Erpho
dal nuovo abate del convento perch gli raccontasse la sua strana
avventura. Sia l'abate sia gli altri monaci si stupirono molto a udire
la storia ma nessuno dubit della sua veridicit perch Erpho aveva il
viso raggiante e una strana luce coronava il suo capo argentato, come
un'aureola.
Alla fine un monaco gi molto vecchio ricord di aver udito da alcuni
fratelli, morti da tempo, come trecento anni addietro Erpho, il primo
abate del convento, fosse sparito il 3 giugno 1066, poco prima del
vespro, senza lasciare alcuna traccia. Consultando i registri si
scopr che questo Erpho, appena giunto al convento, era la stessa
persona sparita trecento anni prima, mantenuta inspiegabilmente in
vita da Dio.
Quando per Erpho raccont l'intera vicenda, del suo dubbio nella
lettura del salmo e del canto del meraviglioso uccello, tutti resero
gloria a Dio, e capirono che con quel miracolo aveva voluto affermare
la verit della Sacra Scrittura. Erpho and in chiesa, si comunic e
con le mani sollevate al cielo spir.














Capitolo secondo.
I NUMI DEL BOSCO.

La regina delle Fate o "fata del bosco" della tradizione celtica, la
"baba-jaga" di una delle pi belle fiabe russe raccolte da Afanasjev
("Vassilissa la Bella"), "madre" iniziatrice dell'eroina di turno, il
"Contarape", classica divinit tutelare e il crudele ma non
invincibile folletto "Purzinigele", sono tutti esseri soprannaturali
caratteristici, classificabili come "numi del bosco". Contrariamente
agli dei montani che appartengono alla sfera dell'aldil, queste
divinit sono legate alla vita e al mondo vegetale (da non confondersi
con quello della fertilit, legato alla terra coltivata e alla
dimensione numinosa superiore, che include lo spazio ignoto). I numi
del bosco, pur essendo potenti e talvolta pericolosi, sono
"avvicinabili" e spesso si mostrano benevoli nei confronti dell'uomo.
La loro connotazione rimane comunque ambigua: possono offrire
consigli, ricchezze e benessere (si veda "Libussa") che corrispondono
all'immagine della natura in fiore, oppure possono chiedere in cambio
un dono sacrificale anche tremendo, come per esempio la rinuncia a un
figlio (nelle "Leggende di Contarape"), o alla propria moglie (in
"Purzinigele", racconto molto simile al "Rumpelstilzchen"
(Strepitolino o Tremolino) dei fratelli Grimm). Un po' con
l'intelligenza, un po' con l'astuzia e magari con un pizzico
d'imbroglio, il protagonista pu cavarsela e restare in possesso dei
suoi beni.
Il nume del bosco quindi non incute il "sacro terrore" delle divinit
superiori, ma appare piuttosto come un potente signore dal quale
bisogna guardarsi, ma con il quale occorre anche saper trattare, in
modo da riuscire a ottenere, all'occorrenza, un compromesso
favorevole. Questa figura agisce come tutelare di una regione ben
precisa: al di fuori del suo "regno" assolutamente impotente; come
ultima possibilit, quindi, l'uomo pu sempre cavarsela con la fuga.


1. Thomas il poeta ("The Rhymer", letteralmente, "il rimatore") e la
regina delle Fate.
(Scozia).

Ercildourne un paese che giace all'ombra della montagna di Eildon.
Nei tempi antichi viveva in questo luogo un uomo di nome Thomas
Learmont, che si distingueva dai suoi vicini per il fatto di suonare
il liuto, come fanno gli artisti ambulanti.
In un giorno estivo Thomas usc dalla sua capanna con il liuto sotto
il braccio per recarsi da un piccolo contadino, che viveva sul pendio
della montagna. Il luogo non era molto lontano ed egli cominci a
camminare con passo spedito attraversando la landa. Il cielo era senza
una nuvola, di un bel blu terso, quando raggiunse la localit di
Huntlie Bank, ai piedi della montagna. Stanco e spossato per il caldo
decise di riposarsi un po' all'ombra di un grosso albero. Davanti a
lui si estendeva un piccolo bosco dal quale si snodavano verdi
sentieri; Thomas guard gli alberi del bosco e suon un paio di
accordi nel suo liuto. Ud allora in lontananza un rumore, come il
gorgoglio di un ruscello, e all'improvviso vide avvicinarsi a cavallo
la pi bella donna del mondo, vestita di seta verde, con un mantello
di velluto del colore dell'erba e i biondi capelli sciolti sulle
spalle. Il suo cavallo, bianco come il latte, si muoveva leggiadro tra
gli alberi e Thomas vide che a ogni pelo della criniera era legata una
campanellina d'argento.
Il giovane si levo il cappello e cadde in ginocchio davanti alla bella
cavallerizza, che ferm la sua cavalla e gli ordin di rialzarsi.
"Sono la regina del regno delle Fate e vengo a trovarti, Thomas di
Ercildourne" disse sorridendo e gli porse la mano, affinch lui
l'aiutasse a smontare da cavallo. Costui lasci cadere le briglie in
un cespuglio e la condusse, incantato dalla sua bellezza eterea, sotto
l'ombra di un grosso albero.
"Suona il tuo liuto Thomas" disse la regina "bella musica e verde
ombra sono due cose che si accompagnano bene."
Thomas suon e gli parve di non aver mai prodotto con il suo liuto
melodie cos dolci. Quando smise la regina delle Fate gli disse che la
musica le era piaciuta molto.
"Voglio darti una ricompensa Thomas" disse "esaudir qualsiasi tuo
desiderio."
Thomas allora le prese la candida mano e preg: "Lascia che io baci le
tue labbra, bella regina". La regina, invece di ritirare la mano, gli
disse sorridendo: "Se baci le mie labbra? cadrai in mio potere e mi
dovrai servire per sette anni, che ti piaccia o no".
"Che cosa sono sette anni?" rispose Thomas. "E' una pena che mi assumo
volentieri." E cos dicendo appoggi le sue labbra su quelle della
regina delle Fate. Poi la fata si alz e Thomas seppe che doveva
seguirla.
L'incantesimo dell'amore si era impossessato di lui ed egli non si
pent affatto della sua scelta, pur sapendo che sarebbe durato solo
sette anni della sua vita.
Salirono insieme sul cavallo bianco e al suono dei campanellini
cavalcarono attraverso valli e pendii coperti d'erica, pi veloci dei
quattro venti del cielo, finch giunsero in una strana regione, dove
riposarono un momento.
Thomas si guard attorno curioso, perch sapeva di non trovarsi gi
pi nel paese dei mortali. Alle spalle avevano una zona selvaggia,
senza strade, aperta come il mare, mentre davanti a loro, nella
spoglia contrada si aprivano tre strade. La prima strada era stretta e
ripida, fiancheggiata da cespugli spinosi e ginestroni, e sembrava
condurre verso un grosso buco nero. La seconda era larga, illuminata
dai raggi del sole, e conduceva a un prato morbido come velluto,
ricoperto di fiori dai colori brillanti. La terza strada invece si
snodava tra felci e muschio, e passava sotto grossi alberi, le cui
fronde procuravano una fresca ombra.
"La via ripida e stretta quella della rettitudine" disse la regina;
"solo pochi viaggiatori sono sufficientemente audaci da imboccarla. La
strada larga chiamata "sentiero della depravazione", nonostante il
suo aspetto bello e luminoso. La terza strada invece, che si snoda tra
felci e muschio, la strada che conduce al regno delle Fate, dove
giungeremo insieme questa sera stessa."
Imboccarono quindi il sentiero pieno di felci, ma prima di proseguire
la regina disse a Thomas: "Se mi ubbidirai e non proferirai parola per
tutto il tempo che starai nel regno delle Fate, nonostante le cose
meravigliose che vedrai e sentirai, allo scadere del settimo anno ti
permetter di tornare nel regno degli uomini. Ma se ti scappa anche
una sola parola, sarai perduto e dovrai vagare per sempre in quel
territorio selvaggio che si estende tra il regno degli uomini e quello
delle Fate".
Cavalcarono attraversando valli e colline, paludi e pianure. A volte
il cielo si oscurava come a mezzanotte, a volte invece il sole
disegnava sulle nubi un riflesso dorato. Attraversarono fiumi
impetuosi in cui gorgogliava rosso sangue, che spruzzava i fianchi
della cavalla e costringeva la regina a sollevare il suo mantello
Tutto il sangue che veniva versato sulla terra fluiva dalle sorgenti
di questa strana regione. Alla fine per raggiunsero le porte del
regno delle Fate, dove un migliaio di trombe annunciarono il loro
arrivo, e galopparono nella luce chiara del paesaggio che si apriva
davanti a loro. Nel frattempo, lontano da l, la gente di Ercildourne
sussurrava inquietanti storie sul giovane Thomas Learmont che, in un
giorno estivo, era improvvisamente scomparso.

Per tutto il tempo che trascorse nel regno delle Fate, Thomas non
profer parola, per quanto vedesse e udisse cose meravigliose. Dopo
aver servito per sette anni la regina, un giorno costei lo condusse in
un giardino illuminato dal sole alle porte del suo regno dove
crescevano gigli e altri fiori meravigliosi, gli alberi rilucevano di
un verde pi intenso e sotto ai loro rami pascolavano docili unicorni.
La regina colse una mela da un albero e la porse a Thomas. "Ora puoi
rompere il tuo silenzio" gli disse. "Prendi questa mela in cambio dei
servigi che mi hai reso per sette anni. E' un frutto incantato e chi
lo mangia non dir mai pi una bugia." Thomas era un ragazzo
intelligente e gli sembrava che essere costretto per tutto il resto
della vita a dire la verit nel mondo in cui ora doveva tornare non
fosse esattamente un vantaggio. Cerc infatti di spiegarlo alla
regina.
"Nel regno degli uomini devi sapere che spesso importante esagerare
un poco, se si vuole concludere con i vicini un buon affare, oppure se
si vuol conquistare il favore di una donna con l'eloquenza."
La regina sorrise e disse: "Stai tranquillo, Thomas, un regalo come
questo che ti faccio, tocca raramente agli uomini. Ti dar pi gloria
di quanto tu possa immaginare, e far in modo che il tuo nome venga
ricordato, finch la Scozia esister. Ora per devi andartene Thomas,
ma ascolta ancora queste parole. Verr un giorno in cui io ti chieder
di tornare, e tu devi promettere che allora ubbidirai ai miei ordini,
ovunque sarai. Ti mander due ambasciatori, e tu subito li
riconoscerai".
Thomas fiss gli occhi scuri della regina e sent che l'incantesimo
d'amore, durato per sette anni, non avrebbe mai completamente perso la
sua forza. Felice, promise di ubbidire ai suoi ordini; poi fu
improvvisamente colto da una grande stanchezza. Il verde giardino con
gli unicorni impallid e una bianca nebbia scese dal cielo come una
pioggia di fiori di melo.

Quando Thomas si risvegli si trov all'ombra del grosso albero, nei
pressi di Huntlie Bank. Si alz, guard i sentieri de! bosco deserti e
rimase qualche istante in ascolto, ma non si udiva pi alcun suono di
campanellini d'argento. La sua visita nel regno delle Fate, durata
sette anni, gli sembrava adesso il bel sogno di un pomeriggio
d'estate. Poi pens: "Un giorno vi far ritorno", prese il suo liuto e
s'incammin verso Ercildourne, curioso di sapere che cosa fosse
successo nei sette anni della sua assenza, e di scoprire quale effetto
avrebbe avuto sugli uomini lo strano dono della regina.
"Temo che offender molti dei miei vicini" penso, e gli venne da
ridere "perch sicuramente succeder cos, se dovr sempre dire la
verit e null'altro che la verit. Dovranno ascoltare risposte e
pareri molto pi aperti di quello che possa far loro piacere, quando
mi chiederanno un consiglio!"
Quando entr in paese una vecchia signora, vedendolo, lanci un urlo
terrificante convinta che stesse tornando dal regno dei morti. Thomas
le spieg che era vivo, che stava benissimo e che decisamente non era
un fantasma. Col passare del tempo la buona gente di Ercildourne si
abitu all'idea che, dopo sette anni di assenza, Thomas avesse potuto
far ritorno. Ma si meravigliavano comunque sempre quando egli
raccontava del suo soggiorno nel regno delle Fate. I bambini si
arrampicavano sulle sue ginocchia e si stringevano ai suoi piedi
ascoltandolo avidamente, quando narrava delle meraviglie che aveva
veduto, mentre i vecchi scuotevano la testa, sussurrando fra loro.
Thomas non disse per mai nulla della sua promessa di far ritorno in
quel luogo, non appena i due ambasciatori delle Fate fossero giunti a
chiamarlo.
Fu molto sorpreso di scoprire che, sette anni dopo, nel suo paese le
cose non erano cambiate poi molto, quasi fossero passati solo sette
giorni. S, la sua capanna aveva bisogno di qualche riparazione, il
vento aveva spostato un paio di sassi dalla parete e la pioggia aveva
procurato un paio di buchi nel tetto di paglia, i vicini avevano un
paio di rughe e di capelli bianchi in pi, ma nel complesso, dopo
sette anni di tempeste primaverili, estive, autunnali e invernali, non
c'erano stati molti cambiamenti.
Ogni giorno egli sperava di scoprire quale effetto avesse il regalo
della fata. Per sua grande consolazione scopr di essere ancora in
grado di dire alla figlia del contadino parole di adulazione e di
convincere qualche vicino dubbioso a comprargli una mucca o una
pecora.
Ma un giorno, mentre gli abitanti del paese stavano discutendo a
proposito di un'epidemia di bestiame che aveva colpito la regione,
Thomas si sent spinto da una forza misteriosa a parlare. Le parole
uscivano da sole dalla sua bocca e, meravigliato egli stesso, predisse
ai suoi compaesani di Ercildourne che non avrebbero perso nemmeno un
capo di bestiame. La gente del paese, colta da una segreta
suggestione, credette alla profezia, che puntualmente si avver.
In seguito Thomas fece molte altre predizioni, la maggior parte delle
quali in rima, cos che si ricordavano facilmente. E poich
corrispondevano sempre a verit, la sua fama si diffuse in tutta la
Scozia. Molti "lords" e conti lo ricompensarono per le sue
rivelazioni, ammirati per la sua particolare capacit.
Nonostante i viaggi e le conoscenze altolocate, Thomas rimase sempre
fedele al suo paese. Con i soldi guadagnati si costru una bella
torre, nella quale visse per molti anni, ma nonostante la gloria e la
ricchezza la gente capiva che Thomas non era un uomo felice. Nei suoi
occhi continuava a brillare la malinconica luce del desiderio, come se
non riuscisse a dimenticare gli anni trascorsi nel regno delle Fate.
Ogni anno Thomas organizzava un grande pranzo nella sua torre di
Ercildourne, al quale partecipavano tutti gli abitanti del
circondario. In queste notti di festeggiamenti, i pifferai invitavano
a danzare e toccavano i cuori con la loro musica, la sala risuonava di
risa e grida di gioia; birra ce n'era in abbondanza, appena i
ballerini si fermavano i loro bicchieri venivano riempiti e Thomas
cominciava a suonare il suo liuto.

Fu in una di queste notti che un servitore giunse correndo nella sala
illuminata, recando uno strano messaggio. Thomas ordin di fare
silenzio per udire che cosa costui aveva da dire. Le risa e i discorsi
si interruppero e nel silenzio l'uomo disse: "Signore, ho visto
qualcosa di molto strano. Dalla strada che scende dalle montagne si
sta avvicinando una cerva bianca come il latte e un candido
caprioletto". La cosa era davvero singolare perch nessun animale
selvatico osava mai uscire dal bosco e spingersi fino al villaggio. E
poi, chi aveva mai visto una cerva e un caprioletto bianchi come il
latte?
Gli ospiti, con Thomas in testa, corsero sulla strada. La loro
meraviglia aument ulteriormente quando si accorsero che gli animali
non si preoccupavano affatto di tutti quegli uomini, ma continuavano
ad avvicinarsi sotto la luce lunare. Thomas riconobbe immediatamente i
due ambasciatori della regina delle Fate, e pieno di gioia cominci a
corrergli incontro. I due animali lo accolsero in mezzo a loro e
insieme, lentamente, scomparvero nel bosco oscuro.
Come la regina delle Fate gli aveva promesso, il dono della
preveggenza procur a Thomas una grande fama, e ancora oggi si
ricordano le sue parole e le sue rime.
2. Tam Lin.
(Scozia).

La bella Janet era la figlia di un conte delle Terre Basse che viveva
in un grigio castello circondato da campi verdi. Un giorno, stanca di
ricamare e di giocare a scacchi con le altre dame del castello, decise
di andare a esplorare i boschi di Carterhaugh: indoss un mantello
verde, raccolse i capelli biondi e part.
Vag attraverso quiete radure erbose piene di ombre, dove le rose
selvagge crescevano rigogliose e le campanule dai verdi stami
formavano un soffice tappeto. A un certo punto Janet allung una mano
per cogliere una rosa bianca da appuntare alla vita, ma appena stacc
il fiore un giovane uomo le comparve davanti sul sentiero.
"Come osi tu cogliere le rose di Carterhaugh e vagare per questa
foresta senza il mio consenso?" chiese a Janet.
"Non intendevo fare alcun male" rispose la ragazza.
"Io sono il guardiano di questi boschi e devo fare in modo che nessuno
disturbi la loro quiete" le spieg il giovane. Poi lentamente sorrise,
come se lo facesse dopo molto tempo, e raccolse una rosa rossa che
cresceva vicino alla rosa bianca.
"Eppure ti darei tutte le rose di Carterhaugh tanto sei bella" disse.
Prendendo la rosa Janet gli chiese: "Chi sei tu che parli cos
dolcemente?".
"Il mio nome Tam Lin" replic il giovane.
"Ho sentito parlare di te!" grid atterrita Janet. "Tu sei un
cavaliere degli Elfi!" e spaventata allontan da s la rosa.
"Non devi temere, dolce Janet" disse Tam Lin "perch anche se tutti
pensano che io sia un cavaliere degli Elfi, in realt sono un essere
umano proprio come te." E mentre Janet meravigliata ascoltava, egli
raccont la sua storia.
"I miei genitori morirono quando ero un bambino e mio nonno, il conte
di Roxburg, mi port a vivere con s. Un giorno mentre stavamo
cacciando nel bosco profondo, uno strano vento gelido proveniente dal
nord cominci a soffiare scuotendo ogni foglia. Un profondo torpore mi
avvolse e caddi da cavallo. Quando mi risvegliai mi trovai nel paese
delle Fate; la regina degli Elfi mi aveva rapito mentre dormivo." Poi
tacque per un attimo, ripensando a quella verde terra incantata. "Da
quel giorno sono prigioniero dell'incantesimo della regina degli Elfi.
Durante il giorno sorveglio i boschi di Carterhaugh, e la notte torno
nel bosco fatato. Oh Janet, ho una grande nostalgia della vita
mortale, vorrei con tutto il cuore liberarmi dall'incantesimo che
grava su di me!"
Le sue parole suonavano cos addolorate che Janet disse: "Non c'
alcun modo per liberarti?".
Tam Lin prese la mano di Janet fra le sue e disse: "Stanotte, Janet,
Halloween, e ogni anno, in questa notte, possibile ricondurmi alla
vita mortale. Nella notte di Halloween le creature fatate cavalcano
oltre i confini del loro regno e io vado con loro".
"Dimmi cosa posso fare per aiutarti" disse Janet. "Con la forza del
mio cuore ti ricondurr fra gli uomini."
Tam Lin disse: "A mezzanotte dovrai andare al crocevia e aspettare che
passi la schiera fatata a cavallo. Resta ferma e lascia passare le
prime due compagnie. Io sar con la terza, monter un cavallo bianco e
avr un cerchio d'oro sulla fronte. Appena mi vedi corri da me e
abbracciami forte; qualunque cosa accada tu tienimi stretto e non
lasciarmi, e in questo modo mi permetterai di tornare fra gli uomini".
Poco dopo la mezzanotte, Janet si diresse verso il crocevia e aspett
all'ombra di un cespuglio di biancospino. L'acqua dei fossi rifulgeva
alla luce lunare, i cespugli spinosi proiettavano strane ombre sul
terreno e i rami degli alberi si agitavano in modo inquietante sulla
sua testa. A un tratto avvert in lontananza un debole suono di
campanelli e cap che i cavalli fatati si stavano avvicinando.
Tremando un poco si avvolse nel mantello e, sbirciando lungo la
strada, vide il balenio argentato dei finimenti, poi la candida
criniera del primo cavallo; e in un attimo compar l'intera schiera
fatata: i pallidi volti degli Elfi erano rivolti verso la luna, i loro
strani riccioli erano scomposti dal vento.
Janet rest ferma mentre passava la prima compagnia, con la regina
degli Elfi a cavallo di un nero destriero; n si mosse quando pass la
seconda, ma appena vide il bianco destriero di Tam Lin e il luccichio
del cerchio d'oro sulla sua fronte usc di corsa dai cespugli e
afferrando la briglia lo trascin a terra avvolgendolo nel suo
abbraccio.
Subito si lev un grido: "Tam Lin va via!". Il cavallo della regina si
impenn e torn sui suoi passi; la regina pos i suoi bellissimi occhi
su di loro, e con un sortilegio trasform Tam Lin in una piccola
lucertola che Janet continu a stringere al petto. A quel punto
avvert qualcosa strisciare fra le dite e si accorse che la lucertola
si era trasformata in un gelido, viscido serpente, che ella abbracci
mentre le avvolgeva le spire intorno al collo. Improvvisamente prov
un intenso dolore alle mani: il serpente si era trasformato in una
barra di ferro rovente. Lacrime di dolore scesero lungo le gote di
Janet che tuttavia non abbandon la presa e continu a stringere a s
Tam Lin.
Allora la regina degli Elfi cap di aver perso Tam Lin a causa del
saldo amore di una donna mortale e gli restitu sembianze umane: Janet
si ritrov cos fra le braccia un uomo nudo. Trionfante avvolse Tam
Lin nel suo mantello verde e mentre la compagnia degli Elfi riprendeva
il cammino e una sottile mano verde afferrava le briglie del cavallo
di Tam Lin, si ud la voce della regina levarsi in un lamento amaro:
"Ho perso il pi bel cavaliere della mia compagnia, tornato al mondo
dei mortali. Addio Tam Lin! Se avessi saputo che una donna ti avrebbe
conquistato con la forza del suo amore ti avrei privato del tuo cuore
di carne per sostituirlo con uno di pietra. Se avessi saputo che la
bella Janet sarebbe venuta nel bosco di Carterhaugh, avrei sostituito
i tuoi occhi grigi con degli occhi di legno".
Mentre la regina parlava la notte rischiar e, alla debole luce
dell'aurora, con uno strano grido, i cavalieri fatati rimontarono sui
loro cavalli e scomparvero. Mentre il suono dei campanelli si faceva
sempre pi lontano, Tam Lin prese fra le sue una delle povere mani
piagate di Janet e insieme tornarono al castello, dove viveva il padre
di lei.


3. Lady Isabel e il cavaliere elfo.
(Inghilterra).

La bella Lady Isabel sedeva cucendo nel suo salotto,
le margherite crescevano allegre,
un cavaliere soffi nel suo corno
nella prima mattina di maggio.
"Come vorrei avere quel corno che ho sentito suonare
e quel cavaliere elfo sul mio seno a riposare!"
La damigella aveva appena pronunciato queste parole
che un cavaliere balz dentro la sua finestra dicendo:
"E' veramente una strana faccenda mia damigella:
tu mi hai chiamato e io non posso suonare il mio corno.
Verrai con me nel bosco verde?
Se non lo farai ti costringer".
Balzarono sui cavalli e cavalcarono nel bosco verde.
"Rallenta, rallenta Lady Isabel," disse il cavaliere
"siamo giunti al luogo dove morirai."
"Abbi piet, abbi piet di me gentile signore,
fa' che io veda ancora una volta i miei cari genitori!"
"Sette figlie di re ho ucciso qui e tu sarai l'ottava."
"Oh, siedi per un po', adagia la testa sulle mie ginocchia;
riposiamo un poco prima della mia morte."
Lo accarezz attirandolo a s
e con una mano lo cull fino a farlo addormentare;
poi lo leg stretto con la cintura della spada
e con lo stiletto affilato lo colp.
"Se hai ucciso sette figlie di re
riposa qui, marito a tutte loro."


4. Il ragazzo e le Fate.
(Inghilterra).

Cera una volta un ragazzo che tornando a casa, una sera, si allontan
senza accorgersene dal sentiero perdendosi nella grande foresta.
Quando giunse la notte il ragazzo, stanco del lungo cammino, si stese
sotto un albero e si addorment. Al risveglio, alcune ore pi tardi,
si accorse che un grande orso era disteso accanto a lui con la testa
appoggiata ai suoi vestiti. Il ragazzo in un primo momento si
spavent, ma quando si accorse che l'orso in realt era mite, si
lasci condurre da lui attraverso il bosco finch vide una luce
provenire da una piccola capanna fatta di zolle erbose. Buss alla
porta e una piccola donna gli apr e lo invit gentilmente a entrare.
Nella capanna, seduta accanto al fuoco, c'era un'altra piccola donna.
Dopo avergli offerto una buona cena gli dissero che avrebbe dovuto
dividere con loro l'unico letto della capanna.
Appena coricato il ragazzo sprofond in un sonno pesante ma si
risvegli bruscamente al suono del pendolo che batteva la mezzanotte.
Vide le due piccole donne alzarsi e infilarsi dei cappelli bianchi
appesi alla spalliera del letto. La prima disse: "Io vado" e l'altra
aggiunse: "Io ti seguo" e improvvisamente scomparvero. Spaventato
all'idea di restare solo nella capanna, e vedendo un altro cappello
bianco appeso alla spalliera, lo indoss dicendo: "Io ti seguo". Ed
ecco che immediatamente una forza misteriosa lo port al cerchio delle
Fate dove tante piccole donne danzavano allegramente. A un certo punto
una di loro disse: "Io vado alla casa di un gentiluomo" e tutte le
altre: "Io ti seguo". Il ragazzo fece altrettanto e si ritrov su un
tetto, vicino a un alto camino.
La prima fata, poich proprio di Fate si trattava, disse: "Gi dal
camino!" e le altre, ripetendo la solita formula, la seguirono prima
attraverso la cucina e poi gi fino alla cantina. Qui cominciarono a
prendere delle bottiglie di vino da portare via, poi ne aprirono una e
la porsero al ragazzo il quale bevve cos avidamente che cadde in un
sonno profondo. Al risveglio si trov solo, e tutto tremante ritorn
nella cucina dove incontr dei servi che lo condussero dinanzi al
padrone di casa; dato che non sapeva dare una valida spiegazione circa
la sua presenza l fu condannato all'impiccagione
Quando gi si trovava sul patibolo vide una delle piccole donne farsi
largo tra la folla, in mano teneva un cappello bianco simile a quello
che lei aveva in capo. La fata chiese al giudice di lasciare indossare
il cappello al ragazzo prima di impiccarlo e il giudice, non vedendo
cosa ci potesse essere di male, acconsent. La fata si arrampic
allora sul patibolo e mise il cappello sul capo del ragazzo dicendo:
"Io vado!" e il ragazzo, rapidamente, rispose: "Io ti seguo!". Veloci
come fulmini volarono fino alla piccola capanna nel bosco. La fata gli
spieg allora quanto si fosse offesa nello scoprire che si era
appropriato del cappello bianco e aggiunse che, se voleva essere amico
delle creature fatate del bosco, non avrebbe mai pi dovuto prendere
le cose di loro propriet.
Il ragazzo promise e, dopo una buona cena, gli fu concesso di tornare
alla sua casa.


5. La fata dell'anello.
(Inghilterra).

C'era una volta un re molto malvagio che viveva con suo figlio in un
grande castello su una collina in mezzo al bosco. Il castello si
trovava in una zona molto isolata e nessuno si inoltrava mai nel bosco
per timore di venir catturato dal re e da suo figlio ed essere tenuto
prigioniero nel loro castello.
Un giorno una graziosa fanciulla si perse nella foresta e dopo molto
girovagare giunse nelle vicinanze del castello. L'oscurit era fitta e
la fanciulla impaurita, non sapendo che fare, corse al castello
sperando di trovare qualcuno che le indicasse la strada di casa. Buss
e le apr un servitore dall'aria rude.
"Mi pu indicare la via per tornare a casa?" chiese la fanciulla. "No,
non posso, ma chiamer il mio padrone" rispose il servo, e cos
dicendo usc dalla stanza sbattendo la porta. Poco dopo entr un uomo
dall'aspetto forte e malvagio che le disse: "Sei molto lontana da casa
ed buio; seguimi e ti allogger per la notte". La fanciulla lo segu
attraverso un lungo corridoio buio fino a una stanza fiocamente
illuminata e arredata con mobili antichi e preziosi. C'erano due
servitori nella stanza e l'uomo dall'aspetto malvagio, che era il re,
ordin loro di portare la cena alla fanciulla e di mostrarle poi la
camera da letto. Quando ebbe cenato fu condotta in camera e lasciata
sola. La camera era molto confortevole ma la fanciulla cominci a
pensare a casa e a come dovevano essere preoccupati i suoi genitori.
"Mi chiedo cosa sar di me" disse fra s e s. "Non mi piace quel
grande uomo rude, e poi cos solitario qui!" Le lacrime cominciarono
a sgorgare dai suoi occhi e non pot dormire per tutta la notte.
Il mattino successivo il re e il principe chiesero alla fanciulla di
fare colazione in loro compagnia, ma lei declin l'invito dicendo:
"Voglio tornare a casa dai miei genitori: saranno certo molto
preoccupati per la mia assenza". A questo rifiuto il re si arrabbi
molto e ordin ai servitori di rinchiuderla in una stanza. In realt
il re desiderava farle sposare suo figlio e infatti, dopo la
colazione, si recarono entrambi nella stanza dove era rinchiusa la
fanciulla, che implor: "Vi prego di lasciarmi tornare a casa". Ma il
re ancora una volta rifiut e disse: "Desidero che tu resti qui e
sposi mio figlio". Nonostante le insistenze del re che le offr ogni
sorta di regali e ricchezze per convincerla, la ragazza non ne volle
sapere. Fu allora rinchiusa nella stanza, le furono dati acqua e pane
e il re prima di congedarsi le disse: "Se non acconsentirai alla mia
proposta morirai". La fanciulla cominci a piangere amaramente e a
invocare aiuto. Mentre piangeva ud un leggero picchiettio alla
finestra, guard fuori e vide una donna bellissima su un sasso che
sporgeva dalle mura del castello. La donna le chiese il motivo delle
sue lacrime e la giovane spieg: "Sono prigioniera in questo castello
e domani morir perch non voglio sposare il figlio del re". La donna
le disse di non piangere pi e di seguirla, e cos dicendo entr dalla
finestra, apr la porta e la condusse attraverso un passaggio oscuro
fino ai cancelli del castello, che trovarono aperti Nessuno le aveva
viste e in un attimo si ritrovarono libere nello stesso bosco in cui
la fanciulla si era smarrita il giorno prima. Quando il re si accorse
della sua scomparsa and a cercarla con i suoi cani feroci.
La fanciulla ringrazi la bella donna per la sua gentilezza e le
chiese quale fosse il suo nome. La dama disse: "Io sono una fata del
bosco, ho sentito la tua richiesta d'aiuto e sono venuta, ma ora ti
devo lasciare". La fanciulla fu turbata da queste ultime parole e
disperata disse: "Non so da che parte andare, come far se non mi
mostrerai la strada di casa?". La fata allora le diede un anello e
disse: "Prendi questo anello e legalo con un nastro. Tienilo davanti a
te ed esso ti condurr a casa. Ma stai attenta a non perderlo
altrimenti smarrirai la strada e il re ti catturer". Dette queste
parole la fata scomparve.
La fanciulla era molto triste e sconsolata ma fece come le era stato
detto e segu l'anello che fluttuava davanti a lei. Dopo qualche
tempo, rinfrancata, si ferm per cogliere alcuni fiori che crescevano
nel bosco ma cos facendo perse l'anello. Continu allora a vagare tra
gli alberi finch giunse sulla riva di un fiume e mentre pensava a
come attraversarlo ud un cane abbaiare e riconobbe la voce del re che
lo richiamava. La fanciulla era terrorizzata e pens: "La fata mi
aveva detto di aver cura dell'anello e io l'ho perso e ho smarrito la
strada: ora il re mi catturer e mi riporter al castello!". Pianse e
pens che il cuore le si sarebbe spezzato. Mentre piangeva ud una
voce che cantava dolcemente; guardandosi intorno vide la fata che
l'aveva liberata al castello.
"Hai perso l'anello che ti ho dato?" le chiese, e la fanciulla annu.
"Mi sono fermata per cogliere dei fiori e l'ho perduto. Ora non so
dove andare n come attraversare questo fiume e il re mi sta cercando
con il suo cane." A quelle parole la fata si arrabbi: "Sei stata
distratta e negligente, ma avr lo stesso piet di te e ti dar un
altro anello: seguilo e ti condurr a casa". Detto ci scomparve. Il
re e il cane l'avevano quasi raggiunta ma la fanciulla segu l'anello,
trov un ponte sul fiume, lo attravers e si ritrov finalmente a
casa. I suoi genitori erano molto preoccupati e vollero sapere che
cosa le era accaduto; allora la fanciulla raccont della sua terribile
avventura, dell'incredibile incontro con la bellissima fata e del suo
anello incantato.


6. L'affascinante donna del bosco.
(Scandinavia).

C'era una volta un giovane taglialegna che abitava nel bosco, in una
piccola capanna isolata, con il pavimento di terra e il tetto di
fango, cos bassa che, all'interno, vi si poteva a malapena stare in
piedi. Egli vi si trovava bene, perch amava starsene seduto ad
ascoltare il canto degli uccelli e tutti gli altri suoni del bosco.
Potevano passare delle intere settimane prima che scendesse al
villaggio, e non riceveva mai alcuna visita: era perfettamente
abituato a stare da solo, e sopportava bene l'isolamento.
Una sera, al suo ritorno, rimase completamente esterrefatto
nell'accorgersi che la porticina della capanna era socchiusa, sebbene
egli fosse certo di averla sprangata al mattino, prima di allontanarsi
nel bosco in cerca di legna. Cosa era successo? Chi c'era l dentro?
In un primo momento pens di aver ricevuto la visita di qualche altro
boscaiolo solitario, e allora sbirci attraverso la fessura della
porta cercando di non fare rumore. Dapprima non vide quasi nulla,
poich ormai si era fatto abbastanza buio, ma poi un raggio di luna
illumin la sagoma di una persona seduta sulla panca di legno. Era
sicuramente una fanciulla, dato che i capelli le ricadevano sulle
spalle. Il giovane entr, con una certa titubanza, e disse:
"Buonasera!" ma non ottenne alcuna risposta. La donna continu a
sedere immobile, in assoluto silenzio. I suoi occhi risplendevano al
chiaro di luna, e il suo sguardo era l'unica cosa viva e reale.
Il giovane, per quanto la situazione gli sembrasse un po' sinistra, fu
comunque molto contento di aver ricevuto una visita talmente
inaspettata.
"Bene, ora preparo il caff" pens, e accese il fuoco. Quando le
fiamme furono abbastanza alte, si accorse che la fanciulla era
insolitamente bella ma vestita in modo strano: indossava una gonna
biancastra a macchie grigie e nere, simile al tronco di una betulla;
la camicetta era dello stesso colore dei pini e degli abeti del bosco.
Ai piedi aveva delle scarpe nere e appuntite, portava degli orecchini
gialli come la resina disseccata e intorno al collo aveva una sciarpa
rossa di seta di fattura piuttosto antiquata.
Per tutto il tempo che il giovane impieg per preparare il caff la
donna continu a osservarlo, rimanendo immobile, e quando lui gliene
offr una tazza, ella si limit a rifiutarla con un piccolo cenno
della testa. No, il caff non era proprio per lei.
Si pieg, per, lentamente all'indietro e appoggi una gamba sulla
panca, pur continuando a fissarlo con i suoi occhi ardenti.
Il suo sguardo aveva una forza seducente e ammaliatrice, e il giovane
fece involontariamente un passo verso di lei.
Lo sguardo del boscaiolo si pos sul pavimento e vide che dall'orlo
della gonna spuntava l'estremit di una coda pelosa! Ebbe un sussulto
e fu sul punto di chiedere che cosa fosse quell'orribile cosa ma, per
sua fortuna, ci pens due volte e disse, il pi gentilmente possibile:
"Signorina, attenta alla sottana!".
La strana creatura avvamp allora di vergogna, si alz di scatto e,
veloce come un lampo, fugg via.
Il giovane comprese che si trattava di una fata del bosco. Cap anche
che il fatto di averla smascherata l'aveva messa in imbarazzo.
Fortunatamente, per, non l'aveva offesa, ma le si era rivolto in modo
molto cortese. In caso contrario, infatti, la fata si sarebbe
sicuramente vendicata, prima o poi!
Qualche tempo pi tardi, accadde qualcosa che lo convinse che la fata
nutriva sentimenti benevoli nei suoi riguardi, anche se non era pi
tornata a trovarlo. Una notte infatti, mentre dormiva, come
d'abitudine, sul giaciglio di rami d'abete che aveva disposto sulla
panca, fu improvvisamente svegliato da uno strano rumore. Non sembrava
un colpo? S, ora lo udiva di nuovo: era un chiaro colpo sulla piccola
finestra di vetro. Ancora un colpo... cosa significava? Poich dormiva
sempre completamente vestito, pot uscire velocemente e scoprire il
significato di quei colpi: la capanna aveva iniziato a bruciare e, se
non fosse stato avvertito, in pochi minuti per lui sarebbe stata la
fine. Cos invece egli ebbe il tempo di evitare la sciagura: riusc
rapidamente a sedare l'incendio e pot, quindi, tornarsene a letto.
Ma quella notte il giovane taglialegna non riusc a prendere sonno:
continuava a pensare al pericolo che lo aveva sfiorato e
all'affascinante fata del bosco che gli aveva salvato la vita.




7. Gli alberi che cantano.
(Dolomiti).

Tanto tempo fa, nel folto di un bosco, si trovava un gruppo di alberi
alti e possenti, costituito da sette abeti bianchi, nella cui ombra
sarebbe stato piacevole riposarsi. Il luogo per aveva una cattiva
fama e se un pastore o un cacciatore vi capitavano per caso,
immediatamente affrettavano il passo per non venire colti da un
pericoloso sonno.
Un giorno uno "junker", (Giovane nobile, membro dell'aristocrazia
terriera) andando a caccia di caprioli, giunse in quel luogo e visto
che il sole ardeva caldo e che l'ombra degli abeti era cos invitante,
si sdrai sul morbido muschio e rimase tranquillamente ad ammirare,
attraverso i rami intrecciati, il cielo blu. Gli sembr allora di
udire un canto stupendo di voci femminili, prima molto lieve, poi
sempre pi forte e gli parve quasi che i rami si allungassero come
braccia e che gli alberi a poco a poco assumessero sembianze umane.
Venne quindi colto da un irresistibile sonno e si addorment
profondamente.
Gli apparvero allora in sogno sette bellissime ragazze, con degli
abiti meravigliosi e delle coroncine d'oro sulla testa, che se ne
stavano abbracciate davanti a lui. La prima di loro gli si rivolse con
voce chiara e ben intonata e disse:

Di sette volte sette
restammo solo in sette
a stringerci ben strette.
Tu, cavalier, vorrai
proteggerci dai guai?

Quindi lo preg ardentemente di diventare il protettore degli alberi,
dei quali loro erano le anime e ai quali era legata la loro vita. In
cambio, tutte le volte che lui fosse passato di l, lo avrebbero
lasciato riposare sotto la loro ombra, gli avrebbero cantato le loro
soavi canzoni e lo avrebbero cullato in sogni meravigliosi.
Quando lo "junker" si svegli ebbe la sensazione di non aver mai
riposato cos bene in vita sua e di non aver mai fatto sogni tanto
dolci. Fra le cime degli alberi risuonava ancora l'eco di quel canto.
Prima di lasciare quel luogo lo "junker" incise le sue iniziali su uno
degli alberi, in modo da poter riconoscere il posto la volta
successiva.
Quando un anno dopo torn nel bosco a dare un'occhiata, trov solo sei
abeti ad aspettarlo: il settimo era stato abbattuto. Lo "junker" si
rimprover di non essere stato un pi efficiente protettore e anche il
canto che gli giunse all'orecchio, dalle cime degli alberi, non era
pi cos fresco e chiaro, ma aveva un tono pi sommesso e lamentoso.

Di sette che eravam
in sei ora restiam
e strette ci stringiam.
Tu, cavalier, vorrai
proteggerci dai guai?

Per altre cinque volte il cavaliere torn nel bosco e ogni volta
scopr con dolore che c'era un albero in meno; dagli oscuri rami
giungeva un canto sempre pi flebile e pieno di rimproveri.
Quando rimase solo l'ultimo abete - che era quello su cui il cavaliere
aveva inciso le sue iniziali - ud giungere dalla sua cima un'accorata
richiesta d'aiuto:

Son rimasta sola soletta
a stringermi ben stretta.
Tu, cavalier, vorrai
proteggermi dai guai?

Allora il cavaliere si sistem in una capanna l vicino e rimase a
fare la guardia all'abete giorno e notte. Un giorno all'improvviso ud
il rumore di un'ascia e si precipit fuori dalla capanna a spada
sguainata: vedendo dei boscaioli, che avevano gi iniziato a sferrare
al tronco i primi colpi, li costrinse ad andarsene. Un istante dopo
gli comparve davanti la pi bella delle sette ragazze in abito da
sposa, che gli prese la mano e promise al nobile cavaliere fedelt e
amore eterno.


8. La bella fata del bosco.
(Lotaringia).

Molte centinaia di anni fa un giovane principe viveva nel castello dei
suoi genitori. Era un giovane sveglio e timorato di Dio e si recava
tutte le domeniche alla messa. Poich la chiesa distava molte miglia
dal castello, per raggiungerla il principe doveva attraversare un
bosco, al centro del quale c'era una bella fonte. Una domenica,
percorrendo con i suoi servitori la solita strada, si ferm alla fonte
per far dissetare il suo cavallo e d'un tratto vide una ragazza di una
bellezza straordinaria: era una fata del bosco.
Il giovane scese da cavallo e la salut cortesemente. La ragazza
ricambi il saluto con gentilezza e allora lui le domand: "Bella
ragazza, che cosa cercate cos di buon mattino qui alla fonte?". La
fata sorrise e rispose: "Devo stare qui ad aspettare l'arrivo di un
cavaliere coraggioso che venga a liberarmi da un incantesimo". Il
principe allora le chiese che cosa avrebbe dovuto fare e aggiunse: "Se
io riesco a liberarvi mi dovete promettere che diverrete mia moglie".
La fata glielo promise e gli disse: "Ora sbrigati altrimenti arriverai
in ritardo alla messa. La prossima domenica potrai trovarmi presso la
fonte alla stessa ora". Si accomiatarono calorosamente e il figlio del
re torn al suo cavallo.
La domenica successiva, di buon mattino, il giovane principe si rec
alla fonte, e gi da lontano vide la bellissima fanciulla che lo
attendeva. Si affrett a raggiungerla, le si inginocchi davanti pieno
di gioia e le baci la mano. "Alzati mio caro principe" gli disse la
bella fata "andiamo a sederci su un sasso vicino alla fonte." Il
giovane aveva per un tale desiderio di liberare la fata dal suo
incantesimo, che la preg ardentemente di dirgli subito contro chi
avrebbe dovuto combattere per salvarla.
"Non devi pensare di dover sostenere chiss quale battaglia, mio caro"
disse la fata. "Ci che devi fare pi difficile di quanto tu possa
immaginare. Ascolta bene ci che ti dico: per cinque anni mi devi
rimanere fedele senza che nessuno sappia che tu sei il mio amato.
Ovunque tu andrai, io sar sempre al tuo fianco. Mi prender cura di
te e ti protegger, sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Ogni
volta che mi desidererai, non avrai che da pronunciare il mio nome e
subito sar da te; ma lo potrai fare unicamente quando sarai
completamente solo nella tua stanza e nessuno ci potr vedere. Verr
il giorno in cui i tuoi genitori e amici faranno pressione perch tu
prenda moglie. Tu non devi per lasciarti traviare, altrimenti io sar
perduta e tu andrai incontro alla morte. Mio buon principe" concluse
seria la fata "se mi dimentichi e rompi la tua promessa, nel giorno
del tuo matrimonio vedrai d'un tratto, in mezzo a tutti i tuoi ospiti,
comparire un piede bianco dalle travi del soffitto: quello sar il
segno che annuncer la tua fine e un'ora dopo sarai morto."
Il giovane principe non riusciva neanche a immaginare di poter
dimenticare la sua amata e le disse che preferiva morire di morte
violenta, piuttosto che sposare un'altra.
"Voglio giurarti dieci volte che io manterr tutto ci che ho
promesso" aggiunse il giovane. Ma la fata del bosco gli rispose che
non doveva fare giuramenti cos solenni a cuor leggero perch gli
uomini sono esseri deboli. Si promisero comunque fedelt l'un l'altra
e per quel giorno presero commiato.

Il primo anno pass felice senza che il segreto venisse svelato. Il
secondo anno il principe dovette andare in guerra e fu impegnato a
combattere per dodici mesi, durante i quali vinse molte battaglie
rimanendo sempre illeso. Quando voleva vedere l'amata si recava nella
sua tenda e la chiamava per nome, e prima ancora di rendersene conto
lei compariva al suo fianco.
Un giorno il principe si accorse che v'erano lacrime nei suoi occhi.
"Che cos'hai?" le chiese sgomento. La fata rispose: "Sono triste
perch so che domani riporterai in battaglia una grave ferita, ma non
temere: ti curer e tu ti rimetterai velocemente". Infatti, il giorno
seguente, i nemici attaccarono di nuovo e il principe venne ferito
gravemente, proprio come gli aveva predetto la fata, che accorse
subito al suo richiamo nella tenda con erbe mediche e una pozione.
Grazie alle sue assidue cure il giovane ben presto guar.
Alla fine della guerra il principe torn sano e salvo al castello dei
genitori, ai quali raccont tutte le sue battaglie e mostr loro la
cicatrice della sua ferita. Allora genitori e amici vollero sapere in
che modo e da chi fosse stato guarito cos velocemente. Ma per quanto
costoro premessero con le loro domande, il principe tacque
risolutamente. Per festeggiare il suo ritorno venne indetto un grande
banchetto con cibi squisiti e abbondanti libagioni. Ma mentre il
principe felice mangiava e beveva, genitori e amici cominciarono a
dirgli che doveva prendersi una principessa in moglie, perch aveva
l'et giusta per sposarsi e il paese aveva bisogno della futura
regina. "Datemi ancora tempo un paio d'anni" rispose il principe "poi
esaudir il vostro desiderio." I suoi parenti e amici avevano per il
sospetto che dietro a quel drastico rifiuto dovesse nascondersi
qualcosa, e quindi decisero di farlo ubriacare, pensando che poi gli
si sarebbe sciolta la lingua. Lo fecero dunque bere, lo lodarono e
adularono, finch il principe non fu pi in grado di controllarsi. A
quel punto raccont loro quale stupenda fanciulla avesse incontrato
presso la fonte e come costei da quel momento lo avesse protetto e gli
fosse sempre rimasta accanto. Allora i suoi cattivi amici lo
sconsigliarono dal portare avanti quella relazione e gli fecero
promettere che avrebbe sposato una principessa straniera.
Passato l'effetto del vino il principe abbandon i suoi ospiti e si
ritir in camera sua. D'un tratto si ricord tutto ci che aveva detto
nell'ubriachezza, cap di aver tradito la sua amata e di aver infranto
il giuramento. Disperato grid: "Se almeno la mia povera sposa fosse
qui con me!".
Immediatamente comparve allora la fata e, piangendo amaramente, gli
disse: "Mi fai pena dal pi profondo del cuore, mio caro principe, e
ho una grande compassione di te; ma non in mio potere cambiare il
nostro triste destino. Sai quello che ti aspetta, e anch'io rimarr
prigioniera dell'incantesimo. D'ora in poi non ci potremo pi vedere.
Addio, mio povero principe!". Gli porse per l'ultima volta la mano e
un istante dopo spar. Il principe ricominci a chiamarla e a
lamentarsi, ma ormai era troppo tardi.

Da quel giorno il giovane si trascin triste per il castello col
pensiero sempre rivolto all'amata perduta. Intanto si avvicinava il
momento in cui, come aveva promesso ai parenti e agli amici, avrebbe
dovuto sposare la principessa straniera. Il giorno del matrimonio il
principe sedeva triste alla tavola vicino alla sua futura sposa.
Invano gli ospiti e i giullari si davano da fare per rallegrarlo un
poco: ma il figlio del re sapeva fin troppo bene che cosa gli sarebbe
accaduto di l a poco.
Nel mezzo del banchetto, all'improvviso, si ud uno scricchiolio sul
soffitto della sala. Gli ospiti turbati guardarono su e intravidero,
attraverso la travatura, un piede bianco come la neve. Il principe
impallid e disse tristemente: "Vengo, vengo", poi sal sul tavolo e
tent di afferrare quel piede che immediatamente spar. Il giovane
cadde a terra svenuto, si mand a chiamare un prete e dopo un'ora
mor. Gli ospiti e la sposa abbandonarono sgomenti il castello e
fecero ritorno alle loro dimore: la triste profezia della bella fata
del bosco si era dunque avverata.


9. Libussa.
(Boemia).

Nella profondit dell'immenso bosco boemo, di cui oggi rimane solo una
piccolissima parte, abitava da tempo immemore un piccolo popolo di
esseri molto spirituali, eterei, quasi incorporei, che rifuggivano la
luce. La loro natura era superiore a quella dell'umanit, nata
dall'argilla, e pertanto potevano essere intravisti solo dalle
sensibilit pi raffinate, nella luce della luna. I poeti e i vecchi
bardi li conoscevano con il nome di Driadi e di Elfi.
Un giorno, all'improvviso, il bosco risuon di grida e rumori di
guerra; il duca Czech d'Ungheria aveva attraversato con le sue orde
slave le montagne, per cercare nuova dimora in quella regione
inospitale. Le belle abitanti delle querce annose, delle rocce, dei
dirupi, delle grotte e dei canneti della palude fuggirono davanti al
fragore delle armi e al nitrire dei cavalli da battaglia. Persino per
il violento re degli Elfi il rumore era troppo forte, tanto che decise
di trasferire la sua corte in un luogo pi lontano. Solo una degli
Elfi non aveva voluto separarsi dalla sua cara quercia; quando si
cominci ad abbattere gli alberi per rendere il terreno coltivabile,
lei sola ebbe il coraggio di rimanere a difenderla dalla violenza dei
nuovi venuti, e fiss la sua dimora sulla cima svettante della
quercia.
Tra la servit di corte del duca c'era un giovane scudiero di nome
Krokus, coraggioso e forte, dai lineamenti belli e nobili. Egli aveva
il compito di custodire il cavallo preferito del suo signore, e di
portarlo di tanto in tanto al pascolo nel bosco. Spesso si riposava
sotto la quercia abitata dalla elfo, che gradiva quella visita e gli
procurava sogni piacevoli in cui gli prediceva il futuro oppure,
quando un cavallo si era perso nel bosco, gli mostrava in sogno lo
sconosciuto sentiero che permetteva di raggiungere l'animale.
Quanto pi i nuovi venuti si spingevano verso l'interno del bosco,
tanto pi si avvicinavano alla casa della elfo, che grazie al dono
della divinazione, sapeva gi che presto l'ascia avrebbe minacciato il
suo albero. Perci decise che era giunto il momento di mostrarsi al
suo ospite e confidargli la sua preoccupazione.
In una notte estiva di luna Krokus port la mandria pi tardi del
solito al recinto e poi si affrett, per andare a coricarsi sotto la
svettante quercia. Il sentiero si snodava vicino a un pescoso laghetto
nelle acque del quale si specchiava tremula la falce dorata della
luna. Guardando in direzione dell'altra riva, a un tratto scorse, nei
pressi della quercia, una figura femminile che sembrava passeggiare
godendosi il fresco. Questa immagine sorprese il giovane guerriero, il
quale si chiese che cosa facesse quella ragazza in un luogo simile al
calar della notte. Ma la natura dell'apparizione era tale da suscitare
in un giovanotto come lui sicuramente pi attrazione che paura. Krokus
affrett i suoi passi senza distogliere gli occhi da quella visione, e
ben presto giunse sotto la quercia. Adesso gli sembrava che la figura
fosse un'ombra, piuttosto che un essere corporeo; rimase sbalordito e
gli vennero i brividi, ma d'un tratto ud una voce soave che gli
sussurr: "Vieni pi vicino, caro straniero, e non aver paura; non
sono una visione e nemmeno un'ombra ingannevole: sono l'elfo di questo
bosco, l'abitante della quercia, sotto i cui rami frondosi tu spesso
hai riposato; io ti ho cullato in quei dolci sogni ristoratori, ti ho
predetto ci che sarebbe accaduto e quando una cavalla o un puledro si
erano persi, ti ho indicato il luogo dove li potevi trovare.
Ricambiami la cortesia con un favore: diventa protettore di questo
albero, che cos spesso ti ha riparato dal sole e dalla pioggia, e
difendi questo venerabile fusto dall'ascia mortale dei tuoi fratelli
che stanno distruggendo il bosco".
Il giovane guerriero, rincuorato da queste delicate parole, rispose:
"Dea o mortale, chiunque tu sia, puoi chiedermi quello che vuoi, ma
devi sapere che io sono un uomo che non conta nulla, un servo del
duca, e ogni giorno il mio padrone mi ordina di andare al pascolo in
luoghi diversi; come potrei perci proteggere il tuo albero nel
profondo del bosco? Se per tu me lo ordini lascer il servizio presso
il duca e mi trasferir all'ombra della tua quercia, per proteggerla
per tutta la vita".
"Fallo dunque," gli disse l'elfo "e non te ne pentirai." Dopodich
spar, mentre la cima dell'albero stormiva, mossa dal vento della
sera.

Krokus rimase ancora un attimo immobile, affascinato da
quell'apparizione celeste: una donna cos tenera, dal portamento cos
slanciato e signorile, non l'aveva mai vista, abituato com'era alle
robuste fanciulle slave. Poi si adagi sul soffice muschio ma non
prese subito sonno. L'alba lo sorprese ancora immerso nell'ebbrezza di
quei dolci sentimenti, che gli erano cos nuovi e sconosciuti come pu
esserlo il primo raggio di luce per gli occhi appena schiusi di un
uomo cieco dalla nascita. Al mattino corse all'accampamento del duca,
prese commiato, fece fagotto delle sue cose e, con la testa piena di
fantasticherie, ritorn al suo albero.
Intanto, durante la sua assenza, un mugnaio aveva scelto il tronco
sano e dritto della quercia per farne l'albero al suo mulino, e con i
servi si era recato sul luogo per abbatterlo. Quando la sega cominci
a recidere col suo morso d'acciaio le fondamenta della sua abitazione,
l'elfo impaurita emise un profondo sospiro e cominci a scrutare
attorno alla ricerca del suo eroe; ma nemmeno il suo sguardo acuto
riusciva a vederlo. Il suo sgomento rendeva del tutto inefficace il
dono della divinazione concesso alla sua stirpe, e cos non riusciva
pi a decifrare il destino incombente, proprio come i figli di
Esculapio, che nonostante le loro ben note prognosi, non erano in
grado di predire nulla a se stessi quando la morte bussava alla loro
porta.
Krokus stava per sopraggiungendo ed era ormai cos vicino da sentire
il rumore delle seghe in funzione, che non gli faceva presagire nulla
di buono. Come un pazzo si precipit con la sua lancia e la sua spada
lucente in direzione dell'albero e quando vide i boscaioli li cacci
via. Essi credettero di avere davanti un demone della montagna e
scapparono sgomenti. Per fortuna la ferita dell'albero non era grave e
la cicatrice scomparve in poche estati.
Il giovane scelse il luogo dove costruire la sua dimora e recint il
giardino. Una sera, mentre rifletteva sul suo eremitaggio, che lo
avrebbe portato a vivere segregato dalla comunit degli uomini, per
servire un'ombra la quale non sembrava essere pi reale di una santa
del calendario, e poteva andar bene a un monaco come oggetto di culto
spirituale, l'elfo gli apparve nuovamente e gli parl con voce soave:
"Ti ringrazio molto, caro straniero, per aver impedito al braccio
violento dei tuoi compagni di abbattere questo albero, al quale
legata la mia vita. Devi sapere che madre natura, che concede alla mia
stirpe alcune capacit particolari, unisce per la nostra sorte a
quella della quercia. Grazie a noi la regina degli alberi solleva il
suo degno capo al di sopra degli altri alberi e cespugli; noi
stimoliamo il ciclo della sua linfa attraverso il tronco e i rami, in
modo che essa abbia la forza di affrontare i venti tempestosi e
sfidare la corrosione del tempo. Per contro, la nostra vita legata a
quella dell'albero: se la quercia che ci stata destinata, invecchia,
invecchiamo anche noi; se muore, anche noi moriamo, e come gli uomini
cadiamo in una specie di sonno mortale, finch, per il ciclo vitale di
tutte le cose, il caso o l'ordine nascosto della natura unisce
nuovamente il nostro essere a un altro seme, che grazie alla nostra
energia vitale si schiude e con il tempo diventa un possente albero: e
cos ci viene riconcesso il piacere della vita. Da quanto ti ho detto
puoi ben capire l'importanza del servizio che mi hai reso, e quanto te
ne sia grata. Esigi pure la ricompensa che vuoi per la tua nobile
azione, rivelami il tuo pi grande desiderio ed esso verr esaudito".
Krokus taceva. La vista dell'affascinante elfo gli aveva fatto ancora
pi impressione del suo discorso, del quale aveva capito ben poco. Lei
si accorse del suo imbarazzo e per aiutarlo afferr una canna secca
che cresceva lungo la riva del laghetto, la spezz in tre parti e
disse: "Scegli uno di questi tre pezzettini, o prendine uno a caso. Il
primo ti conceder onore e gloria, il secondo ricchezza, serenit e
saggezza, e il terzo l'amore". Il giovane volse gli occhi a terra e
rispose: "Figlia del cielo, se vuoi esaudire il mio desiderio, sappi
che esso non contemplato dalle tre asticelle che mi offri. Il mio
cuore agogna a una ricompensa ben maggiore. Che cos' l'onore se non
causa di orgoglio; che cos' la ricchezza se non la radice
dell'avarizia e che cosa l'amore se non l'ingannevole porta della
passione, che seduce la nobile libert del cuore? Concedimi invece di
riposarmi dalle campagne militari all'ombra del tuo albero e permetti
che io oda dalle tue dolci labbra gli insegnamenti della saggezza, per
riuscire cos a scoprire i segreti del futuro".
"Il tuo desiderio grande, ma il tuo merito non minore: sia come tu
vuoi. Il velo che copre i tuoi occhi mortali deve cadere, per
permetterti di vedere i segreti della saggezza nascosta. Gustando il
frutto prendi anche la buccia, poich il saggio un uomo pregiato:
solo lui ricco, perch non adopera nulla di pi di quel che
realmente gli abbisogna, e assaggia il nettare dell'amore, senza
avvelenarlo con labbra impure." Proferite queste parole gli consegn i
tre pezzi di canna e prese commiato.
Il giovane eremita prepar il suo giaciglio di muschio sotto la
quercia, molto contento di come il suo desiderio fosse stato esaudito.
Sprofond in un nobile sonno e allegri sogni mattutini nutrirono la
sua fantasia di felici presentimenti. Al risveglio cominci lieto la
sua giornata, si costru una comoda capanna, dissod il suo giardino,
piantando rose, gigli, fiori ed erbe profumati e vicino a essi anche
cavolo, verdure e alberi da frutto. L'elfo non mancava mai di venirlo
a visitare nella luce del crepuscolo, si rallegrava dei risultati del
suo diligente zelo e passeggiava con lui, mano nella mano, lungo la
riva del laghetto, mentre le canne toccate dal vento sussurravano il
loro saluto serale alla tenera coppia. L'elfo confid al suo attento
scolaro i segreti della natura, gli spieg l'origine degli esseri e
delle cose, gli insegn le arti magiche e a poco a poco trasform il
rude guerriero in un raffinato pensatore e filosofo.

Contemporaneamente, mentre la sensibilit del giovane andava
affinandosi, anche l'esile figura dell'elfo prendeva maggiore
consistenza e corporeit. Il suo petto accolse il calore e la vita, i
suoi occhi scuri cominciarono a sprizzare scintille ed ella sembrava
aver assunto, insieme all'aspetto di una giovane donna, anche i
sentimenti di una fanciulla in fiore. Il delicato risveglio amoroso
schiuse emozioni assopite: dopo poche lune dal primo incontro, Krokus
era giunto tra i sospiri a godere dell'amore che gli aveva promesso il
terzo pezzo di canna e non si pentiva di aver perso la libert del
cuore e di essere caduto nell'ingannevole porta della passione! Anche
se il matrimonio della tenera coppia fu celebrato solo tra loro, la
gioia fu immensa e non manc di dare presto i suoi frutti. L'elfo
regal a suo marito tre figlie che nacquero tutte nello stesso momento
e il padre, affascinato dalla fertilit della sua sposa, chiam la
prima nata Bela, la seconda Therba, e la terza Libussa.
Le figlie assomigliavano a genietti per la bellezza delle forme, e
anche se non erano raffinate ed evanescenti come la madre, non erano
nemmeno cos terrene e pesanti come il padre. Non avevano da temere
alcuna malattia infantile, non si ferivano, misero i denti senza alcun
dolore, non piangevano per la diarrea, non ebbero problemi di
rachitismo, non presero il vaiolo e quindi non ebbero da temere brutte
cicatrici, non ebbero bisogno di alcun aiuto per camminare, perch
dopo i primi nove giorni correvano gi come le pernici, e quando
iniziarono a crescere rivelarono una certa inclinazione a ritrovare le
cose perdute e predire il futuro.
Krokus stesso col passare del tempo venne a conoscenza di tali
segreti. Quando il lupo aveva disperso nel bosco il bestiame e i
pastori andavano alla ricerca dei loro animali smarriti, quando il
boscaiolo perdeva la sua ascia, essi andavano a chiedere consiglio al
saggio Krokus, che indicava loro il luogo in cui cercare. Quando si
verificava un furto o un assassinio e nessuno sapeva chi poteva essere
il colpevole, si domandava al saggio Krokus. Costui convocava la
comunit su un prato, faceva mettere tutti in cerchio, si sedeva in
mezzo e cominciava a parlare: non falliva mai nel ritrovare il
colpevole.
La fama di Krokus si diffuse rapidamente in tutta la Boemia, e chi
aveva qualche progetto o qualche affare importante da realizzare
s'informava dal saggio sull'esito che avrebbero avuto. Anche gli
storpi e i malati speravano in lui per una guarigione e un aiuto; gli
veniva portato il bestiame pi debole ed egli sapeva guarire le mucche
malate con la sola proiezione della sua ombra, come san Martino di
Schierbach. Giorno dopo giorno aumentava l'afflusso di persone che
ricorrevano a lui; sembrava che il santuario di Apollo fosse stato
trasportato nel bosco boemo.
Anche se Krokus elargiva i suoi consigli e curava i malati senza
chiedere nulla in cambio, la saggezza dava i suoi frutti, e gli
procurava un grosso guadagno: il popolo gli portava doni e regali e lo
riempiva di attenzioni e premure. Egli svel dapprima il segreto per
trovare l'oro nelle acque dell'Elba e ricevette cos una decima da
tutti i cercatori; il suo patrimonio s'ingrand, costru imponenti
castelli e splendidi palazzi, allev grosse mandrie di bestiame, entr
in possesso di fertili terre, campi e boschi, e si trov in mano tutta
la ricchezza che la generosa elfo aveva racchiuso per lui nel secondo
pezzo di canna.

In una bella sera estiva, mentre Krokus tornava con i suoi soldati da
un giro nei campi, dove era stato chiamato per appianare un litigio di
confine tra due comuni, vide la sua sposa sulla riva del laghetto,
proprio nel punto in cui l'aveva incontrata la prima volta. Lo chiam
con un cenno della mano ed egli lasci i suoi servi per correre ad
abbracciarla. Ella lo accolse come al solito con teneri gesti d'amore,
ma il suo cuore era triste e oppresso; dai suoi occhi cadevano lacrime
eteree, cos rarefatte e fuggenti che nella caduta evaporavano ancora
prima di toccare terra. Krokus vedendola piangere rimase sgomento,
perch aveva visto gli occhi di sua moglie sempre felici, nello
splendore della spensieratezza giovanile.
"Che cosa c', mia amata?" chiese il marito.
"Terribili presagi mi sconvolgono l'anima" rispose.
"Ti prego, dimmi il perch di queste lacrime."
L'elfo sospir, poggi mesta il capo sulla spalla del marito e disse:
"Mio caro, in vostra assenza ho letto nel libro del destino che il mio
albero della vita minacciato da una terribile sorte, e devo
separarmi per sempre da voi. Seguitemi nel castello, che io possa dare
la benedizione alle mie figliolette, perch da oggi in poi non mi
vedrete pi". Krokus allora ribatt: "Non dite cos! Quale sciagura
potr mai capitare al vostro albero? Non sta forse ritto e ben
radicato? Guardate come si allargano pieni di foglie e frutti i suoi
rami sani, e come volge al cielo la sua cima. Finch il mio braccio
sar in grado di muoversi lo protegger contro chiunque oser ferire
il suo tronco".
"E' una protezione inefficace" sospir lei "quella che un braccio
umano pu concedere! Le formiche possono essere respinte solo dalle
formiche, le zanzare dalle zanzare e i vermi della terra solo da altri
vermi della terra. Ma che cosa pu fare anche il pi forte degli
uomini contro la potenza della natura, o le immutabili deliberazioni
del destino? I re terreni possono solo essere padroni dei loro
castelli o fortezze, ma la pi leggera delle brezze si prende gioco
del loro potere, e spira dove vuole senza far caso ai loro ordini. Un
giorno hai protetto questa quercia dalla violenza degli uomini; sei
forse in grado di proteggerla anche dal vento tempestoso, quando
soffia spogliandola delle sue foglie? E quando un verme nascosto la
rode dall'interno, lo puoi scovare e uccidere?" Cos parlando la
coppia giunse al castello. Le tre slanciate fanciulle corsero incontro
alla madre esultanti, come facevano ogni sera al suo giungere, le
raccontarono ci che avevano fatto durante la giornata e le mostrarono
i loro ricami e le loro opere di cucito, ma questa volta l'atmosfera
non era la solita, non c'era la stessa felicit. Si accorsero del
profondo turbamento che segnava il volto del padre, poi videro le
lacrime della madre, ma non osarono chiederne la causa. La madre
impart loro molti saggi insegnamenti e buoni consigli, ma il suo
discorso somigliava a un estremo atto di benedizione.
Quando la stella del mattino si alz, l'elfo abbracci il suo sposo e
le figlie con malinconica tenerezza, e si diresse verso la porta
segreta che conduceva al suo albero - come era solita fare prima
dell'alba - lasciando i suoi cari con un doloroso presentimento.
Allo spuntare del sole la natura taceva in attesa; poco dopo grosse
nuvole minacciose si profilarono all'orizzonte. Il giorno divenne
afoso, l'atmosfera si fece elettrica. Tuoni lontani risuonarono sopra
il bosco, e l'eco rimand il terribile brontolio di valle in valle. A
mezzogiorno un fulmine si abbatt sulla quercia e in un attimo squart
il tronco e i rami, e ne scagli lontano i pezzi. Non appena gli
giunse la notizia, Krokus si strapp le vesti per la disperazione, poi
usc con le sue figlie a piangere l'albero della vita di sua moglie, e
a raccoglierne le schegge come pregiate, estreme reliquie della
bellissima elfo del bosco, che da quel giorno nessuno vide mai pi.


10. Il salvan e la figliastra.
(Dolomiti).

Una matrigna aveva mandato un giorno la figliastra nel bosco a far
fascine per l'inverno e sull'orlo di una roccia l'accetta scapp di
mano alla povera Marietta che non riusc pi a trovarla nonostante i
suoi sforzi. La ragazza aveva molta paura della cattiva matrigna e
decise allora di passare la notte nel bosco per riprendere le ricerche
il giorno dopo. Si guard attorno, vide l vicino una grotta e vi
entr per proteggersi dal freddo e dagli animali del bosco.
Improvvisamente sent una voce roca chiederle: "Cosa fai tu qui?". Per
la paura Marietta non riusciva ad aprir bocca, poi venne accesa una
fiaccola di legno resinoso e la ragazza pot vedere davanti a s una
brutta bregostana. Marietta le chiese allora di poter restare per la
notte, ma la bregostana disse che non era possibile perch ben presto
sarebbe arrivato il salvan e l'avrebbe divorata. Marietta per
insistette finch la bregostana le diede un posto sotto il focolare.
Poco dopo arriv il salvan che disse: "Sento odor di muffa, di marcio
e di carne battezzata. Chi hai nascosto? Rispondi subito o ti faccio a
pezzi!".
La bregostana fece allora uscire Marietta che tremava come una foglia
e disse: "Ho nascosto questa ragazza che mi ha chiesto ospitalit per
una notte".
Il salvan osserv la ragazza, poi disse: "Dal tuo comportamento vedo
che sei una brava giovane perci ti concedo di passare la notte qui.
Prima di dormire per devi mangiare qualcosa; dimmi un po': vuoi
mangiare dalla stessa scodella col cane, col gatto o con noi?".
Marietta rispose che ringraziava di tutto e che le andava bene anche
di mangiare col cane pur di poter restare li per la notte.
Il salvan, soddisfatto della risposta, esclam: "No, no! Mangerai con
me e con mia moglie". Dopo cena tutti si misero a dormire dentro alla
grotta, ma, il giorno dopo, Marietta si svegli in mezzo al bosco e
aveva in mano un'accetta d'oro.


11. Il palazzo incantato.
(Italia).

Cera una volta un re che aveva un figliuolo di diciott'anni, e andando
a caccia non ce lo voleva mai condurre. Finalmente il figliuolo lo
preg tanto che lo lasci andare, ma a patto che stesse sempre vicino
al capocaccia. Il figliuolo per un poco ci stette, e poi volle fare
anche lui qualche cosa; ma tirava e non pigliava mai nulla. Alla fine
vide passare un leprotto, e voleva tirargli, ma poi vide che era cos
piccolo che pens bene di corrergli dietro e di pigliarlo colle mani.
Ora il leprotto se lo lasciava venir quasi vicino, e poi scappava
lontano, e facendo sempre cos se lo tir dietro in un bel prato. E in
mezzo a quel prato c'era una casa, e quel giovinotto gli and dietro;
e intanto la lepre spar e non si vide pi nulla. Questo giovine gira
per il palazzo e dappertutto c'era tavola apparecchiata. Lui,
sentendosi fame, si mise a mangiare, e poi stette l fino a sera, e
alla sera se n'and a dormire.
Al tocco della mezzanotte sente uno venir in camera, spogliarsi e
venir a letto, e lui tocca, tocca, non sente nulla. E aspettava giorno
per veder chi era, e verso giorno quella persona la sent andar via.
Ora lui ci stette ancora una giornata, e alla notte torn a sentire la
stessa storia, e la persona se n'and via da capo.
Lui all'indomani venne a ricordarsi della sua famiglia, e torn a
casa. Quei di casa gridarono perch era stato tanto fuori, e lui non
disse nulla, ma spieg a sua madre la ragione del suo ritardo La madre
gli disse: "Si vede proprio che sei un minchione. Perch non hai
portato l'esca e l'acciarino per accendere un lume e veder chi era?".
Allora lui volle tornarci per far cos, e bench sua madre non
volesse, ci and.
La sera quando fu a letto, sentendo quell'altra persona dormire, batt
l'acciarino, accese la candela, e vide una ragazza che pareva un
occhio di sole. Ma intanto che stava a guardarla, una goccia di cera
cadde addosso a lei e la scott.
"Disgraziato!" disse lei svegliandosi, "se tu stavi ancor una notte a
letto con me, io mi sarei fatta vedere. E ora chi sa quando mi
vedrai." E dicendo queste parole spar, e chi s' visto, s' visto.
Quel giovinotto rest di stucco, e arrabbiava come un dannato, perch
per veder quella ragazza che era figliuola del Sole, bisognava
camminare un anno e tre giorni, e arrivare sulla spiaggia del Mar
Rosso. Dunque lui fu in viaggio per nove mesi continui, ma alla
spiaggia del Mar Rosso non arrivava mai. Arriva a una casetta in mezzo
ai boschi e domanda alloggio. Ci stava un gigante, e quel giovinotto
lo preg di dirgli se sapesse la via per andar dove stava la bella del
Sole sulle rive del Mar Rosso. "Io non ne so nulla" rispose il gigante
"ma mio fratello che sta a un mese di strada da qui, te la mostrer."
Il giovine cammin un altro mese, trov un uomo ancor pi alto del
primo, e gli fece la sua domanda. E quest'uomo rispose che soltanto
suo fratello che stava a un mese di distanza sapeva quel che lui
domandava. Lui and da quest'altro che gli disse: "Guarda, ch tutti
quelli che ci vanno, non tornano, e se vuoi andarci, padrone! E a
rivederci al mondo di l".
Il giovinotto and dunque sulla riva del Mar Rosso. Ci era un'osteria,
e l'oste aveva una figliuola, che non aveva mai voluto marito, perch
non c'era nessun giovine che le piacesse. Appena vide questo, disse
subito al padre che questo era quello che gli piaceva. Suo padre lo
disse a lui, ma rispose che aveva gi moglie e non aveva bisogno
d'altra, e voleva andare sulla riva del Mar Rosso. Allora quella
ragazza si volle vendicare, e mise nel cibo al giovinotto una
polverina da far dormire. E lui la mattina se ne va a cavallo sulla
riva del mare, e s'addormenta, e cade gi e resta disteso per terra.
Ecco arriva la bella del Sole, lo tasta, lo volta e rivolta, ma che?
Lui dormiva come un re. E quella ragazza quando vide che passava
l'ora, tir fuori una cassetta d'oro e gliela mise in mano. Un eremita
che stava l vicino, quando vide andar via la ragazza, and a prendere
la cassetta. Il giovinotto dopo molto tempo si dest, mont a cavallo
e ritorn all'osteria. La figliuola dell'oste si maravigli di
vederlo, e disse fra s: "T'acconcer io domani, e la vedremo". Lui
s'era dubitato della polverina, e non voleva pi mangiare, ma preso
dalla fame, mangiando un cappone ci casc, e la mattina a cavallo
pareva un sacco di patate. E quando arriv al posto, il cavallo si
ferm, e allora lui and per terra, e ci stette quanto il giorno
avanti. Ma ecco che viene sulla riva del mare una barca con tre
ragazze e la bella del Sole. Lei cerca di destare quell'uomo, ma non
pu, e venuta l'ora d'andarsene gli mette un anello in dito e se ne
va, e l'eremita gli leva l'anello.
Il giovine torna all'osteria, e questa volta non mangia altro che un
fico, ma la figliuola dell'oste anche nel fico ci mise la polverina, e
cos tutto and come prima. La bella del Sole partendo lasci al
giovinotto una ciocca de' suoi capelli. E lui svegliandosi non trov
pi il cavallo, e l'aveva preso l'eremita che per glielo restitu
insieme a quei tre regali della bella del Sole. Lui allora mont su
una barchetta lasciata da quelle tre ragazze; and oltre mare, e
sbarc in una boscaglia. Visse l come poteva, e col tempo perd tutti
i vestiti, e divent peloso come un orso, e andava ramingo.
Una volta il padre della bella del Sole se ne va co' suoi cacciatori
in quella boscaglia, e sentendo i cani abbaiare vanno a vedere cosa
fosse. E trovano quest'uomo molto brutto, ma non nel viso, che anzi
pareva quello d'un angelo. Lo pigliarono dunque, e poi lo facevano
vedere alla gente. E lui avendo guadagnato de' quattrini in questa
maniera, si fece amici i cuochi del re. E una volta che si diede un
combattimento per decidere chi doveva sposare la figlia del Sole, lui
si fece vestir di ferro dal cuoco, and alla battaglia per tre giorni
e vinse. Di l a otto giorni il re fa invitare tutti quelli che
avevano combattuto, e domanda finalmente chi aveva vinto. Il cuoco
diceva: "Io" ma la figlia del Sole sosteneva che non era lui ch'aveva
vinto, ma un altro. Il cuoco andava sulle furie, ma lei lo invit a
mostrare i regali che lei gli aveva dato, e lui non pot mostrarli.
Allora quel giovinotto si fece vedere e mostr la cassetta, l'anello e
la ciocca di capelli che lei gli aveva dato sulla riva del Mar Rosso,
e lei disse: "Questo proprio quello che vinse nei tre giorni, e
questo sar il mio sposo".
Allora quel giovinotto si lav, si sbarb, e mand a chiamare suo
padre e sua madre che gi lo piangevano per morto, e poi gli mostr la
sua sposa e disse: "Quest' quella lepretta, quest' la figliuola del
Sole che ho cacciata, seguita e trovata". Poi fecero un desinare, ma a
me non m'hanno dato nulla; m'hanno chiuso l'uscio dietro le spalle.


12. Goldener.
(Germania).

Duecento o pi anni fa c'era un povero pastore che viveva in un fitto
bosco, nel mezzo del quale si era costruito una capanna di legno. Li
abitava con sua moglie e i suoi sei figli maschi. Vicino alla loro
casetta c'erano un pozzo e un orto e quando il padre era al pascolo,
per mezzogiorno i suoi ragazzi gli portavano l'acqua fresca del pozzo
e qualche frutto dell'orto.
Il pi giovane dei figli, che era il pi forte e il pi robusto,
veniva chiamato solo Goldener, (Nome proprio da "Gold", che in tedesco
significa "oro") perch i suoi capelli sembravano d'oro. Tutte le
volte che i ragazzi si allontanavano da casa, Goldener li precedeva
con un ramo in mano, perch gli altri avevano paura e si rifiutavano
di andare avanti. Se invece Goldener era alla loro testa essi lo
seguivano uno dietro l'altro tutti contenti, attraversando il bosco
pi oscuro, anche quando la luna era gi alta sopra le montagne.
Una sera, dopo essere stati dal padre, i ragazzi si divertirono a
giocare nel bosco; Goldener si era accaldato tanto nel gioco, che era
diventato tutto rosso.
"Facciamo ritorno" disse il pi vecchio "sta per diventare buio."
"Guardate la luna" disse il secondogenito. Tra gli oscuri pini apparve
una luce e una figura di donna, che brillava nei riflessi lunari, si
sedette su un masso ricoperto di muschio, fil con un fuso di
cristallo un filo di luce nella notte, fece un cenno col capo a
Goldener e cant:

E' bianco il fringuello, d'oro la rosa,
nel grembo del mare il serto riposa.

Sarebbe andata volentieri avanti a cantare, ma il filo si ruppe e lei
si spense, proprio come una fiammella. Divenne buio pesto. I ragazzi
furono presi da una gran paura e fuggirono, gridando e disperdendosi
fra rocce e gole.
Per due giorni e due notti Goldener err nel bosco, senza trovare n
uno dei suoi fratelli, ne la capanna di suo padre, n qualche traccia
umana, perch il bosco era molto fitto; le montagne e i dirupi si
susseguivano uno dopo l'altro. Le bacche, che crescevano dappertutto,
riuscivano a placare i morsi della fame e la sua sete. Infine il terzo
giorno (qualcuno sostiene il sesto) il bosco cominci a diradarsi ed
egli giunse a un bel prato verde.
Sul prato v'erano delle reti stese, perch in quel luogo abitava un
uccellatore, che catturava gli uccelli provenienti dal bosco per
venderli poi in citt.
"Ho proprio bisogno di un ragazzo come questo" pens l'uccellatore
quando scorse Goldener, che si trovava sul prato vicino alle reti e
guardava, senza poterne staccare gli occhi, l'immenso cielo blu.
L'uccellatore volle divertirsi: tir la sua rete e Goldener si trov,
con sua grande sorpresa, imprigionato.
"Cos si prendono gli uccelli che escono dal bosco" disse
l'uccellatore ridendo forte; "le tue piume bionde mi vanno proprio a
genio. Resta con me che ti insegno come si fa a catturare gli
uccelli."
Goldener si lasci subito convincere: la vita tra gli uccelli gli
sembrava molto allegra, tanto pi che aveva completamente perso la
speranza di ritrovare la capanna di suo padre.
"Fammi vedere quello che hai imparato" gli disse dopo alcuni giorni
l'uccellatore. Goldener tir la rete e al primo tiro prese un
fringuello bianco come la neve.
"Vattene con questo bianco fringuello!" grid l'uccellatore. "Tu hai a
che fare col maligno!" Poi lo cacci dal prato e calpest il
fringuello bianco fra mille maledizioni. Goldener non cap le parole
dell'uccellatore e se ne torn nel bosco, con l'intenzione di cercare
la capanna di suo padre.
Per due giorni e due notti cammin tra rocce e tronchi caduti,
inciampando spesso nelle nere radici, che sbucavano da tutte le parti.
Il terzo giorno il bosco cominci a diradarsi ed egli si ritrov in un
giardino pieno di fiori bellissimi; non avendo mai visto niente del
genere, Goldener si ferm, ad ammirarlo. Il giardiniere non si accorse
subito di lui, perch Goldener si trovava tra i girasoli e nella luce
del sole anche i suoi capelli avevano riflessi dorati.
"Bene, bene" disse fra s e s il giardiniere "ho proprio bisogno di
un ragazzo cos" e apr il cancello del giardino. Goldener si lasci
subito convincere, poich la vita in mezzo ai fiori gli sembrava molto
gradevole, tanto pi che disperava di ritrovare la capanna di suo
padre.
"Vai nel bosco" gli disse un mattino il giardiniere "cercami un
cespuglio di rose selvatiche che lo voglio innestare e farne una bella
siepe!" Goldener ubbid e ritorn con un cespuglio di rose dorate cos
belle che sembravano fatte da un esperto orafo per la tavola di un re.
"Vattene con queste rose dorate!" grid il giardiniere. "Hai a che
fare col maligno!" Quindi, lo cacci in malo modo dal giardino e
calpest le rose proferendo maledizioni.
Goldener non cap le parole del giardiniere, torn nel bosco e si mise
ancora una volta alla ricerca della sua capanna.
Per due giorni e due notti corse di albero in albero, di campo in
campo. Il terzo giorno il bosco divenne sempre meno fitto e Goldener
giunse sulle rive del mare blu. Il sole si specchiava sulla superficie
cristallina dell'acqua e sembrava oro fluttuante. Vicino alla riva
c'era una bella barca di pescatori; Goldener vi sal e con stupore
ammir il chiarore dell'orizzonte.
"Abbiamo proprio bisogno di un ragazzo cos" dissero i pescatori e
spinsero la barca verso il largo. Goldener fu subito d'accordo, perch
tra le onde gli sembrava di poter vivere una splendida vita, tanto pi
che aveva completamente abbandonato la speranza di ritrovare la
capanna di suo padre.
I pescatori gettarono le loro reti ma non pescarono nulla. "Fai vedere
se tu sei pi fortunato!" disse un vecchio pescatore dai capelli
d'argento. Con mani poco esperte Goldener cal la rete in profondit,
tir e pesco una corona d'oro chiaro.
"Trionfo!" grid il vecchio pescatore e s'inginocchi davanti a
Goldener. "Ti do il benvenuto come nostro re! Cento anni fa il vecchio
re, che non aveva eredi, gett in punto di morte la sua corona in mare
e decise che il trono sarebbe rimasto in lutto e senza successori fino
a che un fortunato, scelto dal destino, non avesse ripescato la corona
dal mare."
"Evviva il nostro re!" gridarono tutti i pescatori e misero la corona
sul capo di Goldener. La notizia dell'arrivo di Goldener e del
ritrovamento della corona regale si diffuse rapidamente in tutto il
paese. La superficie del mare, dorata dai riflessi del sole, si riemp
di barche colorate e di battelli, ornati di fiori e fronde, e tutti
con gran giubilo portavano il loro saluto al battello sul quale si
trovava re Goldener. Il re stava ritto a prua, con la bella corona sul
capo, e tranquillo ammirava il sole, che si spegneva in lontananza sul
mare.


13. Il corno fatato.
(Inghilterra).

Nella contea di Gloucester c' una foresta popolata da cinghiali,
cervi e ogni specie di selvaggina. Nel folto della foresta si erge una
collinetta non pi alta di un uomo, sulla quale un tempo salivano i
cavalieri e i cacciatori quando si sentivano affaticati e assetati,
per cercare un po' di ristoro. Per la particolare natura del luogo chi
saliva sulla collina doveva essere solo. Una volta in cima il
cavaliere doveva dire: "Ho sete", come se stesse parlando con un'altra
persona, e immediatamente compariva un elegante coppiere dall'aria
cordiale, che reggeva un grande corno impreziosito da oro e gemme,
come si usava presso gli antichi inglesi. Il corno conteneva un
nettare di origine sconosciuta, dal sapore delizioso, che faceva
scomparire in un attimo la fatica e restituiva energie per la caccia.
Dopo il corno con il nettare, il servitore offriva al cavaliere un
tovagliolo, affinch potesse asciugarsi le labbra, e dopo aver
eseguito i suoi compiti spariva senza aspettare nessuna ricompensa n
lasciare tempo per le domande. Tutto ci era piuttosto consueto nei
tempi antichi e per la gente di allora era una cosa normale.
Un giorno per, un cavaliere di Gloucester venuto a cacciare nella
foresta, and sulla collina per bere il nettare e quando ebbe bevuto,
invece di restituire il corno, come avrebbe dovuto fare, lo tenne per
s.
L'illustre conte di Gloucester, quando venne a conoscenza del fatto,
condann il ladro a morte, recuper il corno e lo offr in dono al
grande re Enrico il Vecchio. Se avesse tenuto il corno per s,
infatti, la gente avrebbe potuto credere che il conte approvasse un
furto tanto empio.

14. La Dama verde.
(Inghilterra).

C'era una volta un vecchio che aveva due figlie. Una delle due era una
ragazza molto buona e generosa mentre l'altra era orgogliosa e
presuntuosa, eppure il padre preferiva la seconda e le faceva avere
pi cibo e vestiti migliori.
Un giorno la figlia buona disse al padre: "Padre, dammi una torta e
una bottiglia di birra e lasciami andare a tentare la fortuna". Il
padre acconsent: le diede una torta e la birra e la ragazza part in
cerca di fortuna.
Dopo aver attraversato il bosco, la giovane si sent stanca e si
sedette sotto un albero per riposare e rifocillarsi. Mentre mangiava
le si avvicin un vecchio, piccolo uomo che le chiese: "Ragazzina,
ragazzina, cosa fai sotto il mio albero?". E lei rispose: "Vado
cercando fortuna signore; sono molto stanca e affamata e questa la
mia cena". Il vecchio allora disse: "Ragazzina, ragazzina, dammi un
po' della tua cena".
"Ho solo un po' di torta e della birra, ma se lo desideri potrai
averne una parte."
Il vecchio accett, si sedette accanto a lei e insieme mangiarono e
bevvero. Quando ebbero terminato la giovane si accinse a partire e il
vecchio disse: "Ora ti dir dove trovare la fortuna. Inoltrati sempre
pi nel bosco finch giungerai alla casa dove vive la Dama verde.
Bussa alla porta e quando lei ti aprir dille che sei venuta a cercare
lavoro come serva. Ricorda di comportarti bene, fa' tutto quello che
ti dir e non ti verr fatto alcun male".
La ragazzina lo ringrazi gentilmente e riprese il suo cammino
attraverso il bosco. Finalmente giunse alla casa, buss alla porta e
le apr una graziosa Dama verde che le domand: "Ragazzina, ragazzina,
cosa vuoi?".
"Sono venuta a cercare lavoro, signora" rispose la ragazza.
"Cosa sai fare?" le chiese la Dama verde.
"So cucinare, distillare e fare tutte le faccende di casa" spieg la
giovane.
"Allora entra" disse la Dama verde accompagnandola in cucina.
"Ora" disse "dovrai comportarti molto bene, dovrai spazzare la casa,
spolverare... e stai bene attenta a non guardare mai attraverso il
buco della serratura o il male ricadr su di te."
La ragazzina spazz e spolver la casa e quando ebbe finito la Dama
verde le disse: "Ora vai al pozzo e portami un secchio di acqua per
preparare la cena. Se l'acqua non chiara cambiala pi volte finch
non lo sar".
La ragazzina ubbid; il primo secchio che tir su dal pozzo era pieno
di acqua fangosa e sporca e cos lo butt via. Nel secchio successivo
l'acqua era pi limpida ma dentro c'era un pesce argentato, che le
disse: "Ragazzina, ragazzina, lavami, asciugami e adagiami
dolcemente". Lei ubbid, poi tir su un altro secchio dal pozzo;
l'acqua era chiara ma nel secchio questa volta c'era un pesce dorato
che le disse: "Ragazzina, ragazzina, lavami, asciugami e adagiami
dolcemente". Anche questa volta la fanciulla fece come le era stato
detto. Anche nel quarto secchio c'era un pesce; la ragazzina lo lav,
lo asciug e lo adagi come aveva fatto con gli altri due, poi tir su
un altro secchio: questa volta l'acqua era limpida e fresca, e non
c'era alcun pesce.
A quel punto i tre pesci alzando la testa dissero:

Coloro che mangiano il cibo delle Fate
presto riposeranno nel sagrato della chiesa.
Bevi l'acqua di questo pozzo
e tutte le cose saranno belle per te.
Sii onesta, coraggiosa e sincera
e la buona fortuna verr a te.

La ragazzina si affrett a rincasare, pul la cucina e spolver in
fretta. Pensava che la Dama verde l'avrebbe rimproverata per la lunga
assenza, e inoltre era molto affamata. La Dama verde le mostr come
cucinare la cena e servirla, e le disse che pi tardi avrebbe potuto
prendere del pane e del latte per s. Ma la ragazzina disse che
avrebbe preso solo un sorso d'acqua e mangiato un poco della sua
torta; nella tasca ne aveva ancora qualche briciola. La Dama verde
and nel soggiorno e la ragazzina si sedette accanto al fuoco. Pensava
a s e a quello che i pesci le avevano detto e si chiese perch mai la
Dama verde le avesse proibito di guardare dal buco della serratura.
Poich non vedeva cosa ci fosse di male, si avvicin alla porta e
guard attraverso il buco della serratura e cosa vide! La Dama verde
che danzava con un folletto! Era cos stupita che non pot fare a meno
di esclamare: "Oh! Cosa vedo! Una Dama verde che danza con un
folletto!".
La Dama verde usc precipitosamente dalla stanza chiedendo: "Cosa
vedi?" ma la ragazzina svelta rispose: "Niente vedo, nulla spio,
niente potr vedere fino alla fine dei giorni".
La Dama verde ritorn allora nel soggiorno e la ragazzina riprese a
spiare. Ancora una volta esclam: "Oh! Cosa vedo! Una Dama verde che
danza con un folletto!".
La Dama verde ritorn in cucina e chiese di nuovo: "Ragazzina,
ragazzina, cosa hai visto?". E la ragazzina rispose: "Niente vedo,
nulla spio, niente vedr fino alla fine dei giorni".
La cosa si ripet una terza volta e la Dama verde allora disse: "Tu
non vedrai mai pi" e accec la ragazzina. "Per" aggiunse "poich sei
stata brava e hai spolverato, ti pagher e ti lascer tornare a casa."
Le consegn quindi un sacchetto pieno di monete, dei vestiti e la
mand via.
La ragazzina si avvi al buio e urt contro il pozzo; accanto al pozzo
sedeva un bel giovane che disse di essere stato mandato dai pesci per
condurla a casa, l'avrebbe aiutata a portare il sacco dei vestiti e le
monete. Prima di avviarsi il giovane le disse di bagnarsi gli occhi
con l'acqua del pozzo e la ragazzina ubbid: con grande gioia si
accorse che le era ritornata la vista. Insieme camminarono nel bosco
finch giunsero alla casa del padre di lei. Quando aprirono il
sacchetto videro che era pieno di monete d'oro e i vestiti erano della
pi fine fattura. La ragazzina spos il giovane e insieme vissero
felici e contenti.

Quando la sorella vide tutte le ricchezze che la ragazzina aveva
ottenuto and dal padre e disse: "Padre, dammi una torta e della birra
e lasciami andare a tentare la fortuna". Il padre l'accontent e la
sorella si avvi alla volta del bosco. Quando il vecchio le chiese di
dividere con lui la sua cena, lei rispose: "Non ne ho a sufficienza
per me, non ti posso dare nulla". Quando la Dama verde scopr che non
aveva pulito e spolverato si arrabbi molto. Al pozzo la ragazza non
volle occuparsi dei pesci, disse che erano sporchi e viscidi e che se
li avesse toccati si sarebbe sicuramente sporcata il vestito, e li
rigett bruscamente nel pozzo. Per cena non volle bere acqua fredda
sapendo che c'era del buon latte; quando la Dama verde l'accec per
aver guardato dal buco della serratura non ricevette alcuna ricompensa
poich non aveva pulito n spolverato e nel bosco non incontr infine
nessun bel giovane che l'accompagnasse a casa. Si racconta che la
sventurata vag nella foresta per tutta la notte e il giorno
successivo finch mor per la fame e gli stenti. Ancora oggi nessuno
sa dove sia stata sepolta.


15. Cannelora.
(Italia).

C'era una volta un re colla moglie che non faceva figliuoli. Allora
lui mand fuori un bando che diceva: "Chi, in qualunque maniera, far
fare un figliuolo alla regina diventer il pi ricco del regno dopo il
re; ma quello che si prova e non ci riesce gli sar tagliata la
testa". Figuratevi quanti begli uomini, principi, cavalieri vi si
provarono! Ma tutti ebbero la disdetta e pagarono colla testa il
piacere d'essere stati colla regina.
Finalmente si presenta un povero vecchio tutto lacero e dice al re:
"Maest, presentatemi alla regina ed io v'insegner come si fa ad aver
figliuoli". Tutti, vedendolo cos vecchio e cadente, si burlavano di
lui. Ma il re lo present nonostante ci alla regina.
Il vecchio, guardandola appena, disse al re: "Maest, fate ammazzare
il drago marino, fatene cucinare il cuore da una giovane vergine, e
lei, soltanto all'odore, ingravider. Dopo che la giovane l'avr
cucinato, lo mangi la regina e ingravider anche lei, e tutte due
partoriranno nello stesso momento, ognuna un bellissimo figliuolo". Il
re rest meravigliato, ma fece tutto quello che gli consigli il
vecchio, e la cosa and per l'appunto come aveva detto.
Dopo nove mesi quella giovane e la regina partorirono due bellissimi
figliuoli che si somigliavano in tutto. Quello della giovane ebbe nome
Cannelora e quello della regina Emilio. I due fratelli si volevano un
gran bene, e in principio anche la regina voleva un gran bene a loro.
Ma intanto che andavano crescendo, cominci ad avere dispiacere che
tra suo figlio e quell'altro non ci fosse nessuna differenza; poi ebbe
anche invidia di quell'altro. Fin col maltrattarlo; e non voleva che
suo figlio lo tenesse per fratello. Ma era inutile; i due giovinetti
si volevano un gran bene e la regina si rodeva.
Un giorno loro si divertivano insieme a fondere pallini da caccia.
Emilio va fuori un momento e la regina si accosta al focolare, d un
colpo di paletta a Cannelora nella testa, e gli fa una larga ferita.
Il povero giovane sta zitto, s'asciuga il sangue, si fascia la ferita
e decide di andarsene via per sempre dalla casa del re e cercare
miglior fortuna. Figuratevi come rimase Emilio, ritornando! Volle
sapere cos'era successo e Cannelora, colle lacrime agli occhi, gli
raccont tutto e poi disse: "Caro fratello, la fortuna non vuole che
viviamo insieme ed io ti debbo lasciare". Cosa non fece il povero
Emilio per trattenerlo! Ma fu inutile. L'indomani Cannelora piglia il
suo fucile a due canne, il suo cane e il suo cavallo, chiama in
giardino il suo Emilio e gli dice: "Mio caro fratello, oggi con gran
dolore mi debbo separare da te. Ma io ti lascier un ricordo". Fece un
buco in terra con un bastone e subito venne fuori uno sprillo d'acqua
chiarissima. Poi sotto a quell'acqua piant una mortella. "Fratello
mio, quando vedrai quest'acqua torba e questa mortella secca, sar
segno di qualche mio gran malanno." Queste furono le sue ultime
parole. I due giovani si abbracciarono e baciarono piangendo e
Cannelora part.
Cammina, cammina; un giorno arriva a un bivio. Una delle vie conduceva
a un bosco, che chi v'entrava non ne usciva pi, l'altra in diverse
parti del mondo. Dove le due vie si separavano c'era un orto e dentro
all'orto due ortolani che litigavano e stavano per picchiarsi.
Cannelora entra nell'orto e domanda loro perch litigavano. Uno
risponde: "Io ho trovato due piastre, e questo mio compagno ne vuole
una, perch m'era vicino quando l'ho trovata. Io non credo che abbia
ragione". Cannelora cav fuori quattro piastre dalla sua borsa e ne
diede due a quello che aveva gi trovato le altre due e due al suo
compagno. I due ortolani lo ringraziarono tanto e gli baciarono la
mano. Lui se n'and e s'era messo per la via che conduceva al bosco.
Allora l'ortolano che aveva avuto quattro piastre, gli grid dietro:
"Signorino, non andate di qui, ch si va ad un bosco di dove non si
vien pi fuori. Pigliate quest'altra via".
Cammina, cammina; incontra de' ragazzacci che perseguitavano coi
bastoni una serpe. "Lasciatela andare, povera bestia!" grid lui a
quei ragazzacci, e la serpe pot fuggire. Ma le avevano gi tagliata
la punta della coda.
Un giorno Cannelora arriva in mezzo a un bosco grandissimo e vien la
notte. Faceva un freddo che lui stava per ghiacciare. Da tutte le
parti si sentivano gli urli delle bestie feroci. Lui si teneva per
morto, quando tutto ad un tratto si vede pigliar per mano da una
bellissima ragazza che portava un lume e gli dice: "Povero giovane!
Vieni a riscaldarti e a riposare in casa mia". Cannelora credeva
proprio di sognare, e senza poter dire una parola and dietro alla
ragazza. Dopo che l'ebbe condotto in casa sua, lei gli disse: "Ti
ricordi d'una serpe che hai salvato dalle mani di ragazzacci che la
bastonavano? Quella serpe son io. Guarda; in segno della punta della
coda che m'hanno tagliata, ecco qui tagliata la punta del dito mignolo
della mia sinistra. E ora, come tu hai salvato me da quei ragazzacci,
io salvo te dal freddo e dalle bestie feroci". Cannelora non sapeva
come ringraziarla. Lei gli fece un bel fuoco, gli prepar la tavola e
mangiarono insieme. Poi ognuno and in una camera a riposare. La
mattina, la fata l'abbracci e lo baci, e gli disse: "Va', amico mio.
Tu soffrirai, ma verr un giorno che staremo insieme e contenti".
Cannelora non cap cosa volesse dire, ma riabbracci e baci la fata e
part commosso.
Arriva in un bosco e incontra una serpe colle corna d'oro. Lui voleva
ammazzarla col suo fucile a due canne, ma la serpe girando di qua e di
l per salvarsi, se lo tir dietro vicino a una grotta. Intanto
scoppia una gran tempesta con tuoni, lampi, vento, pioggia e grandine
grossa come uova. Il povero Cannelora fugge col cane e col suo cavallo
e si ricovera nella grotta vicina e accende un po' di fuoco per
asciugarsi. Una serpicina domand per carit di entrare nella grotta a
riscaldarsi un poco, e Cannelora fu contento. Ma lei prima di entrare
disse: "Io ho paura del cavallo, del cane e del fucile". E quel buon
giovane ebbe anche la bont di legare il cavallo e il cane e di
scaricare il fucile, e poi disse: "Adesso puoi entrare senza paura".
La serpicina entr e subito divent un gigante. Con una mano pigli il
povero Cannelora per i capelli e coll'altra scoperchi una tomba che
c'era nella grotta e lo seppell vivo l dentro.

Ma cosa faceva intanto suo fratello Emilio? Da quando Cannelora era
partito non aveva pi pace. Un giorno scende nel giardino e vede torba
l'acqua che suo fratello aveva fatto sprillare e la mortella, piantata
accanto, secca.
"Oh povero me! E accaduta qualche gran disgrazia a mio fratello.
Voglio andar per il mondo a cercare di lui. Voglio sapere cosa
accaduto al mio caro Cannelora." N il re, n la regina lo poterono
trattenere. Mont a cavallo e col suo cane avanti e il fucile a due
canne al fianco se n'and. Arriv al bivio, dove Cannelora aveva
incontrato gli ortolani, e c'era nell'orto quello appunto che aveva
avuto da lui le quattro piastre. Questo uomo corse incontro ad Emilio
col cappello in mano e gli disse: "Benvenuto, signorino! Vi ricordate
delle quattro piastre che m'avete dato l'altra volta che siete passato
di qui? Vi ricordate che avevate preso una cattiva strada che andava
al bosco da dove non si vien pi fuori, e io v'ho insegnato la
buona?".
"S, s, buon uomo, me ne ricordo" rispose Emilio, che s'era accorto
che l'ortolano l'aveva preso per Cannelora. Dunque cap che Cannelora
era passato di l, e venne a sapere anche la via che aveva preso.
Diede anche lui quattro piastre all'ortolano e s'avvi appunto per
quella. Cammina, cammina; arriva in mezzo al bosco dove Cannelora
aveva incontrato quella bella fata che l'aveva condotto a casa sua e
che era poi la serpe salvata prima da lui. Ora lei medesima compar
dinanzi a Emilio e gli disse: "Benvenuto l'amico del mio sposo!".
Emilio maravigliato disse: "Ma chi siete voi, signora?".
"Io sono la fata che deve sposare il tuo Cannelora."
"Come, signora mia, vivo ancora il mio Cannelora? Se vivo,
datemene notizie per carit, perch io voglio correre ad
abbracciarlo."
Alla fata venivano le lacrime agli occhi e gli disse: "Cammina; va' a
liberare il nostro caro Cannelora che soffre e sta sotto terra. Ma
bada bene; non lasciarti ingannare dalla serpicina". E con queste
parole spar. Ed Emilio, colla speranza di salvare il suo amico, si
fece anche pi coraggio e tir innanzi. Arriv anche lui nel bosco e
incontr la serpe con le corna d'oro, e anche lui, andandole dietro
per la voglia d'ammazzarla, si trov vicino alla grotta dove Cannelora
era chiuso sotto terra. Venne anche ora la tempesta ed Emilio, come
Cannelora, si ricover nella grotta e accese il fuoco. Eccoti come
prima la serpicina che domanda di venire a scaldarsi, e lui dice di
s. Ma quando lei venne fuori colla paura che aveva del cavallo, del
cane e del fucile, lui che si ricordava di quel che gli aveva detto la
fata nel bosco, cap il tiro, e per risposta piglia il fucile e le
spara contro due colpi. E cosa vede? Invece della serpicina un gran
gigante disteso per terra morto, con due gran ferite nella testa, che
il sangue veniva gi a catinelle. E si sente intorno tante voci
gridare: "Aiuto, aiuto, anima santa! E' Iddio che t'ha mandato a
salvarci". E lui subito apre la tomba e ne vien fuori il suo Cannelora
e poi tanti principi, baroni e cavalieri che c'erano sepolti da tanti
anni e tenuti a pane e acqua.
Figuratevi con che consolazione s'abbracciarono Emilio e Cannelora!
Poi fecero con tutti quei signori una gran cavalcata e partirono pel
loro regno. Passarono per il bosco dove tutti due avevano incontrata
quella fata che prima era stata la serpe salvata da Cannelora. E
questa volta lei stessa venne loro incontro. Era accompagnata da tante
altre Fate, con certi visi da innamorare alla prima. Lei per era la
pi bella di tutte. Preso per mano Cannelora, l'aiut a scendere da
cavallo, poi l'abbracci e gli disse: "Mio caro, tutti i tuoi dolori
sono finiti. Tu mi hai salvata dalla morte ed io voglio renderti
l'uomo pi felice del mondo. Tu sarai il mio sposo". Poi chiam
un'altra fata, la pi bella dopo di lei, e le disse: "Bella fata, va'
a dare un bacio ad Emilio che vuol tanto bene al mio sposo e sii la
sua sposa". Poi si volt a tutte le altre Fate e disse: "Ognuna di voi
si scelga uno di questi signori a suo piacere, gli dia un bacio e si
faccia sua sposa".
E cos si fece e ci fu uno sposalizio di Fate cos bello, che beato
chi ci si trov! Tutti, colle loro spose, tornarono allegramente a
casa. E tornarono anche Emilio e Cannelora con gran piacere del re e
della regina, che credeva il suo figliuolo gi morto e sepolto.
E si fece festa per tutto il regno e si diede a molte figliuole povere
i mezzi di fare de' bei matrimoni. Ma io poveretta non c'era e sono
rimasta con le mani piene di mosche!


16. I dodici buoi.
(Italia).

Dice che c'era una volta un padre che aveva dodici figliuoli gi
grandi che non stavano pi a casa, ma lavoravano e avevano casa da s.
Accadde che il padre ebbe ancora una bambina, e loro n'ebbero tanto
dispetto che non vollero pi tornare dal padre e si misero in un bosco
a fare i falegnami. Quella ragazza aveva gi quattordici o quindici
anni e i fratelli li conosceva, ma con loro non era andata mai.
Una volta and a lavarsi in una fonte e prima si lev i coralli dal
collo perch non gli cadessero nell'acqua. Ora, un corvo che passava
di l li pigli e li port via, e lei d跐li dietro, arriv in quel
bosco dove stavano i suoi fratelli. Il corvo and a nascondersi in una
capanna dove loro abitavano e lei c'entr dentro, ch non c'era
nessuno, e per paura che poi la maltrattassero si mise sotto al letto.
I suoi fratelli, venuti a casa, fecero colazione e se ne tornarono
fuori senza vederla. Alla sera lei prepar i taglierini e si nascose
di nuovo. Loro mangiarono, ma gli venne il sospetto che fosse qualche
strega che avesse fatto questo gioco. E uno di loro, all'indomani,
rest a casa e vide uscire di sotto al letto la sorella. La riconobbe
e le perdon di essersi nascosta in quella maniera, e le disse che lui
mandava a dire alla madre che lei stava coi fratelli. Poi l'avvert di
non andar a pigliar del fuoco a una casa vicina perch ci stavano le
streghe. Lei stette una quindicina di giorni senz'andarci. Ma una
volta lasci venir sera e non aveva preparato la cena. Per far presto
and per fuoco in casa delle streghe e trov una vecchia che gliene
diede. Ma quella vecchia le disse che anche lei le domandava un
piacere, che all'indomani si lasciasse succhiare un poco da lei il
dito mignolo. E per mostrarle come doveva fare, chiuse l'uscio, le
fece mettere il dito nel buco e succhi tanto sangue che quella povera
ragazza cascava quasi in svenimento. E la strega le disse che
all'indomani voleva fare lo stesso.
I fratelli della ragazza cenarono la sera come al solito, ma poi
guardando la sorella si accorsero che doveva aver qualche cosa, e a
forza di domande, si fecero raccontare tutto. E lei disse dunque che
all'indomani doveva venire la strega a succhiarle il dito. Il suo
primo fratello aspett la mattina, e quando venne la strega, la
sorella non apr, e quando quella mise la testa dentro per un
finestrino, il fratello con una sega gliela tagli; poi apr l'uscio e
gett la testa e il corpo della strega gi in un burrone.
Accade che una volta quella ragazza va per acqua a una fonte e trova
una vecchia che le voleva vendere delle scodelle bianche; e lei non ne
voleva sapere, perch non aveva quattrini. Ma la vecchia tanto fece
che lei ne accett una in regalo e la port a casa. Arrivano i
fratelli che tornavano stanchi dal lavoro e avevano sete. E appena
bevono in quella scodella diventano tutti buoi, salvo uno che divent
un agnello perch aveva bevuto poco. Figuratevi il dispiacere della
sorella e la paura anche di trovarsi sola affatto in quel deserto e
con quelle dodici bestie da mantenere!
Un figliuolo del principe, per fortuna, andando a caccia si smarr in
quella boscaglia e passando vicino alla capanna domand alloggio. La
giovane non voleva riceverlo, ma lui la preg tanto che finalmente
acconsent. Avendo veduto la bellezza di quella ragazza, il figliuolo
del principe la voleva sposare, ma lei rispose che non poteva lasciare
i suoi fratelli e doveva pensare a loro. Lui disse che s'incaricava
d'ogni cosa, e infatti spos la ragazza e la fece principessa e mise i
suoi fratelli in una stalla di marmo colle sue belle mangiatoie; e
furono trattati come uomini.
Quella strega che era stata ammazzata dal primo fratello della
principessa era risuscitata e avea giurato di vendicarsi, e cominci
col tentare di mettersi lei nel posto della principessa. E in figura
d'una vecchiarella and nel giardino dove c'era lei sotto un pergolato
insieme all'agnellino che era suo fratello. La vecchia domanda alla
principessa un grappolo d'uva e quella buona giovane va per dargliela,
ma intanto senza accorgersene era andata alla riva d'una cisterna, e
la strega la fece cader dentro. Quella poveretta piangeva l dentro,
ma nessuno la sentiva, salvo quell'agnellino che girava sempre intorno
belando. La strega pigli la forma della principessa e si mise nel suo
letto. Arriva a casa il principe e le dice: "Cos'hai?".
"Sono malata a morte ed ho bisogno di mangiare un pezzo di
quell'agnello che sento gridare; se no, muoio."
Lui risponde: "Dunque tu dici bugie. Mi dicevi che l'agnellino era tuo
fratello e poi non vero". La strega l'aveva fatto il marrone! E non
c'era pi rimedio. Rest l senza saper dir nulla. Il principe si
accorse di qualche cosa. Va in giardino e corre dietro all'agnello per
pigliarlo. E intanto s'accosta alla cisterna e sente sua moglie.
"Ma non eri in letto adesso adesso?"
"No, dalla sera che sono qui e nessuno m'ha sentita."
Lui la fece levare subito dalla cisterna, e la strega che aveva preso
la figura di lei fu subito presa e bruciata. E di mano in mano che il
fuoco bruciava o la mano o la gamba di quella strega, quei buoi
tornavano uomini e diventavano forti e robusti, e nel palazzo pareva
ci fosse una compagnia di giganti. E furono poi tutti principi,
padroni di tanti stati; ma io sono rimasto meschino, meschino!


17. Vassilissa la Bella.
(Russia).

In un certo reame viveva una volta un mercante. Visse con la moglie
dodici anni, ma nacque solo una bambina, la bella Vassilissa. Quando
la madre mor la bambina aveva otto anni. Sul letto di morte la
mercantessa chiam a s la figlia, trasse da sotto le coperte una
bambola, gliela diede e disse: "Ascolta piccola Vassilissa! Ricorda e
adempi le mie ultime parole. Io muoio, e insieme alla materna
benedizione ti lascio questa bambola; tienila sempre vicina a te e non
mostrarla a nessuno, e se ti capiter qualche malanno, dalle da
mangiare e chiedile consiglio. Essa manger e ti dir come tirarti
fuori dai pasticci". Poi la mamma baci la figlia, e mor.
Il mercante soffr per la morte della moglie, com' naturale, ma poi
cominci a pensare di risposarsi. Era un bell'uomo e trovare una
fidanzata non gli era difficile; ma pi di tutte gli piacque una
vedovella. Essa era gi d'una certa et, e aveva due figlie sue, su
per gi coetanee di Vassilissa; era dunque un'esperta donna di casa e
madre. Il mercante la spos, ma s'era ingannato, perch non trov in
lei una buona madre per la sua figliola. Vassilissa era la pi bella
bambina del paese; la matrigna e le sorelle, invidiando la sua
bellezza, la tormentavano imponendole ogni pi duro lavoro, affinch
dimagrisse dalla fatica e diventasse nera nera sotto il sole e il
vento; proprio non la lasciavano vivere!
Vassilissa sopportava tutto senza lamentarsi, diventando ogni giorno
pi bella e pi piena, invece la matrigna e le sue figlie si facevano
sempre pi magre e pi brutte dalla rabbia, pur standosene sempre
sedute a far niente, come signore. Come succedeva? Era la bambola che
aiutava Vassilissa. Altrimenti come avrebbe potuto cavarsela una
bambina con tutto quel lavoro? Perci Vassilissa magari non mangiava
lei, ma per la bambola metteva da parte il boccone pi gustoso; e la
sera, quando tutti erano andati a dormire, lei si chiudeva nel
bugigattolo dove viveva e dandole da mangiare le diceva: "Toh,
bambolina, mangia di cuore e presta orecchio al mio dolore! Vivo a
casa dal mio babbino, ma per me non c' nessuna gioia; la matrigna
cattiva mi perseguita sin dall'alba. Insegnami: come debbo
comportarmi? e cosa debbo fare?". La bambolina finisce di mangiare,
poi la consiglia, calma il suo dolore, e al mattino tutto il lavoro di
Vassilissa fatto; mentre lei riposa al fresco e coglie i fiorellini,
l'orto ripulito, il cavolo preparato, e l'acqua portata e la stufa
accesa. La bambola le mostra persino l'erba che preserva
dall'abbronzatura. Era bello vivere con la bambolina.

Pass qualche anno; Vassilissa crebbe e divenne una ragazza da marito.
Tutti i giovanotti in paese gettavan gli occhi su Vassilissa; le
figlie della matrigna invece nessuno le guardava. La matrigna, sempre
pi cattiva, rispondeva ai pretendenti: "Non dar la pi piccola prima
delle maggiori!" e respinti i giovanotti sfogava la sua cattiveria
picchiando Vassilissa.
Ecco che una volta il mercante dovette star via di casa a lungo, per i
suoi affari. La matrigna and a vivere in un'altra casa; dietro quella
casa c'era un bosco fitto, e nel bosco, in una radura, stava una
casetta, e nella casetta viveva la "baba-jaga", (Strega) che non
lasciava avvicinare nessuno, e si mangiava gli uomini come pulcini.
Trasferitasi nel nuovo paese, la mercantessa non faceva che mandare
nel bosco, ora per questo ora per quello, la povera Vassilissa
detestata; ma lei tornava sempre a casa, senza che le capitasse nulla:
la bambolina le indicava la strada e non la lasciava avvicinare alla
casetta della "baba-jaga".
Venne l'autunno. La matrigna distribu a tutte e tre le ragazze il
lavoro serotino: a una diede da intrecciare un merletto, l'altra
doveva far la calza e Vassilissa doveva filare; e tutto secondo le
regole. Spense le luci in tutta la casa, lasciando una candela sola,
l dove lavoravano le ragazze, e lei se ne and a dormire. Le ragazze
lavoravano Ecco che la candela cominci a filare; una delle figlie
della matrigna prese le pinze per raddrizzare lo stoppaccino, ma
invece, per ordine della madre, spense la candela, come se non
l'avesse fatto apposta. "Che faremo adesso?" chiesero le ragazze, "in
tutta la casa le luci sono spente, e i nostri doveri non sono finiti.
Bisogna correre dalla "baba-jaga" e farsi dare un po' di fuoco!"
"Per me, m'illumina abbastanza la luce che riflette il mio uncinetto!"
disse quella che intrecciava il merletto, "io non vado."
"Neanch'io vado" disse l'altra. che faceva la calza, "a me vien chiaro
dai ferri!"
"Tocca a te andare a cercare il fuoco" gridarono entrambe, "corri
dalla "baba-jaga"!" e spinsero Vassilissa fuori dalla stanza.
Vassilissa and nella sua cameretta, pose dinanzi alla bambolina la
cena preparata, e disse: "Toh, bambolina, mangia di cuore e porgi
orecchio al mio dolore: mi vogliono mandare dalla "baba-jaga" a
chiedere il fuoco; la "baba-jaga" mi manger!". La bambola mangi, e i
suoi occhi luccicarono come due candeline. "Non temere, piccola
Vassilissa!" disse, "va' dove t'han mandato, solo sta' attenta a
tenermi sempre vicino a te. Con me accanto, la "baba-jaga" non potr
farti niente." Vassilissa si prepar ad andare, mise in tasca la sua
bambolina e, fattasi il segno della croce, entr nel folto del bosco.
Cammina e trema. D'improvviso scalpita vicino a lei un cavaliere: era
bianco, vestito di bianco, e il cavallo era bianco, e le redini eran
bianche. Cominci ad albeggiare.
Va avanti, ed ecco scalpitare un altro cavaliere: tutto rosso, vestito
di rosso, su un cavallo rosso. Cominci a sorgere il sole.
Dopo aver camminato tutta la notte e tutto il giorno, solo la sera
seguente Vassilissa sbuc nella radura dove stava la casetta della
"baba-jaga"; lo steccato che l'attorniava era fatto d'ossa umane, sul
recinto eran piantati crani umani, provvisti d'occhi; invece dei
battenti, al portone, gambe umane; invece di chiavistelli, mani;
invece della serratura, una bocca con denti aguzzi. Vassilissa
impietr dal raccapriccio. D'un tratto arriv un altro cavaliere:
nero, tutto vestito di nero, su un cavallo nero; galopp verso la
porta della "baba-jaga" e scomparve, come inghiottito dalla terra.
Sopraggiunse la notte. Ma l'oscurit non dur a lungo: in tutti i
crani del recinto si accesero gli occhi, e nella radura fu chiaro come
in pieno giorno. Vassilissa tremava dallo spavento, ma non sapendo
dove scappare rest ferma sul posto.
Presto s'ud nel bosco un terribile rumore: gli alberi scrosciavano,
le foglie secche scricchiolavano; usc dal bosco la "baba-jaga": a
cavalcioni su un mortaio, l'incitava col pestello, trascinandosi
dietro la scopa. S'avvicin al cancello e annusando attorno grid:
"Fu-fu! Sa odore di russo! Chi c' qui?".
In preda al terrore Vassilissa s'avvicin alla vecchia e, inchinatasi
profondamente, disse: "Sono io, nonna! Le figlie della matrigna
m'hanno mandato a chiederti del fuoco".
"Bene," disse la "baba-jaga", "le conosco; adesso vivi un po' qui e
lavora per me, e allora ti dar del fuoco; se no, ti manger!" Poi si
rivolse al cancello e grid: "Ehi voi, chiavistelli miei forti,
apritevi; cancelli miei larghi, spalancatevi!". I cancelli s'aprirono
e la "baba-jaga" entr fischiando; dietro a lei pass Vassilissa, poi
tutto si richiuse di nuovo. Entrata in camera la "baba-jaga" si
distese, e dice a Vassilissa: "Dammi un po' quel che c' nella stufa,
voglio mangiare".
Vassilissa accese uno stecco di legno a quei crani che stavan sulla
staccionata e cominci a tirar fuori il cibo dalla stufa e a porgerlo
alla strega, ce n'era per dieci persone; port dalla cantina sidro,
miele, birra e vino. La vecchia mangi e bevve tutto; a Vassilissa
rest solo un po' di minestra di cavoli, una crosta di pane e un
pezzetto di porchetta. La "baba-jaga" si prepar a dormire, e dice:
"Guarda, domani, quando me ne andr, tu pulisci il cortile, spazza la
casa, prepara il pranzo, lava la biancheria, poi va' alla madia,
prendi uno staio di grano e puliscilo dal loglio. E che sia tutto
pronto, se no ti mangio!". Dopo aver dato quegli ordini la "baba-jaga"
si mise a russare; allora Vassilissa pose dinanzi alla bambola i resti
della cena della vecchia, pianse e disse: "Toh, bambolina, mangia di
cuore, e porgi orecchio al mio dolore! La "baba-jaga" m'ha dato un
lavoro pesante, e minaccia di mangiarmi se non l'eseguo tutto;
aiutami!". La bambola rispose: "Non temere bella Vassilissa! Cena,
prega, e mettiti a dormire; la notte porta consiglio!".
Al mattino presto Vassilissa si svegli, la "baba jaga" era gi in
piedi; la bambina guard dalla finestra: gli occhi dei crani si
spegnevano; poi apparve il cavaliere bianco, e albeggi. La "baba
jaga" usc nella corte, fischi, dinanzi a lei comparve il mortaio col
pestello e la scopa. Guizz il rosso cavaliere, e comparve il sole. La
"baba-jaga" sedette sul mortaio e usc dalla corte, incitandolo col
pestello, trascinando dietro la scopa. Rimasta sola Vassilissa
ispezion la casa della strega, si meravigli dell'abbondanza d'ogni
cosa e rimase perplessa da dove cominciare il lavoro. Guarda meglio, e
vede che gi tutto fatto; la bambolina stava togliendo dal grano gli
ultimi semi di loglio.
"Ah, tu sei la mia salvatrice!" le disse Vassilissa, "tu m'hai
liberato d'ogni pena."
"Non ti resta che da preparare la cena," rispose la bambolina
scivolando nella sua tasca, "preparala e riposati, e buon pro ti
faccia!"
A sera Vassilissa apparecchi la tavola, e attese la "baba-jaga".
Cominciava ad annottare; dietro il cancello guizz il cavaliere nero,
e fu buio completo; solo gli occhi dei teschi scintillavano. Gli
alberi scrosciarono, le foglie scricchiolarono: arriva la "baba jaga".
Vassilissa le and incontro.
"Fatto tutto?" chiede la strega.
"Guarda tu stessa, se vuoi, nonna!" dice Vassilissa. La "baba-jaga"
osserv tutto; s'irrit di non trovar niente da ridire, e disse:
"Va bene!". Poi grid: "Servi miei fedeli, amici sinceri, portate via
il mio grano!". Apparvero tre paia di mani che afferrarono il grano e
lo portarono lontano dai suoi occhi. La "baba-jaga" mangi, si prepar
per andare a letto, e di nuovo diede ordine a Vassilissa: "Domani
farai lo stesso che hai fatto oggi, e in soprappi prenderai dalla
madia i semi di papavero e li pulirai dalla terra che contengono,
semino per semino; chi sa chi che per rabbia li ha mescolati alla
terra!". Cos disse la vecchia, poi si volt verso il muro e dorm
della grossa; e Vassilissa si mise a rifocillare la sua bambolina.
Mangiato che ebbe, la bambola le disse come il giorno prima: "Prega
Iddio e mettiti a dormire; la notte porta consiglio, tutto sar fatto,
mia piccola Vassilissa!".
Al mattino la "baba-jaga" usc di nuovo dalla corte a cavalcioni del
mortaio, e Vassilissa con la bambola fece subito tutto il lavoro.
Torn la vecchia, guard ogni cosa, e grid: "Servi miei fedeli, amici
sinceri, spremete olio dai semi di papavero!". Comparvero tre paia di
mani, afferrarono i semi e li portarono via dallo sguardo. La "baba-
jaga" si sedette a cenare; mentre lei mangia, Vassilissa resta in
piedi, silenziosa: "Perch non mi parli.?" dice la "baba-jaga". "Stai
l come una muta!"
"Non oso," risponde Vassilissa, "ma se permetti, vorrei chiederti
qualcosa."
"Parla, per non tutte le domande portano buon pro, molto saprai,
presto invecchierai!"
"Voglio chiederti, nonna, solo una cosa che ho visto; quando venni da
te mi sorpass un cavaliere su un cavallo bianco, lui stesso era
bianco, tutto vestito di bianco, chi ?"
"Quello il mio giorno chiaro!" rispose la "baba-jaga".
"Poi mi raggiunse un altro cavaliere su un cavallo rosso, era rosso
lui pure, tutto vestito di rosso; chi ?"
"Quello il mio bel solicello!" rispose la "baba-jaga".
"E cos' il cavaliere nero, che mi raggiunse proprio sulla tua porta,
nonna?"
"Quello la notte mia tenebrosa. Son tutti e tre miei servi fedeli!"
Vassilissa si ricord le tre paia di mani, e tacque. "Perch non
chiedi ancora?" disse la "baba-jaga".
"Mi basta cos; tu stessa hai detto, nonna, chi molto sa, presto
invecchia."
"Bene," disse la "baba-jaga", " bene che tu domandi solo di quel che
hai visto fuori della corte, e non dentro la corte! Non amo la gente
che sparge le chiacchiere fuori di casa, la gente troppo curiosa me la
mangio! Adesso domando io: come riesci a fare il lavoro che ti
assegno?"
"Mi aiuta la benedizione di mia madre" rispose Vassilissa.
"Ah, cos? Vattene via, figlia benedetta; non servono a me i
benedetti!" Trascin Vassilissa fuori della camera, la spinse al di l
del cancello, strapp dallo steccato un cranio dagli occhi che
ardevano e, infilato al bastone, glielo diede e disse: "Eccoti il
fuoco per le figlie della matrigna, portalo. E' ben per questo che
t'hanno mandato qui".
Vassilissa si gett di corsa verso casa, alla luce del teschio, che si
spense solo sul far del giorno; finalmente la sera del giorno dopo
raggiunse la sua casa. Avvicinatasi al cancello, essa avrebbe voluto
gettare il teschio; certo a casa non avran pi bisogno del fuoco,
pensa fra s. Ma all'improvviso s'ud una voce profonda uscire dal
teschio: "Non gettarmi via, portami alla matrigna!".
Guard verso la casa della matrigna e non vedendo illuminata neppure
una delle finestre, decise di andar l col teschio. Per la prima volta
le vennero incontro con mille moine e le raccontarono che da quando
lei se n'era andata, non avevano avuto fuoco in casa: loro non erano
state capaci d'accenderlo, e qualunque fuoco portato dai vicini si
spegneva subito, non appena entravano in camera. "Magari il tuo fuoco
terr!" disse la matrigna. Portarono il cranio nella camera, e gli
occhi del teschio sembravan fissare la matrigna e le sue figlie,
ardendo sempre pi! Quelle avrebbero voluto nascondersi, ma non
sapevano dove rannicchiarsi: gli occhi le seguivano dappertutto; sul
far del giorno erano completamente ridotte in cenere; solo Vassilissa
non fu toccata.
Al mattino Vassilissa seppell il teschio sotto terra, chiuse l'uscio
col catenaccio, and in citt e chiese a una vecchietta senza parenti
di lasciarla vivere con lei, aspettando il ritorno del padre. E dice
alla vecchia: "Mi annoio a non far niente, nonna!". La vecchietta
comper del buon lino; Vassilissa si mise al lavoro; il filato
s'ammonticchiava vicino a lei, preciso, sottile come un capello, ne
radun molte matasse. Era tempo ormai di mettersi alla tessitura, ma
non si trovavano telai adatti al filo di Vassilissa, e nessuno volle
fargliene. Lei cominci a chiedere alla sua bambolina, e quella dice:
"Portami qualche vecchio telaio da filare, e del crine di cavallo, e
io arranger tutto".
Radunato tutto quel che occorreva, Vassilissa si mise a letto, e
durante la notte la bambola prepar un ottimo telaio. Alla fine
dell'inverno la tela era tessuta, ma una tela cos sottile che si
poteva farla passare attraverso la cruna d'un ago, come un filo. A
primavera la sbiancarono, e Vassilissa dice alla vecchia: "Nonna,
vendi questa tela, e i soldi tienili per te". La vecchia guard la
stoffa e rimase senza fiato: "No, figlia mia, nessuno potrebbe
indossare questa tela all'infuori dello zar; la porter a corte". And
alla reggia, e si mise a camminare avanti e indietro, proprio sotto le
finestre. Lo zar la vide e le chiese: "Ti serve qualcosa,
vecchietta?". "Maest," risponde la vecchia, "ho portato una merce
rara; non voglio mostrarla a nessun altro che a te." Lo zar ordino di
lasciarla entrare da lui, e quando vide la tela rimase tutto stupito.
"Quanto ne vuoi?" chiese lo zar.
"Non ha prezzo, piccolo padre zar! Te l'ho portata in dono."
Lo zar la ringrazi e la mand indietro carica di regali.
Con quella tela si misero a cucire delle camicie per lo zar. Le
tagliarono, ma non poterono trovare una cucitrice che si prendesse
l'incarico di cucirle. Cercarono a lungo, finch lo zar chiam la
vecchia e le disse: "Tu che hai saputo filare e tessere una tela come
questa, sappi anche cucirne delle camicie".
"Non io ho filato e tessuto la tela, o sovrano," disse la vecchia,
"questo lavoro della mia trovatella."
"Che le cucia lei, allora!"
Tornata a casa la vecchia raccont tutto a Vassilissa. "Lo sapevo io
che questo lavoro non sarebbe sfuggito alle mie mani" rispose lei. Si
chiuse nella sua cameretta e si mise all'opera; cuciva senza sosta, e
presto fu pronta una dozzina di camicie.
La vecchia le port allo zar; Vassilissa intanto si lav, si pettin,
si vest e sedette accanto alla finestra. Se ne sta seduta e aspetta
cosa accadr. Guarda: nel cortile, dalla vecchia, arriva un servo
dello zar; entra nella stanza e dice: "Lo zar sovrano vuol vedere
l'artista che gli ha lavorato le camicie, e ricompensarla con le sue
mani di zar". Quando lo zar vide Vassilissa la Bella s'innamor di lei
di colpo, da perderne la ragione. "No, bellezza mia!" dice, "io non mi
separer da te; tu sarai mia sposa." Qui lo zar prese Vassilissa per
le bianche mani, la fece sedere accanto a s e l si celebrarono le
nozze. Presto fece ritorno anche il padre di Vassilissa, che fu tutto
contento di quel matrimonio, e rest a vivere con lei. Vassilissa
prese con s la vecchietta; e finch visse port sempre in tasca la
bambolina.


18. La baba-jaga.
(Russia).

C'erano un tempo un uomo e una donna. L'uomo rimase vedovo e spos
un'altra donna; ma dalla prima moglie aveva avuto una figlia. La
cattiva matrigna non voleva bene alla figliastra, la batteva e pensava
come poteva fare per liberarsene del tutto. Un giorno il padre part,
e la matrigna disse alla bambina: "Va' da tua zia, mia sorella, e
chiedile ago e filo, per cucirti una camicetta". Ma questa zia era una
"baba-jaga", gamba d'osso.
Per la bambina non era stupida, e and prima da un'altra zia, sorella
della sua vera madre.
"Buongiorno, zietta!"
"Buongiorno, cara! Qual buon vento ti porta?"
"La mia matrigna mi ha detto di andare da sua sorella a chiedere ago e
filo, per cucirmi una camicetta."
La zia le disse: "Nipotina mia, l dove andrai ci sar una betulla che
vorr graffiarti sugli occhi: tu legala con un nastrino; ci sar un
portone che cigoler e vorr sbatterti in faccia: tu versagli un po'
d'olio sui cardini, ci saranno dei cani che vorranno morderti: tu
getta loro del pane; e un gatto vorr cavarti gli occhi: tu dagli un
po' di prosciutto". La bambina and: eccola che cammina, cammina e
finalmente arriva. C' una capanna; dentro, la "baba-jaga" gamba
d'osso, seduta, fila.
"Buongiorno, zietta!"
"Buongiorno, carina!"
"Mi ha mandato da te la mamma a chiederti ago e filo, per cucirmi una
camicetta."
"Benissimo, intanto, mettiti a filare."
Ecco che la bambina si siede al telaio, mentre la "baba-jaga" esce e
dice alla sua aiutante: "Va', scalda il bagno e lava la mia nipotina,
ma bada di farlo per benino: me la voglio mangiare per colazione". La
bambina se ne resta seduta pi morta che viva, tutta spaventata, e
prega l'aiutante: "Non accendere pi legna dell'acqua che versi, e
l'acqua portala con un setaccio", e le regal un fazzoletto.
La "baba jaga" aspetta; poi va alla finestra e domanda: "Stai filando,
nipotina, stai filando mia piccina?".
"Sto filando, cara zia, sto filando." La "baba-jaga" si allontan e la
bambina diede il prosciutto al gatto e gli chiese: "Non si pu fuggire
di qui in qualche modo?".
"Eccoti un pettinino e un asciugamano" dice il gatto "prendili e
scappa; la "baba-jaga" ti inseguir, ma tu poggia l'orecchio a terra e
appena senti che vicina, getta via prima l'asciugamano: nascer un
fiume, largo largo; se la "baba-jaga" riuscir ad attraversarlo e
ricomincer ad inseguirti, tu poggia di nuovo l'orecchio al suolo e,
quando senti che vicina, getta il pettinino: nascer un bosco, fitto
fitto; quello non potr oltrepassarlo davvero!"
La bambina prese l'asciugamano e il pettinino e fugg: i cani la
volevano sbranare, ma essa gett loro il pane, e quelli la lasciarono
passare; il portone voleva sbattere e chiudersi, ma essa gli vers un
po' d'olio sui cardini, e quello la lasci passare; la betulla voleva
strapparle gli occhi, ma la bambina la leg con un nastrino, e quella
la lasci andare. Intanto il gatto siede al telaio e fila: ma, pi che
filare, fa un gran pasticcio! La "baba-jaga" si avvicina alla finestra
e domanda: "Stai filando, nipotina, stai filando, mia piccina?".
"Sto filando, cara zia, sto filando!" risponde brusco il gatto.
La "baba-jaga" si precipita nella capanna, vede che la bambina
fuggita e... gi botte al gatto! Lo sgrida perch non ha graffiato la
bambina sugli occhi.
"E' tanto tempo che ti servo" risponde il gatto "e non mi hai mai dato
nemmeno un ossicino; lei invece mi ha dato un pezzo di prosciutto!" La
"baba-jaga" si scagli contro i cani, il portone la betulla e
l'aiutante, e gi a picchiare e a sgridare tutti! I cani le dicono:
"Ti serviamo da tanto tempo e non ci hai mai dato neppure una crosta
bruciacchiata; lei invece ci ha dato il pane!". La betulla dice: "E
tanto che ti servo, e non mi hai legata neppure con un filo; lei
invece mi ha ornata con un nastrino". L'aiutante dice: "Ti ho servita
per tanto tempo, e tu non mi hai regalato nemmeno uno straccio; lei,
invece, mi ha regalato un fazzoletto".
La "baba-jaga" gamba d'osso balz rapidamente a cavallo del mortaio,
lo incit col pestello, lo guid con la scopa e si gett
all'inseguimento della bambina. La bambina poggia l'orecchio a terra e
sente che la "baba-jaga" l'insegue ed gi vicina, prende
l'asciugamano e lo butta via: nasce un fiume largo largo! La
"babajaga" arriva al fiume e per la rabbia digrigna i denti, torna a
casa, prende i suoi buoi e li sospinge verso il fiume: i buoi se lo
bevono tutto. La "baba-jaga" si lanci di nuovo all'inseguimento. La
bambina poggi l'orecchio al suolo, sent che la "baba-jaga" era
vicina, e gett il pettinino; nacque un bosco, fitto da far paura! La
"baba-jaga" cominci a rosicchiarlo, ma, per quanto facesse, non
riusc a rosicchiarlo tutto e torn indietro.
Intanto il padre era tornato a casa e aveva chiesto: "Dov' mia
figlia?". "E' andata dalla zia" aveva risposto la matrigna. Un po' pi
tardi torna a casa anche la bambina. "Dove sei stata?" le chiede il
padre.
"Ah, piccolo padre!" dice lei. "Cos e cos, la mamma mi ha mandato
dalla zia a chiedere ago e filo, per cucirmi una camicetta, ma la zia
una "baba-jaga" e voleva mangiarmi."
"Come hai fatto a scappare, figlia mia?"
"Cos e cos" racconta la bambina. Il padre quando ebbe saputo tutto,
si arrabbi con la moglie e le spar col fucile. Da quel giorno visse
con la figlia, felice e contento; a far baldoria con loro anch'io son
stato, molto idromele ho bevuto; ma sui baffi m' colato, nella bocca
nulla andato!

C'erano una volta un marito e una moglie, ed ebbero una figlia; ma la
moglie mor. Il contadino si rispos, e nacque un'altra figlia. Per
la seconda moglie non amava la figliastra, e rendeva la vita
impossibile alla povera orfanella. Pensa e ripensa, il nostro
contadino port la figlia nel bosco. Cammina per il bosco, guarda: c'
un'"izba" con le zampe di gallina. Ecco che il contadino dice:
""Izba", "izba"! Volgi il dorso alla foresta e guardami". L'"izba" si
volt.
Il contadino entra nell'"izba" e dentro c' la "baba-jaga": prima la
testa, in un angolo un piede, nell'altro, l'altro piede. "Sento odor
di russo!" dice la "baba-jaga". Il contadino s'inchina: ""Baba-jaga"
gamba d'osso! Ti ho portato mia figlia a servizio".
"Benissimo! Servimi, servimi" dice la "baba-jaga" alla fanciulla "ed
io ti ricompenser."
Il padre si accomiat e torn a casa. La "baba-jaga" diede alla
fanciulla un mucchio di roba da filare, e la stufa da accendere, e da
provvedere a tutto, e poi se ne and. La fanciulla si appoggia alla
stufa e piange amaramente. Accorrono dei topolini e le dicono:
"Ragazza; ragazza, perch piangi? Dacci la polentina, e noi ti diremo
una bella cosina". La fanciulla diede la polentina. "Ecco" dicono "tu
infila un filo per ogni fuso." Torn la "baba-jaga": "Beh" dice "hai
provveduto a tutto?". La ragazza ha tutto pronto. "Bene, adesso va',
preparami il bagno." La "baba-jaga" lod la fanciulla e le regal un
sacco di cose. Poi usc di nuovo e le lasci degli incarichi ancora
pi difficili. La fanciulla piange di nuovo. Arrivano i topolini:
"Perch piangi" dicono "bella ragazza? Dacci la polentina, e noi ti
diremo una bella cosina". Essa diede loro la polentina, e i topi le
insegnarono di nuovo che cosa doveva fare e come. La "baba-jaga",
tornata che fu, la lod un'altra volta e le fece dei regali ancora pi
belli... Ma la matrigna intanto manda il marito a vedere se la figlia
ancora viva.
Il contadino and, arriva e vede che la figlia diventata ricca,
anzi, ricchissima. La "baba-jaga" non era in casa, ed egli port via
la figlia con s. Mentre si avvicinano al loro villaggio, a casa il
cagnolino abbaia: "Bu, bu, bu! Arriva la padroncina, arriva la
padroncina!". La matrigna corre fuori, e picchia il cane col
matterello. "Bugiardo," lo sgrida "faresti meglio a dire: sento il
rumore delle sue ossa nella cassettina!" Ma il cane continua tale e
quale. Arrivano. La matrigna non d pace al marito, perch non porti
dalla "baba-jaga" anche l'altra figlia. Il contadino ce la porta.
La "baba-jaga" lasci anche a lei il lavoro e usc. La ragazza fuori
di s per la stizza e piange. Accorrono i topolini. "Ragazza, ragazza,
perch piangi?" chiedono. Ma lei non li fece neppure finire, e gi
botte, col matterello e col resto; con loro si diede un gran daffare,
ma, quanto al resto, non fece un bel nulla! Arriv la "baba-jaga", si
arrabbi. La volta dopo, stessa cosa: allora la "baba-jaga" se la
mangi, e mise le ossa in una cassettina. A questo punto la madre
manda il marito a cercare la figlia. Il padre and, ma riport solo
gli ossicini. Quando vicino al villaggio, il cagnolino, davanti alla
casa, abbaia di nuovo: "Bu, bu, bu! Sento il rumore delle ossa nella
cassettina!". Arriv il marito; la moglie stramazz, morta. Eccoti una
storiella, e a me una ciambella.



19. La betulla.
(Russia).

C'era una volta un vecchio e una vecchia che vivevano in grande
povert. Un giorno il vecchio si procur della farina e la port alla
moglie, che cominci a preparare una schiacciata. Purtroppo per era
finita la legna.
"Vecchio, va' nel bosco che non c' legna e bisogna accendere la
stufa."
Il vecchio si prepar e and nel bosco. Scelse una robusta betulla,
sollev la scure e fece per vibrare il colpo. Ma ecco che la betulla
si mise a piangere e a supplicarlo: "Non abbattermi" diceva "abbi
piet dei miei figli! Guarda quanti ne ho, devo crescerli. Quando sar
morta, che ne sar di loro?". Il vecchio, a queste parole, ebbe piet
della betulla e and oltre. Arriv a un pioppo e fece per colpirlo. Ma
ecco che anche il pioppo prese a supplicarlo allo stesso modo. Il
vecchio s'impietos. Giunse a un ginepro ma anche questo si mise a
piangere e a implorarlo! Il vecchio risparmi anche il ginepro. Arriv
a un abete, e anche l'abete scoppi a piangere: "Guarda" diceva
"quanti figli piccoli ho, e tu vuoi uccidermi. Chi li crescer?". Il
vecchio non se la sent di abbatterlo. Giunse a una quercia e
anch'essa cominci a implorarlo.
Toltosi il berretto il vecchio si gratt la nuca, indeciso sul da
farsi. "Come potr tornare senza legna" si chiedeva. "La vecchia mi
mangia vivo e mi scaccia di casa. Cosa posso fare?" In quel momento
comparve un vecchio canuto che gli si avvicin e gli chiese: "Vecchio,
come mai sei cos pensieroso?".
"Come potrei non esserlo? Mia moglie mi ha mandato nel bosco a far
legna, ma tutti gli alberi a cui mi avvicino mi supplicano di non
abbatterli, cosa devo dunque fare? Penso a come tornare a casa senza
far infuriare mia moglie..."
Il vecchio allora disse: "Va bene nonno; tu hai avuto compassione dei
miei figli. Eccoti una verga d'oro. Se tua moglie inveisce, tu dillo
alla verga. E se hai bisogno di qualche cosa, recati al formicaio, fai
tre giri intorno, agita questa verga d'oro e chiedi ci che ti serve:
verrai accontentato. Bada per di non chiedere qualcosa di impossibile
perch la verga non potr esaudirlo".
Cos il vecchio se ne torn a casa. La moglie gli si scagli contro,
ma lui, senza pensarci due volte, sussurr alcune parole alla verga.
Ed ecco balzar fuori bastoni da ogni parte che cominciarono a colpire
la vecchia, fino a che il marito non disse: "Fermati, verga!" (il
vecchino gli aveva insegnato anche a fermarla).
Poi and al formicaio, gir tre volte intorno, agit la verga e ordin
di preparare la legna. Tornato a casa, ne trov gi l una carrata
pronta. La moglie, tutta contenta prepar la schiacciata. Avevano un
ripostiglio cadente e anche l'"izba" era malmessa. Allora il vecchio
pens: "Voglio proprio vedere se la verga sistemer questo faccenda".
Usc, fece per tre volte il giro del formicaio, agit la verga e
chiese che il ripostiglio venisse risistemato. Tornato a casa, trov
il ripostiglio rimesso a nuovo. "Vuol dire che il vecchino non mi ha
ingannato, ha detto la verit" pens, e, tornato al formicaio, chiese
lo stesso anche per l'"izba". Al ritorno la trov perfettamente in
ordine.
E cos vissero il vecchio e la moglie con i loro figli. Lui non
raccont mai nulla a nessuno e fece sempre tutto in segreto. Quando fu
l l per morire, lasci ai figli la verga, spieg loro come
servirsene e li ammon a non esprimere desideri irrealizzabili perch
non sarebbero stati esauditi.
Anche i figli del vecchio trascorsero bene la loro vita e quando
morirono lasciarono ai loro figli la verga d'oro, e anche essi se ne
servirono.
Quando pero la verga pass all'ultimo nipote, questi si rivel avido.
Anche se la verga esaudiva ogni suo desiderio, lui non era mai
soddisfatto. Volle diventare boiaro e la verga lo accontent.
Pass qualche tempo e anche questo non gli bastava pi. "Chieder di
diventare Dio" si disse; fece per tre volte il giro del formicaio,
agit la verga e chiese di diventare Dio. Ma la verga di colpo prese
fuoco e gli cadde addosso, bruciandolo.
Al villaggio si accorsero della sua assenza: dove si era cacciato?
Seguendo le orme nel bosco arrivarono fino al formicaio, e lo
trovarono incenerito: qui cessavano le tracce. I nipoti pi vecchi,
comprendendo ci che era accaduto, dissero: "Ecco fino a che punto era
grande l'avidit di quell'uomo: fino al punto di chiedere
l'irrealizzabile".


20. La fava fatata.
(Italia).

Cera una volta un pover'uomo che non aveva n casa, n tetto, e stava
sotto una pianta, seduto sopra un mattone. E aveva tre fave e stava
vicino alla casa d'un mago. Avvenne che questo poveretto piant una di
queste fave che crebbe alta come un albero, e lui ci mont sopra. E va
e va, arriv sul tetto del mago che gli disse: "E ora cosa vuoi?". Lui
disse che era un povero diavolo senza casa, n tetto, e lo preg di
dargli una stanza da stare al coperto. E il mago gli fece venir fuori
un palazzo alto come il sole.
Quell'uomo ci entr, ma non c'era neanco una seggiola da sedere, n
letto da coricarsi. E allora torn a salir sulla pianta, e domand al
mago qualche seggiola e un letto. E il mago batt colla bacchetta il
terreno, e in un momento venne ogni cosa.
Allora quell'uomo poteva star bene e godersela, ma cominci a trovar
la vita noiosa e gli venne voglia d'aver una compagna. E torna sulla
fava e domanda al mago che gli dia una donna. E lui gli diede una
nocciola d'oro e gli disse: "Quando tu sia gi, schiacciala e
diventer una bella donna che ti far compagnia". Lui fece appunto
cos, e la nocciola divent una donna ch'era un occhio di sole, e
tutti due se ne stavano allegri e contenti.
Ma a forza di star bene gli venne l'ubbia di star meglio, e torn
sull'albero a dir al mago, che era contento delle ricchezze e della
donna; ma voleva essere principe o imperatore per essere nominato nel
mondo. E quel mago gli disse: "Bestia, bestia! Tu cerchi il diavolo
che ti molesti. Va', sarai duca".
La moglie per un po' se ne stette cheta, ma poi anche a lei venne
l'ubbia di essere qualcosa di pi, e spingeva sempre il marito a
farselo concedere. Lui non voleva perch sapeva come andavano le cose,
ma la moglie gli stette tanto intorno, che quel povero infelice sal
sull'albero di fava a domandare qualche cosa di pi per la moglie.
Allora il mago gli disse di scendere che gliela darebbe. E appena
scese, patatrac! palazzo e fave sparirono. Quell'uomo e quella donna
restarono poveri come prima. Seminarono di nuovo quelle tre fave, ma
vennero su come tutte le altre fave, e ne ebbero appena da saziarsi
per una mattina.


21. Ne abbiamo a sufficienza.
(Inghilterra).

In una piccola capanna vivevano due fratellini con la nonna, ed erano
cos poveri che non avevano mai da mangiare a sufficienza. Erano
benvoluti dalla gente del paese perch erano bambini di buone maniere
e proprio per questo riuscivano sempre a procurarsi un boccone di
cibo: vecchie foglie di cavolo, un poco di rapa per fare una zuppa, a
volte addirittura delle ossa per il brodo o vecchie croste di pane.
Ogni volta che ricevevano qualcosa i bambini ringraziavano dicendo:
"E' abbastanza, ne abbiamo a sufficienza, grazie di cuore" e cos
riuscivano a sopravvivere.
Vicino a loro abitava un grasso e ricco fattore che possedeva degli
splendidi frutteti, dei campi di mais e una mandria di mucche, ma era
cos avaro che vendeva ogni foglia di cavolo, contava fino all'ultima
rapa e non mangiava mai carne per risparmiare: da lui non ci si poteva
proprio aspettare nemmeno una crosta di pane stantio. Ogni giorno che
passava diventava sempre pi grasso e pi ricco.
Una volta i due bambini condussero la loro capretta a pascolare lungo
il sentiero che passava attraverso i suoi campi; come li vide il
vicino li fece scacciare dai cani e lanci delle pietre contro la
nonna che raccoglieva delle stoppie nelle vicinanze, accusandola di
essere una strega e di aver privato del latte le sue mucche. Era una
menzogna davvero terribile! Cos i due bambini e la capretta dovettero
andare molto lontano per cercare dei pascoli che non fossero del ricco
fattore; la cosa non era per cos facile e un giorno la capretta
ruppe la corda che la teneva legata e fugg, inoltrandosi nel bosco
dei piccoli uomini, dove l'erba cresceva molto fitta. I bambini la
seguirono ma erano molto spaventati perch sapevano che nessuno si
inoltrava mai nel bosco dei piccoli uomini. Ciononostante non
scordarono le loro buone maniere e prima di entrare nel bosco
gridarono: "Per favore, perdonate !a nostra capretta affamata.
Possiamo entrare nel vostro bosco per riprenderla? Grazie di cuore" e
poi proseguirono fra gli alberi. Quando la trovarono la capretta stava
divorando un'immensa distesa di fragole. I bambini non credevano ai
loro occhi, e chiesero: "Siamo molto affamati, e cos anche la nonna a
casa: possiamo cogliere una manciata di fragole?".
I piccoli uomini maliziosi risposero: "Prendete pure tutte quelle che
volete" ma non dissero che le fragole erano fatate e non era possibile
smettere di mangiarle finch non si ringraziava. Ma la nonna aveva
educato bene i due bambini ed essi ne colsero solo due manciate da
portare a casa, poi dissero: "Cos abbastanza, ne abbiamo a
sufficienza, grazie di cuore". In questo modo anche la capretta pot
smettere di mangiare e tutti e tre uscirono sani a salvi dal bosco. Da
quella volta ebbero sempre latte a sufficienza, le fragole crebbero
tutto l'anno nel loro piccolo giardino e non soffrirono pi la fame.
Un giorno il ricco e grasso fattore not le fragole che crescevano fra
la neve nel giardino dei bambini e spalancando il cancello urlo:
"Avete rubato le fragole che io coltivo per vendere!". Era un'altra
terribile bugia. I bambini dissero che probabilmente quelle erano le
stesse fragole che crescevano nel bosco dei piccoli uomini, e che
quindi non potevano essere sue. "Anche il bosco mio!" url il
fattore, e questa bugia era ancora peggiore delle precedenti poich i
piccoli uomini lo udirono mentre la pronunciava. Il fattore inizi a
mangiare tutte le fragole che crescevano nel giardino mentre i bambini
lo osservavano tranquillamente; sapevano infatti che non appena il
fattore si fosse allontanato altre fragole sarebbero cresciute e non
sarebbero rimasti senza. Ma il fattore ne voleva ancora e i bambini
gli dissero che le poteva trovare nel bosco dei piccoli uomini; cos
si allontan velocemente alla volta del bosco.
L, fra la neve, crescevano centinaia di fragole ed egli mangi e
mangi senza potersi fermare; mangi e mangi poich non sapeva dire
n " abbastanza" n "grazie di cuore", e cos mangi per tutto il
giorno e per tutta la notte e per tutta la settimana, e quando giunse
la domenica scoppi, con un grande boato.


22. La leggenda del Tibast.
(Scandinavia).

La fata del bosco ha dimostrato spesso di avere un debole per gli
uomini, e si racconta che alcuni uomini abbiano avuto con lei delle
relazioni talmente intime da essere i padri dei suoi bambini. L'uomo
che cadeva in balia della donna del bosco - vale a dire che non
riusciva a resisterle anche solo una volta - soffriva poi di una
struggente nostalgia. Quando la fata lo chiamava dal profondo del
bosco, egli era obbligato ad andare, abbandonando casa e famiglia,
moglie e bambini, e quando tornava era stanco morto, e sembrava
impazzito.
Una volta la moglie di un uomo colpito da questo sortilegio, decisa a
trovare un rimedio, si rec nei campi e chiam a gran voce la fata del
bosco per chiederle un favore ( cosa piuttosto abituale infatti che
gli uomini e gli esseri magici si rendano favori l'un l'altro). Disse
alla fata del bosco di possedere un toro molto irrequieto che non
riusciva a starsene tranquillo nel recinto, ma che spesso tentava di
scappare, svegliando e innervosendo tutti gli altri animali. Forse la
fata del bosco conosceva qualche rimedio a questo problema?
"Certo" disse la fata, "devi dare al toro Tibast e valeriana e vedrai
che porrai fine alle sue bizzarre abitudini una volta per tutte!"
La donna ringrazi, torn a casa e si procur le erbe raccomandatele
dalla fata; anzich al toro, per, le diede di nascosto al marito, che
da quel momento non fugg pi nel bosco, nonostante i richiami della
fata.
Qualche tempo dopo, la donna capit nel bosco a raccogliere fragole e
bacche; quand'ecco che, improvvisamente, le apparve la fata che, con
voce lamentosa, cominci a cantare:

Tibast e valeriana,
povera me che ti insegnai a guarire la mattana!


23. La fata del bosco.
(Scandinavia).

Secondo un'antica credenza popolare svedese, colui che incontrava la
fata del bosco, doveva rimanere in silenzio. Se l'uomo diceva qualche
cosa di sconsiderato infatti, la fata ne poteva approfittare a proprio
vantaggio.
Un garzone di fattoria incontr un giorno una fata su un sentiero nel
bosco. Era bellissima, ma era abbigliata in modo piuttosto inconsueto
e con tanti fronzoli. Il garzone, che voleva chiacchierare e scherzare
con lei, le disse: "Buonasera, amore!".
"Che sia proprio cos!" rispose la fata. (Questi esseri non capiscono
affatto, o fingono di non capire, l'umorismo umano.)
Da quel momento la fata cominci a seguire ovunque il giovane: nel
bosco non gli dava pace e una volta si spinse a chiedere di lui
perfino alla fattoria. Il garzone, disperato, non sapeva pi cosa fare
per liberarsi di lei. Alla fine qualcuno lo consigli di andare dal
prete della parrocchia, che si era spesso dimostrato molto abile nel
risolvere questioni cos delicate.
Il prete lo fece entrare nella sacrestia e gli impart una
benedizione. Da quel giorno il giovane non incontr pi la fata e
ritorn finalmente libero di andare dove voleva senza pi essere
disturbato.

In alcune leggende nordiche si narra che la fata del bosco sia in
realt molto brutta, ma che abbia il potere di diventare bellissima in
presenza dell'uomo che ama. Perch ci sia possibile occorre che
l'uomo prima di incontrare la fata le annunci il suo arrivo, per
esempio dando dei piccoli colpi su un tronco d'albero. Un motivo
ricorrente nelle leggende che l'uomo dimentichi di dare il segnale
convenuto. In questo caso, gli capita di scoprire il vero aspetto
della fata: una vecchia megera con un lunghissimo naso a uncino e con
le dita lunghe e ricurve.
Ci che caratterizza maggiormente la fata del bosco la sua risata,
forte e tagliente. Alcune volte, proprio questa particolare risata
che rivela la presenza della fata. E' un essere irritante e malvagio,
che spaventa e disturba coloro che lavorano nel bosco.
Si pensa che la fata comandi tutti gli animali del bosco, e che dia
una ricompensa al cacciatore che si comporta bene con lei; la maggior
parte delle volte, gli facilita la cattura di un alce o di un orso. Se
invece di cattivo umore, fa in modo che il cacciatore, per quanto
miri attentamente, fallisca il tiro. E' per questo che molti animali
si aggirano liberamente per il bosco, senza alcun timore. Inoltre, gli
alci pi belli sono di propriet esclusiva della fata, che li cavalca
e vi scorrazza per il bosco. "Hanno la sella sul dorso" dicono coloro
che sono riusciti a vederli...


24. Il ciocco d'oro.
(Francia).

Nel mezzo del bosco di Broc幨iande, in una capanna fatta di zolle
erbose e rami intrecciati, vivevano tre fratelli orfani. Erano
carbonai e lavoravano giorno e notte per guadagnarsi da vivere.
Una sera, dopo aver raccolto molto carbone, il pi vecchio disse agli
altri due: "Fratelli, visto che il lavoro terminato e c' solo da
star attenti che non si spenga il fuoco, io me ne vado al ballo di
J廨ome Chouan, che oggi festeggia il suo matrimonio sulla piazza del
mercato di Paimpont".
"Vai pure" risposero Jacques e Francois.
Il fratello maggiore and dritto filato alla capanna per cambiarsi. Si
mise la sua giacchetta corta, un paio di pantaloni con solo due toppe,
una al ginocchio e una sul sedere, scarpe appena suolate e indoss il
suo grosso cappello della domenica, poi si allontan cantando.
A quel punto per il secondogenito pens tra s e s: "Perch rimanere
qua in due a far la guardia al fuoco? Il piccolo Francois pu badarci
da solo, i miei amici sono tutti riuniti attorno al fuoco da Julien
Guenel a bere vino, mangiare castagne e raccontarsi favole, mentre io
sono qui ad annoiarmi". Cos, dopo aver raccomandato ripetutamente a
Francois di non lasciare assolutamente spegnere il fuoco, se ne and
anche lui.
Il piccolo Francois aveva solo tredici anni ed era cos ubbidiente e
servizievole, che i fratelli spesso ne approfittavano. Quella sera
per il povero ragazzino era stanco morto perch non solo aveva
lavorato tutto il giorno, ma aveva anche fatto la guardia al fuoco per
una parte della notte precedente. Comunque non fece alcuna obiezione,
prese l'attizzatoio e attizz la brace per tenere vivo il fuoco.
Lentamente passarono le ore e nonostante i suoi sforzi per rimanere
sveglio (aveva camminato avanti e indietro per ore), il sonno lo vinse
e si addorment. Sogn allora di essere un re a cavallo di un possente
destriero bianco; la sua ricchezza gli permetteva di mangiare ogni
giorno pane e carne. Se qualcuno l'avesse visto dormire avrebbe potuto
vedere la sua espressione estatica. Ma, ahim, quando si svegli non
era pi un bel principe che cavalcava per la brughiera, ma un povero
carbonaio, che aveva lasciato spegnere il fuoco e che i fratelli
avrebbero certamente picchiato.
Che cosa poteva fare? A quel tempo i fiammiferi non c'erano ancora, e
al mattino le donne andavano di porta in porta, per trovare un paio di
carboni ardenti presso le vicine che erano riuscite a conservare il
fuoco sotto alla cenere.
Il povero piccolo Francois si stava strappando i capelli dalla
disperazione quando improvvisamente, volgendo gli occhi al cielo, vide
delle fiamme levarsi sopra gli alberi del bosco. Pensando che si
trattasse di un bivacco, si precipito in quella direzione deciso a
chiedere qualche tizzone ardente. Quando fu pi vicino vide con grande
sorpresa che le fiamme erano di diversi colori: blu, bianco, giallo,
rosso e sprigionavano una luce molto intensa.
Improvvisamente si ferm e sudore freddo gli col dalla fronte, poich
si accorse di essere a un passo dalla radura di Tr嶰elient, nei pressi
della fontana di Baranton, spesso visitata dalle Fate. Dalla chiesa di
Paimpont ud suonare la mezzanotte.
Solo allora Francois si ricord che le divinit del bosco si davano
convegno ogni notte, alla stessa ora, in quel luogo, per divertirsi e
ballare e che i mortali che si appostavano per spiarle venivano
trascinati contro il loro volere in un infernale girotondo e morivano
stremati dalla stanchezza. Mentre stava decidendo il da farsi uscirono
dai cespugli circostanti alcune ninfe che lo afferrarono e lo
trascinarono nella radura davanti a un enorme fuoco, presso il quale
il dio delle querce si stava scaldando i piedi. Quando costui vide il
nuovo venuto gli grid: "Mortale, cosa vai cercando qui?".
Francois gli raccont piangendo la sua storia; il dio delle querce si
rese subito conto che il povero bambino non mentiva, e si lasci
intenerire dal suo racconto. Quindi con voce raddolcita gli disse,
indicando il fuoco: "Prendi un tizzone e fanne buon uso, ma non
tornare mai pi".
Il piccolo carbonaio non se lo fece dire due volte. Rimest col suo
attizzatoio nella brace ed estrasse un tizzone ardente, che gli fece
luce sulla via del ritorno. Giunto a casa lo mise nella stufa e il
fuoco, quasi per magia, attecch subito. Quando i fratelli fecero
ritorno il carbone era ancora ardente e niente poteva far loro
supporre quel che era successo.
Il mattino seguente Francois doveva, come al solito, pulire la stufa.
Tolse con una paletta il carbone e i resti del tizzone, ripensando
agli avvenimenti della notte, quando si accorse meravigliato che il
tizzone che aveva portato a casa emanava ancora una incredibile
lucentezza. Dopo essersi calmato si avvicin un po' di pi, rigir il
tizzone da una parte e dall'altra per assicurarsi che fosse veramente
spento, lo strofin con il suo grembiule e, pieno di stupore, si rese
conto di avere davanti agli occhi un'enorme massa d'oro; ed era tutta
sua!
I suoi fratelli erano andati a vendere il carbone e Francois per tutto
il giorno continu a pensare alla sua scoperta. Poich fin da piccolo
era sempre stato abbandonato a se stesso, si ritrov a pensare:
"Questo tizzone d'oro ha un immenso valore, significa ricchezza, gioia
e piaceri. Mi appartiene, visto che stato regalato a me solo. Jean e
Jacques non ne hanno alcun diritto". S, si diceva, i suoi fratelli si
erano presi cura di lui per molto tempo, ma da quando era in grado di
lavorare li aveva ormai ripagati. Quell'oro era suo, e poteva
tenerselo senza rimorsi.
Contento di questa conclusione Francois scav un buco sotto un faggio
e vi nascose il suo tizzone. Da quel giorno non ebbe pi un momento di
pace, la sua vita cambi totalmente. Era sempre preoccupato, evitava i
fratelli, gli amici, i compagni e il mondo intero. Vagabondava da solo
per il bosco pensando di recarsi a Parigi per cambiare il suo oro in
soldi, poi far ritorno e comprare nella sua terra natia tutto quel che
si poteva comprare, in modo che tutto il circondario morisse
d'invidia. Era ormai posseduto dal demone della superbia.
Nel frattempo, in attesa di avere il denaro sufficiente per partire,
aiutava i fratelli; poi, per guadagnare di pi, li abbandon per
mettersi con altri carbonari che lo pagavano meglio.
Giunse infine il giorno desiderato. Senza salutare nessuno, Francois
lasci la regione con il suo tizzone d'oro nascosto sotto i vestiti
logori e legato con una corda sulla schiena, e cominci il suo
viaggio. Finch attravers la Bretagna si nutr di mele e castagne che
cadevano dagli alberi, poi di uva rubata nelle vigne, o di more
selvatiche Accettava volentieri anche l'ospitalit dei contadini, che
avevano compassione di lui per il suo misero aspetto. Infine, dopo un
lungo cammino, giunse a Parigi.
Il mattino successivo vendette all'orafo il suo oro in cambio di una
cifra esorbitante, si compr dei vestiti eleganti, prese alloggio in
una locanda lussuosa e subito approfitt dei divertimenti che Parigi
offriva. Dotato di straordinaria intelligenza, d'aspetto cordiale e
piacevole e pieno d'oro com'era, apprese in fretta le buone maniere e
fu introdotto nel gran mondo; le porte gli si aprivano da sole e il
marchese di Comper - questo era il nuovo nome che aveva assunto -
divenne presto un cavaliere adulato, riverito e invidiato da tutti.
Ben presto per i balli e gli sfarzi cominciarono a stancarlo e la
nostalgia per la sua terra si fece pi acuta. Spesso diceva a se
stesso: "Anche l potrei divertirmi e ricevere i miei amici, proprio
come qui". Finch un mattino, al ritorno da un ballo, senza dire nulla
a nessuno, com'era suo costume, prese il suo oro, si compr un cavallo
e delle armi e ritorn in Bretagna.
Dopo aver comprato un bel castello nelle vicinanze di Pl幨an, diede
inizio ai festeggiamenti, ai quali furono invitati tutti i nobili del
circondario. Mute di cani abbaiavano nei cortili; corni da caccia
risuonavano nel bosco; da una sala all'altra del castello echeggiavano
musiche e canti; banchetti, balli e battute di caccia si susseguivano
ininterrottamente in una dissipazione senza precedenti. Con un simile
tenore di vita il patrimonio, ricavato dal tizzone d'oro, cominci
rapidamente a diminuire. Allora il marchese di Comper volle tentare di
riconquistare al gioco la somma che aveva sperperato con tanta
leggerezza; ma fu il colpo di grazia definitivo perch perse tutto
quel che gli rimaneva. Dopo una bella bevuta, Francois perse in una
notte anche l'ultima monetina e si ritrov nuovamente povero in canna,
come negli anni della sua fanciullezza. Al culmine della partita
decisiva, gli venne data la notizia che le stalle avevano preso fuoco
e che non si riusciva a sedare l'incendio. Troppo impegnato nel
tentativo di recuperare nel pi breve tempo possibile una immensa
fortuna, si limit ad alzare le spalle. Qualche ora pi tardi l'intera
sua tenuta era in preda alle fiamme e pi nulla pot venir salvato.
Quando l'incendio ebbe bruciato tutto, ognuno fece ritorno a casa, e
Francois rest solo.

Lo sfortunato sedeva ora sulle ceneri della sua passata ricchezza e l
rimase per tutto il giorno, sprofondato nel suo dolore. Poi la fame lo
costrinse a cercarsi un asilo. Solo allora si ricord dei fratelli e
cos si incammin verso la sua vecchia capanna, dove Jacques e Jean
stavano preparando la carbonaia e lavoravano cantando. Avevano visto
spesso il marchese a cavallo, al seguito della sua muta, e avevano
notato una certa somiglianza tra costui e il fratello scomparso; ma
non potevano certo immaginare che fosse proprio lui. Quando per lo
videro entrare non ebbero pi alcun dubbio; era certamente Francois,
vestito da gran signore.
"Fratello" gli dissero "sei certo molto ricco, visto che possiedi un
castello, dei cavalli e dei cani, il cui cibo costa pi di quello di
tutti i contadini del bosco e dei loro amici messi assieme."
"Non sono pi ricco" rispose Francois, "il mio castello bruciato, i
miei cavalli e i miei cani sono stati venduti, il mio denaro stato
speso, i miei amici han preso il largo. Non ho pi nulla, se non fame
e freddo."
"Prendi parte al nostro pasto e riscaldati al nostro fuoco" risposero
i carbonari indicando la stufa dove bolliva una pentola con una zuppa
di pane nero. "Qui c' sempre posto per i poveri." Francois mangi
vicino al fuoco, mentre i suoi fratelli continuavano a lavorare.
La loro accoglienza lo aveva umiliato pi di quanto avrebbe potuto
umiliarlo un rifiuto. Egli soffriva a vedere che i fratelli erano
migliori di lui e non voleva rimanere nella loro casa un momento di
pi. D'altro canto gli era diventato impossibile lavorare, e sapeva
bene che non avrebbe potuto rimanere con i suoi fratelli senza
aiutarli. "Via!" disse a se stesso. "Coraggio! Tentiamo un'ultima
volta la fortuna e visitiamo nuovamente le divinit del bosco nella
radura di Tr嶰elient", e al tramonto sgusci fuori della capanna.
Poco prima di mezzanotte lo sfortunato marchese si dirigeva
coraggiosamente verso la radura. Il tempo era pessimo: tra il fragore
dei tuoni, i lampi squarciavano le nubi. Come era successo la prima
volta, Francois vide tra le cime degli alberi pi alti levarsi fiamme
di vari colori. Le civette lanciavano grida inquietanti, i pipistrelli
e i succiacapre sfrecciavano radenti alla sterpaglia, come ombre
minacciose. Il vento sibilava tra gli alberi, i larici si lamentavano,
le felci tremavano, l'erica rabbrividiva e tutta la natura sospirava.
Il marchese raccolse tutto il suo coraggio e prosegu. D'un tratto dai
cespugli risuonarono risa, grida e canzoni e in un attimo si ritrov
circondato e trascinato in una danza selvaggia. Il re delle querce lo
riconobbe subito e gli disse con una terribile voce: "Mortale, cosa
cerchi qui?".
Francois voleva raccontargli nuovamente la storia della carbonaia
spenta, ma il vecchio lo interruppe: "La storia la conosco gi, per
troppo stupida! Comunque" aggiunse con un riso beffardo "vedremo
subito se hai detto la verit. Metti il tuo attizzatoio nel fuoco e
cerca di prendere un tizzone".
Pallido, con occhi spiritati, il povero diavolo si precipit verso il
fuoco, vi immerse l'attizzatoio e cerc di ritirarlo. Era impossibile:
sembrava che una forza invisibile lo trattenesse. Le mani di Francois
si contrassero, senza per riuscire a staccarsi dall'arnese. Dapprima
le fiamme lambirono solo l'attizzatoio, poi si estesero al braccio
dello sventurato che, nonostante le grida di dolore, fu lasciato
morire carbonizzato.
Quando giunse il mattino la danza fin, le ninfe se ne andarono, le
fiamme si spensero; nella radura rimase solo la salma carbonizzata del
povero Francois. Col tempo i suoi resti vennero avvolti da una specie
di corteccia, poi cominci a crescere una pianta e spuntarono dei
ramoscelli. Ancora oggi si trova in quel posto un antichissimo albero,
piccolo e storto, i cui rami sono rivolti verso terra: la gente del
posto lo chiama "l'albero del carbonaro".


25. Merlino e la foresta di Broc幨iande.
(Francia).

Si racconta che il leggendario mago Merlino fosse nato dall'unione di
Satana con una vergine che, essendo una donna cristiana e molto pia,
immediatamente dopo la nascita lo aveva fatto battezzare; in questo
modo il diavolo aveva perso ogni influenza sul bambino, il quale per
conservava la maggior parte dei poteri del padre. Poteva infatti
trasformarsi a suo piacere; interpretava con estrema facilit sogni e
avvenimenti apparentemente incomprensibili ed era capace di
ipnotizzare la gente per farla agire secondo la sua volont. Dava
consigli saggi e preziosi, aiutava i buoni, ostacolava i cattivi, e
sosteneva gli oppressi contro gli oppressori.
C'era un tempo, nel cuore della penisola armoricana, una foresta
immensa. Il signore di questo vasto dominio silvestre era uno
spaventoso gigante tutto nero, con un piede e un occhio solo. Gli
animali e tutta la vegetazione gli ubbidivano. Bastava un suo segnale
e una profonda oscurit calava sulle radure; gli alberi si
incendiavano; da ogni parte si levavano urla spaventose che l'eco,
ripetendole, rendeva ancora pi terrificanti; mostri spaventosi
uscivano da caverne insondabili, serpenti orrendi si attorcigliavano
intorno ai tronchi infiammati. Chi si avventurava nel folto di quella
misteriosa foresta vedeva gli alberi muoversi, avvicinarsi gli uni
agli altri e chiudergli il passaggio per tenerlo prigioniero nella
Valle senza Ritorno.
In questa foresta c'erano anche numerosi stagni. Le loro acque scure
riflettevano la sagoma della spessa vegetazione che le circondava.
Altri erano ricoperti di erbe acquatiche e di muschi, che ingannavano
il passo di coloro che credevano di camminare sulla terraferma. Presso
una roccia si trovava una fonte, detta fontana di Baranton, nelle cui
acque si recavano spesso a bagnarsi gli spiriti maligni noti con il
nome di Korrigans e le Fate. Bastava versarne qualche goccia sul bordo
perch spaventosi temporali si scatenassero immediatamente.
Questa foresta, che aveva il nome di Broc幨iande, stata celebrata da
bardi e trovatori, qui sono stati ambientati i pi famosi romanzi
cavallereschi e quelli del ciclo bretone.
Proprio in questa foresta, un giorno, si avventur Merlino. Sotto le
sembianze di un giovincello, riusc ad avanzare lungo sentieri
perfidi, chiusi da intrighi di spine e di rami, fino alla fontana di
Baranton, dove incontr una giovinetta di straordinaria bellezza. La
salut senza rivolgerle la parola, perch temeva che, se lo avesse
fatto, avrebbe perso ogni libert. Sapeva infatti che la giovane si
chiamava Viviana, ed era la figlia di un vassallo, figlioccio della
dea Diana. Sapeva anche di essere destinato ad amarla, e a diventare
suo schiavo.
Fu lei che gli rivolse la parola per prima. Gli chiese chi fosse, da
dove venisse e dove fosse diretto. Merlino le rispose che, se gli
avesse promesso il suo amore senza chiedere nulla in cambio, le
avrebbe mostrato qualcuno dei giochi con i quali aveva l'abitudine di
intrattenersi. Viviana promise a Merlino un'amicizia forte e pura.
Allora egli fece sorgere, proprio davanti a lei, un sontuoso castello,
circondato da un frutteto con alberi carichi di frutti maturi e da un
vasto prato, sul quale numerose coppie di dame e signori danzavano al
suono di una musica meravigliosa. Terminata la danza, le coppie si
dileguarono nella foresta e il castello scomparve; rimase soltanto il
frutteto, su preghiera di Viviana. Viviana, che, come tutte le
fanciulle, era molto curiosa, chiese a Merlino di rivelarle il segreto
dei suoi giochi. Merlino acconsent, a condizione che la giovane gli
si concedesse.
"Lo far se mi insegnerete tutto ci che voglio sapere" fu la risposta
di Viviana.
E cos Merlino le insegn a far sgorgare un ruscello, a camminare su
uno stagno senza bagnarsi i piedi e molti altri prodigi. Poi prese
congedo, promettendole che sarebbe ritornato presto. Si rec quindi
alla corte di re L廩gadan, dove ebbe luogo il fidanzamento di Art e
Ginevra.
Dopo qualche tempo Merlino fece ritorno nella foresta di Broc幨iande,
da Viviana. Tutti e due erano molto felici di rivedersi ma Viviana gli
chiese subito di insegnarle qualche altro gioco, per esempio quello di
fare addormentare un uomo a proprio piacimento.
"E perch volete sapere una cosa simile?" le chiese Merlino.
"Per poter addormentare mio padre e mia madre quando voi verrete a
trovarmi" replic la fanciulla.
Merlino non era tanto sciocco da non accorgersi dell'astuzia di
Viviana e si rifiut di svelarle il suo segreto. Tuttavia la giovane
non sembr dispiacersene: sapeva, infatti, che prima o poi avrebbe
ottenuto ci che voleva. L'ultimo giorno, infatti, Merlino cedette. Le
rivel anche tre parole magiche che Viviana trascrisse con cura e che
avevano il potere di impedire a qualsiasi uomo di possederla
carnalmente se le avesse portate addosso. Dopodich Merlino raggiunse
la corte di Art, dove si celebrarono le nozze di questi con Ginevra.
Quando il mago torn per la terza volta nella foresta di Broc幨iande,
Viviana gli riserv un'accoglienza cos calorosa che egli sent
crescere ancora di pi il suo amore per lei. Ormai l'aveva messa al
corrente della maggior parte dei suoi segreti ed era incapace di
negarle qualcosa.
Per compiacerla, fece sorgere, al posto del lago sul bordo del quale
camminavano, un castello ancora pi bello del primo. "Ecco il vostro
maniero" le disse Merlino. "Nessuna persona, a meno che non appartenga
alla vostra famiglia, potr mai vederlo perch esso invisibile; agli
occhi di tutti gli altri qui non c' che dell'acqua. Nel caso in cui
qualcuno della vostra casa ne rivelasse il segreto, il castello
svanirebbe per lui e il traditore annegherebbe, credendo di entrarvi."
Viviana era entusiasta e voleva imparare qualche altro incantesimo:
"Mio bel signore, c' un'altra cosa che vorrei sapere: come
imprigionare un uomo senza torri, n mura, n ferri, in modo che non
possa pi fuggire senza il mio consenso".
Merlino, che indovinava ogni suo pensiero, le rispose: "So bene che
cosa volete. Il vostro scopo quello di tenermi prigioniero qui, ma
vi amo a tal punto che vi ubbidir con grande piacere".
"Vi amo tanto quanto voi mi amate: non dovete, dunque, fare la mia
volont, e io la vostra?"
"La prossima volta che verr a trovarvi vi insegner ci che
desiderate..."
La volta successiva infatti Merlino rivel a Viviana il modo di
renderlo per sempre prigioniero d'amore.
Prima di partire da Carduel per, Merlino era stato nominato cavaliere
di Art, e Gauvin, un altro cavaliere della Tavola rotonda, quando
egli scomparve, decise di mettersi alla sua ricerca e part, disposto
ad attraversare mari e monti per ritrovarlo.
Un giorno, nel mezzo di una foresta, incontr una giovane che
cavalcava un magnifico palafreno. Immerso nei suoi pensieri le pass
accanto senza salutarla (per un cavaliere questa era una grave
mancanza). La giovane dama gli rimprover la sua scortesia e gli
augur di trasformarsi nel primo uomo che avrebbe incontrato. Gauvin
prosegu per la sua strada, senza prestarle troppa attenzione.
Improvvisamente si trov di fronte un nano; lo salut e continu il
suo cammino. Mentre avanzava, sent che le braccia e le gambe gli si
stavano accorciando e che il suo corpo si stava rimpicciolendo. Cap,
allora, di essere diventato un nano. Malgrado ci non volle
abbandonare la sua missione e si addentr nella foresta di
Broc幨iande. Quando arriv alla fontana di Baranton, si sent chiamare
per nome e riconobbe la voce di Merlino.
"Dove siete?" chiese Gauvin al mago. "Non potete mostrarvi, voi che
siete il pi saggio degli uomini?"
"Dite piuttosto il pi folle, perch sapevo ci che mi sarebbe
accaduto se fossi tornato qui, e ci sono tornato lo stesso." E
raccont come Viviana l'aveva fatto prigioniero, e come gli fosse
impossibile fare ritorno dal re, a meno che ella non glielo avesse
consentito, un giorno.
Gauvin, desolato, si rimise in viaggio per Carduel. Riattraversando la
foresta, incontr di nuovo la damigella a cavallo alle prese con degli
scellerati cavalieri che l'avevano aggredita. Gauvin piomb su di
loro, e, malgrado le sue dimensioni, riusc a mettere in fuga i suoi
avversari. La damigella si mostr riconoscente e, poich Gauvin le
promise che da allora in poi sarebbe stato sempre cortese, gli
restitu il suo vero aspetto. Cos Gauvin pot far ritorno alla corte
di re Art, e raccontargli le peripezie del suo viaggio; per molto,
molto tempo non si sent pi parlare di Merlino.
Ma un giorno, molto tempo dopo, Art si ritrov nell'isola di Aval,
prigioniero della fata Morgana, che gli aveva salvato la vita
curandogli le numerose ferite riportate in una battaglia, ma che ora
non gli permetteva di lasciare l'isola e di riprendere il suo posto
alla testa dei suoi cavalieri. Art chiese l'aiuto di Merlino per
liberarsi da quell'incantesimo, e Merlino si rec immediatamente
nell'isola di Aval, ma, invece di esaudire i desideri di Art, lo
esort alla pazienza e alla rassegnazione.
"Rendimi la giovinezza e il mio regno" supplic il re di Bretagna.
"Non ne ho pi il potere" rispose Merlino.
"Non sei pi il grande mago di un tempo?"
"Ormai sono soltanto un uomo. Ho lasciato tutta la mia scienza nel
cuore della mia amata e in cambio ho ricevuto tutta la sua tenerezza.
Fa' come me. Il tuo trono era effimero: conquistati un trono eterno e,
cos, rimarrai per sempre nel cuore degli uomini."
Il re comprese la saggezza delle parole di Merlino e rinunci alla
corona.


26. La leggenda dell'impiccato e dell'impronta della mula.
(Francia).

Vicino al luogo che oggi si chiama "Le Pendu", l'Impiccato, al
limitare del bosco, si trovava, in tempi molto antichi, il padiglione
delle Fausses Braies, dove viveva il guardaboschi Bressonet con sua
moglie e con la sua unica figlia, Esther, soprannominata "la bella del
bosco". Un giovanotto di C廨illy, Maurice Balijot, noto per il suo
coraggio e la sua onest, faceva la corte alla fanciulla, che gradiva
molto le sue attenzioni. Anche un giovane taglialegna, di nome Jean
Boudart, aspirava alla sua mano, ma Esther non lo prendeva in
considerazione. Il guardaboschi era contento che Maurice Balijot
corteggiasse Esther, mentre cercava di allontanare il pi possibile
Jean Boudart, che era considerato un poco di buono.
Jean decise allora di vendicarsi ed elabor un piano. Siccome
Bressonet doveva andare a prendere il denaro con il quale pagare i
taglialegna, il miserabile decise di seguirlo, ucciderlo e
impadronirsi del denaro, fare poi ricadere la colpa su Maurice e
sposare Esther.
E cos fece. Aspett il momento propizio e assassin il guardaboschi
nel luogo chiamato "Le Pendu". Maurice, che quel giorno era andato a
fare visita alla fidanzata, era stato visto nei paraggi: fu perci
arrestato e condotto sotto buona scorta nella prigione di Villejo. Due
amici di Jean testimoniarono, sotto giuramento, d'averlo visto
commettere il crimine.
Fu un colpo terribile per Esther, perch sapeva che il suo fidanzato
era innocente. Quel miserabile di Jean accorse, con le lacrime agli
occhi, per consolare la vedova e sua figlia. Ma, malgrado le sue false
premure, Esther cap molto presto che era lui il vero assassino di suo
padre. Cominci cos a cercarne le prove; ma il furfante aveva preso
cos bene le sue precauzioni che la poverina non riusc a trovare n i
suoi vestiti insanguinati, n gli oggetti rubati a suo padre.
Nonostante gli sforzi di Esther, Maurice fu quindi condannato a essere
impiccato quindici giorni dopo la sentenza, nello stesso posto dove il
guardaboschi era stato assassinato. Per quindici giorni Esther and a
bussare a tutte le porte ma le sue ricerche non ebbero alcun esito.
Infine, la sera prima dell'esecuzione, avendo perduto ogni speranza,
la giovane si addentr nel profondo della foresta, senza pensare a ci
che stava facendo.
Err a lungo nei dintorni di Villejo, poi arriv in una zona dove il
bosco era particolarmente fitto, vicino alla Marmande, dove gli
eremiti avevano le loro celle, e qui rimase a lungo, annichilita,
chiedendo soltanto di morire. Al colmo della disperazione, si sorprese
a dire: "Satana, Satana, vieni in mio soccorso!". Un istante dopo, una
voce le rispose: "Cosa vuoi da me?".
Incredula, Esther alz la testa e vide davanti a s Satana in persona,
identico a quello che aveva visto dipinto nella cappella di Villelume
a Chateloy, con il fuoco che gli usciva dalla bocca, dalle narici,
dagli occhi. Il diavolo viene sempre quando lo si chiama, e gli capita
anche di arrivare quando non stato invocato; ma non sempre facile
riconoscerlo. Si dice che talvolta si presenti sotto le sembianze di
un sant'uomo, di un buon parlatore, o di una bella donna; proprio
allora che pi pericoloso. Tuttavia, questa volta, il diavolo non
era affatto bello. Altri, anche pi audaci di Esther, sarebbero
senz'altro fuggiti a gambe levate. Ma la bella del bosco, che non era
affatto timorosa, non batt ciglio e preg Satana di dirle se poteva
aiutarla a salvare il suo promesso. Il diavolo, tutto contento che una
preda sulla quale non avrebbe mai contato gli si offrisse
spontaneamente, rispose: "Se acconsenti ad appartenermi da qui a sei
mesi e mi prometti di tornare qui nel giorno stabilito, ti dir
immediatamente come si sono svolte le cose e ti dar la prova
inconfutabile della colpevolezza di Jean".
La giovane accett il patto su due piedi, senza nemmeno riflettere
sulle conseguenze. Satana le forn immediatamente una prova
inconfutabile: il coltello stesso, con le iniziali di Jean, macchiato
del sangue della vittima, che il miserabile aveva gettato in una siepe
e del quale il diavolo si era impadronito.
Esther attravers rovi, cespugli, macchie e sterpi, e, correndo a
perdifiato, arriv sul luogo dell'esecuzione proprio nel momento in
cui il boia passava la corda intorno al collo della vittima. Dopo aver
raccomandato l'anima a Dio, Maurice stava rivolgendo il suo ultimo
pensiero all'amata quand'ecco risuonare un grido: "Fermatevi! In nome
del cielo, fermatevi! E' innocente, e io ve ne porto la prova".
Il condannato a morte fu allora fatto scendere dalla forca; mentre
Maurice si riprendeva, Esther raccont dettagliatamente all'ufficiale
tutta la storia, e mostr l'arma del delitto. Jean fu arrestato e
processato immediatamente, e, confessato il crimine, venne impiccato
nel luogo stesso in cui aveva commesso il suo delitto. Immaginatevi la
gioia di Maurice e la sua riconoscenza verso la fidanzata che l'aveva
salvato. Ma quale fu il suo dolore quando Esther gli disse che non
poteva sposarlo! Vedendo che l'infelicit della giovane aumentava di
giorno in giorno, le dedic tutte le sue attenzioni e cerc
insistentemente di scoprire il suo segreto, ma inutilmente. I mesi
passavano ed Esther diventava sempre pi triste. Infine, una notte,
scomparve. Si rec nel luogo del giuramento e vi trov il diavolo che
la trasform in una mula.

Maurice si mise allora alla ricerca della sua amata. Forse, si diceva,
le terribili prove che aveva dovuto affrontare l'avevano fatta
impazzire. Il bosco risuonava dei suoi richiami; esplor tutti i
luoghi pi reconditi della foresta, sond gli stagni, gli acquitrini e
le paludi. Ma non trov nemmeno una traccia. La sera ascoltava
attentamente i misteriosi richiami che provenivano dal profondo del
bosco. Talvolta era l'eco che rispondeva ai suoi lamenti, talvolta era
il grido dei gufi, o il bramito di un cervo nella stagione degli
amori, o il grugnito di piacere di un branco di cinghiali che
grufolava vicino al suo covo. Una notte gli parve di riconoscere la
dolce voce di Esther, e si ferm, con il cuore in gola, ai bordi di
una radura: ma era solo una lupa che giocava con i suoi piccoli al
chiaro di luna. L'immaginazione di Maurice galoppava ormai senza
sosta. Sempre pi spesso gli capitava di vedere cacce all'asino nel
cielo, folletti danzare sugli stagni, e streghe dell'inferno fare il
loro sabba.
Un giorno cap che non aveva pi senso continuare in quella vana
ricerca e decise di dedicare tutte le sue attenzioni alla madre di
Esther che era diventata la sua seconda mamma, poich egli era orfano
ormai da molto tempo. La vita riprese allora il suo corso abituale,
come la superficie dell'acqua che si richiude dopo aver inghiottito la
pietra, dopo che le ultime onde si sono consumate a riva. Ma la pena
d'amore continuava a tormentare il suo cuore.

Tre mesi dopo la scomparsa della ragazza, arriv a Villemart un uomo
grande e grosso, con la pelle scura e l'aspetto selvaggio, a cavallo
di una mula superbamente bardata. Per far mettere un ferro alla sua
mula, questo strano personaggio non si rec, come si suole, dal
maniscalco, ma dall'orefice. Quando l'artigiano gli fece osservare
questa bizzarria, lo straniero, visibilmente contrariato, rispose in
tono secco: "Guardate prima le zampe della mia mula, poi ditemi se
potete ferrarla, e quanto tempo vi occorre per fare questo lavoro".
L'orafo diede un'occhiata alle zampe della mula e vide con stupore che
era ferrata con dell'oro. Accett il lavoro, e dichiar semplicemente
che gli occorrevano un paio d'ore per preparare un ferro e posarlo.
"Va bene," disse lo sconosciuto, "due ore, ma non un minuto di pi." E
se ne and.
L'orefice corse subito dal maniscalco Suceverre, scaltro, ma gran
bevitore. Il padrone si trovava alla locanda, come suo solito. Il suo
giovane apprendista, soprannominato "La Fouine", la Faina, si
precipit a cercarlo e riusc a ricondurlo alla bottega. Si misero
subito al lavoro e il ferro d'oro fu presto terminato. Ferrarono la
mula: "La Fouine" teneva la bestia, il maniscalco posava il ferro.
Improvvisamente la mula emise un lamento perch il chiodo era
affondato nella carne. Il maniscalco si ferm sorpreso, ma credendo di
essersi sbagliato, diede un altro colpo di martello. Allora la mula
pronunci distintamente queste parole: "Oh, amici miei, quanto male mi
fate!". Gli uomini si affrettarono allora a togliere il chiodo e le
chiesero chi mai fosse. "Sono un'infelice fanciulla" rispose "che si
venduta al diavolo per salvare il suo fidanzato innocente e per far
punire uno scellerato."
L'apprendista e il suo padrone proposero di saltare addosso al diavolo
non appena fosse tornato, ma la mula li supplic di non fare nulla, e
di affrettarsi a metterle il ferro. L'operazione fu presto condotta a
termine, tutti intenti al loro lavoro, n l'orefice, n l'apprendista,
n il maniscalco si erano accorti di un grosso gatto rannicchiato sul
tetto della bottega. Era Satana in persona che, sotto queste
sembianze, aveva visto e sentito tutto.
All'ora convenuta il viaggiatore arriv, e senza neanche guardare le
zampe della mula, chiese all'orefice quanto gli doveva. Questi volle
cinquemila libbre, che gli vennero consegnate senza la minima
obiezione. Il diavolo stava infilando il piede nella staffa quanto "La
Fouine" lo ferm tendendogli il proprio cappello: "Il mio padrone, il
maniscalco, non lavora per niente: occorre dargli cinquemila libbre".
Quando Satana ebbe versato la somma gli chiese altre diecimila libbre
per il proprio lavoro. Il diavolo, corrucciato, mise nel cappello le
diecimila libbre senza dire nulla, poi, saltando prontamente in sella,
diede un violento colpo di speroni alla mula, gridando: "In marcia,
carogna". La povera bestia scalcl per il dolore e colp con lo
zoccolo una grossa pietra cos violentemente che il ferro vi lasci la
sua impronta. (Ancora oggi la si pu vedere all'angolo fra la strada
di Montaloyer e la via che porta all'affascinante chiesa di Braize.
Nel paese chiamano l'impronta il "Pas de la Mule", il Passo della
Mula. Ma alcuni la attribuiscono al cavallo di san Martino.)
"La Fouine", col cappello colmo d'oro, non stava pi nella pelle dalla
gioia. Era molto contento di aver ingannato il Maligno; ma la sua
contentezza si trasform in vero furore quando si accorse che il suo
cappello bruciava: le monete d'oro si erano trasformate in carboni
incandescenti. L'apprendista gett immediatamente a terra la brace, e
fu da questa che il luogo prese il nome di Braize. Poi, furente per
essere stato preso in giro, decise di vendicarsi. Corse subito nella
bottega del padrone e cerc un amo ricurvo e un bastone di agrifoglio,
provvisto, a una estremit, di punte di ferro acuminate.
Proprio in quel momento pass da quelle parti Maurice. Quando gli
raccontarono l'accaduto, il giovane cap subito che la mula era
proprio Esther e, insieme a "La Fouine", si mise a seguire le orme
dell'animale. I segni per erano confusi e presto finirono. Quando
ormai disperavano di poter raggiungere il diavolo, videro la povera
mula legata alla porta di una taverna che portava l'insegna "Aux chats
mignons" (oggi la locanda dei "Chamignoux").
Mentre l'apprendista maniscalco conficcava nella sella della mula
l'amo ricurvo, Maurice entr nella taverna e trov il diavolo intento
a traviare alcuni abitanti del paese che ascoltavano le sue proposte
con compiacenza, bevendo con lui. "Perch" diceva a uno di loro
"lavori per il tuo padrone? Che diritto ha di darti degli ordini? E'
un uomo come te." E a un altro: "Il tuo vicino devia l'acqua dal tuo
campo, caccia nelle tue terre". E a un terzo: "La moglie di Toine
carina e ben fatta...". Ai pi raffinati prometteva degli onori; a
tutti, beni, terre e vendette: conosceva il punto debole di ciascuno.
Per irritare il suo nemico, Maurice cominci a contraddirlo, a
trattarlo da imbroglione, a mettere in luce la sua malafede.
Preoccupato di venir scoperto, il demonio si alz, pag quanto doveva
e si affrett a uscire. Il giovane apprendista alz allora su di lui
il bastone munito di punte. Per evitare il colpo, Satana salt sulla
mula, ma si impigli all'amo e inizi a lanciare delle grida
spaventose. Mentre Maurice teneva ben strette le briglie, "La Fouine",
afferrato il diavolo per il bavero, lo percosse con tutte le sue
forze. Una volta smascherato il diavolo perde tutti i suoi poteri;
cos Satana fin con l'implorare piet, e promise di dar loro tutto
ci che volevano. Restitu all'apprendista il cappello pieno d'oro,
sciolse il patto con Esther e restitu a Maurice la sua bella. Subito
dopo "La Fouine" tagli la cinghia, e il diavolo fugg nel bosco,
trascinandosi dietro la sella e facendo risuonare tutta la foresta
delle sue grida di rabbia e di dolore. C' chi dice che stia ancora
correndo.
"La Fouine" volle dare a Maurice ed Esther una parte del suo tesoro,
ed essi fecero costruire, nel luogo in cui la giovane si era venduta
al diavolo, un modesto oratorio: il luogo chiamato "Laratoire", nel
bosco a Soulice, dove i vecchi si recano spesso per pregare. Maurice
divenne guardaboschi, spos Esther e visse felice con lei e con i loro
bambini. Quanto a "La Fouine", se ne ritorn con il suo oro a Braize,
dove trascorse una vita da gran signore.


27. Purzinigele.
(Tirolo).

C'era una volta, tanto tanto tempo fa, un conte ricco e potente, che
possedeva immense distese di terra e aveva tutto ci che desiderava.
Da alcuni mesi condivideva la sua ricchezza e la sua gioia con una
donna d'animo nobile, bella come la luce del giorno e gentile come un
angelo. Un giorno per il conte si rec a caccia e si inoltr sempre
pi nel bosco; nel fervore della battuta si era spinto molto lontano,
fin dove non era mai arrivato, distanziandosi moltissimo dai suoi
accompagnatori. Mentre si trovava cos solo in mezzo al bosco gli
comparve davanti un piccolo gnomo, alto solo tre piedi, con una folta
barba che gli arrivava fino alle ginocchia. Arrabbiato fece roteare le
sue pupille di fuoco e disse: "Che cosa fai qui? Questo il mio regno
e sarai punito per esservi entrato. Non uscirai vivo dal bosco, a meno
che tu non mi conceda tua moglie". A quelle parole il conte si
spavent moltissimo. Fin da bambino infatti aveva udito raccontare
ogni sorta di storie paurose sull'ometto del bosco, sulla sua forza e
la sua cattiveria. Che cosa doveva fare? Era difficile da stabilire e
il conte, impaurito, non seppe far altro che pregare e mostrarsi
cortese.
"Scusami" gli rispose "di essere entrato nel tuo regno; non lo sapevo
e comunque non lo faro sicuramente mai pi."
Lo gnomo selvaggio non si lasci per placare e disse: "Come ti ho gi
detto la vicenda deve concludersi in questo modo: o te o tua moglie".
"Dimmi pure quello che vuoi e io te lo dar" replic il conte. "Ma non
chiedermi questo!"
Lo gnomo sembr riflettere e disse: "Se deve essere cos, voglio
mettere il vostro destino nelle mani di tua moglie. Vi lascio un mese
di tempo: se in questo periodo lei riuscir, avendo tre possibilit, a
indovinare il mio nome, sar libera, in caso contrario diventer mia".
Il conte tir un sospiro di sollievo, ma il suo cuore rimase comunque
oppresso dalla preoccupazione. L'ometto del bosco lo accompagn in
silenzio fino a un abete bianco vecchissimo; qui giunto si ferm e
disse: "Questo il confine del mio regno; presso questo albero, che
nove volte pi vecchio degli altri, aspetter tua moglie. Per tre
volte potr venire a indovinare e ogni volta avr tre possibilit a
disposizione! Se non mantieni la tua parola non la passerete liscia".
Ci detto scomparve nel bosco. Il conte si incammin lentamente verso
casa, con il cuore oppresso, e pi si avvicinava al castello, pi
aumentava la sua tristezza. Quando fu al portone, la contessa, che lo
aveva visto giungere dalla finestra, gli corse incontro, felice di
rivedere il suo sposo. Immediatamente per si accorse del suo aspetto
corrucciato, si rattrist e gli chiese che cosa lo preoccupava e il
conte le raccont tutto.
Udita la storia la contessa divenne pallida come un cadavere e le sue
guance, belle e fini, si riempirono di lacrime. La gioia e la serenit
se ne andarono dal castello e la vita prosegu silenziosa e triste. La
contessa sedeva in veranda pensando a quanto fosse stata breve la sua
felicit; oppure pregava piangendo nella cappella del castello. Il
conte non andava pi n a caccia n ai tornei, ma rimaneva per ore
sulla vecchia poltrona sulla quale si erano seduti prima di lui i suoi
antenati, con il capo appoggiato alla mano, senza sapere nemmeno lui a
cosa pensare.
Passarono i giorni e le settimane; a tre giorni dallo scadere del
mese, il conte e la contessa si inoltrarono nel bosco e quando furono
nei pressi dell'abete bianco il conte si ferm e lasci andare avanti
la moglie. Il bosco era allegro, gli uccellini cantavano, gli
scoiattoli saltavano, si fermavano e raccoglievano le pigne e le rose
di bosco fiorivano bianche e rosse; solo la contessa era triste.
All'abete c'era gi lo gnomo che l'aspettava, vestito di verde e
rosso. Fu molto felice quando vide la contessa, perch gli piacque
molto.
"Ora indovina il mio nome contessa!" disse in fretta, tradendo la sua
impazienza.
La contessa allora, pensando che potesse avere il nome di un albero,
disse: "Abete bianco, Abete rosso, Pino". Lo gnomo, appena ebbe udito
i tre nomi, si mise a ridere cos forte che le sue risa risuonarono
per tutto il bosco.
"Non l'hai indovinato" disse contento. "Attenta perch se domani non
ti va meglio di oggi, rischi di diventare mia moglie!"
La contessa abbass gli occhi, raggiunse il marito e insieme tornarono
al castello pi infelici che mai. Quella notte nessuno dei due riusc
a prendere sonno.
Il mattino seguente, al canto delle prime allodole, conte e contessa
andarono nella cappella del castello a pregare prima di tornare nel
bosco. Anche questa volta il marito si ferm prima e lasci proseguire
la contessa da sola. L'animazione del bosco, gli uccellini, i fiori e
gli scoiattoli rendevano ancora pi marcato il contrasto con l'estrema
desolazione della contessa, che con le lacrime agli occhi
s'incamminava verso l'abete bianco. Lo gnomo, vestito di blu e rosso,
appena la scorse fu pazzo di gioia, perch gli piaceva molto.
"Prova dunque a indovinare il mio nome signora contessa!" disse
veloce, ridacchiando.
Allora la contessa, pensando che potesse avere il nome di un cereale,
disse: "Avena, Grano, Mais".
Il piccolo nano scoppi nuovamente in una fragorosa risata: "Non l'hai
indovinato! Domani ti deve andare meglio altrimenti mi apparterrai e
io potr celebrare subito il matrimonio".
Sempre pi affranti dal dolore il conte e la moglie tornarono al
castello; ma nemmeno quella notte riuscirono a chiudere occhio.
Quando spunt la prima luce del giorno si recarono di nuovo nella
cappella, pregarono ferventemente e poi andarono nel bosco. Era molto
presto e gli uccellini stavano ancora dormendo nei loro nidi. Solo il
ruscelletto scorreva gorgogliando e il vento del mattino muoveva
leggermente le fronde degli alberi; per il resto il silenzio era
completo. Poco prima di arrivare all'abete bianco il conte baci la
sua bella moglie e una lacrima gli cadde sulla barba, perch non
sapeva se l'avrebbe pi rivista. La contessa era per pi calma e il
cuore non le batteva forte come le altre volte. Prese commiato dal
marito e si diresse verso l'abete. Poich il nano non era ancora
arrivato, si inoltr nel bosco, imbocc un sentiero, fiancheggiato da
cespugli di rose selvatiche e giunse in una graziosa valle, al centro
della quale si trovava una linda casetta, con piccole finestrelle che
luccicavano allegre nel chiarore mattutino. Dal piccolo camino usciva
del fumo bluastro e dall'interno risuonava una canzoncina.
La contessa dimentic il suo dolore e in punta di piedi si diresse
verso la finestrella, per vedere se anche all'interno era tutto cos
bello. Vide una cucina molto carina, dove pentolini e padelline
ribollivano e gorgogliavano. Vicino al focolare c'era l'ometto del
bosco, che mescolava un po' qua un po' l, cantando e ridendo:

Bolli mia pentolina,
gorgoglia mia erbettina
non sa la contessina
che di Purzinigele
la casina avanti a te.

La contessa aveva udito abbastanza. Piano piano, con la stessa
circospezione con cui si era avvicinata alla casa, si allontan e
torn in fretta all'abete bianco, raggiante per la felicit. Non
dovette attendere molto; il nanetto arriv poco dopo, vestito meglio
del solito, con un abito rosso a strisce dorate che brillava come la
luce dell'alba.
"Oggi proverai per l'ultima volta" disse il piccolo nano alla
contessa, e la guard come se volesse dirle: "Uccellino, non mi scappi
pi".
La contessa pronunci il primo nome guardando attentamente il nano:
"Pur".
"Sbagliato" disse l'omino. "Ora hai solo altre due possibilit."
"Ziege" disse la contessa.
Allora lo gnomo divenne rosso in viso e sembr preoccuparsi, ma disse
ancora: "Su, veloce, hai un'ultima possibilit".
"Purzinigele!" grid la contessa piena di gioia. Appena il nano ud il
suo nome fece roteare arrabbiato i suoi occhi infuocati, sollev i
pugni in aria e spar, brontolando, nel bosco. La contessa, liberata,
si affrett a raggiungere il luogo dove la attendeva impaziente il
marito. Fu una gioia immensa quando i due si riabbracciarono.
Ritornarono al castello, vissero insieme per molti e molti anni, e
furono la coppia pi felice del mondo.
Che fine fece Purzinigele? Era cos arrabbiato che se ne and da quel
bosco e nessuno lo vide mai pi.


28. Leggende di Contarape.
(Boemia).

Sui parnasici Sudeti della Slesia abita l'autorevole spirito della
montagna Contarape, che ha reso queste alte montagne pi note di
quanto non abbiano fatto i poeti slesiani. Questo principe degli
Gnomi, sulla superficie terrestre controlla solo un piccolo
territorio, ampio poche miglia e circondato da una catena di montagne.
Altri due potenti sovrani, che condividono con lui questo regno, non
vogliono per riconoscere i suoi diritti. Poco sotto la crosta
terrestre comincia invece il territorio su cui regna incontrastato, e
il suo dominio si spinge per ben sessantotto miglia nella profondit
della terra, fino a raggiungerne il centro. Talvolta egli,
sottraendosi alle preoccupazioni del suo regno sotterraneo, viene a
distrarsi sulle montagne, dove si prende gioco degli uomini con gran
baldanza.
Perch, amici, dovete sapere che Contarape uno spirito potente,
lunatico, turbolento, strano; a volte villano, rude, presuntuoso;
altre orgoglioso, vanitoso, volubile; oggi un amico affettuoso,
domani freddo e distante; a volte sa essere bonario, nobile e
sensibile ma decisamente pieno di contraddizioni: stupido e saggio,
tenero e duro, ingenuo e disincantato, cocciuto e malleabile, a
seconda del momento e dell'umore.
Nella notte dei tempi Contarape infuriava gi sulle montagne selvagge,
incitava orsi e buoi a combattere gli uni contro gli altri, oppure
spaventava la selvaggina e la faceva precipitare dagli erti picchi
nella valle profonda. Stanco di questa caccia, ritornava poi al suo
regno sotterraneo, dove rimaneva chiuso per centinaia di anni, fino a
che gli tornava la voglia di uscire alla luce del sole, per godersela
sulla terra.
Come si meravigli una volta al suo ritorno, quando, guardando gi
dalle vette dei Monti dei Giganti, trov la regione completamente
trasformata! I boschi oscuri e impenetrabili erano stati abbattuti e
trasformati in campi coltivati. Tra le distese di alberi da frutto
spiccavano i tetti di paglia di alcuni paeselli e dai loro camini
usciva un pennacchio di fumo; qua e l, sul crinale della montagna, si
poteva scorgere qualche isolata torre di guardia a protezione della
regione; nei prati pieni di fiori pascolavano pecore e bestiame e dai
boschetti provenivano le dolci melodie dei pifferi.
La novit e la piacevolezza di quella visione ritemprarono lo spirito
del meravigliato sovrano, tanto che non si adir neppure con questi
coltivatori indipendenti, che senza chiedergli il permesso avevano
fatto tutti quei cambiamenti e vivevano tranquillamente. Decise perci
di non disturbarli, di non contestare loro nulla e di lasciarli vivere
come un benevolo padrone di casa ospita sotto il suo tetto una rondine
o un passero. Pens addirittura di far conoscenza con gli uomini,
questa strana specie a met tra gli spiriti e gli animali, di scoprire
la loro natura e di stringere rapporti con loro. Assunse quindi le
sembianze di un uomo ed entr in servizio presso il primo agricoltore.
Tutto quello che faceva gli riusciva molto bene e ben presto il
"lavorante Rips" era conosciuto in tutto il paese come il migliore. Il
suo padrone per, crapulone e gaudente com'era, scialacquava quello
che il fedele servo gli faceva guadagnare e non gli era affatto grato
per il gran da fare che si dava. Abbandon quindi il primo padrone per
entrare a servizio dal vicino, che gli affid il suo gregge. Il servo
lo custodiva con solerzia, lo portava al pascolo in luoghi solitari e
sulle montagne, dove cresceva l'erba migliore. Sotto la sua tutela
anche il gregge crebbe e si moltiplic, nessuna pecora precipit pi
dalle rocce, nessuna venne assalita dall'avvoltoio n sbranata dal
lupo. Ma il padrone era uno spilorcio, che non solo non lodava il
fedele servitore come avrebbe dovuto, ma che arriv persino a rubare
il pi bel montone dal gregge, per poi, con la Scusa della perdita,
diminuire il salario del suo pastore. Rips abbandon quindi anche il
secondo padrone per entrare a servizio presso il giudice, divenendo il
flagello dei ladri e servendo con zelo la giustizia. Il giudice era
per un uomo empio, che usava la legge a suo piacimento e se ne
prendeva gioco. Poich Rips non voleva diventare uno strumento di
ingiustizia, si licenzi e fu gettato in carcere, da dove per, come
sempre fanno gli spiriti, riusc a evadere facilmente passando per il
buco della serratura.
Questo primo tentativo di conoscere gli uomini non lo indusse certo ad
amarli; torn scontento sulle vette, da dove poteva padroneggiare con
lo sguardo i ridenti campi, resi ancor pi belli dal lavoro umano e si
meravigli che madre natura potesse elargire i suoi doni a degli
esseri simili. Ci nonostante decise di fare un'altra puntatina tra
gli uomini. Questa volta si trov davanti una affascinante fanciulla
nuda, bella come una Venere medicea, che si accingeva a fare il bagno.
Le sue compagne di giochi si erano distese sull'erba nei pressi di una
cascata, scherzavano e scambiavano affettuose effusioni con la loro
sovrana, in un'atmosfera di spensierata felicit. Questa visione ebbe
un tale effetto sullo spirito della montagna, che dimentic la sua
diversa natura e le sue peculiarit, desiderando anche per s il
destino dei mortali e guardando con brama la bella fanciulla della
stirpe degli uomini. Gli organi degli spiriti sono per cos delicati
che non riescono a percepire una forte impressione per lungo tempo; lo
gnomo pens allora di aver bisogno di un corpo, per poter veder con
gli occhi quella bella ragazza e fissarla nella sua immaginazione.
Assunse quindi le sembianze di un corvo e vol su un frassino, che
sovrastava il bacino formato dalla cascata, per godersi la graziosa
scena. Non fu per una buona idea perch si ritrov a veder tutto con
gli occhi di un corvo e ad avere la sensibilit di un corvo; un nido
di topi di bosco lo attraeva ora pi della bella al bagno.
Non appena si rese conto di questo inconveniente, corse ai ripari; il
corvo vol in un cespuglio e si tramut in un fiorente giovinetto.
Speriment cos delle sensazioni mai provate in tutto il corso della
sua lunga esistenza: si sent irrequieto, provava un nuovo slancio e
un potente desiderio verso qualcosa di indefinibile, a cui non sapeva
dare un nome. Un impulso irresistibile lo spingeva verso la cascata,
ma nel contempo provava una forte resistenza, una vaga paura ad
avvicinarsi, nelle sue spoglie umane, alla bella Venere che stava
facendo il bagno; prefer allora rimanere nel cespuglio, da dove
poteva comodamente spiarla.

La bella ninfa era la figlia del faraone slesiano, che regnava allora
in quella regione; costei era solita passeggiare con le ragazze della
sua corte per i boschi montani, raccogliendo fiori ed erbe odorose o
ciliegie e fragole per la tavola paterna. Quando faceva caldo era
solita poi rinfrescarsi alla sorgente nei pressi della cascata. La
visione della bella fanciulla al bagno accese l'amore dello gnomo che
non abbandon pi il luogo, aspettando ogni giorno con impazienza il
ritorno della affascinante ragazza.
Verso mezzogiorno di una calda giornata la principessa torn alla
cascata. Fu molto stupita di trovare il luogo completamente
trasformato: la volgare roccia era coperta di marmo e alabastro, la
cascata non precipitava con forza irruente dalla ripida parete
rocciosa ma, interrotta da molti scalini, scendeva dolcemente con un
tranquillo sciacquio al candido bacino di marmo, in mezzo al quale
zampillava un allegro getto d'acqua, che ruotando spruzzava ora un
lato, ora l'altro. Margheritine, colchici e il romantico
nontiscordardime crescevano ai margini del bacino; cespugli di rosa si
mescolavano al gelsomino selvatico formando un angolino delizioso.
Lateralmente alla cascata si trovava la duplice entrata a una grotta,
le cui pareti e volte erano coperte di mosaici, rilucenti di una luce
quasi accecante. In diverse nicchie erano stati preparati vari
rinfreschi, dall'aspetto straordinariamente invitante.
La principessa, meravigliata, non credeva ai suoi occhi, e non sapeva
se entrare in questo luogo incantato o fuggire. Era per figlia di
Eva, incapace di resistere al desiderio di vedere tutte quelle
piacevolezze e di assaggiare i deliziosi frutti, che sembravano l
proprio per lei. Dopo aver mangiato a saziet e osservato tutto con
somma attenzione, le venne voglia di fare il bagno nella vasca. Ordin
alle ragazze del suo seguito di fare la guardia e stare all'erta,
affinch nessun occhio indiscreto potesse spiarla e dissacrare la sua
virginale pudicizia.
Ma appena la bella ninfa si cal nella vasca la corrente la inghiott
e, prima ancora che le giovani del suo seguito facessero in tempo ad
afferrarle i biondi capelli, scomparve. Le fanciulle spaventate si
misero a piangere e lamentarsi, si torsero le mani, pregarono invano
le Naiadi, continuando a camminare intorno alla vasca, mentre lo
zampillo d'acqua le bagnava a intervalli regolari. Ma nessuna di loro
ebbe il coraggio di tuffarsi, salvo Brihild, che si butt in acqua
pronta a condividere il destino della sua pi cara amica. Galleggi
per sull'acqua come un leggero pezzo di sughero e nonostante tutti i
suoi sforzi non riusc a immergersi.
Non c'era null'altro da fare che informare il re del triste incidente.
Le ragazze piangenti lo incontrarono sulla via del ritorno, mentre
egli si recava nel bosco con i suoi cacciatori. Il re si strapp le
vesti dal dolore, si tolse la corona dal capo, nascose il volto nel
suo purpureo mantello, pianse e si lament ad alta voce della perdita
della bella Emma. Dopo che il suo dolore ebbe trovato un po' di sfogo
nelle lacrime, si fece coraggio e si rec alla cascata per vedere di
persona il luogo dell'incidente. L'incantesimo era sparito, il luogo
era tornato selvaggio, non c'era pi n grotta, n vasca di marmo, n
rose, n gelsomini. Il buon re non pens affatto a un rapimento di sua
figlia per mano di qualche cavaliere errante, poich cose di questo
tipo non si usavano allora nel paese, e non cerc nemmeno di estorcere
alle compagne una confessione che fosse pi credibile della verit.
Credette senza problemi al racconto che gli era stato fatto, pensando
che Thor o Wodan, o qualche altro dio fosse implicato nella vicenda,
quindi prosegu la sua battuta di caccia, consolandosi velocemente
della perdita della figlia. I re terreni infatti non si preoccupano
d'altro che della perdita della loro corona.

L'affascinante Emma intanto non si trovava affatto male nelle mani
dello spirito innamorato. L'annegamento era stato solo una messa in
scena per sottrarre la ragazza al suo seguito e condurla attraverso
una via sotterranea in uno stupendo palazzo, col quale la residenza
paterna non reggeva il confronto. Quando la principessa torn in s si
trov su un comodo divano di raso rosa con un disegno in seta blu. Un
giovane dal bell'aspetto giaceva ai suoi piedi e le faceva un'ardente
dichiarazione d'amore, che lei ascoltava arrossendo. Lo gnomo le
spieg la sua vera identit e le sue condizioni, le raccont degli
stati sotterranei che dominava, la condusse attraverso le sale e le
stanze del castello mostrandole tutto lo sfarzo e la ricchezza della
sua dimora. Il palazzo era circondato su tre lati da uno stupendo
giardino, che, con i suoi fiori e i prati ombreggiati, piacque molto
alla ragazza. Gli alberi da frutto erano carichi di mele purpuree e
dorate, i cespugli erano pieni di uccellini che facevano risuonare le
loro diverse melodie. La tenera coppia passeggiava per i vialetti
guardando la luna, e lo gnomo si preoccupava che il fiore sul petto
della sua amata fosse sempre fresco. Pendeva dalle labbra della
fanciulla, ogni sua parola era come nettare: in una vita lunga come
quella di Enone lo spirito non aveva mai goduto ore cos intense, come
ora gli venivano concesse dal suo primo amore.
L'affascinante Emma per non era altrettanto felice, una certa
malinconia e un dolce languore le conferivano s un fascino
particolare, ma lasciavano anche intravedere che i desideri nascosti
nel suo cuore non erano completamente in sintonia con quelli
dell'innamorato. Contarape scopr ben presto che nonostante tutti i
tentativi di conquistarsi il cuore di Emma con mille favori, l'impresa
era rimasta senza esito. Tuttavia, con la sua ostinata pazienza, non
si stanc di persistere, esaudendo tutti i suoi desideri e tentando di
vincere la sua ritrosia. La sua totale inesperienza in campo amoroso
lo portava a pensare che le difficolt che si contrapponevano alla
realizzazione del suo desiderio, facessero parte del gioco d'amore,
poich - come poteva constatare - questa resistenza aveva certo un suo
fascino e tendeva ad aumentare ulteriormente lo sperato trionfo
finale. Eppure, nuovo nello studio degli esseri umani, non aveva la
minima idea di quale fosse la causa reale della ritrosia della sua
amata; egli supponeva che il cuore di lei fosse libero come il suo, e
che quindi potesse appartenergli di diritto, come un possedimento
ancora intoccato appartiene al primo proprietario.
Ma il piccolo gnomo si sbagliava di grosso! Un giovane essere umano,
il principe Ratibor, aveva gi conquistato il cuore della dolce
fanciulla. La felice coppia guardava gi al giorno in cui la loro
unione si sarebbe realizzata, quando d'un tratto la sposa spar.
Questo terribile evento tramut l'innamorato Ratibor in una specie di
Orlando Furioso; abbandon il suo palazzo e si ritir schivo in
solitari boschi, a lamentarsi con le rocce della sua disgrazia.
La fedele Emma, nascosta tra le mura del suo grazioso carcere,
sospirava per la pena ma cel i suoi sentimenti nel profondo del
cuore, in modo da non lasciar trapelare niente allo gnomo, sempre
all'erta. Da tempo andava arrovellandosi pensando a un sotterfugio per
raggirarlo e fuggire dalla sua prigione. Dopo alcune notti insonni le
venne in mente un piano che poteva essere degno di un tentativo. La
smise di tormentare il paziente gnomo con la sua freddezza mortale, i
suoi sguardi cominciarono a lasciare qualche speranza, e divent pi
malleabile.
Queste propizie disposizioni d'animo vengono normalmente sfruttate
subito dal sospirante innamorato. Il nostro spirito si accorse
immediatamente, grazie alla sua raffinata sensibilit, del mutamento
avvenuto nella graziosa fanciulla. Un incantevole sguardo,
un'espressione amichevole, un significativo sorriso infiammavano il
suo essere estremamente eccitabile, come il fuoco infiamma l'alcool.
Si rianim e rinnov la sua dichiarazione d'amore, che per un po'
aveva taciuto, preg che gli venisse prestato ascolto e non fu
respinto. Le sue richieste furono ora accolte, tanto che la fanciulla
chiese solo un giorno per pensarci, e lo gnomo felice come una pasqua
fu pronto a concederlo.
Il mattino seguente, allo spuntar del sole, la bella Emma apparve al
suo cospetto ornata da sposa, indossando tutti i suoi monili. I suoi
biondi capelli raccolti erano cinti da una corona di mirto, la
guarnizione del vestito risplendeva di pietre preziose. Accortasi che
lo gnomo le veniva incontro in giardino si copr castamente il viso
con un lembo del velo. "Divina fanciulla" cominci a balbettare il
nano "lasciami bere dai tuoi occhi la beatitudine dell'amore e non
negarmi ancora a lungo quello sguardo d'assenso, che mi pu far
diventare l'essere pi felice del mondo!" Detto ci cerc di scoprirle
il volto per leggerle in viso la gioia, poich non aveva il coraggio
di estorcerle una confessione. La ragazza per si avvolse ancora pi
stretta nel suo velo e rispose con modestia: "Pu forse una mortale
resistere al tuo amore? La tua insistenza ha vinto, te lo confesso, ma
accontentati delle mie parole e lascia che il rossore del mio viso e
le mie lacrime possano rimanere nascosti".
"Perch lacrime mia cara?" le chiese lo spirito inquieto. "Ognuna
delle tue lacrime una goccia che brucia il mio cuore, voglio essere
corrisposto con amore, non voglio alcun sacrificio."
"Perch interpreti male le mie lacrime?" rispose Emma. "Il mio cuore
apprezza la tua tenerezza, ma paurosi presentimenti lacerano la mia
anima. Una donna non ha sempre il fascino di una giovane amante; tu
non invecchi mai, ma la bellezza terrena un fiore che appassisce in
fretta. Chi mi assicura che tu continuerai a essere il pi tenero, il
pi caro, il pi servizievole e il pi paziente dei mariti, come lo
fosti quando chiedevi la mia mano?"
Lo spirito rispose: "Pretendi pure una prova della mia fedelt o della
mia ubbidienza, oppure metti alla prova la mia pazienza per poter
giudicare la forza del mio amore irremovibile".
"Sia dunque cos!" decise l'esile Emma. "Voglio solo che tu mi
dimostri di essere servizievole. Vai a contare tutte le rape che ci
sono nel campo, ma non cercare di ingannarmi e non sbagliarti nel
contare nemmeno di una unit, perch proprio questa la prova che mi
dimostrer la tua fedelt."
Staccandosi a malincuore dalla sua affascinante amata lo gnomo ubbid
e cominci a contare saltellando tra le rape come un medico di un
lazzaretto francese tra i malati. Quando ebbe terminato, per maggiore
sicurezza, ripet il conteggio, e con gran rabbia scopr che i conti
non tornavano, quindi si accinse a ricominciare. Anche questa volta
per i conti risultarono sballati; non c' da meravigliarsi perch un
grande amore pu far andare in confusione anche il miglior cervello
matematico!
La scaltra Emma aveva tenuto d'occhio il suo paladino mentre si
preparava alla fuga. Tenne pronta una bella rapa succosa, che in un
attimo tramut in un cavallo munito di sella e briglie, sul quale
fugg attraverso brughiere e steppe al di l delle montagne. Il Pegaso
fuggitivo, senza mai inciampare, la cull sulla sua comoda schiena
fino alla valle di Maien, dove si gett nelle braccia di Ratibor che
le corse incontro trepidante.
Nel frattempo lo gnomo affaccendato era cos assorto nei suoi
conteggi, che non si era accorto di nulla. Con gran fatica gli era
infine riuscito di contar tutte le rape, comprese le pi piccole, e
corse dalla sua amata per darle la risposta. Era infatti sicuro di
averle dimostrato, con la sua ubbidienza, di essere il marito pi
servizievole e sottomesso, che mai figlia di Adamo avesse dominato con
le sue fantasie e i suoi capricci. Compiaciuto per questo egli torn
al prato, ma non trov Emma; corse allora tra gli alberi e i sentieri
del giardino ma dell'amata non vi era traccia; si precipit allora al
palazzo dove setacci ogni angolo, chiamandola ad alta voce ma il suo
nome riecheggiava nelle stanze vuote, senza risposta. Allora sospett
di essere stato preso in giro. Velocemente si liber delle sue
sembianze umane, si alz in volo e scorse in lontananza la sua amata
in fuga, proprio nel momento in cui il cavallo stava varcando il
confine. Lo spirito adirato afferr alcune nuvole, le un e, con un
tuono roboante, scagli un fulmine contro la quercia millenaria che
segnava il confine proprio alle spalle della fuggitiva. Pi di questo
per lo gnomo non poteva fare, e la nuvola si tramut in una innocua
nebbia.
Dopo aver attraversato disperato le regioni superiori lamentandosi coi
quattro venti del suo amore sfortunato e dando libero sfogo alla sua
passione tempestosa, fece tristemente ritorno al suo palazzo e vag di
stanza in stanza riempiendole di sospiri e gemiti. Si rec poi nel
giardino, che aveva ormai perso per lui ogni fascino: lo interessava
solo l'orma del piede della sua infedele amata impressa nella sabbia,
per lui pi attraente delle mele d'oro sugli alberi o di qualsiasi
altra meraviglia. Una sensazione di delizioso piacere si risvegliava
in lui in ogni luogo in cui lei era passata o si era soffermata, dove
aveva colto fiori, dove lui l'aveva spiata senza essere visto e dove,
sotto spoglie umane, si era intrattenuto a parlare confidenzialmente
con lei. Poi, dopo aver sepolto per sempre il suo primo amore, sfog
con una serie di terribili maledizioni tutta la rabbia che aveva in
corpo, e non volle pi saperne della razza umana. Prendendo questa
decisione batt per tre volte il piede a terra e il palazzo con tutte
le sue meraviglie si polverizz. Lo gnomo si ritir quindi nel suo
regno sotterraneo, che inghiott la sua rabbia. Se ne torn al centro
della terra, portando con s le sue fissazioni e il suo odio.
Nel frattempo il principe Ratibor era occupato a mettere in salvo la
bella Emma, e a condurla in gran pompa alla corte del padre, dove ebbe
luogo il matrimonio e dove divise con lei il trono, costruendo la
citt di Ratisbona, che ancora oggi porta il suo nome. La strana
avventura della principessa, la sua fuga coraggiosa con il suo lieto
fine, divenne la favola della regione e fu tramandata di generazione
in generazione per moltissimo tempo. E le signore slesiane trassero
insegnamento dallo stratagemma della scaltra Emma, mandando l'incomodo
marito a contare rape, quando convocavano Pamante. Poich gli abitanti
di quella regione non conoscevano il vero nome dello spirito gli
affibbiarono il nomignolo di Contarape.

Da sempre gli amanti infelici trovano rifugio nella madre terra. Ma
mentre gli uomini vi giungono per una strada senza ritorno, gli
spiriti hanno il vantaggio di poter riemergere in superficie quando ne
abbiano voglia, dopo aver trovato consolazione o dato libero sfogo
alla loro passione. Per gli uomini invece la via del ritorno chiusa
per sempre. Lo gnomo indignato abbandon dunque il mondo, con la ferma
decisione di non ritornarvi mai pi. Col tempo per la sua ira si
plac, anche se la sua vecchia ferita impieg ben novecentonovanta
anni a rimarginarsi. Infine, oppresso dalla noia, accett la proposta
del suo buffone di corte di fare una gita di piacere sui Monti dei
Giganti. Il lungo viaggio fu compiuto in men che non si dica. In un
baleno egli si ritrov sul prato dove un tempo c'era stato il suo
giardino e gli ridiede l'antico aspetto. Gli uomini per non potevano
scorgere nulla: i viandanti che attraversavano le montagne non
vedevano null'altro che una zona paurosamente selvaggia. La visione
del giardino gli ravviv in cuore l'antica passione, ma il ricordo
della fanciulla amata e dell'umiliazione subita riaccese anche la sua
rabbia contro tutta la razza umana. "Razza di vermi" grid il nano
guardando gi nella valle i campanili delle chiese, i monasteri delle
citt e i borghi "siete ancora qui nella valle dunque. Ora mi
ripagherete per i raggiri e le perfidie, vi perseguiter e vi far
vedere io di che cosa capace lo spirito della montagna!"
Non sempre Contarape risarciva con una azione generosa i poveretti che
colpiva con i suoi scherzi. Anzi, a volte, perseguitava gli uomini
solo per il gusto di provocare danni, senza preoccuparsi minimamente
di sapere se la persona da lui presa di mira fosse un lazzarone o un
uomo onesto. Spesso, senza che neanche se ne rendessero conto, si
univa ai viandanti solitari e, facendo loro perdere la strada, li
abbandonava vicino a un burrone o in una palude e se ne andava ridendo
fragorosamente. Spesso azzoppava il cavallo di qualche viaggiatore, o
spezzava una ruota o un asse del carro, oppure faceva cadere davanti
agli occhi dei carrettieri un grosso masso, e loro dovevano spostarlo
sul ciglio con enorme fatica per poter proseguire. Se una carrozza non
riusciva a muoversi, trattenuta da un potere misterioso, e nemmeno la
forza di sei cavalli era sufficiente per spostarla, il carrettiere non
sbagliava certo, pensandosi vittima di uno scherzo di Contarape. Se
per, invece di subire pazientemente, cominciava a inveire contro lo
spirito, ecco che allora un esercito di calabroni innervosiva i
cavalli, una mano invisibile lanciava una pioggia di pietre o
dispensava una sonora bastonata.
Con un vecchio pastore, un uomo molto schietto, Contarape aveva quasi
stretto amicizia, tanto che gli permetteva di recarsi al pascolo col
gregge fino alle siepi del suo giardino, cosa che nessun altro avrebbe
mai potuto fare. Un giorno per il vecchio non prest sufficiente
attenzione e alcune pecore sconfinarono nel giardino dello gnomo.
Contarape si adir a tal punto che spavent il gregge e lo fece
precipitare gi per la montagna. La maggior parte delle pecore si
infortun, e il pastore si trov in gravissime difficolt.
Un medico di Schmiedberg, che era solito raccogliere erbe sui Monti
dei Giganti, aveva avuto anche lui l'onore, pur senza saperlo, di
intrattenere con la sua loquacit da spaccone lo gnomo, che gli
compariva davanti di volta in volta nelle vesti di taglialegna, o in
quelle di viaggiatore, lasciandosi spiegare da questo Esculapio tutte
le sue cure. Talvolta era anche tanto cortese da portargli per un buon
pezzo il pesante fascio di erbe e da informarlo su alcune propriet
balsamiche ancora sconosciute. Il medico, che si riteneva pi esperto
di un banale taglialegna, si infastid di questo insegnamento e gli
disse risentito: "Il calzolaio deve fare il suo mestiere e il
boscaiolo non deve avere la pretesa di insegnare al medico. Ma visto
che tu te ne intendi cos bene, allora dimmi sapientone: che cosa vi
fu per prima, la ghianda o la quercia?". Lo spirito rispose: "Senza
dubbio fu l'albero a venire per primo perch il frutto proviene
dall'albero".
"Stolto" soggiunse il medico "e da dove provenne il primo albero se
non pot nascere dal seme, racchiuso nel frutto?" Il boscaiolo
rispose: "E' davvero una bella domanda, ma troppo elevata per me.
Anch'io per voglio farvi una domanda: a chi appartiene la terra sotto
ai nostri piedi, al re di Boemia o al signore della montagna?". Cos
infatti si faceva chiamare lo spirito, perch il nome di Contarape non
gli era gradito e provocava una scarica di legnate e di lividi.
"Ritengo che questo terreno appartenga al mio signore, il re di
Boemia, perch Contarape solo un fantasma, uno spauracchio per i
bambini." Non appena ebbe pronunciato queste parole, il taglialegna si
trasform in un terribile gigante, con occhi di fuoco e gesti
minacciosi, che inveendo terribilmente contro il medico disse con voce
roca: "Eccolo qui Contarape che ti far vedere come non esiste
spezzandoti le costole!". Lo prese quindi per il collo e lo sbatt
contro alberi e pareti rocciose, poi gli cav un occhio e lo abbandon
in quel luogo pi morto che vivo, tanto che in seguito il medico non
volle pi andare su quelle montagne a raccogliere erbe.

Ma se era cos facile giocarsi l'amicizia di Contarape, altrettanto
semplice era conquistarsela.
Un giorno il nostro spirito stava prendendo il sole vicino alla siepe
del suo giardino, quando vide avvicinarsi con gran spigliatezza una
donnetta, che attir la sua attenzione per lo strano corteo che si
portava dietro. Aveva un bimbo al seno, uno lo portava sulla schiena,
un terzo lo teneva per mano, mentre un ragazzino un po' pi
grandicello la seguiva con un cesto vuoto e un rastrello, per
raccogliere erba per il bestiame. "Una madre" pens Contarape, "
davvero una creatura speciale, si porta in giro quattro bimbi e
nonostante ci svolge il suo lavoro senza lamentarsi e poi si porta
anche il peso della cesta: certo che le paga proprio care le gioie
dell'amore!" Facendo queste considerazioni si sent pieno di
benevolenza e disposto a scambiare quattro parole con la donna. Costei
mise a sedere i suoi bambini sul prato e cominci a rastrellare un po'
di fronde.
I bimbi per, che si annoiavano, cominciarono a piangere, cos la
madre fu costretta ad abbandonare la sua occupazione per giocare e
trastullare i figli. Li prese in braccio saltellando con loro qua e
l, poi, cantando e scherzando, li fece addormentare e se ne torn al
lavoro. Un attimo dopo le zanzare punsero i bimbi addormentati che
subito ricominciarono la loro sinfonia: la madre non si spazient,
and nel bosco, raccolse fragole e lamponi, e attacc il figlio pi
piccolo al seno. Questo trattamento materno piacque moltissimo allo
gnomo. Solo il bimbo che poc'anzi era sulla schiena della mamma non si
lasciava consolare; era un bimbo cocciuto e ostinato, gettava via i
lamponi che la madre premurosa gli porgeva e strillava come un matto.
Infine la donna perse la pazienza ed esclam: "Contarape, vieni e
mangiati questo bimbo capriccioso!". In un attimo lo spirito comparve
sotto le spoglie di un carbonaro, si avvicin alla donna dicendo:
"Eccomi qui, cosa vuoi?". La donna si spavent molto dell'efficacia
delle sue parole, ma si riprese subito, si fece coraggio e disse: "Ti
ho chiamato solo per far tacere i miei bambini, ora che sono
tranquilli non ho pi bisogno di te. Ti ringrazio comunque molto per
il tuo aiuto".
"Lo sai" replic lo spirito "che nessuno mi pu chiamare senza venire
castigato? Ti prender sulla parola: dammi tuo figlio che me lo
mangio; tanto che non mi capita un bocconcino cos prelibato." Cos
dicendo allung verso il bambino la sua mano fuligginosa.
Come la chioccia quando il nibbio vola alto nel cielo o il volpino va
a caccia in cortile, con un chiocciare impaurito richiama i suoi
pulcini al nido, gonfiando le penne e allargando le ali, pronta a
cominciare un'impari battaglia anche contro il pi forte dei nemici,
allo stesso modo la donna si avvent contro la barba del carbonaro e
chiudendo stretti i pugni grid: "Mostro! Dovrai strapparmi questo mio
cuore di madre dal petto, prima di riuscire a portarmi via il
figlio!".
Contarape non si sarebbe mai immaginato un attacco cos coraggioso, e
indietreggi, non sapendo bene come reagire, perch non aveva mai
fatto una tale esperienza. Sorrise quindi amichevolmente alla donna:
"Non indignarti in questo modo! Non sono un mangiatore di uomini come
tu credi e non voglio fare alcun male n a te n ai tuoi bambini:
lasciami invece il bimbo che piangeva; mi piace, lo tratter come uno
"junker", lo vestir di velluto e seta e ne far un prode giovanotto,
che sar poi in grado di provvedere al padre e ai fratelli. In cambio
chiedimi tutto il denaro che vuoi".
La madre rispose lesta: "Ah s, ti piace mio figlio? Bene, e io non lo
vendo per tutto l'oro del mondo, anche se un diavoletto".
"Stolta!" replic lo spirito. "Non hai gi il fardello di altri tre
figli, che devi faticosamente nutrire e che ti tormentano giorno e
notte?"
"E' vero, ma visto che sono la loro madre devo assolvere il mio
compito. I bambini danno molto da fare, ma sono anche una gioia."
"Bella gioia portarseli in giro tutto il giorno, curarli, pulirli,
sopportare le loro cattive maniere e le loro grida!"
"Perfettamente vero signore! Pero non conoscete le gioie materne:
tutto il lavoro e la fatica sono ripagate da un unico dolce sguardo,
dal tenero riso e dal balbettio delle innocenti creature. Guardate
come si aggrappa a me il piccolo adulatore! Ora come se non fosse
stato lui a piangere e strillare... Avessi cento mani che vi potessero
sollevare e trasportare e lavorare per voi, figli miei!"
"E tuo marito non ne ha di mani per lavorare?"
"Oh certo! A volte le agita pure e mi capita di sentirle."
Lo spirito sbott: "Come? Tuo marito ha il coraggio di levare le mani
contro di te? Contro una donna come te? Voglio rompergli l'osso del
collo!".
La donna rispose ridendo: "Allora avreste molti colli da rompere, se
doveste punire tutti gli uomini che mettono le mani su una donna! Gli
uomini sono una brutta razza, per questo da noi si dice che il
matrimonio un cattivo affare; mi chiedo proprio per quale ragione mi
sia sposata".
"Se sapevi che gli uomini erano una brutta razza, allora stato
proprio sciocco da parte tua sposarti."
"Pu darsi! Ma Steffen era un tipo sveglio, che guadagnava bene, e io
una povera fanciulla senza dote. Venne a chiedermi in sposa, mi diede
un tallero e l'affare fu concluso. In seguito rivolle indietro il
tallero, mentre a me rimase un marito rude."
Lo spirito sorrise e disse: "Forse l'hai reso rude con la tua
caparbiet".
"Quella poi me l'ha gi fatta passare da un pezzo! Steffen piuttosto
avaro, se gli chiedo una monetina strepita adirato per casa come voi
fate sulle montagne, rimproverandomi la mia povert, e su questo punto
io non posso che tacere. Se gli avessi portato una dote, allora gli
farei vedere io."
"Qual la professione di tuo marito?"
"E' un venditore di vetrerie, che guadagna faticosamente i suoi soldi,
portandosi in giro per tutta la Boemia i suoi pesanti fardelli. Se
qualcosa si rompe siamo naturalmente io e i bambini a farne le spese;
ma le botte d'amore non fanno male."
"E tu puoi ancora amare un uomo che ti tratta cos male?"
"Perch no? Non forse il padre dei miei figli? Loro sistemeranno
tutto, e ci compenseranno quando saranno grandi."
Dopo il lungo colloquio lo spirito rinnov la sua proposta di comprare
il bimbo; ma la donna non lo degn di risposta, raccolse il fogliame
mettendolo nel cesto e vi leg sopra anche il piccolo che aveva pianto
e strillato tanto, mentre Contarape fece per andarsene. Visto che il
peso era per troppo e non riusciva a sollevarlo, la donna lo richiam
dicendogli: "Visto che vi ho chiamato, fatemi allora il piacere di
aiutarmi a sollevare il cesto, e se volete fare qualcosa per noi,
allora regalate al bimbo che vi piaciuto tanto una moneta per
comprare un paio di panini; domani poi torna a casa il padre che ci
porter pane bianco di Boemia". Lo spirito rispose: "Ti aiuto
volentieri a sollevare il tuo carico, ma se tu non mi dai il bimbo, io
non gli regalo proprio nessuna monetina".
"Bene" replic la donna, e se ne and per la sua strada.
Pi andava avanti e pi il cesto diventava pesante tanto che non ce la
faceva a reggerlo e ogni dieci passi doveva fermarsi a prendere fiato.
La cosa non le sembr possibile e pens che Contarape le avesse
giocato un brutto tiro e avesse messo dei sassi sotto il fogliame; si
ferm quindi e, appoggiato il cesto, lo ribalt per controllarne il
contenuto. Ne uscirono solo fronde e fogliame, niente sassi; lo riemp
quindi a met e raccolse ancora tutto il fogliame che ci stava nel
grembiule. Ma il cesto le sembr di nuovo troppo pesante e con suo
grande stupore dovette togliere ancora qualcosa. Aveva spesso portato
a casa dei grossi carichi di erba, ma non aveva mai provato una tale
stanchezza. Ci nonostante, giunta a casa, si occup anche delle
faccende domestiche, diede il fogliame alla capra e al giovane
capretto, prepar la cena per i figli, li fece addormentare, disse le
sue preghiere e poi cadde contenta in un sonno profondo.
La luce rossastra del mattino e il pianto del neonato che reclamava a
gran voce la sua colazione chiamarono la donna alle sue faccende
giornaliere, togliendola al sonno ristoratore. Per prima cosa si rec,
come sua abitudine, nella stalla col secchio della mungitura. Ma quale
terribile visione si present ai suoi occhi! La vecchia capra giaceva
morta stecchita; il capretto invece faceva roteare gli occhi in modo
orribile, allungava la lingua, era in preda a violente convulsioni, e
la morte non avrebbe tardato a coglierlo. Una tale disgrazia non era
mai capitata alla buona donna. Terribilmente spaventata si lasci
cadere su un mucchio di paglia e, tenendo il grembiule davanti agli
occhi per non vedere il dolore del capretto morente, sospir
profondamente: "Oh povera me! E adesso che cosa faccio? E che reazioni
avr mio marito tornando a casa? Ah, tutto perduto a questo mondo!".
Ma subito dopo si rimprover per questo pensiero.
"Se le due bestie son tutto quel che hai al mondo" pens "che cos'
allora Steffen e che cosa sono i tuoi figli?" Si vergogn della sua
precipitazione.
"Lascia perdere le ricchezze, hai ancora tuo marito e i tuoi quattro
figli. Di latte per il piccolo neonato ne hai ancora e per gli altri
tre bambini c' acqua in abbondanza nella fontana. Se anche litigo con
Steffen e lui mi picchia in malo modo, non altro che un triste
momento della vita matrimoniale. Non ho perso comunque nulla. La
raccolta ha ancora da venire e posso andare a mietere, durante
l'inverno poi voglio filare fino a notte fonda, cos riusciremo a
comprarci un'altra capra, e una volta che abbiamo la capra non
mancheranno nemmeno i capretti."
Cos meditando tra s e s, divenne nuovamente di buon umore, si
asciug le lacrime e si accorse che ai suoi piedi giaceva una foglia,
che brillava chiara come se fosse stata d'oro puro. La sollev e si
accorse che era anche pesante. Subito si alz e corse dalla sua vicina
ebrea mostrandole ci che aveva trovato; costei conferm che era oro e
glielo compr per due talleri in contanti. Tutto il suo dolore era ora
dimenticato finora la povera donna non aveva mai visto tanti soldi in
una volta. And dal panettiere e compr panini e ciambelle al burro;
compr anche un cosciotto di montone per Steffen, quando fosse giunto
a casa stanco e affamato, dopo il viaggio. Come corsero incontro i
bimbi sgambettanti alla mamma felice, che portava loro una colazione
tanto insolita! Ella si abbandon completamente alla gioia materna di
sfamare i suoi bimbi, e ora la sua pi viva preoccupazione era quella
di far sparire le bestie, che pensava fossero morte per le arti
magiche di una donna malvagia, e di nascondere la disgrazia al marito
il pi a lungo possibile. Il suo stupore super ogni misura quando,
guardando nella mangiatoia, si accorse che di fogliame d'oro ve n'era
un mucchio intero. Se avesse conosciuto la favola popolare greca,
avrebbe subito capito che il suo bestiame era morto per l'indigestione
di re Mida. Ella immagin comunque che fosse accaduto qualcosa del
genere, per questo affil il coltello da cucina, apr il ventre della
capra e vi trov dentro un bel grumo d'oro, grosso come una mela;
trov la stessa cosa anche nel ventre del capretto dove il metallo era
un po' meno, perch l'animale aveva inghiottito meno foglie.
La sua ricchezza era ora illimitata, ma cominci ad avere anche
pressanti preoccupazioni: divenne irrequieta, paurosa, le venne il
batticuore, non sapeva se doveva chiudere il tesoro nel cassettone o
se doveva seppellirlo in cantina; temeva i ladri e non voleva nemmeno
mettere subito al corrente di tutto quell'avaro di Steffen, perch
aveva paura che, da strozzino qual era, si sarebbe preso tutti i soldi
lasciando al verde lei e i figli. Pens a lungo a quale fosse il
comportamento migliore, senza per riuscire a trovare una soluzione.
Il parroco del paese era il protettore di tutte le donne oppresse e
non permetteva che i loro villani consorti le maltrattassero,
imponendo delle pesanti penitenze ai mariti violenti, e prendendo
sempre le difese delle donne. Costei si rec quindi dal curato e gli
raccont tutta l'avventura con Contarape, come le avesse procurato una
grossa ricchezza e quali fossero ora i suoi problemi. Dimostr anche
la veridicit del suo racconto, mostrando il tesoro che aveva portato
con s. Il parroco si fece pi volte il segno della croce udendo
questa vicenda prodigiosa, ma nel contempo si rallegr per la fortuna
capitata alla povera donna e, girandosi fra le mani il cappello, cerc
un buon consiglio, perch lei potesse tranquillamente godere del suo
tesoro senza che il tenace Steffen se ne impossessasse.
Dopo aver pensato a lungo disse: "Ascolta me figliola, che ho sempre
un buon consiglio per tutti. Dammi in custodia l'oro e io me ne
prender cura, poi scriver una lettera in italiano, dove si dice che
tuo fratello, che molti anni fa se ne and in cerca di fortuna,
salpato per le Indie al servizio di Venezia, morto in quel lontano
paese, lasciandoti in eredita tutti i suoi beni alla condizione che tu
sia tutelata dal parroco del tuo paese, contro le cattive intenzioni
di terzi. Non voglio per me n ricompensa, n ringraziamenti; pensa
solo che devi un ringraziamento alla santa chiesa, per la benedizione
che ti stata concessa dal cielo e promettimi solo una ricca
pianeta". Questo consiglio soddisf pienamente la donna, che senza
indugio promise al parroco la pianeta; costui pes quindi
scrupolosamente l'oro e lo mise nella cassaforte della chiesa, mentre
la donna prese commiato con cuore contento e leggero.

Anche Contarape era patrono delle donne come il buon parroco di
Kirchsdorf, ma con una differenza. Quest'ultimo onorava tutte le donne
perch, come diceva, anche la Santa Vergine era una di loro, ma non
prediligeva nessuna in particolare - cosa che avrebbe potuto rovinare
la sua buona fama. L'altro, al contrario, odiava tutte le donne per
colpa di quella che lo aveva raggirato, anche se a volte si trovava in
una disposizione d'animo pi mite, che lo portava a prenderne una
sotto tutela e a essere gentile con lei. Mentre il comportamento della
coraggiosa madre aveva conquistato la sua benevolenza, il rude Steffen
aveva suscitato la sua ira. Gli venne quindi una gran voglia di
vendicare la brava donna giocando al marito un brutto tiro, che lo
spaventasse a tal punto da farlo diventare mansueto e completamente
sottomesso alla moglie. A questo scopo si mise in sella del vento del
mattino, galopp sopra montagne e valli, spi come un gendarme tutte
le strade e gli incroci di Boemia, e dove scorgeva un viandante che
portava un fardello gli era subito alle costole, per controllare il
suo carico. Per fortuna nessuno dei viandanti incontrati trasportava
vetrerie, altrimenti, anche senza essere il marito della donna
protetta, sarebbe stato sicuramente vittima della burla di Contarape,
e i danni subiti non gli sarebbero stati risarciti.
Steffen, carico come un mulo, non pot comunque sfuggire alle sue
ricerche. Verso l'ora del vespro lo gnomo vide avvicinarsi un
bell'uomo con un grosso fardello sulla schiena, sotto i cui passi
decisi risuonava il tintinnante carico che portava in spalla. Lo gnomo
in agguato si rallegr molto non appena lo scorse in lontananza, e lo
riconobbe. Ora era sicuro della sua preda e si accinse a giocargli un
brutto tiro. Steffen ansimando era quasi giunto in cima alla montagna,
gli mancava solo l'ultima salita che conduceva alla vetta e lesto si
dirigeva verso casa, accingendosi a quest'ultima fatica; ma la salita
era assai ripida e il suo fardello molto pesante. Dovette riposarsi
pi di una volta, mise quindi il bastone nodoso sotto il cesto,
cercando cos di alleggerirne il peso, e si asciug il sudore che gli
bagnava la fronte. Con le ultime forze riusc finalmente a raggiungere
la cima della montagna, dove un bel sentiero portava sul crinale. In
mezzo alla strada c'era un abete appena segato e vicino si trovava il
suo ceppo, dritto e ben levigato come il piano di un tavolo,
tutt'intorno cresceva una bella erbetta. La vista di questo luogo fu
tanto allettante per l'uomo stanco sotto il peso della sua mercanzia,
che subito appoggi il pesante cesto sul ceppo e vi si sdrai di
fronte all'ombra, disteso sulla tenera erbetta. Qui si mise a contare
il guadagno netto che aveva accumulato questa volta e pot stabilire
che, se non avesse dissipato nulla in casa, dove al cibo e ai vestiti
provvedeva la sua laboriosa moglie, avrebbe avuto abbastanza denaro
per comprarsi un asino al mercato di Schmiedenberg. Il pensiero di
poter caricare un asino e poi camminargli comodamente a fianco era
cos consolante in quel momento in cui le spalle gli dolevano per il
peso portato, che come succede, cominci a fantasticare sul futuro.
"Se riesco a procurarmi un asino" pens, "trover presto il modo di
sostituirlo con un cavallo, poi riuscir a prendermi un campicello. Da
un campo se ne cavano facilmente due, e col passare degli anni si
arriva a possedere un intero maso, allora anche Ilse potr avere una
gonna nuova."
Stava fantasticando in questo modo, quando Contarape fece sollevare un
forte vento proprio intorno al ceppo, che rovesci in un batter
d'occhio il cesto di vetrerie, facendo andare tutto in mille pezzi.
Che colpo fu per Steffen! Contemporaneamente gli sembr di udire in
lontananza una gran risata, ma pens che fosse stata solo un'illusione
o l'eco delle vetrerie andate in frantumi. Siccome per il vento
sollevatosi poc'anzi non gli sembrava naturale, e quando si guard
intorno il ceppo e l'albero erano scomparsi, indovin facilmente a chi
si doveva attribuire la sua disgrazia e cominci a lamentarsi:
"Dispettoso di un Contarape, che cosa ti ho fatto perch tu mi derubi
del mio pezzo di pane, che mi sono guadagnato sputando sangue? Ah
povero me!". Poi fu preso da un attacco d'ira e cominci a insultare
terribilmente lo spirito della montagna, per farlo arrabbiare.
"Maledetto!" grid. "Vieni a strangolarmi, adesso che mi hai tolto
tutto quello che ho al mondo!" In effetti in quel momento le sue
vetrerie rotte gli sembravano pi importanti della sua stessa vita;
Contarape per non si fece n sentire, n vedere.
Steffen dovette decidersi a raccogliere perlomeno i pezzi, nella
speranza di poterne scambiare qualcuno con vetrerie nuove, per
cominciare a rifarsi il campionario. Sprofondato nei suoi pensieri
come un armatore al quale l'oceano ha inghiottito l'intera barca,
cominci a scendere dalla montagna con aria triste e abbattuta, ma
cominci anche ad almanaccare su come avrebbe potuto trovare un
risarcimento per il danno subito e riavviare il suo commercio. Allora
gli vennero in mente le capre, custodite dalla moglie in stalla.
Sapeva per che la donna le amava quasi come i suoi figli e con le
buone non sarebbe mai riuscito a strappargliele. Decise allora di non
dire nulla della sua perdita alla moglie e non solo: invece di far
ritorno a casa durante il giorno, pens di arrivarvi di notte, di
prendere di nascosto le capre da portare al mercato di Schmiedenberg,
e con i soldi ricavati dalla vendita comprare poi la merce nuova.
Tornando poi a casa avrebbe litigato con la moglie e l'avrebbe
rimproverata per essersi lasciata rubare le capre durante la sua
assenza.
Con questa intenzione ben premeditata l'infelice si nascose in un
cespuglio nei pressi del paese, e aspett con impazienza la mezzanotte
per poi derubare se stesso. Al battere della mezzanotte si mosse,
scavalc la bassa porta del cortile, la apr dall'interno e con il
batticuore si diresse verso la stalla delle capre; aveva paura di
venir scoperto dalla moglie. Al contrario del solito la stalla era
aperta. La cosa lo stup molto ma nel contempo lo rallegr, perch
quella dimenticanza avrebbe dato fondamento alla sua accusa. Nella
stalla per trov tutto deserto e silenzioso: nessun essere vivente,
nessuna traccia n della capra, n del capretto. Spaventato pens che
un ladro pi esperto lo avesse preceduto, perch una sventura viene
difficilmente da sola. Sgomento si accasci sul fieno e sprofond
nella pi cupa tristezza, visto che anche l'ultimo tentativo per
riavviare il suo commercio era miseramente fallito.
Intanto la laboriosa Ilse, dopo aver lasciato il parroco, era tornata
a casa e contenta aveva preparato una bella cenetta per il marito,
invitando anche il curato che avrebbe portato una buona bottiglia di
vino, e nel corso della cena, quando Steffen si fosse un po'
vivacizzato, lo avrebbe messo al corrente dell'eredit toccata alla
moglie e delle condizioni alle quali poteva venirne in possesso.
Quando fu ora di cena la donna cominci a sbirciare fuori della
finestra, per vedere se il marito arrivava; impaziente si rec anche
alle porte del paese per cercare di scorgerlo in lontananza e, non
vedendolo arrivare, cominci a preoccuparsi. Al calare della notte le
preoccupazioni la seguirono nel suo letto. Il risultato fu che non
riusc a chiudere occhio cadendo in un sonno agitato solo verso il
mattino.
Il povero Steffen era intanto nella stalla non meno oppresso e
disperato. Era in uno stato cos pietoso che non aveva quasi il
coraggio di bussare alla porta. Infine si fece coraggio, buss molto
avvilito e chiam: "Moglie mia svegliati e apri a tuo marito!". Non
appena Ilse sent la sua voce salt gi veloce dal letto, come una
lesta capriola, apr la porta e lo abbracci contenta; costui per
reag molto freddamente alle sue carezze e si gett di cattivo umore
sulla panca. La donna fu toccata dal dolore del marito e gli chiese
sgomenta: "Che cosa ti tormenta, mio caro? Che cos'hai?". Egli rispose
solo con sospiri e lamenti, ma lei insistette e il marito, che aveva
bisogno di sfogarsi, non riusc a nasconderle a lungo l'accaduto.
Sentito che era stato Contarape a giocargli il brutto tiro, la donna
cap subito che l'intenzione dello spirito era buona e non pot fare a
meno di ridere, cosa che Steffen, se non fosse stato cos abbattuto,
le avrebbe fatto certamente pagare.
Il marito, che della faccenda non aveva capito nulla, chiese poi
impaurito alla moglie che fine avessero fatto le capre. Questa domanda
indusse Ilse a nuovo riso, perch in essa vi era la prova che Steffen
aveva gi spiato dappertutto.
"Che t'importa delle mie bestie?" gli chiese. "Non hai ancora chiesto
dei bambini! Le capre sono fuori al pascolo. Non lasciarti abbattere
cos dal tiro di Contarape; chiss che lui o qualcun altro non ci dia
un qualche risarcimento per ci che abbiamo perso."
"Allora s che puoi aspettare!"
"Non farla cos tragica" replic la donna. "Spesso capitano cose
insperate. Su, fatti coraggio Steffen! Non hai pi le tue vetrerie e
io non ho pi le mie capre: abbiamo per quattro figli sani e quattro
braccia forti per nutrirli, la nostra ricchezza tutta qui."
"Oh, che Dio abbia piet di noi" sospir il marito sconsolato "se
anche le capre non ci sono pi allora i nostri quattro figli li puoi
subito annegare, perch io non sono assolutamente pi in grado di
nutrirli."
"Ma lo posso fare io" replic Ilse.
A queste parole fece il suo ingresso in casa il parroco, che aveva
origliato dietro alla porta tutta la conversazione. Prese dunque la
parola tenendo una predica a Steffen e spiegandogli che l'avarizia
la radice di tutti i mali; dopo averglielo fatto ben capire gli
raccont anche della ricca eredit della moglie, tir fuori la lettera
e tradusse al marito che il parroco di Kirchsdorf aveva avuto
l'incarico di esecutore testamentario e aveva gi ricevuto in custodia
il lascito.
Steffen se ne stava l interdetto e non faceva altro che inchinarsi di
tanto in tanto, quando menzionando la Serenissima Repubblica di
Venezia il parroco sollevava in suo onore il cappello. Dopo essersi
ravveduto, il marito cadde nelle braccia della moglie, facendole una
seconda dichiarazione d'amore, appassionata come la prima, che Ilse
accett di buon grado, nonostante sapesse che era mossa da motivi
d'altra natura. Da quel momento Steffen divenne il pi duttile e il
pi servizievole dei mariti, un padre amorevole per i suoi bambini e
anche un oste laborioso e ordinato, che odiava l'ozio.
Il retto parroco cambi via via l'oro in sonanti monete, compro un
maso dove Ilse e Steffen vissero e lavorarono per tutta la loro vita.
L'eccedenza la diede a prestito dietro interesse e amministr il
capitale della sua protetta cos scrupolosamente come amministrava i
beni della chiesa, non pretendendo altra ricompensa se non una
pianeta. Ilse gliene fece fare una cos sfarzosa che era degna di un
arcivescovo.
Dal tempo in cui la buona madre Ilse ottenne un regalo tanto prezioso
dallo gnomo, di lui non si seppe pi nulla. Il popolo per mantenne
vivo il suo ricordo con mille leggende meravigliose, che la fantasia
delle donne, riunite nelle sere invernali, filava ampie e ricche;
erano per tutte invenzioni, raccontate soltanto per passare il tempo
e divertirsi.
Capitolo terzo.
Il BOSCO MISTERIOSO E MINACCIOSO.

Come ampiamente descritto nell'introduzione, il bosco avvolto dal
mistero perch rappresenta il luogo iniziatico per eccellenza, dove il
protagonista vive una esperienza di crescita, di maturazione o
metamorfosi. Tra le innumerevoli fiabe che sviluppano questo tema,
abbiamo operato una selezione indicativa per ogni prototipo:

a) il bosco come luogo di ritiro ("La regina sfortunata");
b) il bosco come luogo di prova ("Il pastorello fortunato");
c) il bosco come luogo d'incontro con la natura saggia ("Il linguaggio
degli uccelli").

Il carattere minaccioso del bosco dipende invece dall'incontro con le
forze primordiali, con la stessa natura selvaggia ("l'altra faccia")
dell'uomo. Tipica esemplificazione di doppio quella dei lupo
mannaro, che sottende una trasformazione spesso involontaria. In
questo genere di storie gli eventi sono quasi sempre subordinati alla
liberazione da un incantesimo o alla metamorfosi ciclica da una
sembianza all'altra. (Stith Thompson, "La fiaba nella tradizione
popolare", Milano 1967).
Vagamente imparentato con il lupo mannaro il vampiro, a cui
accenniamo nell'ultimo brano di questo capitolo. Le nostre ricerche
hanno per avuto esiti contraddittori e di non certo affidamento. Non
abbiamo trovato nemmeno una traccia di storie "affascinanti" come "La
principessa del sudario" (tipo 307) o quella inquietante in cui il
vampiro chiede alla moglie di non rivelare la sua identit ai parenti.
La donna mantiene solo in parte la promessa non confidandosi col
fratello e la madre di lui; alla fine per svela il segreto alla
sorella. Il vampiro, che aveva via via assunto le sembianze dei suoi
parenti per mettere la moglie alla prova, riprende la propria identit
e la divora.
Le storie di questo tipo sono collegate a quelle che parlano di
spettri ancestrali come il "leshij" russo o altri esseri demoniaci.
Anche in questo caso restano comunque invariate le possibilit di
sopravvivenza dell'uomo, anche se la conclusione letale non esclusa.
Tutto l'orrore del bosco si configura come un'esperienza in definitiva
favorevole all'eroe, che acquisisce in questo modo una saggezza e un
sapere superiori.




1. Il bosco mobile.
(Germania).

Nel castello di Steller c'era una volta un conte che regnava sugli
abitanti di Dithmarschen, che per volevano liberarsi di questa
sudditanza. Si racconta che una volta, durante i festeggiamenti della
Pentecoste, la gente del castello si rec in paese per divertirsi. Gli
abitanti della regione decisero allora di approfittare dell'occasione:
si appuntarono fiori addosso, si ricoprirono di rami e fronde e si
mossero alla volta del castello. Al loro arrivo l'usciere - che
secondo alcune voci si era lasciato corrompere - grid: "Arriva il
bosco! Arriva il bosco!", ma nessuno evidentemente prest molta
attenzione alla cosa. I sudditi penetrarono infatti nel castello senza
incontrare alcuna resistenza, assalirono e uccisero le persone che si
trovavano ancora all'interno. Alcuni di loro rimasero a difesa
dell'ingresso, affinch i nobili che si erano recati in paese non
potessero rientrare. Il castello cadde quindi nelle mani dei sudditi
che lo distrussero e riacquistarono cos la libert.




2. Il cane nero di MacPhie.
(Scozia).

Mac Vic Allan di Arisaig, signore di Modart, quand'era ancora un
giovane scapolo, un giorno and a cacciare nei boschi di sua
propriet. D'un tratto si trov davanti un cervo dalle corna possenti,
bello come non ne aveva mai visti. Prese il fucile e mir, ma in quel
preciso istante il cervo si trasform in una donna di straordinaria
bellezza. Ripose allora il fucile e la donna si tramut di nuovo in
cervo: tutte le volte che prendeva la mira, il cervo diventava donna;
appena riponeva il fucile, questa ritornava cervo. Allora, col fucile
puntato, si accost alla donna e quando le fu molto vicino, la afferr
con entrambe le mani e disse: "Non ti lascio pi libera, non voglio
altra donna all'infuori di te".
"Non farlo Mac Vic Allan" replic lei "non sarebbe un buon guadagno
per te: ti verrei a costar caro perch dovresti uccidermi una mucca al
giorno."
"Avrai la tua mucca" rispose il signore di Modart "e non mi
spaventerei nemmeno se tu ne dovessi chiedere due al giorno."
Qualche tempo dopo, quando la mandria di Mac Vic Allan aveva
cominciato a snellirsi, lui decise di rivolgersi al suo vecchio
consigliere per trovare il modo di liberarsi di quella donna e non
andare in rovina. Il rispettabile anziano rispose che c'era un unico
uomo sulla terra in grado di aiutarlo: un certo MacPhie di Colonsay.
Subito il signore di Modart scrisse a MacPhie, costui rispose e si
rec ad Arisaig.
"Di che cosa hai bisogno, Mac Vic Allan?" chiese MacPhie, e il nobile
gli raccont in che modo avesse trovato sua moglie e di come ora non
riuscisse pi a liberarsene.
"Fai macellare anche oggi una mucca per lei" ordin MacPhie "portale
come sempre il cibo nel tinello e prepara il mio pasto all'altro capo
della stanza."
Mac Vic Allan ubbid. La donna cominci a mangiare e cos fece
MacPhie. Quando quest'ultimo fin il suo pasto si volt a guardarla e
chiese: "Che novit ci sono oggi da te, Sianach?".
"Che importa a te, Brian Brugh?" rispose la donna.
"Ti ho vista Sianach quando ti incontravi con i Fingali e te ne andavi
con Diarmd e Duibhne, accompagnandoli di nascondiglio in
nascondiglio."
"E io ho visto te, Brian Brugh" replic la donna, "quando eri il
prediletto delle longilinee donne degli Elfi, e le seguivi di bosco in
bosco sul tuo vecchio cavallo nero."
"Cani e uomini datele la caccia!" grid MacPhie. "Conosco costei gi
da molto tempo." La donna allora scapp, tutti gli uomini e i cani di
Arisaig si lanciarono all'inseguimento ma lei riusc a far perdere le
sue tracce.

Qualche tempo dopo che MacPhie aveva fatto ritorno a Colonsay, un
giorno and a caccia e la notte lo sorprese prima ancora che fosse
rientrato. Vide una luce, si ferm ed entr in una casa dove trov
molti uomini seduti attorno a un vecchio dai capelli bianchi. Il
vecchio gli si rivolse dicendo: "MacPhie, vieni pi vicino". Egli si
avvicin e si vide venire incontro una bellissima cagna con la sua
cucciolata. In particolare v'era un cucciolo tutto nero, bello come
non ce n'erano altri. "Voglio questo cane" disse MacPhie all'uomo.
"No" rispose questi "puoi sceglierti un altro dei cuccioli, ma questo
non lo puoi avere."
"Ma io non voglio altri che questo" afferm MacPhie.
"Se tu sei veramente deciso a non prenderne alcun altro" replic
allora l'uomo "sappi che questo cane ti sar utile in un solo giorno,
ma in quel giorno ti render un ottimo servizio. Torna tra alcuni
giorni e ti dar il cane."
La sera stabilita, MacPhie si rec nuovamente da loro e il cane gli fu
consegnato. "Curalo bene" disse il vecchio "e ricorda: ti sar utile
un solo giorno."
Il cucciolo nero divenne ben presto un bel giovane cane e tutti si
meravigliavano di vedere un animale cos grande e bello. Quando
MacPhie voleva andare a caccia lo chiamava e il cane lo accompagnava
fino alla porta, poi si voltava e tornava al suo posto. I nobili che
venivano a trovarlo gli suggerivano di ucciderlo, perch non valeva
proprio nulla, ma MacPhie rispondeva che dovevano lasciarlo in pace,
perch il suo giorno non era ancora arrivato.
Qualche tempo dopo giunse un gruppo di nobili di Islay a far visita a
MacPhie e a invitarlo ad andare a caccia con loro nell'isola di Jura.
A quel tempo l'isola era completamente selvaggia e disabitata e non
c'era posto migliore al mondo per cacciare cervi e caprioli.
Sull'isola c'era un posto, chiamato "la grande caverna", dove erano
soliti trascorrere la notte i signori che andavano a caccia. Venne
costruita una barca per trasportare i cacciatori sull'isola. Quando
MacPhie si alz per scendere alla spiaggia, con lui si mossero i
sedici nobili, ognuno di loro chiam il cane nero che li accompagn
tutti fino alla porta, poi si volt e torn al suo posto. "Uccidilo
dunque" dissero i giovani nobili. "No" rispose MacPhie "il suo giorno
non ancora arrivato."
Quando furono sulla spiaggia, si lev un tale vento che non permise
loro di mettersi in mare. Il giorno successivo, al momento di partire,
il cane nero accompagn ancora una volta alla porta i cacciatori e
ritorn al suo posto. Ma anche quel giorno non riuscirono a
raggiungere l'isola perch il vento soffiava cos forte che dovettero
tornare indietro. "Il cane presagisce" disse MacPhie "sa in anticipo
quando sar il suo giorno."
Il terzo giorno il tempo era stupendo, e il gruppo si diresse verso il
porto senza pi chiamare il cane. Ma appena la barca fu in acqua, uno
dei nobili si volt indietro e scorse il cane arrivare di corsa,
spiccare un salto e salire sulla barca. Aveva un'aria selvaggia. "Il
giorno del cane nero non sembra pi essere molto lontano" disse
MacPhie. Presero quindi con loro cibarie, provviste di ogni tipo,
coperte per farsi il giaciglio e si recarono sull'isola. Passarono la
notte nella caverna e il giorno seguente andarono a caccia di cervi.
Tornarono nella caverna a sera tarda, e prepararono la cena su un bel
fuoco che emanava anche una notevole luce. Proprio nel mezzo del
soffitto della grotta c'era un grosso buco dal quale un uomo avrebbe
potuto comodamente calarsi. Dopo aver cenato i signori si sdraiarono
sui loro giacigli.
MacPhie si alz e si mise vicino al fuoco per scaldarsi i piedi. I
giovani signori dissero che se ci fossero state le loro innamorate la
notte sarebbe stata perfetta. MacPhie replic invece: "Io sono pi
contento di sapere mia moglie a casa; mi basta di gran lunga essere
qui da solo, questa notte". Poi si guard attorno e vide sedici donne
entrare nella caverna; la luce si spense completamente e le donne si
diressero verso i giacigli dei giovani. MacPhie non vide e non ud pi
nulla. Poco dopo le donne si rialzarono e una di loro si ferm davanti
a MacPhie e cominci a guardarlo fisso come se stesse per attaccarlo.
Allora il cane nero si alz - a vederlo cos, con il pelo ritto,
faceva veramente paura - e si avvent contro la donna. Tutte si
precipitarono allora verso la porta e il cane nero le insegu. Dopo
averle scacciate torn indietro e si accucci ai piedi del padrone.
Dopo un po' si ud uno scricchiolio provenire dal tetto della caverna;
MacPhie guard in su e vide la mano di un uomo sbucare dall'apertura
in mezzo al tetto, e dirigersi verso di lui per afferrarlo. Il cane
nero, con un gran balzo, afferr il braccio e con un morso stacc la
mano che cadde a terra. Poi corse fuori all'inseguimento del mostro.
Rimasto solo, MacPhie non si sentiva molto sicuro. Ma sul far del
giorno il cane torn, si accucci ai suoi piedi e pochi minuti dopo
mor.
Quando fu completamente giorno, MacPhie si guard intorno e si accorse
che tutti gli uomini che lo accompagnavano erano morti. Portando con
s quella mano mostruosa si rec sulla spiaggia, prese la barca e fece
ritorno da solo a Colonsay. Port a casa la mano perch la gente
potesse vedere quali cose incredibili gli erano capitate quella notte,
nella caverna. Nessuno a Islay o Colonsay aveva mai visto una mano
simile, e nemmeno aveva mai pensato che una cosa simile potesse
esistere.
Non rimaneva nient'altro da fare che mandare una barca a Jura per
recuperare i cadaveri nella caverna.
Il giorno del cane nero era dunque finito.


3. Il leshij.
(Russia).

Non di rado ai contadini delle campagne russe capitato di imbattersi
nel "leshij" (Demone del bosco) quando di notte si addentrano nel
bosco. Il "leshij" irresistibilmente attratto dalle notti di
plenilunio; fra le tenebre si pu scorgere allora un vecchio seduto su
un ceppo di tiglio che intaglia uno zoccolo contemplando la luna. Ma
se appena una nuvola la nasconde oscurandone il fulgore, il "leshij"
solleva il capo e ordina con voce sorda: "Splendi, astro luminoso!".


4. Il leshij.
(Russia).

Un giorno la figlia di un pope, senza chiedere il permesso n al padre
n alla madre, s'inoltr nel bosco e non fu pi ritrovata.
Trascorsero tre anni. Nello stesso villaggio dove abitavano i genitori
della fanciulla viveva un coraggioso cacciatore che ogni giorno se ne
andava col cane e il fucile per il fitto bosco. Capit che una volta,
durante la caccia, improvvisamente il cane cominci a latrare e gli si
rizz il pelo. Guardando davanti a s sul sentiero, il cacciatore
vide, seduto su un ceppo, un "mugik" intento a intagliare un "lapot";
(Calzature di fibra di tiglio caratteristiche dei contadini poveri
della Russia zarista) a un tratto per l'uomo sollev il "lapot" e
grid minaccioso alla volta della luna: "Splendi, astro luminoso,
splendi!".
Il cacciatore si meravigli: "Come mai" pens "questo "mugik" che
ancora giovane, ha i capelli bianchi come la neve?". Non fece nemmeno
in tempo a terminare il pensiero che l'altro, come se gli avesse letto
dentro, disse: "Sono il nonno del diavolo, ecco perch sono canuto".
In quell'istante il cacciatore cap che non si trattava di un semplice
"mugik", ma di un "leshij"; punt il fucile e "pam!", lo colp proprio
nel ventre. Il "leshij" lev un gemito, cadde disteso sul tronco, poi,
risollevatosi, si trascin nel folto del bosco. Il cane si lanci
all'inseguimento e il cacciatore lo segu a ruota.
Cammina e cammina arrivarono a una montagna. In un anfratto della
montagna, c'era un'"izba". Il cacciatore entr nell'izba e vide il
"leshij" su una panca morto stecchito, e accanto a lui una fanciulla
in pianto: "Chi mi sfamer adesso?" gemeva.
"Salve, bella fanciulla" le disse il cacciatore. "Dimmi, chi sei e da
dove vieni."
"Ah, bravo giovane! Non lo so neanch'io; come se non avessi mai
visto il mondo fuori di qui e non avessi mai conosciuto n mia madre
n mio padre."
"Su, preparati in fretta! Ti condurr nella Santa Rus'!" Dette queste
parole la condusse con s fuori del bosco; passando fra gli alberi
lasci ovunque delle tracce.
La fanciulla rapita dal "leshij" aveva trascorso con lui tre interi
anni e i vestiti le si erano logorati; era perci completamente nuda,
ma non sapeva cos'era la vergogna.
Giunti al villaggio il cacciatore cominci a chiedere in giro se a
qualcuno fosse scomparsa la figlia. Quando il pope la vide esclam:
"Questa la mia figliola!". Accorse anche la moglie del pope: "La mia
cara bambina! Dove sei stata tutto questo tempo? Non speravo pi di
rivederti!".
La fanciulla li guardava senza raccapezzarsi; poi, pian piano,
cominci a ricordare... Il pope e la moglie la diedero in sposa al
cacciatore e lo ricompensarono con ogni bene.
Per molto tempo, in seguito, vagarono nel bosco in cerca dell'"izba"
nella quale la giovane aveva vissuto con il "leshij", che per non
venne mai pi ritrovata.


5. La sera della vigilia di Ivan Kupala.
(Russia).

C'era una volta un servo della gleba che apparteneva a un certo
"barin". Un giorno gli venne l'idea di andare nel bosco la sera della
vigilia di Ivan Kupala (Antica festa del solstizio estivo (24 giugno).
Ivan Kupala il soprannome popolare di Giovanni Battista, la cui
leggenda la Chiesa ha unito ai riti popolari per favorire il raccolto,
la salute e la fortuna) per cogliere il fiore e trovare il tesoro.
Attese dunque tale sera, lascio che il "barin" si addormentasse e alle
undici and nel bosco.
Via via che vi si inoltrava, si udivano strani rumori: un fischio qui,
uno sghignazzo l. Gli venne paura, ma non si perse d'animo e per
quanto spaventato prosegu. D'un tratto vide il diavolo in groppa a un
tacchino, ma fece finta di niente: gli pass accanto senza proferir
parola.
Proprio allora scorse in lontananza un fiore che splendeva come se al
posto della corolla ardesse una fiammella. Contento di averlo trovato,
il servo fece per correre verso il fiore, ma ecco comparire una
schiera di diavoli che lo ostacolarono in ogni modo: chi lo trascinava
a terra, chi gli ostruiva il cammino, chi gli rotolava fra i piedi per
farlo cadere. Stava quasi per raggiungere il fiorellino, quando non
riusc pi a trattenersi e inve alla volta dei diavoli: "Via da me,
maledetti!". Non fece nemmeno in tempo a terminare la frase che si
ritrov scaraventato al punto di partenza.
Poich non c'era nient'altro da fare, si alz e si rimise in cammino;
il fiorellino continuava a risplendere nello stesso posto. Ma ecco di
nuovo saltar fuori i diavoli per cercare di fermarlo. Ma il servo
questa volta sostenne la prova: and avanti senza voltarsi, senza dire
una parola, senza farsi il segno della croce mentre alle sue spalle
avvenivano prodigi spaventosi.
Giunto infine al fiorellino, si chin, lo afferr per il gambo e lo
colse; ma quando guard meglio si accorse di aver strappato un corno
al diavolo e che il fiore era rimasto allo stesso posto. Il lamento
del diavolo echeggi per tutto il bosco.
Il servo allora non riusc a trattenersi e gli sput sopra: "Pfu a
te!". Di nuovo venne scagliato indietro con violenza, e si fece
persino male. Ma, pi risoluto che mai, si rialz e si rimise in
cammino.
Incontr ancora i diavoli e and oltre; sopport ogni provocazione
senza reagire, riusc a raggiungere il fiore e a coglierlo. Si gett
allora di corsa verso casa col fiore, dimenticandosi perfino del
dolore. Ormai le diavolerie non lo toccavano pi; corse senza nemmeno
guardarsi intorno e cadde dieci volte prima di giungere a casa.
Qui giunto trov il "barin" che, uscito dal cancelletto, lo assal:
"Aleshka! Dove sei stato, fannullone? Come hai osato andartene senza
permesso?". Era cos infuriato che and a prendere il bastone. Il
servo allora confess: "Sono colpevole" disse "sono andato in cerca
del fiore per trovare il tesoro". Il "barin" si infuri ancora di pi.
"Te lo do io il fiore! Ho fatto bene ad aspettarti. Dallo a me! Se
troveremo il tesoro ce lo spartiremo."
Il servo fu contento che il "barin" volesse dividere il tesoro con
lui. Gli consegn il fiore e di colpo il "barin" scomparve sottoterra
insieme al fiorellino. In quel preciso istante il gallo cant.
Il servo si guard intorno e si accorse di essere solo; sconsolato si
mise a piangere, e si avvi lentamente verso casa. Arrivato che fu,
trov il "barin" che dormiva, proprio come l'aveva lasciato.
Triste e addolorato, il povero servo si ritrov con un pugno di
mosche, pieno solo di lividi.



6. La moglie strega.
(Siberia).

C'era una volta un vecchio e una vecchia, che non avevano mai avuto
figli. Quando finalmente riuscirono ad averne uno, la loro felicit
non dur a lungo; nello stesso anno in cui nacque il bambino, i due
vecchi morirono, e il piccolo fu allevato da dei bravi vicini.
Una volta, quando era gi grande, il giovane and nel bosco e si
smarr. Aveva una gran fame. Vide una strada, la ostru con tronchi
d'albero e si nascose in attesa.
Pass un carro carico di pane e, giunto al punto in cui la strada era
ostruita, dovette fermarsi. I conducenti tentarono invano di liberare
il passaggio e a quel punto salto fuori il ragazzo: "Datemi del pane e
liberer la strada". Gli diedero il pane e lui spost i tronchi. Dopo
aver mangiato prosegu.
Cammina cammina arriv in vista di un'"izba". Entr, e vide una tavola
imbandita, come in attesa di ospiti e si accomod. Mangiato e bevuto
che ebbe, and a dormire. La mattina, al risveglio, vide seduta
accanto a s sul letto una bellissima fanciulla e se ne innamor,
senza sapere che in realt era una strega. Con il suo marito-serpente
aveva pensato di uccidere il giovane e a questo scopo si era
trasformata in una bellissima fanciulla.
I due cominciarono a vivere insieme e il tempo pass. Un giorno la
strega gli disse di essere molto malata e di aver visto in sogno che
sarebbe guarita soltanto bevendo latte di orsa. Il giovane, senza
pensarci due volte, le procur il latte di orsa. Dopo qualche tempo
per si ammal di nuovo e lo mand alla ricerca del fegato di leone.
Anche questa volta il giovane la accontent.
Trascorse un altro po' di tempo e alla strega venne un nuovo
capriccio: voleva assolutamente le mele della vita che crescevano nel
giardino del fratello maggiore del serpente. E il giovane part per
procurarsi le mele.
Cammina cammina, incontr un vecchino. Quando venne a sapere cosa
cercava il giovane, gli diede una chioccia con i pulcini e del miglio.
Il giovane prosegu e arriv al palazzo del serpente dove vide il
serpente addormentato e, accanto a lui, una fanciulla che lo
accarezzava. Quando la ragazza smetteva di accarezzarlo, il serpente
si svegliava. Il giovane sparse il miglio sul serpente, e mentre la
chioccia e i pulcini lo beccavano, colse le mele nel giardino e fugg
dal palazzo insieme alla fanciulla. Finch la chioccia e i pulcini
beccarono il miglio sul suo corpo, il serpente continu a dormire.
Quando il miglio fin, il serpente si dest e si lanci
all'inseguimento. La fanciulla lo ud e disse al giovane: "Fingi di
cadere, mentre io continuer a correre; egli ti superer d'un balzo
per inseguire me e tu allora lo agguanterai e lo ucciderai". E il
ragazzo ubbid.
Giunti a un bivio i due dovettero separarsi. La fanciulla gli disse:
"Potrei amarti, bravo giovane, ma so che hai moglie. Sappi per che
non una donna, ma una strega".
Il ragazzo non le credette; si separarono, ed egli torn a casa. La
moglie finse di essere felice di rivederlo, ma la notte (su consiglio
del serpente) lo leg con una robusta corda. Al risveglio il giovane
si stir e spezz la corda. La strega si giustific dicendo che aveva
voluto controllare la sua forza, ma la notte successiva lo leg con
delle funi pi spesse. Di nuovo il marito le spezz. La terza notte la
strega lo leg con un filo di seta e questa volta il giovane non
riusc a spezzarlo: sottile com'era, gli si conficcava nel collo. Il
serpente allora cav gli occhi al giovane e lo gett nel fiume, sotto
il ponte.
Non appena si fu allontanato giunse un carro, su cui sedeva la
fanciulla che il giovane aveva salvato. Scorto il ragazzo accecato nel
fiume, ordin ai servi di portarlo in salvo al palazzo e lo spos.
Una notte la fanciulla sogn che se avesse cosparso di sangue di
colomba gli occhi del giovane, egli avrebbe recuperato la vista.
L'indomani uccisero una colomba e cosparsero del suo sangue gli occhi
del giovane che effettivamente riacquist la vista. Una volta guarito
torn all'"izba" dove aveva vissuto con la strega e la trov insieme
al serpente. Dopo averli uccisi torn da sua moglie e insieme vissero
a lungo, felici e contenti.


7. Il lupo mannaro.
(Scandinavia).

La leggenda del lupo mannaro affonda le sue radici nella religione
pagana e nelle sue divinit. Loke, l'incarnazione mitologica del Male,
si accoppi con una donna gigante e gener dei lupi. "Da qui derivano
tutte le specie di lupi" si dice in un'antica canzone, che racconta la
nascita del Male. E sempre nella mitologia trova origine la credenza,
ancor oggi diffusa a livello popolare, che i lupi siano imparentati
col diavolo. Le anziane donne che abitavano nel bosco e spesso si
dichiaravano loro stesse esperte nelle arti magiche, ricevevano il
nome di "madri dei lupi" e ne venivano considerate le protettrici e
signore. Ancora oggi molti credono che sia possibile venire
trasformati in lupi tramite l'impiego di arti magiche. Una tale
credenza diffusa soprattutto tra i finnici, i lapponi e i russi.
Quando la citt di Kalmar venne invasa dai lupi, durante la guerra tra
la Russia e la Svezia, nella met del Diciannovesimo secolo, circol
la voce che i russi avevano tramutato i prigionieri di guerra in lupi
e li avevano rispediti a casa, perch diventassero la piaga della loro
terra.
Si narra anche di un soldato del reggimento di Kalmarsch che era stato
trasformato in un lupo ed era giunto dalla Finlandia alle isole Aland
e poi, vinto dalla nostalgia, era andato a Smaland, per rivedere
almeno una volta la sua patria e sua moglie; un cacciatore per lo
aveva ucciso, e ne aveva trascinato il corpo fino al suo paese. Quando
venne scuoiato la moglie riconobbe la camicia che aveva cucito per il
marito prima che partisse per la guerra.
Vi sono altre leggende che narrano di casi in cui gli spiriti maligni
trasformarono qualcuno in lupo per ostacolare un amore fedele. Un
giovane, per esempio, venne tramutato insieme ai suoi servi in lupo
mannaro mentre attraversava la foresta per recarsi al suo matrimonio.
Invano la sposa attese il suo arrivo. Passarono diversi anni e un
giorno che si trovava nel bosco, la giovane and col pensiero al suo
sposo perduto, emise un profondo sospiro e inavvertitamente pronunci
ad alta voce il nome dell'amato. Per caso egli si trovava proprio
nelle vicinanze, e l'udire il suo vero nome riusc a spezzare
l'incantesimo. Lo sposo pot allora riabbracciare sotto le sue spoglie
umane la donna che, con la fedelt del suo amore, lo aveva liberato.

8. Correre a quattro zampe nel bosco.
(Scandinavia).

Una donna sposata da poco tempo non riusciva a capire lo strano
comportamento di suo marito. Talvolta, infatti, gli capitava di
starsene lontano da casa alcuni giorni e quando tornava era stanco e
triste e non voleva assolutamente raccontare ci che gli era successo.
Sembrava quasi che non riuscisse a ricordare nulla. La donna pensava
che il marito avesse una strana malattia che lo obbligava a starsene
da solo di tanto in tanto e per la quale non si conosceva alcun
rimedio.
Un giorno si trovavano tutti e due nei campi a lavorare. Arrivato il
momento di fare colazione, la donna trasse fuori dal paniere i panini
e il caff, ma l'uomo scosse la testa e disse che avrebbe portato il
cibo nel bosco e avrebbe fatto colazione da solo. Poi corse verso il
bosco e scomparve.
Qualche istante dopo la donna vide un animale dal pelo lungo e
grigiastro che le si avvicinava correndo. Dapprima pens che si
trattasse di un cane lupo ma poi, osservatolo meglio, not che la sua
coda non assomigliava a quella di un cane, ma piuttosto a quella di
una bestia feroce, e che il suo pelo era irto e arruffato. Quando cap
che l'animale che si lanciava contro di lei era un lupo vero e
proprio, corse verso il campo nel tentativo di evitarlo, ma la belva
la raggiunse in un batter d'occhio. Vide il lupo spalancare le sue
fauci spaventose, afferrarle la gonna con i suoi lunghi denti aguzzi e
ridurla a brandelli. Al colmo del terrore e della disperazione, la
donna chiam il marito con tutta la forza che aveva, sperando che egli
potesse udirla dal profondo del bosco: "Johan, Johan, aiutami!".
A quelle grida accadde qualcosa di veramente incredibile: il lupo
scomparve, e al suo posto apparve il marito, che stringeva ancora fra
i denti un brandello della gonna! Johan si mostr dapprima molto
confuso e pieno di vergogna, ma poi si rincuor e ringrazi la moglie
per averlo liberato dalla terribile maledizione che lo aveva colpito.
Da quando era diventato adulto si era trovato costretto a "correre a
quattro zampe". Al principio si trasformava in lupo soltanto per
qualche ora, ma negli ultimi tempi la metamorfosi durava sempre di
pi.
Sapeva benissimo perch era diventato cos e lo raccont alla moglie:
sua madre aveva molta paura del parto e durante la gravidanza aveva
fatto ci che a quel tempo facevano molte donne, e cio aveva mangiato
per tre volte, di mercoled notte, la placenta di una puledra. Le
cavalle, come si sa, partoriscono con facilit, e la donna sperava
che, attraverso questa pratica magica, sarebbe riuscita a dare alla
luce il suo bambino senza soffrire.
Tutto infatti and bene: il parto fu facile e indolore. Ma la pena da
scontare fu molto dura: suo figlio divent un lupo mannaro. Per dei
lunghi periodi poteva vivere come qualsiasi altro essere umano, ma
quando si trasformava, non poteva fare altro che allontanarsi dalla
gente e vivere selvaggiamente nel cuore del bosco.


9. Il lupo mannaro.
(Germania).

Una volta un soldato raccont la seguente storia, accaduta a suo
nonno. Un uomo si rec un giorno nel bosco per tagliare legna insieme
a un amico e a un terzo compare, che secondo alcune voci non era
normale. I tre, alla fine del lavoro, erano stanchi e il compagno
sospetto propose di fermarsi un po' a riposare. Fu cos che si
distesero a terra, ma il nonno finse solo di dormire, stando invece
all'erta. Il tipo sospetto si guard intorno con circospezione e
quando si fu assicurato che tutti dormissero si sfil la cintura e si
trasform in un lupo mannaro. Quindi corse in un prato vicino, dove
stava pascolando un giovane puledro, lo assal e lo divor, compresa
la pelle e la criniera. Torn poi indietro, si rimise la cintura e
riassunse le sue sembianze umane. Poco dopo tutti si alzarono per far
ritorno in citt e quando furono nei pressi della sbarra, il lupo
mannaro si lament di avere mal di stomaco. Allora il nonno gli
sussurr: "Lo posso ben credere, dopo aver mangiato un cavallo con
pelle e criniera!". Quello per rispose: "Se me lo avessi detto nel
bosco, non saresti qui a raccontarlo".

Si racconta che una donna, una volta, trasformatasi in lupo mannaro,
attacc il gregge di un pastore che aveva in odio, causandogli un
grosso danno. Il pastore per fer con un colpo il lupo, che and a
nascondersi in un cespuglio. Quando l'uomo lo raggiunse per finirlo,
trov al suo posto una donna, intenta a tamponare il sangue che le
usciva dalla ferita con un pezzo di stoffa del suo vestito.

A Luttich vennero giustiziati nel 1610 due maghi, accusati di essersi
trasformati in lupi mannari e avere ucciso molti bambini. Si dice che
quando dilaniavano le loro prede per divorarle, accanto a loro c'era
un bambino di dodici anni, che il diavolo aveva trasformato in corvo.





10. Il corteo dei lupi mannari.
(Germania).

Secondo una leggenda del Livland, passato il giorno di Natale, un
giovane, claudicante da una gamba, va in giro a radunare tutti i
devoti del Maligno, che sono un gran numero, e ordina loro di
seguirlo. Se qualcuno esita o in ritardo, viene costretto a seguire
il corteo da un uomo grande e grosso, che lo fustiga con una frusta di
ferro. La violenza dei colpi tale che, sul loro corpo, anche dopo
molto tempo, permangono macchie e cicatrici molto dolorose.
Se invece si aggregano al corteo perdono le loro sembianze umane e si
trasformano in lupi mannari. Il gruppo costituito da circa duemila
individui, preceduti dall'uomo con la frusta di ferro. Se vengono
condotti nei campi assalgono brutalmente il bestiame e arrecano gravi
danni. Tuttavia non loro concesso di ferire gli uomini. Se giungono
a un ruscello o a un fiume il capo, battendo con la sua frusta sulla
superficie, fa dividere le acque perch possano passare senza
bagnarsi.
Dopo dodici giorni per il corteo viene sciolto e i lupi mannari
ritornano a essere uomini.


11. Il sasso del lupo mannaro.
(Germania).

Presso Eggenstedt, un paese del distretto di Magdeburg non lontano da
Schningen, si trova un grosso sasso, che la gente del posto ha
soprannominato "sasso del lupo mannaro".
Si racconta che molto tempo fa giunse nei pressi del bosco di
Brandsleben uno sconosciuto, di cui nessuno sapeva nulla. Costui
viveva facendo lavori saltuari, in particolar modo sorvegliava le
greggi, e nei paesi del circondario, dove offriva i suoi servigi, era
conosciuto da tutti come "il Vecchio".
Un giorno nel gregge del pastore Melle di Neindorf nacque un
bell'agnellino dal vello colorato. Il Vecchio preg insistentemente il
pastore di regalarglielo ma questi non ne volle sapere. Il giorno
della tosatura Melle ricorse, come di consueto, all'aiuto del Vecchio.
Quando alla sera il pastore and a controllare il lavoro, trov tutto
in ordine, ma si accorse che il Vecchio e l'agnellino erano scomparsi.
Per qualche tempo non si ebbe pi notizia dello sconosciuto. Ma un
giorno il Vecchio comparve all'improvviso davanti a Melle, che stava
pascolando il gregge nella valle di Katten, e gli disse con scherno:
"Buon giorno Melle, il tuo agnello colorato ti manda a salutare".
Adirato il pastore afferr allora il suo bastone con l'intenzione di
colpirlo, ma lo sconosciuto si trasform in lupo mannaro e gli salt
addosso. Il pastore era atterrito ma i suoi cani misero in fuga il
lupo, e lo inseguirono attraverso il bosco e la valle, fino quasi a
Eggenstedt. Come si trov circondato e ud il pastore gridare: "Ora
devi morire!", il lupo si trasform nuovamente in uomo, e lo supplic
di risparmiarlo, promettendogli in cambio qualsiasi cosa. Ma il
pastore era furioso e lo aggred con il bastone. Il Vecchio si
trasform allora in un cespuglio spinoso, ma il pastore, assetato di
vendetta, non si ferm e prese a spezzargli senza piet tutti i rami.
Ancora una volta lo sconosciuto riassunse le sembianze di un uomo e
implor perch gli venisse risparmiata la vita. Ma Melle, duro di
cuore, non cedette alle sue preghiere. In un estremo tentativo di fuga
il Vecchio si tramut nuovamente in lupo mannaro, ma un colpo di Melle
lo fece cadere a terra morto stecchito.
Nel luogo in cui il lupo cadde e fu seppellito venne deposta una
grossa pietra che ha mantenuto il nome di "sasso del lupo mannaro" in
ricordo di questo episodio.





12. Caratteristiche del lupo mannaro.
(Francia).

Il lupo mannaro costituisce uno dei pi rappresentativi esempi di
metamorfosi animale, notturna e cannibale, che rivela un particolare
tipo di angoscia collettiva. La licantropia abbondantemente
attestata, a partire dalle incisioni parietali del Neolitico e da
certi miti arcaici del mondo europeo, per arrivare alle tradizioni
popolari sopravvissute fino all'alba del Ventesimo secolo nelle
campagne dell'Occidente. Dappertutto, e in tutte le epoche, molteplici
testimonianze attestano la credenza collettiva nell'esistenza
dell'uomo-lupo.
E' evidente che l'uomo-lupo esistito unicamente perch esistevano i
lupi. Questo animale, oggi in via di estinzione, stato per interi
millenni un pericolo reale e quotidiano, fonte di molte paure. Ed
proprio in questo atavico terrore che affonda le sue radici la
leggenda dell'uomo-lupo e quella, molto simile, di un demone feroce:
non c' molta differenza infatti fra la lupa Mormolyke, che si pensava
mordesse i bambini greci cattivi o disubbidienti, e il Grande Lupo
Cattivo.
Ma esiste anche un'altra ragione alla base di questa credenza: il
mondo indoeuropeo ha conosciuto l'esistenza di confraternite
iniziatiche che praticavano una licantropia rituale; in Arcadia,
intorno al tempio di Zeus Liceo, nell'Iran antico e nel mondo
germanico. Il nucleo essenziale di questi cerimoniali iniziatici
maschili consisteva nella trasformazione del giovane guerriero in
fiera; i riti miravano non solo a fargli acquistare resistenza e
coraggio a livello fisico, ma anche a trasformare la natura umana
dell'iniziato, attraverso un accesso di furore aggressivo, in essenza
ferina. Questi guerrieri-lupi potevano raggiungere, durante il
cerimoniale, dei livelli parossistici in cui squartavano la loro
vittima e, senza dubbio, ne divoravano le carni. Si diventava, quindi,
guerriero forte e impavido imitando, ritualmente, la ferocit del
lupo, rivestendosi della sua pelle e conducendo il suo stesso genere
di vita solitaria, carnivora, predatrice. Per lasciare il mondo degli
uomini, l'iniziato si spoglia, appende i vestiti a un albero,
attraversa un lago e va a "vivere da lupo" per un certo tempo.
Dopodich, purificatosi nell'acqua attraverso il tragitto inverso,
riprende i suoi abiti di uomo civilizzato. E' molto importante notare
che in tutte le descrizioni del lupo mannaro si ritrova uno scenario
rituale rigorosamente fedele. Sappiamo, inoltre, che nel mondo greco
arcaico una delle prove iniziatiche imposte al " lupo" era la caccia
alle teste umane: cos Dolone ("Iliade", 10), rivestito di una pelle
di lupo, parte per una caccia notturna dalla quale spera di riportare
la testa di Ulisse. La stessa prova e attestata presso i celti, gli
sciti, i daci, come pure presso i germani.
Questo nuovo lupo dunque, per un determinato lasso di tempo, deve
rimanere lontano dal mondo civilizzato, vivere escluso dalla societ
umana come se fosse un bandito. Ora, nel mondo nordico e in quello
anglosassone, il fuggitivo, il bandito, l'"outlaw", chiamato "lupo"
("verewulf nelle leggi di Knut il Grande del 1014) e deve essere "al
di l dei limiti dove gli uomini cacciano i lupi". Cos i valori
simbolici, che sottintendono i rituali di iniziazione licantropica,
vengono contrapposti ai valori sociali consolidati: il "lupo"
asociale, solitario, feroce, predatore, divora l'uomo, e il feroce
guerriero vive proprio come se fosse un bandito. Ma sono senz'altro
esistite altre confraternite di uomini-lupo di natura diversa,
costituite da maghi e sciamani, dai "lupi a due zampe" che avevano, si
credeva, il potere di trasformarsi in lupi dietro assunzione di droga
o cospargendosi di un unguento magico.
L'antichit greca e romana ci fornisce numerose testimonianze di tali
metamorfosi: "Ho visto spesso Moeris, grazie alle virt delle piante,
trasformarsi in lupo e inoltrarsi nel bosco", dice Virgilio
("Egloghe", 8). Bisogna credere che queste piante magiche avessero a
quel tempo una grande importanza psicologica considerato che dopo la
loro lentissima scomparsa se ne ritrovano ancora delle tracce nelle
credenze popolari e nelle leggende riguardanti il lupo mannaro.
Non si tratta gi pi di rituali veramente praticati, ma della loro
proiezione nell'immaginario, e la licantropia assume un significato
nuovo: diventa simbolo dei rapporti possibili e pericolosi fra gli
uomini e l'animalit che la Chiesa, nella sua lotta contro il
paganesimo ricorrente, assimila al satanismo. Il lupo mannaro diventa
un indemoniato. San Bonifacio vi fa allusione quando descrive le opere
del diavolo. Raban Maur, vescovo di Fulda, e Burchard di Worms parlano
entrambi di individui che possono trasformarsi a loro piacimento in
lupi. Il lupo mannaro conserva i caratteri di essere asociale e feroce
che aveva abitualmente nell'antichit. Ma l'incarnazione delle paure
notturne, della violenza, del disordine primordiale, non pu che
essere un'opera del demonio.
A partire dal Quattordicesimo secolo si sviluppa una vera psicosi
collettiva; si moltiplicano le opere di demonologia, i riti di
esorcismo e le condanne degli inquisitori. Molto rari sono coloro che,
come Ambroise Par, parlano della licantropia come di "una malattia
chiamata cos perch coloro che ne sono colpiti se ne vanno di notte
urlando come dei cani e dei lupi" o, come Jean de Wier, che ne
descrivono la sindrome: "Coloro che vengono colpiti dalla follia
ferina sono pallidi, hanno gli occhi infossati e la lingua molto
secca". Questa affermazione cost a Jean de Wier la fama di ateo ed
ebreo!
Nel 1580, Jean Bodin pubblica la sua "D幦onomanie des sorciers" dove,
da buon giurista, riporta dei casi di licantropia giudicati davanti ai
tribunali e rifiuta assolutamente di ammettere che possa trattarsi di
una malattia perch "gli accusati confessarono di aver rinunciato a
Dio e di aver giurato di servire il diavolo [...]. Michel Verdun
condusse il secondo accusato in un luogo in cui ciascuno aveva una
candela di cera verde che emanava una luce blu e oscura. Fecero dei
sacrifici al diavolo, e delle danze; poi, dopo essersi unti, furono
trasformati in lupi, e correvano con una leggerezza incredibile. Poi
si trasformarono in uomini, e spesso ritrasformati in lupi e
accoppiati alle lupe con gli stessi piaceri che avevano d'abitudine
con le donne".
In un trattato di licantropia pubblicato nel 1615, l'autore descrive
la metamorfosi: "Il lupo mannaro cammina veloce come un lupo [...]
sotto l'effetto di un demone cattivo che gli d le sembianze di un
lupo. Ha degli occhi spaventosi, scintillanti [...]. Strangola i cani,
taglia la gola ai bambini con i denti e ama la carne umana, come i
lupi. Quando i lupi mannari corrono insieme, hanno l'abitudine di
dividere gli uni con gli altri la propria caccia; se sono sazi urlano
per chiamare gli altri". Questa "follia lupesca", che scatena il
furore degli alienati, non pu essere che una possessione demoniaca,
nella misura in cui essa costituisce un pericolo per l'uomo, creatura
di Dio.
Che la licantropia sia molto probabilmente un fenomeno di carattere
onirico, una forma particolare di incubo, che costituisca senza dubbio
una deviazione mentale - secondo i freudiani una pulsione "sadico-
orale" - non elimina il fatto che essa sia stata vissuta
collettivamente nel corso dei secoli come una realt, una possessione
demoniaca.
Essere lupo mannaro significa dunque essere posseduto dal diavolo, in
seguito a un patto stipulato con lui. Ma spesso la fantasia popolare
ha trovato la causa della licantropia nell'effetto di una malefica
eredit. Tutto accade come se, nella mente collettiva, si volesse
rimarcare il carattere irremissibile di una certa colpa. Si pensava
cos che la metamorfosi colpisse coloro che la societ considerava ai
margini: i figli dei preti, per esempio, pagavano la colpa dei padri
diventando lupi mannari per sette anni. In Normandia, fino al
Diciannovesimo secolo, quando la Chiesa lanciava una moratoria
affinch il testimone di un furto o di un crimine denunciasse il
colpevole, si credeva che se questi non si fosse presentato, avrebbe
potuto essere trasformato in lupo dal curato: bell'esempio di come la
mentalit popolare abbia interpretato una manifestazione d'autorit
giudiziaria ed ecclesiastica!
Una sintesi di tutte le credenze relative al lupo mannaro stata
fortunatamente stilata, prima che le tracce scomparissero nel corso
del Diciottesimo secolo, da alcuni eruditi locali che fissarono per
iscritto le varie tradizioni orali pi o meno segrete, bisbigliate
tremando durante le nottate di veglia. E proprio grazie a queste
informazioni che noi possiamo constatare fino a che punto queste
credenze popolari si ispirassero concretamente ai rituali scomparsi
della licantropia arcaica, che avevano delle caratteristiche precise:
durata limitata della metamorfosi, necessit di passare attraverso una
fonte o un lago prima di trasformarsi, caccia notturna, unguento o
pozione come strumento di metamorfosi, legame simbolico fra la pelle
villosa e l'attivit sessuale eccetera.
Signore della notte che si aggira minaccioso per le campagne e per i
boschi, questo lupo mannaro ha incarnato dunque le paure e i fantasmi
di una societ rurale il cui paganesimo profondo a lungo
sopravvissuto proprio attraverso quelle tradizioni chiamate
"popolari".





13. Vampiri, lupi mannari e gufi.
(Paesi slavi).

Le popolazioni della Slavia del sud temono ancora il vampiro. Come
l'incubo, sarebbe avido di sangue, di quello dei bambini in
particolare. Chi morso da un vampiro diventa vampiro a sua volta.
Poich ai vampiri si attribuiscono le stesse caratteristiche dei lupi
mannari ("Voldkodlak"), la denominazione di queste creature sinistre
viene spesso confusa; "Vukodlak", "Kodlak", "Vedanec", "Stregon",
anche "Premrl" ("l'Irrigidito") e "Vedomec" ("Colui che sa"). Per lo
pi, per, si pensa al vampiro, contro il quale si hanno rimedi simili
a quelli usati contro l'incubo.
I vampiri escono prima di mezzanotte dalle tombe e vanno in cerca
delle vittime. All'ora degli spiriti giacciono nuovamente nei loro
sepolcri.
Questi vampiri vanno sterrati dopo la mezzanotte. Si dovr trafiggere
loro il cuore con un appuntito palo di pruno o di biancospino. Un
altro rimedio consiste nel mescolare nei cibi un po' di terra delle
loro tombe e un po' del loro sangue coagulato. Quella credenza
particolarmente radicata tra i contadini uckari sulle pendici del
monte Maggiore.
Nei paesi del Quarnaro ai bambini si proibisce di andare nei cimiteri
perch i vampiri potrebbero mutilarli. Il Valvasor (libro 8, pagina
753) riferisce di vampiri apparsi a Chersano (Krshan), Kringa e
Lindaro. Che ce ne siano anche di sesso femminile attestato da un
fatto verificatosi nella Valle di Idria nell'anno 1435. L una donna,
dopo la morte, perseguitava i contadini per succhiare loro il sangue.
La popolazione esasperata disseppell la salma e la trapass con un
palo appuntito.
In Istria, a Corridico (Kringa), un defunto continuava a molestare la
sua vedova con improvvise apparizioni. Quando la donna aveva visite lo
si vedeva guardare con attenzione gli invitati, dall'angolo della
stanza. Si poteva anche vedere quel morto senza pace vagare per le
strade e, laddove bussava, portava sfortuna e rovina. Nella
disperazione la povera vedova chiese aiuto al sindaco del paese.
Questi con alcuni conoscenti, la notte seguente si rec al cimitero
per scoperchiare la tomba del perturbatore della pace. Alla vista
della salma ancora perfettamente intatta, ai paesani stava per venir
meno il coraggio. Solo dopo le lunghe esortazioni del sindaco presero
un palo appuntito di biancospino per trafiggere il cadavere. Ma il
palo rimbalz. Allora il sindaco afferr un crocefisso e grid a gran
voce: "Guarda, strigon: per il nostro Signore Ges Cristo che ci ha
salvati dall'inferno e che morto per tutti noi! Strigon, ora devi
trovare la pace!". Ma neanche questo serv, il palo non penetr.
Infine uno sfegatato ebbe il coraggio di troncare la testa al morto
con un'ascia. Il morto mand un urlo, si agit nella bara e dalle sue
vene schizz un getto di sangue, come fosse stato vivo fino ad allora.
Poi il sepolcro fu nuovamente ricoperto e, da quel giorno, la vedova e
tutto il villaggio ebbero pace.
Nel 1882 mor ad Abbazia un uomo che aveva fama, tra i contadini, di
essere un lupo mannaro ("vukodlak"). Per renderlo innocuo, alcuni di
loro lo dissotterrarono di notte, lo portarono nella camera mortuaria,
gli conficcarono dei grossi chiodi di bara nella fronte, nei fianchi e
nei piedi. Quando il fatto venne denunciato, i profanatori furono
severamente puniti dalla giustizia.
Al mondo dei demoni medievali appartiene anche un animale,
dall'aspetto di gufo, che ai bambini piccoli si descrive come vampiro.
In una leggenda, nota anche nel litorale, si raccontava di un gufo che
si insinuava nelle culle per succhiare il sangue puro dal petto dei
bambini e per instillare loro una specie di latte velenoso, oppure per
soffocarli.
Soprattutto nella notte di San Giovanni bisogna proteggere i piccoli
dalle streghe, dal Chalchut, dai vampiri e dai gufi.
In Friuli, per minacciare i bambini viziati, si invoca il gufo,
"l'uccello cattivo". Cos le mamme dicono:

"Ucilut ven ju, pape 'l mio' frut!
Spiete, cumo che lu paparai dut". ("Vieni, uccello, e mangia il mio
bambino! Vengo, vengo e me lo mangio tutto!"
Nel goriziano raccontano che il gufo appare su un albero accanto alla
casa dei moribondi annunciando, con il suo grido monotono, la loro
prossima fine.


14. Gli spiriti silvani: il Catez.
(Paesi slavi).

Presso gli slavi del litorale, per esempio nella zona della valle
dell'Isonzo, di Aidussina (Ajdovscina), di Pinguente (Buzet), di
Ceppice (Cepic) eccetera, vive, nascosto nelle foreste, un capriccioso
spirito dei boschi, il Catez. Per met uomo, per l'altra met
caprone; ha le corna, orecchie lunghe e la barba. A piacimento pu
cambiare statura: nel prato appare piccolo come un filo d'erba, nel
bosco spesso pu superare un albero. Dagli uomini per lo pi si
nasconde dietro i tronchi. Chi gli ha parlato, l'ha trovato piuttosto
ingenuo anche se un tantino perfido. Spesso spaventa i viandanti e i
boscaioli o imita voci sconosciute in modo da far loro perdere la
strada finch non rimangono sorpresi dalla notte Poi li attira nella
sua caverna dove li tortura con il solletico finche non muoiono.
Come gli gira la luna si mostra o sulle creste rocciose dei monti o
nel sottobosco umido dove esamina le sorgenti. Si dice che gli
abitanti di quelle zone debbano parecchia acqua potabile eccellente al
Catez. Talvolta regala ai pastori delle verghe. Se per viene
provocato si vendica e fa precipitare grossi massi dalle montagne
sulle case dei contadini.


15. Il ghiro.
(Paesi slavi).

Tra gli sloveni del Carso e delle Alpi Giulie il ghiro ("polh",
"pouh", "puh"), comune nei loro boschi, talvolta ritenuto un animale
dei Catez, dello spirito della foresta, talvolta un animale del
diavolo Come il gatto, anche il ghiro ha nella coda tre peli del
diavolo, e per questo viene chiamato l'animale di Satana. Se un
contadino lo vede saltellare tra gli alberi, dice: "Ecco che il
diavolo porta a pascolare i ghiri!".

Una volta mentre il Valvasor passeggiava con alcuni contadini per un
folto bosco, improvvisamente sent da lontano un grande schioccare,
come se un cocchiere desse gi di forza con la sua frusta. Mentre il
rumore si stava avvicinando, schizzarono fuori in pazza fuga nugoli di
ghiri. Allora i contadini si tolsero in fretta gli stivali ed i
giacconi e molte di quelle bestiole vi si infilarono. Uno spettacolo
tale sarebbe visibile solo nella notte del sabato ed in certi giorni
sacri. La gente crede che il Catez abbia perso i ghiri giocando con il
diavolo e che perci le bestiole cerchino di rifugiarsi presso gli
uomini.

Una volta nel Carso un uomo cadde in un precipizio e non riusc pi a
uscirne. In fondo alla voragine trov dei ghiri che svernavano. Fin
per rassegnarsi al suo destino e cerc di sopravvivere leccando nella
caverna una "pietra che era salata e dolce allo stesso tempo", come
facevano i suoi compagni. Finalmente in primavera, quando gli
animaletti si preparavano a uscire, l'uomo appiccic sulla pelliccia
di alcuni di essi qualche brandello del suo abito. Questi brandelli
furono riconosciuti dai suoi parenti che si misero a seguire i ghiri
fino alla grotta. Da l poterono trarre in salvo il poveraccio.

A Canale d'Isonzo un contadino volle catturare un ghiro, ma rimase
malamente impigliato in un ramo. Convinto che l'avesse acchiappato il
diavolo, venuto a prendere la sua bestiola, il contadino mor
sopraffatto dallo spavento.


16. Il linguaggio degli animali.
(Italia).

Un padre tenne un figliuolo per dieci anni agli studi. Dopo dieci anni
il maestro del figliuolo gli scrisse una lettera per invitarlo a venir
a riprendere il ragazzo, perch lui non sapeva pi cosa insegnargli.
Il padre ripigli il suo figliuolo, e in onore di lui diede un gran
desinare, e c'invit i pi nobili signori del paese. Dopo molti
discorsi di quei signori, uno degli invitati disse al figlio del
padrone: "A lei, signorino! Ci dica un po' qualcosa di bello di quello
che ha imparato".
"Ho imparato il linguaggio dei cani, delle rane, e degli uccelli."
Nel sentire queste parole fu una risata generale; e tutti se ne
andarono burlandosi della superbia del padre e della sciocchezza del
figliuolo. Il padre ebbe tanta vergogna di quella risposta del
figliuolo, e and in tanta collera contro di lui, che lo consegn a
due servi, coll'ordine di portarlo in un bosco e ammazzarlo, e poi
portarne a lui il cuore. I due servi non ebbero coraggio di eseguire
quel comando, e invece del giovane ammazzarono un cane, e ne portarono
il cuore al padrone.
Il giovane fugg dal paese, e arriv in un castello molto lontano dove
stava un tesoriere del principe, che aveva immensi tesori. L domand
alloggio, e gli fu dato. Ma, appena entr in casa, una moltitudine di
cani si mise intorno al castello. Il tesoriere gli domand se sapesse
perch tanti cani fossero venuti. Il giovane, che intendeva il loro
linguaggio, disse che questo voleva dire che cento assassini quella
stessa sera assalterebbero il castello, e che lui provvedesse. Il
castellano mise duecento soldati in imboscata nei dintorni del
castello, e alla sera arrestarono gli assassini. Il tesoriere fu tanto
riconoscente verso il giovane, che gli voleva dare sua figlia, ma lui
gli rispose che per ora non poteva fermarsi, ma fra un anno e tre
giorni sarebbe tornato.
Partito da quel castello, arrivo a una citt dove c'era la figlia del
re molto ammalata, perch le rane che erano in una vasca vicino al
palazzo, e in gran numero, col gracidare non le lasciavano riposo. Il
giovane cap che quelle rane gracidavano perch la ragazza aveva
gettato nella vasca una croce. E appena fu levata la croce la ragazza
guar. Anche il re la voleva dare per sposa al bravo giovane, ma lui
anche qui disse che fra un anno e tre giorni sarebbe tornato. Salutato
il re, si avvi verso Roma, e per via incontr due giovani che
s'accompagnarono con lui. Un giorno che faceva molto caldo, tutti tre
si misero a dormire sotto una quercia. In un momento un gran stormo di
uccelli vol sulla quercia, e cantando forte risvegli i tre
pellegrini. Uno domand: "Perch cantano cos allegramente questi
uccelli?".
Il giovane rispose: "Si rallegrano col nuovo papa, che deve essere uno
di noi". E subito una colomba si pos sul capo a lui. E infatti lui
poco dopo fu fatto papa. Allora lui mand a chiamare suo padre, il
tesoriere e il re. Tutti si presentarono tremando, perch sapevano di
aver commesso qualche peccato. Ma il papa fece raccontare a tutti i
fatti loro, e poi si volt a suo padre e gli disse: "Io sono il
figliuolo che tu hai mandato ad ammazzare, perch aveva detto
d'intendere il linguaggio degli uccelli, dei cani e delle rane. Tu
cos m'hai trattato, e intanto un castellano tesoriere ed un re mi
hanno grandissima riconoscenza per questo mio sapere". Il padre,
pentito, pianse amaramente. Il figlio gli perdon, e lo tenne poi con
s finch visse.


17. Il mondo sotterraneo.
(Italia).

Cera una volta la figliuola d'un re che s'era innamorata d'un povero
giovinotto. Suo padre che non voleva si facesse questo matrimonio, la
cacci di casa, e tutti due si sposarono e andarono in un bosco. In
mezzo al bosco c'era un prato, e quei due stettero in quel luogo. E il
marito se ne andava a caccia per provveder da mangiare. Un giorno
pioveva, e lui si discost poco dalla casa. In quel prato c'era una
pianta di pere, e il cacciatore ci vide sopra un grosso uccello nero.
Gli tira una prima volta e non lo colpisce, la seconda neppure. Gli
tira la terza e vien gi un gran mago con sette teste, che si mette a
combattere con quell'uomo e l'ammazza. La moglie rest tramortita.
Rimaneva vedova con un bambino di nove o dieci anni.
Quando il ragazzo ebbe nove o dieci anni di pi, volle andare a
caccia. Sua madre lo avvert di non andare presso quel pero, ch il
mago aveva ammazzato suo padre, e poteva morire anche lui. Ma lui non
le diede retta, ci and, e tir al mago due volte senza colpirlo. Alla
terza il mago venne gi e disse: "Ho ammazzato tuo padre e ammazzer
anche te" e venne con un bastone che picchiava da s. Ma il ragazzo
che era svelto, si mise dietro al tronco del pero, e in un momento
lev il bastone al mago, gli comand di picchiare il mago, e lo
picchi tanto che lo ammazz. La madre di quel ragazzo quando lo vide
combattere col mago, si svenne, perch credeva certo che il mago
l'avrebbe ammazzato come aveva ammazzato suo padre. Quando lo vide
venire col bastone che picchiava chi voleva lui, e colla pelle del
mago sulle spalle, nessuno potrebbe immaginare la sua allegria. Ma poi
partirono da quel brutto luogo e andarono dal padre di lei, che non
aveva pi figliuoli, e aveva detto che se qualche suo parente fosse
andato a corte, gli avrebbe dato il trono.
Dunque il giovinotto si avvi alla casa di suo nonno. Camminando
arriv in un luogo dove c'era una gran grotta, e dentro c'era una
citt, e la grotta la sosteneva un gigante. Il giovinotto disse a
Spallaforte: "Chi sa quanto ti danno per reggere questa caverna?".
"Non mi danno altro che da mangiare e da bere."
"Se questo soltanto, te lo do anch'io" e lo prese con s. Appena il
gigante lev le spalle, truntutun! la citt rest coperta. Andarono un
po' pi innanzi, e trovarono uno che con la barba faceva deviare un
fiume, e sotto c'era una citt. Il giovinotto gli disse: "Quanto ti
danno per star l?".
"Da mangiare e da bere."
"Da mangiare e da bere ti do anch'io" e Barbalunga and con lui, e la
citt affog.
Cammina, cammina; arrivano in un bosco dove non c'era da mangiare, e
se ne andarono dunque a caccia. Questi tre uomini veggono un cervo, e
tutti dietro. Il cervo and in una caverna tanto grande, che ci
poterono star dentro comodamente, e intanto che gli altri andavano a
caccia, uno stava a far da mangiare. Per primo tocc questo a
Spallaforte, e lui mise la sua pentola al fuoco e tanta carne, quanto
bastava per lui ch'era grande e grosso come una torre, per Barbalunga
e per quel giovinotto. Appena cotta la carne, vien su dal fondo della
caverna prima una testaccia, poi il corpo, poi le gambe d'un mago pi
grande di Spallaforte, e domanda: "E' cotta la carne?".
"S, cotta, ma non per te."
E il mago cominci a picchiare Spallaforte, e si pigli tutta la carne
e se la mangi. E Spallaforte ne mise dell'altra al fuoco sperando di
fare in tempo, ma i suoi compagni arrivarono a casa, e trovarono che
la carne pareva cuoio, e dissero: "Com' che la carne cos dura?".
"Cosa volete? O la carne che non vuol cuocere, o io sono un cattivo
cuoco."
"Domani ci star io" disse Barbalunga, "e vedrete." E l'indomani fu la
stessa storia; il gigante si port via la carne cotta, Barbalunga non
fu in tempo a farne cuocere dell'altra, e i compagni si lamentarono.
Allora il giovinotto si offr lui di far il cuoco, promettendo che
troverebbero la carne ben cotta. I due compagni si strizzavan
l'occhio, come a dire: "Povero bimbo! non ce l'abbiamo potuta noi che
siam cos grandi e grossi, e ce la vuoi potere tu! Domani l'avremo a
sotterrare di certo". Ma alla mattina il giovine mette la carne al
fuoco, e quando fu cotta ecco il gigante al solito che la vuole.
"Vienla a pigliare, ch ti sar indigesta", disse il ragazzo, e
comanda al bastone: "Picchia, picchia, bastone".
Quel povero mago versava sangue da ogni parte: il bastone gliene diede
tante, che lo fece fuggire a gambe dalla caverna. Arrivano a casa
Barbalunga e Spallaforte, e vedendo il sangue cominciano a dire: "Oh
povero giovinotto! povero ragazzo!". Vanno dentro e lo trovano sano
come un pesce, e trovano la carne ben cotta e se la mangiano
allegramente. Poi il giovine disse: "Voglio che andiamo dietro alle
tracce del sangue del mago, per finirlo a dirittura". Andando dietro a
quel sangue arrivarono a un gran pozzo, e il mago era l dentro.
Spallaforte and a comperar tanta fune quanta ne poteva portare, e poi
lui e Barbalunga calarono gi il giovine nel mondo di sotto. Quando il
giovine fu laggi vide una bella palazzina, c'entr, e c'era una bella
ragazza che gli grid: "Scappa, scappa, ch se ti trova il mago mangia
te e la fune".
"Io non ho paura" rispose lui. Ecco viene il mago e grida: "Anche qui
sei venuto? Questa volta non mi scappi davvero". E comincia a
picchiare; ma il giovine comanda al bastone, che presto gli rompe le
ossa. Allora colui and di sopra a ungersi con un certo unguento che
lo rimise in forza come prima. Tornando a battersi, il bastone
cominciava a picchiar meno forte. Il mago torn sopra per ungersi; ma
quella ragazza che stava alla finestra mise dell'acqua nell'unguento,
e quando lui torn gi, non ebbe pi forza e il giovine l'ammazz. Poi
questo disse alla ragazza: "Andiamo nel mondo di sopra, ch ho due
compagni che m'aspettano", e attacc lei alla fune e Spallaforte e
Barbalunga la tirarono su. Ma lui cominci a temere che quei due suoi
compagni lo volessero lasciare nel pozzo. E infatti avendo attaccato
alla fune un sasso, quando fu a met via, loro lo fecero cadere.
Il povero giovine rest nel mondo di sotto e girava qua e l
sbalordito, senza saper dove andasse. Vide un'aquila e una biscia che
mangiava sempre all'aquila le uova. Il giovine ammazz la biscia.
Allora l'aquila gli disse: "Quando tu abbia bisogno di me, parla, che
io t'aiuter".
"Portami nel mondo di sopra."
"Io ho bisogno di trecento pani, di cento capponi, di cento vitelli, e
poi mettiti pure sulle mie spalle e ti porter."
E lui si provvide, e tutte le volte che l'aquila diceva: "Ho fame" lui
le dava pane e carne. Finalmente arrivarono nel mondo di sopra, e
girando per le vie d'una citt lui sent un gran scampanare, e domand
il perch. E gli risposero che in un bosco vicino c'era un gran mago,
che tutte le mattine voleva una persona da mangiare; che quella
mattina toccava in sorte alla figliuola del re. Lui and subito nel
bosco, e appena quella ragazza l'ebbe veduto, gli grid che fuggisse
se non voleva esser mangiato. Ma lui rispose che non aveva paura, e
comand al bastone di picchiare, e in un momento il mago fu spacciato.
Tutti volevano che si fermasse in quella citt, ma lui volle
andarsene.
Arriv nella citt dove stava quella ragazza che aveva salvata, e si
mise a lavorare presso un calzolaio. La ragazza era ritornata dal
padre che le aveva permesso di stare ancora un anno e tre giorni
ragazza, ma aveva stabilito che passato quel tempo scegliesse poi fra
Spallaforte e Barbalunga.
Accadde dunque che quel giovinotto faceva cos bene le scarpe, che il
re se ne volle servire, e anche la figliuola del re si fece fare da
lui le scarpe da sposa. Lui gliele fece a pennello, e dentro a una ci
mise un anello che lei gli aveva dato quando l'aveva liberata. Quella
ragazza ce lo trovo, e allora mand a dire al calzolaio che le scarpe
andavano bene, ma che una era un po' stretta, e voleva che andasse a
provargliela quello che l'aveva fatta. Lui ci and, si parlarono, e
rimasero d'accordo, che lei dicesse che lui era quello che l'aveva
liberata davvero. L'indomani a tavola il re suo padre le domand chi
avesse scelto finalmente tra Spallaforte e Barbalunga. Lei rispose:
"Io scelgo il calzolaio che m'ha fatto le scarpe, e mi ha portato
l'anello che io gli aveva dato nel mondo di sotto". Spallaforte e
Barbalunga che non si ricordavano pi del bastone che picchiava da s,
dissero al giovinotto: "Come hai core di dire che hai ucciso il
gigante, tu che sei un omicino?". E lui disse al bastone: "Picchiali",
e il bastone "tach", "tach" sulle spalle, e loro: "Perdono! perdono!".
Allora il re fece ammazzare Spallaforte e Barbalunga che erano due
traditori, diede la sua figliuola a quel giovinotto, e si sposarono, e
se la godono e stanno meglio di me.


18. Il macchiaiolo.
(Italia).

Cera una volta un macchiaiolo che aveva tre figlie; era povero assai e
non trovava legne e non sapeva proprio come fare per andare avanti. Un
giorno era in un bosco, e piangeva; incontra una signora che lo vede
piangere e gli fa: "Perch piangete?".
"Come fare a non piangere, signora mia?" e le raccont le sue miserie.
"Bene" disse la signora, "se tu mi porti una delle tue figlie per
compagnia, io ti do questa borsa e di pi vedrai che della legna ne
troverai sempre quanta ne vuoi." Il macchiaiolo prese la borsa e and
a casa; disse alle figlie come era andata la cosa e che una di loro
doveva andare per compagnia con quella signora. "Ander io", disse la
maggiore, e il padre la port nel bosco, e ritrov la signora e gliela
consegn. La signora la prese con s e la port in un magnifico
palazzo. Arrivati l: "Vedi" le disse "tu sei la padrona qui dentro;
io vado via la mattina e torno la sera; queste sono le chiavi di tutto
il palazzo. Solo ti proibisco di entrare in questa stanza", e le fece
vedere una porta chiusa. La ragazza rimase contenta di essere
diventata come una signora e promise di non entrare nella stanza. Ma
sempre diceva fra di s: "O che vi sar mai in quella stanza?" e alla
fine un giorno la curiosit la vinse e apr la stanza e vide la
signora in un bagno con due damigelle che le leggevano un libro.
Richiuse subito.
Torna a casa la sera la signora e chiama la ragazza: "Tu hai
disubbidito! Sentiamo un poco, che cosa hai visto?". La ragazza tutta
confusa, le dice quello che aveva visto. E la signora, senza dir
altro, la prese, le tagli la testa, attacc la testa a una trave pe'
capelli e sotterr il corpo. La mattina appresso and nel bosco, cerc
il padre della ragazza e gli disse: "Tua figlia vorrebbe avere con s
una delle sorelle: gliela v爌 portare?" e gli diede altri quattrini.
Il macchiaiolo disse di s: and a casa, prese la seconda figlia, la
port nel bosco e la consegn alla signora. La signora la port al
palazzo e le disse quello che aveva detto alla sorella. Di pi le fece
vedere la testa della sorella attaccata alla trave perch badasse bene
a non far anche lei la stessa fine. E quella ragazza un po' un po' si
tenne, ma poi un giorno fece: "Qui sono sola, se apro chi glielo va a
dire?". E la curiosit la vinse, apr e vide la signora seduta a una
bella tavola con de' cavalieri; e richiuse subito. Torna la signora la
sera: "Tu hai disubbidito! sentiamo che cosa hai visto?". Quella
glielo disse e la signora le tagli la testa e l'attacc alla trave
accanto a quella della sorella. E daccapo il giorno dopo and nel
bosco e chiese al macchiaiolo la terza figlia e il macchiaiolo gliela
port.
Arrivata al palazzo fece anche a questa lo stesso discorso che aveva
fatto alle altre due e le mostr le due teste. E questa resistette
molto di pi di quell'altre, ma alla fine anche lei la vinse la
curiosit, apr la porta e vide la signora in un bel letto parato; e
richiuse subito. Torna la signora la sera.
"Oh sentiamo cos'hai visto!"
"Non ho visto nulla."
"Come nulla? Voglio che tu me lo dica."
"Non ho visto nulla."
"Se non me lo dici, t'ammazzo."
Ma non ci fu verso, quella ripeteva sempre che non aveva visto nulla.
Quando la signora la vide cos ostinata, la rivest de' suoi panni di
contadina e la mise nel bosco che se ne andasse pe' fatti suoi.
Ora il re della citt vicina era appunto a caccia in quel bosco, vide
quella ragazza ed era tanto bella che se ne innamor. Le offre di
farla sua sposa, la prende seco, la porta a palazzo, la veste da
regina e poi dice al babbo e alla mamma che assolutamente la vuole
sposare. Si fecero le nozze ed ecco dunque che la figlia del
macchiaiolo era diventata regina. Poco tempo dopo usc gravida e (il
tempo delle novelle passa presto) venne a partorire e fece un bel
bambino. A mezzanotte apparisce in camera la signora; s'accosta al
letto e le fa: "Ora tempo che tu mi dica che cosa hai visto".
"Non ho visto nulla", rispose quella.
"Bada bene, tu me l'hai a dire!"
E quella dura a dire: "Nulla".
"Ebbene, se non me lo dici, io t'ammazzo questo bimbo."
Ma non ci fu verso; quella ostinata rispondeva: "Non ho visto nulla".
La signora sfasci il bimbo, lo scosci e insanguin la bocca alla
madre come se l'avesse mangiato essa; poi se ne and e port via il
bimbo. La mattina appresso le cameriere vedono che il bambino non
c'era pi e la signora aveva la bocca insanguinata; pensarono che se
lo fosse mangiato e lo dissero al re. "Ci era da aspettarselo" disse
il re " donna di bosco! Vuol dire che se ne fa un altro, glielo
leveremo." Ecco dunque che la regina riesce gravida e partorisce una
bambina. La prendono e la mettono con due balie lontano dalla madre. A
mezzanotte viene daccapo la signora al letto della partoriente e le fa
la solita domanda, e quella sempre rispondeva: "Nulla".
La signora va al letto delle balie che dormivano, prende la bambina e
la porta alla madre: "Se tu non me lo dici, ammazzo la bambina", e
quella: "Nulla".
Scosci la bambina, insanguin la bocca della madre, e se la port
via. Quando videro in casa che la bambina non c'era pi e credettero
che si fosse mangiata anche questa, fece il re: "Ora poi basta e con
questa moglie non ci voglio pi stare". Cerc un'altra moglie ed era
vicino a sposare; la signora andava tutte le notti a fare la solita
domanda promettendo se glielo diceva che il re l'avrebbe ripresa, ma
quella dura rispondeva sempre: "Nulla". E il re si decise a sposare
quell'altra.
Diede un gran desinare e al desinare fu invitata anche la prima moglie
che credevano fosse una povera pazza che mangiava i figliuoli e non
diceva nulla. Le tovaglie eran lunghe; la signora apparisce sotto la
tavola e tira la macchiaiola pel vestito: "Lo vuoi dire cos'hai
visto?", quella: "Nulla, nulla e nulla". La gente ch'era a tavola
sentiva questo "nulla" e non sapeva con chi parlasse, e tanto pi la
tenevano per matta. La signora non se ne andava e domandava sempre;
alla fine quella poveretta non ne poteva pi, attacc un urlo e grid:
"Nulla!" e si svenne. Tutti sottosopra, la prendono e la mettono su di
un letto; intanto arriva alla porta del palazzo una carrozza e c'era
dentro una gran signora. Scende, passa su in sala e chiede di parlare
col re. Gli dice che era lei quella che aveva portato via i bambini, e
gli raccont che fin da bambina si trovava in un incantesimo, che
doveva finire quando avesse trovato una persona che dicesse di non
aver veduto niente in quella stanza. Ora l'incantesimo era rotto ed
era libera.
Il re, tutto contento, rimand a casa l'altra moglie e si riprese la
prima. La signora riport i bambini ch'erano ridiventati sani e belli,
e rimase col re e colla regina e vissero tutti insieme allegri e
tranquilli.


19. Fortuna.
(Italia).

C'era una volta una madre che aveva un figlio unico, e lui andava pi
volentieri a scuola, che attendere alle faccende di campagna. Ma la
madre che veniva da famiglia contadina, appunto per questo ce l'aveva
col figliuolo. E gli voleva tanto male, che decise di avvelenarlo. E
che ti fa? Cuoce nel forno una focaccia con del veleno dentro, e un
giorno che il figliuolo andava in campagna gliela d perch se le
mangi.
Questo figliuolo aveva un cane che si chiamava Fortuna, e lui non si
metteva mai nulla in bocca senza darne prima una parte a Fortuna. Quel
giorno, come al solito, prima di mangiare la focaccia, ne diede un
pezzetto al cane, e il cane in sul momento mor. Quel giovane ne ebbe
un gran dolore, e giur di non tornar pi dalla madre. Si allontan
colle lacrime agli occhi da quella povera bestia, e a misura che si
allontanava si voltava indietro per guardarlo ancora una volta. A un
tratto vede qualche cosa moversi intorno al cane morto, e torna per
veder cos'. Trova quattro corvi che avevano mangiato la carne
avvelenata di Fortuna, ed erano morti. Piglia due di quei corvi, li
mette in una bisaccia, e va a girare il mondo.
Arriva in un bosco e trova sei ladri. Avevano fame, pigliarono i due
corvi al giovine, li fecero arrostire, e senza darne neppure un
pezzetto a lui, se li mangiarono, e morirono tutti sei. Il giovine
vide un uccello sopra un albero. Prese il fucile d'uno de' ladri morti
e spar. Ma invece di colpire l'uccello, colp il nido ch'era l
vicino, e il nido casc gi. C'erano due piccole uova con dentro de'
pulcini non ancora sgusciati. Lui le prese, e continu il suo viaggio.
Pass un fiume sopra un ponte, e si trov in un bosco foltissimo,
dentro al quale scorreva il fiume. Era notte e lui aveva fame. Prese
un libriccino che aveva in tasca, l'accese con un zolfanello e fece
cuocere le uova e se le mangi. Poi si mise a dormire sul ponte. La
mattina arriv a una citt, e vide de' cartelloni attaccati ai muri,
dov'era scritto: "Chi dice alla figliuola del re un indovinello cos
difficile che lei non arrivi a intenderlo, la sposer e diventer
principe reale. Ma se lei gliel'indovina, gli sar tagliata la testa".
Quel giovine volle tentar la fortuna, e and dalla figlia del re
facendo un indovinello di quello che era accaduto a lui, per provare
se l'indovinava. Si present dalla principessa e disse:

Io so una cosarella
tanto fina e tanto bella.
Ma se tanto bella l'
indovinala cos'.
Mamma voleva uccider me.
Io non volendo uccisi Fortuna.
Per Fortuna ne morirono quattro.
Pei quattro ne morirono sei.
Sparai a chi vidi, e colpii chi non vidi.
Mangiai carne creata e non nata.
La feci cuocere con parole stampate.
Ho dormito n in cielo n in terra.
Indovinatela voi, reginella.

La principessa rest maravigliata e non la seppe indovinare. Allora
volle che il giovine gliela spiegasse. E avendo sentito le disgrazie
di quel poveretto, l'abbracci e gli disse: "Caro giovine, tu hai
voluto tanto bene a Fortuna; e la povera bestia morta per farti
fortunato. Ora io ti abbraccio e tu sarai il mio sposo". E con gioia e
festa si sposarono.


20. Il pastorello fortunato.
(Italia).

Un ragazzo lasci la casa di suo padre per andare a far fortuna.
S'imbatt in due vecchi che guardavano le pecore. Lui si offerse a
servirli e accettarono, dicendogli che andasse in un bosco vicino, ma
non stesse a passare un ruscello che c'era l, se no sarebbe morto.
Per andare in questo boschetto bisognava passare sotto il palazzo
della figliuola del re, che avendo veduto quel ragazzo che era molto
bello, stava sempre alla finestra per vederlo e salutarlo.
Accadde che una volta questa giovine gli diede una bella focaccia, e
lui per mangiarla a suo comodo, volle mettersi a sedere sopra una
pietra che era di l da quel ruscello. Di qua e di l c'era l'erba
alta, e le pecore stavano quiete. Siede dunque su quella pietra, e
intanto che mangiava sente dar un tal colpo sotto alla pietra, che
pareva cascasse il mondo. Guarda e non vede nulla.
L'indomani sente un colpo anche pi forte, e il terzo giorno vien
fuori un serpente da tre teste che pareva volesse mangiarlo, e aveva
in bocca una rosa. Lui gli leva la rosa, e quando l'ha presa piglia un
bastone, e tante ne d al serpente che l'ammazza. E con un falcetto
gli taglia le tre teste. Schiaccia la prima e ci trova una chiave, e
quella pietra s'alza e compare un uscio. Lui guarda se la chiave
l'apre, e l'apriva davvero, ed entra in un palazzo di cristallo, e
trova subito una folla di gente.
"Buon d signor padrone! Cosa comanda?"
"Vi comando di condurmi a vedere tutti i miei tesori." E loro gli
mostrarono un palazzo di cristallo, poi la stalla con cavalli di
cristallo, e il giardino con fiori di cristallo. Lui ne pigli uno e
se lo mise sul cappello. Passando sotto la finestra di quella
principessa lei volle quel fiore di cristallo. Arriva a casa la sera e
i due vecchi gli domandano perch ha tardato tanto.
"Guardate un po' le pecore" risponde lui, "come sono piene e tonde."
L'indomani schiaccia l'altra testa, e c'era una chiave d'argento.
Allora lui apre un usciolo, entra in una camera e tutti i servitori
gridano: "Comanda? comanda?". Ritorna a vedere tutti i suoi tesori e
il giardino, piglia un fiore d'argento e lo porta di nuovo alla
principessa. E i suoi padroni videro di nuovo le pecore ben pasciute.
L'indomani schiaccia la terza testa e ci trova una chiave d'oro. Apre
una porticina, e si trova da capo in una camera, dove c'era gente ai
suoi comandi, e ripiglia un fior d'oro da portare a quella principessa
ch'era la sua dama. Accade che fanno una giostra per lei, e lei dice a
quel giovinotto: "Povera me! chi sa a chi andr a cascare in mano?
Sarebbe ben meglio che venissi con te!". Quando fu l'ora di portarsi
alla giostra, quel giovane va nel palazzo di cristallo, piglia il
cavallo di cristallo colle briglie di cristallo, viene e vince. Ma non
fu conosciuto, perch aveva la faccia coperta. L'indomani ritorna coi
cavalli d'argento, briglie d'argento; e vince e si porta via la
bandiera, e cos il terzo giorno che venne coi cavalli e le briglie
d'oro. La principessa disse al giovine: "Se tu sapessi che bel
cavaliere mi ha guadagnato!".
"Sar poi io quello?"
"Oh certo ch'eri tu!"
"Ecco le bandiere!"
Allora s che si fecero una bella festa! E quel giovinotto spos la
principessa, e fu fatto re di quel paese, e tutti stettero allegri. Ma
a me ch'ero venuto a vedere, non mi hanno dato un bel nulla.




21. La regina sfortunata.
(Italia).

C'era un re a Napoli e aveva tre figli; era gi vecchio questo re e
pens di dar moglie al figlio maggiore e gli diede la regina di
Scozia. Poco dopo il matrimonio, il re vecchio mor e il figlio
maggiore fu erede del trono. Gli altri due fratelli non potevano
soffrire di ubbidire a lui e tanto lo presero in odio che pensarono di
ammazzarlo. Non sapevano come fare e pensarono un pezzo: alla fine uno
disse: "Facciamo cos, diamo fuoco al palazzo: cos moriranno tutti
quelli che ci son dentro, e noi poi ce ne fabbricheremo un altro". E
fecero una congiura insieme con altri birbanti della citt per
incendiare il palazzo. Uno di questi si pent e and dal re a far la
spia. Ma gli altri lo videro entrare e s'accorsero che andava a far la
spia e senza perder tempo contornarono il palazzo e gli diedero fuoco.
La regina, che stava in un quartierino basso, appena vide le fiamme si
butt gi dalla finestra nel giardino insieme con una damigella che si
chiamava Lisabetta. In fondo al giardino c'era un uscio: l'apersero e
cos si salvarono; ch il palazzo and tutto a fuoco e morirono tutti
quelli che c'erano dentro. Entrarono in una macchia e camminarono
tutto il giorno: e la regina era incinta. Era quasi sera quando
trovarono dodici assassini.
"Oh! cosa ci fate per questa macchia?"
"La nostra disgrazia ci ha portate qui", rispose la regina.
Gli assassini presero la damigella, la legarono a un albero e la
lasciarono l; la regina se la portarono con loro a casa. La tenevano
l e si facevano far da desinare e le faccende di casa e
gl'insegnarono anche un armadino dov'erano tante medicine per guarirli
se fossero feriti.
Un giorno mentre era sola la regina guarda in quell'armadino e vede
scritto sopra una boccetta: "Veleno da morire in ventiquattro ore".
Prende la boccetta e mentre faceva il desinare mette un po' di quel
veleno in tutte le pietanze. Quando gli assassini vennero per desinare
lei esce fuori dalla grotta dov'erano e scappa; quelli non ci fecero
caso e si misero a desinare e morirono tutti avvelenati. La regina
intanto andava per la macchia e cercava se vedesse la damigella, ma
non la trovava, e cammina, cammina, a sera arriva alla fine della
macchia e trova un albero vuoto; si sentiva male, era stanca; entr in
quell'albero per riposarsi e a un tratto le vennero le doglie e
partor. Rimase cos in quell'albero tutta la notte.
La mattina passano di l due pastori, marito e moglie, sentono un
lamento, s'avvicinano all'albero e trovano quella donna con un bambino
che aveva partorito. La prendono insieme col figlio e la portano a
casa loro, le fanno tante assistenze e le dicevano sempre: "Voi qui
sarete come padrona di casa e non abbiate paura che non vi mancher
mai nulla". Intanto i due cattivi cognati s'erano fabbricato un
palazzo nuovo e regnavano a Napoli felici e contenti.
Un giorno, mentre i pastori erano fuori, la regina si mise a girare
tutta la casa per curiosit. Vede un uscio in fondo a una stanza, esce
di l e trova una scala lunga; sale su e vede una porta soccosta. Va
per entrare e trova un salotto e vede un giovane tutto pensieroso
seduto davanti a un tavolino. Quando lo vide si voleva ritirare, ma il
giovane s'era accorto di lei e le disse che entrasse pure: "In che
maniera vi trovate da queste parti?" disse lei.
"Mettetevi a sedere" rispose il giovane "e vi racconter la cosa come
sta. Io sono figlio del re di Portogallo; il mio babbo e il
ciambellano presero moglie nello stesso tempo. Mamma partor me e la
moglie del ciambellano fece una bimba. Da piccoli stavamo sempre
assieme e crescendo assieme c'eravamo innamorati l'uno dell'altro, e
io avevo giurato di non andare all'altare con altra donna che colla
mia bella Adelaide (cos si chiamava). Di questo amore nostro per
nessuno ne sapeva nulla. Intanto il babbo s'era fatto vecchio e mi
voleva dar moglie, e un giorno mi disse che aveva fatto parlare alla
regina d'Inghilterra e voleva che presto fosse conchiuso il
matrimonio. Io non ebbi coraggio di dirgli che amavo un'altra e
lasciai fare. Quando vidi Adelaide, le dissi: "Sai, prendo moglie cos
e cos". E Adelaide and in collera e mi mand via, come me lo
meritava. Babbo intanto fece fare tanti grandi preparativi per lo
sposalizio e fra le altre cose fece fare tre porte nella sala;
dall'una dovevano entrare tutti i principi, dall'altra tutte le
damigelle, dall'altra tutti i paggi. Si fece lo sposalizio e la sposa
vide che stavo tutto malinconico e mi disse: "Senti, se tu non mi
prendi volontieri, piuttosto torno a casa mia". Io le risposi con
garbo che ero cos di natura e la sposai. Sposato che ebbi vado sul
trono colla sposa e la corte cominci a sfilare in sala e da una porta
entrarono i principi, dall'altra le damigelle e dall'altra i paggi.
Ultimo a entrare fu un paggino tutto vestito di bianco. Questo teneva
un bel mazzo di fiori e viene davanti al trono, fa una riverenza e
monta su per offrire quei fiori a mia moglie; mentre mia moglie stende
la mano per prendere i fiori, il paggino a un tratto cava fuori un
pugnale e me l'ammazza di netto accanto a me. Subito presero il paggio
e lo portarono davanti a mio padre; ma appena fu arrivato davanti a
mio padre, il paggio cav fuori un altro pugnale e si diede una
pugnalata nel petto e mor. S'accorsero che era una donna; m'accostai
e riconobbi la mia Adelaide e capii la vendetta che aveva voluto fare,
e raccontai allora a mio padre tutto come stava la cosa. Mio padre,
ch'era un uomo severo assai, appena intese quello che gli raccontai,
diede subito ordine che mi rinserrassero in una torre e gittassero le
chiavi a mare. E cos mi chiusero l dentro; ma io trovai una fune e
tanto m'ingegnai che riuscii a calarmi gi e scappai nel bosco. Ero
stanco, trovai un albero vuoto e c'entrai dentro per riposarmi, la
mattina passarono questi due pastori, mi videro e gli feci compassione
e mi portarono in questa casa; ci sto da parecchio tempo e mi trattano
come fossi un figlio loro, ch sono pastori ricchi, come pare. Ma voi
come siete capitata qui?"
La regina allora gli raccont tutta la storia sua, e quando l'ebbe
intesa il principe le strinse la mano e fece: "Sentite, giacch a voi
v' morto il marito, a me m' morta la moglie e ora c'incontriamo a
questa maniera, sposiamoci. Quando verranno i pastori li pregheremo
che ci diano due cavalli e s'andr in Scozia, che ne dite?". La regina
approv, e tornati che furono i pastori gli promisero che un giorno li
farebbero ricchi per tanto bene che avevano ricevuto: ora non
domandavano pi altro che due cavalli. I pastori trovarono i due
cavalli e il principe prese con s il bimbo sul cavallo e partirono.
Dovevano passare una gran montagna, la strada era pericolosa; a un
tratto il cavallo della regina ombr, fece un passo falso e casc gi
per certi precipizi. Il povero principe, tutto addolorato per la
disgrazia che lo perseguitava, seguit a viaggiare solo col bambino e
arriv in Scozia e port la buona e la cattiva notizia della regina
che aveva ritrovata e che poi era morta.
Ma la regina non era morta; aveva rotolato sino in fondo e si era
fatto male, ma era viva; quando rinvenne, si guarda attorno e vede gi
in quei foroni una casina. Va e picchia e non risponde nessuno; torna
pi tardi, ch'era gi notte, ripicchia e nessuno risponde. Verso
mezzanotte vede venire un uomo tutto peloso con tante bestie sulle
spalle. "Cosa ci fai qui?" disse alla regina.
"Vorrei un po' d'alloggio."
Picchia, quell'uomo, e viene ad aprire la moglie. Le diedero da
dormire e si ritir nella stanza sua. La mattina quell'uomo se ne and
pe' fatti suoi e la moglie fece il brodo e ne port una tazza alla
regina. La regina la guarda bene e a un tratto fa: "Mi sbaglio o tu
sei Lisabetta?". Era appunto Lisabetta, la damigella che gli assassini
avevano lasciata legata a un albero. L'uomo peloso l'aveva trovata e
se l'era portata in quella casa e la sera le portava quelle bestiacce
da spellare per castigarla che non gli voleva bene. Dopo che si furono
riabbracciate, la regina raccont i casi suoi e alla fine disse a
Lisabetta: "Ma come si fa a scappare di qui? Oh non potresti
procurarti un po' d'oppio?".
"Sicuro" fece Lisabetta, e ne trov e alloppiarono il vino. Quando
torn l'uomo peloso, la sera, gli fecero tante carezze e tanti
complimenti e gli diedero una bella cena e bevve il vino alloppiato.
Quando si fu addormentato ben bene lo ammazzarono e lo sotterrarono.
L in fondo alla montagna c'era un uscio che a passar di l si andava
diritti in Scozia, e l'uomo peloso aveva la chiave di quell'uscio.
Lisabetta prende la chiave, apre l'uscio e insieme colla regina
arrivano in Scozia.
Quando videro la regina, che gi due volte avevano creduta morta, fu
un'allegria che non se ne dice. Il padre era contento che sposasse il
principe di Portogallo, ma, prima di lasciarli sposare, voleva far la
guerra a quei due birbanti che regnavano a Napoli e mand dal padre
del principe perch l'aiutasse in quella guerra, e difatti il re di
Portogallo mand una buona armata. Prima di partire si radunarono in
sala del re tutti i generali per prestar giuramento. Il principe di
Portogallo e la regina di Scozia, che dovevano sposare, erano sul
trono accanto al re; mano mano venivano dinanzi al trono i generali e
prestavano giuramento. Quando tocc al generale del Portogallo e venne
davanti al trono a un tratto la regina corre gi dal trono, si
abbracciano, si baciano e cadono svenuti. Era il marito, che non era
punto morto nell'incendio, come credevano, ma s'era salvato e si era
messo al servizio del re di Portogallo. Allora la regina disse al
principe che quello era suo marito e non poteva sposare un altro; se
voleva la sua damigella Lisabetta, era figliuola del re di Spagna. Il
principe si content, e pensarono di mandare a chiamare il re di
Portogallo che venisse in Scozia, ch stava male il suo generale e
voleva vederlo a ogni maniera. Venne il re di Portogallo, e quando
vide il figlio che non ne aveva saputo pi nuova e credeva fosse
morto, fu tutto contento e gli disse che poi s'era pentito d'averlo
fatto chiudere nella torre. Fecero la spedizione contro quei due di
Napoli e li vinsero e li ammazzarono e s'impadronirono del regno. La
regina sfortunata torn a Napoli col marito e col figlio; Lisabetta
spos il principe di Portogallo e finirono cos tutte le disgrazie, e
cos finita la novella.


22. La ragazza astuta.
(Italia).

C'era una volta un cacciatore che aveva moglie e due figliuoli, un
maschio e una femmina; e stavano tutti insieme in un bosco dove non
capitava mai nessuno, e cos non sapevano nulla di questo mondo. Il
babbo solo andava qualche volta in citt e ne portava poi le notizie.
Il figlio del re una volta andando a caccia si smarr in quel bosco, e
mentre cercava la via, venne notte. Lui era stanco e affamato.
Figuratevi come doveva trovarsi! Ma eccoti che vede luccicare lontano
lontano, un lume. Gli va dietro, e arriva alla casa del cacciatore, e
domanda alloggio e qualche cosa da mangiare Il cacciatore lo conobbe
subito, e gli disse: "Altezza, noi abbiamo gi cenato alla meglio. Ma
si trover ancora qualcosa anche per lei, basta che si contenti. Come
si fa? Siamo cos lontani dai paesi, che non possiamo mica procurarci
quel che fa bisogno tutti i giorni". E intanto gli fece cuocere un
cappone. Il principe non volle mangiarlo tutto lui. Ma anzi chiam
tutta la famiglia del cacciatore, e diede la testa del cappone al
padre, la schiena alla madre, le gambe al figliuolo e l'ali alla
ragazza e mangi il resto.
Venne il momento d'andar a dormire. In casa non c'era che due letti in
una camera sola; in uno stavano marito e moglie e nell'altro il
fratello e la sorella. I vecchi andarono a dormire nella stalla
lasciando il loro letto al principe. La ragazza quando vide il
principe addormentato, disse al fratello: "Scommetto che tu non sai
perch il principe spart il cappone fra noi in quella maniera".
"E tu lo sai? Dimmelo."
"La testa l'ha data a babbo perch il capo della famiglia, la
schiena a mamma perch ha sulle spalle tutte le faccende di casa, le
gambe a te perch devi esser lesto a correre per far le commissioni
che ti danno gli altri, e a me le ali per volar via a pigliar marito."
Il principe fingeva di dormire ma non dormiva. Sent tutto questo
discorso, e cap che quella ragazza aveva molto giudizio, e siccome
era anche bellina se ne innamor. All'indomani lasci la casa del
cacciatore, e tornato a corte gli mand per un servo una borsa di
quattrini. E alla ragazza poi mand una pasta reale in forma di luna
piena, trenta pasticcini e un cappone cotto, facendole domandare tre
cose: se nel bosco si era ai trenta del mese, se la luna era piena, e
se il cappone cantava alla sera Il servo, sebbene fosse fidato, si
lasci vincere dalla gola. Mangi quindici pasticcini, una bella fetta
della pasta reale e il cappone. La ragazza che aveva capito tutto,
mand a rispondere al principe che la luna non era piena, ma in quinta
decima, che si era soltanto a' quindici del mese, e che il cappone era
andato al mulino; e che lei lo pregava di salvare il fagiano per amor
della pernice. Il principe anche lui cap la metafora e chiamato il
servo gli grid: "Furfante! Tu hai mangiato il cappone, quindici
pasticcini e una bella fetta di pasta reale. Ringrazia quella ragazza
che m'ha pregato per te; se no, ti farei impiccare".
Pochi mesi dopo, il cacciatore trov un mortaio d'oro, e volle
portarlo a regalare al principe. Ma la sua figliuola gli disse: "Voi
sarete canzonato per questo regalo. Vedrete che il principe vi dir:
"Il mortaio buono e bello, ma villan! dov' il pestello?"". Il padre
non diede retta alla figliuola; ma quando port il mortaio al principe
si sent dire quello che lei aveva predetto.
"Me l'aveva detto la mia figliuola" disse il cacciatore "Ah! se io
davo retta a lei!"
Il principe sent queste parole e gli disse: "La tua figliuola che fa
tanto da dottora, mi far cento braccia di tela con quattr'once di
lino; se no, io far impiccare te e lei". Il povero padre torn a casa
piangendo, sicuro di morire lui e la sua figliuola, perch chi faceva
cento braccia di tela con quattr'once di lino? La ragazza che gli era
andata incontro, gli domand perch piangesse, e saputo il perch, gli
disse: "E per tutto questo piangete? Qua, qua il lino e ci penso io".
Cav dal lino quattro cordicelle e disse al padre: "Pigliate queste
cordicelle e ditegli che quando lui con queste cordicelle m'avr fatto
un telaio, io far le cento braccia di tela". Il principe sentita
questa risposta non seppe cosa dire, e non pens pi a condannare n
il padre n la figliuola. E all'indomani and in quel bosco a far
visita alla ragazza. La madre di lei era morta, e il padre era andato
fuori a zappare. Il principe picchia; ma che? Nessuno apriva. Picchia
pi forte ed era lo stesso. La ragazza faceva la sorda. Finalmente il
principe stanco d'aspettare, forza l'uscio ed entra.
"Villana! Chi t'ha insegnato a non aprire a un par mio? E il tuo babbo
e la tua mamma dove sono?"
"O chi sapeva che era lei? Babbo dove tocca, e mamma a piangere il
suo male. Lei poi se ne vada, ch io ho altro da fare che darle
retta."
Il principe and via in collera, e si lagn col padre dei modi rozzi
della sua figliuola, ma il padre la scus. Il principe alla fine
vedendo come era savia e astuta la prese per moglie. Si fecero con
gran festa le nozze, ma capit allora un caso che poco manc non
portasse disgrazia alla principessa. Era domenica, e due contadini uno
con un'asina pregna e l'altro con un carro a mano passavano davanti la
chiesa. In quel momento sonava la messa e ci andarono. Quello del
carro lo lasci fuori ed entr, l'altro leg l'asinella al carro ed
entr anche lui. Nel tempo della messa l'asinella figli, e tanto il
suo padrone quanto quello del carro volevano il polledro per s. Si
ricorse al principe e lui giudic che il polledro era del padrone del
carro, perch, diceva lui, era facile che il padrone dell'asina la
attaccasse al carro per falsificare la nascita del polledro,
piuttosto, che quell'altro attaccasse il carro all'asina. La ragione
stava per il padrone dell'asina e tutto il popolo era per lui. Ma il
principe aveva dato la sentenza e non c'era da ripetere. Il povero
condannato allora ricorse alla principessa, e lei lo consigli a
gettare delle reti in piazza quando passasse il principe. Il principe
pass, e vedendo le reti, disse a quell'uomo: "Che fai, matto? Vuoi
trovar pesci in piazza?". Il contadino, che era stato consigliato
dalla principessa, rispose: "E' pi facile che io peschi pesci in
piazza, che un carro faccia polledri". Il principe revoc la sentenza.
Ma poi, tornato a corte, avendo capito che la principessa aveva
suggerito la risposta al contadino, disse a lei: "Fra un'ora preparati
a tornar a casa tua. Piglia quella cosa che pi ti piace e vattene".
Lei non si rattrist punto. Desin meglio del solito, e fece bevere al
principe una bottiglia di vino, dove ci aveva messo la polverina da
far dormire, e quando fu addormentato come un ciuco, lo mise in una
carrozza, e se lo port nel bosco a casa sua. Era di gennaio, e lei
fece scoprire il tetto della casa, e nevicava addosso al principe. Lui
si svegli e chiamava, gridando, i suoi servi.
"Che servi?" disse la principessa "qui comando io. Non m'hai detto di
pigliar da casa tua la cosa che pi mi piacesse? Io ho pigliato te e
ora tu sei cosa mia."
Il principe rise e fecero la pace.


23. La vedova e il figliuolo.
(Italia).

Un giorno un figliuolo disse a su' madre vedova: "Voglio andar a
caccia. Non m'aspettate a desinare, far tardi, Perch entro nelle
boscaglie". Entrato che fu, ci trov da far bene e si condusse a
tardi. Gli arriv che per tornar fuori della selva si smarr di
strada. E disse: "Qui bisogna trovar un rimedio", perch il giorno
aveva incontrato animali feroci, e mont sul forco di una quercia.
Mentre che gli su e s' fatta notte buia, vide un lume in mezzo alla
selva; pens di scendere, scese e and incontro a questo lume.
Arriv a trovarlo, e vide un palazzo con la porta aperta e una lucerna
in vetta d'una scala. Ora pensa di passare: "S'i' sto fuori la notte,
mi pu venir qualche malattia. S'i' trover i padroni e mi manderanno
via, pazienza!". E pass. Quella lucerna si spicca dal suo posto,
senza che nessuno la portasse, e lo conduce per un andito; e lui
dietro. Lo conduce in sala, e poi di sala in cucina, dove c'era un bel
fuoco; e lui si messe a scaldarsi. Mentre gli cost a questo fuoco,
dice: "Ora mi ci vorrebbe un po' di cena". E subito venne una tavola
apparecchiata. E la lucerna da un cassettone si trasporta vicino ai
piatti della tavola, per dargli cenno che il mangiare era suo. Lui si
mise a tavola, mangi e bevve quanto gli faceva piacere, e poi torn
accanto al fuoco. Dopo un poco, dice: "Qui ci vorrebbe un bel letto
per dormire". La lucerna si move; la segue e si trova in una camera
dove c'era un bel letto parato. Lui si messe in questo bel letto, e la
lucerna via. Rimasto al buio, quando l per addormentarsi, sente uno
che si spoglia ed entra nel letto con lui. La notte lo sente russare,
ma avanti giorno quello si leva e lo lascia solo, e cos non lo pot
vedere. A giorno si leva anche lui; torna a caccia e ci sta sino a
buio. Rivede il lume, e si ripresenta di novo al palazzo. La solita
lucerna gli fa l'istessa strada dell'altra sera, e lo conduce in
cucina al solito foco. E poi tutto va per l'appunto come la sera
avanti. Cena e va a letto; e quando gli per addormentarsi si sente
quel tale che si sveste ed entra l accanto a lui. Poi lo sente
russare, e quando presso il giorno levarsi e andarsene. Venuto
giorno, lui dice: "Oggi non voglio cacciare; voglio andar a raccontare
a mia madre a quel che mi son trovo". Arriva da su' madre e le
racconta tutto quel che s' detto. Lei gli risponde: "Piglia questa
candela e va al tu' solito posto, e quando senti che quello viene a
letto, accendila, e saprai chi che entra di soppiatto". Lui va al
suo posto, e tutto accade come l'altra volta. E quando lui accende la
candela vede che a letto con lui c'era una bella ragazza, che stacca
subito un urlo, e dice: "Tu m'hai rovinata. Devi sapere che sono una
ragazza che stata ammagata. Se avevo sorte di stare tre notti
accanto a un giovinotto e che non m'avesse vista n toccata, n
conosciuta, ero libera e sciolta dall'incantesimo". Lei si rammarica,
e lui dice: "Io non sapevo nulla, l'ho fatto per veder bene. I' ti
seguir e ti liberer. Per altra maniera. Dunque dimmi intanto dove tu
stai e dov' il tu' mago". E lei disse: "Io sto l in quella torre
(gli un torracchione, qua dalla Madonna del Sasso), e c' un
giardino grande, ricinto di diversi stecconati e mura. Ma, bada, tu
non potrai far niente, perch s'enno provati tanti, e non m'hanno mai
potuto liberare n me n altre ragazze che ci sono". Lei si parte e va
via, e anch'esso va da su' madre e racconta come l'era andata.
La mattina parte a cavallo e passa per il bosco dov'era stato a
cacciare gli altri giorni. Oltre la met del bosco trova un cane, un
leone, un'aquila e una formica che mangiavano una pecora morta e se la
leticavano. E lui dice: "I' avrei a aver inciampato bene oggi!". Non
sapeva che si fare, se gli aveva a passare da questa barabuffa. Poi si
fece coraggio e pass. Pass e nessuno l'offese. Quando fu a circa
cento passi di cavallo, il leone lo chiam: "O omo, torna addietro". E
lui torn. E quando fu giunto disse il leone: "I' la rimetto in te.
Facci le parti, se no i' v'ammazzo tutti". L'uomo si messe l, gliene
spell; la carne la diede al leone, l'ossa al cane, la coratella
all'aquila e il cervello alla formica. Poi rimont a cavallo e se
n'and. Loro dissero: "Guarda! Ci ha fatto cos bene queste parti, e
non s' ringraziato neanco!". Disse il leone al cane: "Richiamalo". Fu
chiamato, e torn. Arrivato che fu, il leone disse: "Dunque tu ci ha'
fatto questo piacere; ti voglio compensare". Si lev tre peli dalla
coda, e gli disse: "Prendi questi tre peli, e quando tu dirai: "Per
virt di questi tre peli, possa divenire un leone pi forte di tutti i
leoni", cos diventerai". L'aquila gli diede tre penne, e gli promise
che quando lo volesse e dicesse quelle parole, per virt di quelle
penne, volerebbe come lei. Il cane gli diede tre peli, e gli promise
che nella stessa maniera correrebbe come lui; e la formica una delle
su' zampettine, che lo farebbe diventar piccino come lei. Lui rimonta
a cavallo e va via. E poi dice: "Facciamo la prova se, per virt di
queste tre penne, posso volare su quella torre l". E vol. Quando
sulla torre, piglia la zampettina della formica, dice le parole, e
diventa formica. Scende in fondo alla torre. Oltre un andito c' una
bella stanzina con un uscio socchiuso. Lo apre, e ritrova quella
ragazza che ci aveva dormito insieme, e si fa vedere uomo. Lei la
diede un urlo, e disse: "Oh! c' un altro mago, perch qui non c' mai
stato nessuno". E urla: "Mago, mago, correte; c' un omo!". E il mago
corre, e lui si trasforma in formica, si rincantuccia e non visto.
Il mago dice: "Cosa c' di novo?".
"Ci era un omo."
"Non lo credo. Non temere, che non possibile." E volta le rene, e
torna a spasso nel giardino. E il giovinotto si fa riveder uomo. Ecco
che lei la principia a urlar da capo: "C' l'omo; voi mi dite che non
c'". Lui la pregava a star cheta, che gli era quello che aveva
dormito seco; ma lei non volle conoscere, perch degli uomini, l non
s'erano mai veduti, e lo credeva un mago perch si trasformava. Il
mago ritorna quando il giovane era gi tornato formica, e per dice
ancora: "Non c' uomini. Non aver paura. Non ti spericolare".
"Non mi lasciate. Perch ora ho ben visto che c' un omo."
"Bada; devi sapere ch'i' ho un leone nel bosco. A voler che rompano
l'incantesimo e ti portino via, bisognerebbe che ammazzassino quel
leone, e poi lo sparassino, e nel corpo ci ha una lepre che fugge. E
bisognerebbe che fosse chiappata questa lepre e sparata, e nel corpo
ci ha un piccione. Anche questo bisogna che sia preso e sparato.
Dentro c' un ovo, e bisogna che l'ovo mi sia gettato in capo. Allora
resterei senza incantesimi e senza magia, e potrebbero portar via
ancor te, e io morire."
Il giovanetto che formica e ha sentito tutto, si converte in aquila
e vola in cima della torre, poi vola al bosco, e coi peli del leone
diventa un leone fortissimo; s'avventa al leone del mago e l'ammazza.
Poi ritorna uomo e lo spara. Poi, divenuto cane veloce, raggiunge la
lepre; spara anche quella e cos trova il piccione e poi anche l'ovo.
E finalmente torna come prima in camera della ragazza, e si fa veder
omo, e lei comincia a urlare: "Mago! tornato l'omo". Arriva il mago,
e subito il giovanetto gli tira l'ovo in capo, e lui casca in terra
morto. Ora la ragazza rest sciolta dall'incantesimo, e allora il
giovanotto la port a casa sua da su' madre, raccont tutti i fatti
che erano seguiti, e poi la spos, e vissero allegri e contenti. Se
ora sono anco vivi, chi lo sa?


24. Le tre camicie di erioforo.
(Irlanda).

C'era una volta, tanto tempo fa, un re che aveva tre figli e una
figlia. Ma un giorno la sua sposa mor: la ragazza, che era la pi
grande dei fratelli, rimase col padre, mentre gli altri tre figli
furono affidati dal re alle sue tre sorelle, che abitavano poco
lontano. Quando per il re decise di risposarsi, and dalle sorelle e
comunic loro la sua intenzione di far costruire una casa sotterranea
per i suoi figli, perch la famiglia era diventata troppo numerosa e
in questo modo pensava di poterla proteggere meglio.
Non appena la casa fu pronta il re vi condusse i suoi tre figli e li
affid alla custodia di un cane grosso e forte. Ogni giorno la sorella
maggiore doveva portar loro, di nascosto, del cibo. Il re spos quindi
una nobildonna di un paese lontano e dopo le nozze la condusse alla
sua corte.
Un giorno, mentre camminava per strada, la nuova regina pass davanti
a una casa e, mentre allungava la mano verso la maniglia della porta,
scivol e cadde.
"Oh, son morta!" esclam.
"Che ti capitino molti pi accidenti!" rispose una voce di donna
dall'interno. La regina si rialz e prosegu. Giunta vicino a una
seconda casa scivol di nuovo e cadde.
"Oh, son morta!" esclam ancora la regina.
"Che ti capitino molti pi accidenti!" disse una donna dall'interno.
Anche questa volta la moglie del re si rialz, ma giunta davanti alla
terza casa, di nuovo cadde e si ripet la scena precedente. Quando
scivol davanti alla casa successiva, usc una donna, l'aiut a
rialzarsi e la preg di entrare.
"Che Dio te ne renda merito, gentile signora" disse la regina "mi
capitato lo stesso incidente davanti alle tre case precedenti, e tutte
e tre le volte mi sono sentita lanciare delle maledizioni."
"Non te ne meraviglieresti" rispose la donna "se sapessi come stanno
le cose. Nelle tre case abitano infatti le tre sorelle del re tuo
marito, che prima del tuo arrivo conducevano una bella vita mentre ora
vivono relegate nelle loro case."
"E' veramente come tu dici?" chiese la regina.
"S" rispose la donna "e c' anche dell'altro. Il re ha altri tre
figli, nascosti da qualche pane."
"Vorrei tanto sapere dove sono nascosti" disse la regina.
"Che cosa saresti disposta a darmi per scoprirlo?"
"Ti darei tutto ci che desideri."
"Bene" continu la donna "mio marito un vecchio mago. Penser lui a
chiarire questa faccenda. In cambio dovrai riempire la mia cintura di
lana, burro, chicchi di grano e di orzo. La mia cintura pu contenere
una quantit pari al raccolto di sette anni di ognuno di questi
prodotti."
La regina acconsent. La donna chiam allora il vecchio mago e gli
raccont tutta la storia. Alla fine il mago porse alla regina una mela
e le disse: "Prendi con te questa mela e consegnala alla figlia del
re. Sicuramente lei la porter ai fratelli poich sempre, dopo aver
pranzato, si reca a portare loro il pasto, senza che voi ne siate al
corrente. Quando i fratelli mangeranno la mela moriranno".
La regina prese dunque la mela e, tornata a casa, disse alla
figliastra: "Ecco qua mia cara! E' passato molto tempo dall'ultima
volta che ti ho fatto un regalo". Port poi la mano al petto, ne
estrasse la mela e gliela don. "Oh, mammina, proprio una gran bella
mela" esclam grata la ragazza e poco dopo, come previsto, la port ai
fratelli insieme al pranzo. Il pi vecchio dei fratelli la osserv a
lungo e la tast; poi disse: "Una strana mela. Dove l'hai presa?".
"Me l'ha data la matrigna" rispose la sorella.
"Aspettate un attimo; divider la mela in quattro parti e dar la mia
al cane. Se non gli succede nulla voi potrete mangiarvi
tranquillamente la vostra." E cos dicendo diede la sua parte al cane,
che dopo il primo assaggio cominci a tremare sulle zampe, poi si
sdrai e mor. "Ecco cosa ci sarebbe successo se avessimo mangiato la
mela" esclam allora il fratello e rivolgendosi alla sorella disse:
"Guardati dalla matrigna perch ha intenzione di eliminarci o comunque
di farci del male".
La sorella torn a casa e i giorni trascorsero tranquilli finch la
matrigna non si accorse che la ragazza continuava a portare cibo ai
fratelli. Allora cap che erano ancora vivi e il giorno seguente si
ripresent al cospetto del mago.
"Cos dunque la mela non ha avuto alcun effetto!" si lament la
regina.
"Significa che si sono insospettiti e non l'hanno mangiata" replic il
mago.
"Se sapessi dove sono," continu la regina "me la sbrigherei anche da
sola." E il mago allora le disse: "Domani prendi un gomitolo di filo e
legane un capo all'orlo del vestito della ragazza; quando si recher
al nascondiglio il gomitolo si srotoler e seguendo il filo troverai
la casa".
Il mattino seguente, prima che la ragazza uscisse di casa, la matrigna
fece come le era stato detto e quando giunse al nascondiglio segreto,
con una piccola bacchetta magica tocc ciascuno dei tre ragazzi e li
trasform in tre candelabri di ottone. Dopodich se ne and. Siccome
per la sorella aveva portato a casa i candelabri e ogni giorno li
lucidava con cura, la matrigna decise di trasformarli in zolle, che
gett sotto la panca. Di nuovo la sorella si precipit a raccoglierle
e la matrigna, decisa a non lasciarle i fratelli, tocc tre volte le
zolle con la sua bacchetta: i ragazzi si trasformarono allora in lupi,
e si precipitarono fuori, correndo verso il bosco. La sorella li
segu, cercando inutilmente di raggiungerli.

Dopo una settimana che vagava nel bosco in vana ricerca, la ragazza
scorse nell'oscurit una piccola capanna, dalla quale usciva un
pennacchio di fumo, e vi entr. Dentro v'era un confortevole fuoco,
sul quale bolliva una pentola con della carne. A un tratto comparve
una gatta, che la salut e le disse di prendere posto vicino al fuoco,
e riposarsi. Poi la gatta si alz, lev la pentola dal fuoco, prese un
piatto per mettervi la carne e glielo offr. La ragazza mangi finch
fu sazia. Poich per era ormai sua abitudine tenere in serbo di ogni
cibo che le veniva offerto tre pezzettini per i suoi fratelli, anche
stavolta tagli tre pezzetti di carne e li mise da parte per loro.
Subito dopo si sent un rumore e la giovane, tremante, si rifugi
nell'angolo pi oscuro della casetta. Entrarono tre bei giovanotti con
in testa dei cappucci blu, se li tolsero e chiesero alla gatta - che
era la loro madre - se la cena era pronta. Appena si furono seduti uno
dei fratelli domand: "Stammi a sentire, mamma, forse venuto
qualcuno durante la notte?".
"No" rispose la gatta "perch me lo chiedi?"
"Te lo chiede" disse il secondo fratello "perch solo nostra sorella -
ovunque essa sia - sa tagliare dei bocconcini come questi."
"E' proprio vero" aggiunse il terzo fratello "solo lei sa tagliare
bocconcini come questi!"
E cos dicendo si alzarono, setacciarono la casa e alla fine trovarono
la sorella nascosta in un angolo. Felici di essere di nuovo insieme, i
fratelli le raccontarono che cosa era accaduto da quando la matrigna
li aveva scacciati.
"Se non avessimo trovato questa capanna saremmo sicuramente morti di
freddo. Infatti l'incantesimo della matrigna dura solo di giorno, e di
notte riacquistiamo le nostre sembianze. Comunque, trascorsi sette
anni, l'incantesimo non avr pi alcuna efficacia." Sentendo ci la
sorella si rallegr molto.
Dopo aver cenato i ragazzi andarono a letto e la sorella decise di
dare una aggiustatina ai loro vestiti e si mise a cucire, gettando nel
fuoco piccoli legni per farsi un po' di luce. Quando la legna fin,
butt nel fuoco i tre cappucci, che cominciarono a scoppiettare. I
fratelli si svegliarono di colpo e si precipitarono verso il fuoco, ma
i loro cappucci magici erano gi bruciati. "Che cosa hai fatto
sorella! Ora che hai bruciato i cappucci magici l'incantesimo durer
per sempre! Ah! Dovremmo rimproverare noi stessi per non averli messi
in un posto pi sicuro e non averti spiegato quale potere essi
possedessero." La sorella, pi desolata che mai, si affrett a
chiedere se non esisteva qualche altro rimedio per sciogliere
l'incantesimo.
Allora il pi vecchio disse: "C' solo un modo, ma impossibile. Non
te lo vorrei proprio rivelare perch tu sicuramente ci proveresti, e
non potresti che fallire".
"Ti prego di dirmelo ugualmente, caro fratello!"
"Bisogna preparare tre camicie partendo dall'erioforo, che deve venir
raccolto, filato e tessuto. Devi aver finito le camicie in un anno e
un giorno e per tutto questo tempo non puoi n parlare, n piangere."
Detto ci i tre fratelli si allontanarono, trasformati in tre corvi
neri. La sorella and a vivere nel bosco, si costru una specie di
capanna vicino a una vecchia torbiera e cominci a raccogliere tutto
l'erioforo che poteva.

Un giorno un giovane nobile, re di quella regione, mentre attraversava
il bosco con i cani e il fucile per cacciare, capit nei pressi della
capanna e vi entr. Vedendo quella bellissima fanciulla le chiese chi
era e che cosa faceva tutta sola in quel luogo. Ma lei non rispose e
non interruppe il suo lavoro. Il re la tempest di domande, ma invano:
la donna non rispondeva. Si guard attorno nella capanna e non vide
nulla da mangiare e da bere. Allora le regal la selvaggina che aveva
catturato quel giorno e ritorn a casa. All'indomani torn con altre
prede, e cos fece per molti giorni. Finch si accorse di essersi
innamorato di lei. Cos il giovane le chiese se voleva sposarlo. Ella
gli fece un segno d'assenso, facendogli capire che avrebbe accettato a
condizione di non essere costretta ad abbandonare quel luogo, prima di
non averlo deciso lei stessa. Il re accett e il giorno seguente si
present con un paio di uomini fedeli come testimoni e con qualcuno
che potesse unirli in matrimonio. La cerimonia venne subito celebrata
e prima ancora dello scadere dell'anno la giovane sposa diede alla
luce un figlio. Il padre, molto orgoglioso, prepar per il bimbo una
culla di rami intrecciati.
Dopo qualche tempo per la madre del re cominci a stupirsi che la
caccia fosse cos povera e che il figlio non portasse pi a casa nulla
e, insospettita, si rec da un vecchio mago. "Non te ne stupiresti
proprio" disse il mago "se tu ne conoscessi il motivo. Sulla sua
strada si trova qualcuno che lui considera pi bisognoso di te." La
regina madre offr allora al mago qualunque ricompensa per aiutarla a
scoprire chi era questa persona. "Domattina ferma tuo figlio prima che
esca di casa" le disse il mago "e digli che suo zio in punto di
morte e che sarebbe brutto se lui non andasse a fargli visita. Egli
avr con s cani e fucile; tu digli che se si presentasse cos al
cospetto del moribondo certamente si potrebbe dire che gli importa pi
della caccia che del malato. Lui ne converr sicuramente, appender il
fucile e riporter indietro i cani per andare a far visita al malato.
Dopo che si sar allontanato, lega i cani a una catena lunghissima e
lasciali andare. Sicuramente si dirigeranno al luogo dove tuo figlio
lascia i suoi bottini di caccia."
Il mattino successivo, quando il giovane re si prepar per uscire, la
madre lo chiam e gli disse ci che il mago le aveva suggerito.
Tutto si svolse come era stato previsto e la regina, guidata dai cani,
giunse alla capanna nel bosco. Guardandosi intorno scorse la ragazza e
degli uccelli appesi fuori della coperta. "Ah, cos!" esclam la
donna. "Certo, non c' da meravigliarsi che a me manchi la selvaggina
fresca: ce l'hai tutta tu. Si pu sapere chi sei?" La giovane donna
non rispose.
"Dunque non parli con gli uomini!" comment furibonda la regina madre
e, camminando su e gi per la stanza, si accorse del cesto col bimbo.
"Forse questo ti far parlare!" disse e afferr il bimbo, lo scagli a
terra, e tenendolo fermo con un piede lo squart. "Cos" disse la
regina "forse domani quando giunger il tuo sposo il tuo destino
cambier!" Poi spalanc la porta e se ne and.
La giovane si precipit sul bambino e lo sollev, ma non c'era nulla
da fare, era gi morto; cos lo ricompose e lo mise nuovamente nel suo
cesto. Nel compiere questa operazione le cadde una lacrima, che subito
asciug col fazzoletto. Quando il mattino seguente il re giunse alla
capanna, si diresse subito alla culla per vedere suo figlio e con
terrore scopr il cadavere straziato del bimbo.
"Non avrei mai immaginato che tu potessi essere una donna cos
snaturata!" grid alla moglie. "Lo hai ucciso solo perch ieri non
sono venuto! Per questo scempio verrai punita. Alzati e vieni con me."
La donna prese con s il suo lavoro e la cesta col figlio, e segu il
marito alla sua dimora. Qui il re ordin di raccogliere legna e
formarne una catasta. Quando tutto fu pronto il re chiam la moglie e
la fece salire in cima alla catasta. Era proprio il giorno in cui, se
fosse riuscita a terminare le camicie, l'incantesimo dei fratelli
avrebbe potuto essere sciolto. Cos lei, in cima alla pira, continuava
a lavorare tenacemente per finire la terza camicia.
Il re ordin di accendere il rogo. In sette punti si diede fuoco alla
legna, ma nonostante la paglia e il soffiar che si fece, nemmeno un
rametto prese fuoco. Infine, il pi vecchio e saggio dei presenti
disse: "Temo che a questa donna venga fatto un torto: il fuoco non
attaccher". In quel momento sopra le loro teste comparvero tre corvi
neri. Uno di loro si pos sul grembo della donna, che gli infil la
prima camicia e lo vide trasformarsi in un uomo forte e bello, dalla
pelle chiara. Fu quindi la volta degli altri due, e pochi minuti dopo
i tre fratelli avevano riacquistato le loro spoglie umane.
"Ora, cara sorella" disse il maggiore "tu che sei la donna migliore
che un uomo possa desiderare, spiegaci come mai ti trovi in questo
luogo."
"Mi ci ha condotto quel giovane re" rispose la sorella "ma non gliene
voglio male, poich la colpa non sua, ma di sua madre. Se non ci
fosse stato lui a occuparsi di me, io non avrei mai potuto terminare
il mio lavoro." E cos raccont ai suoi fratelli tutta la sua storia,
fino alla morte del bambino. Udita la verit il giovane re volle fare
giustizia e mand al rogo la crudele regina madre. Non appena venne
dato fuoco alla catasta subito si levarono alte le fiamme e la vecchia
bruci fino a ridursi a un mucchietto di cenere. Il re disse alla sua
giovane moglie che voleva porre fine ai suoi dolori e che non le
avrebbe pi permesso di far ritorno alla capanna. "Queste fattorie
sono mie e tutta la regione mi appartiene dopo la morte di mia madre;
qui ora sei tu la padrona."
A questo punto il pi vecchio dei fratelli chiese di vedere il
bambino. La sorella lo mostr ai fratelli, che riuscirono a ridargli
la vita. Ma al bimbo mancava un occhio. "Oh cielo! Sorella" grid il
pi vecchio dei fratelli "tu hai versato una lacrima!"
"S, stato quando ho visto uccidere mio figlio."
"E la lacrima caduta a terra?" chiese il fratello.
"No, me la sono asciugata nel fazzoletto."
"Ce l'hai ancora?"
"S, certo."
"Dammelo allora." La ragazza glielo porse, il fratello ne estrasse
l'occhio e lo rimise al suo posto restituendo il bimbo sano e salvo ai
suoi genitori.

Dopo una notte di festeggiamenti i fratelli decisero di andare alla
ricerca del re loro padre. Anche i due sposi si unirono al gruppo e,
su una carrozza tirata da quattro cavalli, partirono alla volta del
palazzo reale. Strada facendo cercarono la capanna in cui avevano
abitato con la gatta, ma non riuscirono pi a trovare n l'una n
l'altra. Allora proseguirono fino al palazzo paterno, dove la vecchia
matrigna regnava incontrastata, e chiesero notizie del genitore.
"Chi siete? E chi vostro padre?" chiese la matrigna. Senza titubanza
risposero che il loro padre era il signore di quel palazzo.
"Ah," disse la vecchia "allora si trova fuori, nella vecchia stalla;
perch dovrei farlo venire?"
"Devi lasciarlo entrare" dissero i tre fratelli "mentre tu te ne devi
andare di gran fretta!" Cos dicendo la presero per i capelli e la
buttarono fuori di casa, dicendole di non farsi pi vedere. E poteva
esser contenta che non l'avessero trattata peggio...
Andarono poi a cercare il padre e trovarono il poveretto coi capelli
lunghi, coperto di sporco e di stracci.
"Ah padre!" gridarono. "Che triste visione! Come mai ti trovi qui? Ci
riconosci?"
"Non vi riconoscerei, figli cari," disse "se non mi aveste chiamato
padre. E per quel che riguarda il mio destino, me lo sono meritato per
non aver protetto meglio i miei figli. Non avrei mai dovuto sposare
quella donna."
"Non tormentarti ancora!" dissero. "Le nostre disgrazie sono
terminate, d'ora innanzi andr tutto bene. Quella donna non ti
disturber pi, abbiamo chiuso i conti con lei, e la sua fine se l'
meritata per tutto il male che ha fatto a noi e a te. Il destino
stato oltremodo crudele con noi. Ora vieni, cos potremo raccontarci
in pace quel che ci successo in tutto questo tempo."
Tutti insieme rientrarono allora in casa e trascorsero la notte
felici, raccontandosi le loro avventure, fino a che furono sorpresi
dal nuovo giorno. Allora la sorella si accomiat assieme allo sposo
per far ritorno a casa. Il vecchio re visse ancora molti anni con i
suoi figli e suo genero, e il destino non gli riserv pi brutte
sorprese.


25. Il soldato e lo zar nel bosco.
(Russia).

C'era una volta in un ceno reame un "mugik" che aveva due figli. Venne
il tempo della leva e il figlio maggiore fu arruolato. Egli serv il
sovrano con fedelt e lealt e si comport cos bene che in pochi anni
arriv a meritarsi il grado di generale.
In quello stesso periodo fu indetto un nuovo reclutamento e anche il
fratello minore dovette partire; gli rasero il capo e il caso volle
che egli andasse a finire nello stesso reggimento del quale suo
fratello era generale. Il soldato aveva riconosciuto il fratello
generale, ma figurarsi! quello lo rinneg seccamente: "Io non conosco
te e tu non conosci me!".
Una volta il soldato montava di guardia al deposito di munizioni che
si trovava vicino all'alloggio del generale; questi dava un pranzo di
gala ed erano convenuti da lui una grande quantit di ufficiali e
signori. Il soldato nel vedere che quelli se la spassavano
allegramente, mentre lui, invece, niente, pianse amare lacrime. Allora
gli ospiti cominciarono a chiedergli: "Soldato, perch piangi?".
"E come potrei non piangere? Mio fratello se la spassa e si dimentica
di me." Gli ospiti lo andarono a raccontare al generale, e il generale
si adir: "E voi gli credete? Mente spudoratamente". Ordin di fargli
dare il cambio e di assestargli trenta bastonate, perch non osasse
pi dirsi suo parente. Il soldato ne fu talmente offeso che prese il
suo equipaggiamento e fugg dal reggimento.
Pass del tempo e si ritrov in un bosco fitto e selvaggio dove
nessuno aveva il coraggio di entrare e cominci a vivere nutrendosi di
bacche e radici. Qualche tempo dopo lo zar part per la caccia con gli
uomini del suo seguito; galopparono in aperta campagna, sciolsero i
segugi, suonarono i corni e cominciarono a cacciare.
D'improvviso balz fuori dalla macchia un bel cervo, sfrecci accanto
allo zar, attravers il fiume e, giunto all'altra sponda, si addentr
nel bosco. Lo zar lo insegu; attravers il fiume, galopp... D'un
tratto si guard intorno: del cervo non c'era pi traccia e i
cacciatori erano rimasti indietro, lontani; tutt'intorno si estendeva
un bosco fitto e scuro, e non si scorgeva alcun sentiero. Lo zar vag
allora fino al calar della sera, finch, esausto, incontr il soldato
fuggiasco che gli si fece incontro dicendo: "Salve, buon uomo! Come
sei capitato qui?".
"Ero andato a caccia e mi sono smarrito nel bosco: riconducimi sulla
strada, fratello!"
"Ma chi sei?" gli chiese il soldato.
"Sono un servo dello zar" rispose il sovrano.
"Adesso buio, sar meglio pernottare in qualche crepaccio; domani ti
ricondurr sulla strada."
Si misero a cercare un luogo dove trascorrere la notte. Cammina e
cammina videro una piccola "izba". "Evviva, Dio ci ha mandato un
ricovero per la notte; entriamo l" disse il soldato. Entrarono
nell'"izba" e trovarono una vecchietta seduta.
"Salute, nonnetta!"
"Salute, soldato!"
"Dacci da mangiare e da bere!"
"Mangerei io stessa, ma non c' niente!"
"Tu menti, vecchia strega!" disse il soldato e si mise a frugare nella
stufa e sugli scaffali, trovando ogni ben di Dio: provviste di vino e
pietanze gi pronte. Sedettero a tavola, mangiarono a saziet e poi si
arrampicarono a dormire in soffitta. Il soldato disse allo zar:
"Aiutati che Dio t'aiuta! Sar meglio che uno di noi dorma e l'altro
faccia la guardia".
Tirarono cos a sorte e tocc allo zar per primo stare di guardia. Il
soldato gli diede la sua baionetta, lo mise accanto alla porta, gli
ordin di non addormentarsi e si raccomand di svegliarlo
immediatamente se fosse successo qualcosa. Poi, coricatosi, pens:
"Come se la caver il mio compagno a far la sentinella? Non essendoci
abituato non ce la far. Meglio che lo sorvegli".
Lo zar rimase in piedi per qualche tempo, poi cominci a venirgli
sonno: "Che cosa fai, barcolli?" lo richiam il soldato. "O forse
sonnecchi?"
"No" rispose lo zar.
"Be', stai attento!"
Lo zar stette di sentinella un altro quarto d'ora, poi di nuovo si
addorment.
"Ehi, amico, non starai mica dormendo?" lo riprese dopo un po' il
soldato. Lo zar resistette un altro quarto d'ora, poi si sent piegare
le gambe, si accasci a terra e si addorment. A quel punto il soldato
balz in piedi, prese la baionetta e cominci a picchiarlo, dicendo:
"E' questo il modo di fare la guardia? Io ho servito il reggimento per
dieci anni e i superiori non mi hanno perdonato neanche uno sbaglio;
ma a te, pare, non ti hanno insegnato nulla. Passi la prima volta,
passi la seconda, ma la terza non si pu perdonare... Su, adesso va' a
dormire, far io la guardia".
Lo zar si coric e il soldato rimase di sentinella senza chiudere
occhio. D'improvviso si ud fischiare e bussare: erano arrivati dei
briganti alla casetta; la vecchia li accolse e disse loro: "Ci sono
qui degli ospiti a pernottare".
"Bene, nonnina! Siamo stati in giro per niente tutta la notte e adesso
la fortuna ci cade addosso. Dacci prima la cena!"
"Ma i nostri ospiti si sono mangiati e bevuto tutto!"
"Senti un po' che spavaldi! Dove sono?"
"Sono andati a dormire in soffitta."
"Vado a sistemarli io!" disse uno dei briganti prendendo un
coltellaccio e s'arrampic in soffitta. Non appena ebbe cacciato la
testa nella porta, il soldato gli appiopp un tale colpo di baionetta
che gli fece rotolare via la testa; poi trascin il corpo dentro la
soffitta e rest in attesa di quel che sarebbe successo. Aspetta e
aspetta i briganti si chiesero: "Come mai ci mette tanto tempo?". E ne
mandarono un altro; il soldato uccise anche quello. E cos, in breve
tempo, ammazz tutti i briganti.
All'alba lo zar si dest, vide i corpi e domand: "Ah, soldato dove
mai siamo capitati?". Il soldato gli raccont tutto quello che era
successo. Poi scesero dalla soffitta. Come il soldato vide la vecchia,
le si scagli contro: "Aspetta, vecchia strega! Adesso dovrai fare i
conti con me! Volevi rapinarci? Tira subito fuori tutti i soldi!". La
vecchia apr un baule pieno d'oro; il soldato ne riemp la giberna,
colm tutte le tasche e disse al suo compagno: "Prendine anche tu!".
Lo zar rispose: "No fratello, non ne ho bisogno; anche senza questo
denaro il nostro zar molto ricco, e se lui ricco, lo saremo anche
noi".
"Be', come vuoi" disse il soldato e lo condusse fuori del bosco fino a
una grande strada. "Se continui su questa strada" disse "fra un ora
arriverai in citt."
"Addio" disse lo zar "e grazie per il servigio. Se verrai a trovarmi
far di te un uomo felice."
"Storie! Io sono un disonore e se mi mostro in citt mi acchiappano
subito."
"Non pensarlo neppure, soldato! Il sovrano mi vuole bene e se metto
una buona parola e gli racconto il tuo coraggio, egli non solo ti
perdoner, ma ti dar anche una ricompensa."
"E dove ti potr trovare?"
"Vieni direttamente alla reggia."
"Va bene, domani verr."
Lo zar si conged dal soldato e s'incammin per la strada maestra,
arriv alla capitale e senza perdere tempo, diede ordine a tutti i
corpi di guardia e alle sentinelle che presidiavano le porte della
citt di stare all'erta: non appena fosse comparso un certo soldato,
dovevano presentargli le armi e accoglierlo con tutti gli onori, come
se fosse un generale.
L'indomani non appena il soldato comparve alle porte della citt,
subito tutte le sentinelle corsero fuori a fare il presentat'arm.
Il soldato si meravigli: "Cosa significa mai?" e domand: "A chi
presentate le armi?".
"A te, soldato!"
Egli trasse fuori dalla giberna una manciata d'oro e la diede alla
sentinella, per la vodka.
Lungo il cammino, tutte le sentinelle gli presentavano le armi.
"Un bel chiacchierone davvero, quel servo dello zar!" pens. "Ha gi
detto a tutti che sono pieno di soldi." Giunto alla reggia, dove erano
gi schierati i soldati, il sovrano lo accolse indossando gli stessi
abiti con cui era andato a caccia.
Solo allora il soldato cap con chi aveva trascorso la notte nel bosco
e si spavent terribilmente: "Questo lo zar e io l'ho picchiato con
la baionetta, come se fosse stato mio fratello!" pens. Ma lo zar lo
prese per mano e lo ringrazi davanti a tutto l'esercito per averlo
salvato e lo promosse generale, mentre suo fratello venne retrocesso a
soldato semplice: non bisogna mai rinnegare la propria famiglia e il
proprio sangue!


26. Tredicino.
(Italia).

C'era una volta una donna che aveva tredici figli, ed era tanto povera
che stentava a mantenerli. Quando furono grandicelli, un d li chiam
a s, e disse loro: "Sentite, figli miei, io non posso pi darvi da
mangiare, bisogna che provvediate voi a voi stessi e un poco anche a
me, che ormai comincio a diventar vecchia". I ragazzi le dettero
ragione e, presa ciascuno una sporta, se n'andarono accattando per
Dio.
Giunsero alla casa del re, picchiarono l'uscio e domandarono
l'elemosina. Il re, veduta la processione dei ragazzi, disse: "Come
volete che io dia qualcosa a tutti voi, che siete tanti? Pure, se
alcuno di voi cos coraggioso d'andar a rubare la coperta al lupo,
che abita qui nel vicino bosco, far in modo che voi tutti rimarrete
contenti". I ragazzi si guardarono l'un l'altro e non sapevano che
rispondere. Il pi giovane tra essi, ch'era uno storpiatello piccino
piccino, ma furbo pi d'una volpe, e ch'era chiamato in famiglia
Tredicino, si fece innanzi e disse: "Andr io da questo lupo e far di
torgli la coperta; ma voi, o re, datemi uno spillo lungo un braccio".
Gli fu dato lo spillo, e Tredicino solo soletto s'incammin verso il
bosco e giunse alla casa del lupo. Aspetta che il lupo esca, e poi
pian piano s'arrampica sul tetto della casa e gi per il camino nella
stanza da letto. Intanto vien la notte e il lupo russava allegramente.
Tredicino esce di sotto del letto e punge con lo spillo il lupo.
Questo si sente pungere or qua or l, si voltola da tutte le bande, e
intanto Tredicino gli toglie la coperta, e su per il camino, e via a
gambe.
Aveva il lupo un pappagallo sapientissimo. Conosceva le ore e sapeva
rispondere a tutto. Alla mattina, quando il lupo desto, domanda al
pappagallo: "Che or'?".
"Son le cinque, ma Tredicino ve l'ha fatta."
"Chi Tredicino? e che m'ha fatto?"
"Tredicino un furbacchiotto, che stanotte v'ha rubato la coperta."
"Oh! Se io lo posso avere questo birbante, ne fo un bel boccone."
Intanto Tredicino era tornato al re con la coperta. Il re,
maravigliato dalla furberia del piccino, gli dice: "Senti, se tu vuoi
veramente che io faccia ricco te ed i tuoi, torna al lupo e rubagli
una coperta coi campanelli". Tredicino rispose: "E io lo far purch
mi diate della bambagia e del refe". Cos preparato and al bosco.
Sale sul tetto della casa, entra pel camino nella camera del lupo, si
nasconde sotto il letto e attende la notte. Il lupo dormiva
saporitamente, e Tredicino pian piano esce dall'agguato, e con la
bambagia e col refe lega a uno a uno tutti i battagli dei
campanelluzzi della coperta, perch non facciano rumore, e poi se la
porta via.
Il lupo, svegliatosi in sull'alba, domanda al pappagallo: "Pappagallo
mio, che or'?".
"Son le quattro, ma Tredicino ve l'ha fatta."
"Come me l'ha fatta?"
"Ha rubato la vostra coperta coi campanelluzzi."
"Ah! questo un po' troppo poi. Bisogner che me la paghi. Se mi
capita sotto le mani il briccone, ne fo un bel boccone."
Il re non fu contento ancora delle prove di Tredicino, ma gli comand
che dovesse rubare anche il pappagallo del lupo.
"Com'ho da fare?" disse Tredicino, "se cinguetta peggio d'un ragazzo.
Questo un volermi mandar alla morte."
Ripigli il re: "E alla morte tu vai certo, se non ubbidisci; hai
capito, furfantello?".
"Ho capito, io. Ecco: far cos. Prendo un panierino di dolci,
m'avvicino al pappagallo, lo adesco, lo piglio e ve lo porto. Che vi
pare del piano?"
Cos fece com'aveva detto, e il pappagallo pass dalla casa del lupo
in quella del re.
Il povero ragazzo credeva in fede di cristiano che le sue prove
fossero terminate davvero. Ma s'ingannava. Il re lo chiama a s e gli
dice: "Ascoltami, Tredicino; tu sei il re dei furbi. Io ti far ricco,
in parola da galantuomo, se m'ubbidisci per l'ultima volta. Io voglio
il lupo nelle mie mani. Hai capito? O se no, t'ammazzo, in parola da
galantuomo".
Come rimanesse Tredicino a questo comando e a queste minacce, se lo
immagini chi vuole. Si vide perduto. Tutta la notte non fece che
piangere; in sul mattino s'addorment e sogn belle cose. Svegliatosi
si frega le mani in atto di contentezza e parla tra s: "Oh! L'ho
trovato io il modo di pigliare anche il lupo; oh! L'ho trovato s".
Si veste in fretta, piglia un carretto, alcune assi e alcuni chiodi, e
poi se ne va al bosco. Passa vicino alla casa del lupo e grida:
"Tredicino morto, Tredicino morto. Chi m'aiuta a fargli la
cassa?". E si mette a picchiare sulle assi.
"Son qua io," risponde il lupo, "son qua io, e ben volentieri
t'aiuter, buon ragazzo, ch quel briccone di Tredicino me n'ha fatte
di grosse, sai."
Tredicino lavora attorno alla cassa, e il lupo aiuta; la cassa fu
presto terminata.
"Oh! adesso," dice il ragazzo, "tu dovresti stenderti quaggi nella
cassa; Tredicino della tua statura poco pi poco meno, e cos io
sar certo se il lavoro riuscito bene, ch mi dispiacerebbe tornar
da capo."
Il lupo, da baggiano, si stende nella cassa; e Tredicino, svelto come
un lampo, ci mette sopra il coperchio e comincia a tempestar col
martello sui chiodi. Il lupo grida: "Che fai, buon ragazzo? Apri
presto, ch io affogo". Risponde il buon ragazzo: "Sta' cheto, compar
lupo, non muoverti. Vuoi che te lo dica? Io son Tredicino. Adesso, se
puoi, scappami". Piglia la cassa, la mette sul carretto e va dal re.
Quando tutti han veduto per un pertugio il prigioniero, si accende un
buon fuoco, ed il lupo, la cassa e il carretto son consumati dalle
fiamme. Allora il re prese una bella borsa e la regal a Tredicino,
che se ne torn coi fratelli a casa sua ricco e contento.


27. Bee! Coltello arrotato!
(Italia).

C'era una volta un uomo che aveva due figli, una ragazzetta e un
bambino. Questo povero cristiano ebbe la disgrazia di perdere la sua
donna. Dopo poco tempo, pi che altro per dare una mamma ai propri
bambini, torn a sposarsi. Ma capit in una caporala, che voleva poco
bene a lui e ancor meno ai suoi figli.
Non poteva soffrirli e gonfiava qualunque sciocchezza essi facessero,
per metterli in cattiva luce agli occhi del loro padre. Il marito le
andava dicendo: "Sta' loro dietro con le buone: sono piccini!".
Ma questa donnaccia cresceva sempre in cattiveria e nell'avversione a
quella povera innocenza.
Un giorno che la sua stizza era pi grande del solito, dice a suo
marito: "Cos non si dura! Io son decisa: o fuori loro o via io!".
Credendo che fosse una sfuriata passeggiera, lui, andando al lavoro,
le fa una delle solite preghiere; ma poco dopo essa li baston e li
mise fuori dalla porta. Verso sera, quando torn stanco, gli fece una
testa grossa cos. I bambini erano ancora fuori senza mangiare ed egli
li chiam e volle che mangiassero insieme con lui.
La notte essa continu ancora, tanto che il marito dovette promettere
di condurli via e di lasciarli andare in balia della fortuna.
Ma mentre essi litigavano, la ragazzetta, che era pi grandicella,
vegliava e, sentendo quei discorsi, si raccomandava alla sua mamma
morta.
La mattina presto la matrigna si alza e si mette al tagliere a
smorzare della farina da far delle piade sul testo. Poco dopo il babbo
chiama i bambini: "Ragazzi, volete venir con me al bosco della Stenta?
(Localit nella valle del Senio, presso Tebano, cos come le altre
ricordate di seguito)".
Il bambino, che non sapeva niente, salta su: "Oh, s, babbo, tanto
volentieri!".
Ma la bambina, che aveva sentito quello che dicevano, potete ben
pensare che cosa passasse in quel momento per quella povera testina.
Saltano gi dal letto e pian piano si vestono. Intanto che il babbo
faceva i preparativi per la partenza, questa bambina si riemp un
sacchettino di aghi e lo nascose in tasca, e, mentre il suo babbo e il
fratellino camminavano avanti, essa li seguiva facendo una
sparpagliatina di aghi lungo la strada.
Quando arrivarono nel bosco della Stenta, il babbo si mette a segare
un sacco di fieno e loro, intanto, per passare il tempo s'erano messi
a cogliere dei ciclamini, dei mazzetti di rose salvatiche per farsi i
pendenti (Non abbiamo trovato il termine corrispondente al "craver"
del testo) e dei colchici, perch si era in autunno.
Quando l'uomo ebbe raccolto il sacco del fieno, era gi passato
mezzogiorno: allora egli tir fuori le piade. Erano sopra un
monticello e la piada ruzzol gi per la china. E intanto che i
ragazzi scesero a prenderla, lui scapp. Credevano di tornare dal loro
babbo, ma questi non c'era pi. Il ragazzino scoppi in un gran
pianto, ma la bambina lo confort: "Sta' quieto, fratellino mio, ch
la strada la so io!". Lui si quiet, e si misero sotto un castagno a
mangiarsi la piada.
Seguirono sempre la traccia degli aghi. Passano la piana della
Falcona, scendono per altre stradine e finalmente arrivano a casa, che
era verso sera. Ma non avevano l'ardire di entrare e stavano fuori
dall'uscio, quando udirono il loro babbo che diceva: "C' rimasta
della minestra: se ci fossero quei ragazzetti la mangerebbero".
Il piccolino, senza tanto pensarci, esclama: "Siamo qui, babbo!".
Il babbo vien fuori e li fa entrare.
La matrigna brontolava senza dire una parola. Quando ebbero mangiato,
il babbo li mise a letto. Fu allora che quella cattivaccia cominci a
sfilare la sua corona: "Eh, avevi detto di condurli via! Hai fatto una
bella commedia per confondermi!". E non la finiva pi. Egli dovette
promettere che la mattina seguente li avrebbe condotti in un bosco pi
lontano, di l da Pergola.
Non si vedeva ancora luce che il babbo li chiam; ma il ragazzetto gli
disse sottovoce: "Basta per che non ci abbandoniate!".
La ragazzetta, dato che le ragazze son sempre pi assennate, prende su
un sacchettino di semola e poi la sparge come aveva fatto l'altra
volta.
Passano la Stenta, il Romitorio, scendono dalla Pirotta e il babbo da
una china gli ruzzola gi le piade. Il bambino non voleva scendere, ma
la sorellina gli disse: "Vacci pure: star io qui a badare il babbo".
Ma lui confonde la bambinetta dicendo che si sarebbe allontanato un
momento per fare un fatto suo: e spar.
Per farla breve, la bambina fece ancora coraggio al fratellino; per
tornare a casa vanno dietro la traccia della semola; ma, di quella
semola, buona parte se l'eran mangiata le formiche, e ne era restato
soltanto qualche poco di quando in quando, tanto che poterono
ugualmente trovare la strada per tornare a casa.
Era verso sera quando arrivarono all'uscio e sentirono ancora il loro
babbo che li ricordava perch era avanzata la minestra anche quella
volta. E non aveva ancora finito di parlare che si fece sentire una
vocettina: "Oh, babbo, siamo qui!".
E cos poterono ancora mangiare e dormire nel loro letto. Tutta la
notte la matrigna non fece altro che brontolare contro il marito e i
ragazzi. E lui dovette prometterle che li avrebbe condotti ancor pi
lontano.
La mattina, nell'andarsene, la bambina s'era fatto un sacchettino di
miglio. Cammina cammina, dopo aver passato boschi e boschi, arrivano
nel grande bosco della Pideura. Nel fondo scorreva il rio Barbavera
con delle rive che sembravano toccare il cielo. Sulle querce e sui
castagni si sentiva il rigogolo, il gruccione, i voli delle starne, il
chiacchiericcio delle ghiandaie; lungo le rive era tutto frassini,
avellani, ginepri, e, al disotto, una bella distesa d'erba da
presepio, di licheni, di bei funghi: orecchiette, ovuli, porcini.
Sarebbe stato un vero paradiso per quei poveri bambini, se non
avessero pensato a ci che stava per succedergli.
Il loro babbo, passato il mezzogiorno, gli diede le piade e si mise
seduto sotto una quercia; ma, intanto che mangiavano, il babbo si
nasconde dietro ad un terrapieno che faceva il monte, cos folto di
prugnoli, di marucche e di vitalba che un branco di porci ci si
sarebbe benissimo potuto smarrire. I bambini se ne accorgono e lo
chiamano, e cercano il loro babbo: ma hanno un bel chiamare e cercare!
Allora vanno per ritrovare la stradina, ma gli uccelli s'eran mangiato
tutto il miglio e i formiconi avevano fatto il resto. Non sapevano
come fare e si disperavano. Si mettono a girare. Gira che ti gira,
capitano in un posto dove c'era una fontana, sopra cui c'era questa
scritta: "Chi bever quest'acqua un animale diventer!".
Il bimbetto aveva una gran sete, tanto pi grande in quanto la piada,
che avevano mangiato, era un po' salata. Ma la sorellina assolutamente
non volle: "Chiss che animalaccio diventerai, e io avr paura di
stare con te".
Allora vanno ancora avanti e trovano un'altra fontana, con una scritta
che diceva: "Chi bever quest'acqua un agnellino diventer".
La sorellina non voleva che bevesse, ma lui non ne poteva pi e si
mise a bere; e mentre egli beve, la sorellina disse: "Pazienza se
diventer un agnellino!".
E infatti divenne un bell'agnellino. Allora la sorella si toglie la
cordella dal grembiule e gliela lega al collo, trascinandosi dietro
l'agnello.
Al giorno mangiarono i marroni colati che cadevano dai castagni:
venivan gi con dei tonfi che sembravano sassi. Quei marroni li
chiamano i furioni.
Quando fu verso sera, andavano pensando dove potessero dormire. Delle
case vicine, dove poter chiedere la carit di un po' di alloggio, non
se ne vedevano.
Verso il fondo del rivo vedono un salice cavo e ci si mettono dentro.
Alla levata del sole ne escono e si mettono in braccio alla
Provvidenza.
Il suo agnellino pascolava l'erba un po' dappertutto, ed essa
domandava la carit di un po' di pane e di un po' di alloggio. Dio non
abbandona mai nessuno, e trovarono sempre da mangiare e da dormire.
Tutti facevano l'elemosina a questa giovinetta che girava il mondo col
suo agnellino e in ogni casa c'erano delle brave donne che le facevano
la carit di un po' di alloggio.
Cominciava a farsi una bella giovanottina e l'agnellino cresceva
sempre pi bello anche lui.
Un giorno arrivano in un bel prato che era del re. Il figlio del re
capita da quelle parti e scorge questa bambinetta che pascolava il suo
agnellino. Le chiede chi sia e chi non sia; lei gli racconta tutta la
sua storia dolente. Tutto commosso, torna a casa e dice alla sua
matrigna, dato che il babbo gli era morto: "Ho trovato nel prato una
giovanottina che non ha nessuno: la prenderemo con noi: qualcosa far.
L'aspetto dimostra che ha da essere una buona ragazza; con s ha un
agnellino, che non abbandona mai".
La matrigna nel sentir questo, disse che la prendesse pure insieme col
suo agnellino. La misero in cucina ad aiutare la cuoca. Ogni giorno
prendeva con s il suo agnellino e lo conduceva a pascolare.
Passando il tempo e mangiando bene, diventava sempre pi bella ed
anche brava nel cucire e nel ricamare. Il figlio del re ben presto
s'innamor di lei e volle sposarla.
Ma non era ancora passato un anno dal matrimonio, che venne un ordine
che il giovane doveva andare alla guerra. Prima di partire si
raccomand tanto alla sua matrigna che cercasse di avere ogni cura
della sposa e, siccome voleva comprarsi dei bambini dopo che fosse
nata la creatura, che gli facessero sapere in qualunque modo che
cos'era nato, se uomo o donna, e che gli mettessero il nome del
proprio padre.
Il giovane non se n'era - si pu dire - ancora andato, che la matrigna
cominci ad avere in uggia la sposa e l'agnellino. Quando la creatura
nacque, la matrigna gli mand a dire che era nato uno scherzo di
natura. Lui rispose che era lo stesso e che bisognava rassegnarsi alla
volont di Dio: che si facesse conto di quel che era nato, e che egli
sperava di ritornare presto. Viceversa era venuto al mondo un bambino
sano e bello.
Essa teneva dentro il suo dolore con la speranza che suo marito
tornasse presto a casa. Si consolava col suo bambino e col suo
agnellino. Un giorno la vecchia le disse che era una bella giornata e
che sarebbe stato bene far prendere un po' di aria buona al bambino.
Vanno a passeggio sulla riva del mare. E la vecchia, sul pi bello, le
d uno spintone e butt nell'acqua lei e il suo bambino in braccio.
Quando l'agnellino venne a sapere la fine della sua sorella, andava
tutti i giorni sulla riva a chiamare e a parlare con sua sorella.
Intanto la vecchia, non ancora contenta di quello che aveva fatto,
comincia a dire che non voleva pi vedere l'agnellino, che lo
portassero via e che lo ammazzassero: voleva vederne la coratella. Il
servitore, che era affezionato anche lui all'agnellino, non fu capace
di ammazzarlo e lo diede ad un contadino, dicendo di tenerlo bene, ch
sarebbe stato ricompensato. Poi comper una coratella di lepre e la
mostr alla vecchia.
L'agnellino sapeva la sorte che voleva riservargli la vecchia, e
andava sulla riva del mare: ""Bee!" Coltello arrotato: mi vogliono
ammazzare!". E la sorellina:

Fratello mio, non ti posso aiutare,
ch sono nella panza del pesce pagano
che ha sposato la figlia del re prussiano.

Dopo pochi giorni arriv il re. Appena sceso da cavallo, chiede della
sua donna; ma la vecchia gli risponde che tanto lei che quello scherzo
di natura erano morti. Egli scoppi in un gran pianto e domand
dell'agnellino. E il servitore gli disse: "Ce l'ha un contadino: venga
a vederlo. E va sulla riva del mare a parlare!".
Egli ci va. L'agnellino, quando lo vede, lo conduce alla riva del mare
e poi dice: ""Bee!" Coltello arrotato! Mi vogliono ammazzare!".
E dal mare viene una voce:

Fratello mio, non ti posso aiutare,
ch sono nella panza del pesce pagano
che ha sposato la figlia del re prussiano.

Lui distingue la voce della sua sposa, subito ordina che sia
prosciugato il mare e, quando trovano la balena, la aprono e vedono
che ne salta fuori la sposa con il bambino in braccio. L'abbraccia,
diede tanti baci al bambino e si fece raccontare ogni cosa.
Allora diede ordine di prendere la sua matrigna e la matrigna della
sua donna, e le fece bruciare in una botte di zolfo nel mezzo della
piazza.

La mia favola non pi lunga;
chi vuole che gliene aggiunga,
un panetto e una sardella
e ve ne dir una ancor pi bella;
un panetto e un po' da bere
ve ne dir una di qui, a sedere.


28. La casa nel bosco selvaggio.
(Dolomiti).

Un conte della Val Pusteria aveva una moglie giovane e bella. Ne era
per tanto geloso che fin col ritirarsi assieme a lei in una valle
solitaria delle Dolomiti, dove fece costruire una torre su un'alta
roccia. In questa dimora abitava con la consorte, la "bayla" (Nutrice)
e alcune serve. Nessun uomo poteva entrare nella torre e persino i
pastori, che solitamente pascolavano in quei luoghi, ricevettero
l'ordine di evitare la valle. In assenza del conte tutte le donne
dovevano ubbidire alla "bayla" nella quale egli riponeva la massima
fiducia.
Questa "bayla" era per una donna perfida, e non perdeva occasione per
maltrattare e far soffrire la padrona. Siccome il conte andava spesso
a caccia e faceva anche lunghi viaggi, succedeva che di frequente le
donne rimanessero da sole, con gran gioia della "bayla" e con gran
rammarico della contessa.
Un bel giorno di maggio, mentre sulla montagna Lagazuoi, che si ergeva
sopra la torre, la neve era ancora alta, il conte disse a sua moglie:
"Mi devo assentare per alcune settimane, vado alla ricerca dell'"arco
d'egues", (L'arco dell'aquila) la migliore di tutte le armi, in grado
di abbattere qualsiasi uccello. Un amico mi ha ora mandato a dire che
al di l delle montagne di vetro ci sono tre nani che posseggono
quest'arma e io voglio provare a comprarla".
Il conte si diresse quindi verso nord, mentre sua moglie rimase nella
torre a subire le angherie della cattiva "bayla". Il tempo non passava
mai e la contessa non vedeva l'ora che il suo caro marito facesse
ritorno.
Nel frattempo i giorni si erano allungati ed erano diventati pi
caldi, i prati erano pieni di fiori e nel bosco si sentiva il canto
del cuculo. Un bel giorno giunse un messaggero con la notizia che il
conte non aveva trovato l'arco e che avrebbe fatto ritorno da l a
sette giorni.
Passarono ancora due giorni. La sera del secondo giorno la contessa si
trovava nella torre da sola, poich la "bayla" era scesa con le serve
ad Andraz, dopo averla rinchiusa in camera sua. La donna, seduta alla
finestra, contemplava il tramonto: sulle cime del Lagazuoi sbiadivano
le ultime luci della sera e in lontananza si udiva il tintinnio delle
campanelle del bestiame che tornava dal pascolo. In quel momento si
ferm sotto la torre un ometto con una gerla sulla schiena. Era un
commerciante, e grid alla contessa: "Nobile signora fammi entrare e
comprami qualcosa; ho della bella mercanzia che viene da Venezia:
specchi e fermagli, utensili e ornamenti!".
"Avete anche l'arco dell'aquila?" chiese la contessa.
"No, quello non ce l'ho" replic l'uomo "ma lo conosco bene: l'arma
migliore che ci sia sulla terra, e se mi date una ricompensa veramente
buona ve lo procurer."
La contessa si rallegr molto, gli gett un suo bracciale d'oro e
disse: "Questo solo un assaggio; se mi porterete l'arco vi doner
tutti i miei gioielli, che sono molti, ma dovete farlo entro quattro
giorni perch voglio fare una sorpresa a mio marito che sar di
ritorno fra cinque".
"Mi servono giusto due giorni per andare e due per tornare" rispose
l'uomo "perch devo attraversare tutta la Val di Fassa fino a Medil e
attraverso la conca del Latermar salire fino a Scharte, dove abita un
"venediger", che ora in possesso dell'arco."
"Bene, allora affrettatevi" gli disse la contessa "e cercate di essere
puntuale."
L'ometto se ne and, la contessa si volt e si trov davanti la
"bayla" che sogghignando le chiese: "Con chi stavate parlando cos
confidenzialmente? Non mi pareva la voce di una donna!". La contessa
non rispose, le pass davanti in silenzio e and in un'altra stanza.
Passarono i quattro giorni e la donna aspettava impaziente il ritorno
del venditore, ma al suo posto giunse con un giorno di anticipo il
marito. Era molto contrariato per l'esito del suo lungo viaggio, e la
contessa cerc invano di mitigare il suo cattivo umore. Quando poi la
"bayla" gli raccont di averla scoperta mentre stava parlando con un
uomo, che aveva convocato alla torre dopo quattro giorni, il conte fu
assalito da una rabbia indescrivibile. And ad aspettare l'uomo sotto
la roccia dove sorgeva il castello, ma non vide nessuno. Torn allora
dalla moglie e scoprendola alla finestra, come se stesse
effettivamente aspettando qualcuno, fu preso da una gelosia sfrenata.
La donna pens che fosse meglio raccontargli tutto, ma non appena ella
confess di aver avuto un colloquio con un venditore il conte sembr
impazzito: minacci prima di strozzarla, poi, sguainando la spada, la
costrinse a uscire dalla torre. La contessa si sedette sul ciglio
della strada, sperando nell'arrivo del venditore, che solo avrebbe
potuto chiarire tutta la faccenda. Ma non arriv nessuno.
Quando gi era calata la notte il conte costrinse la moglie ad andare
nella direzione di Cernadoi e Andraz, proseguendo per la strada che
porta a Villagrande. Arrivati nel luogo dove si apre profonda la gola
scavata dal ruscello, il conte pretese dalla donna una confessione e
al suo rifiuto la scaravent nel dirupo. Vide chiaramente il suo
bianco vestito che precipitava nella gola oscura. Fece poi ritorno al
castello, e nella luce lunare scorse il profilo di un uomo. Dapprima
venne assalito dalla rabbia e fu sul punto di ucciderlo, poi cambi
idea e ordin a una serva di mettersi alla finestra e fingere di
essere la contessa. Il venditore si scus per il ritardo, disse che
portava l'arco dell'aquila e chiese di poter entrare. Il conte ordin
alla "bayla" di far salire l'uomo; egli entr, pos l'arco sul tavolo
e raccont nei particolari il colloquio avuto quattro giorni prima con
la contessa.
Il conte si rese allora conto dell'innocenza di sua moglie e fu
assalito da un terribile rimorso. Corse al precipizio e prese a
chiamarla a gran voce, ma non ottenne alcuna risposta. Si cal anche
nella gola, aggrappandosi ai cespugli, per cercarla, ma della moglie
non v'era traccia alcuna. Gi in fondo gorgogliava il ruscello, e
sopra si innalzavano oscure le montagne. In quel momento gli sembr di
sentire lo scalpitio di un cavallo, e si affretto a tornare sulla
strada mentre il rumore pian piano si perdeva.
Era gi mattino quando il conte arriv ad Alleghe. Qui gli venne detto
che circa un'ora prima due nobili cavalieri erano passati a cavallo
per il paese con una donna, e avevano preso la strada per il passo che
porta a Zoldo. Il conte ebbe la certezza che quella donna fosse sua
moglie. A Zoldo una vecchia gli disse che secondo lei i due uomini non
erano cacciatori, ma maghi; in ogni caso uno di loro aveva la "burta
oblada" (Il malocchio) e la donna, che era costretta a seguirli perch
stregata, lasciava penzolare la testa sul seno e non proferiva parola.
Il conte cominci a inseguirli senza posa, ma giunto alla fine delle
montagne, dove si apre la "splanedis", (La grande pianura) perse
completamente le loro tracce. Senza darsi pace vendette i suoi anelli
e i foderi delle sue armi ricamati in oro, e continu la ricerca.

Passato un anno il conte aveva perduto le speranze di ritrovare la
moglie nella vasta pianura, e torn nuovamente verso le montagne. Qui
si offr come pastore a un contadino, che gli affid le bestie e gli
indic il limite oltre il quale non doveva mai andare: era il confine
del bosco selvaggio di Delamis, dove lui non avrebbe augurato di
entrare nemmeno al suo peggiore nemico. Quel luogo infatti era
popolato anche di giorno dai pi terribili fantasmi. Il conte ubbid,
rimanendo sempre al di qua del confine. Un giorno per gli tornarono
improvvisamente in mente le parole della vecchia di Zoldo, e pens che
se veramente i due uomini erano maghi, potevano trovarsi proprio nel
bosco di Delamis. Lasci allora il servizio presso il contadino e un
bel mattino, completamente disarmato, si addentr nel bosco; sul
ciglio incontr un raccoglitore d'erbe che lo ammon con
un'espressione di terrore sul viso, ma il conte non ci fece caso. Poco
dopo si trov solo in mezzo alla foresta, che saliva ripida per un
tratto e poi continuava in piano; tutto era tranquillo e non si
scorgeva nulla di insolito.
Dopo alcune ore, vinto dalla stanchezza, ud in lontananza dei colpi
d'ascia e si diresse verso il rumore. Giunse a una bella casa, dietro
la quale un uomo era intento a squadrare il tronco di un albero. Il
conte lo salut e cerc di parlare con lui, ma l'uomo non rispose ed
egli pens che fosse sordo. In casa trov il proprietario, assorto
nella lettura di un enorme libro. Il conte gli chiese di venir assunto
come pastore o cacciatore, e costui, dopo averlo ben osservato, gli
disse: "Capiti proprio a proposito, perch ho un orso e un cavallo da
darti in custodia; per il resto sei libero e ti troverai bene presso
di me".
Lo condusse poi nella stalla, dove c'era anche una fontana, e gli
mostr il cavallo: "Questo cavallo ha la particolarit di non amare
l'acqua, tu lo devi per condurre quotidianamente alla fontana, perch
prima o poi dovr pur avere sete".
Si recarono quindi nel locale adiacente e si trovarono davanti a una
porta di ferro, che conduceva alla prigione dell'orso. "L'orso
feroce" disse il proprietario "non devi avvicinarti a lui, ma dargli
da mangiare attraverso questo pertugio" e gli indic un'apertura
attraverso la quale il conte pot scorgere un enorme orso bruno,
saldamente legato alla parete.
Il nuovo guardiano, ricevute tutte le istruzioni, cominci il suo
servizio. Ben presto si accorse che nella casa spaziosa non viveva
nessun altro che il proprietario, il quale trascorreva le giornate
assorto nella lettura. Se il carpentiere muto non avesse fatto un po'
di rumore, il silenzio sarebbe proprio stato assoluto, perch la casa
era circondata dal bosco oscuro, dove non sembrava esserci nemmeno un
uccello.
Quando scese la sera il proprietario condusse il suo servitore nel
fienile. "Tu dormirai qui" gli disse "e ricordati che in casa mia non
pu mai ardere una luce." Il conte si distese sul fieno e, stanco
della camminata, sprofond subito nel sonno. Ben presto fu per
svegliato dal rumore dei topi, che riempivano la casa. Quando
smettevano per un attimo si poteva udire lo scalpitio del cavallo
nella stalla e i violenti strattoni che l'orso dava alla catena, che
facevano tremare tutte le pareti. Il concerto dur tutta la notte e il
conte non pot pi dormire. Al sorgere dell'alba il frastuono si plac
e si cominciarono a udire i colpi d'ascia del carpentiere muto. Allora
il conte pot finalmente addormentarsi e si svegli solo quando il
sole cominci a entrare in camera sua.
Verso mezzogiorno il proprietario gli chiese come aveva dormito. "Se
non ci fossero stati i topi avrei anche dormito bene" rispose il
conte. "Ai topi ti ci abituerai" replic il proprietario; "sarebbe
invece molto pericoloso se l'orso strappasse la catena; devi sempre
controllare bene, prima di coricarti, che la porta di ferro sia ben
chiusa."
Alcuni giorni dopo il proprietario dovette partire e consegn al conte
tutte le chiavi, tra le quali ve n'era una quadrata, dicendogli:
"Entra pure in tutte le stanze della casa e tienimi tutto in ordine,
ma guardati bene dall'aprire la porta dove entra la chiave quadrata,
altrimenti morirai all'istante". Dopodich se ne and.
Il conte esplor tutta la casa, e giunto davanti alla porta della
stanza proibita, non vi entr ma senza aprirla guard dal buco della
serratura e scorse una spada appesa alla parete, tre gusci d'uovo sul
tavolo, un sacco riempito solo a met e altri oggetti. And poi in
cortile e si mise a guardare il carpentiere che lavorava a una trave,
lasciando cadere per terra molte schegge. Ogni tentativo di attaccar
discorso con lui fu vano; sembrava veramente sordomuto. Trascorse
quindi la giornata nelle sue occupazioni consuete e al calar del sole
fece ritorno in cortile: il carpentiere se ne era gi andato, e aveva
ripulito per bene il cortile dalle schegge. Il conte se ne stup molto
e si chiese come poteva aver fatto, visto che un momento prima l'aveva
udito ancora menar colpi.
Il giorno seguente decise allora di controllare il carpentiere, senza
perderlo di vista; al tramonto, prima di andarsene, lo vide puntare il
braccio verso il cielo. Alzando lo sguardo il conte vide un grosso
avvoltoio sorvolare in silenzio gli alberi; sent poi uno strano odore
nel cortile, e si accorse che le schegge erano sparite. Il carpentiere
si mise l'ascia in spalla e si incammin verso il bosco.
Quella notte, quando i topi cominciarono a far rumore, turbato da ci
che aveva visto, il conte usc nel giardino e vide uno strano chiarore
provenire dal bosco. Seguendo la luce giunse a un tronco d'albero
scorticato a met: il legno bianco luccicava nell'oscurit. Il conte
memorizz il luogo e decise di tornare il giorno seguente.
Il mattino dopo per non vi era pi traccia del pezzo di legno
squadrato e luccicante. Mentre di sera il legno appariva ben lavorato,
di giorno c'era solo normale corteccia.
"Qui tutto stregato" pens il conte; " stregato il carpentiere, che
deve eternamente lavorare allo stesso albero; stregato il cavallo,
che riesce a vivere senz'acqua, e deve essere stregato anche l'orso.
Ah, se conoscessi il significato dei tre gusci d'uovo nella stanza
proibita! Voglio comunque tenere gli occhi bene aperti e scoprire i
segreti di questa casa."
Quella sera si nascose dietro la vicina siepe e vide che, all'ultimo
colpo d'ascia del carpentiere, le schegge si trasformarono in tanti
topi, che entrarono in casa. Ora il conte cap da dove venivano gli
animali che lo tormentavano durante la notte! Il mattino successivo
poi, al primo colpo d'ascia del carpentiere i topi tacquero; gli fu
allora chiaro che le schegge, che di notte diventavano topi, di giorno
ridiventavano legno.
Nel pomeriggio decise di raccontare a voce alta tutto ci che aveva
scoperto, per vedere se il carpentiere era veramente sordo, e quando
lo fece, quell'uomo gli si avvicin, molto agitato, facendo strani
movimenti con le mani, come se volesse parlare. Il conte stese allora
delle lenzuola nel cortile, in modo che tutte le schegge vi caddero
sopra. Poi scav l vicino una grossa fossa, vi mise dentro della
legna e prepar un bel fuoco. Tutte queste operazioni sembravano
incontrare interamente il favore del carpentiere. Finita la giornata
di lavoro, il conte cominci ad avvolgere le lenzuola in modo che
tutte le schegge vi rimanessero dentro; con l'aiuto del carpentiere ne
fece poi un bel fagotto, che gett nel fuoco. Quando tutto fu bruciato
il carpentiere strinse la mano del conte e gli disse: "Vi ringrazio,
perch finalmente mi avete sciolto dall'incantesimo di cui ero
prigioniero".
Poi cominci a raccontare la sua storia: "Vagabondavo per il mondo
quando giunsi in questo bosco, dove caddi in potere dei proprietari di
questa casa, che sono due maghi malvagi. All'inizio non stavo male,
anche se vivevo prigioniero, perch intorno alla casa e al cortile
c'era una lunga cancellata di ferro, le cui porte erano sempre chiuse.
Un giorno i due fratelli tornarono dai loro vagabondaggi in terre
straniere con una bella e nobile signora, che chiusero nella grande
stanza, dove ora si trova la biancheria. Il fratello pi vecchio la
voleva in moglie ma la donna piangeva continuamente e non ne voleva
sapere. Dopo alcuni mesi lui dovette partire per un viaggio; mi affid
allora tutte le chiavi a eccezione della chiave del cancello e di
quella della stanza della donna. Tra le chiavi ve n'era anche una
quadrangolare; se io o suo fratello avessimo usato quella chiave,
saremmo incorsi nella sua terribile ira. Ordin a suo fratello di fare
attenzione a me e se ne and. Il fratello pi giovane per non si
preoccupava di nulla e dormiva quasi tutto il giorno. Pi volte ebbi
perci l'occasione di parlare attraverso la porta chiusa con la
signora prigioniera, che mi preg vivamente di entrare nella stanza
proibita, dove erano custodite le due chiavi che mi mancavano. Un bel
mattino mentre il fratello ancora dormiva, mi impossessai delle due
chiavi e fuggimmo assieme. Ma in breve i due fratelli ci furono alle
calcagna. Dopo un lungo inseguimento e alcuni vani tentativi di
resistenza fummo catturati. Io fui condannato a lavorare sempre allo
stesso albero, mentre alla donna tocc una sorte peggiore: i maghi si
impossessarono della sua anima e la imprigionarono dentro il corpo di
un cavallo, dove deve rimanere finch non si decide a diventare la
moglie del pi vecchio dei fratelli. Poi i fratelli litigarono a causa
della donna e iniziarono una furiosa lotta, nel corso della quale
cambiarono spesso sembianze e usarono molte armi incantate. Infine
vinse il pi vecchio che tramut il fratello in orso, lo port in un
locale vicino alla cantina e lo leg con una pesante catena d'oro,
diventando cos il padrone assoluto. Se non starete attento, mander
in rovina anche voi".
"Raccontami ancora qualcosa del cavallo" chiese allora il conte.
"Il cavallo un prode animale" continu il carpentiere "che cerca di
aiutare la donna; per questo il mago gli ha preparato un pericoloso
infuso di sonnifero, che scioglie in piccole quantit nell'acqua della
fontana. Se il cavallo lo bevesse l'anima della signora cadrebbe
completamente nelle mani del mago; l'animale per lo sa e da allora
non ha pi bevuto. Certo che non potr sopportare ancora a lungo la
sete." Udito questo racconto il conte si precipit a riempire un
secchio d'acqua e a portarlo al cavallo che questa volta bevette. Poi
abbracci l'animale dicendogli di resistere fino a che lui non avesse
spezzato l'incantesimo, e il cavallo gli appoggi la testa sulla
spalla.
Quella notte i topi non si fecero sentire e il cavallo non scalpit;
solo l'orso continu a dare strattoni alla sua catena e sembrava pi
arrabbiato che mai. Verso mezzanotte qualcuno buss d'improvviso alla
porta. Era il mago, che subito aggred il conte urlando: "Sei stato
nella stanza proibita!". Il conte neg, e dopo un attimo di
riflessione il mago osserv: "Eppure deve essere accaduto qualcosa.
Dov' il carpentiere?".
"Non lo so" rispose il conte.
Andarono a cercarlo nella capanna di legno dove solitamente dormiva ma
non lo trovarono.
"Ha detto qualcosa?" chiese il mago.
"S" rispose il conte "ha detto che ora era stato liberato."
"Ecco cos'era, dunque!" grid il mago tutto eccitato e tempest di
domande il conte che gli raccont come aveva bruciato le schegge di
legno. Allora il mago si arrabbi: "Stai attento, perch se mi giochi
un altro di questi scherzi, ti faccio perdere l'udito e la vista". Poi
diede un'occhiata al cavallo e all'orso e bestemmiando usc.
Il giorno successivo il mago ripart, affid nuovamente al conte le
chiavi e di nuovo gli proib con terribili minacce di entrare nella
stanza che veniva aperta dalla chiave quadrangolare; gli ricord anche
che in casa non poteva mai ardere una luce.
Rimasto solo il conte port al cavallo dell'acqua poi cominci a
riflettere cercando un modo per sottrarre il cavallo e l'anima della
moglie al potere dei maghi. Frug nella stanza dove era stipata la
biancheria e dove la donna aveva lavorato per mesi, e trov molte
candele. Poi si mise a leggere i misteriosi libri del mago, senza
capire nulla del contenuto; solo una frase gli si impresse nella
memoria: "I sassi rompono gli incantesimi". Quando sbirci dal buco
della serratura nella stanza proibita vide che uno dei gusci d'uovo
era schiacciato. Solo il mago poteva averlo fatto, ma qual era il
significato?
Alcuni giorni dopo, mentre stava portando la solita acqua al cavallo,
gli venne d'un tratto in mente che i gusci d'uovo potevano
rappresentare i tre prigionieri del mago: il carpentiere, il cavallo,
l'orso. Ora che il carpentiere era stato liberato un guscio era stato
schiacciato. Ma che cosa sarebbe successo se avesse schiacciato anche
gli altri due gusci?
Il conte torn nuovamente nella stanza dove c'erano biancheria e
candele e si ferm a lungo, guardando fuori della finestra. Cominciava
a calare la notte, l'aria della sera era limpida, il bosco era buio e
silenzioso, e la luna brillava alta in cielo. Improvvisamente il conte
ricord il divieto di accendere una luce in casa, e decise di entrare
nella stanza proibita con una candela in mano.
Il conte si guard attorno; vi era odore di marcio. Oltre ai gusci
d'uovo e al sacco riempito a met, sul tavolo c'erano due specchi: uno
piccolo e nero, l'altro pi grosso e verde. Il conte schiacci i gusci
d'uovo rimasti, la casa ebbe un tremito e il conte ud la voce di sua
moglie che lo chiamava. Corse in cortile, e vide solo il cavallo; ma
la voce continu: "La mia anima ora libera, ma ancora senza corpo
e quindi invisibile. Stai bene attento a quello che ti dico: torna
nella stanza proibita, prendi la spada, il sacco e i due specchi e
ritorna immediatamente perch dobbiamo scappare: l'orso infatti ha
spezzato la sua catena e in un minuto sar libero".
Il conte si precipit in casa, mentre la voce della moglie gli gridava
dietro: "Non lasciarti fermare da niente e da nessuno!". Afferr il
sacco, vi mise i due specchi e corse fuori della stanza, dove si trov
davanti una donna molto brutta, che si tolse una serpe di bocca
urlando e piangendo; costei assomigliava alla "bayla" e gli sbarr la
strada, come per parlargli, ma lui pass oltre. Mentre scendeva i
gradini la scala si incendi, il conte tuttavia riusc a fuggire e
sal sul cavallo, dove l'attendeva l'anima della moglie.
Galopparono attraverso il bosco oscuro, dove la luce lunare penetrava
soltanto a tratti. Ben presto si accorsero di essere inseguiti; alla
prima radura il conte, voltandosi a guardare, pot riconoscere il mago
che si avvicinava in groppa all'orso, che correva pi veloce del
cavallo. L'anima disse allora: "Il sacco pieno di noci: prendine una
e gettala dietro al cavallo". Il conte ubbid e dove cadde la noce si
apr un grosso fossato. Gli inseguitori, ostacolati dalle noci,
rimasero a poco a poco indietro ma all'alba, dopo aver corso tutta la
notte, il cavallo doveva riposare, le noci erano finite e loro si
trovavano ancora nel bosco. Decisero di nascondersi tra la vegetazione
e l rimasero per tutto il giorno. Solo verso sera ripresero la fuga e
dopo un breve tratto ebbero la sensazione di esser nuovamente
inseguiti.
Dopo aver attraversato una valle solitaria udirono di nuovo i passi
dell'orso. Allora l'anima disse: "Ora getta lo specchio pi piccolo".
Il conte ubbid, la terra si apr e si form un lago lungo e sottile.
L'orso lo attravers a nuoto, e dopo un po' li raggiunse di nuovo cos
il conte fu costretto a buttare lo specchio grosso.
"Questa la nostra ultima speranza" disse la donna "se non funziona
non so proprio pi cosa fare."
Il conte gett via anche il sacco tenendosi solo la spada. Lo specchio
aveva formato un lago grande e profondo, che rallent molto la corsa
degli inseguitori ma verso mezzanotte udirono avvicinarsi l'orso.
Raggiunto "Plan da Lus", un prato pianeggiante, nel mezzo del quale
v'era un'enorme roccia, il conte disse: "Ci fermiamo qui; questo il
posto adatto per combattere".
Quando gli inseguitori li raggiunsero, cominci una battaglia
terribile. Il conte brand la spada e sferr colpi violenti contro il
mago, mentre l'orso inseguiva il cavallo. Ma costui era invulnerabile,
allora il conte gett la spada e cerc di strozzarlo. Ma non c'era
nulla da fare. D'improvviso l'uomo sembr in vantaggio, ma il mago si
difendeva con una forza terribile; il conte lo teneva fermo con la
mano sinistra, stringendogli il collo, ma non riusciva a vincerlo.
D'un tratto lanci uno sguardo verso il cavallo, che correva attorno
alla roccia, mentre l'orso gli era ormai molto vicino. Si spavent e
il mago, avendolo notato, sogghign malignamente. Allora il conte
preso dalla disperazione cominci a dare dei sonori pugni sul viso del
mago, ma sembrava che questi avesse punte di ferro sul viso: le sue
mani erano inondate di sangue e il mago rideva terribilmente.
Senza sapere cosa fare il signore della Val Pusteria si ricord la
frase letta sui libri: "I sassi rompono gli incantesimi"! Afferr un
sasso e con questo colp lo stregone uccidendolo. Poi raccolse la
spada, balz sull'orso che aveva raggiunto il cavallo, che lanciava
nitriti disperati, e lo trapass da parte a parte. L'animale si
inalber e poi cadde a terra morto.
All'improvviso il conte si ritrov solo nella rada. Poi, nella fioca
luce lunare, vide comparire da dietro una roccia sua moglie, vestita
di bianco. L'incantesimo era stato spezzato.
Due giorni dopo la coppia giunse alla torre, sulle rocce di Andraz. Il
signore voleva far gettare la "bayla" in un dirupo, ma la contessa non
lo permise, e la mand ad abitare su un'alta roccia appuntita, che si
trovava sopra la loro dimora. Quella roccia da allora ha preso il nome
di "Sas de stria", e ancora oggi la vecchia strega abita l.
Il conte e la contessa invece abbandonarono la torre e tornarono ad
abitare in Val Pusteria.


29. Il bosco nelle leggende rumene.
(Romania).

I motivi leggendari rumeni non mancano di particolari curiosi. In una
storia, dall'antefatto comune a tante altre, come quella di Hansel e
Gretel, un fratello e una sorella vengono pi volte abbandonati nel
bosco da una matrigna e nonostante lo stratagemma della cenere lungo
il percorso, rimangono nel bosco per tre giorni e tre notti. A un
certo punto i due incontrano un drago che si allea o si sposa con la
sorella del ragazzo; in seguito a questa curiosa unione il drago e la
ragazza "trovano che il fratello di lei di troppo" e decidono di
sopprimerlo. Il ragazzo, salvatosi grazie all'aiuto di una volpe, di
un lupo e di un orso, uccide il drago e punisce la sorella.
La storia di Bussuioc e Siminoc invece una specie di versione del
principe e il povero (un servo). I due entrano nel bosco per gioco e
ne rimangono affascinati: "Quando videro la bellezza dei boschi
rimasero a bocca aperta. Non avevano visto simili meraviglie da quando
erano al mondo. Quando il vento soffiava e le foglie frusciavano
sembrava di sentire il vestito di seta di una principessa sfiorare
l'erba del prato...". I ragazzi si sdraiano sotto un albero a
contemplare quell'atmosfera di sogno. Ma il ritorno alla realt
molto duro. Bussuioc scompare durante una battuta di caccia. Siminoc,
geloso perch pensa che sia fuggito con la fanciulla del bosco, va a
cercarlo e quando trova l'amico morto in fondo a un pozzo, muore di
crepacuore. Alla fine i ragazzi si trasformano in due stelle.
Tugulea un povero ragazzo disgraziato senza gambe che un giorno
chiede ai fratelli di portarlo a caccia nel bosco con loro e si
dimostra sorprendentemente abile nel colpire le prede. I ragazzi
continuano a cacciare nella boscaglia per tre giorni e l'ultima notte
Tugulea fa un sogno in cui supplica una fata di farlo guarire.
All'insaputa dei fratelli egli acquisisce dei poteri magici e parte
alla ricerca delle sue vene rubategli da un drago. Dopo una serie di
vicissitudini Tugulea uccide il drago, guarisce e sposa una
principessa.
Vi poi il motivo ricorrente del padre che vuole che i figli veglino
la sua tomba dopo la sua morte. I primi due riescono a scacciare lo
spirito della notte, il terzo invece lotta contro di lui tutta la
notte e al mattino, quando il gallo canta, si ritrova in un bosco e si
smarrisce. Dopo varie peripezie egli riesce a sconfiggere sette draghi
e a liberare la solita principessa.
Nelle leggende rumene compaiono spesso le tre vecchie divinit del
destino, simili alle Moire greche; queste vecchie appaiono quando
nasce un figlio da un'anziana coppia e gli predicono avversit e
fortuna. Il ragazzo, grazie all'aiuto di un libro magico, riesce a
superare varie disavventure e a ritrovare la via dopo essersi smarrito
in un bosco.
In un'altra leggenda ricorre il motivo della freccia del destino. I
figli di un re tirano dall'alto di una torre una freccia; nel punto in
cui cadr si compir la sorte di ognuno di loro. Il terzogenito
colpisce un albero in un bosco lontano; dopo una lunga ricerca lo
trova grazie all'aiuto della regina delle Fate, che egli poi sposer.
Ancora il destino protagonista nella leggenda della giovane figlia
di un re alla quale viene predetto che sposer un principe tramutato
in porco. Dopo il matrimonio per il principe porco scompare. La
ragazza lo cerca disperatamente, e chiede aiuto alla madre del vento
la quale le dice che il marito si trova in un bosco grande e fitto
dove l'ascia non ancora arrivata, e che si costruito una specie di
capanna fatta di arbusti e rami intrecciati. La fanciulla entra allora
nel bosco e cammina fra gli arbusti fitti fitti per tre giorni e tre
notti, senza riuscire a trovare l'amato. Per un giorno e una notte
rimane sdraiata sul terreno erboso a riposare, senza mangiare e bere
nulla. Finalmente quando gli tornano le forze, riprende a camminare, e
scorge una specie di capanna, uguale a quella che le aveva descritto
la madre del vento.

Tracce indicative del vampiro rumeno si trovano in alcune storie che
parlano dello "strigoi", un fantomatico personaggio che si dice
compaia spesso avvolto da una specie di nebbia, punteggiata di luci.
D'altra parte il famoso Dracula di Bram Stoker presenta diverse
analogie con questa figura leggendaria, e la scelta della Transilvania
come sfondo ambientale non casuale: nella regione di Bistrita viveva
infatti una antica famiglia chiamata Szeckler ma soprannominata
"Ordog", equivalente ungherese della parola "Dracul", che in rumeno
significa "diavolo". Gli abitanti di questa regione, nel famoso
romanzo, pronunciano infatti la parola "ordog", quando il protagonista
Jonathan Harker viaggia in carrozza verso il Borgo Pass.
Queste ipotesi trovano una conferma nell'opera "Il ramo d'oro", in cui
lo studioso James Frazer fa notare che fra le popolazioni rumene della
Transilvania esisteva una vasta documentazione sui vampiri, e osserva
tra l'altro che l'aglio, il noto antidoto, era un rimedio naturale
tipico di queste zone, e che il modo stesso di uccidere il vampiro
(mediante decapitazione, o trafiggendogli il cuore con un cuneo)
descritto nel romanzo di Stoker, trova puntuale riscontro nelle varie
credenze del folclore rumeno e dell'Est europeo. Anche la metamorfosi
in pipistrello (oltre che in lupo) pu essere collegata al vampirismo
di un certo folclore transilvano.
Sui "vampiri letterari" inutile dilungarsi: da Emily Gerard, a
Charles Nodier, a Polidori, alla celebre Carmilla di Le Fanu fino ad
altri autori famosi come lo stesso Maupassant. Letteratura e cinema
hanno sfruttato a fondo questo filone, ma il materiale documentario
spesso irreperibile e di difficile consultazione. D'altra parte la
stessa collocazione del vampiro tra le creature caratteristiche del
bosco risulta dubbia: spesso egli infatti il signore di un castello
situato in cima a una montagna. Il bosco comunque quasi sempre
presente, almeno come sfondo alla vicenda.
Le leggende pi antiche sono ricche di esempi di vampirismo: in
Mesopotamia e in Egitto erano i morti, che succhiando il sangue
potevano tornare in vita; in Per gli adoratori del demonio
succhiavano il sangue ai bambini addormentati; un vampiro indiano,
Baital, venne trovato appeso a un albero come un pipistrello; le
stesse Cicladi, le famose isole greche, "abbondavano" di vampiri.
La Transilvania in ogni caso, non smentisce la sua fama di terra di
vampiri: all'inizio del secolo scorso i casi segnalati furono numerosi
specialmente nel nord, nella zona del famoso romanzo di Stoker. Una
supposizione attendibile che i mongoli del Tibet, che credevano nel
dio pipistrello e nei vampiri, siano emigrati anche in Transilvania.
Tali credenze sono particolarmente vive fra gli Sz幧ely della
Transilvania che si proclamano discendenti degli unni; secondo la
leggenda lo stesso Attila mor in seguito al morso di un pipistrello.
Lo "strigoi" femmina pare che sia pi terribile del maschio: uno
spirito che pu apparire anche con sembianze di lupo, corvo o altro
animale; dorme durante il giorno e di notte si incontra con altri
spiriti maligni o creature del male. Le "strigoiche" succhiano il
sangue dei bambini, rovinano i matrimoni, danneggiano i raccolti e
sono portatrici di disgrazie.
Per completare questa breve esposizione occorre almeno accennare ad
altre creature fantastiche come lo "sburator", un bell'uomo che entra
nella case attraverso le finestre, come Dracula, per baciare le donne
che il giorno dopo si sentono inquiete e turbate. Lo "zmeu" rapisce
invece i figli dei potenti, ha una specie di coda pelosa e come lo
"sburator" vola di notte; il "vircolac" associabile al lupo mannaro:
gli si attribuiscono anche poteri di controllo sulle fasi lunari. La
figura del "pricolici", infine, pi vicina a quella del vampiro
tradizionale: si tratta di un morto vivente che esce di notte dalla
tomba sotto forma di uomo, di lupo o di cane; questo spiegherebbe
anche il raggelante ululare dei lupi come segnale della presenza dei
vampiri.

Capitolo quarto.
Il BOSCO PRIMORDIALE.

L'impatto dell'uomo con la natura primitiva del bosco viene
metaforicamente rappresentato nell'incontro con una figura altrettanto
selvatica, allo stato brado.
L'uomo "selvaggio" del bosco non appartiene pi alla sfera delle
divinit (maggiori o minori che siano), ma viene considerato un essere
umano allo stato primordiale, contrapposto all'uomo civilizzato, ormai
divenuto agricoltore. Questo strano personaggio viene generalmente
descritto come un essere saggio, introdotto ai molti misteri del
bosco; non n pastore n contadino, ma cacciatore. Pu essere molto
forte e incutere paura, anche se spesso semplicemente goffo; pur
essendo a volte pericoloso non dispone mai di poteri numinosi.
La contaminazione di questo personaggio - forse un ricordo remoto di
stirpi primitive - con figure della bassa mitologia ne rende difficile
l'esatta collocazione nell'ambito della cultura popolare. La credenza
nella sua esistenza comunque diffusa, e se ne trovano descrizioni
molto caratteristiche, mancanti per di elaborazioni fantastiche,
forse perch appunto l'uomo selvaggio non viene considerato
espressione di un mondo immaginario, ma appartenente a una esperienza
creduta vera.
1. L'uomo nel bosco selvaggio.
(Inghilterra).

Un giorno Tom, Dick e Jack andavano alla fiera. La strada attraversava
un bosco dove viveva un uomo che aveva una cattiva fama e di cui
nessuno riusciva a liberarsi. Egli era solito rivolgere ai viandanti
che passavano nel bosco una serie di domande e si dice che, se non
sapevano rispondere, non tornavano pi alle loro case.
I tre ragazzi sapevano che nel bosco viveva l'uomo malvagio ma erano
coraggiosi e decisero di passarci lo stesso. Tom disse: "Io sono il
maggiore, andr per primo". Dopo qualche tempo usc dal bosco e
raccont ai compagni quel che gli era successo: "L'uomo nel bosco
selvaggio mi ha chiesto: "Quante more crescono nel mare?". Io ho
risposto bene, come pensavo fosse giusto: "Tante quante le aringhe
rosse che vivono nel bosco". E cos ha dovuto lasciarmi andare".
Allora Dick disse: "Adesso tocca a me" e si avvi verso il bosco. I
suoi compagni rimasero ad aspettarlo e dopo qualche tempo Dick torn
dicendo: "L'uomo nel bosco mi ha chiesto come mai la sua gallina
sapesse nuotare e il suo maiale volare. Io ho risposto svelto, nel
modo migliore: "Perch sono nati nel nido del cuculo". E cos ha
dovuto lasciarmi andare".
Fu la volta del piccolo Jack, i compagni lo aspettarono al limitare
del bosco quando all'improvviso si lev una grande fumata e il piccolo
Jack ritorn dicendo: "L'uomo nel bosco selvaggio mi ha chiesto quanti
sono i grani di sabbia nel mare e io li ho ben contati. Egli mi ha
chiesto: "Non uno di pi?". Io furbamente ho risposto: "Vai e contali
tu!"".
Cos l'uomo malvagio che viveva nel bosco dovette andarsene lontano e
Tom, Dick e il piccolo Jack poterono tranquillamente andare alla
fiera.


2. La troll nel bosco.
(Scandinavia).

Un giorno un boscaiolo stava abbattendo alberi con due suoi compagni a
Hurdal. Avevano appena rovesciato un tronco pesante quando
all'improvviso dei gomitoli rotolarono ai loro piedi. Meravigliati,
gli uomini si chiesero che cosa mai significasse. Quando il primo di
loro sollev lo sguardo per vedere da dove erano caduti, vide in cima
all'altura una giovane donna, la cui bellezza era cos accecante che
il boscaiolo dovette chiudere gli occhi.
"Non mi vuoi riportare uno dei gomitoli?" gli chiese la donna. Il
boscaiolo le si avvicin e si accorse che era ancora pi bella di quel
che sembrava. Se non avesse dovuto terminare il lavoro sarebbe
certamente rimasto a contemplarla. Torn invece ad abbattere tronchi,
e quando, qualche istante dopo, volse nuovamente lo sguardo alla
montagna, la donna era sparita.
Il boscaiolo aveva sentito parlare spesso di Huldren e Troll e sapeva
bene cosa succedeva a coloro che davano troppa confidenza a questi
esseri. Durante la notte si coric perci in mezzo ai suoi due
compagni per sentirsi al sicuro, e decise di non pensare pi alla
troll. Ma tutto ci non serv a nulla, perch la donna lo rap e lo
trasport in volo all'interno di una montagna, in un posto lussuoso e
confortevole.
Per tre giorni e tre notti il boscaiolo rimase prigioniero nella
montagna; il mattino del quarto giorno si risvegli, tutto turbato,
nel suo solito giaciglio del bosco.
"Che tu sia tornato una bella cosa" gli dissero i suoi compagni "ma
ci hai portato sufficienti provvigioni da casa?"
"Certo" rispose il boscaiolo "vi ho portato dei buonissimi tritelli."
Alcuni giorni dopo, mentre stava inserendo un cuneo in un tronco per
poterlo fendere in lunghezza, una affascinante donna gli port un
piatto di tritelli, che avevano un aspetto molto invitante e fumavano
belli caldi. "Mangia" gli disse la donna, sedendosi sul tronco.
Proprio allora il boscaiolo si accorse della lunga coda che le
penzolava nella fenditura del tronco. Senza neppure toccare il piatto,
estrasse il cuneo dalla fenditura, cos che questa si richiuse
imprigionando la coda della donna. L'uomo cominci poi a pregare ad
alta voce, e la troll, urlando e bestemmiando, Inizi a tirare la sua
coda, e infine la strapp e vol via.
Da quel giorno il nostro boscaiolo divenne alquanto strano e cominci
a trascurare il lavoro; non aveva il coraggio di recarsi nel bosco,
rischiando di incontrare la troll.
Dopo quattro anni, tuttavia, spinto dalla necessita di lavorare, torn
nel bosco. Mentre si dirigeva nel luogo stabilito, si trov
all'improvviso, senza sapere come, davanti a una casa in cui abitava
una vecchia cos brutta che al nostro boscaiolo vennero i brividi. Tra
i ceppi d'albero giocava un bambino di quattro anni, arruffato e
squamoso.
La vecchia prese dalla casa un boccale d'acqua e lo porse al bimbo con
queste parole: "Su monello, vai da tuo padre e portagliene un sorso".
Il boscaiolo, a quelle parole, cominci a tremare e fugg terrorizzato
verso il paese. Da quel giorno, nonostante le insistenze dei compagni,
non volle mai pi mettere piede nel bosco.



3. Le crudeli donne del bosco.
(Austria).

Le donne dei boschi non sono sempre innocue e timide. Si racconta
infatti che tre di esse, che abitavano in una caverna sopra Sluderno,
fossero particolarmente selvagge e crudeli. Un folto bosco le separava
dal paese pi vicino e non avevano perci contatti frequenti con gli
uomini. Si cibavano di erbe, ma anche di carne umana.
Se incontravano un uomo, il pi delle volte lo rincorrevano e lo
portavano prigioniero nella loro dimora, dove veniva legato e
costretto a lavorare. Se era diligente e capace, lo nutrivano finch
diventava bello grasso; ma se era pigro e non troppo abile, gli
tagliavano subito la testa sul ceppo di un albero. Per questo tutti le
fuggivano e si guardavano bene dal passare nelle vicinanze della loro
grotta.
Solo una volta un contadino, che ebbe il coraggio di avvicinarsi a
loro, riusc a farne ritorno illeso. Quando giunse nei pressi della
caverna le tre donne gli si precipitarono addosso, ma anzich
trascinarlo nella loro dimora, gli diedero una cintura e gli
ordinarono di indossarla.
Il contadino era un furbacchione e fece finta di assentire, ma
allontanatosi quanto bastava perch le donne non riuscissero pi a
vederlo, leg la cintura attorno al tronco di un albero, e l'albero si
spezz. Compiaciuto per la propria furbizia il contadino fece ritorno
a casa dove trov la sua serva molto ammalata. Non aveva toccato n
cibo, n bevande e giaceva come morta. Ma non appena lo vide. salt su
dal letto e si mise a correre verso il bosco senza fermarsi. Il
contadino la rincorse e la vide andare dritta alla caverna delle donne
selvagge; era infatti una di loro. Non appena questa raggiunse le sue
sorelle, che l'aspettavano davanti alla grotta, sparirono tutte e tre
e nessuno le vide mai pi.


4. Il cacciatore del bosco caccia la gente del muschio.
(Germania).

Nella landa deserta, nei pi bui recessi del bosco, nelle gallerie e
nel cunicoli sotterranei, vivono piccoli uomini e donne, ricoperti di
muschio.
La loro esistenza talmente nota che in vendita si possono trovare
statuette che riproducono le loro sembianze. Questo piccolo popolo
per perseguitato dal cacciatore selvaggio, che si aggira in quei
luoghi. Spesso si odono gli abitanti di quelle parti dirsi l'un
l'altro: "Recentemente il cacciatore selvaggio passato di qui,
perch si sentiva un gran baccano!".
Una volta un contadino di Arntschgereute, nei pressi di Saalfeld, era
andato sui monti a far legna proprio mentre il cacciatore selvaggio
era occupato nella sua caccia invisibile, di cui si udiva solo il
rumore e il latrare dei cani. Il contadino pens di aiutare anche lui
a cacciare e incominci a emettere il grido di caccia. Terminato il
suo lavoro torn poi a casa. Il mattino successivo di buon'ora, quando
usc per andare nella stalla, trov appeso alla porta, quale bottino
di caccia, un quarto di una donnetta del muschio. Spaventato il
contadino corse a Wirbach dal nobiluomo di Watzdorf e gli raccont la
vicenda. Costui lo consigli di non toccare la carne, altrimenti il
cacciatore lo avrebbe perseguitato, ma di lasciarla appesa dov'era. Il
contadino segu il consiglio; la cacciagione allora spar cos com'era
venuta e lui non sub persecuzione alcuna.


5. La piccola donna del muschio.
(Germania).

Intorno all'anno 1635 un contadino della zona di Saalfeld di nome Hans
Krepel stava tagliando legna nella landa, quando una piccola donna del
muschio gli si avvicin e gli disse: "Padre, quando avrete finito,
nell'abbattere l'ultimo albero fategli tre croci sul tronco; vi sar
di aiuto". Detto ci scomparve. Il contadino, che era un tipo
piuttosto rozzo, non si cur di quella specie di fantasma e la sera
torn a casa senza aver inciso le tre croci.
Il giorno seguente alla stessa ora torn nel bosco per continuare il
suo lavoro. Nuovamente incontr la donna del muschio che gli disse:
"Perch ieri non avete inciso le tre croci? Avrebbero aiutato voi e
me. Il cacciatore selvaggio ci d infatti la caccia senza sosta, tutto
il giorno e tutta la notte, e ci uccide miseramente; possiamo avere
tregua solo se abbiamo la fortuna di sederci su tronchi sui quali
siano incise le tre croci, perch l non pu catturarci e perci siamo
al sicuro". Il contadino replic: "Se le croci devono servire solo per
fare piacere a te, io non le incido". A queste parole allora la
piccola donna del muschio aggred il contadino, e lo colp con una
tale forza che lui, anche se era di costituzione robusta, si ammal.
Da allora, fatto tesoro della lezione ricevuta, non tralasci mai pi
di incidere le croci sui tronchi degli alberi abbattuti, evitando cos
di suscitare l'ira della piccola donna del muschio.




6. Zeitelmoos.
(Germania).

Sul Fichtelberg, tra Wunsiedel e Weissenstadt, si estende un folto
bosco, chiamato Zeitelmoos e nei suoi pressi si trova un grande
stagno. In questa regione abitano molti nani e spiriti della montagna.
Una volta un uomo, mentre cavalcava a tarda ora attraverso il bosco,
vide due fanciulli seduti l'uno vicino all'altro. Il cavaliere si
ferm, li consigli di tornare subito a casa e non indugiare pi a
lungo. Per tutta risposta i due scoppiarono in una fragorosa risata.
L'uomo continu per la sua strada ma dopo aver cavalcato per un buon
tratto, si ritrov davanti gli stessi fanciulli, che lo fissavano,
ridacchiando fra loro.


7. A proposito del salvan.
(Dolomiti).

Tutti gli anni il salvan (Questo "salvan" (che il de Rossi, nella
versione ladina, chiama del resto in modo pi appropriato "Om da l
bosk") si distingue notevolmente dai "Salvangs", che sono pluttosto
paragonabill ai "Norggelen" della tradizione tirolese) passava in
autunno dalla famiglia Coz a Tamion per prendersi un regalo. Era tutto
coperto di peli, nero, aveva una barba lunga fino alle ginocchia,
portava giacca e pantaloni di corteccia di speronella e al posto dei
bottoni aveva pigne d'abete rosso. Aveva un mantello di barba d'albero
e i suoi calzini erano intessuti con piante rampicanti; portava un
cappello a larghe tese, fatto d'erbe e ornato con pigne e rami.
Insomma aveva proprio un aspetto selvaggio.
Di solito entrava in casa a ora di cena e chiedeva: "Buon appetito,
avete avuto una buona annata?". Se il padrone di casa Coz rispondeva:
"Be', non male" allora il salvan diceva: "Allora mangiate pure bene e
molto!".
Se invece la risposta era negativa allora il salvan diceva: "Allora
dovete mangiar male e adagio".
Poi prendeva il suo regalo e se ne tornava nel bosco.


8. La donna selvatica del bosco della Val Pusteria.
(Tirolo).

Le montagne sulle cui cime corre il confine dei circondari di Oberwelz
e Oberzeiring, sono abitate da giovani donne selvatiche. Queste
vergini spettrali vivono nelle profonde gole boscose che si aprono ai
piedi dei picchi rocciosi, dove si riversano le sorgenti montane e
crescono i lamponi. L le vergini siedono in cerchio sui massi
rocciosi, pettinandosi l'un l'altra con un pettine d'arcobaleno i
lunghissimi capelli dorati, e cantando in modo meraviglioso. Sono
molto timide e quindi raro che un uomo riesca a vederle, ma
nonostante ci sono ben disposte nei confronti degli uomini, e in
particolare dei poveri e degli oppressi.

C'era una volta un servo poverissimo che possedeva un'unica camicia e
non poteva mai farla lavare per non rimanere senza. Col tempo la
camicia si era intrisa di sporco e di pece, ed era diventata dura e
rigida come fosse di latta. Un giorno il servo doveva arare ai margini
del bosco; il sole era caldissimo e lui sudava molto. Prima di andare
a mangiare si tolse la camicia intrisa di sudore e la mise ad
asciugare su uno steccato. Quando il servo ritorn al suo aratro, vi
trov stesa sopra la camicia bianca come la neve e l vicino una
pagnotta di pane bianco. Le donne del bosco avevano lavato la camicia
del servo e gli avevano regalato la pagnotta.

Quando i ragazzi e le ragazze di quella zona sentono qualcuno suonare
lieto lo scacciapensieri o la cetra, pensano subito alle giovani
selvatiche che vivono nella gola boscosa vicino alla cascata, dietro
ai cespugli di lampone. E quando vanno lass a coglierli, rimangono
incantati ad ammirare la bellezza di quei luoghi. Ogni sasso, ogni
cuscino di muschio, ogni fiore e ogni filo d'erba, molto caro alle
donne selvatiche.


9. La contadina selvaggia.
(Tirolo).

Molto tempo fa una contadina di Anteriva prestava servizio alla malga
di Pemner per tutta l'estate. Un bel giorno giunse alla malga un uomo
selvaggio, che chiese alla contadina del latte e il permesso di
scaldarsi accanto al focolare. La malgara fu molto ospitale e il
selvaggio, confortato da una parola umana, cominci ad andarla a
trovare sempre pi spesso.
Col passare del tempo anche la ragazza fin con l'affezionarsi
all'uomo, che tutte le estati la andava a trovare alla malga. Da
questa frequentazione nacque infine una bambina, forte e pelosa come
un orsetto; era bella e aggraziata nel fisico, ma selvatica e
intrattabile di carattere.
Quando costei fu in et da marito and in sposa al mugnaio del paese
e, da contadina selvaggia che era, divenne una donna brava e
laboriosa. Per tutta la vita rimase per di carattere schivo e
conserv l'abitudine di recarsi spesso nel bosco, dove si sentiva
chiamata dal sangue dei suoi avi.


10. Esseri selvaggi nel bosco.

Riguardo alla credenza nel popolo misterioso e leggendario dei boschi,
necessario dire ch'essa dur a lungo nei siti ove si trovarono
boschi foltissimi ed estesi; ma ne rinvenni solo traccia nella
credenza negli uomini selvaggi, sulle Alpi del versante italiano, ove
sventuratamente furono distrutti tanti boschi, e sparirono insieme ad
essi le loro divinit; come pure nessuna leggenda che lo riguardi
venne trovata dagli amici gentilissimi che per me raccolsero notizie
nelle Valli di Susa, di Varaita, di Challant, nella Valle Anzasca,
nella Vallemaggia, nella Valsesia e nel Canton Ticino.
Nelle regioni ove si rinvengono ancora bizzarre leggende intorno ai
fantastici abitanti delle foreste, mi pare che in prima linea vadano
notate quelle che dicono delle fanciulle del legno o del musco, che
cambiano nome dalla Scandinavia fino a certi versanti delle Alpi
italiane. Molte di esse, come il Robin Hood di certe leggende inglesi,
sono vestite di verde, secondo la credenza che anche popolare sui
monti dell'Harz e sulle regioni alpine che pi si avvicinano alla
Baviera. Quando sono sugli alberi non possibile distinguerle dal
musco che ricopre tronchi e rami; spesso la loro vita legata a
quella degli alberi delle foreste, ed ognuno di questi ha la sua
fanciulla o la sua donna selvaggia, che deve morire al pari delle
Waldmutter alpine, se l'uomo abbatte il loro amico.
Secondo altre leggende le fanciulle del musco ed i Nani dei boschi
sono liberi affatto, vivono per sugli alberi o stanno nelle case di
musco; cullano i loro bimbi nei nidi anche di musco o raccolgono le
verdi foglie che mutano facilmente in oro. Spesso le fanciulle del
musco filano, formando la specie pi fina di musco che si attacchi
agli alberi, o regalano a persone care dei gomitoli di quel filo
verde; e mi sembra che nelle leggende questo popolo misterioso di
fanciulle e di donne selvagge abbia pure qualche somiglianza colle
Fate, specialmente nel costume di filare, ed in quello di riunirsi di
notte nei siti coperti di musco, ove ballano mentre i raggi di luna
passano tra lo scuro fogliame dei larici e dei faggi.

Nel popolo cortese delle fanciulle dei boschi, ed in certi Nani verdi
o grigi al pari degli Elfi, possono gli alpigiani di certe regioni
tedesche, trovare, secondo la credenza popolare, un valido aiuto nelle
faccende domestiche, ed essi come i "Servants" delle Alpi di Vaud ed i
"Lutins" delle montagne di Francia lavorano attentamente, rimanendo
per invisibili sui pascoli vicino al gregge e nelle case.
Ma se odono pronunziare il loro nome, o se mostrasi d'indovinare
ch'essi sono presenti, tornano rapidamente nelle loro dimore sulle
rupi o nei boschi. Si ritiene che sia una grande ventura per una
famiglia avere a suo servizio uno di quegli esseri benefici, e le
leggende dicono che nel sito ove si trovano, pi fertili diventano i
pascoli, e pi facilmente girano le ruote dei molini.
Il popolo selvaggio formato dalle donne e dagli uomini dei boschi ha
aspetto spaventevole e forme gigantesche, anche sulle Alpi. In
parecchi villaggi del Tirolo le donne selvagge sono chiamate "Fangge"
(al singolare "Fangga"). Di altissima statura hanno il corpo peloso
come le scimmie, e mentre la fantasia popolare si compiaciuta nel
dare tanta bellezza di forma alle Fate ridenti ed a certe fanciulle
dei boschi, par che abbia voluto, rispetto alle Fanggen, dar prova
della sua potenza nell'immaginare anche il brutto. Cos il loro viso
contorto e feroce, esse hanno la bocca che apresi da un'orecchia
all'altra, ed i loro capelli simili ad una specie di lichene, "Lichen
barbatus L.", scendono disciolti ed arruffati sulle loro spalle. Esse
hanno voce spiacevole, priva d'ogni dolcezza, mandano scintille dagli
occhi e sono vestite con pelli di gatti selvaggi. Vivono in societ
nei boschi, e molte di esse hanno a quanto pare nomi speciali.
Quando il vento sibila con violenza, i tirolesi dicono che il gigante
dei boschi chiama le Fanggen disperse.

Fra il popolo selvaggio dei boschi hanno pure molta importanza i
piccoli Nani del musco, i Nani delle folte selve, ed i Giganti
selvaggi, chiamati con diversi nomi in molte regioni alpine, e detti
nel Tirolo "Belmon", "Salvadegh", "Salvanel". Costoro, secondo la
credenza popolare vivono nei boschi insieme alle Fanggen, ed a tutte
le donne selvagge; ma sembrano miti e buoni ed ammaestrarono gli
alpigiani in molte utili arti.
Anche nel biellese, e nelle Valli di Lanzo e di Aosta si trovano
parecchie leggende sugli uomini selvaggi. Non lungi dal lago della
Vecchia in Val d'Andorno stata notata una piccolissima grotta, ove
secondo la credenza popolare, visse in altri tempi l'uomo selvaggio, e
forse su tutta la catena delle Alpi si crede che questi uomini
leggendarii insegnarono ai pastori l'arte di fare i formaggi, come
usarono i Salvadegh del Tirolo. In questa regione si trova per una
versione assai diversa da molte altre leggende, poich da quanto si
narra non pare che un certo Salvanel insegn volontariamente quanto
sapeva agli alpigiani, ma che avendo essi trovato mezzo di ubbriacarlo
poterono rapirgli i suoi segreti.
La strana credenza nella scienza degli uomini selvaggi, che sono
innanzi alla fantasia popolare esseri soprannaturali, ha forse
relazione con antichissima mitologia nordica e con quella di Roma e di
Atene, che non davano sempre agli uomini il vanto di essere giunti per
forza d'ingegno, e dopo lunghe prove a conoscere le arti pi
elementari dell'agricoltura e della pastorizia; ma li dicevano
ammaestrati dalla mente superiore di divinit diverse o di eroi. Per
trovandosi negli uomini selvaggi delle Alpi pochissima potenza
superiore alle facolt umane, parmi che si possa oltre ad un lontano
ricordo mitologico, veder pure in essi memoria degli antichissimi
abitanti delle Alpi, che dovettero mostrare a nuove popolazioni di
barbari invasori, o di operai andati a sfruttare le ricche miniere,
gli usi pi comuni nelle regioni alpine, per la conservazione dei
formaggi e l'allevamento del bestiame.
Forse il demone Salvan della valle di Genova, leggiero e crudele, il
quale usa mille arti d'inganni verso i miseri mortali, deve essere una
trasformazione del Salvanel o Salvadegh tirolese.
In Fassa, secondo la credenza popolare, gli uomini selvaggi avevano
alta statura, capelli neri lunghissimi ed unghie che sembravano
artigli, all'estremit delle dita lunghe e pelose. Forse a cagione
dell'uso durato fino ai nostri tempi di spaventare i fanciulli,
minacciandoli dell'apparizione di qualche essere pronto a castigarli
ed a portarli via, pure invalsa in certi paesi della Germania e
delle Alpi la credenza che le donne selvaggie ed i giganti dei boschi
possono al pari di altri spiriti malefici rubare i bambini. Di questo
vengono accusati i Salvanel e le Fanggen del Tirolo, e questa credenza
giunge a tale che su certe alte montagne si tengono chiuse le finestre
dalle quali, col mezzo di una scala, potrebbe entrare nelle case il
ladro misterioso.
Nell'istessa regione alpina le mogli dei Salvegu o Salvanel
chiamavansi Bregostane, e questi spiriti dei boschi, al pari dei
centauri e dei giganti, che secondo la credenza degli eschimesi gi
vedemmo dotati della facolt di ritrovare per cinque volte la
giovinezza, sono in parte uomini ed in parte animali.

Gli Elfi neri o grigi vivono anch'essi nei boschi; e mentre il
"Moosleute" o popolo del musco cambia in oro le foglie degli alberi,
gli Elfi raccolgono nei sotterranei oro o argento, ed hanno spesso la
loro abitazione sugli alberi. Il nano Alberico, il quale rappresenta
nell'antica poesia popolare germanica (Alberich il re degli Elfi,
Obeson nella letteratura inglese) un poetico tipo di elfo, visse,
secondo la credenza popolare, per tre anni in un tiglio, che divenne
pure albero sacro; e questa leggenda nota anche nella Scandinavia.
Nelle tracce lasciate dalle credenze dei celti si ritrovano pure con
frequenza le donne selvaggie, chiamate in Francia, nella Franche
Comt, le Dame verdi, e dette nelle vicinanze dei monti del Giura, le
Dame grigie; mentre forse nella coscienza popolare avvenuta una
confusione fra le loro figure fantastiche e quelle delle Fate, che
certe leggende francesi ci dicono anche vestite di grigio. Esse
dimorano sopra una quercia ed al pari di molti spiriti dei boschi
delle leggende della Germania e delle Alpi, hanno potenza di
affascinare gli uomini, che non sanno pi vedere in altre donne
bellezza pari alla loro. Si raccontano pure certe leggende d'amore in
cui hanno parte.
Nella Svizzera e nel Tirolo si crede che gli uomini selvaggi, o genii
delle foreste, abbiano sempre in mano un grosso pino; ed anzi il pino
pur dimora prediletta di quei misteriosi signori, i quali, al pari
della Waldmutter, soffrono e pregano quando i legnaiuoli vogliono
abbattere i loro amici.
Non sempre le donne selvaggie che vedemmo in aspetto spaventevole,
hanno cos triste apparenza innanzi alla fantasia popolare; e si
racconta pure di una pastorella che filava in un bosco di betulle e
vide una donna selvaggia vestita di bianco, con una corona di fiori
sul capo. Costei preg la fanciulla di ballare, e questo ella fece per
tre giorni fino al tramonto del sole, ma cos leggermente che l'erba
non si curvava neppure sotto i suoi piedini. La donna selvaggia per
compensarla le diede molte foglie di betulle che si cambiarono in
monete d'oro.

La credenza cos viva nel Medioevo in tutta la fantastica popolazione
dei boschi, fu causa che in certe feste, le quali erano spesso una
reminiscenza o una trasformazione di antiche feste pagane, che si
celebrarono in onore della primavera, dell'amore e delle vendemmie,
riapparivano gli uomini selvaggi e questo costume dur a lungo. In
Austria essendovi ai tempi dell'imperatore Giuseppe Secondo una grande
tendenza al razionalismo, si proibirono i giuochi in cui essi
figuravano.
Nelle storie francesi si ritrova qualche volta ricordo di queste
strane divinit dei boschi, e specialmente nel "ballets des ardents",
datosi il 29 gennaio 1393, quando Carlo Sesto volle festeggiare la
regina Isabella di Baviera. Ad un nobile normanno venne l'idea di far
figurare nella festa gli uomini selvaggi, ed il re e quattro nobili
vollero rappresentarli. Froissart dice che si fecero "six cottes de
toiles couvertes de lin d幨i en forme et couleur de cheveux; ils
furent vestus de ces cottes qui est bient-faites leur point, et ils
furent dedans consus, et ils montroient estre hommes sauvages, ils
estoient tous charg廥 de poils, depuis le chef jusqu' la plante du
pi".
In Italia nelle feste che vi furono pel matrimonio di Alfonso di
Ferrara con Lucrezia Borgia, si videro danze di uomini armati, ed
anche di uomini selvaggi, che portavano in mano certi corni di
abbondanza, dai quali usciva fuoco: essi figuravano come liberatori di
una fanciulla minacciata da un drago. Anche a Bologna per il
matrimonio di Annibale Bentivoglio con Lucrezia d'Este, apparvero
nelle danze gli uomini selvaggi, che circondavano un uomo il quale
raffigurava in modo ammirevole un leone; e forse anche i poemi
cavallereschi valsero con frequenza a rendere popolari le loro figure,
descrivendole come si us per quella dell'uomo nero selvaggio nel
romanzo bretone di "Yvain et la dame de Br嶰ilien", che serv di
modello al poema cos diffuso del "Chevalier au Lyon". In questo
secolo ancora nella strana processione in uso ogni anno nella citt di
Mons, per celebrare il ricordo della grande vittoria del cavaliere
Gilles de Chin, sopra un drago leggendario, si vedevano apparire gli
uomini selvaggi insieme ai diavoli.







Fonti bibliografiche.

Il bosco sacro

1. "Boschi sulle Faer Oer" (Scandinavia), da: Heinz BARUSKE,
"Skandinavische M跫chen", Frankfurt am Main 1972.
2. "Il bosco sacro dei sennoni" (Germania), da: Jacobus e Wilhelm
GRIMM, "Deutsche Sagen", 1816 prima, Frankfurt am Main 1981.
3. "L'origine dei sassoni" (Germania), da: Jacobus e Wilhelm GRIMM,
"op. cit."
4. "Il bosco di Tontla" (Estonia), da: Friedrich KREUTEWALD,
"Estnische M跫chen", a cura di F. Lwe, Halle 1869.
5. "Il bosco magico" (Inghilterra), da: K. BRIGGS, "Dictionary of
British folk tales", London 1970-1971.
6. "Il bosco di Hurlestone" (Inghilterra), da: K. BRIGGS, "op. cit."
7. "La valle dei folletti" (Inghilterra), da: K. BRIGGS, "op. cit."
8. "La vendetta degli alberi" (Inghilterra), da: K. BRIGGS, "op. cit."
9. "L'albero sacro" (Austria), da: Hans DARNSTADT (a cura di), "Sagen
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10. "I cirmoli di Rudo" (Dolomiti), da: Giovanna ZANGRANDI, "Leggende
delle Dolomiti", Milano 1951.
11. "Il calvario dei pini" (Trentino), da: Gianfranco CASATI,
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12. "L'albero della vita e della morte" (Francia), da: "Le roman du
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13. "Verso il noce di Benevento" (Italia), da: Francesco BULZONI, "Le
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14. "Sotto il noce" (Italia), da: Francesco BULZONI, "op. cit."
15. "La leggenda dell'acero" (Ungheria), da: Eug鋝e BENCZE, "Contes et
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16. "Il cervo meraviglioso" (Lotaringia), da: Angelika MERKELBACHPINCK
(a cura di), "M跫chen aus Lothringen", Munchen 1941.
17. "La vecchia avida" (Russia), da: "Zili-byli", in "Sovetskaja
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18. "La fanciulla dalle mani tagliate" (Francia), da: Paul SBILLOT,
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19. "La figlia dell'albero" (Dolomiti), da: K. F. WOLFF, "Ultimi fiori
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20. "I fiori di Lagor跬" (Dolomiti), da: K. F. WOLFF,
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21. "L'Uomo del Melo" (Inghilterra), da: Michael FOSS, "Folk tales of
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22. "Le Dame verdi della collina dal solo albero" (Inghilterra), da:
Michael FOSS, "op. cit."
23. "L'anima come una farfalla" (Irlanda), da: K. Crossley HOLLAND,
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24. "Le nozze di Merisana" (Dolomiti), da: K F. WOLFF, "I monti
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25. "Rhys e Llywelyn" (Cornovaglia), da: W. J. THOMAS, "The Welsh
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26. "Il monaco e l'uccellino (Germania), da: J. G. Th. GRASSE,
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I numi del bosco.

1. "Thomas il poeta e la regina delle Fate" (Scozia), da: J. F.
CAMPBELL, "Popular tales of the West Highlands", Edinburgh 1860-1862.
2. "Tam Lin" (Scozia), da: J. F. CAMPBELL, "op. cit."
3. "Lady Isabel e il cavaliere elfo" (Inghilterra), da: K. BRIGGS,
"op. cit."
4. "Il ragazzo e le Fate" (Inghilterra), da: K. BRIGGS, "op. cit."
5. "La fata dell'anello" (Inghilterra), da: K BRIGGS, "op. cit."
6. "L'affascinante donna del bosco" (Scandinavia), da: Ebbe SCHON,
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7. "Gli alberi che cantano" (Dolomiti), da: M. MEYER, "Schlern-Sagen
und M跫chen", Innsbruck 1891.
8. "La bella fata del bosco" (Lotaringia), da: Angelika
MERKELBECHPINK, "op. cit."
9. "Libussa" (Boemia), da: J. K A. MUSAUS, "Volksm跫chen der
Deutschen", 1782-1786 prima, Munchen 1976.
10. "Il salvan e la figliastra" (Dolomiti), da: Hugo de ROSSI, "Fiabe
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11. "Il palazzo incantato" (Italia), da: Domenico COMPARETTI,
"Novelline popolari italiane", Firenze 1874 prima, ristampa
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12. "Goldener" (Germania), da: Justinus KERNER, "Dichtungen",
Stuttgart 1841.
13. "Il corno fatato" (Inghilterra), da: Gervasio di TILBURY, "Otia
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14. "La Dama verde" (Inghilterra), da: "Norton Collection folklore 7",
1986.
15. "Cannelora" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op. cit."
16. "I dodici buoi" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op. cit."
17. "Vassilissa la Bella" (Russia), da: Aleksander Nicolaevic
AFANASJEV, "Antiche fiabe russe", 1861, traduzione di Gigliola
Venturi, Torino 1953.
18. "La baba-jaga" (Russia), da: Aleksander Nicolaevic AFANASJEV,
"Fiabe popolari russe", 1861, a cura di M. Fabris, Bologna 1967.
19. "La betulla" (Russia), da: A.V. VOROBJEV (a cura di), "Skazki,
pensni, castuski, prislovja, Leningradskoj oblasti", raccolta da V.
Bachtin, Leminzdat 1982.
20. "La fava fatata" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op. cit."
21. "Ne abbiamo a sufficienza" (Inghilterra), da: Michael FOSS, "op.
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22. "La leggenda del Tibast" (Scandinavia), da: Ebbe SCHON, "op. cit."
23. "La fata del bosco" (Scandinavia), da: Ebbe SCHON, "op. cit."
24. "Il ciocco d'oro" (Francia), da: A. ORAIN, "Contes de l'Ille-et-
Villaine", Paris 1901.
25. "Merlino e la foresta di Broc幨iande" (Francia), da: O. L. AUBERT,
"L嶲endes traditionelles de la Bretagne", Sp憴et 1986.
26. "La leggenda dell'impiccato e dell'impronta della mula" (Francia),
da: Jacques CHEVALIER, "La l嶲ende de la foret", Moulins 1950.
27. "Purzinigele" (Tirolo), da: I.V. ZINGERLE, "Kinder- und
Hausm跫chen aus Tirol", Innsbruck 1852.
28. "Leggende di Contarape" (Boemia), da: J. K. A. MUSAUS, "op. cit."


Il bosco misterioso e minaccioso.

1. "Il bosco mobile" (Germania), da: K. MULLENHOFF, "Sagen, M跫chen
und Lieder der Herzogtumer Schleswig-Holstein u. Lamburg", Schleswig
1971.
2. "Il cane nero di MacPhie" (Scozia), da: CAMERON-CAMPBELL in "The
Scottish Celtic Review", Glasglow 1885.
3. "Il leshij" (Russia), da: "Slavjanskij Folklor Moskovskogo
Universitata", 1987.
4. "Il leshij" (Russia), da: "Russkie Narodnye Skazki", Moskva 1984.
5. "La sera della vigilia di Ivan Kupala" (Russia), da: "Russkie
Narodnye Skazki", "op. cit."
6. "La moglie strega" (Siberia), da: "Russkie gerojceskij Skazki
Sibiri", Novosibirsk 1980.
7. "Il lupo mannaro" (Scandinavia), da: A. A. AFZELIUS, "Volkssagen
und Volkslieder aus Schwedens 跐terer und neuerer Zeit", Leipzig 1842.
8. "Correre a quattro zampe nel bosco" (Scandinavia), da: Ebbe SCHON,
"op. cit."
9. "Il lupo mannaro" (Germania), da: Jacobus e Wilhelm GRIMM, "op.
cit."
10. "Il corteo dei lupi mannari" (Germania), da: Jacobus e Wilhelm
GRIMM, "op. cit."
11. "Il sasso del lupo mannaro" (Germania), da: Jacobus e Wilhelm
GRIMM, "op. cit."
12. "Caratteristiche del lupo mannaro" (Francia), da: Michel MESLIN,
in "Le Merveilleux", Bordas 1984.
13. "Vampiri, lupi mannari e gufi" (Paesi slavi), da: Anton von
MAILLY, "Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie", 1922 prima, Gorizia
1986.
14. "Gli spiriti silvani: il Catez" (Paesi slavi), da: Anton von
MAILLY, "op. cit."
15. "Il ghiro" (Paesi slavi), da: Anton von MAILLY, "op. cit."
16. "Il linguaggio degli animali" (Italia), da: Domenico COMPARETTI,
"op. cit."
17. "Il mondo sotterraneo" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op.
cit."
18. "Il macchiaiolo" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op. cit."
19. " Fortuna" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op. cit."
20. "Il pastorello fortunato" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op.
cit."
21. "La regina sfortunata" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op.
cit."
22. "La ragazza astuta" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op. cit."
23. "La vedova e il figliuolo" (Italia), da: Domenico COMPARETTI, "op.
cit."
24. "Le tre camicie di erioforo" (Irlanda), da: C. O'DEASUMHNA,
"Literary History of Ireland", a cura di Douglas Hyde, Dublin 1900.
25. "Il soldato e lo zar nel bosco" (Russia), da: "Russkie Narodnye
Skazki", "op. cit."
26. "Tredicino" (Italia), da: I. FIORENTINI, "Fiabe mantovane",
Torino-Roma 1879.
27. "Bee! Coltello arrotato!" (Italia), da: Paolo TOSCHI, Angelo FABI
(a cura di), "Fiabe e leggende romagnole", Bologna 1963.
28. "La casa nel bosco selvaggio" (Dolomiti), da: K. F. WOLFF,
"Dolomitensagen", cit.
29. "Il bosco nelle leggende rumene" (Romania), da: P. ISPIRESCU,
"Legende sau basmele romanilor", 1880 prima, Bucarest 1964. R.
FLORESCU, R.T. MC NALLY, "Dracula", traduzione di M.G. Piani, Bologna
1976.


Il bosco primordiale.

1. "L'uomo nel bosco selvaggio" (Inghilterra), da: K. BRIGGS, "op.
cit."
2. "La troll nel bosco" (Scandinavia), da: P. C. ASBJORNSEN, "Norske
Huldreeventyr og Folkesagn", Kristiania 1845.
3. "Le crudeli donne del bosco" (Austria), da: Hans DARNSTADT, "op.
cit."
4. "Il cacciatore del bosco caccia la gente del muschio" (Germania),
da: Jacobus e Wilhelm GRIMM, "op. cit."
5. "La piccola donna del muschio" (Germania), da: Jacobus e Wilhelm
GRIMM, "op. cit."
6. "Zeitelmoos" (Germania), da: Jacobus e Wilhelm GRIMM, "op. cit."
7. "A proposito del salvan" (Dolomiti), da: Hugo de ROSSI, "op. cit."
8. "La donna selvatica del bosco della Val Pusteria" (Tirolo), da:
Johann KRAINZ, "Mythen und Sagen aus dem steirischen Hochlande", Brue-
Mur 1880.
9. "La contadina selvaggia" (Tirolo), da: K. PAULIN, "Unsere schnsten
Volkssagen", Innsbruck 1937.
10. "Esseri selvaggi nel bosco", da: Maria SAVI LOPEZ, "Alberi e
spiriti dei boschi", in "Leggende delle Alpi", Firenze-Roma 1889.








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