Luciano De Crescenzo
Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo
Premessa
Da bambino ho passato la maggior parte del mio tempo a giocare sul balcone
della camera dei miei genitori. Abitavo sul lungomare e, mentre giocavo,
vedevo il golfo di Napoli con i suoi ingredienti pi scontati: le barche, i
pescatori, il sole, il mare, il Vesuvio, Capri, Sorrento e Posillipo. Oggi ho
imparato che queste cose non bisogna nemmeno nominarle perch sono tutte
folcloristiche, ma a quei tempi, quando non sentivo ancora il bisogno di
essere originale, mi piacevano moltissimo e restavo ore e ore a guardarle
come si pu guardare ilfuoco di un camino.
Avevo uno zio sonnambulo che di notte si alzava, attraversava la nostra
camera da letto, apriva le imposte e, una volta affacciatosi al balcone, si
svegliava e si metteva a cantare con quanto fiato aveva in gola:
Bella, stanotte te s frato e sposo, stanotte Ammore e Dio songo una cosa.
Dicono gli astrologi che il carattere di un individuo influenzato dalla
posizione che hanno gli astri nel giorno della sua nascita; sar pure,
rispondo io, ma poi aggiungo: e le canzoni, e il clima, e il mare, e gli zii,
che sono tanto pi vicini ai nostri sensi, pu essere che non contino nulla?
Ho avuto una esistenza varia e, finora, grazie a Dio, anche abbastanza
felice. Volendola sintetizzare al massimo, in soli dieci punti, dovrei poter
elencare, in ordine cronologico: la famiglia, il quartiere, la guerra, gli
amici, gli amori, l'universit, l'IBM, il mestiere di scrittore, il cinema e
la filosofia: chepoi, guarda caso, sono anche i titoli dei capitoli di questo
libro. Trattasi, comunque, di una vita divisa in due tronconi: quella prima e
quella dopo la pubblicazione di Cos parl Bellavista e a tale proposito ho
da raccontarvi un sogno, anzi, un incubo.
Non sono pi uno scrittore, un regista, un personaggio pubblico... sono di
nuovo un ingegnere della IBM, non ho la barba, mattina e mi sono appena
svegliato. Guardo l'orologio sul comodino e mi accorgo che sono le 8.15: ;
tardissimo, ho riunione di filiale alle 9 e debbo ancora lavarmi, radermi,
far colazione, vestirmi, prendere l'auto e arrivare fino in via Orazio.
Entro in ufficio alle 9.25. Calcolo che quei maledetti avranno cominciato da
almeno quindici minuti. Lancio il soprabito su una poltroncina dell'ingresso
distante tre metri e miprecipito verso la sala riunioni. La signorina
Aurilia, la mia fedele segretaria, m'insegue premurosa lungo il corridoio per
avvisarmi che lei, di sua iniziativa, aveva gi comunicato all'ingegnr
Mariani che io, quella mattina, avevo avuto qualche linea di febbre.
Lui in piedi, accanto a una lavagna luminosa, e sta` presentando la nuova
campagna vendite: DCS: a vederlo cos indifferente, pacato, sembrerebbe che
non si sia nemmeno accorto del mio ritardo; io, invece, che lo conosco da
sempre, so che incavolato nero e che sta gi pensando a cosa dovr dirmi
quando saremo a quattrocchi nel suo ufficio.
Per un attimo, infatti, un impercettibile attimo, ha rallentato il suo speech
e ha coperto la pausa con un colpo di tosse.
Mi seggo accanto a Peppe Imperiali. La campagna di fine anno promuove le
vendite DCS sul territorio dice nel frattempo Mariani. Ogni salesman avra
un impegno proporzionale alla sua quota hardware... Cerco di seguire ma non
riesco a concentrarmi piu di tanto: ho ancora negli occhi un bellissimo sogno
che ho appena dovuto interrompere per correre in ufficio..
Sai che cosa ho sognato stanotte? bisbiglio a Peppe Imperiali.
Dopo, dopo, adesso fammi sentire risponde lui e mi zittisce.
Avevo sognato tutto quello che mi accaduto in questi ultimi dieci anni: il
successo editoriale di Cos parl Bellavista, le esperienze televisive, le
regie dei film e via dicendo.
Appena l'ingegner Mariani esce dalla sala riunioni, prendo il suo posto e
racconto ogni cosa ai colleghi.
Per strada vemvo riconosciuto dai passanti.. mi chiedevano l'autografo. E
tu glielo davi? mi chiede Imperiali.
Certo che glielo davo: ero diventato molto popolare anche grazie alla
televisione. Secondo me, questo un sogno che non sta in piedi. obbietta
Giovanni Morini.
Come potevi diventare popolare in ltalia con un libro che parla solo di
Napoli? In Italia? ribatto io. Vuoi dire nel mondo: e gia, perch io,
caro Morini, nel sogno, ero ai primi posti nelle classifiche dei bestseller
tedeschi, e poi vendevo libri in Spagna, in Svezia, negli Stati Uniti, in
Australia, in Giappone. .. S, adesso vendevi pure in Giappone. esclama
lui sghignazzando. Te li immagini tu i giapponesi che si leggono le
avventure del professor Bellavista! Proprio cos: vendevo pure in Giappone.
Nel sogno ero stato tradotto in quindici lingue e pubblicato in trentacinque
paesi. E il premio Nobel te l'avevano dato? mi chiede lui ridendo.
No, ma non detta l'ultima parola rispondo io serafico, e poi preciso:
Anche perch il mio un sogno ricorrente, non finisce mai. Chi ti dice che,
in una delle prossime notti, nel sogno, non alzi il tiro delle mie ambizioni?
Tanto a me che mi costa: io non faccio a tempo a chiudere gli occhi che gi
comincio a sognare.. .
Hai fatto pure il regista? S e sono diventato amico intimo di molte
attrici bellissime! All'anima della palla. esclama Peppe Imperiali.
Adesso le attrici diventavano intime con te. Proprio cos: intime,
intime... io, per discrezione, in ` questo momento non voglio far nomi,
per.. Sai a Napoli come si dice? m'interrompe Carlo Mazzocca.
... "'A vecchia chella ca vo, chella se sonna." La vecchia si sogna tutto
quello che desidera, e tu cos hai fatto. Hai conosciuto pure Fellini? mi
chiede Morini.
Certo che l'ho conosciuto. E lui ti salutava? E perch non mi doveva
salutare? Anzi, sai che ti dico:
secondo me, mi voleva pure bene. E stato lui a dire ai tedeschi "pubblicate
la Filosofia greca di De Crescenzo". Ma perch, nel sogno, hai pubblicato
pure libri di filosofia? Un paio. E tu che ne capisci di filosofia?
Ebbene, dovete credermi: il mio incubo un sogno cos reale, ma cos reale,
che sul serio non riesco pi a capir quand' che sto sognando e quand' che
invece sono sveglio: scrittore, ingegnere, scrittore, ingegnere, scrittore,
ingegnere, una volta sono l'uno, una volta sono l'altro. Vado a letto e mi
sembra di dover correre in ufficio, mi riaddormento e ho l'impressione di
essere in ritardo con la consegna del manoscritto a Paolo Caruso, l'editor
della Mondadori. Cerco freneticamente sulle terze pagine dei giornali un
articolo che parli di me, una citazione, la recensione di un critico, magari
anche cattiva, purch mi dia la prova che sono davvero uno scrittore, e non
ne trovo nessuna. Che fare? Ho deciso: mi uccider, mi sparer un colpo di
rivoltella alla tempia. Lo far, sia chiaro, solo guando mi sembrera di
essere scrittore, cos delle due l'una: o stato un sogno (e non mi sono
ucciso) o sono morto da vero scrittore.
L.D.C.
La famiglia
Una famiglia non si sceglie: nasci e te la trovi intorno che ti sorride.
Buoni o cattivi che siano, i parenti non si possono permutare come se fossero
auto. Io sono stato fortunato:
erano tutte persone di animo gentile.
Sono nato e cresciuto in una casa piena di gente. Quando ci riunivamo per il
pranzo sembrava sempre che ci fosse una festa. A capotavola, a impartirci due
volte al giorno la benedizione con l'acqua santa, si piazzava la nonna
materna. Ci guardava per un attimo con l'occhialetto, per vedere se eravamo
tutti attenti, e poi biascicava qualcosa in latino che non sono mai riuscito
a capire. Era una vecchietta piccola di statura, ma cos eretta nel
portamento da sembrare quasi alta: aveva i capelli argentati e un nastrino di
velluto nero intorno alla gola. Alla sua destra si accomodavano mio padre,
mia madre e mia sorella Clara, e sulla sinistra i miei tre zii singles: zio
Luigi, zia Olimpia e zia Maria. All'altro capo della tavola stavamo seduti io
e Rosa, la mia balia ciociara. Rosa faceva parte integrante della famiglia da
molti anni e mangiava con noi. Chi invece non mangiava mai con noi, ma in
cucina, era la cameriera numero due, continuamente sostituita perch sempre
sospettata di aver rubacchiato.
Questa delle cameriere ladruncole era una fissazione di mia madre che, a ogni
nuova assunzione, s'informava direttamente presso l'interessata.
Voi rubate? No sign! rispondeva la poveretta.
Ah, meno male! esclamava mamm, tirando un sospiro di sollievo. Perch se
rubavate, con tutto il cuore, ma non vi potevamo tenere. E poi penso che pure
a voi non vi sarebbe convenuto. Noi qua, figlia mia, teniamo tutto contato:
soldi, posate, biancheria, fazzoletti... non c' niente che ci sfugge. Rosa,
non solo non rubava, ma veniva mensilmente derubata da noi in quanto non
riceveva alcuno stipendio.
E che se ne deve fare di uno stipendio? rispondeva mia madre a chi la
rimproverava per la sua avarizia. Parenti;
non ne tiene, vizi nemmeno, se avesse bisogno di qualcosa, noi glielo daremmo
subito. D'accordo, obiettava zio Luigi per fai conto che alla povera
disgraziata un giorno venisse la voglia di farsi un'assicurazione per la
vecchiaia.. Un'assicurazione? E pi assicurata di come sta adesso? Quella,
come viviamo noi, cos vive lei: tale e qualeribatteva mamm e poi, subito
dopo, esclamava: Uno stipendio a Rosa? E che esagerazione: allora pure io
dovrei avere uno stipendio!.
Nel passato di Rosa ci doveva essere stato qualcosa di poco chiaro. Forse era
dovuta scappare dal paese natio perch aver abortito o forse solo perch
aveva perso la verginit, certo che, ogni volta che si parlava di lei, se
entravamo all'improvviso io e mia sorella, uno dei grandi diceva Austino. e
tutti gli altri tacevano di colpo. Tanto che io mi ero convinto che questo
Agostino doveva essere stato un ex amante di Rosa, poi per, sentendolo
citare anche a proposito di zia Olimpia e di zia Maria, e non potendo
accettare l'idea che avesse sedotto tutte le donne della famiglia, capii che
si trattava solo di una parola in codice:
una specie di attenzione che ci sono i ragazzi!. Oggi, a Napoli, non pi
un vocabolo di uso comune, se non altro perch i minori discutono di tutto.
Zio Luigi
Il preferito tra tutti i parenti (quarantadue tra primo e secondo
grado) era zio Luigi. Scapolo, amante dei cavalli, bell'uomo, spendaccione:
aveva fatto mille mestieri, amato cento donne e girato ogni parte del mondo.
Era stato due volte in America, a Chicago, nella citt di Al Capone. Il suo
trend di vita era il seguente: un lavoro qualsiasi per cinque o sei mesi,
tipo pubbliche relazioni per un negozio di via Toledo, agente teatrale di una
sciantosa o aiuto bookmaker ad Agnano, quindi dimissioni improvvise e una
sola settimana all'estero da gran viveur, belle donne, alberghi di lusso,
Parigi, Vienna, Londra, Venezia, e tanto champagne.
Dopo la fuga tornava a Napoli con la coda tra le gambe e si metteva a cercare
un altro lavoro. Io l'aspettavo con ansia per conoscere le sue ultime
avventure. Alla domanda Che vuoi fare da grande?rispondevo sempre quello
che fa zio Luigi, e mio padre si arrabbiava moltissimo.
Non sono mai riuscito a sapere se zio Luigi fosse sul serio un sonnambulo o
facesse solo finta: certo che una notte fu trovato in pigiama nella stanza
di Carmelina, una delle nostre cameriere in seconda, in seguito licenziata
perch troppo corteggiata dai militari. Pare che Carmelina, nel vedere zio
Luigi in pigiama, abbia gettato un urlo spaventoso, e che la nonna e mia
madre abbiano fatto appena in tempo a impedire che il poverino si buttasse di
sotto.
Stava gi con una gamba di fuori!raccontava mamm.
E come avete fatto a trattenerlo? E stato facilissimo: lo abbiamo preso
per una mano e lo abbiamo riaccompagnato fino alla sua stanza da letto. Ci ha
seguito docile docile, come se fosse una creatura. Pensa invece se Carmelina
non avesse gridato! Sarebbe stato megliocomment pap.
Zio Luigi aveva combattuto in Etiopia fianco a fianco con il duca di Bergamo.
Quando veniva qualcuno a farci visita, tirava fuori una vecchia copia della
Domenica del Corrieree si metteva a raccontare il suo atto di eroismo.
Ecco qua, vedete se dico bugie: questo sono io!e indicava un tenente in
divisa coloniale.
A voler essere sinceri l'atto di eroismo non era stato tanto di zio Luigi
quanto del duca di Bergamo, ma guai a contraddirlo su questo punto: diventava
una belva. Tanto pi, poi, se qualcuno metteva in dubbio che il tenente
disegnato da Beltrame fosse proprio lui. Ma come, replicava fuori dalla
grazia di Dio non vedete che tiene i baffetti. Io lo ricordo in piedi,
sull'attenti, con la Domenica del Corrieretra le mani, che leggeva con
enfasi la didascalia sotto il disegno di Beltrame.
UN ESEMPIO DI ARDIMENTOleggeva con enfasi zio Luigi. Infuria la battaglia
dello Scir, e il duca di Bergamo, Adalberto di Savoia, sta per gettarsi
contro il nernico con la sciabola sguainata, quando uno dei suoi ufficiali
(cio io) lo trattiene per un braccio. "Altezza Reale," dice il tenente
questo posto non per lei.
Il mio posto risponde il duca di Bergamo dovunque si muore per la
Patria. Alla parola Patrianoi della famiglia partivamo con un
bell'applauso, a eccezione di pap che invece non credeva una sola parola di
quello che diceva zio Luigi.
D'accordo, obiettava mio padre i baffetti ci sono, ma quanti ufficiali
italiani in Africa tenevano i baffetti? Il fatto che pap non aveva alcuna
stima di zio Luigi; lo chiamava 'o pallista. Una sera, mentre stavano in
attesa della cena, mio zio gli comunic in gran segreto che, tramite un amico
che lavorava nei servizi segreti, aveva saputo che Hitler non era tedesco ma
italiano, e che era nato anche lui a Predappio, proprio come Mussolini. Per
tutta risposta pap si alz da tavola e lo lasci solo a parlare. Ma zio
Luigi non si dette per vinto e lo insegu fino in camera sua.
Eug, stammi a sentire,continuava a dire mentre gli correva dietro nel
corridoio ma pu essere che non t'accorgi che un travestito! Hai visto i
capelli che tiene? E chiaro che un parrucchino e che non glielo hanno fatto
nemmeno bene! E il baffetto posticcio dove lo mettiamo?
Andiamo: quello non un uomo, quello 'na macchietta, a me me pare Charlot!
E poi quando parla il tedesco esagera, proprio per sembrare tedesco!
La povera zia Olimpia.
Zia Olimpia e zia Maria, essendo state come si dice a
Napoli sfortunate con i mariti, erano due zitelle di ritorno. La prima pi
della seconda, tanto che in famiglia, quando si parlava di lei, si diceva
sempre la povera zia Olimpiae pi passava il tempo, pi l'espressione
veniva pronunziata per intero, come se le parole povera猾ziae
Olimpiafossero un unico nome di battesimo: La Poveraziaolimpia.
A essere sinceri, io di questa zia non ricordo quasi nulla:
i suoi problemi facevano parte del codice Austino, quello che non poteva
essere trattato in presenza dei minori.
Comunque, da quanto ho potuto appurare dai cugini pi anziani, pare che la
Poveraziaolimpia avesse sposato un professionista napoletano, ricco ma
impotente, e che questa menomazione fisica del coniuge le avesse reso la vita
impossibile.
Il malefico, onde evitare che la sposa non onorata potesse andare in giro a
raccontare le sue inadempienze, la tenne chiusa a chiave, nell'appartamento,
senza darle nemmeno il permesso di stare alla finestra. Si racconta che, `
aiutato dalla madre, praticasse addirittura dei turni di sorveglianza: quando
uno di loro usciva, l'altro restava a guardia della reclusa. Se venivano a
farci visita, lui la marcava stretto e non le dava mai la possibilit di
comunicare da sola con un parente o con un'amica. Il sequestro dur circa tre
anni e se i vicini di casa non ebbero mai sospetti era perch una moglie
condannata agli arresti domiciliari a quei tempi rientrava nella norma. Un
bel giorno per la Poveraziaolimpia, eludendo i secondini, riusc a infilare
nella giacca di un idraulico di passaggio un S O S da consegnare alla
famiglia. Una volta venuti a conoscenza dell'orribile situazione, due dei
miei tanti zii (per la cronaca zio Eugenio e zio Guglielmo) la liberarono con
un'azione di ' forza. Scesero in campo allora gli avvocati dell'una e
dell'altra parte e il matrimonio rato ma non consumato divenne ben presto di
pubblico dominio. Ogni cosa, insomma, procedeva verso il peggio, quando la
PoveraziaOlimpia mise tutti d'accordo morendo, ancora giovane, di un tumore
al seno. Fine della triste storia.
Zia Maria
Quella di zia Maria invece
fu una vicenda molto pi allegra, e soprattutto una storia d'amore. Questo
per merito del marito, Giovanni Ferrara, uomo di grande fascino, anche se un
po' sconsiderato.
Quando si conobbero erano due ragazzini: lui aveva diciotto anni e lei
quattordici. Il loro fidanzamento, per colpa del nonno, dur una eternit:
dodici lunghissimi anni. E per zia Maria furono dodici anni di pianti
disperati di litigi con i genitori, di bigliettini consegnati di nascosto di
minacce di suicidio e di poesie. Il vecchio, quasi per istinto direi, si
opponeva al matrimonio con tutte le sue forze, e non cambi idea nemmeno
quando seppe che zio Giovanni, nel frattempo, pur di sposarsi, si era perfino
laureato in medicina.
Tu sei un pazzo, lo rimprover la nonna lo sai che un dottore in casa un
affare! Sar un affare, rispose il nonno ma a me st Ferrara nun mepiace:
'nu sbruffone! L'opposizione paterna non fece che accrescere la passione
dei due innamorati.
Zio Giovanni e zia Maria continuarono a vedersi alla bell'e meglio, facendosi
aiutare da tutti quelli che si erano schierati dalla loro parte. Ogni scusa
era buona per uscire o per scambiarsi un bacio al volo: s'incontravano a
messa, per le scale, ai funerali, ai matrimoni o al mercato. Quando il nonno,
per punizione, la chiudeva in casa, lei si affacciava alla finestra del bagno
di servizio e lui, sempre per non farsi scorgere dal nemico, sporgeva il capo
da un orinatoio pubblico situato a pochi metri di distanza. Si racconta che
per comunicare usassero il linguaggio dei sordomuti.
Dlli e dlli,si dice a Napoli si spezzano anche i metallie cos Giovanni
Ferrara, a forza d'insistere, vinse la sua battaglia: si present un bel
mattino. di buon'ora. A bordo di un'Isotta Fraschini fiammeggiante e a questo
' punto anche il nonno fu costretto ad arrendersi. Non dimentichiamoci cke
negli anni Trenta, a Napoli, c'erano in circolazione s e no duemila
automobili. Zio Giovanni poi ' era un uomo pieno di attenzioni: quando veniva
a farci visita aveva un pensierino per ogni membro della famiglia, una busta
di caramelle per me, un'immaginetta sacra per mia madre, una bambolina per
mia sorella Clara e perfino un sigaro toscano per il nonno.
Un giorno arriv con un .
calessino trainato da un somarello chiamato Ciccillo:
imbarc noi ragazzi e ci port a fare una bella passeggiata, per via
Caracciolo.
Il primo anno di matrimonio fu eccezionale: lo zio condusse la sposa alla
Maison Thrse, il pi elegante atelier di Napoli, e la vest come una vera
parigina. Malgrado le spese folli (pranzi, cene, corse di cavalli, Isotta
Fraschini, Ciccillo e compagnia cantante), era anche molto attento al
patrimonio familiare: aveva un libretto di risparmio con quasi seicentomila
lire depositate e una cassetta di metallo piena di anelli, collane e
braccialetti. Di tanto in tanto zia Maria prendeva la cassetta e ci faceva
sentire il tintinnio dei gioielli.
Io sono la regina di Macondo, cantilenava ho lo smeraldo pi grande del
mondo. Ho cento collane, ho, cento orecchini e ho un diadema di perle e di
rubini.Soprattutto lo smeraldo colpiva la nostra immaginazione.
Non poteva mostrarcelo, come avrebbe voluto, perch una volta aveva smarrito
la chiave e da quel giorno zio Giovanni gliela aveva tolta. Quando c'era una
festa, per, indossava tutti i gioielli contemporaneamente e allora s che
sembrava una regina. Pi innamorato che mai, lo zio volle far incidere su
tutte le posate d'argento la scritta: A.M.A.M.I. ovvero A Maria Amore Mio
Immenso.
Un brutto giorno, per, zio Giovanni usc di casa e s'imbarc su una nave per
l'America. Venimmo cos a sapere che era pieno di debiti e che era fuggito
per evitare le ire dei creditori. L'Isotta Fraschini non l'aveva mai pagata,
gli abiti alla Maison Thrse nemmeno. Le posate d'argento, non solo non le
aveva mai portate dall'incisore, ma se l'era vendute tutte, una per una, e le
cifre sul libretto di risparmio se l'era scritte da solo. Anche la cassetta
dei gioielli, una volta aperta, fu trovata piena di ghiaietta. Malgrado le
malefatte, per, era sempre innamorato di zia Maria, e, non appena gli fu
possibile, la fece venire in America.
Parte mia zia per New York e trova subito lavoro in una factory dove cuciva
pellicce e cappellini e, a sentire lei, era anche molto apprezzata dal
proprietario, un certo mister Peterson. Invece il suo Giovanni, anzi il suo
Johnny, come ormai Si faceva chiamare, non se la passava affatto bene:
esercitava, s, il mestiere di medico, ma clandestinamente, e occupandosi in
pratica solo di aborti e di ferite da armi da fuoco. Il vizio del gioco poi
non lo aveva mai abbandonato:
pare che trascorresse buona parte del tempo libero nelle Sale Corse di New
York. Lei, comunque, avrebbe continuato ad aiutarlo per tutta la vita, se una
sera, tornando a casa, non l'avesse trovato in compagnia di un'altra donna,
pi anziana di lei e tutta ingioiellata. Zio Giovanni, non appena la sent
salire per le scale, la blocc sul pianerottolo e le disse: Mar, non fa' la
stupida: d' che sei mia sorella.
Guarda che questa qui carica di soldi.
Zia Maria ottenne in breve tempo il divorzio e, malgrado che il suo
principale, mister Peterson, la volesse a tutti i costi sposare, se ne torn
a Napoli, dai suoi genitori. Qui ebbe tanti problemi, anche perch nel
frattempo era diventata del tutto sorda: pare, infatti, che in America, a
causa di una febbre reumatica di origine virale, mal curata (o forse curata
dal marito), avesse perso l'uso dell'udito, e meno male che a suo tempo aveva
imparato l'alfabeto dei sordomuti.
Pap
Pap, quando emetteva un giudizio, riusciva a farlo con una parola
sola. Un giorno, eravamo nel '39, alcuni studenti interventisti stavano
sfilando per via Partenope:
erano in gran parte gufini e inneggiavano all'entrata in guerra dell'Italia.
Gli slogan pi urlati erano Morte alla perfida Albionee Dio stramaledica
gli inglesi. Mio padre si affacci al balcone, li guard sfilare per qualche
secondo, poi torn dentro e disse: Gli studenti!. Con una sola parola era
riuscito a esprimere tutto il suo disprezzo per i giovani, ad alludere
all'esperienza vissuta in trincea, nel '15-18, e a riaffermare l'antipatia
che aveva per i fascisti. Se qualcuno gli avesse fatto notare che l'inno del
fasci smo era Giovinezza, lui avrebbe risposto: Infatti, e chi voleva
capire capiva.
Mio padre era una specie di burbero benefico. Niente smancerie o
vezzeggiamenti: mai che mi avesse dato un bacio in vita sua. Se per la
mattina avevo qualche linea di febbre, non andava ad aprire il negozio, dava
le chiavi a Natale, il fattorino di fiducia, e gli diceva: Nat, apri tu,
che io arrivo tra mezz'orae intanto mi controllava il polso per capire se
davvero stavo male o se ero ricorso al trucco della lampadina per far salire
il termometro. A quei tempi il terrore dei padri era la polmonite:
prima che inventassero la penicillina la polmonite era una spada di Damocle
sospesa sul capo di tutti i ragazzini. Proibito sudare e prendere colpi
d'aria. Quando andavamo a far visita ai parenti, mamm si portava dietro una
maglietta di lana e gli indumenti necessari per un ricambio completo.
La scena che ne veniva fuori era pressappoco questa: Luciano,tuonava pap
tu sei sudato!
Norispondevo io, continuando a giocare.
Non rispondere a tuo padre!gridava mamm. Vieni qui e fai vedere se sei
sudato. Non sono sudato. Tu sei sudato! Non sono sudato. Tu sei
sudato! No. E intanto cercavano di prendermi: io scappavo e mio padre
m'inseguiva urlando, mentre il resto della famiglia tentava di circondarmi.
Quando alla fine riuscivano ad acchiapparmi ero sudato per forza. Cos pap,
dopo avermi infilato una mano dietro le spalle, cominciava a gridare:
Stufetente: e diceva che non era sudato! Dopo di che mi mollava un ceffone
che regolarmente finiva col colpire qualcuno che mi teneva fermo (di solito o
Rosa o mamm, che provvedevano al cambio della maglietta). Veloci come
meccanici della Ferrari, le donne mi denudavano davanti a tutti, mi
asciugavano e mi soffocavano in una nube di borotalco. Alla fine ne venivo
fuori bianco come una statua e rivestito fino al collo di indumenti di lana
che mi facevano sudare pi di prima.
Mio padre odiava sopra ogni altra cosa al mondo il gioco del pallone,
soprattutto perch contribuiva a farmi consumare le scarpe. Non si contano le
volte che mi piombato addosso, come un falco, mentre ero intento, in villa
comunale, a giocare con quelli della mia classe. Le scarpe, secondo una sua
teoria anticonsumistica, dovevano durare almeno dieci anni alle persone
adulte e quattro ai ragazzi della mia et: lui, per esempio, non appena
rientrava dal lavoro, se le toglieva fin dall'ingresso per indossare le
pantofole, e questo, non per stare pi comodo, come peraltro sarebbe stato
lecito, bens per farle durare pi a lungo. Anche se cresce il piede,era
solito dire bisogna resistere. Eug,lo avvisava mia madre qua dobbiamo
comprare le scarpe al ragazzo: quelle che tiene adesso gli vanno strette.
Come sarebbe a dire gli vanno strette? Replicava lui sospettoso. Se fino a
ieri gli andavano larghe? E che vuoi che ti dica: stanotte sar cresciuto,
rispondeva mamm E ragazzo e sta nell'et dello sviluppo. E questo ti piace
di fare, eh! Esclamava pap, guardandomi storto, come se la crescita del
piede fosse stata per me un divertimento. Le scarpe bisognava comprarle da
Elegant, il negozio di Stefanino Buontempo, detto anche l'inadempiente
delitto e castigo!
Sentenziava pap. Il delitto era questo: anni prima dopo un fidanzamento
durato otto anni, Stefanino Buontempo aveva mollato, praticamente sull'Altare,
una nostra parente, tale Angelina De Crescenzo di anni 35, in seguito rimasta
definitivamente nubile. In Sicilia lo avrebbero ucciso, noi De Crescenzo
invece, di animo pi mite, ci eravamo accontentati di uno sconto del 30% vita
natural durante, su tutti gli articoli del negozio
Una volta misurate le scarpe, (misurate si fa per dire, perch poi finivamo
sempre per prendere quelle pi lunghe), pap chiedeva il prezzo, e appena
sentiva la cifra, malgrado lo sconto - Angelina, faceva il gesto di avventarsi
su di me per punirmi di tutte le partite che avevo giocato a sua insaputa.
Fortunatamente sia Stefanino che i commessi conoscevano le sue reazioni, per
cui al momento di pagare avevano gi fatto quadrato intorno alla mia persona.
Prima ginnasio, settembre 1938: mio padre
mi chiam in camera sua.
Vieni che ti debbo dare una cosa.!
Che cosa pap? Chiesi io.
Sono gi le otto
e non vorrei fare tardi proprio il Primo giorno di scuola.
Lui non rispose: apr un cassetto della scrivania e ne tir fuori una penna
stilografica.
Questa una Wartman! mi disse con aria solenne, quasi come se stesse
confermandomi la leggion d'onore. Io ce l'ho da pi di dieci anni: tu adesso
perdila e io ti uccido! Da quel giorno cominci per me il tormento della
stilografica. In qualsiasi momento del giorno e della notte (anche mentre
dormivo) mio padre poteva puntarmi contro l'indice accusatore e domandarmi a
bruciapelo: dove sta la penna?
dopo di che, se non la tiravo fuori in meno di 30 secondi, erano botte. Ah,
come invidio i ragazzi di oggi che possono perdersi inpunemente tutte le biro
che vogliono, senza vivere nel terrore! Quando, dopo la scuola, andavo a
giocare al pallone in Villa Comunale, non sapevo mai dove nasconderla: se la
lasciavo nella cartella, correvo il rischio di farmela rubare e, se me la
portavo addosso, di perderla. Spesso giocavo tenendola stretta in mano e
quando cadevo, invece di proteggermi con le mani, per non farmi male, alzavo
il braccio in aria in modo da risparmiarle anche il minimo urto. A proposito
di mazziatoni, ora che ci penso, pap in vita sua non mi ha mai mollato uno
schiaffo, anche se ha sempre dato l'impressione che stesse l l per farlo.
Era proprietario di un negozio di guanti in Piazza dei Martiri, ma non aveva
l'animo del commerciante: Avrebbe preferito mille volte fare il pittore a
tempo pieno. Era tale il senso di colpa di non aver assecondato la propria
vocazione artistica, che chi unque si fosse presentato in negozio dicendo:
buongiorno io sono un pittore finiva col portarsi via, gratis, almeno un
paio di guanti. A volte gli artisti ricambiavano lasciandogli un ricordino, ed
appunto grazie a questi ricordini che oggi posseggo alcune tavolette di
impressionisti napoletani.
Il nonno paterno, invece, il pittore l'aveva fatto sul serio e pare anche con
ottimi risultati sul piano artistico: era stato allievo di Denittis nella
scuola di Resina.
Un po' meno buoni, in verit, i ritorni sul piano economico, e fu per questa
ragione che un giorno, avendo beccato pap, in Galleria, che tentava di fare
anche lui il pittore, gli ruppe la cascetta dei colori sulla testa,
lo tolse dal
liceo (dove, in verit, andava maluccio) e lo fece assumere di forza, in
qualit di apprendista guantaio tagliatore, dai fratelli Partito.
Il nonno anticip le due lire necessarie all'acquisto delle forbici, per poi
farsele rimborsare non appena riusci a mettere le mani sulla prima paga
settimanale. L'importante, disse, era cominciare da zero.
In fabbrica pap conobbe un poeta, Vincenzo Russo, anche lui apprendista
guantaio tagliatore, anche lui amante dell'arte e della poesia.
Vincenzino Russo, era un giovanotto poco pi che ventenne, magro, tutto baffi
e malato di tisi (malattia endemica fra i napoletani del primo Novecento). Di
giorno faceva il guantaio e di sera la maschera al Teatro Verdi. Una mattina
ebbe un attacco di tosse pi violento del solito, e i fratelli Partito, per
non fargli pi respirare i miasmi delle tinture, gli concessero di lavorare
all'aperto. Cenzino non avrebbe potuto chiedere di meglio: proprio di fronte
all'ingresso della fabbrica, in un appartamentino al terzo piano, abitava una
certa Maria, una ragazza dai capelli neri di cui lui si era perdutamente
innamorato. Gli abitanti di via San Giuseppe, si abituarono ben presto a
vederlo, ogni mattina, curvo sul banchetto di tagliatore, che un po' sagomava
pelli di capretto
e un po' inviava canzoni appassionate all'indirizzo della bella
Maria. A sentire pap, la ragazza non si affacci mai, e cos facendo non
ebbe nemmeno modo di rendersi conto che, di l a qualche anno, sarebbe
diventata la Maria pi famosa del mondo (subito dopo la Madonna). La canzone,
infatti, era la bellissima Oi Mar.
C' un episodio della vita di mio padre che mi rimasto impresso per sempre.
Era da poco finita la guerra ed eravamo andati, io e lui, a Bagnoli, al
comando alleato, per tentare di farci restituire la casa del Vomero che era
stata requisita dagli inglesi. Mentre camminavamo lungo un viale assolato,
pap inciamp in una buca e cadde lungo disteso per terra. In un primo
momento pensai che si fosse rotta una gamba. Cercai di rialzarlo, ma non ci
riuscii. Era troppo pesante per le mie forze di allora, lui aveva gi
superato i 66 anni e io non ne avevo ancora 16. Mi guardai intorno, sperando
di vedere qualcuno che mi potesse dare una mano, ma la via era completamente
deserta.
Siediti e non ti preoccupare,disse lui prima o poi passer qualcuno. Non
credo di essermi rotto niente. E poi, alla fin fine, perch tutta questa
fretta: la casa ormai l'abbiamo persa... il negozio pure... e non abbiamo
niente da fare. Il guaio che io sono troppo vecchio per ricominciare e tu
troppo giovane per prendere il mio posto. Forse avrei dovuto sposarmi prima.
Mi prese una mano e me la strinse: restammo in silenzio per alcuni minuti.
Mamm.
Di mia madre ho sempre parlato in tutti i miei libri e a volte penso
che il mio tirarla in ballo cosi spesso mi abbia anche portato fortuna. Vuoi
vedere, mi dico, che ha intercesso per me in Alto Loco? Beh, se minimamente
poteva farlo, lo ha fatto: era nel suo stile. Ricordo un episodio, in
apparenza insignificante, accaduto molti anni fa, quando ancora abitavo al
Vomero:
eravamo a casa, nel soggiorno, e in Tv, c'era Ella Fitzgerald che cantava
Tenderly. Io proprio non capisco sbott a un certo punto mia madre: com'
che alla RAI fanno cantare a questa qui? Dico io: almeno fosse bella..
questa pure brutta!, Guarda mamm嗷risposi io che "questa", come la
chiami tu, Ella Fitzgerald.;
Sar chi vuoi tu, per, secondo me, i negri dovrebbero cantare per i negri e
i bianchi per i bianchi, altrimenti perch Nostro Signore ci avrebbe fatto di
colori diversi? E dal momento che noi in Italia siamo bianchi, fateci sentire
a Nilla Pizzi, altrimenti succede che io prendo carta e penna e scrivo alla
RAI. Proprio in quel momento squill il telefono: era il Servizio Opinioni
RAI che raccoglieva pareri sulle trasmissioni in corso. Mamm and a
rispondere.
Signora, esord una voce femminile: sta seguendo la televisione?
No,rispose mamm la sto vedendo. E cosa sta vedendo?! Gliel'ho
detto: la televisione., S, ma quale programma sta vedendo?chiese ancora la
voce femminile che a quel punto cominciava a spazientirsi. Ah, ho capito:
volete sapere che cosa sto vedendo? Sto vedendo la cantante negra. Ella
Fitzgerald? E mi dica signora: questa cantante le piace poco, abbastanza,
molto o moltissimo? Moltissimo. Grazie. Grazie a voi, signorina, se
volete, telefonatemi pure tutte le sere: qualche volta mi addormento, ma in
genere sto fino alla fine...continu a dire mamm, cercando d'iniziare una
conversazione sui programmi, ma la signorina del Servizio Opinioni a quel
punto aveva gi messo gi la cornetta.
Quando torn a sedersi, non potei fare a meno di criti carla per come si era
contraddetta.
Due minuti fa protestavi che non volevi sentire la negra e adesso ti metti a
dire che ti piace moltissimo. S lo so,mi rispose per se io dicevo che
non mi piaceva, quella poi la RAI la licenziava e questo non sta bene:
chella gi accuss nera.. . Ora dico io: se mamm ha aiutato Ella
Fitzgerald, che non nemmeno della sua razza, volete che non aiuti me che
sono suo figlio? Da ragazza mia madre aveva percorso solo una strada quella
che da via Mancini porta alla chiesa della Madonna dalle Tre Corone: mai che
avesse fatto un viaggio fuori Napoli, una gita con le amiche o che fosse
andata a una festa da ballo. Di fidanzati poi nemmeno a parlarne. Si chiamava
Giulia Panetta, era nata nella Duchesca nel 1883 e a quarant'anni era ancora
zitella. La gente per strada la salutava con rispetto, poi per le mormorava
dietro:
Nisciuno 'a vuluta, quasi che fosse una colpa non essere riuscita a trovare
un marito.
Mamm si era gi rassegnata allo zitellaggio, quando a casa della nonna si
present una donna enorme, di oltre centocinquanta chili di peso, nota in
tutta Napoli come onna Amalia 'a Purpessa.
Sign,disse ansimando 'a Purpessa, dopo essersi fatiCosamente calata in una
poltrona ho per vostra figlia Giulia un partito eccezionale: un uomo davvero
positivo! Molto ricco?chiese mia nonna.
Ho detto positivo, non ho detto riccoprecis 'a Purpessa e poi aggiunse:
Non ha nemmeno un debito.
E com'?la interruppe mia madre, che nel frattempo Si era avvicinata alla
sensale. E un bell'uomo? Tiene gli occhi azzurri. Guardate qua se dico bugie:
questa la sua fotografia. Uh, Ges, e quanto brutto!piagnucol mia
madre, Tiene tutti i capelli bianchi, me pare 'nu viecchio! Peccer,
diciamo le cose come stanno, tu pure tiene 'na bell'et嗷ribatt 'a Purpessa.
Probabilmente siete tutti e due troppo anziani per avere figli, per almeno
vi potete fare compagnia. E invece i figli arrivarono lo stesso: prima mia
sorella Clara e poi io, l'erede maschio, cinque anni dopo che si erano
sposati. Probabilmente debbo la vita alla bravura professionale di donna
Amalia 'a Purpessa, sensale di matrimoni. ;
Mia madre m'insegn l'anticonsumismo pi intransigente: invece del Nulla si
crea e nulla si distrugge, lei praticava il Nulla si compra e nulla si
butta via. Conservava qualsiasi cosa fosse entrata in casa e riempiva i
cassetti di oggetti inutili: rocchetti di cotone senza cotone, scatole di
medicine scadute, mozziconi di matite, pile consumate, boccettine di profumo
senza profumo, agendine obsolete, pezzi di spago di varie dimensioni e via
dicendo. Su una delle scatole degli spaghi era scritto: Spaghi troppo corti
per essere usati. A chi le contestava la mania del conservare, rispondeva
sorridendo: P serv旎, pu servire, e la sua felicit raggiungeva il culmine
quando qualcuno della famiglia le chiedeva: Tieni per caso un pezzetto di
pelle marrone?
Di vitello o scamosciato? Scamosciato. Ce l'ho, ce l'ho: vedi tu stesso
nel secondo cassetto del com, in fondo a tutto, sotto la scatola dei
calendari scaduti. Il matrimonio non l'aveva distolta dalla fede, anzi, il
suo rapporto con la Chiesa, con il tempo, si era andato consolidando. Ogni
mattina, alle sette in punto, si recava in parrocchia per farsi la comunione
e ogni mattina il parroco si rifiutava di confessarla. Il poveretto l'aveva
addirittura diffidata.
Donna Giulia,le diceva quando non ci sono peccati significativi, volersi
confessare per forza peccato. Quindi, secondo voi, io ieri ho peccato.
Certo che avete peccato. E allora confessatemi. A casa, accanto al letto
matrimoniale, si era costruito un piccolo altare (una mensola di marmo e un
inginocchiatoio), dove, attaccate alla parete, tra lumi votivi e fiori
secchi, c'erano tutte le foto dei defunti della famiglia.
A ciascuno dei morti lei dedicava ogni sera dodici requiem Non conoscendo
per il latino e recitando ormai da piu di mezzo secolo sempre le stesse
litanie, le parole si erano via via deformate fino a diventare suoni privi di
senso. Ogni preghiera cominciava con un requia materna(invece di requiem
aeternam) e finiva con un bello scatt'inpace ammenn(requiescat in pace,
amen) pronunziato sempre con due me due nnell'ultima parola.
Il massimo della sorpresa fu quando, insieme a tutti i defunti della
famiglia, mise anche la foto di Marilyn Monroe. Dodici requiem per lei, come
per tutti gli altri.
Puverella,disse mamm e che brutta fine c' fatto. Una mattina mi
affacciai al balcone e la vidi che si avviava verso la chiesa:
pi si allontanava e pi rimpiccioliva a vista d'occhio. Il fatto che,
invecchiando, si era davvero rimpicciolita, tanto che alla fine mi sono
convinto che mia madre non sia morta come tutti gli altri esseri umani, ma
che, a forza di diventare ogni giorno pi piccola, si sia gradualmente
trasferita nel suo minuscolo paradiso fatto di figurelle di santi e di
fotografie un po' sciupate dal tempo e dai baci, e che oggi viva ancora, in
formato piccolissimo, proprio accanto a Marilyn Monroe.
nota: Pare che i primi a usare il termine Austinosiano stati i commercianti
della zona mercato Quando, in presenza di un cliente, un commesso poco
esperto stava per fare uno sbaglio, bastava chiamarlo Austino e lui
correggeva il tiro.
A proposito di cancro, per capire quali
erano a quei tempi le possibilit di salvarsi, ecco un articolo chiarificatore
pescato sulla Tribuna Illustratadal titolo: SCOPERTO IL BACILLO DEL
CANCRO: Anche questa scoperta pu essere rivendicata, come tante altre,
all'italia merc gli studi che si eseguono in Napoli nell'istituto Palasciano
diretto dal prof. cav.
Pietro Fabiani. In questo ` istituto non solo stato scoperto il
bacillo del cancro, quanto stato preparato anche un siero che, iniettato
per via ipodermica, pare abbia fornito ottimi risultati. }Il prof. cav. Pietro
Fabiani, di cui diamo un'istantanea mentre al microscopio, ha detto che il
bacillo ha una forma oblunga con i margini arrotondati. Il siero
anticancerigno limpido, trasparente, di reazione alcalina e niente affatto
irritante.
Tribuna Illustrata,., ottobre 1903.
Gufini = appartenenti al GUF, la Giovent Universitaria
Fascista.
Vincenzo Russo (1876-1904) smise di andare a scuola dopo la seconda
elementare successivamente complet la sua istruzione frequentando i corsi
serali per operai. Essendo ritenuto dal popolino un assistito, ovvero un
individuo in grado di prevedere i numeri del Lotto, fu contattato dal
maestro Edoardo Di, Capua, accanito giocatore di terni e quaterne.
Dall'incontro nacquero alcune delle pi belle canzoni napoletane. Oltre a Oi
Mar, ricordiamo: Io t vurra VaS, Canzona bella e Torna maggio. Mor
giovanissimo, a soli 28 anni, lasciando accanto al letto questi ultimi versi:
Oi sole, tu pure m' lassato,
tu pure me l' fatto 'o tradimento
nu friddo acuto dint'all'ossa sento
e manco tu me pu ven a scald.
Per me tutte fennuto.
Addio sole d'aprile
addio stelle d'o cielo
io ve saluto.
Il sesso
Credo di aver capito l'erotismo grazie a due esperienze singolari avute in
giovent: una a dieci anni, quando frequentavo la prima media all'Umberto I
di Napoli, e un'altra, durante gli anni Sessanta, nel corso di una mostra
d'arte futurista.
Come ogni sabato ero uscito di casa in divisa da balilla marinaretto. Stavo
ancora per strada, quando ud祆, provenienti dalla palestra, le urla del mio
insegnante di ginnastica, il professor Carosone (da noi chiamato Carotone per
via dei capelli color carota). Entrando, lo vidi in piedi su una pedana,
attorniato da quelli della terza B. Gridava come un ossesso: le vene del
collo gli si erano gonfiate a tal punto che sembrava dovesse esplodere da un
momento all'altro.
Attenti a voi! Urlava. Se trovo quel figlio di puttana che ha lasciato in
giro questa porcheria gli stacco i coglioni! Secondo l'etica fascista, le
parolacce erano indice di virilit e Carotone si vantava di essere un esperto
in quel ramo. In aula forse si sarebbe controllato un po' di pi, ma in
palestra, e in particolar modo di sabato, non lo fermava nessuno.
I ragazzi si accalcavano intorno a lui e si spintonavano l'un l'altro
ridacchiando: erano eccitatissimi. Tutti volevano vedere la cosa sporca che
aveva fatto imbestialire il professore. Mi feci avanti anch'io. ma non
riuscii a scorgere nulla.
Qui non siamo in un bordello! Strepitava intanto Carotone.
Siamo in una palestra fascista e, se qualcuno se lo dimenticato, io glielo
faccio ricordare a forza di calci in culo! Capito? Mi chinai e, guardando
tra le gambe dei ragazzi, intravidii quello che a me parve un innocente
palloncino color latte, e che invece era un preservativo anteguerra, di
gomma, spesso come il guanto di un chirurgo. Era stato gonfiato al massimo e
legato con uno spago.
Che successo?chiesi a uno della terza B. Sono cose che tu non puoi
capire!rispose lui, dandosi arie da persona vissuta. Sei ancora piccolo!
Il cuore allora cominci a battermi forte, ma cos forte, che ebbi timore che
qualcuno se ne potesse accorgere., Avevo paura e nello stesso tempo sentivo
una strana eccitazione: avevo intuito che l per terra c'era qualcosa di
misterioso che aveva a che fare col sesso.
La seconda esperienza fu quella della mostra futurista. Mi consideravo gi un
uomo maturo ed ero convinto di sapere tutto quello che c'era da sapere sul
sesso, quando incontrai un amico di infanzia, appassionato d'arte moderna.
Oggi alla galleria "Duemila"mi disse c' una mostra tattile:
un'occasione che non ci possiamo perdere!, A essere sincero, non c' niente
dei futuristi che mi Sia mai piaciuto, che so io, un quadro, una poesia, un
testo teatrale, eppure, non so perch, mi sono sempre stati simpatici. Il
loro cercare la bellezza l dove non la cerca nessuno, la rottura sistematica
con la tradizione, il rinnovarsi continuo come condizione di vita, hanno
esercitato su di me un fascino irresistibile. E un discorso che si potrebbe
fare per qualsiasi tipo di avanguardia: l'arte ha sempre bisogno di apripista
che sopportino gli sberleffi dei moderati (dei moderati come me, per esempio)
per conquistare nuove prospettive alla creativit umana.
Dicevano i futuristi: perch solo la vista e l'udito possono usufruire di
piaceri estetici? perch nessun artista si mai preoccupato di far godere un
pochino anche il tatto?
Che cosa vi ha fatto di male il tatto per averlo cos trascurato?. E
s'inventarono il teatro tattile, ovvero lo scorrimento, tra le poltrone, di
un nastro continuo, proveniente dal palcoscenico, costituito da materiali di
diversa ruvidezza: seta, juta, velluto, spugna, carta e via immaginando.
Lo spettatore, secondo il loro delirio, avrebbe dovuto essere bendato, per
potersi meglio concentrare su quanto gli passava sottomano; nel contempo
alcuni attori, ahim anch'essi futuristi, avrebbero recitato rumoriin
sintonia con le superfici erogate. Ora io non so se questa forma di teatro
sia stata mai realizzata, dubito per che abbia mai trovato un pubblico
pagante.
Ma torniamo alla mostra: la rassegna era costituita da grandi scatole di
legno, dentro le quali i visitatori erano pregati d'introdurre le mani. Ecco
alcuni titoli che ricordo:
Infinito semiliquido, Eternit嗷, Limbo adolescenziale, Stazione
d'arrivo. Nascosti all'interno degli scatoloni, gli oggetti pi svariati:
chiodi, pezze bagnate, spazzole, ovatta e mollette per i panni. Chiunque
introduceva la mano in un contenitore non poteva fare a meno di ridere.
In un'opera intitolata Senso di colpaera stato nascosto un barattolo pieno
di marmellata e senza coperchio. Ogni volta che un visitatore lo centrava con
la mano, erano risate garantite per tutti i presenti. Insomma, una specie di
Luna Park.
Al centro del salone campeggiava una scultura intitolata:
Erotismo. Adesso non ricordo il nome dell'autore, ma ricordo benissimo
l'oggetto. Si trattava di una tavoletta di gomma, quadrata, larga grosso modo
quaranta centimetri per quaranta e alta cinque. Nella gomma erano stati
praticati trentasei buchi, tutti disposti in fila per sei. Su un cartello si
leggeva: Introducete un dito nel buco preferito e fate attenzione che in uno
dei buchi stato nascosto un chiodo rivolto verso l'alto. Infilai subito
l'indice nel primo foro in alto a sinistra e, non trovando nessun chiodo,
cominciai a esplorare, con cautela, tutti gli altri buchi: pi andavo avanti
e pi avevo paura di pungermi. Solo alla fine, quando mi resi conto che non
c'era nessun chiodo capii che cosa aveva voluto dire l'artista.
L'erotismo una stanza buia dove si entra con molta curiosit e un pizzico
di paura. L'erotismo il battito accellerato del cuore di fronte al mistero.
L'erotismo partire alla scoperta dell'America senza essere sicuri che ci
sia una America dall'altra parte. L'erotismo il possesso della persona
amata unito all'ansia di perderla. L'erotismo la continua ricerca del
limite.
Mi chiedo se i ragazzi d'oggi, grazie alla maggiore circolazione d'idee e ai
mutamenti del costume, ne sappiano molto di pi di sesso di quanto ne
sapessimo noi verso la fine degli anni Quaranta. All'epoca, per tenerci
informati, leggevamo, chiusi in bagno, Mammiferi di lusso e L'amante di Lady
Chatterley, ma n Pitigrilli n Lawrence ce la facevano a sostituire
l'esperienza personale. Una donna nuda dalla testa ai piedi, diciamo la
verit, non l'avevamo vista mai. I pi fortunati avevano intuito, pi che
intravisto, dal buco della serratura il seno della cameriera mentre si
cambiava di abito. E poi, a parte le donne nude, avevamo dei grossi problemi
anche con quelle vestite: quando organizzavamo iballetti, tanto per dirne
una, malgrado fossimo una quarantina, le dame non erano mai pi di cinque,
quasi sempre bruttine e comunque obbligate a rincasare prima delle otto di
sera.
In mancanza di discoteche ci si riuniva in casa del meno povero, o di chi
almeno fosse in grado di preparare un panino con la mortadella e un po'
d'acqua frizzante. Tenuto conto dei pochi soldi a disposizione, l'unica
alternativa era il castagnaccio innaffiato da un'aranciata in bottiglia
chiamata Fior di Pesco.
Il disc-jockey non era un professionista, come pare obbligatorio oggi, ma
solo il pi brufoloso del gruppo che, pur di essere invitato, si adattava
alla dura mansione di metterei dischi. Il compito richiedeva abilit e
concentrazione. Il poverino, infatti, era tenuto a: 1) prendere il disco con
cautela senza farlo mai cadere per terra (i dischi di gommalacca si rompevano
al minimo contatto), 2) girare la manovella del grammofono, tra un ballabile
e l'altro, senza superare il limite massimo oltre il quale la molla si
spezzava, 3) cambiare ogni due balli la puntina, 4) evitare che la stessa
strusciasse sul disco danneggiandolo in modo irreparabile.
I tempi musicali erano due: il fox-trot e lo slow. Con il primo si faceva
casino, con il secondo si ballava la mattonella, ovvero una specie di ballo
statico durante il quale grazie a un accostamento pubico, si cercava di
capire se lei ci stava o no. Se lei, come di regola, non ci stava, la si
riaccompagnava educatamente al posto di partenza e la s ringraziava per il
giro di ballo che ci aveva appena concesso. Le norme di comportamento dei
ballerini (non la mattonella) venivano insegnate in appositi istituti
denominati Scuole di Danza Classica e Moderna.
Odiavamo i cantanti melodici tipo Carlo Buti e Oscar Carboni. Impazzivamo per
le vocine erotiche del Trio Lescano. In fatto di orchestre esistevano due
partiti contrapposti, quello di Barzizza e quello di Angelini. Dalla
generazione precedente ci separava un abisso: mio padre considerava la
canzone ritmica una forma di decadimento morale: quando sentiva Ernesto Bonino
cantare Conosci mia cugina, esclamava Africae usciva dalla stanza in segno
di protesta. Natalino Otto poi lo odiava: per lui era solo un grande
fetentone, indegno di essere messo in onda da un ente nazionale come l'EIAR:
la prima volta che lo senti cantare Ritmo, ritmo, ritmo per favore ci minacci
con un lapidario finirete tutti in galera!e ci tolse il saluto per almeno
una settimana. Per non fargli vedere Mick Jagger Dio se lo chiam in cielo
verso la fine degli anni Quaranta!
Solo in quarta elementare venni a sapere come si facevano i bambini. A
informarmi su ogni particolare, anche quelli pi inverosimili, fu un compagno
di scuola, tale De Matteis, figlio di un industriale conserviero, molto
invidiato da tutti per il fatto che si faceva accompagnare a scuola in
automobile dall'autista.
Ogni giorno all'una, prima di uscire, De Matteis chiedeva al bidello:
E arrivata l'auto? Si, signorino De Matteis rispondeva il bidello,
mettendosi sull'attenti (a sua discolpa, bisogna dire che il pap, il De
Matteis, gli passava sostanziose mazzette, sia a Pasqua che a Natale, mentre
i nostri genitori, taccagni oltre ogni limite, non gli mollavano mai una
lira).
Un giorno De Matteis, mentre eravamo al gabinetto, mi comunic la grande
notizia:
So tutto! Tutto cosa? gli chiesi io.
Tutto tutto! rispose lui e con le dita mim un rapporto sessuale: infilava
ripetutamente l'indice della mano destra in un tondo formato dall'indice e dal
pollice della mano sinistra. Poi, pur non essendoci nessuno nelle vicinanze,
mi raccont ogni cosa all'orecchio.
Nooo! esclamai io incredulo.
Sii! ribatt lui elettrizzato. Pure tua madre e tuo padre lo fanno.
L'idea mi fece subito star male.
E non basta, continu De Matteis ci sono pure i ricchioni! Ricchione
era la massima offesa immaginabile. Se per caso ne scoprivamo uno, per lui
era la fine. Veniva subito circondato e accompagnato a casa da un coro
continuo:
Ricchioo, ricchioo蚧.Ho letto da qualche parte che gli individui nascono
tutti bisessuali e che solo col tempo si specializzano nell uno o nell altro
campo. Ebbene vi assicuro che, se da ragazzo avessi avuto anche la pur minima
tentazione, non avrei fatto nulla, magari solo per il terrore di essere
chiamato ricchione. Chiss che questa crudele strategia persecutoria non
possa essere adottata a buon fine, ad esempio per prevenire l'uso della
droga:il giorno in cui la parola drogato diventasse sinonimo di
imbecillemolti ragazzini, forse, ci penserebbero un p prima di bucarsi.
inutile cercare di dissuadere un giovane con lo spauracchio della morte: un
ragazzo normale non pu immaginare di morire, per la semplice ragione che
convinto di essere immortale. Lo slogan, invece,drogato=imbecille potrebbe
avere su di lui un effetto deterrente di gran lunga maggiore, in quanto lo
ferirebbe nell'orgoglio. Invece di esaltare (come abbiamo sempre fatto) certi
divi del rock, noti consumatori di eroina, mettiamo in giro la voce che la
natura ha inventato la droga solo per eliminare i pi stupidi. Vuoi vedere
che, anche se non vero, finiamo col salvare qualcuno?
Dai quattordici ai diciotto anni, come spesso capita ai ragazzi di questa et,
mi masturbai ogni sera, tra le dieci e mezzanotte con scrupoloso accanimento.
L'impossibilit di trovare coetanee, belle o brutte che fossero, disposte ad
avere un qualsiasi rapporto sessuale, seppure superficiale m'indusse a
coltivare ilvizio solitario. A complicarmi la vita, per, arrivarono San
Sebastiano e don Attanasio.
Nella parrocchia di Santa Lucia c'era una gigantesca rappresentazione del
martirio di San Sebastiano. Ricordo le corde che tenevano il santo legato alla
colonna, lo sguardo del martire rivolto verso il cielo e le frecce conficcate
nel corpo, come tanti aghi su un puntaspilli, compresa quella che gli
attraversava la gola e che poi era quella che pi di tutte mi faceva
impressione. Non era un capolavoro, d'accordo, ma in quanto a Grand Guignol
non aveva nulla da invidiare al pi raccapricciante film dell'orrore.
Don Attanasio, il parroco, era ancora pi terrificante del quadro: quando mi
confessava, a parte il fatto che sbrigava tutta la faccenda in piedi, fuori
dal confessionale, era solito andare subito al sodo:
Hai commesso atti impuri? S. Da solo o accompagnato? Da solo. Lo
vedi a San Sebastiano? Si. Ebbene, ricordati quello che ti dico:
ogni volta che te lo meni, San Sebastiano viene colpito da una freccia!
Ecco quello che sei: un farabutto, disgraziato, fetente e senza misericordia!
E adesso vattene che non ti voglio pi vedere. E la penitenza? Tre Ave
Maria per ogni freccia che ha colpito San Sebastiano. Le frecce erano otto
(compresa quella alla gola) quindi tre per otto...
ventiquattro Ave Maria.
Ma non basta: per anni sono stato tormentato da San Sebastiano. Ogni volta
che facevo l'amore, puntualmente, proprio nel momento pi bello, mi tornavano
in mente lui e le sue stramaledettissime frecce.
Le occasioni per eccitarci erano numerosissime. A Scuola, per esempio, ogni
anno ci portavano a vedere lo stesso film: Processo e morte d Socrate, con
Ermete Zacconi, un lungometraggio tra i pi noiosi del cinema italiano Verso
la fine del film, per, poco prima che Socrate bevesse la cicuta, si vedevano
sette fanciulle danzare davanti alla nave sacra, e in particolare una bella
biondina che, alzando al cielo una coroncina d'alloro, accentuava la forma
del seno al di sotto della tunica. A quel punto i pi assatanati di noi
cominciavano a toccarsi, facendo attenzione per a non emettere mugolii,
anche perch Carotone era l che andava su e gi per il corridoio con una
cinghia in mano e dava scudisciate al buio dovunque sentiva arrivare il pi
piccolo rumore.
Insomma, erano tempi duri. Fortunatamente per c'era la foto a mezzo busto
della negra che zio Luigi aveva portato dall'Africa Orientale: noi la
battezzammo Faccetta nerae ci innamorammo di lei. La negra era un po'
bruttina di viso, ma aveva tutte e due le tette di fuori e tanto bastava per
farci salire il sangue alla testa. Quando zio Luigi andava al Circolo, noi ci
chiudevamo nella sua stanza e, dopo aver posto la foto in posizione verticale
sulla scrivania, restavamo a guardarla in religioso silenzio, che poi tanto
religioso non era e San Sebastiano ne sapeva qualcosa.
L'infatuazione per Faccetta nera, e per le africane in generale, aument a
dismisura il giorno in cui, durante una visita alla Triennale d'Oltremare,
vedemmo la fezzanese Manubia esibirsi in una danza del ventre al ritmo di una
decina di bongos. Mai e poi mai avremmo potuto supporre che un ventre di
donna fosse capace di esprimere tanta Sensualit solo muovendosi, quasi
possedesse un'anima localizzata. Zio Luigi stesso, che pure era abituato a
vedere ben altre esibizioni, non pot fare a meno di esclamare Ges, Ges, a
questa le manca solo la parola!. Le tette di Faccetta nera, sommate al ventre
di Manubia, crearono in noi una sana coscienza democratica e antirazzista che
ancora oggi ci accompagna nella vita.
Un giorno per zio Luigi si accorse che la foto appariva... come dire...
Logorata dall'uso e pens bene di chiuderla a chiave in un cassetto del com.
Noi non ci facemmo scoraggiare per cos poco: Filuccio, il figlio del
portiere di via Marino Turchi, alto e magrissimo, tolse il cassetto superiore
e, allungando un braccio reso scheletrico dalla fame bellica e dalla
eccitazione sessuale, riusc lo stesso a prendere la foto con la punta delle
dita. Ora io mi chiedo: potr mai un ragazzo di oggi, con tutti i Playmen
che gli sbattono sulla faccia, capire quale immensa gioia provammo noi quel
giorno, quando Filuccio pesc la foto di Faccetta nera dal cassetto di zio
Luigi?
Sono diventato maggiorenne prima che chiudessero le case di tolleranza e,
siccome mi sono deciso a raccontare tutta la verit, confesser anche di
averle frequentate. Sia chiaro per che non ne sono mai stato un cliente
abituale, anzi, al contrario, posso vantarmi di esserci andato solo in alcune
occasioni e non necessariamente per motivi di sesso.
Cominciai che avevo sedici anni, molta fame e nessuna possibilit di chiedere
soldi a casa. Fu un mio compagno di liceo, tale Criscuolo, detto Sciabbolone,
a introdurmi nel business degli alcolici. .
Tu adesso vieni con me da z Alfonso. Io ci parlo, ti presento, dico che sei
un mio compagno di scuola, e ti faccio vedere che quello d le bottiglie pure
a te. Ma veramente tuo zio?chiesi io per tranquillizzarmi.
Per amor di Dio!rispose Sciabbolone con una smorfia di disgusto. Tutti
quanti lo chiamano z Alfonso, ma lui non zio a nessuno. Prima faceva il
sacrestano nella chiesa di San Domenico Maggiore, poi lo cacciarono perch si
arrubbava i soldi da dentro le cassette. Cos ora si e messo nei liquori:
fabbrica whisky scozzese a Casavatore. Il lavoro semplice: noi portiamo le
bottiglie nei casini e lui ci d dieci lire a bottiglia. Il lavoro non era
semplice per niente, se non altro perch si correva il rischio di farsi
beccare dagli MP americani e di finire in galera per vendita di prodotti
adulterati.
Z Alfonso era un ibrido, a met tra il prete e il camorrista: aveva gli
occhiali di chi ha passato tutta la vita tra i libri e la voce rauca di uno
scaricatore di porto. Mentre in certi momenti sembrava pieno di apprensione
per la nostra moralit, un minuto dopo non esitava a minacciarci di morte se
solo gli avessimo fregato una lira.
Guagli, mi raccomando: quando andate nei casini non vi guardate mai
attorno. Fatevi il segno della croce, tenete gli occhi bassi e consegnate le
bottiglie alla maltresse. Regola numero uno: non lasciate le bottiglie se
prima non vi hanno pagato. Regola numero due: ricordatevi dei prezzi:
novecento lire la cassetta di whisky e settecentottanta lire quella di gin!
Regola numero tre: non dimenticate i vuoti. Regola numero quattro: non
guardate le puttane ma guardate i soldi. Se i conti non tornano sono mazzate!
Regola numero cinque: non bevete l'old scotch di z Alfonso perch veleno!
Basta un sorso e si muore sul colpo! Ma gli americani se lo
bevono!obiettavamo noi.
S, ma a loro non succede niente perch non sono cristiani! Noi, malgrado
le regole di z Alfonso, guardavamo, eccome! Una volta, con la scusa di
portare il whisky in Cucina, attraversai tutto il casino. Su un divano
c'erano tre soldati americani, fra cui un sergente di colore, che stavano
aspettando le segnorine. Nel corridoio incontrai una donna enorme, in
vestaglia arabescata, che cantava Sola me ne vo per la citt嗷. Aveva le
cosce scoperte e la mutanda di pizzo nero che s'intravedeva a ogni svolazzo
della vestaglia. In cucina ce n'era un'altra che si stava facendo un caff: si
chiamava Ketty. Era molto pi carina di quella del corridoio e aveva i capelli
alla maschietta. Mi guard mentre scaricavo le bottiglie e disse:
Quant' bello stu piccirillo! Quase quase m'o facesse. E fu questo il primo
complimento che ebbi da una donna.
Ketty, la segnorina con i capelli alla maschietta, entr nel mio immaginario
erotico per rimanervi alungo. Me la sognavo a occhi aperti, con quella sua
bocca rossa e lo sguardo invitante. Non pensavo tanto all'atto sessuale,
quanto abbracciarle il seno e a farmi coccolare. Mi vedevo ricco famoso
(perfino con l'Isotta Fraschini) che andavo a trovare con la sicurezza
dell'habitu. Avrei detto Dite a Ketty che st qu e le avrei regalato un
anello di brillanti.
Da quel giorno cominciai a contare gli anni, i mesi e le ore che mi separavano
dalla data del diciottesimo compleanno. Filuccio c'era stato la prima volta a
sedici anni pare che avesse corretto la data di nascita con la scolorina e
che nessuno se ne fosse accorto. Bisogna dire per che Filuccio gi si radeva
e che era pi alto di me di almeno un palmo. Io poi avrei avuto troppa paura a
presentarmi con un documento falso: sfortunato come sono mi avrebbero beccato
al primo tentativo. Mi era stato detto che se fossi stato scoperto, la polizia
avrebbe informato immediatamente mio padre e a quel punto tanto valeva
suicidarsi prima.
Arrivarono i diciotto anni e con essi la tanta sospirata iniziazione. Ketty
ormai, con le quindicine che andavano e venivano, chiss dove era andata a
finire. Forse chiedendo in giro, avrei anche potuto scovarla: magari aveva
smesso di lavorare e si era sposata...
Scortato dagli amici pi anziani, mi presentai al 98, unico casino napoletano
ancora off limits per gli americani. Era una giornata funerea: non pioveva, ma
c'era nell'aria un cupo presagio di temporale. Non che avessi paura di
bagnarmi (mi ero portato l'ombrello di pap), ma per un giorno cos importante
avrei preferito una tiepida sera d'estate. Detti uno sguardo al cielo ed ebbi
l'impressione che tutte le nuvole di Napoli si fossero date appuntamento in
via Nardones: pi m'inoltravo nel vicolo e pi loro si abbassavano per
potermi deprimere. Vuoi vedere, pensai, che proprio oggi c' la fine del
mondo. Sarebbe stato il massimo della sfortuna: colto in flagrante mentre
andavo a puttane! Mi avrebbero spedito all'inferno, senza nemmeno farmi
passare per il Giudizio Universale.
Sta per venire una tropea,sussurrai forse meglio se torniamo domani. E
a te che te ne importa se piove,sghignazz Nuzzo Neri mica devi fottere
all'aperto! Non fiatai, anche perch un tuono apocalittico mi fece
ammutolire. I vetri di via Nardones cominciarono a tremare come se fossero
stati presi dal panico. Strinsi tra le dita le cento lire della marchetta
(dieci banconote quadrate da dieci amlire, faticosamente accumulate negli
ultimi tre mesi) e istintivamente pensai a don Attanasio, a San Sebastiano e
a mio padre. Mi consolai pensando che tanto non mi avrebbero fatto entrare.
Aprii l'ombrello.
Ma che fai? disse Nuzzo. Apri l'ombrello quando non piove? S, ma adesso
comincia Secondo me, stai nel pallone replic lui, pi cattivo che mai.
Ti sei pisciato addosso e hai pensato che stesse piovendo! Una risata
generale sanc il mio scorno.
Il 98 aveva un complicato sistema di porte a vetri smerigliati che impediva a
quelli che entravano di vedere quelli che stavano uscendo. Ovviamente mi
confusi e imboccai la porta sbagliata, quella dove stava scritto uscita. Una
vecchia sdentata mi blocc al volo:
Giovane, avete sbagliato porta: se trase a chell ata parte! L'ombrello era
proibito: mi obbligarono a depositarlo al guardaroba. Poi mi chiesero i
documenti: li mostrai tremando. Qualcuno mi disse sedetevi! e io ubbidii
prontamente, senza nemmeno avere il coraggio di alzare gli occhi dal
pavimento. Provai molta invidia per Nuzzo che invece salutava un po' tutti: la
guardarobiera, i clienti e le signorine.
La puttana era brutta e antipatica, ma non fui io a scegliere lei, bens lei
a scegliere me. A dir la verit, ce ne sarebbe stata una, seduta in un
angolo, che mi piaceva anche perch era pi giovane e pi piccola di statura.
Stavo li l per farle un cenno d'intesa, quando quella brutta mi prese per la
manica della giacca e mi costrinse a seguirla.
Paga la marchetta e vienimi appresso! mi ordin :e si avvi per le scale.
Sentii la voce di Filuccio che mi lanciava un vai! d'incoraggiamento. Tirai
fuori dalla tasca le cento lire, ormai rese collose dal sudore, e le consegnai
come in trance nelle mani di una Crudelia de Mont che stava alla cassa.
Chiss perch quando si pensa ai casini le prime immagini che vengono in mente
sono il sedere delle puttane che salgono le scale e le mattonelle con l'orlo
blu, lungo il corridoio.
Togliti i pantaloni! Me li tolsi e lei, dopo un rapido sopralluogo per
vedere se avessi avuto piattole o altri insetti, prese uno spruzzatore di
FLIT e mi stantuff tra le gambe una fredda nuvola di disinfettante. Le
residue speranze di una gi improbabile erezione svanirono di colpo.
Aeh! ridacchi la megera. E arrivato Rodolfo Valentino! Meglio accuss,
tenevo proprio bisogno 'e 'nu minuto 'e riposo! Adesso bell'e mamm, tu ti
vesti un'altra volta e aspetti dieci minuti buono buono, seduto sopra al
letto senza rompere 'o cazzo. Anche perch io mi debbo cucire la camicetta
che si scusuta. E non dire niente abbasso ca si no ti sputtano davanti a
tutti gli amici e dico ca si ricchione e ca nunn arrizzi! Quando uscii di
nuovo all'aperto mi venne da vomitare.
Gli amici mi chiesero com'era andata e io mi rifiutai di parlare.
Va bu, disse Nuzzo Neri, volendomi consolare hai fatto sulo 'na figura 'e
merda! Mi dimenticai pure l'ombrello di pap.
Passarono gli anni e m'iscrissi a ingegneria. Per un po' non mi capit pi di
andare a casino, se non durante la festa delle matricole, quando la visita
ai santuari era di rigore.
Poi conobbi Agostino Belluscio, detto Bambolotto per via dei riccioli, e
cominci il periodo della Pensione Gianna.
La Pensione Gianna era un casino dal volto umano: le ragazze erano tutte
venete, a eccezione di Concettina che era nata ad Aversa e che faceva il
doppio mestiere di prostituta e di direttrice di sala. Da Gianna si respirava
un'aria di famiglia e non c'era la quindicina, ovvero il turnover delle
puttane che ogni quindici giorni cambiavano residenza. Il cliente si
affezionava a una sola ragazza e andava a letto sempre con lei. C'era un
cliente di Gallarate, un certo signor Mario, che da pi di sei anni era
fidanzato con Luisella la Veneziana. Quando andava fuori Napoli per lavoro le
telefonava, le mandava le cartoline e le faceva i regalini a Pasqua e a
Natale. Luisella era quello che si dice un personaggio felliniano: aveva due
tette grandi come provoloni di Auricchio. Un giorno il signor Mario, parlando
delle sue tette, socchiuse gli occhi e disse:
Per me sono come la Svizzera! Erano cos affiatati che il brav'uomo le
aveva lasciato in camera perfino il pigiama, le pantofole e una maglia di
lana di ricambio. La signora Gianna poi, ogni tanto, la domenica, offriva il
pranzo a tutti e due.
Bambolotto, pur avendo ventitr anni suonati, non aveva mai superato il
biennio:
s'era impantanato nella chimica e non ne era venuto pi fuori. A sbarrargli
il passo s'era messo addirittura il titolare della cattedra, il Professor
Bonifazi in persona.
Belluscio, gli disse un giorno Bonifazi quante volte hai tentato di
prenderti la chimica? Quattro volte. E io per quattro volte non te l'ho
data: vero Bell? E vero. Quindi tu mi odi? Per carit, profess:
non mi permetterei mai! No, Belluscio, non negare l'evidenza: tu mi odi!
Tu, se potessi, mi ammazzeresti. No, profess, ve lo giuro. Tu mi
ammazzeresti. Ma quando mai... Bell, qua due sono le alternative: o tu
ammetti che mi ammazzeresti o io ti caccio fuori dall'aula. A questo punto,
Bambolotto non seppe pi che dire cerc una via di mezzo.
Veramente, profess, certe volte l'ho pensato, per poi, mi sono subito
pentito... No Bell, non ci siamo capiti, precis Bonifazi tu devi dire
ad alta voce:
Io vi vorrei ammazzare. Io vi vorrei ammazzare ripet Belluscio come un
automa.
E invece mi dovresti ringraziare. Vi dovrei ringraziare? S, caro
Belluscio, perch, bocciandoti, io ho cercato di farti cambiare strada.
Dopo cinque anni? Meglio cinque anni buttati al vento che altri dieci a
inseguire una laurea per la quale non sei portato. Belluscio, guardiamoci in
faccia, da uomo a uomo: tu l'ingegnere non lo puoi fare! Tu magari potresti
diventare un ottimo medico, un filosofo, un poeta, un nuovo Giacomo Leopardi,
ma mai un ingegnere! E allora perch continuare? Perch ostinarsi ad andare
contro natura? Perch mio nonno era ingegnere, perch mio padre ingegnere
e perch pure mio zio fa l'ingegnere! piagnucol Bambolotto. Io non posso
interrompere una tradizione di famiglia solo per colpa della chimica... con
tutto il rispetto per la materia, sia chiaro. E poi proprio adesso che ho
trovato un collega tanto bravo con il quale mettermi a studiare. Il collega
tanto bravo, sarei stato io, e il luogo dove c'incontravamo per studiare era
la Pensione Gianna. Ora, per capire questa scelta, quanto meno insolita,
bisogna sapere tre cose: primo, che Bonifazi pretendeva la frequenza alle
lezioni, secondo, che la Pensione si trovava in via Mezzocannone, proprio di
fronte alla facolt di Chimica e terza, che Bambolotto riceveva un piccolo
stipendio dalla signora Gianna per tenere in ordine la contabilit della casa.
In genere studiavamo dalle otto all'una. Avevamo le chiavi sia del portoncino
che dell'ingresso: entravamo e ci mettevamo a studiare senza svegliare
nessuno. La signora Gianna ci aveva procurato perfino una lavagnetta dove
poter scrivere le formule pi difficili. Stavamo, come si dice a Napoli,
nella pace degli angeli.
Oggi la parola casino sinonimo di chiasso, eppure, credetemi, non
esiste al mondo luogo pi silenzioso di un casino durante le prime ore del
mattino: le ragazze dormono, il telefono non squilla, i clienti non possono
entrare e tutto silenzio.
Verso l'una la casa cominciava ad animarsi. La prima a farsi vedere era la
signora Gianna: si sedeva accanto a noi e ci chiedeva il resoconto della
serata precedente. Bamb lotto, per farla contenta, una volta al mese le
preparava anche la statistica delle marchette, suddivise in semplici,
doppie e mezz'ore.
La Stefy continua a perdere colpi! si lamentava la signora. Il guaio che
quella benedetta ragazza non ha la vocazione della puttana: per essere bella,
bella, ma fa tutto controvoglia e il cliente se ne accorge. E voi non
glielo potreste dire come deve fare? Glielo dico, glielo dico, e figuratevi
se non glielo dico, sospirava la signora ma anche per fare il "mestiere"
bisogna essere intelligenti e la Stefy, anima sua, cretina! Teoricamente
dovrei cacciarla oggi stesso, su due piedi, ma anche la figlia unica di una
mia carissima amica, con la quale ho lavorato al Nord per pi di venti anni:
la posso mai mettere in mezzo a una strada? Io gliel'avevo detto alla madre:
Non la mandare dalle monache che me l'inguai per tutta la vita''. Poi
arrivavano le signorine, alla spicciolata, chi in pigiama e chi in vestaglia.
C'era quella che ci portava la tazza di caffelatte, quell'altra che curiosava
tra i libri e quell'altra ancora che restava in silenzio a guardarci
studiare. La mattina sembravano tutte pi carine che non la sera prima
quando, diciamo cos, stavano in alta uniforme. Finimmo col diventare
un'unica famiglia: Bambolotto si fidanz con la Veneziana, la donna del
signor Mario, e io feci altrettanto con una ragazza di Mestre che si chiamava
Ernestina. Avevamo pi o meno la stessa et. A lei debbo tutto quello che
oggi so sul sesso: senza Ernestina, probabilmente, sarei anCora alle prime
armi.
Il nostro rapporto cominci con le lezioni di scrittura:
Ernestina era analfabeta e aveva il problema di scrivere due volte al mese
alla madre. Da qui nacque l'idea del baratto. Fu lei stessa a propormelo: Tu
m'insegni a scrivere e io ti insegno a fare l'amore; i francobolli per li
metti tu che sei uomo. Anche la signora Gianna ci dette il suo benestare:
Purch la schifezza ve la fate la mattina presto, quando non ci sono i
clienti!.
La madre di Ernestina, ovviamente, ignorava il mestiere della figlia: sapeva
solo che era ballerina di prima fila in una non bene identificata compagnia
di rivista e che stava sempre in tourne. La poverina indirizzava le sue
lettere a Fermo Posta Napoli ed Ernestina ogni luned andava a controllare se
era arrivato qualcosa. Oltre che scrivano ero diventato anche lettore e
traduttore dal veneto. Ecco un esempio di lettera dettatami da Ernestina:
Cara mama, mi stago ben e cuss spero de ti. Go tanto sucesso: ancu un
spetator me ga fato tanti aplausi el me ga dotnand anca un bis. La
capocomica siora Giana ea xe molto contenta de mi, e forse fra qualche mese a
me dar un aumento de percentual. Come staa la Lucia? Dghe che aga
dastudiarperchnea vita se non se studia se finisse col far tuto queo che vol
quei chega studi. Cara mama, mi te vogio tanto ben e quando penso a ti me
ricordo de quando gero putea e me vien sempre vogia de pianser. Tua
Ernestina. La storia si concluse dopo l'ultimo esame di chimica. Quel giorno
Bonifazi era di ottimo umore: accolse Bambolotto con un sorriso.
Va bene, Belluscio: hai vinto! disse Bonifazi. Questa volta l'esame te lo
do: pur di non vederti pi in vita mia sono disposto a qualsiasi bassezza.
Grazie profess, grazie rispose Belluscio che non credeva alle sue orecchie.
Bell, facciamo una cosa: per non correre rischi, fatti tu stesso le domande
che vuoi. No profess, meglio che me le fate voi! Va bene, ma allora
cerchiamo di fare domande facili dove ti senti pi preparato, sulla chimica
organica o quella inorganica? Per me lo stesso. Ahi, ahi! sospir
Bonifazi. Cominciamo male. Comunque, se questo l'esame che preferisci,
proviamo a scrivere la formula del saccarosio. La formula del saccarosio?
Me la ricordo benissimo! Bambolotto si fiond alla lavagna. Prima si strinse
le tempie con le mani, quasi che volesse spremere dalle meningi la formula del
saccarosio, poi prese un gessetto e timidamente cominci a scrivere, in alto a
sinistra, un bel C H o H. C H 2 o H corresse Bonifazi.
Ah s, grazie... C H 2o H... E cos continuarono: Bambolotto metteva un
atomo di carbonio e Bonifazi gliene faceva aggiungere uno di ossigeno;
Bambolotto proponeva un atomo d'idrogeno e Bonifazi glielo faceva togliere.
Dopo un tempo che a tutti parve interminabile, lo schema del saccarosio venne
finalmente completato. .
E questo, Dio sia lodato, il saccarosio, sospir il professore
asciugandosi il sudore con un fazzoletto che poi in termini pratici sarebbe?
Eh? Bell, chiese di nuovo Bonifazi che cos' il saccarosio? Non ho
capito professore: adesso che cosa volete sapere? rispose Bambolotto pi in
tilt che mai.
Voglio sapere come viene chiamato il saccarosio nella vita di ogni giorno!
Il saccarosio? Sssignore: il saccarosio ripet il professore che si
stava innervosendo.
Bambolotto non rispose. Cap che l'esame aveva imboccato una brutta strada e
che Bonifazi non era pi quello di prima. Purtroppo per lui, non gli venne in
mente che saccarosio e zucchero sono la stessa cosa e continu a ripetere
come un deficiente il saccarosio... il saccarosio... finch il professore
gli offr un'ultima via di salvezza.
Bell, disse Bonifazi, quasi implorandolo tu la mattina te lo prendi il
latte? S. E nel latte che cosa ci metti? Il pane rispose candidamente
Bambolotto.
E te ne devi mangiare di pane prima di prenderti la chimica! scatt
Bonifazi, alzandosi in piedi e urlando come un pazzo. Perch io la chimica
non te la dar mai! Hai capito Bell: mai!!! Belluscio quella mattina torn
alla Pensione con le lacrime agli occhi e la Veneziana gli prese la testa
piena di riccioli e la nascose in mezzo ai provoloni di Auricchio.
Bambolotto mio no far cuss: cossa te importa a ti de a Chimica se qua ghe
xe a veneziana" che te vole tanto ben.
Il primo amore
Di primi amori ne ho avuti quattro, uno per ogni et: ho avuto il primo amore
da bambino, poi quello da adolescente, poi da giovanotto e infine da adulto.
Quanto a quello da vecchio, spero che non si faccia attendere troppo.
Se penso di aver avuto quattro primi amori, e non quattro amori diversi
(numerabili dall'uno al quattro), perch credo di essermi innamorato sempre
della stessa persona, di una ragazza cio un po' bizzarra, che ogni volta ha
voluto indossare un nome e un aspetto diversi, come la dea Tetide quando non
voleva farsi possedere da Peleo. E cos una volta mi si presentata davanti
con i capelli rossi, un'altra con gli occhi verdi, e poi ancora con i capelli
neri e infine, l'ultima volta, con le labbra rosa come i coralli dei cammei
di Torre del Greco. Io invece (e di questo sono sicuro) non sono mai stato lo
stesso uomo: il Luciano che a nove anni s'innamor perdutamente di Lilly, non
aveva nulla in comune, nome e cognome a parte, con tutti i Luciani che
vennerO dopo e che si innamorarono rispettivamente a 19, 29 e 51 anni.
Questa pertanto non la storia di un uomo e di quattro donne, ma di una
donna e di quattro uomini, tutti innamorati di lei.
Un giorno John Keats, un poeta inglese dell'Ottocento morto a soli 25 anni,
scopr su un'urna greca una rappresentazione dell'Amore Eterno. Si trattava
di due giovani, un ragazzo e una ragazza, che si rincorrevano da posizioni
diametralmente opposte. Data la rotondit dell'urna e la simmetria del
disegno, non si poteva stabilire chi dei due stesse inseguendo l'altro. Era
chiaro per che tutti e due sentivano il bisogno contemporaneo sia della fuga
che dell'inseguimento. Heard melodies are sweet, but those unheard are
sweeter sospira il poeta e poi conclude: Bold Lover, never, never canst
thou kiss... for ever wilt thou love, and she be fair.
A questo punto, per capire chi colei che sta fuggendo da me (o che mi sta
rincorrendo), per sapere come fatta quella che Keats chiama la sposa
inviolata del silenzio, prover a raccontare quel che finora mi successo
con lei.
Lilly Ho gi detto che m'innamorai per la prima volta a nove anni: lei ne
aveva uno meno di me. Abitavamo nello stesso palazzo, quello di via Marino
Turchi 31 a Santa Lucia, io al terzo e lei al quinto piano. L'incontro
avvenne sul terrazzo comune.
Lilly aveva i capelli rossi, le lentiggini e le treccine (aveva anche una
mamma egiziana, ma questo lo venni a sapere solo in un secondo momento).
Per un po' non accadde nulla: io fermo in un angolo a guardare, e lei a girare
intorno sui pattini come se non ci fossi. Poi tutto ad un tratto si accorse di
me, e, ogni volta che mi passava accanto smetteva di spingere si pattini e
procedeva per una decina di metri, immobile, come una figura egizia,
allineando il viso alle spalle e mettendo i piedi uno sul prolungamento
dell'altro. Guardarmi non mi guardava, ma a ogni passaggio progressivamente
mi si avvicinava, e pi mi sfiorava, pi sentivo il mio cuore sussultare come
un assolo di batteria; pi giri inanellava, pi il mio amore per lei
diventava eterno.
In pochi giorni diventammo inseparabili e io cominciai a comportarmi come se
fossi il fidanzato ufficiale. Le stavo sempre vicino ed ero geloso se qualche
altro ragazzino le rivolgeva la parola. Non so bene spiegare i motivi della
mia infatuazione, ma Lilly era troppo diversa da qualsiasi altra bambina
avessi conosciuto prima di allora per non restarne affascinato. Probabilmente
alla base di questa diversit c'era l'influenza della madre, che era s
egiziana, ma di origine inglese. Anche le abitudini della sua famiglia per me
erano sconvolgenti: tanto per dirne una, a casa sua, lei e il fratello
potevano parlare quando e come volevano, cosa che invece a me e a mia sorella
veniva negata del tutto, a meno che non avessimo avuto la febbre con
temperatura superiore ai 38 gradi.
Un giorno Lilly mi disse: Domani festeggio il mio compleanno, vieni su alle
quattro in punto.
Il tuo compleanno! risposi io stupitissimo. E fate una festa? S.
Perch, tu non la fai la festa quando viene il tuo compleanno? Mai: i miei,
in un anno, mi fanno solo due regali, uno all'onomastico e uno alla Befana.
E a Natale? Mi dicono Buon Natale. Daccordo, ma sotto l'albero che cosa
ti fanno trovare? Niente: e poi noi non facciamo l'albero, facciamo il
presepe! E non ti fanno un regalino? No, per mangiamo di pi e mi danno
il permesso di vedere i fuochi. La festa di Lilly fu eccezionale: tutti i
ragazzini erano seduti a tavola e venivano serviti come persone grandi.
la prima volta in vita mia bevvi la cioccolata (fino a quel giorno avevo
ignorato che la cioccolata si potesse anche bere). I posti erano tutti
assegnati: ognuno di noi aveva un cartoncino col proprio nome e accanto al
cartoncino un pacchetto colorato con un regalo personale. Alla fine del
ricevimento spensero le luci e arriv la torta con le candeline accese. Rimasi
senza fiato: il fuoco a tavola! Oggi non credo che esista un solo bambino che
si possa meravigliare per la torta con le candeline, ma a quei tempi era
diverso. S, dopo la guerra alcune tradizioni anglosassoni, come l'albero di
Natale e la canzone Jingle Bells, sarebbero diventati comuni.
Il nostro, ovviamente, fu un fidanzamento senza sesso anche se un giorno, come
si dice in gergo, ci provai.
Leviamoci i calzoncini e le mutandine, le dissi e cosi ci guardiamo!
Levateli prima tu rispose lei.
Io subito, senza starci troppo a pensare, me li tolsi, lei serissima, dopo
avermi osservato con calma, non volle fare altrettanto. Da quella volta
imparai a spogliarmi solo per secondo.
Improvvisamente per Lilly divenne misteriosa: la sua famiglia cominci a
trasferirsi da una pensione all'altra e si cambi di cognome. All'inizio, io
non capii il perch di tutti questi sotterfugi, poi qualcuno mi spieg che
erano ebrei e che sarebbe stato pericoloso per loro avere un recapito
conosciuto. Lilly part per l'America, all'improvviso, senza neanche venirmi
a salutare. Piansi a dirotto: Hitler e Mussolini avevano distrutto il mio
primo sogno d'amore.
Giselle Napoli, Vomero, Liceo Jacopo Sannazaro, ottobre 1947: io stavo in
terza liceo e lei in prima. Aveva sedici anni. La vedevo arrivare ogni giorno
con i libri stretti da una cinghia marrone, sempre ben vestita e perfino
truccata. Il marted invece la incontravo in palestra alle dieci e trenta
precise:
lei usciva e io entravo. Il primo problema fu quello di non arrossire: anche
se la scorgevo a cento metri di distanza, mi si scatenava dentro una tempesta
di fuoco, e pi cercavo di sembrare indifferente, pi mi sentivo avvampare
come un tizzone. Poi pian pianino, non so nemmeno io come, mi ci abituai. Non
erano tanto gli occhi verdi a sconvolgermi, quanto le punte del seno che
riuscivo a indovinare, nude secondo me, al di sotto della tuta.
Un giorno che mi sentivo pi forte del solito mi feci coraggio e l'abbordai.
Come ti chiami? Giselle e abito in via dei Mille. Poi, subito dopo
aggiunse: Quelli del Vomero sono tutti cafoni!.
Ma io non sono del Vomero. E di dove sei? Sono di via dei Mille. Ah,
meno male! sospir lei. Avevo paura che fossi anche tu del Vomero.
Cos la mattina possiamo darci appuntamento a piazza Amedeo e prendere
insieme la funicolare. Io non ero affatto di via dei Mille, ma dopo quello
che lei aveva detto dei vomeresi, come facevo a confessarle che da pi di un
anno mi ero trasferito al Vomero? S, d'accordo, avrei potuto dirle che ero
originario di Santa Lucia, ma poi, va' a sapere cosa ne pensava di quelli di
Santa Lucia. La verit che il mio amore era un pochino razzista, tanto
vero che aveva anche l'erre moscia.
Il secondo problema fu trovare i soldi per la funicolare:
in pratica due lire al giorno (una per salire e una per scendere) e in pi
qualche altro soldino per offrirle, che so, un gelato o dei cioccolatini. Ogni
mattina mi alzavo un'ora prima per farmi trovare, fresco come una rosa,
all'appuntamento di piazza Amedeo. La prima discesa me la facevo a piedi:
venivo gi di corsa, come un proiettile, lungo la calata San Francesco: dieci
minuti, massimo dodici, ed ero a via dei Mille. Il vero dramma era il
ritorno, quando, dopo averla accompagnata fin sotto casa, dovevo risalire
1128 gradini per raggiungere il Vomero, ma ero giovane, in salute e per
giunta innamorato.
Mettere insieme venti lire a settimana nel '47 era un'impresa. I primi a
finire sulla bancarella degli usati furono i testi del ginnasio, poi prese il
volo un Giulio Verne avuto in regalo da zio Luigi, e infine i miei
adoratissimi Salgari. con il Ciclo dei Corsari mi pagai due settimane di
funicolare con Minnehaha la Scotennatrice (rilegatura in rosso e titoli in
oro) tre giorni. A dicembre cominciai a non farcela pi, le dissi che potevo
accompagnarla solo all'andata, perch all'una dovevo andare da un amico, al
Vomero, a fare i compiti. Un brutto giorno, infine, mi resi conto che non
avevo pi nulla da vendere e mi arresi.
Senti Gisella... cominciai a dirle con voce affranta.
Giselle, prego mi corresse lei.
Giselle, debbo darti una brutta notizia: mio padre ha deciso di trasferirsi
al Vomero. E con questo? Anche se ti trasferisci, resti sempre uno di via
dei Mille. E cos mi salvai.
Il primo bacio ce lo demmo nello stanzino degli attrezzi sportivi. Era un
marted e c'era ginnastica: io avevo anticipato la discesa in palestra e lei
si era trattenuta un po' pi del necessario. La baciai con impeto tra
giavellotti, clave, e cavalli in similpelle, ma non ebbi il coraggio di
toccarle il seno. Eppure Dio solo sa quanto mi sarebbe piaciuto!
Un giorno, durante la lezione di latino, il professor Valenza Ci parl dei
ruderi di Baia e di un tempio dove, a suo dire, era ancora possibile sentire
la voce del dio Mercurio sottO forma di eco. Essendo Baia a soli ventidue
chilometri da Napoli, venne subito organizzata una gita scolastica per la
domenica successiva, alla quale, con mia infinita gioia, avrebbe partecipato
anche la prima E, la classe di Giselle.
Una volta nel tempio, nessuno fu capace di sentire Mercurio, anche perch
tutti si misero a gridare contemporaneamente, e pi di tutti il professore
che avrebbe voluto il pi totale silenzio per farci ascoltare l'eco: solo io
e Giselle ubbidimmo ai suoi ordini, tutti gli altri urlavano come ossessi. La
verit che noi eravamo assenti: pigiati nella ressa, sballottolati da ogni
parte, badavamo solo a tenerci per mano e ad ascoltare i nostri cuori. A me
di sentire Mercurio non importava assolutamente nulla, l'unica cosa che
andavo cercando con gli occhi era un angolo buio, una cameretta segreta, un
anfratto qualsiasi dove poterle dare un bacio.
Nel primo pomeriggio ci trasferimmo a Bacoli a visitare le Stanze di
Agrippina e, mentre tutti giocavano a nascondarella, io e Giselle ce la
squagliammo e ci avviammo verso il mare. Il professor Valenza ci vide ma non
fece nulla per fermarci. Che Dio gliene renda merito!
Ci sdraiammo, uno accanto all'altro, su una spiaggetta piena di sassi. Era
inverno, la zona era deserta e ci potemmo scambiare con calma tutti quei baci
e quelle carezze che avevo sognato negli ultimi due mesi. Io stavo con la
schiena a terra e lei mi si coric addosso per coprirmi di affetto (o forse
per non sporcarsi). Sentii subito un acuto dolore dietro la schiena, era una
piccola pietra che mi premeva giusto in mezzo alle scapole. Non dissi nulla
per non rovinare il momento magico. Prima di andar via, per, senza farmene
accorgere, presi la pietra e me la misi in tasca.
Poi arrivarono le feste e per un po' di tempo ci perdemmo di vista. Le
telefonavo ogni giorno ma i familiari rispondevano che Giselle non c'era.
Tutte le vacanze di Natale le passai camminando su e gi per via dei Mille
finalmente una mattina l'incontrai. Fu gentilissima.
Ciao, mon amour, che fine hai fatto: sei sparito? cinguett spudoratamente,
come se fossi stato io quello che non si era fatto pi vedere. Era carina da
impazzire!
Niente di speciale, risposi con aria indifferente solite cose... Senti,
continu lei, pi disinvolta che mai l'ultima notte dell'anno, a casa mia,
diamo un veglione: vengono Capece, Minutolo, i Caracciolo, i Torre Padula,
gli Imperiali e i Pignatelli. Vuoi venire anche tu? Io non sapevo chi
fossero i Capece Minutolo e tutti gli altri cognomi che aveva elencato, ma
l'idea di poter stare una notte intera accanto a lei mi elettrizz a tal
punto che da quel giorno non dormii pi per l'emozione.
Ero cosi felice che l per l sottovalutai una cosa tremenda che mi aveva
detto:
Tu ce l'hai lo smoking?.
Ovviamente non lo avevo, ma risposi lo stesso s, come sempre accadeva ogni
qualvolta lei mi guardava negli occhi.
Quel Natale trascorse sotto l'incubo dello smoking. Mio padre, giustamente,
avrebbe voluto telefonare ai genitori della ragazza per dirgliene quattro.
Ma come, continuava a ripetere qua l'Italia sta con le pacche nell'acqua e
questi si mettono a fare le feste in smoking! Io quasi quasi li faccio
arrestare! Mia madre invece, poverina, aveva intuito quanto fosse importante
per me quella festa, e come primo tentativo cerc di farsi prestare l'abito
da sera da qualche parente, ma tranne zio Luigi zio Luigi che era all'estero,
nessuno della famiglia era mai arrivato allo smoking. Cos decidemmo di
affittarlo ovviamente senza farlo sapere a pap.
C'era al Vomero, in via Luca Giordano, una ditta specialiZzata in addobbi e
abiti da cerimonia: la Pecoriello e figli. Adesso non ricordo bene quanto
costasse uno smoking Pecoriello nel '47, ma non dimenticher mai la
discussione che si scaten tra mia madre e il noleggiatore allorch venne
fuori il problema della cauzione. Mamm prese la richiesta come un atto di
sfiducia nei suoi confronti, si offese e usc dal negozio. Il noleggiatore la
rincorse per strada e le disse che in via eccezionale, e solo per quella
volta, avrebbe rischiato. A parte la cauzione, c'era poi il problema della
misura: essendo io magro come un fachiro, non esisteva in tutta Napoli un
solo smoking i cui pantaloni non mi cascassero per terra. D'altra parte il
cavalier Pecoriello si rifiutava di apportare all'abito qualsiasi modifica.
Alla fine scendemmo a patti: mamm avrebbe provveduto a fare una piega sul
dietro dei pantaloni (Solo un'imbastitura, signora, per carit, mi
raccomando: solo un'imbastitura), e Pecoriello ci avrebbe prestato senza
alcun sovrapprezzo un paio di bretelle per tenerli su.
Lo so: difficile immaginarmi magrissimo, eppure, credetemi, ero cos
scheletrico che gli amici mi chiamavano Auschwitz. Non andavo al mare perch
mi si vedevano tutte le costole. Oggi, invece, mi capita esattamente il
contrario: non mi metto in costume perch ho paura di essere troppo grasso. A
questo punto mi chiedo: ci sar pure stato un momento in cui ero giusto? Per
quanti sforzi faccia, non me lo ricordo: sar capitato d'inverno.
ma torniamo a Giselle e al veglione del '47. Fu una delle peggiori notti
della mia vita: lei non mi amava pi!
Qualcosa doveva essere accaduto durante quelle maledette vacanze di Natale.
Ciao, come stai? mi disse appena mi vide e da quel momento non mi rivolse
pi la parola.
Io non conoscevo nessuno. Lei invece conosceva tutti rideva con i Torre
Padula, spettegolava con i Caracciolo, fraternizzava con i Pignatelli e
parlava continuamente di persone che non avevo mai sentito nominare. Tra
l'altro non afferravo nemmeno bene quello che dicevano. Lei Ieri sera,
confidava ridendo a uno con la faccia di ebete ho sgamato il Sanfedele che
faceva le vasche coi l'Annarita! Sul serio? rispondeva l'ebete. Ma vero
che si spara le pose con l'Aurelia del cugino? Per me erano parole prive di
senso: capivo per che avevo perso Gisella, anzi Giselle. La spiaggia di
bacoli divenne subito un pallido ricordo del passato. Dopo la mezzanotte si
mise a ballare con un uomo anziano, un trentenne, un certo Gian Filippo di
Qualche cosa. Non credevo ai miei occhi:
Giselle, la mia Giselle, completamente plagiata da un bellimbusto! Ecco
perch mi aveva ignorato in quei giorni, ecco perch si era sempre fatta
negare al telefono! Quello che pi mi dava fastidio poi era che, dopo ogni
ballo, i due spudorati non si staccavano, ma restavano fermi l'uno nelle
braccia dell'altro fino a quando non ripartiva la musica. E pensare che per
ogni brano era necessario ricaricare il grammofono con la manovella, cambiare
la puntina e appoggiare con estrema attenzione il braccetto per non rovinare
il disco: un'operazione che a dir poco durava due minuti.
A quel punto dovevo reagire, ma come? Finalmente mi venne un'idea formidabile:
uscii sul terrazzo e decisi di non rientrare pi nel salone. Sarei rimasto l
fuori fino a quando lei non sarebbe venuta a cercarmi.
Avete visto Luciano? avrebbe chiesto in giro.
Chi Luciano? Luciano De Crescenzo... quello del Vomero? Mai sentito le
avrebbero risposto.
La notte era fredda ma la cosa non poteva che farmi piacere: il freddo rendeva
ancora pi intenso il mio soffrire.
Intanto mi preparavo le risposte.
Ma che fai qua fuori? avrebbe detto lei.
Solo ora ti sei accorta che non c'ero! avrei replicato io, guardandola con
amarezza.
Purtroppo lei non arriv mai. Arriv invece la pioggia e io non mi mossi.
Benissimo, pensai cos quando verr mi trover tutto bagnato. (Potrei
anche dire che le gocce di pioggia si mischiarono alle lacrime, ma non lo
dico.) Lo smoking di Pecoriello divent una vera schifezza.
Il giorno dopo mi capit fra le mani la pietra di Bacoli, e invece di
buttarla via, come avrei dovuto fare fin dal primo momento, ci scrissi sopra
una poesia:
Piccola pietra gelida, tolta dalla tua riva, tolta dal bacio assiduo del mar
che a te saliva, scorda quel lido splendido, scorda che scordo anch'io.
Ero giovane.
Gilda Parlare del mio terzo primo-amore difficile, se non addirittura
impossibile, tenuto conto che sono passati appena ventisette anni dal
matrimonio e che non ho ancora le idee chiare. Come gli storici, anch'io ho
bisogno del filtro del tempo per capire le ragioni del cuore, e poi si tratta
di mia moglie, e quindi mi si perdoner se ho qualche problema a essere
sincero. La prima volta che la vidi aveva i calzettoni bianchi e il montgomery
arancione: diciassette anni lei, ventinove io.
Tre anni di fidanzamento e quattro di matrimonio. Tranne l'ultimo, tutti gli
altri li ricordo con piacere. L'incontro, fu pi o meno questo:
Come ti chiami? Gilda. E gi dicendomi il nome mi fece innamorare. La
storia potrebbe anche terminare qui: tutto il resto secondario.
Mia mamma fu contraria al matrimonio fin dal primo momento. Aveva sognato per
me una ricca ereditiera. Gilda, poverina, a parte la bellezza e
l'intelligenza, se la passava maluccio. In famiglia, all'inizio, ci furono
discussioni interminabili. Mio cognato, che aveva il senso degli affari,
obiett che un giovanotto con quattro appartamenti di propriet e una laurea
in ingegneria, girando per paesi, avrebbe potuto incastrare chi voleva lui,
perfino una milionaria. Naturalmente, io mi sposai lo stesso. Dopo quattro
anni mi separai. Tutti allora a dirmi Te l'avevo detto io. Chi nun sente a
mamma epate va a fin add nunn' nate io mi consolai con Socrate il quale,
a chi gli chiede consiglio se sposarsi o meno, era solito rispondere: Fa
come vuoi, tanto in entrambi i casi ti pentirai.Perch ci separammo? Perch
succede.
Una mattina, mentre mi facevo la barba, lei mi disse:
io vado via!.
L per l non capii, anche perch ero di spalle.
Se aspetti cinque minuti scendo anch'io le risposi.
Poi mi voltai e mi accorsi che aveva una valigia in mano. Voleva andar via per
sempre. Parlammo, litigammo, piangemmo (o per meglio dire: parlai, litigai e
piansi) e decidemmo di fare un ultimo tentativo. Approfittando di una vacanza
premio offertami dalla IBM, andammo insieme a New York: due settimane al
Waldorf Astoria. Gilda per non ce la fece a resistere e dopo sette giorni
volle tornare in Italia.
A raccontarla cos, sembrerebbe che le colpe fossero tutte sue: in effetti,
come sempre succede in questi casi, erano equamente distribuite. La verit
che, non avendo ancora nessuno dei due sessant'anni, eravamo immaturi.
Meno male per che ci siamo sposati lo stesso, altrimenti oggi ci sentiremmo
molto pi soli.
il day after fu davvero brutto: la prima notte mi feci a piedi, due volte,
corso Vittorio Emanuele, quattro chilometri all'andata e quattro al ritorno.
Poi tornai a casa per suicidarmi. Mentre salivo le scale sapevo gi che non ne
sarei stato capace, tuttavia mi dava sollievo pensarlo.
Metodo scelto: il gas, una cosa semplice, pulita e senza spargimento di
sangue. Col gas l'unico accorgimento da ricordare quello di spegnere
l'interruttore centrale, per evitare che poi qualcuno, suonando il campanello
(lei che si pente e torna a casa!), inneschi un'esplosione.
Immaginare un suicidio un esercizio tipico dei ragazzini che sono stati
messi in castigo per qualche motivo. Pensare al dolore dei genitori, al
pianto degli amici, al rimorso di chi li ha costretti all'insano gesto,
procura loro un sottile piacere. Io, essendo gi maturo, almeno
anagraficamente, avevo bisogno di un po' di coreografia in pi: una buona
musica da suicidio, tanto per dirne una. Il concerto numero due di
Rachmaninov lo scartai subito perch troppo scontato e troppo romantico, e
poi gli amici che avrebbero detto? L'Adagio di Albinoni? Peggio di
Rachmaninov:
ormai lo suonavano anche nei bassi. Insomma ci voleva qualcosa di tenero, ma
nello stesso tempo d'insolito, un pezzo raffinato, da intenditori, tale da
costringere la gente a dire: Lui s che era colto e sensibile, lei invece,
in quanto a musica, zero. Optai per la Quarta Sinfonia di Mahler diretta da
Kubelik, cominciando per dal terzo movimento perch non volevo correre il
rischio di morire sul secondo che non mi piaceva. Il problema piuttosto era
quello di trovare Mahler tra i quarantacinque giri; e gi, perch con
l'interruttore generale spento non potevo usare lo stereo e il mangiadischi a
pile non accettava i long playing Chiss perch, mi chiedevo, tra i
quarantacinque non ho nulla di adatto a un gesto irreparabile.
Fui costretto a rimandare. Intanto scrivevo lettere di addio da far trovare
accanto alla salma: quella per mia madre, quella per mia moglie con il perdono
finale (Per Luciano in fondo quanto era buono! avrebbero detto tutti) e
quella per mia figlia da leggere nel giorno del suo diciottesimo compleanno.
Se c'era qualcosa che mi faceva piangere, era la lettera a mia figlia.
Piangere facilissimo: basta tirar fuori una lacrima che subito dopo
arrivano le altre.
Ci si commuove del fatto che si sta piangendo. Pi o meno lo stesso
meccanismo delle slavine. Per quasi un anno restai come paralizzato: non
concepivo nemmeno di poter ricominciare con un'altra donna, eppure mi rendevo
conto che un riavviamento sessuale improrogabile. In queste situazioni nessun
proverbio pi azzeccato del famoso Chiodo scaccia chiodo. Come esistono i
centri di recupero per gli handicappati, cos dovrebbero esistere quelli per
i reduci dai disastri sentimentali. Un giorno un collega IBM mi disse:
Perch non provi con la maestrina?. In via Partenope, proprio a due passi
dalla sede IBM potevano ammirare alcune tra le pi belle puttane di Napoli.
Arrivavano in genere in tarda mattinata e s'intrattenevano ai tavolini del
bar Caflisch sul lungomare.
A vederle, cos eleganti e distaccate, non sembravano nemmeno prostitute,
bens giovani signore sedute a prendere il sole. Una pi di tutte destava la
mia attenzione:
tailleur beige e borsa di coccodrillo marrone, alta, con gli occhiali e i
capelli castani, aveva una vaga rassomiglianza con Eleonora Rossi Drago. Noi
la chiamavamo la maestrina per via degli occhiali. Mi feci coraggio e la
fermai.
Permette? Lei non rispose e mi guard in modo strano. E inutile dire che io
ero al colmo dell'imbarazzo. A parte la difficolt di abbordare una
prostituta, non ci dimentichiamo che ero a due passi dall'ufficio. D'accordo
che alle nove di sera difficilmente i miei colleghi sarebbero passati da via
Partenope, ma quante volte il direttore era tornato in IBM dopo l'ora di cena?
Mi scusi, balbettai io volevo sapere quanto... e poi se la cosa.. Senta
ingegnere, m'interruppe lei sorridendo io temo che la cosa, come la chiama
lei, non sia possibile. Come dice, scusi? Volevo dire che con lei non me
la sento precis la maestrina con molta dolcezza. Poi, vedendomi ancora
pi in imbarazzo, cerc di spiegarsi meglio:
Vede, ingegnere, io lavoro... diciamo cos... qui da Caflisch, ma mi
accompagno solo con persone che non conosco. Lei invece la conosco da sempre,
da prima che si sposasse. Mi ricordo anche di quando sua moglie e la bambina
la venivano a prendere all'ora di pranzo. A proposito, parecchio che non le
vedo.
E s... ed proprio per questo che io... da pi di un anno che sono
separato. Le andrebbe di andarci a mangiare una pizza insieme? L per l
non seppi cosa rispondere.
Non si preoccupi, disse ancora lei non ci vedr nessuno. C' una pizzeria
qui accanto, proprio dietro Cappella Vecchia. E fu la maestrina a darmi
una mano, non come prostituta, ma come psicoanalista. Per un paio di sere
uscimmo insieme e io ebbi modo di raccontarle tutte le mie sventure.
Lei mi ascolt sempre con molta attenzione, mi dette utili consigli, senza mai
parlarmi male di Gilda e, cosa ancora pi importante, senza mai compatirmi.
Pass qualche altro anno e Gilda mi chiese l'annullamento del matrimonio. Il
divorzio in Italia non era stato ancora introdotto e l'unica strada da tentare
era la Sacra Rota. Tutte le nostre speranze (anzi tutte le sue, dal momento
che io, personalmente, non avrei voluto sciogliere un bel niente) si basavano
sul vizio di consenso. In altre parole, lei doveva sostenere la tesi che
era stato il padre a obbligarla con la forza.
Cosa le disse suo padre? le chiese il giudice ecclesiastico.
O ti sposi il De Crescenzo o ti caccio di casa. .
E lei cosa rispose? Niente: a quell'epoca ero minorenne e non avevo alcuna
possibilit di vivere al di fuori della famiglia.Il De Crescenzo era
d'accordo con suo padre? S, era d'accordo. Allora il vostro non fu un
matrimonio d'amore? No, fu un matrimonio concordato. Tra suo padre e il
De Crescenzo? S, proprio cos: tra mio padre e il De Crescenzo. E invece
era stato un matrimonio d'amore. Tre anni di fidanzamento trascorsi mano
nella mano, occhi negli occhi, cuore nel cuore, e non appena uno dei due si
allontanava un poco ecco che l'altro gli correva dietro. Anche il primo anno
di matrimonio fu un anno alla Peynet: avrei voluto trascorrere la luna di
miele in Francia, a Nizza, ma durante il viaggio mi prese il sonno e fummo
costretti a fermarci a Sestri Levante. Era l'undici agosto del '61 in tutta
Sestri non c'era nemmeno un buco dove poterci rifugiare. La prima notte la
passammo in macchina, nel parcheggio di un albergo. Quando il portiere si
rese conto che eravamo due sposini in viaggio di nozze, ci prest i cuscini.
Durante il processo, la cosa che pi mi fece soffrire era essere chiamato il
De Crescenzo". Anche lei, quando era costretta a nominarmi, mi chiamava il
De Crescenzo e mai una volta, dico una, che mi avesse chiamato Luciano. Ma
come, avrei voluto dirle allora tutte le parole d'amore, le lettere, le
telefonate, i pensieri e i baci che per sette anni ti ho dato chi che te li
dava: il De Crescenzo? Non fu affatto facile ottenere l'annullamento. Una
delle operazioni pi complesse si rivel il reperimento dei testimoni. I
giudici della Sacra Rota, per controllare la veridicit delle dichiarazioni,
andavano in giro a interrogare chiunque fosse a conoscenza del nostro
rapporto, ragione per cui una sera, io e mia moglie fummo costretti a
radunare tutti gli amici comuni e a consegnare loro un lungo elenco con le
domande e le risposte possibili. Ma se con gli amici l'indottrinamento fu
relativamente facile, con mia madre fu un'impresa disperata.
Mamm, le chiedevo ogni sera tu vuoi che tuo figlio si crei una nuova
famiglia e che non resti solo nella vita? Certo che lo voglio, figlio mio
bello! rispondeva lei abbracciandomi. E come puoi pensare che io che sono
tua madre non possa volere la tua felicit! Tu vuoi insistevo io con
inflessibilit socratica che io trovi un'altra moglie che mi stia vicino?
S, per questa volta la moglie te la trova mamma tua:
una moglie bella e brava, non come quella l che ti ha fatto tanto soffrire!
E allora stammi a sentire: la prossima settimana verr qui un prete a
interrogarti. Ora io ti avverto, mamm: quello ti far giurare sul Vangelo! Tu
per, se veramente mi vuoi bene, dovrai dire una piccola bugia. Noi, tutti
quanti, abbiamo testimoniato che Gilda non mi voleva sposare e che Stato
suo padre a obbligarla con la forza. Ma non vero! Lo so che non vero,
per noi dobbiamo dire che vero, altrimenti i preti non ci danno il "vizio
di consenso" e io senza il "vizio di consenso" non mi posso sposare un'altra
volta. E se mi sbaglio? Se ti sbagli un guaio per tutti quanti: per noi
che non ci possiamo sposare e per la Sacra Rota che si perde qualche milione
sui diritti di annullamento. Per un'intera settimana facemmo le prove, come
se ci trovassimo a teatro.
Signora, dicevo io mentre le prendevo la mano e gli poggiavo sull'elenco
telefonico giuri di dire la verit, tutta la verit, niente altro che la
verit, dica lo giuro! Lo giuro. E vero che sua nuora non voleva sposare
suo figlio e fu il padre di lei a costringerla con la forza? E vero. Ed
vero che se sua nuora non avesse acconsentito al matrimonio, il padre
l'avrebbe cacciata via di casa? E vero. E che suo figlio era d'accordo
con il futuro suocero? E vero. Rispondeva sempre vero, vero, ma
quando arriv il prete inquisitore e al posto dell'elenco telefonico si trov
il Vangelo, disse tutta la verit.
Padre, sbott piangendo non vero che il padre la obbligava: non vero
che lei non voleva: lei voleva e cme! Ero io l'unica che non volevo, ed
questa la verit! Poi abbassando la voce per paura che noi, da fuori, la
potessimo sentire, sussurr: E una settimana che mi stanno facendo fare le
prove.
Il prete inquisitore riport la testimonianza di mamm in questi termini:
Interrogata la madre del De Crescenzo sono state ottenute solo risposte prive
di significato, dato che la signora ha ottantacinque anni ed affetta dal
principio di arteriosclerosi. E fu cos che ottenemmo l annullamento.
Oggi, come si dice, Gilda e io siamo amici, ma sinceramente non che questa
definizione mi vada molto a genio secondo me, siamo qualcosa di pi.
Irenea Irenea, figlia di Ipno e della Notte, era una ninfa dei boschi che
veniva in sogno a coloro che si bagnavano nelle acque del fiume Alfeo. Io la
conobbi a Caserta, sul set di un film nel quale lavoravamo entrambi. Ricordo
la reggia, il parco, i grandi saloni, e lei che li attraversava con un passo
da principessa, come se ci fosse vissuta da sempre Per un attore fare cinema
vuol dire soprattutto attendere: su dieci ore, quasi sempre nove sono di
attesa e una di lavoro. Ebbi quindi tutto il tempo che volevo per conoscerla
a fondo e per farmi conoscere. Ne venne fuori una storia stranissima che
ancora oggi stento a credere possibile.
Pi che una storia d'amore fu un coinvolgimento mentale. Ci piaceva metterci
negli angoli, fuori dal casino del set, e scambiarci idee o desideri.
Parlavamo di tutto, di scienza, di letteratura, di filosofia e di qualsiasi
altra cosa ci affiorasse alla mente. Irenea dimostrava una forte curiosit
per tutto ci che potesse arricchire il suo sapere. Un giorno le raccontavo
la vita di San Simeone, un altro la relativit ristretta, un altro ancora le
spiegavo perch i ragni sarebbero stati gli ultimi abitanti del pianeta. E
lei, per ricambiare, mi descriveva i luoghi che aveva visto o quelli che
avrebbe desiderato vedere: l'area sterminata dove veniva scaricata
l'immondizia di New York, un punto al largo della aia di Shannon, dove una
volta l'anno si radunano pi di duemila balene, la postazione italiana in
Antartide, la Cina ei villaggi dell interno, il Messico attraversato in jeep,
da Vera Cruz fino a Citt del Messico, lungo il percorso battuto da Cortez.
Alla fine di ogni racconto, puntualmente mi chiedeva: E se ci andassimo
insieme?. E io rispondevo sempre di s, qualunque fosse stata la sua scelta,
i trenta gradi sotto zero dell'Antartide o le zanzare giganti della zona
equatoriale. Aderivo ciecamente ai suoi programmi e ogni volta mi andavo a
documentare sul viaggio avremmo dovuto fare: cos un giorno mi procuravo il
diario di Diaz sulla conquista del Messico e un altro il disco con i canti
delle balene del Pacifico. Il nostro rapporto non escludeva un certo scambio
di tenerezze: un giorno, per telefono, le dissi: Ti voglio molto bene. E
lei di rimando mi sussurr: Anch'io ti voglio bene, o forse disse solo
Anch'io sto bene.
La linea era disturbata.
Tra Cina, Antartide ed Equatore, finimmo con l'andare a Capri e, malgrado la
vicinanza, fu di certo la scelta pi pericolosa che avremmo potuto fare. Capri
uno scoglio tremendo. Un giorno qualcuno inventer un contatore Geiger
capace di misurare le radiazioni erotiche delle rocce, e quel giorno si sapr
che Capri il luogo pi erotizzante del mondo. Da duemila anni, infatti,
milioni di persone si sono innamorate guardando i Faraglioni, e ci non
sarebbe stato possibile se non ci fosse qualcosa di strano che viene fuori
dalle rocce.
Convinto di questa teoria, mi trascinai Irenea sul belvedere del Monacone, in
quel preciso punto dove il tempo non passa finch un uomo e una donna ce la
fanno a restare abbracciati.
Mi vuoi bene? le chiesi.
S, rispose lei ma me ne vergogno. .
Di cosa ti vergogni? Di essermi fatta fregare dalla luna: trovo la cosa
ridicola per una ex sessantottina. D'accordo: allora torneremo a Capri
quando non ci sar pi la luna, oppure quando piove a dirotto, e io ti
chieder ancora se mi vuoi bene. Ritornammo a Roma e qui ebbe inizio il
mistero Irene. Tutto cominci con una telefonata.
Luciano, portami fuori a cena: ho bisogno di distrarmi...
No, non venire a prendermi in albergo. Lo sai che ci sono i fotografi... Ci
vediamo sul Lungotevere... alle nove...
accanto al giornalaio di Largo Augusto. In macchina fu affettuosissima. Al
ristorante poi, appena ci sedemmo, mi guard come se avesse voluto leggermi
negli occhi.
Ma davvero mi ami? Non che lo dici solo perch sei innamorato dell'idea
dell'amore! Come fai a dubitarne? Lo sai che sono Irenea-dipendente, che la
sera non prendo pi impegni, perch spero sempre che tu mi possa chiamare,
magari all'ultimo momento. Allora, se davvero mi ami, portami via. Io non
posso restare qui: andiamo a Milano, a Parigi, in Cina, andiamo dove vuoi, ma
scappiamo da Roma. Per me possiamo partire anche subito: scegli tu stessa
dove vuoi andare. Andiamo a Capri. Vengo a prenderti domani mattina alle
dieci. In quel momento un cameriere si avvicin al tavolo e le porse una
piccola busta.
C' un messaggio per lei. Irenea lesse il bigliettino, poi, senza darmi
nessuna spiegazione, si alz in piedi e disse: Scusami: debbo fare una
telefonata.
Passarono dieci minuti, quindici, un'eternit, e io cominciai a preoccuparmi.
Dopo venti minuti non ce la feci pi ad aspettare e chiesi dove fosse il
telefono. M'indicarono la cabina in un angolo della sala di ingresso: lei non
c'era.
Stavo per tornare al nostro tavolo, quando la vidi rientrare dalla strada.
Scusami, disse di nuovo ho avuto dei problemi di famiglia. Cosa stavamo
dicendo? Il clima era diverso: Capri si era allontanata. Anche il suo tono di
voce era cambiato. Ovviamente pensai che ci fosse di mezzo un uomo.
Niente d'importante, risposi, cercando di essere indifferente si stava
parlando di tornare a Capri. Se sei sempre d'accordo, vengo a prenderti domani
alle dieci. L per l non disse nulla, continu a sbucciarsi la mela senza
farmi capire se voleva o no andare a Capri, poi all'improvviso, come se
avesse voluto liberarsi di qualcosa che la opprimeva, mi caric a testa bassa.
Senti Luciano: io credo che noi due non abbiamo molte cose da dirci. Forse
sarebbe meglio se per un po' di tempo non ci vedessimo! Da quella sera il
nostro rapporto si fece sempre pi difficile. Irenea divenne per me una
specie di dottor Jekyll:
Un giorno tenera, affettuosa e piena di attenzioni, il giorno dopo distaccata,
fredda e anche un po' crudele nei miei confronti. Un giorno mi sussurrava
Lucianino mio non mi lasciare e un altro si rifiutava perfino di rispondere
al telefono. Mi abituai ben presto a chiamarla Irenea-uno Irenea-due, e, ogni
volta che andavo a prenderla in albergo, mi chiedevo sempre con quale delle
due sarei uscito.
Tutto divenne chiaro pochi giorni dopo. Avevamo entrambi un impegno di lavoro
a Bologna: lei doveva intervistare, mi sembra, Lou Reed, e io dovevo ritirare
un premio non so pi presso quale Rotary. Prendemmo due camere adiacenti, la
222 e la 224 dell'Hotel Carlton, e decidemmo che ci saremmo ritrovati in
albergo, a cose fatte. Fui primo a tornare: ero riuscito a schivare il
dibattito e a svignarmela con la targa sotto braccio tra la delusione dei
rotariani. Lei invece non tornava mai: mezzanotte, l'una, le due, e io sempre
l a sussultare al minimo rumorino dell'ascensore. Guardavo l'orologio,
andavo alla finestra e tornavo a sedermi in poltrona. Mi venne una tale
rabbia quando finalmente la vidi scendere da un taxi, decisi di non farmi
trovare, e mentre lei prendeva l'ascensore, io scesi a precipizio gi per le
scale.
Esco dall'albergo e comincio a girare per Bologna, cos, senza meta. Ebbene,
chi incontro per strada, stanca e avvilita come non mai? Lei, proprio lei:
Irenea!
Salvami, m'implor portami via! Scappammo quella notte stessa, senza
nemmeno tornare in albergo per ritirare i bagagli. Il mattino dopo
raggiungemmo l'Argentario e qui, a Cala Moresca, nascosti a Dio e agli
uomini, vivemmo due giorni fuori del tempo: Irenea, tenera, dolcissima, volle
portarmi a vedere le spiagge dell'Uccellina, e in particolare un tratto di
spiaggia che lei ricordava con molta nostalgia, essendoci stata in vacanza da
bambina. Ci fermammo ai margini di un bosco dall'aspetto miracolosamente
incontaminato. Unica presenza di vita, le orme lasciate dai cinghiali sulla
sabbia. All'ombra di un pino marino, Irenea mi raccont il suo dramma.
Qualche anno prima, presa da mille impegni, vincolata dai servizi
fotografici, dalle interviste e dalle ospitate televisive, aveva conosciuto
una ragazza identica a lei. La straordinaria somiglianza le sugger di
assumere la sosia per farsi sostituire all'occorrenza. Sennonch questa donna,
seppure simile di aspetto, aveva un carattere tremendo: era fredda,
razionale, puritana, e non ammetteva distrazioni sul lavoro. In breve tempo
l'efficientissima Irenea-due aveva finito col prendere il sopravvento: era
lei ormai a decidere cosa fare e cosa non fare, chi vedere e chi non vedere.
Inutile precisare che tra le distrazioni non ammesse io ero al primo posto.
Di ritorno dall'Argentario,. alle ore undici del 9 giugno riaccompagnai
Irenea a Roma, all'Hotel Plaza e credo che quella fu l'ultima volta che la
vidi. Nei giorni successivi, infatti, feci di tutto per avere un incontro con
lei, ma non ci fu verso di vederla: era sempre la sosia a rispondere al
telefono e ogni volta aveva una scusa per non uscire.
Il giorno del suo compleanno organizzai una festa in suo onore a casa mia. Non
poteva non venire. Durante la festa, fu adorabile e carina come non mai, e io
per tutta la sera chiesi chi era quella donna bellissima che regalava a tutti
un sorriso: lei o la sosia? Il mio amore in libera uscita (magari col
giuramento di mantenere le distanze) o la perfida numero due, sempre pi
perfetta e in grado di sostituirla? Non la persi di vista un attimo.
A un certo punto lei, sentendosi osservata, si volt di scatto e mi chiese:
Perch mi guardi? Perch mi ricordo di quella volta che andammo a vedere il
miracolo di San Gennaro. E allora? Ti ricordi cosa mi dicesti in un
orecchio, quando il santo fece il miracolo? Che cosa? Che il sangue si
era sciolto perch veniva guardato con troppo amore dai fedeli. Poi
aggiungesti: guardami anche tu con lo stesso amore e io mi scioglier per te.
Ebbene;
adesso ti sto guardando. Sul serio dissi cos? .
No, non era lei: la vera Irenea mi avrebbe risposto in tutt'altro modo.
Il giorno dopo se ne parti per l'America e non la vidi pi. Una notte, per,
mentre stavo tornando a casa lungo via del Corso, sentii dei gemiti provenire
dalle prese d'aria delle cantine dell'Hotel Plaza: era la sua voce, la voce
di Irenea.
Luciano, Lucianino mio. Irenea... Irenea: dove sei? urlai io al massimo
della disperazione, chinandomi verso le buie feritoie dell albergo, ma non
ebbi alcuna risposta. Un passante mi sent gridare e si allontan di fretta.
Irenea non era mai partita per l'America, era prigioniera nelle segrete
dell'Hotel Plaza! Che fare? Chiedere spiegazioni al portiere di notte?
Scavare un tunnel per poterla raggiungere nelle viscere della terra? Mi si
dice che, partendo dai sotterranei del Foro di Traiano, possibile arrivare,
grazie a una serie di cunicoli e di gallerie, fino a piazza del Popolo. Da
quella volta mi aggiro ogni notte nei dintorni dell'albergo nella speranza di
poterla sentire. Sono passati otto anni e non ho pi avuto sue notizie.
Semmai un giorno, o Irenea, riuscirai a leggere questo mio scritto, sappi che
io ti salver, che ti liberer dalle grinfie della tua aguzzina, e che quando
finalmente potr riabbracciarti, ti bacer sugli occhi e sui capelli, e poi
sull'angolo della bocca, l dove, quando ridi, t'illumini tutta.
So benissimo che questa storia di Irenea non verosimile. So anche che
quella sera a Bologna, con ogni probabilit, devo essermi addormentato in
poltrona. Mettiamo pure che fosse un sogno, mettiamo che fossero sogni anche
le storie precedenti, una cosa certa: ho amato davvero le donne che ho amato
e soprattutto amo il loro posto vuoto accanto al mio.
SANTA LUCIA
Fortunatina era alta un metro e dieci, massimo un metro e venti, e aveva le
gambe a tal punto arcuate (a taralluccio.) diceva la gente) che gli scugnizzi
di Santa Lucia, quando la incontravano, le lanciavano una palla di pezza
giusto in mezzo ai piedi e gridavano gol ogni qualvolta la palla passava
dall'altra parte. Tutti la chiamavano la Storta, anche perch quando
camminava oscillava come un metronomo, tic tac tic tac tic tac.
La poverina avrebbe potuto avere qualsiasi et: venti anni come cinquanta.
Le rughe del viso le conferivano un aspetto da vecchia saggia, mentre gli
occhi chiari, celesti, estremamente mobili, non potevano essere che quelli di
una giovane. Il suo cognome, Dussich o Tusbich, suggeriva una origine slava e
dava credito alle voci che la volevano fuggita da un baraccone di zingari
dove, secondo i bene informati, si sarebbe esibita come fenomeno vivente.
Pi che una strada, via Santa Lucia un confine: divide le case dei ricchi
da quelle dei poveri, i palazzoni del lungomare dalle casupole del
Pallonetto, i negozi eleganti del marciapiede sinistro dalle bottegucce
artigiane del marciapiede destro.
La Storta abitava in un basso, un ex deposito di frutta, di propriet di tale
Armando Mezalengua, fruttivendolo del marciapiede dei poveri: brava persona,
di animo gentile, religiosissimo. Mezalengua aveva una sola paura: che si
venisse a sapere in giro che lui era buono, ragione per cui chiese a
Fortunatina di non rivelare a nessuno che non si faceva pagare per l'affitto.
Il basso, essendo situato su una delle tante scalinate del Pallonetto, era
poco pi alto della sua inquilina e non aveva n servizi igienici, n energia
elettrica: la cosa comunque non preoccupava la Storta pi di tanto, anche
perch, in caso di bisogno, c'era sempre Recchietella, il suo vicino di
basso, pi noto come 'o Munnezzaro zuoppo, che le imprestava a seconda delle
esigenze, ora la toilette, ora il filo elettrico con la lampadina accesa.
Il mestiere di munnezzaro, da non confondersi con quello di scopatore, era
all'epoca il livello pi basso della Nettezza Urbana. Il munnezzaro prelevava
l'immondizia direttamente nelle case dei cittadini, mentre lo scopatore si
limitava a ramazzarla per strada. Il simbolo del munnezzaro era il sacco,
quello dello scopatore la scopa. Inutilmente Recchietella aveva fatto presente
che da ragazzo aveva avuto la poliomielite e che con quella gamba fasulla non
sarebbe mai riuscito a salire e a scendere le scale con la necessaria
rapidit.
Gli fu risposto che la promozione la si poteva ottenere solo per anzianit e
che lui era ancora troppo giovane.
Con il tempo lo scambio di cortesie tra i due vicini di casa s'intensific: la
Storta faceva trovare al Munnezzaro il basso sempre pi in ordine, e
Recchietella ricambiava lasciando per l'amica, di tanto in tanto, un bronzo
o un nickel accanto al lumino della Madonna di Pompei.
Finch un bel giorno Fortunatina spar dal quartiere e nessuno la vide pi in
giro, n a chiedere l'elemosina fuori della parrocchia di Santa Lucia, n al
borgo marinaro dove in genere caracollava, come uno scarabeo stercorario, tra
barche a secco e pescatori, per farsi regalare qualche pesciolino di scarto.
Una sera Armando Mezalengua, passando accanto al basso di Fortunatina,
percep un lieve rumore, quasi un lamento. Buss con forza e nessuno rispose.
Chi stava rinchiuso nel basso della Storta? Un mendicante? Un cane?
Un gatto? Un fantasma? Cominciarono ad arrivare i primi curiosi. Qualcuno
accost l'orecchio alla porta e, rivolto verso gli altri, disse: Io sento un
respiro, una specie di rantolo affannoso. Allora Mezalengua, fattosi
coraggio, forz la porta del terraneo e nel buio pi fitto intravide
Fortunatina sdraiata, al centro del locale, su un materasso di stracci e con
una pancia enorme: era incinta!
Era accaduto l'incredibile: qualcuno si era accoppiato con la Storta! E non
ci volle poi tanto a capire chi poteva essere stato, questo qualcuno. Il
popolino di Santa Lucia fece subito i numeri: 11 'o Munnezzaro, 33 'a Storta
e 56 la femmina incinta. Non ne usc nemmeno uno, segno che la storia
nascondeva altri significati.
Ma perch non hai detto niente a nessuno? le chiese Mezalengua.
Perch mi mettevo scorno per lui rispose con candore la Storta. Non volevo
che si sapesse che aveva avuto il coraggio di fare l'amore con me. La
paternit fece bene a Recchietella: nel giro di un paio di mesi fu promosso
scopatore. Vederlo ramazzare su e gi per Santa Lucia era un vero piacere: la
gamba rigida e la scopa procedevano all'unisono, ora divaricandosi a
compasso, ora ritornando parallele, avendo come accompagnamento sonoro il
ritmico alternarsi dei due struscii, quello dei rametti di saggina e quello
della gamba fasulla.
Nel frattempo tutta Santa Lucia si dava da fare per aiutare Fortunatina. Fu
organizzata una riffa, con il ricavato della quale venne comprata una culla e
un corredino per neonato.
Il bambino nacque sano e bello: aveva le gambe diritte affusolate e gli occhi
azzurri come la madre.
Scoppi la guerra e Recchietella, che era iscritto al partito Fascista, fu
nominato caposquadra dell'UNPA, ovvero dell'Unione Nazionale Protezione
Antiaerea, incarico di particolare responsabilit che consisteva nel far s
che tutti osservassero le leggi sull'oscuramento. Gli furono-assegnati in
dotazione un elmetto, una zappa, due sacchetti di sabbia, un estintore, una
maschera antigas e un triciclo a motore. Finalmente ebbe modo di vendicarsi di
tutte le umiliazioni che aveva patito da munnezzaro: quei portieri altezzosi
che per anni gli avevano impedito l'uso dell'ascensore, con la scusa che il
sacco puzzava, ora si vedevano multati alla minima infrazione. Una finestra
delle scale lasciata aperta, un vetro non bene annerito, erano pi
sufficienti per farli convocare in questura. Anche Fortunatina era progredita
nella scala sociale: non faceva pi la mendicante sul sagrato della
parrocchia di Santa Lucia, ma lavorava alle dipendenze di Totonno o
Venticinque, cos chiamato perch aveva cominciato la. carriera di
borsanerista vendendo coppetielli con venticinque chicchi di caff.
Fortunatina era addetta alle consegne Essendo inimmaginabile che qualcuno
avesse il coraggio a perquisirla, trasportava zucchero, caff, e olio a casa
dei signori. Tutto stava andando per il meglio quando una domenica d'agosto
una tempesta di fuoco sconvolse la citt di Napoli, una nave carica di
esplosivi scoppi nel porto, seminando ovunque morte e distruzione. Le ancore
della nave furono trovate addirittura sulla collina del Vomero. Recchietella,
proprio in quel momento, stava attraversando con la sua motoretta il piazzale
del porto per andare alla prima comunione del figlio.
Di lui non fu trovato pi nulla, nemmeno la maschera antigas. Qualcuno and in
chiesa ad avvisare Fortunatina. La Storta non disse nulla: prese il ragazzino
e lo affid al parroco, dopo di che si avvi piano piano, con la sua andatura
sbilenca, verso il basso. Quelli che la seguirono raccontano che si chiuse la
porta alle spalle e che, subito dopo, il basso si illumin come se all'interno
ci fossero stati cento lampadari da mille candele. Raggi di luce uscivano da
ogni dove: dalla soglia e dalle fessure laterali dei portelli. Quando tutto
torn come prima, la gente entr nel basso, e non ci trov pi nessuno:
Fortunatina era sparita nel nulla.
Io sono nato in un quartiere cos, un quartiere dove durante le notti
d'estate, quando fa troppo caldo per dormire, le donne dei bassi raccontano
storie come questa.
Cominciano dicendo: C'era una volta 'na storta e 'nu munnezzaro zuoppo che
si volevano tanto bene... e finiscono con una frase che pi un desiderio
che una convinzione:
E ora stanno tutti e due con gli angeli: sono alti e forti e corrono come
ragazzini sui prati del Paradiso.
Santa Lucia stata, con ogni probabilit, il primo insediamento greco
consolidatosi in Campania. Nel IX secolo avanti Cristo una ciurma di achei (o
di marinai anatolici, fa lo stesso) si lasci sedurre dalla felice
configurazione della costa e decise di sbarcare sulla spiaggia del Chiatamone
per fondare una nuova citt: Partenope. La zona offriva tutto quello che un
colonizzatore greco avrebbe potuto desiderare: un porticciuolo riparato,
all'interno di un golfo dalle acque tranquille, un'isola, quella di Megaride
(oggi Castel dell Ovo),abbastanza vicina da poter essere usata a sentinella a
mare, il monte Echia a ridosso a fare da acropoli, e per finire un ampio
vallone alle spalle (l'attuale via Chiaia) che la proteggeva da eventuali
attacchi da terra. Fino a pochi decenni fa via Santa Lucia dava direttamente
sul mare, poi, agli inizi del secolo, un ambizioso progetto urbanistico fece
avanzare la riva di un centinaio di metri e prescrisse la costruzione,
proprio davanti alle case dei pescatori, di un nuovo quartiere residenziale:
il Rione della Bellezza.
Il luciano, che per quasi tremila anni si era svegliato ogni mattina guardando
il mare, un bel giorno trov davanti una doppia fila di palazzi di stile
umbertiano e di conseguenza odi con tutto il cuore i nuovi arrivati. Io ero
tra questi. Ne nacque una specie di apartheid reciproca: noi, ritenendoci
benestanti, chiamavamo loro 'e fetiente, e loro ci soprannominarono figli 'e
zoccola, nella convinzione che fossero state le nostre mamme, con i proventi
della prostituzione, ad acquistare le case del lungomare. Il territorio fu
diviso, per tacito accordo, in due zone distinte: da un lato i nuovi palazzi
e dall'altro il Pallonetto, con tutte le catapecchie dei luciani abbarbicate
alla montagnola come una nidiata di cozze. In mezzo: via Santa Lucia, in
pratica una via Pal pericolosa anche da attraversare. Un muro invisibile
divideva il quartiere: noi frequentavamo la parrocchia di Santa Lucia, loro
la chiesa di S Maria della Catena, noi ci servivamo dal fruttivendolo
Menichiello, loro da Armando Mezalengua, noi prendevamo il gelato al Bar
Garofalo (qualche volta anche seduti ai tavolini, per solo se stavamo con i
nostri genitori), loro in piedi al Bar Calone, noi compravamo pane francese e
grissini al Vapofomo Fiorelli, loro pane cafone e taralli con il pepe da
Carmelina 'a Caivanese. Ogni sconfinamento veniva considerato una
provocazione. A volte si organizzavano vere e proprie spedizioni punitive.
Ci armavamo con mazze di legno e scudi ricavati dai coperchi dei bidoni
dell'immondizia e attraversavamo via Santa Lucia urlando come pellirossa per
piombare all'improvviso su un gruppetto di luciani intenti a giocare a
pallone. Altre volte invece erano loro a invadere il nostro territorio e noi
a doverci difendere. Uno degli sport pi pericolosi della mia adolescenza fu
la guaianella: ci si dava appuntamentO ai giardinetti del Molosiglio e a un
segnale convenuto ci tiravamo addosso quante pi pietre riuscivamo a trovare.
La disgrazia non consisteva tanto nell'essere colpiti, quanto nel fatto di
tornare a casa sanguinanti e prenderle una seconda volta dai genitori. Io
avevo una grossa fortuna, un amico fortissimo: si chiamava Carlo Pedersoli
(oggi pi noto come Bud Spencer), abitava nel mio stesso palazzo ed era mio
compagno di scuola. Carlo, pur avendo un carattere mite, mi superava in
altezza di almeno dieci centimetri e la sua statura era pi che sufficiente a
mantenere a debita distanza tutti gli apaches del Pallonetto.
Una domenica, punto dalla curiosit, invece di recarmi come al solito in
parrocchia, attraversai la strada e andai a sentir messa a Santa Maria della
Catena, la chiesa dei luciani. Volevo vedere da vicino la tomba
dell'ammiraglio Francesco Caracciolo, l'eroe napoletano impiccato da Nelson,
e soprattutto il quadro della Madonna con le famose catene d'oro ancora
appese al dipinto.
Sulla Madonna cara, ai luciani si narravano varie leggende: tra tutte, la pi
bella me l'ha raccontata Filuccio, un pescatore handicappato che, dopo aver
perso una gamba su una mina, vendeva acqua sulfurea all'inizio del chiatamone.
Siamo ai primi del Settecento: i luciani, come i giapponesi, erano famosi in
tutto il mondo per la loro abilit di pescatori subacquei, sia per le
profondit che riuscivano a raggiungere che per la durata delle loro
immersioni. Erano dei veri e propri palombari nudi. Il pi bravo di essi si
chiamava Ricciulillo, un ragazzo di venti anni, riccio di capelli e scuro di
pelle come un saraceno.
Ricciulillo era diventato capofamiglia a soli tredici anni quando, perso il
pap, si era trovato a dover provvedere ai bisogni di una madre e di quattro
fratelli. In quei giorni difficili fu molto aiutato da un certo don Gaetano,
detto o 'Nzalatiello, proprietario di una paranza di barche e capo
riconosciuto del porto di Santa Lucia. Don Gaetano aveva una figlia, Regina,
di due anni pi giovane di Ricciulillo e a tutti sembr naturale che le due
famiglie si mettessero d'accordo per farli sposare. Ricciulillo avrebbe fatto
sicuramente un affare: o Nzalatiello era ricco e Regina era figlia unica. E
anche don Gaetano, tutto sommato, non avrebbe avuto di che lamentarsi: il
ragazzo era un ottimo lavoratore e la figlia aveva una terribile cotta per
lui. Tutti insomma erano per il matrimonio tranne lui, Ricciulillo, che nel
frattempo si era innamorato di un altra ragazza, Teresenella, povera ma
ovviamente onesta.
Il rifiuto f considerato una offesa e da quel momento in poi Ricciulillo non
fu pi ricevuto in casa di don Gaetano. Anche il lavoro gli venne a mancare,
giacch a Santa Lucia 'o 'Nzalatiello dettava legge e nessuno, per rispetto
del capoparanza, comprava pi il pesce da Ricciulillo. Un giorno per un
armatore francese venne a Napoli e assunse il ragazzo e un'altra decina di
sommozzatori per un recupero da fare a Marsiglia. L'occasione era troppo
bella per lasciarsela scappare: finalmente Ricciulillo avrebbe guadagnato i
soldi necessari per sposare Teresenella! Il poverino per aveva fatto i conti
senza Regina.
Non appena il ragazzo s'imbarc per la Francia, Regina si rivolse alla maga
Soricella, una fattucchiera che praticava i sortilegi in una grotta di
Pizzofalcone, e le chiese di far morire la rivale. La maga si fece dare prima
una moneta d'argento, poi prese una sardella viva e dopo averle messo in
bocca un piombino e un pezzetto d'aglio, la traffisse con diciannove spilli,
tanti quanti erano gli anni di colei che doveva morire. Da allora Teresenella
cominci a soffrire di un male misterioso: aveva sempre la febbre alta, non
poteva dormire la notte e la pelle le bruciava in ogni punto del corpo.
Qualcuno la inform che era vittima di una fattura.
Intanto Ricciulillo stava per tornare da Marsiglia. Una tremenda bufera
quella notte sconvolgeva le acque del golfo. La furia del mare era montata a
tal punto che le onde avevano allagato le case dei luciani vicine alla riva.
Il libeccio soffiava a pi di cento chilometri l'ora. Teresenella ebbe un
presentimento: il suo uomo era in pericolo di vita! Nonostante la febbre le
facesse battere i denti, and a piedi fino a capo Posillipo per scorgere prima
degli altri la tingala dei sommozzatori che tornava dalla Francia e la vide
proprio nel momento in cui l'imbarcazione si andava a incagliare sulla secca
di Pietra Salata.
Il mattino dopo, quando le acque si calmarono, alcuni pescatori trovarono i
resti della martingala e il gozzo sventrato di Teresenella: evidentemente la
ragazza era uscita per mare in suo aiuto. Pi tardi, sulla spiaggia di
Trentaremi furono trovati i corpi dei due giovani teneramente abbracciati.
Accanto a loro, e perfettamente asciutta, una cassetta di legno con un quadro
della Madonna e una catena d'oro, segno questo che la Madre Celeste li aveva
congiunti per sempre in matrimonio.
I luciani sono una trib rimasta uguale nel tempo. Sarebbe un errore
considerarli tout court napoletani, o peggio che mai italiani. Durante la
guerra un gruppo di famiglie del Borgo Sant'Antonio Abate, avendo perso la
casa sotto i bombardamenti, si trasfer al Pallonetto. Ebbene ancora oggi i
figli dei figli di questi profughi non sono riusciti a farsi accettare dai
luciani. Vengono chiamati i buveresi e considerati stranieri.
Quand'ero ragazzino ho visto la Regina dei luciani uscire in carrozzella con
alle spalle 'o bufalo che le dava aria col ventaglio. Aveva lo sguardo altero,
i capelli e gli occhi neri come la notte, lo scialle di seta e la pettenessa
di tartaruga. Si dice che avesse ucciso il suo uomo solo perch questi l'aveva
tradita guardando un'altra. Si dice anche che un luciano innamorato si fosse
accollato il delitto, e quando nel mio quartiere una cosa si dice come se
fosse realmente accaduta.
Ricordo Ninetta l'acquaiola, ancora oggi presente alla curva di via Cesareo
Console, davanti all'ingresso del Circolo Canottieri. Me la ricordo
giovanissima e sensuale, sempre sorridente e sempre abbronzata, che soggiogava
i passanti con il suo grido: Avita vevere, avita vevere., ossia Dovete
bere.
Impossibile non fermarsi. Ogni volta che si chinava per prendere una
mummarella d'acqua sulfurea lasciava intravedere appena appena la coscia e un
brivido di desiderio ci scuoteva come una scarica elettrica. Tutti i soci del
circolo erano innamorati di lei. Ho conosciuto Palummiello, un pescatore di
85 anni che non dormiva mai e passava la notte al Borgo Marinaro a guardare
il mare. Aveva la pelle del viso tutta pieghettata e gli occhi smarriti di
chi ha navigato tutta la vita. Palummiello era un poeta e aveva visto le
sirene.
Palummi, gli chiedevano i ragazzi ma com'erano le sirene? Tenevano la
pelle d'argento come le alici e i capelli come la luna. E dov' che le hai
viste? Ero imbarcato su una nave genovese che trasportava ferro
dall'Inghilterra.
Eravamo al largo delle coste portoghesi, quando una brutta notte scoppi una
tempesta che non vi dico. Non un porto, non un buco dove poterci riparare. I
marinai avrebbero voluto buttare il carico a mare, ma il capitano prese un
fucile e disse che il primo che si azzardava a toccare un tondino era un uomo
morto. Io stavo al timone quando improvvisamente vidi comparire a babordo
un'insenatura. "L, l, gridai come un pazzo dietro a quel capo c' una
rada!" Ma il capitano subito mi Contraddisse "Nun dicere fessare, Palummi,
su questa Costa non ci sono ripari: tira dritto e non cambiare rotta!".
Eppure io la vedevo: era una spianata di mare calma calma come l'acqua che sta
nell'acquasantiera... che la Madonna della Catena m'avesse fulmin se non
vero! Quand'ecco che davanti a me, a prua, vedo pure lei... La sirena?
S, la sirena. Altri marinai, pi vecchi di me, mi avevano avvertito:
Palummi, se vedi una donna nuda nella tempesta, non ti fidare:
un'allucinazione! Te la manda Demmonio per farti morire mentre hai nella
mente il peccato . Ma quella non era una donna qualsiasi, non era una femmina
da letto! E chi era? Era Assuntina, la donna che io avevo amato tutta la
vita. E mi diceva:
Viene Palummi, viene: abbracciami te voglio d 'nu vaso!
. E io ero l l per virare quando il capitano mi butt per terra colpendomi
con il calcio del fucile. I luciani sono marinai e i marinai, lo sanno
tutti, sono persone normali:
quando stanno a terra si radunano intorno alle barche e, per far passare il
tempo, si raccontano storie una pi incredibile dell'altra. Parlano di paesi
sconosciuti, di animali con due teste, di femmine assatanate e di tesori
nascosti che basta andare sul posto per portare a casa. Forse sarebbe buona
norma non starli nemmeno a sentire. I luciani, in particolar modo, dicono
tante bugie. La colpa, a mio avviso, tutta del mare di Santa Lucia che la
notte si muove e non sta mai fermo. A volte, dopo il tramonto, basta
ascoltarli mezz'oretta che poi ogni cosa ti sembra possibile.
IL COMPAGNO DI SCUOLA
I compagni di scuola hanno solo il cognome: per me Masturzo era Masturzo e
basta. Era alto e magro e andava malissimo in matematica.
ax2 + bx + C = 0 ripeteva senza convinzione e che vuol dire? E
un'equazione di secondo grado rispondevo io.
E chi , "a"? chiedeva di nuovo lui.
E un numero qualsiasi. Quale numero? Se ho detto qualsiasi, vuol dire
qualsiasi, no? gridavo senza un minimo di pazienza. Per questo si scrive a
e non si scrive un numero ! In compenso era il pi bravo a pallone: era il
centrattacco titolare del ginnasio e spesso giocava anche con quelli del
liceo. Io lo aiutavo nei compiti scritti di matematica e lui mi risparmiava
lumiliazione dell'ultima scelta. Secondo le regole non scritte della Villa
Comunale, prima di ogni partita i due capitani facevano la conta per scegliere
i giocatori. Pi si restava tra quelli ancora in attesa e pi aumentava lo
scorno. Il peggio che poteva capitare era di restare ultimo e solo, come un
cane randagio, non voluto da nessuno, il che accadeva ogni volta che si era in
numero dspari: lo scartato dava luogo a un'ipocrita gara di cortesia tra i
capitani (Prenditelo tu. .. No grazie, meglio che te lo prendi tu).
Fu dopo la pagella del primo trimestre che Masturzo chiese se potevo dargli
una mano in matematica.
Anche subito, vuoi che venga io a casa tua? No, rispose lui meglio se
andiamo da te. Mia madre, vedendolo cos alto, gli chiese:
Quanti anni hai? Sono ripetente. Hai fratelli? Mia mamma incinta.
E tuo padre che fa? L'industriale. Quest'ultima risposta lasci di stucco
mia madre. Masturzo vestiva male, anzi malissimo, e negli anni Quaranta
l'aspetto era tutto: i poveri vestivano da poveri i ricchi da ricchi. Io, per
esempio, avendo un padre commerciante, con negozio in pieno centro, uscivo in
giacca, cravatta, pantaloncini blu fino al ginocchio e calzettoni bianchi Se
fossi stato povero, non solo non avrei posseduto abiti del genere, ma non mi
sarebbe stato nemmeno permesso indossarli.
Chiaramente mamm si preoccupava delle mie amicizie il suo motto era
Frequenta solo chi meglio di te e fanne le spese.
Qualche volta vai a casa sua, mi diceva cerca di capire che mestiere fa il
padre. Ma Masturzo, ogni volta che glielo proponevo, riusciva sempre a
trovare una scusa per non lasciarmi andare.
Puveriello, commentava mamm quello, secondo me a casa sua non ha niente da
offrirti e allora si mette vergogna. Non che noi chiss che cosa gli
offrissimo; per riuscivamo sempre a rimediargli qualcosa: o una fetta di
torta, o un p di castagnaccio o un formaggino Mio. Lui invece, secondo
mamm, era povero e si vergognava di esserlo.
Certo che non riuscivo ad andare a casa sua e forse non ci sarei mai
riuscito, se una mattina la madre non fosse venuta sotto la scuola a dirmi
che il figlio era malato e che aveva bisogno di me per i compiti.
Abitava in via Egiziaca a Pizzofalcone, in zona Montedidio: uno dei quartieri
pi poveri e ricchi della citt di Napoli: nobilt e popolino, professionisti
e venditori ambulanti, palazzi nobili dai cortili principeschi (come quello
dei Serra di Cassano) e stamberghe prive di luce e di servizi igienici. Per
me che andavo ogni giorno da pap, in piazza dei Martiri, arrivare fino a
Pizzofalcone era uno scherzo:
mi bastava fare un pezzo di via Chiaia e poi prendere l'ascensore per
Montedidio.
Trovai Masturzo coricato nel letto matrimoniale.
Questo non il letto mio, tenne a precisarmi non appena mi vide io dormo
sul divano in camera da pranzo:
adesso sto qua perch sono malato. Avete giocato oggi? Si. Con chi avete
giocato? Con la terza A. E che avete fatto? Abbiamo perso 2 a 0.
Mannaggia 'a morte! Appena mi alzo dal letto li voglio seppellire di gol, a
quei quattro ricchioni! Tu non seppellisci proprio nessuno, hai capito!
gli grid la madre dalla cucina. In questa casa proibito ammalarsi, anche
perch non ci possiamo permettere spese voluttuarie. Il tuo amico, se vuole,
si pu ammalare pure tutti i giorni, tu no. Lui ha il negozio in piazza dei
Martiri.
Tu invece, con il mestiere che fa tuo padre, sei condannato a stare sempre
bene. E ogni volta tornava in ballo il mestiere del padre.
Ma pu essere che non riesci a sapere quello che f! mi chiedeva mamm.
Fuori alla porta come sta scritto? Sta scritto Cav. Masturzo. Allora
cavaliere? Cos lo chiamano. Ma cavaliere di che? insisteva mia madre.
Che f per mantenere la famiglia? Viaggia. E tu come fai a saperlo?
Perch una volta il portiere di via Egiziaca gli ha detto Buongiorno cavali,
come andato il viaggio questa volta? E lui come ha risposto? Ha detto:
Bene . E basta? E basta. Magro, pi basso del figlio, quarant'anni che
sembravano cinquanta, capelli neri all'Umberto, vestito blu rigato non troppo
scuro, scarpe nere sempre lucide, soprabito mezza stagione grigio topo (in
dialetto: scemss), cravatta nera per chiss quale lutto in famiglia e una
valigia di colore marrone, rinforzata da due cinghie di colore pi scuro.
Viaggiava moltissimo: linea Napoli-Reggio Calabria. Partiva il marted e
tornava il venerd.
Di Venere e di Marte, non ci si sposa e non si parte! era solito dire,
ridacchiando. Se fosse vero, io a questora dovrei gi essere morto. Quando
tornava da un viaggio, prima ancora di dare un bacio alla moglie, apriva la
porta di una stanzetta misteriosa situata in fondo al corridoio e vi andava a
depositare la valigia. Poi entrava in camera da pranzo, si accomodava su una
vecchia poltrona di stoffa, allungava le gambe chiudeva gli occhi, quasi come
se volesse assaporare l'avvenuto ritorno a casa. Sempre tenendo gli occhi
chiusi, chiedeva al figlio:
Hai studiato? S. sar嗷 ribatteva lui, niente affatto convinto.
Il cavaliere passava tutto il sabato e tutta la domenica pomeriggio chiuso
nella stanzetta. Un giorno che si allontan per cinque minuti per andare in
bagno, Masturzo m'invit a entrare.
Facciamo presto mi disse che quello subito torna. Ma non facemmo in tempo
ad arrivare in fondo al corridoio che la madre di Masturzo si mise di mezzo.
Quante volte debbo dire che pap non vuole che si entri nel laboratorio!
Alla parola laboratorio mi vennero in mente Cagliostro e Paracelso. Immaginai
il cavaliere, col mantello da alchimista sulle spalle, che faceva esperimenti
pericolosissimi alla ricerca della pietra filosofale; anche perch, da quel
poco che avevo capito, solo la pietra filosofale avrebbe potuto risolvere i
problemi economici di casa Masturzo. Una sera lo vidi uscire dalla stanzetta
con un alambicco fra le mani:
aveva i capelli arruffati e uno sguardo diabolico negli occhi.
Sembrava Jekyll un attimo prima della trasformazione.
Ma perch non lo chiedi direttamente a lui? mi diceva mia madre. Tu glielo
dici tomo tomo, come se la cosa non ti mteressasse. Gli dici: "Cavali: ma
che fate tutto il giorno nel laboratorio?". Gliel'ho chiesto e mi ha
risposto che inventa nuovi tipi di profumo. Ma allora profumiere?
L'odore si sente, poi io che ne so? Il laboratorio aveva una porta a vetri
opachi martellati.
Quando il cavaliere lavorava s'intravedeva la sua ombra china sul banco degli
esperimenti. Un giorno si affacci alla porta e disse alla moglie:
Carm, fammi un piacere: scendi gi alla Lampo e vedi se sono pronte le
etichette. Il mistero Masturzo si chiar il giorno in cui il cavaliere si
sent male. Noi stavamo studiando come al solito in camera da pranzo, quando
sentimmo un rumore di vetri in frantumi subito dopo un tonfo. Ci precipitammo
nel laboratorio e trovammo il poveruomo steso per terra in mezzo a un mare di
bottigline rotte.
Un odore acutissimo di profumo aveva invaso tutta la casa. Mentre lo
aiutavamo ad alzarsi, vidi un gran tavolo di marmo, un lavello come quello
della cucina, una bilancia da farmacista, un piccolo imbuto di vetro e poi
bottiglie e bottigline dalle forme pi svariate, a tubo, a palloncino, tonde,
piatte, piccole, grandi, trasparenti, azzurre con e senza spruzzatore. Non
senza fatica riuscimmo a portarlo in camera da letto. Lui intanto si era
alquanto ripreso e c'invitava a restare calmi. Ripeteva continuamente Non
niente, non niente, ma era chiaro che lo diceva pi a se stesso che a noi.
Ho bevuto un bicchiere d'acqua troppo fredda deve avermi fatto male. Si
sdrai sul letto matrimoniale, sopra la coperta di raso cos come stava, con
tutte le scarpe.
Pap, come ti senti? chiese Masturzo.
Adesso sto bene, tu per va' a chiamare il dottore.
Rimasi solo col cavaliere. Accostai una sedia accanto al letto e gli tenni
compagnia senza parlare. La madre di Masturzo era uscita poco prima
dell'incidente e non cera speranza che tornasse prima di un'ora: non restava
che attendere in silenzio l'arrivo del medico.
A un certo punto il cavaliere chiuse gli occhi e mi spaventai moltissimo.
Anche se mi fossi accostato al viso (cosa che comunque non avrei mai fatto),
non sarei stato in grado di capire se era morto o addormentato. In fin dei
conti io un morto, cosi da vicino, non lo avevo visto mai. La povera zia
Olimpia era morta s, ma a me non lavevano fatta vedere. Improvvisamente mi
ricordai di un film giallo dove, per capire se la vittima era morta o meno,
il detective le avvicinava uno specchio alla bocca. Ora, uno specchio c'era:
stava proprio l davanti, sulla toilette della Signora Masturzo... io avrei
potuto anche accostarlo alla bocca del cavaliere, cos come avevo visto fare
al detective e se poi si fosse svegliato proprio in quel momento...
che cosa gli avrei detto?
Decisi di non pensarci e, per evitare di guardare il cavaliere, cominciai a
fissare la parete dietro la spalliera del letto. Era rivestita da una carta
da parati con rami, foglie e fiori marrone su un fondo color giallo crema.
Dopo un po' che la stavo guardando, immaginai di essere il capitano di un
veliero e di dover navigare in un arcipelago tutto fatto di foglie e fiori
marrone. Il fondo color crema era il mare. Per andare da un punto all'altro
della parete m'inventai percorsi sempre pi complicati: i rami in particolare
mi costringevano a lunghe circumnavigazioni.
Non so quanto tempo rimasi a navigare sulla parete della camera da letto, so
solo che tornarono tutti insieme:
Masturzo, la mamma e il medico. Finalmente potei uscire da quella stanza e
rifugiarmi in camera da pranzo, dove mi misi a studiare la prima guerra
d'indipendenza, come se niente fosse successo.
25 luglio 1848. Sconfitta piemontese a Custoza e ritirata su Milano. Carlo
Alberto si allontana dalla citt tra le dimostrazioni ostili della
popolazione.... Ma ecco che con la coda dell'occhio vidi una bottiglina di
profumo sulla soglia della porta della camera da pranzo.
Doveva essere rotolata fin laggi quando avevamo accompagnato il cavaliere
nella stanza da letto. L'andai a raccogliere e rimasi affascinato
dall'etichetta: mostrava una spiaggia sotto la luna e una scritta luminosa
Nuit d'Amour - Paris.
Proprio in quel momento sentii la voce del medico che diceva: Cavali,
dipende solo da voi: se non vi strapazzate su e gi per l'Italia, potete
campare ancora cento anni.
Me ne bastano sei, rispose il cavaliere il tempo necessario perch mio
figlio prenda il mio posto. Da quella sera io e Masturzo diventammo i suoi
assistenti di fiducia. La ditta produceva la serie Nuit d'Amour (lo slogan era
Una goccia di Nuit d'Amour e vi sentirete a Parigi). Fabbricavamo anche una
linea pi economica intitolata Sospiri d'Oriente, ma un bel giorno il
cavaliere decise di sospenderne la produzione.
Parigi sempre Parigi, sentenzi dell'Oriente non se ne fotte niente
nessuno! Il cavaliere acquistava le essenze a litri e, dopo averle
generosamente diluite, le versava nelle bottigline usando quell'imbuto di
vetro che tanto mi piaceva.
Ricordo ancora i nomi delle essenze: mentolo, bergamotto, cedro, zibetto,
ambra grigia..e dei profumi pi richiesti: bois de rose, petit grain e tabacco
d'Harar. Tutti nomi esotici che mi portavano con la fantasia in paesi lontani,
pieni di donne guide e disponibili.
A noi ragazzi il compito di lavare, etichettare le bottigline e preparare la
valigia ogni marted pomeriggio. La valigia era stata progettata dal pap di
Masturzo in persona e consentiva l'esposizione contemporanea di tutto il
campionario. Bastava aprirla (come se fosse un libro, diceva il cavaliere) e
diventava subito una vetrina. Era divisa in piccoli scomparti, foderati tutti
in velluto rosso, e col centro 'o buttiglione, una confezione formato gigante
rimasta invenduta da sempre a causa del prezzo.
La verit che non ho mai trovato l'amatore teneva a precisare il
cavaliere.
A Parigi una cosa cos, l'avrei venduta in un battibaleno, ma qui in
Italia...
con quei quattro fetenti che viaggiano sulla Napoli-Reggio Calabria... a chi
volete che la possa vendere! Ogni marted il bravuomo partiva per Reggio
Calabria: la sua filiale come amava chiamarla. Ovviamente viaggiava in terza
classe, con blitz improvvisi, per qualche tentata vendita, nelle classi
superiori. Oramai era diventato amico di tutti i controllori e, anche grazie a
qualche profumino dato in omaggio a Natale, nessuno pi gli contestava lo
sconfinamento di classe. Per andare alla stazione prendeva il tram numero 1 a
piazza San Ferdinando e, da quando aveva avuto l'infarto, veniva regolarmente
accompagnato da me e dal figlio per via della valigia. Masturzo aveva solo
quattordici anni ma era forte come un ragazzo di venti.
Durante questi brevi accompagnamenti il cavaliere ci raccontava di quando era
stato a Parigi. Come prova inconfutabile aveva con s, nel portafoglio, una
foto che lo ritraeva in bicicletta con la torre Eiffel alle spalle. Era stato
capocommesso da Guerlain e aveva abitato a Montparnasse, a due passi dalla
celebre Coupole. Disse pure che se fosse rimasto in Francia avrebbe potuto
avere la pi bella profumeria di Parigi: tre porte in faubourg Saint-Honor.
Pare che la proprietaria, la vedova Clermont, si fosse pazzamente innamorata
di lui e che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di sposarlo.
Ma come potevo accettare? si giustificava rivolgendosi al figlio. A
quell'epoca ero gi fidanzato con tua madre.
Ci scrivevamo tutte le settimane. E chi l'avrebbe sentita, quella l, se non
tornavo pi a Napoli! Cos dovetti dare un addio alla vedova, a Parigi e alla
profumeria in faubourg Saint-Honor. Sei mai stato alle Folies Bergre?
Praticamente tutte le sere: avevo fatto amicizia con una guardarobiera di
Marsiglia, una biondina che si chiamava Monique. Io le fornivo i profumi e
lei li vendeva ai clienti:
poi facevamo a met. E perch te ne sei andato da Parigi? Perch avevo
nostalgia di Napoli. Ma non era sincero:
una volta lo sentimmo canticchiare Paris.. c'est une blonde.. .
La parte di lavoro che pi mi piaceva era la ricerca di bottigline usate. La
domenica mattina io e Masturzo accompagnavamo il cavaliere in via Foria, pi
o meno all'altezza del Distretto militare, e l, in mezzo a centinaia di
bancarelle di saponari, davamo inizio alla grande caccia.
La bottiglina si raccomandava il cavaliere deve essere anonima: se ha una
forma troppo nota, fate conto per, esempio come quella dello Chanel, poi
difficile farla passare per Nuit d'Amour, e attenzione a non prendere le
mignon che si capisce che sono quelle dei liquori. Giravamo in lungo e in
largo tra il vociare e i mille colori del pi smandrappato March aux Puces
del mondo. Scovare bottigline tra rottami e ferramenta era un gioco:al volte
ce le davano anche gratis.
Me la regalate questa bottiglina, signore? chiedevo ai saponari, e molto
spesso riuscivo ad averle senza pagare nemmeno un centesimo. Da quella
esperienza mi resi conto che, volendo, avrei potuto essere un ttimo
accattone.
Un pomeriggio il cavaliere torna a casa allegrissimo, aveva venduto 'o
buttiglione.
Ma chi se lo comprato? Una signora di Ferrara. E come stato?
Quando si dice la fatalit: io marted scorso ho perso il treno delle venti e
venti, il prossimo partiva alle ventitr e quaranta. "Che faccio," mi sono
detto torno un'altra volta a casa con tutta la valigia? E che ci torno a fare?
E ho deciso di farmi un'oretta di sonno in sala d'attesa; invece di andare in
terza, dove i sedili sono tosti come le pietre sono andato in prima dove ci
sono i divani di pelle, tanto lo sapete come sono le sale d'attesa: non ci
sta mai nessuno a controllare. E la signora di Ferrara? Stava gi l,
sola soletta, con una volpe intorno al collo e un cappellino verde bottiglia.
Ha un cerino?
mi dice lei a me, e io ce l'ho dato. Insomma non teneva cerini, quando si
dice la fatalit: se avesse avuto i cerini, io adesso non avrei venduto 'o
buttiglione. E cos, sapete com', ci siamo messi a parlare, anche per far
passare il tempo. Io prima le ho raccontato che mestiere facevo e poi le ho
chiesto: "E lei cosa fa?". "Sono una donna d'affari" mi ha risposto, e si
messa a ridere. Intanto io avevo gi aperto la valigia. "E questo che cos'?"
ha detto lei indicando 'o buttiglione. "E Nuit d'Amour, formato gigante" ho
detto io. "Vuol dire formato caserma!" ha detto lei e gi un'altra risata.
Insomma una parola tira l'altra e le ho venduto 'o buttiglione per
venticinque lire, cinque lire meno del prezzo di listino. Quella sera il
cavaliere ci port tutti in pizzeria. Anche io fui invitato e dovetti
telefonare a casa per avere il permesso.
Quattro margherite da mezza lira ordin il cavaliere e mi raccomando:
basse di pasta e con molta mozzarella sopra. Vino rosso a consumo. Era
maggio. Sembrava che gi fosse estate. Il cavaliere si bevve da solo tutta la
bottiglia di vino. A un certo punto lo sentii dire, come se parlasse tra s e
s: S, per un pochino mi dispiace...
Il cavaliere mor di gioved, nel mese di luglio, a Reggio Calabria. Io e
Masturzo, quando arriv la telefonata, stavamo a casa mia a giocare a
Monopoli. I funerali furono fatti a Napoli, due giorni dopo, con il carro del
Municipio.
Dalla Calabria, insieme alla salma, arriv anche una signora di mezz'et e un
bambino di circa otto anni che aveva lo stesso sguardo malinconico del
cavaliere: erano la sua filiale. Durante i funerali, la signora e il
bambino si tennero sempre in disparte, quasi non volessero farsi vedere.
Le due donne, la madre di Masturzo e quella di Reggio Calabria, si dovevano
gi conoscere da tempo, anche se con ogni probabilit, non si erano mai
incontrate di persona. Fossero state ricche, forse avrebbero litigato;
essendo povere, non se lo potevano permettere. Si chiusero in camera da letto
e parlarono per ore e ore.
Il bambino rimase con me e Masturzo. Stava l, immobile, con lo sguardo fisso
a terra: non parlava e non voleva mangiare. Solo quando vide le ciliegie alz
per un attimo lo sguardo, poi stese una manina bianca, sottile, e piano piano
se le mangi tutte, una alla volta.
IL VICINO DI CASA
Al secondo piano del mio palazzo c'era la Pensione Santoro, o, per meglio
dire, quello che era rimasto della Pensione Santoro: in pratica un unico
cliente e per giunta anche un po' anziano, tale Michele Cupiello.
Raccontava mia madre che prima della Grande guerra i Santoro avevano avuto
molte propriet, fra cui l'Hotel Esperia alla Ferrovia, ma che dopo la morte
del fondatore, il compianto cavalier Ernesto, il figlio primogenito Arturo si
era giocato tutte le propriet, compreso l'albergo e il ristorante, su una
sola carta, a baccarat, al Circolo Italia.
Arturo fece nove, il banco fece dieci e lui, senza dire n ah n "bah", si
alz e si and a buttare gi dalla finestra. Il racconto di mia madre, in
verit, non che stesse molto in piedi: a parte il fatto che nel baccarat
non esiste il dieci, come faceva Santoro a suicidarsi se le finestre del
Circolo davano direttamente sul mare ed erano a non pi di tre metri di
altezza?
Non lo so, rispondeva lei io so solo che si butt abbasso e che lo
trovarono tutto sfracellato e con le carte in mano. Su una barca? Su una
barca... sugli scogli... adesso tutti questi particolari non li posso sapere;
so per che quelli che hanno il vizio del gioco fanno sempre una brutta fine.
Comunque sia morto il povero Arturo, sfracellato o annegato, la vedova, una
volta perso l'albergo, si trasfer a Santa Lucia e apr una piccola pensione a
conduzione familiare. Gli affari per non andarono come lei aveva sperato e la
poverina fu costretta di nuovo a ridimensionarsi. Alla fine si ridusse a
subaffittare una sola stanza ammobiliata, quella appunto di Michele Cupiello.
Zio Luigi aveva conosciuto mister Cupiello a Chicago.
Cupiello ci confid in America non si chiamava Cupiello, ma Scalese e per
la precisione: Mike Scalese. Si cambi il cognome per motivi di sicurezza non
appena mise piedi a Napoli. E non basta: lo sapete come lo chiamavano a
Chicago? Pausa interrogativa, quel tanto che bastava per acuire la nostra
curiosit.
Lo chiamavano "la mano sinistra di Al Capone". Ma allora era un gangster?
S, ed era senza piet嗷 conferm zio Luigi. Voi adesso lo vedete che sembra
tanto una brava persona? Magari lo portereste pure a casa a mangiare? Ebbene,
sappiate che quando lavorava non sprecava mai pi di una pallottola ogni
colpo, un cavaliere per terra! Al Capone gli diceva: Questo tuo e gli
passava una fotografia, e il giorno dopo quella persona era stesa
all'obitorio con un buco in fronte. Io, una sera, in un night di Chicago,
incontrai un amico, un certo De Simone, che mi raccont tutta la sua vita.
Noi per questo adoravamo zio Luigi:
era capace di raccontarci ogni sera una storia nuova, ed erano sempre storie
avventurose e piene di donne bellissime.
A quell'epoca ero fidanzato con Rosta Consalvo, una sangue misto di madre
americana e padre portoricano che aveva un corpo che sembrava una pantera.
Rosta cantava appesa a una liana una canzone che faceva cos: "Come love,
come on the tree with me"... Si alz in piedi e, dopo aver accennato a un
passo di danza, si mise a cantare. Noi lo stavamo a guardare estasiati Una
sera, mentre aspettavo che finisse il numero, mi si par davanti un
giovanotto vestito da gangster: era De Simone, un mio vecchio compagno di
scuola. Un altro gangster! No, De Simone non era un gangster, ma ne aveva
laspetto e questo perch suo zio, Charlie Fischetti detto anche Charlie tre
dita", gli aveva regalato un gessato grigio a righine bianche. Ma perch a
Cupiello lo chiamavano la mano sinistra Perch aveva perso la mano sinistra
per salvare la vita di Al Capone rispose zio Luigi.
Allora per questo che tiene sempre un guanto di pelle S, e nel guanto
non c' la mano sua, ma una mano di legno che Al Capone gli fece fare dal
migliore falegname di Chicago. Poi, abbassando la voce, come se ci fosse
qualcuno dietro la porta che lo potesse sentire, aggiunse Nella sua stanza,
in una cassetta di legno chiusa a catenaccio, tiene ancora il mitra a tamburo
con cui stermin la banda di O'Banion.
Il mitra a tamburo! Da quel momento non pensammo ad ro che al mitra a tamburo
di Mike Scalese: poterlo vedere, toccare, annusare, anche per un solo istante
divenne il nostro massimo desiderio.
Edward G. Robinson, James Cagney, gli angeli con la faccia sporca insieme a
Sandokan al Corsaro Nero e a Tom Mix erano gli eroi che popolavano i nostri
sogni di gloria. Ma i gangster, Dio solo s perch, ci stavano pi simpatici
di tutti: era normale quindi che non vedessimo l'ora di conoscerne uno di
persona. Pur di avvicinarlo, facemmo amicizia con Giannino, ragazzino di nove
anni, figlio del suicida Arturo ed erede universale della Pensione Santoro.
Giannino molto lusingato del fatto che dei ragazzi pi grandi di lui
trattassero da pari a pari. Mike Cupiello, alias Scalese, era un uomo sulla
sessantina, tarchiato, con i capelli grigi, che passava la maggior parte del
suo tempo ad ascoltare musica lirica. Ogni sera si andava a sedere in un
angolino del soggiorno accanto a un gigantesco grammofono. Voce del Padrone e
restava immobile, per ore e ore, a sentire pezzi d'opera: amava melodici e in
particolare Amami Alfredo.
A proposito della Voce del Padrone, zio Luigi un giorno mi raccont la vera
storia del cagnolino che appariva sul marchio di fabbrica. Disse che il cane
si chiamava Nipper e che apparteneva a un certo Barraud, un signore molto
vecchio che viveva a Londra in una soffitta. Una notte questo Barraud,
sentendosi prossimo a morire, incise un disco con la sua voce e lasci al
fratello in eredit sia Nipper che il grammofono, in modo che di tanto in
tanto il cane lo potesse sentire.
Il fratello, infine, essendo un bravo pittore ritrasse il cane mentre
ascoltava la voce del padrone e vendette il dipinto alla Grammophone Co.
Ltd.
Come tutti i gangster Mike parlava pochissimo, e solo se non ne poteva fare
proprio a meno. Si guadagnava qualcosa facendo il finto cliente alle aste
d'antiquariato.
Mister Cupiello, gli chiedemmo una sera Giannino ha detto che state
costruendo un incrociatore con i fiammiferi, vero? Come sempre non
rispose, per, essendosi alzato in piedi e avendoci guardato con aria
benevola, capimmo ch. potevamo seguirlo in camera sua.
La cassa, munita di catenaccio, proprio come avva detto zio Luigi, era l,
accanto al letto, e Cupiello se ne serviva come di un comodino. Era un piccolo
baule di legno chiaro lungo circa un metro, tipo ufficiale di Marina, con le
iniziali del nome di una nave, R.N.E.F., scritte in caratteri gotici.
Chiaramente doveva nascondere qualcosa di terribile, altrimenti non si
spiegava la presenza del catenaccio. Tutti gli avremmo voluto chiedere di
farci vedere il mitra, ma nessuno ebbe il coraggio di farlo. Solo Filuccio,
prima di andar via, fece un tentativo.
E l dentro che c? chiese, indicando la cassa.
Lui rispose secco: L'America Il mitra fece passare in secondo piano anche
l'incrociatore che invece era bellissimo. Era stato costruito tutto, da cima
a fondo, con fiammiferi di legno.
Abbiamo usato pi di trentamila fiammiferi disse Giannino, come se ci
avesse lavorato anche lui.
L'incrociatore aveva due fumaioli, otto scialuppe di salvataggio, quattro
cannoni ruotanti a 180 gradi, la bandiera Italiana sul pennone pi alto e il
nome scritto a poppa, tutto a lettere d'oro: R. N. EMANUELE FILIBERTO. In
pratica un capolavoro, tanto pi che era stato costruito da un uomo con una
mano sola.
Un giorno lo vidi al banco mentre apportava alcune modifiche al ponte di
comando. Usava la mano di legno come se fosse un morsetto: incastrava i
fiammiferi tra le dita del guanto e con la mano buona tagliuzzava, incollava
e dipingeva. Era cos rapido nei movimenti che a vederlo lavorare ci si
scordava della sua menomazione.
E una tecnica che s'impara in carcere disse zio Luigi.
Un giorno tra tutti i penitenziari d'America fu indetta una gara per il
miglior modello di nave:
vinse Jeremy Stockenouse di Sing Sing. Fece un galeone spagnolo del
sedicesimo secolo e a prua, come polena, mise il busto della moglie che aveva
strangolato. Tra le tante cose che Cupiello sapeva fare, c'era quella di
suonare il piano, e lo suonava benissimo.
Ora io non so come riuscisse a farlo con una mano sola, certo che piazzava
tutti gli accordi. Nella stanza aveva un piano verticale, laccato nero, con i
rifinimenti in oro, che era un vero e proprio oggetto d'antiquariato. Di
sicuro risaliva ai tempi in cui non c'era l'elettricit: aveva, infatti,
ancora i candelabri d'argento attaccati al frontale. A sentirlo suonare da
lontano, dal cortile del palazzo ad esempio, nessuno avrebbe detto che non
era un pianista normale.
E per forza, comment zio Luigi quello, in America questo faceva:
il pianista.
Solo in un secondo momento divenne un gangster. Suonava dovunque gli
riuscisse di arraffare qualche dollaro: frequentava i night, le feste
brucculine e i matrimoni. Poi conobbe Al Capone e la sua vita cambi da cos a
cos. Al lo fece assumere al Colosimo's night sotto il suo controllo, e ogni
domenica mattina all'ora di pranzo, se lo portava a casa insieme ai bab e
alle sfogliatelle. A mamma Teresa piaceva molto una canzone di Pasquariello:
io m'arricordo 'e te.
Mike gliela canticchiava in falsetto e Al Capone ogni volta si metteva a
piangere.
E gi, perch lui, lo sfregiato, cos era fatto:
spietato con i nemici e tenero in famiglia. E poi com' che divenne un
gangster? Perch s'innamor di Rosy la Bionda: una ragazza del New Jersey,
non molto alta in verit, ma con i capelli di un biondo platino e il seno pi
bello di tutta la South Wabash Avenue! E qui zio Luigi dava uno sguardo al
cielo come volesse chiamarlo a testimone. Le tette di Rosy erano cos belle
che i camerieri del Colosimo's le avevano soprannominate Vesuvio e Monte
Somma.
La ragazza entr nella vita di Mike vendendo sigari e sigarette. Indossava un
corpetto nero, molto attillato, che le lasciava scoperto quasi tutto il seno.
Aveva le calze a rete e la giarrettiera con la rosa rossa. Quando si fidanz
con Mike, proprio per evitare che continuasse ad andare in giro fra i tavoli
nuda, Al Capone la fece promuovere caposala. Adesso per, se state buoni e non
mi interrompete pi, vi racconto tutta la storia. Al che noi trattenevamo
anche il respiro, per paura che lui cambiasse idea. I ragazzi di oggi hanno la
televisione noi avevamo zio Luigi.
Mike e Rosy decisero di sposarsi a Natale. Al Capone in persona avrebbe
fatto da compare d'anello. Avevano gi spedito le pubblicazioni quando una
notte gli irlandesi di O' Banion irruppero nel Colosimo's e cominciarono a
sparare raffiche di mitra per far fuori Al Capone. Mike, senza pensarci un
momento, si butt davanti al suo capo e una pallottola gli sfracell la mano
sinistra. Rosy, invece, che era in piedi, proprio accanto ad Al Capone, mor
sul colpo, fulminata da sette proiettili. Il tutto era durato meno di un
minuto. Al collo di Rosy fu trovata una collanina d'argento con un medaglione
raffigurante il Cuore di Ges trafitto da Sette Spade. Malgrado l'epilogo
tragico, non potemmo fare a meno di pensare al seno di Rosy, ancora
palpitante, con il con il medaglione del Cuore di Ges giusto nell'incavo tra
le tette.
Scalese, continu zio Luigi quando la polizia and a interrogarlo in
ospedale, mostr il cartoncino che annunziava le sue prossime nozze con Rosy
e, non avendo la poverina nessun parente a Chicago, si fece consegnare come
ricordo il medaglione delle Sette Spade. E sette ne debbo uccidere!" mormor
Mike, mentre l'ispettore di polizia usciva dalla stanza.
Non appena lo dimisero, infatti, fece fuori, uno dietro l'altro, sette
irlandesi di O' Banion, divenne insomma il killer pi feroce di tutta
Chicago. Un giorno a Santa Lucia arriv un italo-americano e chiese di
mister Cupiello.
Giannino lo accompagn nella stanza di Mike e un minuto dopo ci venne a
chiamare.
Corremmo tutti a vedere il nuovo arrivato. Lo sconosciuto disse di essere un
sassofonista e di aver suonato con Mike in America, in un'orchestrina chiamata
i Beach-Boys, ma nessuno gli credette. Grazie a zio Luigi, eravamo troppo
esperti di malavita americana per non accorgerci che si trattava di un altro
gangster in carne e ossa. Oltretutto, aveva il gessato grigio degli uomini di
Al Capone. Praticamente era come se si fosse presentato in divisa.
Io so chi e esord Filuccio, dndosi delle arie.
Chi ? E uno della Mano Nera. E come fai a dirlo? Ha un bottoncino
nero all'occhiello del bavero rispose Filuccio. Cretino, quello il lutto!
E poi figurati se quelli della Mano Nera se ne vanno in giro con il
distintivo! Ci mettemmo a giocare ai soldatini nel corridoio della pensione,
in modo da poterci avvicinare sempre di pi alla stanza dove stavano parlando.
Qualcuno di noi dovette urtare la porta perch da un certo momento non
capimmo pi nulla: usavano uno strano linguaggio fatto di parole astruse che
finivano tutte in esia, un'incredibile lingua che non era n inglese, n
italiano e nemmeno napoletano.
E il codice della Mano Nera! continu a dire Filuccio. E chi te l'ha
detto? Z Rafele, rispose lui anch'io ho uno zio che stato in America e
lui non racconta solo i fatti di Chicago, ma conosce pure quelli della costa
occidentale. Era una balla, naturalmente: tutti i ragazzi di Santa Lucia
m'invidiavano zio Luigi e di tanto in tanto qualcuno s'inventava un parente
solo per farmi concorrenza, ma, grazie a Dio, zio Luigi era unico e
irripetibile.
Allora se non il codice della Mano Nera, replic Filuccio polemico
ditemi voi che diavolo di lingua ? Era la parlesia: un linguaggio
convenzionale ancora in uso fra tutti gli orchestrali dell'Italia meridionale.
Appunisce 'a chiarenza? (ovvero vuoi un whisky), chiese Mike al suo amico
mostrandogli una bottiglia di whisky.
No, tengo 'a fegatesia addov嗷 (no! ho il fegato a pezzi), rispose quello
toccandosi il fegato, e poi a sua volta chiese: E tu che stai appunendo?.
(e tu come stai?) Uhm mugg Mike, storcendo la bocca.
Appunisce quacche jamma? (hai qualche donna?) Nu spun bacarie: si
nunn'appunisco a me, comme vu ca m'appunisco 'na jamma! (non dire
sciocchezze: se non riesco a mantenere me, come vuoi che mantenga una donna!)
Appunisce armeno n'a machinesia? (hai almeno una macchina?) L'aggia avuta
spun. (me la sono dovuta vendere.) E comme abbusche 'a campesia? ()come
ti guadagni la giornata?) Cunosco a 'nu jammone c'appunisce 'na gallaresia e
fa l'astesia tutte 'e sere e p quacche vota appunisco a pusteggia. (conosco
un signore che ha una galleria e fa un'asta tutte le sere, e poi qualche
volta vado a cantare nelle trattorie) Aggia appunito, concluse l'amico fai
accauto e allauto, a comme vene vene.
(ho capito, fai tutto quello che ti capita come viene viene.) Gli
orchestrali e i magliari italiani, quando arrivano in un paese straniero,
come prima cosa sentono il bisogno di entrare in contatto con qualche collega.
Allora girano per i bar, le taverne e le sale da biliardo, e non appena
scorgono qualcuno un p pi scuro di capelli, o con gli occhi neri, lo
avvicinano e gli chiedono sottovoce Appunisce a parlesia? ovvero Parli la
lingua?.
Pi che una domanda, in effetti, una parola d'ordine. Significa:
Sei dei nostrio no? Per andare pi a fondo nei traffici di Mike,
cominciammo a pedinarlo.
Generalmente si recava ai giardinetti del Molosiglio, si sedeva su una
panchina e restava li una mezz'oretta a guardare le blie, i soldati e i
bambini che giocavano a palla. Una volta gli si avvicin un uomo anziano e
gli consegn un pacco di colore azzurro scuro. Mike lo prese e se ne and
via. Avrebbero potuto essere semplici biscotti di Castellammare o spaghetti
di Voiello, ma allora, ci chiedemmo, perch consegnarli in un modo cos
misterioso? E poi perche non pagarli seduta stante, davanti a tutti? Un altro
posto che Mike frequentava era il porto; pare che da giovane avesse fatto il
marinaio.
E' stato mozzo su un mercantile che trasportava marmi pregiati da Genova a
Barcellona precis zio Luigi.
La nave si chiamava il Nettuno. Poteva fare seimila, massimo settemila
tonnellate di stazza. Un brutto giorno per durante la guerra '15-18, il
Nettuno venne affondato da un Sottomarino tedesco e Mike rest quattro giorni
e quattro notti con altri naufraghi su una scialuppa di salvataggio, senza
niente da bere n da mangiare. Poi arriv l'incrociatore Emanuele Filiberto,
proprio quello che lui ha rifatto con i fiammiferi, e li salv tutti quanti.
Durante un ennesimo inseguimento lo beccammo che entrava alla Posta centrale.
Nuzzo Neri, fingendo di dover fare un vaglia, gli si mise dietro, in fila,
come una sanguisuga, e quando arrivarono allo sportello, vide Mike ritirare
una busta proveniente dagli Stati Uniti. La riconobbe subito per via dei
francobolli. Anzi, con la massima faccia tosta, glieli chiese pure in regalo,
e, mentre Mike li staccava dalla busta, ebbe tutto il tempo per leggere il
nome del destinatario. C'era scritto A Mister Mike Cupiello, Grand Hotel
Santoro, via Marino Turchi 31, Naples, Italy.
Peccato che non sono riuscito a leggere il mittente si rammaric Nuzzo.
E che lo leggevi a fare? lo confort zio Luigi. Te lo dico io chi il
mittente: Al Capone in persona! Ogni mese gli manda un assegno di cinquanta
dollari. Il mito di Mike sub un duro ridimensionamento quando arriv il
fratello dalla campagna. Si chiamava Carmine e faceva l'allevatore di bufali
a Mondragone.
Arriv una vigilia di Natale, all'improvviso, mentre stavamo giocando a
tombola nella sala da pranzo della pensione. Spost il cartellone e poggi sul
tavolo una pentola con cinque mozzarelle annegate nel latte che la signora
Santoro fece sparire senza nemmeno farcene assaggiare un pezzetto.
Se Mike era taciturno, il fratello era il suo esatto contrario: non la finiva
pi di chiacchierare. Un giorno si fece accompagnare da me e da Nuzzo a via
Chiaia per comprare una pipa di radica e durante la passeggiata ci raccont la
vita di Mike, per filo e per segno, da quando era nato fino ai giorni nostri.
Restammo sconvolti: o zio Luigi o il signor Cammine ci avevano detto un sacco
di bugie. Povero Mike! lo commiser il fratello.
Perse il braccio, a trent'anni, sui docks di New York: durante un'operazione
di scarico, gli caddero addosso un fascio di tondini ferro che non erano stati
bene imbracati. L'armatore gli dette cento dollari e lo licenzi.
Forse il braccio l'avrebbe pure potuto salvare, ma per paura della cancrena,
glielo amputarono due centimetri sotto al gomito quando ancora non aveva
ripreso conoscenza: si svegli e si accorse di non avere un braccio!
A quell'epoca cos si usava: gli emigranti erano trattati come se fossero
bestie o poco pi! E Rosy? chiesi io malignamente. Rosy la Bionda? Rosy
la Bionda? ripet lui, stupito che io potessi conoscere un particolare cos
intimo della vita del fratello.
Vuoi dire Rosa Javarone? Quella che Mike si doveva sposare? S, Rosa la
Bionda, insistei io, guardandolo fisso negli occhi, se non altro per
metterlo in imbarazzo.
Ma non era bionda, era castana. E perch non si sposarono? E quella fu
un'altra disgrazia! sospir il signor Carmine, sinceramente dispiaciuto. Si
conoscevano sin da quando erano bambini, a diciotto anni si sarebbero dovuti
sposare ma nessuno dei due aveva una lira. Allora Mike disse: "Io me ne vado
in America e appena faccio i soldi ti chiamo". E' cos fu: un giorno le
scrisse una lettera dicendo: Vieni a New York che sono pronto, ma il vestito
da sposa meglio che te lo fai fare al paese perch qua costa assai'', e
Rosa part:
si imbarc sulla Cesare Battisti. Io stesso l'accompagnai al porto. E chi se
la dimentica pi quella giornata: il piazzale del Molo Beverello era pieno di
gente din ogni paese, e c'erano centinaia di emigranti che dovevano partire
per l'America e c'erano tutti i parenti che erano venuti a salutarli per
l'ultima volta. E chi era venuto con l'orchestrina, e chi con la chitarra, e
chi cantava, e chi s'abbracciava. E stavano tutti quanti 'nu poco 'mbriachi
perch prima della partenza s'erano andati a fare 'na bella magnata. Poi
improvvisamente, proprio mentre stavano ridendo, la nave fece tu tuuuu...
e allora tutti si misero a piangere: i marinai cominciarono a gridare:
'' A bordo che si parte! A bordo!". Le mamme riempivano l'aria di strilli:
all'ultimo momento non volevano pi far andare i figli in America e
s'appendevano ai loro vestiti per non farli partire, le mogli si disperavano,
i bambini piangevano. E loro, poveri guagliune, salivano a bordo che avevano
tutti gli occhi pieni di lacrime. Molti si erano portati appresso un gomitolo
di lana colorata per buttarlo da sopra la murata nel momento della partenza,
in modo che un capo restava in mano a loro e un altro a chi stava sul molo.
La nave si mosse lentamente, moscia moscia, come se non volesse partire, i
gomitoli cominciarono a srotolarsi a poco a poco e per qualche secondo avemmo
l'impressione che la nave non ce la facesse a spezzarli. Ma poi ci fu il
distacco e i fili di lana rimasero ancora un po' per aria, come una scia
colorata, fino a quando non li vedemmo pi. E Rosa? Rosa, non appena
arriv a New York, si mise a letto con la polmonite. Due settimane di
malattia, la febbre a quaranta, un dottore di Brooklyn che scambi la
polmonite per influenza, e 'a puverella mor tra le braccia di Mike, lontana
dalla famiglia e dal suo paese E Al Capone? E il mitra a tamburo? E i sette
irlandesi di O Banion? E il Cuore di Ges dalle Sette Spade? No, il signor
Carmine con tutte le sue chiacchiere non ci aveva convinto nemmeno per un
attimo! Lui, secondo noi, aveva un solo obiettivo: nascondere a tutti che il
fratello era stato uno dei pi spietati gangster di Chicago. Luigi, la sera
stessa ce ne dette una conferma. Mike Scalese stato costretto a ritornare
in Italia per sfuggire alla vendetta dei fratelli Genna. Voi lo sapete chi
erano i fratelli Genna? .
No, chi erano?, Erano cinque fratelli noti in tutta Chicago come i
terribili Genna". Si chiamavano Sam, Angelo, Peter, Jim. Un giorno Angelo,
soprannominato anche il "maledetto'', s mise in testa di far fuori Al Capone.
Lo invit a pranzo in una trattoria e, arrivati al dolce, fece entrare un
killer con una pistola. Aveva fatto i conti per senza Mike Scalese.
Fin dall'inizio, infatti, Scalese aveva fiutato il tranello: Angelo Genna era
stato troppo gentile. E allora che fece: finse di essere ubriaco e si mise a
dormire in un angolo della sala, su una poltrona: intanto, con la coda
dell'occhio controllava la porta d'ingresso.
Come vide il killer entrare e tirare fuori la pistola, non gli dette nemmeno
il tempo di premere il grilletto che lo fulmin sull'istante. Da all'allora,
per sottrarsi alla vendetta dei Genna, stato costretto a nascondersi.
Prima a Vera Cruz, poi a Marsiglia e infine a Napoli. Per maggiore
precauzione si cambi pure il cognome. La vedova Santoro, comunque, fin dal
primo giorno, gli assicur che non lo avrebbe mai dichiarato alla polizia.
Oggi, solo io e Al Capone sappiamo chi veramente e dove abita.
Al Capone, di tanto in tanto, tramite un suo uomo di fiducia, gli manda un
messaggio. In genere s'incontrano ai giardinetti del Molosiglio. Tutti
quanti sposammo, senza esitare, la versione di Luigi, anche perch Mike
Cupiello lo avevamo visto noi, con i nostri occhi, mentre ritirava il pacco
di Al Capone al Molosiglio. Di sicuro era un gangster e il fratello ci aveva
raccontato un romanzetto rosa solo per nasconderci la verit.
Un giorno, approfittando del fatto che era andato a Mondragone, entrammo in
camera sua e con un chiodo ricurvo aprimmo il catenaccetto della cassa di
legno.
Il mitra non c'era, trovammo per un abito da sposa, con il tulle tutto
strappato, un medaglione del Cuore di Ges trafitto dalle Sette Spade e la
fotografia di una ragazza con i capelli biondi.
A me sembrano castani disse Filuccio.
E a me sembrano biondi replicai io e richiusi la cassa.
nota: la parlesia costruita in gran parte da vocaboli napoletani e ha come
base sintattica due verbi:
appunire e spunire.
Il primo ha una valenza positiva e pu assumere diversi significati a seconda
del complemento oggetto che gli viene dato.
Trovare un termine equivalente in italiano, o in un'altra lingua,
praticamente impossibile.
In un certo senso ricordano il (bbuono e il no buono) di Andy Luotto
(all'altra domenica.) Appunire, infatti, pu significare:
gradire qualcosa, ma anche guardare un bel film, accettare un caff, amare una
persona o partecipare a un evento positivo.
Appunisce a machinesia, pu voler dire: (ti piace questa macchina?) ma anche
(vuoi comprare questa macchina?) o pi semplicemente: (possiedi una macchina?)
Appunisce 'na jamma ? per gi qualcosa di pi personale: rafforzato dalla
parola (jamma), equivale a chiedere a un amico: Se fa l'amore (con una bella
donna).
E, "O jammo accauto appunisce 'a chiarenza), pu tradursi cos:
(a quest'uomo piace troppo il whisky.) Spunire, invece, ha significati solo
negativi.
Nu spun bagarie, corrisponde a (non dire shiocchezze), e l'aggia avuta spun
sta per (l'ho dovuta vendere?
Jammo e jamma, vogliono dire: uomo e donna, e hanno come variante gerarchiche
('O jammone, 'a jammona, 'o jammetiello, e 'a jammetella.) esempio:
'o jammone appunisce 'e tellose d'ajammetella.
traduzione:
al capo piace il seno della ragazza.
altre parole per sopravvivere sono:
addov che significa attenzione, ma con riferimenti decisamente nigativi.
'a pusteggia, ovvero il cantare nelle osterie in cerca di soldi, e accauto e
allauto, che vogliono dire questo e quello.
per tutte le altre voci, basta aggiungere la desinenza esia:
per cui:
alberesia, tavolesia, e muntagnesia, stanno rispettivamente per:
alberi, tavole, e montagne.
Il ventre della vacca
Sar stata la giovane et, l'incoscienza, l'ottimismo, il carattere allegro,
non so, ma come ho riso durante il periodo della guerra non ho mai riso in
tutta la vita. Eppure Dio solo sa quante volte sar stato sfiorato dalla
tragedia:
il pulsante di un bombardiere premuto un attimo prima o un attimo dopo, un
rastrellamento delle SS fatto in una direzione piuttosto che in un'altra, un
paesino della Ciociara occupato dagli americani e non dai marocchini.
Il fatto che in quegli anni ogni nuova esperienza mi sembrava eccitante: il
rifugio antiaereo, i campi Dux, le piccole italiane e perfino le canzoni di
guerra, da Partono i sommergibili a Camerata Richard benvenuto.
Per me la guerra cominci ufficialmente il 5 maggio del '38, il giorno in cui
Hitler venne a Napoli a passare in rassegna la flotta italiana. Erano gi due
settimane che ci preparavamo per la grande sfilata. Ci facevano marciare su e
gi lungo via Partenope, in fila per sei, fino a quando non ci sedevamo
stremati per terra; io, ogni volta che passavo sotto casa, alzavo un po' pi
degli altri il braccio destro per farmi riconoscere dai miei che stavano al
balcone. Avevo nove anni e mezzo ed ero stato appena nominato marinaretto del
Duce (un corpo speciale dei balilla). Il nostro battaglione aveva in forza
quattrocento effettivi, quasi tutti residenti a Santa Lucia e a Mergellina.
La divisa era bellissima: uguale in tutto e per tutto a quella dei marinai
veri con in pi le giberne bianche per metterci dentro le cartucce dei
moschetti (che avrebbero dovuto darci, ma che non ci dettero mai). Quella
mattina fui costretto ad alzarmi molto presto per presentarmi alle sette al
Molosiglio. La sera prima, avevo litigato fino a tardi con mio padre perch
non aveva voluto comprarmi le scarpe nere per la divisa. Per pap quelle
marrone andavano pi che bene.
Adesso secondo te Hitler, con tutte le preoccupazioni che tiene, tra
quattrocento ragazzi che gli sfilano davanti s'accorge che ce ne sta uno con
le scarpe marrone? Ma fammi il piacere! Tu, bell'e mamm, suggeriva mia
madre cerca di nasconderti: mettiti giusto al centro della fila. Ma come
mi nascondo? Quello, il comandante, prima ancora della sfilata, ci fa
l'ispezione uno per uno! E vabb: vuol dire che io adesso te le lucido con
la cromatina nera, e cos non ci pare che sono marr. Come avevo previsto,
fummo sottoposti a un controllo scrupoloso. Innanzitutto ci dissero che solo
i migliori di noi avrebbero sfilato e che non saremmo stati pi di duecento;
poi ci misero in fila per tre e se qualcuno non era in perfetto ordine tutta
la terzina veniva eliminata.
Quando arriv il mio turno, tremavo come una foglia.
Scarpe marrone, disse il comandante via tutti e tre! e pass oltre.
A quel punto gli altri due se la presero con me per via delle scarpe e
cominciarono a strattonarmi. Con uno scatto improvviso mi divincolai e tentai
la fuga attraverso i giardinetti, ma i due farabutti mi riacciuffarono
subito. ' Stu St fetente.! gridavano. S' voluto mettere 'e scarpe
marr, stu zuzzuso Prima mi dettero un sacco di botte, poi mi sfilarono le
scarpe e me le buttarono a mare. Tornai a casa scalzo e in lacrime. Mio
padre, vedendomi cos ridotto, voleva tornare al Molosiglio per dare una
lezione ai due mascalzoni, ma mia madre non lo fece uscire di casa.
Lascia perdere, diceva non ti mettere contro i fascisti. Queste sono
giornate dove ognuno si deve fare i fatti suoi. Ora io non so se l'episodio
sia sufficiente a farmi riconoscere un passato da perseguitato politico,
certo che la giornata particolare per me fu una pessima giornata.
Gli italiani degli anni Quaranta erano quasi tutti fascisti nella vita
quotidiana e antifascisti sfegatati nel raccontare le barzellette. Uno dei
covi pi importanti della resistenza satirica napoletana era il retrobottega
del negozio di mio padre in piazza dei Martiri. Leader indiscusso della
barzelletta politica era il capotagliatore don Eduardo, anarchicomarxista e
nel contempo innamorato cotto di una delle nostre commesse: la signorina
Bertoloni. Ogni volta che la signorina Bertoloni gli passava accanto, lui si
prendeva la testa fra le mani e guardando il cielo, come a chiamarlo a
testimone, esclamava: Chesta me fa asc pazzo a me.. La passione per la
commessa non gli impediva di sfornare ogni giorno una barzelletta nuova
contro il regime. Le riunioni avevano luogo durante l'intervallo del pranzo,
pi o meno tra le due e le quattro e coinvolgevano tutti i commercianti della
piazza. A uno a uno gli affiliati entravano con fare circospetto e andavano
direttamente nel retrobottega. Don Eduardo aspettava in silenzio che il
fattorino avesse abbassato la saracinesca, dopo di che si andava a sedere sul
banco da tagliatore, con le gambe penzoloni, e cominciava a raccontare la
prima, parlando a voce bassissima, come se temesse che qualcuno, dalla
strada, lo potesse sentire.
Un giorno Farinacci va a fare un'ispezione nelle campagne e chiede a un
contadino: Che cosa dai da mangiare tu alle galline? Eccellenza, e che
volete che ci do da mangiare.! esclama il contadino. Ci do il granturco.
Il granturco! urla Farinacci. Ma lo sai che il granturco serve a fare il
pane per i nostri soldati! Tu sei un disgraziato: tu non ami la patria! A
questo punto il responsabile del partito per l'agricoltura, per non fare
altre brutte figure, manda un motociclista in avanscoperta perch avvisi
tutti i contadini di non rispondere pi granturco.
Secondo podere, seconda ispezione.
Che cosa dai da mangiare tu alle galline? chiede ancora Farinacci al
contadino. Il contadino, avvisato dal motociclista, si guarda bene dal dire
granturco e risponde: L'orzo. Eccellenza noi ci diamo l'orzo, perch pare
che l'orzo piace molto alle galline.
L'orzo! strepita Farinacci. Ma lo sai tu che serve a fare il caff per i
nostri soldati! Tu sei un disgraziato: tu non ami la patria! Nuova partenza
del motociclista e nuovo ordine: niente granturco e niente orzo.
Sennonch al ventesimo podere la situazione si fa davvero difficile. I mangimi
innominabili ormai sono tanti: granturco, orzo, olive, carrube, semi di
arachide, fave, nocelle e pistacchi sono tutti all'indice.
Farinacci per non demorde e continua a porre sempre la domanda.
Che cosa dai da mangiare tu alle galline? Eccell, risponde frastornato
il ventesimo contadino volete sapere la verit: noi ogni mattina gli diamo
due lire e loro si comprano quello che vogliono! Immediatamente la
barzelletta faceva il giro della citt: bastava un solo bombardamento perch
si diffondesse in tutti i rifugi antiaerei. Ma qui credo che sia opportuno
fare una breve digressione su Napoli e sui bombardamenti agli inizi degli anni
Quaranta. Il primo rito era quello del preallarme: non c'era in tutta la Citt
una sola persona che non avesse almeno un cugino nella contraerea.
Il preallarme si diffondeva a macchia d'olio non appena un aereo alleato
veniva avvistato al largo delle coste della Sicilia: ogni napoletano degno di
rispetto, una volta ricevuto l'avviso, provvedeva a sua volta a telefonare ai
parenti, agli amici e agli amici degli amici. E inutile dire che questa
catena di Sant'Antonio era severamente proibita, ragione per cui tutti gli
avvisatori parlavano in codice: E scoppiata Piedigrotta, Arriva la
stagione delle castagne, Stanotte si balla, Si prevedono temporali,
queste le frasi pi usate e, diciamo la verit, nemmeno le pi difficili da
interpretare.
Noi per sicurezza andavamo a dormire vestiti: alla prima sirena gi ci
eravamo messi le scarpe, alla seconda stavamo nel rifugio. Pap soltanto
restava qualche minuto in pi per telefonare a zio Eduardo che era sordo e
che chiss per quale strano fenomeno riusciva a sentire solo la sirena del
cessato allarme, ragione per cui quando scendeva in cantina tutti gli altri
salivano e gli ridevano dietro.
Gi nel rifugio ci dividevamo per sesso, per et e per idee politiche: i
ragazzi giocavano a palla, le donne recitavano il rosario e gli uomini si
raccontavano, tanto per cambiare, le ultime barzellette tra le minacce e le
implorazioni del capopalazzo, il cavalier Fiorito.
Voi a m uno di questi giorni mi farete passare un guaio! protestava il
poveretto che oltretutto era anche gerarca. Per colpa vostra sar cacciato
dal partito! Cavali, rispondeva pap noi qua stiamo per morire e voi
pensate al partito! Ma la sapete quella di Hitler e Mussolini che si
incontrano all'inferno? Quale? rispondeva Fiorito in tono lamentoso, ma
nello stesso tempo incuriosito. Quella degli otto milioni di baionette che
diventano otto milioni di forchette?...
La so, la so ma voi non la dovete raccontare! In verit le barzellette al
cavaliere piacevano molto, anzi, le avrebbe raccontate lui per primo, solo che
ne avesse avuto il coraggio; certe cose per non le poteva tollerare i
disfattisti, per esempio, erano una vera e propria minaccia per la sua
tranquillit e nel palazzo un gruppo molto agguerrito che faceva capo
all'avvocato Ventrella. Silenziosi, intellettuali, poco disposti a entrare in
confidenza con gli altri inquilini, i disfattisti amavano rinserrarsi
nell'ultimo vano del rifugio, e con la scusa di giocare a tressette dicevano
peste e corna del regime. Spesso scendevano in cantina ancora prima che fosse
scattato l'allarme con la scusa di non voler essere interrotti a met partita
si davano appuntamento direttamente nel rifugio.
Oltre al gi citato avvocato Osvinio Ventrella, facevano parte del gruppo
disfattista: il professor Kernot, colpevole agli occhi del regime di avere un
cognome straniero, l'ingegnere Sossich, di origine austriaca ma coniugato con
una signora inglese, Marco Terracini ebreo (e tanto bastava, Peppino
Lucariello che oltre a essere un falso tressettista era anche un falso
disfattista in quanto non interessato alla politica.
Frequentava il gruppo solo perch innamorato della bella Elena, una delle
tante sorelle dell'avvocato; Ventrella.
Sesto, ma non ultimo come importanza, Marco Ricca, pluridecorato della guerra
'15-18 e feroce contestatore del regime. Se Ricca non era ancora finito in
galera, lo doveva, oltre che al suo passato di eroe, a una seminfermit
mentale che gli era stata riconosciuta anche in tribunale durante un regolare
processo. Il reduce, infatti, era solito appendere tutte le medaglie al
collare del suo cane, un bastardino di nome Montegrappa, e andarsene a
passeggiare davanti a Palazzo Reale, pretendendo oltretutto il presentat'arm
dalle guardie. Il gruppO adoperava come sentinelle Nunzia e Angelina, le
Cameriere di Osvinio Ventrella. Nunzia aveva l'incarico di controllare il
cavalier Fiorito: non appena lo vedeva avvicinarsi gridava la quaglia, la
quaglia e tutti smettevano di parlare (la quaglia stava a indicare l'aquila
dorata che il gerarca portava sul cappello). Angelina invece, in quanto la
pi anZiana e autorevole, era addetta al volume delle voci: quando i
tressettisti l'alzavano troppo invitava tutti alla moderazione.
Il giorno dopo noi ragazzi uscivamo all'alba per essere i primi a raccogliere
schegge, shrapnel, traccianti, frammenti di bombe, spezzoni, proiettili di
mitragliere e tutto quello che in un modo o nell'altro era caduto dal cielo.
Camminavamo a testa bassa, guardando a destra e a sinistra, pronti a fiondarci
sul primo luccichio che avesse fatto capolino da una sconnessura dei
sampietrini. A scuola poi facevamo i cambi: uno shrapnel, met alluminio e
met rame, valeva quattro schegge comuni, una granata perforante con relativo
tappo coprispoletta in ottone almeno sette pezzi. I frammenti delle bombe USA
invece, essendo solo pezzi di ferro sfrangiati, non erano molto richiesti.
Raccogliere schegge divenne ben presto un hobby per tutti i ragazzi
Napoletani, n pi n meno di quanto era gi accaduto con le figurine
Perugina.
Chi nella vita non ha mai trovato un Feroce Saladino in una scatola di
cioccolatini non sa che cos' la felicit allo stato puro! Verso la met
degli anni Trenta tutta l'Italia fu presa dalla febbre del concorso Perugina:
prima una fortunata trasmissione radiofonica, quella dei Quattro
Moschettieri,, poi la difficile reperibilit di una particolare figurina,
quella del Feroce Saladino, avevano trasformato un innocente concorso in una
mania popolare.
Ogni sera centinaia di persone si riunivano a piazza dei Martiri, davanti al
negozio della Perugina (proprio accanto a quello di pap, e fissavano le
quote del giorno. Era una vera e propria borsa valori:
Crik e Crok erano dati a 8, Il Cagnolino pekinese a 15, Il Dannato
Visconte a 20, e per Il feroce Saladino le quote oscillavano dalle 100
alle 200 figurine comuni.
Le autorit fasciste sospesero il concorso quando si resero conto che le
figurine erano diventate pi affidabili delle banconote del regno.
Tra bombardamenti, schegge e figurine Perugina, tirammo a campare fino al
febbraio del '42, quando un 'incursione aerea pi micidiale delle altre,
convinse pap a sfollare.
Lo stesso Mussolini aveva detto: Chi ne ha la possibilit, ha il dovere di
andare via da Napoli.
Che siano messi in salvo donne e bambini. Restino solo coloro che hanno
l'obbligo civico e morale di rimanere. Ma dove trovare un posto sicuro,
fuori dalle rotte dei bombardieri?
Noi eravamo una famiglia alquanto numerosa: padre, madre, due figli, una
nonna di novant'anni, una zia sorda (zia Maria), uno zio praticamente
inaffidabile (zio Luigi) e due cameriere analfabete. Ci mettemmo subito a
cercare un paese privo di obiettivi bombardabili e non troppo distante da
Napoli. Chi proponeva Sorrento, chi Capri e chi, come zio Luigi, addirittura
Trento dove, a sentire lui, ci sarebbe stata una sua amica, proprietaria di
una pasticceria, che ci avrebbe ospitati tutti, dal primo all'ultimo.
Trento troppo vicina al fronte orientale obiett pap. Fai conto che i
russi sfondino, noi che fine facciamo? Io da quelle parti ci sono gi stato
nel '15-18, e vi assicuro che non mi sono trovato bene. Ma che debbono
sfondare! replicava zio Luigi. i Russi hanno gi perso la guerra:
sono in ritirata su tutta la linea. Pensa piuttosto alla proprietaria della
pasticceria! Ti rendi conto che pranzetti ci farebbe fare quella l? Hai mai
mangiato uno strudel? Delikatessen austriache, Eug, altro che bab e
sfogliatelle! E quella si prenderebbe in casa nove persone affamate Come
noi, solo per la tua bella faccia? Ma famme 'o piacere. Liselotte per me
farebbe pazzie. Luig, lassa st a Liselotte e cerchiamoci un paese
tranquillo lo zittiva pap. Qua noi dobbiamo trovare il ventre della
vacca. E che cos' il ventre della vacca? chiedevo io.
E il posto pi sicuro del mondo: un luogo silenzioso, pacifico, dove non
succede mai nulla, dove non escono nemmeno i giornali. Una sera pap torn a
casa con una carta del Touring Club, scala 1:200.000.
La stese sul tavolo da pranzo e, dopo averla bloccata agli angoli con quattro
portacenere, se la studi per due ore di seguito con la massima attenzione.
Poi, improvvisamente, lo vedemmo alzarsi di scatto.
Eccolo qua, esclam trionfante, mentre indicava un punto sulla carta
questo il ventre della vacca! E come si chiama? Cassino. E fu cos
che sfollammo tutti a Cassino. Pap, senza saperlo, ci aveva procurato alcune
poltrone di prima fila per assistere a una delle pi tremende battaglie della
Seconda guerra mondiale. Sarebbe bastato conoscere un po' di Storia patria
per evitare quella scelta: ogni qualvolta, Infatti, un esercito invasore ha
attraversato l'Italia, sempre passato per Cassino. La pianura ai piedi
dell'Abbazia l'unico corridoio che consenta il passaggio da nord a sud e
viceversa. Nel IV secolo a.C. ci passarono i romani per marciare contro i
sanniti, un po' pi tardi, Fabio Massimo per fermare Annibale, quindi
Belisario con i bizantini, Totila con i goti e infine Gonzalo Fernndez de
Crdova con le truppe della regina Isabella, per non parlare poi di
montecaSsino, una montagnella alta poco pi di cinquecentO metri che sembra
messa l apposta per fare da sentinella alla valle del Liri. Anche il pi
sprovveduto degli strateghi, guardando la zona, avrebbe detto: Qui li
fermiamo per almeno un anno!. E noi proprio l andammo a nasconderci.
Trovammo casa a San Giorgio a Liri, un paesetto, a una decina di chilometri da
Cassino, e debbo ammettere che per quasi un anno ci sembr davvero di aver
trovato il ventre della vacca: niente giornali, n tessere annonarie, ne
ronde UNPA, n bombardamenti a tappeto, n bollettini dal fronte, n
contraerea, n rifugi con sacchetti di sabbia, n altre sofferenze del
genere. Per avere notizie sull'andamento delle operazioni bisognava chiederle
al Balilla bizzarro personaggio sui trent'anni, che faceva continuamente la
spola tra Napoli e Roma.
Tutti lo chiamavano Balilla per come era solito andare in giro: calzoni
grigioverdi alla zuava, maglione da sciatore grigio-topo e caratteristico fez
fascista con fiocco nero in cima. Secondo me, il Balilla una spia dei
fascisti, dice zio Luigi ha le physique du role. Un mio amico che lavora
all'Intelligence Service questo mi ha detto:
Luig, attento alle spie: ce ne sono a migliaia! Mussolini ne ha messa una
in ogni paese!
. Ora chi volete che possa fare la spia nella zona di Cassino? Solo il
Balilla. Non che noi avessimo qualcosa da nascondere, ma zio Luigi era
solito ascoltare Radio Londra con una vecchia Allocchio Bacchini che, a
sentire lui, gli era stata regalata da Guglielmo Marconi in persona. Per cui,
non appena sentivamo il lugubre du-du-du-dum du-du-du-dum qui Radio Londra,
uno di noi andava di vedetta al balcone a controllare che non ci fosse il
Balilla nelle vicinanze.
Per qualche mese frequentai il ginnasio a Cassino, poi, essendo stato sospeso
il servizio dei pullman, continuai a studiare privatamente con un professore
ebreo che abitava poco lontano da noi e che viveva in uno scantinato. Si
chiamava Ravenna e in poco meno di sei mesi m'insegn pi cose lui che non
tutti i professori che avevo avuto in tre anni a Napoli: m'insegn il latino,
la storia, l'italiano, il greCo e soprattutto la matematica.
Insomma, tutto il programma del quarto ginnasio a eccezione del tedesco che
non voleva nemmeno sentir nominare perch era allergico alla lingua. Pare che
nella zona di Cassino io fossi l'unico scolaro ad aver studiato il tedesco.
Una sera arriv il Balilla e ci comunic che a Napoli c'era stato un
terribile bombardamento con morti e feriti, e che erano stati colpiti
parecchi edifici nei pressi della stazione ferroviaria. La cosa ci fece molta
impressione, anche perch, proprio in quella zona, in corso Garibaldi,
abitava mio zio Alberto, uno dei tanti fratelli di mamm. Pap gli mand
immediatamente un telegramma: RAGGIUNGICI SUBITO CASSINO STOP QUI VENTRE
VACCa. Non so che cosa abbia potuto capire zio Alberto da un telegramma del
genere, certo che dopo qualche giorno lo vedemmo arrivare, su un camion,
con tutta la famiglia, ovvero con la moglie, i tre figli, una cameriera di
nome Carolina e la cucina americana.
Chi conosceva zio Alberto conosceva anche la cucina americana. A sentire mia
madre si trattava della ottava meraviglia del mondo.
Ges, Ges, voi la dovreste vedere! Come prima cosa rossa, tanto che non
sembra nemmeno fatta di legno, e poi lucida lucida, come se ci avessero appena
passato la cera, ma non basta: alcuni mobiletti non tengono i piedi per terra,
come tutte le cucine, ma stanno azzeccati in faccia al muro e non cadono!
Era uno dei primi modelli di cucine in frmica venuti dall'America. Mio zio
l'aveva comprata di seconda mno da un ingegnere americano che era dovuto
partire in fretta e furia per gli Stati Uniti. Chi andava a casa di zio
Alberto gi sapeva che, come prima cosa, lo avrebbero costretto a vedere la
cucina americana. Di fronte ai pensili rossi, non si poteva restare
indifferenti: il commento minimo era un:oh prolungato di stupore. Ecco
perch lo zio si era lasciato convincere ad allontanarsi da Napoli: per
mettere in salvo la cucina, e con essa la famiglia.
Con l'arrivo dei cugini diventammo quindici e in proporzione aument anche
l'allegria. Se da una parte ci sentivamo meno soli, dall'altra si era dissolto
quel famoso ventre della vacca tanto decantato da mio padre: insieme ai
parenti, infatti, arriv anche il 25 luglio e con esso la fine della nostra
tranquillit.
La caduta del fascismo mi si present davanti sottoforma di un carabiniere in
divisa.
Il maresciallo ti vuole. E perch mi vuole? Perch sei l'unico che
conosce il tedesco. Per strada cercai di saperne di pi, ma non ci
scippargli una parola.
Ho fatto qualche cosa di male? Cammina e non fare domande! rispose lui e
affrett il passo. Attraversando la piazza del paese, si mise addirittura a
correre. Ma che successo? Ti ho detto: corri e non parlare! Nel
frattempo io mi tormentavo: ma che avr fatto di cos terribile da farmi
venire a prendere dai carabinieri? Ero andato in bicicletta senza
catarinfrangente?
Avevo schiamazzato per strada dopo la mezzanotte? Poi improvvisamente mi
ricordai:
la settimana prima, giocando a palla, avebo colpito il viceparroco mentre
scendeva i gradini della chiesa. Vabb, pensai, lo avr colpito, per non
che l'ho ammazzato! Non si finisce in galera per una cosa cos, e poi: che
c'entrava il viceparroco col tedesco?
Appena entrato nell'ufficio del maresciallo, mi si present una scena quasi
comica: un soldato tedesco, ubriaco, Stravaccato su una sedia al centro della
stanza, e intorno a lui, Come due entrameuses, il maresciallo e un altro
carabiniere che cercavano di fargli bere del vino. Il soldato aveva il
colletto della divisa sbottonato (trasandatezza inconcepibile in un tedesco)
e cantava a squarciagola, nella sua lingua, stella d'argento, che brilli
lass.
Ecco qua il ragazzo disse il mio carabiniere.
Sai il tedesco? mi chiese il maresciallo.
L'ho studiato a scuola: per l'anno scorso sono stato rimandato a ottobre.
Va bu, tagli corto lui fatti dire quanti carri armati ci sono qui
intorno. E come si dice "carriarmati? Si dice Panzer sugger uno dei
carabinieri.
Mi sentii importantissimo e nello stesso tempo mi sembr di dover fare
l'esame di tedesco.
Bitte Kamerad, cominciai a dire, non senza una punta d'emozione wieviele
Panzer sind in San Giorgio? Panzer? esclam il soldato, quasi incredulo che
gli si potessero fare domande del genere.
Ja, Panzer. Dies ist "Panza rispose lui e cominci a battersi la pancia
come se fosse stata un tamburo.
No Panza, Panzer. precisai io alzando la voce. Nicht Panza, Panzer. Ja,
ja. Panzer ripet lui, ridendo fino alle lacrime. Poi aggiunse in italiano:
Mia panza piena vino, verstanden sie?
Mia panza piena vino. . . mia panza piena vino. . . .
Un violento rumore alle nostre spalle ci fece voltare tutti:
la porta si spalanc di colpo ed entrarono due tedeschi delle SS con le armi
in pugno. I carabinieri alzarono le braccia in segno di resa e una delle due
SS mi scaravent fuori dall'ufficio con uno spintone.
Raus Feci appena in tempo a vedere che anche il tedesco ubriaco si era
allineato con i carabinieri lungo la parete e aveva alzato le braccia:
evidentemente nemmeno lui si sentiva troppo sicuro davanti alle SS.
Nel giro di ventiquattro ore tutto il paese fu occupato dai tedeschi e tranne
il Balilla, che andava su e gi come niente fosse, nessun civile aveva pi il
coraggio di arrischiare la testa fuori di casa. Oltretutto, c'era il
coprifuoco e si correva il rischio di essere colpiti anche solo affacciandosi
alla finestra.
Qualcuno disse che gli alleati erano gi arrivati a Sessa Aurunca e che ormai
era questione di ore. Da lontano cominciammo a sentire i primi
cannoneggiamenti.
Entro fine settimana saranno qui a Cassino e poi come dei falchi si
butteranno su Roma proclam zio Luigi che solo per essere stato due volte in
America si sentiva americano.
Quest'anno, se Dio vuole, ci facciamo Natale a Napoli profetizz mio padre,
una volta tanto in pieno accordo con zio Luigi.
Seguimmo, giorno dopo giorno, l'avanzata degli alleati sulla carta del
Touring.
Un po' ci basavamo sulle Voci, un po' sulle notizie che ci portava il
Balilla e un po' sui bollettini di Radio Londra. Di tanto in tanto qualche
aereo americano veniva gi in picchiata a mitragliare un carroarmato o una
colonna di tedeschi.
Insomma la guerra ci aveva riacchiappato e ancora una volta ci costringeva ad
allontanarci dal centro abitato.
Mio padre, trov a pochi chilometri dal Garigliano una bella villa del
Settecento, alquanto malandata in verit, ma sufficiente a ospitarci tutti,
cucina americana compresa. Purtroppo ancora una volta si era avvicinato nelle
scelte ai gUsti del maresciallo Kesselring: la Gustav, la linea strategiCa
decisa dai tedeschi, comprendeva per l'appunto l'intero percorso del
Garigliano, dalla confluenza con il Rapido fino al mare. Nel frattempo,
sull'altra riva, il generale Alexander andava ammassando le sue forze e
precisamente: la Sa armata americana, 1'8a britannica, gli indiani, i
polacchi, i canadesi, i francesi di Juin, i neozelandesi, i marocchini, i
sudafricani e perfino gli italiani: tutti a Cassino, nel ventre della vacca,
come nel finale di una commedia di Scarpetta.
Donna Rita, la proprietaria della villa, era una settantenne signora un po'
rintronata: viveva insieme a una cameriera di nome Rocchetta, anch'essa
settantenne e anch'essa rintronata. Donna Rita non faceva che parlare di suo
figlio, di come era bravo, di come era bello e del fatto che, poverino, era
dovuto partire per la Russia con il grado di colonnello di artiglieria, e che
se fosse rimasto a Cassino tutto questo non sarebbe successo.
Qualsiasi cosa le chiedevamo in prestito (che so io: un martello, una scala, o
un paio di forbici) rispondeva sempre:
Mi spiace, ma non roba mia: quando torna il colonnello dalla Russia, vi do
tutto quello che volete.
Dalla mattina alla sera non c'era nulla da fare e in verit per un paio di
mesi, a parte le granate che gli alleati ci recapitavano due o tre volte al
giorno, tanto per ricordarci che eravamo in guerra, non stavamo affatto male.
In casa avevamo grandi scorte di mele e d'olio. Di certo non saremmO morti di
fame anche se i men erano sempre gli Stessi. Come primo mangiavamo mele
cotte, come secondo mele fritte, come dolce torta di mele e come frutta
ovviamente mele. Oggi non assaggio pi una mela nemmeno se mi ammazzano.
Un giorno trovai in soffitta una cassa con ventidue libri di vodehouse:
c'erano tutte le imprese di Jeeves, il maggiordomo impeccabile, e le storie
del castello di Blandings.
Questi libri non si toccano! strill donna Rita sono del colonnello, e si
precipit a chiudere la cassa con un catenaccino.
Io per trovai il modo di aprire il lucchetto con un chiodo e ogni tre o
quattro giorni me ne leggevo uno.
Per non farmi scoprire da donna Rita leggevo solo di notte alla luce di
piccole lampade confezionatemi da zio Alberto.
Queste lampade consistevano in un bicchiere d'olio con al centro un lucignolo
infilato in un pezzo di sughero. L'olio c'era, la voglia di leggere pure, e
cos in meno di tre mesi lessi ventidue libri. Non ho mai capito se sono
diventato umorista per aver letto tutto Wodehouse, o se mi piacque tanto
Wodehouse perch ero nato umorista. Zio Alberto era un Leonardo da Vinci del
fai da te. Bravissimo a dipingere, se avesse voluto sarebbe potuto
diventare un falsario di capolavori.
Comunque, a parte la pittura, si adattava a fare qualsiasi lavoro: il
falegname, il giardiniere, il muratore, l'idraulico e via dicendo. Nella vita
non aveva un mestiere ufficiale (modestamente , diceva: non ho mai
lavorato) ma in caso di bisogno li avrebbe saputi far tutti. Tagliava i
capelli a tutta la famiglia, aggiustava le mattonelle del bagno, risuolava le
scarpe come un sarto provetto.
Con un ingegnoso sistema di secchi.
invent anche un marchingegno con il quale ogni mattina ci si poteva fare la
doccia accanto al pozzo. Dopo cena ci riunivamo intorno al camino e
recitavamo il rosario. Una sera, al terzo mistero doloroso, sentimmo bussare
alla porta. Per qualche secondo nessuno fiat. Non era possibile che qualcuno
ci venisse a trovare a quell'ora. La nostra villa era completamente isolata
dal resto del mondo e le strade non erano praticabili a causa del fango e dei
carri armati che le dissestavano.
Gli uomini (pap, zio Alberto e zio Luigi), con al seguito i ragaZZi (io e
mio cugino Gegg), andarono ad aprire la porta. Fuori, elegantissimo (senza
nemmeno uno schizzo di fangO sui vestiti e con una valigia in mano), c'era un
giovanotto sorridente.
E questa la casa di donna Rita? S questa... e lei chi ? Balbett zio
Alberto come se avesse visto un fantasma.
Sono il nipote di donna Rita: in casa mia zia? Lo accompagnammo
nell'ampio stanzone dove tutte le donne erano in attesa.
Donna Rita, qua c' vostro nipote annunzi solenne zio Alberto.
Zia Rita! esclam il nuovo venuto dirigendosi verso mia madre a braccia
spalancate.
Dove siete che vi voglio abbracciare! Sono qui rispose donna Rita
dall'altra parte della stanza.
Zia Rita carissima! ripet il giovanotto, senza scomporsi e virando di 180
gradi. Sono Ginetto... il figlio di vostra sorella Annarosa... Vi ricordate
di me? S, mormor donna Rita e che fai qui? Sono di passaggio: vengo
da Ascoli Piceno e sto andando a Napoli. Mi hanno detto che sul Liri pi
facile passare il fronte. Posso restare a dormire da voi un paio di giorni?
Gli preparammo na brandina in soffitta e zio Alberto gli confezion uno dei
suoi famosi lumi a olio in modo che potesse consultare tutte le carte
geografiche che si era portato dietro. Io e Gegg, durante la notte, lo
spiammo dal buco della serratura e lo vedemmo tirar fuori dalla valigia una
piccola radio portatile.
La mattina dopo il nipote di donna Rita era l'argomento del giorno. Tutti,
tranne Rocchetta, parlavano bene di lui.
Povero guaglione, disse mamm quello, se passa il fronte, rischia di farsi
sparare dai tedeschi! Secondo q dovremo convincere a non partire. E dove lo
mettiamo? ribatt astiosa Rocchetta. qua gi stiamo stretti! Poi quello
uomo: mica pu dormire con me e donna Rita! Io invece penso che, se
veramente va va a Napoli potremmo approfittare di lui per far arrivare una
lettera ai nostri parenti propose zio Alberto. Questa s che una bella
idea! gli fece eco zio Luigi.
Io a Napoli ho mille interessi: secondo me tutti i Napoletani a quest'ora si
staranno domandando "Ma Luigino che fine ha fatto?". Io non tengo nipoti!
Questa frase, appena sussurrata da donna Rita, ci lasci tutti ammutoliti.
Come sarebbe a dire che non avete nipoti? Chiese pap.
Vuol dire che non ne ho. E allora quel signore chi ? E io che ne so.
Ma vostra sorella Annarosa ce l'ha un figlio? Io non ho sorelle: sono
figlia unica. E una spia, una spia! grid zio Luigi eccitatissimo. Lo
sapevo che era una spia! Zitto che ti sente! gli disse zio Alberto.
Ieri sera come l'ho visto ho subito pensato: questo una spia! continu zio
Luigi, abbassando leggermente la voce. Ve lo ricordate L'uomo dall'artiglio?
Il film con Elio Steiner? Chillo ca faceva 'o spione? Tale e quale: 'a' stessa
faccia Secondo me un paracadutista, sugger Gegg.
sar atterrato dietro la casa, poi si cambiato di vestito e si
presentato a noi con la storia del nipote.
Vuoi vedere adesso, che se andiamo fuori e scaviamo nel terreno, troviamo
pure il paracadute? Alla parola paracadute intervenne anche zia
MariaFOsse Iddio e trovassimo un paracadute: a Napoli la Signora Santommaso
con la stoffa di un paracadute si fatta ventidue camicie di seta.
Daccordo, continu pap ignorandola ma come faceva a sapere che qui
abitava una signora anziana che si chiamava donna Rita? AlI'Intelligence
Service sanno tutto, rispose zio Luigi sanno pure che io sono sfollato a
San Giorgio a Liri. S, s, voi scherzate, ma qua se i tedeschi trovano il
paracadute noi passiamo un guaio tutti quanti disse zia Anita, di solito la
pi sensata di tutti. Lo sapete che per una cosa cos la settimana scorsa
hanno fucilato uno a Pignataro? Non vero Antoni? Antonietta, la nostra
cameriera in seconda, chiamata in causa conferm la notizia.
Sissignore. A Pignataro i tedeschi, nella cantina di un contadino, hanno
trovato un paracadutista americano nascosto dentro a una botte: il
paracadutista se lo sono portato via e al contadino lo hanno sparato in
fronte! Ges Giuseppe Sant'Anna e Maria! esclamarono in coro le donne.
E voi donna Rita perch ieri sera non avete detto che non lo conoscevate?
Perch avevo paura che ci ammazzasse a tutti quanti! piagnucol donna Rita.
Non vi siete accorti che sotto la giacca teneva una specie di paccotto? Un
rigonfiamento? Secondo me era una rivoltella. S, per, adesso se ne deve
andare! concluse zio Alberto alquanto preoccupato. Noi qui abbiamo cinque
figli, tutti minorenni, e certi rischi non li possiamo correre!
vado sopra e glielo dico. Tu non ti muovi gli intim zia Anita. Spetta a
Donna Rita, che la padrona di casa, dirgli che non pu restare. Io? Io non
vado da nessuna parte! replic donna Rita. Adesso mi chiudo in camera mia e
non esco pi fino alla fine della guerra! Luciano, m'intim Gegg
andiamoci io e te Tu non ti muovere che senn ti riempio di mazzate!.
url pap, prima ancora che potessi rispondere. io e Alberto siamo gli
uomini di casa e a noi due tocca andare. E io che cosa sarei, una donna?
protest zio Luigi! Anch'io ho il diritto di difendere la famiglia.
Veramente io avrei un'altra idea sugger mia madre. Noi adesso facciamo una
bella cosa: ci andiamo tutti quanti assieme e glielo diciamo calmo calmo, con
la massima gentilezza.
Gli diciamo cos: Sentite signora spia, sscusateci tanto, ma siccome non
vogliamo essere sparati, ffateci il piacere di andare a dormire da un'altra
parte .
Salimmo tutti in soffitta, gli uomini in testa e le donne in coda, ma del
paracadutista non trovammo nemmeno l'ombra: da vera spia, come era apparso,
cos era sparito.
LA FAME
Un bel giorno anche le mele finirono e per noi cominci il periodo della
fame. Ci mandavano a letto digiuni, con la sola promessa che il giorno dopo
avremmo mangiato a saziet Dormire uguale a mangiare! sentenziava pap.
E adesso dormite! Facile a dirsi, non altrettanto a tradurlo in pratica.
Per quanti sforzi facessi, non c'era verso di prendere sonno.
Andavo a letto alle sei, non appena veniva buio, e restavo l, sdraiato,
immobile, per ore e ore, sempre a pensare che cosa mi sarebbe piaciuto
mangiare. E anche quando mi addormentavo la fame continuava a trapanarmi il
cervello:
sognavo tavole imbandite dietro cancelli sbarrati, piatti di Spaghetti che
sparivano nel nulla non appena vi affondavo dentro la forchetta, centinaia di
prosciutti appesi al soffitto e non una scala per poterli arraffare.
Oltre alla forma e al colore, ero capace di sognare anche il sapore di ogni
singola pietanza e perfino il rumore del pane croccante appena Uscito dal
forno.
Nel silenzio della notte, rotto solo da cupi rimbombi di artiglierie lontane,
c'era sempre qualcuno che cominciava a parlare di cibo.
te li ricordi i rigatoni? Ah s, i rigatoni! Me li ero proprio
dimenticati. noi a casa li chiamavamo i paccheri.;
Non dire sciocchezze: i paccheri sono una cosa e i rigatoni sono un'altra. I
paccheri sono larghi e schiacciati mentre i rigatoni sono tondi e rigati. E
lo sai perch i rigatoni sono rigati? Perch cos il rag s'impizza dentro ai
solchi delle righe e non scivola via. A me mamm i rigatoni me li faceva
con la ricotta. E te lo ricordi il gateau di patate? Il gateau di patate?
E come se me lo ricordo!... Con la mozzarella... i pezzettini di salame... il
pane grattugiato Com'era buono il gateau di patate! Passavamo il tempo a
dire: Io adesso mi mangerei questo, no, io mi mangerei quest'altro!. Il
bello era che qualche volta finivamo anche col litigare su che cosa avremmo
voluto mangiare.
La pasta e fagioli non la voglio dichiarava zio Alberto, come se davvero
qualcuno gliela stesse per offrire. Se proprio debbo desiderare qualcosa, e
allora fatemi la cortesia di farmi sognare due fusilli alla genovese. E tu
vuoi mettere i fusilli alla genovese con la pasta e fagioli? replicava pap
scandalizzato.
Ma fammi il piacere: la pasta e fagioli la regina della tavola! Tutto
dipende da come si fa la genovese: voi di Santa Lucia, tanto per fare un
esempio, non la sapete fare. Ecco qua: adesso arrivano quelli del corso
Garibaldi a insegnare a noi come si fa la genovese! Ma nun dicere fessare!
Proprio cos, insisteva zio Alberto voi non la sapete fare!
Innanzitutto a Santa Lucia usate il il lacerto, mentre al corSo Garibaldi
adoperiamo 'o gambunciello e questa gi sarebbe una prima differenza, poi noi
le cipolle le tagliamO a fette e voi le mettete tutte intere... La cipolla
non deve conoscere il ferro: se vede la lama si avvilisce! Sentenziava pap.
E invece va tagliata,- altrimenti non si sposa con gli odori, ribatteva zio
Alberto.
E voi quali odori mettete? chiedeva pap con tono inquisitorio.
Tutti quelli che ci vogliono: il sedano... La carota...
Cento grammi di prosciutto, un misurino d'olio e un bicchiere di Vino da
aggiungere di tanto in tanto che se no si azzecca tutto sotto. Due ore di
cottura a fuoco lento... Due ore di cottura? Due ore solamente? Ih, che
bella schifezza e genovese che fate dalle vostre parti! esclamava pap.
Sai che ti dico, Alb? Che se tu adesso mi volessi offrire una genovese del
corso Garibaldi io, con tutta la fame che tengo, non me la mangerei! Come
si vede che vicino ai fornelli non sei nessuno. Ribatteva zio Alberto con
aria di commiserazione. La genovese non il rag che deve cuocere
all'infinito- il colore della cipolla che ti avvisa quand' il momento che
la devi togliere dal fuoco! E quale sarebbe questo colore? L'ambra.
Giulia hai sentito? sghignazzava pap, rivolgendosi a mia madre.
Il colore della genovese l'ambra! E che l'ambra? chiedeva mamm.
E il colore della genovese rispondeva impassibile zio Alberto! Imparatevi
a cucinare! urlava nel frattempo mio padre, diventando improvvisamente
serissimo. Il colore genovese il manto di monaco! E l'ambra!
rispondevano in coro i miei cugini.
Nossignore: il manto di monaco! Una volta al Ponte della Maddalena mi
comprai una giacchetta usata color ambra, uguale uguale a come dovrebbe
essere la genovese raccontava zio Alberto.
Ebb, credetemi, io ogni domenica, quando faccio la genovese, come prima
cosa mi metto la giacchetta, e tanto giro e tanto volto finch la cipolla non
mi diventa proprio di quel colore. Per non sbagliare, ogni dieci minuti
accosto la manica alla casseruola. Tutto quello che c'era di commestibile
intorno alla casa, era stato gi mangiato:
frutta, pomodori, carote, cicoria, ravanelli, bacche, carrube e via dicendo.
C'era sempre qualcuno che frugava il terreno nella speranza di trovaare una
patata o una radice dimenticata. Qualche volta con mio Cugino, presi dallo
sconforto , sperimentavamo nuovi tipi di foglie; magari ne vedevamo una che
rassomigliava a una lattuga e ci veniva la voglia di assaggiarla.
Provala tu. Non ci penso neppure! Ieri, dietro il granaio, ne ho provato
una che pareva rughetta e l'ho subito sputata. Adesso tocca a te provare.
Se fossimo andati da Liselotte, sospirava Zio Luigi, avremmo mangiato
dalla mattina alla sera! L'approvvigionamento dei viveri era un problema di
non facile soluzione. La villa di donna Rita era un casale e si trovava
giusto a met strada tra due paesi, San Giorgio a Liri e Vallemaio.
Nessun uomo, ragazzo o vecchio fosse, avrebbe mai osato camminare per pi di
inque minuti, allo scoperto, lungo la provinciale. Oltre al pericolo delle
bombe, infatti, c'era sempre il rischio di essere presi dai tedeschi e
deportati in Germania. Malgrado ci, almeno una volta al mese pap e zio
Alberto, inoltrandosi per i campi, raggiungeVano i casolari pi vicini e
tentavano qualche baratto con i contadini: mele e olio contro farina e
fagioli. A volte veniva buio e loro non erano ancora tornati Ma dove sono
andati? chiedeva mamm disperandosi.
Quando sono usciti hanno detto che andavano alla vecchia Mola. Alla
vecchia Mola? E dove sta la vecchia Mola? Non sta molto lontano, sulla
strada di Vallemaio:
prendendo il sentiero dietro il bosco, saranno al massimo due o tre
chilometri. Ha detto il Balilla che l ci sta un contadino che ha una grossa
riserva di farina e che accetta in cambio solo sugna. E a noi la sugna chi
ce la d? Ce la d Gioacchino 'o Purcaro: lui scambia sugna contro olio,
pero abita proprio vicino al campo tedesco. Madonna mia, scansali tu! Di
tanto in tanto qualcuno usciva sull'aia nella speranza di vederli apparire
nel buio.
Solo a Cassino ho visto il buio. Oggi non credo che la cosa sia pi
possibile: c' sempre un chiarore, il riflesso di una parete bianca o il
riverbero di una citt in lontananza che impedisce di vedere il buio.
Quando invece ci si trova immersi nel buio vero non si vede niente, ma niente
di niente, nemmeno le mani, neanche se uno se le porta davanti agli occhi per
cercare di scorgerne almeno i contorni. A Cassino, ho passato molte notti in
attesa di mio padre, e piu che aguzzare la vista, tendevo l'orecchio:
SapeVo che mi sarebbe apparso davanti, a meno di venti centimetri di
distanza, come un fantasma che si materializzi all'improvviso.
Non appena sentivo uno struscio, un rumore qualsiasi, gridavo Pap, sei
tu?, e il silenzio che veniVa fuori come risposta mi sembrava ancora pi
nero del buio in cui mi trovavo. Potr sembrare incredibile ma quando si ha
molta fame il primo pensiero che viene in mente questo: E se pap non
torna, io stasera che mangio?.
Una sera in cui avevamo pi fame del solito, zio raccont la storia di quando
fu assediato dalle truppe di Hail Selassi.
Eravamo arrivati alla periferia di Addis Abeba e davanti a noi c'era una
grossa villa in stile inglese, con le finestre sprangate, che stonava con
tutto il resto del panorama.
di baracche e di capanne di fango. Il duca di Bergamo mi fece chiamare e mi
disse:
Gigg, fammi un piacere: la vedi quella villa? Prendi tre uomini e vai a
vedere dentro chi ci sta. Presi con me tre soldati napoletani di cui mi
potevo fidare: Gennarino Conte detto Sette Spiriti, Eduardo sito, un
marcantonio alto due metri, e Totonno Albanese. O' Pizzaiuolo di Porta
Nolana, che proprio in quella missione si sarebbe guadagnato il grado di
caporale. Le strade erano deserte. Camminavamo in fila indiana: Esposito in
avanscoperta e io dietro a tutti per proteggere la ritirata. Quando
improvvisamente cominciarono ad arrivare negri da tutte le parti: spari,
frecce, pallottole, grida selvagge, un'ira di DIO! per non mi persi di
coraggio:
con un calcio sfondai una porta e ci barricammo all'interno della villa
rispondendo al fuoco. Contemporaneamente anche il reggimento veniva attaccato
e il duca di Bergamo, per non farsi accerchiare, fu costretto a ritirarsi
fino ad Addis Alem. Basta: restammo chiusi in quella casa tre giorni e tre
notti senza niente da bere e da mangiare. Fortunatamente il secondo giorno
venne a piovere e riuscimmo a farci una piccola scorta d'acqua allungando
fuori dalle finestre un vaso da fiori. Ma per il mangiare non sapevamo
proprio come fare, quando a me venne un'idea. Che idea? chiedemmo noi
ragazzi, come sempre affaScinati dai racconti di guerra di zio Luigi.
La casa dove avevamo trovato riparo era una casa di gente ricca: con ogni
probabilit doveva essere appartenuta a una famiglia inglese scappata
all'inizio della guerra.
C'erano mobili, specchi, lampadari, ma non c'era niente da mangiare. A un
certo punto io venni colpito dalla bellezza dei parati. Me li ricordo come se
fosse adesso: erano parati rossi e gialli a strisce verticali. Allora chiesi
a Sette Spiriti Gennar, come si attaccano le carte da parati?.
Con la colla rispose lui. E la colla come si fa? chiesi ancora io.
Con la farina. Non fece in tempo a dire "farina" che gi stavamo staccando
tutti i parati della casa. Con le baionette, piano piano, grattammo la colla
che stava dietro la carta, poi Totonno 'o Pizzaiuolo impast la polvere con
l'acqua e riusc a fare delle pizzette che vi assicuro tenuto conto della
situazione, non erano niente male. Il giorno dopo arriv il duca di Bergamo e
ci liber a tutti quanti. Un applauso sigl la fine del racconto di zio
Luigi, dopo di che non potemmo fare a meno di dare uno sguardo interessato ai
parati del soggiorno: erano carte color verde pisello con fiorellini gialli.
In quel momento non era possibile ripetere l'esperimento di Addis Abeba:
donna Rita stava seduta al centro della stanza, come un carabiniere, e non
avrebbe mai permesso che noi le mangiassimo la casa.
I o e Gegg comunque ci lanciammo uno sguardo d'intesa:
quella notte stessa avremmo assaggiato i parati.
Scendemmo all'una e cominciammo pazientemente a staccare il parato dietro lo
specchio del buffet in modo che l'indomani donna Rita non si sarebbe accorta
di nulla. Raccogliemmo la colla essiccata (la farina) in una padella e dopO
aver fatto un impasto con l'acqua, poggiammo il tutto sul fuoco del camino. I
risultati furono pessimi: delle due, una: o le carte da parati di donna Rita
non erano attaccate con colla di farina, o zio Luigi come al solito aveva
raccontato una grandissima palla.
Senza un filino di pomodoro non si pu giudicare. Cerc di difendersi lui.
Adesso che mi ricordo, quella volta, ad Addis Abeba, Totonno 'o Pizzaiuolo
aveva trovato in cucina una vecchia scatola di pelati. Non essendoci negozi
a portata di mano, oltre al mangiare, ci mancavano tanti altri generi di
prima necessit, le scarpe, per esempio, erano un problema di difficile
soluzione, soprattutto per noi giovani. Dai tredici ai quindici anni il piede
di un ragazzo cresce alla velocit di uno o due centimetri l'anno, ragione
per cui dopo sei mesi avevamo tutti problemi di scarpe. Ci venne in aiuto,
come sempre zio Alberto che invent per noi la scarpa con la prolunga
posteriore, un'invenzione, disse, che non appena tornato a Napoli avrebbe
brevettato su tutto il territorio nazionale.
Prolungava la suola, dietro il calcagno, con una mezzaluna di legno
accuratamente profilata e aggiungeva un pezzo di pelle alla tomaia, dopo di
che con la cromatina e la tintura di iodio raccordava il colore.
Sempre in materia di scarpe, il giorno del mio compleanno zio Luigi mi regal
un bellissimo paio di scarpe bianche e marrone, troppo strette per lui e
ancora troppo grandi per me.
Queste scarpe hanno "visto", mi comunic solennemente, come se si trattasse
di un'investitura, cerca di essere degno del loro passato! Ed ecco quello
che avevano visto le scarpe: un giorno, zio Luigi stava passeggiando con il
suo calessino military con la cavalla Josephine lungo il viale che porta alla
reggia di Caserta, quando scorse sul ciglio della strada un'automobile in
panne e una signora in attesa:
era Anna Fougez, la donna pi bella del mondo e, secondo le malelingue,
l'amante di Umberto di Savoia. Zio Luigi, elegantissimo nel suo abito
primaverile (giacca pied-de-poule con spaccchetti laterali, paglietta color
crema e scarpe bianche e marrone), s'inchin alla dama e offr i suoi servigi
per accompagnarla dovunque lei avesse voluto. Il viaggio fu brevissimo (la
Fougez era diretta alla reggia dove l'aspettaVa il Principe in persona) ma
sufficiente a dare inizio a un'affettuosa amicizia. Il giorno dopo lo zio,
dopo essere passato dal negozio del nonno e aver prelevato l'intero incasso
della giornata, le mand un fascio di rose rosse in camerino, al Politeama, e
le lasci un biglietto firmandosi Colui che Cupido colp sulla via di
Caserta.
Zio Luigi non si vant mai di essere stato l'amante della Fougez: il suo
motto era Il gentiluomo gode e tace. Una volta per, mentre stava guardando
una foto del Principe Umberto, gli sentimmo mormorare: In un certo senso
come se fossimo parenti.
Un bel giorno eravamo (si fa per dire) a pranzo, quando si apr la porta
d'ingresso ed entrarono un tenente medico e due sottufficiali tedeschi. I tre
militari, senza presentarsi o chiederci nulla, cominciarono a parlare
animatamente tra loro, indicando ora l'uno, ora l'altro angolo del soggiorno.
A un certo punto il tenente si mise a misurare in lungo e in largo la stanza,
urlando ein zwei drei, e tutto questo senza nemmeno degnarci di uno sguardo.
Sembrava quasi che noi non ci fossimo, o che loro fossero entrati per
recitare una commedia.
Tutta la famiglia mi guard sperando che almeno io, nella mia qualit di
studente di tedesco, avessi capito qualcosa.
Che dicono? mi chiese pap.
Non lo so, risposi ho capito solo "uno, due e tre", per il restO niente.
Avrei bisogno del vocabolario. Mannaggia 'a miseria! imprec mio padre.
Ma pu essere che quando si tratta di una cosa importante, tu nun capisce
mai niente! Dico io: ma il tedesco a scuola l'hai studiato, s o no? S
pap, l'ho studiato: per ho studiato il tedesco di pace, non quello di
guerra. Tutti soldi buttati! continu a imprecare pap, pensando ai libri
di tedesco che aveva comprato.
Un uomo va in miseria per farli studiare e questi sono i risultati! Io non
so nemmeno una parola di tedesco, comunic zio Alberto per ho capito che
questi vogliono mettere un ospedale qua dentro. Un ospedale? Qua dentro? E
noi dove andiamo? Non lo so: bisognerebbe chiederlo a loro. Luci, mi
ordin subito pap chiedi al comandante dove dobbiamo andare noi. Mi alzai
da tavola e andai a prendere il vocabolario in camera mia. Mi preparai con
calma la frase (me la scrissi anche su un foglietto) e poi la lessi al
tenente medico.
Bitte Kamerad, wenn machen hier Krankenhaus, meine Familie wo gehen?
Niente preoccupaziooone rispose il tenente in italiano allungando a
dismisura l'ultima o di preoccupazione. Voi andare secondo piano e noi
fare spitale primo piano, ja? Dopo di che dette un ordine secco a un paio di
soldati e questi sollevarono il nostro tavolo da pranzo per portarlo al piano
superiore.
Nessuno di noi si mosse:
restammo immobili, seduti uno di fronte all'altro, intorno a un tavolo che
non c'era pi, come tanti imbecilli. Prima di sera il nostro soggiorno era
diventato una corsia di ospedale con dodici lettini, la camera di donna Rita
una sala operatoria e la cameretta mia e di Gegg un deposito di medicinali.
Ebbi modo di vedere da vicino la tanto decantata efficienza tedesca. Ognuno
aveva un compito e lo portava a termine con la massima concentrazione
possibile: era tutto un incrociarsi di ordini, un battere di tacchi, un
andirivieni di soldati che si muovevano con destrezza e determinazione.
A fine serata ci ritrovammo tutti al secondo piano, un po' avviliti per
l'improvvisa riduzione di spazio, ma nello stesso tempo molto pi tranquilli
perch sulle nostre teste, ovvero sul tetto della villa, campeggiava
un'enorme croce rossa che sicuramente ci avrebbe protetto dagli attacchi
aerei degli alleati.
Chi sostiene che ci si abitua alla vista del sangue non sa quello che dice:
finch dur l'ospedale da campo svenni con regolarit due volte la settimana.
Morti sfracellati, arti amputati, urla di dolore dei soldati e chi pi ne ha
pi ne metta: in pratica tutto il campionario degli orrori che pu offrire
una guerra. La mattina non mi azzardavo ad andare al pozzo per non correre il
rischio di trovarmi davanti i feriti appena scaricati dalle autoambulanze.
In compenso la situazione alimentare miglior di colpo:
le nostre domestiche Rosa, Carolina e Antonietta furono temporaneamente
cedute all'ospedale come lavandaie e, grazie ai loro servigi, ottenemmo
abbondanti razioni di patate e una distribuzione quotidiana di pane nero.
Noi d'altra parte, da bravi napoletani con secoli di dominazioni straniere
alle spalle, ci arruffianammo subito il grande capo, il tenente Ross, e
riuscimmo a procurarci anche il sale, lo zucchero e altri generi di prima
necessit.
Ross era davvero un personaggio singolare: un qualcosa a met tra il militare
e il ladro di professione. Di tanto in tanto se ne usciva in macchina per poi
tornare dopo un paio d'ore con la camionetta piena di quadri, di candelabbri,
ed altri oggetti di arredamento. Questo accadeva nel tardo pomeriggio, quando
noi eravamo sull'aia a prendere il fresco.
Ovviamente nessuno aveva il coraggio di dirgli nulla, ma lui cercava lo stesso
di giustificarsi: Casa evaquata! Tutto preso in casa evacuata!.
E noi di rimando, facendo ruotare le dita in aria, come si usa a Napoli quando
si vuole mimare il furto, ripetevamo in coro: Evacuata? E bravo 'o duttore:
l'ha presa in una casa evacuata!.
Il bello fu che a un certo punto il dottor Ross associ il nostro gesto alla
parola evacuata, e da quel momento era lui stesso a farlo spontaneamente,
per meglio sottolineare il fatto che non aveva rubato, bens che si era
limitato a cogliere un oggetto che comunque sarebbe andato perso. Scendeva
dall'auto con una cornice d'argento o con una statuetta e, sempre facendo il
caratteristico gesto con le mani, annunziava: Casa evacuata!
Tutto preso in casa evacuata!.
E noi a ridere fino alle lacrime. Di tanto in tanto il dottor Ross, pi
brevemente detto o' Mariuolo, veniva invitato a pranzo. ovviamente il cibo lo
portava lui, limitandoci noi solo a cucinarlo. Il giorno del suo compleanno
gli facemmo anche una torta con un barattolo di ciliegie sotto spirito, da lui
stesso trovato in una casa evacuata.
Quella sera Ross si lasci andare:
bevve un'intera bottiglia di Lambrusco e alla fine del pranzo volle cantare
in nostro onore Sul mare luccica l'astro d'argento Tutti applaudirono tranne
zio Alberto che invece pi passava il tempo e pi si rabbuiava in volto.
Che successo Alb? gli chiese a un certo punto mio padre.
Niente, rispose lui dopo te lo dico. andato via Ross, zio Alberto convoc
il consiglio di famiglia. Avete visto? Che cosa? Come guardava! Chi?
'O Mariuolo. Che guardava? La cucina americana! E con questo? Quello
ha deciso: la vuole Ma no, Alb, sar stata una tua impressione. .. No,
no, quello la vuole! insist zio Alberto abbassando di colpo la voce per
paura di essere sentito. Io non l'ho perso d'occhio un istante: a un certo
punto si bloccato davanti a uno dei pensili, poi lo ha aperto e lo ha
richiuso, quasi come se lo volesse provare. Tu che dici?! esclam mamm
molto impressionata.
In quel momento ho capito il suo piano, continu zio Alberto stato come
se gli avessi letto nel pensiero. Lui stava pensando: "Questa cucina prima o
poi me la faccio!".
Ora io non so come e non so quando, ma quel fetente un giorno riuscir a
cacciarci via da qui e subito dopo si prender la cucina e se la porter in
Germania. Quando qualcuno gli chieder: Ma dove ha trovato una cucina cos
bella?, lui risponder: In una casa evacuata. Ebbene, vi giuro sulla
testa dei miei figli: io muoio, ma la cucina non gliela faccio prendere!
Quella notte zio Alberto non and a dormire: prelev di ContinuO mattoni
dalle stalle e mur viva la cucina americana in fondo a un corridoio cieco
del secondo piano. Poi, per meglio mimetizzare i mattoni, mischi tra loro
tutti i barattoli di vernice che era riuscito a trovare nella villa e ne
dipinse l'intero corridoio. Ne venne fuori un colore al di l del bene e del
male, da tutti definito cacchetta, tranne che da zio Alberto, per il quale
invece era un bellissimo ambra, leggermente pi scuro della genovese. E,
siccome aveva passato la notte insonne, nessuno ebbe il coraggio di
contraddirlo.
L'allarme dato da zio Alberto non cadde nel vuoto:
bisognava difendersi dalla cleptomania del dottor Ross.
Ma quale cleptomania protestava zio Alberto. Chillo proprio mariuolo!
Pensate che ieri sera l'ho visto tornare a casa con una bambola: ma come,
dico io, tu ti vai a fregare pure i giocattoli! Un domani c' una ragazzina
che torna al suo paese, cerca la bambola e non la trova: e chi se l' presa?
Un mariuolo di tenente medico per portarsela in Germania! Ma se si crede che
io gli faccio prendere la .
cucina americana si sbaglia di grosso: a costo di farmi fuci- lare
abbracciato al lavello, non gliela faccio toccare! Secondo me, disse mia
mamma, qui dobbiamo nascondere i gioielli. E pure l'argenteria aggiunse
zia Anita.
E dove la nascondiamo tutta questa roba? La seppelliamo in giardino,
propose Gegg questa notte io e Luciano l'andiamo a seppellire. Voi, se
non volete abbuscare, non andate da nessuna parte! minacci come al solito
mio padre. Se c' da seppellire qualcosa ci pensiamo io e Alberto. E io
che faccio: niente? chiese zio Luigi.
Se proprio vuoi collaborare, rispose caustico pap va~ adormire. Per
vostra regola replic zio Luigi, giustamente offeso, io in Africa sono
stato definito "la migliore zappa dell'Impero.
Quando si doveva scavare una trincea, se non c'ero io non si cominciava
nemmeno. La cassetta di legno, con tutti i gioielli e l'argenteria delle due
famiglie, fu sepolta sul retro a circa trenta metri dalle mura della villa,
tra due alberi di carrube. La zona era ben visibile da una delle nostre
finestre. Per i primi giorni mamm e zia Anita fecero i turni di guardia per
non perderla di vista.
L'1 djcembre ci fu una battaglia terribile. La 5~ armata aveva scatenato
l'offensiva contro Monte Cassino.
Guardando verso sud, sembrava che tutto il mondo stesse bruciando in un unico
fal: non solo la casa, ma anche il terreno circostante tremava per le
esplosioni delle bombe e per il fuoco di sbarramento della contraerea. A poche
centinaia di metri dalla nostra villa i tedeschi avevano piazzato un
Nebelwerfel, un mortaio capace di sparare sei bombe contemporaneamente. Era
un'arma micidiale che quando sparava emetteva una specie di lamento
prolungato, quasi umano, carico di disperazione. In genere lo si ascoltava con
angoscia progressiva e non si riusciva a pensare ad altro finch lo scoppio
finale non c'informava che tutte le sei bombe erano giunte a destinazione.
Alle spalle della villa, verso Sant'Apollinare, un bosco si era incendiato.
Il cielo era attraversato da proiettili traccianti e aveva perso il suo blu
naturale per assumere i riflessi rosso-giallastri dell'incendio. Le
silhouette degli alberi pi vicini si stagliavano sullo sfondo incandescente
delle fiamme come tanti scheletri usciti dalle tombe. La scena era nello
stesso tempo affascinante e spaventosa: noi stessi non sapevamo se rintanarci
in casa a pregare, come avevano fatto le donne fin dalla prima granata, o
restare alla finestra a goderci lo spettacolo. E pensare che eravamo andati
via da Napoli per sfuggire ai bombardamenti !
La mattina dopo la villa rigurgitava di feriti, la maggior parte di essi
giaceva all'aperto in attesa di trovare una sistemarione migliore. Urla,
lamenti, imprecazioni in tedesco, ~ autoambulanze che andavano e venivano e
che ogni volta, scaricavano poveracci in barella. Tutte le nostre stanze,
letti compresi, furono requisite. Noi tentammo un'ultima disperata difesa per
farci assegnare almeno la soffitta, ma non ci fu nulla da fare: due soldati
ci dissero Raus e ci cacciarono sull'aia in malo modo.
Per maggiore disgrazia, avendo un urgente bisogno di tavoli chirurgici,
requisirono anche il nostro tavolo da pranzo. Qui per mi rendo conto di non
aver mai parlato dei Buoni del Tesoro.
Sia pap che zio Alberto, con la solita proverbiale lungimiranza, allo
scoppio della guerra avevano investito tutti i loro risparmi in Buoni del
Tesoro. Oggi francamente nonsaprei dire a quanto ammontassero questi
risparmi, giacch i nostri genitori erano molto prudenti quando si parlava di
soldi e certe informazioni non le davano nemmeno ai figli legittimi. Penso
comunque che tra tutti e due non dove~ sero possedere pi di trecentomila
lire. La notte in cui;
seppellimmo l'argenteria, in un primo momento si pens di nascondere anche i
Buoni del Tesoro, poi qualcuno disse che l'umidit del terreno li avrebbe
distrutti, e cos alla fine decidemmo di attaccarli con delle puntine da
disegno sotto il tavolo da pranzo.
Mangiare con trecentomila lire degli anni Quaranta attaccate sotto il tavolo
non era facile: non appena uno di noi faceva cadere un po' d'acqua o, peggio
ancora, una~ goccia di vino, veniva subito redarguito.
Mannaggia 'a miseria.猾 urlava pap. Lo vuoi capire o no che ci stanno i
Buoni del Tesoro? Che vu fa'? 'E vu faJ addevent 'na chiavica? Zitto che
quello sente! avvisava zio Alberto, indicando la porta.
Secondo mio zio, il dottor Ross non aveva altro da fare dalla mattina alla
sera che origliare alle nostre porte per sentire cosa avrebbe potuto rubare.
Ci detto, vedere il tavolo e i relativi Buoni del Tesoro sparire dentro la
sala operatoria Ci butt nel pi nero sconforto: anche se non li avessero mai
scoperti, ce li avrebbero restituiti tutti intrisi di sangue. Altro che
goccia di vino!
A questo punto, contro il parere di zio Alberto che sosteneva la tesi Meglio
insanguinati che in mano a chillu mariuolo, la famiglia decise di parlare
francamente con il dottor Ross e di dirgli come stavano le cose. Fattosi
coraggio, pap cerc di far capire a Ross il problema dei Buoni del Tesoro,
ma purtroppo quel giorno il tenente aveva altri guai per la testa; non volle
nemmeno starlo a sentire e, dal momento che mio padre insisteva, lo prese a
calci davanti a tutti noi.
Finimmo in diciassette in una stalla: io, mio padre e mia madre, mia sorella,
zio Alberto e zia Anita, i miei cugini Gegg, Giovanna e Fernanda, la nonna,
zia Maria (quella sorda), zio Luigi ('o Pallista), donna Rita e le quattro
domestiche, Rosa, Antonietta, Carolina e Rocchetta. Avevamo un solo stanzone
per dormire, senza finestre, con una porta di ingresso sgangherata e uno
sportellino alto venti centimetri per fare entrare eventuali galline che
nessuno ebbe mai il bene di vedere. Tutto il resto, sala da pranzo, soggiorno,
cucina e servizi igienici, era all'aperto.
Per fortuna riuscimmo a farci restituire i materassi. Li appoggiammo per
terra, sulla paglia, uno accanto all'altro come se fossero stati una
moquette. Se di notte qualcuno doveva uscire per un bisogno, era costretto a
scavalcare tutti gli altri. Zio Alberto lo faceva intonando l'ar,a Vado
fuori all'aperto, dal finale della Cavalleria rusticana. Zio Luigi, per via
del sonnambulismo, ebbe il posto proprio accantO alla porta. Dopo una
settimana recuperammo anche il tavolo da pranzo con tutti i Buoni del Tesoro,
ancora attaccati. Secondo pap erano diventati 'na vera chiavica, ma non per
questo avevano perso la loro validit, essendo ancora leggibili i numeri di
serie. ' La restituzione dei Buoni del Tesoro non diminu l'odio che nutrivo
per Ross.
Non riuscivo a cancellare dalla mente l'immagine di mio padre che veniva
preso a calci da quel farabutto! Pi ci pensavo e pi mi convincevo che era
rnio dovere uccidere Ross. Per fortuna c'era Gegg a tenermi buono.
Lo ammazziamo, mi diceva ma non subito: adesso sarebbe troppo pericoloso
per tutta la famiglia. Lo faremo non appena finisce la guerra, quando nessuno
potr pi -' sospettare di noi: andiamo in Germania tutti e due e lo facciamo
fuori. Giura che verrai! Ti do la mia parola d'onore! Un giorno tu mi
dirai Gegg andiamo!
, e io verr. Oggi mio cugino il prefetto di Verona: quasi quasi mi
verrebbe la voglia di ricordargli il giuramento. Mi risponderebbe che Ross,
con ogni probabilit, gi morto per conto suo, e che a ripensarci bene non
era poi nemmeno tanto cattivo.
L'elaborazione del piano per eliminare Ross, seppure solo in teoria, and
avanti per un pezzo. Pur di conoscere il suo indirizzo in Germania,
ritornammo a fare gli amiconi con lui e un bel giorno il Mariuolo ci dette
nome, cognome, indirizzo e numero telefonico: era di Stoccarda.
Nel periodo della stalla conobbi Gebart, un soldato di Kiel, di appena
diciotto anni che parlava benissimo l'italiano. Si present una mattina di
pioggia con una tavoletta di cioccolato tra le mani. Nessuno di noi ragazzi
aveva pi~ mangiato dolci da quando avevamo abbandonato San Giorgio: quello
tedesco poi era un cioccolato particolare: quasi nero, durissimo, e di una
bont eccezionale. Facemmo subito amicizia e Gebart venne sempre pi spesso.
Quando riusciva ad avere un'ora di libert correva da noi e ogni volta ci
portava qualcosa di buono: latte condensato, aringhe amburghesi, tonno,
patate, e perfino un gioco da tavolo, il Mensch argere dich nicht (identico
all'italiano Non t'arrabbiare). In genere era Gebart a vincere e ogni volta
si scusava dicendo Es tut mir leid (Mi dispiace).
Lui giuraVa di essere venuto da noi per far pratica d'italiano, ma era chiaro
che gli piaceva sentirsi in famiglia.
Rocchetta, la cameriera di donna Rita, malgrado i suoi settant'anni, era
sempre in giro per la campagna. Della guerra e delle alleanze non voleva
sapere nulla: per lei tedeschi, napoletani o americani erano tutti stranieri.
Il suo motto era: Prima ve ne andate e meglio ci sentiamo.
Un giorno ritorn da una delle sue passeggiate misteriose con una faccia da
furbetta, come se avesse visto qualcosa di molto divertente: poich la
sapevamo incapace di ridere, era come se sghignazzasse.
Rocchetta, le chiese donna Rita che successo? Niente succeso.
Rocchetta! insist donna Rita. Dimmi subito quello che hai visto! Ma per
tutta la giornata Rocchetta non volle aprir bocca.
Poi, verso sera, quando donna Rita minacci di non farla entrare nella
stalla, si decise a parlare.
La cascetta de li napulitane sta p'asc da fore de lu terreno. Ecco che
cosa era successo: la buca dei rifiuti dell'ospedale ogni giorno veniva
ricoperta e riscavata un metro pi in l. Cammina cammina, era arrivata
accanto al nostro tesoro e uno degli angoli metallici della cassetta gi
faceva capolino dal terreno. Insomma la cassetta con tutti i beni di famiglia
stava per uscire allo scoperto e quella cretina di Rocchetta non aveva detto
niente a nessuno per un'intera giornata!
Stanotte io e Luciano l'andiamo a prendere e la portiamo qua propose come
sempre Gegg e come sempre fu messo a tacere.
Furono invece zio Alberto e zio Luigi a incaricarsi del;
recupero, mentre pap attirava su di s l'attenzione della sentinella
chiedendogli continuamente una sigaretta. Alla fine tutto and per il meglio
e la cassetta fu riportata nella stalla. A quel punto sorse il problema di
nasconderla di nuovo.
Mettiamo l'argenteria nei materassi. S, cos facciamo la seconda edizione
dei Buoni del Tesoro. Uno di questi giorni arrivano un centinaio di feriti~ i
tedeschi requisiscono i materassi e noi perdiamo materassi e argenteria! E
allora seppelliamola nella mangiatoia delle vacche. No, l no! grid donna
Rita.
E perch no? Perch l ci stanno i fucili del colonnello. Ci sentimmo un
brivido scendere gi dalla schiena: avevamo vissuto per sei mesi con un
arsenale sotto i piedi! Per molto meno intere famiglie erano state fucilate
sul posto dai tedeschi: bisognava assolutamente far sparire i fucili!
Cominciammo col tirarli fuori: erano due doppiette perfettamente oliate e
pronte all'uso.
No, ci supplicava donna Rita quasi in lacrime non li potete buttare! Senza
il permesso di mio figlio i fucili non si toccano! E io vi denuncio ai
tedeschi, urlava pap cos fucilano solo voi! Ma anche per buttarli si
correvano dei rischi. Come uscire con due fucili sotto il braccio? Fossero
state pistole lo avremmo potuto pure fare, ma due fucili? D'altra parte,
anche consegnarli ai tedeschi presentava i suoi rischi. E se Ross avesse
approfittato di una situazione del genere per farci fuori?
Ci salv Gebart: mentre noi discutevamo su come eliminare i fucili, lui li
prese e li butt nel pozzo.
I bombardamenti divennero sempre pi frequenti:
cominciarono a girare voci che i tedeschi stavano per abbandonare Cassino.
Una sera Gebart ci port a conoscere il suo comandante, il capitano Frei.
Anche Frei era una brava persona: ci disse che il fronte si era ancora di pi
avvicinato e che con ogni probabilit sarebbero venuti dei camion tedeschi a
prelevarci per portarci in un luogo pi sicuro.
E questo sarebbe un guaio terribile: noi non vediamo l'ora che arrivino gli
americani! esclam zio Alberto, dimenticandosi che stava parlando con un
ufficiale tedesco.
Solo cos potremo tornare a Napoli. Luci, mi ordin pap di' al
capitano che noi non ci vogliamo muovere! Herr Kapitan. . . cominciai io,
senza riuscire ad aggiungere altro.
Ma Gebart fece lui da interprete e il capitano rispose:
D'accordo: quando verranno i soldati a prelevarvi, mandatemi Antonietta al
campo. Io la far riaccompagnare da un motociclista e dir che non potete
essere trasferiti perch siete necessari ai servizi di lavanderia.
Roma Citt aperta
Il giorno pi lungo della nostra guerra fu quello in cui vennero a prenderci
i tedeschi per portarci via.
La mattina cominci nel peggiore dei modi: verso le sette arrivarono due
contadini di Sant'Apollinare con Rocchetta tutta insanguinata:
era stata colpita dalla scheggia di una granata americana mentre gironzolava
per la campagna. Ce la scaricarono davanti alla stalla come un sacchetto a
perdere e scapparono via, senza nemmeno raccontarci come e dove l'avevano
trovata.
Forti delle nostre amicizie, riuscimmo a farla ricoverare nell'ospedale
tedesco.
Domani tutto finito sentenzi Ross con un sorriso ambiguo, e nessuno di noi
cap se con quel tutto finito voleva alludere alla sua morte o alla sua
guarigione.
Nel frattempo Rocchetta delirava: scambi Ross per il prete che doveva darle
l'estrema unzione.
Padre, me voglio cunfess. Zitta vecchia donna: noi adesso fare te piccola
operazione. Nunn' overo ca nun tene sore chella l: la tene 'na sora, la
tene e se chiamme Annarosa. Solo ca Annarosa avette nu figlio cu lu barbiere
e essa la cacciaie via da la casa. Non vero che non ha sorelle quella l:
ce l'ha una sorella. ce l'ha e si chiama Annarosa Solo che Annarosa ebbe un
figlio da un barbiere e lei la cacci di casa.
Rita non disse nulla, come se le frasi di Rocchetta fossero state un
vaniloquio privo di senso, ma non si stacc da lei nemmeno un minuto e Ross
le dette il permesso di entrare in corsia per poterla assistere.
Il secondo evento tragico fu l'arrivo di una camionetta tedesca con un
ufficiale e due soldati. L'ufficiale, elegantissimo, dall'aria vagamente gay,
ci comunic in perfetto italiano che di l a poco saremmo stati prelevati da
un camion pr essere trasportati in un luogo pi sicuro.
Ogni persona pu portare con s solo due chili di bagaglio. Niente mobili e
niente materassi, prego. Chiunque rester in zona di operazioni correr il
rischio di essere sparato a vista. Avete un'ora di tempo per prepararvi. Noi
non ci preoccupammo pi di tanto:
avevamo la promessa del capitano Frei che saremmo rimasti a Cassino.
Mandammo subito Antonietta al comando perch avvisasse il capitano e quella
fu l'ultima volta che la vedemmo.
Tutte le ipotesi sulla sua sparizione sono possibili: che sia rimasta uccisa
lungo la strada, che non abbia avuto il coraggio di tornare per paura di
essere deportata, che sia rimasta davvero nell'accampamento tedesco come
lavandaia o qualcos'altro. All'epoca Antonietta aveva quattordici anni ed era
anche molto carina. Oggi ne dovrebbe avere circa sessanta.
Nel caso fosse viva, spero che legga questo libro e mi scriva per raccontarmi
cosa diavolo fece quel giorno. Puntuali come sempre invece arrivarono i
tedeschi, cercammo in ogni modo di spiegare loro che lavoravamo alle
dipendenze del capitano Frei, e che di l a qualche minuto sarebbe arrivato
un motociclista dal comando, con il permesso di restare, ma non ci fu nulla
da fare.
Schnell, schnell continuavano a gridare i soldati e ci spingevano verso il
camion con i fucili. Chi pi di tutti fece resistenza fu mia madre: si
aggrapp a una sedia e non si volle muovere. voi Ci volete portare via
perch poi vi volete rubare tutta la roba nostra! urlava mia madre.
Mariuoli che non siete altro! E nel caso non l'avessero capita faceva
continuamente il gesto tanto caro al dottor Ross.
A questO punto un sergente scese gi dal camion e dette un ordine secco e
violento. Due soldati sollevarono mia madre di peso, con tutta la sedia, e la
piazzarono davanti al mUro della stalla. Lei, poverina, sulle prime non cap
che stava per essere fucilata e continu a strepitare.
Mariuoli, mariuoli. I due militari, dopo essere arretrati una decina di
passi, puntarono le armi contro mamma e avrebbero certo sparato se zia Maria,
urlando come una disperata, non fosse andata a tappare le bocche dei loro
fucili con un cuscino.
Grida, pianti e svenimenti. Gli ordini si confondevano con le proteste dei
contadini stipati sui camion: chi s'inginocchiava davanti al sergente, chi
scappava, chi imprecava contro di noi, chi malediceva i soldati, e chi
cercava di convincere mia madre a nascondersi tra quelli che erano gi saliti.
A un certo punto anche i tedeschi non ci capirono pi niente, finch, come
Dio volle, salimmo tutti sui camion, tranne donna Rita e Rocchetta che,
trovandosi ancora in ospedale, riuscirono a restare a San Giorgio.
E inutile precisare che nel trambusto potemmo portare con noi poco o niente:
avevamo inutilmente sprecato l'ora Concessa dai tedeschi e nessuno ci volle
dare una proroga.
Riuscimmo solo a riempire due piccole valigie con l'argenteria e i gioielli
della cassetta, oltre naturalmente ai famosi Buoni del Tesoro che ormai, dopo
le note traversie, pap e zio Alberto tenevano sempre addosso, giorno e
notte, Come se fossero maglie di lana. Io, un attimo prima di montare sul
camion, riuscii ad afferrare le scarpe bianche e marrone che mi aveva
regalato zio Luigi.
Si fece buio. Arrivammo in un paese chiamato Isoletta Liri e come di
prammatica finimmo in una stalla, questa volta per senza un materasso su cui
poterci sdraiare. Ormai la nostra vita rassomigliava sempre di pi a quella
degli animali. Io e Gegg uscimmo all'aperto per procurarci un po' di paglia:
si gelava. Mentre strappavo i fili dai covoni, sentivo il freddo che mi
feriva le mani: la paglia ghiacciata e tagliente come lame di coltello.
Quando tornai nella stalla avevo le mani tutte insanguinate. Non riuscii a
chiudere occhio, un po' per il freddo e un po' per i pidocchi che gi da un
paio di mesi mi tormentavano.
I pidocchi in guerra sono un guaio inevitabile. In genere durante la giornata
non si facevano sentire. Era verso sera che si scatenavano tutti insieme come
degli assatanati, evidentemente avevano, anche loro, un orario dei pasti.
Strinsi un patto di mutuo soccorso con mio cugino Gegg, lui cercava i miei e
io i suoi. Il mattino successivo, all'alba, eravamo di nuovo sul camion in
direzione nord: ci allontanavamo da Cassino, dagli americani e dalla nostra
Napoli. Durante il bliz fummo attaccati da un caccia americano che scese in
picchiata per poterci mitragliare pi da vicino: una sventagliata e via.
Quando nei film di guerra ci sono scene di mitragliamento a bassa quota, si
vedono gli occupanti dei camion balzare gi come acrobati e nascondersi tra i
cespugli ai bordi della strada. Noi invece restammo immobili come statue di
cera e l'unica cosa che riuscimmo a fare fu di pregare a voce pi alta.
D'altra parte cosa avremmo potuto fare?
Con una nonna di quasi novant'anni che a scendere dal camion ci metteva dieci
minuti, con zia Maria che per farle capire che era in corso un attacco aereo
dovevamo ripeterglielo tre o quattro volte, e con zio Luigi, che sceglieva i
momenti peggiori per raccontare un'ennesima avventura, sull'idrovolante del
duca di Bergamo, ogni spostamento sarebbe stato troppo lento per risultare
efficace.
Qualche ora pi tardi arrivammo a Ferentino, un paese nei pressi di
Frosinone, e fummo internati in una scuola:
quindici persone per aula. Noi di famiglia eravamo quattordici, ragione per
cui fummo costretti a ospitare come quindicesimo un vecchio di Pignataro
Interamna.
Io, un albergo cos brutto non l'ho visto mai! disse la nonna e infatti non
era un albergo, ma un campo di concentramento.
Si dormiva per terra su uno strato di coperte e si facevano i bisogni in
gabinetti luridi e puzzolenti, dove gi entrare significava ripetere
l'impresa di Ercole nelle stalle di Augia. Finimmo col rimpiangere la nostra
casupola di campagna con i materassi affiancati e i servizi all'aperto.
All'interno del campo ricominci pi forte che mai il problema della fame:
tranne il pane a cassetta, che in verit era molto buono, non c'era niente
altro che fosse mangiabile. La minestra era schifosa e ci veniva data una
volta al giorno, in un unico pentolone e con un solo cucchiaio, il tutto
sempre per quindici persone, vecchio di Pignataro compreso: si mangiava a
turno una cucchiaiata a testa. Zio Alberto era solito annunziare l'intruglio
dicendo Il pranzo servito, ma dopo qualche giorno anche a lui pass la
voglia di scherzare.
Bisognerebbe protestare con il direttore disse mia nonna e noi protestammo
con il tedesco che era di guardia al nostro piano.
Si chiamava Alfred ed era una specie di magliaro napoletano nato per errore a
Monaco di Baviera: parlava correttamente l'italiano e aveva uno spiccato
senso degli affari. In cambio di due cucchiaini d'argento spost il contadino
di Pignataro Interamna in un'altra aula. Alfred nutriva una vera e propria
passione per i cucchiaini d'argento: ogni volta che avevamo bisogno di
qualcosa, bastava fissare il prezzo in cucchiaini e lui, il giorno dopo, ci
accontentava.
Pare che la sua famiglia fosse composta da dodici persone:
padre, madre, quattro figli maschi e sei femmine, per cui sentiva il bisogno
assoluto di possedere almeno un servizio per dodici.
La parola campo di concentramento evoca immagini spaventose tipo Auschwitz,
filo spinato, prigionieri sulla neve e via dicendo.
Chiariamo subito che il nostro era semplicemente un centro di raccolta per
profughi.
La differenza sostanziale stava nel fatto che mentre negli Stalag tedeschi
venivano internati ebrei e prigionieri politici nel nostro c'erano solo
contadini ciociari, la cui unica colpa era stata quella di essersi fatti
trovare in zona di guerra. Ci non toglie che, come in tutti i campi di
concentramento non si poteva uscire e si soffriva il freddo, la fame, e la
mancanza di pulizia.
Chi ha vissuto in una comunit (collegio o carcere f lo stesso) sa benissimo
che cosa sono le voci. Basta che qualsiasi persona dica (a volte solo
pensi) Secondo me qu si corre il rischio di finire in Germania, perch il
giorno dopo la notizia diventi ufficiale. Quello che stupisce la dovizia di
particolari e la velocit con cui si diffonde la voce: a che ora parte il
treno per il Brennero, da che et a che et si viene ritenuti abili al
lavoro, qual la destinazione finale e via dicendo. Anche da noi accadde
qualcosa del genere: secondo le voci, tutti gli uomini sani tra i quindici
e i sessantacinque anni sarebbero stati deportati in Germnia nella zona di
Singelfinden entro la fine del mese.
Erano in pericolo tutti gli uomini della famiglia: io, Gegg, pap, zio
Alberto e zio Luigi. Solo Alfred avrebbe potuto farci scappare.
Purtroppo due mesi di campo avevano esaurito la nostra scorta di cucchiaini
e, anche se a malincuore, bisognava mettere mano ai candelabri. Gli parlammo
a cuore aperto.
Facci scappare, gli dicemmo e ti daremo tutto quello che vuoi. Alfred
rispose che se lo faceva era solo perch ci voleva bene, per aveva una
famiglia numerosa ed era costretto a chiederci qualcosa in cambio: pretese
valigette con tutti i gioielli e l'argenteria. In genere la fuga da un campo
di concentramento prevede almeno un reticolato da recidere; nel nostro caso
invece, uscimmo dal portone principale come tanti signori e sotto lo sguardo
benevolo delle sentinelle. L'unico inconveniente fu di dover attendere, per
ben due settimane, che Alfred, il Collezionista di Cucchiaini, fosse di turno
al portone principale. Una notte venne lui stesso a darci la buona notizia:
Schnell, schnell, uscire tutti. Poi, quando eravamo gi sulle scale, ci
fece tornare precipitosamente indietro perch aveva cambiato idea e non si
sentiva pi sicuro del suo compagno di guardia.
E un nazista, ci confid con aria di disgusto non ci si pu fidare.
Durante il secondo tentativo non ci furono problemi:
Alfred ci volle abbracciare tutti, uno per uno, un po' per affetto e un po'
per controllare che non avessimo addosso altra argenteria. E noi ci avviammo
nel buio della notte, felici come tanti ragazzini che avevano appena marinato
la scuola.
Ora mettetevi nei nostri panni: sono le due di notte, fa freddo, vi trovate
in un paese di cui non sapete nulla, avete con voi una nonna novantenne e
siete appena usciti da un campo di concentramento. Dove andate? La prima idea
che ci venne fu di andare in chiesa.
Il parroco fece di tutto per non farci entrare, prima finse di essere sordo,
poi disse che aveva ricevuto l'ordine tassativo dal comando tedesco di non
dare ospitalit a nessuno, e infine si arrese e ci sistem alla meglio in
sacrestia. La mattina dopo, per, nel disperato tentativo di scaricarci,
convoc in parrocchia le sorelle Ardensi, tre zitelle di mezza et,
diversissime tra loro, da noi subito soprannominate: la Bassa, la Magra e
la Donna cannone.
Volete guadagnarvi il paradiso? chiese il parroco.
No, risposero in coro le tre zitelle e non vogliamo profughi per casa.
Ma questi non sono profughi, sono dei signori: vengono da Napoli, sono
Quattordici. Quattordici!? url la Bassa. Preferisco andare all'inferno!
Il paradiso, carissima Arminia, non lo si conquista solo con le preghiere:
bisogna anche soffrire. Questi poveretti sono scappati da un campo di
concentramento: se adesso i tedeschi li riacchiappano, se li portano dritti
dritti in Germania e voi quel giorno avrete sulla coscienza quattordici vite
umane. Manca solo che ci diciate che pure la guerra stata colpa nostra!
ribatt conacredine la Magra che era anche la pi maldisposta di tutte. Ma
perch queste cose non le andate a chiedere alla signora Caroselli? Eh?
Perch non vi conviene!
Perch la signora Caroselli tutti i giorni vi d i soldi per le messe. Glielo
dica pure da parte mia alla signora Caroselli (e quando diceva signora
sottolineava la parola) che non bastano due messe per coprire tutte le
sozzerie che fa. Io la tengo d' occhio giorno e notte, e vedo tutto il via
vai di tedeschi che entrano ed escono da casa sua! E anche voi, don Vincenzo,
non vi vergognate? Prendere i soldi da una puttana! Questi sono tempi
difficili rispose pazientemente don Vincenzo a cui la guerra doveva aver
cambiato non poco le idee sul peccato. Proprio perch la casa della signora
Caroselli frequentata dai tedeschi non consigliabile che i napoletani
vadano a rifugiarsi da lei. Beh, intervenne la donna cannone, la pi
accomodante delle tre sorelle, se questo quello che vuole nostro Signore,
noi lo facciamo, per sia chiara una cosa:
per il mangiare ognuno pensa per se e Dio per tutti, perch casa nostra non
un albergo. Fummo ospiti delle sorelle Ardensi per un paio di mesi. Le tre
zitelle possedevano al centro di Ferentino un palazzetto con cantina,
soffitta e giardino. Di spazio quindi ce n'era in abbondanza. Il problema
numero 1, restava sempre quello del mangiare. Ormai eravamo diventati dei
veri e propri barboni: senza una lira in tasca, vestiti di stracci, con i
pidocchi addosso, e privi di qualsiasi merce di scambio. Via via avevamo
visto sparire le mele, l'olio, i cucchiaini d'argento, i candelabbri, i
gioielli di famiglia e ogni altro bene che si potesse barattare. Ci restavano
solo i buoni del Tesoro, ma quelli non li voleva nessuno. Un giorno pap
incontr un suo compagno di scuola, tale Menechini, dal quale riusc a farsi
fare un prestito, restituibile a Napoli a guerra finita. Nel buttargli questo
salvagente, Menechini gli pass anche un'informazione preziosa: sulla strada
di Fumone, c'era un vecchio contadino, improvvisamente impazzito, che dava
via per poco o niente caciotte, polli e farina. La notizia era troppo bella
per non andare a verificare. Pap ne parl subito a zio Alberto che ormai ai
polli si era affezionato. Qui dobbiamo giocare il tutto per tutto.
Salutarono il balilla come se niente fosse e gli proposero un affare.
Zio Alberto, a Roma, aveva un figlio che era capitano dei carabinieri: se il
Balilla fosse stato capace di rintracciarlo e di fargli avere un nostro
messaggio, noij lo avremmo ricompensato con un Buono del Tesoro da cinquemila
lire. I giorni successivi passarono nella vana speranza che nostro cugino, il
capitano dei carabinieri, ci venisse a trovare. Arrivarono invece i tedeschi.
Era poco dopo mezzogiorno: il quarto e ormai ultimo pollo del contadino di
Fumone bolliva nella pentola mentre tutta la famiglia assisteva con devozione
alla sua cottura. Sentimmo sbattere con violenza il maniglione al portone
d'ingresso. Zio Luigi si sporse dalla finestra e subito dopo si ritrasse
terrorizzato. I tedeschi! Gi c'era un camion. In un primo momento ci
sembr lo stesso camion che ci aveva prelevato a San Giorgio a Liri. Nel
frattempo la Magra ci tradiva senza ritegno.
Stanno tutti sopra, al secondo piano, sono quattordici, sono di Napoli, sono
scappati dal liceo. Noi non siamo di Napoli, noi siamo di Ferentino. Noi con
quelli l non abbiamo niente a che vedere: stato il parroco a ordinare di
prenderli in casa. Io non li volevo fare entrare. vero Arminia che io non
li volevo fare entrare? I tedeschi invece non erano venuti per noi:
cercavano una certa famiglia Percuoco per portarla a Roma e mostrarono una
lettera di convocazione zeppa di timbri e di scritte in tedesco. Avuta la
lettera tra le mani, zio Alberto riconobbe subito la calligrafia del figlio,
il capitano dei carabinieri.
Rinfrancati da questa scoperta, partimmo tutti per la capitale, compreso il
pollo che ormai si era cotto e ci tenne compagnia per tutto il viaggio.
Giunti a Roma ci sbarcarono all'Hotel Boston in via Lombardia, all'epoca
chiamato Hotel Aosta per ragioni antiamericane. .
Aspettare qui, disse uno dei tedeschi tra poco venire avvocato Percuoco.
Ci raggruppammo con tutte le nostre carabattole in un angolo della hall. Non
osavamo sederci sulle poltrone per paura di sporcare. Solo la nonna, e solo
perch aveva novant'anni, si accomod su una sedia. Dopo una decina di minuti
il muoversi della porta girevole attrasse la nostra attenzione:
entrarono un uomo di mezza et e una signora in pelliccia. L'uomo nel vederci
si blocc di colpo e ci guard sbigottito: dovevamo avere un aspetto
terribile.
Il primo connotato che distingue il reduce l'infagottamento, ovvero il
mettersi addosso tutto quello che gli riesce di trovare pur di trattenere il
calore del corpo. Qualsiasi protezione per il profugo buona purch faccia
spessore:
plaid, mantelli, tende o cartoni da imballaggio. Pap era uno dei pochi ad
avere ancora un cappotto, anche se poi, sotto il medesimo, portava la giacca
del pigiama che aveva indosso il giorno in cui fu prelevato a viva forza a
San Giorgio a Liri. Carolina invece, la cameriera di zio Alberto, viveva in
pratica come una tartaruga all'interno di una coperta di lana dalla quale
fuoriusciva solo con le mani e con la pentola del pollo. Zia Maria indossava
un corpetto da zampognaro ottenuto in cambio di un anellino d'oro dopo una
trattativa durata quattro giorni e mezzo in campo di concentramento.
Zio Luigi era vestito dall cintola in gi con abiti militari tedeschi e
dalla cintola in su con una giacca di tweed acquistata in Inghilterra dove (a
sentire lui, aveva vinto il campionato di golf degli emigranti italiani.
Quanto a calzature, invece, stavamo maluccio: mia sorella aveva le scarpe da
tennis della divisa da piccola italiana, io e Gegg quelle con la prolunga
posteriore inventate da zio Alberto, pap un paio di scarponi militari e le
due cameriere le Ciocie, ovvero pezzi rettangolari di Suola e di panno che
dopo aver avvolto il piede si andavano ad attorcigliare intorno al polpaccio.
Se i clienti dell'Hotel Aosta erano stupiti, noi non lo eravamo di meno:
dopo un anno vedevamo di nuovo la luce elettrica, il telefono, l'acqua
corrente e tutti quei piccoli miracoli quotidiani che proprio perch
quotidiani finiscono col sembrare normali. La cosa che pi di tutte mi faceva
impressione erano i negozi di alimentari con la merce esposta sulla strada,
quasi a portata di mano dei passanti chiedevo come mai la gente non
arraffasse tutto quel ben Dio.
Verso sera chiarimmo il mistero del fantomatico avvocato Percuoco. Mio
cugino, Geppino Panetta, non essendosi presentato alle autorit
repubblichine, viveva infrattato in Vaticano sotto il nome di Giuseppe
Percuoco, e da l provvedeva a sostenere finanziariamente tutte le famiglie
dei carabinieri che non si erano costituiti. Come sia riuscito poi, con
queste premesse, a procurarsi un camion tedesco per venirci a prendere a
Ferentino una cosa che non ho mai capito.
misteri del doppio gioco o del controspionaggio.
Grazie a lui fummo ospiti dell'Hotel Aosta per quasi un mese (solo
pernottamento, senza vitto). Roma era stata dichiarata da poco citt aperta
il che in termini pratici non voleva dire che era aperta a tutti, ma, anzi,
che era chiusa a chiunque non fosse residente. E dal momento che noi non lo
eravamo, correvamo il rischio, una volta scoperti, di essere sbattuti fuori
dai confini del comune. Questa nostra clandestinit tra l'altro non ci
consentiva di avere le tessere alimentari indispensabili per la
sopravvivenza. Una sera zio Alberto consegn alla cucina dell'albergo quattro
uova perch ci preparassero una bella frittata.
Mi raccomando, maestro, disse allo chef se avete un po' di farina e ce la
aggiungete viene meglio: acquista spessore. Se poi vi avanzasse anche un
pezzetto di mozzarella ve ne saremmo grati per tutta la vita. A proposito,
dimenticavo: noi a Napoli la frittata la facciamo aggiungendo una
spolveratina di parmigiano. Purtroppo in questo momento la famiglia
sproVVista di qualsiasi tipo di formaggio, ma se la direzione dell'hotel
volesse farci un piccolo prestito, ce ne basterebbe appena un velo, una
sfumatura, quasi un pensiero, tanto per ricordarci il sapore. L'importante
che la frittata venga bassa in modo da poter essere poi facilmente divisa tra
tutti i componenti della famiglia. Ma quanti siete? chiese lo chef
guardando le quattro uova.
Quattordici. Non sempre riuscivamo a procurarci una cena, tanto che i
camerieri ogni sera ci chiedevano: Mangiano i signori, mangiano?.
E quasi sempre noi, con la disperazione negli occhi e un grosso buco nello
stomaco, rispondevamo muovendo lentamente il viso in segno di diniego.
La svolta arriv con le scarpe bianche e marrone. Una mattina, malgrado mi
andassero ancora larghe, decisi di indossarle. Zio Luigi, il giorno del mio
compleanno, oltre al racconto dell'avventura con la Fougez, mi aveva
confidato, in gran segreto, che quelle l non erano scarpe normali, bens
calzature fatate, tipo lampada di Aladino tanto per intenderci: bastava
accarezzarne la tomaia ed esprimere un desiderio per vederlo esaudito nel
giro di ventiquattro ore. Io le misi ai piedi e come prima cosa espressi il
desiderio di mangiare un piatto di spaghetti col pomodoro.
Un minuto dopo, Ferruccio, il lift dell'Hotel Aosta, indicando le scarpe, mi
disse: Sono tue?.
S, perch? Perch non ti vanno bene: sono troppo grandi. Tra un paio di
anni mi andranno bene. Te le vuoi vendere? Quanto mi dai? Dieci
stecche. Ferruccio, oltre a fare andare su e gi l'ascensore, vendeva
sigarette di contrabbando ai clienti.
S, rispose mio cugino te le diamo, tu per ci devi dire dove compri le
sigarette perch da questo momento anche noi vogliamo metterci in commercio.
Nacque cos la Gegg e Luciano srl, una piccola societ di compravendita di
generi di borsa nera.
Grazie all'aiuto di Ferruccio, vendendo e reinvestendo ogni volta il capitale,
in breve tempo riuscimmo a mettere da parte un bel gruzzoletto. Compravamo
sigarette a San Lorenzo, caciotte a Frascati, olio e sale a Marino e
vendevamo la merce ai signori dei Parioli, dove nel frattempo eravamo
andati ad abitare. Facevamo la spola tra Roma e i Castelli montando su
camioncini e altri mezzi di fortuna, sempre pi carichi di pacchi e sempre
pi impegnati. Dopo un po' i nostri pranzi divennero pi sostanziosi, e
questo grazie al contrabbando e al capitano Panetta, alias avvocato Percuoco,
che, oltre all'appartamento, ci aveva procurato anche un congruo numero di
false tessere annonarie. Il pane lo ritiravamo in via Po, da un panettiere
che si limitava a vendere pane, ma lavorava anche per i carabinieri che non
si erano ancora costituiti. Un giorno zio Luigi stava per entrare quando vide
una pattuglia fascista irrompere nel negozio con le armi spianate: furono
arrestati il panettiere e tutti i clienti che avevano le tessere false. Se
fosse arrivato un secondo prima, avrebbero beccato anche lui.
E pensare aggiungeva zio Luigi che proprio mentre stavo uscendo di casa,
mi venuta voglia di fare pip e sono tornato indietro. Quando si dice: il
destino! Il 4 giugno arrivarono gli americani: li vidi sfilare uno dietro
l'altro, in fila indiana, lungo i marciapiedi di viale Parioli. Il loro passo
era strascicato e non aveva nulla di marziale.
Abituato a vedere marciare i tedeschi, mi sembrarono una banda di straccioni.
Pareva che avessero appena perso una battaglia e che non ne potessero pi di
fare la guerra. Solo un negro, ricordo, alz gli occhi verso di me e mi
abbagli con un sorriso. A dir la verit, gli americani me li ero immaginati
molto pi allegri, ma evidentemente quelli che sfilarono quel giorno per
viale Parioli avevano gi recitato le scene del trionfo nelle vie del centro
e ora erano stanchi.
Con l'arrivo degli americani non commerciammo pi Caciotte e forme di
pecorino, ma solo sigarette americane e di prima qualit:
Chesterfield, Camel e Pall Mall. Per caso avevamo conosciuto il numero uno
dei fornitori alleati, il sergente Johnny La Rosa, un italo-americano dal
viso butterato stranamente somigliante ad Alfred il tedesco, quello dei
cucchiaini. (Chiss che non fossero parenti?) Johnny ci voleva bene e ci dava
tutte le stecche che gli chiedevamo senza nemmeno pretendere i soldi in
anticipo.
Si me fai fesso, mi diceva in bruccolino hai fennuto 'e fa"o businisse.
Durante l'occupazione alleata il contrabbando di sigarette funzionava
pressappoco cos: gli americani vendevano la merce ai grossisti e solo a
camion interi, i grossisti la distribuivano ai capiparanza che a loro volta
la consegnavano ai dettaglianti. Noi, acquistando direttamente da Johnny,
scavalcavamo due livelli e guadagnavamo il doppiO. Perfino Ferruccio
dell'Hotel Aosta, ridiventato Boston, comprava da noi.
Nel frattempo i nostri genitori progettavano il Grande Ritorno. Non era
facile trovare un mezzo che ci portasse a Napoli: le strade, oltre a essere
piene di buche, erano infestate da banditi e disertori che rapinavano
chiunque si trov'asse senza scorta. Alla fine rimediammo un camioncino
guidato da un nano.
E' un po' basso ma un ottimo guidatore," disse pap e poi l'unico che
ci ha chiesto un prezzo onesto. Il nano guidava il furgoncino in piedi, come
si fa con i motoscafi.
Da seduto non riusciva ad arrivare con i piedi alla frizione.
Per maggiore precauzione zio Luigi volle sedersi accanto a lui. Avete la
patente? chiese il nano.
No, rispose zio Luigi ma ho conosciuto Tazio Nuvolari e ho capito quel
tanto che basta per non morire. Dove sta il freno? E' questo qui, perch?
rispose l'autista.
Perch alla prima difficolt lo premo. Il nano aveva un socio non
guidatore, una specie di guardia del corpo. Era uno con i baffetti, tipo John
Carradine, con un fucile tra le mani, che non parlava mai e guardava
continuamente la strada. Durante il viaggio ci fu spiegato che tutti i camion
avevano un guardiano armato, altrimenti non sarebbero mai arrivati a
destinazione.
Per coprire i duecento chilometri che ci separavano da Napoli ci mettemmo
quasi due giorni. Le strade erano un susseguirsi ininterrotto di buche e di
crateri scavati dalle bombe alleate. Ogni buca ci obbligava a fermare il
camioncino, a scendere a terra, a studiare il dislivello e a stabilire quale
fosse il modo migliore per superarla. Infine, essendoci pi ponti o
cavalcavia funzionanti, anche un ruscello diventava un ostacolo
insormontabile.
Percorremmo la statale 6 e arrivammo nei pressi di Cassino, quasi alla
confluenza del Rapido con il Garigliano. Lo spettacolo che ci si par davanti
aveva dell'incredibile: la prima volta ci rendemmo conto che se fossimo
rimasti a San Giorgio a Liri saremmo morti tutti irrimediabilmente. L'Abbazia
non esisteva pi: in una sola notte centoquarantasei fortezze volanti e
trecentocinquanta tonnellate di bombe l'avevano cancellata dal paesaggio.
Sar stata l'impressione, ma anche la montagnella, a forza di essere
bombardata, ci sembrava un po' pi bassa di come l'avevamo lasciata.
Essendo interrotta la statale, fummo costretti a scendere lungo il Garigliano
nella speranza di trovare un traghetto.
All'altezza di Sant'Ambrogio, zio Alberto disse che non potevamO andarcene
senza fare un salto a San Giorgio e vedere che fine aveva fatto donna Rita.
Nessuno si oppose ma tutti capimmo che il brav'uomo sperava di ritrovare
ancora in vita la sua cucina americana. Malgrado le proteste del nano (che
chiese subito un sovrapprezzo per la deviazione), puntammo verso la nostra ex
casa. Dopo un paio di chilometri per fummo costretti a rinunziare
all'impresa: davanti a noi c'era solo un'enorme distesa d'acqua. I tedeschi,
in un estremo tentativo di bloccare l'avanzata degli alleati, avevano
allagato la valle del Liri deviando un tratto del Rapido. Per quanti sforzi
facessimo, non riuscimmo a vedere nessun mobile di cucina galleggiare sulle
acque.
Chiedemmo informazioni a una coppia di contadini.
Conoscete donna Rita? Donna Rita chi? La mamma de lu culunnello che
ghiuto in Russia? S, proprio lei. Come sta? Sta bene: la povera
Rucchetta morta ma lei sta bene. E morta pure la signora napulitana che
stava cu essa: l'hanno fucilate 'e tedeschi pecch nun vuleva sal su lu
camionne! E sapete dove possiamo trovare il traghetto? chiese il nano, del
tutto indifferente alla sorte della signora fucilata.
Duvete ire a Sant'Andrea, subito passato Vallemaio, e poi da l ve facite
tutta la strada fino al bivio de Suio: primma o doppo lu truvate. E invece
non lo trovammo. Essendosi fatto buio, decidemmo di fermarci in un paese
chiamato San Lorenzo.
Riuscimmo a trovare un posto dove dormire e anche una casa di contadini dove
mangiare. Durante il pranzo io e Gegg raccontammo al nano come eravamo
diventati amici di Johnny La Rosa.
Come avete detto che si chiama? ci chiese il nano. Johnny La Rosa:
di Brooklyn. Tiene la faccia vaiolosa e un taglio sotto al mento? S,
proprio lui. E allora avete corso un brutto rischio! comment il nano con
una smorfia di disgusto. La Rosa un dei peggiori gangster venuti
dall'America. Ma se con noi sempre stato gentile! S, gentile!
ironizz il nano. Il guaio che siete ancora troppo ingenui: vi fidate di
tutti!
Io invece mi fido solo di questa. E ci mostr una Luger, una rivoltella
gigantesca, quasi pi lunga di lui. Un po' impressionati, gli raccontammo dei
nostri traffici e di come, grazie a Johnny, eravamo entrati in affari.
Adesso conclusi io stiamo per cominciare un altro business. Lo stesso
Johnny ce l'ha consigliato. Di che si tratta? chiese il nano pistolero.
Prima di partire ci siamo informati sui prezzi che si fanno a Napoli e
abbiamo scoperto che il massimo guadagno lo si pu fare con i cerini. Con i
cerini? S: a Napoli i cerini costano tre volte pi che a Roma E allora?
E allora abbiamo investito tutto il capitale in cerini: ne abbiamo comprato
tre casse... come arriviamo a Napoli sappiamo gi a chi li dobbiamo portare:
Johnny ci ha dato pure l'indirizzo del compratore. La mattina dopo i cerini
non c'erano pi. Malgrato i turni di guardia del nano e del socio, ignoti
ladri avevano rubato le tre casse dal camioncino. E inutile precisare che
sapevamo benissimo chi ci aveva fregato i cerini, ma date le circostanze i
nostri genitori ci ordinarono di non protestare pi di tanto. Il nano
maledetto cant per tutto il viaggio.
Passammo il fiume nei pressi di Minturno e verso sera arrivammo a Napoli.
La citt era a terra: via Marina era rasa al suolo, tutti gli edifici di via
Foria, da piazza Carlo III a piazza Cavour, erano stati segnati dalle bombe,
i famosi vetri della Galleria giacevano a terra, in frantumi, e un po'
dovunque, dal borgo Sant'Antonio Abate a piazza Mercato, dai Cristallini ai
Ponti Rossi, non si vedevano che macerie e distruzione.
Il nostro palazzo di Santa Lucia non aveva pi le sue belle scale di marmo
con le ringhiere floreali in ferro battuto.
Una scaletta di legno, costruita alla meno peggio, si inerpicava nel baratro
del vano scale e consentiva agli inquilini di raggiungere gli appartamenti
dei piani superiori. Il negozio di piazza dei Martiri era esattamente al
centro di un'orrenda spaccatura che divideva in due tronconi il Palazzo
Partanna: ci dissero che la bomba era scoppiata proprio nel negozio e che
alcuni dei nostri guanti, con il marchio Made in Neaples, erano stati trovati
addirittura in Villa Comunale, a pi di un chilometro di distanza dallo
scoppio. La casa del Vomero, quella dove eravamo soliti passare la
villeggiatura, era stata occupata dagli inglesi e non ci fu consentito di
andare a visitarla.
Mia madre si mise a piangere.
La ibm
Le mie esperienze in IBM non meriterebbero un capitolo a parte se non fossero
state vissute in una citt come Napoli e consumate in un'epoca cos remota da
poter essere considerata la preistoria dell'informatica. Negli anni Sessanta
la tecnica delle schede perforate, appena giunta dagli Stati Uniti come lieta
novella, e la tendenza dei miei concittadini a non fidarsi mai troppo delle
macchine erano realt inconciliabili: tanto precisa e razionale la prima,
quanto approssimativa e umorale la seconda: da una parte la logica binaria
del s e del no, e dall'altra il mondo possibilista del quasi e del
pressappoco. Con ci non voglio dire che i napoletani fossero negati per
l'informatica (anzi, proprio tra loro ho conosciuto alcuni dei pi brillanti
esperti di software), ma che tra un modo di concepire la vita, basato sui
rapporti umani, e i computer sia sempre intercorsa una sana e reciproca
diffidenza. Non parler quindi tanto di IBM, quanto di scontro frontale tra
due mentalit antitetiche.
Grazie alla raccomandazione di un amico di famiglia, il cavaliere de Vico,
varcai la soglia misteriosa della IBM Italia nel settembre del 1960, quando i
computer erano ancora di l da venire. A quei tempi la sede napoletana era
poco p睐 di un negozio: due vani in via Partenope, qualche scrivania di
metallo e un paio di manifesti in vetrina. In ComPenso per il dinamismo
dell'ambiente era cos alto che, appena entrato, ebbi subito la sensazione di
essere a un passo dalla direzione di filiale. Dentro di me non potei fare a
meno di pensare:
Qui siamo solo in Quattro: un capo, due salesmen (o venditori) e un
amministrativo.
Basta far fuori il capo e i due salesmen e sono bello che diventato
direttore.
Le cose per non andarono come avevo previsto: la filiale divenne subito
molto grande, e, quando giunse la tanto sospirata promozione fui nominato
solo marketing manager, ovvero vicedirettore. Ne fui contento lo stesso, anche
perch mi fu assicurato che nel giro di due anni (al massimo tre) sarei
diventato anch'io direttore di filiale.
E infatti dopo altri tre anni di trincea fui promosso: nel frattempo per era
nato un livello gerarchico intermedio, quello di director data processing,
che non ho mai capito bene cosa volesse dire ma che comunque era il grado
immediatamente inferiore a quello di direttore di filiale.
Insomma, per farla breve, ho lavorato in IBM quasi venti anni e non sono mai
riuscito a diventare direttore di filiale, finch un bel giorno non ce l'ho
fatta pi e ho dato le dimissioni. Peccato, perch proprio l'anno in cui sono
andato via ero a un passo dalla direzione di filiale!
Ovviamente la decisione fu molto criticata dai miei familiari e in
particolare da mia sorella.
Ges, Ges, diceva la poverina ma come: uno lascia uno stipendio di due
milioni al mese! E per fare che cosa, poi? Per diventare scrittore! E chi
vuoi che se li compra i libri di uno che ragiona come te? Clara, scusami,
ma mi annoiavo troppo! E gi, perch quelli che vanno a lavorare, secondo
te lo fanno per divertirsi! replicava lei. Sei ingrato e incosciente: sputi
nel piatto dove mangi! Adesso per stammi a sentire: tu domani mattina, bello
bello, te ne vai dal direttore e gli dici cos: "Dott, mi sono sbagliato:
ritiro le dimissioni". Ma se ho gi incassato la liquidazione! E gliela
restituisci tale e quale a come te la sei pigliata poi ti butti per terra, ti
metti a piangere e dici:
Perdonatemi, dott, sono un imbecille换. Non era solo mia sorella a pensarla
in questo modo: chi piU, chi meno, un po' tutti nel quartiere mi
sconsigliarono di lasciare il posto sicuro.
Pasqualino, per esempio, il mio barbiere a domicilio, fece di tutto per
dissuadermi.
Io non ho capito una cosa, mi diceva ma non potete fare tutti e due i
lavori insieme, l'ingegnere e lo scrittore?
io pure, nel mio piccolo, trovandomi a girare per le case, ne approfitto per
fare di tanto in tanto l'idraulico a tempo perso. Il fatto che sento il
bisogno di staccarmi dal mio vecchiolavoro... E chi vi dice il contrario?
Ingegn, sentite il consiglio di uno che vi vuole bene: voi dovete
semplicemente fingere di lavorare. Vi faccio un esempio: voi la mattina
andate in IBM, vi sedete dietro la scrivania e intanto pensate a quello che
dovete scrivere la sera.
Poi: un giorno vi date malato, un altro ve lo prendete di ferie e un altro
ancora ve ne andate in trasferta per motivi di lavoro, e intanto scrivete
dove capita capita.
Quello, il mestiere di scrittore, questo tiene di bello:
che uno lo pu fare dove vuole lui, basta avere una penna e un poco di carta
a portata di mano.
Teoricamente parlando, voi potreste scrivere anche in ufficio... perfino in
presenza del vostro diretto superiore Non appena vi scappa una idea, basta
che dite: Dott, con permesSO. . e vi andate a chiudere in gabinetto. Lui come
fa a controllare che invece di un bisogno corporale, vi siete chiuso dentro
per scrivere un libro? La verit che i napoletani non avevano mai ben
capito che diavolo facessi alla IBM. Per loro l'informatica era una delle
solite americanate, un qualcosa di assolutamente inutile che le ditte
adottavano solo per darsi importanza.
Mia madre, per esempio, era convinta che noi imbrogliassimo i clienti a forza
di chiacchiere. Io mi rendo conto che devi fare carriera, mi diceva per
ricordati che rubare peccato. Non aveva alcuna simpatia per la IBM e ne
storpiava continuamente il nome: un giorno la sentii dire a un'amica: Mio
figlio ingegnere alla UPIM.
Ecco qui di seguito una conversazione che ebbi con mia madre il giorno in cui
le comunicai di essere stato assunto. Mamm, ho trovato il posto! Bravo
chillu figlio mio, bravo! Quello stato Sant'Antonio che ti ha aiutato!
No, mamm, veramente stato il cavalier De Vico.
Non fare il miscredente: se ti dico che stato Sant'Antonio, stato
Sant'Antonio! Io sono anni che prego a Sant'Antonio. Ogni giorno gli dicevo:
Sant'Ant, quelh ragazzo sta studiando perch si vuole laureare, ma la paura
mia che dopo laureato non se lo piglia nessuno. E dentro di me pensavo: era
meglio se lo facevamo ragioniere, che cos si trovava un bel posto in banca,
una cosa tranquilla e non ci pensavamo pi. Le banche sono pi sicure, anche
perch loro i soldi gi ce l'hanno e non possono trovarsi scuse per gli
stipendi quando arriva la fine del mese. Invece Sant'Antonio ci ha fatto la
grazia. Ora tu figlio mio devi subito andarti a fare una bella comunione di
ringraziamento. Hai capito? E racconta: dove l'hai trovato il posto? Alla
IBM. Ma una cosa sicura? chiese mia madre, rabbuiandosi. Io non l'ho
mai sentita nominare! Giulia, intervenne zia Maria tu non capisci proprio
niente! Oggi gli elettrodomestici sono molto di moda. C' stato il marito
della signora Sparano che con un negozio di tre soldi si fatto un
patrimonio. Tengono la Mercedes, la governante e vanno tutti gli anni a
Ischia in villegiatura. Ma che elettrodomestici! protestai io. Io lavoro
con i calcolatori elettronici!
Mamm, i calcolatori elettronici sono macchine potentissime e perfettissime,
capaci di fare migliaia di operazioni in un solo secondo! Tu ti dovessi far
male? Ma quale male, mamm! Io lavoro nel settore commerciale, quello che si
occupa della vendita e del noleggio dei calcolatori. Figlio mio, io non ti
voglio scoraggiare, ma chi vuoi che se li compra questi calcolatori: noi a
Napoli non abbiamo niente da calcolare: ce murimmo 'efamme! Tutte le grandi
aziende hanno bisogno di calcolatori. Ma per fare cosa? Come per fare
cosa? Ma per la contabilit aziendale, no?!
Pensa a tutti i conti che debbono fare le banche dagli stipendi, alle paghe
degli operai, alle assicurazioni, al Comune di Napoli... Ma ti pare che a
Napoli, con tutti i disoccupati che ci sono, quelli si vanno a comprare le
macchine tue! Secondo me, queste societ sai che faranno?
Chiameranno i disoccupati e gli daranno una moltiplicazione a testa, e quelli
in quattro e quattro otto ti fanno tutti i conti. Secondo me era meglio se
t'impizzavi nel Banco di Napoli! Quando fui promosso Prm, ovvero Public
relations man, spiegare a mia madre cosa fossero le pubbliche relazioni fu
una impresa disperata. E non poteva essere altrimenti, dal momento che a
Napoli le pubbliche relazioni vengono fatte da tutti, spontaneamente, e senza
alcun compenso.
Io non ho capito, diceva lei tu la mattina alle nove apri il negozio e che
fai? Mamm, io non debbo aprire nessun negozio: debbo solo facilitare e
rendere migliori i contatti della mia societ col mondo esterno. Hai capito?
No. Giulia, stammi a sentire, intervenne come sempre mia zia Maria
quello il ragazzo, [il ragazzo ero io] deve essere gentile e cortese con la
gente.. E lo pagano? Certo che lo pagano! Anzi lo pagano di pi! esclam
zia Maria, felice di mostrarsi aggiornata. Le pubbliche relazioni sono una
trovata americana! Il ragazzo non appena riesce ad acchiappare qualcuno non
lo molla pi lo piglia per un braccio e gli dice: "Quanto siete bello,
andiamoci a prendere un caff..". E quanti caff si deve prendere in un
giorno? chiese mia madre con apprensione.
Lui i caff non se li beve: fa finta di berseli, ma poi li lascia sul
bancone del bar.
L'importante che sia sempre gentile e cortese con le persone. Ma perch,
prima non era gentile e cortese? S, ma adesso esagera! Spesso e
volentieri anche mia madre esagerava nelle pubbliche relazioni e io glielo
dicevo sempre.
Mamm, fammi un favore: quando telefona la mia segretaria, non la tenere
mezz'ora al telefono: o ci sono o non ci sono! Tu rispondi buongiorno,
buonasera e basta. Ma quella sempre tanto gentile! protestava lei. Come
faccio a mettere gi il telefono! S, ma una cosa essere gentili e
un'altra mettere in piazza i fatti personali! precisavo io. L'altro
giorno sei andata a raccontarle che avevo mangiato i peperoni ripieni. E le
ho anche detto che io ti avevo avvisato che ti avrebbero fatto male... ...
cosi com'era successo tanti anni fa, quando mi mangiai tutto l'uovo di
cioccolato che mi aveva portato zia Maria. E che c' di male? C' di male
poi, che quando arrivo in ufficio, debbo finire di raccontare tutto quello
che hai cominciato a raccontare tu." Era come parlare al vento: lei
considerava il personale della IBM un'estensione naturale della famiglia.
Voleva sapere tutto di tutti.
Il tuo direttore sposato? S. E quanti figli tiene? Due. E va
d'accordo con la moglie? Mamm, santiddio:
io che ne so se va d'accordo con la moglie! Ma che te ne importa? No.. era
solo per sapere.. Una mattina, quand'ero gi marketing manager, le dissi:
Tra poco viene a prendermi l'ingegner Bruschini. Io non sono ancora pronto.
Fallo accomodare in salotto e, mi raccomando mamm, non fare come il tuo
solito: non metterti a parlare con lui.
Guarda che Bruschini milanese e poi un mio collaboratore.
E che vuol dire che un collaboratore? Vuol dire che dipende da Luciano
la inform tempestivamente zia Maria.
Luciano dice "Fai questo", e quello subito lo fa. Tu comandi a lui!
esclam mia madre al colmo dello StUpore Tu comandi a un ingegnere! Il
risultato fu che quando andai a prelevare Bruschini in salotto, lo trovai
seduto in poltrona, con mamm e zia Maria, una a destra e una a sinistra, che
cercavano di fargli mangiare per forza uno zabaione.
Ingegn, non fate complimenti: la mattina le uova fanno bene! gli stava
dicendo mia madre. E poi dovete assaggiare pure i biscotti. Questi qui sono
fatti in casa:
a Luciano quelli che si vendono nei negozi non piacciono. Grazie signora,
rispondeva Bruschini alquanto imbarazzato ma in verit la mattina non sono
abituato a mangiare... e fate male, perch dovreste sempre tenere qualche
cosa di sostanzioso nello stomaco replic mamm. Dice la buonanima di mio
marito che per vivere bene bisogna mangiare poco e spesso. Mamma, tagliai
corto io lascia in pace l'ingegnere, che dobbiamo andar via. Luci, fammi
un piacere, replic lei, senza darsi per vinta dal momento che sei tu
quello che comanda, comanda all'ingegnere di mangiarsi lo zabaione. Uscimmo
di corsa, ma proprio mentre stavamo per entrare in macchina, lei mi lanci
l'ultima raccomandazione dalla finestra del secondo piano: Fatte 'a croce!
1960: tempi duri per i venditori d'informatica! Non facevamo in tempo a dire
Sono un rappresentante che gi ci avevano sbattuto la porta in faccia.
Chiedere un appuntamento per telefono era fatica sprecata, presentarsi
direttamente all'ingresso peggio ancora: i custodi ci fiutavano a un miglio
di distanza.
Grazie, dicevano ma l'articolo non c'interessa: ne abbiamo i magazzini
pieni. A quel punto bisognava inventarsi qualcosa per salire ai piani
superiori.
A volte bastava un nome qualsiasi da dare in pasto al portiere. Anche
l'amicizia del cugino di una segretaria pote essere determinante.
Un giorno decidemmo di espugnare una compagnia di assicurazioni che estendeva
i suoi interessi a tutto il suditalia, ma come al solito ci mancavano gli
agganci necessari, quand'ecco la fortuna venirci incontro facendoci conoscere
un geometra che era il fratello del direttore amministrativo della compagnia.
La mattina dopo, io e il dottor Imperiali, muniti di una regolare lettera di
presentazione, eravamo tutti e due nelLa sala d'ingresso del cliente,
fieramente intenzionati vendere un centro meccanografico.
Il portiere aveva un viso triste, con gli occhi sporgenti e le orecchie a
sventola. Era identico a Peter Lorre, l'attore che nel film M di Fritz Lang
interpretava il mostro di Dusseldorf.
Ci annunzi per cortesia al dottor Rinaldi. Motivo della visita?
Consegnargli una lettera. Ho capito: volete perdere tempo. Come dice,
scusi? Ho detto ribad Peter Lorre, ma questa volta a voce pi alta, che
volete perdere tempo! Correggetemi se sbaglio. VOi siete dei
rappresentanti... Sissignore: siamo della IBM. E allora ascoltate il
consiglio di uno che lavora in questa ditta da quindici anni: qualunque cosa
siete venuti a vendere, inutile che l'andate a raccontare a Rinaldi! Poi,
avvicinandosi con fare complice: Detto inter nos, qua Rinaldi non conta
niente: io al vostro posto andrei dal Presidente!.
S, replicammo anche noi a voce pi bassa ma noi abbiamo una lettera di
presentazione per Rinaldi. Questo l'ho capito ma, secondo voi, Rinaldi,
dopo che ha letto la lettera, che fa? Non lo so... penso che ci star a
sentire. E dopo che vi ha sentito, anche se si tratta di spostare solo una
sedia, deve sempre chiedere il parere del Presidente. E allora? E allora
andate direttamente dal Presidente. Veramente... non vorremmo disturbare.
Ma quale disturbo: quello una persona squisita! Beh, allora... se cos
stanno le cose... se ci vuole annunziare alla segretaria del Presidente...
Azze: pe' fforza vulite perdere tiempo esclam spazientito Peter Lorre. Se
vi ho detto che "potete andare: vuol dire che potete andare : basta che
bussate alla porta del Presidente: lui dice "avanti" e voi entrate. Si. ..
ma il Presidente non sa chi siamo. Lo sa, lo sa, ci rassicur il portiere
anche perch mentre voi salite, io l'avverto col telefono interno.
Increduli per quello che ci stava accadendo, salimmo al primo piano e
attraversammo un lungo salone scarsamente illuminato, passando tra due file
d'impiegati curvi su vecchie e antiquate macchine calcolatrici.
Guardandoli, non potemmo fare a meno di provare un senso di colpa: con noi
sarebbe arrivato il progresso e con ilprogresso il licenziamento di quei
poveracci. Qualcuno di loro, forse, si sarebbe pure potuto salvare, sempre
che gli avessero fatto seguire i corsi base, ma tutti gli altri che avrebbero
fatto?
Con il cuore gi assillato dai rimorsi arrivammo al cospetto del Presidente,
il Grand'ufficiale dottor De Bellis.
Ebbene ragazzi, esordi sorridendo il Grand'ufficiale dottor De Bellis. a
cosa debbo il piacere? Veda dottore, provai a dire io (e la voce mi trem
per l'emozione) noi qui a Napoli rappresentiamo la IBm. Lei, immagino, gi
conosce la IBM? Beh, a essere sincero, in questo momento non ricordo.. In
pratica, noi ci occupiamo di meccanografia. Ho capito, c'interruppe lui
come se gi sapesse tutto. ed proprio di meccanografia che noi oggi
sentiamo il bisogno. Mi fa piacere vedere ragazzi cos giovani, e lasciatemi
dire, non senza una punta di orgoglio, napoletani proiettarsi coraggiosamente
verso il futuro. Attenzione per, e qui il Presidente, cambiando tono, mi
fiss per un attimo negli occhi, il che mi comunic un improvviso stato di
ansia che cosa ne sapete voi di tecniche assicurative? Di questo non si
deve preoccupare, gli risposi la IBM Italia ha gi molti clienti nel settore
assicurativo e i nostri specialisti sono a sua totale disposizione. Avete
letto il mio libro, Le Assicurazioni in Italia dal Regno delle Due Sicilie
aigiorni nostri? Veramente... Pasquale! grido il Presidente.
E Pasquale, ovvero Peter Lorre, si materializz davanti a noi, stringendo tra
le mani due enormi volumi rilegati in similpelle.
Pasquale, consegna due libri ai signori ingegneri. Poi, alzandosi in piedi
per congedarci: Ragazzi mi raccomando:
leggete con attenzione! Dopo di che potremo vederci una seconda volta per
parlare pi a lungo di problemi assicurativi. Adesso per scusatemi, ma ho un
consiglio di amministrazione che mi attende.
Dodicimila lire, seimila cadauno bisbigli Peter Lorre.
Sarebbero diciottomila ma il Presidente mi ha fatto cenno che posso farvi lo
sconto. Ripercorremmo in disordine e senza speranza quello stesso salone che
pochi minuti prima avevamo attraversato con orgogliosa sicurezza. I futuri
licenziati ci accompagnarono con un sorrisino ironico fino all'uscita. Uno di
loro mormor: Ne hanno acchiappati altri due! No, non era facile vendere
calcolatori negli anni Sessanta, e anche quando ci si riusciva, non era detto
che il nuovo cliente avrebbe poi pagato regolarmente.
Leader indiscusso dei morosi di tutto il mondo era l'ATAN, l'azienda dei
trasporti urbani della citt di Napoli. Il suo mottO era: 'A pag e a mur
quando pi tardi possibile..
Per colpa dell'ATAN, io ero al primo posto dei salesmen che non erano stati
capaci di farsi pagare dal cliente, e questa macchia pregiudicava seriamente
la mia carriera.
Il Servizio crediti IBM una struttura pressoch perfetta.
Non appena un cliente accumula un debito pari a 3 mesi di canone, scatta un
piano d'interventi progressivi.
visita del rappresentante e primo sollecito, quindi visita del direttore di
filiale e secondo sollecito, visita del direttore Distretto e terzo sollecito
e cos via, sempre salendo di grado e sempre aumentando la durezza del
sollecito. Nel caso ATAN si era arrivati nientemeno che a mister Castaldi, il
Direttore Generale della IBM Italia.
Quando mi dissero chi avrei dovuto accompagnare dal cliente mi tremarono le
gambe: per un salesman di periferia, con soli due anni di zona, un Direttore
Generale non un essere umano come tutti gli altri, un Puro Spirito,
un'Entit Teologica sulla quale non permesso nemmeno alzare lo sguardo. Ero
anche un po' preoccupato per via della lingua: pur sapendo che Castaldi era
un italo-americano, che figura avrei fatto se mi avesse chiesto qualcosa in
inglese? Tra l'altro il mio direttore di filiale era assente per malattia,
ragione per cui avrei dovuto fronteggiarlo da solo.
Mister Castaldi arriv direttamente davanti alla sede dell'ATAN, in una
limousine nera, lunga almeno tre vollte la mia 500. L'autista si precipit ad
aprirgli la portiera e lui scese tranquillo dalla macchina, mai sospettando
cosa;
sarebbe accaduto di l a pochi minuti. Era di media statura, capelli bianchi,
forse troppo grassottello per essere un dirigente IBM. Io mi produssi in un
inchino alla Alberto Sordi, nel senso che mi piegai in due come un compasso
sempre cos restando gli feci strada fino al portone.
non ricordo bene cosa farfugliai, certo che lui rispose:
thank you e mi segu docile come una pecorella. In quegli anni la Direzione
Generale dell'ATAN aveva gli uffici in un vecchio palazzo umbertino di piazza
Bovio. Io e mister Castaldi attraversammo il cortile e ci dirigemmo verso
l'ascensore esterno che, come quasi tutti gli ascensori napoletani,
funzionava solo inserendo dieci lire nell'appoSita gettoniera.
Quel giorno per le dieci lire non furono Sufficienti a farci arrivare a
destinazione giacch l'ascensore, dopo un paio di sobbalzi paurosi, si blocc
a circa quattro metri dal suolo. A quel punto, non avendo altre dieCi lire per
ripartire, eravamo irreparabilmente sospesi nel vuoto. Il primo problema fu
quello di chiedere al Direttore Generale (in italiano e poi in inglese) se
per caso non si trovasse in tasca una monetina da dieci lire. Il brav'uomo, a
parte il fatto che non riusciva a capire perch mai in Italia si dovessero
pagare dieci lire per andare in ufficio, ammise di avere addosso solo pezzi
da dieci dollari. Mi affacciai allora sul cortile e gridai con quanto fiato
avevo in gola:
Custode... custode....
La portiera, settantenne e di pessimo carattere, era anche un po' sorda
dall'orecchio sinistro. Fortunatamente per noi quel giorno si era seduta
sotto l'androne con l'orecchio buono orientato verso il cortile. Mi sent
gridare e venne in nostro aiuto.
'Stifetiente, borbott la megera nun mettono 'a diece lire e po' vonno
sagl! (Questi fetenti, non mettono le dieci lire e poi vogliono salire!)
Le abbiamo messe le dieci lire, signora, risposi io in tono risentito ma
anche con signorile fermezza l'ascensore per si bloccato lo stesso! S,
s, figurate si l'hanno mise! (S, s, figurati se le hanno messe!) replic
lei pi diffidente che mai; poi, avendo scorto Castaldi che si era affacciato
anche lui sul cortile emise un urlo raccapricciante:
Oilloco: io 'o saccio a chillu viecchio! Fa sempe chesto!
Ma m t'aggia acchiappato, mariuolo ca nun s auto! Voglio proprio ved si
sta vota nun te faccio lev 'o vizio 'e arrubb. Eccolo io lo riconosco
quel vecchio! Fa sempre cos! Adesso per ti ho beccato: ladro che non sei
altro!
Voglio proprio vedere se questa volta non riesco a toglierti il vizio di
rubare!
Ovviamente Castaldi non capiva nulla, ma non poteva non accorgersi del pugno
teso che la vecchia gli agitava contro.
What does that woman want from us? (Cosa vuole quella donna da noi?) Just
a moment please, mister Castaldi,; risposi io, facendo appello a tutto
l'inglese che conoscevo adesso custode dare noi coin e noi scendere down. Do
you understand? Ben presto si form nel cortile un capannello di curiosi. Un
ragazzo dopo un paio di tentativi riusc a farci arrivare una monetina da
dieci lire, ma l'ascensore non ne volle sapere di ripartire. Solo una scala,
e molto lunga, avrebbe potuto liberarci. Restammo ancora mezz'ora ad
aspettare i soccorsi, praticamente esposti alla curiosit della folla che ci
guardava e commentava. Poi, se Dio volle, arrivarono due volontari con una
scala.
My God! sospir mister Castaldi.
La scala, malgrado fosse lunghissima, non ce la fece ad arrivare fino
all'ascensore, per cui fu necessario tenerla dritta a forza di braccia. Il
Direttore Generale, gi provato dagli avvenimenti, si dovette prima sdraiare
a pancia in gi sul pavimento dell'ascensore, e poi, dopo aver brancolato un
po' con i piedi per trovare il primo piolo, pot scendere lentamente, mentre
io da sopra (in ginocchio) lo reggevo per le ascelle. La portiera nel
frattempo non smise mai un attimo d'insultarlo.
I dirigenti dell'ATAN non solo non sganciarono una lira, ma chiesero
un'ulteriore espansione del centro. Parlarono di atto di fiducia della IBM
verso il Mezzogiorno. Dissero che avrebbero pagato l'intero debito non appena
avessero avuto i soldi dal Comune di Napoli. La sera, quando tornai in
filiale, tutti cercarono di rassicurarmi: il mancato recupero e le
disavventure occorse a Castaldi non avrebbero certo influito sulla carriera.
Magari avranno avuto anche ragione, nessuno per mi ha mai tolto pi dalla
testa che se non sono piU diventato direttore di filiale stato pure per
colpa dell'Atan.
Passarono gli anni e un bel giorno ebbi la responsabilit del cliente piu
prestigioSo della filiale:
il Banco di Napoli. Il Computer del Banco era nientemeno che il famoso 36065
il piU grosso dei calcolatori allora in circolazione. Quando mi comuniCarono
il nuovo incarico non potei fare a meno di provare un fremito di orgoglio.
L'unico problema era costitUitO dal dottor Acampora, il direttore del Centro
elettronico. Non che fosse cattivo, per carit; anzi, Giovannino Acampora era
una persona squisita, un sincero estimatore della IBM. Aveva per un difetto
da non sottovalutare: quando Si arrabbiava diventava tremendo, in particolar
modo quando la ragione era dalla sua parte, cosa che purtroppo accadeva
spesso. D'altronde il mio capo, l'ingegner Mariani, me lo aveva detto chiaro e
tondo: De Crescenzo le affido il Banco per le sue ottime doti di incassatore.
Secondo me, lei Acampora lo regge! Un giorno stavo per entrare nello studio
di don Giovannino, quando Coviello.
l'usciere del Centro mi trattenne per un braccio. Ogggi non cosa, ingegn!
mi sussurr in un orecchio.
meglio che ve ne andate! Perch, che successo? Non lo so, ma mi hanno
detto che sta comme a 'nu pazzo! non sento niente replicai, accostando
l'orecchio alla porta dell'ufficio di Acampora.
Questo non vuol dire, comment Coviello dall'alto della sua esperienza
dentro ci sono tutti. Non parlano perch si stanno conservando le forze per
quando venite Grazie Raf, ma purtroppo non posso scappare, altrimenti che
figura faccio! Io vi ho avvisato, poi voi fate come volete. Entrai e
nessuno mi salut: erano tutti in circolo intorno alla scrivania di Acampora.
Lui guardava il soffitto come se fosse in attesa di qualcosa che dovesse
piovere dall'alto, altri invece, quelli dello staff, avevano la testa china e
fissavano il pavimento. Sembrava pi una veglia funebre che una riunione di
lavoro:
mancava solo la salma al centro della stanza. Dopo qualche minuto, non
reggendo alla tortura del silenzio, chiesi con un bisbiglio: E successo
qualcosa?.
E successo qualcosa, ragazzi? ripet Acampora rivolgendosi ai suoi
collaboratori.
Nessuno ebbe il coraggio di rispondere. Dopo un altro minuto interminabile
lui mi fiss negli occhi e mi chiese: Secondo voi, ingegn, successo
qualcosa?.
Veramente io sto arrivando or ora da casa... Si bloccato il
teleprocessing2 m'interruppe lui con voce adeguata alla gravit del guasto.
Tengo fermi tutti i terminali del Monte di Piet! L'arrivo dei terminali fu
un evento traumatico per i frequentatori del Monte. In genere si trattava di
povera gente che arrivava agli sportelli del Banco per impegnarsi la fede
nuziale o le lenzuola del corredo. Giovane, diceva la vecchietta
all'operatore me so venuta a pigli 'a cullanella d'oro: cc stanno 'e solde.
Codice cliente, numero di polizza e data di deposito riSpondeva burocratico
il terminalista.
Io proprio a vvuie l'aggie cunzignate! Nun v'a ricurdate?
Era 'na cullanella d'oro cu 'na croce 'e brillantine.
Chella m''a rigalaie mariteme 'o juorno ca nascette Nunziatina. 'E
brillantine s faveze, ma 'acullanellapesadiecegramme. S, ma in che data
l'avete depositata? Chiuveva! rispondeva la vecchietta e non si rendeva
conto del perch quell'uomo, a cui lei stessa un annO prima aveva consegnato
la collanina d'oro, non gliela volesse pi restituire dal momento che lei era
riuscita a mettere insieme i soldi per disimpegnarla.
Se a tutto questo aggiungiamo un'improvvisa caduta del sistema con
conseguente isolamento dei terminali, possiamo immaginare cosa fosse accaduto
quel giorno nella Sala Pegni tra vecchiette e operatori! Acampora aveva tutte
le ragioni per essere preoccupato.
In macchina, durante il tragitto dal Centro elettrocontabile al Monte di
Piet, mi elenc le sue riserve sulla scarsa affidabilit del teleprocessing.
Sennonch, una volta arri vati a destinazione, avemmo la lieta sorpresa che
tutti i terminali erano di nuovo in funzione. Uno dei nostri tecnici,
prontamente intervenuto, aveva gi riavviato il sistema. Don Giovannino
sorrise e disse: Andiamoci a prendere un caff杌.
Scendemmo gi a Spaccanapoli, Acampora era contento.
Lo vede, dottore, dissi io, desideroso di prendermi una piCCola rivincita
lei sempre un po' troppo critico nei nostri confronti: un'altra volta ci
dia pi fiducia. S, ingegnere, lo ammetto: questa volta vi andata bene
non esageriamo: dopotutto l'intervento tecnico, potevate anche anticiparlo!
Non detto che bisogna sempre aspettare la catastrofe per avere un po' di
manutenzione! S, ma come si fa a prevedere un guasto? Si fa, si fa:
perch volendo si pu sempre fare la manutenzione preventiva! grid Acampora
in mezzo alla folla di Spaccanapoli, e man mano che s'infervorava il suo
colorito da rosso chiaro diventava rosso bandiera. Perch, ingegnere bello,
guardiamoci negli occhi: se non siete capace di far funzionare le vostre
macchinette, allora seguite il mio consiglio: dichiarate fallimento! E non ci
dimentichiamo che io vi do tre milioni al giorno! DICO TRE MILIONI! E secondo
me, sono tre milioni rubati. Ingegn: TRE MILIONI! intorno a noi nel
frattempo si era andato formandosi un capannello di curiosi. La cosa che pi
aveva colpito i presenti era il fatto che il dottor Acampora mi desse tre
milioni al giorno. Improvvisamente divenni oggetto dell'amministrazione
popolare.
Giovane, mi chiese una donna, guardandomi con enorme rispetto ma che le
facite a stu signore p'ave tre milioni 'o juorno?
Niente, sign, risposi io con modestia lo sto solo a sentire. Poi ci fu
il caso del dottor Santillo, di Maria Addolorata e del Gran Ballo del GUIDE a
Sorrento.
Tutto cominci il giorno in cui la IBM Domestic, cio la casa madre, scelse
Napoli come sede del congresso annuale del GUIDE e pens di affidarne
l'organizzazione al banco di Napoli. Il GUIDE il club dei grandi utenti
IBM, in altre parole l'associazione di quelli che hanno i computer pi grossi.
Una volta l'anno questi megaclienti s'incontrano in una citt del mondo, un
po' per scambiarsi informazioni ed esperienze di lavoro, e un po' per
criticare la IBM che li ha fatti incontrare. Misteri del capitalismo
illuminato.
Quell'anno era toccato a noi napoletani organizzare la festa, e nella
fattispecie a me, in quanto responsabile commerciale del cliente ospitante.
Fui subito preso da mille preoccupazioni: sale da trovare, ricezione
alberghiera, traduttrici in simultanea, itinerari turistici, shopping per le
mogli dei congressisti, Gran Ballo finale a Sorrento e via dicendo. Tutto
doveva essere perfetto, preciso, confortevole, o nella peggiore delle ipotesi
rimediabile, giacch chi lavora in IBM sa che deve prevedere ogni possibile
contrattempo, e per ogni contrattempo, fine del mondo compresa, deve sempre
avere a portata di mano una procedura d'emergenza.
Un giorno, mentre si discuteva se era meglio alloggiare negli stessi alberghi
i tecnici e i dirigenti, perch facessero amicizia, o se invece era pi
prudente tenerli separati, mi fu annunziato un certo dottor Santillo del
Banco di Napoli che chiedeva un colloquio privato.
Vidi un omino vestito di grigio, pelato, occhialuto e con una cartella di
pelle sotto braccio, alla quale si aggrappava come a un salvagente.
Sono Santillo, il dottor Santillo" mormor a bassissima voce, quasi temesse
di essere udito da qualcuno rimasto fuori a origliare sono il direttore
dell'agenzia di Casavatore. Ho bisogno del vostro aiuto! Dica pure dottore:
in che cosa posso esserle utile? Ingegn, io avrei bisogno di una grande
cortesia: voi mi dovete mettere nella lista dei soci del GUIDE. Ma lei
gi nel GUIDE: il suo istituto, il Banco di Napoli, uno dei soci pi
anziani. No, non ci siamo capiti: voi dovete mettere me, Santillo Gaetano,
nella lista del GUIDE, perch io vorrei essere invitato al Gran Ballo a
Sorrento, quello dove vanno tutti i congressisti! Veda, dottore, risposi
io, un po' imbarazzato, ma sempre con la massima cortesia la lista degli
invitati non viene decisa da noi: il computer che provvede a Stampare gli
inviti, sempre tenendo conto dei soci.. E io per questo replic il dottor
Santillo vorrei essere messo nella lista. Beh... si pu fare... per temo
che non trover molto interessante la compagnia: in genere si tratta di
tecnici di computer e per di pi stranieri. Ingegn, io sono mosso da altri
obiettivi: ora non so se posso aprirmi.. Mi dica tutto senza problemi. Si
tratta di esigenze private...
familiari... che tra l'altro dovrebbero restare tra noi... Di questo non
deve minimamente preoccuparsi. Santillo mi squadr per un attimo,
probabilmente per capire se poteva fidarsi.
Poi si decise e cominci a raccontare: Io ho una figlia, Maria Addolorata,
che ha trentasette anni ed ancora nubile. Per una ragazza di paese il
matrimonio ha un valore diverso da quello che pu avere per una di citt. Ci
sono i parenti che vogliono sapere... i viciini di casa che chiedono: "E
Maria Addolorata che fa, si fidanzata?".
Ora a Casavatore l'ambiente quello che ; ormai ci conosciamo tutti e non
ci sono pi speranze che si possa sposare con qualcuno del paese. E pensare
che a vent'anni Maria Addolorata aveva trovato un ragazzo della sua et che
se la voleva sposare! Io mi opposi: il giovanotto non aveva ancora un
mestiere e non mi fidai.
Feci male, ma ormai inutile piangere sul latte versato. Anche per questo
adesso ho i miei bravi rimorsi. Ora c' questo gran Ballo a Sorrento. Ho
saputo che sono stati invitati ingegneri provenienti da ogni parte del mondo,
inglesi, tedeschi, australiani... Ingegn, chi ci dice che tra questi
giovanotti non ce ne sia uno che si possa innamorare di mia figlia? Non
perch sono suo padre, ma vi assicuro che Maria Addolorata una ragazza
eccezionale: potrebbe essere una moglie perfetta, un'ottima donna di casa, di
moralit ineccepibile e piena di sentimento. I signori Santillo, padre e
figlia, furono regolarmente invtati come congressisti. Preso da mille
problemi non ebbi mai il tempo di fare la conoscenza di Maria Addolorata,
anzi per meglio dire mi dimenticai del tutto della sua esistenza, finch un
bel giorno, cinque anni dopo il congresso del GUIDE, non fui fermato per
strada da un signore dall'aspetto dimesso.
Ingegnere! Come va? Si ricorda di me? Sono Santillo il dottor Santillo. A
dir la verit, io non me lo ricordavo affatto: fu lui stesso a rinfrescarmi
la memoria.
Santillo del Banco di Napoli... quello con la figlia...
Maria Addolorata! Volemmo essere invitati a Sorrento... Ah s, adesso
ricordo: il direttore dell'agenzia di Casavatore. Proprio cos, sono io, e
meno male che vi ho incontrato mi disse Santillo, pi depresso che mai.
Ingegn:
voi dovete farmi un altro grandissimo piacere, mi dovete togliere dalla lista
del GUIDE! Ma come: se ci tenevate tanto! E mi sbagliavo. Vedete ingegn,
io sono una persona apprensiva anche l'arrivo di una lettera mi mette in
agitazione, e non vi dico poi se mi arriva un telegramma!
Ebbene questi signori del GUIDE mi scrivono tutti i giorni:
uscito il nuovo release del COBOL, uscito il DOS, UsCito il BOS".
Insomma tutte cose che io non capisco e che non voglio capire! E tutto questo
perch?
Per una fetente di cena dove non conoscemmo assolutamente nessuno e dove,
detto tra noi, mangiammo anche maluccio! E no:
quando troppo, troppo! Oggi Maria Addolorata serena. Ha avuto, come si
dice, una evoluzione mistica: dipinge, ricama, praticamente felice, e sarei
felice anch'io se non ci fossero questi avvisi del GUIDE che mi ricordano la
cena di Sorrento.
Ingegn, vi prego: toglietemi dalla lista, ca si no esco pazzo!
Il cinema
Buongiorno dott, che ci avete quarche ccosa pe' mme? mi grida er
Panciera e si appende al finestrino della macchina.
L'autista della produzione, con l'insensibilit tipica di chi fa il cinema a
Roma, non gli bada pi di tanto e se lo trascina dietro per qualche metro.
Faccio appena in tempo a sentirgli dire Ci ho la Sippe, dott... ci ho la
Sippe da pag. che l'auto ha gi superato il varco d'ingresso degli
stabilimenti De Paolis.
Dovendo indicare un personaggio rappresentativo del cinema italiano, pi che
a Fellini, forse, penserei al Panciera. Fellini un'eccezione e come tale
sarebbe potuto nascere dovunque. Er Panciera invece non riesco a
immaginarmelo se non romano, figlio di romani, con moglie trasteverina e
tirato su a forza di matriciane, pajate e code alla vaccinara. Perfino il suo
dialetto, il romanesco, l'unico che si sente circolare tra le maestranze
dei set cinematografici. Er Panciera furbo, cinico, volgare, inarrestabile,
Camaleontico, umile con i registi, protervo con le comparse e affabile con
tutti tranne che con i bambini prodigio, gli animali, gli effetti speciali e
con chiunque altro gli possa complicare la vita.
Quando chiedo una prestazione al Panciera, lui mi risponde subito s, senza
nemmeno darmi il tempo di spiegare fino in fondo di che cosa si tratta. E
inutile stare a chiedergli se sa ballare il tip tap, cavalcare a pelo o
parlare in cinese, tanto dar sempre risposte affermative e, a seconda della
richiesta, sosterr di essere il migliore ballerino del mondo, di aver gi
lavorato come cavallerizzo nel circo Orfei e di avere una cugina, guarda caso,
proprio di HOng Kong con la quale parla cinese tutte le sere, salvo poi
rifiutarsi di ballare, cavalcare e parlare cinese il giorno in cui deve farlo
sul serio. Il suo motto : Prima si accetta e poi si discute.
Senti Panciera, io avrei una cosa da proporti, m un po' pericolosa: si
tratta di entrare nella gabbia di un leone... E, siete capitato bene
dotto m'interrompe lui. A me sapete come me chiamano? No. l'amico dei
leoni. Pe' vvia che ci avevo un cognato allo zoo de Roma che faceva er
guardiano.
A lui nu je annava de alzarse presto la matina e allora ci annavo io tutti i
giorni a da' da magn alle bestie. Poi, una volta inserito nel libro paga,
corregge il tiro E questi so' terribili dott: nun so' come quelli de mi
cognato.
Quelli erano bboni, perch ce li eravamo cresciuti in casa .. io li chiamavo
puro pe' nome.
Questi invece me guardano storto come me se volessero magn. Io francamente,
ar posto vostro, pe' la scena de quanno devo entr n'a gabbia, prenderei 'na
controfigura.
Forse ce vorrebbe addirittura er domatore. Dott, sentite che ve dico, annamo
sur sicuro e pijamo er domatore. Inizi il mestiere a tredici anni vendendo
panini sul set di Ben Hur e da allora non c' lavoro di cinema, umile o
faticoso che sia, che lui non abbia fatto: comparsa, generico, capogruppo,
trovarobe, autista, stuntman, rompighiaccio, assistente di produzione,
microfonista, cestinaro, guardiano di roulotte, aiuto-macchinista, aiuto
dell'aiuto, eccetera eccetera. Alcune di queste professioni meritano una
descrizione a parte.
Il rompighiaccio indispensabile in tutte le scene dal vero. Per quanto si
possano pregare i passanti di non dare sguardi in macchina, c' sempre
qualcuno che, attirato dalle luci del set, si mette a guardare giusto dentro
l'obiettivo.
Prima che ci accada il rompi ghiaccio gli va incontro, lo blocca, gli chiede
l'ora o lo abbraccia affettuosamente come se non lo vedesse da anni.
Fare il rompi non un mestiere facile: ci vuole intuito, esperienza e
fantasia.
Il cestinaro il vivandiere del cinema: arriva una mezz'ora prima della
pausa col furgoncino stracarico di scatole di cartone.
All'inizio la distribuzione dei cestini sembra una festa: tutti fanno ressa
intorno a lui e chi gli chiede il bianco, chi il rosso, e chi se li fa
dare tutti e due perch ha un collega che in quel momento non si pu muovere
dal posto di lavoro. Poi, a poco a poco, in ognuno, subentra la tristezza del
precotto. Il bianco a base di formaggio e frutta, il rosso contiene la
pasta al sugo e una fettina di carne cos sottile da risultare trasparente.
Caratteristica comune di entrambi: il sapore cestino, un qualcosa cio a
met strada tra il sapore della plastica e quello del cartone.
Il bravo cestinaro pu aumentare il proprio guadagno con i recuperi:
c' sempre chi lascia il formaggio, la pera o il caff Borghetti. Un
cestinaro avveduto li salva e li ricicla pari pari il giorno successivo.
L'aiuto-regista, ironia di un nome, ha sempre bisogno di aiuto: i suoi
compiti, infatti, sono cos vari e articolati che indispensabile
affiancargli uno o pi aiuti in seconda. In genere si tratta di giovani
volontari che vogliono fare una esperienza di set, o, come nel caso del
Panciera, di persone che hanno un assoluto bisogno di lavorare. Il loro campo
d'azione non ha limiti: si va dall'imporre il silenzio durante le riprese al
comprare le sigarette al regista. Gli aiuti degli aiuti sono particolarmente
utili in tutte le scene nelle quali bisogna gestire un numero alto di
comparse.
In pratica svolgono un lavoro simile a quello dei cani-pastore, impediscono
che il gregge si dissolva e abbaiano non appena una comparsa si allontana dal
set:
Quando si deve girare una scena di massa, la convocazione di solito molto
mattiniera (massimo alle sette e trenta) e questo per dar modo ai costumi e
al trucco di fare con calma il proprio lavoro; il primo ciak invece non
verr mai dato prima di mezzogiorno, se non addirittura dopo la pausa. Il che
vuol dire che, quando il regista pronto per girare, non c' pi una comparsa
che una che nei dintorni del set: chi andato al bar, chi a telefonare,
chi al gabinetto, chi a sdraiarsi su un prato e chi a sedere su un muretto. A
quel punto l'aiuto-regista afferra il megafono e come prima cosa fa un
cicchetto amplificato a tutti i suoi aiuti, anche se li vede solo a un metro
di distanza. Gli aiuti degli aiuti, a loro volta, cominciano a correre in
lungo e in largo per lo stabilimento e a rintronare d'improperi chiunque
riescano a trovare in posizione di riposo.
Un giorno avevo a che fare con duecento comparse che dovevano sembrare
quattrocento, il che era reso possibile dal fatto che ogni comparsa si era
portato da casa un cambio e che agli estremi del campo c'erano due costumiste
degne di Fregoli che provvedevano a riciclarle a tempo di record. Via i
baffi, mettiti il cappello, cambiati la giacca, molla il bastone, fai presto,
via il cappotto, gi la barba, non dormire, levati lo scialle, alzati il
bavero, vai!I pi abili, oltre al costume, diversificano anche l'andatura:
se nel primo passaggio avevano attraversato il campo diritti come fusi, al
secondo fingevano di zoppicare. Quel giorno, dicevo, fu un problema
rintracciare le duecento comparse che si erano sparpagliate per ogni dove. Il
mio aiuto si mise al centro del cortile della De Paolis e, preso il megafono,
url tanto da farsi sentire pure dai morti del Verano. Aveva con s due aiuti
in seconda e uno di questi era proprio er Panciera.
Cominci la grande caccia: urla, strepiti e strattonate. Dopo una mezz'oretta
tutte le comparse erano pronte a girare.
E il prete? chiesi io. Dov' il prete? DOV'E' IL PRETEEEE? ripet
l'aiuto-regista, amplificando come sempre la domanda urbi et orbi.
Se n' annato a compr er Coriere d'o sport sussurr una delle comparse, un
po' incerta se fare la spia o farsi i fatti propri.
MALEDIZIONE E MORTE! url ancora l'aiuto. QUANDO LO ACCHIAPPO A QUELLO LI,
GLI STACCO I COGLIONI! Poi, rivolgendosi al Panciera:
VALLO A PRENDERE E PORTAMELO QUI A CALCI IN CULO! HAI CAPITO! COME ME LO
DEVI PORTARE?
A...CAL..CI..IN..CU..LO...
Er Panciera part a testa bassa e dopo pochi minuti ce lo vedemmo riapparire
in compagnia del prete. Lo aveva arpionato fuori dello stabilimento e ora lo
spingeva verso di noi come un manzo al macello:
ogni dieci passi uno spintone e ogni dieci passi il disgraziato, per non
cadere, era costretto a fare una corsettina. Non appena rallentava, per, si
beccava subito un altro spintone.
Il tutto accompagnato da urla disumane degne di un pellirossa.
Ma questo non il prete dissi io non appena me lo vidi davanti.
E infatti non era lui: era un prete autentico che il Panciera aveva catturato
davanti al giornalaio mentre stava Comperando l'Osservatore Romano.
mi scusi padre, gli dissi ma lei perch non ha protestato? E come
potevo? rispose il poveretto. Questo pazzo continuava a insultarmi e poi mi
spingeva... Il pazzo, intanto, ovvero il Panciera, resosi conto dell'errore
perpetrato, cercava di rimediare alla gaffe baciandogli le mani.
Padre, me deve perdon... io me credevo che fosse dei nostri... Lei sa com'
fatto er cinema... Poi, cambi improvvisamente tono di voce:
Padre, le andrebbe de f 'na particina? Tenuto conto che gi ci ha er costume
addosso, le potremo sganci un bel ducentomila tutto compreso.
Una volta avevo bisogno di due concubine: una bella e una brutta. Non essendo
previste battute, non era neanche necessario che sapessero recitare,
l'importante per ch fossero sul serio una bella e una brutta, cos com'era
scritto sulla sceneggiatura.Gli unici tenuti a parlare in quelle
scene,infatti, erano Aristippo e Antistene,rispettivamente i filosofi del
piacere e della rinunzia. Il primo dichiarava di poter amare solo le donne
molto belle, mentre il secondo sosteneva che le donne devono essere brutte,
perch pi sono brutte e pi amano i loro uomini senza riserve.
Convoco er Panciera.
Senti, gli dissi mi servono due ragazze, una bella e una brutta. La bella
ce l'ho gi: me la mandano quelli di Miss Italia. Tu mi dovresti trov la
brutta. Ci ho proprio 'a persona giusta, rispose lui con la solita
prontezza oggi pomeriggio me la carico e ve la porto.
E infatti verso le quattro del pomeriggio lo scorsi, all'ingresso della De
Paolis, insieme a una ragazzotta bassina. Appena mi vide, malgrado fosse
ancora a cinquanta metri di distanza, si mise a urlare: Dott, ci ho 'a
brutta, ci ho 'a brutta dott! Sentendolo gridare e, soprattutto, notando
tutta la troupe girarsi di scatto per vedere chi era questa brutta, lo
raggiunsi di corsa e, dopo avergli fatto l'occhiolino perch la smettesse di
umiliare la ragazza, finsi di protestare.
Ma Panciera, la signorina non brutta! Nun' brutta! esclam lui, al
colmo dello stupore. E peggio de cos nd la trova? Mi scusi, signorina,
lo interruppi, cercando di metterci Una pezza ma con ogni probabilit saremo
costretti a truccarla da brutta... Ma nun c' bisogno insist er Panciera.
Sta bene cos. Com'. Guardate che cosce che c'ha, dott:
me parono du' presciutti, me parono D'accordo, tagliai corto io allora la
prendiamo. E pe' la paga, dott, chiese ancora lui j stanno bene
centomila la brutta e cinquecentomila la bella? Durante le riprese del film
32 dicembre, er Panciera ebbe una strana avventura. Era un pomeriggio
d'estate e avevamo appena terminato di girare in una villa sulla via
Trionfale. Ci saremmo dovuti trasferire a Villa Borghese per girare una
ripresina in un parco pubblico, ma avevamo solo tre ore di luce e temevamo
di non farcela.
Secondo me, disse il mio aiuto o troviamo un parco nelle vicinanze, o
rimandiamo tutto a domani. 'Si potrebbe andare al Santa Maria della Piet嗷
propose il direttore di produzione.
Al manicomio? chiesi io. E il permesso? Lo abbiamo avuto altre volte
rispose lui. Il parco bello. Provo a vedere se ci fanno entrare. Fu cos
che finimmo nel maggiore ospedale psichiatrico di Roma. Scegliemmo un
angolino piuttosto lontano dall'edificio principale in modo da non dare e non
ricevere faStidio.
a quell'ora, il parco era quanto mai suggestivo e il sole, che aveva gi
iniziato la sua discesa sull'orizzonte, tracciava tra i rami degli alberi
lunghe strisce di luce.
Se vogliamo evidenziare i raggi, disse Danilo Desideri, il mio direttore
della fotografia, dovremmo fare un po' di fumo. ' Chiamai subito er
Panciera.
Panciera, fammi un piacere, gli dissi va' dietro quegli alberi e mettiti a
bruciare quante pi foglie secche puoi. Cerca di far molto fumo e mi
raccomando:
non farti vedere. Nasconditi dietro una siepe, buttati per terra, fa come ti
pare, ma non farti vedere. Er Panciera trov addirittura un fossato dove
eclissarsi.
Prima si procur le foglie e poi, al mio via, cominci a bruciarle.
La scena, era estremamente facile: si trattava di una ripresa senza sonoro. Un
attore doveva cambiarsi d'abito tra gli alberi e poi allontanarsi:
due ciak al massimo e tutti a casa. Quando terminammo, per, nessuno si
ricord di avvisare il Panciera. Dopo una mezz'oretta due infermieri videro
del fumo salire dal parco e, non sapendo del permesso accordatoci, andarono a
vedere che cosa stesse bruciando.
Trovarono er Panciera, in fondo a un fosso, tutto intento a bruciare foglie.
Che stai a fa'? gli chiesero.
Sto a fa' er fumo rispose giustamente er Panciera. E perch lo fai?
Perch m'ha detto er regista. Quale regista? Eccolo l! replic er
Panciera, uscendo dal fosso. E con suo grande stupore non vide pi nessuno.
I due infermieri gli si avvicinarono e con molta gentilezza lo presero
sottobraccio, uno da una parte e uno dall'altra. Poi gli rifecero la domanda.
Quale regista? Der firme rispose er Panciera sempre pi allarmato Quale
film? 32 Dicembre. Riuscimmo a liberarlo solo a tarda sera, quando, grazie
alla moglie, fummo avvisati che era stato internato.
L'anno scorso er Panciera lavorava sul set del film Mamba di Mario Orfini.
Il black mamba uno dei rettili pi velenosi del mondo.
La produzione se n'era fatti arrivare cinque dall'Africa equatoriale e li
aveva sistemati in una gabbia di vetro riscaldata a 40 gradi.
Ogni venti giorni, er Panciera procurava loro dei piccoli topolini bianchi
che i mamba divoravano in un solo boccone. Lui, in verit, le mani dentro la
gabbia non le metteva mai, ma li consegnava all'uomo dei serpenti, un negro
della Tanzania chiamato Ubasci, che non parlava altra lingua al di fuori
dello swahili.
Un giorno er Panciera mi telefona da Cinecitt.
Dott, ve chiamo da parte de' Orfini: dovete da ven subito a Cinecitt.
Che successo? chiedo io.
Adesso 'na cosa lunga da spieg pe' telefono, se venite qua v'a dico.
Vado a Cinecitt e trovo er Panciera che mi aspettava fuori dal cancello,
sulla Tuscolana.
Dott, stamattina dovevamo gir 'a scena der serpente che mozzica er conijo.
E allora? Allora sapete com' che succede sur sette: le luci a mezzogiorno
nunn'erano ancora pronte. Er serpente io ce l'avevO bbono bbono nella
vaschetta. Er conijo invece se lo passaveno de mano in mano tutte le ragazze
de la truppe. E dicevano Ma quant' carino, e fammelo ten pur'a mme, e
damoje quarche ccosa da magn嗷. Insomma, s'erano affezionate... A chi, al
coniglio? S, ar conijo. E proprio pe' questo, quann' hanno capito che fine
doveva fa', nun ve dico e nun ve conto quello che successo.
Assassini! gridaveno. Er conijo nun se tocca! Beh, per avevano
ragione... Allora continua lui io co' la massima gentilezza ho detto a le
ragazze: A stronze, ma ve lo sapete magn er conijo quanno annate ar
ristorante. Ebb, come ve credete che l'ammazzeno er conijo? Cor cortello da
cucina l'ammazzeno! E nunn' mejo mor d'un mozzico solo, d'un botto, che
scannati da'n cortello de cucina?.
nun ce stato gnente da fa': insomma, per farvela breve, nun vonno pi lavor
e so' annati tutti ar bar. La contestazione era pi grave di quanto potessi
immaginare. Era stata chiamata anche la Protezione animali e qualcuno voleva
denunciare il produttore per crudelt verso le bestie. :
Feci di tutto per calmare i pi esagitati. Promisi che avrei convinto il
regista ad addormentare il coniglio e a scaricare il veleno del mamba.
Quello che non potevo promettere era di convincere anche il mamba a non
mordere il coniglio. Sennonch, proprio mentre noi si stava discutendo su come
salvare la vita al coniglio, accadde l'incredibile. Mario Orfini aveva girato
lo stesso la scena e il coniglio aveva ammazzato il serpente. So benissimo
che la cosa pu sembrare inverosimile, eppure, cosa volete che vi dica, i
fatti erano andati cos: non appena alzata la paratia di vetro che divideva le
due bestie, il coniglio s'era avventato sul mamba e l'aveva sballottolato a
destra e a sinistra fino a farlo morire d'infarto.
Era un conijo ferocissimo! dott, mi disse er Pancera. praticamente 'na
belva!
Ubasci poraccio sta avvilito:
je so' morti tutti li mamba che s'era portato dall'Africa e sta 'a piagne'
nelo sgabuzzino dell'attrezzi.. e ve giuro che 'na pena! Ma com' che sono
morti tutti questi mamba? Perch nun so' abituati ar cinema, dott. Er
cinema italianO troppo feroce, nunn' come la giungla dove se po' Camp
tranquilli! I serpenti so' bestie che nun se moveno mai:
s e no na vorta ar mese se scomodano pe' magnasse n'animaletto. Magnano e
subito dopo se 'ntorcinano n'artra vorta. E gli altri come sono morti?
Sempre d'infarto, dott. Er regista ogni giorno li faceva StuzziC da Ubasci
co' la canna de bamb, perch cos quelli s'arrizzavano tutti 'ncazzati.
Allora er regista diceva: Bona questa, famone n'artra, e a forza de di'
Famone n'artra je preso un coccolone a tutti quanti.Nel frattempo, al bar, i
verdi del cinema, ispettore della Protezione animali in testa, brindavano
alla vittoria del coniglio, tanto che io non potei fare a meno di far
presente agli amanti della natura che anche i rettili, poverini, erano
animali. Ma a quanto pare gli ambientalisti dividono gli esseri viventi in
due categorie: i simpatici (foche, panda, cani, gatti, conigli, quaglie...)
che vanno protetti, e gli antipatici (topi, serpenti, zanzare, scarafaggi...)
che possono pure morire.
Adesso stamo in crisi, dott: nun ce so' pi serpenti pe' continu er firme
prosegu er Panciera. Bisogna aspett che n'arrivi quarcuno dall'Africa. Er
regista m'ha detto: A Panci, e trovame 'na biscia lunga un par de metri che
rassomija ar mamba, magari poi la pittamo de nero, ma io 'nd lapijo? E
non avevi un cognato allo zoo? Io? E quanno mai.
Il Dubbio positivo
E stato come quando ci s'innamora: l'ho incontrata per caso a Milano e poi,
piano piano, ho capito che non ne potevo pi fare a meno. Sto parlando della
filosofia, di questa strana scienza che, a essere sinceri, non so nemmeno io
bene che cosa sia, ma che a conti fatti ha cambiato il mio modo di vivere.
Ai tempi dei greci la filosofia s'identificava con il conoscere, nel senso
pi ampio del termine, poi col passare degli anni alcune delle branche che la
costituivano (come l'astronomia, la fisica, la politica e la medicina) si
sono messe in proprio, lasciando in casa solo l'etica, la logica e
l'ontologia.
L'inventore della parola filosofia pare sia stato Pitagora; dopo di lui
molti altri hanno cercato una definizione che potesse in qualche modo
circoscrivere l'area d'interesse della materia; i risultati, per, non sono
mai stati chiari.
Tanto per avere un'idea di quanti possano essere gli argomenti della
filosofia, ecco alcune definizioni prese da dizionari o da saggi
specialistici: Scienza che studia i principi e la ragione ultima delle cose
(Palazzi), Ricerca di un sapere capace di procurare un effettivo vantaggio
(Zingarelli, Riflessione dello spirito umano sul mondo che lo Circonda e su
se medesimo (De Ruggero), Un qualcosa a met strada tra la scienza e la
teologia (Russell).
Al liceo, la prima stupidaggine che s'impara che la filosofia quella
cosa, con la quale e senza la quale il mondo resta tale e quale; il che
potrebbe, anche essere vero, se si restasse sempre adolescenti, spensierati e
soprattutto immortali. Col tempo invece ci si accorge che senza le grucce di
una qualche fede o il conforto dell'apatheia, ovvero del distacco dalle
passioni, si vive malissimo. Socrate sosteneva che coloro che filosofano
dirittamente sono individui che si esercitano a morire;' noi, invece che
siamo pi allegri, ci serviamo della filosofia per migliorare la qualit
della vita. Alla fine scopriamo che entrambe le definizioni vogliono dire la
stessa cosa e che l'unica sostanziale differenza tra i due modi di concepire
la vita se sia preferibile mirare al massimo della felicit o accontentarsi
del minimo della sofferenza.
A volte mi chiedo: ma i grandi della finanza, gli Agnelli, i De Benedetti, i
Gardini, i Berlusconi, si divertono sul serio a comprare e a vendere imperi
economici? Provano un senso di felicit quando tornano a casa, la sera, con
mille miliardi in pi nel portafoglio? I capi della camorra e della mafia, i
Cutolo, i Liggio, i Rijna, trovano conveniente citare un mestiere che in
termini pratici vuol dire anche processi, carcere, guardie del corpo e
vendette trasversali su madri, spose e fratelli? I grandi uomini politici, i
De Mita, i Craxi, gli Andreotti, si sono mai chiesti se sia conveniente la
vita di un uomo di potere o quella di un padre di famiglia, magari semplice
impiegato comunale che per va a prendere ogni giorno la figlia a scuola? Ora
i suddetti signori, chi nel bene e chi nel male, non sono certo degli
sprovveduti, eppure finiscono tutti col sembrare ragazzini che si
accapigliano mentre stanno giocando a Monopoli. Vuoi vedere, mi chiedo, che
se avessero meditato un po' di pi sui problemi della filosofia, campavano
meglio?
A scuola non ebbi tempo di apprezzare granch la filosofia. Dovendo portare
alla maturit tutte le materie degli ultimi tre anni, fui costretto a
riassumerle al massimo, ragione per cui sostituii il troppo difficile Lamanna
con il piccolo Bignarni, un libricino dalla copertina marrone, severamente
proibito da tutto il corpo insegnante. Giunto per vicino agli esami, trovai
oneroso anche il Bignami e ripiegai Su alcuni appunti, da me definiti
sintetici, dove Talete, Anassimene ed Eraclito si erano via via ristretti
fino a diventare, rispettivamente, quello dell'acqua, quello dell'aria e
quello del fuoco.
Cominciai a capire qualcosa di filosofia solo dopo il divorzio. Ero ancora
innamorato di mia moglie e soffrivo molto la solitudine. Una sera in cui mi
sentivo particolarmente depresso ascoltai per caso, alla radio, una vecchia
canzone di Libero Bovio. Me ne voglio i all'America diceva il poeta ca sta
luntano assaie, me ne voglio add maie, te pozzo ncuntr cchi. Me voglio
scurd 'o cielo, tutte 'e canzone e 'o mare, me voglio scurd 'e Napule, me
voglio scurd 'e mammema, me voglio scurd 'e te. Il giorno dopo chiesi alla
IBM di essere trasferito il pi lontano possibile.
Una volta a destinazione, capii di aver commesso un errore madornale: a
Milano mi sentivo doppiamente solo. Oltre ad aver perso l'amore, infatti,
avevo perso anche i riferimenti a cui ero abituato da sempre, OVvero la casa,
la citt, i familiari e gli amici.
Appena arrivato, scesi in un albergo di via Fara; credo si chiamasse Royal, o
qualcosa del genere. Poi, verso sera, uscii e mi misi in cerca di una
trattoria. Essendo quella una zona di uffici, non trovai nessun locale aperto.
Camminai allora lungo una direzione che a naso, avrebbe dovuto portare verso
il centro. Non ricordo pi in quale ristorante andai a finire, so solo che
all'uscita trovai una nebbia cos fitta, ma cos fitta, che sentii un passante
esclamare: U, ma una nebbia cos non s'era vista mai. La nebbia mi
condizion a tal punto da farmi dimenticare perfino il nome dell'albergo
dov'ero alloggiato. Per un po' camminai senza meta, poi mi fermai e piansi in
silenzio.
Di tanto in tanto, i fari delle automobili mi passavano accanto, ora a
destra, ora a sinistra... Adesso che ci penso, dovevo stare al centro di una
carreggiata.
Non che a Milano i milanesi non fossero gentili con me (anzi!), ma lo erano
sempre e poi lo erano con tutti. Ecco un elenco sicuramente incompleto delle
persone gentili che incontravo ogni giorno sul percorso casa-ufficio: il
vicino di pianerottolo, il portiere, il barista, il giornalaio, il
parchegiatore, il benzinaio, il garagista, la receptionwt e la segretaria.
Capii subito che sarebbero stati ugualmente gentili anche se io fossi stato
un altro e questa mancanza di discriminazione nei miei confronti mi fece star
male. In altre parole, io cercavo una prova della mia esistenza e loro mi
sommergevano di cortesie indifferenziate.
Ricordo che una sera andai alla Rinascente e supplicai le commesse di
trattarmi in modo pi personale. Signorine, vi prego, dissi loro, proprio
non potete farmi lo sconto, fatemi almeno pagare qualche cosina in pi,
magari solo cento lire, purch la mia venuta, questa sera, lasci una traccia
nel vostro cuore. Niente da fare: mi scambiarono per un maniaco sessuale.
Prendiamo per esempio il mio vicino di casa, il dott. Gangemi, un anziano
signore che lavorava in una societ di assicurazioni. Lo incontravo tutte le
sere in ascensore. Avevamo gli stessi orari) e ogni volta, tra un Come sta?
e un Bene, grazie e lei?, riuscivamo a coprire il tempo necessario Per
passare dal pianoterra al terzo piano. Poi, A un certo punto, che mi fa
Gangemi? Sparisce, nel senso che non lo incontro pi per giorni e giorni; io
giustamente pensO che sia malato, e chiedo sue notizie al portiere, un
brianzolo di Cant.
E morto risponde il portiere.
E morto! ! ! E com' morto? D'infarto. E quando successo? Un mese
fa. E com' che io non me ne sono accorto? E morto durante un week-end.
Insomma il dottor Gangemi era morto senza farmelo sapere e il portiere, da
parte sua, non aveva sentito il dovere di tenermi informato. Se fosse stato
un portiere napoletano mi avrebbe atteso il giorno dopo, fermo come una
statua, sotto il portone, fin dalle prime luci dell'alba, se non altro per
essere il primo a darmi la triste notizia.
Ingegn, avete visto che successo? avrebbe detto, fingendo di credere che
gi sapevo tutto.
Che successo? avrei chiesto io.
Ma come: non sapete niente! si sarebbe stupito lui, sempre per senza
venire al fatto, in modo da prolungare al massimo l'attesa.
Io adesso sto tornando da Roma... Il dottor Gangemi... avrebbe cominciato
a dire, per poi bloccarsi all'improvviso come sopraffatto dalla commozione; e
qui, io, dalla sua faccia atteggiata al massimo cordoglio, avrei dovuto capire
tutto quello che era successo, anche perch lui (sempre per non
impressionarmi) la parola morto non l'avrebbe mai pronunziata.
successa una disgrazia? Abbassamento di palpebre.
E morto? Nuovo abbassamento di palpebre.
E come morto? Un infarto. Un infarto? Una cosa improvvisa, ingegn:
si stava allacciando le scarpe, quand' caduto faccia a terra in camera da
letto. La moglie ha chiamato subito un'autoambulanza, ma non c' stato niente
da fare.
Anche il padre, pace all'anima sua, finito cos. Allacciandosi le
scarpe? Sissignore, tanto che io ho pensato: ma questi Gangemi perch non
si comprano i mocassini? ..
Ma tu pensa che coincidenza! Una famiglia distrutta, ingegn, una famiglia
distrutta, avrebbe esclamato. Io proprio il giorno prima lo avevo incontrato
per le scale e gli avevo detto: Dott, ci sarebbe il condominio da pagare e
lui mi aveva risposto: abbi pazienza, Salvatore, ma adesso non ho tempo, ci
vediamo domani. E ora chi ce l'ha il coraggio di andare a dire alla vedova
che ci sarebbe il condominio da pagare! Ma voi, ingegnere mio, l'avreste
dovuto vedere nella camera ardente: Ges, Ges, e quant'era bello: stava li,
disteso come un patriarca, in mezzo ai fiori, sembrava che stesse dormendo!
Che poi, puveriello, diciamo la verit;, che teneva? S e no, sessantatr
anni: tra due anni sarebbe andato in pensione. E invece... Ha lasciato una
propriet a Casavatore e due quartini sopra i Camaldoli, tutti e;
per a fitto bloccato. Ma che siamo su questa terra! Che siamo! gli avrei
fatto eco io.
Certo che a Milano il portiere napoletano mi mancava, in compenso per la vita
di ogni giorno era diventata molto pi facile. Il lavoro si era di gran lunga
semplificato.
Mentre a Napoli non riuscivo a tornare a casa mai prima delle nove, a Milano,
alle sei, grazie alla puntualit milanese mi ero gi messo il cappotto per
uscire.
Ogni cosa funzionava COme doveva funzionare: la metropolitana passava
puntuale, i clienti rispettavano gli appuntamenti, la Scala iniZiava alle
otto in punto e tutti i cittadini, ma dico tutti, facevano il proprio dovere.
Tanto che io, da bravo uomo del Sud, cominciai ad avere dei forti complessi
d'inferiorit nei confronti dei milanesi: vuoi vedere, mi dicevo, che questi
qui sono pi intelligenti di noi? E conseguentemente sentii il bisogno di
rivalutare l'immagine dei napoletani.
Voi siete bravi, andavo dicendo a tutti anzi bravissimi! Attenzione per:
la vita non solo produttivit, anche immaginazione! E subito dopo, per
meglio sostenere la tesi dell'ozio, senza cadere nel macchiettismo, ricorrevo
a Bertrand Russell, oppure ai filosofi greci e alla loro diffidenza verso
ogni forma di produttivit.
Ai tempi di Socrate chiunque veniva sorpreso a lavorare era considerato un
banausi e come tale era disprezzato da tutti gli uomini di pensiero. Banausi
in greco voleva dire manovale, ma anche volgare e ignobile. Peffino Fidia,
Prassitele e Policleto, i tre artisti pi bravi di Atene, erano criticati per
il loro mestiere. Dicevano gli ateniesi: "S, d'accordo, saranno pure bravi,
per non possono negare che quando lavorano sudano come disgraziati!". E cos
anche noi, diretti discendenti dei greci, siamo cresciuti con una sana
diffidenza verso ogni forma di produttivit eccessiva. Ciascun popolo ha poi
un suo modo di concepire l'esistenza, una sua cultura di fondo che va
rispettata. Quando vedete un orientale fermo, immobile, che si guarda
l'ombelico e non fa niente, ma proprio niente, vi dvrebbe almeno Venire il
sospetto che quello l ha capito una cosa che, forse, voi, nel vostro
stakanovismo, non avete ancora capito. Dentro di me ero il primo a non
credere all'esistenza di una vera e propria filosofia napoletana, degna di
essere raccontata. Poi, a poco a poco, a forza di parlarne, cominciai a
crederci. La napoletanit era per me il dialogo, i rapporti interpersonali,
la musica, il sentimento e tutte quelle manifestazioni umane di cui pi
sentivo la mancanza a Milano. La milanesit, invece, era il rispetto per il
prossimo, la capacit di mettersi in fila, la puntualit e il senso civico.
Da pendolare nel lavoro divenni ben presto pendolare anche nei giudizi: mi
sorprendevo, sempre pi spesso a parlar bene dei milanesi a Napoli e dei
napoletani a Milano. Piano piano, senza quasi accorgermene, misi in piedi una
teoria, secondo la quale l'umanit sarebbe costituita da due grandi trib,
gli uomini di amore e gli uomini di libert, collocando i primi intorno al
bacino del Mediterraneo e i secondi nell'area di influenza anglosassone.
Per trovare puntelli alle mie idee, cercai di documentarmi sui filosofi greci
e scoprii che in proposito i nostri antenati avevano gi detto tutto o quasi.
Una forte spinta, infine, a dedicarmi allo studio della filosofia, la ebbi da
due pazzi a piede libero, entrambi residenti a Napoli: i professori Riganti e
Barbieri.
Riganti era un ex professore di fisica del liceo Vittorio Emanuele e uno dei
soci pi anziani del Circolo Napoli. Io pur senza avergli mai parlato di
persona, lo conoscevo di fama a causa della sua notoria avversione a
spostarsi dalla poltrona dove (dicono) si era seduto una decina di anni prima
il giorno in cui era andato in pensione. Anche arrivando molto presto al
Circolo, lo si trovava gi al suo posto, con accanto Ciro, il capocameriere,
che gli leggeva i titoli dei giornali.
Che si dice? chiedeva il professore.
La Cgil, la Cisl e la Uil hanno minacciato uno sciopero generale rispondeva
Ciro in piedi, sull'attenti, con il giornale spalancato tra le mani.
Nun me passa manco p'a capa! Vai avanti! rispondeva il professore senza
voltare lo sguardo.
Il partito socialista vorrebbe indire un nuovo referendum per consentire...
Nun me passa manco p'a capa! Vai avanti! lo interrompeva RigantiCaccia
agli evasori fiscali leggeva ancora Ciro.
Hanno mess la pena di morte? chiedeva Riganti, un pochino preoccupato.
Veramente non ancora. E allora nun me passa manco p'a capa! Vai avanti!
Una sera, approfittando del fatto che con lui c'erano due persone che
conoscevo, Beb Maglione e il comandante Bagnulo, mi unii anch'io alla
conversazione. Dopo le presentazioni di rito, il professore fece venire
quattro caff dal bar e Beb prese lo spunto dalla qualit del suo espresso
per comunicarci un progetto che aveva in mente da tempo.
Io, uno di questi giorni mi voglio aprire tre torrefazioni:
una la piazzo al Vomero, una alla Ferrovia e una a Fuorigrotta. Poi prendo un
furgoncino con autista e ogni mattina, alle sette in punto, le rifornisco di
caff tutte e tre. E com' che hai fatto questa pensata? chiese il
comandante Bagnulo.
Perch conosco i Matarazzo, ma non quelli di Napoli che non contano niente:
io conosco quelli veri, i Matarazzo del Brasile, quelli con i soldi! E
mentre diceva soldi struSciava il pollice con l'indice, facendo il gesto
che allude al denaro. Io se voglio li posso chiamare pure in questo momento.
A proposito che ora ? Le nove? Benissimo! a quest'ora in Brasile saranno le
cinque del pomeriggio.
Non me ne importa niente.
Adesso li chiamo e gli dico: "Mandatemi dieci quintali di caff: tutta roba
extra e di prima qualit". E poi come fai a controllare che il personale non
ti freghi? gli chiese il comandante.
E che ci vuole: io ci metto le casse elettroniche! rispose ridendo Beb.
Oggi con le casse elettroniche non ti possono scippare nemmeno cento lire.
Gli impiegati lavorano e io me ne sto tranquillo tranquillo al Circolo a
parlare, la sera alle otto, massimo alle nove, mi faccio un giretto con la
Mercedes e ritiro gli incassi. Proprio in quel momento il professore si
accorse che io avevo girato pi volte il cucchiaino nel caff.
Ingegnere, scusatemi se vi faccio una domanda, mi disse sorridendo perch
girate cos a lungo? Per far sciogliere lo zucchero. Allora sentite un
consiglio: col cucchiaino, fate solo un'andata e un ritorno, in linea retta,
senza girare tante volte lungo la parete della tazzina. Anzi, se proprio
volete fare una cosa buona, non muovetevi affatto: aspettate un paio di
minuti e vedrete che lo zucchero si scioglier da solo. E perch non mi
dovrei muovere? Me lo dite per farmi risparmiare fatica? No, solo per far
durare pi a lungo l'Universo. Mi scusi, ma non ho capito. E adesso ve lo
spiego rispose il professore, sempre con la massima cortesia.
Quando Dio cacci Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, sapete cosa disse?
Non lo sapevo e lui non si fece pregare per riferirmelo. Disse: "Tu uomo
lavorerai con sudore e tu donna partorirai con dolore!". Poi, quando li vide
uscire dal cancello gett loro l'ultimo anatema: "E tutti e due sarete
perseguitati nei secoli dei secoli dal Secondo Principio della
Termo-dinamica!". Ora io immagino che voi il Secondo Principio lo abbiate
studiato a scuola, o mi sbaglio? Certo che l'ho studiato risposi con
sicurezza, pur non ricordandone nulla.
Molto bene, si congratul lui allora, con il vostro permesso, io adesso
vorrei farlo conoscere anche agli amici. Quindi si volt verso Beb e il
comandante e li Costrinse a prestare attenzione, dopo di che, scandendo le
parole a una a una, declam ad alta voce il Secondo Principio della
Termodinamica: Ogniqualvolta la materia si trasforma in energia, una parte
di questa energia diventa non pi utilizzabile e va ad aumentare il Disordine
dell'ambiente. La misura del Disordine si chiama Entropia.
Ne segu un silenzio imbarazzante. Beb era disperato:
gett uno sguardo verso il biliardo, come a dire: Quanto sarebbe stato
meglio se ce ne fossimo andati a giocare a boccette!.
L'homo, continu il professor Riganti, ormai inarrestabile troppo
frettolosamente definito sapiens dagli antropologi, estrae il petrolio e lo
trasforma, prima in benzina e poi in energia cinetica. Cos facendo, s'illude
di aver messo ordine nel suo angolino, senza rendersi conto che invece ha
solo incrementato il Disordine; e gi, perch una parte dell'energia
contenuta dal petrolio si dispersa nell'aria sotto frma di anidride
carbonica e come tale non pi utilizzabile dal punto di vista energetico.
Attenzione adesso a quello che dico: "In ogni trasformazione il Disordine che
si crea sempre maggiore dell'Ordine che si creato". Ma dove sta tutto
questo disordine? chiese Bagnulo un po' spazientito, guardandosi intorno.
Sta intorno a noi e anche dentro di noi: se nessuno se ne accorge perch,
man mano che lo produciamo, lo mettiamo sotto i tappeti. Sotto i tappeti?
ripet Bagnulo, guardando, ancora una volta, i tappeti del Circolo.
S, come certe domestiche quando fanno le pulizie in Casa. Noi prendiamo il
Disordine e lo scarichiamo nei paesi del terzo mondo, oppure lo portiamo in
soffitta, cio l'atmosfera, o, peggio ancora, lo ficchiamo in qualche cavit
della terra, lasciandolo in eredit ai nostri posteri poi un giorno, magari
per mancanza di vento, il Disordine ristagna un pochino, pu accadere che una
citt come Milano si trasformi improvvisamente in una camera a gas. Questo
per pu accadere solo a Milano, non a Napoli? chiese Beb per
tranquillizzarsi. .
Succeder anche a Napoli il giorno in cui tutti i poveri incoscientemente,
pretendessero di avere un'automobile Ma perch: i poveri non possono avere
l'automobile? No che non la possono avere: l'automobile e, deve rimanere
un privilegio dei pochi. Il giorno in cui l'avranno tutti come se non
l'avesse nessuno: non si potr pi circolare e l'aria diventer
irrespirabile. E allora? E allora aveva ragione Pascal quando diceva:
l'infelicit del mondo dipende dal fatto che nessuno vuole restare a casa
sua". Se fino ad allora avevamo capito poco, la massima di Pascal fin col
confonderci definitivamente le idee: il professore se ne accorse e cominci a
formulare domande semplici, a cui, peraltro, rispondeva lui stesso.
Perch gli uomini non vogliono restare a casa?
hanno bisogno di distrarsi. E perch hanno bisogno di distrarsi? Per evitare
di pensare alla morte. E che fanno per non pensare alla morte? Corrono dietro
al denaro e al potere, come se denaro e potere potessero garantire loro
l'immortalit. Ergo: il saggio non si muove ma si allena a morire e questo i
santoni indiani lo avevano gi capito un migliaio di anni fa. Insomma,
concluse Beb, facendo gesti scaramantici, noi ci dovremmo allenare a
morire? Sissignore, assent il professore prima abituandoci all'idea e pOI
sottovalutandone l'importanza. E come si fa? Si comincia a pensare alla
morte come a un semplice sfratto di casa, con una certa nostalgia per ci che
si lascia e un piZZiCo di CurioSit per quello che si andr a conoscere. Anzi
sapete che vi dico? Secondo me, un uomo veramente curioso, per essere
all'altezza del suo desiderio, dovrebbe desiderare la morte come il mezzo pi
veloce per giungere alla Verit.
Io, per esempio, pi passa il tempo e pi la desidero. Beb Maglione e il
comandante Bagnulo si guardarono a vicenda ma non dissero nulla.
Una cosa certa, continu il professore il trapasso non sara doloroso.
Non si mai sentito di un moribondo che ha gettato un urlo terribile proprio
nell'attimo fatale. In genere ci si trasferisce senza accorgersene, come
quando si passa dalla veglia al sonno. E poi, alla fin fine, diciamo la
verit:
questa morte che sar mai! Se ho ben capito il vostro pensiero, disse il
comandante per allenarsi a morire, noi non dovremmo mai uscire di casa? Il
filosofo non esce.Andare al Circolo per come restare in casa afferm
Beb che di sicuro passava molte pi ore al Circolo che non a casa sua, dove
si dice avesse una moglie terribile.
Casa o Circolo non fa differenza, acconsent il professore l'importante
non muoversi. S, per l'immobilit anche sinonimo di morte cercai di
obiettare.
Solo quando l'Ordine coincide con il Disordine, e questo accadr soltanto
l'ultimo giorno rispose il professore, dOpodich prese una delle tazze vuote
che stavano sul tavolino e la mostr in giro. Guardate questa tazza: se io
adesso ci verso dentro un po' di latte e un po' di caff, che cosa ne viene
fuori? Un caffelatte si azzard a dire Beb.
Bravo, e perch? Perch cos che si fa il caffelatte rispose Beb che in
questi dialoghi socratici non si sentiva molto a suo agio.
Perch la Natura tende sempre all'omologazione, sentenzi il professore
quindi le molecole di caff e di latte entrando nella tazza, non resteranno
separate, le une di fronte alle altre, come due eserciti contrapposti, ma si
mischieranno tra loro e in pochi attimi formeranno un miscuglio di colore
intermedio chiamato caffelatte. Altra considerazione: il caff e il latte,
dopo essersi mischiate non potranno mai pi tornare com'erano in origine.
Morale:
il Disordine aumentato, e in modo irreversibile. Il comandante Bagnulo
lanci con lo sguardo un S o s a Beb perch trovasse una scusa qualsiasi per
sciogliere la seduta: era chiaro che non ne poteva pi del Secondo Principio
della Termodinamica e che avrebbe pagato qualsiasi cosa per andarsene. Io
invece ero sempre pi interessato al problema. E cosa c'entra il caffelatte
con la fine dell'Universo? C'entra rispose il professore, tutto contento
che almeno uno di noi lo avesse seguito. Perch, prima o poi, l'Universo
diventer un immenso cappuccino. La materia infatti prima o poi destinata a
polverizzarsi: perfino il protone, l'invisibile protone, tra alcuni anni, 10
per l'esattezza, non riuscir a mantenersi integro, e allora tutte le materie
esistenti formeranno un unico pastone, del tutto omogeneo, e non ci sar pi
diversit alcuna tra un punto e l'altro dell'Universo. Quel giorno, non
esistendo differenze di temperatura, potenziale energetico, di forze
elettromagnetiche, gravitazionali, nucleari forti, nucleari deboli o di altro
tipo, la materia non avr pi nessun motivo per spostarsi da un posto
all'altro dello spazio e tutto sar perfettamente immobile, la entropia avr
raggiunto il suo massimo valore e il Disordine verr a coincidere con
l'Ordine. ovvero con la Morte. E noi che dobbiamo fare? chiese Beb.
Non ci dobbiamo muovere rispose il professore.
Tutto questo, esclam il comandante Bagnulo perch l'ingegnere ha girato
tre volte il cucchiaino nel caff! Poi, voltandosi verso di me con tono
severo: Ingegn, avete visto che guaio avete combinato?.
S, s, voi scherzate... e poi ve ne accorgerete! lo ammon il professore.
Il Secondo Principio non perdona:
guai a sottovalutarlo, a credere che si tratti solo di un processo fisico dai
tempi lunghissimi. Lui, il maledetto, vi frega in tutti i campi, giacch
l'omologazione sempre in agguato.
Noi oggi stiamo parlando in italiano, domani, su queste stesse poltrone, i
nostri nipoti parleranno in inglese. Anzi, tutto il mondo parler in inglese,
perch cos esige il Secondo Principio. Non esisteranno pi i dialetti, le
lingue nazionali, i costumi, le feste, le musiche folcloristiche, la
tarantella, il sirtaki, il flamenco. In tutto il mondo imperverser il rock
americano o un altro ritmo che nel frattempo lo avr sostituito e noi saremo
costretti a ballarlo, ci piaccia o no. Non potremo pi bere il nostro caff
ristretto, ma saremo obbligati a bere il caff lungo, quello internazionale.
Useremo tutti lo stesso tipo di detersivo. Non esisteranno pi cibi regionali
perch mangeremo tutti da MacDonald.
Nessuno sar pi in grado di distinguere un esquimese da un brasiliano,,
perfino le razze scompariranno e avremo tutti lo stesso tipo di pelle (pi o
meno color caffelatte), cos come indosseremmo tutti gli stessi tipi di
jeans. La pubblicit sar il veleno preparato dall'omologazione e la
televisione il bicchiere dentro il quale ce lo faranno bere. Scusatemi
professore, lo interruppe il comandante, alzandosi in piedi ma ci stanno
chiamando dalla sala gioco: io e Beb abbiamo uno scopone lasciato in sospeso
Con i coniugi Filomarino. Beb nom se lo fece dire due volte e si alz anche
lui di scatto.
Peccato, profess蚧 si scus la conversazione era molto interessante, ma..
come si dice.. il dovere ci chiama! Restammo soli: io e il professor
Riganti. Sono due bravissime persone disse lui alludendo ai disertori.
Loro non lo sanno, ma sono due degni esempi di immobilit dinamica . Come
sarebbe a dire? Beb, da una decina di anni che dichiara di voler aprire
tre torrefazioni: una al Vomero, una alla Ferrovia e una a Fuorigrotta. Lo
dice sempre ma non lo fa mai. Il termine tecnico per definirlo "immobilit
dinamica". Di tanto in tanto minaccia anche di telefonare in Brasile ma
nessuno gli ha mai visto tirare fuori un gettone di tasca. Il comandante
Bagnulo invece un immobile di ritorno., Di ritorno? S, lui una volta
era un devastatore: aveva un cabinato di dodici metri, il famoso Re dei Mari,
con due diesel che appestavano l'aria, e imperversava per tutto il Golfo. E
per questo che lo chiamano il comandante? Sissignore, e anche per un'altra
ragione: Bagnulo era il pi grande rompicoglioni del Circolo. Si piazzava
all'angolo del terrazzo e controllava i movimenti di tutte le imbarcazioni
che entravano nel porticciolo. Non c'era manovra che gli andasse bene. Come
il proprietario della barca metteva piede a terra, lui se lo metteva sotto e
gli impartiva sul posto una lezione di nautica.
Hai fatto una schifezza di attracco, gli diceva quante volte ti debbo dire
che quando c' il libeccio la corrente ti porta a terra allora santiddio usa
tutti e due i motori! Altrimenti che te la sei comprata a fare una barca con
due motori?" Questo era Bagnulo. Poi, cinque o sei anni fa, girando con il Re
dei Mari intorno all'isola di Procida, non si accorse di una secca e col a
picco con tutta la barca. Quale secca? chiesi io. Quella prima del porto
venendo da Ischia? S, proprio quella li: e infatti adesso, al Circolo,
tutti la chiamano la secca Bagnulo. Si dice anche che nelle prossime carte
nautiche verr indicata proprio con questo nome. E inutile dire che il
poverino dopo il naufragio non ebbe pi il coraggio di farsi vedere in giro.
Adesso tornato:
saranno una decina di mesi, ma non d fastidio a nessuno- Non ha pi la barca
e si disinteressa in modo totale delle barche degli altri. Pratica anche lui
l'immobilit dinamica. A volte per si stanca di starmi a sentire e trova
scuse puerili per allontanarsi. L'altro personaggio che m'incoraggi sulla
strada della filosofia fu il professor Barbieri, un signore piuttosto avanti
con gli anni (sessanta che sembravano settanta), domiciliato a Napoli in via
Sant'Eligio al Mercato. Barbieri, pi che professore di lettere, amava
considerarsi un aio, ovvero un educatore globale. Il suo mestiere ideale
sarebbe stato quello di passeggiare su e gi per il bosco di Capodimonte, con
una dozzina di discepoli intorno (benestanti, altrimenti non li voglio), ai
quali insegnare l'arte sottile del Dubbio positivo. Purtroppo per lui gli
abitanti del Mercato erano tutte persone dedite al commercio all'ingrosso e,
come tali, amanti delle certezze assolute e dei pagamenti in contanti. Ci
premesso, il professore si ridusse a dare ripetizioni a due ragazzini
pestiferi che ricambiavano in pieno il suo odio.
Continuo a tenerli, mi disse un giorno perch sono rispettivamente figli
del salumiere e del fruttivendolo. La dignit, nel mio caso, abdica in favore
dell'appetito e induce il cervello alla rassegnazione. Di Barbieri mi parl
per la prima volta un farmacista, in treno, durante uno dei miei tanti viaggi
Milano-Napoli.
Lei deve assolutamente conoscerlo: le assicuro che non se ne pentir. Poi
tra voi napoletani sono certo che vi capireste a volo.
Pensi che io, grazie al suo aiuto, ho imparato anche ad ascoltare.
Un tempo non ero cos: volevo parlare sempre io. Parlavo e non imparavo mai
nulla. Per forza: non davo mai il tempo agli altri d'insegnarmi qualcosa! Non
avendo Barbieri un telefono, fui costretto a presentarmi a casa sua senza
preavviso. Suonai il campanello e un vocione m'invit a entrare. La porta era
aperta. Dentro faceva pi freddo che fuori. Lui stava seduto dietro una
scrivania e mangiava un piatto di pasta e ceci fra cataste di libri e di
carte.
Indossava un cappotto e sotto il cappotto un pigiama. Disturbo? chiesi io,
alquanto imbarazzato. Francamente s, ma dal momento che siete gi entrato,
accomodatevi. Siete voi il professor Barbieri? Forse rispose lui e cosi
dicendo, con una sola parola mi anticip tutte le sue idee.
In seguito, quando entrai pi in confidenza, fu lui stesso a darmi una
spiegazione di quella prima risposta dubitativa. Il saggio non nega e non
afferma, non si esalta e non si abbatte, non crede n all'esistenza di Dio, n
alla sua esistenza. Il saggio non ha certezze, ha solo ipotesi pi o meno
probabili. E allora che fa? chiedevo io.
Aspetta. Presi l'abitudine di andare a fargli visita la prima domenica di
ogni mese.
Arrivando in treno da Milano, mi facevo prestare la macchina da mia sorella e
lo portavo a pranzo a Torre del Greco, alla Casina Rossa. In cambio di una
zuppa di pesce e di un litro di Gragnano, lui m'insegnava il Dubbio positivo.
Il suo pensatore preferito era Brisone, un filosofo socratico del tutto
introvabile nei manuali di filosofia.
Brisone di Eraclea? Mi meraviglio che non lo conosciate! Fu il fondatore
dello zeticismo: ebbe come allievi Pirrone di Elide e Anassarco, e tanto vi
dovrebbe bastare. E che cos' lo zeticismo? La scuola di pensiero di
coloro che "cercano sempre e non trovano mai".
Zetetes infatti, in greco, vuol dire "cercatore". Ma che gusto c' a
cercare e a non trovare? obiettavo.
La gioia non sta sulla vetta ma nella salita, altrimenti gli scalatori si
farebbero depositare dagli elicotteri direttamente sul cocuzzolo delle
montagne. E qual era l'insegnamento di Brisone? Primo: l'epoch o
sospensione del giudizio, secondo: l'afasia o rifiuto del parlare, e terzo:
l'atarassia o assenza dell'angoscia. Con un capo famiglia che non prendeva
decisioni per nessun motivo al mondo, a mandare avanti la casa pensava la
signora Assunta, la moglie, una sarta specializzata in abiti da prima
comunione. I rapporti tra i due erano ormai di pura coabitazione: in pratica
si sopportavano a vicenda.
Di tanto in tanto lei cercava di giustificarlo.
Non pensatene male, mi diceva fa l'ateo solo per spaventare la gente, ma
di animo buono. Purtroppo gli piace meravigliare il prossimo e cos facendo
finisce col farsi prendere in giro. Una volta invece, credetemi, era una
persona tanto intelligente. Mia moglie non distingue gli atei dagli
agnostici ribatteva lui un po' schifato. Ho tentato pi volte di spiegarle
che differenza passa tra chi non crede e chi non sa, ma quando quella l non
vuole capire una cosa non c' niente da fare: lei considera atei perfino i
musulmani. A proposito di Fede, un giorno il professore mi port in camera
da letto a vedere il ritratto del suo Santo protettore.
Si trattava di una cornice a cassettone, stile impero, con all'interno un
punto interrogativo fatto tutto di lampadine colorate. Pi sotto, su una
mensoletta, due lumini sempiterni, di quelli che si usano nei cimiteri.
Barbieri pigi un pulsante e le lampadine del punto interrogativo
cominciarono ad accendersi e a spegnersi.
Chiedo scusa, disse la signora Assunta ma io quel tabernacolo ce l'ho
sullo stomaco! Anzi, se proprio debbo dire la verit: lo odio! Non datele
retta, ingegn, piuttosto non distraetevi e seguitemi intervenne Barbieri.
Il Punto Interrogativo il simbolo del Bene, cos come quello Esclamativo
il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti
Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che
sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e
democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle
Grandi Certezze, i puri dalla Fede Incrollabile, allora mettetevi paura
perch la Fede molto spesso si trasforma in violenza. E badate bene che io
qui non sto parlando solo di Fede religiosa, ma anche di Fede politica e di
Fede sportiva, di qualsiasi tipo di Fede insomma. Gli integralisti islamici, i
tifosi di calcio, i brigatisti neri o rossi, appartengono tutti a una stessa
razza, quella che ritiene di essere la sola a possedere la Verit, come se
poi potesse esistere davvero una Verit unica e incontrovertibile. Il vubbio
invece una divinit discreta, un amico che bussa con gentilezza alla
vostra porta. Il Dubbio espone con calma le sue idee ed pronto a cambiarle
radicalmente non appena qualcuno gli dimostrer che sono sbagliate.
Perdonatemi il gioco di parole, professore, ma ho qual che dubbio sul
dubbio risposi io. Prendiamo per esempio Cristoforo Colombo: solo la
certezza di trovare le Indie al di l dell'Atlantico lo indusse a partire. E
fu proprio questa certezza a dargli la forza di procedere sino in fondo. Poco
importa poi che i calcoli fossero sbagliati: lui part lo stesso e fin con
lo scoprire l'America. Io credo che nessuna con quista sia mai possibile senza
un minimo di fede. E perch mai? replic Barbieri. Non il Dubbio la
molla di ogni curiosit? A proposito: la parola Dubbio, io la pronuncio con
la D maiuscola, voi invece usate la minuscola. E chi ve l'ha detto che uso
la minuscola? Lo capisco dal tono: voi dite "dubbio", moscio moscio, senza
nessun entusiasmo, non dite "Dubbio" cos come lo dico io, forte e chiaro. E
badate bene che la D una lettera da non sottovalutare: Dio, il Diavolo, il
Dubbio, il Dopo sono tutti concetti che cominciano per D. Il Dopo? Che
cos' il Dopo? Il Dopo la domanda numero uno, quella che ci angoscia. A
proposito, ingegn: anche Domanda incomincia per D. Ma sentiamola pure questa
Domanda:
che cosa accadr Dopo? Vivremo una nuova vita Dopo? O ci annienteremo nel
Nulla? E qual la risposta? La risposta "non lo so". Un po'
deludente! Perch mai? Che senso ha credere alla cieca, quando basta
aspettare qualche anno per conoscere la verit? Perch aver Fede in qualcosa
che Dopo potrebbe rivelarsi non vera? Perch anche la Fede presenta i suoi
vantaggi, toglie l'ansia ad esempio, e perch, alla fin fine, pure il Dogma
comincia per D. Un giorno, dopo aver pranzato come sempre alla Casina Rossa,
andammo a farci una passeggiata al Vesuvio. Lavista dall'Osservatorio era di
quelle che facevano venire voglia di piangere. Ogni cosa sembrava che fosse
stata tirata a lucido solo per noi: il panorama ci appariva come una
cartolina ricordo, i mammelloni vesuviani sembravano pezzi solidificati di
panna montata di colore rossastro, e Capri, Ischia e Procida galleggiavano
felici.
Come si fa a non credere in Dio di fronte a uno spettacolo simile?
esclamai. E mai possibile che a costruire tutta questa roba sia stato solo
il,Caso e nient'altro che il Caso? Il problema non si pone rispose
Barbieri. Il Caso o il, Destino, il Big Bang o Nostro Signore, non fa alcuna
differenza. Un giorno lo verremo a sapere.
Quando io combatto ' la Fede, non lo faccio perch non credo all'esistenza di
Dio, ma perch desidero "non riposarmi" sul dogma. Preferisco vivere
dubitando piuttosto che archiviare Dio come un dato acquisito. Vivo pi io in
compagnia dell'idea di Dio che non un cattolico osservante. E si pu vivere
senza certezze? S, se si capaci di sperare. D'altra parte voi siete in
grado di nominarmi una sola cosa della cui esistenza possiate essere certo?
Non ho capito la domanda risposi io, non sapendo dove volesse arrivare.
Mi potete citare un solo episodio, per quanto piccolo, che secondo voi sia
realmente accaduto? ripet Barbieri. Non lo so... per esempio, che oggi, a
tavola, tutti e due abbiamo mangiato una spigola... Perch lei se l' gi
dimenticata? chiesi io a mia volta, visto che, non solo se l'era mangiata
tutta, ma si era anche e fatto portare la testa per spolparsela con l'abilit
di un chirurgo.
Certo che non l'ho dimenticata! E colgo l'occasione per ringraziarvi. Ma
siamo davvero sicuri che abbiamo mangiato una spigola? Perch non dovremmo
esserlo? Voi prima mi avete detto di credere in Dio..? S, ci credo.
Immagino che il vostro Dio sia Onnipotente. Se Dio, anche
Onnipotente. Ebbene, un Dio Onnipotente, volendo, non potrebbe aver creato
un mondo gi in funzione? In che senso "gi in funzione"? Insomma,
ribatt Barbieri un po' spazientito il nostro mondo, il cielo, il mare,
l'universo, tutto questo spettacolo che ci sta intorno, non potrebbe essere
stato creato proprio in questo preciso momento?
Supponiamo per un attimo che ognuno di noi sia nato adesso: alle 15.32 di
oggi, con una memoria prememorizzata nel cervello, grazie alla quale crediamo
di aver gi vissuto. In questo caso la spigola... ... crediamo di averla
mangiata, ma nella realt non mai esistita: solo una delle tante immagini
che la nostra memoria ha avuto in dotazione nel momento di nascere. Ma
impossibile! Nossignore, improbabile.
tre su quattro
Quando uno scrittore produce un libro di ricordi, il minimo che gli si pu
chiedere di ricordare, e, magari, di non dire bugie. Eppure, non cos
facile come sembra, se non altro perch il passato non sta mai fermo un
attimo: mobile come una bandiera in una giornata di vento. Visto con gli
occhi del presente, tende continuamente a modificarsi, fino a diventare
quello che Sant'Agostino definiva il presente del passato. Io in questo
momento, mi sento come un impiegato che ha avuto quattro settimane di ferie e
ne ha fatte gi tre. Un po penso agli anni vissuti, e un po', non senza
qualche preoccupazione, a quelli ancora da vivere. Ho la sensazione di star
seduto su una sedia, in uno spazio piccolissimo, praticamente un corridoio di
passaggio, e di gettare uno sguardo in due camere attigue: una sulla destra,
enorme, piena zeppa di ricordi buttati alla rinfusa, e una sulla sinistra,
non molto bene illuminata, nella quale riesco nota: Nella nostra mente
convivono il presente del passato, che la memoria, il presente del
presente, che l'intuizione, e il presente del futuro, che l'attesa.
Sant'Agostino, Le confessioni, libro XXI, cap. XX.
La copertjna di questo libro vUole essere per l'appunto una foto della
memoria.
con alcuni oggetti che si ricordano meglio, e altri, invece, che tendono a
sparire. Fine nota.
a malapena a scorgere delle ombre. Di fronte a me un grande orologio segna il
tempo, mentre, impercettibilmente, le pareti del mio corridoio si spostano da
destra verso sinistra. Non che io le veda spostarsi, sia chiaro, ma sta di
fatto che pi passa il tempo, pi diventa grande la camera del passato mentre
quella del futuro rimpicciolisce. La camera dei ricordi rassomiglia a un
gigantesco negozio di bric--bruc:
una radio Allocchio Bacchini, il diploma di primo classificato negli 800 metri
ai campionati campani del '51, un orologio Wyler-Vetta con le lancette verdi,
fosforescenti, la mia prima bicicletta da uomo (la Bianchi modello Splendor,
verniciata in nero e filettata d'oro), una notte trascorsa a passeggiare con
gli amici parlando di futili (e se tu vincessi un milione che cosa faresti?)
massimi sistemi (ma secondo te Dio esiste?), una frittata di maccheroni
mangiata a Coroglio, al Lido delle Sirene con mamm che mi conserva la fetta
con la crosta pi cotta perch sa che quella che pi mi piace.
Nell'altra stanza invece, quella del futuro, non riesco a distinguere nulla.
Vorrei tanto vederci le prove di un ultimo amore, possibilmente meno sofferto
dei precedenti oppure il manifesto di quel film che avrei sempre voluto
girare e non ho ancora girato, o la copertina di quel libro che avrei sempre
voluto scrivere e che non ho mai scritto. Vorrei un televisore magico con il
quale poter rivedere anno dopo anno, giorno dopo giorno, tutta la mia vita.
Chiss che effetto mi farebbe, vedermi agire senza impulsi, idee ed emozioni
che non appartengono pi al mio modo di pensare? Sono davvero io quel
biondino che si strugge d'amore mentre aspetta la fidanzata all'uscita della
scuola? Mi batterebbe ancora il cuore durante l'esame di maturit? Ripeterei
certe goliardate, come farsi rinchiudere nella gabbia delle scimmie, sotto la
scritta Mandrillus Parthenopeus? Cosa potrei dire a mia discolpa se fossi
costretto a risentire le mie conversazioni politiche del '46 quando, Dio solo
sa perch, tifavo Monarchia? E i litigi con i genitori? E le bugie alle
amanti? E il coretto dei Black Brothers con Arbore, Benigni, Andy Luotto e
Fabrizio Zampa, tutti e quattro camuffati da negri?
Se invece di rivedere una giornata del passato, provassi a sbirciarne una del
futuro? Potrei conoscere in anticipo tutte le difficolt e le gioie che mi
aspettano: che so io...
una recensione... un particolare riconoscimento professionale... una festa di
compleanno... il viso di un nipotino non ancora nato... Facendo attenzione
per a non spingermi troppo in avanti, per non imbattermi in una data
tremenda, dopo la quale lo schermo non darebbe pi immagini in movimento...
No, no, non credo che, se anche possedessi un video del genere, avrei mai il
coraggio di usarlo.
Certo, quando mi rendo conto di come sono trascorse in fretta le prime tre
settimane, non posso non provare un senso di angoscia pensando alla quarta:
qui non si fa in tempo a dire Buon Natale che subito ti arriva addosso la
Pasqua, e poi ancora il Natale e poi ancora la Pasqua, finch un brutto
giorno incontri un compagno di scuola che ti dice: ieri ho ritirato la carta
d'argento.
E che cos'? gli chiedi.
Come, si stupisce lui non sai cos' la carta d'argento?
Tutti possono avere la carta d'argento, basta avere sessant'anni. Guarda che
sul serio una grande comodit: sui treni ti fanno lo sconto del 30 per
cento. E io che c'entro? vorresti dirgli, ma te ne manca il coraggio.
Che cos' il tempo? si chiede Sant'Agostino, quindi aggiunge Se nessuno m
lo chiede, lo so, ma se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, finirei col non
saperlo.
E il Presente?
Esiste sul serio il Presente? Se vero che il passato non esiste, perch non
pi, e se altrettanto vero che il Futuro non esiste, perch non ancora,
come fa il Presente a esistere, quando solo una separazione tra due cose
che non esistono?
Pu esistere un qualcosa la cui condizione d'esistenza quella di cessare
d'esistere? E indubbio che ci sono due concetti di tempo: quello fisico
(tempo esterno), che dovrebbe essere uguale per tutti, e quello psichico
(tempo interno), che diverso da persona a persona e che varia col variare
degli avvenimenti. Il tempo psichico un connotato personale, come il colore
degli occhi o dei capelli, ma anche una grandezza accidentale: basta
confrontare la giornata di un venditore di detersivi a domicilio con quella
di un ergastolano per capire come possa variare il tempo.
Sant'Agostino lo definiva un'estensione dell'Animo Umano. A proposito di
tempo psichico, credo che possa essere illuminante un episodio capitatomi
quando lavoravo in IBM. A Napoli avevamo una sede eccezionale: primo e ultimo
piano di uno dei pi bei palazzi di via Orazio, vista panoramica sul Golfo.
Unico difetto: un ascensore moscio, o per dirla in linguaggio tecnico non
adeguato alla dinamicit dell'azienda. Ogni giorno c'era qualcuno degli
impiegati che protestava per l'estenuante attesa al pianerottolo del primo o
del sesto piano. D'altra parte l'edificio, a suo tempo, era stato progettato
per un uso esclusivamente abitativo.
Venne subito creata una task-force di esperti. Da Milano arrivarono un
architetto e un geometra dell'Ufficio Gestione Sedi, che nel giro di una
settimana misero a punto un progetto per un secondo ascensore da costruire
nel cortile del fabbricato. Nel frattempo don Attilio, il portiere dello
stabile, fu incaricato di rilevare quante persone prendevano l'ascensore tra
le 8.30 e le 19, compito questo che il brav'uomo port a termine con molto
scrupolo, riempiendo di segni un quaderno a quadretti dalla copertina nera.
Ingegn, guardate se faccio bene, mi disse un giorno, mostrandomi il
quaderno io disegno un'asta per ogni inquilino che vedo salire e una croce
per ogni IBM. Poi, dopo una breve pausa, mi guard con aria di sconforto e
aggiunse: Una croce, ingegn, una croce!.
Alla fine del rilevamento fu indetta una riunione per valutare i costi
dell'operazione e per convincere qualche condomino ancora riluttante a non
opporsi al progetto.
Erano presenti tutte le funzioni interessate. Si stava discutendo dei
permessi comunali, quando dal fondo della sala don Attilio chiese la parola.
Veramente, avrei una proposta da fare: posso parlare? Dica pure gli
rispose il direttore.
Chiedo scusa se m'intrometto, ma io, al posto vostro, invece di spendere
tutti questi milioni per un secondo ascensore, mi comprerei due begli
specchi. Uno lo piazzerei al primo piano e un altro al sesto: cos la gente
si guarda, il tempo passa e nessuno se ne accorge. Questa fu la soluzione
adottata e da quel momento nessuno pi si lament delle attese.
Uno dei modi per essere sicuri dell'esistenza del tempo quello di osservare
qualcosa che si muove. Supponiamo che davanti a me passi, ancheggiando, una
bella ragazza, e che io possa dire che prima era alla mia destra e che dopo
si portata alla mia sinistra. Il prima e il dopo in questo caso, potrebbero
costituire una discreta prova dell'esistenza del tempo. Eppure, malgrado io
l'abbia vista passare, non sapr mai quanto tempo effettivamente abbia
impiegato a percorrere quei pochi metri.
La ragazza passata davanti a me e io l'ho continuamente fotografata, con la
retina, a intervalli regolari di un ventesimo di secondo. Attaccando una
dietro l'altra tutte queste immagini, il mio cervello alla fine potr dire di
aver visto la ragazza passare, cos come uno spettatore che ha appena
assistito a La carica dei seicento sicuro di aver visto Errol Flynn.
fiondarsi al galoppo sul nemico. In effetti sia la ragazza che Errol Flynn,
presi istante per istante, erano del tutto immobili, anche se colti in
posizione diverse. E solo l'assemblaggio dei fotogrammi, operato dal
cervello, che restituisce l'idea del movimento.
Quanto detto pu darci un'idea della soggettivit del movimento e quindi
anche del tempo: se la sensibilit del mio occhio fosse stata molto pi
lenta, supponiamo per esempio, non superiore al decimo di secondo, io avrei
visto la ragazza passarmi davanti, freneticamente, come in una comica di
Ridolini. Se, al contrario, avessi avuto la sensibilit visiva di una zanzara,
che mi dicono altissima, l'avrei vista procedere pian piano, come se
camminasse al rallentatore.
E per questo motivo che quando cerchiamo di schiiacciare una zanzara alla
parete non la becchiamo mai: la bestiola, nel suo mondo visto alla moviola,
vedr avvicinarsi il nostro giornale con estrema lentezza e avr tutto il
tempo che vuole per evitarlo, anzi, potr anche avvertire qualche compagna
distratta.
Guarda che sta arrivando un giornale! Sul serio? E "Repubblica"! Mamma
mia: "Repubblica"! E cosa mi consigli di fare? Non lo so...
andiamo pi in alto, cos nessuno potr pi darci noia. E se ne volano via.
A questo punto non posso fare a meno di chiedermi: ma qual il vero tempo
dell'Universo? Quello dell'uomo o quello della zanzara? E gi, perch la
zanzara, pur vivendo pochissimi giorni, ha una visione del tempo talmente
rallentata che le sembrer di vivere tantissimo.
Chiamiamo in aiuto Bergson, Einstein e Fellini e vediamo se uno di questi tre
illustri signori, tra filosofia, scienza e poesia, possa darci una mano a
capire meglio che cos' il tempo.
Secondo Bergson, l'occhio che vede la ragazza, ma la mente che vede il
movimento.6 Infatti, dice il filosofo, se mentre guardo un pendolo vengo
preso dal sonno, di chi la colpa? Dell'ultima oscillazione? No di certo,
altrimenti mi sarei addormentato fin dalla prima. E ovvio quindi che a farmi
addormentare stata la regolarit del movimento, e che il fenomeno non si
sarebbe verificato se in soccorso dell'occhio non fosse arrivata la memoria,
e cio la mente, a ricordare tutte le oscillazioni precedenti. La durata,
conclude Bergson, non un qualcosa di esterno che si possa misurare, come si
fa per lo spazio, ma una sintesi mentale.
Einstein va oltre: pensa che non solo il tempo psichico, quello interno, sia
relativo, ma che anche il tempo fisico, quello esterno, possa variare in
funzione della velocit con cui l'orologio viaggia nello spazio, e per farlo
capire ai non matematici racconta il paradosso dei gemelli.
C'erano una volta due gemelli che non si perdevano mai di vista:
per venti anni erano stati sempre insieme, a scuola alle feste e in vacanza,
poi un bel giorno uno di loro viene assunto in una banca come sportellista e
l'altro s'imbarca su una navicella spaziale. L'astronauta, una volta partito,
non fa che girare vorticosamente tra le stelle, finch una sera, dopo venti
anni, preso dalla nostalgia, torna a casa e trova che il fratello ha compiuto
quarant'anni ed diventato direttore di banca. Lui, invece, ha solo ventuno
anni, e questo perch (sempre secondo Einstein) quando ci si sposta a
velocit cos alte, pressoch uguali a quella della luce, venti anni possono
corrispondere a un anno soltanto. Ma chiariamo bene il concetto: non che
l'astronauta crede che sia passato solo un anno; per lui davvero trascorso
solo n anno, nel senso che la sua pelle, i suoi capelli e tutto il resto
risultano invecchiati di un anno soltanto. In altre parole durante il viaggio
tutti i tempi biologici del suo corpo sono stati rallentati, come se
all'interno delle cellule ci fossero tanti orologetti che hanno subto un
rallentamento per effetto della velocit.
Se non ci credete, studiatevi la formula riportata nella nota.' Se abbiamo
avuto qualche problema a definire la durata del tempo entro periodi
relativamente brevi, figuriamoci quali difficolt incontreremmo se ci
spostassimo col pensiero agli estremi confini del Creato, al dopo del dopo,
ovvero ai bordi dell'infinito.
Prima che io nascessi c'era Garibaldi, e prima di Garibaldi c'era Lorenzo il
Magnifico, e prima di Lorenzo il Magnifico c'era Epicuro, e prima di Epicuro
la preistoria, e prima della preistoria le ere paleontologiche" e prima
ancora il big bang, e prima del big bang..? E qui mi fermo senza pi sapere
che cosa inventarmi. L'unica risposta che mi viene in mente Dio,. che
per a questo punto diventa una spiegazione fin troppo ccomoda. Ma che
faceva Dio si chiede Sant'Agostino prima di creare il Cielo e la Terra? E
subito risponde: Non faceva nulla.
Agli stessi risultati arriivo io se provo a inoltrarmi nel futuro. Corro con
l'immaginazione avanti, sempre pi avanti, chiedendomi di continuo:
Che cosa accadr ddopo la mia morte, e dopo la morte di tutti gli uomini, e
dopo la morte dell'Universo?. Pu essere che alla fine di tutto questo
baraccone non ci sia nulla di organizzato? Insomma che non ci sia niente, ma
proprio niente di niente, e che non possiamo far niente per evitare tutto
questo niente? Pensa come ci resterebbe male Berlusconi!
E allora, mi chiedo ancora, tutti i capolavori, i panorami, i grandi uomhini:
Socrate, Capri, Ges, Tot, la Nona di Beethoven, Chaplin, Dostoevskij,
ShakespeOalre, Amor che a nullo amato amar perdona, Leonardo da Vinci e
compagnia bella che sarebbero nati a fare? Solo per prendere in giro
l'umanit? Mi rifiuto di pensarlo.
Federico Fellini, nel finale del film I clovvn, avanza Un'ipotesi: ci
ritroveremo tutti, perlomeno quelli che si vogliono bene, in un'altra
dimensione, probabilmente in una dimensione musicale.
C' un pagliaccio che racconta: Una volta facevo un numero con un compagno
che si chiamava Fru-Fru: fingevamo che lui fosse morto. Io entravo e
chiedevo: Dov' Fru-Fru?. E il direttore mi rispondeva: Non lo sai che
morto?". Come sarebbe a dire morto? protestavo io. Mi deve ancora
restituire le dieci salsicce che gli ho prestato l'anno scorso! E il
direttore: "Eppure morto.
Allora io mi mettevo a girare per tutta la pista e gridavo Fru-Fru...
Fru-Fru...
ma nessuno mi rispondeva. "E se fosse morto davvero," pensavo "come faccio a
trovarlo? Uno non pu mica sparire cos: da qualche parte deve pur stare." A
questo punto mi viene un'idea: provo a suonare la canzone del nostro numero,
ebbene, non appena attacco una nota, ecco che lui mi appare, come per
incanto, e mi risponde suonando.
Che io provi a fantasticare dell'inizio dei tempi oppure della fine del
mondo, le difficolt sono sempre le stesse; la ragione non ce la fa a venirmi
dietro. Forse potrei tentare con l'intuizione, come se la ragione fosse solo
la rincorsa e l'intuizione il balzo necessario per giungere alla verit.A
meno che, stanco di cercare invano, non mi riposi nella Fede.
Ma cercare Dio desiderando, come diceva il professor Barbieri, il mio folle
amico del Dubbio, non forse meglio che trovarselo precotto e a buon mercato
con la Fede?
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