Gabriel Garca Mrquez.
DODICI RACCONTI RAMINGHI.
Traduzione di Angelo Morino.
Copyright Gabriel Garca Mrquez, 1992.
Titolo originale dell'opera: "Doce cuentos peregrinos".
Copyright 1992 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
Prima edizione Omnibus ottobre 1992.
Prima edizione Bestsellers Oscar Mondadori maggio 1994.
Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.
INDICE.
Premessa.
Perch dodici, perch racconti e perch raminghi: pagina 3.
Buon viaggio, signor presidente: pagina 11.
La santa: pagina 49.
L'aereo della bella addormentata: pagina 70.
Mi offro per sognare: pagina 79.
Sono venuta solo per telefonare: pagina 89.
Spaventi di agosto: pagina 113.
Maria dos Prazeres: pagina 118.
Diciassette inglesi avvelenati: pagina 139.
Tramontana: pagina 158.
L'estate felice della signora Forbes: pagina 166.
La luce come l'acqua: pagina 185.
La traccia del tuo sangue sulla neve: pagina 191.
Premessa.
Perch dodici, perch racconti e perch raminghi.
I dodici racconti di questo libro sono stati scritti nel corso degli
ultimi diciotto anni. Prima della loro forma attuale, cinque sono
stati articoli di giornale e sceneggiature cinematografiche, e uno
stato un serial televisivo. Un altro lo raccontai quindici anni fa
durante un'intervista registrata, e l'amico cui l'avevo raccontato poi
lo trascrisse e lo pubblic, e adesso l'ho riscritto a partire da
quella versione. E' stata una strana esperienza creativa che merita di
essere spiegata, anche solo perch i bambini che da grandi vogliono
diventare scrittori sappiano fin d'ora quanto insaziabile e
corrosivo il vizio di scrivere.
La prima idea mi venne all'inizio degli anni Settanta, a proposito di
un sogno chiarificatore fatto dopo cinque anni che vivevo a
Barcellona. Avevo sognato di assistere al mio funerale, a piedi,
camminando in mezzo a un gruppo di amici vestiti a lutto stretto, ma
in vena di bagordi. Sembravamo tutti felici di stare insieme. E io pi
di ogni altro, per via di quella grata occasione che mi offriva la
morte di ritrovarmi con i miei amici dell'America latina, i pi
vecchi, i pi amati, quelli che non vedevo da pi tempo. Al termine
della cerimonia, mentre cominciavano ad andarsene, io avevo tentato di
seguirli, ma uno di loro mi aveva fatto notare con una severit
risoluta che per me la festa era finita. Sei l'unico che non pu
andarsene mi aveva detto. Solo allora avevo capito che morire non
ritrovarsi mai pi con gli amici.
Non so perch, quel sogno esemplare lo interpretai come una presa di
coscienza della mia identit, e pensai che era un buon punto di avvio
per scrivere sulle cose strane che succedono ai latinoamericani in
Europa. Fu un'idea incoraggiante, perch poco prima avevo finito
"L'autunno del patriarca", che stato il mio lavoro pi arduo e
arrischiato, e non sapevo come proseguire.
Per circa due anni presi appunti sugli argomenti che mi passavano per
la testa senza ancora decidere cosa farne. Siccome non avevo in casa
un blocco per appunti la sera in cui decisi di cominciare, i miei
figli mi prestarono un quaderno da scuola. Erano loro che lo portavano
negli zainetti di libri durante i nostri viaggi frequenti per timore
che si perdesse. Arrivai ad avere sessantaquattro argomenti annotati
con cos tanti dettagli che mi mancava solo di scriverli.
Fu a Citt del Messico, al mio ritorno da Barcellona, nel 1974, che mi
si chiar che questo libro non doveva essere un romanzo, come mi era
sembrato all'inizio, bens una raccolta di racconti brevi, basati su
fatti giornalistici ma redenti dalla loro condizione mortale grazie
alle astuzie della poesia. Fino ad allora avevo scritto tre libri di
racconti. Tuttavia, nessuno dei tre era concepito e risolto come un
tutto, essendo ogni racconto un pezzo autonomo e occasionale. Sicch
scrivere quei sessantaquattro poteva essere un'avventura affascinante
se fossi riuscito a buttarli gi tutti di getto, e con un'unit
interna di tono e di stile che li rendesse inseparabili nella memoria
del lettore.
I primi due - "La traccia del tuo sangue sulla neve" e "L'estate
felice della signora Forbes" - li scrissi nel 1976, e subito li
pubblicai in supplementi letterari di vari paesi. Non mi presi neppure
un giorno di riposo, ma a met del terzo racconto, che era proprio
quello del mio funerale, mi accorsi che stavo stancandomi pi che se
fosse stato un romanzo. Lo stesso mi accadde col quarto. A tal punto,
che non ce la feci a finirli. Adesso so perch: lo sforzo di scrivere
un racconto breve intenso quanto cominciare un romanzo. Perch nel
primo paragrafo di un romanzo bisogna definire tutto: struttura, tono,
stile, ritmo, lunghezza, e talvolta persino il carattere di qualche
personaggio. Il resto il piacere di scrivere, il pi intimo e
solitario che si possa immaginare, e se uno non rimane a correggere il
libro per il resto della vita perch lo stesso rigore di ferro di
cui c' bisogno per cominciarlo si impone per finirlo. Il racconto,
invece, non ha inizio n fine: viene o non viene. E se non viene,
l'esperienza propria e altrui insegnano che quasi sempre pi
salutare ricominciarlo per un'altra via, o buttarlo nella spazzatura.
Qualcuno che non ricordo l'ha detto bene con una frase consolante: Un
buon scrittore lo si apprezza meglio da quanto straccia che da quanto
pubblica. E' vero che non ho stracciato i brogliacci e gli appunti,
ma ho fatto di peggio: li ho spinti nell'oblio.
Ricordo di avere tenuto il quaderno sulla mia scrivania di Citt del
Messico, naufrago in una burrasca di fogli, fino al 1978. Un giorno,
cercando qualcos'altro, mi accorsi che da tempo l'avevo perso di
vista. Non me ne import. Ma quando mi convinsi che davvero non era
sul tavolo ebbi una crisi di panico. Non rimase in casa un angolo che
non fosse stato setacciato a fondo. Spostammo i mobili, smontammo la
biblioteca per essere sicuri che non fosse caduto dietro i libri, e
sottoponemmo domestici e amici a inquisizioni imperdonabili. Non ce
n'era traccia. L'unica spiegazione possibile - o plausibile? - che
in qualcuno dei tanti massacri di carte che faccio spesso il quaderno
fosse finito nella spazzatura.
La mia reazione mi stup: gli argomenti che avevo dimenticato per
quasi quattro anni si erano trasformati in una questione d'onore.
Cercando di recuperarli a qualsiasi prezzo, in una fatica ardua quanto
scriverli, riuscii a ricostruire gli appunti di trenta di loro.
Siccome lo stesso sforzo di ricordarli mi era servito da purga,
eliminai spietatamente quelli che mi sembrarono insalvabili, e ne
rimasero diciotto. Questa volta mi animava la risoluzione di
continuare a scriverli senza interruzioni, ma ben presto mi resi conto
che non mi entusiasmavano pi. Comunque, al contrario di quanto avevo
sempre consigliato ai nuovi scrittori, non li buttai nella spazzatura
ma di nuovo li archiviai. Non si pu mai sapere.
Quando cominciai "Cronaca di una morte annunciata", nel 1979, mi
accorsi che nelle pause fra i due libri avevo perso l'abitudine di
scrivere e mi era sempre pi difficile ricominciare. Per questo, fra
l'ottobre del 1980 e il marzo del 1984, mi imposi di scrivere un
articolo ogni settimana su giornali di diversi paesi, come disciplina
per mantenermi il polso caldo. Allora mi venne da pensare che il mio
conflitto con gli appunti del quaderno era sempre un problema di
generi letterari, e che in realt non dovevano essere racconti ma
articoli di giornale. Solo che dopo avere pubblicato cinque articoli
presi dal quaderno, di nuovo cambiai parere: andavano meglio per il
cinema. Fu cos che ne vennero fuori cinque film e un serial
televisivo.
Quel che non avevo mai previsto fu che il lavoro per i giornali e per
il cinema mi avrebbe fatto cambiare certe idee sui racconti, al punto
che scrivendoli adesso nella loro forma conclusiva ho dovuto stare
attento a separare con le pinze le mie idee da quelle inserite dai
registi durante la scrittura delle sceneggiature. Inoltre, la
collaborazione simultanea con cinque creatori diversi mi ha suggerito
un altro metodo per scrivere i racconti: ne cominciavo uno quando
avevo tempo libero, lo mettevo da parte quando mi sentivo stanco, o
quando spuntava un progetto imprevisto, e poi ne cominciavo un altro.
In poco pi di un anno, sei dei diciotto argomenti sono finiti nel
cestino della cartaccia, e fra questi quello del mio funerale, non
essendo mai riuscito a far s che fosse una gazzarra come quella del
sogno. I racconti rimanenti, invece, sono parsi prendere fiato per una
lunga vita.
Sono i dodici di questo libro. Nel settembre scorso erano pronti per
essere stampati dopo altri due anni di lavoro intermittente. E cos
sarebbe finito il loro incessante andar raminghi fra il tavolo e il
cestino della cartaccia, solo che all'ultimo momento mi ha preso un
dubbio finale. Visto che le diverse citt d'Europa in cui si svolgono
i racconti le avevo descritte a memoria e nella distanza, ho voluto
controllare la fedelt dei miei ricordi quasi vent'anni dopo, e ho
intrapreso un rapido viaggio di ricognizione a Barcellona, a Ginevra,
a Roma e a Parigi.
Nessuna di queste citt aveva pi nulla a che vedere con i miei
ricordi. Tutte, come tutta l'Europa attuale, erano rarefatte da un
capovolgimento stupefacente: i ricordi reali mi sembravano fantasmi
della memoria, mentre i ricordi falsi erano cos convincenti che
avevano soppiantato la realt. Sicch mi era impossibile distinguere
la linea divisoria fra la delusione e la nostalgia. E' stata la
soluzione decisiva. Finalmente avevo trovato quel che pi mi mancava
per terminare il libro, e che solo il trascorrere degli anni poteva
fornirmi: una prospettiva nel tempo.
Al mio ritorno da quel viaggio fortunoso ho riscritto ancora una volta
tutti i racconti fin dall'inizio in otto mesi febbrili durante i quali
non ho avuto bisogno di domandarmi dove finiva la vita e dove
cominciava l'immaginazione, perch mi sorreggeva il sospetto che forse
non era vero nulla di quanto avevo vissuto vent'anni prima in Europa.
La scrittura allora divenuta cos fluida che a tratti mi sentivo
scrivere per il puro piacere di narrare, che forse la condizione
umana che pi somiglia alla levitazione. Inoltre, lavorando a tutti i
racconti al contempo e saltando dall'uno all'altro in piena libert,
ho ottenuto una visione panoramica che mi ha evitato la stanchezza
degli inizi successivi, e mi ha aiutato a eliminare ridondanze oziose
e contraddizioni mortali. Credo di avere cos ottenuto il libro di
racconti pi vicino a quello che ho sempre voluto scrivere.
Ed eccolo qui, pronto per essere portato sul tavolo dopo tanti giri a
destra e a manca lottando per sopravvivere alle perversit
dell'incertezza. Tutti i racconti, tranne i primi due, sono stati
ultimati al contempo, e ognuno reca la data in cui l'ho cominciato.
L'ordine in cui compaiono in questa edizione quello che avevano nel
quaderno di appunti.
Ho sempre creduto che ogni versione di un racconto sia migliore della
precedente. Come sapere allora quale deve essere l'ultima? E' un
segreto del mestiere che non obbedisce alle leggi dell'intelligenza ma
alla magia degli istinti, cos come la cuoca sa quando la minestra
pronta. Comunque, per ogni evenienza, non li rilegger, come non ho
mai riletto nessuno dei miei libri per timore di pentirmi. Chi li
legger sapr cosa farne. Per fortuna, nel caso di questi dodici
racconti raminghi, finire nel cestino della cartaccia deve essere come
il sollievo di tornare a casa.
Cartagena de Indias, aprile 1992.
Buon viaggio, signor presidente.
Era seduto sulla panchina di legno sotto le foglie gialle del parco
solitario, intento a contemplare i cigni polverosi con entrambe le
mani appoggiate sul pomo d'argento del bastone, e a pensare alla
morte. Quand'era arrivato a Ginevra per la prima volta il lago era
sereno e diafano, e c'erano gabbiani docili che si avvicinavano per
mangiare in mano, e donne a nolo che sembravano fantasmi delle sei del
pomeriggio, con falpal di organza e parasoli di seta. Ora, l'unica
donna possibile, fin dove gli arrivava la vista, era una venditrice di
fiori sul molo deserto. Stentava a credere che il tempo avesse potuto
far simili scempi non solo nella sua vita ma anche nel mondo.
Era uno dei tanti sconosciuti nella citt degli sconosciuti illustri.
Indossava il vestito blu a righe bianche, il panciotto di broccato e
il cappello rigido dei magistrati in pensione. Aveva un paio di baffi
alteri da moschettiere, i capelli azzurrini e abbondanti con onde
romantiche, le mani da arpista con la fede da vedovo all'anulare
sinistro, e gli occhi allegri. L'unica cosa che tradiva le condizioni
della sua salute era la stanchezza della pelle. E anche cos, a
settantatr anni, era sempre di un'eleganza principesca. Quel mattino,
tuttavia, si sentiva esente da ogni vanit. Gli anni della gloria e
del potere gli erano rimasti definitivamente alle spalle, e ora
c'erano solo quelli della morte.
Era tornato a Ginevra dopo due guerre mondiali, in cerca di una
risposta decisiva a un dolore che i medici della Martinica non erano
riusciti a identificare. Aveva previsto non pi di quindici giorni, ma
erano gi trascorse sei settimane di analisi spossanti e di risultati
incerti, e non se ne vedeva ancora la fine. Cercavano il dolore nel
fegato, nei reni, nel pancreas, nella prostata, l dove meno si
trovava. Fino a quel gioved malaugurato, in cui il medico meno noto
fra i molti che l'avevano visto non gli aveva fissato un appuntamento
alle nove del mattino nel padiglione di neurologia.
Lo studio sembrava una cella monacale, e il medico era piccolo e
lugubre, e aveva la mano destra ingessata per una frattura al pollice.
Quando ebbe spento la luce, apparve sullo schermo la radiografia
illuminata di una spina dorsale che lui non riconobbe come sua finch
il medico non indic con una bacchetta, sotto la vita, l'unione di due
vertebre.
Il suo dolore sta qui gli disse.
Per lui non era cos facile. Il suo dolore era improbabile e
sfuggente, e talvolta sembrava star fra le costole destre e talaltra
nel basso ventre, e spesso lo sorprendeva con una fitta istantanea
all'inguine. Il medico lo ascolt interrompendosi e con la bacchetta
immobile sullo schermo. Ecco perch ci ha depistati cos a lungo
disse. Ma ora sappiamo che sta qui. Poi si port l'indice alla
tempia, e precis:
Sebbene a rigor di logica, signor presidente, ogni dolore risieda
qui.
Il suo stile clinico era cos drammatico, che la sentenza finale
sembr benevola: il presidente doveva sottoporsi a un'operazione
pericolosa e inevitabile. Questi gli domand qual era il margine di
rischio, e il vecchio dottore lo avvolse in una luce di esitanza.
Non potremmo dirlo con sicurezza gli disse.
Fino a poco tempo prima, precis, i rischi di incidenti fatali erano
grandi, e pi ancora di molteplici paralisi di vario grado. Ma col
progresso della medicina dopo le due guerre quei timori erano cose del
passato.
Parta tranquillo concluse. Sistemi per bene le sue cose, e ci
avverta. Per non dimentichi che sar meglio occuparsene al pi
presto.
Non era una buona mattina per smaltire quella brutta notizia, e tanto
meno con quel tempaccio. Era uscito molto presto dall'albergo, senza
soprabito, perch aveva visto un sole raggiante dalla finestra, e si
era avviato col suo passo lento dal Chemin du Beau Soleil, dove si
trovava l'ospedale, sino al rifugio per innamorati furtivi del Parc
Anglais. Era l da oltre un'ora, sempre intento a pensare alla morte,
quando inizi l'autunno. Il lago si incresp come un oceano infuriato,
e un vento di disordine spavent i gabbiani e spazz via le ultime
foglie. Il presidente si alz e, invece di comprarla dalla fioraia,
colse una margherita dai vasi pubblici e se la infil all'occhiello
del risvolto. La fioraia lo sorprese.
Quei fiori non sono del buon Dio, signore gli disse, piccata. Sono
del municipio.
Lui non le diede retta. Si allontan con lunghi passi leggeri, tenendo
il bastone per il mezzo della canna, e a tratti facendolo girare con
una scioltezza un po' libertina. Sul ponte del Mont Blanc stavano
togliendo di gran fretta le bandiere della Confederazione impazzite
sotto il vento, e lo zampillo sottile coronato di spuma si spense
prima del tempo. Il presidente non riconobbe il suo solito caff sul
molo, perch avevano tolto il tendaggio verde della veranda e le
terrazze fiorite dell'estate si erano ormai chiuse. Nella sala, le
lampade erano accese in pieno giorno, e il quartetto d'archi suonava
un Mozart premonitore. Il presidente prese dal banco un quotidiano
della pila riservata ai clienti, appese il cappello e il bastone
all'attaccapanni, si mise gli occhiali con la montatura d'oro per
leggere al tavolino pi discosto, e solo allora fu consapevole che era
arrivato l'autunno. Cominci a leggere dalla pagina di politica
estera, dove assai di rado trovava qualche notizia delle Americhe, e
continu a leggere dalla fine verso l'inizio finch la cameriera non
gli ebbe portato la sua bottiglia quotidiana di acqua di Evian. Da pi
di trent'anni aveva rinunciato all'abitudine del caff per ordine dei
suoi medici. Ma aveva detto: Se un giorno avessi la certezza di dover
morire, riprenderei a berlo. Forse il momento era arrivato.
Mi porti pure un caff ordin in un francese perfetto. E precis
senza accorgersi del doppio senso: All'italiana, di quelli che fanno
resuscitare i morti.
Lo bevve senza zucchero, a sorsi lenti, e poi rovesci la tazza sul
piattino affinch i fondi del caff, dopo tanti anni, avessero il
tempo di tracciare il suo destino. Il sapore recuperato lo redense per
un istante dai suoi brutti pensieri. Un momento dopo, come parte dello
stesso sortilegio, sent che qualcuno lo guardava. Allora gir la
pagina con un gesto casuale, guard da sopra gli occhiali, e vide
l'uomo pallido e non rasato, con un berretto sportivo e una giacca di
pelle scamosciata, che scost subito lo sguardo per non incontrare il
suo.
Il viso gli era familiare. Si erano incrociati pi volte nell'atrio
dell'ospedale, l'aveva rivisto un giorno su una vespa lungo la
Promenade du Lac mentre lui contemplava i cigni, ma non si era mai
sentito riconosciuto. Non scart, tuttavia, che fosse un'altra delle
tante fantasie di persecuzione dell'esilio.
Fin il quotidiano senza fretta, fluttuando fra i cieli sontuosi di
Brahms, finch il dolore non fu pi forte dell'analgesico della
musica. Allora guard l'orologio d'oro che portava appeso a una
catenella nel taschino del panciotto, e prese le due compresse
calmanti di mezzogiorno con l'ultimo sorso di acqua di Evian. Prima di
togliersi gli occhiali decifr il suo destino nei fondi del caff, ed
ebbe un brivido gelido: eccola l l'incertezza. Infine pag il conto
con una mancia stitica, prese il bastone e il cappello
dall'attaccapanni, e usc in strada senza guardare l'uomo che lo
guardava. Si allontan con la sua andatura festosa, costeggiando i
vasi di fiori stracciati dal vento, e si credette libero dalla malia.
Ma d'improvviso sent i passi dietro i suoi, si ferm mentre girava
all'angolo, e si volse. L'uomo che lo seguiva dovette fermarsi di
botto per non scontrarsi con lui, e lo guardo stupito, a meno di due
palmi dai suoi occhi.
Signor presidente mormor.
Dica a quelli che la pagano di non farsi illusioni disse il
presidente, senza perdere il sorriso n il fascino della voce. La mia
salute ottima.
Nessuno lo sa meglio di me disse l'uomo, schiacciato dal peso della
dignit che gli cadde addosso. Lavoro all'ospedale.
La dizione e la cadenza, e anche la sua timidezza, erano quelle di un
caraibico genuino.
Non mi dir che medico gli disse il presidente.
Ma si figuri, signore disse l'uomo. Sono conduttore di ambulanza.
Mi dispiace disse il presidente, convinto del suo errore. E' un
lavoro duro.
Non quanto il suo, signore.
Lui lo guard senza riserve, si appoggi al bastone con entrambe le
mani, e gli domand con un interesse reale:
Di dov' lei?
Dei Caraibi.
Di questo me n'ero accorto disse il presidente. Ma di quale paese?
Proprio del suo, signore disse l'uomo, e gli porse la mano. Il mio
nome Homero Rey. Il presidente lo interruppe sorpreso, senza
lasciargli la mano.
Cazzo gli disse. Che bel nome!
Homero si rilass.
E ce n' ancora disse: Homero Rey de la Casa.
Una coltellata invernale li colse indifesi in mezzo alla strada. Il
presidente rabbrivid fin nelle ossa e comprese che senza soprabito
non avrebbe potuto fare i due isolati che gli mancavano fino alla
trattoria per poveri dove in genere pranzava.
Ha gi pranzato? domand a Homero.
Non pranzo mai disse Homero. Faccio un unico pasto la sera a casa
mia.
Faccia un'eccezione per oggi gli disse lui con tutto il suo fascino
a fior di pelle. La invito a pranzo.
Lo prese per un braccio e lo guid fino al ristorante di fronte, col
nome dorato sul tendaggio di tela plastificata: Le Boeuf Couronn.
L'interno era raccolto e caldo, e non sembrava che ci fossero posti
liberi. Homero Rey, stupito che nessuno riconoscesse il presidente,
prosegu sino in fondo alla sala per chiedere aiuto.
E' un presidente in carica? gli domand il proprietario.
No disse Homero. Deposto.
Il proprietario se ne usc in un sorriso di consenso.
Per loro disse ho sempre un tavolo speciale.
Li guid a un tavolo appartato in fondo alla sala dove era possibile
chiacchierare con agio. Il presidente lo ringrazi.
Non tutti riconoscono come lei la dignit dell'esilio disse.
La specialit della casa erano le costate di manzo alla brace. Il
presidente e il suo invitato si guardarono intorno, e videro agli
altri tavoli i grossi pezzi arrostiti con un bordo di grasso tenero.
E' una carne magnifica mormor il presidente. Ma me l'hanno
proibita. Fiss su Homero uno sguardo discolo, e cambi tono.
In realt, mi hanno proibito tutto.
Le hanno proibito pure il caff disse Homero, e tuttavia lo
prende.
Se n' accorto? disse il presidente. Ma oggi stata solo
un'eccezione in una giornata eccezionale.
L'eccezione di quel giorno non fu solo il caff. Ordin anche una
costata di manzo alla brace e un'insalata di verdura fresca senz'altro
condimento che un goccio di olio d'oliva. Il suo invitato ordin le
stesse cose, pi mezza caraffa di vino rosso.
Mentre aspettavano la carne, Homero tir fuori dalla tasca della
giacca un portafogli senza denaro e con molti pezzi di carta, e mostr
al presidente una foto sbiadita. Lui si riconobbe in maniche di
camicia, con parecchi chili di meno e i capelli e i baffi di un color
nero intenso, in mezzo a una ressa di giovani che si alzavano sulla
punta dei piedi per comparire meglio nella foto. Con un solo sguardo
riconobbe il luogo, riconobbe gli emblemi di una campagna elettorale
esecrabile, riconobbe il giorno ingrato. Che orrore! mormor. L'ho
sempre detto che si invecchia pi in fretta nelle fotografie che nella
vita reale. E restitu la foto con un gesto da ultimo atto.
Ricordo benissimo disse. E' stato migliaia di anni fa nell'arena
per i combattimenti dei galli a San Cristbal de las Casas.
E' il mio paese disse Homero, e indic se stesso nel gruppo. Questo
sono io.
Il presidente lo riconobbe.
Era un bambino!
Quasi disse Homero. Sono stato con lei per tutta la campagna del
sud come capo delle brigate universitarie. Il presidente prevenne il
rimprovero.
Io, ovvio, neppure mi accorgevo di lei disse.
Al contrario, era molto gentile con noi disse Homero. Ma eravamo
cos tanti che non possibile che si ricordi.
E poi?
Chi pu saperlo meglio di lei? disse Homero. Dopo l'intervento dei
militari un miracolo che tutt'e due ci ritroviamo qui, pronti a
mangiarci mezzo bue. Non tutti hanno avuto la stessa fortuna.
In quel momento portarono i loro piatti. Il presidente si annod il
tovagliolo intorno al collo, come un bavagliolo, e non fu insensibile
al silenzioso stupore dell'invitato. Se non facessi cos ci
rimetterei una cravatta a ogni pasto disse. Prima di cominciare
controll la morbidezza della carne, l'approv con un gesto
compiaciuto, e riprese il discorso.
Quel che non mi spiego disse perch non mi si avvicinato prima
invece di starmi dietro come un segugio.
Allora Homero gli raccont che l'aveva riconosciuto fin da quando
l'aveva visto entrare nell'ospedale da una porta riservata ai casi
molto speciali. Era piena estate, e lui indossava il completo di lino
bianco delle Antille, con scarpe intonate bianche e nere, la
margherita all'occhiello, e la bella chioma scompigliata dal vento.
Homero aveva appurato che era solo a Ginevra, senza l'aiuto di
nessuno, perch conosceva a memoria la citt dove aveva finito i suoi
studi di legge. La direzione dell'ospedale, dietro sua richiesta,
aveva preso le precauzioni interne per garantire l'incognito assoluto.
Quella stessa sera, Homero si era messo d'accordo con sua moglie per
prendere contatto con lui. Tuttavia, l'aveva seguito per cinque
settimane cercando un'occasione propizia, e forse non sarebbe stato
capace di salutarlo se lui non l'avesse affrontato.
Mi rallegro che l'abbia fatto disse il presidente anche se, a dire
il vero, non mi dispiace affatto stare da solo.
Non giusto.
Perch? domand il presidente con sincerit. La maggior vittoria
della mia vita stata far s che mi dimenticassero.
Noi la ricordiamo pi di quanto lei possa immaginare disse Homero
senza nascondere la sua emozione. E' una gioia vederla cos, sano e
giovane.
Tuttavia disse lui senza drammatizzare, tutto indica che morir
molto presto.
Le sue probabilit di uscirne bene sono assai alte disse Homero.
Il presidente ebbe un sobbalzo di stupore, ma non perdette il suo
umorismo.
Ah, cazzo! esclam. Nella bella Svizzera forse stato abolito il
segreto medico?
In nessun ospedale del mondo ci sono segreti per un conduttore di
ambulanza disse Homero.
Ma quel che io so l'ho saputo solo due ore fa e dalla bocca
dell'unica persona che doveva saperlo.
Comunque, lei non morirebbe invano disse Homero. Qualcuno la
collocher nel posto che le spetta come un grande esempio di dignit.
Il presidente finse uno stupore comico.
Grazie per avermi informato disse.
Mangiava cos come faceva ogni cosa: piano e con una grande
correttezza. Intanto guardava Homero dritto negli occhi, sicch questi
aveva l'impressione di vedere quel che lui pensava. Al termine di una
lunga chiacchierata a base di evocazioni nostalgiche, fece un sorriso
maligno.
Avevo deciso di non preoccuparmi del mio cadavere disse, ma ora
vedo che devo prendere certe precauzioni da romanzo poliziesco
affinch nessuno lo trovi.
Sar inutile scherz Homero a sua volta. All'ospedale non ci sono
segreti che durino pi di un'ora.
Quando ebbero finito il caff, il presidente lesse i fondi della sua
tazza, e di nuovo rabbrivid: il messaggio era lo stesso. Tuttavia, la
sua espressione non si alter. Pag in contanti, ma prima verific il
totale pi volte, controll pi volte il denaro con attenzione
eccessiva, e lasci una mancia che riscosse solo un grugnito da parte
del cameriere.
E' stato un piacere concluse, congedandosi da Homero. Non ho una
data per l'operazione, e non ho neppure deciso se mi ci sottoporr o
meno. Ma se tutto va bene ci rivedremo.
E perch non prima? disse Homero. Lzara, mia moglie, un'ottima
cuoca. Nessuno prepara il riso con i gamberi meglio di lei, e ci
farebbe piacere averla da noi una di queste sere.
Mi hanno proibito i frutti di mare, ma li manger con molto piacere
disse lui. Mi dica quando.
Il gioved la mia giornata libera disse Homero.
Perfetto disse il presidente. Gioved sera alle sette sar a casa
sua. Sar un piacere.
Io passer a prenderla disse Homero. Htellerie Dames, 14 rue de
l'Industrie. Dietro la stazione. E' giusto?
Giusto disse il presidente, e si alz pi fascinoso che mai. Di
certo, conoscer persino il mio numero di scarpe.
Proprio cos, signore disse Homero, divertito: il quarantuno.
Quel che Homero Rey non raccont al presidente, ma che continu a
raccontare per anni a chiunque volesse ascoltarlo, fu che la sua
intenzione iniziale non era stata cos innocente. Come altri
conduttori di ambulanza, era in contatto con imprese di pompe funebri
e compagnie di assicurazioni per vendere servizi all'interno dello
stesso ospedale, soprattutto a pazienti stranieri di scarsi mezzi.
Erano guadagni minimi, e inoltre bisognava spartirli con altri
impiegati che si passavano di mano in mano le informazioni segrete
sugli ammalati gravi. Ma era un valido aiuto per un esiliato senza
avvenire che sopravviveva assai malamente con la moglie e i due figli
grazie a uno stipendio ridicolo.
Lzara Davis, sua moglie, fu pi realista. Era una mulatta sottile di
San Juan de Puerto Rico, minuta e robusta, color del caramello a
riposo e con certi occhi da cagna selvaggia che si intonavano
benissimo al suo modo di essere. Si erano conosciuti nel reparto di
assistenza pubblica dell'ospedale, dove lei lavorava come aiutante
tuttofare dopo che un finanziere del suo paese, che se l'era portata
appresso come bambinaia, l'aveva lasciata alla deriva a Ginevra. Si
erano sposati secondo il rito cattolico anche se lei era una
principessa yoruba, e abitavano in un salottino e due camere da letto
all'ottavo piano senza ascensore di un edificio per emigranti
africani. Avevano una bambina di nove anni, Brbara, e un bambino di
sette, Lzaro, con qualche piccolo indizio di ritardo mentale.
Lzara Davis era intelligente e con un brutto carattere, per quanto
fosse di cuore tenero. Considerava se stessa un Toro puro; e aveva una
fiducia cieca nei suoi pronostici astrali. Tuttavia, non era mai
riuscita a realizzare il sogno di guadagnarsi da vivere come astrologa
per milionari. In cambio, portava in casa contributi occasionali, e
talvolta importanti, preparando cene per signore ricche che si
pavoneggiavano con gli invitati facendo credere che avevano cucinato
loro gli eccitanti piatti delle Antille. Homero, da parte sua, era
timido quant'altri mai, e non sapeva valorizzare il poco che faceva,
ma Lzara non concepiva la vita senza di lui per l'innocenza del suo
cuore e il calibro della sua arma. Se l'erano passata bene, ma gli
anni si susseguivano sempre pi duri e i bambini crescevano. Nel
periodo in cui era arrivato il presidente avevano cominciato a
intaccare i loro risparmi di cinque anni. Sicch quando Homero Rey
l'aveva scoperto fra gli ammalati in incognito dell'ospedale, si erano
fatti grandi illusioni.
Non sapevano cosa esattamente gli avrebbero proposto, n con quale
diritto. Sulle prime avevano pensato di vendergli il funerale
completo, compresi l'imbalsamazione e il rimpatrio. Ma a poco a poco
si erano resi conto che la morte non sembrava imminente come
all'inizio. Il giorno del pranzo erano ormai frastornati dai dubbi.
Il fatto che Homero non era stato capo delle brigate universitarie,
n alcunch del genere, e l'unica volta che aveva preso parte alla
campagna elettorale era stato quando gli avevano scattato la foto che
erano riusciti a scovare per miracolo in mezzo ad altre carte
nell'armadio. Ma il suo fervore era vero. Era pure vero che aveva
dovuto fuggire dal paese per la sua resistenza in strada contro
l'intervento dei militari, anche se l'unico motivo per continuare a
vivere a Ginevra dopo tanti anni era la sua povert di spirito. Sicch
una bugia in pi o in meno non doveva essere un ostacolo per
guadagnarsi i favori del presidente.
La prima sorpresa di entrambi fu che l'esiliato illustre vivesse in un
albergo di quarta categoria nel quartiere triste della Grotte, fra
emigrati asiatici e farfalle della notte, e che mangiasse solo in
trattorie per poveri, mentre Ginevra era piena di residenze dignitose
per politici in disgrazia. Homero l'aveva visto ripetere un giorno
dopo l'altro le azioni di quel giorno. L'aveva accompagnato con lo
sguardo, e talvolta a una distanza meno che prudente, nelle sue
passeggiate notturne fra i muri lugubri e i viluppi di campanule
gialle della citt vecchia. L'aveva visto assorto per ore davanti alla
statua di Calvino. Aveva salito dietro di lui passo per passo la
scalinata di pietra, soffocato dal profumo ardente dei gelsomini, per
contemplare i lenti tramonti dell'estate dalla cima del Bourg-le-Four.
Una sera l'aveva visto sotto la prima pioviggine senza soprabito n
ombrello, che faceva la coda con gli studenti per un concerto di
Rubinstein. Non so come non gli sia venuta una polmonite aveva poi
detto alla moglie. Il sabato prima, quando il tempo aveva cominciato a
cambiare, l'aveva visto comprarsi un soprabito autunnale con un collo
di finto visone, ma non nei negozi luminosi di rue du Rhne, dove
compravano gli emiri in fuga, bens al Mercato delle Pulci.
Allora non c' nulla da fare! aveva esclamato Lzara quando Homero
gliel'aveva raccontato. E' un taccagno di merda, capace di farsi
seppellire dalla beneficenza nella fossa comune. Non gli caveremo mai
nulla.
Forse davvero povero disse Homero, dopo tanti anni senza lavoro.
Ahi, caro mio, una cosa esser Pesci con ascendente Pesci e un'altra
essere un furbone disse Lzara. Tutti lo sanno che se l' svignata
con l'oro del governo e che l'esiliato pi ricco della Martinica.
Homero, che era pi vecchio di dieci anni, era cresciuto impressionato
dalla notizia che il presidente aveva studiato a Ginevra, lavorando
come operaio edile. Invece Lzara era stata allevata fra gli scandali
della stampa nemica, magnificati in una casa di nemici, dov'era stata
bambinaia fin da piccola. Sicch la sera in cui Homero arriv oppresso
dalla gioia perch aveva pranzato col presidente, a lei non import il
fatto che l'avesse invitato in un ristorante costoso. Le dispiacque
che Homero non gli avesse chiesto nulla di tutto quanto avevano
sognato, dalle borse di studio per i bambini a un posto migliore
all'ospedale. Le sembr una conferma dei propri sospetti la decisione
che buttassero il suo cadavere agli avvoltoi invece di spendere i suoi
franchi in un funerale dignitoso e in un rimpatrio glorioso. Ma quel
che fece traboccare il vaso fu la notizia che Homero aveva serbato per
la fine, quando venne a sapere che aveva invitato il presidente a
mangiare il riso con i gamberi il gioved sera.
Proprio questo ci mancava grid Lzara, che ci muoia qui,
avvelenato da gamberi di merda, e che dobbiamo seppellirlo con i
risparmi dei bambini.
Quel che infine determin il suo comportamento fu il peso della sua
lealt coniugale. Dovette chiedere in prestito a una vicina tre
coperti completi di alpaca e un'insalatiera di cristallo, a un'altra
una caffettiera elettrica, a un'altra ancora una tovaglia ricamata e
un servizio da caff cinese. Cambi le tende vecchie con quelle nuove,
che usavano solo nei giorni di festa, e tolse le fodere ai mobili.
Pass una giornata intera fregando i pavimenti, togliendo la polvere,
spostando le cose, finch non ottenne il contrario di quanto sarebbe
stato pi opportuno, che era commuovere il presidente col decoro della
povert.
Il gioved sera, dopo essersi ripreso dallo sfiatamento degli otto
piani, il presidente apparve sulla soglia col nuovo soprabito vecchio
e la bombetta di altri tempi, e con una sola rosa per Lzara. Lei fu
impressionata dalla sua bellezza virile e dai suoi modi da principe,
ma al di l di tutto questo lo vide come si aspettava di vederlo:
falso e rapace. Le sembr impertinente, perch lei aveva cucinato con
le finestre aperte per evitare che il vapore dei gamberi impregnasse
la casa, e la prima cosa che lui fece entrando fu inspirare a fondo,
come in un'estasi improvvisa, ed esclamare a occhi chiusi e con le
braccia spalancate: Ah, l'odore del nostro mare!. Le sembr pi
taccagno che mai perch le portava una sola rosa, sicuramente rubata
nei giardini pubblici. Le sembr insolente, per lo sdegno con cui
guard i ritagli di giornali sulle sue glorie presidenziali, e i
gagliardetti e le bandierine della campagna, che Homero aveva affisso
con tante illusioni alle pareti del salotto. Le sembro duro di cuore,
perch neppure salut Brbara e Lzaro, che avevano per lui un regalo
fatto da loro, e nel corso della cena accenn a due cose che non
poteva sopportare: i cani e i bambini. Lo odi. Tuttavia, il suo senso
caraibico dell'ospitalit si impose sui pregiudizi. Si era messa il
camicione africano delle sue serate di festa e le collane e i
braccialetti stregoneschi, e durante la cena non fece un solo gesto n
disse una sola parola pi del necessario. Fu pi che impeccabile:
perfetta.
Il fatto era che il riso con i gamberi non rientrava fra le sue
specialit culinarie, ma lo prepar con tutta la sua buona volont, e
le riusc benissimo. Il presidente si serv due volte senza
risparmiare lodi, e and in sollucchero per le fette di banana matura
fritta e per l'insalata di avocado, anche se non spart le nostalgie.
Lzara si rassegn ad ascoltare fino al dolce, quando Homero si infil
senza che venisse a proposito nel vicolo cieco dell'esistenza di Dio.
Io ci credo che esiste disse il presidente, ma non ha nulla a che
vedere con gli esseri umani. E' preso da cose molto pi importanti.
Io credo solo negli astri disse Lzara, e scrut la reazione del
presidente. Lei in che giorno nato?
Undici marzo.
Cos doveva essere disse Lzara con un sussulto trionfale, e domand
con garbo: Non saranno troppi due Pesci alla stessa tavola?.
Gli uomini continuavano a parlare di Dio mentre lei se ne and in
cucina a preparare il caff. Aveva ritirato gli avanzi del pasto e
desiderava con tutta la sua anima che la serata finisse bene. Di
ritorno in salotto col caff colse una frase isolata del presidente
che la lasci attonita.
Non ne dubiti, mio caro amico: il peggio che potuto accadere al
nostro povero paese che io ne sia stato il presidente.
Homero vide Lzara sulla soglia con le tazze cinesi e la caffettiera
imprestata, e credette che stesse per svenire. Anche il presidente la
not. Non mi guardi cos, signora le disse con garbo. Sto parlando
col cuore. E poi, volgendosi verso Homero, concluse:
Meno male che sto pagando cara la mia idiozia.
Lzara serv il caff, spense la lampada zenitale sulla tavola la cui
luce inclemente disturbava la conversazione, e il salotto rimase in
una penombra intima. Per la prima volta si interess all'invitato, il
cui umorismo non riusciva a occultarne la tristezza. La curiosit di
Lzara crebbe quando lui fin il caff e rovesci la tazza sul
piattino affinch i fondi sedimentassero.
Durante il dopocena il presidente raccont loro che aveva scelto
l'isola della Martinica per il suo esilio, a causa dell'amicizia col
poeta Aim Csaire, che in quegli anni aveva appena pubblicato il suo
"Cahier d'un retour au pays natal", e gli aveva offerto aiuto per
iniziare una nuova vita. Con quanto rimaneva dell'eredit della moglie
avevano comprato una casa di legno pregiato sulle colline di Fort de
France, con grate alle finestre e una terrazza sul mare piena di fiori
primitivi, dove era un piacere dormire con lo schiamazzo dei grilli e
la brezza di melassa e rum di canna dei frantoi. Era rimasto l con la
moglie, di quattordici anni pi anziana di lui e malata dopo il suo
unico parto, trincerato contro il destino nella rilettura viziosa dei
suoi classici latini, in latino, e con la convinzione che quello era
l'ultimo atto della sua vita. Per anni aveva dovuto resistere alle
tentazioni di ogni sorta di avventure che gli proponevano i suoi
partigiani sconfitti.
Ma non ho mai pi aperto una lettera disse. Mai, dopo aver preso
atto che perfino le pi urgenti erano meno urgenti dopo una settimana,
e che dopo due mesi neppure chi le aveva scritte se ne ricordava.
Guard Lzara nella penombra quando si accese una sigaretta, e gliela
tolse con un gesto rapido delle dita. Aspir profondamente, e
trattenne il fumo in gola. Lzara, stupita, prese il pacchetto e i
fiammiferi per accendersene un'altra, ma lui le restitu la sigaretta
accesa.
Lei fuma con tale piacere che non ho potuto resistere alla
tentazione le disse. Ma dovette soffiare fuori il fumo perch ebbe un
inizio di tosse.
Mi sono tolto il vizio da molti anni, ma lui non si tolto
completamente da me disse. Certe volte riuscito a vincermi. Come
adesso.
La tosse lo scroll ancora due volte. Torn il dolore. Il presidente
guard l'ora all'orologio da taschino, e prese le due compresse della
sera. Poi scrut i fondi della tazza: non era cambiato nulla, ma
questa volta non ebbe brividi.
Alcuni miei partigiani sono stati presidenti dopo di me disse.
Syago disse Homero.
Syago e altri disse lui. Tutti come me: l a usurpare un onore che
non meritavamo con un mestiere che non sapevamo fare. Alcuni inseguono
solo il potere, ma la maggioranza cerca ancora meno: un lavoro.
Lzara si contrasse.
Lo sa quel che dicono di lei? gli domand.
Homero, allarmato, intervenne:
Sono bugie.
Sono bugie e non lo sono disse il presidente con una calma
celestiale. Trattandosi di un presidente, le peggiori ignominie
possono essere tutt'e due le cose al contempo: verit e bugia.
Aveva vissuto alla Martinica tutti i giorni dell'esilio, senza altri
contatti con l'esterno che le poche notizie del giornale ufficiale,
sostentandosi con lezioni di spagnolo e di latino in un liceo locale e
con le traduzioni che talvolta gli affidava Aim Csaire. Il caldo era
insopportabile in agosto, e lui se ne rimaneva nell'amaca fino a
mezzogiorno, leggendo ninnato dal ventilatore a pale della camera da
letto. La moglie si occupava degli uccelli che allevava in libert,
anche nelle ore di maggior caldo, proteggendosi dal sole con un
cappello di paglia dalle ampie tese, abbellito con fragole artificiali
e fiori di organza. Ma quando il caldo calava era bello prendere il
fresco sulla terrazza, lui con lo sguardo fisso sul mare finch non
sprofondava nelle tenebre, e lei sulla sua sedia a dondolo di vimini,
col cappello rotto e gli anelli di bigiotteria su tutte le dita,
vedendo passare le navi del mondo. Quella va a Puerto Santo diceva
lei. Quella quasi non pu avanzare per via del carico di banane di
Puerto Santo diceva. Perch le sembrava impossibile che passasse una
nave che non fosse del suo paese. Lui faceva il sordo, anche se alla
fine lei era riuscita a dimenticare meglio di lui, perch era rimasta
senza memoria. Se ne stavano cos finch non si spegnevano i
crepuscoli fragorosi, e dovevano rifugiarsi in casa sconfitti dalle
zanzare. In uno di quei tanti agosti, mentre leggeva il giornale sulla
terrazza, il presidente ebbe un sobbalzo di meraviglia.
Ah, cazzo! disse. Sono morto a Estoril!
La moglie, levitando nel sopore, si spavent alla notizia. Erano sei
righe sulla quinta pagina del giornale che veniva stampato proprio l
all'angolo, dove si pubblicavano le sue traduzioni occasionali, e il
cui direttore passava a trovarlo di tanto in tanto. E adesso diceva
che era morto a Estoril de Lisboa, centro balneare e roccaforte della
decadenza europea, dove non era mai stato, e forse l'unico posto del
mondo dove non avrebbe voluto morire. La moglie era morta davvero un
anno dopo, tormentata dall'ultimo ricordo che le rimaneva in
quell'istante: il ricordo dell'unico figlio, che aveva preso parte
alla cacciata del padre, ed era poi stato fucilato dai suoi stessi
complici.
Il presidente sospir. Cos siamo, e nulla potr redimerci disse.
Un continente concepito dalla feccia del mondo intero senza un
istante d'amore: figli di rapimenti, di stupri, di patti infami, di
inganni, di nemici con nemici. Affront gli occhi africani di Lzara,
che lo squadravano senza piet, e cerc di ammansirla con la sua
loquela da vecchio maestro.
La parola meticciato significa mescolare le lacrime col sangue che
scorre. Cosa ci si pu aspettare da una simile mistura?
Lzara lo inchiod l dov'era con un silenzio di morte. Ma riusc a
riprendersi, poco prima della mezzanotte, e lo conged con un bacio
formale. Il presidente rifiut che Homero lo accompagnasse
all'albergo, ma non riusc a impedire che lo aiutasse a cercare un
taxi. Di ritorno a casa trov Lzara alterata dall'ira.
Quello l il presidente meglio trombato del mondo disse lei. Un
tremendo figlio di puttana.
Malgrado gli sforzi che fece Homero per tranquillizzarla, passarono
una terribile notte in bianco. Lzara ammetteva che era uno degli
uomini pi belli che avesse visto, con un potere di seduzione
devastante e una virilit da stallone. Cos com', vecchio e finito,
a letto deve essere ancora un leone disse. Ma credeva che quei doni
di Dio li avesse sprecati al servizio della simulazione. Non poteva
sopportare quelle millanterie di essere stato il peggior presidente
del paese. N le sue arie da asceta, essendo convinta che era padrone
della met degli zuccherifici della Martinica. N l'ipocrisia del suo
sdegno per il potere, essendo evidente che avrebbe dato tutto pur di
tornare per un solo minuto alla presidenza e far mordere la polvere ai
suoi nemici.
E tutto questo concluse solo per farci star l appesi alle sue
labbra.
E cosa ci guadagnerebbe?
Nulla disse lei. Il fatto che la civetteria un vizio che non si
sazia mai.
Era tanta la sua ira, che Homero non riusc a sopportarla nel letto e
and a finire la notte avvolto in una coperta sul divano del salotto.
Anche Lzara si alz all'alba, nuda da capo a piedi, come aveva
l'abitudine di dormire e di stare in casa, e parlando con se stessa in
un monologo a una sola corda. A un certo punto cancell dalla memoria
dell'umanit ogni traccia della cena malaugurata. Restitu nel primo
mattino le cose prese in prestito, cambi le tende nuove con quelle
vecchie e rimise i mobili al loro posto, finch la casa non ridivenne
povera e dignitosa come lo era stata fino alla sera prima. Infine
strapp via i ritagli di giornale, i ritratti, le bandierine e i
gagliardetti della campagna abominevole, e butt tutto nella
pattumiera con un grido finale.
A fa'n culo!
Una settimana dopo la cena, Homero trov il presidente che lo
aspettava all'uscita dall'ospedale, con la supplica di accompagnarlo
al suo albergo. Salirono i tre piani ripidi fino alla mansarda con un
solo abbaino che dava su un cielo di cenere, e attraversata da una
corda con biancheria stesa ad asciugare. C'era anche un letto
matrimoniale che occupava met dello spazio, una seggiola semplice, un
lavamano e un bidet portatile, e un armadio da poveri con lo specchio
rannuvolato. Il presidente not lo stupore di Homero.
E' la stessa stamberga dove ho trascorso i miei anni da studente gli
disse, come per scusarsi. L'ho riservata da Fort de France.
Tolse da una borsa di velluto e sciorin sul letto l'ultimo residuo
dei suoi averi: diversi braccialetti d'oro con varie lavorazioni di
pietre preziose, una collana di perle a tre giri e altre due d'oro e
pietre preziose; tre catene d'oro con medaglie di santi e un paio di
orecchini d'oro con smeraldi, un altro con diamanti e un altro ancora
con rubini; due reliquiari e un medaglione per conservare capelli,
undici anelli con ogni sorta di montature preziose e un diadema di
brillanti che poteva essere stato di una regina. Poi tolse da un
astuccio a parte tre paia di gemelli d'argento e due d'oro con i
relativi fermacravatta, e un orologio da taschino placcato d'oro
bianco. Infine tolse da una scatola da scarpe le sue sei decorazioni:
due d'oro, una d'argento, e il resto, pura latta.
E' tutto quel che mi rimane nella vita disse.
Non aveva altra scelta che vendere tutto per saldare le spese
ospedaliere, e desiderava che Homero gli facesse quel favore con la
maggiore riservatezza. Tuttavia Homero non si sent capace di
accontentarlo finch non avesse avuto le regolari fatture.
Il presidente gli spieg che erano i gioielli di sua moglie ereditati
da una nonna coloniale che a sua volta aveva ereditato un pacchetto di
azioni in miniere d'oro in Colombia. L'orologio, i gemelli e i
fermacravatta erano suoi. Le decorazioni, ovviamente, non erano mai
state di nessun altro.
Non credo sia possibile avere fatture di cose del genere disse.
Homero fu inflessibile. In tal caso riflett il presidente, non
avr altra scelta che espormi di persona.
Si mise a raccogliere i gioielli con una calma calcolata. La prego di
perdonarmi, mio caro Homero, ma non c' peggior povert di quella di
un presidente povero gli disse. Perfino sopravvivere sembra
indecoroso. In quell'istante, Homero lo vide per la prima volta col
cuore, e gli si arrese.
Quella sera, Lzara torn tardi a casa. Fin dalla soglia vide i
gioielli scintillanti sotto la luce mercuriale della sala da pranzo, e
fu come se avesse visto uno scorpione nel suo letto.
Non essere stupido, Homero disse, spaventata. Perch quei preziosi
sono qui?
La spiegazione di Homero la inquiet ancora di pi. Si sedette a
esaminare i gioielli, a uno a uno, con una meticolosit da orefice. A
un certo punto sospir: Devono valere una fortuna. Infine rimase a
guardare Homero senza trovare via di scampo al suo offuscamento.
Cazzo disse. Come si fa a sapere se tutto quanto dice quell'uomo
vero?
E perch no? disse Homero. Ho appena visto che si lava da solo la
biancheria e che se l'asciuga in una stanza come noi, appesa a un filo
di ferro.
Per taccagneria disse Lzara.
O per povert disse Homero.
Lzara riprese a esaminare i gioielli, ma ora con meno attenzione,
perch pure lei era esausta. Sicch il mattino dopo si vest con
quanto di meglio possedeva, si agghind con i gioielli che le
sembrarono pi costosi, si mise tutti gli anelli che fu possibile a
ogni dito, persino al pollice, e tutti i braccialetti che le fu
possibile infilarsi in ogni braccio, e and a venderli. Vediamo chi
ha il coraggio di chiedere fatture a Lzara Davis disse uscendo,
mentre si pavoneggiava e rideva. Scelse la gioielleria giusta, con pi
pretese che prestigio, dove sapeva che si vendeva e si comprava senza
troppe domande, ed entr terrorizzata ma con incedere sicuro.
Un commesso vestito da cerimonia, asciutto e pallido, le fece un
inchino teatrale baciandole la mano, e si mise ai suoi ordini.
L'interno era pi chiaro del giorno, per via degli specchi e delle
luci intense, e il negozio intero sembrava di diamante. Lzara, senza
guardare pi del necessario il commesso per timore che si accorgesse
della sua farsa, prosegu sino in fondo.
Il commesso la invit a sedersi davanti a uno dei tre scrittoi Luigi
Quindicesimo che fungevano da banchi individuali, e vi spieg sopra un
fazzoletto immacolato. Poi si sedette di fronte a Lzara, e attese.
In cosa posso esserle utile?
Lei si sfil gli anelli, i braccialetti, le collane, gli orecchini,
tutto quel che portava addosso, e li ripose sopra lo scrittoio in un
ordine da scacchiera. L'unica cosa che voleva, disse, era conoscere il
loro valore autentico.
Il gioielliere si infil il monocolo all'occhio sinistro, e cominci a
esaminare i gioielli in un silenzio clinico. Dopo un lungo momento,
senza interrompere l'esame, domand:
Di dov' lei?
Lzara non aveva previsto quella domanda.
Ah, signore sospir. Di molto lontano.
Me lo immagino disse lui.
Tacque di nuovo, mentre Lzara lo scrutava senza misericordia, con i
suoi terribili occhi d'oro. Il gioielliere consacr un'attenzione
speciale al diadema di diamanti, e lo scost dagli altri gioielli.
Lzara sospir.
Lei un Vergine perfetto disse.
Il gioielliere non interruppe l'esame.
Come lo sa?
Dal suo modo di essere disse Lzara.
Lui non fece alcun commento finch non ebbe finito, e si rivolse a lei
con la stessa parsimonia che all'inizio.
Da dove viene il tutto?
Eredit di una nonna disse Lzara con voce tesa. E' morta l'anno
scorso a Paramribo a novantasette anni.
Il gioielliere la guard allora negli occhi. Mi dispiace molto le
disse. Ma l'unico valore di queste cose quanto pesa l'oro. Prese
il diadema con la punta delle dita e lo fece brillare sotto la luce
accecante.
Tranne questo disse. E' molto antico, forse egiziano, e sarebbe
inestimabile se non fosse per le cattive condizioni dei brillanti.
Comunque ha un certo valore storico.
Invece, le pietre delle altre gioie, le ametiste, gli smeraldi, i
rubini, gli opali, tutte, senza eccezioni, erano false. Sicuramente
gli originali erano buoni disse il gioielliere, mentre raccoglieva i
preziosi per restituirli. Ma a forza di passare da una generazione
all'altra le pietre autentiche sono rimaste per strada, sostituite da
fondi di bottiglia. Lzara ebbe una nausea verde, respir
profondamente e domin il panico. Il commesso la consol:
Accade spesso, signora.
Lo so disse Lzara, rinfrancata. Per questo voglio disfarmene.
Allora cap di trovarsi al di l della farsa, e fu di nuovo se stessa.
Senza pi preamboli prese dalla borsa i gemelli, l'orologio da
taschino, i fermacravatta, le decorazioni d'oro e d'argento, e il
resto delle cianfrusaglie personali del presidente, e mise tutto sullo
scrittoio.
Anche questo? domand il gioielliere.
Tutto disse Lzara.
I franchi svizzeri con cui la pagarono erano cos nuovi che temette di
macchiarsi le dita con l'inchiostro fresco.
Li prese senza contarli, e il gioielliere la conged sulla soglia con
la stessa cerimonia del saluto. Mentre lei usciva, reggendo la porta
di cristallo per cederle il passo, la trattenne un istante.
E un'ultima cosa, signora le disse: io sono dell'Acquario.
La sera sul presto Homero e Lzara portarono il denaro all'albergo.
Rifatti i conti, ne mancava ancora un po'. Sicch il presidente si
tolse e a mano a mano pos sul letto l'anello matrimoniale, l'orologio
con la catena e i gemelli e il fermacravatta che stava usando.
Lzara gli restitu l'anello.
Questo no gli disse. Un ricordo cos non si pu vendere.
Il presidente annu e si rimise l'anello. Lzara gli restitu pure
l'orologio da taschino. Neppure questo disse. Il presidente non fu
d'accordo ma lei lo rimise al suo posto.
Chi pu pensare di vendere orologi in Svizzera?
Ne abbiamo gi venduto uno disse il presidente.
S, ma non per l'orologio in s: era d'oro.
Anche questo d'oro disse il presidente.
S disse Lzara. Lei pu anche rimanere da operare, ma non senza
sapere che ora .
Non accett neppure la montatura d'oro degli occhiali, anche se lui ne
aveva un altro paio di tartaruga. Soppes i valori che teneva in mano,
e mise fine ai suoi dubbi.
E poi disse, con questi basta.
Prima di uscire, raccolse la biancheria bagnata, senza domandargli
nulla, e se la port via per asciugarla e stirarla a casa. Si
allontanarono sulla motoretta, Homero che guidava e Lzara dietro,
stretta a lui. La luce dei lampioni si era appena accesa
nell'imbrunire malva. Il vento aveva trascinato via le ultime foglie,
e gli alberi sembravano fossili spennacchiati. Un rimorchiatore
scendeva lungo il Rodano con una radio a pieno volume che lasciava per
le strade una scia di musica. Georges Brassens cantava: "Mon amour
tiens bien la barre, le temps va passer par l, et le temps est un
barbare dans le genre d'Attila, par l o son cheval passe l'amour ne
repousse pas". Homero e Lzara correvano in silenzio ubriacati dalla
canzone e dall'odore memorabile dei giacinti. Dopo un po', lei parve
svegliarsi da un lungo sonno.
Cazzo disse.
Cosa?
Quel povero vecchio disse Lzara. Che vita di merda!
Il venerd successivo, 7 ottobre, il presidente sub un intervento di
cinque ore che per il momento lasci le cose oscure come lo erano
prima. A rigore, l'unica consolazione fu sapere che era sempre vivo.
Dopo dieci giorni lo trasferirono in una stanza insieme ad altri
malati, e fu possibile visitarlo. Era un altro: disorientato e smunto,
e con certi capelli radi che gli si staccavano al solo contatto col
guanciale. Dell'antica prestanza gli rimaneva solo la scioltezza delle
mani. Il suo primo tentativo di camminare con due bastoni ortopedici
fu scoraggiante. Lzara rimaneva a dormire accanto a lui per
risparmiargli la spesa di un'infermiera notturna. Uno dei malati della
stanza pass la prima notte gridando per il panico della morte. Quelle
veglie interminabili misero fine alle ultime reticenze di Lzara.
Quattro mesi dopo l'arrivo a Ginevra, lo dimisero. Homero,
amministratore meticoloso dei suoi fondi esigui, sald il conto
dell'ospedale e lo port via con l'ambulanza aiutato dai colleghi che
lo fecero salire fino all'ottavo piano. Si install nella camera dei
bambini, che non riusc mai a riconoscere, e a poco a poco fece
ritorno alla realt. Si impegn negli esercizi di rieducazione con un
rigore militare, e riprese a camminare solo col suo bastone. Ma
sebbene vestito con i buoni abiti di un tempo era molto lontano
dall'essere quello di prima, sia nell'aspetto sia nel modo di essere.
Timoroso dell'inverno che si annunciava molto rigido, e che in realt
fu il pi crudo di quanto rimaneva del secolo, decise di tornare con
una nave che salpava da Marsiglia il 13 dicembre, contro il parere dei
medici che volevano tenerlo ancora un po' sotto controllo. All'ultimo
momento il denaro non fu sufficiente, e Lzara volle integrarlo di
nascosto dal marito intaccando di nuovo i risparmi dei figli, ma pure
l trov meno di quanto supponeva. Allora Homero le confess che ne
aveva preso di nascosto da lei per saldare il conto dell'ospedale.
Bene si rassegn Lzara. Diciamo che era il nostro figlio pi
vecchio.
L'11 dicembre lo sistemarono sul treno per Marsiglia sotto una forte
bufera di neve, e solo quando furono rincasati trovarono una lettera
di commiato sul comodino dei bambini. Sempre l aveva lasciato la sua
fede matrimoniale per Brbara, insieme a quella della moglie morta,
che non aveva mai cercato di vendere, e l'orologio da taschino per
Lzaro. Siccome era domenica, alcuni originari dei Caraibi che avevano
scoperto il segreto erano accorsi alla stazione di Cornavin con un
gruppo di arpe di Veracruz. Il presidente era senza fiato, col suo
soprabito da sciattone e una lunga sciarpa a colori che era stata di
Lzara, ma anche cos rimase sul predellino dell'ultima carrozza
congedandosi col cappello sotto le raffiche della bufera. Il treno
cominciava ad accelerare quando Homero si accorse che il bastone era
rimasto a lui. Corse fino all'estremit del marciapiede e lo lanci
con abbastanza forza perch il presidente lo prendesse, ma cadde fra
le ruote e venne spezzato. Fu un istante di orrore. L'ultima cosa che
Lzara vide fu la mano tremula tesa per afferrare il bastone che non
raggiunse mai, e il controllore del treno che riusc ad acchiappare
per la sciarpa il vecchio coperto di neve, e lo riscatt dal vuoto.
Lzara corse spaventata incontro al marito cercando di ridere fra le
lacrime.
Dio mio gli grid, quell'uomo non morir mai.
Arriv sano e salvo, secondo quanto annunci nel suo lungo telegramma
di ringraziamento. Non si seppe pi nulla di lui per oltre un anno.
Infine arriv una lettera di sei fogli scritti a mano in cui era ormai
impossibile riconoscerlo. Il dolore era tornato, intenso e puntuale
come prima, ma lui aveva deciso di non badargli e di vivere la vita
cos come veniva. Il poeta Aim Csaire gli aveva regalato un altro
bastone con incrostazioni di madreperla, ma aveva risolto di non
usarlo pi. Erano sei mesi che mangiava carne regolarmente, e ogni
tipo di frutti di mare, ed era capace di bersi anche venti tazze al
giorno di caff amaro. Ma non ne leggeva pi i fondi perch i suoi
pronostici si rivelavano sempre al rovescio. Il giorno in cui aveva
compiuto settantacinque anni si era bevuto qualche bicchierino dello
squisito rum della Martinica, che gli aveva fatto benissimo, e aveva
ripreso a fumare. Non si sentiva meglio, naturalmente, ma neppure
peggio. Tuttavia, il motivo autentico della lettera era comunicar loro
che si sentiva tentato di tornare nel suo paese per mettersi alla
testa di un movimento rinnovatore, per una causa giusta e una patria
degna, fosse anche solo per la gloria meschina di non morire vecchio
nel suo letto. In quel senso, concludeva la lettera, il viaggio a
Ginevra era stato provvidenziale.
giugno 1979.
La santa.
Ventidue anni dopo rividi Margarito Duarte. Comparve d'improvviso in
uno dei vicoli segreti di Trastevere, e feci fatica a riconoscerlo
subito per via del suo spagnolo stentato e del suo bell'aspetto da
romano antico. Aveva i capelli bianchi e radi, e non gli rimaneva
traccia del portamento lugubre e degli abiti cimiteriali da avvocato
andino con cui era giunto a Roma per la prima volta, ma nel corso
della conversazione riuscii a riscattarlo a poco a poco dalle perfidie
degli anni e lo rividi cos com'era: cauto, imprevedibile, e con la
tenacia di uno schiacciasassi. Prima della seconda tazza di caff in
uno dei nostri bar di un tempo, mi azzardai a fargli la domanda che mi
rodeva dentro.
Che ne stato della santa?
E' sempre l la santa mi rispose. Che aspetta.
Solo il tenore Rafael Ribero Silva e io potevamo capire la terribile
carica umana della sua risposta. Conoscevamo cos bene il suo dramma,
che per anni avevo pensato che Margarito Duarte fosse il personaggio
in cerca d'autore che noi romanzieri aspettiamo per tutta una vita, e
se non avevo mai permesso che mi trovasse era stato perch la fine
della sua storia mi sembrava inimmaginabile.
Era arrivato a Roma in quella primavera radiosa in cui Pio Dodicesimo
soffriva di una crisi di singhiozzo che n le buone n le male arti di
medici e mediconi erano riuscite a sconfiggere. Si allontanava per la
prima volta dal suo diruto villaggio del Tolima, sulle Ande
colombiane, e glielo si notava persino nel modo di dormire. Si
present una mattina al nostro consolato con la valigia di pino lustro
che dalla forma e dalla grandezza sembrava la custodia di un
violoncello, ed espose al console il motivo stupefacente del suo
viaggio. Il console telefon allora al tenore Rafael Ribero Silva, suo
compatriota, affinch gli trovasse una stanza nella pensione dove
vivevamo entrambi. Cos lo conobbi.
Margarito Duarte non si era spinto oltre le elementari, ma la sua
vocazione per le belle lettere gli aveva permesso una formazione pi
ampia grazie alla lettura appassionata di qualsiasi materiale a stampa
gli fosse venuto fra le mani. A diciotto anni, lavorando come
impiegato al municipio, si era sposato con una bella ragazza che era
morta di l a poco mentre partoriva la prima figlia. Questa, ancora
pi bella della madre, era morta di una febbre generica a sette anni.
Ma la vera storia di Margarito Duarte era cominciata sei mesi prima
del suo arrivo a Roma, quando si era dovuto trasferire il cimitero del
suo villaggio per costruire una pescaia. Come tutti gli abitanti della
regione, Margarito aveva dissotterrato le ossa dei suoi morti per
portarli nel cimitero nuovo. Sua moglie era polvere. Nella tomba
attigua, invece, la bambina era ancora intatta dopo undici anni. A tal
punto, che quando avevano aperto la bara si era sentito il profumo
delle rose fresche con cui l'avevano sepolta. Il fatto pi
stupefacente, tuttavia, era che il corpo non aveva peso.
Centinaia di curiosi, attratti dal clamore del miracolo, avevano
invaso il villaggio. Non c'erano dubbi. L'incorruttibilit del corpo
era un sintomo inequivocabile della santit, e persino il vescovo
della diocesi aveva ritenuto che un simile prodigio doveva essere
sottoposto al verdetto del Vaticano. Sicch si fece una colletta
pubblica affinch Margarito Duarte si recasse a Roma, a battagliare
per una causa che non era pi solo sua n del ristretto ambito del
villaggio, ma una faccenda della nazione.
Mentre ci raccontava la sua storia nella pensione del tranquillo
quartiere dei Parioli, Margarito Duarte tolse il lucchetto e apr il
coperchio del grazioso baule. Fu cos che il tenore Ribero Silva e io
fummo partecipi del miracolo. Non sembrava una mummia vizza come
quelle che si vedono in tanti musei del mondo, ma una bambina vestita
da sposa che fosse rimasta addormentata dopo una lunga permanenza
sotto terra. La pelle era tersa e tiepida, e gli occhi aperti erano
diafani, e suscitavano l'impressione intollerabile che ci vedessero
dalla morte. Il raso e le zagare finte della corona non avevano
resistito ai rigori del tempo in buona salute come la pelle, ma le
rose che le avevano messo fra le mani erano sempre vive. Il peso della
custodia di pino, in effetti, rimase lo stesso quando ne tirammo fuori
il corpo.
Margarito Duarte avvi i suoi tramiti il giorno dopo l'arrivo.
All'inizio con un aiuto diplomatico pi compassionevole che efficace,
e poi con ogni scaltrezza che gli venne in mente per superare gli
innumerevoli ostacoli del Vaticano. Fu sempre riservatissimo sulle sue
incombenze, ma si sapeva che erano numerose e inutili. Si metteva in
contatto con tutte le congreghe religiose e le fondazioni umanitarie
in cui si imbatteva, dove lo ascoltavano con attenzione ma senza
stupore, e gli promettevano interventi immediati che non sortirono mai
alcun effetto. Il fatto che quel periodo non fu il pi propizio.
Tutto quanto aveva a che fare con la Santa Sede era stato rinviato
finch il Papa non avesse superato la crisi di singhiozzo, resistente
non solo ai pi raffinati espedienti della medicina accademica, ma
anche a ogni sorta di rimedi magici che gli mandavano da tutto il
mondo.
Infine, nel mese di luglio, Pio Dodicesimo si riprese e si rec per le
sue vacanze estive a Castelgandolfo. Margarito port la santa alla
prima udienza settimanale con la speranza di mostrargliela. Il Papa si
fece vedere nel cortile interno, su un balcone cos basso che
Margarito riusc a scorgergli le unghie nette e a cogliere il suo
fiato di lavanda. Ma non pass fra i turisti che venivano da tutto il
mondo per vederlo, come Margarito sperava, limitandosi a pronunciare
lo stesso discorso in sei lingue e finendo con la benedizione
generale.
Dopo tutta una serie di rinvii, Margarito decise di affrontare le cose
di persona, e consegn alla Segreteria di Stato una lettera scritta a
mano di quasi sessanta pagine, che non ebbe risposta. Lui l'aveva
previsto, perch il funzionario che l'aveva ritirata con le formalit
di rigore si era appena degnato di dare un'occhiata ufficiale alla
bambina morta, e gli impiegati che passavano l vicino la guardavano
senza alcun interesse. Uno di loro gli raccont che l'anno prima
avevano ricevuto pi di ottocento lettere che sollecitavano la
santificazione di cadaveri intatti in diversi luoghi del mondo.
Margarito chiese infine che si constatasse la mancanza di peso del
corpo. Il funzionario la constat, ma rifiut di ammetterla.
Dev'essere un caso di suggestione collettiva disse.
Nelle scarse ore libere e nelle aride domeniche estive, Margarito
rimaneva nella sua stanza, accanendosi nella lettura di qualsiasi
libro gli sembrasse interessante per la sua causa. Alla fine di ogni
mese, di sua iniziativa, scriveva in un quaderno da scolaro una
relazione minuziosa delle sue spese con calligrafia ricercata da abile
amanuense, per rendere conti esatti e tempestivi ai contribuenti del
suo villaggio. Prima che l'anno fosse finito conosceva i dedali di
Roma come se vi fosse nato, parlava un italiano facile e scarso di
parole come il suo spagnolo andino, e ne sapeva quant'altri mai sui
processi di canonizzazione. Ma trascorse ancora molto tempo prima che
si cambiasse il vestito funebre, e il panciotto e il cappello da
magistrato che nella Roma dell'epoca erano tipici di certe societ
segrete dagli obiettivi inconfessabili. Se ne usciva molto presto con
la custodia della santa, e talvolta tornava a notte tarda, esausto e
triste, ma sempre con un residuo di luce che gli infondeva nuovo
vigore per il giorno successivo.
I santi vivono nel loro tempo diceva.
Io mi trovavo a Roma per la prima volta, a frequentare il Centro
Sperimentale di Cinematografia, e vissi il suo calvario con
un'intensit indimenticabile. La pensione dove abitavamo era in realt
un appartamento moderno a pochi passi da Villa Borghese, la cui
proprietaria occupava due camere e ne affittava quattro a studenti
stranieri. La chiamavamo Maria Bella, ed era attraente ed esuberante
nella pienezza del suo autunno, e sempre fedele alla sacra norma per
cui ognuno re assoluto dentro la sua stanza. In realt, a reggere il
peso della vita quotidiana era la sorella maggiore, zia Antonietta, un
angelo senza ali che lavorava a ore per lei durante la giornata, e
girava dappertutto con secchio e scopa di saggina lustrando pi del
possibile i marmi del pavimento. Fu lei a insegnarci a mangiare gli
uccelletti canterini che cacciava Bartolino, suo marito, per una
brutta abitudine che gli era rimasta dalla guerra, e fu lei che
avrebbe finito per portarsi Margarito a vivere a casa sua quando non
gli fu pi possibile permettersi i prezzi di Maria Bella.
Nulla di meno adatto al modo di essere di Margarito che quella casa
senza legge. Ogni ora ci riserbava una novit, persino all'alba,
quando ci svegliava il ruggito spaventoso del leone dello zoo di Villa
Borghese. Il tenore Ribero Silva si era guadagnato il privilegio che i
romani non se la prendessero per le sue prove mattutine. Si alzava
alle sei, faceva il suo bagno medicinale di acqua gelata e si
aggiustava la barba e le sopracciglia da Mefistofele, e solo quando
era ormai pronto con la vestaglia a quadri scozzesi, la sciarpa di
seta cinese e la sua acqua di colonia personale, si abbandonava corpo
e anima agli esercizi di canto. Spalancava la finestra della camera,
anche con le stelle dell'inverno, e cominciava a scaldarsi la voce con
fraseggi progressivi di grandi arie d'amore, finch non si lanciava a
cantarle a piena voce. L'aspettativa quotidiana era che quando
prorompeva nel do di petto gli rispondeva il leone di Villa Borghese
con un ruggito da terremoto.
Sei San Marco reincarnato, figlio mio esclamava zia Antonietta
davvero stupita. Solo lui riusciva a parlare con i leoni.
Una mattina non fu il leone a dargli la replica. Il tenore inizi il
duetto d'amore dell'"Otello": "Gi nella notte densa s'estingue ogni
clamor". D'improvviso, dal fondo del cortile, ci arriv la risposta in
una bella voce da soprano. Il tenore prosegu, e le due voci cantarono
il pezzo completo, a diletto del vicinato che apr le finestre per
santificare le sue case col torrente di quell'amore irresistibile. Il
tenore fu sul punto di svenire quando venne a sapere che la sua
Desdemona invisibile era nientemeno che la grande Maria Caniglia.
Ho l'impressione che fu quell'episodio a fornire un motivo valido a
Margarito Duarte per inserirsi nella vita della casa. A partire da
allora sedette insieme a tutti gli altri alla tavola comune e non pi
in cucina, come all'inizio, dove zia Antonietta lo viziava quasi ogni
giorno col suo squisito stufato di uccelletti canterini. Maria Bella
ci leggeva dopo i pasti i quotidiani del giorno per abituarci alla
fonetica italiana, e completava le notizie con un'arbitrariet e un
garbo che ci rallegravano la vita. Uno di quei giorni raccont, a
proposito della santa, che nella citt di Palermo c'era un enorme
museo con i cadaveri incorrotti di uomini, donne e bambini, e persino
vari vescovi, dissotterrati da uno stesso cimitero dei cappuccini. La
notizia inquiet talmente Margarito, che non ebbe un istante di pace
finch non ci recammo a Palermo. Ma gli bast un'occhiata veloce alle
cupe gallerie di mummie senza gloria per farsene un'idea e consolarsi.
Non sono lo stesso caso disse. Questi si nota subito che sono
morti.
Dopo il pranzo Roma soccombeva al sopore di agosto. Il sole di
mezzogiorno rimaneva immobile al centro del cielo, e nel silenzio
delle due del pomeriggio si udiva solo il rumore dell'acqua, che la
voce naturale di Roma. Ma verso le sette di sera le finestre si
aprivano d'improvviso per attrarre l'aria fresca che cominciava a
muoversi, e una folla giubilante usciva in strada senza altro
proposito che quello di vivere, in mezzo agli scoppi delle
motociclette, alle grida dei venditori di anguria e alle canzoni
d'amore tra i fiori delle terrazze.
Il tenore e io non facevamo la siesta. Andavamo con la sua vespa, lui
che guidava e io dietro, e portavamo gelati e cioccolatini alle
puttanelle estive che sfarfalleggiavano sotto gli allori centenari di
Villa Borghese, in cerca di turisti desti in pieno sole. Erano belle,
povere e affettuose, come la maggioranza delle italiane di quei tempi,
vestite di organza azzurra, di popeline rosa, di lino verde, e si
proteggevano dal sole con gli ombrellini tarmati dalle piogge della
guerra recente. Era un piacere umano stare con loro, perch
infrangevano le leggi del mestiere, e si concedevano il lusso di
perdere un buon cliente per venire con noi a prendere un caff e a far
due chiacchiere al bar dell'angolo, o a passeggiare sulle carrozzelle
a nolo lungo i sentieri del parco, o a rattristarci con i re
detronizzati e le loro amanti tragiche che all'imbrunire cavalcavano
nel galoppatoio. Pi di una volta facevamo da interpreti con qualche
americano smarrito.
Non fu a causa di loro che portammo Margarito Duarte a Villa Borghese,
ma affinch conoscesse il leone. Viveva in libert su un isolotto
desertico circondato da un fossato profondo, e non appena ci ebbe
scorti sull'altra sponda prese a ruggire con un'irrequietezza che
meravigli il guardiano. I visitatori del parco accorsero stupiti. Il
tenore cerc di farsi riconoscere col suo do di petto mattutino, ma il
leone non gli bad. Sembrava ruggire contro tutti noi senza
distinzione, ma il custode si accorse subito che ruggiva solo per
Margarito. Cos fu: se lui si muoveva il leone si muoveva, e non
appena si nascondeva smetteva di ruggire. Il custode, che era laureato
in lettere classiche all'universit di Siena, pens che Margarito quel
giorno fosse stato con altri leoni che gli avevano attaccato il loro
odore. Tranne questa spiegazione, che era vana, non gliene venne in
mente un'altra.
Comunque disse, non sono ruggiti di guerra ma di compassione.
Tuttavia, a impressionare il tenore Ribero Silva non fu quell'episodio
sovrannaturale, bens la commozione di Margarito quando si fermarono a
chiacchierare con le ragazze del parco. Ne parl a tavola, e taluni
per malizia, talaltri per comprensione, fummo tutti d'accordo che
sarebbe stato un bel gesto aiutare Margarito a risolvere la sua
solitudine. Commossa dalla debolezza dei nostri cuori, Maria Bella si
strinse sul petto da grande madre biblica le mani ricoperte di anelli
di bigiotteria.
Io lo farei per carit disse, non fosse che non ci sono mai
riuscita con gli uomini che portano il panciotto.
Fu cos che il tenore pass per Villa Borghese alle due del
pomeriggio, e si caric dietro la sua vespa la farfallina che gli
sembr pi propizia per fornire un'ora di buona compagnia a Margarito
Duarte. La fece spogliare nella sua camera, la lav con sapone
profumato, l'asciug, la cosparse con la sua acqua di colonia
personale, e le incipri tutto il corpo col suo talco canforato da
dopobarba. Infine le pag il tempo che avevano gi fatto passare e
un'altra ora, e le indic per filo e per segno quel che doveva fare.
La bella attravers nuda e in punta di piedi la casa in penombra, come
un sogno della siesta, e buss con due colpetti teneri alla camera in
fondo. Margarito Duarte, scalzo e senza camicia, apr la porta.
Buonasera, giovanotto gli disse lei, con voce e modi da collegiale.
Mi manda il tenore.
Margarito incass il colpo con grande dignit. Apr bene la porta per
farla entrare, e lei si distese sul letto mentre lui si infilava in
gran fretta la camicia e le scarpe per darle ascolto col dovuto
rispetto. Poi le si sedette accanto su una seggiola, e avvi la
conversazione. Stupita, la ragazza gli disse che si affrettasse,
perch disponevano solo di un'ora. Lui non le bad.
La ragazza disse poi che sarebbe comunque rimasta per tutto il tempo
che lui avesse voluto senza fargli pagare un soldo, perch non poteva
esserci al mondo un uomo capace di comportarsi meglio. Senza saper che
fare mentre passava il tempo, perquis la stanza con lo sguardo, e
scopr la custodia di legno sopra il camino. Domand se era un
sassofono. Margarito non le rispose, ma socchiuse la persiana affinch
entrasse un po' di luce, port la custodia sul letto e sollev il
coperchio.
La ragazza cerc di dire qualcosa, ma le casc gi la mascella. O come
poi ci disse: Mi si gel il culo. Scapp via spaventata, ma sbagli
direzione in corridoio, e si scontr con zia Antonietta che stava
venendo a cambiare una lampadina nella mia stanza. Fu tale lo spavento
di entrambe, che la ragazza non os uscire dalla camera del tenore
sino a notte fatta.
Zia Antonietta non seppe mai cos'era successo. Entr nella mia stanza
cos impaurita, che non riusciva ad avvitare la lampadina per il
tremito delle mani. Le domandai cosa succedeva. E' che in questa casa
si prendono certi spaventi mi disse. E adesso anche in pieno
giorno. Mi raccont con grande convinzione che, durante la guerra, un
ufficiale tedesco aveva sgozzato la sua amante nella stanza che
occupava il tenore. Spesso, mentre faceva i mestieri, zia Antonietta
aveva visto l'apparizione della bella assassinata che seguiva i suoi
passi lungo i corridoi.
L'ho appena vista che camminava tutta nuda per il corridoio disse.
Era precisa identica.
La citt riprese le sue abitudini in autunno. Le terrazze fiorite
dell'estate si chiusero ai primi venti, e il tenore e io tornammo alla
vecchia trattoria di Trastevere dove cenavamo insieme agli alunni di
canto del conte Carlo Calcagni, e a taluni miei compagni della scuola
di cinema. Fra questi ultimi, il pi assiduo era Lakis, un greco
intelligente e simpatico, il cui unico difetto erano i discorsi
soporiferi sull'ingiustizia sociale. Per fortuna, i tenori e i soprani
riuscivano quasi sempre a farlo tacere con pezzi d'opera cantati a
piena voce, che tuttavia non disturbavano nessuno neanche dopo la
mezzanotte. Al contrario, certi nottambuli di passaggio si univano al
coro, e nel vicinato si aprivano finestre per applaudire.
Una notte, mentre cantavamo, Margarito entr in punta di piedi per non
interromperci. Recava con s la custodia di pino che non aveva avuto
il tempo di lasciare alla pensione dopo aver mostrato la santa al
parroco di San Giovanni in Laterano, la cui influenza presso la Santa
Congregazione dei Riti era di dominio pubblico. Riuscii a vedere con
la coda dell'occhio che la riponeva sotto un tavolo appartato, e si
sedette mentre finivamo di cantare. Come sempre accadeva verso la
mezzanotte, riunimmo diversi tavoli mentre la trattoria cominciava a
vuotarsi, e restammo insieme noi che cantavamo, che discutevamo di
cinema, e gli amici di tutti. E fra questi, Margarito Duarte, che l
era gi conosciuto come il colombiano silenzioso e triste di cui
nessuno sapeva nulla. Lakis, incuriosito, gli domand se suonava il
violoncello. Io ebbi un sussulto dinanzi a quanto mi sembr
un'indiscrezione cui era difficile sottrarsi. Il tenore, a disagio
come me, non riusc a rimediare la situazione. Margarito fu l'unico
che prese la domanda con tutta naturalezza.
Non un violoncello disse. E' la santa.
Pos la cassetta sopra il tavolo, apr il lucchetto e sollev il
coperchio. Una ventata di stupore percorse il ristorante. Gli altri
clienti, i camerieri, e infine quelli della cucina con i loro
grembiuli insanguinati, si assieparono attoniti a contemplare il
prodigio. Taluni si fecero il segno della croce. Una delle cuoche si
inginocchi a mani giunte, in preda a un tremor di febbre, e preg in
silenzio.
Tuttavia, passata la commozione iniziale, ci addentrammo fra grida in
una discussione sull'insufficienza della santit ai nostri tempi.
Lakis, naturalmente, fu il pi radicale. L'unico punto che infine
rimase chiaro fu la sua idea di girare un film critico sul tema della
santa.
Sono sicuro disse che il vecchio Cesare non si lascerebbe sfuggire
questo tema.
Si riferiva a Cesare Zavattini, il nostro maestro di soggetto e
sceneggiatura, uno dei grandi della storia del cinema e l'unico che
intrattenesse con noi un rapporto personale ai margini della scuola.
Cercava di insegnarci non solo il mestiere, ma anche un modo diverso
di vedere la vita. Era una macchina per pensare soggetti. Gli venivano
a fiotti, quasi contro la sua volont. E con tale fretta, che aveva
sempre bisogno dell'aiuto di qualcuno per pensarli ad alta voce e
acchiapparli al volo. Solo che quando li aveva portati a termine si
scoraggiava. Peccato che si debba farne un film diceva. Perch
pensava che sullo schermo avrebbe perso molto della sua magia
originale. Conservava le idee su schede ordinate per argomenti e
attaccate con puntine alle pareti, e ne aveva cos tante che
occupavano una stanza di casa sua.
Il sabato successivo andammo a trovarlo con Margarito Duarte. Era cos
goloso della vita, che lo trovammo sulla soglia della sua casa in via
Angela Merici, ardente d'ansia per l'idea che gli avevamo annunciato
al telefono. Non ci salut neppure con la consueta cortesia, ma guid
Margarito fino a un tavolo gi preparato, e lui stesso apr la
custodia. Allora accadde quel che meno immaginavamo. Invece di
impazzire, com'era prevedibile, ebbe una sorta di paralisi mentale.
Ammazza! mormor spaventato.
Guard la santa in silenzio per due o tre minuti, chiuse la custodia
lui stesso, e senza dire nulla condusse Margarito verso la porta, come
un bambino che facesse i primi passi. Lo conged con qualche leggera
pacca sulle spalle. Grazie, figliolo, mille grazie gli disse. E che
Dio ti accompagni nella tua lotta. Quando ebbe chiuso la porta si
volse verso di noi, e ci comunic il suo verdetto.
Non serve per il cinema disse. Nessuno ci crederebbe.
Quella lezione stupefacente ci accompagn sul tram al ritorno. Se lo
diceva lui, non era proprio il caso di pensarci: la storia non
serviva. Tuttavia, Maria Bella ci accolse col messaggio urgente che
Zavattini ci aspettava quella stessa sera, ma senza Margarito.
Lo trovammo in uno dei suoi momenti stellari. Lakis aveva portato due
o tre condiscepoli, ma quando apr la porta lui non sembr neppure
vederli.
Ci siamo grid. Il film sar una bomba se Margarito fa il miracolo
di resuscitare la bambina.
Nel film o nella vita? gli domandai.
Lui represse la contrariet. Non essere stupido mi disse. Ma subito
gli vedemmo negli occhi lo scintillio di un'idea irresistibile. A
meno che sia capace di resuscitarla nella vita reale disse, e
riflett seriamente:
Dovrebbe provarci.
Fu solo una tentazione momentanea, prima di riprendere il filo.
Cominci a girare per la casa, come un pazzo felice, gesticolando con
le mani e raccontando il film ad alta voce. Lo ascoltavamo
esterrefatti, con l'impressione di star vedendo le immagini come
uccelli fosforescenti che gli sfuggissero a frotte e volassero
impazziti per tutta la casa.
Una sera disse, dopo la morte di una ventina di papi che non
l'hanno ricevuto, Margarito entra in casa sua, stanco e vecchio, apre
la cassa, accarezza il viso della piccola morta, e le dice con tutta
la tenerezza del mondo: "Per amore di tuo padre, piccola: alzati e
cammina".
Ci guard tutti, e concluse con un gesto trionfale:
E la bambina si alza!
Si aspettava qualcosa da noi. Ma eravamo cos perplessi, che non
sapevamo cosa dire. Tranne Lakis, il greco, che alz un dito, come a
scuola, per chiedere la parola.
Davvero non posso crederci disse, e dinanzi alla nostra sorpresa, si
rivolse direttamente a Zavattini: Mi perdoni, maestro, ma non posso
crederci.
Allora fu Zavattini a rimanere attonito.
E perch no?
Che ne so? disse Lakis, dispiaciuto. E' che non pu essere.
Ammazza! grid allora il maestro, con uno strepito che si dovette
udire in tutto il quartiere. E' quel che pi mi disturba degli
stalinisti: che non credono nella realt.
Nei quindici anni successivi, come lui stesso mi raccont, Margarito
port la santa a Castelgandolfo nel tentativo di mostrarla. Durante
un'udienza di circa duecento pellegrini dell'America latina riusc a
raccontare la sua storia, fra spintoni e gomitate, al benevolo
Giovanni Ventitreesimo. Ma non gli fu possibile mostrargli la bambina
perch aveva dovuto lasciarla all'entrata, insieme agli zaini di altri
pellegrini, nell'eventualit di un attentato. Il Papa lo ascolt con
tutta l'attenzione che gli fu possibile tra la folla, e gli diede
sulla guancia un buffetto di incoraggiamento.
Bravo, figlio mio gli disse. Dio premier la tua perseveranza.
Tuttavia, il momento in cui davvero si sent sul punto di realizzare
il suo sogno fu durante il regno fugace del sorridente Albino Luciani.
Un suo parente, colpito dalla storia di Margarito, gli aveva promesso
di intervenire. Nessuno gli diede retta. Ma due giorni dopo, mentre
pranzavano, qualcuno chiam alla pensione con un messaggio veloce e
semplice per Margarito: non doveva muoversi da Roma, perch prima di
gioved sarebbe stato chiamato dal Vaticano per un'udienza privata.
Non si seppe mai se era stato uno scherzo. Margarito credeva di no, e
rimase all'erta. Non usc di casa. Se doveva andare in bagno lo
annunciava ad alta voce: Vado in bagno. Maria Bella, sempre graziosa
nei primi albori della vecchiaia, se ne usciva nella sua risata di
donna libera.
Lo sappiamo, Margarito gridava, casomai ti chiamasse il Papa.
Il marted successivo, due giorni prima della comunicazione
annunciata, Margarito croll davanti al titolo sul giornale che fecero
scivolare sotto la porta: "Morto il Papa". Per un istante lo sorresse
l'illusione che fosse un giornale vecchio consegnato per sbaglio,
perch non era facile credere che morisse un papa al mese. Ma cos fu:
il sorridente Albino Luciani, eletto trentatr giorni prima, era stato
trovato morto nel suo letto.
Tornai a Roma ventidue anni dopo che avevo conosciuto Margarito
Duarte, e forse non avrei pensato a lui se non l'avessi incontrato per
caso. Io ero troppo oppresso dal trascorrere del tempo per pensare a
chicchessia. Cadeva senza tregua una pioviggine stupida come brodo
tiepido, la luce di diamante dei vecchi tempi era diventata torbida, e
i luoghi che erano stati miei e nutrivano le mie nostalgie erano altri
ed estranei. La casa dov'era la pensione era sempre la stessa, ma
nessuno seppe ragguagliarmi su Maria Bella. Nessuno rispondeva ai sei
numeri telefonici che il tenore Ribero Silva mi aveva mandato
attraverso gli anni. Durante un pranzo con la nuova gente di cinema
evocai il ricordo del mio maestro, e un silenzio improvviso aleggi
sulla tavola per un istante, finch qualcuno os dire:
Zavattini? Mai sentito.
Cos era: nessuno aveva udito parlare di lui. Gli alberi di Villa
Borghese erano arruffati sotto la pioggia, il galoppatoio delle
principesse tristi era stato divorato da una malerba senza fiori, e le
belle di un tempo erano state sostituite da atleti androgini
travestiti da ganimedi. L'unico sopravvissuto di una fauna estinta era
il vecchio leone, scabbioso e rauco, nella sua isola di acque vizze.
Nessuno cantava n moriva d'amore nelle trattorie plastificate di
piazza di Spagna. La Roma delle nostre nostalgie era ormai un'altra
Roma antica dentro l'antica Roma dei Cesari. D'improvviso, una voce
che poteva venire dall'aldil mi blocc in un vicolo di Trastevere:
Salve, poeta.
Era lui, vecchio e stanco. Erano morti cinque papi, la Roma eterna
mostrava i primi sintomi della decrepitezza, e lui continuava ad
aspettare. Ho aspettato tanto che non pu pi mancare molto mi disse
congedandosi, dopo quasi quattro ore di rievocazioni. Pu essere cosa
di mesi. Se ne and strascicando i piedi in mezzo alla strada, con i
suoi stivali da guerra e il suo berretto stinto da vecchio romano,
senza badare alle pozzanghere di pioggia in cui la luce cominciava a
marcire. Allora non ebbi pi dubbi, se mai ne avevo avuti, che il
santo era lui. Senza rendersene conto, attraverso il corpo incorrotto
di sua figlia, erano ormai ventidue anni che viveva lottando per la
causa legittima della propria canonizzazione.
agosto 1981.
L'aereo della bella addormentata.
Era bella, elastica, con una pelle morbida color del pane e gli occhi
di mandorle verdi, e aveva i capelli lisci e neri e lunghi fin sulla
schiena, e un'aura di antichit che poteva essere dell'Indonesia come
delle Ande. Era vestita con un gusto sottile: giacca di lince,
camicetta di seta naturale a fiori molto tenui, pantaloni di lino
grezzo, e scarpe lineari color delle buganvillee. "Questa la donna
pi bella che abbia mai visto in vita mia" pensai quando la vidi
passare col suo silenzioso incedere da leonessa, mentre io facevo la
coda per imbarcarmi sull'aereo per New York all'aeroporto Charles de
Gaulle di Parigi. Fu un'apparizione sovrannaturale che esistette solo
un istante e scomparve tra la folla dell'atrio.
Erano le nove del mattino. Stava nevicando fin dalla notte prima, e il
traffico era pi fitto del solito per le vie della citt, e pi lento
ancora sull'autostrada, e c'erano camion da carico allineati sul
margine, e automobili fumanti nella neve. Nell'atrio dell'aeroporto,
invece, la vita era sempre in primavera.
Io facevo la fila per il check-in dietro una vecchia olandese che
rimase quasi un'ora a discutere sul peso delle sue undici valigie.
Cominciavo ad annoiarmi quando vidi l'apparizione istantanea che mi
aveva lasciato senza respiro, sicch non seppi come fin la disputa,
finch l'impiegata non mi riport sulla terra con un rimprovero per la
mia distrazione. A titolo di scusa le domandai se credeva negli amori
a prima vista. Certamente mi disse. Quelli impossibili sono gli
altri. Se ne rimase con lo sguardo fisso sullo schermo del computer,
e mi domand che posto preferivo: per fumatori o per non fumatori.
E' lo stesso le dissi con intenzione, purch non sia accanto alle
undici valigie.
Lei mi ringrazi con un sorriso commerciale ma senza scostare lo
sguardo dallo schermo fosforescente.
Scelga un numero mi disse: tre, quattro o sette.
Quattro.
Il suo sorriso ebbe allora un bagliore trionfale.
In quindici anni che lavoro qui disse il primo a non scegliere il
sette.
Segn sulla carta di imbarco il numero del posto e me la consegn col
resto dei miei documenti, guardandomi per la prima volta con certi
occhi color uva che mi servirono da consolazione finch non avessi
rivisto la bella. Solo allora mi avvert che l'aeroporto era stato
appena chiuso e che tutti i voli erano rinviati.
Fin quando?
Lo sa Dio disse col suo sorriso. Questa mattina la radio ha
annunciato che sar la nevicata pi intensa di tutto l'anno.
Si sbagli: fu la pi intensa di tutto il secolo. Ma nella sala di
prima classe la primavera era cos reale che c'erano rose fresche nei
vasi e persino la musica in scatola sembrava sublime e sedativa come
asserivano i suoi creatori. D'improvviso mi venne da pensare che
quello era un rifugio adatto alla bella, e la cercai nelle altre sale,
rabbrividendo per la mia audacia. Ma perlopi erano uomini della vita
reale che leggevano giornali in inglese mentre le mogli pensavano ad
altri, contemplando gli aerei morti nella neve attraverso le vetrate
panoramiche, contemplando le fabbriche glaciali, i vasti vivai di
Roissy devastati dai leoni. Dopo il mezzogiorno non c'era pi uno
spazio disponibile, e il caldo era diventato cos insopportabile che
scappai via per respirare.
Fuori trovai uno spettacolo incredibile. Gente di ogni risma aveva
invaso le sale d'attesa, ed era accampata nei corridoi soffocanti, e
anche nelle scale, coricata a terra con gli animali e i bambini, e i
bagagli. Anche le comunicazioni con la citt erano interrotte, e il
palazzo di plastica trasparente sembrava un'immensa capsula spaziale
arenata nella bufera. Non riuscii a evitare l'idea per cui anche la
bella doveva essere in qualche posto in mezzo a quelle orde mansuete,
e tale fantasia mi infuse nuovo coraggio per aspettare.
All'ora di pranzo avevamo assunto la nostra consapevolezza di
naufraghi. Le code si fecero interminabili davanti ai sette
ristoranti, alle tavole calde, ai bar stracolmi, e in meno di tre ore
dovettero chiuderli perch non c'era pi nulla da mangiare n da bere.
I bambini, che per un momento sembravano essere tutti quelli del
mondo, si misero a piangere al contempo, e dalla folla prese a levarsi
un odor di gregge. Era il momento degli istinti. L'unica cosa che
riuscii a mangiare in mezzo al ruffaraffa furono le ultime due
coppette di gelato alla crema in un negozio per bambini. Li inghiottii
lentamente al banco, mentre i camerieri sistemavano le seggiole sui
tavoli a mano a mano che si liberavano, e guardandomi nello specchio
in fondo, con l'ultima coppetta di cartone e l'ultimo cucchiaino di
cartone, e pensando alla bella.
Il volo per New York, previsto per le undici del mattino, part alle
otto di sera. Quando riuscii infine a imbarcarmi, i passeggeri di
prima classe erano gi al loro posto, e una hostess mi guid fino al
mio. Rimasi senza fiato. Nel sedile accanto, vicino al finestrino, la
bella stava prendendo possesso del suo spazio col dominio dei
viaggiatori esperti. "Se un giorno dovessi scrivere tutto questo,
nessuno mi crederebbe", pensai. E tentai appena con la lingua legata
un saluto indeciso che lei non colse.
Si install come per vivere molti anni, disponendo ogni cosa al suo
posto e nel suo ordine, finch lo spazio rimase ben sistemato come la
casa ideale dove tutto era a portata di mano. Mentre lo faceva, lo
steward ci port lo champagne di benvenuto. Presi una coppa per
offrirla a lei, ma me ne pentii in tempo. Accett solo un bicchier
d'acqua, e chiese allo steward, dapprima in un francese inaccessibile
e poi in un inglese solo un po' pi sciolto, che non la svegliasse per
alcun motivo durante il volo. La sua voce grave e tiepida strascicava
una tristezza orientale.
Quando le ebbero portato l'acqua, si apr sulle ginocchia un cofanetto
da toilette con gli angoli di rame, come i bauli delle nonne, e prese
due pillole dorate da un astuccio in cui ce n'erano altre di colori
diversi. Faceva ogni cosa in maniera metodica e parsimoniosa, come se
non ci fosse nulla che non fosse previsto per lei fin dalla sua
nascita. Infine abbass la tendina del finestrino, reclin il sedile
al massimo, si avvolse nella coperta fino alla vita senza togliersi le
scarpe, si mise una mascherina per dormire, si sistem su un fianco,
girandomi la schiena, e si addorment senza una sola pausa, senza un
sospiro, senza un minimo cambiamento di posizione, durante le otto ore
eterne e i dodici minuti in pi che dur il volo per New York.
Fu un viaggio intenso. Ho sempre creduto che non ci sia nulla di pi
bello al mondo di una donna attraente, sicch mi fu impossibile
sottrarmi sia pure per un istante alla malia di quella creatura da
favola che mi dormiva accanto. Lo steward era scomparso subito dopo il
decollo, e fu sostituito da una hostess cartesiana che cerc di
svegliarla per consegnarle la confezione da toilette e gli auricolari
per la musica. Le ripetei l'avvertenza che aveva fatto allo steward,
ma la hostess insistette per sentirsi dire da lei che non voleva
neppure cenare. Dovette confermarglielo lo steward, e anche cos mi
sgrid perch la bella non si era appesa al collo il cartellino con
l'ordine di non svegliarla.
Feci una cena solitaria, dicendomi in silenzio tutto quel che avrei
detto a lei se fosse stata sveglia. Il suo sonno era cos stabile, che
a un certo punto ebbi l'inquietudine che le pillole che aveva preso
non fossero per dormire ma per morire. Prima di ogni sorso, alzavo il
bicchiere e brindavo:
Alla tua salute, bella.
Finita la cena spensero le luci, proiettarono il film per nessuno, e
noi due rimanemmo soli nella penombra del mondo. La bufera pi intensa
del secolo era passata, la notte dell'Atlantico era immensa e limpida,
e l'aereo sembrava immobile fra le stelle. Allora la contemplai palmo
a palmo per diverse ore, e l'unico segno di vita che riuscii a
cogliere furono le ombre dei sogni che le passavano sulla fronte come
le nuvole sull'acqua. Aveva al collo una catenella cos sottile che
era quasi invisibile sulla sua pelle d'oro, e le orecchie perfette
senza fori per gli orecchini, le unghie rosee di buona salute, e un
anello liscio alla mano sinistra. Siccome non sembrava avere pi di
vent'anni, mi consolai all'idea che non fosse un anello di nozze ma di
un fidanzamento effimero. "Saper che dormi tu, quieta, sicura, alveo
fedele di abbandono, linea pura, cos vicina alle mie braccia
strettamente avvinte", pensai, ripetendo sulla cresta di spume di
champagne il sonetto magistrale di Gerardo Diego. Poi reclinai il
sedile all'altezza del suo, e rimanemmo distesi pi vicini che in un
letto matrimoniale. Il ritmo del respiro era identico a quello della
voce, e la pelle esalava un alito tenue che poteva essere solo l'odore
della sua bellezza. Mi sembrava incredibile: la primavera precedente
avevo letto un bel romanzo di Yasunari Kawabata sui vecchi borghesi di
Kyoto che pagavano somme enormi per passare la notte contemplando le
ragazze pi belle della citt, nude e narcotizzate, mentre loro
agonizzavano d'amore nello stesso letto. Non potevano svegliarle, n
toccarle, e neppure ci provavano, perch l'essenza del piacere
consisteva nel guardarle dormire. Quella notte, vegliando il sonno
della bella, non solo capii quella raffinatezza senile, ma la vissi
pienamente.
Chi ci avrebbe creduto mi dissi, con l'amor proprio esacerbato dallo
champagne. Io, che faccio il vecchio giapponese a questa altezza.
Credo di avere dormito diverse ore, sopraffatto dallo champagne e
dalle vampate mute del film, e mi svegliai con la testa frastornata.
Andai alla toilette. Due posti dietro il mio giaceva la vecchia delle
undici valigie malamente abbandonata sul sedile. Sembrava un morto
dimenticato sul campo di battaglia. A terra, in mezzo al corridoio,
c'erano i suoi occhiali per leggere col filo di perline colorate, e
per un istante godetti della gioia meschina di non raccoglierli.
Dopo essermi ripreso dagli eccessi dello champagne mi sorpresi nello
specchio, indecoroso e brutto, e mi stupii che fossero cos terribili
gli scempi dell'amore. D'improvviso, l'aereo casc gi a picco, si
raddrizz alla meglio, e continu a volare al galoppo. L'ordine di
tornare al proprio posto si accese. Uscii di fretta, con l'illusione
che le turbolenze di Dio svegliassero la bella, e che dovesse
rifugiarsi fra le mie braccia in preda al terrore. Nell'urgenza per
poco non calpestai gli occhiali dell'olandese, e me ne sarei
rallegrato. Ma tornai sui miei passi, li raccolsi, e glieli posai in
grembo, d'improvviso riconoscente che non avesse scelto prima di me il
posto numero quattro.
Il sonno della bella era invincibile. Quando l'aereo si fu
stabilizzato, dovetti resistere alla tentazione di scuoterla con un
pretesto qualsiasi, perch l'unica cosa che desideravo in quell'ultima
ora di volo era vederla sveglia, sia pure infuriata, per poter
recuperare la mia libert, e forse la mia giovinezza. Ma non ne fui
capace. Cazzo mi dissi, con grande spregio. Perch non sono nato
nel Toro! Si svegli senza aiuto nel momento in cui si accesero i
segnali dell'atterraggio, ed era bella e riposata come se avesse
dormito in un roseto. Solo allora mi accorsi che i vicini di posto
sugli aerei, al pari dei vecchi coniugi, non si dicono buongiorno al
risveglio. Neppure lei. Si tolse la mascherina, apr gli occhi
radiosi, raddrizz il sedile, scost la coperta, si scosse i capelli
che si pettinavano da soli col loro peso, si rimise il cofanetto sulle
ginocchia, e si fece un trucco rapido e superfluo, che le fu
sufficiente per non guardarmi finch la porta non si apr. Allora si
infil la giacca di lince, mi pass quasi addosso chiedendomi
convenzionalmente scusa in uno spagnolo puro delle Americhe, e se ne
ando senza neanche salutare, senza nemmeno ringraziarmi per tutto
quello che avevo fatto per la nostra notte felice, e scomparve fino al
sole di oggi nell'amazzonia di New York.
giugno 1982.
Mi offro per sognare.
Alle nove del mattino, mentre facevamo colazione sulla terrazza
dell'Habana Riviera, un tremendo colpo di mare in pieno sole sollev
in aria diverse automobili che passavano lungo il viale sul molo, o
che erano parcheggiate sul marciapiede, e una rimase schiacciata
contro un lato dell'albergo. Fu come un'esplosione di dinamite che
semin il panico nei venti piani dell'edificio e ridusse in polvere la
vetrata dell'atrio. I numerosi turisti che si trovavano nella sala
d'attesa furono lanciati in aria insieme ai mobili, e taluni rimasero
feriti dalla grandinata di vetri. Fu di certo un colpo di mare
colossale, perch fra il muro del molo e l'albergo c' un ampio viale
a due corsie, ma l'ondata vi balz sopra ed ebbe ancora abbastanza
forza per sbriciolare la vetrata.
Gli allegri volontari cubani, con l'aiuto dei pompieri, raccolsero i
detriti in meno di sei ore, sbarrarono la porta del mare e ne
abilitarono un'altra, e tutto torn in ordine. Alla mattina nessuno si
era occupato dell'automobile schiacciata contro il muro, perch si
pensava che fosse una di quelle parcheggiate sul marciapiede. Ma
quando la gru l'ebbe tolta dalla nicchia vi scoprirono il cadavere di
una donna stretta al posto di guida dalla cintura di sicurezza. L'urto
era stato cos brutale che non le era rimasto un solo osso intero.
Aveva il viso spappolato, gli stivaletti scuciti e gli abiti
stracciati, e un anello d'oro a forma di serpente con occhi di
smeraldi. La polizia appur che era la governante dei nuovi
ambasciatori del Portogallo. Infatti, era giunta con loro all'Avana
quindici giorni prima, e quella mattina si era avviata verso il
mercato guidando un'automobile nuova. Il suo nome non mi disse nulla
quando lessi la notizia sui giornali, ma rimasi intrigato per via
dell'anello a forma di serpente e con occhi di smeraldi. Non riuscii a
chiarire, tuttavia, a che dito lo portava.
Era un elemento decisivo, perch temetti che fosse una donna
indimenticabile il cui vero nome non ho mai saputo, la quale portava
un anello uguale all'indice destro, il che era ancora pi insolito in
quel periodo. L'avevo conosciuta trentaquattro anni prima a Vienna,
mentre mangiavo salsicce con patate lesse e bevevo birra alla spina in
una taverna per studenti latini. Io ero arrivato da Roma quel mattino,
e ricordo ancora la mia impressione immediata per il suo splendido
petto da soprano, le sue languide code di volpe al collo del cappotto
e quell'anello egiziano a forma di serpente. Mi sembr che fosse
l'unica austriaca al lungo tavolo di legno, per via dello spagnolo
rudimentale che parlava senza respirare con un accento da
paccottiglia. Ma no, era nata in Colombia ed era andata in Austria fra
le due guerre, giovanissima, per studiare musica e canto. In quel
periodo aveva una trentina d'anni portati male, perch non era
sicuramente mai stata bella e aveva cominciato a invecchiare prima del
tempo. Per era una creatura affascinante. E anche una delle pi
temibili.
Vienna era ancora un'antica citt imperiale, la cui posizione
geografica fra i due mondi irriconciliabili lasciati dalla Seconda
Guerra aveva finito per farne un paradiso del mercato nero e dello
spionaggio mondiale. Non avrei potuto immaginare un ambiente pi
consono a quella compatriota in fuga che continuava a mangiare nella
taverna per studenti l all'angolo solo per fedelt nei confronti
della sua origine, perch non le mancavano i mezzi per comprarsela in
contanti con tutti i suoi clienti dentro. Non disse mai il suo vero
nome, perch la conoscemmo sempre con lo scioglilingua tedesco che le
avevano inventato gli studenti latini di Vienna: Frau Frida. Me
l'avevano appena presentata quando commisi l'infelice impertinenza di
domandarle come aveva fatto a sistemarsi cos in quel mondo tanto
distante e diverso dalle rupi e dai venti del Quindo, e lei mi
rispose con una botta:
Mi offro per sognare.
In realt, era il suo unico mestiere. Era stata la terza degli undici
figli di un prospero commerciante dell'antico Caldas, e fin da quando
aveva imparato a parlare aveva imposto in casa la buona consuetudine
di raccontare i sogni a digiuno, che il momento in cui si mantengono
pi pure le loro virt premonitrici. A sette anni aveva sognato che
uno dei suoi fratelli veniva trascinato via da un torrente. La madre,
per pura superstizione religiosa, aveva proibito al bambino quel che
pi gli piaceva, che era fare il bagno in fondo al dirupo. Ma Frau
Frida aveva gi un suo sistema di divinazione.
Il significato di questo sogno disse non che annegher, ma che
non deve mangiare dolci.
La sola interpretazione sembrava un'infamia, trattandosi di un bambino
di cinque anni che non poteva vivere senza le sue ghiottonerie
domenicali. La madre, ormai convinta delle virt divinatrici della
figlia, fece rispettare l'avvertenza con mano rigida. Ma alla sua
prima negligenza il bambino si strozz con una caramella che stava
mangiando di nascosto, e non fu possibile salvarlo.
Frau Frida non aveva pensato che quella sua dote potesse essere un
mestiere, finch la vita non la prese per il collo nei crudeli inverni
di Vienna. Allora, in cerca di lavoro, buss alla prima casa che le
piacque per viverci, e quando le domandarono cosa sapeva fare, lei
disse solo la verit: Sogno. Le bast una breve spiegazione alla
padrona di casa per essere accolta, con lo stipendio appena
sufficiente per le piccole spese, ma con una bella camera e i tre
pasti. Soprattutto la colazione, che era il momento in cui la famiglia
si sedeva per conoscere il destino immediato di ogni suo componente:
il padre, che era un finanziere raffinato; la madre, una donna allegra
e appassionata di musica da camera romantica, e due bambini di undici
e nove anni. Tutti erano religiosi, e proprio per questo inclini alle
superstizioni arcaiche, e accolsero felicissimi Frau Frida con l'unico
incarico di decifrare il destino quotidiano della famiglia attraverso
i sogni.
Lo fece bene e per molto tempo, soprattutto negli anni della guerra,
quando la realt fu pi sinistra degli incubi. Solo lei poteva
decidere all'ora di colazione quanto ognuno doveva fare quel giorno, e
come doveva farlo, finch i suoi pronostici non finirono per essere
l'unica autorit nella casa. Il suo dominio sulla famiglia fu
assoluto: anche il sospiro pi lieve era per ordine suo. Nei giorni in
cui io mi trovavo a Vienna era appena morto il padrone di casa, e
aveva avuto l'eleganza di lasciare a lei una parte delle sue rendite,
con l'unica condizione che continuasse a sognare per la famiglia sino
alla fine dei suoi sogni.
Rimasi a Vienna oltre un mese, condividendo le ristrettezze degli
studenti, mentre aspettavo certo denaro che non arriv mai. Le visite
impreviste e generose di Frau Frida alla taverna erano allora come
feste nel nostro regime di penurie. Una di quelle sere, nell'euforia
della birra, mi parl all'orecchio con una convinzione che non
permetteva alcuna perdita di tempo.
Sono venuta solo per dirti che la notte scorsa ho fatto un sogno che
ti riguarda mi disse. Devi andartene subito e non tornare a Vienna
nei prossimi cinque anni.
La sua convinzione era cos reale, che la sera stessa presi l'ultimo
treno per Roma. Io, da parte mia, rimasi cos colpito, che da allora
in poi mi sono considerato un sopravvissuto a un disastro ignoto. Non
ho ancora fatto ritorno a Vienna.
Prima del disastro dell'Avana avevo visto Frau Frida a Barcellona, in
modo cos inatteso e casuale che mi era sembrato misterioso. Fu il
giorno in cui Pablo Neruda mise piede per la prima volta in Spagna
dopo la Guerra Civile, durante lo scalo di un lento viaggio per mare
verso Valparaiso. Pass con noi una mattina di caccia grossa nelle
librerie dell'usato, e da Porter compr un libro antico, sfasciato e
avvizzito, per il quale pag quel che era stato il suo stipendio di
due mesi al consolato di Rangoon. Si muoveva fra le gente come un
elefante invalido, con un interesse infantile per il meccanismo
interno di ogni cosa, perch il mondo gli sembrava un immenso
giocattolo a molla con cui si inventava la vita.
Non ho conosciuto nessuno pi simile all'idea che si ha di un papa
rinascimentale: goloso e raffinato. Anche contro la sua volont, era
sempre lui a presiedere la tavola. Matilde, sua moglie, gli metteva un
bavagliolo che sembrava pi da barbiere che per mangiare, ma era
l'unico modo per impedirgli di sporcarsi di salsa. Quel giorno da
Carvalleiras fu esemplare. Si mangi tre piatti di aragoste intere
squartandole con una perizia da chirurgo, e al contempo divorava con
lo sguardo i piatti di tutti, e piluccava da ognuno, con un piacere
che contagiava la voglia di mangiare: le telline di Galizia, le lepade
del Cantabrico, gli scampi di Alicante, le "espardenyas" della Costa
Brava. Nel frattempo, come i francesi, parlava solo di altre
squisitezze culinarie, e in particolare dei frutti di mare preistorici
del Cile che aveva dentro il cuore. D'improvviso smise di mangiare,
affin le sue antenne da lupicante, e mi disse a voce bassissima:
Dietro di me c' qualcuno che non la smette di fissarmi.
Guardai da sopra la sua spalla, ed era proprio cos. Dietro di lui,
tre tavoli pi in l, una donna impavida con un antiquato cappellino
di feltro e una sciarpa viola, masticava piano tenendo gli occhi fissi
su di lui. La riconobbi immediatamente. Era invecchiata e grassa, ma
era lei, con l'anello a serpente all'indice.
Viaggiava da Napoli sulla stessa nave dei Neruda, ma non si erano
visti a bordo. La invitammo a prendere il caff al nostro tavolo, e la
incoraggiai a parlare dei suoi sogni per stupire il poeta. Lui non le
bad, perch mise in chiaro fin dall'inizio che non credeva nella
divinazione dei sogni.
Solo la poesia chiaroveggente disse.
Dopo il pranzo, durante l'inevitabile passeggiata per le Ramblas,
rimasi volutamente indietro con Frau Frida per rinfrescare i nostri
ricordi senza orecchi estranei. Mi raccont che aveva venduto le sue
propriet in Austria, e viveva ritirata a Oporto, in Portogallo, in
una casa che descrisse come un finto castello sopra una collina da cui
si vedeva tutto l'oceano fino alle Americhe. Pur senza dirlo, nella
sua conversazione era chiaro che di sogno in sogno aveva finito per
impadronirsi della fortuna dei suoi ineffabili padroni di Vienna. Non
mi impression, tuttavia, perch avevo sempre pensato che i suoi sogni
fossero solo un espediente per vivere. E glielo dissi.
Lei se ne usc nella sua risata irresistibile. Sei sempre lo stesso
screanzato mi disse. E non disse altro, perch il resto del gruppo si
era fermato ad aspettare che Neruda finisse di parlare in gergo cileno
con i pappagalli della Rambla de los Pjaros. Quando riprendemmo la
nostra chiacchierata, Frau Frida aveva cambiato argomento.
A proposito mi disse, ora puoi tornare a Vienna.
Solo allora mi resi conto che erano trascorsi tredici anni da quando
ci eravamo conosciuti.
Anche se i tuoi sogni sono falsi, io non ci torner le dissi. Non
si pu mai sapere.
Alle tre ci separammo da lei per accompagnare Neruda a far la sua
sacra siesta. La fece a casa nostra, dopo certi preparativi solenni
che in qualche modo rammentavano la cerimonia del t in Giappone.
Bisognava aprire certe finestre e chiuderne certe altre affinch ci
fosse il grado di caldo esatto e una certa sorta di luce in una certa
direzione, e un silenzio assoluto. Neruda si addorment subito, e si
svegli dieci minuti dopo, come i bambini, quando meno ce
l'aspettavamo. Comparve in salotto rinvigorito e col monogramma del
cuscino stampato su una guancia.
Ho sognato quella donna che sogna disse.
Matilde volle farsi raccontare il sogno.
Ho sognato che lei stava sognando di me disse lui.
E' roba da Borges gli dissi.
Lui mi guard disincantato.
E' gi scritto?
Se non gi scritto lo scriver prima o poi gli dissi. Sar uno
dei suoi labirinti.
Non appena fu salito a bordo, alle sei del pomeriggio, Neruda si
conged da noi, si sedette a un tavolo discosto, e cominci a scrivere
versi fluidi con la penna a inchiostro verde con cui disegnava fiori e
pesci e uccelli nelle dediche dei suoi libri. Al primo annuncio di
partenza della nave cercammo Frau Frida, e infine la trovammo sul
ponte della classe turistica quando gi stavamo andandocene senza
averla salutata. Anche lei si era appena svegliata dalla siesta. Ho
sognato il poeta ci disse.
Stupito, le chiesi di raccontarmi il sogno.
Ho sognato che stava sognando di me disse, e la mia espressione
esterrefatta la confuse. Cosa vuoi? A volte, fra tanti sogni, se ne
infila uno che non ha nulla a che fare con la vita reale.
Non la rividi n pensai a lei finch non venni a sapere dell'anello a
forma di biscia della donna morta nel naufragio dell'Hotel Riviera.
Sicch non resistetti alla tentazione di far domande all'ambasciatore
portoghese quando ci incontrammo, qualche mese dopo, a un ricevimento
diplomatico. L'ambasciatore mi parl di lei con grande entusiasmo e
un'enorme ammirazione. Non pu immaginare quanto fosse straordinaria
mi disse. Non avrebbe resistito alla tentazione di scrivere un
racconto su di lei. E prosegu nello stesso tono, con dettagli
stupefacenti, ma senza una pista che mi permettesse una conclusione
decisiva.
In concreto puntualizzai alla fine: cosa faceva?.
Nulla mi disse lui, con un certo disincanto. Sognava.
marzo 1980.
Sono venuta solo per telefonare.
In un pomeriggio di piogge primaverili, mentre viaggiava da sola verso
Barcellona guidando un'automobile a nolo, Mara de la Luz Cervantes si
ritrov bloccata nel deserto dei Monegros. Era una messicana di
ventisette anni, graziosa e seria, che anni prima aveva avuto una
certa fama come attrice di variet. Era sposata con un prestigiatore
da salotto, che stava per raggiungere quel giorno, reduce da una
visita a certi parenti di Saragozza. Dopo un'ora di segnali disperati
alle automobili e ai camion da carico che passavano veloci nel
temporale, il conducente di un autobus sconquassato ebbe piet di lei.
L'avvert, comunque, che non andava molto lontano.
Non importa disse Mara. L'unica cosa di cui ho bisogno un
telefono.
Era vero, ne aveva bisogno solo per avvisare il marito che non sarebbe
arrivata prima delle sette di sera. Sembrava un uccellino fradicio,
con un soprabito da studente e i sandali da spiaggia in aprile, ed era
cos confusa per via del guasto che dimentic di prendere le chiavi
dell'automobile. Una donna che viaggiava accanto al conducente,
dall'aspetto militare ma dai modi dolci, le diede un asciugamano e una
coperta, e le fece posto vicino a s. Dopo essersi asciugata un po',
Mara si sedette, si avvolse nella coperta, e cerc di accendersi una
sigaretta, ma i fiammiferi erano bagnati. La vicina di posto le offr
del fuoco e le chiese una delle poche sigarette che le rimanevano
asciutte. Mentre fumavano, Mara cedette all'ansia di sfogarsi, e la
sua voce riecheggi pi forte della pioggia e del tramestio
dell'autobus. La donna la interruppe con l'indice sulle labbra.
Sono addormentate mormor.
Mara guard da sopra la spalla, e vide che l'autobus era occupato da
donne di et incerte e di condizioni diverse, che dormivano avvolte in
coperte uguali alla sua. Contagiata dalla loro quiete, Mara si
rannicchi sul sedile e si abbandon al rumore della pioggia. Quando
si svegli era notte fonda e l'acquazzone si era dissolto in una
pioviggine gelida. Non aveva la minima idea di quanto tempo avesse
dormito n di dove si trovassero nel mondo. La sua vicina di posto
stava all'erta.
Dove siamo? le domand Mara.
Siamo arrivate rispose la donna.
L'autobus stava entrando nel cortile acciottolato di un edificio
enorme e cupo che sembrava un vecchio convento in un bosco di alberi
colossali. Le passeggere, fiocamente illuminate da un lampione del
cortile, rimasero immobili finch la donna dall'aspetto militare non
le fece scendere con una serie di ordini elementari, come in un asilo
infantile. Tutte erano anziane, e si muovevano con tale parsimonia
nella penombra del cortile che sembravano figure di un sogno. Mara,
l'ultima a scendere, pens che fossero monache. Lo pens di meno
quando vide diverse donne in uniforme che le accoglievano all'uscita
dall'autobus, e riparavano loro la testa con le coperte perch non si
bagnassero, e le disponevano in fila indiana, guidandole senza
parlare, con schiocchi di mano ritmici e perentori. Dopo avere
salutato la sua vicina di posto Mara volle restituirle la coperta, ma
lei le disse di ripararsi la testa per attraversare il cortile e di
restituirla in portineria.
Ci sar un telefono? le domand Mara.
Naturalmente disse la donna. Glielo indicheranno l.
Chiese a Mara un'altra sigaretta, e lei le diede il resto del
pacchetto bagnato. Per strada si asciugheranno le disse. La donna le
fece un saluto con la mano stando sul predellino, e quasi le grid:
Buona fortuna. L'autobus part subito senza lasciarle altro tempo.
Mara prese a correre verso l'entrata dell'edificio. Una guardiana
cerc di fermarla con un energico schiocco di mani, ma dovette
ricorrere a un grido imperioso: Ferma, ho detto. Mara guard da
sotto la coperta, e vide un paio d'occhi di gelo e un indice
inappellabile che le indic la fila. Obbed. Poi, nell'atrio
dell'edificio, si separ dal gruppo e domand al portinaio dove c'era
un telefono. Una delle guardiane la fece tornare in fila con qualche
pacca sulla schiena, mentre le diceva con modi dolcissimi:
Di qua, bella, di qua c' un telefono.
Mara prosegu con le altre donne lungo un corridoio tenebroso, e
infine entr in un dormitorio dove le guardiane ritirarono le coperte
e presero ad assegnare i letti. Una donna diversa, che a Mara sembr
pi umana e gerarchicamente pi in alto, percorse la fila confrontando
una lista con i nomi che le donne appena arrivate avevano scritto su
un cartoncino cucito alla blusa. Quando arriv davanti a Mara si
stup che non avesse il suo segno di identificazione.
E' che io sono venuta solo per telefonare le disse Mara.
Le spieg di gran fretta che la sua automobile aveva avuto un guasto
lungo la strada. Il marito, che era un mago per feste private, stava
aspettandola a Barcellona dove aveva tre impegni fino a mezzanotte, e
voleva avvertirlo che non avrebbe fatto in tempo ad accompagnarlo.
Erano quasi le sette. Lui sarebbe uscito di casa di l a dieci minuti,
e lei temeva che annullasse tutto per il suo ritardo. La guardiana
sembr ascoltarla con attenzione.
Come ti chiami?
Mara le disse il suo nome con un sospiro di sollievo, ma la donna non
lo trov dopo avere ricontrollato la lista pi volte. Lo domand
allarmata a una guardiana, e questa, senza dire nulla, scroll le
spalle.
E' che io sono venuta solo per telefonare disse Mara.
Certo, tesoro le disse la direttrice, guidandola verso il suo letto
con una dolcezza troppo ostentata per essere reale, se ti comporti
bene potrai telefonare a chi vorrai. Ma adesso no, domani.
Qualcosa accadde allora nella mente di Mara che le fece capire perch
le donne dell'autobus si muovevano come in fondo a un acquario. In
realt, erano sotto l'effetto di tranquillanti, e quel palazzo in
ombra, con grossi muri di pietra e scale gelide, era di fatto un
ospedale per malate di mente. Spaventata, fugg di corsa dal
dormitorio, e prima di arrivare al portone una guardiana gigantesca in
tuta da meccanico l'acchiapp con un'artigliata e la immobilizz a
terra con una presa magistrale. Mara la guard di sbieco paralizzata
dal terrore.
Per l'amor di Dio disse. Le giuro sulla buonanima di mia madre che
io sono venuta solo per telefonare.
Le bast vederle la faccia per sapere che non esisteva supplica
possibile davanti a quell'energumena in tuta che chiamavano Herculina
per la sua forza incredibile. Si occupava dei casi difficili, e due
recluse erano morte strangolate dal suo braccio da orso polare
addestrato nell'arte di ammazzare per negligenza. Il primo caso si era
risolto come un incidente comprovato. Il secondo era stato meno
chiaro, ed Herculina era stata ammonita e avvisata che la prossima
volta si sarebbe inquisito a fondo su di lei. La versione corrente era
che quella pecorella smarrita di una famiglia dal nome altisonante
avesse una torbida carriera di incidenti sospetti in diversi manicomi
della Spagna.
La prima notte, affinch Mara si addormentasse, dovettero iniettarle
un sonnifero. Prima dell'alba, quando la svegli la voglia di fumare,
era legata per i polsi e le caviglie alle sbarre del letto. Nessuno
accorse alle sue grida. Al mattino, mentre a Barcellona il marito non
scopriva alcuna sua traccia, dovettero portarla all'infermeria, perch
l'avevano trovata priva di sensi nel pantano delle sue stesse miserie.
Non seppe quanto tempo fosse trascorso allorch torn in s. Ma gi il
tempo era un ristagno d'amore, e davanti al suo letto c'era un vecchio
monumentale, con un'andatura da plantigrado e un sorriso
tranquillizzante, che con due gesti abili le restitu la gioia di
vivere. Era il direttore dell'ospedale.
Prima di dirgli alcunch, senza neppure salutarlo, Mara gli chiese
una sigaretta. Lui gliela porse accesa, e le regal il pacchetto quasi
pieno. Mara non riusci a reprimere le lacrime.
Approfittane ora per piangere quanto vuoi le disse il medico, con
una voce ninnante. Non c' rimedio migliore delle lacrime.
Mara si sfog senza pudore, come non era mai riuscita a fare con i
suoi amanti casuali nel tedio del dopo l'amore. Mentre l'ascoltava, il
medico la pettinava con le dita, le sistemava il guanciale affinch
respirasse meglio, la guidava lungo il labirinto della sua indecisione
con una saggezza e una dolcezza che lei non si era mai sognata. Era,
per la prima volta nella sua vita, il miracolo di essere capita da un
uomo che l'ascoltava con tutta l'anima senza aspettare la ricompensa
di mettersi a letto con lei. Al termine di una lunga ora, sfogatasi a
fondo, gli chiese l'autorizzazione di telefonare al marito.
Il medico si raddrizz con tutta la maest del suo rango. Non ancora,
carissima le disse, facendole sulla guancia il buffetto pi tenero
che mai le avessero fatto. Ogni cosa a suo tempo. Le diede una
benedizione episcopale dalla soglia, e scomparve per sempre.
Abbi fiducia in me le disse.
Quello stesso pomeriggio Mara fu registrata all'ospedale con un
numero di matricola, e con un commento superficiale sull'enigma della
sua provenienza e i dubbi sulla sua identit. In margine c'era pure
un'annotazione scritta di pugno dal direttore: "agitata".
Come Mara aveva previsto, il marito usc dal loro appartamento del
quartiere di Horta con mezz'ora di ritardo per tenere fede ai suoi tre
impegni. Era la prima volta che lei non arrivava per tempo in quasi
due anni di un'unione libera ben concertata, e lui si spieg il
ritardo con la ferocia delle piogge che devastarono la provincia in
quel finesettimana. Prima di uscire lasci un messaggio attaccato alla
porta con l'itinerario di quella sera.
Alla prima festa, con tutti i bambini travestiti da canguri, elimin
il trucco spettacolare dei pesci invisibili perch non poteva farlo
senza l'aiuto di lei. Il secondo impegno era a casa di una vecchia di
novantatr anni, su seggiola a rotelle, che si vantava di avere
festeggiato ognuno dei suoi ultimi trenta compleanni con un mago
diverso. Lui era cos contrariato dal ritardo di Mara, che non riusc
a concentrarsi nei giochi pi semplici. Il terzo impegno era quello di
ogni sera in un caff-concerto delle Ramblas, dove si esib senza
ispirazione per un gruppo di turisti francesi che non credettero in
quel che vedevano perch si rifiutavano di credere nella magia. Dopo
ogni spettacolo telefon a casa, e attese senza illusioni che Mara
rispondesse. Alla fine non riusc pi a reprimere il presentimento che
fosse successo qualcosa di brutto.
Di ritorno a casa sul camioncino adattato per le rappresentazioni
pubbliche vide lo splendore della primavera sulle palme del Paseo de
Gracia, e rabbrivid al pensiero funesto di come avrebbe potuto essere
la citt senza Mara. L'ultima speranza svan non appena trov il suo
messaggio ancora attaccato alla porta. Era cos contrariato, che si
dimentic di dar da mangiare al gatto.
Solo ora che lo scrivo mi rendo conto che non ho mai saputo come si
chiamava in realt, perch a Barcellona lo conoscevamo solo col suo
nome di lavoro: Saturno il Mago. Era un uomo dal carattere strano e
con una goffaggine sociale irrimediabile, ma il tatto e il garbo di
cui scarseggiava abbondavano in Mara. Era lei a guidarlo per mano in
questa comunit di grandi misteri, dove a nessuno sarebbe passato per
la testa di telefonare a qualche conoscente dopo la mezzanotte per
domandare della propria moglie. Saturno l'aveva fatto quando era
arrivato da poco, e non voleva ricordarsene. Sicch quella notte si
limit a telefonare a Saragozza, dove una nonna semiaddormentata gli
rispose senza inquietarsi che Mara era partita dopo il pranzo. Non
dorm che un'ora all'alba. Fu un sonno pantanoso durante il quale vide
Mara con un vestito da sposa a brandelli e spruzzato di sangue, e si
svegli con la certezza spaventosa che l'aveva di nuovo lasciato solo,
e ora per sempre, nel vasto mondo senza di lei.
L'aveva fatto tre volte con tre uomini diversi, lui incluso, negli
ultimi cinque anni. L'aveva abbandonato a Citt del Messico dopo sei
mesi che si conoscevano, quando agonizzavano di felicit con un amore
demente in una stanza di servizio di Colonia Anzures. Una mattina
Mara non era pi in casa dopo una notte di abusi inconfessabili.
Aveva lasciato tutto quanto era suo, persino l'anello del matrimonio
precedente, e una lettera in cui diceva che non era capace di
sopravvivere al tormento di quell'amore folle. Saturno aveva pensato
che fosse tornata dal primo marito, un compagno delle scuole medie con
cui si era sposata di nascosto essendo ancora minorenne, e che aveva
abbandonato per un altro dopo due anni senza amore. Ma no: era tornata
a casa dei genitori, e l Saturno era andato a cercarla a qualsiasi
prezzo. L'aveva supplicata senza condizioni, le aveva promesso molto
pi di quanto fosse deciso a mantenere, ma si era scontrato con una
risoluzione irremovibile. Ci sono amori brevi e ci sono amori lunghi
gli aveva detto lei. E aveva concluso senza misericordia: Questo
stato breve. Lui si era arreso davanti al suo rigore. Tuttavia, una
mattina di Ognissanti, mentre se ne tornava nella sua camera di orfano
dopo quasi un anno di oblio, l'aveva trovata che dormiva sul divano
del salotto con la corona di zagare e il lungo strascico di crespo
delle spose vergini.
Mara gli aveva raccontato la verit. Il nuovo fidanzato, vedovo,
senza figli, con la vita organizzata e il desiderio di sposarsi per
sempre in chiesa, l'aveva lasciata vestita ad aspettarlo davanti
all'altare. I suoi genitori avevano deciso di fare comunque la festa.
Lei aveva assecondato il gioco. Aveva ballato, cantato con l'orchestra
di "mariachis", bevuto a oltranza, e in un terribile stato di rimorsi
tardivi a mezzanotte era andata a cercare Saturno.
Non era in casa, ma aveva trovato le chiavi nel vaso di fiori del
corridoio, dove le nascondevano sempre. Questa volta era stata lei ad
arrendersi senza condizioni. E adesso fin quando? le aveva domandato
lui. Lei gli aveva risposto con un verso di Vinicius de Moraes:
L'amore eterno finch dura. Due anni dopo, era ancora eterno.
Mara era sembrata maturare. Aveva rinunciato ai suoi sogni di fare
l'attrice e si era dedicata a lui, nel lavoro e a letto. Alla fine
dell'anno precedente avevano partecipato a un congresso di maghi a
Perpignan, e di ritorno avevano conosciuto Barcellona. L'avevano amata
tanto che da otto mesi stavano qui, e se la passavano cos bene, che
avevano comprato un appartamento nel catalanissimo quartiere di Horta,
rumoroso e senza portinaio, ma con tutto lo spazio che volevano per
cinque figli. Era stata la felicit possibile, sino al finesettimana
in cui lei aveva noleggiato un'automobile e si era recata a visitare i
suoi parenti di Saragozza con la promessa di tornare alle sette di
sera del luned. All'alba del gioved non aveva ancora dato segno di
vita.
Il luned della settimana successiva la compagnia di assicurazioni
dell'automobile noleggiata telefon a casa per domandare di Mara.
Non so nulla disse Saturno. Cercatela a Saragozza. Riattacc. Una
settimana dopo un poliziotto si present con la notizia che avevano
trovato l'automobile ridotta all'osso, in una scorciatoia vicino a
Cadice, a novecento chilometri dal posto in cui Mara l'aveva
abbandonata. L'agente voleva sapere se lei conosceva maggiori dettagli
del furto. Saturno stava dando da mangiare al gatto, e lo guard
appena per dirgli senza tante perifrasi di non star l a perdere
tempo, perch sua moglie se n'era scappata di casa e lui non sapeva
con chi n dove. Era tale la sua convinzione, che l'agente si sent a
disagio e gli chiese scusa per le sue domande. Il caso fu dichiarato
chiuso.
Il timore che Mara potesse di nuovo andarsene aveva assalito Saturno
verso la Pasqua di Resurrezione a Cadaqus, dove Rosa Regs li aveva
invitati sulla sua barca a vela. Eravamo al Martim, l'affollato e
sordido bar della "gauche divine" al crepuscolo del franchismo,
intorno a uno di quei tavolini di ferro con seggiole di ferro dove
potevamo stare a stento in sei e ci sedevamo in venti. Dopo avere
finito il secondo pacchetto di sigarette della giornata, Mara si era
ritrovata senza fiammiferi. Un braccio magro dai peli virili con un
braccialetto di bronzo romano si era fatto strada nella ressa del
tavolino, e le aveva offerto da accendere. Lei l'aveva ringraziato
senza guardare chi fosse, ma Saturno il Mago l'aveva visto. Era un
adolescente ossuto e glabro, con un pallore da morto e una coda di
cavallo nerissima che gli arrivava fino alla vita. I vetri del bar
faticavano a reggere la furia della tramontana di primavera, ma lui
era vestito con una specie di pigiama da passeggio di cotone grezzo, e
un paio di sandali da contadino.
Non l'avevano rivisto sino alla fine dell'autunno, in una taverna di
Barceloneta specializzata in frutti di mare, con lo stesso completo di
telaccia e una lunga treccia invece della coda di cavallo. Li aveva
salutati entrambi come vecchi amici, e dal modo in cui aveva baciato
Mara, e dal modo in cui lei l'aveva contraccambiato, Saturno era
stato fulminato dal sospetto che si fossero visti di nascosto. Qualche
giorno dopo aveva trovato per caso un nome nuovo e un numero di
telefono scritti da Mara sull'agenda di casa, e l'inclemente lucidit
della gelosia gli aveva rivelato di chi fossero. La scheda sociale
dell'intruso lo mise a tappeto: ventidue anni, figlio unico di
genitori ricchi, vetrinista di negozi di moda con una fama facile di
bisessuale e un prestigio ben fondato di consolatore a nolo di signore
sposate. Ma era riuscito a dominarsi fino alla notte in cui Mara non
era rincasata. Allora aveva cominciato a telefonargli tutti i giorni,
dapprima ogni due o tre ore, dalle sei del mattino fino all'alba
successiva, e poi ogni volta che trovava un telefono a portata di
mano. Il fatto che nessuno rispondesse aumentava il suo martirio.
Il quarto giorno gli aveva risposto un'andalusa che si trovava li solo
per fare le pulizie. Il signorino partito gli aveva detto, con una
vaghezza sufficiente per farlo impazzire. Saturno non aveva resistito
alla tentazione di domandarle se per caso l non ci fosse la signorina
Mara.
Qui non abita nessuna Mara gli aveva risposto la donna. Il
signorino scapolo.
Questo lo so le aveva detto lui. Non ci abita, ma ogni tanto ci
viene. O no?
La donna si era arrabbiata.
Ma chi cazzo sta parlando?
Saturno aveva riattaccato. La risposta negativa della donna gli era
sembrata una nuova conferma di quel che per lui non era pi un
sospetto ma una certezza bruciante. Aveva perso il controllo. Nei
giorni successivi aveva telefonato per ordine alfabetico a tutti i
conoscenti di Barcellona. Nessuno gli aveva dato retta, ma ogni
telefonata aveva acuito la sua sofferenza, perch i suoi deliri di
gelosia erano ormai famosi in quel gruppo di nottambuli impenitenti
della "gauche divine", e gli rispondevano con qualsiasi scherzo lo
facesse soffrire. Solo allora aveva capito fino a che punto era solo
in quella citt bella, lunatica e impenetrabile, dove mai sarebbe
stato felice. All'alba, dopo avere dato da mangiare al gatto, si era
fatto forza per non morire, e aveva preso la decisione di dimenticare
Mara.
Di l a due mesi, Mara non si era ancora abituata alla vita della
casa di cura. Sopravviveva sbocconcellando appena il vitto del carcere
con le posate fissate al tavolo di legno grezzo, e lo sguardo puntato
sulla litografia del generale Francisco Franco che presiedeva la
lugubre mensa medievale. All'inizio opponeva resistenza alle ore
canoniche con la loro consueta serie sciapa di mattutini, laudi,
vespri, e altri uffizi di chiesa che prendevano la maggior parte del
tempo. Rifiutava di giocare a palla nel cortile della ricreazione, e
di lavorare nel laboratorio dove un gruppo di recluse fabbricava fiori
artificiali con una diligenza frenetica. Ma a partire dalla terza
settimana a poco a poco si inser nella vita del chiostro. In fin dei
conti, dicevano i medici, tutte cominciavano cos, e prima o poi
finivano per integrarsi nella comunit.
La mancanza di sigarette, risolta nei primi giorni da una guardiana
che le vendeva a peso d'oro, riprese a tormentarla quando ebbe finito
il poco denaro che aveva con s. Si consol poi con le sigarette di
carta di giornale che talune recluse fabbricavano con i mozziconi
raccolti nell'immondizia, perch l'ossessione di fumare era diventata
violenta come quella del telefono. Lo scarso denaro che guadagn in
seguito fabbricando fiori artificiali le permise un sollievo effimero.
La cosa pi dura era la solitudine delle notti. Molte recluse
rimanevano sveglie nella penombra, come lei, ma senza far nulla,
perch anche la guardiana notturna vegliava davanti al portone chiuso
con catenaccio e lucchetto. Una notte, comunque, oppressa
dall'angoscia, Mara domand con voce sufficiente per farsi udire
dalla sua vicina di letto:
Dove siamo?
La voce grave e lucida della vicina le rispose:
Nei profondi inferni.
Dicono che questa sia terra di mori disse un'altra voce distante che
risuon nello spazio del dormitorio. E deve esser vero, perch
d'estate, quando c' luna, si sentono i cani che abbaiano al mare.
Si ud il catenaccio nei suoi anelli come l'ancora di un galeone, e la
porta si apr. Il cerbero, unica creatura che sembrasse viva nel
silenzio repentino, cominci ad aggirarsi da un'estremit all'altra
del dormitorio. Mara si rattrapp, e solo lei sapeva perch.
Fin dalla sua prima settimana all'ospedale, la sorvegliante notturna
le aveva proposto senza perifrasi di dormire con lei nella guardiola.
Aveva iniziato con un tono da trattativa concreta: baratto d'amore per
sigarette, cioccolatini, qualsiasi cosa. Avrai tutto le diceva,
tremebonda. Sarai la regina! Dinanzi al rifiuto di Mara, la
guardiana aveva mutato metodo. Le lasciava biglietti d'amore sotto il
guanciale, nelle tasche della vestaglia, nei posti pi impensati.
Erano messaggi di un'urgenza straziante capace di impietosire le
pietre. La notte in cui accadde l'incidente del dormitorio, era da
oltre un mese che lei sembrava rassegnata alla sconfitta.
Quando fu convinta che tutte le recluse dormivano, la guardiana si
avvicin al letto di Mara, e le mormor all'orecchio ogni sorta di
oscenit tenere, mentre le baciava il viso, il collo rigido di
terrore, le braccia febbrili, le gambe spossate. Infine, forse
credendo che la paralisi di Mara non fosse per paura ma per
compiacenza, si azzard a spingersi oltre. Mara le moll allora un
colpo col rovescio della mano che la spinse contro il letto vicino. La
guardiana si raddrizz furibonda in mezzo allo scandalo delle recluse
in schiamazzo.
Figlia di puttana grid. Marciremo insieme in questo porcile finch
non sarai pazza di me.
L'estate arriv senza preavviso la prima domenica di giugno, e si
dovettero prendere misure di emergenza, perch durante la messa le
recluse soffocate cominciavano a togliersi le palandrane di stamigna.
Mara assist divertita allo spettacolo delle malate nude che le
guardiane rincorrevano per le navate come galline cieche. In mezzo
alla confusione, cerc di proteggersi dai colpi a mansalva, e senza
sapere come si ritrov sola in un ufficio abbandonato, e con un
telefono che squillava senza tregua con un suono supplichevole. Mara
rispose senza pensarci, e ud una voce lontana e sorridente che si
divertiva imitando il servizio telefonico dell'ora esatta:
Sono le ore quarantacinque, novantadue minuti e centosette secondi.
Finocchio disse Mara.
Riattacc divertita. E gi se ne andava, quando si accorse che stava
lasciandosi sfuggire un'occasione irripetibile. Allora compose un
numero di sei cifre, con tanta tensione e tanta fretta, che non fu
sicura che fosse il suo numero di casa. Attese col cuore impazzito,
ud lo squillo familiare col suo tono avido e triste, una volta, due
volte, tre volte, e ud infine la voce dell'uomo della sua vita nella
casa senza di lei.
Pronto?
Dovette aspettare che passasse il groppo di lacrime che le si form in
gola.
Coniglietto, vita mia sospir.
Le lacrime la sopraffecero. Dall'altra parte del filo ci fu un breve
silenzio di terrore, e la voce accesa dalla gelosia sput la parola:
Puttana!
E subito riappese.
Quella sera, in una crisi di frenesia, Mara stacc dal refettorio la
litografia del generalissimo, la scagli con tutte le sue forze contro
la vetrata del giardino, e croll a terra bagnata di sangue. Ebbe
ancora abbastanza ira per affrontare i guardiani che tentarono di
piegarla, senza riuscirci, finch non vide Herculina dritta nel vano
della porta, con le braccia conserte, che la guardava. Si arrese. Ci
malgrado, la trascinarono fino al padiglione delle pazze furiose,
l'annicchilirono con un getto d'acqua gelida, e le iniettarono
trementina nelle gambe. Incapace di camminare per l'infiammazione
sopraggiunta, Mara si rese conto che non c'era nulla al mondo che non
fosse in grado di fare pur di fuggire da quell'inferno. La settimana
successiva, ormai tornata nel dormitorio, si alz in punta di piedi e
buss alla cella della guardiana notturna.
Il prezzo di Mara, da lei preteso in anticipo, fu di portare un
messaggio a suo marito. La guardiana accett, purch l'affare
rimanesse nel pi assoluto segreto. E le punt contro un indice
inesorabile.
Se si dovesse venire a sapere, ti ammazzo.
E cos Saturno il Mago si rec all'ospedale delle pazze il sabato
successivo, col camioncino da circo preparato per festeggiare il
ritorno di Mara. Il direttore in persona lo ricevette nel suo
ufficio, pulito e ordinato come una nave da guerra, e gli fece un
resoconto affettuoso sulle condizioni di sua moglie. Nessuno sapeva da
dove fosse arrivata, n come n quando, perch il primo dato sul suo
ingresso era la registrazione ufficiale dettata da lui dopo averle
parlato. Una ricerca avviata nello stesso giorno non aveva portato a
nulla. Comunque, quel che pi incuriosiva il dottore era come Saturno
aveva saputo dove era finita sua moglie. Saturno protesse la
guardiana.
Sono stato informato dalla compagnia di assicurazioni
dell'automobile disse.
Il direttore annu compiaciuto. Non so come facciano le assicurazioni
a sapere tutto disse. Diede un'occhiata allo scartafaccio che aveva
sulla scrivania da asceta, e concluse:
L'unica cosa sicura la gravit delle sue condizioni.
Era disposto ad autorizzare una visita con le debite precauzioni se
Saturno il Mago gli prometteva, per il bene della moglie, di attenersi
al comportamento che lui gli avrebbe indicato. Soprattutto quanto al
modo di trattarla, per evitare che ricadesse nelle sue crisi di ira
sempre pi frequenti e pericolose.
E' strano disse Saturno. E' sempre stata una testa matta, ma sapeva
controllarsi.
Il medico fece un gesto da saggio. Ci sono comportamenti che
rimangono latenti per molti anni, e un bel giorno esplodono disse.
Comunque, una fortuna che sia finita qui, perch siamo specialisti
in casi che richiedono una mano dura. Infine lo avvert della strana
ossessione di Mara per il telefono.
La assecondi disse.
Stia tranquillo, dottore disse Saturno con un'aria allegra. E' la
mia specialit.
La sala per le visite, miscuglio di carcere e di confessionale, era
l'antico parlatorio del convento. L'entrata di Saturno non fu
l'esplosione di gioia che entrambi avrebbero potuto aspettarsi. Mara
era in piedi in mezzo alla sala, accanto a un tavolino con due
seggiole e un vaso da fiori senza fiori. Si vedeva che era pronta ad
andarsene, col suo misero soprabito color fragola e certe scarpe
sordide che le avevano dato per carit. In un angolo, quasi
invisibile, c'era Herculina con le braccia conserte. Mara non si
mosse quando vide entrare il marito n lasci trasparire emozione
alcuna sul viso ancora spruzzato dallo scempio della vetrata. Si
diedero un bacio abitudinario.
Come stai? le domand lui.
Felice che tu sia finalmente arrivato, coniglietto disse lei. E'
stato come morire.
Non ebbero il tempo di sedersi. Soffocata dalle lacrime, Mara gli
raccont le miserie del chiostro, la barbarie delle guardiane, il
vitto da cani, le notti interminabili senza chiudere gli occhi per il
terrore.
Non so pi da quanti giorni sono qui, o mesi o anni, ma so che ognuno
stato peggiore dell'altro disse, e sospir con tutta l'anima.
Credo che non sar pi la stessa.
Ora passato tutto disse lui, accarezzandole con la punta delle
dita le cicatrici recenti sul viso. Io continuer a venire tutti i
sabati. E anche di pi, se il direttore me lo permette. Vedrai che
tutto finir benissimo.
Lei fiss gli occhi atterriti nei suoi occhi. Saturno tent le sue
arti da salotto. Le raccont, col tono puerile delle grosse bugie, una
versione edulcorata dei pronostici del medico. In sintesi concluse,
ti manca ancora qualche giorno per riprenderti completamente. Mara
cap la verit.
In nome di Dio, coniglietto! disse, attonita. Non crederai pure tu
che io sono pazza!
Ma cosa vai a pensare! disse lui, cercando di ridere. Il fatto
che sar molto meglio per tutti se rimarrai qui ancora un po'. In
condizioni migliori, naturalmente.
Ma se ti ho gi detto che ci sono venuta solo per telefonare! ripet
Maria.
Lui non seppe come reagire dinanzi a quell'ossessione temibile. Guard
Herculina. Questa ne approfitt per indicargli sul suo orologio da
polso che era tempo di mettere fine alla visita. Mara colse il cenno,
si guard alle spalle, e vide Herculina nella tensione dell'assalto
imminente. Allora si aggrapp al collo del marito gridando come una
vera pazza. Lui se la tolse di dosso con tutto l'amore che gli fu
possibile, e la lasci alla merc di Herculina, che con un balzo si
fece avanti. Senza darle il tempo di reagire la serr con la mano
sinistra, le pass l'altro braccio di ferro intorno al collo, e grid
a Saturno il Mago:
Se ne vada!
Saturno fugg via impaurito.
Tuttavia, il sabato successivo, ormai ripreso dallo spavento della
visita, torn alla casa di cura col gatto vestito come lui: la maglia
rossa e gialla del gran Lotard, la bombetta e un ampio mantello che
sembrava servisse per volare. Entr col camioncino da fiera fin nel
cortile del chiostro, e l si esib in uno spettacolo prodigioso di
quasi tre ore che le recluse si godettero dai balconi, con grida
dissonanti e ovazioni inopportune. C'erano tutte, meno Mara, che non
solo rifiut di ricevere il marito, ma addirittura di vederlo dai
balconi. Saturno si sent ferito a morte.
E' una reazione tipica lo consol il direttore. Passer.
Ma non pass mai. Dopo avere tentato molte volte di rivedere Mara,
Saturno fece l'impossibile perch accettasse una sua lettera, ma fu
inutile. Quattro volte la restitu chiusa e senza commenti. Saturno si
arrese, ma continu a lasciare nella portineria dell'ospedale le
razioni di sigarette, senza neppure sapere se arrivavano fino a Mara,
finch non lo sopraffece la realt.
Non si seppe mai pi nulla di lui, tranne che si rispos, e che fece
ritorno al suo paese. Prima di andarsene da Barcellona lasci il gatto
mezzo morto di fame a una fidanzatina casuale, che si impegn pure a
portare sempre le sigarette a Mara. Ma anche lei spar. Rosa Regs
ricordava di averla vista ai grandi magazzini del Corte Ingls dodici
anni fa, con la testa rapata e la palandrana arancione di una setta
orientale, e vistosamente incinta. Lei le raccont che aveva
continuato a portare le sigarette a Mara, ogni volta che aveva
potuto, e a risolverle alcuni bisogni imprevisti, fino al giorno in
cui si era ritrovata davanti le macerie dell'ospedale, demolito come
un brutto ricordo di quei tempi ingrati. Mara le era sembrata
lucidissima l'ultima volta che l'aveva vista, un po' in sovrappeso e
contenta della pace del chiostro. Quel giorno le aveva portato anche
il gatto perch ormai erano finiti i soldi che Saturno le aveva
lasciato per dargli da mangiare.
aprile 1978.
Spaventi di agosto.
Arrivammo ad Arezzo un po' prima di mezzogiorno, e impiegammo pi di
due ore cercando il castello rinascimentale che lo scrittore
venezuelano Miguel Otero Silva aveva comprato in quell'angolo
idilliaco della campagna toscana. Era una domenica all'inizio di
agosto, ardente e chiassosa, e non era facile trovare una persona che
sapesse qualcosa nelle vie accalcate di turisti. Dopo molti tentativi
inutili tornammo all'automobile, abbandonammo la citt lungo un
sentiero di cipressi senza indicazioni stradali, e una vecchia pastora
di oche ci indic con precisione dove si trovava il castello. Prima di
salutarci domand se pensavamo di pernottare l, e le rispondemmo,
come gi avevamo previsto, che vi avremmo solo pranzato.
Meno male disse lei perch in quel posto c'e da spaventarsi.
Mia moglie e io, che non crediamo nei fantasmi a mezzogiorno, ci
burlammo della sua credulit. Ma i nostri due figli, di nove e sette
anni, furono felici all'idea di conoscere un fantasma in carne e ossa.
Miguel Otero Silva, che oltre a essere un buon scrittore era un
anfitrione splendido e un mangiatore raffinato, ci aspettava con un
pranzo impossibile da dimenticare. Siccome eravamo in ritardo non si
ebbe il tempo di conoscere l'interno del castello prima di sederci a
tavola, ma il suo aspetto da fuori non aveva nulla di spaventoso, e
qualsiasi inquietudine svaniva davanti al panorama della citt dalla
terrazza fiorita in cui stavamo pranzando. Era difficile credere che
in quella collina di case aggrappolate, dove c'era posto appena per
novantamila persone, fossero nati tanti uomini di genio duraturo.
Tuttavia, Miguel Otero Silva ci disse col suo umorismo caraibico che
nessuno di quegli innumerevoli era il pi insigne di Arezzo.
Il pi grande sentenzi stato Ludovico.
Cos, senza cognome: Ludovico, il grande signore delle arti e della
guerra, che aveva costruito quel castello della sua sventura, e di cui
Miguel ci parl durante tutto il pranzo. Ci parl del suo potere
immenso, del suo amore contrastato e della sua morte terribile. Ci
raccont come in un momento di follia del cuore avesse pugnalato la
sua dama nel letto in cui si erano appena amati, e poi si fosse
sguinzagliato contro i suoi feroci cani da guerra che a morsi
l'avevano fatto a pezzi. Ci assicur, in tutta seriet, che a partire
da mezzanotte lo spettro di Ludovico si aggirava per la casa nelle
tenebre cercando di raggiungere la quiete nel suo purgatorio d'amore.
Il castello, in realt, era immenso e cupo. Ma in pieno giorno, con lo
stomaco pieno e il cuore allegro, il racconto di Miguel poteva solo
sembrare uno scherzo come tanti altri dei suoi per divertire gli
invitati. Le ottantadue stanze che attraversammo senza paure dopo la
siesta, avevano subito ogni sorta di modificazioni da parte dei
successivi proprietari. Miguel aveva restaurato completamente il
pianterreno e si era fatto costruire una camera da letto moderna con
pavimento di marmo e impianti per la sauna e la ginnastica, e il
terrazzo di fiori intensi dove avevamo pranzato. Il secondo piano, che
era stato il pi usato nel corso dei secoli, era una sequela di stanze
prive di carattere, con mobili di diverse epoche abbandonati alla loro
sorte. Ma all'ultimo c'era ancora una stanza intatta dove il tempo si
era dimenticato di trascorrere. Era la camera da letto di Ludovico.
Fu un istante magico. C'erano l'alcova con le tende ricamate a fili
d'oro, e il copriletto con prodigi di passamaneria ancora
accartocciato dal sangue secco dell'amante sacrificata. C'erano il
camino con le ceneri gelide e l'ultimo ciocco di legno tramutato in
pietra, l'armadio con le sue armi ben lustrate, e il ritratto a olio
del cavaliere pensoso in una cornice d'oro, dipinto da un qualche
maestro fiorentino che non aveva avuto la fortuna di sopravvivere al
suo tempo. Tuttavia, quel che pi mi impression fu l'odore di fragole
fresche che stagnava senza spiegazione possibile nell'aria della
camera da letto.
Le giornate dell'estate sono lunghe e parsimoniose in Toscana, e
l'orizzonte rimane immobile fino alle nove di sera. Quando si ebbe
finito di visitare il castello erano passate le cinque, ma Miguel
insistette per portarci a vedere gli affreschi di Piero della
Francesca nella chiesa di San Francesco, poi prendemmo un caff
chiacchierando sotto i pergolati della piazza, e quando tornammo a
ritirare i bagagli trovammo la cena servita. Sicch ci fermammo a
cenare.
Mentre cos facevamo, sotto un cielo malva con una sola stella, i
bambini accesero alcune torce in cucina, e andarono a esplorare le
tenebre ai piani superiori. Dalla tavola sentivamo le loro corse di
cavalli selvaggi per le scale, i lamenti delle porte, le grida felici
che chiamavano Ludovico nelle stanze tenebrose. Fu a loro che venne la
brutta idea di restar l a dormire. Miguel Otero Silva li spalleggi
tutto contento, e a noi manc il coraggio civile di rifiutare.
Contrariamente a quanto temevo, dormimmo benissimo, mia moglie e io in
una stanza al pianterreno e i miei figli nella camera attigua.
Entrambe erano state modernizzate e non avevano nulla di tenebroso.
Mentre cercavo di prendere sonno contai i dodici rintocchi vigili
dell'orologio a pendolo del salone, e mi ricordai dell'avviso
impaurito della pastora di oche. Ma eravamo cos stanchi che ci
addormentammo in fretta, in un sonno denso e continuo, e mi svegliai
dopo le sette con un sole splendido fra i rampicanti della finestra.
Accanto a me, mia moglie navigava nel mare quieto degli innocenti.
Che stupidaggine mi dissi, che la gente continui a credere nei
fantasmi in quest'epoca. Solo allora mi fece rabbrividire l'odore di
fragole fresche, e vidi il caminetto con le ceneri fredde e l'ultimo
ciocco tramutato in pietra, e il ritratto del cavaliere triste che ci
guardava da tre secoli addietro nella cornice d'oro. Perch non ci
trovavamo nell'alcova al pianterreno dove ci eravamo addormentati la
notte prima, ma nella camera di Ludovico, sotto il baldacchino e le
tende polverose e le lenzuola fradicie di sangue ancora caldo del suo
letto di maledizione.
ottobre 1980.
Maria dos Prazeres.
L'uomo delle pompe funebri arrivo cos puntuale, che Maria dos
Prazeres era ancora in vestaglia e con la testa piena di bigodini, ed
ebbe appena il tempo di infilarsi una rosa rossa dietro l'orecchio per
non sembrare indesiderabile come si sentiva. Si dispiacque ancor pi
delle sue condizioni quando apr la porta e vide che non era un notaio
lugubre, come lei pensava dovessero essere i commercianti della morte,
ma un giovanotto timido con una giacca a quadri e una cravatta con
uccelli colorati. Non portava soprabito, malgrado la primavera incerta
di Barcellona, la cui pioviggine di venti sbiechi la rendeva quasi
sempre meno tollerabile dell'inverno. Maria dos Prazeres, che aveva
accolto tanti uomini a ogni ora, si sent imbarazzata come pochissime
altre volte. Aveva appena compiuto settantasei anni ed era convinta
che sarebbe morta prima di Natale, e anche cos fu sul punto di
chiudere la porta e chiedere al venditore di sepolture che aspettasse
un momento mentre si vestiva per accoglierlo come si meritava. Ma poi
pens che si sarebbe gelato l sul pianerottolo buio, e lo fece
accomodare.
Mi scusi per questo aspetto da pipistrello disse, ma vivo da oltre
cinquant'anni in Catalogna, ed la prima volta che una persona arriva
all'ora convenuta.
Parlava un catalano perfetto con una purezza un po' arcaica, sebbene
si notasse ancora la musica del suo portoghese dimenticato. Malgrado
gli anni e con i riccioli di fil di ferro era sempre una mulatta
snella e vivace, dai capelli duri e dagli occhi gialli e feroci, e
ormai da molto tempo aveva perso la compassione per gli uomini. Il
venditore, ancora abbagliato dalla luce della via, non fece alcun
commento ma si pul la suola delle scarpe sullo stuoino di iuta e le
baci la mano con una riverenza.
Sei un uomo come quelli dei miei tempi disse Maria dos Prazeres con
una sghignazzata di grandine. Accomodati.
Pur essendo nuovo del mestiere, lui lo conosceva abbastanza bene da
non aspettarsi quell'accoglienza festosa alle otto del mattino, e
tanto meno da parte di una vecchia senza misericordia che a prima
vista gli sembr una pazza scappata dalle Americhe. Sicch rimase a un
passo dalla porta senza sapere cosa dire, mentre Maria dos Prazeres
scostava le pesanti tende di felpa alle finestre. La tenue luce di
aprile illumin appena lo spazio meticoloso del salotto che sembrava
piuttosto la bottega di un antiquario. Erano cose di uso quotidiano,
n una di pi n una di meno, e ognuna sembrava messa al suo posto
naturale, e con un gusto cos sicuro che sarebbe stato difficile
trovare un'altra casa meglio arredata persino in una citt antica e
segreta come Barcellona.
Mi scusi disse. Ho sbagliato porta.
Cos fosse disse lei, ma la morte non si sbaglia.
Il venditore apr sulla tavola della sala da pranzo un grafico dalle
molte piegature come una carta marittima con pezzi di colori diversi e
numerose croci e cifre di tutti i colori. Maria dos Prazeres cap che
era la mappa completa dell'immenso cimitero di Montjuich, e ricord
con un orrore antichissimo il camposanto di Manaus sotto gli
acquazzoni di ottobre, dove sguazzavano i tapiri fra tombe senza nome
e mausolei di avventurieri con vetrate fiorentine. Una mattina, quando
era molto piccola, il Rio delle Amazzoni in piena era apparso
trasformato in una palude nauseabonda, e lei aveva visto le bare rotte
che galleggiavano nel cortile di casa sua con pezzi di stracci e
capelli di morti nelle fessure. Quel ricordo era il motivo che l'aveva
indotta a scegliere la collina di Montjuich per riposare in pace, e
non il piccolo cimitero di San Gervasio, cos vicino e familiare.
Voglio un posto dove l'acqua non possa mai arrivare disse.
Eccolo qui disse il venditore, indicando il luogo sulla mappa con
una bacchetta allungabile che portava in tasca come una stilografica
di acciaio. Nessun mare pu salire tanto.
Lei si orient sulla scacchiera colorata fino a rintracciare l'accesso
principale, dove si trovavano le tre tombe attigue, identiche e senza
nome, nelle quali giacevano Buenaventura Durruti e altri due dirigenti
anarchici morti nella Guerra Civile. Ogni notte qualcuno scriveva i
nomi sulle lapidi in bianco. Li scrivevano con lapis, con pittura, con
carbone, con matita per gli occhi o smalto per le unghie, con tutte le
lettere e nel giusto ordine, e ogni mattina i guardiani li
cancellavano affinch nessuno sapesse chi c'era sotto i marmi nudi.
Maria dos Prazeres aveva assistito alla sepoltura di Durruti, la pi
triste e tumultuosa fra quante ci fossero mai state a Barcellona, e
voleva riposare vicino alla sua tomba. Ma non ce n'erano di
disponibili nel vasto cimitero sovraffollato. Sicch si rassegn a
quel che era possibile scegliere. A patto disse che non mi mettano
in uno di quei loculi a cinque anni dove si sta come alla posta. Poi,
ricordando d'improvviso il requisito essenziale, concluse:
E soprattutto, che mi seppelliscano coricata.
Infatti, in risposta alla chiassosa promozione di tombe vendute in
anticipo, circolava la voce che si stavano facendo sepolture verticali
per risparmiare spazio. Il venditore spieg, con la precisione di un
discorso imparato a memoria, e spesso ripetuto, che quella diceria era
una frottola perversa delle imprese di pompe funebri tradizionali per
screditare la nuova promozione delle tombe a rate. Mentre lo spiegava
bussarono alla porta con tre colpetti discreti, e lui fece una pausa
incerta, ma Maria dos Prazeres gli fece segno di proseguire.
Non si preoccupi disse a voce bassissima. E' il Noi.
Il venditore riprese il filo, e Maria dos Prazeres fu soddisfatta
della spiegazione. Tuttavia, prima di aprire la porta volle fare una
sintesi conclusiva di un pensiero che era maturato nel suo cuore da
molti anni, e persino nei suoi dettagli pi intimi, dopo la
leggendaria piena di Manaus.
Quel che intendo disse che cerco un posto dove possa star
coricata sotto terra, senza rischi di inondazioni e se possibile
all'ombra degli alberi d'estate, e da dove non mi tirino fuori dopo
qualche tempo per buttarmi nella spazzatura.
Apr la porta di ingresso ed entr un barboncino fradicio di
pioviggine, e con un aspetto da manigoldo che nulla aveva a che vedere
col resto della casa. Tornava dalla passeggiata mattutina nel
vicinato, ed entrando ebbe un impeto di giubilo. Salt sulla tavola
abbaiando insensatamente e fu sul punto di rovinare la mappa del
cimitero con le zampe sporche di fango. Un solo sguardo della padrona
bast a moderare i suoi slanci.
Noi! gli disse senza gridare. "Baixa d'ai"!
L'animale si contrasse, la guard spaventato, e un paio di lacrime
nette gli scivolarono gi per il muso. Allora Maria dos Prazeres torn
a occuparsi del venditore, e lo vide perplesso.
"Collons"! esclam lui. Ha pianto!
E' cos agitato perch c' qualcuno qui a quest'ora lo scus Maria
dos Prazeres a bassa voce. In genere, entra in casa con pi garbo
degli uomini. Tranne te, come ho potuto vedere.
Ma ha pianto, cazzo! ripet il venditore, e subito si rese conto
della sua grossolanit, e si scus arrossendo: Mi perdoni, ma una
cosa del genere non l'avevo mai vista neppure al cinema.
Tutti i cani possono farlo se glielo si insegna disse lei. Il fatto
che i padroni passano la vita a educarli con abitudini che li fanno
soffrire, come mangiare nei piatti o fare i loro bisogni a certe ore e
sempre nello stesso posto. E invece non gli insegnano le cose naturali
che a loro piacciono, come ridere e piangere. Dove eravamo?
Mancava molto poco. Maria dos Prazeres dovette rassegnarsi anche alle
estati senza alberi, perch gli unici che c'erano nel cimitero avevano
l'ombra riservata ai gerarchi del regime. Invece le condizioni e le
clausole del contratto erano superflue, perch lei voleva godere dello
sconto relativo al pagamento immediato e in contanti.
Solo quando ebbero finito, e mentre riponeva i fogli nella cartella,
il venditore esamin la casa con uno sguardo consapevole e rabbrivid
al respiro magico della sua bellezza. Guard di nuovo Maria dos
Prazeres come per la prima volta.
Posso farle una domanda indiscreta? domand lui.
Lei lo guid verso la porta.
Naturalmente gli disse, purch non mi domandi l'et.
Ho la mania di indovinare il mestiere delle persone dalle cose che ci
sono a casa loro, pero qui non ci riesco disse lui. Lei cosa fa?
Maria dos Prazeres gli rispose morta dal ridere:
Faccio la puttana, giovanotto. O non lo si nota pi? Il venditore
arross.
Mi dispiace.
Semmai doveva dispiacere a me disse lei, prendendolo per un braccio
e cos impedendo che sbattesse contro la porta. E sta' attento! Non
romperti la zucca prima di avermi seppellita per bene.
Non appena ebbe chiuso la porta, prese il cagnolino e si mise a
vezzeggiarlo, e si un con la sua bella voce africana ai cori
infantili che in quel momento si cominciarono a udire nell'asilo
accanto. Tre mesi prima aveva avuto in sogno la rivelazione che stava
per morire, e da allora si era sentita pi legata che mai a quella
creatura della sua solitudine. Aveva previsto con tanta cura la
spartizione postuma delle sue cose e il destino del suo corpo, che in
quel momento avrebbe potuto morire senza disturbare nessuno. Si era
ritirata di sua volont con una fortuna accumulata pietra su pietra ma
senza sacrifici troppo amari, e aveva scelto come ultimo rifugio
l'antichissimo e nobilissimo paese di Gracia, ormai digerito
dall'espansione della citt. Aveva comprato quell'ammezzato in rovina,
sempre odoroso di aringhe affumicate, le cui pareti corrose dal
salnitro conservavano ancora i segni di qualche combattimento senza
gloria. Non c'era portinaio, e alle scale umide e tenebrose mancavano
alcuni gradini, sebbene tutti gli appartamenti fossero occupati. Maria
dos Prazeres aveva fatto risistemare il bagno e la cucina, tappezzare
le pareti con stoffe dai colori allegri e mettere vetri ugnati e tende
di velluto alle finestre. Infine aveva portato i mobili pi belli, le
suppellettili di servizio e di ornamento e i bauli di sete e broccati
che i fascisti predavano dalle dimore abbandonate dai repubblicani nel
panico della disfatta, e che lei aveva comprato a poco a poco, per
molti anni, a prezzi d'occasione e in aste segrete. L'unico vincolo
che le era rimasto col passato era la sua amicizia col conte di
Cardona, che aveva continuato a visitarla l'ultimo venerd di ogni
mese per cenare con lei e poi fare un languido amore da dopocena. Ma
pure quell'amicizia della giovent era rimasta avvolta da discrezione,
perch il conte lasciava l'automobile con i suoi stemmi araldici a una
distanza pi che prudente, e raggiungeva l'ammezzato camminando
nell'ombra, per proteggere l'onore di lei come il proprio. Maria dos
Prazeres non conosceva nessuno nell'edificio, tranne quelli della
porta di fronte, dove abitava da poco una coppia molto giovane con una
bambina di nove anni. Le sembrava incredibile, ma era vero, di non
essersi mai imbattuta in chicchessia per le scale.
Tuttavia, la spartizione della sua eredit le dimostr che si trovava
pi inserita di quanto lei stessa credesse in quella comunit di
catalani chiusi il cui onore nazionale si basava sul pudore. Aveva
spartito persino le carabattole pi insignificanti fra le persone che
pi stavano vicine al suo cuore, che poi erano quelle che pi stavano
vicine a casa sua. Alla fine non si sentiva molto sicura di essere
stata giusta, ma era invece certa di non avere dimenticato nessuno che
non se lo meritasse. Fu un testamento preparato con tanto rigore che
il notaio di Calle del Arbol, che si vantava di averne viste di tutti
i colori, non riusc a credere ai suoi occhi quando la vide dettare a
memoria ai suoi amanuensi la lista minuziosa dei suoi beni, col nome
preciso di ogni cosa in quel catalano medievale, e la lista completa
degli eredi con i loro mestieri e indirizzi e il posto che occupavano
nel suo cuore.
Dopo la visita del venditore di sepolture fin per trasformarsi in uno
dei numerosi visitatori domenicali del cimitero. Al pari dei suoi
vicini di tomba semin fiori di quattro stagioni nei vasi, innaffiava
l'erba novella e la pareggiava con le forbici per potare fino a
lasciarla come i tappeti del municipio, e si familiarizz tanto col
posto che fin per non capire come all'inizio avesse potuto sembrarle
cos desolato. Durante la sua prima visita, il cuore le era sobbalzato
vedendo accanto all'ingresso le tre tombe senza nome, ma non si era
neppure fermata a guardarle, perch a pochi passi da lei c'era il
guardiano insonne. Ma la terza domenica approfitt di una sua
distrazione per concretizzare uno dei suoi sogni pi grandi, e col
rossetto scrisse sulla prima lapide lavata dalla pioggia: Durruti. In
seguito, ogni volta che le fu possibile lo rifece, talvolta su una
tomba, su due o su tutt'e tre, e sempre col polso fermo e il cuore
eccitato dalla nostalgia.
Una domenica di fine settembre assistette alla prima sepoltura sulla
collina. Tre settimane dopo, in un pomeriggio di venti gelidi,
seppellirono una giovane sposata da poco nella tomba vicino alla sua.
Alla fine dell'anno, sette appezzamenti erano occupati, ma l'inverno
effimero trascorse senza turbarla. Non sentiva alcun malessere, e a
mano a mano che aumentava il caldo ed entrava il rumore torrenziale
della vita attraverso le finestre aperte si sentiva sempre pi in
forze per sopravvivere agli enigmi dei suoi sogni. Il conte di
Cardona, che passava in montagna i mesi pi caldi, la trov al ritorno
pi attraente ancora che nella sua straordinaria giovent dei
cinquant'anni.
Dopo molti tentativi frustrati, Maria dos Prazeres ottenne che il Noi
distinguesse la sua tomba nell'ampia collina di tombe tutte uguali.
Poi si adoper a insegnargli a piangere sopra la sepoltura vuota
affinch continuasse a farlo per abitudine dopo la sua morte. Lo port
pi volte a piedi da casa fino al cimitero, indicandogli punti di
riferimento per fargli memorizzare il percorso dell'autobus delle
Ramblas, finch non lo sent abbastanza addestrato per mandarlo da
solo.
La domenica della prova finale, alle tre del pomeriggio, gli tolse il
cappottino primaverile, in parte perch l'estate era imminente e in
parte perch attirasse meno l'attenzione, e lo lasci fare. Lo vide
allontanarsi lungo il marciapiede in ombra con un trotto lieve e il
culetto magro e triste sotto la coda agitata, e riusc a stento a
reprimere la voglia di piangere, per lei e per lui, e per tanti e
tanto amari anni di illusioni comuni, finch non lo vide svoltare
verso il mare all'angolo di Calle Mayor. Quindici minuti dopo lei sal
sull'autobus delle Ramblas nella vicina Plaza de Lesseps, tentando di
vederlo senza essere vista dal finestrino e infatti lo vide tra le
frotte di bambini domenicali, lontano e serio, in attesa che scattasse
il semaforo del Paseo de Gracia.
Dio mio sospir. Com' solo!
Dovette aspettarlo quasi due ore sotto il sole brutale di Montjuich.
Salut diverse persone afflitte di altre domeniche meno memorabili,
pur riconoscendole appena, perch era trascorso cos tanto tempo da
quando le aveva viste per la prima volta che ormai non indossavano pi
abiti da lutto, n piangevano, e disponevano i fiori sulle tombe senza
pensare ai loro morti. Di l a poco, quando tutti se ne furono andati
via, ud un bramito lugubre che spavent i gabbiani, e vide sul mare
immenso un transatlantico bianco con la bandiera del Brasile, e si
augur con tutta l'anima che le portasse una lettera di qualcuno che
fosse morto per lei nel carcere di Pernambuco. Poco dopo le cinque,
con dodici minuti di anticipo, comparve il Noi sulla collina, sbavando
per la fatica e il caldo, ma con un'aria da bambino trionfante. In
quell'istante, Maria dos Prazeres super il terrore di non avere chi
piangesse sulla sua tomba.
Fu nell'autunno successivo che comincio a notare segni funesti che non
riusciva a decifrare, ma che le accrebbero il peso del cuore.
Ricominci a prendere il caff sotto le acacie dorate di Plaza del
Reloj col cappotto dal collo di code di volpi e il cappellino ornato
di fiori finti, cos antico che era tornato di moda. Acu l'istinto.
Cercando di spiegarsi la propria ansia spi le chiacchiere delle
venditrici di uccelli delle Ramblas, i sussurri degli uomini davanti
alle bancarelle di libri che per la prima volta dopo molti anni non
parlavano di calcio, i profondi silenzi dei mutilati di guerra che
spargevano briciole di pane alle colombe, e ovunque trov segni
inequivocabili della morte. A Natale si accesero le luci colorate fra
le acacie, e uscivano musiche e voci di giubilo dai balconi, e una
folla di turisti estranei al nostro destino invase i caff all'aperto,
ma anche dentro la festa si sentiva la stessa tensione repressa che
aveva preceduto i tempi in cui gli anarchici si erano impadroniti
delle vie. Maria dos Prazeres, che aveva vissuto quell'epoca di grandi
passioni, non riusciva a dominare l'inquietudine, e per la prima volta
fu svegliata nel bel mezzo del sonno da artigliate di paura. Una
notte, agenti di Sicurezza dello Stato assassinarono a colpi di
pistola davanti alla sua finestra uno studente che aveva scritto con
un grosso pennello sul muro: "Visca Catalunya lliure".
Dio mio si disse spaventata, come se tutto stesse morendo con
me!
Aveva provato un'ansia simile solo da molto piccola a Manaus, un
minuto prima dell'alba, quando i rumori numerosi della notte cessavano
d'improvviso, le acque si fermavano, il tempo titubava, e la foresta
amazzonica sprofondava in un silenzio abissale che poteva essere
uguale solo a quello della morte. In mezzo alla tensione
irresistibile, l'ultimo venerd di aprile, come sempre, il conte di
Cardona si rec a cena a casa sua.
La visita era diventata un rito. Il conte arrivava puntuale fra le
sette e le nove di sera con una bottiglia di champagne del paese
avvolta nel giornale del pomeriggio affinch la si notasse di meno, e
una scatola di tartufi farciti. Maria dos Prazeres gli preparava
cannelloni gratinati e un pollo tenero nel suo sugo, che erano i
piatti preferiti dei catalani di rango dei suoi bei tempi, e un
vassoio assortito di frutta di stagione. Mentre lei cucinava, il conte
ascoltava sul grammofono frammenti di opere italiane in versioni
storiche, bevendo a sorsi lenti un bicchierino di porto che gli durava
sino alla fine dei dischi.
Dopo la cena, lunga e ben inframmezzata da chiacchiere, facevano a
memoria un amore sedentario che lasciava a entrambi un residuo di
disastro. Prima di andarsene, sempre impaurito dall'imminenza della
mezzanotte, il conte depositava venticinque pesetas sotto il
portacenere della camera da letto. Era il prezzo di Maria dos Prazeres
quando l'aveva conosciuta in un albergo a ore del Paralelo, ed era
l'unica cosa che la ruggine del tempo avesse lasciato intatta.
Nessuno dei due si era mai domandato su cosa si basasse
quell'amicizia. Maria dos Prazeres gli era debitrice di certi favori
facili. Lui le dava consigli opportuni per il buon uso dei suoi
risparmi, le aveva insegnato a discernere il valore reale delle sue
reliquie, e il modo per conservarle senza che si scoprisse che erano
cose rubate. Ma soprattutto, era stato lui a indicarle la via di una
vecchiaia onesta nel quartiere di Gracia, quando nel suo bordello di
tutta la vita l'avevano dichiarata troppo frusta per i gusti moderni,
e avevano voluto mandarla in una casa di pensionate clandestine che
per cinque pesetas insegnavano ai bambini a far l'amore. Lei, a sua
volta, aveva raccontato al conte che sua madre l'aveva venduta a
quattordici anni nel porto di Manaus, e che il primo ufficiale di una
nave turca l'aveva posseduta senza piet durante la traversata
dell'Atlantico, e poi l'aveva abbandonata senza soldi, senza lingua e
senza nome, nella palude di luci del Paralelo. Entrambi erano
consapevoli di avere cos poche cose in comune che mai si sentivano
soli come quando stavano insieme, ma nessuno dei due aveva osato
sciupare il fascino dell'abitudine. Ebbero bisogno di un'emozione
nazionale per rendersi conto, entrambi al contempo, di quanto si
fossero odiati, e con quale tenerezza, per tanti anni.
Fu un'esplosione. Il conte di Cardona stava ascoltando il duetto
d'amore della "Bohme", cantato da Licia Albanese e Beniamino Gigli,
quando lo colse una raffica casuale delle notizie radiofoniche che
Maria dos Prazeres ascoltava in cucina. Si avvicin in punta di piedi
e pure lui ascolt. Il generale Francisco Franco, dittatore eterno di
Spagna, si era assunto la responsabilit di decidere il destino finale
di tre separatisti baschi che erano appena stati condannati a morte.
Il conte cacci un respiro di sollievo.
Allora li fucileranno senza scampo disse, perch il Caudillo un
uomo giusto.
Maria dos Prazeres fiss su di lui gli ardenti occhi di cobra reale, e
vide le sue pupille senza passione dietro gli occhiali d'oro, i denti
di animale da preda, le mani ibride di bestiaccia abituata all'umidit
e alle tenebre. Cos com'era.
Prega Iddio che non accada disse, perch basta che ne fucilino uno
solo e ti metter il veleno nella minestra.
Il conte si spavent.
E perch mai?
Perch anch'io sono una puttana giusta.
Il conte di Cardona non torn pi, e Maria dos Prazeres ebbe la
certezza che l'ultimo ciclo della sua vita si era chiuso. Fino a poco
prima, infatti, si indignava quando le cedevano il posto sugli
autobus, quando la prendevano per il braccio e l'aiutavano a salire le
scale, per aveva finito non solo per accettarlo ma addirittura per
desiderarlo come un bisogno detestabile. Allora fece fare una lapide
da anarchico, senza nome n date, e prese a dormire senza tirare il
chiavistello della porta affinch il Noi potesse uscire ad avvisare se
lei fosse morta nel sonno.
Una domenica, entrando in casa di ritorno dal cimitero, incontr sul
pianerottolo delle scale la bambina che abitava nell'appartamento di
fronte. L'accompagn per diversi isolati, parlandole di tutto con un
candore da nonna, mentre la guardava giocare col Noi quasi fossero
vecchi amici. In Plaza del Diamante, come aveva previsto, le offr un
gelato.
Ti piacciono i cani? le domand.
Tantissimo disse la bambina.
Allora Maria dos Prazeres le fece la proposta che aveva pronta da
molto tempo.
Se dovesse capitarmi qualcosa, prenditi cura del Noi le disse con
l'unica condizione che lo lasci libero la domenica senza preoccuparti
di nulla. Sapr lui quel che fa.
La bambina fu felice. Maria dos Prazeres, a sua volta, rincas con la
gioia di avere vissuto un sogno maturato per anni nel suo cuore.
Tuttavia, non fu per la stanchezza della vecchiaia n per l'indugio
della morte che quel sogno non si avver. Non fu neppure una decisione
propria. La vita l'aveva presa per lei in un pomeriggio gelido di
novembre in cui si scaten un temporale improvviso mentre usciva dal
cimitero. Aveva scritto i nomi sulle tre lapidi e scendeva a piedi
verso la fermata degli autobus quando si ritrov fradicia da capo a
piedi ai primi scrosci di pioggia. Ebbe appena il tempo di ripararsi
sotto i portici di un quartiere deserto che sembrava di un'altra
citt, con botteghe in rovina e fabbriche polverose, ed enormi furgoni
da carico che rendevano pi spaventoso lo strepito del temporale.
Mentre cercava di scaldare col suo corpo il cagnolino inzuppato, Maria
dos Prazeres vedeva passare gli autobus pieni, vedeva passare i taxi
vuoti con la bandierina spenta, ma nessuno prestava attenzione ai suoi
segni da naufrago. D'improvviso, quando ormai sembrava impossibile
persino un miracolo, un'automobile sontuosa color acciaio crepuscolare
pass quasi senza rumore nella strada inondata, si ferm bruscamente
all'angolo e fece marcia indietro fin dove stava lei. Il vetro scese
per un soffio magico, e l'autista le propose un passaggio.
Vado molto lontano disse Maria dos Prazeres con sincerit. Ma mi
farebbe un grosso piacere se mi avvicinasse un po'.
Mi dica dove va insistette lui.
A Gracia disse lei.
La portiera si apr senza essere toccata.
E' la mia direzione disse lui. Salga.
Nell'interno odoroso di medicina refrigerata, la pioggia si tramut in
un contrattempo irreale, la citt cambi colore, e lei si sent in un
mondo estraneo e felice dove tutto era gi risolto. L'autista si
faceva strada attraverso il disordine del traffico con una fluidit
che aveva qualcosa della magia. Maria dos Prazeres era intimidita, non
solo dalla propria miseria ma anche da quella del cagnolino di
squallore che le dormiva in grembo.
Questo un transatlantico disse, perch sent di dover dire
qualcosa ammodo. Non avevo mai visto nulla di simile, neppure in
sogno.
In realt, l'unica cosa brutta che ha che non mia disse lui, in
un catalano difficile, e dopo una pausa aggiunse in spagnolo: Lo
stipendio di tutta la vita non mi basterebbe per comprarla.
Me lo immagino sospir lei.
Lo scrut con la coda dell'occhio, illuminato di verde dal chiarore
del quadro dei comandi, e vide che era quasi un adolescente, con i
capelli corti e ricci, e un profilo da bronzo romano. Pens che non
era bello, ma che aveva un fascino diverso, che gli stava benissimo la
giacca di pelle da pochi soldi sciupata dall'uso, e che sua madre
doveva essere molto felice quando lo sentiva rincasare. Solo per via
delle mani da lavoratore si poteva credere che davvero non fosse il
proprietario dell'automobile.
Non parlarono pi per tutto il tragitto, ma anche Maria dos Prazeres
si sent spesso scrutata con la coda dell'occhio e ancora una volta si
rammaric di essere viva alla sua et. Si sent brutta e pietosa, con
la sciarpetta che si era messa in testa alla bell'e meglio quando
aveva cominciato a piovere, e lo striminzito cappotto autunnale che
pensando alla morte non aveva ritenuto opportuno cambiare.
Quando arrivarono al quartiere di Gracia aveva cominciato a
rasserenarsi, era notte ed erano accese le luci per le vie. Maria dos
Prazeres indic al suo autista che la lasciasse a un incrocio l
vicino, ma lui insistette per portarla fin davanti a casa, e non solo
lo fece ma parcheggi sul marciapiede affinch potesse scendere senza
bagnarsi. Lei moll il cagnolino, cerc di uscire dall'automobile con
tutta la dignit che il corpo le permetteva, e quando si volt per
ringraziare si ritrov davanti a uno sguardo d'uomo da rimanere senza
fiato. Lo resse per un istante, senza capire bene chi aspettava cosa,
ne da chi, e allora lui le domand con voce decisa:
Salgo?
Maria dos Prazeres si sent umiliata.
La ringrazio molto per il passaggio che mi ha dato disse, ma non le
permetto di prendermi in giro.
Non ho alcun motivo per prendere in giro la gente disse lui in
spagnolo con una seriet risoluta. E tanto meno una donna come lei.
Maria dos Prazeres aveva conosciuto molti uomini come quello, ne aveva
salvati dal suicidio molti altri pi audaci ancora, ma nella sua lunga
vita non aveva mai avuto tanta paura di decidere. Lo ud insistere
senza il minimo indizio di mutamento nella voce:
Salgo?
Lei si allontan senza chiudere la portiera dell'automobile, e gli
rispose in spagnolo per essere sicura che la capisse.
Faccia quel che vuole.
Entr nell'atrio illuminato dalla luce obliqua della via, e prese a
salire la prima rampa di scale con le ginocchia tremule, soffocata da
un panico che avrebbe creduto possibile solo nel momento di morire.
Quando si ferm davanti alla porta dell'ammezzato, rabbrividendo di
ansia per trovare le chiavi nella tasca, ud sbattere successivamente
le due portiere dell'automobile in strada. Il Noi, che si era fatto
avanti, tent di abbaiare. Zitto gli ordin con un sussurro da
agonia. Quasi subito sent i primi passi sui gradini sgangherati delle
scale e temette che il cuore le scoppiasse. In una frazione di secondo
riesamin completamente il sogno premonitore che le aveva cambiato la
vita per tre anni, e cap l'errore della sua interpretazione.
Dio mio si disse spaventata. Sicch non era la morte!
Trov infine la serratura, mentre sentiva i passi decisi nel buio,
mentre sentiva il respiro crescente di qualcuno che si avvicinava
spaventato come lei nel buio, e allora cap che era valsa la pena di
aspettare tanti e tanti anni, e di avere sofferto tanto nel buio,
fosse anche solo per vivere quell'istante.
maggio 1979.
Diciassette inglesi avvelenati.
La prima cosa che not la signora Prudencia Linero quando arriv al
porto di Napoli, fu che aveva lo stesso odore del porto di Riohacha.
Non lo raccont a nessuno, naturalmente, perch nessuno l'avrebbe
capito su quel transatlantico senile zeppo di italiani di Buenos Aires
che tornavano in patria per la prima volta dopo la guerra, comunque si
sent meno sola, meno spaventata e distante, a settantadue anni di et
e a diciotto giorni di brutto mare dalla sua gente e dalla sua casa.
Fin dall'alba si erano viste le luci di terra. I passeggeri si
alzarono pi presto del solito, vestiti con abiti nuovi e col cuore
oppresso dall'incertezza dello sbarco, sicch quell'ultima domenica a
bordo sembr essere davvero l'unica in tutto il viaggio. La signora
Prudencia Linero fu una delle pochissime che assistettero alla messa.
A differenza dei giorni precedenti in cui girava per la nave vestita a
mezzo lutto, per sbarcare aveva indossato una tunica grigia di tela
grossolana col cordone di san Francesco alla vita, e un paio di
sandali di cuoio grezzo che solo perch nuovi non sembravano da
pellegrino. Era un pagamento anticipato: aveva promesso a Dio di
portare quell'abito talare fino alla morte se le concedeva la grazia
di potersi recare a Roma per vedere il Sommo Pontefice, e ormai
considerava la grazia concessa. Al termine della messa accese una
candela allo Spirito Santo per il coraggio che le aveva infuso di
sopportare i temporali dei Caraibi, e recit una preghiera per ognuno
dei nove figli e quattordici nipoti che in quel momento la sognavano
nella notte di venti di Riohacha.
Quando sal in coperta dopo la colazione, la vita della nave era
mutata. I bagagli stavano ammucchiati nella sala da ballo, fra ogni
sorta di oggetti per turisti comprati dagli italiani nei mercati di
magia delle Antille, e sul banco del bar c'era una scimmia di
Pernambuco dentro una gabbia di rete di ferro. Era un mattino radioso
all'inizio di agosto. Una domenica esemplare di quelle estati del
dopoguerra in cui la luce si comportava come una rivelazione di ogni
giorno, e la nave enorme si muoveva pianissimo, con ansiti da malato,
sopra uno stagno diafano. La fortezza tenebrosa dei duchi di Angi
cominciava appena a stagliarsi all'orizzonte, ma i passeggeri
affacciati ai parapetti credevano di riconoscere i luoghi familiari, e
li indicavano senza vederli con certezza gridando di gioia in dialetti
meridionali. La signora Prudencia Linero, che si era fatta tanti
vecchi amici a bordo, che aveva badato ai bambini mentre i genitori
ballavano e che aveva persino cucito un bottone della giubba al primo
ufficiale, li trov d'improvviso estranei e diversi. Lo spirito
sociale, il calore umano che le aveva permesso di sopravvivere alle
prime nostalgie nel sopore del tropico, erano scomparsi. Gli amori
eterni d'altomare finivano alla vista del porto. La signora Prudencia
Linero, che non conosceva la natura volubile degli italiani, pens che
il male non stava nel cuore degli altri ma nel suo, perch lei era
l'unica che andava tra la folla che tornava. Cos devono essere tutti
i viaggi, pens, sentendo per la prima volta nella vita la fitta
dell'essere straniera, mentre contemplava da bordo le vestigia di
tanti mondi estinti in fondo all'acqua. D'improvviso, una ragazza
molto bella che le stava accanto la spavent con un grido di orrore.
Mamma mia disse, indicando il fondo. Guardate l.
Era un annegato. La signora Prudencia Linero lo vide galleggiare
supino sul pelo dell'acqua, ed era un uomo maturo e calvo con una rara
prestanza naturale, e i suoi occhi aperti e allegri avevano lo stesso
colore del cielo all'alba. Indossava un abito da sera col panciotto di
broccato, scarpe di vernice e una gardenia viva all'occhiello. Nella
mano destra aveva un pacchettino cubico avvolto in carta da regalo, e
le dita di ferro livido erano avvinghiate al nastro, l'unica cosa che
avesse trovato per aggrapparsi nell'istante di morire.
Deve esser caduto da bordo disse un ufficiale della nave. Succede
spesso d'estate in queste acque.
Fu una visione istantanea, perch allora stavano entrando nella baia e
altri motivi meno lugubri distrassero l'attenzione dei passeggeri. Ma
la signora Prudencia Linero continu a pensare all'annegato le cui
falde del frac ondeggiavano nella scia della nave.
Non appena entr nella baia, un rimorchiatore decrepito venne incontro
alla nave e se la port come per la cavezza fra i relitti di numerose
navi militari distrutte durante la guerra. L'acqua stava
trasformandosi in olio a mano a mano che la nave si faceva strada fra
i relitti arrugginiti, e il caldo si fece ancora pi feroce di quello
di Riohacha alle due del pomeriggio. Dall'altra parte della strettoia,
raggiante nel sole delle undici, apparve d'improvviso la citt
completa di palazzi chimerici e vecchie baracche variopinte accalcate
sulle colline. Dal fondo smosso si lev allora un tanfo insopportabile
che la signora Prudencia Linero riconobbe come l'odore di granchi
marci del cortile di casa sua.
Mentre durava la manovra, i passeggeri individuavano fra la ressa sul
molo i parenti che smaniavano di gioia. Per la maggior parte erano
matrone autunnali dai seni fiammanti, soffocate dentro i vestiti a
lutto, con i bambini pi belli e numerosi della terra, e mariti
piccoli e diligenti, del genere imperituro di quelli che leggono il
giornale dopo le loro mogli e si vestono da notai severi malgrado il
caldo.
In mezzo a quello schiamazzo da fiera, un uomo molto vecchio
dall'aspetto inconsolabile, con un soprabito da mendicante, a due mani
tirava fuori dalle tasche manciate e manciate di pulcini teneri. In un
istante riempirono il molo, pigolando impazziti ovunque, e solo perch
animali di magia ce n'erano molti che continuavano a correre vivi dopo
essere stati calpestati dalla folla estranea al prodigio. Il mago
aveva posato il cappello per terra, ma da bordo nessuno gli lanci
neppure una moneta di carit.
Affascinata dallo spettacolo di meraviglia che sembrava offerto in suo
onore, perch solo lei lo apprezzava, la signora Prudencia Linero non
si accorse di quando tesero la passerella, e una valanga umana invase
la nave con gli ululati e l'impeto di un abbordaggio di bucanieri.
Stordita dal giubilo e dal tanfo di cipolle rancide di tante famiglie
nell'estate, spintonata dalle squadre di facchini che picchiandosi si
disputavano i bagagli, si sent minacciata dalla stessa morte senza
gloria dei pulcini sul molo. Allora sedette sul suo baule di legno
dagli angoli di latta dipinta, e rimase impavida a pregare un rosario
vizioso di preghiere contro le tentazioni e i pericoli in terra di
infedeli. L la trov il primo ufficiale quando fu passato il
cataclisma e rimase solo lei nella sala smantellata.
Nessuno deve stare qui a quest'ora le disse l'ufficiale con una
certa amabilit. Posso esserle di aiuto?
Devo aspettare il console disse lei.
Cos era. Due giorni prima di salpare, il figlio maggiore aveva
spedito un telegramma al console a Napoli, che era amico suo, per
pregarlo che l'aspettasse al porto e l'aiutasse a proseguire fino a
Roma. Gli aveva comunicato il nome della nave e l'ora di arrivo, e gli
aveva pure indicato che avrebbe potuto riconoscerla dall'abito di san
Francesco che si sarebbe messa per sbarcare. Lei si mostr cos ligia
a quelle prescrizioni, che il primo ufficiale le permise di aspettare
ancora un momento, malgrado fosse l'ora in cui pranzava l'equipaggio e
avessero ammucchiato le seggiole sui tavoli e stessero lavando i ponti
a secchiate d'acqua. Pi volte dovettero spostare il baule per non
bagnarlo, ma lei cambiava di posto senza turbarsi, senza interrompere
le preghiere, finch non la fecero uscire dalle sale per i passeggeri
e fin seduta in pieno sole fra le scialuppe di salvataggio. L la
ritrov il primo ufficiale un po' prima delle due del pomeriggio, che
soffocava di sudore dentro lo scafandro da penitente, e recitava un
rosario senza speranze, perch era terrorizzata e triste e dominava a
stento la voglia di piangere.
E' inutile che continui a pregare disse l'ufficiale, senza
l'amabilit della prima volta. In agosto persino Dio va in vacanza.
Le spieg che mezza Italia era in spiaggia in quel periodo,
soprattutto la domenica. Era probabile che il console non fosse in
vacanza, considerata l'indole della sua carica, ma sicuramente non
avrebbe aperto l'ufficio fino al luned. L'unica cosa ragionevole era
recarsi in un albergo, riposare in pace quella notte, e il giorno dopo
telefonare al consolato, il cui numero stava di certo sulla guida.
Sicch la signora Prudencia Linero dovette rassegnarsi, e l'ufficiale
l'aiut nei tramiti dell'immigrazione e della dogana e del cambio di
denaro, e la sistem dentro un taxi con l'indicazione avventurosa di
portarla in un albergo decente.
Il taxi decrepito con inciampi da carro funebre avanzava sobbalzando
fra le vie deserte. La signora Prudencia Linero pens per un istante
che l'autista e lei fossero le uniche creature vive in una citt di
fantasmi appesi a fili di ferro attraverso le strade, ma pens pure
che un uomo che parlava tanto, e con tanta passione, non poteva avere
tempo per far del male a una povera donna sola che aveva sfidato i
rischi dell'oceano per vedere il Papa. Al termine del labirinto di vie
di nuovo si vedeva il mare. Il taxi continu a sobbalzare lungo una
spiaggia ardente e solitaria dove c'erano numerosi alberghi piccoli
dai colori intensi. Ma non si ferm l davanti, proseguendo fino al
meno vistoso, situato in un giardino pubblico con grandi palme e
panchine verdi. L'autista scaric il baule sul marciapiede ombreggiato
e, davanti all'incertezza della signora Prudencia Linero, le assicur
che quello era l'albergo pi decente di Napoli.
Un facchino bello e cortese si caric il baule in spalla e si occup
di lei. La condusse fino all'ascensore di rete metallica improvvisato
nella tromba delle scale, e prese a cantare un'aria di Puccini a piena
voce e con una determinazione allarmante. Era un vetusto edificio di
nove piani restaurati, a ognuno dei quali c'era un albergo diverso. La
signora Prudencia Linero si sent d'improvviso in un istante di
allucinazione, cacciata dentro una gabbia per galline che saliva
pianissimo in mezzo a una scala di marmi stentorei, e sorprendeva la
gente nella propria casa, colta nei suoi dubbi pi intimi, con le
mutande bucate e i rutti acidi. Al terzo piano l'ascensore si ferm
con uno scossone, e allora il facchino smise di cantare, apr la porta
a rombi pieghevoli e indic alla signora Prudencia Linero, con una
riverenza galante, che era a casa sua.
Lei vide un adolescente languido dietro un bancone di legno dalle
incrostazioni di vetri colorati nell'atrio con piante ombrose in vasi
di rame. Le piacque subito, perch il dipendente aveva gli stessi
riccioli da serafino del suo nipote minore. Le piacque il nome
dell'albergo con le lettere incise su una placca di bronzo, le piacque
l'odore di acido fenico, le piacquero le felci appese, il silenzio,
gli iris d'oro della carta alle pareti. Fece poi un passo fuori
dell'ascensore, e il cuore le si contrasse. Un gruppo di turisti
inglesi in pantaloni corti e sandali da spiaggia dormicchiava in una
lunga fila di poltrone. Erano diciassette, ed erano seduti in un
ordine simmetrico, come se fossero stati uno solo pi volte ripetuto
in una galleria di specchi. La signora Prudencia Linero li vide senza
distinguerli, in un solo colpo d'occhio, e l'unica cosa che la
impression fu la lunga fila di ginocchia rosee che sembravano pezzi
di maiale appesi ai ganci di una macelleria. Non fece pi un passo
verso il bancone, ma indietreggi spaventata e rientr nell'ascensore.
Andiamo a un altro piano disse.
Questo l'unico albergo che abbia una sala da pranzo, signora disse
il facchino.
Non importa disse lei.
Il facchino fece un gesto di rassegnazione, e cant il pezzo che gli
mancava della romanza, fino all'albergo del quinto piano. L tutto
sembrava meno composto e la proprietaria era una matrona primaverile
che parlava uno spagnolo facile, e non c'era nessuno che facesse la
siesta sulle poltrone dell'atrio. Non c'era sala da pranzo, in
effetti, ma l'albergo aveva una convenzione con una trattoria vicina
affinch servisse i clienti a un prezzo speciale. Sicch la signora
Prudencia Linero decise che s, che si fermava per una notte, convinta
dall'eloquenza e dalla simpatia della proprietaria come pure dal
sollievo che non ci fosse alcun inglese dalle ginocchia rosee che
dormiva nell'atrio.
La camera aveva le persiane chiuse alle due del pomeriggio, e la
penombra conservava la freschezza e il silenzio di una foresta
recondita, e andava bene per piangere.
Non appena fu rimasta sola, la signora Prudencia Linero tir i due
chiavistelli, e orin per la prima volta dal mattino con uno sbocco
tenue e difficile che le permise di riacquistare l'identit persa
durante il viaggio. Poi si tolse i sandali e il cordone dell'abito e
si distese dalla parte del cuore sul letto matrimoniale troppo largo e
troppo solo per lei sola, e liber l'altra sorgente delle sue lacrime
arretrate.
Non solo era la prima volta che si allontanava da Riohacha, ma una
delle poche in cui si allontanava da casa sua dopo che i figli si
erano sposati e se n'erano andati via, e lei era rimasta sola con due
indiane scalze che si occupavano del corpo senza anima di suo marito.
Met della vita le si era consumata nella camera da letto davanti ai
residui dell'unico uomo che avesse amato, e che rimase in letargo per
quasi trent'anni, disteso sul letto dei suoi amori giovanili sopra un
materasso di pelli di capra.
Nell'ottobre precedente, il malato aveva aperto gli occhi in una
raffica improvvisa di lucidit, aveva riconosciuto la sua gente e
aveva chiesto che chiamassero un fotografo. Gli avevano portato il
vecchio del parco con l'enorme apparecchio con mantice e la manica
nera, e il piatto di magnesio per le foto domestiche. Lo stesso malato
aveva diretto le fotografie. Una per Prudencia, che tanto amore e
tanta felicit mi ha dato aveva detto. L'avevano fatta col primo
lampo di magnesio. Adesso altre due per le mie figlie adorate,
Prudencita e Natalia aveva detto. Le avevano fatte. Altre due per i
miei figli maschi, esempi della famiglia per il loro affetto e il loro
giudizio aveva detto. E cos finch non erano finiti la carta e il
magnesio, e il fotografo aveva dovuto andare a casa sua a rifornirsi.
Alle quattro del pomeriggio, quando ormai non si poteva respirare
nella camera per via dei fumi di magnesio e della calca di parenti,
amici e conoscenti accorsi a prendere le loro copie del ritratto,
l'invalido aveva cominciato a venir meno nel letto, e si era congedato
da tutti salutando con la mano come svanendo dal mondo a bordo di una
nave.
La sua morte non era stata per la vedova il sollievo che tutti
speravano. Al contrario, ne era rimasta cos afflitta, che i figli si
erano riuniti per domandarle come avrebbero potuto consolarla, e lei
aveva risposto loro che voleva solo recarsi a Roma per conoscere il
Papa.
Ci andr sola e con l'abito di san Francesco li avvert. E' un
voto.
L'unica cosa gradita che le fosse rimasta di quegli anni di veglia era
il piacere di piangere. Sulla nave, finch aveva dovuto spartire la
cabina con due monache clarisse scese a Marsiglia, si era trattenuta
nel bagno per piangere senza essere vista. Sicch la stanza
dell'albergo di Napoli fu l'unico luogo propizio che avesse trovato
per piangere con agio dopo la partenza da Riohacha. E avrebbe pianto
fino al giorno successivo quando sarebbe partito il treno per Roma, ma
la proprietaria buss alla sua porta alle sette per avvisarla che se
non fosse arrivata per tempo alla trattoria sarebbe rimasta senza
mangiare.
L'impiegato dell'albergo l'accompagn. Una brezza fresca aveva
cominciato a soffiare dal mare, e c'erano ancora alcuni bagnanti sulla
spiaggia sotto il sole pallido delle sette. La signora Prudencia
Linero segu l'impiegato nel labirinto di vie ripide e strette che
cominciavano appena a svegliarsi dalla siesta della domenica, e si
ritrov d'improvviso sotto un pergolato ombroso, dove c'erano tavoli
per mangiare con tovaglie a quadretti rossi e barattoli di sottaceti
usati come vasi con fiori di carta.
Gli unici commensali cos di buon'ora erano gli stessi servitori, e un
prete poverissimo che mangiava pane e cipolle in un angolo discosto.
Entrando, lei sent lo sguardo di tutti per via dell'abito grigio, ma
non si turb, perch era consapevole che il ridicolo faceva parte
della penitenza. La cameriera, invece, le suscit una punta di piet,
perch era bionda e bella e parlava come se cantasse, e lei pens che
in Italia dovevano passarsela molto male dopo la guerra se una ragazza
come quella era costretta a far la cameriera in una trattoria. Ma si
sent bene nell'ambiente floreale del pergolato, e l'aroma di stufato
con alloro della cucina le risvegli la fame rinviata
dall'inquietudine della giornata. Per la prima volta dopo molto tempo
non aveva voglia di piangere.
Comunque, non riusc a mangiare in pace. In parte perch fatic a
intendersi con la cameriera bionda, per quanto fosse simpatica e
paziente, e in parte perch l'unica carne che c'era da mangiare erano
certi uccelletti canterini simili a quelli che allevavano in gabbia
nelle case di Riohacha. Il prete che mangiava nell'angolo, e che fin
per servir loro da interprete, cerc di farle capire che in Europa le
emergenze della guerra non erano finite, e bisognava considerare un
miracolo il fatto che ci fossero almeno uccelletti di bosco da
mangiare. Ma lei li rifiut.
Per me disse sarebbe come mangiare un figlio.
Cos dovette accontentarsi di una pastina in brodo, un piatto di
zucchine bollite con qualche striscia di lardo rancido, e un pezzo di
pane che sembrava di marmo. Mentre mangiava, il prete si avvicin e la
supplic che per carit lo invitasse a prendere una tazza di caff, e
si sedette con lei. Era slavo, ma aveva fatto il missionario in
Bolivia, e parlava uno spagnolo difficile ed espressivo. Alla signora
Prudencia Linero sembr un uomo volgare e senza la minima traccia di
indulgenza, e not che aveva mani indegne con le unghie scheggiate e
sudicie, e un fiato di cipolle cos persistente che sembrava piuttosto
un attributo del carattere. Ma dopotutto era al servizio di Dio, ed
era un piacere nuovo incontrare una persona con cui intendersi cos
lontano da casa.
Chiacchierarono piano, estranei al denso rumore da stalla che li
circondava a mano a mano che i commensali occupavano gli altri tavoli.
La signora Prudencia Linero aveva gi un parere definitivo
sull'Italia: non le piaceva. E non tanto perch gli uomini fossero un
po' oltranzosi, il che non era poco, n perch si mangiavano gli
uccelli, il che era gi troppo, ma per la brutta abitudine di lasciare
gli annegati alla deriva.
Il prete, che oltre al caff si era fatto offrire anche un bicchierino
di grappa, cerc di farle vedere la leggerezza del suo parere. Durante
la guerra era stato istituito un servizio molto efficace per
riscattare, identificare e seppellire in terra consacrata i numerosi
annegati che all'alba galleggiavano nella baia di Napoli.
Da secoli concluse il prete gli italiani hanno preso coscienza del
fatto che c' una sola vita, e cercano di viverla meglio che possono.
Questo li ha resi calcolatori e volubili, ma li ha pure guariti dalla
crudelt.
Non hanno neanche fermato la nave disse lei.
Quel che fanno avvertire per radio le autorit del porto disse il
prete. A quest'ora devono averlo gi raccolto e seppellito nel nome
di Dio.
La discussione cambi l'umore di entrambi. La signora Prudencia Linero
aveva finito di mangiare, e solo allora si accorse che tutti i tavoli
erano occupati. A quelli pi vicini, intenti a mangiare in silenzio,
c'erano turisti quasi nudi, e fra loro alcune coppie di innamorati che
si baciavano invece di mangiare. Ai tavoli in fondo, accanto al
bancone, c'era la gente del quartiere che giocava a dadi e beveva un
vino senza colore. La signora Prudencia Linero cap che aveva un solo
motivo per trovarsi in quel paese malaugurato.
Lei crede che sia molto difficile vedere il Papa? domand.
Il prete le rispose che d'estate nulla era pi facile. Il Papa passava
le vacanze a Castelgandolfo, e il mercoled pomeriggio riceveva in
pubblica udienza i pellegrini del mondo intero. L'entrata costava
pochissimo: venti lire.
E quanto prende per confessare una persona? domand lei.
Il Santo Padre non confessa nessuno disse il prete, un po'
scandalizzato, tranne i re, ovviamente.
Non vedo perch dovrebbe negare questo favore a una povera donna che
viene da tanto lontano disse lei.
Persino certi re, malgrado fossero re, sono morti aspettando disse
il prete. Ma mi dica: dev'essere un peccato tremendo se lei ha fatto
da sola un simile viaggio solo per confessarlo al Santo Padre.
La signora Prudencia Linero ci pens un momento, e il prete la vide
sorridere per la prima volta.
Ave Maria purissima! disse. Mi basterebbe vederlo.
E aggiunse con un sospiro che sembr uscirle dall'anima:
E' stato il sogno della mia vita!
In realt, era sempre spaventata e triste, e l'unica cosa che
desiderava era andarsene via subito, non solo da quel posto ma
dall'Italia. Il prete dovette pensare che da quella pazza non avrebbe
pi cavato nulla, sicch le augur buona fortuna e se ne and a un
altro tavolo vicino a chiedere per carit che gli offrissero un caff.
Quando usc dalla trattoria, la signora Prudencia Linero trov che la
citt era mutata. La sorprese la luce del sole alle nove di sera, e la
folla stridula che aveva invaso le vie rinfrancate da una brezza
nuova. Non si poteva vivere con gli strepiti di tante motorette
impazzite. Le guidavano uomini senza camicia con dietro le loro belle
donne che li serravano alla vita, e si facevano strada a balzi
serpeggiando fra i maiali appesi e le bancarelle di angurie.
L'ambiente era festoso, ma alla signora Prudencia Linero sembr da
catastrofe. Si smarr. Si ritrov all'improvviso in una via
intempestiva con donne taciturne sedute sulla soglia delle loro case
tutte uguali, e le cui luci rosse e intermittenti le causarono un
brivido di paura. Un uomo ben vestito, con un anello d'oro massiccio e
un diamante alla cravatta, la segu per diversi isolati dicendole
qualcosa in italiano, e poi in inglese e in francese. Non ottenendo
risposta, le mostr una cartolina da un pacchetto che tir fuori di
tasca, e a lei bast solo un colpo d'occhio per sentire che stava
attraversando l'inferno.
Fugg via impaurita, ma alla fine della strada ritrov il mare
crepuscolare con lo stesso tanfo di granchi marci del porto di
Riohacha, e il cuore le torn al suo posto. Riconobbe gli alberghi
colorati davanti alla spiaggia deserta, i taxi funebri, il diamante
della prima stella nel cielo immenso. In fondo alla baia, solitaria al
molo, riconobbe la nave su cui era arrivata, enorme e con i ponti
illuminati, e si rese conto che non aveva pi nulla a che vedere con
la sua vita. L gir a sinistra, ma non le fu possibile proseguire,
perch c'era una folla di curiosi tenuti a bada da una pattuglia di
carabinieri. Una fila di ambulanze aspettava con le portiere aperte
davanti all'edificio del suo albergo.
Sollevandosi sopra le spalle dei curiosi, la signora Prudencia Linero
rivide allora i turisti inglesi. Stavano portandoli fuori in barella,
uno per uno, e tutti erano immobili e dignitosi, e sembravano sempre
uno solo pi volte ripetuto col vestito ammodo che avevano indossato
per la cena: pantaloni di flanella, cravatta a righe diagonali, e la
giacca scura con lo stemma del Trinity College ricamato sul taschino.
I vicini affacciati ai balconi, e i curiosi bloccati nella via, li
contavano in coro, come in uno stadio, a mano a mano che li portavano
fuori. Erano diciassette. Li sistemarono nelle ambulanze a due a due,
e li portarono via con uno strepito di sirene da guerra.
Frastornata da tanti stupori, la signora Prudencia Linero sal
sull'ascensore zeppo di clienti degli altri alberghi che parlavano in
lingue ermetiche. Scesero a tutti i piani, tranne il terzo, che era
aperto e illuminato ma non c'era nessuno al banco e neppure nelle
poltrone dell'atrio, dove aveva visto le ginocchia rosee dei
diciassette inglesi addormentati. La proprietaria del quinto piano
commentava il disastro in un'eccitazione senza controllo.
Sono tutti morti disse alla signora Prudencia Linero in spagnolo.
Si sono avvelenati con la zuppa di ostriche della cena. Ostriche in
agosto, si figuri!
Le consegn la chiave della stanza, senza pi prestarle attenzione,
mentre diceva agli altri clienti nel suo dialetto: Visto che qui non
c' sala da pranzo, chiunque si corica per dormire si sveglia vivo.
Di nuovo col groppo di lacrime in gola, la signora Prudencia Linero
tir i chiavistelli della sua camera. Poi spinse contro la porta la
piccola scrivania e la poltrona, e sistem infine il baule come una
barricata invalicabile contro l'orrore di quel paese dove accadevano
tante cose al contempo. Poi si infil la camicia da notte vedovile, si
distese supina sul letto, e recit diciassette rosari per l'eterno
riposo delle anime dei diciassette inglesi avvelenati.
aprile 1980.
Tramontana.
Lo vidi una sola volta al Boccaccio, la discoteca alla moda di
Barcellona, poche ore prima della sua mala morte. Era braccato da una
combriccola di giovani svedesi che cercavano di portarselo via alle
due del mattino per finire la festa a Cadaqus. Erano undici, e si
faticava a distinguerli, perch gli uomini e le donne sembravano
uguali: belli, con fianchi stretti e lunghe chiome dorate. Lui non
doveva avere pi di vent'anni. Aveva la testa coperta di riccioli
unti, la pelle citrina e tersa dei caraibici abituati dalle loro mamme
a camminare all'ombra, e uno sguardo arabo da far cascare in deliquio
le turiste svedesi, e forse anche parecchi degli svedesi. L'avevano
fatto sedere sul bancone come un pupazzo da ventriloquo, e gli
cantavano canzoni alla moda accompagnandosi con le palme delle mani,
per convincerlo ad andarsene con loro. Lui, terrorizzato, spiegava i
suoi motivi. Qualcuno intervenne gridando per esigere che lo
lasciassero in pace, e uno degli svedesi lo spinse via morto dal
ridere.
E' nostro grid. L'abbiamo trovato nel cassonetto della
spazzatura.
Io ero entrato poco prima con un gruppo di amici dopo l'ultimo
concerto di David Oistrakh al Palau de la Msica, e mi si accappon la
pelle davanti all'incredulit degli svedesi. Perch i motivi del
ragazzo erano sacrosanti. Aveva vissuto a Cadaqus fino all'estate
precedente, dove l'avevano assunto per cantare canzoni delle Antille
in un bar alla moda, finch non l'aveva sconfitto la tramontana. Era
riuscito a fuggire il secondo giorno deciso a non tornare mai pi, con
tramontana o senza, sicuro che se ci fosse tornato lo aspettava la
morte. Era una certezza caraibica che non poteva essere intesa da una
banda di nordici razionalisti, eccitati dall'estate e dai duri vini
catalani di quell'epoca, che seminavano idee prepotenti nel cuore.
Io lo capivo benissimo. Cadaqus era uno dei paesini pi belli della
Costa Brava, e anche il meglio conservato. Lo si doveva in parte al
fatto che la strada di accesso era un cornicione stretto e contorto
sul bordo di un abisso senza fondo, dove bisognava avere un bel fegato
per guidare a pi di cinquanta chilometri all'ora. Le case di sempre
erano bianche e basse, nello stile tradizionale dei villaggi di
pescatori del Mediterraneo. Quelle nuove erano costruite da architetti
di fama che avevano rispettato l'armonia originale. D'estate, quando
il caldo sembrava arrivare dai deserti africani del marciapiede di
fronte, Cadaqus si trasformava in una Babele infernale, con turisti
di tutta l'Europa che per tre mesi contendevano quel paradiso alla
gente del posto e ai forestieri che avevano avuto la fortuna di
comprarsi una casa a buon prezzo quando ancora era possibile.
Tuttavia, in primavera e in autunno, che erano i periodi in cui
Cadaqus era pi gradevole, nessuno smetteva di pensare con timore
alla tramontana, un vento di terra inclemente e tenace che, come
pensavano la gente del posto e certi scrittori rinsaviti, reca con s
i germi della follia.
Quindici anni fa io ero uno dei suoi visitatori assidui, finch la
tramontana non irruppe nelle nostre vite. Io la sentii prima che
arrivasse, una domenica all'ora della siesta, col presagio
inspiegabile che qualcosa stesse per accadere. Mi sentii depresso,
irrimediabilmente triste, ed ebbi l'impressione che i miei figli, che
allora non avevano ancora dieci anni, mi seguissero per la casa con
sguardi ostili. Il portinaio entr di l a poco con una scatola di
utensili e funi da marinaio per assicurare porte e finestre, e non si
stup della mia prostrazione.
E' la tramontana mi disse. Prima di un'ora sar qui.
Era un antico uomo di mare, molto vecchio, che del mestiere conservava
il giaccone impermeabile, il berretto e la pipa, e la pelle
bruciacchiata dai sali del mondo. Nelle sue giornate libere giocava a
bocce nella piazza con veterani di diverse guerre perdute, e beveva
aperitivi con i turisti nelle taverne del porto, perch aveva la virt
di farsi capire in qualsiasi lingua col suo catalano da artigliere. Si
vantava di conoscere tutti i porti del mondo, ma nessuna citt
dell'entroterra. Neppure Parigi in Francia con tutto quello che
diceva. Non dava credito ad alcun veicolo che non fosse per mare.
Negli ultimi anni era invecchiato di colpo, e non era tornato in
strada. Passava la maggior parte del tempo nello stambugio della
portineria, solo nell'anima, come sempre aveva vissuto. Si cucinava i
pasti in una latta e su un fornello ad alcol, ma gli bastava per
deliziarci tutti con le squisitezze della cucina gotica. Fin dall'alba
si occupava degli inquilini, piano per piano, ed era uno degli uomini
pi servizievoli che abbia mai conosciuto, con la generosit
involontaria e la tenerezza ruvida dei catalani. Parlava poco, ma il
suo stile era diretto e sicuro. Quando non aveva pi nulla da fare
passava ore riempiendo schedine di pronostici del calcio che molto di
rado giocava.
Quel giorno, mentre assicurava porte e finestre in previsione del
disastro, ci parl della tramontana come se fosse stata una donna
abominevole ma senza la quale la sua vita non avrebbe avuto senso. Mi
stup che un uomo di mare rendesse un simile tributo a un vento di
terra.
Questo il pi antico disse.
Dava l'impressione che il suo anno non fosse diviso in giorni e mesi
ma nel numero di volte in cui arrivava la tramontana. L'anno scorso,
un tre giorni dopo la seconda tramontana, ho avuto una crisi di
coliche mi disse una volta. Forse questo spiegava la sua credenza per
cui dopo ogni tramontana ci si ritrovava pi vecchi di diversi anni.
Era tale la sua ossessione, che ci trasmise l'ansia di conoscerla come
una visitatrice mortale e appetibile.
Non ci fu molto da aspettare. Non appena il portinaio fu uscito si ud
un sibilo che a poco a poco si fece sempre pi acuto e intenso, e si
dissolse in uno strepito da tremor di terra. Allora cominci il vento.
Dapprima a raffiche intervallate sempre pi frequenti, finch una non
rimase immobile, senza una pausa, senza una tregua, con un'intensit e
una sevizia che avevano qualcosa di sovrannaturale. Il nostro
appartamento, contrariamente a quanto in uso nei Caraibi, stava
davanti alla montagna, forse per lo strano gusto dei vecchi catalani
che amano il mare ma senza vederlo. Sicch il vento ci colpiva di
fronte e minacciava di spezzare le amarre delle finestre.
Quel che pi mi colpi fu che il tempo era sempre di una bellezza
irripetibile, con un sole d'oro e il cielo impavido. A tal punto, che
decisi di uscire in strada con i bambini per vedere com'era il mare.
Loro, in fin dei conti, erano cresciuti fra i terremoti di Citt del
Messico e gli uragani dei Caraibi, e un vento in pi o in meno non ci
sembr capace di turbar nessuno. Passammo in punta di piedi davanti
allo stambugio del portiere, e lo vedemmo statico dinanzi a un piatto
di fagioli con salame piccante, che contemplava il vento dalla
finestra. Non ci vide uscire.
Riuscimmo a camminare finch restammo riparati dalla casa, ma
spingendoci oltre l'angolo fummo costretti ad abbracciarci a un
lampione per non essere trascinati via dalla furia del vento.
Rimanemmo cos, ad ammirare il mare immobile e diafano in mezzo al
cataclisma, finch il portinaio, con l'aiuto di alcuni vicini, non
venne a soccorrerci. Solo allora ci convincemmo che l'unica cosa
razionale era rimanere chiusi in casa finch cos avesse voluto Dio. E
nessuno aveva allora la minima idea di quanto a lungo cos avrebbe
voluto.
Dopo due giorni avevamo l'impressione che quel vento spaventoso non
fosse un fenomeno meteorologico, ma un oltraggio personale. Una cosa
che qualcuno stava facendo contro qualcun altro, e contro uno solo. Il
portinaio veniva a trovarci pi volte al giorno, preoccupato per il
nostro stato d'animo, e ci portava frutta di stagione e torrone per i
bambini. Per il pranzo del marted, ci regal il capolavoro della
cucina catalana, preparato nella sua latta: coniglio con lumache. Fu
una festa in mezzo all'orrore.
Il mercoled, in cui non accadde altro che il vento, fu la giornata
pi lunga della mia vita. Ma dovette essere un po' come l'oscurit
dell'alba, perch dopo la mezzanotte ci risvegliammo tutti al
contempo, oppressi da un silenzio assoluto che solo poteva essere
quello della nostra morte. Non si muoveva una foglia degli alberi
dalla parte della montagna. Sicch uscimmo in strada quando ancora non
c'era luce nella stanza del portinaio, e ci godemmo il cielo del primo
mattino con tutte le stelle accese, e il mare fosforescente. Per
quanto non fossero ancora le cinque, molti turisti si godevano quel
sollievo sulla spiaggia sassosa, e cominciavano a preparare le barche
a vela dopo tre giorni di penitenza.
Uscendo non ci aveva colpiti il fatto che la stanza del portinaio
fosse al buio. Ma quando rincasammo l'aria aveva ormai la stessa
fosforescenza del mare, e il suo stambugio era sempre spento. Stupito,
bussai due volte, e visto che non rispondeva, spinsi la porta. Credo
che i bambini lo videro prima di me, e cacciarono un grido di
spavento. Il vecchio portinaio, con le sue insegne di navigatore
accorto attaccate al bavero della giacca marinara, era appeso per il
collo alla trave centrale, e ancora dondolava all'ultimo soffio della
tramontana.
In piena convalescenza, e con una sensazione di nostalgia anticipata,
ce ne andammo dal villaggio prima del previsto, con la risoluzione
irrevocabile di non tornarci mai pi. I turisti erano di nuovo in
strada, e c'era musica nella piazza dei veterani, che a stento
riuscivano a lanciare le bocce. Attraverso i vetri polverosi del bar
Martim ci fu possibile vedere alcuni amici sopravvissuti, che
riprendevano a vivere nella primavera radiosa della tramontana. Ma
tutto quello apparteneva ormai al passato.
Per questo, nell'alba triste del Boccaccio, nessuno capiva meglio di
me il terrore di chi non voleva tornare a Cadaqus, perch era sicuro
di morire. Tuttavia, non ci fu verso di dissuadere gli svedesi, che
finirono per portarsi via di peso il ragazzo con la pretesa europea di
somministrargli una cura efficace con le loro soperchierie africane.
Lo cacciarono sgambettante in un camioncino di ubriachi, in mezzo agli
applausi e ai fischi della clientela divisa, e intrapresero a
quell'ora il lungo viaggio per Cadaqus.
La mattina dopo mi svegli il telefono. Avevo dimenticato di chiudere
le tende tornando dalla festa e non avevo la minima idea dell'ora, ma
la stanza era ricolma dello splendore dell'estate. La voce ansiosa al
telefono, che subito non riuscii a riconoscere, fin per svegliarmi.
Ricordi il ragazzo che la notte scorsa si sono portati a Cadaqus?
Non dovetti ascoltare oltre. Solo che non fu come me l'ero immaginato,
ma in maniera addirittura pi drammatica. Il ragazzo, spaventato
dall'imminenza del ritorno, aveva approfittato di una distrazione dei
matti svedesi e si era lanciato nell'abisso dal camioncino in marcia,
cercando di sfuggire a una morte ineluttabile.
gennaio 1982.
L'estate felice della signora Forbes.
Nel pomeriggio, di ritorno a casa, trovammo un enorme serpente marino
inchiodato per il collo sullo stipite della porta, ed era nero e
fosforescente e sembrava un maleficio di zingari, con gli occhi ancora
vivi e i denti a saracco nelle mascelle spalancate. Io dovevo avere
allora nove anni, e provai un terrore cos intenso dinanzi a
quell'apparizione da delirio, che mi si blocco la voce. Ma mio
fratello, che aveva due anni meno di me, moll le bombole di ossigeno,
le maschere e le pinne e scapp via con un grido di terrore. La
signora Forbes lo ud fin dalla tortuosa scala di pietre che si
arrampicava su per gli scogli dall'imbarcadero fino a casa, e ci
raggiunse, ansimante e livida, ma le bast vedere l'animale crocefisso
sulla porta per capire la causa del nostro orrore. Lei diceva sempre
che quando due bambini sono insieme, sono tutt'e due colpevoli di quel
che ognuno fa separatamente, sicch ci sgrid entrambi per le grida di
mio fratello, e continu a rimproverarci per la nostra mancanza di
controllo. Parl in tedesco, e non in inglese, come prevedeva il suo
contratto di istitutrice, forse perch pure lei era spaventata e
rifiutava di ammetterlo. Ma non appena ebbe ripreso fiato torn al suo
inglese sassoso e alla sua ossessione pedagogica.
E' una "muraena helena" ci disse, cos chiamata perch fu un
animale sacro per gli antichi greci.
Oreste, il ragazzo del luogo che ci insegnava a nuotare in profondit,
comparve d'improvviso dietro gli arbusti di capperi. Portava la
maschera da subacqueo sulla fronte, un costume da bagno minuscolo e
una cintura di cuoio con sei coltelli, di forme e grandezze diverse,
perch non concepiva altro modo di cacciare sott'acqua che lottando
corpo a corpo con gli animali. Aveva una ventina di anni, passava pi
tempo nei fondali marini che sulla terra ferma e lui stesso sembrava
un animale del mare col corpo sempre impiastricciato di olio da
motore. Vedendolo per la prima volta la signora Forbes aveva detto ai
miei genitori che era impossibile concepire una creatura umana pi
bella. Tuttavia, la sua bellezza non lo esentava dal rigore: anche lui
dovette subire una reprimenda in italiano per avere appeso la murena
alla porta, senza altra spiegazione possibile che quella di spaventare
i bambini. Poi, la signora Forbes ordin che la staccasse col rispetto
dovuto a una creatura mitica e ci mand a vestirci per la cena.
Lo facemmo subito e tentando di non commettere un solo errore, perch
dopo due settimane sotto il regime della signora Forbes avevamo
imparato che nulla era pi difficile che vivere. Mentre ci facevamo la
doccia nel bagno, in penombra, mi resi conto che mio fratello stava
sempre pensando alla murena. Aveva occhi da persona mi disse. Io ero
d'accordo, ma gli feci credere il contrario, e continuai a cambiare
argomento finch non ebbi finito di lavarmi. Ma quando uscii dalla
doccia mi chiese di fermarmi per fargli compagnia.
E' ancora giorno gli dissi.
Aprii le tende. Era pieno agosto, e attraverso la finestra si vedevano
l'ardente pianura lunare fino all'altra parte dell'isola, e il sole
fermo nel cielo.
Non per questo disse mio fratello. E' che ho paura di avere
paura.
Comunque, quando arrivammo a tavola sembrava tranquillo, e aveva fatto
le cose con tanta cura che merit un apprezzamento speciale della
signora Forbes, e altri due punti nel conto del suo profitto
settimanale. Quanto a me, invece, mi tolse due punti dei cinque che
avevo gi guadagnato, perch all'ultimo momento mi ero lasciato
trascinare dalla fretta ed ero arrivato in sala da pranzo col respiro
affannato. Ogni cinquanta punti davano diritto a una doppia razione di
dolce, ma nessuno di noi due era riuscito ad andare oltre i quindici
punti. Era un peccato, davvero, perch non trovammo mai pi un pudding
delizioso come quello della signora Forbes.
Prima di cominciare la cena pregavamo in piedi davanti ai piatti
vuoti. La signora Forbes non era cattolica, ma il suo contratto
stabiliva che ci facesse pregare sei volte al giorno, e aveva imparato
le nostre preghiere per esservi ligia. Poi ci sedevamo tutt'e tre,
trattenendo il respiro mentre lei controllava persino il dettaglio pi
infimo della nostra condotta, e solo quando tutto le sembrava perfetto
faceva risuonare il campanello. Allora entrava Fulvia Flaminea, la
cuoca, con l'eterna pastina in brodo di quell'estate aborrita.
All'inizio, quando eravamo soli con i nostri genitori, i pasti erano
una festa. Fulvia Flaminea ci serviva chiocciando intorno alla tavola,
con una vocazione al disordine che rallegrava la vita, e infine si
sedeva con noi e finiva per mangiare un po' dai piatti di tutti. Ma
dopo che la signora Forbes si era fatta carico del nostro destino ci
serviva in un silenzio cos buio, che potevamo udire il borboglio
della minestra mentre bolliva nella pentola. Cenavamo con la spina
dorsale appoggiata alla spalliera della seggiola, masticando dieci
volte con una mascella e dieci volte con l'altra, senza scostare lo
sguardo dalla ferrea e languida donna autunnale, che recitava a
memoria una lezione di urbanit. Era come la messa della domenica, ma
senza il conforto della gente che cantava.
Il giorno in cui trovammo la murena appesa alla porta, la signora
Forbes ci parl dei doveri verso la patria. Fulvia Flaminea, quasi
fluttuando nell'aria rarefatta dalla voce, ci serv dopo la minestra
un filetto alla brace di una carne nivea, con un odore squisito. Io,
che gi allora preferivo il pesce a qualsiasi altra cosa da mangiare
della terra o del cielo, mi ritrovai col cuore blandito da quel
ricordo della nostra casa di Guacamayal. Ma mio fratello respinse il
piatto senza assaggiarlo.
Non mi piace disse.
La signora Forbes interruppe la lezione.
Non puoi saperlo gli disse, non l'hai neppure assaggiato.
Rivolse alla cuoca uno sguardo di allarme, ma ormai era troppo tardi.
La murena il pesce pi saporito del mondo, figlio mio gli disse
Fulvia Flaminea. Assaggialo e vedrai.
La signora Forbes non si turb. Ci raccont, col suo metodo
inclemente, che la murena era un cibo da re nell'antichit, e che i
guerrieri si contendevano il suo fiele perch infondeva un coraggio
sovrannaturale. Poi ci ripet, come tante altre volte in cos poco
tempo, che il buon gusto non una virt congenita, e che neppure lo
si insegna a una qualche et, ma che si impone sin dall'infanzia.
Sicch non c'era alcun motivo valido per non mangiare. Io, che avevo
assaggiato la murena prima di sapere cosa fosse, rimasi per sempre con
quella contraddizione: aveva un sapore terso, sebbene un po'
malinconico, ma l'immagine del serpente trafitto sullo stipite era pi
incalzante dell'appetito. Mio fratello fece uno sforzo supremo col
primo boccone, ma non riusc a tollerarlo: vomit.
Va' in bagno gli disse la signora Forbes senza turbarsi, lavati per
bene e torna a mangiare.
Provai una grande angoscia per lui, perch sapevo quanto gli costava
attraversare tutta la casa alle prime ombre e rimanere da solo in
bagno il tempo necessario per lavarsi. Ma torn molto presto, con
un'altra camicia pulita, pallido e appena scosso da un tremito
recondito, e super benissimo l'esame severo della sua nettezza.
Allora la signora Forbes tranci un pezzo della murena, e diede ordine
di continuare. Io inghiottii un secondo boccone sforzandomi molto. Mio
fratello, invece, non prese neppure le posate.
Non la manger disse.
La sua risoluzione era cos evidente, che la signora Forbes la schiv.
Va bene disse, ma non mangerai il dolce.
Il sollievo di mio fratello mi infuse il suo coraggio. Incrociai le
posate sul piatto, cos come la signora Forbes ci aveva insegnato che
bisognava fare per finire, e dissi:
Neppure io manger il dolce.
E neppure vedrete le televisione replic lei.
E neppure vedremo la televisione dissi.
La signora Forbes pos il tovagliolo sulla tavola, e tutt'e tre ci
alzammo a pregare. Poi ci sped in camera nostra, con l'avvertenza che
dovevamo addormentarci nello stesso tempo che lei impiegava per finir
di mangiare. Tutti i nostri punti buoni furono annullati, e solo a
partire da venti avremmo di nuovo beneficiato dei suoi pasticcini alla
crema, delle sue torte alla vaniglia, delle sue squisite crostate di
prugne, di cui non avremmo conosciuto l'uguale nel resto delle nostre
vite.
Prima o poi dovevamo arrivare a quella rottura. Per un anno intero
avevamo atteso con ansia quell'estate libera sull'isola di
Pantelleria, all'estremit meridionale della Sicilia, ed era andata
proprio cos durante il primo mese, finch i nostri genitori erano
rimasti con noi. Ricordo ancora come un sogno la pianura solare di
rocce vulcaniche, il mare eterno, la casa dipinta di calce viva fino
ai gradini di ingresso, dalle cui finestre si vedevano nelle notti
senza vento le croci luminose dei fari d'Africa. Esplorando con mio
padre i fondali addormentati intorno all'isola avevamo scoperto una
fila di siluri gialli, incagliati l dall'ultima guerra; avevamo
recuperato un'anfora greca di quasi un metro d'altezza, con ghirlande
pietrificate, nel cui fondo giacevano i residui di un vino immemore e
velenoso, e avevamo fatto il bagno in una gora fumante, le cui acque
erano cos dense che vi si poteva quasi camminare sopra. Ma la
scoperta pi sconvolgente per noi era stata Fulvia Flaminea. Sembrava
un vescovo felice, e girava sempre con una combriccola di gatti
sonnacchiosi che la intralciavano nel camminare, ma lei diceva che non
li sopportava per amore, quanto per impedire che i topi se la
mangiassero. Di notte, mentre i nostri genitori guardavano alla
televisione i programmi per adulti, Fulvia Flaminea ci portava con lei
a casa sua, a meno di cento metri dalla nostra, e ci insegnava a
distinguere le parlate remote, le canzoni, le raffiche di pianto dei
venti di Tunisi. Suo marito era un uomo troppo giovane per lei, che
lavorava durante l'estate negli alberghi turistici all'altra estremit
dell'isola, e rincasava solo per dormire. Oreste abitava con i
genitori un po' pi lontano, e arrivava sempre di sera con filze di
pesci e canestri di aragoste appena pescate, e le appendeva nella
cucina affinch il marito di Fulvia Flaminea le vendesse il giorno
dopo negli alberghi. Poi si risistemava la torcia da subacqueo sulla
fronte e ci portava a cacciare i topi di montagna, grossi come
conigli, che aspettavano i rifiuti delle cucine. Talvolta rincasavamo
quando i nostri genitori si erano coricati, e riuscivamo a stento a
dormire col chiasso dei topi che si contendevano gli avanzi nei
cortili. Ma anche quel disturbo era un ingrediente magico della nostra
estate felice.
La decisione di assumere un'istitutrice tedesca era potuta venire in
mente solo a mio padre, che era uno scrittore dei Caraibi, con pi
velleit che talento. Abbagliato dalle ceneri delle glorie d'Europa,
era sempre parso troppo ansioso di farsi perdonare la sua origine, sia
nei libri sia nella vita reale, e si era imposto la fantasia che non
rimanesse nei figli alcuna traccia del suo passato. Mia madre continu
a essere sempre umile come lo era stata quando faceva la maestra
errante nell'alta Guajira, e non si era mai immaginata che il marito
potesse concepire un'idea che non fosse provvidenziale. Sicch nessuno
dei due dovette domandarsi col cuore in mano come sarebbe stata la
nostra vita con una sergentessa di Dortmund, impegnata a inculcarci a
forza le abitudini pi viete della societ europea, mentre loro
partecipavano con quaranta scrittori alla moda a una crociera
culturale di cinque settimane nelle isole dell'Egeo.
La signora Forbes era arrivata l'ultimo sabato di luglio col battello
che faceva la spola da Palermo, e gi al vederla per la prima volta ci
rendemmo conto che la festa era finita. Arriv con certi stivali da
soldato, e un vestito a doppiopetto in quel caldo meridionale, e con i
capelli tagliati come quelli di un uomo, sotto il cappellino di
feltro. Puzzava di orina di micco: E' la puzza degli europei,
soprattutto d'estate ci disse mio padre. E' l'odore della civilt.
Ma, a dispetto del suo abbigliamento marziale, la signora Forbes era
una creatura misera, che forse ci avrebbe suscitato una certa
compassione se fossimo stati pi grandi o se lei avesse avuto qualche
traccia di tenerezza. Il mondo si fece diverso. Le sei ore di mare,
che dal principio dell'estate erano un continuo esercizio di
immaginazione, divennero una sola ora sempre uguale, pi volte
reiterata. Quando eravamo con i nostri genitori disponevamo di tutto
il tempo per nuotare con Oreste, meravigliati dall'arte e dall'audacia
con cui affrontava i polipi nella loro acqua torbida di inchiostro e
sangue, senza altre armi che i suoi coltelli da combattimento. Poi
continu ad arrivare alle undici con la barchetta dal motore fuori
bordo, come faceva sempre, ma la signora Forbes non gli permetteva di
fermarsi con noi neppure un minuto pi dell'indispensabile per la
lezione di nuoto sott'acqua. Ci proib di tornare di notte a casa di
Fulvia Flaminea, perch la considerava una familiarit eccessiva con
la servit, e si dovette dedicare alla lettura analitica di
Shakespeare il tempo che prima impiegavamo cacciando topi. Abituati a
rubare manghi nei cortili e a uccidere cani a colpi di mattone nelle
strade ardenti di Guacamayal, per noi era impossibile concepire un
tormento pi crudele di quella vita da principi.
Comunque, ben presto ci accorgemmo che la signora Forbes non era
severa con se stessa come lo era con noi, e quella fu la prima crepa
nella sua autorit. All'inizio rimaneva sulla spiaggia sotto il
parasole colorato, vestita da guerra, intenta a leggere ballate di
Schiller mentre Oreste ci insegnava a nuotare sott'acqua, e poi ci
dava lezioni teoriche di buona condotta in societ, per ore e ore,
fino alla pausa del pranzo.
Un giorno chiese a Oreste che la portasse con la barchetta a motore
fino ai negozi per turisti degli alberghi, e torn con un costume da
bagno intero, nero e cangiante, come una pelle di foca, ma non entr
mai in acqua. Prendeva il sole sulla spiaggia mentre noi nuotavamo, e
si asciugava il sudore con l'accappatoio, senza passare sotto la
doccia, sicch di l a tre giorni sembrava un'aragosta in carne viva e
l'odore della sua civilt era diventato irrespirabile.
Le sue notti erano di liberazione. Fin dall'inizio del suo regime
sentivamo che qualcuno camminava nel buio della casa, nuotando nel
buio, e mio fratello si inquiet persino all'idea che fossero gli
annegati erranti di cui tanto ci aveva parlato Fulvia Flaminea. Ben
presto scoprimmo che era la signora Forbes, che passava la notte
vivendo la sua vita reale di donna solitaria, che lei stessa si
sarebbe censurata durante il giorno. Una mattina all'alba la scoprimmo
in cucina, con la camicia da notte da collegiale, intenta a preparare
i suoi dolci splendidi, con tutto il corpo impiastricciato di farina
fino al viso, e a bere un bicchiere di porto con un disordine mentale
che avrebbe causato lo scandalo dell'altra signora Forbes. Gi allora
sapevamo che dopo esserci coricati non se ne andava nella sua camera,
ma scendeva a nuotare di nascosto, oppure rimaneva fino a molto tardi
nel salotto, a guardare alla televisione senza audio i film proibiti
ai minori, mentre mangiava torte intere e beveva anche una bottiglia
del vino speciale che mio padre conservava con tanta attenzione per le
occasioni memorabili. Contrariamente alle sue prediche, di austerit e
compostezza, si rimpinzava a dismisura, con una sorta di passione
sbrigliata. Poi la sentivamo parlare da sola nella sua camera, la
sentivamo recitare nel suo tedesco melodioso frammenti completi di
"Die Jungfrau von Orleans", la sentivamo cantare, la sentivamo
singhiozzare nel letto fino all'alba, e poi compariva a colazione con
gli occhi gonfi di lacrime, sempre pi lugubre e autoritaria. N mio
fratello n io fummo mai pi sventurati di allora, ma io ero disposto
a sopportarla sino alla fine, perch sapevo che comunque la sua
ragione avrebbe prevalso sulla nostra. Mio fratello, invece,
l'affront con tutto l'impeto del suo carattere, e l'estate felice
divenne per noi infernale. L'episodio della murena fu l'ultima goccia.
Quella stessa notte, mentre sentivamo dal letto l'andirivieni
incessante della signora Forbes nella casa addormentata, mio fratello
liber d'improvviso tutto il carico del rancore che stava marcendogli
nell'anima. La uccider disse.
Mi stup, non tanto per la sua decisione, quanto per la casualit che
io stavo pensando la stessa cosa dopo quella cena. Tuttavia, cercai di
dissuaderlo.
Ti taglieranno la testa gli dissi.
In Sicilia non c' la ghigliottina disse lui. Inoltre nessuno sapr
chi stato.
Pensava all'anfora recuperata dalle acque, dove c'era ancora il
sedimento del vino mortale. Mio padre lo conservava perch voleva
farlo sottoporre a un'analisi pi approfondita per chiarire la natura
del veleno, non potendo essere il risultato del semplice trascorrere
del tempo. Usarlo contro la signora Forbes era cos facile, che
nessuno avrebbe pensato che non si fosse trattato di un incidente o di
suicidio. Sicch all'alba, quando la sentimmo cadere spossata dalla
fragorosa veglia, versammo il vino dell'anfora nella bottiglia del
vino speciale di mio padre. Come avevamo sentito dire, quella dose era
sufficiente per ammazzare un cavallo.
La colazione la facemmo in cucina alle nove in punto, servita dalla
stessa signora Forbes con i panini dolci che Fulvia Flaminea lasciava
molto presto sopra il focolare. Due giorni dopo aver sostituito il
vino, mentre facevamo colazione, mio fratello mi fece notare con uno
sguardo di delusione che la bottiglia avvelenata era intatta sulla
credenza. Questo accadde un venerd, e la bottiglia rimase intatta
durante il finesettimana. Ma la notte del marted, la signora Forbes
se ne bevve la met mentre guardava i film libertini della
televisione.
Tuttavia, arriv puntuale come sempre alla colazione del mercoled.
Aveva la solita faccia da notte in bianco, e gli occhi erano ansiosi
come sempre dietro le lenti massicce, e le divennero ancora pi
ansiosi quando trov nel cestino dei panini una lettera con
francobolli della Germania. La lesse mentre beveva il caff, come
tante volte ci aveva detto che non bisognava fare, e nel corso della
lettura le passavano sul viso raffiche di chiarore che irraggiavano le
parole scritte. Poi strapp i francobolli dalla busta e li mise nel
cestino con i panini avanzati per la colazione del marito di Fulvia
Flaminea. Malgrado la brutta esperienza iniziale, quel giorno ci
accompagn nell'esplorazione dei fondali marini, e restammo a divagare
per un mare di acque magre finch non cominci a esaurirsi l'ossigeno
e tornammo a casa senza la lezione di buone maniere. La signora Forbes
non solo fu d'animo floreale per tutto il giorno, ma all'ora di cena
sembrava pi vivace che mai. Mio fratello, dal canto suo, non poteva
sopportare quella delusione. Appena ricevuto l'ordine di cominciare,
scost il piatto di pastina in brodo con un gesto provocatore.
Ne ho le palle piene di questa zuppa di lombrichi disse.
Fu come se avesse lanciato in tavola una granata da guerra. La signora
Forbes divenne pallida, le sue labbra si irrigidirono finch non
cominci a svanire il fumo dell'esplosione, e i vetri delle sue lenti
si appannarono di lacrime. Poi se li tolse, li asciug col tovagliolo,
e prima di alzarsi li pos sulla tavola con l'amarezza di una
capitolazione senza gloria.
Fate come pi vi piace disse. Io non esisto.
Si chiuse nella sua camera fin dalle sette. Ma prima della mezzanotte,
quando ci credeva ormai addormentati, la vedemmo passare con la
camicia da collegiale, che si portava in camera sua mezza torta di
cioccolata e la bottiglia con oltre quattro dita del vino avvelenato.
Ebbi un tremito di piet.
Povera signora Forbes dissi.
Mio fratello non respirava tranquillo.
Poveri noi se non muore stanotte disse.
Quel mattino verso l'alba riprese a parlare da sola a lungo, declam
Schiller ad alta voce, ispirata da una pazzia frenetica, e culmin con
un grido finale che occup tutto lo spazio della casa. Poi sospir pi
volte sino in fondo all'anima e croll con un fischio triste e
continuo come quello di una nave alla deriva. Quando ci svegliammo,
ancora spossati dalla tensione della notte trascorsa, il sole si
infilava a coltellate attraverso le persiane, ma la casa sembrava
immersa in uno stagno. Allora ci rendemmo conto che dovevano essere le
dieci e non eravamo stati svegliati secondo le consuetudini mattutine
della signora Forbes. Non avevamo udito lo sciacquone del gabinetto,
n il rubinetto del lavandino, n il rumore delle persiane, n i ferri
degli stivali e i tre colpi mortali alla porta col palmo della sua
mano da negriero. Mio fratello appiccic l'orecchio al muro, trattenne
il respiro per cogliere il minimo segno di vita nella stanza attigua,
e infine cacci un sospiro di liberazione.
Sistemata! disse. L'unica cosa che si sente il mare.
Ci preparammo la colazione poco prima delle undici, e poi scendemmo
alla spiaggia con due bombole di ossigeno a testa e altre due di
scorta, prima che Fulvia Flaminea arrivasse con la sua combriccola di
gatti a far le pulizie in casa. Oreste era gi all'imbarcadero,
intento a sbudellare un'orata di sei libbre che aveva appena
catturato. Gli dicemmo che avevamo aspettato la signora Forbes fino
alle undici, e visto che era sempre addormentata avevamo deciso di
scendere da soli al mare. Gli raccontammo pure che la sera prima aveva
avuto una crisi di pianto a tavola, e che forse aveva dormito male e
aveva preferito rimanere a letto. A Oreste non interess molto la
spiegazione, proprio come ci aspettavamo, e ci accompagn a
vagabondare un po' pi di un'ora per i fondali marini. Poi ci disse di
salire a pranzare, e se ne and sulla barchetta a motore a vendere
l'orata agli alberghi dei turisti. Dalla scala di pietre lo salutammo
con la mano, facendogli credere che stavamo per salire a casa, finch
non fu scomparso dietro gli scogli. Allora ci sistemammo le bombole di
ossigeno e continuammo a nuotare senza il permesso di nessuno.
La giornata era nuvolosa e c'era un clamor di tuoni scuri
all'orizzonte, ma il mare era liscio e diafano e la sua luce era gi
sufficiente. Nuotammo in superficie fino alla linea del faro di
Pantelleria, svoltammo dopo un centinaio di metri a destra e ci
immergemmo dove calcolavamo che avevamo visto i siluri da guerra
all'inizio dell'estate. Erano sempre l: sei, dipinti di giallo solare
e con i numeri di serie intatti, e adagiati sul fondo vulcanico in un
ordine cos perfetto che non poteva essere casuale. Poi proseguimmo
girando intorno al faro, in cerca della citt sommersa di cui tanto e
con tanta meraviglia ci aveva parlato Fulvia Flaminea, ma non
riuscimmo a trovarla. Di l a due ore, convinti che non c'erano nuovi
misteri da scoprire, risalimmo in superficie con l'ultima boccata di
ossigeno.
Era esploso un temporale estivo mentre nuotavamo, il mare era mosso, e
frotte di uccelli carnivori volavano con strida feroci sopra la scia
di pesci moribondi sulla spiaggia. Ma la luce del pomeriggio sembrava
appena creata, e la vita era bella senza la signora Forbes. Tuttavia,
quando finimmo di salire con grande fatica su per la scala degli
scogli, vedemmo molta gente in casa e due automobili della polizia
davanti alla porta, e allora fummo per la prima volta consapevoli di
quanto avevamo fatto. Mio fratello si mise a tremare e cerc di
tornare indietro.
Io non entro disse.
Io, invece, ebbi l'ispirazione confusa che ci sarebbe bastato vedere
il cadavere e saremmo stati in salvo da ogni sospetto. Sta'
tranquillo gli dissi. Respira profondamente, e pensa solo a una
cosa: noi non ne sappiamo nulla.
Nessuno ci bad. Posammo le bombole di ossigeno, le maschere e le
pinne, ed entrammo dalla veranda laterale, dove c'erano due uomini che
fumavano seduti per terra accanto a una barella da campo. Allora ci
rendemmo conto che c'era un'ambulanza davanti alla porta del retro e
diversi militari armati di fucili. Nel salotto, le donne del vicinato
pregavano in dialetto sedute sulle seggiole che erano state disposte
contro la parete, e i loro uomini erano ammucchiati nel cortile a
parlare di cose che nulla avevano a che vedere con la morte. Strinsi
pi forte la mano di mio fratello, che era dura e gelida, ed entrammo
in casa dalla porta del retro. La nostra camera era aperta e nelle
stesse condizioni in cui l'avevamo lasciata al mattino. In quella
della signora Forbes, che veniva subito dopo, c'era un carabiniere
armato sulla soglia, ma la porta stava aperta. Ci affacciammo
all'interno col cuore oppresso, e ci rimase appena il tempo di farlo
che Fulvia Flaminea usc come una raffica dalla cucina e chiuse la
porta con un grido di terrore:
Per l'amor di Dio, figlioli, non guardatela!
Era troppo tardi. Mai, nel resto della nostra vita, avremmo potuto
dimenticare quanto vedemmo in quell'istante fugace. Due uomini in
borghese stavano misurando la distanza dal letto alla parete con un
metro a nastro, mentre un altro scattava fotografie con un apparecchio
dalla pezza nera come quella dei fotografi dei parchi. La signora
Forbes non stava sul letto disfatto. Era distesa a terra di fianco,
nuda in una pozza di sangue secco che aveva completamente tinto il
pavimento della stanza, e aveva il corpo crivellato da pugnalate.
Erano ventisei ferite mortali, e dalla quantit e dall'accanimento si
notava che erano state inferte con la furia di un amore senza quiete,
e che la signora Forbes le aveva ricevute con la stessa passione,
senza neppure gridare, senza piangere, recitando Schiller con la sua
bella voce da soldato, consapevole che era il prezzo inesorabile della
sua estate felice.
1976.
La luce come l'acqua.
A Natale i bambini chiesero di nuovo una barca a remi.
D'accordo disse il pap, la compreremo quando faremo ritorno a
Cartagena.
Tot, di nove anni, e Joel, di sette, erano pi decisi di quanto i
loro genitori credessero.
No dissero in coro. Ne abbiamo bisogno adesso e qui.
Per cominciare disse la madre, qui l'unica acqua navigabile
quella che esce dalla doccia.
Sia lei sia il marito avevano ragione. Nella casa di Cartagena de
Indias c'era un cortile con un molo sulla baia, e un attracco per due
grossi yacht. Invece qui a Madrid vivevano stretti al quinto piano del
numero 47 del Paseo de la Castellana. Ma alla fine n lui n lei
avevano potuto rifiutare, perch avevano promesso loro una barca a
remi col sestante e la bussola, se avessero ottenuto l'alloro della
terza elementare, e l'avevano ottenuto. Sicch il pap compr tutto
senza dire nulla alla moglie, che era la pi restia a pagare debiti di
gioco. Era una bella barca di alluminio con un filo dorato sulla linea
di galleggiamento.
La barca nel garage rivel il pap durante il pranzo. Il problema
che non c' verso di portarla fin qui con l'ascensore n per le
scale, e nel garage non c' pi spazio disponibile.
Tuttavia, il pomeriggio del sabato successivo i bambini invitarono i
compagni affinch li aiutassero a trasportare la barca su per le
scale, e arrivarono fino alla camera di servizio.
Complimenti disse il pap. E adesso che facciamo?
Adesso nulla dissero i bambini. Volevamo solo avere la barca nella
stanza, ed eccola l.
La sera del mercoled, come tutti i mercoled, i genitori andarono al
cinema. I bambini, padroni e signori della casa, chiusero porte e
finestre, e ruppero la lampadina accesa di una lampada del salotto.
Uno zampillo di luce dorata e fresca come l'acqua sgorg dalla
lampadina rotta, e lo lasciarono scorrere finch il livello non arriv
a quattro palmi. Allora interruppero la corrente, spinsero la barca, e
navigarono con agio fra le isole della casa.
Questa avventura favolosa fu il risultato di una mia leggerezza quando
avevo partecipato a un seminario sulla poesia degli utensili
domestici. Tot mi aveva domandato come mai per accendere la luce
bastava pigiare un bottone, e io non avevo avuto il coraggio di
pensarci due volte.
La luce come l'acqua gli avevo risposto: si apre il rubinetto, ed
esce.
E cos continuarono a navigare ogni mercoled sera, imparando a
maneggiare il sestante e la bussola, finch i genitori non tornavano
dal cinema e li trovavano addormentati come angioletti di terra ferma.
Mesi dopo, ansiosi di spingersi oltre, chiesero un equipaggiamento per
la pesca subacquea. Completo: maschere, pinne, bombole di ossigeno e
fucili ad aria compressa.
Non mi piace che teniate nella camera di servizio una barca a remi
che non vi serve a nulla disse il padre. Ma il peggio che volete
pure equipaggiamenti da palombari.
E se otteniamo la gardenia d'oro del primo semestre? disse Joel.
No disse la madre, spaventata. Basta cos.
Il padre le rimprover la sua intransigenza.
E' che questi bambini non si guadagnano neppure un chiodo solo per
compiere il loro dovere disse lei, ma per un capriccio sono capaci
di guadagnarsi perfino la seggiola del maestro.
Alla fine i genitori non dissero n s n no. Ma Tot e Joel, che
erano stati gli ultimi nei due anni precedenti, in luglio ottennero le
due gardenie d'oro e il riconoscimento pubblico del direttore. Quella
stessa sera, senza che li avessero chiesti di nuovo, trovarono nella
loro stanza gli equipaggiamenti da palombari nell'imballaggio
originale. Sicch il mercoled successivo, mentre i genitori vedevano
"Ultimo tango a Parigi", riempirono l'appartamento fino all'altezza di
due braccia, si immersero come squali docili sotto i mobili e i letti,
e riscattarono dal fondo della luce le cose che per anni si erano
perse nel buio.
Alla premiazione finale i fratelli furono acclamati come esempio per
la scolaresca, e consegnarono loro eccellenti diplomi. Questa volta
non dovettero chiedere nulla, perch i genitori li interpellarono su
cosa volevano. Furono cos ragionevoli, che chiesero soltanto di fare
una festa in casa insieme ai compagni.
Il pap, da solo con la moglie, era raggiante.
E' una prova di maturit disse.
Che Dio ti ascolti disse la madre.
Il mercoled successivo, mentre i genitori vedevano "La battaglia di
Algeri", la gente che pass per la Castellana vide una cascata di luce
che ricadeva da un vecchio edificio nascosto fra gli alberi. Usciva
dai balconi, si spargeva a fiotti sulla facciata, e si incanal lungo
l'ampio viale in un torrente dorato che illumin la citt fino al
Guadarrama.
Chiamati d'urgenza, i pompieri forzarono la porta del quinto piano, e
trovarono la casa ricolma di luce fino al soffitto. Il divano e le
poltrone ricoperte di pelle di leopardo galleggiavano nel salotto a
diversi livelli, fra le bottiglie del bar e il pianoforte a coda col
suo scialle di Manila che fluttuava a mezz'acqua come una medusa
d'oro. Gli utensili domestici, nella pienezza della loro poesia,
volavano con ali proprie nel cielo della cucina. Le finte armi da
guerra, che i bambini usavano per ballare, galleggiavano alla deriva
fra i pesci variopinti liberati dall'acquario della mamma, ed erano
gli unici che nuotavano vivi e felici nella vasta palude illuminata.
Nel bagno galleggiavano gli spazzolini da denti di tutti, i
preservativi del pap, le boccette di crema e la dentiera di ricambio
della mamma, e il televisore della camera da letto principale
galleggiava di sghembo, ancora acceso sull'ultimo episodio del film di
mezzanotte proibito ai bambini.
In fondo al corridoio, sulla superficie dell'acqua, Tot era seduto a
poppa della barca, stringendo i remi e con la maschera infilata,
cercando il faro del porto fin dove gli bast l'aria della bombola, e
Joel galleggiava a prua cercando ancora l'altezza della stella polare
col sestante, e galleggiavano per tutta la casa i loro trentasette
compagni di classe, eternizzati nell'istante di far la pip nel vaso
dei gerani, di cantare l'inno della scuola col testo cambiato in versi
di burla contro il direttore, di bere di nascosto un bicchiere di
brandy dalla bottiglia del pap. Avevano aperto cos tante luci al
contempo che la casa era traboccata, e tutta la quarta classe della
scuola elementare di San Julin el Hospitalario era annegata al quinto
piano del numero 47 del Paseo de la Castellana. A Madrid, in Spagna,
una citt remota dalle estati infuocate e dai venti gelidi, senza mare
n fiume, e i cui aborigeni di terra ferma non sono mai stati maestri
nella scienza di navigare nella luce.
dicembre 1978.
La traccia del tuo sangue sulla neve.
All'imbrunire, quando arrivarono alla frontiera, Nena Daconte si
accorse che il dito con l'anello matrimoniale continuava a
sanguinarle. Il poliziotto con una coperta di lana grezza sul tricorno
di vernice esamin i passaporti alla luce di una lanterna a carburo,
facendo un grande sforzo per non essere travolto dalla pressione del
vento che soffiava dai Pirenei. Pur trattandosi di due passaporti
diplomatici in regola, il poliziotto sollev la lanterna per
controllare che le fotografie somigliassero alle facce. Nena Daconte
era quasi una bambina, con certi occhi da uccello felice e una pelle
di melassa che irraggiava ancora il solleone dei Caraibi nel lugubre
imbrunire di gennaio, ed era avvolta fino al collo in una pelliccia di
visone che non si sarebbe potuta comprare con lo stipendio di un anno
di tutta la guarnigione della frontiera. Billy Snchez de Avila, suo
marito, che guidava la macchina, era di un anno pi giovane, e quasi
altrettanto bello, e indossava una giacca a quadri scozzesi e un
berretto da baseball. Contrariamente alla moglie, era alto e atletico
e aveva la mascella di ferro dei bellimbusti timidi. Ma quel che
meglio rivelava la condizione di entrambi era l'automobile platinata
il cui interno esalava un respiro di bestia viva, come non se n'erano
viste su quella frontiera di poveri. I sedili posteriori erano zeppi
di valigie troppo nuove e molte scatole di regali ancora da aprire.
C'era, inoltre, il sassofono tenore che era stato la passione
dominante nella vita di Nena Daconte prima che soccombesse all'amore
contrastato del suo tenero organizzatore di combriccole da spiaggia.
Quando il poliziotto gli ebbe restituito i passaporti timbrati, Billy
Snchez domand dove potevano trovare una farmacia per medicare il
dito della moglie, e il poliziotto gli grid controvento che
domandassero a Hendaye, dalla parte francese. Ma i poliziotti di
Hendaye erano seduti intorno al tavolo in maniche di camicia, intenti
a giocare a carte mentre mangiavano pane inzuppato in tazzoni di vino
dentro una garitta di vetro calda e ben illuminata, e bast loro
vedere le dimensioni e la marca della macchina per far segno che
entrassero pure in Francia. Billy Snchez fece risuonare pi volte il
clacson, ma i poliziotti non capirono che stavano chiamandoli e uno di
loro apr il vetro e grid con rabbia maggiore del vento:
"Merde! Allez-vous-en"!
Allora Nena Daconte usc dall'automobile avvolta nella pelliccia fino
alle orecchie, e domand al poliziotto in un francese perfetto dov'era
una farmacia. Il poliziotto rispose per abitudine con la bocca piena
di pane che non era cosa di sua competenza, tanto meno con una simile
burrasca, e chiuse il finestrino. Ma poi fiss con attenzione la
ragazza che si succhiava il dito ferito avvolta nello scintillio dei
visoni naturali, e dovette confonderla con un'apparizione magica in
quella notte da tregenda, perch subito cambi umore. Spieg che la
citt pi vicina era Biarritz, ma che in pieno inverno e con quel
vento da lupi forse non si sarebbe trovata una farmacia aperta fino a
Bayonne, un po' pi avanti.
E' una cosa grave? domand.
Nulla sorrise Nena Daconte, mostrandogli il dito con l'anello di
diamanti sul cui polpastrello era appena percettibile la ferita della
rosa. E' solo una puntura.
Prima di Bayonne riprese a nevicare. Non erano ancora le sette, ma
trovarono le vie deserte e le case sbarrate dalla furia della
tormenta, e dopo molti giri senza scoprire una farmacia decisero di
proseguire. Billy Snchez si rallegr dinanzi a quella decisione.
Aveva una passione insaziabile per le automobili rare e un padre con
troppi sensi di colpa e soldi in abbondanza per compiacerlo, e non
aveva mai guidato nulla di simile a quella Bentley convertibile
regalata per le nozze. Era tale la sua ebbrezza al volante che pi
avanzava e meno stanco si sentiva. Era pronto ad arrivare quella notte
a Bordeaux, dove avevano prenotato la suite nuziale all'Hotel
Splendid, e non ci sarebbero stati venti contrari ne sufficiente neve
in cielo per impedirglielo. Nena Daconte, invece, era esausta,
soprattutto per via dell'ultimo tratto di strada dopo Madrid, che era
un cornicione da capre frustato dalla grandine. Sicch dopo Bayonne si
arrotol un fazzoletto intorno all'anulare serrandolo bene per fermare
il sangue che continuava a uscire, e si addorment profondamente.
Billy Snchez se ne accorse solo verso mezzanotte, dopo che aveva
finito di nevicare e il vento era d'improvviso calato fra i pini e il
cielo delle lande si era riempito di stelle glaciali. Era passato
davanti alle luci addormentate di Bordeaux, ma si era fermato solo per
fare il pieno a un distributore lungo la strada, perch gli rimaneva
ancora forza per arrivare fino a Parigi senza riprendere fiato. Era
cos felice del suo grosso giocattolo da venticinquemila sterline che
non si domand neppure se lo sarebbe stata la creatura radiosa che gli
dormiva accanto con la benda all'anulare inzuppata di sangue, e il cui
sonno di adolescente, per la prima volta, era attraversato da raffiche
di incertezza.
Si erano sposati tre giorni prima, a diecimila chilometri di l, a
Cartagena de Indias, dinanzi allo stupore dei genitori di lui e alla
delusione di quelli di lei, e con la benedizione personale
dell'arcivescovo primate. Nessuno, tranne loro due, capiva il
fondamento reale n conobbe l'origine di quell'amore imprevedibile.
Era cominciato tre mesi prima delle nozze, una domenica al mare in cui
la cricca di Billy Snchez aveva preso d'assalto gli spogliatoi
femminili dei bagni di Marbella. Nena Daconte aveva appena compiuto
diciotto anni, era tornata da poco dal collegio della Chtellerie, a
Saint-Blaise, in Svizzera, parlando quattro lingue senza accento e con
un dominio perfetto del sassofono tenore, e quella era la sua prima
domenica al mare dopo il ritorno. Si era completamente spogliata per
infilarsi il costume quando cominciarono l'esplosione di panico e le
grida di abbordaggio nelle cabine accanto, ma non cap cosa succedeva
finch il pannello della sua porta non si apr in mille schegge e vide
dritto davanti a s il bandito pi bello che si potesse immaginare.
L'unica cosa che portava addosso era un esiguo slip di finta pelle di
leopardo, e aveva il corpo placido ed elastico e il colore dorato
della gente di mare. Sul pugno del braccio destro, dove aveva un
bracciale metallico da gladiatore romano, teneva arrotolata una catena
di ferro che gli serviva da arma mortale, e appesa al collo una
medaglia senza santo che palpitava in silenzio sullo spavento del suo
cuore. Avevano frequentato insieme le scuole elementari e avevano
rotto molte pignatte alle feste di compleanno, perch entrambi
appartenevano alla stirpe provinciale che disponeva a suo piacere del
destino della citt fin dai tempi della colonia, ma avevano smesso di
vedersi da cos tanti anni che a prima vista non si riconobbero. Nena
Daconte rimase in piedi, immobile, senza far nulla per nascondere la
sua nudit intensa. Billy Snchez esegu allora il suo rito puerile:
si abbass lo slip di leopardo e le mostr il suo rispettabile animale
eretto. Lei lo guard fisso e senza paura.
Ne ho visti di pi lunghi e di pi grossi disse, dominando il
terrore. Sicch pensa bene a cosa farai, perch con me devi
comportarti meglio di un negro.
In realt, Nena Daconte non solo era vergine, ma fino allora non aveva
mai visto un uomo nudo, per la sfida si rivel efficace. L'unica cosa
che a Billy Snchez venne in mente di fare fu tirare un pugno di
rabbia contro la parete con la catena arrotolata intorno alla mano, e
si incrin le ossa. Lei lo port con la sua macchina all'ospedale, e
lo aiut a sopportare la convalescenza, e infine impararono insieme a
far l'amore con buona intesa. Passarono i pomeriggi difficili di
giugno sulla terrazza interna della casa dove erano morte sei
generazioni di patrizi della famiglia di Nena Daconte, lei suonando
canzoni alla moda col sassofono, e lui con la mano ingessata
contemplandola dall'amaca con uno stupore senza sollievo. La casa
aveva numerose finestre ad altezza d'uomo che davano sullo stagno di
marciume della baia, ed era una delle pi grandi e antiche del
quartiere di La Manga, e sicuramente la pi brutta. Ma la terrazza
dalle piastrelle a scacchiera dove Nena Daconte suonava il sassofono
era una gora nel caldo delle quattro, e dava su un cortile dalle ombre
grandi con manghi e banani, sotto i quali c'era una tomba con una
lapide senza nome, precedente la casa e la memoria della famiglia.
Persino i meno esperti in musica pensavano che il suono del sassofono
era anacronistico in una casa di tale rango. Fischia come un
battello aveva detto la nonna di Nena Daconte quando l'aveva sentito
per la prima volta. Sua madre aveva tentato invano di far s che lo
suonasse altrimenti, e non come lei faceva per comodit, con la
sottana rialzata fino alle cosce e le ginocchia divaricate, e con una
sensualit che non le sembrava essenziale per la musica. Non mi
importa quale strumento suoni le diceva, purch lo suoni a gambe
chiuse. Ma furono quelle arie da addii di battello e
quell'accanimento d'amore a permettere a Nena Daconte di spezzare il
guscio amaro di Billy Snchez. Sotto la triste reputazione di bullo
che lui aveva ben sorretta dalla confluenza di due nomi illustri, lei
scopr un orfano spaventato e tenero. Arrivarono a conoscersi tanto
mentre gli si rinsaldavano le ossa della mano, che lui stesso si stup
della fluidit con cui sopraggiunse l'amore quando lei lo port nel
suo letto di signorina in un pomeriggio di piogge in cui erano rimasti
soli in casa. Tutti i giorni a quell'ora, per quasi due settimane,
ruzzarono nudi sotto lo sguardo attonito dei ritratti di guerrieri
civili e nonne insaziabili che li avevano preceduti nel paradiso di
quel letto storico. Anche nelle pause dell'amore rimanevano nudi con
le finestre aperte a respirare la brezza di relitti di barche della
baia, il suo odore di merda, e ad ascoltare nel silenzio del sassofono
i rumori quotidiani del cortile, la nota unica del rospo sotto i
banani, la goccia d'acqua sulla tomba di nessuno, i passi naturali
della vita che prima non avevano avuto il tempo di conoscere.
Quando i genitori di Nena Daconte tornarono a casa, loro avevano
progredito tanto nell'amore che il mondo aveva posto solo per quello,
e lo facevano a qualsiasi ora e da qualsiasi parte, cercando di
inventarlo un'altra volta ogni volta che lo facevano. All'inizio lo
fecero come meglio potevano nelle macchine sportive con cui il padre
di Billy Snchez tentava di acquietare le proprie colpe. Poi, quando
le macchine divennero per loro troppo facili, si infilavano di notte
nelle cabine deserte di Marbella dove il destino li aveva messi l'uno
dinanzi all'altra per la prima volta, e durante il carnevale si
infilarono mascherati persino nelle camere d'affitto dell'antico
quartiere degli schiavi di Getseman, sotto la protezione delle
ruffiane che sino a pochi mesi prima dovevano sorbirsi Billy Snchez
con la sua banda di metallari. Nena Daconte si abbandon agli amori
furtivi con la stessa devozione frenetica che prima sprecava col
sassofono, al punto che il suo bandito addomesticato fini per capire
quel che lei volle dirgli quando gli disse che doveva comportarsi come
un negro. Billy Snchez le corrispose sempre e bene e con lo stesso
entusiasmo. Ormai sposati, compirono il dovere di amarsi mentre le
hostess dormivano in mezzo all'Atlantico, laboriosamente chiusi e
morti pi dal ridere che di piacere nel gabinetto dell'aereo. Solo
loro sapevano allora, ventiquattro ore dopo le nozze, che Nena Daconte
era incinta da due mesi.
Sicch quando arrivarono a Madrid si sentivano molto lontani
dall'essere due amanti sazi, ma avevano sufficienti scorte per
comportarsi come due sposini puri. I genitori di entrambi avevano
previsto tutto. Prima dello sbarco, un funzionario di protocollo sal
nello scompartimento di prima classe per portare a Nena Daconte la
pelliccia di visone bianco con frange di un nero luminoso, che era il
regalo di nozze dei suoi genitori. A Billy Snchez port un giaccone
di pelle che era la novit di quell'inverno, e le chiavi senza marca
di una macchina a sorpresa che lo aspettava all'aeroporto.
La delegazione diplomatica del loro paese li accolse nel salone
ufficiale. L'ambasciatore e sua moglie non solo erano amici da sempre
della famiglia di entrambi, ma lui era pure il medico che aveva
assistito alla nascita di Nena Daconte, e l'attese con un mazzo di
rose cos raggianti e fresche che persino le gocce di rugiada
sembravano artificiali. Lei li salut entrambi con baci da burla, a
disagio nel suo ruolo un po' prematuro di sposina, e poi accett le
rose. Mentre le prendeva si punse il dito con una spina del gambo, ma
risolse la situazione con un espediente affascinante.
L'ho fatto apposta disse, affinch si notasse il mio anello.
Infatti, la delegazione diplomatica al completo ammir lo splendore
dell'anello, che doveva costare una fortuna, non tanto per il tipo dei
diamanti quanto per la loro antichit ben conservata. Ma nessuno not
che il dito cominciava a sanguinare. L'attenzione di tutti si spost
poi verso la macchina nuova. L'ambasciatore era stato cos spiritoso
da portarla all'aeroporto e da farla avvolgere nel cellophane con un
enorme nastro dorato. Billy Snchez non apprezz la sua finezza. Era
cos ansioso di conoscere la macchina che lacer l'involucro con uno
strappo e rimase senza fiato. Era la Bentley convertibile di
quell'anno con tappezzeria di vero cuoio. Il cielo sembrava un manto
di cenere, il Guadarrama mandava un vento tagliente e gelido, e non si
stava bene all'aperto, ma Billy Snchez non sapeva ancora cos'era il
freddo. Tenne la delegazione diplomatica nel parcheggio senza tetto,
inconsapevole del fatto che stavano congelandosi per cortesia, finch
non ebbe finito di conoscere la macchina nei suoi dettagli pi
reconditi. Poi, l'ambasciatore gli si sedette accanto per guidarlo
fino alla residenza ufficiale in cui era previsto un pranzo. Durante
il tragitto gli indic i luoghi pi noti della citt, ma lui sembrava
attento solo alla magia della macchina.
Era la prima volta che si allontanava dalla sua terra. Era passato per
tutte le scuole private e pubbliche, ripetendo sempre la stessa
classe, finch era rimasto a galleggiare in un limbo di disamore. La
prima visione di una citt diversa dalla sua, i blocchi di case
cinerognole con le luci accese in pieno giorno, gli alberi spelati, il
mare distante, tutto accresceva in lui una sensazione di abbandono che
si sforzava di tenere al margine del cuore. Comunque, di l a poco
cadde senza accorgersene nella prima trappola dell'oblio. Era
sopraggiunta una tormenta istantanea e silenziosa, la prima della
stagione, e quando uscirono dalla casa dell'ambasciatore dopo il
pranzo, per intraprendere il viaggio per la Francia, trovarono la
citt coperta da una neve raggiante. Billy Snchez dimentic allora la
macchina, e in presenza di tutti, cacciando grida di giubilo e
buttandosi manciate di neve in testa, si rotol in mezzo alla strada
col giaccone addosso.
Nena Daconte si accorse per la prima volta che il dito stava
sanguinandole, quando abbandonarono Madrid in un pomeriggio che era
diventato diafano dopo la tormenta. Si stup, perch aveva
accompagnato col sassofono la moglie dell'ambasciatore, cui piaceva
cantare arie d'opera in italiano dopo i pranzi ufficiali, e aveva
appena notato il fastidio all'anulare. Poi, mentre indicava al marito
le strade pi brevi per la frontiera, si succhiava il dito in maniera
inconsapevole ogni volta che le sanguinava, e solo quando furono
arrivati ai Pirenei pens di cercare una farmacia. Poi aveva ceduto al
sonno rinviato degli ultimi giorni, e quando d'improvviso si svegli
con l'impressione da incubo che la macchina procedesse sull'acqua, per
un bel po' non si ricord pi del fazzoletto annodato intorno al dito.
Vide sull'orologio luminoso del quadro che erano le tre passate, fece
i suoi calcoli mentali, e solo allora cap che avevano superato di un
bel pezzo Bordeaux, e anche Angoulme e Poitiers, e che stavano
passando per la diga della Loira inondata dalla piena. Il fulgore
della luna filtrava attraverso la nebbia, e le sagome dei castelli fra
i pini sembravano da racconti di fate. Nena Daconte, che conosceva la
regione a memoria, calcol che si trovavano ormai a circa tre ore da
Parigi, e Billy Snchez era sempre impavido al volante.
Sei un irresponsabile gli disse. Sono pi di undici ore che guidi
senza mangiare nulla.
Era ancora sorretto dall'ebbrezza della macchina nuova. Pur avendo
dormito poco e male sull'aereo, si sentiva vispo e pi che mai in
forze per arrivare a Parigi all'alba.
Mi dura ancora il pranzo dell'ambasciata disse. E aggiunse senza
alcuna logica: In fin dei conti, a Cartagena stanno appena uscendo
dal cinema. L devono essere le dieci.
Tuttavia, Nena Daconte temeva che si addormentasse guidando. Apr una
scatola fra i tanti regali che avevano ricevuto a Madrid e cerc di
mettergli in bocca un pezzo di arancia candita. Ma lui si sottrasse.
Gli uomini non mangiano dolci disse.
Poco prima di Orlans svan la nebbia, e una luna grandissima illumin
i vivai coperti di neve, ma il traffico si fece pi difficile per via
dell'affluenza degli enormi camion di legumi e delle cisterne di vino
che si dirigevano a Parigi. Nena Daconte avrebbe voluto aiutare il
marito al volante, ma non si azzard neppure a insinuarlo, perch lui
l'aveva avvertita fin dalla prima volta che erano usciti insieme che
non c' umiliazione maggiore per un uomo che lasciar guidare la
moglie. Si sentiva lucida dopo quasi cinque ore di buon sonno, e
inoltre era contenta di non essersi fermata in un albergo della
provincia francese, che conosceva fin da bambina in numerosi viaggi
con i genitori. Non ci sono paesaggi pi belli al mondo diceva, ma
uno pu morire di sete senza trovare anima viva che gli dia gratis un
bicchiere d'acqua. Ne era cos convinta che all'ultimo momento aveva
messo una saponetta e un rotolo di carta igienica nella valigetta,
perch negli alberghi francesi non c'era mai sapone, e la carta dei
gabinetti erano i giornali della settimana precedente tagliati a
quadratini e infilati in un gancio. L'unica cosa che rimpiangeva in
quel momento era aver sprecato una notte intera senza amore. La
risposta del marito fu immediata.
Proprio ora stavo pensando che deve essere una favola scopare in
mezzo alla neve disse. Facciamolo qui, se ti va.
Nena Daconte ci pens seriamente. Al bordo della strada, la neve sotto
la luna aveva un aspetto soffice e caldo, ma a mano a mano che si
avvicinavano ai sobborghi di Parigi il traffico era pi fitto, e
c'erano nuclei di fabbriche illuminate e numerosi operai in
bicicletta. Se non fosse stato inverno, sarebbe gi stato pieno
giorno.
Ormai meglio aspettare fino a Parigi disse Nena Daconte. Al
calduccio e dentro un letto con le lenzuola pulite come la gente
sposata.
E' la prima volta che mi dici di no disse lui.
Certo replic lei. E' la prima volta che siamo sposati.
Poco prima dell'alba si lavarono la faccia e orinarono in una locanda
per strada, e presero caff con croissant caldi al banco dove i
camionisti facevano colazione con vino rosso. Nena Daconte si era
accorta nel bagno che aveva macchie di sangue sulla camicetta e sulla
sottana, ma non cerc di lavarle. Butt nella spazzatura il fazzoletto
inzuppato, si trasfer l'anello matrimoniale sulla mano sinistra e si
lav per bene il dito ferito con acqua e sapone. La puntura era quasi
invisibile. Tuttavia appena tornati in macchina riprese a sanguinare,
sicch Nena Daconte lasci il braccio penzolante fuori dal finestrino,
convinta che l'aria glaciale dei vivai avesse virt cauterizzanti. Fu
un altro espediente vano, ma ancora non si allarm. Se qualcuno
volesse trovarci sarebbe facilissimo disse col suo fascino naturale.
Gli basterebbe seguire la traccia del mio sangue sulla neve! Poi
pens meglio a quanto aveva detto, e il suo viso fior nelle prime
luci dell'alba.
Immagina disse: una traccia di sangue sulla neve da Madrid fino a
Parigi. Non ti sembra bello per una canzone?
Non ebbe il tempo di ripensarci. Ai sobborghi di Parigi, il dito era
una sorgente incontenibile, e lei sent davvero che l'anima stava
uscendole dalla ferita. Aveva tentato di interrompere il flusso col
rotolo di carta igienica che portava nella valigetta, ma ci metteva
pi tempo a bendarsi il dito che a buttar via dal finestrino i pezzi
di carta insanguinata. Gli abiti che indossava, la pelliccia, i sedili
della macchina, stavano infradiciandosi a poco a poco, ma in maniera
irreparabile. Billy Snchez si spavent sul serio e insistette per
cercare una farmacia, ma lei allora gi sapeva che quello non era un
problema per farmacisti.
Siamo quasi alla Porte d'Orlans disse. Continua dritto, per Avenue
du Gnral Leclerc, che la pi larga e con molti alberi, e poi io ti
dir quel che devi fare.
Fu il tratto pi arduo di tutto il viaggio. L'Avenue du Gnral
Leclerc era un groviglio infernale di automobili piccole e
motociclette, imbottigliate nei due sensi, e di camion enormi che
tentavano di arrivare ai mercati centrali. Billy Snchez si innervos
talmente allo strepito inutile dei clacson che gridando si insult in
lingua da metallari con diversi autisti e cerc persino di scendere
dalla macchina per picchiarsi con uno, ma Nena Daconte riusc a
convincerlo che i francesi erano le persone pi grossolane del mondo,
ma che non si picchiavano mai. Fu un'altra prova del suo buonsenso,
perch in quel momento Nena Daconte stava facendo sforzi per non
perdere coscienza.
Solo per uscire dall'incrocio di Lon de Belfort ebbero bisogno di
oltre un'ora. I caff e i negozi erano illuminati come se fosse stata
mezzanotte, perch era un marted tipico del gennaio di Parigi,
coperto e sporco, e con una pioviggine tenace che non riusciva a
tradursi in neve. Ma l'Avenue Denfer-Rochereau era pi sgombra, e dopo
pochi isolati Nena Daconte indic al marito di girare a destra, e lui
parcheggi davanti all'entrata del pronto soccorso di un ospedale
enorme e cupo.
Dovette essere aiutata per uscire dalla macchina, ma non perse la
serenit n la lucidit. Mentre arrivava il medico di turno, distesa
sulla barella a ruote, rispose a tutte le consuete domande
dell'infermiera sulla sua identit e sui precedenti della sua salute.
Billy Snchez le port la borsetta e le strinse la mano sinistra dove
allora aveva l'anello matrimoniale, e la sent languida e fredda, e le
sue labbra avevano perso il colore. Le rimase accanto, con la mano
nella sua, finch non arriv il medico di turno e le fece un controllo
rapido all'anulare ferito. Era un uomo molto giovane, con la pelle
color del rame antico e la testa pelata. Nena Daconte non gli prest
attenzione, ma rivolse al marito un sorriso livido.
Non spaventarti gli disse, col suo umorismo indomabile. L'unica
cosa che pu capitare che questo cannibale mi tagli la mano per
mangiarsela.
Il medico termino il suo esame, e allora li sorprese con uno spagnolo
correttissimo, sebbene dallo strano accento asiatico:
No, ragazzi disse. Questo cannibale preferisce morire di fame
piuttosto che tagliare una mano cos bella.
Loro si rabbuiarono, ma il medico li tranquillizz con un gesto
amabile. Poi ordin che portassero via la barella, e Billy Snchez
volle andare con lei, tenendo stretta la mano della moglie. Il medico
lo arrest prendendolo per un braccio.
Lei no gli disse. Va agli interventi d'urgenza.
Nena Daconte sorrise di nuovo al marito, e continu a salutarlo con la
mano finch la barella non si perse in fondo al corridoio. Il medico
indugi a studiare i dati che l'infermiera aveva scritto su una
scheda. Billy Snchez lo chiam.
Dottore gli disse. E' incinta.
Di quanto?
Due mesi.
Il medico non gli diede l'importanza che Billy Snchez si aspettava.
Ha fatto bene a dirmelo disse, e si avvi dietro la barella. Billy
Snchez rimase l fermo nella sala lugubre che puzzava di sudore di
malati, rimase l senza sapere cosa fare guardando il corridoio vuoto
da dove avevano portato via Nena Daconte, e poi si sedette sulla panca
di legno dove c'erano altre persone in attesa. Non seppe per quanto
tempo rest l, ma quando decise di uscire dall'ospedale era di nuovo
notte e continuava la pioviggine, e lui era sempre ignaro persino di
che far di se stesso, oppresso dal peso del mondo.
Nena Daconte entr alle 9.30 di marted 7 gennaio, secondo quanto
riuscii a constatare anni dopo negli archivi dell'ospedale. Quella
prima notte Billy Snchez dorm nella macchina parcheggiata davanti
alla porta del pronto soccorso, e molto presto, il giorno dopo, si
mangi sei uova sode e due tazze di caffelatte al bar che trov pi
vicino, perch non aveva fatto un pasto completo dopo Madrid. Poi
torn nella sala del pronto soccorso per vedere Nena Daconte, ma gli
fecero capire che doveva rivolgersi all'entrata principale. L trov,
infine, un asturiano del servizio che lo aiut a intendersi col
portiere, e questi constat che, in effetti, Nena Daconte era
registrata all'ospedale, ma che si permettevano visite solo il
marted, dalle nove alle quattro. Ossia, di l a sei giorni. Cerc di
vedere il medico che parlava spagnolo e lo descrisse come un moro con
la testa pelata, ma nessuno seppe cosa dirgli con due dettagli cos
semplici.
Tranquillizzato dalle notizie secondo cui Nena Daconte compariva nel
registro, torn al posto dove aveva lasciato la macchina, e un agente
del traffico lo costrinse a parcheggiare due isolati pi avanti, in
una via strettissima e dalla parte dei numeri dispari. Sul marciapiede
di fronte c'era un edificio restaurato con un'insegna: Hotel Nicole.
Aveva una sola stella, e un atrio molto piccolo dove non c'erano che
un divano e un vecchio pianoforte verticale, ma il proprietario, con
voce flautata, riusciva a intendersi con i clienti di qualsiasi lingua
a patto che fossero in grado di pagare. Billy Snchez si install con
undici valigie e nove scatole di regali nell'unica stanza libera, che
era una mansarda triangolare al nono piano, cui si arrivava senza
fiato per una scala a spirale che sapeva di schiuma di cavolfiori
bolliti. Le pareti erano tappezzate con carte tristi e dall'unica
finestra non entrava che la luce torbida del cortile interno. C'erano
un letto doppio, un armadio grande, una seggiola semplice, un bidet
portatile e un portacatino con la sua brocca, sicch l'unico modo per
stare dentro la camera era coricarsi sul letto. Tutto era, pi che
vecchio, derelitto, ma anche pulitissimo, e con una traccia salutare
di disinfettante passato da poco.
La vita non sarebbe bastata a Billy Snchez per decifrare gli enigmi
di quel mondo fondato sul talento della spilorceria. Non cap mai il
mistero della luce della scala che si spegneva prima che lui fosse
arrivato al suo piano, n scopr il modo per riaccenderla. Ebbe
bisogno di mezza mattina per imparare che su ogni pianerottolo c'era
una stanzetta con un gabinetto a sciacquone, e aveva ormai deciso di
usarlo nelle tenebre quando scopr per caso che la luce si accendeva
tirando il chiavistello all'interno, affinch nessuno la lasciasse
accesa per dimenticanza. La doccia, che era all'altra estremit del
corridoio e che lui si ostinava a usare due volte al giorno come al
suo paese, si pagava a parte e in contanti, e l'acqua calda,
controllata dall'amministrazione, finiva dopo tre minuti. Tuttavia,
Billy Snchez ebbe abbastanza comprendonio per capire che quell'ordine
cos diverso dal suo era comunque migliore dell'inclemenza di gennaio,
e poi si sentiva cos confuso e solo che non riusciva a capire come un
tempo avesse potuto vivere senza la protezione di Nena Daconte.
Non appena fu salito nella camera, la mattina del mercoled, si butt
a pancia in gi sul letto col giaccone addosso, pensando alla creatura
da prodigio che stava dissanguandosi sul marciapiede di fronte, e ben
presto cedette a un sonno cos naturale che quando si svegli erano le
cinque all'orologio, ma non riusc a dedurre se fossero le cinque del
pomeriggio o del mattino, n di quale giorno della settimana n in
quale citt dai vetri frustati dal vento e dalla pioggia. Attese
sveglio sul letto, sempre pensando a Nena Daconte, finch constat che
in realt albeggiava. Allora si rec a far colazione nello stesso bar
del giorno prima, e l seppe che era gioved. Le luci dell'ospedale
erano accese e aveva smesso di piovere, sicch rimase appoggiato al
tronco di un castagno davanti all'entrata principale, da dove
entravano e uscivano medici e infermiere in camice bianco, con la
speranza di trovare il medico asiatico che aveva accolto Nena Daconte.
Non lo vide, e neppure quel pomeriggio dopo il pranzo, quando dovette
interrompere l'attesa perch stava congelandosi. Alle sette prese
ancora caffelatte e mangi due uova sode che lui stesso si serv dal
banco dopo quarantott'ore che stava mangiando sempre la stessa cosa
nello stesso posto. Quando torn in albergo per coricarsi trov la sua
macchina sola su un marciapiede e tutte le altre sul marciapiede di
fronte, e c'era il foglietto di una multa sul parabrezza. Il portinaio
dell'Hotel Nicole fatic a spiegargli che nei giorni dispari del mese
si poteva parcheggiare sul marciapiede dai numeri dispari, e il giorno
successivo sul marciapiede opposto. Tutte quelle trappole razionaliste
erano incomprensibili per un autentico Snchez de Avila, che solo due
anni prima si era cacciato dentro un cinema di quartiere con
l'automobile ufficiale del sindaco, e aveva causato scempi di morte
dinanzi ai poliziotti impavidi. Cap ancora meno quando il portiere
dell'albergo gli consigli di pagare la multa, ma di non spostare la
macchina a quell'ora, perch avrebbe dovuto spostarla di nuovo a
mezzanotte. Quella mattina all'alba, per la prima volta, non solo
pens a Nena Daconte, ma si rigirava nel letto senza riuscire ad
addormentarsi, rammentando le sue notti di afflizione nei ritrovi per
culattoni del mercato pubblico di Cartagena dei Caraibi. Si ricordava
del sapore del pesce fritto e del riso al cocco nelle trattorie del
molo dove attraccavano le golette di Aruba. Si ricord della sua casa
dai muri ricoperti di trinitarie, dove erano solo le sette della sera
di ieri, e vide suo padre con un pigiama di seta che leggeva il
giornale nel fresco della terrazza.
Si ricord di sua madre, che non si sapeva mai dove si trovava a
qualsiasi ora, sua madre appetitosa e ciarliera, con un vestito della
domenica e una rosa all'orecchio fin dall'imbrunire, che soffocava di
caldo per l'impiccio delle sue stoffe splendide. Un pomeriggio quando
lui aveva sette anni, era entrato d'improvviso nella camera di lei e
l'aveva sorpresa nuda nel letto con uno dei suoi amanti casuali.
Quell'incidente, di cui non avevano mai parlato, instaur fra loro un
rapporto di complicit che era pi utile dell'amore. Comunque, lui non
fu consapevole di questo, n di tante cose terribili della sua
solitudine di figlio unico, fino a quella notte in cui si trov a
rigirarsi nel letto di una mansarda triste di Parigi, senza nessuno
cui raccontare la sua sventura, e con una rabbia feroce contro se
stesso perch non riusciva a trattenere la voglia di piangere.
Fu un'insonnia proficua. Il venerd si alz distrutto dalla
nottataccia, ma deciso a definire la propria vita. Si risolse infine a
violare la serratura della valigia per cambiarsi d'abito, visto che le
chiavi erano tutte nella borsetta di Nena Daconte, con la maggior
parte del denaro e l'agenda dei numeri di telefono in cui avrebbe
forse trovato qualche conoscente di Parigi. Nel solito bar si rese
conto che aveva imparato a salutare in francese, e a chiedere panini
al prosciutto e caffelatte. Sapeva pure che non gli sarebbe mai stato
possibile ordinare n burro n uova in alcun modo, perch non avrebbe
mai imparato a dirlo, ma il burro lo servivano sempre col pane, e le
uova sode erano in vista sul banco e si potevano prendere senza
chiederle. Inoltre, dopo tre giorni, il personale di servizio si era
familiarizzato con lui, e lo aiutava a spiegarsi. Sicch il venerd a
pranzo, mentre cercava di chiarirsi le idee, ordin un filetto di
vitello con patate fritte e una bottiglia di vino. Allora si sent
cos bene che chiese un'altra bottiglia, la bevve fino a met, e
attravers la strada fermamente risoluto a entrare nell'ospedale con
la forza. Non sapeva dove trovare Nena Daconte, ma nella sua mente
c'era netta l'immagine provvidenziale del medico asiatico, ed era
sicuro di trovarlo. Non entr dalla porta principale, bens da quella
del pronto soccorso, che gli era sembrata meno vigilata, ma non riusc
ad arrivare oltre il corridoio dove Nena Daconte l'aveva salutato con
la mano. Un guardiano col camice schizzato di sangue gli domand
qualcosa passando, e lui non gli bad. Il guardiano lo segu,
ripetendo sempre la stessa domanda in francese, e infine lo afferr
per un braccio con tale forza che lui dovette fermarsi. Billy Snchez
cerc di liberarsene con un espediente da metallaro, e allora il
guardiano lo insult in francese, gli torse il braccio dietro la
schiena con un'abile mossa, e continuando a dargli del figlio di
puttana lo port quasi di peso fino alla porta, rabbioso di dolore, e
lo butt come un sacco di patate in mezzo alla strada.
Quella sera, dolorante per la batosta, Billy Snchez cominci a essere
adulto. Decise, come avrebbe fatto Nena Daconte, di ricorrere al suo
ambasciatore. Il portiere dell'albergo, che malgrado l'aspetto
scontroso era molto servizievole, oltre che molto paziente con le
lingue, trov il numero e l'indirizzo dell'ambasciata sulla guida
telefonica, e glieli annot su un biglietto. Rispose una donna molto
gentile, nella cui voce piana e senza spicco Billy Snchez riconobbe
subito la dizione delle Ande. Cominci presentandosi col suo nome
completo, sicuro di impressionare la donna con i due cognomi, ma la
voce non si turb al telefono. La sent spiegare la lezione a memoria
che il signor ambasciatore al momento non si trovava nel suo ufficio,
ma che lo aspettavano per il giorno dopo, e comunque non avrebbe
potuto riceverlo senza previo appuntamento e solo per un caso
speciale. Billy Snchez allora cap che neppure per quella via sarebbe
arrivato a Nena Daconte, e ringrazi per l'informazione con la stessa
cortesia con cui gliel'avevano data. Poi prese un taxi e si rec
all'ambasciata.
Era al numero 22 dell'Avenue des Champs-Elyses, in uno dei settori
pi tranquilli di Parigi, ma l'unica cosa che colp Billy Snchez,
come lui stesso mi raccont a Cartagena de Indias molti anni dopo, fu
che il sole era chiaro come nei Caraibi per la prima volta dal suo
arrivo, e che la torre Eiffel svettava sopra la citt in un cielo
radioso. Il funzionario che lo ricevette al posto dell'ambasciatore
sembrava appena ristabilito da una malattia mortale, non solo per il
vestito di panno nero, il colletto opprimente e la cravatta a lutto,
ma anche per la cautela dei gesti e la mansuetudine della voce. Cap
l'ansia di Billy Snchez, ma gli ramment, senza perdere la dolcezza,
che si trovavano in un paese civile le cui norme severe si basavano
sui criteri pi antichi e pi saggi, contrariamente alle Americhe
barbare, dove bastava una mancia al portiere per entrare negli
ospedali. No, mio caro giovanotto gli disse. Non c'era altra scelta
che sottomettersi al prevalere della ragione, e aspettare fino al
marted.
In fin dei conti, mancano ormai solo quattro giorni concluse. Nel
frattempo, vada al Louvre. Ne vale la pena.
Uscendo, Billy Snchez si ritrov senza sapere cosa fare in Place de
la Concorde. Vide la torre Eiffel sopra i tetti, e gli sembr cos
vicina che tent di raggiungerla camminando sui lungofiume. Ma ben
presto si rese conto che era pi lontana di quanto sembrava, e che
inoltre cambiava di posto a mano a mano che la cercava. Sicch si mise
a pensare a Nena Daconte seduto su una panchina in riva alla Senna.
Vide passare le chiatte sotto i ponti, e non gli sembrarono barche, ma
case erranti dai tetti rossi e dalle finestre con vasi di fiori sul
davanzale, e fili di ferro con biancheria stesa ad asciugare in mezzo.
Contemplo a lungo un pescatore immobile, con la canna immobile e il
filo immobile sulla corrente, e si stanc di aspettare che qualcosa si
muovesse, finch non cominci a far buio, e decise di prendere un taxi
per tornare all'albergo. Solo allora si rese conto che ne ignorava il
nome e l'indirizzo, e che non aveva la minima idea del settore di
Parigi in cui si trovava l'ospedale.
In preda al panico, entr nel primo bar che trov, ordin un cognac e
cerc di far ordine nei suoi pensieri. Mentre pensava, si vide
ripetuto pi volte e secondo prospettive diverse negli specchi
numerosi alle pareti, e si trov spaventato e solitario, e per la
prima volta dalla sua nascita pens alla realt della morte. Ma al
secondo bicchiere si sent meglio, ed ebbe l'idea provvidenziale di
tornare all'ambasciata. Cerc il biglietto nella tasca per ricordare
il nome della via, e scopr che sul retro erano stampati il nome e
l'indirizzo dell'albergo. Rimase cos male impressionato da
quell'esperienza, che durante il finesettimana non usc pi dalla
stanza se non per mangiare e per spostare la macchina sul marciapiede
corrispondente. Per tre giorni cadde senza tregua la stessa pioviggine
sporca del mattino in cui erano arrivati. Billy Snchez, che non aveva
mai letto un libro intero, avrebbe voluto averne uno per non annoiarsi
disteso sul letto, ma gli unici che trov nelle valigie della moglie
erano in lingue diverse dallo spagnolo. Sicch continu ad aspettare
il marted, contemplando i pavoni che si ripetevano sulla carta alle
pareti e senza smettere di pensare un solo istante a Nena Daconte. Il
luned fece un po' di ordine nella camera, pensando a quel che lei
avrebbe detto se l'avesse trovata in quelle condizioni, e solo allora
scopr che la pelliccia di visone era macchiata di sangue secco. Pass
il pomeriggio a lavarla col sapone profumato che trov nella
valigetta, finch non ridivenne come quando l'avevano portata
sull'aereo a Madrid.
Il marted si present torbido e gelido, ma senza pioviggine, e Billy
Snchez si alz gi alle sei, e attese davanti all'ospedale insieme a
una folla di parenti di malati carichi di pacchi di regali e mazzi di
fiori. Entr col gregge, reggendo sul braccio la pelliccia di visone,
senza domandare nulla e senza alcuna idea di dove potesse trovarsi
Nena Daconte, ma sorretto dalla certezza che avrebbe trovato il medico
asiatico. Pass per un cortile interno molto grande, con fiori e
uccelli silvestri, ai cui lati c'erano i padiglioni dei malati: le
donne, a destra, e gli uomini, a sinistra. Seguendo i visitatori,
entr nel padiglione delle donne. Vide una lunga fila di malate sedute
sui letti con la camicia di tela dell'ospedale, illuminate dalle luci
grandi delle finestre, e pens addirittura che il tutto era pi
allegro di quel che si poteva immaginare da fuori. Arriv
all'estremit del corridoio, e poi lo percorse di nuovo nel senso
contrario, fino a convincersi che nessuna delle malate era Nena
Daconte. Poi ripercorse la veranda esterna guardando dalla finestra
nei padiglioni maschili, finch non credette di riconoscere il medico
che cercava.
Era lui, infatti. In compagnia di altri medici e di diverse infermiere
esaminava un malato. Billy Snchez entr nel padiglione, scost una
delle infermiere del gruppo e si piant davanti al medico asiatico,
che era chino sul malato. Lo chiam. Il medico sollev lo sguardo
desolato, ci pens un momento e allora lo riconobbe.
Ma dove diavolo si era cacciato? disse.
Billy Snchez rimase perplesso.
All'albergo disse. Qui, all'angolo.
Allora lo seppe. Nena Daconte era morta dissanguata alle 7.10 di sera
di gioved 9 gennaio, dopo settanta ore di sforzi inutili degli
specialisti pi qualificati di Francia. Fino all'ultimo istante era
rimasta lucida e serena, e aveva dato istruzioni affinch cercassero
suo marito all'Hotel Plaza Athene, dove avevano una camera prenotata,
e aveva fornito i dati affinch si mettessero in contatto con i suoi
genitori. L'ambasciata era stata informata il venerd tramite un
telegramma urgente della sua cancelleria, quando gi i genitori di
Nena Daconte volavano verso Parigi. L'ambasciatore in persona si era
incaricato dei tramiti per l'imbalsamazione e i funerali, ed era
rimasto in contatto con la Prefettura di Polizia di Parigi per
localizzare Billy Snchez. Una circolare urgente con i suoi dati
personali era stata trasmessa dalla sera del venerd al pomeriggio
della domenica attraverso la radio e la televisione, e durante quelle
quaranta ore era stato l'uomo pi cercato della Francia. La sua
fotografia, trovata nella borsetta di Nena Daconte, era esposta
ovunque. Tre Bentley convertibili dello stesso modello erano state
localizzate, ma nessuna era la sua.
I genitori di Nena Daconte erano arrivati il sabato a mezzogiorno, e
avevano vegliato il cadavere nella cappella dell'ospedale in attesa
fino all'ultimo momento di trovare Billy Snchez. Anche i genitori di
lui erano stati informati, e si erano tenuti pronti a volare a Parigi,
ma infine avevano desistito per via di una confusione di telegrammi. I
funerali si erano svolti la domenica alle due del pomeriggio, a soli
duecento metri dalla sordida camera d'albergo in cui Billy Snchez
agonizzava di solitudine per l'amore di Nena Daconte. Il funzionario
che si era occupato di lui all'ambasciata mi disse anni dopo che lui
stesso aveva ricevuto il telegramma della sua cancelleria un'ora dopo
che Billy Snchez era uscito dall'ufficio, e che l'aveva cercato nei
bar silenziosi del Faubourg Saint Honor. Mi confesso che non gli
aveva badato molto quando l'aveva ricevuto, perch non si sarebbe mai
immaginato che quel colombiano disorientato dalla novit di Parigi, e
con un giaccone di pelle cos mal portato, avesse a suo favore
un'origine tanto illustre. La sera della stessa domenica, mentre lui
tratteneva la voglia di piangere di rabbia, i genitori di Nena Daconte
avevano interrotto le ricerche e avevano portato via il corpo
imbalsamato dentro la bara metallica, e quanti erano riusciti a
vederla continuarono a ripetere per molti anni che non avevano mai
visto una donna cos bella, n viva n morta. Sicch quando Billy
Snchez entr infine nell'ospedale, il marted mattina, era ormai
terminato il funerale nel triste cimitero di La Manga, a pochi metri
dalla casa in cui loro avevano decifrato le prime chiavi della
felicit. Il medico asiatico che mise al corrente Billy Snchez della
tragedia volle dargli qualche pillola tranquillante nella sala
dell'ospedale, ma lui rifiut. Se ne and via senza salutare, senza
nulla per cui ringraziare, pensando che l'unica cosa di cui aveva
urgente bisogno era trovare qualcuno cui rompere la faccia a colpi di
catena per rifarsi della sua disgrazia. Quando usc dall'ospedale, non
si accorse neppure che stava cadendo dal cielo una neve senza tracce
di sangue, i cui fiocchi soffici e nitidi sembravano piccole piume di
colomba, e che per le vie di Parigi c'era aria di festa, perch era la
prima grande nevicata da dieci anni a quella parte.
1976.
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