"American Pulp",
ed. Ed Gorman, Bill Pronzini & Martin H. Greenberg, Carroll & Graf, 1997.
Introduzione
Dopo il successo del film di Quentin Tarantino Pulp
Fiction, i rivenditori di libri usati furono sommersi da
centinaia, forse migliaia di richieste di riviste pulp.
Molti di coloro che le chiedevano non sapevano nemmeno
con precisione cosa fossero. Le volevano e basta.
Probabilmente pensavano che quelle riviste assomigliassero
alla violenta e provocatoria pellicola di Tarantino. Qualcuno
rimase deluso nell'apprendere che film e riviste non avevano
la minima analogia.
"Argosy", la prima rivista interamente dedicata alla
narrativa e stampata su carta ordinaria (pulp indica la pasta
di legno utilizzata in questo tipo di pubblicazioni) risale al
1896, ma i pulp cos come li conosciamo fiorirono tra il 1920
e il 1950. Misuravano all'incirca 18x25 centimetri, di solito
contavano 128 pagine ed erano spesso infarciti di annunci che
reclamizzavano ogni genere di merce: dentiere, creme per
sviluppare il seno, cinti erniari. Non pretendevano di essere
niente di pi di quello che erano: un'offerta di
intrattenimento per il cosiddetto "uomo della strada".
Le testate che caratterizzarono quella stagione sono
molte: "Black Mask", "Dime Detective", "Magic Carpet Tales",
Thrilling Mystery", "Weird Tales", "Big Chief Western",
"Snappy Stories", "Ranch Romances", "Crime Busters", "Ace
G-Man", "The Whisperer", "Sweetheart Stories", "Captain
Satan", "G-B and his Battle Aces", "Pirate Stories", "Gangland
Stories", "Zeppelin Stories".
Dal 1950 in poi, la televisione e i libri tascabili resero
quelle riviste obsolete. Ma prima di versare troppe lacrime
sulla morte dei pulp va fatta una considerazione realistica: la
maggior parte di quella narrativa era abominevole e piena di
clich.
Certo, il pulp fece emergere anche dei giganti: nomi come
Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Cornell Woolrich,
Erle Stanley Gardner, Horace McCoy, Robert Bloch, Frederic
Brown, John Jakes e John D. MacDonald si affermarono
attraverso queste riviste. E scrissero storie magnifiche. Ma
oggi, se lo esaminiamo con obiettivit, dobbiamo ammettere
che il pulp era composto in gran parte di storie ridicole e
insignificanti.
Ci non vale, comunque, per le riviste di tipo antologico
che si sostituirono ai pulp negli anni Cinquanta e Sessanta.
"Ellery Queen's Mystery Magazine", "Alfred Hitchcock's
Mystery Magazine", "Manhunt", "Accused", "Hunted",
"Pursuit", "The Saint", "Detective Magazine", "Mike Shayne
Mystery Magazine", "Mystery Book", "Mantrap", "Verdict" e
"Tightrope" produssero in gran copia dell'eccellente narrativa
gialla.
per questa ragione che sfogliando questo libro troverete
cos tanti racconti degli anni Cinquanta e Sessanta. Fu quella
la vera et dell'oro, secondo noi. Al suo apice, la sola
"Manhunt" pubblicava due o tre piccoli capolavori per
numero, ogni mese.
Le raccolte andavano di pari passo con la diffusione del
libro tascabile. La nuova generazione di scrittori era in media
superiore a quella dei vecchi pulpsters. Certo, si trattava
ancora di narrativa pulp, ma pi fascinosa e penetrante.
Scrittori come John D. MacDonald, Charles Williams, Chester
Himes, Vin Packer e Peter Rabe diedero vita a racconti e
romanzi di alto livello, sotto ogni punto di vista. A differenza
di molte storie pulp basate esclusivamente sulla trama, le
loro erano narrazioni realistiche che esaltavano il
personaggio, l'atmosfera, l'argomento. E questi stessi
elementi caratterizzavano la loro produzione breve per le
riviste.
Siamo consapevoli che la nostra tesi - ovvero che le
raccolte degli anni Cinquanta e Sessanta costituiscano la vera
"et dell'oro" della narrativa hardboiled - pu sembrare
eretica, ma quando avrete finito di leggere questa antologia,
sarete disposti a prendere seriamente in considerazione la
nostra affermazione.
Questo il meglio della narrativa pulp del passato e del
presente. Avete tante splendide ore di lettura davanti a voi.
Ed Gorman, Bill Pronzini e Martin H. Greenberg
Soldi facili
di Evan Hunter
"Ellery Queen Mystery Magazine", settembre 1960
Evan Hunter e Ed McBain sono la stessa persona. Per la
verit negli anni Cinquanta, il periodo d'oro delle riviste del
giallo, questo autore assunse un gran numero di altre
identit. Hunter ha scritto diversi bestseller non di genere,
tra cui The Blackboard Jungle. McBain conosciuto
soprattutto come l'autore del ciclo dell'87 Distretto, tuttora
considerato il vertice della letteratura poliziesca. Pi
trascurata invece la narrativa hardboiled firmata sia
Hunter che McBain. Prendete per esempio Guns, un romanzo
che non fa parte del ciclo dell'87 Distretto ma regge il
confronto con le opere migliori di Elmore Leonard e George
V. Higgins. Eccovi un esempio della sua narrativa breve.
E.G.
Jeffrey Talbot buss alla porta e attese. Fiss le cifre
metalliche attaccate al pannello e not che al numero 2
mancava una vite. All'interno si ud un leggero tramestio.
Buss di nuovo.
- Solo un minuto -la voce era bassa, ovattata.
Jeffrey si raddrizz la cravatta, posando la pesante
valigia sul pavimento accanto alla porta. Ripass
mentalmente il suo discorsetto, in fretta. Diede un'occhiata al
nome scritto sul foglietto che teneva in mano: O'Connor.
Sorrise e lo ripose nella tasca della giacca. Perch la
donna, o l'uomo, o chiunque si stesse muovendo l dentro,
non si sbrigava?
Pazienza, aveva detto il signor Matthews. Con un po' di
pazienza si va molto lontano. Ricordati che queste persone
vogliono quello che hai da offrirgli. E darglielo il tuo
lavoro. Sii paziente. Ma concludi l'affare.
Si apr uno spiraglio nella porta, e Jeff spinse un po'
avanti la punta del piede, pronto a inserirlo nell'apertura nel
caso che la porta dovesse accennare a chiudersi. Proprio come
gli aveva mostrato il signor Matthews.
- S?
La donna era piccola e anziana, o perlomeno sembrava
anziana. Jeffrey si rese conto immediatamente che non era
cos decrepita come appariva. Se solo avesse tirato indietro le
spalle, stando un po' pi dritta; se il suo sguardo non avesse
avuto quell'espressione stanca, dolente; se la bocca...
- S? - ripet lei, sgranando leggermente gli occhi
azzurri.
Il discorsetto, ora. Una volta aperta la porta, il resto
facile, diceva il signor Matthews. Farsi aprire la porta,
questo l'importante.
- Come sta, signora O'Connor? - disse Jeffrey,
toccandosi la tesa del cappello.
La donna sembrava un po' disorientata. Sulla sua fronte
si disegn un leggero reticolo di rughe, una trama leggera,
come un merletto.
- Sono della Home Bible Company - annunci lui, con
un sorriso cordiale sul volto.
- Oh? - disse la donna.
La sua inquietudine era palpabile, Jeffrey la sent
aleggiare nel corridoio, ne fu quasi sopraffatto. Era l'odore
del panico, lo riconobbe e cerc di scacciarlo dalla mente.
Perch diavolo non stava pi dritta?
- Posso entrare? - domand.
- Be', io... - la donna esit.
Lui le rivolse un sorriso tenero, supplicandola con gli
occhi, come gli aveva insegnato il signor Matthews. Un tipo in
gamba il signor Matthews, davvero.
- Ebbene - fece lei, stringendosi nervosamente la
vestaglia intorno al collo con la mano sottile - suppongo che
non ci sia niente di male. - Spalanc la porta e aggiunse,
precipitosamente: - Non posso proprio permettermi di...
Jeff varc la soglia ed entr in salotto. Le tendine erano
abbassate e la camera era buia.
- Che bella stanza - disse.
La signora O'Connor si diresse rapidamente verso un
divano verde malridotto, dalla stoffa consunta e scolorita.
Sprimacci un cuscino e dichiar: - tutta in disordine. Non
ho avuto molta voglia di pulire da quando...
- Sciocchezze - ment Jeff. - uno specchio.
Cominciava a sentire che stava andando bene. Era il suo
primo tentativo, e stava andando bene. Adesso era il
momento di arrivare al punto.
Si accomod sul divano mentre la signora O'Connor si
avvicinava alla finestra e apriva le tende. Il divano era duro.
Sent le molle quando si sedette.
Dette una rapida occhiata in giro. In un angolo c'era una
radio, un modello antiquato, inserita in un mobile dalle ante
scorrevoli. Le ante erano chiuse, come se la radio non fosse
stata accesa da tempo. Sopra il mobile una fotografia inserita
in una cornice di pelle gli sorrideva.
L'uomo della foto aveva i capelli bianchi e un'espressione
cordiale. Aveva la mascella forte, come un blocco di marmo.
Gli occhi ammiccavano allegramente sotto le sopracciglia
bianche e folte.
- Dunque - esord Jeff, distogliendo lo sguardo dal
ritratto.
- Spero proprio che lei non sia venuto per vendermi
qualcosa - disse la signora O'Connor, e per la prima volta
Jeff ne avvert il leggero accento irlandese, come un
gradevole tocco di verde sulla punta della lingua. Se solo
avesse tenuto le spalle un po' pi dritte, se un sorriso avesse
illuminato i suoi stanchi occhi azzurri! - Non ho soldi da
buttar via.
Jeff apr la valigetta e ne estrasse la Bibbia. La tenne
sulla palma della mano, come gli aveva detto Matthews, la
scritta in oro rivolta verso la signora O'Connor.
La Sacra Bibbia.
Fece una breve pausa a effetto. La Bibbia era nera, con un
elegante rivestimento in pelle, i caratteri gotici
profondamente incisi in oro sulla copertina.
- molto bella - disse la signora O'Connor - ma non
credo di aver bisogno...
Jeff apr di scatto la copertina e mostr alla donna il
risguardo.
C'era un nome scritto a mano, con una grafia curata ed
elegante, sulla carta spessa: John O'Connor.
La signora O'Connor spalanc la bocca, ma dalle labbra
non le sfugg alcun suono. Si port una mano alla gola, e lui
si accorse che le dita tremavano. Ansimando, la donna si
pass una mano sugli occhi, come a scacciare una spaventosa
visione.
- Bella, non trova? - fece lui, in tono ossequioso.
La signora O'Connor scosse la testa incongruamente, poi
fece cenno di s.
- L'ha ordinata suo marito - disse Jeff. Era quello
l'argomento decisivo, secondo il signor Matthews.
- Mio marito - sussurr lei, con voce inespressiva. Un
velo offuscava l'azzurro dei suoi occhi, ora, che brillavano di
una luce innaturale.
- S - anche Jeff abbass la voce. - Prima di morire.
Come se lui le avesse appena comunicato per la prima
volta la morte del marito, la donna si ritrasse, le mani esili
ormai in preda a un tremito incontrollato, le lacrime agli
occhi.
- John - disse con voce rotta, sopraffatta dai singhiozzi.
- Su, su - intervenne Jeff. Si alz e le cinse le spalle
tremanti con un braccio. - Su, su. Coraggio - Si sentiva un
po' ridicolo. e si rese conto che stava osservando il
prevedibile sfogo di quella sconosciuta cos come aveva
osservato il signor Matthews recitare la stessa parte con
quella donna italiana.
- Coraggio - la consol.
La donna si stacc da lui. - Mi dispiace... ... difficile
abituarsi.
La Bibbia. Mai lasciare che se ne dimentichino.
- Lui la voleva - disse Jeff, posando il libro sul divano.
- L'ha ordinata. Prima di morire.
La guard nuovamente negli occhi, pensando che si
sarebbe rimessa a piangere. Ma lei non pianse, questa volta.
Invece pos le dita sulla Bibbia con gesto reverente, quasi
carezzandola.
- Grazie. Grazie infinite per avermela portata.
Lui si schiar la gola, imbarazzato.
- Sono solo dieci dollari - disse.
Lei non cap. Jeff non l'aveva detto nel modo giusto,
quello che gli aveva insegnato il signor Matthews, quello che
il signor Matthews aveva adottato con la donna italiana.
- John aveva dei risparmi - fece lei, equivocando. -
Aveva dei risparmi, probabilmente.
Abbassando la voce Jeff aggiunse: - Non ancora stata
pagata, signora O'Connor.
Per un attimo fu preso dal panico, poi da un senso di
colpa. Cerc di combattere le sue emozioni e riusc a
soffocarle. Erano soldi facili. Quella Bibbia valeva dieci
dollari, ogni giorno della settimana. E di quei dieci, cinque
erano per lui. Soldi facili.
La signora O'Connor sfior di nuovo il volume, con
tenerezza. - Dieci dollari - mormor.
- Non c' nessun obbligo, naturalmente - aggiunse lui,
tendendo la mano verso il libro. - Cio, se non lo vuole, noi
possiamo eventualmente...
- Oh, ma io lo prendo - protest lei. - Lui l'ha ordinato.
Era ci che voleva.
- Be', certo, ma se...
- No, no, lo pagher io. - Fece una pausa. - Solo che,
vede, io non ho tutti questi soldi in questo momento.
- Pu pagare a rate settimanali, se preferisce. Due
dollari e mezzo alla volta.
- S - decise lei, come se lui le avesse offerto un'ancora
di salvezza. - Oh s!
Jeff compil il buono d'ordine, scrivendo nome e
indirizzo della donna. Barr la casella con l'indicazione
"Rate".
- Allora, sono due e mezzo - disse.
Lei and nella stanza accanto, e lui ud il cigolio
recalcitrante di un cassetto, lo scatto leggero di una borsa che
si apriva. Ud il tintinnio delle monete. Poi, silenzio.
Attese.
Ancora lo scricchiolio di un cassetto, un fruscio di vestiti,
poi il rumore di un barattolo che si apriva. Il cassetto si
richiuse e la signora O'Connor fu di ritorno.
- Ecco - disse, e allung la mano verso la Bibbia.
Lui prese il denaro con la sinistra e con gesto casuale
copr il libro con la destra.
Poi infil le monete in tasca e afferr il volume. Lei lo
guard, mentre nei suoi occhi si affacciava nuovamente la
paura. Lui comprese, e distolse lo sguardo.
- Torner la settimana prossima - dichiar in tono
cordiale, porgendole la ricevuta. - Mi piacerebbe lasciarle il
libro ma vede, signora O'Connor, ci sono tante persone...
senza scrupoli, diciamo. Siamo costretti a prendere delle
precauzioni, lei mi capisce.
- S - rispose lei. La delusione trapelava dalla voce e
dagli occhi.
- Ci vediamo settimana prossima - ripet Jeff,
riponendo la Bibbia nella valigetta.
Lei gli tenne aperta la porta, e avviandosi gi per le scale
lui ud qualcosa che assomigliava a un gemito dietro di s.
Il luned successivo, dopo una settimana di vendite, era
seduto nell'ampia poltrona di pelle della sala d'aspetto, in
attesa dell'incontro con il signor Matthews. La segretaria era
impegnata in un cruciverba, le gambe accavallate, una scarpa
che dondolava avanti e indietro, avanti e indietro.
un lavoro, si ripeteva Jeff. Il miglior lavoro che abbia
mai avuto. ben pagato. un lavoro.
Poi di colpo pens: - Ma se fossi un vero uomo me ne
andrei.
Turbato dal suo stesso pensiero si guard attorno
nervosamente, quasi temendo che la segretaria lo stesse
osservando. Lei era ancora concentrata sul cruciverba, la
matita tra le labbra in atteggiamento meditativo.
- Ci vorr ancora molto? - domand Jeff, agitandosi
nella poltrona.
- Sta' calmo - rispose lei. La sua voce aveva un tono
metallico. Non gli piaceva quella voce. Lei guard l'orologio.
- Accidenti - esclam - ora di pranzo. - Si alz in
fretta, sistemandosi un capellino sul capo. - Puoi prendere tu
le telefonate, tesoro? - gli disse, voltandogli le spalle.
Avrei dovuto dire di no, pens Jeff, dopo che lei se ne fu
andata. il suo lavoro, non il mio. Il mio quello di vendere
Bibbie. Soldi facili. Un metodo facile per sbarcare il lunario.
E allora? si domand. Se non sono io a imbrogliare questi
babbei, lo far qualcun altro. un metodo facile, il metodo
dei vigliacchi.
La parola gli bruciava nella mente.
Vigliacco.
Strano come fosse facile dimenticare. Ma lui aveva
davvero dimenticato? Da qualche parte, in un angolo
sperduto della sua memoria, quell'immagine sarebbe rimasta
in eterno, un po' confusa a volte, ma sempre l, pronta a
divampare.
Di colpo un sudore freddo gli imperl il labbro superiore.
Cerc il fazzoletto e lo rimosse, ma non riusc a rimuovere
quell'immagine dalla mente. Fiss la scrivania della
segretaria, l'orologio che ticchettava lontano sul muro, la
porta chiusa del signor Matthews.
L'immagine era ancora l...
- Jeff! - MacC. stava urlando. - Jeff, non puoi stare
qui. Stanno bersagliando la spiaggia.
Una pioggia di proiettili sollev una nuvola di sabbia a
un metro dai loro occhi.
- Lasciami stare! - grid Jeff.
La mitragliatrice cominci a sondare il terreno
meticolosamente, alzando rabbiosi zampilli di sabbia
intorno a loro. MacC. lasci cadere il fucile e si drizz, la sua
figura alta si stagli oltre la protezione della duna.
Agguant Jeff e lo costrinse a voltarsi, cercando una presa
pi solida. Jeff lo fiss in viso e vide il sudore, la tensione.
Poi, come per magia, si ritrov a osservare affascinato
la polvere che zampillava dalla giubba di MacC. Solo dei
piccoli zampilli di polvere: ping, ping, ping, proprio sul
petto. E subito dietro la polvere il rosso, che scaturiva dai
forellini come un fiore che sboccia al mattino.
MacC. apr la bocca. Fiss Jeff con uno sguardo
d'accusa, poi rovesci gli occhi e lo sguardo si spense.
La mitragliatrice continu a strepitare senza posa
appena dietro la duna...
- Bene, Jeff! - Era la voce di Matthews. - Mi dispiace di
averti fatto aspettare. Entra, entra.
Jeff si asciug il volto con il fazzoletto, afferr la mano
dell'uomo e la strinse vigorosamente.
Nell'ufficio si sedette accanto alla scrivania di Matthews.
- Diciotto vendite in una settimana - disse Matthews. -
Ottimo lavoro, ragazzo mio!
- Grazie - rispose Jeff. Stava ripensando allo sguardo
impaurito della signora O'Connor. Scacci il pensiero dalla
mente e cerc di concentrarsi su quello che stava dicendo
Matthews.
- E questo solo l'inizio, Jeff, solo l'inizio. Presto ti
potrai accendere le sigarette con le banconote.
Ridacchi, facendo ballare il grasso della pappagorgia.
Poi di colpo assunse un tono professionale. - Ti rendi
conto, naturalmente, che tuo interesse farti dare l'intera
somma al primo incontro.
- Non facile - disse Jeff. Gli sembr di sentire di
nuovo la signora O'Connor rovistare nel cassettone, in cerca
di due dollari e cinquanta.
- Certo che no - convenne Matthews in tono mellifluo.
Stava accendendosi un sigaro, ancora circondato dalla
fascetta. L'oro della fascetta del sigaro poggiava sull'oro
dell'anello con sigillo che portava al dito. Un anello intorno a
un sigaro, un anello intorno a un dito grassoccio.
- Dovresti calcare un po' la mano quando fingi di andar
via - sugger Matthews. - Convincerli che se non te li danno
subito tutti e dieci, la faccenda chiusa. Mi capisci?
- Potrei mandare a monte l'affare in quel modo -
osserv Jeff.
- Pu darsi. Ma molte di quelle persone stanno solo
facendo un po' di resistenza. Hanno il biglietto da dieci, ma
non vogliono tirarlo fuori.
La signora O'Connor aveva un biglietto da dieci?
- D'accordo, ci prover - borbott Jeff, a disagio.
- So che lo farai - disse Matthews, mentre un sorriso
illuminava il suo volto pasciuto.
Il giorno seguente Jeff acquis cinque nuovi clienti, poi
and a riscuotere la seconda rata dalla signora O'Connor.
Si ferm nello stretto corridoio, provando di nuovo un
senso di oppressione. In fondo, dietro una porta chiusa
contrassegnata 2F, voci concitate strillavano l'una contro
l'altra. Jeff buss di nuovo e la porta accanto a quella della
signora O'Connor si apr.
- Non c' - disse il ragazzo. Aveva capelli biondi
arruffati e il naso cosparso di lentiggini.
Jeff sorrise e chiese: - Sai quando torna?
- No.
- Ha lasciato detto qualcosa?
- No.
Jeff si picchiett il mento, pensoso. - Hai idea di dove
sia andata?
- Certo.
- E dove?
Un odore di cavoli bolliti risaliva la tromba delle scale.
- Al lavoro - disse il ragazzo, e fece per chiudere la
porta.
Il piede di Jeff scatt in avanti e si infil nello spiraglio.
- Dove lavora, figliolo?
- Nella casa accanto. D una mano alla proprietaria, la
signora Canning.
- Grazie - disse Jeff.
- Di nulla - fece il ragazzo.
Jeff si avvi lungo le scale, e l'odore di cavoli si fece pi
pungente man mano che raggiungeva il pian terreno. Usc in
strada rapidamente e guard da un lato e dall'altro
dell'edificio. C'era una piccola drogheria sulla sinistra, le
vetrine stipate di salumi grassi e rotondi e di variopinte
pubblicit di birra, e un altro condominio sulla destra. Si
avvicin a quest'ultimo e sal i gradini su cui era seduta una
donna che faceva dondolare una carrozzina.
Diede un'occhiata ai campanelli e suon quello che recava
la dicitura "Custode".
- Cerca la signora Canning? - domand la donna della
carrozzina.
- Indirettamente - rispose Jeff. - In realt sto cercando
la signora O'Connor.
- Mary O'Connor?
-S - disse Jeff, quasi stupito che la signora O'Connor
avesse un nome, sebbene lo avesse scritto lui stesso sulla
ricevuta.
- La trova al terzo piano.
- Grazie.
Il bimbo nella carrozzina si mise a piangere mentre Jeff
entrava nell'interno buio e si avviava su per le scale. Il
palazzo assomigliava molto a quello da cui era appena uscito:
il vano delle scale era angusto, la ringhiera traballante, i muri
infestati da crepe, e qua e l grossi pezzi di intonaco si erano
staccati lasciando vaste cavit grigie sul soffitto. Odori
promiscui di esistenze ammassate l'una all'altra gli vennero
incontro avvolgendolo e Jeff trasal avviandosi per le scale
male illuminate.
Sul terzo pianerottolo trov la signora O'Connor.
Era piegata carponi, i capelli appiccicati alla fronte.
Immergeva la spazzola nel secchio rovesciando l'acqua sul
pavimento.
Mentre procedeva a fatica nel suo lavoro Jeff rimase a
osservarla, a disagio, poi si schiar la gola.
Mary O'Connor alz lo sguardo e il suo viso si copr di
imbarazzo. Poi sgran gli occhi e Jeff credette che stesse per
piangere. Invece la donna gli rivolse un sorriso ansioso, si
alz rapidamente in piedi e si asciug le mani sul grembiule.
- Buongiorno - disse. - La stavo aspettando.
- Salve - rispose Jeff. - Ci ho messo un po' a trovarla.
- Ho un lavoro - fece lei. - Io ho... - Sembrava
domandarsi se dire qualcosa in pi dello stretto necessario. -
Ho un lavoro.
- Magnifico - disse Jeff.
- Non granch - spieg lei - ma aiuta. John non mi ha
lasciato molto. Non per colpa sua, si intende.
- Certo che no - concord Jeff. Si frug nella tasca in
cerca del blocchetto di ricevute.
- La signora Canning mi d cinque dollari al giorno -
disse Mary O'Connor.
La dita di Jeff annasparono in cerca del blocchetto.
Cinque dollari al giorno!
La donna infil una mano nella tasca del grembiule e ne
estrasse due banconote tutte stropicciate e due monete da un
quarto di dollaro.
- Ecco qua - disse - proprio come lei aveva stabilito.
Jeff prese il denaro, continuando a pensare alla paga
della donna. Registr in fretta il pagamento sul blocco e le
porse la ricevuta.
- Grazie - borbott.
La signora O'Connor fece un debole sorriso. - Torner la
prossima settimana, vero?
- Certo, naturalmente.
- E a quel punto mancher solo una settimana prima che
io possa avere la Bibbia.
- S.
La donna gli sorrise soddisfatta, torn a inginocchiarsi e
immerse la spazzola nell'acqua.
Jeff se ne and lasciandola cos, carponi sul pavimento
bagnato. Discese le tre rampe di scale, senza voltarsi indietro.
Un pensiero ostinato gli occupava la mente.
Per guadagnare cinque dollari, la signora O'Connor puliva
pavimenti per un giorno intero. Per avere la stessa somma, a
lui bastava venderle un Bibbia che suo marito non aveva mai
ordinato.
Quella settimana le sue vendite salirono a ventitr.
Una volta, solo una volta ebbe l'impulso di smettere. Poi
pens di nuovo ai soldi. Era troppo facile. Aveva fatto il
commesso in un negozio di scarpe per un certo periodo,
prendendo in mano piedi sudaticci, blandendo i clienti per
poi maledirli quando se ne andavano. Era stato impiegato in
un ufficio, dove il capo veniva ogni dieci minuti a ispezionare
la sua scrivania, si schiariva la gola e poi tornava nella sua
stanza. Poi c'era stato il lavoro di lavapiatti in un ristorante,
quello in un magazzino, quello di camionista, e infiniti altri
da quando aveva lasciato l'esercito.
No, ne aveva abbastanza. Era stufo di sgobbare, stufo di
avere paura. Voleva prendersela con comodo, ora. Voleva
accendersi le sigarette con le banconote...
Matthews era in gran forma quel mercoled.
- Allora, ti piace il lavoro? - domand.
- Molto - rispose Jeff con un filo di voce.
- Centoquindici dollari in una sola settimana! una gran
bella somma, ragazzo, una gran bella somma.
- Davvero? - domand Jeff.
- Te lo dico io - assicur Matthews. - E questo solo
l'inizio, figliolo, solo l'inizio. Non ti ho ancora detto della mia
ultima trovata.
Jeff si sedette nella poltrona di pelle accanto alla
scrivania di Matthews.
- S, ragazzo, una nuova trovata. I necrologi sui giornali
del mattino vanno bene, e noi continueremo a usarli,
naturalmente. La gente muore ogni giorno, come sai. -
Ridacchi rumorosamente.
Jeff pens a qualcuno che era morto su una spiaggia
tempestata di proiettili.
Matthews tir una boccata dal sigaro, eccitato dalla
novit.
- Ti garantisco cento vendite alla settimana, Jeff. Con
questa nuova trovata niente pi buchi nell'acqua. Quella
gente sar convinta che tu stia facendo loro un favore, un
grosso favore.
Di colpo Jeff non ebbe pi voglia di ascoltare il nuovo
progetto di Matthews. Voleva restare solo. Ne aveva
abbastanza dei predicozzi. Ne aveva ascoltato uno, una volta,
un bel predicozzo sottolineato dalle raffiche da una
mitragliatrice. Si era arreso allora, e si stava arrendendo
adesso, ma non voleva sentirselo dire.
Non era altro che un vigliacco, un imbroglione, un
truffatore che abusava della sua simpatia e del rispetto per i
morti.
- Gli elenchi dei caduti - annunci orgogliosamente
Matthews. - Continuano ad aumentare sempre di pi, ogni
giorno. Il ministero della Guerrafa fatica a mettersi in pari.
Gli elenchi dei caduti. In qualche oscuro recesso della
mente di Jeff si fece sentire un borbottio intermittente. Gli
elenchi dei caduti.
- Caduti in combattimento - disse Matthews. - Appena
i nomi vengono resi noti, noi ce li procuriamo e... tombola!
Ping, ping, ping, proprio in mezzo al petto. Piccoli
zampilli di polvere.
- L'ha ordinata suo figlio, signora, e ci ha chiesto di
venire qui a riscuotere il pagamento. - Matthews sogghign e
gli strizz l'occhio.
Jeff strinse le dita intorno ai braccioli della poltrona
finch le nocche divennero bianche.
- Come? - continu Matthews in tono di finta sorpresa.
- Suo figlio morto in combattimento? Oh, mi dispiace
moltissimo, non ne avevo idea. Poi tiriamo fuori la Bibbia con
il nome del ragazzo scritto sopra e...
Matthews si interruppe di colpo.
- Cosa c', ragazzo?
Jeff si gett su di lui e lo afferr per il bavero della
giacca.
- Porco schifoso - ringhi. - Lurido porco schifoso. Gli
elenchi dei caduti!
Con rabbia improvvisa sferr un pugno alla mascella di
Matthews, che barcoll e urt violentemente contro la
scrivania, scaraventando a terra la sua scatola di sigari di
lusso.
- Aspetta un momento, ragazzo - strill Matthews
tendendo le mani. - Aspetta un momento, Jeff.
Gli occhi di Jeff sfavillavano. Afferr di nuovo Matthews
per il bavero della giacca, lo sollev e lo mand a sbattere
contro il muro.
- Io me ne vado, sacco di merda! Me ne vado, hai
sentito? Ho chiuso, finito! Ho smesso di fare il tuo sporco
lavoro, capito?
Adesso stava urlando. Apr la valigetta e frug tra i libri,
finch non trov quel che cercava. Si rialz e si piazz di
fronte a Matthews rannicchiato in un angolo della stanza.
- Ti mander la polizia - disse semplicemente. E se ne
and.
Si senti un po' pi felice quando diede al ragazzo la busta
con i cinque dollari e la Bibbia. Il biglietto diceva: - C' stato
un errore, signora O'Connor. Questa Bibbia era gi stata
pagata. Molto tempo fa.
Forse era ancora un vigliacco. Un uomo pi coraggioso
avrebbe affrontato direttamente Mary O'Connor. Ma quando
vide il ragazzo sparire all'interno dell'edificio, si sent molto
pi felice.
Pi felice di quanto si sentisse da tanto tempo.
Mickey Spillane
Il borsaiolo
"Manhunt", dicembre 1954
I romanzi di Mickey Spillane, in particolare Io, la giuria
e quelli che hanno per protagonista il pi duro fra tutti i
detective letterari, Mike Hammer, sono ben noti a ogni
lettore di gialli (e amati o odiati con la medesima passione).
La sua produzione di narrativa breve invece relativamente
limitata e molto meno conosciuta. La maggior parte risale al
periodo tra il 1953 e il 1960 e fu pubblicata su riviste come
"Manhunt" e riviste per uomini come "Cavalier" e "Male".
Significativamente, in nessuno di questi racconti o romanzi
brevi compare Mike Hammer o un qualunque altro detective
privato; quasi tutti presentano tuttavia quegli elementi di
crudezza e di duro realismo che fecero la fortuna delle
avventure di Hammer. Il borsaiolo una delle rare
eccezioni: uno Spillane anomalo in tutti i sensi, con un
protagonista completamente diverso da Hammer, che
fornisce un esempio efficace della versatilit del suo talento.
B. P.
Willie entr nel bar sorridendo. Non riusciva a capire il
perch, ma lo fece ugualmente. Fin dal giorno in cui aveva
sposato Sally e si era fermato a prendere una bottiglia di
birra da portare a casa per la cena di nozze, era sempre
entrato sorridendo. Sally, pens, tre anni insieme a Sally, e
ora c'era il piccolo Bill, e un fratellino o una sorellina in
arrivo.
Il barista gli fece un cenno con la mano, e Willie lo
salut: - Salve, Barney. - Salt fuori una birra e lui se ne
vers un quarto nel bicchiere, osservando la propria
immagine nel grande specchio appeso al muro. Non era molto
alto, e tutt'altro che bello. Un tipo qualsiasi, un po' sotto
misura. Adesso era una persona rispettabile. Proprio un
cittadino esemplare. Merito dell'incontro con Sally.
Ripens a quel giorno d'inverno di tre anni prima,
quando aveva cercato di sfilare il portafoglio dalla tasca di un
tizio. Fame e freddo gli avevano fatto tremare la mano e
l'uomo lo aveva colto in flagrante. Era quasi felice che lo
portassero alla stazione di polizia, dove c'era un bel
calduccio. Ma l'uomo doveva averlo capito e si rifiut di
denunciarlo. Cos fu buttato di nuovo fuori a calci nel gelo. Fu
l che lo trov Sally.
Ricordava il taxi, e Sally che si faceva aiutare dall'autista
a trasportarlo nel suo piccolo appartamento. Pi di qualunque
altra cosa, fu il profumo della zuppa calda a rimetterlo in
sesto. Lei non gli fece domande, ma lui le disse tutto
comunque. Era un borsaiolo. Un ladruncolo pelle e ossa che
fin da ragazzo viveva grazie alle proprie mani. Lei gli aveva
detto subito che questo non aveva importanza.
Aveva mangiato da lei e dormito sul suo divano per una
settimana prima di recuperare le forze. E a quel punto fece
una cosa che non aveva mai fatto in tutta la sua vita. Si trov
un lavoro. Non un granch all'inizio, faceva le pulizie in uno
stabilimento che produceva pezzi per gli apparecchi
radiofonici. Pian piano si accorse che le sue mani potevano
fare di meglio che trascinare una scopa. Anche il padrone se
ne accorse, quando scopr che Willie assemblava i componenti
in met del tempo necessario a un meccanico esperto. E mise
la scopa in mano a qualcun altro.
Solo allora lui chiese a Sally di sposarlo. Lei moll il suo
lavoro ai grandi magazzini e iniziarono una normale vita
matrimoniale. La cosa buffa era che gli piaceva.
I poliziotti non mollarono, invece. Puntuali come un
orologio venivano a trovarlo. Una visita amichevole,
beninteso. Ma intanto venivano. Il primo del mese il detective
Coggins si presentava subito dopo cena, faceva due
chiacchiere, lo scrutava con i suoi gelidi, cinici occhi azzurri e
se ne andava. Questa circostanza preoccupava Willie, non per
s, ma per il piccolo Bill. Fra non molto sarebbe andato a
scuola, e gli altri bambini... gliel'avrebbero rinfacciato. Il tuo
vecchio era un delinquente... un borsaiolo... sicuro,
altrimenti perch avete sempre la polizia in casa? Willie fin
la sua birra rapidamente. Sally lo aspettava per cena.
Era quasi arrivato alla porta quando ud gli spari. La
macchina nera pass sfrecciando proprio mentre stava
uscendo e per un solo, terribile attimo vide una faccia.
Sopracciglia nere... espressione beffarda... la cicatrice sulla
guancia. Era la faccia di un uomo che conosceva, tre anni
prima. E anche l'uomo lo aveva visto. Prov l'impulso di
scappare, di correre come non aveva mai corso in vita sua, ma
non lo fece. Le sue gambe lo riportarono a casa con il passo
tranquillo di chi in pace con se stesso, ma i suoi pensieri
volavano.
Tre anni non erano cos tanti, in fin dei conti.
Quando entr in casa, Sally cap subito che qualcosa non
andava. - Cos' successo? - domand. Willie non riusciva a
parlare. - Il tuo lavoro... - prov lei, esitante. Willie scosse
il capo.
Fu lo sguardo addolorato di lei che gli sciolse la lingua. -
Hanno ucciso qualcuno in strada - le disse. - Non so chi
fosse, ma so chi l'assassino.
- Qualcun altro ha...
- No, solo io. Credo di essere stato l'unico.
Capiva che Sally aveva quasi paura di fargli la domanda
successiva. Alla fine si decise: - Ti hanno visto?
- S. Lui mi conosce.
- Oh, Willie! - La disperazione le smorz la voce.
Rimasero in silenzio, senza sapere cosa dire, senza osare dir
nulla. Ma entrambi pensavano alla stessa cosa. Fuggire.
Lasciare la citt. Qualcuno era stato ucciso e non ci avrebbero
messo molto a far fuori un altro paio di persone per coprire il
primo delitto.
- La polizia - disse Sally. - Dovremmo...
- Non ne ho il coraggio. Non mi crederebbero. La mia
parola non avrebbe alcun valore, comunque.
Proprio allora, all'improvviso, sentirono bussare alla
porta. Willie balz in piedi e si slanci verso la chiave infilata
nella toppa. Era in ritardo di un secondo. Qualcuno forz la
porta e la spalanc. L'uomo che entr era grosso. Riempiva il
vano della porta da uno stipite all'altro con la sua mole.
Afferr Willie per la camicia e lo immobilizz con le sue mani
enormi.
- Come va, nanerottolo? - disse.
Willie gli sferr un pugno. Lo fece con tutta la forza che
aveva, ma non serv a nulla. L'uomo ringhi: - Dacci un
taglio, se non vuoi che ti spezzi il collo! - e senza far rumore
richiuse la porta alle sue spalle. Sally era rimasta immobile,
tesa, con una mano sulla bocca.
Con un violento spintone il gigante mand Willie a
sbattere contro il tavolo, curvando le labbra spesse in un
ghigno crudele. - Non ti aspettavi qualcuno cos presto, vero
Willie? Peccato che tu non abbastanza furbo. Marty non perde
tempo. Non con gli stupidi che hanno visto troppo. Sai, Marty
un uomo fortunato. Guarda caso, l'unica persona che ha
assistito alla sparatoria un ladruncolo su cui pu mettere le
mani in men che non si dica. Chiunque altro sarebbe gi in
centrale a descriverlo per filo e per segno, in questo
momento.
Infil la mano nella giacca e ne estrasse una .45
automatica. - L'ho sempre detto che Marty un tipo
fortunato.
Il gigante non prese la mira. Si limit a sollevare la
pistola all'altezza del petto di Willie. Sally si riemp d'aria i
polmoni per riuscire ad urlare, almeno una volta, prima di
morire.
Ma prima che l'urlo esplodesse, Willie fece una risatina e
disse: - Non mi ucciderai con quella pistola, Buster.
Il tempo si ferm. Willie rise ancora. - Ti ho sfilato il
caricatore, quando mi sei saltato addosso. - Il gigante
imprec. Le sue dita si chiusero intorno al calcio della pistola
e sentirono uno spazio vuoto. Willie era calmissimo ora. - E
non credo che tu abbia una pallottola in canna.
Il gigante fece un passo avanti verso di lui, con una
smorfia maligna, e proprio in quel momento la zuccheriera
scagliata da Sally lo colp sulla fronte. L'uomo and gi.
Willie non esit questa volta. Prese il telefono e chiam la
polizia. Chiese del detective Coggins. Tre minuti dopo il
poliziotto dai gelidi occhi azzurri era l ad ascoltare il suo
racconto. Il gigante and via ammanettato. - Coggins... -
disse Willie.
- S?
- Quando ci sar il processo... pu contare sulla mia
deposizione. Non riusciranno a intimidirmi.
Il detective sorrise, e per la prima volta i suoi occhi
azzurri si addolcirono. - Ne sono sicuro, Willie. - Fece una
pausa. - E Willie... per quanto riguarda le mie visite... mi
piacerebbe venirti a trovare. Penso che potremmo diventare
buoni amici. Ma vorrei che fossi tu a chiedermelo.
Un sorriso illumin il volto di Willie. - Certo! Venga
pure... quando vuole! Facciamo sabato sera? E porti anche
sua moglie.
Il detective fece un cenno di saluto e se ne and. Mentre
chiudeva la porta, a Willie parve di sentire un coro di voci
infantili che dicevano: - Proprio cos... e farai meglio a non
prendere in giro Bill perch il suo pap amico di quel
poliziotto. Sicuro, giocano sempre a carte e...
Willie scoppi a ridere. - A volte sono quasi contento di
essermi fatto una certa esperienza - disse. - Finalmente mi
servita a qualcosa!
John D. MacDonald
In un piccolo motel
"Justice", luglio 1955
John D. MacDonald sapeva fare di tutto, e fece di tutto.
Scrisse per le riviste pulp e per quelle pi raffinate, e fu
autore di ottima narrativa non di genere, sia romanzi che
racconti. Se le avventure di Travis McGee gli permisero di
scalare le vette delle classifiche, le sue cose migliori si
ritrovano probabilmente nei paperback pubblicati a partire
dagli anni Cinquanta. MacDonald osservava la societ con
occhio acuto e spietato, fortemente influenzato da uno dei
suoi scrittori preferiti, John O'Hara. Il dettaglio quotidiano,
familiare si potrebbe dire, lo affascinava e rendeva vive le
sue storie e i suoi personaggi. Il racconto che segue ne un
esempio.
E. G.
I coniugi dell'Ohio volevano dei letti pieghevoli per i due
bambini, stanchi e piagnucolosi, cos Ginny Mallory si era
affrettata a tirarne fuori uno dal ripostiglio e lo aveva
trascinato lungo il sentiero fino all'ultima villetta in fondo al
Belle Wiew Courts. L'uomo non alz un dito per aiutarla a far
passare la branda oltre il basso gradino all'entrata. Si limit a
osservare i suoi tentativi con un sigaro spento stretto fra i
denti.
Ginny torn rapidamente al ripostiglio a prendere l'altra
branda ed era appena tornata alla villetta quando un'altra
auto si ferm all'ingresso del motel e si mise a suonare il
clacson. La turista stava rimproverando uno dei bambini.
Il letto pieghevole si rifiut ostinatamente di attraversare
la soglia. Mentre lei tentava di sbloccarlo, l'uomo disse: -
Mettilo pure laggi, ragazza.
Ginny fu sul punto di mettersi a uggiolare come un cane
bastonato. Si ferm per un attimo, poi riprese a spingere. Il
letto si sblocc e lei lo trascin nella stanza.
- Se lei e sua moglie siete cos gentili da aprirlo e
metterlo dove vi pare, io ho un altro cliente l fuori.
Si gir bruscamente e risalendo il sentiero sent l'uomo
gridare qualcosa a proposito del ghiaccio. Gridasse pure. Una
spessa cappa d'afa ottobrina incombeva sulla Georgia del sud.
A dispetto del suo passo svelto, a Ginny sembrava di avere
piombo fuso nelle ossa al posto del midollo, dopo tutto il
caldo della lunga estate appena trascorsa. Riusc a recuperare
un sorriso mentre andava incontro alla grossa auto con targa
del Massachusetts. Un uomo alto dal volto pallido era in piedi
accanto alla portiera. Era solo.
- Ha una singola? - domand con voce piatta,
inespressiva.
- S, signore. Vuole vederla?
- No, grazie. La prendo. Qual'?
- La numero tre. Laggi, la terza dal fondo.
- Posso mettere l'auto sul retro?
- Sar perfettamente al sicuro davanti alla porta,
signore.
-Posso metterla sul retro? - ripet lui, irritato.
- S, credo di s. Ma sarebbe...
- Dove devo firmare?
- Qui, in ufficio. - Ginny entr seguita dall'uomo e so
mise dietro il banco. Gli porse la scheda e lui firm a nome J.
L. Brown, indic come residenza Boston, trascrisse il numero
della patente e il modello della grossa auto, pag e si fece
dare la chiave. Mentre usciva lei gli chiese se voleva del
ghiaccio. Lui la ignor. Magari fossero stati tutti cos poco
assillanti, pens lei, e si augur che ne arrivassero degli altri,
cos avrebbe potuto spegnere le luci al neon sulla grande
insegna rossa e blu, e lasciare acceso solo il segnale
"Completo".
Appoggi per un attimo i gomiti sul banco per riposare il
corpo sottile, e si copr il volto con le mani. Aveva finito di
pulire le camere e di rifare tutti i letti a mezzogiorno. Si era
fatta una doccia, aveva indossato un fresco prendisole di
cotone blu e aveva sbocconcellato qualcosa. Ora, alle sei di
sera, il prendisole era orribilmente sgualcito. I lunghi capelli
biondi, raccolti in alto sul capo, erano fradici di sudore. Si
massaggi le tempie con la punta delle dita, consapevole delle
piccole rughe che vi si erano formate nel corso della lunga
estate. Gli occhi le bruciavano come tizzoni ardenti e
parevano sprofondare nella testa.
Sull'autostrada che correva proprio davanti al Belle Wiew
Courts i grossi camion diesel con rimorchio passavano
rombando. Il sole si era abbassato all'orizzonte tingendo tutto
d'arancio. Le ombre azzurrine del crepuscolo richiamavano le
zanzare dalla pianura. la stagione morta, pens Ginny, e io
riesco a malapena a mandare avanti la baracca. E a pagare
l'ipoteca. Eri cos maledettamente fiero di questa assurda
impresa, Scott. Ed era tutto molto pi facile quando c'eri tu.
Non so perch. Ma era cos.
Sent sbattere la zanzariera e tolse le mani dagli occhi. -
Che fine ha fatto il mio ghiaccio, ragazza? - disse l'uomo
dell'Ohio. - Arriva o no?
- Subito. Se aspetta un attimo, glielo do.
Ma lui si allontan dicendo: - Portamelo in camera.
Lei torn nella piccola stanza in cui dormiva e mangiava,
apr il frigorifero e rovesci i cubetti di ghiaccio in un
cestello. Raggiunse di corsa l'ultima villetta, buss, entr con
decisione e pos il cestello sul vassoio sopra il com. Stava
per uscire quando l'uomo disse: - Prendi, ragazza - e le mise
in mano una moneta da dieci e un nichelino.
Ginny fiss attonita il mento dell'uomo, la sua barbetta
scura. - Grazie, signore.
Torn in ufficio e mise i quindici centesimi nel porcellino
di terracotta sul davanzale della finestra. Poco dopo
arrivarono due ragazzi in luna di miele, troppo presi l'uno
dall'altra per aver bisogno di qualcosa. Li sistem nella
diciotto, e le rimasero solo tre villette libere. Si chiese se era
il caso di mangiare, o se era meglio aspettare nella speranza
di riempire rapidamente le altre tre.
Osserv con occhio clinico il traffico sull'autostrada.
Ormai la sua clientela era formata principalmente da persone
dirette in Florida. Sarebbe stato cos fino a Natale, poi il
flusso di macchine che andavano a nord sarebbe aumentato e
fino ad aprile il motel sarebbe stato pieno di gente che
tornava a casa a esibire la nuova abbronzatura.
Usc e si appoggi con la schiena alla parete dell'ufficio,
affondando le mani nelle ampie tasche del prendisole. Si
sentiva stanca e appiccicosa. Il sole era tramontato del tutto,
e il mondo era tutto blu. Le raganelle cominciavano a
intonare le loro canzoni nella palude oltre la stazione di
servizio. Le auto avevano acceso i fari. I grossi autocarri
scintillavano come alberi di Natale.
Dall'altro lato della strada, i lampioni inondavano il
distributore di una luce bianca. Vide Manuel che riforniva di
carburante una familiare malridotta. Johnny Benton venne
fuori e si ferm sotto i riflettori, guardando oltre
l'autostrada. Lei gli fece un cenno di saluto, lui la vide e
venne verso di lei. La ghiaia del parcheggio scricchiol sotto i
suoi passi pesanti, e il neon gli accese un bagliore rosso sulla
spalla e sul volto abbronzato.
Quando l'ebbe raggiunta Johnny le offr da fumare. Lei
accett e lui accese due sigarette sfregando sull'unghia del
pollice un fiammifero da cucina. - Come ti va, Ginny?
- Ne ho ancora tre libere.
- Non male, a quest'ora. La situazione un po'
migliorata. Anche noi abbiamo avuto una buona giornata.
Ci fu una pausa nel traffico e la notte divenne silenziosa.
La familiare era andata via e Manuel era rientrato. Ginny
sentiva in lontananza il ritmo dei bongo e il secco fruscio
delle maracas provenienti dalla sua radiolina, sintonizzata su
un'emittente cubana.
- Sei stremata vero, piccola?
- Sopravviver, credo.
- Se cominci a fare il pieno tutte le sere, dovrai cercarti
un aiuto, non credi?
- Certo, Johnny.
- Puoi prendere una ragazza a part-time per venti dollari
alla settimana, pi o meno. Devi fare attenzione a non
ammalarti, lo sai? Quanto sei dimagrita quest'estate?
- Non molto.
Johnny gett via la sigaretta e si scacci una zanzara dal
braccio, muscoloso e abbronzato. Si appoggi al muro accanto
a lei. - Che buffo - disse.
- Cosa c' di buffo, Johnny?
- Quando Scotty ti port qui da Jax e mise su questo
motel, tutti noi pensammo che ci volesse qualcosa di diverso
per te.
- In che senso, Johnny?
- Be', non sembravi il tipo di donna pi adatto a questo
lavoro, ecco tutto. Pensavamo che gli avresti fatto vedere i
sorci verdi, una volta sfumata la novit. A quanto sembra, ci
eravamo sbagliati.
- Pu darsi di no.
Lui ridacchi silenziosamente nell'oscurit. - Sei troppo
dannatamente testarda per mollare ora. Io non so come
avrebbe fatto Scotty a far fruttare questo posto, ma sono
convinto che tu ci riuscirai.
- Scott ce l'avrebbe fatta - disse Ginny.
Johnny si era incupito. Dalla sua espressione, Ginny cap
che stava pensando all'assurdo incidente stradale in cui Scott
aveva perso la vita, sette mesi prima.
Johnny tamburell con le nocche sul banco. - Ti va una
birra fresca? Ce n' qualcuna da noi.
- Pi tardi, forse. A che ora chiudi, Johnny?
- Verso le undici, penso. Manuel va a prendere la sua
ragazza alle otto. Senti Ginny, Manuel e io ne stavamo
parlando l'altro giorno. Ci eravamo messi d'accordo con
Scotty per l'affitto della stanza che abbiamo qui, ma lui ci
aveva fatto un prezzo troppo basso. Non giusto che
paghiamo cos poco. Manuel e io pensiamo che la cosa
migliore sia portarlo a quindici al mese, pi o meno.
- Non voglio la carit, Johnny.
- Al diavolo la carit! Io sto parlando di quello che
giusto.
- Ci penser su, Johnny.
- Non c' bisogno di pensarci. Siamo ancora nella
stagione estiva. E in questa stagione il prezzo di quella stanza
dodici dollari a notte. Sai cosa vuol dire? Trecentosessanta
dollari al mese.
- Ma pensa all'aiuto che mi dai, a tutti i lavoretti che io
non riesco a fare, Johnny. E a quanto mi sarebbe costato
chiamare qualcuno dalla citt. La settimana scorsa mi hai
aggiustato la pompa elettrica. E Manuel mi ha tinteggiato
tutti i soffitti gratis. Non ne parliamo proprio, Johnny, per
favore.
- Okay, okay - disse lui a bassa voce. Guard dalla
finestra dell'ufficio. - Affari in vista, Ginny. - Poi le sue
spalle si tesero. - quel tipo di Jax, Ferris. - And verso la
porta. - Fai un fischio quando sei pronta per la birra.
Lei rimase sulla soglia mentre Johnny Benton e Don
Ferris si scambiavano un saluto fin troppo cordiale. Don
comparve sulla porta, la strinse fra le braccia e la baci sulle
guance. - Salve, dolcezza - le disse.
- Salve, Don. Come mai questa sorpresa?
Don fece una smorfia di disappunto. Era un uomo
energico, con il volto magro, capelli scuri e occhi mobili,
arguti, penetranti. - Avrei dovuto telefonare per prenotare,
tesoro. Posso fermarmi?
- Naturalmente.
- Ho qualcosa di molto importante da dirti.
- Come sempre.
- Non prendermi in giro, ora. - Si volt e lanci
un'occhiata rapida oltre la strada, verso la stazione di
servizio. - Quel tipo ti da noia?
- Johnny un buon amico, Don.
- Era un buon amico di Scotty. Suppongo che nutra un
istinto di protezione nei tuoi confronti. A essere sinceri,
credo che la sua presenza mi faccia sentire meglio. Altrimenti
non ti permetterei di rimanere qui tutta sola.
- Permetterei, Don?
Lui le lanci un breve sguardo, sorridendo. - Si fa per
dire. Devi perdonarmi questi modi... un po' da padrone.
Ricorda che ti ho fatto tre proposte di matrimonio prima che
tu sposassi Scotty Mallory.
- Scusami, Don. Clienti.
Arrivarono in due macchine, due coppie anziane che
viaggiavano insieme. Presero la sedici e la diciassette e
parvero soddisfatti dell'alloggio. L'unica rimasta vuota era la
quindici, e la voleva Don. Con un debole senso di liberazione
Ginny fin di sistemarli e spense l'interruttore che azionava le
luci dell'insegna, lasciando acceso solo il cartello "Completo".
Guard dall'altra parte della strada e sorrise tra s vedendo
Johnny sollevare il braccio e farle un cenno di OK con la
mano. Prese la chiave della quindici e la porse a Don.
- Vuole del ghiaccio, signore? - gli domand.
- Quel che basta per prepararci un paio di drink, Ginny.
- Devo darmi una rinfrescata, Don. E non ho ancora
mangiato.
- Ti porto in citt. Benton pu tenere d'occhio il posto.
- Fa gi abbastanza, non mi va di chiederglielo. Ho qui
abbastanza per tutti e due.
- No. Vado in citt a prendere qualcosa e torno. Ti prego.
Lei ci pens per un attimo. - D'accordo, Don. E grazie.
Ginny rientr e chiuse la porta della sua stanza. Fece una
rapida doccia e indoss un abito di cotone giallo con
un'ampia cintura. Quel vestito piaceva a Scott. Era cos
orgoglioso di me, pens. Cos pateticamente entusiasta. Si
spazzol i capelli e li lasci ricadere lunghi sulle spalle come
piaceva a Scott. Si trucc le labbra con cura guardandosi nello
specchietto.
Aveva appena finito quando ud qualcuno bussare sul
banco. Usc e vide che era di nuovo il tizio dell'Ohio. L'uomo
le lanci un'occhiata perplessa. - Ehm... ha dell'aspirina?
Mia moglie ha mal di testa.
- Un attimo solo, prego.
And a prendere un tubetto di aspirina. - Due bastano -
disse lui. - Le faranno bene. Lei... lei gestisce questo motel?
- mio.
Lo vide arrossire leggermente e cap che stava pensando
ai quindici centesimi che le aveva dato.
Lui si schiar la gola. - un... bel posto. Ci torneremo
qualche volta.
- Ne sarei lieta - disse lei, sorridendo macchinalmente.
Vide Don entrare con la sua coup e parcheggiarla
davanti alla quindici. Scese dall'auto con un grosso sacchetto
di carta in braccio, entr in ufficio e le diede una rapida ed
entusiastica occhiata di approvazione.
- Porta tutto dentro, Don. Sul tavolo.
- Sandwich con carne davvero speciali, tesoro. E
insalata. E patatine. Mettiamo la roba calda in forno e
beviamoci un aperitivo.
Lei apparecchi sul tavolino mentre lui preparava da
bere. Era rapido in tutti i suoi movimenti, quasi felino. Ginny
apprezzava il fresco candore della sua camicia sportiva, il
buon tessuto dei suoi calzoni. Un tempo era stata molto
vicina a dirgli di s. Ma poi era arrivato Scott. Cap che Don
era consapevole della sua stanchezza e che faceva ogni sforzo
per distrarla mentre mangiavano. L'aperitivo molto alcolico
l'aveva rilassata. Tutti i clienti sembravano sistemati per la
notte. Le raganelle cantavano a squarciagola. Ud il rombo
dell'auto di Manuel che andava dalla sua ragazza.
Dopo che ebbero sparecchiato, Don disse: - Credi che
saremo mangiati vivi se ci sediamo fuori?
- Forse non sar cos terribile.
Uscirono e si sedettero sulle sedie di metallo nel prato,
accanto all'ombrellone colorato. La brace rossa delle sigarette
brillava nell'oscurit. Le auto sfrecciavano spezzando il
silenzio della notte e sollevando ondate di calore sui loro visi.
- Voglio che tu rifletta su quanto sto per dirti, Ginny.
Che tu ci pensi molto seriamente.
- Di cosa si tratta, Don?
- So a quanto ammonta l'ipoteca. Non si possono avere
segreti con un avvocato, lo sai. E ho parlato di questo posto
con Ed Redling. uno degli agenti immobiliari pi in gamba
che conosca. Pensa di poterlo vendere per tuo conto a circa
quindicimila dollari, libero da ipoteche.
Dopo un po' lei rispose, in tono piatto: - Avevo seimila
dollari da parte, e Scott ne aveva ricevuti ventuno da suo zio.
Ci abbiamo investito ventisettemila dollari, pi un incredibile
quantit di lavoro, Don.
- Allora ammetti che si trattato di un cattivo affare.
Accetta la perdita e tiratene fuori.
- Scott ci credeva.
- E solo perch lui ci credeva, e aveva torto, una ragazza
come te deve fare un lavoro da schiava, logorarsi e
invecchiare prima del tempo, per far funzionare quello che
stato un cattivo affare fin dall'inizio? Non ti sembra di essere
un po' sentimentale? Scotty pretendeva il meglio, da ogni
punto di vista, ma in questo modo ti ha lasciato un impegno
troppo grosso.
- Riuscir a estinguere l'ipoteca.
- D'accordo, ce la farai. E poi che succeder? Proprio
quando le rate cominceranno ad assottigliarsi e a lasciarti
qualcosa in pi dello stretto necessario per vivere, qualcuno
piazzer un albergo pi bello del tuo a mezzo chilometro da
qui. E tu non riuscirai a farti dare nemmeno quei
quindicimila dollari. Ginny, devi credermi, sto pensando solo
al tuo bene. Sai benissimo che desidero sposarti. Voglio che
tu venga via da questa autostrada e che torni a Jax, da dove
sei venuta. Questo non lavoro per te.
Lei fece una risatina incerta. - Johnny dice che sono
maledettamente testarda.
- Fammi mettere tutto in mano a Ed, tesoro.
L'aria della sera stava rinfrescando. Per la prima volta da
molti giorni Ginny si sentiva completamente rilassata,
tranquilla. La tentazione di lasciarlo fare era forte. Sarebbe
stato molto pi semplice essere la moglie di Don che non la
vedova di Scott. Avrebbe avuto una bella casa sulla spiaggia.
Lunghe giornate a oziare sotto il sole. Poche stanze di cui
occuparsi. E dormire, dormire, dormire. Migliaia di ore di
sonno. Sarebbe stato meravigliosamente semplice. E lui era
gentile. Intraprendente, divertente, gentile. Sarebbe stato
come ingannarlo, in un certo senso.
- Supponi che io non ti ami, Don. Supponi che non sia
questo il sentimento che ho per te. Che ti veda pi come un
amico. Un buon amico.
- Correr il rischio. solo una questione di tempo,
credimi.
- Lo pensi davvero? - chiese lei in un soffio.
Lui si chin verso di lei, le afferr una mano e la strinse
forte. - Nessuno pu accusarti di non aver fatto un ottimo
lavoro qui, Ginny. Hai fatto pi di quanto ci si potesse
aspettare.
- Pu darsi.
Lui le lasci la mano, si ritrasse. - Voglio essere onesto
con te, cara, al cento per cento. In questo momento sto
seguendo un grosso affare. Ci sto investendo tutto quello che
ho. C' dentro anche Redling. Se riusciamo a tenere duro per
altri tre o quattro mesi, non avremo pi problemi di denaro
per il resto della nostra vita. E per dirlo in modo brutale, quei
quindicimila dollari in pi ci sarebbero maledettamente utili.
Potremmo prenderli in prestito, ma questo significherebbe
far entrare una terza persona nell'affare. E ridurre i profitti.
- Dunque sono i miei soldi che vuoi, eh? - disse lei.
Nel buio Johnny fece finta di leccarsi i baffi. - Proprio
cos, mia bella fanciulla. In fondo all'animo sono un
truffatore.
- Stupido!
- Sul serio, cara, non essere in collera con me, ma non
posso impedirmi di pensare che si sia qualcosa di morboso
nel lavorare fino allo stremo delle forze per mandare avanti
questa specie di monumento a Scott Mallory. E sono sicuro
che lui sarebbe il primo a dirtelo.
- Era il suo grande sogno, Don. Doveva essere il primo di
una catena. E poi saremmo passati alla ristorazione. Non sai
quanto ci aveva lavorato sodo prima... prima dell'incidente.
- Sii seria, Ginny! Tu credi in questo grande sogno di
ricchezza?
- Non scherzare, Don, ti prego. Tutti hanno bisogno di
avere un sogno nella vita, credo.
- Mi dispiace. Ero venuto qui per... assicurarmi che la
prossima volta saresti venuta via con me.
Di fronte a quel tono piagnucoloso, Ginny reag: - Non
posso decidere cos, bum, tutto d'un colpo.
- Pensaci. Ma non troppo a lungo.
Pass un aeroplano, tracciando una scia luminosa rossa e
verde contro l'oscurit del cielo. Ginny scorgeva l'interno
della stazione di servizio attraverso la grande vetrata che la
faceva assomigliare a una scatola bianca e luminosa. Johnny
stava impilando delle lattine su uno degli scaffali in vetrina.
Complet la piramide e indietreggi di qualche passo per
controllare il risultato. Poi usc, prese in mano la pompa
dell'acqua e cominci a lavare il piazzale di cemento di fronte
al distributore. Una zanzara punse Ginny alla caviglia col suo
ago sottile. Si udirono dei passi sulla ghiaia e di colpo
apparve il signor Brown di Boston, alto e spigoloso nella luce
che filtrava dall'ufficio.
- S? - disse lei.
Incombendo su di lei l'uomo domand, freddamente: -
Che sta raccontando sul mio conto a questo signore?
Ginny rimase per un attimo interdetta di fronte a quella
domanda cos assurda. - Non capisco cosa intende.
- Ho le luci spente e vi ho osservato mentre parlavate,
qui fuori. - Mosse leggermente il capo e il bagliore dei
lampioni della stazione di servizio dall'altra parte della
strada si riflesse nelle lenti dei suoi occhiali. Aveva un tono
sinceramente indignato.
Ginny si alz, mentre un leggero brivido di apprensione
le attraversava la nuca.
- Immagino che gli abbia detto che ho parcheggiato
l'auto sul retro - disse il signor Brown.
Anche Don si era alzato. - Si rilassi, amico. Non siamo
minimamente interessati a lei.
- Facile a dirsi - replic il signor Brown. - Ho sentito
l'aereo. E le auto rallentano quando passano di qui. Credete
che sia uno stupido, che non veda? Cosa state aspettando?
Ginny intrecci le dita, nervosamente. Oltre la strada la
radio trasmetteva musica jazz suonata da una banda di ottoni.
Un camion lontano si andava avvicinando, il rumore
cominciava a sovrastare la musica.
- Credo che lei non si senta bene - disse Don. - Perch
non torna nella sua stanza, mentre la signorina Mallory le
chiama un medico?
Brown fece un passo indietro, lentamente. - Sarebbe
davvero... un medico? - domand a bassa voce. Si volt verso
Ginny e di nuovo sui suoi occhiali brill il riflesso della luce.
- Le consiglio di non usare il telefono, signorina Mallory. -
Il camion pass ruggendo, il rombo del motore scese di tono
mentre il mezzo si allontanava lungo la strada buia, diretto a
sud. Il signor Brown si gir e si allontan, a passi lenti e
distesi. Lo videro rientrare nella sua stanza con le luci spente,
e non sentirono il rumore della porta che si chiudeva.
Ginny fece una risatina che suon forzata. - Un pazzo,
cara. - disse Don. - Puro e semplice. Complesso di
pesecuzione, e chiss cos'altro. Un paranoico, magari.
- Sembrava normale quando arrivato. Ha solo voluto
mettere l'auto sul retro invece che davanti. Non ci ho fatto
molto caso.
- Questa storia non mi piace. Potrebbe essere pericoloso.
- Che possiamo fare?
- Posso telefonare in citt, alla polizia.
- Forse si addormenter, ora. E domattina se ne andr.
- E se fa del male a qualcuno, quando riprende
l'autostrada? Credo sia nostro dovere fare qualcosa.
- Ha detto di non telefonare.
- E come fa a saperlo? Andiamo! - Camminava a fianco
a lei. - Non correre, tesoro. Probabilmente ci sta guardando
dalla finestra.
- Mi... fa venire i brividi.
- Ha solo bisogno di aiuto.
Si diressero lentamente verso l'ufficio, e Ginny entr per
prima. Don la segu e chiuse la porta a chiave. Rapidamente
and dietro al banco, prese il telefono, rest in ascolto per un
attimo, riattacc. - La linea occupata - disse.
Lei rimase in attesa. La situazione le sembrava
eccessivamente melodrammatica. Quell'uomo era solo un po'
strano. Sent un leggero ticchettio contro il vetro della porta
chiusa. Si volt e vide il signor Brown sulla soglia, con un
gomito leggermente sollevato. Buss di nuovo sul vetro, un
rumore metallico. Un piccolo occhio rotondo di metallo si
disegn contro il vetro. L'uomo le fece un segno con la mano
libera. Per un attimo lei non cap.
Con la voce che tremava leggermente, Don disse: - Credo
sia meglio che tu lo faccia entrare. -Mentre andava ad aprire,
Ginny aveva la strana sensazione di fluttuare nel vuoto, di
non toccare il pavimento con i piedi. Il mondo sembrava
luminoso e distante, come all'uscita di un tunnel. Gir la
chiave e l'occhio rotondo di metallo si sollev leggermente e
punt alla sua gola. D'istinto lei si port una mano al collo.
L'uomo teneva la zanzariera aperta con la spalla. Dall'altra
parte della strada, Johnny innaffiava il cemento accanto alle
pompe.
- Voglio che lei e il suo amico veniate ad aiutarmi,
signorina Mallory - disse Brown.
- Saremo lieti di aiutarla - rispose immediatamente
Don.
Brown fece un passo indietro. - Come si chiama? -
chiese a Don.
- Ferris.
- Signor Ferris, la prego, si metta a fianco della
signorina Mallory. Andate nella mia stanza e accendete le luci
una volta entrati. Non correte.
Il vialetto in cemento che attraversava tutto il cortile era
coperto da una tettoia. Sulla destra, lungo il muro, erano
allineate le sedie di metallo. Mentre camminavano fianco a
fianco Don le sussurr: - Fa' esattamente quel che ti dice.
Ginny accese le luci e rimasero immobili nella stanza, le
spalle alla porta.
- Rimanga dov', signorina Mallory, la prego. Signor
Ferris, per favore, chiuda le tende delle finestre.
Mentre Don chiudeva le tende, Ginny sent Brown entrare
e chiudere la porta. Cap che si trovava appena dietro di lei.
Le sembrava di sentire il suo respiro sfiorarle i capelli.
L'improvvisa botta alla testa la prese di sorpresa. Il colpo si
abbatt sulla sua nuca, proiettandole il capo in avanti. Fece
qualche passo incespicando, picchi con il ginocchio sul
bordo del letto e fin sul materasso, tendendo le braccia per
frenare la caduta. Si rese conto che Brown l'aveva colpita alla
nuca con la palma della mano. Si volt rapidamente. L'uomo
la guardava, calmo. Non l'aveva osservato attentamente
quand'era arrivato, di lui aveva colto solo il pallore, l'altezza
e l'abito scuro.
Aveva il volto magro, i capelli neri e radi, le ossa frontali
prominenti. Gli occhiali avevano una sottile montatura
dorata, e il volto e gli occhi erano curiosamente incolori;
aveva l'aspetto dell'impiegato, severo, devoto, affidabile.
Indossava un modesto abito scuro e aveva una vera nuziale al
dito.
- Signor Ferris, la prego, metta quella grossa valigia
nera sul letto e la apra. Non chiusa a chiave.
Ginny vide l'occhio metallico seguire i movimenti di Don.
Era una rivoltella compatta, con la canna molto corta. Aveva
un aspetto cupo e minaccioso. Le dita del signor Brown,
chiuse sull'impugnatura, erano lunghe, bianche, fragili.
Don pos la valigia sul letto e la apr. Ginny guard
dentro. Il denaro doveva essere stato sistemato con grande
cura, ma nel maneggiare la valigia gli strati superiori delle
banconote si erano sfilati dai blocchetti bene ordinati, chiusi
dalle fascette. Il tutto aveva l'aspetto freddo e imparziale dei
mucchietti di denaro a disposizione di un cassiere.
- Si sieda accanto alla signorina Mallory, per favore -
disse Brown.
Don si sedette cos vicino a lei da sfiorarla con le gambe.
Ginny si accorse che tremava leggermente. - Lei non
Brown, naturalmente - disse Don. - Ho visto le fotografie.
- Sono molto vecchie. - Brown si appoggi allo stipite
della porta chiusa e chiuse gli occhi per qualche secondo, poi
li riapr. - Mi spiace dovervelo chiedere. - Il sorriso fu
rapido, abbozzato, quasi timido. - Per tutta la mia vita ho
maneggiato denaro. E adesso, per qualche motivo, mi riesce
impossibile contare questo. Comincio, e ogni volta mi sembra
di fare confusione.
- Come ha fatto? - chiese Don, e Ginny cap che si
sforzava di apparire disinvolto. Il colpo inatteso alla testa
cominciava a far sentire i suoi effetti.
- Non stato difficile, signor Ferris. In effetti, non ho
fatto altro che uscire col denaro al momento giusto. Signorina
Mallory, le consiglio di prendere carta e matita dalla
scrivania. Le legga gli importi, signor Ferris. Le cifre sulle
fascette sono esatte.
Ginny trascrisse con cura i numeri che Don le dettava in
tono piatto e preciso. Ci volle molto tempo, e dovette
riempire due lunghe colonne. Su richiesta di Brown fece la
somma e comunic l'incredibile risultato:
trecentosettantaduemilacinquecento dollari. Brown chiese a
Ferris di ricontrollare il totale.
- Ce n'era di pi all'inizio - disse Brown. - Un
blocchetto che avevo sistemato non ricordo dove.
- Cosa far adesso? - chiese Don.
Brown lo guard, inespressivo. - Avrei bisogno di
dormire, naturalmente. Credo che si aspettino da me un
qualche tentativo di fuga. Ma da anni che mi tengono
d'occhio. Hanno dimenticato che io so benissimo cosa vuol
dire essere spiati. da molto tempo che non dormo.
- Lei malato - disse Ginny.
Lui la guard e parve imbarazzato. - Pu darsi.
- Dove pensa di andare? - chiese Don.
- Non ho ancora preso una decisione definitiva.
- La prenderanno - disse Don.
- Si sbaglia. Mi hanno gi preso. Molto tempo fa. Ora mi
permettono di viaggiare, tentano di convincermi che sono
ancora... libero. Immagino che sia una forma di tortura. Li ho
visti, nei ristoranti, sull'autostrada. Quando sono entrato qui,
sapevo che questo era il posto in cui era previsto che mi
fermassi. Ma ero troppo stanco per andarmene. Capisco dal
vostro sguardo che sapete ogni cosa. Tutti e due.
Nella stanza cadde il silenzio. Ginny vide che il braccio di
Brown tremava. L'uomo ferm il movimento della pistola
bloccando il polso con l'altra mano.
Per qualche istante Ginny riusc a vedere il mondo con lo
sguardo malato del signor Brown. Tutti sapevano. Tutti lo
controllavano. Tutti lo spiavano con gelido divertimento, con
altero disprezzo.
- Le cose non stanno come crede... - azzard.
- inutile, Ginny - disse Don. La sua voce aveva uno
strano tono. Lei si volt a guardarlo, sorpresa. Aveva una
curiosa espressione in volto. - Lei ha ragione, signor Brown
- prosegu Don. - Sappiamo tutto. Eravamo pronti ad
accoglierla, quando arrivato.
- ovvio - disse Brown, a bassa voce.
Don si sporse in avanti. - Ma noi potremmo... cambiare
il copione.
Brown si irrigid, come se per un attimo avesse smesso di
respirare. Poi domand: - Perch?
Don allung la mano e la pos sulle mazzette di
banconote. - Non le basta, come risposta?
- Come faccio a sapere che non un trucco? - fece
Brown. - Forse state solo facendo finta di aiutarmi a fuggire
senza che loro lo sappiano. Magari anche questo fa parte del
gioco.
- Ci conosce cos poco? - disse Don sdegnosamente. - A
noi non permesso prendere soldi. Se lo facciamo, ci
mettiamo automaticamente contro di loro.
Brown aggrott le sopracciglia. - una delle regole?
- Non lo sapeva?
- E quanto ne vorreste?
Don estrasse un fascio di banconote dalla valigia. La sua
mano era ferma. Prese mazzette di denaro pi vecchio,
blocchi di biglietti da venti, da cinquanta e da cento. Ne tir
fuori dieci e li mise da parte.
- Questi - disse.
- Sono tanti - fece Brown.
- Ma pensi ai rischi che corriamo.
Brown riflett per un attimo, poi annu. - vero. Qual
il vostro piano?
- Sa come abbiamo fatto a seguirla?
- Sono rimasto davvero disorientato. Ho cambiato strada
decine di volte, quando non c'era nessuno in giro. Ma voi ve
ne siete sempre accorti.
- C'era un dispositivo installato sulla sua auto. Emette
un impulso elettrico. E noi abbiamo seguito i suoi movimenti
con il radar.
Ginny osserv Brown, cap che si interrogava sulla cosa,
che l'accettava. - Questo spiega tutto - disse, annuendo.
- Smonter il dispositivo - propose Don - e lo
installer sulla mia auto. La signorina Mallory e io andremo
verso nord, cos crederanno che lei stia tornando indietro.
Invece andr verso sud. Se sar in gamba, non la troveranno
mai pi.
- E come farete a evitare di essere puniti? - domand
Brown circospetto.
- Durante il tragitto smonter il congegno e lo butter a
lato della strada. Dir che la stavamo seguendo e abbiamo
perso le sue tracce. Penseranno che sia stato lei a scoprire il
dispositivo e a liberarsene, mentre andava a nord.
Brown si agit nervosamente. Guard Ginny, poi Don
Ferris. - Andiamo alla mia macchina, voglio vedere quel
congegno.
Don scosse il capo. - Spiacente. Non posso farlo.
- Un'altra regola? - domand Brown, dubbioso.
- Naturalmente - disse Don. - Devo agire da solo.
La mano che reggeva la pistola si abbass lentamente.
Brown la risollev con palese sforzo. - La lascer uscire -
disse. - Io rimarr qui con la signorina Mallory. Quando avr
trasferito il congegno dalla mia auto alla sua, torni qui. -
Indietreggi e apr la porta. Guard fuori e spalanc la
zanzariera. Don si alz e fece per uscire.
Ginny ud un rumore sordo, un mugolio affannoso, uno
scalpiccio di suole sul cemento. La zanzariera sbatt. Don
rimase fermo per un attimo, interdetto. Poi Johnny Benton
spalanc la porta a fatica ed entr, spingendo Brown davanti
a s. L'uomo aveva il braccio piegato dietro la schiena, e le
labbra contratte in una smorfia di dolore. Johnny sembrava
enorme, bruno, rassicurante. Gli occhiali di Brown erano
rimasti appesi a un'orecchio e quando Johnny lo spinse avanti
bruscamente caddero per terra. Brown ci mise un piede sopra
e le lenti si frantumarono. Trattenendo l'uomo con facilit
quasi oltraggiosa, Johnny esamin la rivoltella che teneva in
mano, poi la fece scivolare nella tasca posteriore dei calzoni.
- Che succede qui? - domand. - Non ho mai sentito
discorsi pi assurdi in vita mia.
- da quattro giorni che ne parlano sui giornali e alla
radio - disse Don, chiudendo la porta. Johnny aveva notato i
soldi sul letto. Li fiss, si inumid le labbra e torn a
guardarli.
- Dio onnipotente - sussurr.
- Lasciami il braccio - fece Brown.
- Come no. Siediti laggi e sta' buono. Tutto a posto,
Ginny?
- Tutto a posto. - Si sentiva meglio, ora. Johnny era
come una boccata d'aria fresca in quella stanza.
Don era rimasto in piedi, le mani in tasca. Fissava i soldi,
accigliato.
Brown si sedette su una sedia accanto alle finestre. Senza
occhiali il suo sguardo era mite e stupito. - Le interesser
sapere che il signor Ferris e questa donna avevano accettato
di prendere dei soldi. Stavano per aiutarmi a scappare. Mi
rendo conto che questo contro le regole.
- Chiudi il becco - disse Don Ferris, con un filo di voce.
Si accost al letto, raccolse qualche mazzetta di banconote e
la rimise nella valigia. Tir fuori le sigarette, e ne diede una a
Ginny. Non le offr a Johnny, che ne tir fuori una dalla tasca
dei pantaloni.
- matto? - domand il benzinaio.
- Completamente - disse Don. - Una storia assurda. Si
comportato in modo cos naturale che passato proprio
sotto il naso della guardia. Lavorava l da trent'anni.
- Ventotto - precis Brown.
Don lo ignor. - Ha delle idee fisse. Crede di essere
sottoposto a un controllo continuo. convinto che noi
facciamo parte dell'organizzazione che lo sta spiando. Alla
radio hanno detto che dev'essersi nascosto da qualche parte.
Non sanno che arrivato fin qui. Ha avuto fortuna. E che
fortuna! La fortuna dei folli. - Lanci a Johnny un'occhiata
penetrante. - Trecentosettantaduemilacinquecento dollari.
Ginny sent uno strano prurito sul dorso delle mani. Le
sfreg l'una contro l'altra. I due uomini si fissavano. Johnny
aveva un'espressione impenetrabile.
- Esentasse - aggiunse, a bassa voce.
I due seguitarono a guardarsi. Poi, come rispondendo a
un segnale, si voltarono entrambi verso Ginny. Lei fiss negli
occhi prima Don, poi Johnny, ed ebbe la sensazione di vederli
per la prima volta. La stanza era immersa nel silenzio. Con le
tende tirate, il fumo delle sigarette ristagnava nell'aria.
- Perch vi comportate in modo cos strano? - domand
Ginny, e la sua voce le parve quella di un'estranea.
Nessuno dei due le rispose. Johnny si avvicin al letto.
Don lo teneva d'occhio, attento. Johnny prese il foglio di
carta su cui Ginny aveva scritto il totale, gli diede un'occhiata
distratta e si avvicin alla mattonella su cui erano sparsi i
resti degli occhiali, vicino al tappetino. Raccolse la montatura
dorata e la scosse leggermente, facendo cadere qualche
residuo frammento delle lenti. Si inginocchi, e i pantaloni si
tesero sulle cosce muscolose. Con la testa piegata da un lato,
per evitare che il fumo della sigaretta gli andasse negli occhi,
fece scivolare con cura i frammenti di vetro sul foglio di
carta. Quando ebbe finito pos il foglietto sul pavimento e lo
ripieg fino a formare un piccolo involto. Rimase
accovacciato, gli occhi puntati su Don, e dopo un lungo
silenzio, disse: - Un buon oculista pu prendere un
piccolissimo frammento di lente e dedurne l'esatta
gradazione. L'ho letto in un romanzo.
Don torn sui suoi passi e di colpo si lasci andare sul
letto accanto alla valigia, dalla parte opposta rispetto a
Ginny. Sprofond sul materasso come se le gambe non lo
sorreggessero. Ginny lo guard. Lui evit il suo sguardo e
rimise nella valigia le mazzette di banconote messe da parte.
Ginny lanci un'occhiata a Brown. Il suo mento appuntito era
appoggiato sul petto. Le mani bianche erano abbandonate sui
fianchi, le dita leggermente piegate. Era come se fosse
addormentato.
- A cosa state pensando? - domand Ginny, con voce un
po' troppo alta. Non le risposero, e lei cap che non ce n'era
bisogno.
Seduto sul bordo del letto, Don contava sulle dita. - Il
nome sul registro. L'auto. Forse il numero di serie delle
banconote nuove. - Intanto Johnny si era rialzato e stava
infilando con cautela il pacchettino con i frammenti di vetro
nella tasca dei pantaloni.
Si volt verso la porta, come se volesse guardare fuori,
ma le tende erano tirate. Ginny intravedeva l'impugnatura di
metallo della rivoltella, ne indovinava la forma sotto la stoffa
tesa dei pantaloni.
A voce bassa, Johnny disse: - Certo, una cosa per volta.
Il registro fatto a schede. Non sono numerate in sequenza.
Nessun problema. - Si gir a met verso Don e con uno
strano sorriso fece il gesto di strappar via un foglio di carta.
- Non puoi fare lo stesso con l'auto - fece Don, piano.
- Un camion andato a finire contro l'arcata del ponte
vicino a Grover, tre mesi fa. C' ancora un bel buco. L'acqua
profonda laggi, la corrente molto forte, e lungo la strada
non ci sono centri abitati. Ho dei guanti da lavoro nella
stazione di servizio, se dovessero servire.
Ginny si premette la mano stretta a pugno sulla bocca,
cos forte da farsi male. - No - disse. - No. Non lo
permetter.
Improvvisamente Don allung il braccio oltre la valigia e
le afferr un polso, tenendolo stretto. Aveva lo sguardo
gelido. - Usa il cervello - disse piano. - L'assicurazione
ripagher le perdite. Quanto a quell'uomo, lui non una
perdita. Quando diventano cos, non c' modo di curarli.
Siamo solo noi tre. E nessuno dir mai una parola. Mai.
Centoventicinquemila per ciascuno, pi o meno.
- Non per ciascuno - disse Johnny, infilando i pollici
nella cintura, con atteggiamento risoluto. - Se devo fare io il
lavoro sporco per te, Ferris, ne voglio centottantacinque.
quasi la met. Come vi dividete il resto tu e lei sono affari
vostri.
- Un terzo per ciascuno, Benton.
- E tu cosa farai, in cambio?
Ginny aveva un nodo alla gola. Don lasci cadere la
sigaretta sul pavimento e la spense con un piede. Rimase
seduto con i gomiti poggiati sulle ginocchia, le mani
penzolanti, la testa bassa, poi si volt lentamente verso
Brown. Ginny vide che aveva la mascella tesa, una vena sulla
tempia che pulsava.
Quasi in un sussurro, Don disse: - Tu ti occuperai della
macchina. Io... far il resto. - E accenn appena col capo
verso Brown.
- Senza lasciare tracce - aggiunse Johnny, anche lui a
bassa voce.
- Vengo con te, lo stordisco, e sar l'acqua a completare
l'opera.
Johnny fece un cenno di approvazione, si avvicin al letto
e si ferm a met tra Ginny e Don, tamburellando
leggermente le dita brune su un angolo della valigia nera. -
Un cabinato - disse. - Una di quelle belle ragazze che girano
con la cappelliera. Una macchina sportiva. Tutto l dentro.
- Non tutto in un colpo - disse Don bruscamente.
Johnny si volt lentamente verso di lui. - Mi credi cos
stupido, Ferris?
Improvvisamente Ginny cap quel che doveva fare. Balz
in piedi pi in fretta che pot e corse verso la porta, sapendo
che non era chiusa a chiave. Aveva fatto solo tre passi quando
il braccio robusto di Johnny la afferr per la vita,e lei scivol
sul pavimento. L'uomo la fece rialzare con un gesto brusco,
premendole forte la mano sulla bocca. Le dita puzzavano di
benzina. Le venne la nausea, e temette di svenire. Da molto
lontano le giunse la voce di Johnny che diceva a Don: - un
problema tuo questo, no?
Don si avvicin a Ginny e le afferr i polsi, guardandola
negli occhi con aria supplichevole. - Ti prego, dolcezza. Non
c' nessun rischio. Non avremo mai pi una possibilit come
questa. Se non lo facciamo, e i poliziotti vengono a prenderlo,
credi che ci saranno ancora molti soldi quando avranno
finito? Se stai al gioco non dovrai muovere un dito e ti
toccher un bel terzo della somma. D'accordo?
Lei scosse la testa. Dietro di lui intravedeva Brown,
nell'identica posizione di prima. La testa era piegata
leggermente da un lato. Si rese conto che dormiva.
- Non c' modo di convincerla, credo - disse Johnny.
Don si sfreg il mento. Alz le spalle: - Tienila ferma,
allora. Fammi pensare.
- E se mettessimo anche lei nell'auto? - domand
Johnny, con calma.
Don alz gli occhi verso Johnny. Si mordicchi il labbro,
e Ginny cap, in preda al terrore, che stava davvero
prendendo in considerazione quella possibilit, anche se era
stato Johnny ad avere il coraggio di proporlo. La paura le
stendeva un velo sugli occhi e la faccia di Don le appariva
distorta, quasi sfuocata. Solo gli occhi, penetranti, erano
perfettamente nitidi. Alla fine Don scosse il capo. - Troppo
rischioso, Benton. Troppe domande. Dobbiamo coinvolgerla,
in modo che non possa parlare.
- Suggerimenti?
- Lasciami pensare, maledizione, lasciami pensare!
- tutto perfetto, Ferris - disse Johnny, in tono
rammaricato. - Tutto, tranne Ginny e la sua boccaccia. Si
mettono i soldi da parte e li si tira fuori a poco a poco. So
dove si possono cambiare quelli nuovi senza rischi.
- Vuoi stare zitto? - url Don.
- Se seguiti a gridare manderai tutto a monte.
- Scusa.
- Mi sta venendo un'idea. Ma dobbiamo far presto. Metti
quel tizio fuori combattimento mentre ci penso su, Ferris.
Don gli lanci un'occhiata tagliente. - Quale idea?
- Fa' come ti dico. Poi andiamo a prendere l'auto.
- Portiamolo fuori. pi sicuro.
- Fa' come ti dico, Ferris. Funzioner a meraviglia.
Don si volt a guardare l'uomo addormentato, poi and in
bagno e ne usc immediatamente con un asciugamano avvolto
intorno al pugno. Si pass la lingua sulle labbra, impacciato,
mentre si avvicinava a Brown. Esit.
- Va' avanti - ordin Johnny.
Mentre Don dava loro le spalle, Ginny sent che Johnny le
sfiorava i capelli con il mento e le dava un bacio sul collo,
tenendola ferma con entrambe le mani. Ebbe un brivido e
cerc di mordergli la mano, ma non riusc ad affondare i
denti nella pelle coriacea. Don fece un passo avanti e afferr
l'uomo addormentato per i capelli, gli pieg la testa
all'indietro con un gesto brusco e lo colp alla mascella con il
pugno bendato. Colp duramente, e Ginny cap che quella
scena le sarebbe rimasta profondamente impressa nella
memoria per tutta la vita.
Brown non croll. Pareva sconvolto e stordito. Alz
lentamente le mani, e Don Ferris gli sferr un altro pugno.
Johnny lasci andare Ginny e la sua voce disinvolta
risuon forte nella stanza: - Okay, signor Ferris.
Don si gir lentamente e lasci andare la chioma scura e
rada di Brown. Fece un passo avanti. Mentre cercava di
raggiungere la porta, Ginny vide Johnny estrarre il revolver
dalla tasca.
Don si blocc, si volt verso di lei e disse, con un filo di
voce: - Ginny! Vuol prendersi tutto! Ginny!
Johnny indietreggi rapidamente, in modo da tenere
d'occhio entrambi. Poi le rivolse un sorriso, tenendo la
rivoltella puntata verso Don. - Piccola, va' a telefonare alla
polizia, in citt. Cerca di parlare con Tom Heron.
L'asciugamano avvolto intorno al pugno di Don cadde per
terra, e lui si irrigid. - Aspetta un secondo, Ginny. Okay,
Johnny, ti capisco. Sarebbe stato troppo rischioso. Ascolta,
quel tizio troppo suonato per ricordarsi qual era il totale.
Facciamo cos: prendiamone qualche mazzetta, non tanti,
venti o trentamila. Nessuno si accorger della differenza. Lui
troppo svitato perch gli credano. Usa il cervello, Johnny. E
tu, Ginny, che male ti ho fatto, si pu sapere? Vieni qui!
Sollev le braccia, in un gesto supplichevole.
- Appena hai telefonato torna qui, Ginny - disse
Johnny, a bassa voce.
Lei usc e corse in ufficio. La linea era libera. Tom Heron
era in sede. - Sono la signora Mallory del Belle Wiew Courts,
sulla Statale Diciassette. Johnny Benton sta tenendo d'occhio
un tizio che vi interessa. quello che... che ha rubato tutto
quel denaro a Boston.
All'altro capo del filo l'uomo rimase senza fiato, allibito,
poi disse: - Bene. Saremo l fra dieci minuti. - Venticinque
chilometri, pens lei, forse ce la faranno in dieci minuti.
Ginny rifece la strada di malavoglia. La rapida
successione degli eventi pareva averla privata della capacit
di ragionare. La porta era ancora aperta, e lei guard
attraverso la zanzariera. Ora la valigia era sul pavimento, e il
signor Brown giaceva sul letto. Si premeva un asciugamano
bagnato contro il mento e lo sguardo mite dei suoi occhi
spalancati era rivolto al soffitto. Don aveva appoggiato un
piede sulla sedia dove prima era seduto Brown. Johnny si
stava accendendo una sigaretta, e non aveva pi la pistola.
Quando vide Ginny le offr da fumare tenendo acceso il
fiammifero. Lei si chin verso la fiamma, poi alz gli occhi
verso di lui.
Quando distolse lo sguardo, incroci quello di Don.
L'uomo aveva ripreso il suo aspetto familiare, gli occhi arguti
e maliziosi. - Be', era solo un'idea - disse.
Ginny non riusciva a guardarlo negli occhi. Volt le spalle
a entrambi.
- Che ti succede, dolcezza? - chiese Don, calmo.
Lei si strinse nelle spalle, incapace di rispondere. I
minuti passarono, lenti, interminabili, finch delle auto
giunsero da sud a forte velocit, rallentarono ed entrarono
nel viale, slittando sulla ghiaia. Ginny si rallegr che non
avessero azionato la sirena.
Don disse rapidamente a Johnny: - Non hai nulla in
mano, Benton. Nulla che tu possa usare.
- Non ce l'ho, infatti - rispose Johnny con la sua voce
profonda. - Diamine, sei un avvocato, no?
Erano andati via. Le auto e il denaro e il signor Brown.
Anche Don Ferris se n'era andato, lasciando di nuovo libera la
stanza numero quindici.
Ginny era fuori, nella notte, le braccia incrociate, e
vedeva le luci della stazione di servizio brillare in lontananza.
La notte era molto pi buia di prima. Mentre i suoi occhi si
abituavano all'oscurit, vide Johnny che attraversava con
calma la strada. Lento, grosso, l'uomo si ferm accanto a lei.
- Non stata una buona cosa, Ginny - disse lentamente.
- Credo che tu sappia perch.
- Credo di s.
- Sai, Ginny, una volta quand'ero ammalato, da bambino,
il termometro cadde per terra e si ruppe, e qualcuno mise il
mercurio in un piattino. incredibile quella roba. Se inclini
leggermente il piatto, il mercurio ti scivola via tra le dita.
bello, ma infido.
- Johnny, io non voglio...
- Devi ascoltarmi. Lui proprio cos. Veniva qui di
continuo, e non c'era proprio niente da dire su di lui. Poi ho
visto come fissava tutto quel denaro, quello sguardo cos
particolare. Ho capito a cosa stava pensando. E allora gli ho
dato quella minima opportunit. Come quando si inclina il
piattino per vedere scorrere via il mercurio. Vedi, temevo che
ti portasse via di qui, e volevo che tu vedessi chiaramente a
che cosa mirava, secondo me.
- Io... non dimenticher mai il modo in cui lui...
- Lo so. buffo, ma anch'io ho scoperto di non essere un
santo.
- Cosa vuoi dire?
-C' stato un attimo in cui... non so. La pistola in mano,
e tutta quella grana. Di colpo mi venuta una voglia pazzesca
di prendere tutto e fuggire.
- Non l'avresti mai fatto - disse lei, in tono deciso.
- Sono felice che la pensi cos, piccola. - La sua voce
aveva una nota divertita.
Lei si volt verso di lui. - Johnny?
- S?
- Tu non volevi che lui mi portasse via di qui.
Ginny avvert il suo improvviso imbarazzo, dovuto alla
timidezza. - vero, ma non voglio parlarne ancora. Non cos
presto. Non giusto parlarne cos presto. Scotty e io, be'...
insomma, sai quello che voglio dire.
- So quello che vuoi dire, Johnny.
Lei rientr in ufficio un attimo per accendere la grossa
insegna "Belle Wiew Courts-Stanze libere". Poi torn fuori e
si ferm al suo fianco nella dolce notte della Georgia, e
insieme attesero che un viaggiatore notturno giungesse dalla
lunga strada diritta, annunciato dalla luce stanca dei fari.
Talmage Powell
Una morte improvvisa
"Alfred Hitchcock's Mystery Magazine", 1957
Talmage Powell esord nel 1943 con un lungo racconto
giallo annunciato sulla copertina di una rivista pulp. In
seguito scrisse all'incirca altri cinquecento racconti,
spaziando tra vari generi: mystery, poliziesco, western,
fantascienza, e racconti per riviste maschili. Dei suoi
romanzi, in maggioranza gialli, cinque furono pubblicati in
edizione economica tra il 1959 e il 1964 e avevano come
protagonista il detective privato Ed Rivers di Tampa, un
personaggio ben pi realistico della massa di detective che
spuntarono come funghi negli anni Cinquanta e Sessanta.
Una morte improvvisa, la storia drammatica di un uomo alla
ricerca di un pirata della strada che ha ucciso sua moglie, fu
pubblicato originariamente sull'"Alfred Hitchcock's Mystery
Magazine" nel 1957; in seguito Powell lo riprese ampliandolo
nel suo primo romanzo, The Smasher (1959).
B. P.
La stanza d'albergo era squallida, e la relazione
impegnativa. Seduto alla scrivania sotto la quale si
accumulavano le cartacce, feci una pausa per accendermi una
sigaretta. Appoggiandomi allo schienale della sedia, colsi di
sfuggita la mia immagine nello specchio del com. Il ritratto
dell'Uomo Qualsiasi. Altezza: un metro e ottanta. Peso:
settanta chili. Un ciuffo di capelli neri sulla fronte corrugata.
Gli occhi socchiusi, la faccia malrasata, un po' pallida per la
fatica.
Firmai la relazione: Steve Griffin.
Mi alzai, mi stiracchiai e mi accorsi che fuori era buio e
che avevo fame. Infilai i documenti nella valigia appoggiata
alla scrivania e decisi di fare una doccia per rinfrescarmi.
Non feci in tempo.
Squill il telefono.
- Signor Griffin?
- S.
- Chiamata interurbana. Un attimo, la metto in
comunicazione... Ecco fatto... parlate pure, prego.
La linea pareva disturbata. Sentivo la voce lontana,
flebile.
- Maureen! - dissi. - Che sorpresa! Aspetta un secondo,
dico all'operatore che la linea ...
Maureen si schiar la voce, a centocinquanta chilometri di
distanza. - La linea funziona benissimo - disse, parlando
pi forte.
Strinsi le dita intorno alla cornetta.
- C' qualcosa che non va? Penny? Penny sta bene?
- Sta guardando un programma per bambini alla TV. Oh
s, sta bene. Ma... ma lei non lo sa ancora.
- Non sa cosa? Che significa?
- Steve, devi tornare a casa. Immediatamente. - La voce
era salita di tono. Ci fu un attimo di silenzio, poi lei aggiunse
a bassa voce, semplicemente: - Un uomo sta cercando di
uccidermi, Steve. Ci ha provato per la seconda volta, oggi. La
prima poteva essere un incidente. Ma non la seconda. La
seconda no!
Crollai sulla sedia con tutto il mio peso, mentre la voce
lontana mi implorava di correre a casa. Era successo la prima
volta due giorni prima, disse. La stessa auto. Maureen era
andata in un vivaio fuori citt a prendere qualche arbusto da
piantare per Dudley. L'auto aveva svoltato bruscamente
all'incrocio, facendo stridere le gomme. Lei si era buttata da
una parte, evitando a malapena di essere investita. Oggi era
successo mentre scendeva dal marciapiede di fronte al
supermercato, con la borsa della spesa.
La stessa auto. Massiccia, verde. Come la nostra.
- Mio Dio, Maureen! E perch?
- Perch? - disse lei. E si mise a piangere. Non era da
lei. Maureen non piangeva mai. Sembrava impossibile che
stesse piangendo perch qualcuno aveva tentato di ucciderla.
- Te lo dir quando sarai a casa, Steve.
Corrugai la fronte. - Tieni duro, arrivo. Chiama la
polizia.
- S, Steve... quando sarai qui.
Centocinquanta chilometri di oscurit, mentre la pioggia
iniziava a cadere. Guidavo una decapottabile del reparto
vendite. Era leggera e non teneva bene la strada.
Non avevo pi fame. La telefonata continuava a ronzarmi
in testa. Qualcuno stava cercando di uccidere Maureen, ma lei
voleva che fossi l, in carne e ossa, per spiegarmene il motivo
e avvertire la polizia.
Una situazione irreale, come il nostro primissimo
incontro. Era successo in Germania, negli ultimi giorni di
guerra. Maureen faceva parte di un gruppo inviato per
sollevare il morale delle truppe e quando apparve l'aereo
tedesco - uno di quegli avvoltoi solitari abbandonati dalla
Luftwaffe, impazziti per l'umiliazione - lei e io finimmo nella
stessa trincea. Era piena di fango, ma io spinsi gi Maureen
proteggendola con il mio corpo. Si ud un rutto di fucili, l'urlo
di una sirena. Lei era tutt'altro che tranquilla, e tuttavia non
tremava.
In pochi secondi fu tutto finito. L'aereo si allontan e a
terra le attivit ripresero.
- Sangue - disse Maureen guardando la mia schiena, e
impallid. Poi balz fuori dalla trincea e torn con due uomini
che reggevano una barella. Mi estrassero dalla buca e lei
rimase al mio fianco mentre correvamo verso l'ambulanza. Mi
parve minuta, trafelata, e la brezza le scompigliava i capelli
biondi e ricciuti, tagliati corti.
Mentre mi caricavano sull'ambulanza rimase l, china e
mortificata.
- Verr a trovarti in ospedale, soldato.
- Magnifico - dissi io stringendo i denti, perch lo
stordimento iniziale stava passando.
Non era una ferita grave, ma aveva messo allo scoperto
un muscolo della schiena, ed era lenta a guarire. Lei venne a
trovarmi tre volte finch rimasi in zona. Mantenni la
promessa di cercarla quando tornai negli Stati Uniti. Ci
frequentammo per un po'. Nessuno dei due aveva parenti
stretti. La nostra esperienza oltreoceano ci aveva cambiato.
Avevamo bisogno di qualcosa. Decidemmo che avevamo
bisogno l'uno dell'altra. Una sera, al termine di una festa,
nessuno dei due aveva voglia di tornare a casa.
Vagabondammo in macchina tutta la notte, in uno stato che si
potrebbe definire di leggera ebbrezza, e al mattino presto ci
sposammo.
Non era un matrimonio perfetto, ma avevamo fatto in
modo che funzionasse. Non eravamo innamorati nel senso
tradizionale del termine, ma avevamo molto in comune: ci
scambiavamo solidariet e comprensione, eravamo disposti a
tollerare i piccoli difetti reciproci senza avercene a male o
irritarci, semplicemente perch nessuno dei due giudicava
l'altro in base a un ideale romantico.
A cementare la nostra unione arriv nostra figlia Penny,
cinque anni, una testa bionda piena di ricci e i dentini bianchi
e regolari.
Se tutto ci pu sembrare un po' deprimente, si tratta di
un'impressione sbagliata. Avevamo un folto gruppo di amici
che frequentavamo in occasione di visite e feste. Maureen era
intelligente, e facile al riso. Il suo difetto pi trascurabile era
l'odio per i dettagli, che si rifletteva nel modo in cui teneva la
casa. Quello pi grave era il continuo bisogno di
apprezzamento. Non era leziosa, n in cerca di avventure, ma
quando entrava in una stanza doveva essere certa che gli altri
notassero la sua presenza. Il suo istinto di attrice? Forse. Ma
ero pi incline a pensare che quell'atteggiamento derivasse da
un profondo senso di insicurezza.
Apparvero le prime luci della citt. Il flusso delle auto si
fece pi intenso. Mi destreggiai attraverso il traffico cittadino
con l'abilit di un tassista. Mi addentrai nel quartiere
residenziale dove abitavamo, Meade Park, stringendo le dita
sul volante fino a farmi male.
Era mezzanotte e pioveva ancora pi forte di prima. Qui e
l in fondo ai giardini brillavano le luci delle abitazioni, che
erano nuove, bianche e accoglienti.
Svoltai all'angolo con Tarrant Boulevard. La nostra casa
era a met dell'isolato. Le luci del soggiorno erano accese e la
nostra auto era parcheggiata sotto la tettoia. Mi fermai dietro
la berlina verde e mi lasciai andare contro lo schienale, felice
per un attimo di vedere l'auto e la casa illuminata.
Scesi dalla decapottabile, tirai su il bavero
del'impermeabile e attraversai di corsa il prato fino
all'ingresso.
Entrai e richiusi la porta, aspettandomi di vedere
Maureen che si alzava dalla poltrona, ma il soggiorno era
deserto.
- Maureen?
Il silenzio che regnava nella casa divenne sempre pi
evidente. Mentre controllavo rapidamente il pianterreno,
cominciai a provare una dolorosa sensazione di vuoto.
Feci i gradini a due a due, con il cuore che mi martellava
nel petto. Raggiunsi la camera da letto e con un'occhiata mi
resi conto che era deserta. Allora corsi verso la porta della
stanza di Penny, ma non ebbi il coraggio di aprirla. Dovetti
fermarmi un attimo, spezzando il silenzio con il mio respiro
affannoso, prima di riuscire a girare la maniglia e ad
accendere la luce.
Penny era nel letto che dormiva, cingendo con un braccio
il suo orsacchiotto gigante. Si stir e poi fece un sospiro,
immersa in un sonno profondo.
Tornai al pianterreno, asciugandomi il viso e le mani.
Quando arrivai in soggiorno, il fazzoletto era fradicio.
La cosa fondamentale era non perdersi d'animo, e
pensare al da farsi. Mi accesi una sigaretta e cercai di
calmarmi. Mentre buttavo il cerino nel portacenere, notai il
mozzicone. Lo raccolsi. Era ancora umido, molle. Non doveva
essere l da molto. Non era di Maureen, non aveva tracce di
rossetto. Doveva essere di un uomo.
Mi trattenni dal chiamarla ad alta voce, anche se dentro
di me urlavo il suo nome, e mi ritrovai sulla porta d'ingresso
a scrutare nell'oscurit, in cerca di qualche traccia di lei.
Forse era uscita. Ma non poteva essere andata lontano in una
notte come quella, senza l'auto e con Penny sola al piano di
sopra. Le luci delle case vicine erano spente.
Chiusi la porta. Come tutte le persone normali, ero
riluttante a chiamare la polizia. Poi ricordai il suono della
voce di Maureen, fioca, distante.
Presi il telefono situato in una piccola nicchia
all'ingresso, formai il numero e una voce calma, annoiata, si
sostitu al segnale all'altro capo del filo. - Stazione di
polizia, quinto distretto.
- Voglio denunciare la scomparsa di una persona.
- La metto in comunicazione con l'ufficio.
Silenzio. Mi asciugai le labbra con il dorso della mano.
Un altro clic.
- Persone scomparse. Parla DeCoster.
- Sono Steven Griffin, 642 Tarrant Boulevard. Mia
moglie scomparsa.
DeCoster sospir, come si trattasse della solita routine. -
Come si chiama?
- Maureen. Lei...
- Cosa le fa pensare che sia scomparsa? certo che non
sia uscita o che non sia stata chiamata da un'amica, o che non
stia tardando a tornare dal cinema?
- Senta - dissi. - Due ore fa io ero a centocinquanta
chilometri di distanza. Lei mi ha telefonato. Ha detto che
qualcuno stava cercando di ucciderla e mi ha implorato di
tornare a casa. Quando sono arrivato, in casa c'erano le luci
accese, l'auto era al suo posto... ma di lei nessuna traccia. Se
ha delle domande da farmi...
- Ne parliamo quando sar l - rispose DeCoster.
Otto minuti dopo, un'auto della polizia si ferm di fronte
alla casa sollevando spruzzi d'acqua. Io ero sulla porta, in
attesa. DeCoster e un poliziotto giovane in uniforme uscirono
sotto la pioggia, si presentarono ed entrarono con me nel
soggiorno.
DeCoster era un uomo alto, magro, dalla pelle olivastra.
Aveva il viso lungo, con borse profonde sotto gli occhi che
erano grigi e animati da una luce tagliente.
- Mi racconti - esord, tirando indietro il cappello dalla
fronte.
Gli dissi tutto.
- Ha una sua fotografia?
Presi un ritratto di Maureen da un tavolo d'angolo.
DeCoster lo esamin e dal suo sguardo mi resi conto che la
giudicava molto attraente.
- Un folletto - disse. - Maliziosa. Occhi a mandorla. Bei
denti. Non difficile da riconoscere. - Porse la fotografia al
poliziotto in uniforme dicendogli di estrarla dalla cornice,
dopo avermi chiesto il permesso.
- Si sieda - aggiunse rivolto a me - e parliamo.
- Parlare? Perch non fate qualcosa? - Gli avevo gi
detto del mozzicone nel mio primo resoconto. Ora glielo
ricordai. - Chiunque stesse fumando quella sigaretta non pu
aver portato via Maureen molto prima del mio arrivo. Ogni
minuto che si perde...
Mi mise una mano sulla spalla. - So come si sente, ma lei
sta gi saltando alle conclusioni. Ammesso che lei abbia
ragione, quell'uomo non certo fuori allo scoperto, seduto
tranquillamente accanto a sua moglie ad aspettarci. - Fece
un cenno col capo al giovane agente. - Trasmetti tutti i dati
per radio.
Il poliziotto si allontan con la foto di Maureen. DeCoster
mi dedic la pi completa attenzione, come se fossi il suo
primo cliente da cinque anni.
- Mi parli di lei.
- Cosa vuole sapere?
- Tutto quello che le viene in mente. Abitudini, amicizie,
preferenze, antipatie. Nemici.
- Non ne aveva... non di quel tipo.
Sorrise e rimase in attesa, e io mi sentii gelare. I suoi
occhi dicevano: "Ma s, invece, ne ha almeno uno di quel
tipo".
Provai sollievo a parlare di lei. Fin quando potevo
parlarne al presente, avevo qualcosa a cui aggrapparmi.
DeCoster era un buon ascoltatore, la sua attenzione non
veniva mai meno.
Cercai di fargli capire com'era Maureen, il suo strano
miscuglio di maturit e perpetua adolescenza. Proprio quando
ti convincevi che il suo atteggiamento sarebbe sempre
rimasto ingenuo e infantile, emergeva in lei l'amara
consapevolezza della vita di un vecchio filosofo pessimista.
Proprio quando sembrava che bastasse l'abbaiare di un
cucciolo a spaventarla, dimostrava una grinta e una
determinazione che avrebbero messo in fuga un mastino.
Con un cenno, una parola, un'espressione del viso,
DeCoster continuava a farmi parlare. Seppe cos che lei aveva
fatto l'attrice, con scarso successo. Gli occhi le si riempivano
ancora di nostalgia quando la conversazione scivolava su
argomenti che riguardavano il teatro, ma non aveva parlato
molto del periodo in cui recitava da quando era nata Penny.
DeCoster apprese poi che io ero socio di minoranza in una
fabbrica di materie plastiche diretta da Willis Burke, con cui
avevo fatto amicizia durante la guerra. L'iniziativa aveva
avuto successo. Will, che discendeva da un'antica e
importante famiglia, aveva fornito la maggior parte del
capitale iniziale sfruttando un'eredit. Era il manager,
l'organizzatore, il contabile. Io mi occupavo dei clienti.
- Quindi lei spesso lontano da casa?
- La maggior parte del tempo... - Mi interruppi. Ci
fissammo, seduti l'uno di fronte all'altro. Posai le mani sui
braccioli della poltrona. - Tutti i poliziotti hanno pensieri
meschini come lei?
- Senta, tenga bene a mente una cosa. - Il viso di
DeCoster pareva pi lungo, pi scavato. - Ci sono solo tre
possibili spiegazioni perch qualcuno le stesse alle calcagna,
Griffin. Primo: pu trattarsi di un pazzo. Secondo: pu averla
scambiata per un'altra.
- E terzo?
- Terzo: quando lei era assente sua moglie ha fatto
qualcosa che ha spinto qualcuno a desiderare di ucciderla. -
Lo disse con gentilezza. Ma io lo odiai.
Suonarono alla porta. Saltai su dalla sedia e raggiunsi la
soglia prima di DeCoster. Fuori c'era Willis Burke. Era un
uomo alto, ma dava l'impressione di essere tozzo. Si muoveva
con l'inconsapevole disinvoltura di chi non ha mai avuto
problemi di denaro. A trentacinque anni, aveva ancora la
faccia da ragazzo all'ultimo anno di college, presidente
dell'associazione studentesca. Una faccia quadrata, con una
fessura sul mento. Sopracciglia folte, ma regolari. Capelli
castani che ricadevano a punta sulla fronte, alta e spaziosa.
Era senza cappello, e gocce di pioggia brillavano sui suoi
capelli e sull'abito scuro. Aveva bevuto, almeno quel tanto da
fargli assumere un colorito paonazzo.
Mi agit un dito sotto il naso. - Ho visto l'auto aziendale
nel vialetto. Immagino che chiederai un extra per aver
finito...
- Vieni dentro, Will. successo qualcosa.
Entr e io chiusi la porta. Will spost lo sguardo da
DeCoster a me, e si rese conto che le mie parole avevano un
significato preciso.
- Qualche problema, Steve? - domand. - Ti serve
aiuto? Faremo come ai vecchi tempi, amico.
- Will, Maureen scomparsa.
La sbornia gli pass di colpo, e mi fiss. Poi fece una
smorfia. - Quando?
- Stanotte.
Proseguii parlando il pi velocemente possibile, perch
non volevo sentire le parole che stavo dicendo. DeCoster mi
ascolt senza dire nulla.
Will si inumid le labbra: - Fammi capire: lei ha
telefonato, ha detto che avevano tentato di ucciderla due
volte, e quando sei arrivato qui era sparita. proprio vero?
Non che ho perso i sensi e sto sognando?
- Lei sobrio a sufficienza- disse DeCoster.
- quel che temevo. - Will ebbe una leggera vertigine e
si sedette. Poi si rialz. - Ecco perch aveva l'aspetto di una
persona che non riesce a dormire da molto tempo.
- Quando l'ha vista l'ultima volta, signor Burke?
- Ieri sera. Io e Carla, mia moglie, l'avevamo invitata a
cena. Ci eravamo accorti di quanto fosse gi, e avevamo
deciso che aveva bisogno di distrarsi per una sera. Ma la cosa
non ha funzionato.
- No?
- Carla e io abbiamo litigato. Succede spesso. Non
ricordo pi quale fosse il pretesto ieri sera... ah, s, Carla si
era dimenticata di prenotare al Penguin Club. Avrei dovuto
chiamarla durante il giorno per ricordarglielo, mi ha detto,
sapendo quanto sono piene le sue giornate, a quante cose
debba pensare. Di solito Maureen ride di queste piccole
schermaglie. Ma ieri sera ha perso le staffe e ci ha piantato in
asso. Oggi ci ha chiamato per scusarsi. Ha detto che non era
da lei, ma ha dato la colpa a un forte mal di testa.
- Oggi non l'ha vista?
- No. Al telefono le ho chiesto se potevo esserle d'aiuto,
ma mi ha detto che aveva solo bisogno di un giorno o due di
riposo. Pensava di rimanere a letto e di alzarsi solo per
andare a fare la spesa al supermercato, nel tardo pomeriggio.
Allora ho lasciato perdere. Francamente, avevo ancora il pelo
un po' arruffato per ieri sera. Quando Maureen se n'era
andata, Carla aveva messo su un disco e aveva cominciato ad
accusarmi di essere uno stupido insensibile a urtare cos i
sentimenti di Maureen, e un autentico villano a lavare i panni
sporchi in pubblico. Ho trascorso la notte al club. Questa
mattina ho lavorato un po', poi sono uscito per curarmi i
postumi della sbornia, cura che non ho ancora completato.
- La signora Burke ha visto la signora Griffin oggi?
- Non so. Chiedetelo a lei.
- Lo far - disse DeCoster. - Mi sembra di capire che le
vostre famiglie abbiano legami pi stretti di quelli puramente
d'affari.
- Siamo amici - conferm Will. - A volte vengo qui,
quando voglio cenare in pace. - Il suo sguardo si muoveva
per il soggiorno. - Calore. Relax. Non come casa mia.
- Ci viene anche quando il signor Griffin non in casa?
- domand DeCoster tranquillamente.
La fessura sul mento di Will si fece pi profonda. - Ehi,
signor pubblico ufficiale, vuole un pugno sul muso?
- O lei non cos sobrio come pensavamo - rispose
DeCoster - o molto stupido. Risponda alla domanda!
Will esamin il poliziotto e decise di parlare invece di
prenderlo a pugni. - Non sono a caccia di avventure, prima
di tutto - disse. Mi lanci un occhiata. - In secondo luogo, si
d il caso che Steve sia mio amico.
Ero contento che l'avesse detto, e che l'avesse detto in
quel modo. La maligna insinuazione di DeCoster su Maureen
mi rodeva il cervello, malgrado i miei sforzi per ignorarla.
Squill il telefono. Andai a rispondere. La chiamata era
per DeCoster.
Il poliziotto si limit ad ascoltare, per lo pi,
pronunciando solo qualche monosillabo e fissandomi con lo
sguardo cupo. Dal soggiorno si ud il tintinnio del collo di una
bottiglia contro un bicchiere, Will stava curandosi la sbornia.
DeCoster rimise a posto il ricevitore. Il suo volto era
livido. Come se parlasse a se stesso, disse: - Un rapido colpo
di bisturi pi pietoso del lento affondare di un coltello.
Lo afferrai per un braccio. - Cosa significa?
- Una donna che risponde alla descrizione di sua moglie
appena stata portata all'obitorio.
Di colpo tutto cambi intorno a me. Mi parve che le pareti
di casa si allontanassero di colpo a velocit spaventosa
lasciandomi solo in un luogo buio, esposto a un vento gelato.
Poco a poco rimisi a fuoco la faccia di DeCoster. Stava
posandomi una mano sul braccio. - Potrebbe trattarsi di un
errore. Potrebbe non essere sua moglie. Bisogna che lei vada
l per accertarsene.
Era Maureen, mi dissi. Avevano la sua fotografia. Era
facile da riconoscere. Anche DeCoster l'aveva detto.
Mi fermai ai piedi delle scale, con una mano sulla parete
e l'altra sul montante della ringhiera. Alzai lo sguardo verso
il corridoio dove brillava una fioca luce notturna. Dove
regnava il silenzio, e c'era una bimba che dormiva.
Sentii la mano di DeCoster sulla spalla. - Far venire
una donna poliziotto, il sergente Elda Darrity. giovane,
simpatica, e adora i bambini. Se la sua piccola si sveglia, il
sergente sapr cosa fare.
Will era nell'ingresso, e aveva sentito abbastanza per
capire. Aveva un'espressione stravolta. - Vengo con te,
Steve. Dir a Carla di venire qui a occuparsi di Penny.
- Mi fa piacere che tu venga con me - dissi - ma non
vale la pena di disturbare Carla. - Preferivo che ci fosse la
donna poliziotto in casa, se Penny si fosse svegliata. Carla era
una chiacchierona, e c'era il rischio che si lasciasse sfuggire
qualcosa su questa brutta faccenda con la bambina.
La donna poliziotto era una graziosa brunetta dall'aria
capace, piuttosto tozza, ma con un'espressione gentile.
Con Will e DeCoster al fianco uscii nella notte. Ci
piazzammo tutti e tre sul sedile posteriore di una macchina
della polizia, guidata da un giovane agente in uniforme.
L'interno dell'auto era caldo e asciutto. La pioggia
insistente colava sui finestrini, tambureggiava sul tetto. I
tergicristalli faticavano a tenere sgombro il parabrezza.
Mi venne in mente l'espressione umile e tenera di lei
mentre mi caricavano sull'ambulanza. - Verr a trovarti in
ospedale, soldato...
L'obitorio era un edificio in arenaria. I gradini che
conducevano alla doppia porta di vetro erano consunti e
sbrecciati.
Dopo quella corsa nel buio, le luci all'interno parevano
bianchissime e violente. DeCoster parl a bassa voce con un
uomo.
- Da questa parte, prego, signor Griffin.
Un corridoio ci condusse in una stanza mantenuta a bassa
temperatura. Un giovanotto in camice bianco con le scarpe
dalla suola di gomma sollev il lenzuolo che ricopriva la
sagoma distesa su un tavolo mortuario e io procedetti
all'identificazione. Lo avevo gi fatto mille volte, durante il
tragitto.
L'uomo in camice bianco torn a coprire con la tela
bianca il volto della morte, e io me ne andai. Mi sentivo
gelare, nonostante il sudore che mi colava sulle guance.
Cercai di ricordare il riso di Maureen, ma negli oscuri recessi
della mia mente rimaneva solo quell'ultima immagine di lei:
pesta, insanguinata, priva di ogni dignit. Gli abiti fradici e
lacerati. I capelli bagnati intorno al viso minuto e aguzzo.
L'indomani, al suo risveglio, Penny avrebbe chiesto di sua
madre.
Camminavo, e altre due o tre persone mi camminavano al
fianco. Riuscii a infilarmi una sigaretta tra le labbra e
qualcuno avvicin la fiamma di un accendino.
Di nuovo la pioggia sul viso. Poi il turbinio di luci
sfuocate fuori dall'auto della polizia. Will e DeCoster erano
sempre con me.
Giunti a casa, scendemmo tutti e tre ed entrammo. La
donna poliziotto disse che Penny stava ancora dormendo.
Andava tutto bene.
Andava tutto male, invece. Era tutto fuori posto. Ogni
cosa appariva di colpo distorta, corrotta, ingiusta. C'era
bisogno di Maureen. Penny aveva bisogno di lei, e anch'io, e
anche la casa.
In qualche punto della citt, un uomo stava ormai
rilassando i muscoli e i nervi. Forse sorrideva fra s, o beveva
qualcosa, o un nuovo pensiero lo assaliva mentre ricostruiva
tutta la vicenda cercando di individuare i punti deboli, il pi
piccolo errore.
Nessuno poteva aver bisogno di un uomo del genere.
DeCoster mi domand se stessi bene. Annuii, e Will gli
assicur che non mi avrebbe lasciato solo.
DeCoster si rivolse a me: - Le parole sono prive di senso
in momenti come questi, quindi non dir nulla. Si rilassi,
Griffin, se riesce, e si riposi. Avremo bisogno di tutto l'aiuto
possibile. Dovr parlare con molte persone domani mattina.
Annuii. DeCoster e la donna poliziotto se ne andarono. Mi
sedetti sul divano del soggiorno e affondai il viso nelle mani.
Sentii che Will andava a prendere il whisky in sala da pranzo.
Torn con la bottiglia in mano. - Un bicchierino a scopo
terapeutico, Steve?
Scossi il capo. Lo guardai mentre se ne versava un dito.
Sembrava stanco, quasi sofferente. Non bevve il suo drink,
ma rimase seduto con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, il
bicchiere stretto tra le mani. Fissava il tappeto.
Poi alz la testa. - Steve, non sono stato del tutto sincero
con DeCoster.
- Che vuoi dire?
- Sono venuto in questa casa mentre tu non c'eri. Dopo
questa terribile disgrazia, bisogna che te lo dica. Voglio che
tu sappia, Steve, che lei era come una sorella per me.
La sua voce si spense.
Rimasi seduto, immobile. - Va' avanti, Will.
Abbozz un gesto con la mano. - So che questo rischia di
farmi perdere qualcosa che a cui tengo da molto tempo,
Steve: la nostra amicizia. Ma non posso correre un altro
rischio: che tu lo venga a sapere da qualcun altro. Era un
rapporto del tutto innocente, ma potresti pensarla
diversamente se lo venissi a sapere per vie traverse.
Si interruppe di nuovo. Sembrava facesse fatica a trovare
le parole. Lo lasciai sulle spine, e non dissi nulla.
- Lei non era in tutto e per tutto la giovane moglie
perfetta che tu avresti desiderato, Steve. Dio, se ci ha
provato! Per il tuo bene, e per quello di Penny. Ma aveva
delle qualit che riteneva di dover sfruttare. E che non erano
poi male. Una generosit spontanea. Un bisogno disperato di
applausi, di approvazione. Per comportarsi da adulta aveva
bisogno di tenere costantemente sotto controllo la sua
immaturit.
"Ammirava il tuo carattere, Steve, la tua forza, il tuo
atteggiamento concreto. Era una persona diversa quando tu le
eri accanto.
- Stavi per raccontarmi di voi due - dissi - e ora mi
tratti come un idiota che non sa niente di sua moglie.
Non mi resi conto che stavo quasi urlando finch non
smisi di parlare e ripiombammo nel silenzio.
Will butt gi il suo drink rapidamente. - Te l'ho detto -
prosegu - e ti ho spiegato il perch. Ci siamo visti solo
qualche volta da soli. E nessuno dei due ha mai pensato a una
relazione. Parlavamo, pranzavamo insieme, ogni tanto
andavamo a fare un giro e scherzavamo come due bambini.
- Come se foste ancora al college - dissi io.
Chin il capo con una smorfia. - Forse hai ragione,
Steve. Probabilmente era un tentativo di rimettere indietro
l'orologio e fuggire dalla realt.
- E poi tornavi da Carla.
Fiss il tappeto e non disse nulla.
- Tua moglie lo sa?
- Non gliel'ho detto. Non credo che capirebbe. Steve,
vuoi che me ne vada?
- No - dissi. - Credo che tu mi abbia detto la verit.
Credo che tu abbia mentito a DeCoster perch in questo modo
pensavi di proteggere il mio onore. - Mi alzai. - Quindi non
ti chiedo di andar via, Will. Ma non pensi sia meglio che tu
torni da Carla?
- Lei star bene. E io rester qui. Pu darsi che possa
rendermi utile. E grazie, Steve.
Salii quelle scale silenziose che non riuscivo pi a
sopportare e mi diressi verso la camera matrimoniale.
Mi tolsi le scarpe e mi buttai di traverso sul letto, conscio
della presenza dell'altro giaciglio vuoto accanto a me. Non
accesi la luce.
Il buio era fitto, e udivo il picchiettio insistente della
pioggia contro i vetri della finestra. Avrei potuto trascorrere
pi tempo con lei. Avrei potuto imparare a conoscerla meglio.
Ora mi rendevo conto che non l'avevo conosciuta affatto, o
quasi. Ero stato troppo occupato a far soldi, perch credevo
fosse la cosa pi importante che potessi fare per lei. Non mi
ero reso conto di privarla di qualcosa...
La ragazza arriv di buon ora il mattino seguente. Will
dormiva nella stanza degli ospiti e Penny non si era ancora
svegliata. Io ero in cucina a preparare il caff e a riflettere su
uno dei problemi pi seri che avessi mai dovuto affrontare,
ovvero come dirlo a Penny, quando suon il campanello.
Era una ragazza alta, attraente. Aveva lineamenti
marcati, con zigomi alti e una bocca intensa dalle labbra
piene. Aveva grandi occhi bruni e lucenti e capelli castani che
le arrivavano quasi alle spalle. Da tutti questi particolari si
indovinava un carattere affabile e tranquillo.
- Lei dev'essere Steve - disse, e la sua voce aggiunse
un'ulteriore nota di calore al tutto. - Sono Vicky Clayton.
Not la mia espressione attonita. - Maureen non le ha
mai parlato di me? - Sotto l'apparente tranquillit, era
nervosa. Lo si capiva dal modo in cui stringeva il giornale
nella mano sinistra.
- Pu darsi, signorina Clayton. Il mio cervello non
funziona molto bene stamattina.
- Ma certo. - Mi sfior il polso con la mano con un gesto
inconscio, istintivo. - Mi dispiace, Steve - disse
semplicemente. - Io e Maureen eravamo amiche una volta.
Eravamo ancora sulla soglia. Feci un passo indietro e lei
entr.
- Vuole un po' di caff? - domandai.
Lei non protest, n si scus per essere giunta in un
brutto momento. - Grazie - mi disse.
Si sedette al tavolo da pranzo e io andai a prendere il
caff. Aveva posato il giornale sul tavolo, e quando vidi la
notizia lo tirai su. Una donna era stata investita da
un'automobile. Era un ex attrice, ora sposata con figli. La
polizia stava cercando l'auto pirata.
Lasciai cadere il giornale e mi costrinsi a bere un po' di
caff.
- da molto che vive qui, signorina Clayton?
- No. Sono arrivata solo pochi giorni fa per far visita ai
parenti. Ho telefonato a Maureen. Ci eravamo messe
d'accordo per mangiare insieme e parlare dei vecchi tempi.
- L'ha conosciuta quando lavorava in teatro?
- Ero una pessima attrice - conferm Vicky sorridendo.
Si ud un rumore di passi frettolosi e una bimba col
pigiama spiegazzato entr in sala da pranzo. Penny si ferm
di colpo, vedendo la sconosciuta. Poi venne avanti di corsa e
mi salt in grembo. Mi mise un braccio intorno al collo e mi
premette il viso sul petto. -Pap! Pap! Sei a casa! - Salt
gi e prima che potessi fermarla corse in cucina. - Mamma!
Mamma! Pap tornato!
Vicky Clayton impallid e distolse lo sguardo.
- Mamma...
Penny si accorse che la cucina era vuota. Torn verso di
me e io la presi in braccio, stringendola forte. - La mamma
dorme ancora? - domand.
- Penny - cominciai, e non fui in grado di continuare.
Vicky si alz. - Ciao, Penny. Mi chiamo Vicky. La tua
mamma dovuta andar via, a fare un viaggio. Sai che mi sono
dimenticata di chiederle che cosa mangi la mattina? Ma puoi
dirmelo tu. Cos faremo una bella colazione.
Vicky si rivel un dono del cielo; il modo in cui trattava
Penny era eccezionale. Cominci a squillare il telefono, ad
arrivare gente. La casa si riemp di un discreto viavai e di
sussurri a mezza voce. Will scese al pianterreno, lucido e
piuttosto serio. Aveva ripreso il controllo e cominci a darsi
da fare con atteggiamento cortese ma fermo.
Arriv Carla, una paffuta, florida chiacchierona che quel
giorno non aveva voglia di parlare. Mi prese le mani tra le sue
piangendo sommessamente.
Will mi venne in soccorso chiedendole di rispondere al
telefono.
Colsi l'occasione per andare in cucina. Vicky e Penny
avevano finito di fare colazione.
Guardai fuori dalla finestra. Erano nel cortile sul retro a
costruire un castello di sabbia.
Arriv la polizia. Erano altri due uomini questa volta,
entrambi in borghese. Uno di loro mi mostr le credenziali
che lo identificavano come Liam Reynolds, tenente della
Omicidi. Avevamo bisogno di tranquillit, cos lo scortai al
piano di sopra.
Era un uomo giovane e attraente. Non sembrava un
poliziotto. Sembrava un ballerino.
In camera da letto gli offrii una sedia e mi sedetti sullo
sgabello della toletta.
Si scus per il disturbo che arrecava in un momento cos
inopportuno. - Ma - aggiunse - so che lei vuole che
quell'uomo venga preso e messo al sicuro. Anch'io voglio
prenderlo e ci riuscir. Spero solo che provi a giocarsi il tutto
per tutto. Non merita di arrivare vivo in centrale. Se va in
tribunale potrebbe essere fuori fra dieci anni.
Reynolds si interruppe e si rilass. - Mi scusi, ho moglie
anch'io. Stessa statura, stessa carnagione. - Si alz e si
avvicin alla finestra. - Parlo troppo. Ma non sopporto
questi vermi che se la prendono con le donne.
Distolse lo sguardo dal prato sottostante. - Cominciamo
dalla telefonata che le ha fatto ieri sera. stato il primo
indizio che sua moglie si trovasse nei guai?
Annuii. Reynolds era un uomo sorprendente.
Guardandolo, cominciai in qualche modo a sentirmi meglio.
Forse era la sua franchezza, il modo in cui affrontava la
realt. Di colpo, la nebbia da cui ero avvolto si dissolse. Vidi
il nuovo giorno che si affacciava alla finestra, il letto che
aveva accolto il corpo addormentato di Maureen. Ora ero in
grado di dire a me stesso che era morta.
- Il movente - prosegu Reynolds - questo che le fa
paura, non vero, Griffin?
- S - risposi.
- Troveremo il movente. - La compassione si dipinse sul
suo volto. - Forse non dipendeva affatto da lei, dopo tutto.
Forse era solo nella mente perversa dell'uomo che l'ha uccisa.
Torn all'argomento della telefonata. Gli ripetei le sue
parole una per una.
- Sua moglie sapeva il perch - disse lui.
- Ma non me l'ha detto... e il movente si dimostrato pi
urgente di quel che lei immaginasse.
- Denaro?
- Mi sembra improbabile. Abbiamo quel che serve per
vivere agiatamente. N troppo n troppo poco per costituire
un pericolo.
- Cattive abitudini?
- Nessun vizio degno di nota. Niente che potesse
spingere qualcuno... Niente di cos importante da costituire
un movente.
- Una relazione? - Il termine era asettico, impersonale.
- Maureen era una persona profondamente onesta, e
molto sensibile. Solo ora mi rendo conto di quanto dev'essersi
sentita sola a volte, di quanto fosse vulnerabile il suo
matrimonio, per colpa mia... ma se si fosse innamorata di
qualcun altro me l'avrebbe detto e avrebbe divorziato, ne
sono certo. Credo che lei debba cercare il movente in qualcosa
che sfuggiva alla sua normale vita quotidiana, tenente.
- Terr presente quel che mi ha detto - fece lui. - Ora
con il suo permesso vorrei dare un'occhiata alle cose che le
appartenevano. Finora non abbiamo molto su cui lavorare.
Solo qualche dato banale. La causa della morte: una lesione al
cervello. Potrebbe essersi verificata quando l'auto l'ha
investita. Sua moglie stata trovata in Timmons Street, un
posto squallido con una fila di magazzini abbandonati lungo il
fiume. Di sicuro non andata l da sola, a piedi. Lui venuto
qui, l'ha costretta ad andare con lui, e quando sono passati da
Simmons Street forse lei riuscita, lottando, a scendere
dall'auto. Era fuori di s dalla paura. Ha cercato di scappare,
e lui ha utilizzato l'auto come un'arma.
Mi sentivo la bocca secca. - Lui voleva usare l'auto. Ci
aveva gi provato due volte in quel modo. Una specie di
mania.
- Gi - disse Reynolds, aggirandosi per la stanza. -C'
un posto in cui sua moglie teneva lettere, appunti, bollette da
pagare?
- Non era molto ordinata. Provi il cassetto della toletta.
Quello in alto, a sinistra.
Il cassetto sembrava un ripostiglio. Rimasi accanto a
Reynolds mentre lui passava in rassegna qualche lettera di
amici e il piccolo album di ritagli che Maureen aveva iniziato
tempo prima con alcune vecchie locandine e una o due piccole
recensioni. Emersero bollette, ricevute, appunti scritti su
foglietti di carta. Poi Reynolds mi tese il libretto degli
assegni. - Le sembra in ordine?
Sfogliai le matrici, poi le ripassai di nuovo attentamente e
corrugai la fronte. - No - dissi - direi di no. Ci sono troppe
piccole somme ritirate di recente. Il totale sproporzionato
rispetto a quello che Maureen spende di solito.
- Verificheremo se li ha girati. - Si infil il libretto di
assegni in tasca per ricordarsi di chiamare la bancae riport
l'attenzione sul cassetto. Era quasi vuoto quando venne fuori
un fascio di fogli dattiloscritti pinzati insieme.
- Sembra un manoscritto teatrale - disse.
- Non sapevo che stesse scrivendo una commedia.
- Non l'ha scritta lei. C' il nome dell'autore e il suo
indirizzo nell'angolo in alto a sinistra, sul frontespizio. Randy
Price. Lo conosce?
- Il nome non mi dice nulla.
- Andiamo a trovarlo.
Scendemmo al pianterreno. Will Burke aveva appena
finito di parlare al telefono e ci venne incontro
nell'anticamera. Era padrone di s, efficiente, competente,
l'immagine perfetta del giovane presidente di un consiglio
d'amministrazione. Di solito manteneva quell'atteggiamento
finch il ragazzo del college che era in lui non tirava su la
testa e mandava al diavolo il manager. A quel punto Will
abbandonava la sua seriet, la sua dignit, i suoi pensieri e si
dava alla pazza gioia per due o tre giorni.
Lo presentai a Reynolds e li lasciai parlare tra di loro.
Evitando il soggiorno, dove stazionavano alcune persone
piene di buone intenzioni, uscii dalla porta sul retro.
Il sole era caldo e il cielo di un limpido azzurro. Tutto
odorava di fresco e di verde dopo la pioggia. Dovetti far forza
su me stesso per impedirmi di pensare a quanto lei amava
queste giornate.
All'angolo sul retro della casa mi fermai e osservai Vicky
Clayton e Penny per un istante. La ragazza era seduta sul
bordo dell'aiuola di sabbia, con l'abito di cotone stampato
rialzato sulle ginocchia e raccolto dietro le gambe. Era china
in avanti, intenta a modellare qualcosa con la sabbia. Penny
era accoccolata accanto a lei e la osservava, intenta.
Mi avvicinai e la mia ombra si proiett su di loro. Vicky si
alz, mentre la brezza del mattino scherzava con i suoi
capelli. La presi in disparte, dicendo a Penny che saremmo
tornati subito.
- Le sono grato - dissi. - stata una mattinata
fantastica per Penny.
- E anche per me. una bambina meravigliosa, Steven.
Spero di non aver fatto nulla di male. Ho parlato con lei di
sua madre. Credo che abbia accettato il fatto che sar assente
per diversi giorni. Quando avr cessato di sentirne cos
fortemente la mancanza, le si potr dire la verit,
gradualmente, senza sconvolgerla.
- Sono in debito con lei ancor pi di quanto pensassi,
signorina Clayton.
- Oh, i bambini mi piacciono. Sono un'insegnante, sa?
- No, non lo sapevo.
- Naturalmente... Maureen non le ha mai parlato di me.
- Sono venuto a dirle che sto uscendo con il detective. La
libero di Penny e la affido alla donna che le fa da baby sitter.
- Deve proprio? Io non ho nulla da fare. Ma
dimenticavo... io sono un'estranea. Forse lei non vuole che io
resti con Penny.
Non esitai. Guardai alle spalle di Vicky: - Penny,
comportati bene con la signorina Clayton.
- S pap - disse lei.
L'abitazione di Randy Price era in Shady Oak Lane. Non
era lontano da Meade Park, ma sembrava di essere in
campagna. La storia di Shady Oak era cominciata con il boom
economico tra le due guerre, quando in quella zona si verific
il fallimento di una societ immobiliare. Erano gi state
tracciate le strade, venduti un certo numero di lotti, costruite
alcune villette a basso costo. Poi il crollo. In seguito la citt si
espanse in altre direzioni, e in Shady Oak rimasero tratti di
marciapiede semidistrutti e lampioni isolati e anneriti con il
vetro rotto, piantati l come scheletriche sentinelle a guardia
del nulla.
Reynolds e io oltrepassammo due o tre piccoli edifici di
legno che parevano non essere mai stati riparati o ridipinti
dal giorno della loro costruzione. Nei cortili erano
abbandonate auto in rovina, e dietro una casa pascolava una
mucca.
L'abitazione di Price era diversa sotto due aspetti. Non
c'erano mucche a spiare il nostro arrivo e l'auto parcheggiata
accanto alla villetta logorata dalle intemperie era un modello
piuttosto recente.
Il sole era caldo e il ronzio degli insetti invitava all'ozio
quando Reynolds e io ci presentammo all'ingresso. Il
poliziotto buss.
Dapprima non ci fu risposta. Reynolds buss ancora, e
una voce disse, come interrompendo uno sbadiglio: - Va
bene, va bene, un attimo.
Finalmente Price venne alla porta e ci scrut attraverso la
zanzariera. Era giovane, bruno, bello. Lo si sarebbe preso per
un ragazzo se non fosse stato per il pizzetto e i baffi regolati
con cura.
- Salve - disse con un sorriso che lasci intravedere i
denti grandi e regolari - mi spiace, non compro nulla
stamattina.
Reynolds mi lanci un'occhiata.
- Sono Steven Griffin - dissi. - Lei Randy Price?
Il suo viso si illumin di piacere. - Non mi dire... il
marito di Maureen? Cavoli, perch non mi avete avvertito
della visita? Avrei dato una pulita a questo posto!
Apr la porta e ci fece entrare. Il piccolo soggiorno era
arredato con un paio di sedie, una scrivania, una sdraio e una
stuoia. Pile di vecchi libri e riviste erano ammucchiate in
precario equilibrio su tutto tranne che sulla sedia accanto al
tavolo e sulla sdraio. Randy Price fece un po' di spazio
tirando su libri e riviste e accumulandoli in un angolo.
Mentre si dava da fare ebbi la possibilit di osservarlo
attentamente. Era magro, gomiti e spalle ossuti, ma con
muscoli armoniosi, gonfi, forti.
Quand'ebbe terminato si pul le mani sulle gambe dei
pantaloni e ci tese la destra. - un vero piacere, Steve.
Maureen mi ha detto che avrebbe organizzato un incontro al
tuo ritorno. Mi spiace che non sia potuta venire. Aveva da
fare, eh?
Osservai il suo viso mentre ascoltavo quel monologo
infantile, cercando di farmi un'idea sul suo conto.
- Sedetevi, ragazzi. Fate come foste a casa vostra. Dovrei
riuscire a recuperare una birra.
Usc dalla stanza, e lo sentimmo armeggiare in cucina.
Diedi un'occhiata a Reynolds.
- Faccia finta di niente - disse lui. - Non sa della
signora Griffin.
Randy torn con tre lattine di birra imperlate di umidit
e un apriscatole. Pos le lattine sulla scrivania accanto a una
macchina da scrivere portatile, le apr e ce le porse. Reynolds
e io ci sedemmo e bevemmo un sorso di birra. Randy si
appoggi al bordo della scrivania, sorridendo.
- Anche tu ti interessi di teatro come Maureen, Steve?
- Temo di essere piuttosto ignorante in materia.
- Ti perdi la cosa pi eccitante del mondo - disse lui. -
Naturalmente io ho ancora molta strada da fare per arrivarci.
Ma sto studiando la vita e le persone, che sono la fonte di
ispirazione dei grandi drammaturghi. Leggo, studio e lavoro.
- I suoi occhi si accesero di una luce interiore. Cominci a
passeggiare avanti e indietro, parlando di teatro.
Non fu difficile per me capire come questo ragazzo
potesse fare rapidamente amicizia con Maureen. Era
appassionato, impaziente, immerso in un sogno che un tempo
aveva sfiorato anche lei. Era l'immagine stessa della
giovinezza nella sua espressione pi classica, artistica. Una
donna dotata della spontanea generosit e disponibilit di
Maureen doveva aver provato l'impulso di aiutarlo nell'attimo
stesso in cui era venuta a conoscenza delle sue aspirazioni.
Randy si calm a sufficienza per riprendere la propria
posizione sulla scrivania e sorseggiare un po' di birra. - Non
riuscir mai a sdebitarmi con tua moglie, Steve. Lei ha
un'incredibile sensibilit innata per il teatro, capisce quello
che pu o non pu funzionare. Io scrivo commedie su
commedie, ne ho una marea. Quando avr in mano qualcosa
di cui sono soddisfatto, andr a New York. Io so - disse con
una tale franchezza e semplicit che fui sul punto di credergli
- so che diventer famoso. Ho quel... qualcosa in pi che mi
permette di capire la vita e la gente. Un giorno il mondo si
accorger di quello che oggi solo Maureen e pochi altri
riconoscono.
Smise di parlare, fece un sorriso timido e quel sorriso
fece apparire le sue parole molto meno presuntuose di
com'erano sembrate. Non avevo mai visto in vita mia una
fiducia cos semplice e sfacciata nelle proprie capacit.
- Ehi - disse Randy spezzando il breve silenzio che era
seguito al suo discorso - volete dell'altra birra?
Reynolds e io declinammo l'offerta.
- Quando ho conosciuto Maureen, un paio di settimane
fa - prosegu - non avevo idea che sarebbe stato un tale
colpo di fortuna. Conosce ancora qualcuno nell'ambiente, e
metter alcune delle mie cose migliori in mano a un buon
agente.
- Abbiamo una delle sue commedie in macchina - disse
Reynolds. - Forse la signora Griffin voleva mostrarla a
qualcuno.
- In effetti, le ho dato tre dei miei lavori - osserv
Randy. Aggrott le sopracciglia e guard alternativamente me
e Reynolds. Cominciava a rendersi conto che c'era qualcosa
che non andava. L'atmosfera nella stanza cambi. - Ehi,
questa non solo una visita di cortesia, vero?
Reynolds si alz, estrasse il piccolo astuccio in pelle dalla
tasca e lo apr. Randy fiss il distintivo del poliziotto.
- Cosa c'? - grid. - Le successo qualcosa?
Reynolds non rispose e gli rivolse invece una domanda: -
Quando ha visto la signora Griffin l'ultima volta?
- Sentite, ragazzi, se successo qualcosa... Ieri
pomeriggio, a casa sua... Che ne direste di spiegarmi...
- A che ora?
- Oh, le due, forse le tre. Ero andato in citt a prendere
un po' di carta per la macchina da scrivere. Ero da quelle
parti, cos mi sono fermato. Lei mi ha detto che aveva mal di
testa e che doveva ancora fare la spesa al supermercato. Mi
sono offerto di andarci io per lei, ma ha rifiutato. Me ne sono
andato subito.
- Era preoccupata, spaventata?
- Spaventata? Ehi, cosa significa tutto questo? Volete
dirmi per favore...
- Come le capitato di incontrare la signora Griffin?
- Vuol sapere come l'ho conosciuta?
- Esattamente - disse Reynolds.
- La prima volta l'ho vista proprio qui vicino. Stava
passando da Shady Oak per andare da casa sua a Fairhill.
- Cosa c' a Fairhill?
- Dudley Loudermilk - risposi io. - Un tipo che fa dei
lavori in giardino per noi di tanto in tanto.
- Proprio cos - conferm Randy. - Disse qualcosa a
proposito di un giardiniere. Comunque, era nei guai. Aveva
rotto la cinghia del ventilatore. La gente non fa mai caso alla
cinghia del ventilatore finch non si rompe, e questo di solito
succede quando si a mille miglia da qualunque posto
abitato. Ma dannazione, volete dirmi...
- L'auto era qui a Shady Oak? - lo interruppe Reynolds.
- S, a meno di un chilometro. Sbuffava come un
mantice. Maureen non si era fidata a proseguire e si era
ricordata di aver visto una villetta passando, la mia. Voleva
chiamare un carro attrezzi. Io non avevo il telefono, ma avevo
un'auto e naturalmente mi offrii di accompagnarla. Era
stanca per la camminata, anche perch aveva i tacchi a spillo,
e le offrii qualcosa da bere. Accett un bicchiere d'acqua e
chiacchierammo un po'. Vide la macchina da scrivere e il
manoscritto di una commedia sulla mia scrivania e la
conversazione scivol sul teatro. In meno di cinque minuti
eravamo gi grandi amici. Ora, per l'ultima volta, volete
spiegarmi cosa significa tutto questo?
- La signora Griffin morta - disse Reynolds.
- Morta? - ripet Randy in un sussurro. - Quando?
Come?
- La notte scorsa. stata investita da una macchina in
Timmons Street.
Il ragazzo rimase perfettamente immobile. La giornata si
fece di colpo cos silenziosa che si percepiva il ronzio degli
insetti all'esterno. Poi la sua faccia cominci a cambiare.
Assunse un espressione infantile e tormentata, e baffi e barba
apparvero di colpo incongrui, quasi ridicoli.
Gli vennero le lacrime agli occhi e coprendosi il viso con
le mani lunghe, magre, delicate, corse fuori dalla stanza.
Appena fuori dal soggiorno c'era la sua camera. Randy entr e
si gett di traverso sul letto. Le spalle, tutto il corpo erano
scossi da violenti singhiozzi soffocati.
Cerc di calmarsi e dopo un po' ci riusc. Si mise a sedere
sul letto. Le lacrime gli rigavano le guance fino ai baffi. Si
asciug gli occhi con entrambe le mani, poi le lasci cadere in
grembo e rimase seduto a guardarci, il fiato rotto da sporadici
singhiozzi.
- Com' potuto accadere? - disse. - Come?
I suoi occhi imploravano una risposta, ma Reynolds non
ne aveva, e neanch'io.
Poi un pensiero gli attravers la mente, e si raddrizz. -
Timmons Street... Che si faceva laggi?
- Noi pensiamo che qualcuno l'abbia portata l.
- Deliberatamente? Con la forza?
Reynolds annu.
- Chi stato? Chi pu essere stato?
- Non lo sappiamo ancora. - Reynold si alz tenendo le
mani in tasca. - Chiunque sia stato, aveva gi tentato di
ucciderla due volte. Gliene ha mai parlato?
- No, ma avevo la sensazione che ci fosse qualcosa che la
preoccupava. Provai a indagare, ma lei mi disse solo che da
qualche tempo non stava bene. Cos lasciai perdere.
- Dove si trovava ieri notte, Price?
Randy salt su. - Lei crede che io...
- Sto solo facendo una domanda.
- Ero qui.
- Solo?
- Solo. Se mi serve un alibi, sono sfortunato. Non sapevo
che ne avrei avuto bisogno. - Si rivolse a me: - Quando ci
saranno i funerali?
- Dopodomani, credo.
- Ci sar. Se hai bisogno di me per qualche ragione,
fammelo sapere.
- Grazie.
Ci accompagn alla porta. Reynolds e io ce ne andammo
lasciandolo seduto sui gradini consumati di fronte alla porta,
con lo sguardo perso.
In macchina restammo in silenzio, poi Reynolds disse: -
Non mi piace.
Gli lanciai un'occhiata. - Perch?
- Non lo so. Ci sono delle persone che mi fanno pensare:
questo tizio preferirei non averlo alle spalle. Probabilmente
faccio il poliziotto da troppo tempo, e sono abituato a non
fidarmi della gente. - Reynolds scosse la testa, cupo. -
Persino mentre piangeva, non riuscivo a scacciare dalla
mente la sua bocca piegata in una smorfia di disprezzo per
tutto ci che non all'altezza del suo fantastico genio.
Singhiozzava, ma a me sembrava di sentire l'eco debole e
lontana di una risata; mi pareva di vederlo muoversi nel buio,
veloce, deciso, senza la minima esitazione.
Trascorsi il resto della mattinata alla centrale per firmare
le carte di autorizzazione all'autopsia che si sarebbe svolta
quel pomeriggio. Reynolds disse che il corpo di Maureen mi
sarebbe stato restituito l'indomani o il giorno seguente.
Parl con i due uomini che avevano passato la mattinata
in Timmons Street. Non avevano scoperto niente di nuovo.
Non c'erano testimoni dell'omicidio.
Reynolds disse che mi avrebbe fatto accompagnare a casa
da un'auto della polizia. - Se la sente di accompagnarci
ancora da qualche parte?
- Se necessario.
- Penso di s. Vorrei che seguisse le indagini molto da
vicino. Una parola o un comportamento che noi troveremmo
normale potrebbe essere strano per lei, che la conosceva.
- Vado a mangiare un boccone. Potete passare a
prendermi a casa.
Un giovane agente dall'aspetto inesperto si assunse il
compito di riportarmi indietro. Era educato, comprensivo e
silenzioso. E non parve stupirsi quando gli dissi che volevo
passare da Timmons Street.
Sapevo che si trattava di un impulso morboso. Ma
nascondeva anche il rimpianto di non essere stato l negli
ultimi istanti, di non aver potuto evitare la fine.
Timmons Street era immersa in un'atmosfera di
abbandono e di decadenza. I grossi magazzini si susseguivano
luridi e silenziosi, il retro affacciato sulla strada, la facciata
verso le acque gonfie del fiume.
C'erano un paio di sale da biliardo, con adolescenti gracili
che stazionavano sulla soglia, e qualche sudicio ristorante.
L'unica traccia di attivit vera e propria era il movimento
di una chiatta che stava ormeggiando all'estremit di un
vecchio molo collegato a un magazzino di propriet di
Kukolovitch & Figli, come si leggeva su un insegna sbiadita
dalle intemperie. I marinai stavano assicurando
l'imbarcazione mentre il rimorchiatore che l'aveva condotta
fin l scendeva lungo il fiume suonando la sirena.
- Proprio laggi, signor Griffin - disse il giovane agente.
Si era fermato per me. Scesi e feci qualche passo. La
polizia aveva tracciato dei segni col gesso sull'asfalto pieno di
crepe. A parte ci, non v'era alcuna traccia della tragedia che
si era svolta in quel luogo. A giudicare dalla strada si sarebbe
detto che Maureen non fosse mai esistita. Non c'erano
neanche i segni dei pneumatici, perch l'uomo non stava
cercando di frenare: stava cercando di ucciderla.
Mi allontanai, risalii sull'auto della polizia e andai a casa
a mangiare.
Vicky Clayton e Penny erano sole in casa. Vicky spieg
che Will se n'era andato da mezz'ora, dopo aver telefonato in
ufficio.
La ragazza aveva disposto in tavola panini imbottiti,
insalata condita, caff e dolce. Penny stava finendo di
mangiare raccontando, tra un boccone e l'altro, la sua
magnifica mattinata. Al termine Vicky la port di sopra a fare
il suo sonnellino quotidiano.
Torn mentre stavo finendo di bere il caff.
Sparecchiammo la tavola insieme e mentre accumulava i
piatti nell'acquaio lei mi guard dritto negli occhi. - Sto
cercando lavoro, Steven.
- Credevo che insegnasse.
- Infatti. Ma non c' scuola in questo periodo, estate.
Ho un sacco di tempo a disposizione e mi stavo chiedendo
come occuparlo. Per tre estati di fila ho seguito dei corsi
estivi all'universit, ma mi sono stufata. - Fece scorrere
l'acqua calda nel lavandino, aggiunse il detersivo. - Lei non
ha ancora avuto modo di pensarci, ma trovare la persona
giusta che si occupi della casa e si prenda cura di Penny sar
un grosso problema. La prego, mi permetta di aiutarla. Per
pochi giorni. Finch non avr la possibilit di rimettere
ordine nella sua vita.
Annuii, accettando la sua proposta. - Sotto molti aspetti,
lei le assomiglia.
- A Maureen?
- S - dissi. - Ha la sua stessa gentilezza. La stessa
spontanea generosit.
Reynolds arriv con una macchina della polizia. Una
volta salito in auto gli domandai: - Dove andiamo?
- Al vivaio. Poi al supermercato.
La visita al vivaio fu un'inutile perdita di tempo. Nessuno
si era accorto che una donna stava per essere investita due
giorni prima.
Reynolds e io tornammo alla macchina e dal vivaio fuori
citt ci trasferimmo al supermercato a sud di Meade Park. L
il direttore ci disse, pulendosi gli occhiali: - Come no, mi
ricordo che qualcuno degli impiegati parlava di una donna
che aveva rischiato di essere investita.
- Chi fu a vederla? - domand Reynolds.
- Be', non saprei.
- Qualcuno deve averla vista, altrimenti non se ne
sarebbe parlato. Vediamo chi .
La terza persona con cui parlammo era una brunetta
formosa. Faceva la cassiera e si volt dando le spalle al
banco. I clienti in coda con i carrelli pieni di cibarie ci
osservarono con curiosit.
- Accidenti, come no, a momenti l'ammazzava!
- Lei era presente?
- No, ma sono stata la prima a saperlo.
- Chi gliel'ha detto?
- Tommy. Tommy Haines. Lui ha visto tutto.
Raynolds guard il direttore.
- Tommy un addetto al magazzino - disse costui. -
Quando qui le code si fanno troppo lunghe, sistema la merce
nei sacchetti e li porta alle auto dei clienti. In questo
momento nel retro, sta aiutando a scaricare una partita di
pomodori.
Il magazzino era fresco e ombroso, pieno di casse e di
cestelli. Odorava di terra e di mele marce.
Tommy era un ragazzo alto e sottile con una zazzera di
capelli biondi. Ci raggiunse in un angolo del magazzino,
asciugandosi il viso con un lembo del grande grembiule
bianco.
Osserv il distintivo di Reynolds, poi lo fiss in volto. -
Cero, ho visto la donna che ha rischiato di essere investita. La
signora sta cercando di rintracciare l'uomo al volante?
- Pi o meno. questa la signora? -Reynolds estrasse
una foto dalla tasca interna. Era una piccola riproduzione del
ritratto di Maureen che DeCoster si era portato via la notte
precedente. Mi domandai quante di quelle minuscole foto
fossero sparse per tutta la citt, in tasca agli uomini
impegnati nelle indagini.
- lei - disse Tommy. - La riconoscerei dovunque,
anche se ieri aveva il viso stravolto per la paura.
- Ci dica esattamente cos'ha visto - disse Reynolds.
- Be', era quasi l'ora di chiusura e c'era il solito
affollamento dell'ultimo minuto. Avevo portato due bracciate
di provviste alla macchina di un cliente. Stavo attraversando
il parcheggio per tornare indietro quando ho visto uscire
questa signora. Portava da s la spesa, era solo un
sacchettino.
"Non ho fatto molta attenzione a lei, anche se ho notato
che meritava una seconda occhiata. scesa dal marciapiede
per attraversare la strada... a volte la gente parcheggia sul
lato opposto perch se deve svoltare a sinistra ha difficolt a
uscire dal parcheggio quando c' molto traffico.
"Doveva essere pi o meno in mezzo alla strada quando
ha cacciato un urlo. Non molto forte, ma abbastanza da farsi
sentire. Io non stavo guardando in quella direzione perch
stavo rientrando in negozio, ma mi sono voltato quando l'ho
sentita gridare.
"Lei aveva atteso che la strada fosse sgombra, ma l'auto
doveva essere sbucata dall'incrocio all'improvviso. Chiunque
fosse al volante stava andando troppo forte e deve aver perso
la testa quando la signora lo ha visto e si messa a urlare."
- Che intendi dire, Tommy?
- Be', lei ha lasciato cadere la spesa e ha cercato di
togliersi di mezzo. E in fretta. Ma invece di evitarla, quel tizio
andato dritto contro di lei. Poi, proprio all'ultimo secondo,
ha sterzato. Fortuna che era una donna giovane e scattante.
Se fosse stata una vecchia signora, non ci sarebbe stato niente
da fare. Non sarebbe mai riuscita ad allontanarsi in tempo.
Sono uscito di corsa e l'ho aiutata a rialzarsi. Mi ha detto che
stava bene, che non aveva bisogno di un dottore. Vado a casa,
mi ha detto, e quando vedr mio marito sar tutto a posto.
- Dunque rientrata in macchina e se n' andata?
- Gi. E la cosa buffa che aveva una macchina
esattamente identica a quella che l'aveva quasi investita.
- E il numero di targa, Tommy?
- Accidenti, non ci ho nemmeno pensato finch quel tizio
non ha svoltato l'angolo ed sparito.
- Sei sicuro che fosse un uomo a guidare?
- Sembrava un uomo.
- Sarebbe potuta essere una donna con i capelli corti?
- Non mi venuto in mente. Pu darsi. Ma ho pensato
che fosse un uomo.
- Lei ti ha detto qualcosa sull'auto o su chi la guidava?
- No. Stava piangendo, e la cosa non mi sorprese.
Mormorava delle cose senza senso. Solo qualche parola.
- Ti ricordi quali?
- Be', piangeva e diceva che voleva suo marito. Diceva
che doveva andare da qualcuno a dirgli che si era sbagliato,
che lei non l'aveva fatto apposta. Solo qualche parola. Una
crisi isterica, capite.
- Grazie, Tommy.
Lui sorrise. - stato un piacere restare lontano da quei
pomodori per qualche minuto. Spero che la signora si sia
ripresa quando tornata a casa da suo marito.
Reynolds e io uscimmo dal negozio e risalimmo in
macchina. Pensavo a quanto quell'uomo l'aveva torturata, e a
come alla fine era riuscito nel suo intento, in Timmons Street.
Cominciai a desiderare di vederlo morto. Non volevo pi che
Reynolds o le autorit lo prendessero. Volevo pronunciare io
stesso la sentenza e assicurarmi che venisse eseguita.
Reynolds era un guidatore abile e veloce, e riusc a
districarsi nel traffico.
- Per quanto riguarda l'auto dell'assassino - disse, come
se parlasse a se stesso - evidente che era uguale alla vostra,
Griffin. Sua moglie per prima lo ha notato. E anche Tommy
Haines.
- Coincidenza? - domandai.
- Pu darsi. Ma un po' eccessiva. Quella sfumatura di
verde piuttosto rara in quel tipo di auto.
- Gi, fu anche per questo che la scegliemmo - dissi. -
Maureen voleva qualcosa di unico. Non vistoso, solo un po'
fuori dal comune.
- Direi che abbiamo a che fare con un pazzo - disse
Reynolds. - Tutto lo fa pensare. Ha rischiato che qualcuno lo
vedesse abbastanza bene da poterlo identificare in seguito, o
che prendesse il suo numero di targa quando ha tentato
quell'acrobazia davanti a un supermercato pieno di gente.
Quest'uomo non sta ragionando normalmente.
"Supponiamo per un attimo che sia un pazzo con la
fissazione, nella sua mente contorta, di utilizzare un preciso
tipo di auto, una come la vostra. Perch? Cosa pu averlo
portato a questa decisione?"
Lo fissai. Aveva un'espressione preoccupata. - Immagino
che lei abbia capito dove voglio andare a parare. Nella mente
di quell'uomo, l'auto dev'essere collegata al movente. Ma
perch?... A meno che la vostra auto non gli abbia fatto
qualcosa...
- Se Maureen avesse avuto un incidente, me l'avrebbe
detto.
- Forse. O forse no. Se ha fatto del male a qualcuno, pu
essere stata presa dal panico. E comunque, non ho detto che
fosse lei a guidare. Avete mai prestato la macchina a
qualcuno?
- Mai. Ma se un amico ce l'avesse chiesta, non avremmo
detto di no.
- L'auto stata portata a riparare di recente? Un
paraurti ammaccato, un faro rotto, qualcosa del genere?
- Non che io sappia.
- Lo accerteremo. Ci vorr del tempo. Quell'uomo in
una botte di ferro, Griffin. Nessuno lo conosce, nessuno l'ha
visto. Nessuno sa perch l'ha fatto. L'auto l'unico anello
debole della catena.
La casa era di nuovo piena di volti tesi e silenziosi. C'era
anche Will. Affrontai la barriera di espressioni di simpatia.
Poi la folla si dirad e Will disse: - Mi sembri un po'
stravolto. Hai bisogno di un caff. Vicky Clayton lo aveva
previsto e ne ha preparato una brocca. Una ragazza in gamba,
quella Vicky.
- Dov'?
- Ha portato Penny in citt. C' troppa gente che va e
viene, ha detto, e Penny potrebbe intuire qualcosa.
Bevemmo il caff e io accennai a un paio di affari non
ancora conclusi, ma Will non volle parlarne.
- Dimentica il lavoro per un mese. O per tutto il tempo
necessario. Gli affari non ne soffriranno. Non sarebbero al
punto in cui sono senza il tuo contributo, comunque.
- Ho passato troppo tempo fuori di casa, Will.
- Lo so.
- Assenze di un mese o due. Il week-end a casa. stato
un errore.
Mi mise una mano sulla spalla. - Non puoi cambiare il
passato. Cos'ha scoperto Reynolds?
Gli riferii l'opinione del poliziotto sull'auto.
- Reynolds non un genio - disse Will - ma un
poliziotto tenace, astuto, e ha esperienza. abituato a
ricostruire la logica degli eventi. Forse ha individuato una
pista. Come ti ho detto ieri sera, Maureen aveva qualcosa che
la tormentava. E questo non risale solo a due giorni fa,
quando quel tipo fece il primo tentativo.
- L'avevi gi notato prima?
Si agit sullo sgabello. - Me ne sono accorto per la prima
volta un pomeriggio, quasi tre settimane fa. L'ho incontrata
per caso in citt. Stava uscendo dal negozio di un fioraio, con
l'aria afflitta di chi ha appena perso il suo ultimo amico.
Si vers una seconda tazza di caff. - Pensai che fosse
malata, ma lei disse che stava bene e il suo sguardo si
rischiar un po'. Allora immaginai che dovesse sentirsi
semplicemente stanca, o sola. La invitai a bere qualcosa, ma
mi disse che doveva tornare a casa. Allora tentai una battuta
spiritosa, pensando che forse l'avrebbe tirata su, che
l'avrebbe fatta sorridere. Cos dissi: "Un ricco zio ha tirato le
cuoia e stai comprando i fiori per il suo funerale?"
Naturalmente sapevo che non era morto nessuno di nostra
conoscenza. Ma lei non rise. Anzi, per poco non scoppi a
piangere.
Misi gi la tazza di caff. - Ti ricordi quale fioraio?
- Certo. Quel negozietto all'angolo tra la Seconda e Park
Street.
Will non se la prese a male vedendomi andar via in tutta
fretta. Facendo tesoro della lezione appresa da Reynolds,
prima di uscire andai al piano di sopra a prendere una piccola
foto di Maureen.
La fioraia era una donna di mezz'et, slanciata,
sorridente, cordiale; aveva i capelli grigi tagliati corti.
- Fiori per una bella donna, signore? Rose? Lei mi
sembra il tipo che predilige le rose.
- Vorrei una corona funebre.
Il sorriso si spense. - La prego di scusarmi! -
Abbandon il lungo banco di vetro sul quale erano allineati
cestini e bombolette spray. - Sono stata davvero
imperdonabile, ma lei cos giovane che... - Allarg le
braccia. Poi, in tono gentile, aggiunse: - Sua madre, forse?
- Mia moglie.
- Oh, come mi dispiace!
Seguii la maggior parte dei suoi consigli sulla corona,
pagai, le dissi dove inviarla e la informai che la cerimonia si
sarebbe svolta presumibilmente fra due giorni.
- Penso io a tutto, signor Griffin. Pu stare tranquillo
per quanto riguarda i fiori.
- Mia moglie era venuta nel suo negozio circa tre
settimane fa - dissi. - Forse se la ricorda.
- Viene tanta gente che...
Si interruppe per prendere la foto di Maureen che le stavo
porgendo.
- Cos giovane e graziosa - disse. - Ma purtroppo,
signor Griffin, il nome non mi dice nulla. La fotografia... -
scosse la testa, tenendo l'immagine di fronte a s. - S, mi
viene in mente qualcosa. Qualcuno che le assomigliava stato
qui. Ricordo un viso come il suo. Un viso interessante, che si
fa notare. Ma non mi rimasta in mente per questo, bens per
il suo nervosismo. Rovesci un cesto accanto alla porta e
insistette per pagarlo. Ma il nome... non mi dice nulla...
- Forse le ha dato un altro nome.
La fioraia mi rese la fotografia, alzando le spalle.
- Posso usare il suo telefono?
Mi indic l'apparecchio appoggiato sulla scrivania in
fondo al negozio.
Chiamai la centrale di polizia. - Parla Steve Griffin. C'
il tenente Liam Reynolds?
Era uscito. Immaginai che fosse andato a controllare le
officine dei carrozzieri.
- Devo vederlo immediatamente - dissi. - Credo di
avere scoperto qualcosa di importante.
- Possiamo avvertirlo via radio.
- Ditegli di venire al negozio di fiori all'angolo tra la
Seconda e Park Street.
Riappesi. La fioraia era accanto a me quando mi voltai.
Aveva il volto teso e pallido. - Francamente, signor Griffin,
non so cosa stia succedendo. Ma che lei faccia venire qui la
polizia...
- Non mi fraintenda - dissi. - Mia moglie stata
assassinata. Il nome che le ha dato, i fiori che ha comprato
potrebbero aiutare la polizia a individuare il colpevole.
- Oh! - Fece un respiro profondo. Quando sollev il
viso, il suo sguardo era di nuovo comprensivo. -
Naturalmente, sono a sua disposizione.
Apr uno schedario metallico vicino alla scrivania,
incresp le labbra e si picchiett il mento con un dito. Per
qualche istante si concentr per cercare di ricordare, poi
cominci a spulciare lo schedario.
Era ancora impegnata in questa operazione quando
giunse Reynolds, quasi cinque minuti dopo, e senza
interrompersi si limit a rispondere: - Come va, tenente? -
quando feci le presentazioni.
- questo... credo. - Estrasse dallo schedario un
foglietto con le vendite giornaliere. - Jane Brown. Ricordo
che mi parve buffo che una donna cos particolare avesse un
nome cos comune, cos scialbo.
- Scrive sempre il nome dei clienti? - domand
Reynolds.
- Oh, no. Ma quando vendiamo fiori per occasioni
particolari, matrimoni, funerali, ovviamente chiediamo il
nome dell'acquirente e del destinatario.
- Dove li ha fatti recapitare?
- In nessun posto. Lei acquist una grande cesta di fiori
per un funerale e mi diede questo nome. Poi, quando le chiesi
dove mandarla, esit e disse che l'avrebbe consegnata lei
stessa.
Rimasi senza fiato. Maureen aveva comprato dei fiori per
il funerale di una persona sconosciuta, ma aveva temuto di
essere rintracciata attraverso la fioraia che l'aveva vista e
poteva identificarla. Maureen era riuscita a depistare noi, ma
non lui, non l'uomo con l'auto verde.
Reynolds pose qualche altra domanda alla fioraia, ma le
risposte non furono di alcuna utilit. Maureen era uscita dal
negozio per andare a prendere la sua auto. Si era fermata a
chiacchierare con un uomo sul marciapiede; doveva trattarsi
di Will. Poi si era allontanata e pochi istanti dopo era
ricomparsa in auto, aveva suonato il clacson e si era fermata
in doppia fila, giusto il tempo necessario perch la fioraia
uscisse di corsa con la cesta e la deponesse sul sedile
posteriore. Reynolds fece un'ultima domanda e venimmo a
sapere che Maureen era stata sola per tutto il tempo, a
eccezione dei pochi istanti in cui aveva parlato con Will.
La fioraia ci accompagn alla porta. La ringraziammo, e
per la prima volta notai la scritta dorata sulla vetrina del
negozio: "La Bottega dei Fiori di Elda Dorrance".
L'auto grigia della polizia era parcheggiata in un'area di
carico e scarico di fronte a un negozio dello stesso isolato, a
breve distanza. La mia era in un parcheggio appena dietro
l'angolo.
Reynolds e io ci fermammo accanto alla sua auto. - Non
si lasci abbattere, Griffin. Succede sempre cos.
- Credevo che fosse una buona pista.
- Lo era. E ci ha fatto capire una cosa. Sua moglie ha
acquistato dei fiori per un funerale e non voleva che qualcuno
lo sapesse. Abbiamo la data di acquisto: risale a ventitr
giorni fa. I fiori devono essere stati utilizzati entro due o tre
giorni al massimo. Quindi possiamo controllare i funerali.
Tutti i funerali a partire da ventitr giorni fa, per tre giorni.
- Come farete a individuare quello giusto?
- Cercheremo quello che ha a che fare con
un'automobile.
- La mia automobile - dissi. - Guidata da Maureen.
- Mantenga la calma, Griffin.
Chinai le spalle. - D'accordo. Ora credo che torner a
casa.
Non gli stavo mentendo, ma avevo fatto appena tre passi
quando lui mi richiam. Mi voltai.
Reynolds mi rivolse un sorriso franco. - Lei ha fatto la
cosa giusta. Era una buona pista, ed era di competenza della
polizia. Continui cos, Griffin, lei in gamba. Forse riuscir a
scoprire qualcosa. Non provi a muoversi da solo. Potrebbe
trovare quell'uomo... e si va in galera anche per aver ucciso
dei pazzi.
- Non so di cosa stia parlando.
- Bene - disse lui. - Mi terr in contatto.
Non c'era nessuno in casa al mio arrivo. Andai in
soggiorno e mi sedetti sul divano. Poi allungai i piedi e mi
distesi supino. La stanchezza agiva su di me come un
narcotico, avevo gambe e braccia pesanti e il cervello
annebbiato. Mi coprii il volto con le mani e sprofondai in un
sonno agitato.
Di colpo saltai su a sedere, svegliato dal rumore della
porta d'ingresso che si apriva. Erano Penny e Vicky.
Penny era ansiosa di fare il resoconto del suo giro e di
mostrarmi ci che aveva comperato. Allo sguardo calmo di
Vicky non sfugg il mio stato d'animo. Disse a Penny di
andare di sopra a cambiarsi se voleva aiutarla a preparare la
cena.
Quando Penny corse via dalla stanza, Vicky si sedette
sulla poltrona di fronte a me. - Pu esserle d'aiuto parlarne,
Steven?
- Non riesco nemmeno a pensarci. Reynolds sta
seguendo una brutta pista. convinto che Maureen abbia
ucciso qualcuno e che una persona vicina alla vittima abbia
deciso di vendicarsi, ammazzandola.
- Lei la conosceva, Steven. Sarebbe stata capace di
uccidere?
- Accidentalmente s. Potrebbe averlo fatto ed essere
fuggita in preda al panico. Ma se per questo l'assassino ha
pianificato la sua morte a freddo, deliberatamente...
- Forse era fuori di s per il dolore.
Mi alzai. - E quindi dovrei perdonarlo e augurargli ogni
bene?
Vicky si aggrapp ai braccioli della poltrona e disse, con
voce soffocata: - In questo momento lei nella sua stessa
situazione, prova le stesse cose che deve aver provato lui.
- Lui non ha perdonato Maureen!
- Ma se non c' mai perdono, che speranza ci resta? - Si
mise a piangere. Non singhiozzava, le lacrime le rigavano le
guance, semplicemente.
L'indomani decisi che era meglio mandar via Penny per
qualche giorno. L'ombra che gravava sulla casa cominciava a
turbarla, con quel viavai di persone che sussurravano tra di
loro. Will Burke mise a disposizione il suo villino al lago. Ci
avevamo trascorso qualche fine settimana. Penny adorava il
lago, l'ombra degli alti pini, gli uccelli e i conigli che
saltellavano attraverso i campi di artemisia. Vicky insistette
per accompagnarla e prendersi cura di lei. Significava
rimanere l notte e giorno, ma lei mi spieg che era alloggiata
in albergo in quel periodo, perch i suoi parenti vivevano in
un piccolo appartamento.
Noleggiai un'auto, la caricai di provviste e la affidai a
Vicky, mentre io le facevo strada con la mia macchina.
Il villino era fatto di tronchi e si affacciava su un molo e
un attracco per le barche. All'interno c'era il soggiorno con le
travi a vista e un caminetto in pietra, la cucina, un angolo per
il pranzo, due camere da letto e il bagno.
- Forse ho uno spirito un po' troppo avventuroso - disse
Vicky quando vide l'interno - ma non mi aspettavo un posto
del genere. Surgelatore, cucina elettrica, telefono... per non
dire dei divani e delle sedie in soggiorno. C' persino un
tappeto di pelle d'orso.
- C' un piccolo fuoribordo nella rimessa. Vuole che lo
tiri fuori?
- Grazie, ma non me la cavo troppo bene in acqua. E poi
Penny potrebbe cadere dalla barca.
Vicky insistette perch mi fermassi a prendere il caff.
Poi rientrai in citt.
Reynolds mi aspettava nell'auto grigia della polizia,
davanti a casa.
Parcheggiai la berlina nel vialetto ed entrammo.
- Nessun funerale sospetto - disse. - Ho controllato i
cinque giorni successivi a ventitr giorni fa. Forse ha portato
la cesta fuori citt.
- E la riparazione dell'auto?
- Anche quella potrebbe essere stata fatta in qualche
posto nei dintorni. - Reynolds pos il cappello su una sedia,
si sedette sul divano e sospir. - stata una mattinata piena.
E abbiamo ancora parecchi carrozzieri da controllare, quelli
piccoli in periferia. - Distese le gambe e si guard la punta
delle scarpe. Nei suoi occhi apparve una luce gelida, dura. -
Deve funzionare. Dev'esserci per forza un carrozziere.
- Altrimenti?
- Siamo nei guai. Ci tocca fare marcia indietro e trovare
un'altra pista.
- O fallire.
- Non falliremo. Questo non un delitto perfetto.
Nessun delitto lo .
- E che mi dice di quelli insoluti?
- Sono tutti costellati di errori - insistette. - Un
crimine di per se stesso un atto folle, illogico, contrario al
bene del gruppo a cui appartiene il criminale. Un crimine
insoluto solo il risultato del cattivo lavoro di un poliziotto
pigro e indifferente.
- Il che perfetto per il delinquente - dissi. - Cos
nulla gli impedisce di invecchiare tranquillamente e morire
nel suo letto, coi nipotini che gli portano mazzolini di fiori
sulla tomba.
Reynolds scatt in piedi. - Griffin, lei un genio!
- Che cos'ho detto?
- I fiori. Perch presumere che fossero per un funerale?
Perch non una composizione per ornare una tomba... una
sepoltura vecchia di qualche giorno? Ho indagato nella
direzione sbagliata. Invece di partire da ventitr giorni fa e
scorrere il calendario in avanti, avrei dovuto risalire indietro
nel tempo.
Si precipit nell'atrio e lo sentii telefonare.
Mentre Reynolds parlava, il furgoncino di un corriere
espresso si ferm davanti alla casa. Il fattorino scese con in
mano un pacchetto piatto e oblungo. Era per Maureen,
contrassegno.
Pagai, presi il pacchetto e chiusi la porta mentre il
fattorino si allontanava. Lo aprii: conteneva due manoscritti
di commedie di Randy Price e una lettera di Hull & Jordan,
Agenzia Letteraria.
Gentile signora Griffin,
a seguito alla nostra corrispondenza di un mese fa, il
signor Jordan e io abbiamo esaminato i manoscritti qui
acclusi. Sebbene l'autore appaia promettente, i suoi lavori
riflettono purtroppo anche una certa immaturit e
inesperienza. La restituzione di queste prove non significa
tuttavia che siamo contrari a prendere in considerazione
dell'altro materiale da parte sua. Al contrario, vorremmo
assicurare al signor Price che senza dubbio un giovane di
talento, dotato di introspezione psicologica e di un modo
crudo ma affascinante di esprimere la sua singolare visione
della vita. La preghiamo di credere che ogni sua altra opera
sar da noi esaminata con piacere e che metteremo tutte le
nostre capacit al suo servizio nel momento in cui sar in
grado di produrre qualcosa di un po' pi professionale di
queste due proposte.
Cordialmente
Roger W. Hull
P. S. Certo che mi ricordo di lei, Maureen, dal tempo in
cui lavoravo come agente teatrale. Cos si sposata e ha una
bambina. Congratulazioni, davvero. Io ho prestato servizio
nell'esercito per un po' di tempo, e ho cominciato a
occuparmi di autori invece che di attori quando sono tornato
alla vita civile.
R. W. H.
Il poscritto era aggiunto a penna. Hull aveva avuto un
ripensamento quando la sua segretaria aveva posato la lettera
sulla sua scrivania per la firma.
Feci scivolare i manoscritti e la lettera in un cassetto
della scrivania. Poi Reynolds entr nella stanza e smisi di
pensare alle speranze e all'incoraggiamento che Randy Price
avrebbe tratto da quella lettera. Capii che era successo
qualcosa. Lo si leggeva sul suo viso.
- Vogliamo andare? - disse. - Le dir tutto durante il
tragitto.
Uscimmo di casa, ci infilammo nell'auto della polizia e
Reynolds part con un breve stridio di gomme.
- Ventotto giorni fa - disse il detective- alle otto e
cinquantacinque di sera, una giovane donna con un bambino
in braccio stava scendendo dal marciapiede in West End
Avenue quando un'auto svolt all'incrocio prendendo la curva
troppo larga. A causa della velocit eccessiva sband, perse il
controllo e piomb sulla madre e sul suo bambino. La donna
cerc di allontanare il piccolo ma non fece in tempo e l'auto
non riusc a fermarsi. Furono seppelliti entrambi due giorni
dopo.
Fui attraversato da un brivido. Sentivo la voce di
Reynolds sempre pi lontana. Maureen al volante di un'auto,
una madre e il suo bambino che si materializzano di fronte a
lei... Maureen paralizzata da un immediato terrore, incapace
di arrestare la massa in movimento... No, no! Impossibile!
- Quelli della stradale mi hanno detto che stanno ancora
cercando di rintracciare il responsabile - prosegu Reynolds.
- La persona al volante rallent, ma poi invece di fermarsi
corse via in preda al panico. Come al solito i ragazzi che se ne
occupano hanno descrizioni contraddittorie dell'auto. L'unico
dato certo che era una grossa berlina, grigio scuro, o una di
quelle tinte nuove, azzurro pastello... o verde. Nessuno prese
il numero di targa.
- Chi erano quelle persone? - domandai, pronunciando
quelle parole con immenso sforzo.
- la famiglia Martin. Lui possiede un piccolo negozio
di alimentari nel West End. Ne sapremo di pi sul suo conto.
Abbiamo appuntamento con Bill Ravenel. Si occupato lui
del caso.
Al volgere del secolo, West End era un simbolo di
distinzione. Sulle sue case, grandi e imponenti, regnava una
signorile tranquillit. Eleganti carrozze stazionavano nelle
rimesse o percorrevano le strade trainate da pariglie di
cavalli. Sui marciapiedi assolati macchiati dall'ombra degli
aceri la gente si scambiava ossequiosi saluti.
Quella tranquillit era ormai solo un lontano ricordo.
West End pullulava di gente piuttosto rumorosa a quell'ora di
pomeriggio, al termine dalla giornata lavorativa. Le case
erano mostruosi edifici a timpano dalla decorazione vistosa,
con la vernice scrostata e un aspetto desolato, in cui erano
stati ricavati appartamenti squallidi e sovraffollati. Si era
salvato solo qualche albero con il tronco segnato dalle tracce
dei bambini che vi si arrampicavano. Tra le case si erano
incuneate lavanderie, botteghe di riparazioni, banchi dei
pegni e autorimesse, sfruttando fino all'ultimo centimetro di
spazio.
Reynolds parcheggi accanto a un idrante, e qualche
istante dopo un'auto grigia identica alla sua si ferm davanti
a noi. Un uomo ne usc e ci venne incontro.
- Bill Ravenel - disse Reynolds.
Mi allungai verso il poliziotto per stringergli la mano
attraverso il finestrino aperto. Ravenel era giovane e alto, con
un viso da adolescente e i capelli a spazzola. Gli occhi azzurri
erano gelidi, la sua stretta di mano brusca.
- Un'intera famigliola stata spazzata via, Griffin -
disse. - Mi auguro che non fosse sua moglie a guidare
quell'auto.
- Ravenel... - lo riprese Reynolds, seccamente.
Ravenel lo guard, poi si rivolse a me. - Mi dispiace -
aggiunse freddamente - ma questo caso mi ha toccato da
vicino. Conoscevo i Martin. Brava gente. Povera gente. Una
famiglia unita... finch non arrivata una coppia di ubriachi
irresponsabili, lanciati a tutta velocit.
Mi corse un brivido gi per la schiena. - Una coppia?
- Uomo e donna.
- Ubriachi?
- Dovevano esserlo, a giudicare dal modo in cui si
muovevano.
Scendemmo dall'auto e per un attimo ebbi il timore che le
gambe non mi reggessero.
Ravenel indic un punto pi o meno al centro della
strada. - l che successo. La signora Martin morta sul
colpo. Il bambino ha agonizzato per qualche ora.
Attraversammo la strada. Mentre Ravenel e Reynolds
parlavano con le persone che avevano conosciuto i Martin e
mostravano in giro la fotografia di Maureen, l'istintiva
avversione che avevo provato all'inizio per Ravenel si
attenu, e cominciai a vedere la cosa dal suo punto di vista.
Alec Martin aveva combattuto tre anni nel Pacifico
durante la Seconda Guerra Mondiale, prima di restare vittima
dello stress generato dai combattimenti. Aveva parlato spesso
con gli amici del periodo trascorso in ospedale, come se si
trattasse di qualcosa di cui voleva liberarsi.
Nato e cresciuto nel West End, aveva sposato una
compagna di scuola, Sally. Vivevano in un piccolo
appartamento al secondo piano, dividendo con un'altra
coppia il bagno situato in fondo a un corridoio male
illuminato. Alec aveva comprato un piccolo negozio di
alimentari a mezzo isolato di distanza, un anno prima della
nascita del loro bambino.
- Di solito andavano a trovare Alec in negozio le sere in
cui lui teneva aperto fino a tardi - ci disse il padre di Sally.
Era un uomo anziano, magro, brizzolato, seduto in un vecchio
soggiorno che odorava di chiuso accanto alla moglie, una
donna ossuta con gli occhi segnati da profonde occhiaie
dolorose.
- Madre e figlio - disse il vecchio - andavano al negozio
e Sally dava una mano ad Alec per la chiusura. Chiudeva tardi
quasi ogni sera. Volevano comprare un piccolo appartamento
fuori dal West End, alla periferia della citt, dove c' il sole e
l'aria buona.
"Lui assistette all'incidente. Li stava aspettando, spiava il
loro arrivo. Lei lo vide e gli fece un cenno di saluto. Forse
per questo che non si accorse in tempo dell'auto."
La donna accanto al vecchio chiuse gli occhi e impallid.
- Per poco Alec non mor di dolore - prosegu il vecchio.
- La tragedia lo condusse sull'orlo della follia. Non dormiva
e non mangiava... se ne stava in quell'appartamento fissando
il muro, senza neanche preoccuparsi di accendere la luce
quando faceva buio. Cercai di scuoterlo, ma non c'erano
parole che potessero aiutarlo. Doveva trovare da solo la forza
per ricominciare a vivere. Una settimana fa ha venduto il
negozio. Ha detto che non ce la faceva pi a rimanere qui nel
West End. Ci ha promesso che avrebbe scritto, che ci avrebbe
fatto sapere dov'era, cosa stava facendo, ma non si pi fatto
vivo.
Ravenel si alz, senza distogliere lo sguardo dal vecchio.
- Faremo in modo di non disturbarla pi - disse. - Se ha
notizie di lui, ce lo faccia sapere.
Il vecchio ci accompagn alla porta. - Avete scoperto chi
era alla guida dell'auto?
- Ci stiamo lavorando.
Il vecchio ci guard tutt'e tre, uno dopo l'altro. Non
vedevo l'ora di andar via. Mi domandai quale sarebbe stato il
suo sguardo se avesse saputo ci che Reynolds e Ravenel
sospettavano. Il vecchio scosse la testa. - Dev'essere un
inferno, ora, per quei due. Soprattutto per la donna. Era lei
che guidava, lo sapete, no?
- S - disse Ravenel a bassa voce - ce l'hanno detto dei
ragazzi che giocavano l accanto.
- Ma nessuno prese il numero di targa - aggiunse il
vecchio. - Nessuno ebbe questa prontezza di spirito. E un
attimo dopo l'auto era sparita.
Ci immergemmo di nuovo nel frastuono e nel sudiciume
del West End.
- Sally Martin e suo figlio - disse Ravenel - sono
sepolti al Memorial Park. Andiamo a dare un'occhiata.
Ci recammo al cimitero con una delle due auto grigie. Le
tombe erano una accanto all'altra su un fianco della collina.
La zolla erbosa che le ricopriva non aveva ancora attecchito.
Una cesta di fiori appassiti e sferzati dalla pioggia era
collocata all'estremit della tomba di Sally. Ravenel gir
intorno al tumulo con cautela, si inginocchi e la esamin.
Alz lo sguardo verso di me, e il silenzio del cimitero mi
avvolse come una cosa viva, tangibile. Mi avvicinai alla tomba
e vidi ci che aveva visto Ravenel, un piccolo adesivo sulla
base della cesta. Era quasi cancellato dalla pioggia e dalle
intemperie, ma Ravanel aveva grattato via lo sporco e i
caratteri sbiaditi erano ancora leggibili: " La Bottega dei
Fiori".
- Ecco dove ha portato la cesta - disse Ravenel. - Ora il
quadro quasi completo. Martin vide il numero di targa
dell'auto che aveva ucciso la sua famiglia. Era sulla soglia del
suo negozio quando si verific l'incidente. Neg di averla
vista, perch non voleva che fossimo noi a prendere Maureen
Griffin. Voleva pensarci lui.
- Non avete nessuna prova che sia stata lei a portarla! -
esclamai, indicando la cesta. - Per colpa di semplici
coincidenze degli innocenti sono finiti sul patibolo, in
passato.
- vero, ma succede di rado - rispose Ravenel. - In
questo caso tutti i pezzi combaciano perfettamente. Il quadro
cos completo che potrei avventurarmi ad aggiungere
qualche dettaglio in pi. Martin vide la targa e and
all'ufficio immatricolazioni per scoprire a chi apparteneva
l'auto. Era fondamentalmente un brav'uomo, ma aveva perso
la testa. Ha venduto il negozio, ma scommetto che non ha
lasciato la citt. Scommetto che si comprato una grossa auto
verde... come arma.
Ravenel venne via dalla tomba, poi si ferm e si rivolse a
me. - A proposito, Griffin, dove si trovava lei la sera in cui
Sally Martin e suo figlio furono uccisi?
Rimasi allibito. Per un tempo che mi parve lunghissimo
non dissi nulla, poi mormorai: - Ero fuori citt.
- Pu provarlo?
- Credo di s.
- Potrebbe essere necessario. Dopo tutto, c'era un uomo
nell'auto con la signora Griffin.
Quella notte mi fermai da Will e Carla Burke. Non avevo
il coraggio di affrontare il silenzio di casa mia. Rimanemmo
seduti a parlare tutti e tre fino a tardi, e Carla fece del suo
meglio per comportarsi bene e non critic Will neanche una
volta.
Alla fine non ebbi il coraggio di tenerli alzati pi a lungo
e andai a dormire nella stanza degli ospiti. Ma il sonno non
voleva arrivare. Maureen era sempre stata buona, gentile,
generosa. Forse poteva essere stata presa dal panico dopo
l'incidente, poteva succedere a chiunque. Ma non sarebbe
andata lontano. Sarebbe tornata indietro, avrebbe offerto il
suo aiuto... a meno che l'uomo non l'avesse convinta a non
farlo.
Senza far rumore andai in bagno e trovai i sonniferi di
Will. Ce ne vollero due per farmi crollare.
La compagnia di Will e Carla mi aiut ad affrontare il
funerale, il mattino seguente. Dopo un malinconico pasto,
tornai a casa. Dovevo tornarci, ogni tanto.
Chiamai il villino sul lago. Vicky disse che tutto andava
bene. Penny era sulla spiaggia a pescare pesciolini con una
cordicella e uno spillo incurvato.
Poi telefonai a Reynolds. Le sue novit furono una doccia
fredda. Un impiegato dell'ufficio immatricolazioni ricordava
che un uomo corrispondente alla descrizione di Martin aveva
chiesto informazioni su un numero di targa. E un venditore di
auto usate ricordava di aver venduto una grossa macchina
verde una settimana prima. Anche in questo caso la
descrizione dell'acquirente combaciava con quella di Martin,
e i suoi modi e la sua insistenza su un determinato tipo di
auto avevano fatto s che il venditore se ne ricordasse. Martin
aveva registrato l'auto a proprio nome.
- Sappiamo come e perch - disse Reynolds. - Non ci
resta che trovarlo.
Rientrai in soggiorno. La porta d'ingresso era aperta e
Randy Price stava spiando attraverso la zanzariera.
- Salve, Steve - disse, tetro.
- Oh salve, Randy. Entra.
Si sedette e intrecci le dita facendo schioccare le nocche.
- Avevo bisogno di vedere qualcuno, di parlare con qualcuno
- confess. - Ero al funerale.
- S, ti ho visto. Ti va un po' di caff?
- Certo.
Andammo in cucina.
- Quel Reynolds - disse lui. - Non gli piaccio. Da
quando voi due siete venuti a casa mia, di tanto in tanto mi fa
tenere d'occhio. convinto che io volessi ingannare Maureen,
o qualcosa del genere. Tu non hai questa opinione di me, vero
Steve?
Mi stava di fronte, tormentandosi nervosamente il
pizzetto. Notai in lui quell'atteggiamento felino che aveva
colpito Reynolds, e una luce nascosta in fondo ai suoi occhi
mi spinse a domandarmi se non stesse solo cercando di
blandirmi.
- Non ho alcuna opinione di te, Randy.
- Okay, se cos che la pensi.
- Non metterti a piagnucolare, adesso.
Una scintilla di rabbia brill nei suoi occhi, e subito si
spense. - Certo, questo un brutto momento per te, Steve. E
quindi non ti chieder nulla.
- E cosa dovresti chiedermi?
- Un piccolo prestito. Vedi, Maureen mi prestava un po'
di denaro, e io pensavo che se tu... Be', dopo tutto, non si
tratterebbe di buttare via dei soldi. Credimi Steve, saresti
d'aiuto a un genio.
Pensai agli assegni incassati che erano registrati sul
libretto di Maureen. Finalmente sapevo che fine aveva fatto
quel denaro. Non aveva pi importanza, anzi, era quasi un
sollievo. Sapevo quello che Maureen doveva avere provato nei
confronti di questo ragazzo. La cosa pi importante per lei
doveva essere stato il suo lavoro, non lui.
- Non lo definirei un privilegio, il fatto che io ti presti
del denaro - dissi.
- Grazie, Steve. - Sorrise e accett un caff. E venti
dollari.
Solo quando Randy era gi andato via mi ricordai dei
manoscritti. Andai alla porta, ma la sua macchina stava gi
svoltando l'angolo.
Il postino veniva gi lungo il marciapiede. Si avvicin, mi
fece le condoglianze e mi consegn una lettera.
Rientrai. La busta era liscia, bianca, con il timbro della
zona. Non c'era mittente e l'indirizzo era scritto a mano.
Aprii la busta e ne estrassi un unico foglio di carta bianca.
Era scritto con la medesima grafia nitida. Nessun preambolo,
nessuna firma, un'unica frase scritta di traverso sul foglio,
per il resto completamente bianco.
Mi devi ancora il bambino, Griffin.
Le parole mi ballavano davanti agli occhi. Accartocciai il
foglietto. Di colpo l'atmosfera della casa fu carica di terrore,
tesa come un urlo.
Mi imposi di non correre verso il telefono, ma di
procedere con calma. Le mani mi tremavano cos forte che
sbagliai numero e dovetti ricominciare da capo.
- Parla Reynolds.
- Steve Griffin. Per l'amor di Dio, venga qui
immediatamente.
- Cos' successo?
- Lui vuole Penny!
- Come fa a saperlo?
- Un biglietto. Ha mandato un biglietto. Reynolds... lei
conosce il lago Apopka?
- S.
- Will Burke proprietario del villino che si trova
all'estremit nord. Pu mandarci qualcuno, per favore? Penny
l con Vicky Clayton.
- Lo consideri gi fatto. Non perda il controllo, Griffin.
Sto arrivando.
Riagganciai e rimasi in piedi, immobile. Avevo gi avuto
paura prima di allora. In guerra, avevo avuto paura. E ancor
di pi quando la telefonata di Maureen mi aveva trascinato
per centocinquanta chilometri nella pioggia e nel buio. Ma
questa volta era diverso.
Andai di sopra e aprii il cassetto superiore del com nella
camera matrimoniale. In alto, fuori dalla portata di Penny,
c'era la pistola che avevo portato a casa quando avevo
cominciato a viaggiare per lavoro.
Maureen ne aveva riso: - Non so se avere pi paura della
pistola o del ladro.
Controllai l'arma. Era carica. Me la infilai nella tasca
interna della giacca.
Quando arriv Reynolds, il tremito era sotto controllo, o
se non altro meno evidente.
Il detective esamin il biglietto. Carta e busta erano di
tipo comune, roba da poco prezzo. Nulla che potesse esserci
d'aiuto. Nessun indizio per rintracciare Alec Martin. Quando
aveva comprato quella grossa auto verde la citt lo aveva
inghiottito, inoculandolo nel proprio frenetico flusso vitale
come una cellula impazzita, un germe.
Durante il tragitto verso il lago, Reynolds disse che
Ravenel era uscito subito dopo la mia telefonata. Ora che il
caso Griffin e il caso Martin erano stati accomunati, i due
detective lavoravano insieme.
Penny ci vide arrivare e ci corse incontro dalla riva del
lago. Si gett nelle mie braccia, e io la strinsi cos forte da
spaventarla.
Si divincol e salt gi, raccontandomi quanto si stesse
divertendo, e andai con lei a vedere i pesciolini che aveva
preso. Dopo aver munito di esca il suo amo, la lasciai sulla
riva e seguii Reynolds su per la radura fino al villino.
Ravenel era appoggiato alla ringhiera di legno sotto il
portico e fumava una sigaretta, osservando Vicky Clayton. La
ragazza era seduta su una sedia di bamb, tutta rannicchiata
e tesa, come se avesse freddo.
Quando Reynolds e io arrivammo, Ravenel butt via la
sigaretta e si alz. Guardai Vicky. Le tremavano le labbra, e
guardava altrove. Il suo comportamento era decisamente
strano. Mi resi conto improvvisamente che aveva un
atteggiamento colpevole.
- Tutto a posto qui - disse Ravenel - tranne lei.
Guardai Vicky e lei distolse lo sguardo.
- La vidi uscire dall'appartamento di Martin una sera che
ero andato a parlare con lui - aggiunse Ravenel. - Gli chiesi
chi fosse. sua sorella.
Vicky balz in piedi. Attravers il portico e si ferm
davanti a me.
- Non mi giudichi in modo affrettato, Steven - disse,
con voce strozzata. - vero, Alec mio fratello. I nostri
genitori divorziarono anni fa e io ho vissuto con mia madre
mentre Alec rimasto con mio padre, che in seguito si
risposato. Non conoscevo Alec molto bene, ma ci scrivevamo
di tanto in tanto. La sua ultima lettera, in cui descriveva la
tragedia che aveva colpito la sua famiglia in modo piuttosto
incoerente, risale a circa dodici giorni fa, parecchio tempo
dopo che si erano svolti i funerali.
"Quando andai a trovarlo, era in uno stato di profonda
prostrazione. Stava seduto nel suo appartamento a guardare
il muro per ore. Poi usciva senza dire dove andava o quando
sarebbe tornato."
La sua voce si spezz. Per un attimo non riusc a
proseguire.
- Avrei dovuto sospettarlo - dissi. - Lei non ha mai
detto nulla di preciso su Maureen o sulla vostra amicizia. E
poi una volta difese Martin e mi preg di perdonarlo.
Fece cenno di no col capo, lentamente, come se quel
movimento le costasse un enorme sforzo. - Difenderlo... no,
Steven. Chiedevo piet per lui, questo s.
Vicky mi fissava negli occhi, con un espressione di
supplica umile ed eloquente.
- Alec vendette il negozio - prosegu - e disse che
sarebbe andato via per un po', per cercare di dimenticare.
Speravo che ne stesse venendo fuori. Lo aiutai a
impacchettare un po' di cose che dovevano rimanere nel suo
appartamento. C'erano delle note scritte da lui... il nome di
Maureen e il suo indirizzo... piccole informazioni su di lei...
un numero di targa.
- Le stava dietro come un'ombra - disse Ravenel -
quando usciva. La pedinava.
Un brivido violento scosse le spalle di Vicky. - Lui mi
strapp di mano quelle note, disse che non significavano
nulla e le stracci. Poi and via, e io decisi di rimanere in
citt ancora qualche giorno con mio padre. In realt non
avevo un gran rapporto con lui, ma aveva sofferto una grave
perdita e aveva bisogno di me.
"Stavo pensando di tornare a casa quando vidi
quell'articolo di cronaca sul giornale, l'altra mattina. Il nome
mi fece trasalire. Cercai di persuadermi che non poteva
trattarsi della donna di cui avevo letto il nome sulle note di
Alec, che il suo incidente poteva non avere nulla a che fare
con quello che a lui era costato cos tanto.
"Ma questo ragionamento non mi convinceva. Andai a
dare un'occhiata alla zona in cui viveva la donna, Meade Park.
Fu facile raccogliere informazioni su di lei. Mi fermai al
negozio di alimentari all'angolo, tutti ne parlavano.
"Seppi che aveva una figlia. Anche Alec aveva avuto un
figlio. Non avevo il coraggio di pensare alle conseguenze."
Chiuse gli occhi e si morse il labbro inferiore, cercando di
trovare la forza per continuare a parlare.
- Avrebbe dovuto rivolgersi subito alla polizia - disse
Ravenel.
Lei rimase in silenzio ancora un attimo, poi sussurr: -
Era mio fratello. Forse... sono stata una stupida.
Reynolds fiss Ravenel e disse: - Signorina Martin, se
avessi avuto un fratello nei pasticci, forse sarei stato
altrettanto stupido.
- Non avevo alcuna prova che avesse ucciso Maureen -
prosegu lei. - Ancora non riuscivo a crederci... a meno che
non fosse completamente impazzito. Se lei lo avesse
conosciuto, capirebbe. Era tranquillo, gentile, affettuoso.
Anche se avesse architettato una cosa del genere, se l'avesse
desiderata, un vero omicidio sarebbe stato contro la sua
natura.
"Se era innocente, facendolo arrestare temevo di
causargli un danno irreparabile, dopo la tragedia che l'aveva
colpito. Ma potevo anche sbagliarmi. Se era colpevole, forse
avrebbe cercato di colpire la figlia di Maureen. E anch'io ne
sarei stata responsabile, perch non avevo fatto nulla.
Reynolds lanci un'occhiata a Ravenel, che stava per
intervenire, e disse: - Cos, signorina Martin, lei decise di
prendere l'iniziativa, ovvero di assumersi la responsabilit di
proteggere la bambina.
- Lei mi capisce!
- Non ho detto questo. Sto semplicemente chiedendo se
erano queste le sue intenzioni quando ha bussato alla porta
dei Griffin e si presentata come un'amica della signora.
- La sua affermazione esatta - rispose Vicky.
Non aveva distolto gli occhi da me, scuri e intensi.
- Se lei avesse voluto far del male a Penny, signorina
Martin - dissi -ne avrebbe avuto tutte le possibilit.
- Sono d'accordo - concord Reynolds.
Vicky soffoc un singhiozzo e si allontan.
- La domanda fondamentale ancora senza risposta -
disse Ravenel in tono irritato. - Che facciamo con Martin?
ancora in circolazione, ed una minaccia per la bambina.
Reynolds guard verso il lago dove Penny trascinava la
sua canna da pesca nell'acqua. Poi osserv la radura intorno
alla casa.
- Questa il posto migliore per difenderla - dichiar. -
Un incidente stradale impossibile e un estraneo non pu
arrivare a cinquecento metri da qui senza essere visto. Se
cercassimo di nasconderla in citt, ci sarebbero dei rischi
ovunque. Ogni volto nella folla potrebbe appartenere a
Martin. Ogni rumore di passi su una scala antincendio, o in
un corridoio.
"Manterr tre turni di guardia con uomini ben armati qui
fuori finch non lo avremo preso. Credo di poter garantire
l'incolumit della bimba in questo modo, Griffin."
- E lei? - disse Ravenel accennando a Vicky.
Reynolds attese che fossi io a parlare.
- Pu restare - dissi - se vuole.
- Grazie, Steven, grazie! - esclam lei.
Rimanemmo al villino fino all'arrivo di due nerboruti
poliziotti in borghese, dall'aria capace. Stabilimmo di dire a
Penny che erano amici di Will, e che erano l per pescare.
Decisi di tornare in citt con Reynolds per mettere
qualcosa in valigia e tornare al villino dopo cena, la sera
stessa.
A casa finii di preparare la valigia e chiusi tutto. La
giornata era quasi alla fine, e mi domandai quanto tempo
sarebbe passato prima che Penny fosse fuori pericolo.
Stavo uscendo per andare a cenare quando chiam
Reynolds.
- finita - disse.
Per un attimo rimasi in piedi con il ricevitore in mano,
pietrificato. - Cosa?
- Abbiamo trovato Martin.
Le mie ginocchia stavano per cedere. Mi sedetti sulla
sedia accanto al telefono. - Dove?
- Nel fiume. morto. Era l insieme all'arma del delitto,
la sua grossa macchina verde, sul fondo del fiume.
- Reynolds, aspetti un attimo... Voglio che me lo ripeta
parola per parola.
Ridacchi, sollevato. - Okay. Parola per parola. Ecco qui.
C' un molo in Timmons Street, vicino al punto in cui stata
uccisa Maureen, che apparteneva alla Kukolovitch & Figli.
un pontile basso, vecchio, con una rampa d'accesso per il
carico e lo scarico dai camion. Martin ha guidato l'auto fino al
termine del molo, Griffin. Quel posto doveva ossessionarlo.
Chi pu dire cosa passa per una mente malata? Dev'essere
tornato a vedere il luogo in cui aveva assassinato la signora
Griffin. Poi un raptus si impadronito di lui e ha infilato la
rampa scagliandosi con l'auto oltre il molo. Dev'essere
successo di notte. In ogni modo, nessuno l'ha visto. Dei
ragazzi stavano pescando con il fucile subacqueo in quella
zona, questo pomeriggio. Uno di loro si immerso a grande
profondit... e ha visto la sagoma scura di un'auto. L'arma
verde di Martin... con lui dentro.
- E la chiatta che era ormeggiata in quel punto?
Ci fu qualche disturbo sulla linea. Poi Reynolds disse: -
Quale chiatta?
- Sono andato laggi il mattino dopo che Maureen
stata uccisa. C'erano dei marinai che ormeggiavano una
chiatta. Ricordo il nome del molo perch era particolare, e
per il suono lugubre della sirena del rimorchiatore che si
allontanava lungo il fiume. Reynolds, la chiatta era vuota. I
marinai l'avevano lasciata l, come se fosse in attesa di un
carico dal magazzino. Ora, se i ragazzi hanno l'abitudine di
pescare o nuotare vicino al molo e l'auto non stata scoperta
fino a questo pomeriggio...
- Non aggiunga altro - disse lui. - Stia tranquillo. La
richiamo.
Rimasi tranquillo. Tranquillo come doveva essere stato
Alec Martin dopo la morte di sua moglie e suo figlio.
Guardavo il muro, e vedevo esattamente ci che doveva aver
visto lui.
Lo squillo del telefono mi fece sobbalzare.
- Aveva ragione, Griffin! La chiatta rimasta ormeggiata
dal mattino successivo alla morte di Maureen fino a questo
pomeriggio. La macchina di Martin rimasta l sotto per
tutto questo tempo - disse Reynolds.
- Quindi lui annegato la notte stessa in cui lei stata
uccisa.
- Per forza.
- E non pu aver scritto il biglietto che minacciava
Penny - dissi io. - Chi lo scritto ha provato a fare il furbo.
Ha pensato di essere proprio in gamba.
- Un folle...
- Folle un corno! Chi ha scritto quel biglietto aveva
un'ottima ragione per farlo. L'auto non era stata trovata, e
l'uomo che l'aveva fatta affondare cominciava a rilassarsi, a
credere che l'acqua fosse abbastanza profonda perch non
venisse pi scoperta. Il biglietto chiudeva il caso attribuendo
la colpa a Martin. Con la polizia che girava a vuoto cercando
di trovare un uomo che era in fondo al fiume, chi ha scritto il
biglietto era perfettamente al sicuro. Solo che lui non sapeva
della chiatta... e non ha tenuto conto di come pu reagire un
uomo cui stata uccisa la moglie.
- Stia a sentire, Griffin, se lei sa qualcosa...
- Ci vediamo.
- Griffin!
Riagganciai. Qualche istante dopo ero gi per strada.
Sedeva perfettamente immobile nella stanza silenziosa, e
gli ultimi raggi purpurei del sole al tramonto penetravano
dalla finestra alle mie spalle colpendolo in viso. Ma lui non
faceva una piega. Osservava la pistola che tenevo in mano e
ascoltava le mie parole.
- Quel Martin - dissi - un brav'uomo, gentile,
generoso. Si vede ammazzare moglie e figlio, prende il
numero di targa e viene a sapere il nome della donna al
volante. Progetta di ucciderla. Vuole ucciderla, lo desidera
pi di ogni altra cosa. Mille volte ripete quel gesto nella sua
mente... e tuttavia, dopo due tentativi al vivaio e al
supermercato, rinuncia. Perch? Perch non aveva la stoffa
dell'assassino. Perch ogni volta, all'ultimo momento,
qualcosa di profondamente radicato in lui glielo impediva.
" Che fare allora? Aspettare e riprovarci per la terza
volta? No. Dopo il tentativo fallito al supermercato,
dev'essersi reso conto che non poteva farlo... non in quel
modo. Invece di braccare Maureen come un cacciatore, cosa
che non , va a casa di lei. Ci rimane abbastanza da fumare
una sigaretta e lasciare il mozzicone nel portacenere. Vuole la
sua morte, e Maureen lo sa, cos gli racconta tutto, compreso
il nome dell'uomo che era con lei la sera in cui la famiglia di
Martin fu uccisa.
"Martin vuole anche lui. Costringe Maureen ad
accompagnarlo e lo affronta, ma questa volta ha a che fare
con un uomo, non con una donna. Un uomo egoista,
disperato, senza scrupoli e senza piet. un osso troppo
duro, e ha la meglio su di lui. Dopo avere infilato Martin
nella macchina verde, l'uomo dice a Maureen che non ha altra
scelta se non andare fino in fondo.
"Si dirigono verso Timmons Street per un'unica ragione:
l'uomo vuole servirsi del fiume per liberarsi di Martin. Ma
all'ultimo momento, Maureen crolla. Ha dei princpi morali...
anche se l'uomo non lo capir mai. Lei scende dall'auto, l'auto
di Martin, e l'uomo la investe. fortunato. Nessuno lo vede.
Dopo di che spinge l'auto nel fiume, con Martin dentro.
"Un gioco da ragazzi. L'uomo al sicuro ormai. Nessuno
sapr mai che stato coinvolto in un incidente stradale e in
un successivo complotto criminale. Uno scandalo del genere
non deve neanche sfiorare il suo nome, pregiudicare il suo
futuro. Non un istante del suo tempo prezioso dev'essere
sprecato in un tribunale e dietro le sbarre.
"Che te ne sembra, Randy? un buon soggetto per una
commedia?"
Solo allora lui si mosse. Si alz in piedi e fece un sorriso
sprezzante.
- Una pessima commedia. Ma naturalmente, non vorrai
insinuare che sia io questo misterioso e brillantissimo
criminale?
- Io credo di s. Sei stato molto fortunato, ma hai
commesso due errori. Hai scritto quel biglietto, senza sapere
che una chiatta era andata a fermarsi proprio sopra l'auto,
scagionando Martin. E poi mi hai mentito... e questo ha fatto
cadere i miei sospetti su di te, Randy.
Aveva assunto una posa disinvolta, quasi rilassata. Una
leggera brezza faceva frusciare le pagine delle riviste
ammucchiate nel soggiorno della villetta.
- Cominci a seccarmi un po', Steve - disse. - Dopo
tutto, ti conosco solo da pochi giorni e tu ti permetti di venire
qui e...
- Maureen la conoscevi da pi tempo.
- Un paio di settimane.
- Ti stai ripetendo - dissi. - Maureen era una donna
riservata, quasi timida per certi aspetti. Ti disse che voleva
che noi ci conoscessimo, e io sospetto fortemente che se
avesse voluto presentarti ai nostri amici lo avrebbe fatto in
mia compagnia, come amico di entrambi.
- Lo ammetto.
- Quindi vi siete sempre visti da soli. Dopo la sua morte,
chi avrebbe potuto smentirti?
- Non lei di sicuro.
- Ti sbagli: lo ha fatto. Due settimane fa significa dopo
l'incidente, ma tu la conoscevi da prima. Un mese fa lei
scrisse a un agente a proposito dei tuoi lavori, e gli mand un
paio di manoscritti.
Impallid.
- Che bella sorpresa per te se avesse ricevuto buone
notizie dall'agente, vero, Randy?
- Senti, Steve, non facciamone un dramma. Forse l'ho
conosciuta pi di due settimane fa. Forse ho detto un paio di
settimane senza pensarci...
- Perch non volevi che qualcuno ti collegasse a lei nel
periodo che precedette l'incidente. Per quale altro motivo
avresti dovuto mentire? Quindi sapevi dell'incidente in cui
erano morti una donna e un bambino. E per saperlo, dovevi
essere l.
"Sei stato bravissimo a ideare questo magnifico piano,
Randy, da quel perfetto egoista che sei. Ma ti sono sfuggiti i
dettagli."
Randy era impallidito. Nella sua mente i pensieri si
rincorrevano, affannosamente, alla ricerca di una via d'uscita.
- La Martin e il bambino furono uccisi alle otto e
cinquantacinque - proseguii. - Subito dopo l'ora di cena.
Avevate appena mangiato, vero, quando passaste per il West
End? Ci sono alcuni dei ristoranti preferiti di Maureen. Li
conosco, Randy. Se avessi tempo da perdere, potrei portarti
fin l. Non sono un numero infinito. Tu e una fotografia di
Maureen. Si rammenterebbero facilmente di voi due,
specialmente di te, con i baffi e il pizzetto su quella faccia da
ragazzino.
- Cosa significa che non hai tempo da perdere?
- Sono certo che sia tu il mio uomo. Sono certo che le
cose siano andate cos come ho detto. C'era il sangue di
Maureen sparso sul terreno in Timmons Street. Non avresti
dovuto farlo. Non avresti mai dovuto farlo.
Indietreggi. Il suo viso era imperlato di sudore.
- Posso concederti ancora un po' di tempo - dissi - se
vuoi raccontarmi com' andata.
- Posso bere una birra?
- Fa' pure.
Lo seguii in cucina. Si apr una lattina di birra e ne butt
gi met in un sorso.
- Ti prenderanno, Steve - disse. - Cos come Martin
arrivato a lei, e tu sei arrivato a me.
- Stai cercando di spaventarmi? - gridai, in tono di
sfida.
Lasci cadere la lattina di birra, e la schiuma si sparse sul
pavimento. Si appoggi al tavolo della cucina, aggrappandosi
al bordo. - Non puoi farlo! Ricordati quello che dicevi sui
princpi morali, Steve! Vale anche per te! Vai contro i tuoi
princpi se lo fai!
- Sono proprio i miei princpi che mi spingono a farlo.
Si mise a piangere, ma questa volta non fingeva come
quando Reynolds e io eravamo venuti a trovarlo e gli avevamo
detto di Maureen.
Piangeva di rabbia e di disperazione. - Mi trattava come
un ragazzino - grid. - Come un fratellino pi piccolo.
Quella sera... dopo cena... mi faceva la paternale. Sei giovane.
Non avere fretta. Trovati un lavoro part-time. Io le risi in
faccia. La feci arrabbiare. Si infil in West End Street. Era
girata verso di me per dirmi qualcosa quando
improvvisamente apparvero loro in mezzo alla strada, la
donna e il bambino.
"Maureen non fece in tempo a frenare. La donna si era
precipitata in strada senza guardare, stava salutando suo
marito, che era sulla soglia del negozio di alimentari e perse
la testa quando si accorse dell'auto. Si butt dalla parte
sbagliata, proprio nella direzione in cui Maureen aveva
sterzato.
"Si ud un breve rumore, come se qualcuno avesse
scagliato un melone maturo contro il muso dell'auto.
Maureen sollev il piede dall'acceleratore, ma io pigiai sul
pedale dicendole di andar via di corsa, e lei mi obbed,
macchinalmente.
- Quindi non aveva bevuto?
- No. Cerc di riprendere il controllo dell'auto. Quando
ci fummo allontanati, le dissi che era meglio non tornare
indietro. Era troppo tardi per aiutarli, comunque. Le mie
parole la spaventarono. Tornammo qui e lei si sedette sui
gradini e pianse per tutto il tempo che impiegai per pulire il
muso dell'auto. La riaccompagnai a casa e il giorno seguente
portai la macchina da un carrozziere piuttosto malfamato e
feci riparare il paraurti e il fanale. Per maggiore sicurezza,
prima di andare l rubai una coppia di targhe, le sostituii e
poi le rimossi dopo la riparazione.
"Poi lei si present qui con Martin. Ma io non volevo,
Steve! A me bastava un tozzo di pane e la possibilit di
scrivere le mie commedie. Non fu colpa mia. Uno dopo l'altro,
gli eventi mi hanno preso la mano, da quando quella stupida
donna e suo figlio hanno attraversato la strada."
Si asciug gli occhi con la manica della camicia. - Mi ci
vuole un'altra birra.
Apr lo scomparto del ghiaccio, tir fuori una lattina e
gir intorno al tavolo, dandomi le spalle. Aveva parlato pi
che poteva e si rendeva conto che il suo tempo era scaduto,
che non aveva pi niente da perdere. Con un gesto rapido e
brusco, gir sui tacchi e scagli la lattina di birra verso di me
flettendo il corpo alto e magro come una canna da pesca.
Il bordo della lattina prese in pieno la mia guancia
sinistra e per poco non mi butt a terra. Feci fuoco, ma il
proiettile lo manc.
Lui spalanc la porta e fu fuori. Il pomeriggio stava
morendo. Il cielo era ancora attraversato da striature rosse
come il sangue.
Uscii e lo vidi che correva a perdifiato lungo il vialetto.
Ma la mia auto era parcheggiata dietro la sua e io lo incalzavo
con la pistola. Quando si volt e mi vide cambi bruscamente
direzione.
Si inoltr nel vasto campo deserto a est della villetta.
Oltre il campo c'era un bosco, la salvezza. Procedendo a zig
zag sapeva di avere qualche possibilit, sapeva che sarebbe
stato difficile piazzare un proiettile nel punto giusto in un
bersaglio mobile come lui.
Il sangue mi colava sul viso dalla ferita alla guancia. Lui
era veloce, molto pi veloce di me.
Ma non pi veloce dell'auto. Lo stesso tipo di auto grossa,
verde, che aveva ucciso Maureen e aveva fatto finire Martin in
fondo al fiume.
Era pi o meno a met del campo quando ud il rombo del
motore. Si volt. Dal parabrezza vidi la sua faccia, la bocca
spalancata per prendere fiato.
Cacci un urlo rauco. Si butt da un lato, e l'auto gli
pass a fianco.
Sterzai. L'auto fece uno scarto come un toro infuriato e
gli fu di nuovo dietro.
Randy si era rimesso a correre nella direzione opposta, a
testa china, mulinando le lunghe gambe muscolose.
Calcol la distanza dell'auto in base al rumore, e si tuff
ancora di lato. L'auto lo manc di pochi centimetri.
Scivol. Un attimo dopo era gi in piedi e aveva ripreso a
correre, ma le sue gambe vacillavano. Cadde sulle ginocchia e
si rimise in piedi ancora una volta.
L'auto slitt quando sterzai. Lui si guard indietro, il
volto teso, gli occhi sbarrati.
Inciamp. E questa volta non ebbe pi la forza di
rialzarsi. Si arrese. Lucido, nascose il volto tra le mani e si
rannicchi a terra, in attesa della macchina.
Mi fermai, scesi dall'auto e avanzai verso di lui. Quando
gli fui accanto vidi le spalle scosse da brividi violenti, poi la
macchia livida del viso che finalmente sollevava lo sguardo
verso di me.
- Tu... tu non...
- No, Randy - dissi, con voce esausta. - Per un attimo
ho pensato di esserne capace, ma avevi ragione tu. Se avessi
davvero voluto fare quel che credevo di voler fare, ci sarei
riuscito al primo colpo.
Mi accorsi che il giorno era cambiato. I raggi del sole
morente avevano perso il loro splendore purpureo. Era il
crepuscolo... e tutto era silenzio. Pensai alla mia bambina,
Penny. Volevo andare da lei. Abbassai lo sguardo su Randy, e
fui contento di non averlo fatto.
Donald E. Westlake
Minaccia a vuoto
"Manhunt", febbraio 1960
In un recente numero di "Mystery Scene" si leggeva che
"pagina dopo pagina, Donald E. Westlake si rivela il miglior
scrittore di gialli della sua generazione". Sebbene sia
probabilmente pi noto per i suoi romanzi umoristici (in
particolare la serie di Dortmunder), Westlake ha anche
rivitalizzato il moribondo genere delle storie di rapine. I
libri che ha firmato con lo pseudonimo di Richard Stark
incarnano alla perfezione il taglio del noir moderno. Il
capolavoro di Westlake il suo ultimo romanzo, The Ax,
destinato a rappresentare senz'altro un punto di riferimento
per la narrativa gialla contemporanea.
E G.
Ah, i mari del Sud! Gli eroi di Maugham e le giovani
indigene, cos prosperose e fiorenti nei loro diciott'anni, cos
calde, cos dolci, cos facili e s, cos disponibili! Ah, i mari
del Sud e la giovent innocente e le rilassanti sirene
abbronzate delle Samoa! Ah, far l'amore con quelle
affascinanti indigene che, a quanto pare, non fanno mai mai
mai figli!
E, ahim, i sogni a occhi aperti nella gelida, gelida aria
invernale. Con tutti i finestrini dell'automobile chiusi,
Frederick Leary sentiva la pelle raggrinzirsi nell'aria calda e
asciutta che il riscaldamento gli vomitava sulle ginocchia, e il
parabrezza si appannava. Con un finestrino aperto, l'aria
fredda insinuava sottili dita di ghiaccio all'interno per
pizzicargli il naso con il suo gelido tocco, e le fragili vergini
del Pacifico del Sud ripiegavano danzando, ondeggiando,
diventando sempre pi piccole e indistinte e lontane, molto
lontane.
E Frederick Leary era soltanto Frederick Leary, dopo
tutto. Responsabile della filiale locale della catena di librerie
Bonham. Colto, in modo non sistematico. Marito, ma non
padre. Trentadue anni, ma non ricco. Diplomato al college, e
apprezzato con distacco dai suoi impiegati.
Irritato, annoiato, vagamente deluso, Frederick Leary
svolt nel viale d'ingresso, e l'auto che lo aveva seguito fin l
si ferm a lato del marciapiede, tre case pi in l. La portiera
si apr con uno scricchiolio stridulo e Frederick si fece strada
a fatica nella neve per andare a sollevare la porta del garage,
una porta basculante che gli era costata un sacco di soldi e
che a dispetto della spesa costituiva una colossale seccatura.
L'auto che lo aveva seguito sput fuori il suo occupante, un
giovane pallido dall'aria indecisa che si strinse nel cappotto e
rimase a capo scoperto sotto la leggera nevicata,
mordicchiando nervosamente il filtro della sigaretta,
accarezzando la pistola che teneva in tasca e chiedendosi se
aveva sangue freddo a sufficienza.
Frederick riprese la macchina e la mise nel garage.
Armato di un sacchetto marrone contenente pane e latte
abbandon auto e garage, richiuse la maledetta porta
basculante alle sue spalle e si trascin nella neve fresca fino
all'ingresso sul retro. E il giovane butt via il mozzicone
molliccio e and a fare il giro dell'isolato, tirando calci ai
mucchi di neve, cercando di trovare il coraggio per agire.
La zanzariera all'ingresso posteriore sbatacchi, e il
rumore suon bizzarro nell'atmosfera ovattata della neve che
cadeva dal cielo. Frederick pass il sacchetto di carta
marrone da una mano all'altra per togliersi le calosce, poi
spalanc la porta e si tuff in un ondata di calore e di luce
dorata. La cucina.
Louise gli dava le spalle. Col coltello in mano puliva la
verdura, e non si prese la briga di voltarsi. Sapeva gi chi
fosse. - Sei in ritardo - disse.
- I clienti dell'ultimo momento - rispose Frederick,
mettendo il latte nel frigo e il pane nel portapane. - Sai
com' il sabato. Specialmente sotto Natale. La gente compra
libri, se li regala, e mai nessuno che li legga. Non si fanno
vedere in negozio prima delle sei meno venti.
- Si cena fra dieci minuti - annunci Louise, sempre
dandogli le spalle, e rovesci la verdura tagliata in una
scodella.
Frederick si diresse verso la scala, nell'atrio. Ripose
cappello e cappotto nell'armadio e sal in fretta al piano di
sopra per lavarsi le mani, prendendo nota per la millesima
volta dei punti in cui i le assi degli scalini cominciavano a
cedere. A volte gli sembrava che tutto, intorno a lui, stesse
per cedere. Porte basculanti, zanzariere, scalini. E il
rubinetto dell'acqua fredda. Usc dal bagno cercando di
ignorare il ritmico sgocciolio dell'acqua fredda alle sue spalle.
Fuori, intanto, il giovane complet il giro dell'isolato. Si
trattenne davanti a casa di Leary, guardando da una parte e
dall'altra, e gli giunse all'orecchio una frase, un frammento di
conversazione o di un programma televisivo: "Rischio
calcolato." Era proprio cos, e se agiva con intelligenza poteva
farcela. Si incammin a passo rapido lungo il viale d'ingresso,
verso il retro dell'edificio. Sentiva il cuore palpitare, e sfior
la pistola in cerca di rassicurazione. Un rischio calcolato.
Poteva farcela.
Il sabato e la domenica Frederick e Louise cenavano in
sala da pranzo con le posate d'argento, il servizio buono e la
tovaglia elegante. Era un'abitudine che un tempo costituiva
qualcosa di speciale. Sedevano l'uno di fronte all'altra in
silenzio e in silenzio mangiavano, consapevoli entrambi che il
servizio buono era in gran parte sbeccato, e l'argenteria
lievemente annerita. Nel versare la salsa sulle sue patate
lesse, Frederick macchi di nuovo la tovaglia. Guard la
moglie con aria mortificata, ma lei continu a mangiare
impassibile, silenziosa, fissando la macchia di salsa senza
dire una parola. Nel silenzio, l'acqua fredda sgocciolava nel
lavandino lontano al piano di sopra, e le posate annerite
tintinnavano sui piatti sbeccati.
Lentamente, furtivamente, silenziosamente, il giovane
apr la zanzariera, sgusci dentro e la richiuse con cautela
dietro di s. Si avvicin con circospezione alla porta
d'ingresso, chiuse le lunghe dita magre intorno alla maniglia,
apr senza far rumore e si infil in casa.
Louise alz lo sguardo. - Sento freddo.
- Io sto bene - disse Frederick.
- Ora passato - fece Louise, e torn al suo piatto.
Nel tepore dorato della cucina il giovane si ferm,
sgocciolando silenziosamente sul pavimento. Apr il cappotto
per permettere al calore di diffondersi per tutto il corpo.
L'indecisione lo tratteneva, ma cerc di reagire. Estrasse la
pistola dalla tasca del cappotto e percep il freddo contatto
del metallo sulla mano. Attese con l'arma stretta in pugno
finch il metallo non si fu scaldato, finch non ebbe ripreso
coraggio, poi scivol lungo il corridoio fino alla sala da
pranzo.
Rimase sulla soglia a fissarli, a guardarli mangiare senza
mai alzare gli occhi. Punt la pistola verso il tavolo, a met
strada fra i due, e quando fu certo di potercela fare disse: -
Non muovetevi.
Louise lasci cadere la forchetta e si port una mano alla
bocca. D'istinto cap che gridare sarebbe stato pericoloso,
forse fatale, e ricacci l'urlo in gola con la mano tesa e
tremante.
Frederick spinse indietro la sedia e fece per alzarsi
mormorando: - Cosa...? - ma nel vedere la pistola si blocc
e ricadde sulla sedia a bocca aperta, senza produrre alcun
suono.
Ora che aveva rotto il ghiaccio, il giovane si sent
improvvisamente a suo agio. Era un rischio, un rischio
calcolato. Avevano paura di lui, lo leggeva nei loro occhi, era
forte adesso. - Restate seduti - ordin. - Non fate rumore.
Se farete quello che vi dico, andr tutto bene.
Frederick richiuse la bocca e deglut. Poi domand: -
Cosa vuoi?
Il giovane punt la pistola verso di lui. - Ti mando a fare
un giretto - disse. - Voglio che tu torni alla tua libreria,
apra la cassaforte e tiri fuori tutti i soldi che contiene. Hai gli
incassi di venerd sera e quelli di oggi l dentro, dovrebbero
essere cinque o seimila bigliettoni. Voglio che tu prenda quel
denaro, lo metta in un sacchetto di carta e me lo porti.
Rester qui ad aspettarti. Insieme a tua moglie. - Guard
l'orologio. - Sono quasi le sette. Ti do tempo fino alle otto
per tornare qui dal negozio col denaro. Se non torni, uccido
tua moglie. Se avverti gli sbirri e sono loro ad arrivare, la
uccido ugualmente.
Lo fissarono, e lui ricambi lo sguardo. Rivolgendosi a
Frederick, disse: - Mi credi?
- Cosa? - sussult lui, come se si fosse addormentato.
- Mi credi? Se non fai quello che ti dico, uccido tua
moglie.
Frederick fiss gli occhi accesi del giovane e annu. - Ti
credo.
Il giovane si sent rassicurato. Aveva funzionato, sarebbe
andato tutto liscio. - meglio che ti prepari - disse. - Hai
tempo solo fino alle otto.
Frederick si alz, lentamente. Poi si blocc. - E se faccio
quello che mi chiedi - domand - chi mi assicura che non ci
uccidi comunque, tutti e due?
Il giovane si irrigid. Questa era la parte pi difficile.
Sapeva che ci avrebbero pensato, che avrebbero temuto che
lui li uccidesse perch erano in grado di identificarlo, e lui
doveva superare questo ostacolo, convincerli della sua bugia.
- Dovete correre il rischio - disse. Gli torn in mente ci
che stava pensando poco prima e sorrise. - quello che si
chiama un rischio calcolato. Ma fossi in voi non mi
preoccuperei. Non credo che vi se farete quel che vi dico e mi
consegnerete cinque o seimila dollari.
- Non sono certo che ci sia tutto quel denaro.
- Per il tuo bene - sussurr il giovane - mi auguro che
ci sia.
Frederick guard Louise: stava ancora fissando il
giovane, e aveva ancora la mano sulla bocca. Distolse lo
sguardo. - Prendo il cappotto.
Il giovane si rilass. Ecco fatto, lo aveva convinto. - Hai
tempo solo fino alle otto - aggiunse. - meglio che tu faccia
in fretta.
- In fretta - ripet Frederick. And a prendere cappello
e cappotto dall'armadio e li indoss. Torn indietro e si ferm
per dire a sua moglie: - Torno subito - ma la frase suonava
assurda di fronte a quel tipo con la pistola. - Far in un
attimo - disse, ma Louise continu a fissare il giovane, il
braccio ancora piegato e rigido, la mano sulla bocca.
Frederick riattravers rapidamente la casa fino alla porta
sul retro. Si infil macchinalmente le calosce e le sent umide
e fredde intorno alle caviglie. Apr la zanzariera e corse verso
il garage. Con un po' di sforzo sollev la porta basculante.
Scivol tra la fiancata dell'auto e il muro di cemento della
rimessa, si mise al volante e tir fuori l'auto in retromarcia.
Sempre macchinalmente usc dall'auto e richiuse la porta
basculante. Solo allora si rese conto dell'enormit della cosa.
In casa c'era Louise, in compagnia di un assassino. Un
giovane che l'avrebbe uccisa, se Frederick non fosse tornato
in tempo.
A passi rapidi torn alla macchina, fece tutto il viale in
retromarcia, sterz e si immise nella strada buia e silenziosa,
coperta di neve.
In fretta. Doveva fare in fretta. Il parabrezza si appann e
lui lo ripul nervosamente, apr leggermente il finestrino e
uno spiffero d'aria ghiacciata gli sfior l'orecchio. L'auto era
gelida, ma in breve tempo il riscaldamento si mise a
funzionare a pieno regime, pompando aria calda e asciutta
all'interno dell'abitacolo.
La sua mente vagava in mille direzioni
contemporaneamente, molto lontano da quell'auto. Nelle
oscure profondit della sua mente, le vergini delle Samoa
ondeggiavano e danzavano facendogli dei cenni, blandendolo.
In cima a i suoi pensieri troneggiava il volto del giovane e il
terrore indotto dalla pistola. Avrebbe potuto uccidere Louise,
ne era certo.
Avrebbe potuto ucciderla comunque. Avrebbe potuto
ucciderli tutti e due. Doveva chiamare la polizia? Doveva
fermarsi e chiamare la polizia? Cos'aveva detto il giovane? Un
rischio calcolato. Un rischio calcolato.
Svolt a destra, poi a sinistra, slitt premendo un po'
troppo sull'acceleratore, evit per poco un'auto parcheggiata
e prosegu. Il cuore gli martellava in petto ora per l'incidente
evitato per un pelo. Aveva rischiato di uccidersi senza
l'intervento di giovanotti con la pistola e il volto duro e
sprezzante.
Assurdo. Anche ai cinquanta all'ora, infagottato nel
cappotto non sarebbe certo morto andando a sbattere contro
un'auto parcheggiata. Avrebbe potuto perdere conoscenza,
ammaccarsi un po', ma non sarebbe morto.
Ma sarebbe morta Louise, perch lui non sarebbe tornato
in tempo.
Un rischio calcolato. Rallent, immaginando la vita senza
Louise. La neve scendeva gi dal cielo, e lui pensava alle
Samoa. E se non fosse tornato?
E se non fosse tornato?
Forse il ragazzo non l'avrebbe uccisa, dopo tutto. E al suo
ritorno a casa, l'indomani o il giorno dopo ancora, sua moglie
sarebbe stata l ad aspettarlo e avrebbe capito perch non era
tornato. Avrebbe capito che lui sperava che il giovane la
uccidesse.
Ma se non fosse potuto tornare?
Un rischio calcolato. Con una decisione improvvisa
Frederick acceler, lanciandosi a tutta velocit lungo la
strada deserta. Quando premette sul pedale del freno, le
gomme slittarono sul ghiaccio; lui fece ruotare il volante e
and a schiantarsi contro un palo del telefono. L'auto si
accartocci contro il palo con uno terribile schianto, e
Frederick scivol nell'incoscienza cullato dai dolci, dolcissimi
canti delle isole.
Lawrence Block
Il contratto
"Ed McBain's Mystery Book", n.3, 1961
Lawrence Block il re dei professionisti. Se
consideriamo tutto ci che ha prodotto dal 1958 in poi, ci
rendiamo conto di essere in presenza di un vero maestro
della narrativa popolare. Il suo stile secco e scorrevole pu
assumere un carattere comico (come nella serie di Bernie
Rhodenbahr) o nero metropolitano (come nei romanzi di
Matt Scudder). anche un eccellente autore di racconti e lo
stato fin dal suo esordio come scrittore professionista.
Eccovi un magnifico esempio di quanto Block fosse bravo gi
all'inizio della sua carriera.
E. G.
- Se fossi pi giovane - disse John Harper - lo farei io
stesso. uno dei guai della vecchiaia. L'et rende inabili
all'azione. Si impara a pianificare, a organizzare. E si delega
la responsabilit.
Castle rimase in attesa.
- Se fossi pi giovane - prosegu Harper - li ucciderei
io stesso. Caricherei la pistola e andrei a cercarli. Li stanerei
uno dopo l'altro e li farei secchi. Baron, Milani, Hallander,
Ross. Li farei fuori tutti.
Sulle labbra del vecchio fior un sorriso.
- Che immagine bizzarra - disse - John Harper con il
sangue agli occhi. Il presidente della banca, ex presidente del
Rotary e del Kiwanis e della Camera di Commercio, il
cittadino pi eminente di Arlington, che va in giro ad
ammazzare la gente. Un'immagine incongrua. Il successo ti
svuota, Castle. Ti priva di spina dorsale e di fegato. Ti lega le
mani. Il successo uno strano tipo di chirurgo.
- Cos ingaggia me.
- Cos ingaggio lei. O, per essere pi precisi, noi
ingaggiamo lei. La nostra pazienza giunta al limite.
Abbiamo lasciato che una cittadina amena e pacifica finisse in
mano a una banda di criminali da quattro soldi. Abbiamo
avuto la prova di come le forze di polizia di una piccola citt
siano incapaci di affrontare operazioni su vasta scala. E ne
abbiamo abbastanza.
Harper sorseggi il suo brandy. Stava riflettendo,
cercando il giusto modo per esprimere il suo pensiero. -
Prostituzione - disse improvvisamente. - Gioco d'azzardo.
Ed estorsione... negozianti che pagano per avere il diritto di
continuare a fare i negozianti. Siamo rimasti a guardare
mentre quattro uomini assumevano il controllo di una
cittadina che un tempo era nostra.
Castle annu. Conosceva gi la storia, ma non si mostr
impaziente col vecchio. Non gli dispiaceva conoscere i fatti
ma anche lo scenario che ci stava dietro. Il quadro completo
della situazione era essenziale per far bene il proprio lavoro.
Rimase in ascolto.
- Avrei preferito che fossimo noi a occuparcene.
Un'azione di vigilanza, o qualcosa del genere. Ci sono dei
precedenti. Per fortuna, c' un precedente storico anche per il
suo ingaggio. Lo conosce?
- Il giustiziere - mormor Castle.
- Il giustiziere. Un'invenzione del vecchio West. L'uomo
che ripulisce la citt in cambio di un compenso. L'uomo che
rinuncia alla legalit quando la legalit dev'essere
inevitabilmente abbandonata. L'uomo che usa la pistola al
posto del distintivo quando la pistola efficace e il distintivo
inutile.
- In cambio di un compenso.
- In cambio di un compenso. - John Harper gli fece eco.
- Un compenso di diecimila dollari, in questo caso. Diecimila
dollari per liberare il mondo e la cittadina di Arlington da
quattro uomini. Quattro uomini pericolosi, quattro piccoli
tumori. Baron, Milani, Hallander, Ross.
- Solo quattro?
- Solo quattro. Quando muoiono i ratti, i topolini si
disperdono. Ne uccida quattro. Uccida Lou Baron, Joe Milani,
Albert Hallander e Mike Ross. Il resto della banda sar
spazzato via. Gli altri scapperanno per salvarsi la pelle. La
citt torner a respirare aria pulita. E questa cittadina ha
bisogno di aria pulita, signor Castle, un bisogno disperato,
gliel'assicuro. Lei non si sta solo guadagnando un generoso
compenso. Sta compiendo un servizio per l'umanit.
Castle alz le spalle.
- Sto parlando sul serio - disse Harper. - Conosco la
sua reputazione. Lei non un sicario. Lei la versione
aggiornata del giustiziere. Io la rispetto come non potrei mai
fare con un sicario. Lei si assume un compito importante,
signore. E io la rispetto.
Castle si accese una sigaretta. - Il compenso - disse.
- Diecimila dollari. E pagher tutto in anticipo, signor
Castle. Perch, come le ho detto, la sua reputazione l'ha
preceduta. Lei non avr problemi con la polizia locale, ma c'
sempre qualche elemento della polizia di stato in mezzo.
Potrebbe aver bisogno di andar via immediatamente, una
volta finito il lavoro. Per quel che ne so, di solito si paga met
in anticipo e il resto al completamento del lavoro. Io mi fido
di lei, signor Castle, le dar l'intera somma in anticipo. Lei ha
ottime raccomandazioni.
Castle prese la busta e la infil in una tasca interna della
giacca. Formava un piccolo rigonfiamento.
- Baron, Milani, Hallander, Ross - disse il vecchio. -
Quattro pesciolini. Li metta in barile, signor Castle. Spari e li
faccia fuori. Sono come un morbo, una piaga.
Castle annu. - tutto?
- tutto.
Il colloquio era finito. Castle si alz e si avvi verso la
porta accompagnato da Harper. Torn rapidamente alla sua
auto e si tuff nella notte.
Baron, Milani, Hallander, Ross.
Castle non li aveva mai incontrati, ma li conosceva tutti.
Pesci piccoli, pivelli che si spartivano una piccola citt per
trarne un piccolo guadagno. Non erano dei pezzi grossi. Non
avevano abbastanza coraggio o cervello per farcela a Chicago
o a New York o a Las Vegas. Conoscevano la propria forza e i
propri limiti. E avevano trovato una bella torta da spartirsi.
Arlington, Ohio. Quarantasettemila abitanti. Tre piccole
industrie manifatturiere, due delle quali di propriet di John
Harper. Una banca, di propriet di John Harper. Empori e
negozi. Medici e avvocati. Commercianti, operai,
professionisti, casalinghe, impiegati.
E, per la prima volta, delinquenti.
Lou Baron, Joe Milani, Albert Hallander, Mike Ross. E a
seguito della loro presenza, un gruppetto di prostitute in
Lake Street, qualche punto di spaccio sulla Main e su
Limestone, un pugno di allibratori e qualche picchiatore per
assicurarsi che tutto andasse secondo i piani. Arlington
veniva prosciugata del proprio denaro, i suoi abitanti
venivano sfruttati, e pian piano la cittadina diventava
propriet privata dei quattro gangster.
Baron, Milani, Hallander, Ross.
Castle torn in albergo, entr nella sua stanza e mise i
diecimila dollari nella valigetta. Estrasse una pistola, una .45
automatica le cui tracce si perdevano in un banco dei pegni di
St. Louis, e infil l'arma carica nella stessa tasca in cui aveva
messo i diecimila dollari. Il peso della pistola faceva pendere
la giacca un po' troppo, e allora tir fuori l'arma, si tolse la
giacca e si agganci una fondina ascellare. Molto meglio. Con
la giacca addosso, si vedeva solo un leggero rigonfiamento.
Baron, Milani, Hallander, Ross. Quattro pesciolini in una
vasca troppo grande per loro. Diecimila dollari.
Era pronto.
Il crepuscolo.
Era una serata calda ad Arlington. Luna piena, niente
stelle, temperatura intorno ai ventun gradi. Umidit elevata.
Castle lasci la macchina all'albergo e si avvi a piedi lungo
Center Street, con la pistola nella fondina.
Doveva darsi da fare. Ce n'erano quattro da eliminare e
lui avrebbe proceduto con ordine. Il primo era Lou Baron.
Lou Baron. Basso, grasso e fifone. Un pidocchio di Kansas
City, un pappamolla che non aveva trovato posto nella banda
di Kerrigan. Un pezzo grosso ad Arlington. Uno che faceva
lavorare le donne, un magnaccia su vasta scala.
Spazzatura.
Castle si mise ad aspettare Baron. Trov l'ingresso di un
palazzo in Lake Street dove la luce della luna non arrivava e
attese.
Baron usc dal 137 di Lake Street qualche minuto dopo le
nove. Grasso e flaccido, vestito con abiti costosi. Era di buon
umore, perch lo trattavano bene al 137 di Lake Street. Non
avevano scelta.
Baron era solo. Castle attese finch l'omino corpulento gli
pass davanti, diretto verso una lunga auto nera. Allora
estrasse la pistola dalla fondina.
- Baron...
L'omino si volt. Il dito di Castle premette il grilletto. Si
ud un boato.
Il proiettile si infil nella bocca di Baron e gli usc dalla
nuca. Aveva la punta morbida e lasci un foro di uscita pi
grande di quello di entrata. Castle rimise la pistola nella
fondina e si allontan nell'ombra.
Meno uno.
Ne mancavano tre.
Milani era un bersaglio facile. Viveva in una casetta di
legno insieme a sua moglie. Castle trovava divertente il fatto
che Milani avesse delle propriet ad Arlington. Era una cosa
buffa.
Milani raccoglieva scommesse a St. Louis quando pest i
piedi a qualcuno e dovette tagliare la corda. Era troppo
piccolo per opporsi. Quelli del posto lo lasciarono solo.
Ora erano gli altri a raccogliere le scommesse per lui ad
Arlington. Un bel passo avanti. E sua moglie, una puttana di
St. Louis con grandi tette e niente cervello, lo aiutava a
spendere le folli cifre perse dei gonzi.
Milani era un bersaglio facile. Era in casa e la porta era
chiusa. Castle suon il campanello. Milani, tranquillo, sicuro,
presuntuoso, non aveva uno spioncino. Apr la porta.
E si becc una pallottola calibro 45 nel cuore.
Meno due. E altri due da sistemare.
Hallander era un killer. Castle non sapeva molto di lui,
tranne qualche voce che circolava da un capo all'altro del
Paese. Poca roba.
Un sicario, un assassino, un pazzo. Un guardaspalle di
Chicago che aveva commesso troppi errori. Un killer che
amava uccidere, un piccolo uomo dagli occhi spenti che si
sentiva nudo senza una pistola. Uno psicopatico. Tanti killer
erano psicopatici. Castle li odiava con il disprezzo del
professionista per i dilettanti che gli fanno concorrenza.
Uccidere Baron e Milani era stato come schiacciare degli
scarafaggi con il tacco della scarpa. Uccidere Hallander era
un piacere.
Hallander non viveva in una casetta come Milani, n
andava a donne come Baron. Hallander non ci sapeva fare con
le donne, sapeva soltanto usare la pistola. Viveva solo in un
piccolo appartamento alla periferia della citt. La sua auto,
vecchia di quattro anni, era parcheggiata nel garage. Avrebbe
potuto permettersene una migliore. Ma per Hallander i soldi
non erano fatti per essere spesi. Erano fiches di una partita a
poker. E lui se le teneva.
Era ben coperto: l'uomo alla porta controllava i visitatori,
quello dell'ascensore sapeva chi far salire. Ma Hallander non
perse tempo in chiacchiere. Cinque dollari chiusero per
sempre la bocca dell'uomo alla porta. Cinque dollari
sigillarono le labbra a quello dell'ascensore.
Castle buss alla porta di Hallander.
Lo spioncino si apr e si richiuse. Hallander estrasse una
pistola e spar attraverso la porta.
E manc il bersaglio.
Castle fece saltare la serratura e spalanc la porta con un
calcio. Hallander lo manc di nuovo.
E si becc una pallottola in gola.
L'addetto all'ascensore riport Castle al piano terra.
L'uomo alla porta lo accompagn fuori. Castle entr in
macchina, accese il motore e torn verso il centro di
Arlington.
Meno tre.
Ne restava solo uno.
- Possiamo metterci d'accordo - disse Mike Ross. - Tu
hai i tuoi soldi. Ne hai uccisi tre su quattro. Puoi risparmiare
me.
Castle non disse nulla. Erano soli, lui e Ross. Il cervello
dell'associazione a delinquere di Arlington era seduto in
poltrona con un sorriso ottuso sulle labbra. Sapeva gi di
Baron, Milani, Hallander.
- Hai gi fatto il lavoro - fece Ross. - Sei gi stato
pagato. Vuoi del denaro? Quindicimila. In contanti. E
sparisci.
Castle scosse il capo.
- Perch no? Harper una persona in vista, non ti dar
noie. I suoi diecimila pi quindicimila dei miei e sparisci.
Punto e basta. Niente problemi, niente fatica, niente di
niente. Nessuno ti verr a cercare per pareggiare i conti. A
dire la verit, mi fa piacere sapere che quei tre sono fuori
causa. Ce n' di pi per me e non ho pi stronzi tra i piedi.
Sono contento che li abbia fatti fuori. Basta che tu non faccia
fuori me.
- Devo finire il lavoro.
- Ventimila. Trenta. Quanto vale la vita di un uomo?
Dimmi il tuo prezzo, Castle. Dimmelo.
- Non ho prezzo.
Mike Ross rise. - Tutti hanno un prezzo. Tutti. Tu non
sei diverso dagli altri. Posso comprarti, Castle.
Ross si compr la propria morte. Si compr una
pallottola, e la fine fu istantanea. Cadde in avanti e mor.
Castle ripul la pistola. Aveva corso dei rischi, usando la
stessa arma per quattro volte. Ma aveva fatto in fretta, meno
di una notte. L'alba non era nemmeno spuntata. La polizia di
Arlington dormiva ancora.
Lasci cadere la pistola sul pavimento e se ne and.
A Chicago squill un telefono. Un uomo sollev il
ricevitore, se lo port all'orecchio.
- Castle - disse una voce.
- Fatto?
- Tutto fatto.
- Quanti ne hai beccati?
- Quattro - disse Castle. - Quattro capoccia.
- Dammi la situazione.
- La giostra l pronta, e nessuno la fa girare - disse
Castle. - La citt sgombra.
L'uomo sogghign. - Bravo. Molto bravo. Veniamo gi
domani.
- Accomodatevi - disse Castle. - Il clima ideale.
C. B. Gilford
Mio figlio, uno sconosciuto
"Manhunt", ottobre 1954
A C. B. Gilford si devono molti bei racconti pubblicati
nelle riviste antologiche degli anni Cinquanta e Sessanta.
Almeno uno di essi merita di essere definito un "classico", ed
quello che presentiamo qui: Mio figlio, uno sconosciuto.
Capita talvolta che un autore abbia un lampo di genio e
scriva al disopra del suo livello abituale di professionalit e
talento. il caso di questo breve racconto malinconico e
agghiacciante che qualunque scrittore gli invidierebbe.
Era buio quando arrivarono. Davanti alla porta l'uomo
armeggi con le chiavi. Ma le mani gli tremavano a tal punto
che non sembrava in grado di trovare il buco della serratura o
la chiave giusta. Alla fine il ragazzo intervenne, lo fece
entrare e accese la luce.
- un forno qui dentro - disse l'uomo.
Ma il ragazzo non rinunci al suo sorriso. - Siamo a casa,
pap - rispose. Cominci a fare il giro delle finestre,
sbloccando il saliscendi e tirando su il vetro.
L'uomo non prese parte all'attivit del rientro. Si guard
intorno, passando in rassegna i muri e i mobili che gli erano
familiari. In breve l'aria chiusa e opprimente della stanza gli
imperl il volto di sudore. Ma lui non se ne rese conto,
neanche quel tanto da asciugarsi la fronte con una manica.
- Rilassati, pap. - Il ragazzo era tornato, con
quell'ostinato sorriso sulle labbra. Si avvicin al padre e lo
strinse in un breve abbraccio, senza alcun imbarazzo.
L'uomo non fece un gesto per ricambiare quella
manifestazione di affetto. - Le finestre sono tutte aperte? -
domand.
- S, pap.
L'uomo scrut attentamente suo figlio. Il ragazzo era alto
quasi come suo padre, e sebbene gli mancasse la matura
pesantezza dell'uomo, prometteva di diventare vigoroso e
robusto.
- Sei forte per avere solo tredici anni, Paul - disse
l'uomo.
- Certo - convenne il ragazzo orgogliosamente. - Sono
come te, pap.
- E Davey non era come me, vero?
- Non parlare di Davey, pap...
- Era mio figlio!
- Ma morto!
Un'ombra cupa di inquietudine pass sul viso del ragazzo.
Come suo padre, aveva cominciato a sudare. La pelle liscia e
abbronzata luccicava per l'umidit.
- Siamo soli adesso, Paul. Per la prima volta dopo quello
che successo. - L'uomo si avvicin alla porta e la chiuse,
smorzando la debole corrente d'aria. - Siediti. Voglio
parlarti.
- Sei molto stanco, pap. Non possiamo farlo domani?
- Adesso, Paul. Siediti.
Obbediente, il ragazzo si accomod su una sedia.
L'espressione del viso era vuota, sottomessa.
- Cos' successo a Davey, Paul? - esord l'uomo.
- Te l'ho detto cento volte, pap. L'ho detto a tutti.
- Non questo che intendo, Paul. Voglio che tu mi
racconti cos' successo davvero.
- Ti ho detto tutto quel che mi ricordo - rispose il
ragazzo, circospetto.
- Hai detto che fu Davey ad avere l'idea di andare a
nuotare?
- S, disse che quest'estate voleva diventare un ottimo
nuotatore.
- Tu lo incoraggiasti?
- No, gli dissi che era troppo piccolo. E che non era
molto forte.
- Forse perch sapevi che questo lo avrebbe convinto
ancor di pi a voler imparare? Era sempre stato invidioso del
suo fratellone, vero Paul?... Cos, da bravo fratello maggiore,
andasti con lui.
- S, entrammo in acqua insieme. Non andammo molto
lontano. Poi io dissi a Davey: " meglio che torniamo indietro
adesso". Credevo mi avesse sentito. Cos nuotai verso la riva,
convinto che fosse con me. Quando fui a met strada, alzai lo
sguardo e lui non c'era. Era in mezzo al lago. Si era spinto
sempre pi lontano dalla riva, e chiedeva aiuto.
- E cosa accadde allora, Paul?
- Te l'ho gi detto, pap... - Il ragazzo si alz e si
asciug gli occhi col dorso della mano, ma anche la mano era
umida.
- Siediti, Paul. Dimmelo un'altra volta.
Il ragazzo era abituato a obbedire. Si sedette. - Sapevo
che non sarei stato in grado di raggiungere Davey e di tornare
indietro insieme a lui. L'unica possibilit era raggiungere la
riva e prendere la barca. Ed quello che feci.
- Il motore part immediatamente?
- Non proprio al primo colpo. Ma non ci volle pi di un
minuto. Mi diressi verso il punto in cui avevo visto Davey,
pensavo che fosse sott'acqua ma che sarebbe riemerso. Andai
l, fermai la barca e mi tuffai. Ma non riuscii a trovarlo...
Il ragazzo vedeva che il padre era rimasto immobile,
limitandosi a stringere i pugni e a riaprirli. Nel silenzio che
segu, continu a fissare quelle mani grandi.
- tutto? - domand finalmente l'uomo.
- S.
- Non tutto! - In un lampo l'uomo attravers la stanza
e gli fu accanto.
Il ragazzo rest in attesa. Non osando guardare il padre
negli occhi, fissava i suoi pugni.
- C' una cosa che non ti ho mai chiesto, Paul. - L'uomo
faceva fatica a parlare. - Se davvero volevi bene a tuo
fratello, Paul, perch perdesti tempo a tornare indietro per
prendere la barca? Se lo amavi, perch non andasti laggi a
tentare il tutto per tutto... a rischio di affogare insieme a lui?
Il ragazzo sollev la testa, sfidando lo sguardo spiritato
del padre. Alla fine parl, con voce ferma e limpida.
- Sono contento di non averlo fatto, pap - disse. - Se
fossi affogato insieme a Davey, tu saresti rimato qui tutto
solo.
In un solo, terribile attimo la tensione dell'uomo scem,
lasciandolo pallido e tremante. Barcollando si diresse verso la
porta e la spalanc, riempiendosi i polmoni di fresca aria
ristoratrice.
Il ragazzo non si avvicin, ma si alz in piedi e confess,
con semplicit: - Ti voglio bene, pap.
L'uomo non si volt. - Va' a dormire, Paul - ordin
infine.
- Va bene, pap. Ci vediamo domattina.
- S, domattina.
Il sole spunt presto, e in meno di mezz'ora la giornata
era gi calda. Il ragazzo, abituato a svegliarsi all'alba, dorm
qualche minuto in pi quella mattina, provato dalla fatica del
viaggio. Ma alla fine il calore e la luce lo destarono. Si vest
sommariamente e trov il padre gi alzato, in piedi di fronte
al caminetto, lo sguardo fisso sulla fotografia che vi era
appesa sopra.
Ma il ragazzo non and verso di lui. Raggiunse invece la
porta spalancata e respir l'aria mattutina con grande
soddisfazione. - Il lago una meraviglia stamane - esord.
- Finora non avevo mai notato quanto fosse strana
questa fotografia - rispose l'uomo. - Vieni a guardarla, Paul.
Ci siamo tu e io a sinistra. Abbracciati. E tua madre e Davey a
destra. Abbracciati. Non per nulla un ritratto di famiglia.
diviso esattamente a met.
Il ragazzo si avvicin, obbediente. - cos che stavano le
cose, pap - disse. - Io appartenevo a te. Davey alla
mamma.
- Davey era anche mio figlio! - protest il padre.
- Certo, pap. Volevo dire che io ero come te, e Davey
no. Noi facevamo delle cose insieme, avevamo gli stessi gusti.
A Davey piaceva quel che piaceva alla mamma, libri, quadri, e
cose del genere... E ora noi siamo insieme, e loro sono
insieme. Forse meglio cos, pap... per la mamma, intendo.
L'uomo lo ascolt, stranamente affascinato. Poi distolse
lo sguardo e si mise a fissare il vuoto, con le spalle curve.
Quando finalmente and a sedersi nascondendo il volto tra le
mani, il ragazzo lo raggiunse e si inginocchi accanto a lui.
- So che li amavi, pap - disse dolcemente, per
consolarlo. - Stavi in citt a lavorare ma in realt avresti
voluto essere quaggi. Hai comprato alla mamma tutte le
medicine di cui aveva bisogno, e hai pagato le sue operazioni.
E io mi sono preso cura della casa. Ma loro non ci sono pi,
ormai. E pensare a loro non li far tornare indietro, e render
le cose pi difficili per noi.
Era un discorso appassionato, e lungo, per un ragazzo.
Era l'espressione di una mente maturata anzi tempo da una
responsabilit non comune.
- Tu hai detto - replic finalmente l'uomo - che io
amavo Davey. E tu, Paul?
- Io? Ma certo, pap.
- Tu odiavi Davey, vero Paul?
La domanda sorprese il ragazzo, che si alz e fece un
passo indietro. Rimase immobile a lungo, riflettendo. Poi
rispose: - No, non lo odiavo, pap. Ma volevo pi bene a te.
Quella semplice confessione non ottenne risposta. L'uomo
continu a fissare il pavimento, perso in una sua pena
segreta. Dopo un po' il ragazzo si allontan. La
conversazione, o il processo, o qualunque cosa altra fosse era
terminata, e lui lo sapeva.
Il ragazzo aveva una mentalit molto pratica. E aveva
solo tredici anni. And in cucina e cominci a preparare la
colazione, con la disinvoltura e la sicurezza che solo un
ragazzo senza madre era in grado di sviluppare.
E quando ebbero finito di mangiare, segu suo padre gi
al molo, tenendosi religiosamente attaccato a lui. Per un po'
stettero insieme a guardare il lago, mentre il sole ardeva sulle
loro teste. Al ragazzo l'acqua sembrava invitante, ma si
astenne dal dirlo.
La barca era ormeggiata pigramente accanto al molo, il
fondo pieno di acqua piovana. L'uomo la esamin
distrattamente.
- Qualcuno ha rubato il motore - concluse, ma senza
sgomento o allarme.
- No, pap - lo rassicur il ragazzo. - L'ho riportato a
casa.
- Quando?
- Tre giorni fa. Prima di partire.
- Appena dopo il ritrovamento di Davey?
- S. Il motore asciutto e al sicuro.
Un brivido parve scuotere l'uomo, come se un vento
freddo lo avesse colpito all'improvviso.
- Volevi uscire in barca, pap? -domand il ragazzo
ansiosamente.
- No, Paul. Non adesso.
Il ragazzo guard ancora una volta l'acqua con desiderio,
ma non replic. Insieme si incamminarono verso casa.
Il ragazzo adorava l'acqua. Ogni giorno, dopo aver
terminato i lavori di casa, si infilava il costume da bagno e
andava gi al molo. L si abbandonava al calore del sole, e col
tempo la sua abbronzatura si faceva sempre pi scura.
Spesso, quando faceva molto caldo, si sedeva sul molo e
faceva dondolare le gambe oltre il bordo. Allora, allungandosi
un po' e puntando i piedi verso il basso, riusciva a
immergerne la punta nell'acqua. Ma non andava oltre questo
piccolo piacere. Non nuotava.
Il ragazzo era, in effetti, cos immensamente felice che
nessuna piccola difficolt riusciva a turbarlo. La sua felicit
non fu offuscata a lungo neanche quando suo padre si accorse
che la fotografia era scomparsa.
- Stavo spolverando - spieg tranquillamente. -
caduta e il vetro si rotto. L'ho messa in un cassetto finch
non avremo un vetro nuovo. Ho pensato che avresti gradito
che fossi io a occuparmene.
L'uomo non disse nulla. La fiamma che era balenata nei
suoi occhi si spense lentamente. La risposta del ragazzo era
stata troppo aperta, franca, senza alcuna malizia o artificio.
Il ragazzo pass anche l'esame successivo, il giorno dopo,
all'ora di cena.
- Ho dato un'occhiata in giro - gli disse l'uomo. - Non
c' pi niente. Niente che appartenesse a Davey. I libri, la
collezione di francobolli, i pennelli e i colori. Persino i vestiti.
Sembra che Davey non sia mai vissuto in questa casa.
Il ragazzo era calmo, ma guardingo. - Ci ho pensato io,
pap - rispose semplicemente.
- Chi ti ha detto di farlo?
- Nessuno. Ma ho pensato che fosse pi facile per me che
per te. Quindi era compito mio.
L'uomo si alz in piedi, proiettando una lunga ombra sul
tavolo, e in quell'ombra il ragazzo rimase seduto.
- Erano tutte cose che non servivano a nulla. Davey era
piccolo e magro, nessuno dei suoi vestiti mi andava bene. Non
volevo n i libri, n i francobolli, n i colori. Se fossero
rimasti in giro, ti avrebbero fatto venire in mente Davey, e ti
saresti addolorato. Cos ho bruciato tutto.
L'uomo fece qualche passo verso la porta aperta e guard
fuori.
Dal tavolo, il ragazzo disse: - Quando la mamma mor, tu
portasti via tutte le sue cose. Dicevi che non era giusto che la
casa sembrasse abitata da qualcuno che non c'era pi.
L'uomo lottava con i propri pensieri. Era evidente dal suo
viso, dalle labbra serrate, dallo sguardo intenso e concentrato
con cui guardava suo figlio.
Alla fine parl, lentamente, con grande sforzo. - Ho
pensato cose terribili, Paul. Forse mi sbagliavo.
- Quali cose, pap?
- Non ha importanza, ora.
Il ragazzo lo raggiunse e si strinsero l'uno all'altro, senza
vergogna. L'uomo aveva le lacrime agli occhi, ma il ragazzo
era troppo felice per piangere.
- Sei tutto quello che mi rimasto, Paul. Non voglio
perderti. Se perdo te, non mi resta pi nulla.
Per il ragazzo, questo bastava.
Al mattino il ragazzo si alz prima del padre. La giornata
era calda e afosa come le precedenti. And immediatamente a
dare un'occhiata al lago. Quella vista lo affascinava. Una
leggera brezza mattutina entrava dalla porta carezzandogli la
pelle nuda. Si sent eccitato.
Per prima cosa si assicur che suo padre dormisse ancora.
Poi indoss il costume da bagno e and gi al molo. Quando
fu sul posto esit, frenato da forti dubbi e dalla sua naturale
cautela. Ma la tentazione era troppo forte. Dapprima si
sedette sul bordo del pontile e fece dondolare le gambe,
bagnando solo le dita dei piedi. Un attimo dopo, tuttavia, era
gi completamente immerso nell'acqua invitante,
rinfrescante, deliziosa.
Cominci a nuotare, all'inizio vicino al molo, lentamente,
senza forzare, godendo del contatto con l'acqua e delle
sensazioni che essa gli comunicava. Di tanto in tanto tuffava
la testa sotto la superficie per qualche secondo e poi,
riemergendo, si scrollava l'acqua dal viso e dagli occhi, faceva
grandi spruzzi con la bocca e rideva, pienamente felice di
quell'esperienza.
Infine si mise a nuotare seriamente, seguendo una linea
diritta dal molo. Le sue lunghe bracciate fendevano l'acqua
con foga. Era il tipo di nuotatore la cui progressione si poteva
notare e valutare da grande distanza. Non fece caso a quanto
si allontanava, ma quando la sua esplosione iniziale di
energia si fu esaurita si gir e si diresse di nuovo verso la
riva. Torn pi lentamente, fermandosi ogni tanto a riposare
battendo i piedi o facendo il morto; non era esausto, ma in
questo modo riusc a conservare le forze e alla fine della
nuotata respirava regolarmente e si sentiva ancora bene. Ed
era pi felice di quanto fosse stato da molto tempo...
Finch non risal sul molo e vi trov suo padre. La sua
faccia era pallida, rigida; lo sguardo gelido, atroce.
- Ti ho visto laggi - disse l'uomo. - Ti ho visto dalla
finestra. Credi che non conosca il punto in cui stato trovato
Davey? So esattamente dov' annegato il tuo fratellino. E
proprio ora tu hai nuotato fino a quel punto, e sei tornato
indietro!
Il ragazzo non riusc a spiccicare parola. Rimase
paralizzato, il corpo atletico e abbronzato ancora gocciolante.
Il volto dell'uomo si era fatto ancora pi pallido mentre
parlava. Era un pallore umido, appiccicoso, causato in egual
misura dal caldo e dall'orrore. Il suo sguardo esprimeva un
odio che il ragazzo non poteva ignorare.
- Pap! - esclam infine, con un grido da animale ferito.
Si slanci verso l'uomo e si strinse a lui, cingendolo
febbrilmente con le braccia.
- Pap, ti voglio bene. Qualunque cosa tu pensi di me, ti
voglio bene - disse singhiozzando, mentre si aggrappava al
padre e lo stringeva, cercando di rafforzare il senso delle sue
parole con l'intensit dell'abbraccio.
Ma l'uomo era pi forte di lui. Afferr le braccia del
ragazzo con le sue mani grandi e stacc il piccolo corpo dal
suo. Il ragazzo scivol sulla superficie bagnata del molo e
cadde.
- Che intendi fare, pap? - domand, incapace di
muoversi.
- quel che mi sto domandando - rispose l'uomo con
voce neutra, incolore, e torn a guardare il lago.
Passarono alcuni minuti prima che il ragazzo si
azzardasse a tirarsi su. Il padre non gli badava, cos senza dir
nulla si avvi lentamente verso casa.
Non fece colazione. Si mise alla finestra a guardare il
padre che continuava a rimanere immobile, le mani in tasca,
senza distogliere lo sguardo dal lago. Vide le nuvole che si
andavano addensando, il sole che spariva e infine la pioggia,
leggera all'inizio, timida, non pi di qualche goccia.
Fu la pioggia a scuotere il ragazzo. Vide che il padre
restava sotto l'acqua, impassibile, a prendere freddo e a
bagnarsi. Perch con l'arrivo della pioggia l'aria si era
rinfrescata. Il corpo seminudo del ragazzo avvertiva il
cambiamento.
Cos alla fine usc di casa e fece un tratto di strada verso
il molo. Quando fu a una sessantina di metri grid: - Pap,
vieni dentro.
L'uomo si volt verso di lui, ma non accenn a muoversi.
- Prendiamo la barca - annunci.
- Ma pap, piove e comincia a far freddo.
- Volevi fare un giro in barca, no? - Le parole
suonarono taglienti, rabbiose, perentorie. - Be', quel che
faremo... Porta qui il motore.
Il ragazzo era sconcertato, ma obbed. L'uomo lasci che
fosse lui a occuparsi di tutto: svuotare il fondo della barca
con un barattolo, trasportare fin l il pesante motore
fuoribordo, andare a prendere la tanica del carburante,
riempire il serbatoio, cicchettare il motore e farlo partire.
- Siamo pronti, pap.
- Va' davanti, Paul.
L'uomo manovrava il timone, seguendo una rotta
perpendicolare alla linea della riva, e la barca filava a piena
velocit. La pioggia la inseguiva. Il ragazzo tremava
leggermente, ma era un riflesso condizionato, di cui non era
consapevole. Arrivarono quasi in mezzo al lago, e l l'uomo
arrest il motore. Il loro mondo, fin allora pieno di rumori
stridenti, sprofond di colpo in un silenzio totale. Il ragazzo
si guard intorno. Il lago era limpido e sgombro, la barca era
l'unica presenza visibile sulla sua superficie. Allora guard
suo padre. I loro occhi si incrociarono, separati da due metri
di silenzio.
- Quanto siamo lontani dal nostro molo, secondo te? -
La domanda venne fuori all'improvviso, dal nulla.
Il ragazzo ne fu sorpreso, ma si guard attorno
tranquillamente prima di rispondere: - Circa quattrocento
metri.
- Davey era a cento metri dalla costa quando annegato.
Se tu fossi riuscito a nuotare fino a riva insieme a lui quel
giorno, sarebbe stato quasi come nuotare da qui fino al nostro
molo, non credi?
Il ragazzo ci pens su e rispose con molta seriet: - Un
nuotatore in grado di raggiungere la riva da qui dovrebbe
essere in grado di trasportare una persona che sta annegando
per un centinaio di metri.
L'uomo annu. - Si discusso di quale distanza tu sia in
grado di coprire nuotando. Bene, lo stabiliremo adesso. Entra
in acqua.
Il padre si stava comportando in modo molto strano, e la
barca era piccola, per cui il ragazzo sembr quasi sollevato di
poter sfuggire a quella vicinanza. Scivol gi dalla barca
senza difficolt, scomparendo per un attimo sotto la
superficie dell'acqua per poi riemergere. Asciugandosi gli
occhi, guard suo padre in attesa di istruzioni.
- Avanti, Paul. Vediamo se ce la fai fino al nostro molo.
Il ragazzo si volt rapidamente, immerse il viso
nell'acqua e cominci a nuotare. Part forte, come se qualcuno
lo inseguisse, mulinando le braccia e sollevando spruzzi.
L'uomo lo guard nuotare per un po', poi accese il
motore. In breve tempo la barca raggiunse il ragazzo.
Regolando il motore al minimo, l'uomo fu in grado di tenersi
a fianco del nuotatore.
Avevano coperto forse un terzo della distanza dalla riva
in questo modo quando il ragazzo si ferm. Muovendo la testa
su e gi, ora sotto ora sopra la superficie, si teneva a galla
sbattendo i piedi. A poco a poco la barca si allontan da lui.
- Stai solo fingendo di essere stanco, Paul - grid
l'uomo.
Pungolato da quel rimprovero, il ragazzo riprese a
nuotare, con ancora maggiore energia di prima. Ma non era in
grado di mantenere quel ritmo. Ricominci a perdere terreno.
I grandi spruzzi che sollevava, e che segnavano cos
nitidamente la sua progressione, diminuirono ben presto di
portata e di vigore.
L'uomo guardava con grande attenzione. A un certo punto
immerse una mano nell'acqua, e si stup di quanto fosse
fredda. Ma la sua superficie, fatta eccezione per le tracce
della pioggia e per la scia schiumosa del nuotatore, era piatta
e tranquilla. La barca continuava a puntare verso il molo, e la
distanza dal ragazzo aumentava.
L'uomo e la barca erano a pi di due terzi del percorso
verso la meta quando si ud la prima invocazione. Chiara e
inequivocabile, un'unica parola, acuta, lacerante, attravers
l'acqua.
- Aiuto!
La scia di spruzzi continuava a progredire, ma pi
lentamente. Cos l'uomo non gir la barca, n spense il
motore.
- Pap, aiuto!
L'uomo allung il collo per individuarlo. Strizz gli occhi
per via della pioggia, che si era fatta piuttosto fitta. Non
riusciva a vedere bene, ma ciononostante era certo di
scorgere ancora degli spruzzi.
- Pap, torna indietro!
Ma la scia era ancora l...
Giunto al molo, l'uomo ormeggi la barca, scese e si mise
a guardare il lago, immobile. La scia era a non pi di
cinquanta metri e procedeva ancora, piano piano.
Poi, quasi di colpo, gli spruzzi cessarono. Una mano si
protese fuori dall'acqua, agitandosi verso l'alto, ghermendo
l'aria. Quando scomparve, il lago si richiuse su di essa, e la
pioggia la ricopr.
Allora l'uomo seppe la verit, perch risal sulla barca e si
precipit disperatamente fino a quel buco nell'acqua. E
continu a girare e girare intorno ad esso finch il motore
esaur il carburante e la barca inizi ad andare alla deriva,
senza meta, mentre lui seguitava a gridare, verso gli abissi
indifferenti: - Paul... Paul... figlio... figlio mio...
David Goodis
Il tuffo
"Mike Shayne Mystery Magazine", ottobre 1958
Insieme a Jim Thompson, David Goodis stato il pi
cupo, il pi esistenziale fra tutti gli autori di narrativa noir
del dopoguerra. All'inizio della sua carriera Goodis pubblic
molti racconti su riviste pulp dedicate al mystery, alle
battaglie aeree e al giallo soprannaturale, e scrisse cinque
romanzi di suspense piuttosto fortunati, ma di non eccelsa
qualit, tra cui va segnalato La fuga, dal quale fu tratto il
film con Humphrey Bogart e Lauren Bacall. I tre anni
trascorsi da Goodis nella fucina di sceneggiatori di
Hollywood alla fine degli anni Quaranta inasprirono la sua
visione della vita portandolo sull'orlo del nichilismo: i
tredici paperback che pubblic negli anni Cinquanta e
all'inizio degli anni Sessanta, a partire dal fortunatissimo
Cassidy's Girl del 1951, sono la narrazione cupa e amara di
vite vissute ai margini della rispettabilit, segnate da
violenza, alcolismo, paranoia, miseria, fallimento,
disperazione. I pochi racconti che pubblic in questo
periodo, dei quali Il tuffo forse il meno conosciuto, sono
altrettanto caustici, e tuttavia dotati di un'innegabile forza
drammatica.
B. P.
Su dieci, sette erano dei bifolchi, pensava. Non c'era
cattiveria o disprezzo in questo giudizio. Era pi una
mescolanza di compassione e rammarico, e ci lo faceva un
po' soffrire, perch si riferiva specificamente agli altri uomini
che portavano il distintivo, ai suoi colleghi poliziotti. In
particolare pensava ai nove agenti in borghese in forza alla
Buoncostume. Solo ieri erano stati sorpresi con le mani nel
sacco, trascinati davanti al questore e coperti di ingiurie
prima di essere sospesi.
Ma, naturalmente, la sospensione era temporanea. Presto
sarebbero tornati al lavoro, avrebbero di nuovo allungato le
mani per estorcere denaro, con un sorriso sornione che
pareva dire "Siamo tutti parte del gioco".
Lui non aveva mai creduto a quel cinico assioma, non
aveva mai permesso che lo influenzasse durante i diciassette
anni al servizio della citt. Da recluta a sergente di polizia,
fino al grado di tenente investigativo, si era sempre tenuto
lontano da bustarelle, provvigioni e connivenze, e aveva
evitato di fare favori a coloro che avevano bisogno di una
protezione dall'alto per mandare avanti i propri traffici.
Naturalmente ogni tanto aveva commesso degli errori, ma
sempre in buona fede, perch aveva osato troppo o perch era
stanco dopo tante notti senza riposo. Erano mancanze del
tutto oneste, che non gettavano ombre sul suo stato di
servizio. Le autorit gli avevano riconosciuto il massimo
punteggio ed era stato proposto per una promozione.
Si chiamava Roy Childers e aveva trentotto anni. Era alto
un metro e settantotto e pesava ottantasei chili, duri come
una roccia. Aveva il corpo cos sodo perch credeva
fermamente nell'esercizio fisico e in una vita sana. Evitava di
eccedere con gli amidi e i dolci, fumava solo dopo i pasti,
beveva una birra ogni tanto ma niente di pi, e sua moglie era
l'unica donna con cui fosse mai andato a letto.
Erano sposati da undici anni e avevano quattro figli. Tra
pochi mesi Louise avrebbe dato alla luce il quinto. Forse
cinque erano un po' troppi, considerando la sua paga e quanto
costava sfamarsi di questi tempi. Ma avrebbero tirato avanti,
naturalmente. Riuscivano sempre a tirare avanti. Aveva una
buona moglie, una vita ben organizzata, e mai nulla di grave
di cui preoccuparsi.
Tranne che sul lavoro, beninteso. Sul lavoro aveva un
sacco di preoccupazioni. Si trattava di questioni puramente
tecniche, perch prendeva il lavoro molto seriamente e
quando le cose non andavano come previsto ci rimetteva il
sonno e la digestione. Finch era rimasto alla Buoncostume,
non gli capitava tanto spesso. Ma un anno prima aveva
cominciato a non poterne pi dei traffici illeciti e
dell'incapacit del dipartimento, per non parlare dei continui
episodi di corruzione da cui era circondato.
Aveva chiesto di essere trasferito alla Omicidi e in pochi
mesi la sua chioma scura si era spruzzata di grigio, gli erano
venute le borse sotto gli occhi e i casi irrisolti gli avevano
disegnato delle rughe agli angoli della bocca. Ma ci era
dovuto principalmente al fatto che anche la Omicidi aveva i
suoi bifolchi, i suoi manipolatori, i suoi furfanti col distintivo
addosso, pronti a qualsiasi compromesso se la cifra era
adeguata.
In pi di un'occasione, quand'era sul punto di pizzicare
un ricercato, qualcuno aveva fatto una soffiata a qualcun altro
che a sua volta aveva passato l'informazione, permettendo
cos all'indiziato di tagliare la corda o di procurarsi un alibi, e
al procuratore distrettuale di alzare le spalle dicendo: - A
che serve? Non abbiamo elementi.
Cos ora, dopo undici mesi di lavoro alla Omicidi,
Childers aveva i capelli sempre pi grigi e un'espressione
tirata sul viso per quel lavoro che richiedeva troppi sforzi e
pagava troppo poco.
Era seduto alla sua scrivania, al nono piano del palazzo
del municipio. Il tavolo era accanto alla finestra e la vista che
si godeva da quella posizione era rappresentata dai quartieri
malfamati che si estendevano dall'incrocio fra la Dodicesima
e Patton Avenue fino al fiume. I magazzini allineati lungo la
riva sembravano enormi in contrasto con le fatiscenti e
malsicure palazzine a due piani in cui la gente viveva, o
tentava di vivere, o se ne fregava di essere viva o no.
Ma Childers non prestava attenzione ai tuguri in cui
prosperavano sporcizia, degrado e violenza. I suoi occhi
socchiusi esploravano meticolosamente i magazzini finch
non si posarono sul capannone dal tetto spiovente che
portava l'indicazione "N 4", dove non molto tempo prima
erano stati rapinati quindicimila dollari di stipendi, una
guardia notturna era stata uccisa e un'altra aveva perso la
vista in seguito a un colpo sferrato col calcio di una pistola.
Gli avevano assegnato il caso tre settimane prima, dopo
che aveva detto al capitano che gli sembrava opera di Dice
Nolan. Tanto per cominciare, aveva spiegato, e cio che Dice
Nolan era specializzato nelle rapine agli stipendi: si
introduceva nei magazzini lungo il fiume e usava una barca
per fuggire. Nolan aveva utilizzato quel sistema parecchie
volte prima che lo beccassero, dieci anni prima.
Gli avevano dato da dieci a vent'anni, e risultava
rilasciato sulla parola alla met di marzo di quell'anno. Era la
met di aprile, quindi aveva avuto il tempo sufficiente per
mettere insieme una banda, preparare il colpo e portarlo a
termine.
Un altro indizio era il colpo col calcio della pistola. Tutti
sapevano che Dice Nolan cercava sempre di colpire agli occhi,
per qualche assurdo motivo profondamente radicato nella sua
mente criminale. Childers aveva detto al capitano: - Sono
sicuro che si tratti di Nolan perch ho fatto un controllo
presso gli agenti che si occupano dei detenuti in libert
provvisoria e mi hanno detto che non hanno sue notizie da
dieci giorni. La sua libert strettamente condizionata al
fatto che si presenti da loro ogni tre giorni.
Il capitano aveva aggrottato la fronte. - Credi che sia
ancora in citt?
- Sono pronto a scommetterci - aveva risposto Childers.
- So come lavora, non si accontenter di quindicimila
dollari. Rester nei paraggi per un po', poi ci riprover con
un altro magazzino. Conosce quella zona come le sue tasche.
- Com' che sai tutto questo di lui?
- una cosa che risale a molti anni fa - aveva detto
Childers. - Siamo cresciuti nella stessa strada.
Il capitano era rimasto in silenzio per qualche istante,
poi, senza guardarlo, aveva detto: - Va bene, trovalo.
Cos Childers era andato a caccia di Nolan e la ricerca lo
aveva portato a percorrere Patton Avenue in direzione del
fiume, oltre i caseggiati popolari dove i suoi vecchi compagni
di giochi erano diventati per lui degli estranei, oltre i canali
di scolo in cui aveva fatto navigare le sue barchette fatte con
le scatole di fiammiferi, incurante del fango e della sporcizia,
perch quello era l'unico mondo che conosceva in quei giorni
lontani e spensierati.
Giorni in cui ignorava quali maligne radici affondassero
nello squallore di quel quartiere, finch il tempo
dell'ignoranza termin e li vide finir male uno per uno:
Georgie Mancuso, Hal Berkowski, Freddie Antonucci, Bill
Weiss, Dice Nolan.
Si era strappato a quel posto con determinazione
furibonda, come se lottasse per venir fuori da un pozzo pieno
di melma. Aveva promesso a se stesso che non avrebbe mai
pi respirato quell'aria corrotta, che non avrebbe pi messo
piede in quella zona desolata e infestata dai parassiti, dove
ogni tasca nascondeva un coltello. Era andato via dicendosi
che quell'addio era definitivo, sentendosi pulito. Ed era
quello l'importante, essere pulito, sempre pulito.
Di quanto fosse pulito si era reso conto mentre
interrogava gli uomini che popolavano i bar e le sale da
biliardo intorno a Patton Avenue. Gli lanciavano sguardi
ostili, ma badavano bene che l'ostilit non trapelasse dalla
loro voce quando rispondevano: "Non so", "Non so", "Non
so".
E alcuni di loro arrivavano al punto di affermare di non
aver mai conosciuto una persona di nome Dice Nolan. Non
l'avevano mai sentito nominare. Naturalmente lui sapeva che
mentivano, e le loro risposte evasive erano dovute pi alla
paura di Nolan che all'istintiva avversione per il dipartimento
di polizia.
Ci confermava che la sua teoria era giusta. Era stato
Nolan a organizzare la rapina degli stipendi, e sicuramente
era ancora in citt.
Ma questo era tutto ci che era riuscito a scoprire. Non
c'erano altri indizi, e nulla che potesse portare a trovarne di
nuovi. Una sera dopo l'altra era tornato a casa con il volto
tirato per sentirsi dire da sua moglie: - Novit? - e scuotere
la testa, tentando di farle un sorriso.
Sorridere stava diventando sempre pi difficile. Sapeva
che se non avesse scoperto qualcosa in fretta, il capitano gli
avrebbe tolto il caso. Non sopportava quest'idea, era cos
sicuro del suo uomo, cos assolutamente certo che si stesse
nascondendo da qualche parte l vicino. Molto vicino...
Lo squillo del telefono lo distrasse dai suoi pensieri.
Sollev il ricevitore e la centralinista al pian terreno gli
chiese di rimanere in linea per un momento. Poi una voce
maschile disse: - Childers?
Ebbe subito la sensazione che fosse qualcosa di
importante. Lo subodorava. - S? - rispose, e sent l'uomo
che diceva: - Sar breve, cos non rintracciate la chiamata,
d'accordo?
Non disse nulla. Per un attimo si sent terribilmente
stanco e pens che si trattasse di qualche balordo che lo
chiamava per coprirlo di insulti.
Ma l'uomo prosegu: - Vi conviene approfittarne. Per
motivi personali non ho molta simpatia per Dice Nolan.
Insomma, posso farvi arrivare alla sua donna.
Macchinalmente Childers si procur una matita e un
taccuino. L'uomo gli forn un nome e un indirizzo e lui prese
nota rapidamente. Poi la telefonata si interruppe e Childers
balz in piedi, corse fuori dall'ufficio e si precipit nel
corridoio verso l'ascensore.
Si trattava di un condominio di diciassette piani
all'estremit di Lakeside Park. Childers sal al nono e si
diresse verso l'appartamento 907. Era il primo pomeriggio e
non pensava di trovarla in casa, ma suon lo stesso il
campanello, con insistenza.
La porta si apr e comparve una donna sui venticinque
anni. Il suo primo pensiero fu che si trattasse di una falsa
pista. Quella non poteva essere la donna di Dice Nolan.
Era certo che non potesse avere a che fare a Nolan perch
non aveva l'aspetto da pupa del gangster, o da adescatrice, o
da puttana professionista. Era estremamente sobria nel
trucco e nell'acconciatura. Non portava gioielli, solo un
orologio al polso. Indossava una camicia grigio pallido, una
gonna pi scura, e scarpe col tacco basso. Una falsa pista,
non c' dubbio, si disse nuovamente. Comunque, domand: -
lei Wilma Burnett?
Lei annu.
- Polizia - disse, piegando il risvolto della giacca per
mostrarle il distintivo.
Lei li limit a battere le palpebre un paio di volte, poi si
fece da parte per farlo passare. Entrando nell'appartamento,
Childers fu colpito dalla tranquillit e dalla pulizia di quel
luogo. L'arredamento era semplice, i colori tenui, e non c'era
traccia di lusso o di vita sregolata.
Aggrott le sopracciglia, poi scacci quel pensiero e
assunse un tono ufficiale: - Bene, signorina Burnett.
Veniamo al punto.
- Quale punto?
- Quello per cui sono venuto. Lui dov'?
- Chi? - La voce era sommessa, l'atteggiamento
tranquillo, educato. - Di chi sta parlando?
- Dice - disse lui, a voce bassa.
Parve perplessa. - Non conosco nessuno con quel nome.
- Dice Nolan.
La donna rimase in silenzio per un istante, poi sussurr:
- Conosco un Philip Nolan, se a lui che si riferisce.
- Mi riferisco proprio a lui. - Vediamo se si riesce a
innervosirla, pens. La sua voce si fece tagliente come una
lama: - Immaginavo che lo conoscesse. lui che le paga
l'affitto dell'appartamento, vero?
Non sort alcun effetto. Non c'era rabbia in lei, nemmeno
irritazione. Si limit a scuotere la testa.
Non va bene cos, si disse lui. Doveva riuscire a farle
perdere il controllo. Mentre cercava di farsi venire in mente
qualcosa, lei gli domand: - Non vuole sedersi?
- No, grazie - disse macchinalmente. Incroci le braccia
e le punt gli occhi addosso, alzando leggermente la voce: -
Molto abile, signorina Burnett. Ma inutile, non pu
funzionare.
- Non capisco cosa intende.
- Oh s, invece. - Sfoder il sorriso spietato di chi
rappresenta la legge. - Lei sa benissimo che cosa intendo.
Lei sa che ricercato per rapina e omicidio, e sta cercando di
coprirlo.
Questo funzioner, si disse. Sar sufficiente per rompere
il ghiaccio. Ma non funzion, proprio per nulla. Per qualche
istante lei rimase di fronte a lui, fissandolo, poi lentamente si
volt e and a sedersi su una sedia accanto alla finestra,
giungendo le mani in grembo e aspettando che lui
proseguisse. Ti stai infilando in un vicolo cieco, pareva dire
con il suo imperturbabile silenzio.
Piano adesso, pens lui, non esagerare. Ma la sua voce
assunse un tono brusco, impaziente, pi perentorio che
interrogativo: - Dove posso trovarlo? Dove?
- Non lo so.
- Ah davvero? - Fece un passo verso di lei. - Avanti,
smettiamola con questa partita a dama. Dov' nascosto?
- Nascosto? - Alz le sopracciglia. - Non sapevo che si
fosse nascosto.
- Lei mente.
Lei distolse lo sguardo e mormor: - Mi dica una cosa.
solo cos che lei raccoglie informazioni? In altri termini, il
suo lavoro le impone di andare in giro a insultare la gente?
Lui sussult. Lo aveva messo all'angolo, e se fosse stata
davvero una partita a dama, gliene avrebbe mangiate tre in
un colpo solo. Ma dopo un attimo pens: La partita solo
all'inizio, posso farla parlare se procedo con calma facendo
molta attenzione...
Le sorrise. Questa volta era un sorriso semplice, cordiale,
e il tono di voce si ammorbid: - Mi dispiace, signorina
Burnett. Non avrei dovuto dirlo. Chiedo scusa.
- D'accordo, signor...?
- Childers - disse lui. - Tenente Childers, della
Omicidi. - Prese una sedia e si sedette accanto a lei, senza
smettere di sorridere. - meglio per tutti e due se mi dice la
verit. Io sto cercando un ladro e un assassino, e lei deve fare
attenzione a non finire in prigione.
- In prigione? - Alz di nuovo le sopracciglia. - Ma io
non ho fatto nulla...
- Voglio esserne sicuro. Spero che lei sia in grado di
provare che non sua complice.
- Sarebbe a dire?
- Sarebbe a dire che se lo sta aiutando a nascondersi,
colpevole di favoreggiamento. un'accusa molto grave, e so
di persone che hanno preso da tre a cinque anni in casi come
questo.
La donna non disse nulla.
Childers si chin verso di lei e aggiunse: - Naturalmente
lei capisce che qualunque cosa dice potr essere usata contro
di lei.
- Questo non mi preoccupa, tenente. Non ho infranto la
legge.
- Bene, controlleremo, per sicurezza. - Conserv il
sorriso cordiale, la voce tranquilla e quasi amichevole.
Lei gli raccont che lavorava in proprio come disegnatrice
pubblicitaria. Disse che aveva ventisette anni ed era rimasta
vedova molto tempo prima. Suo marito e i suoi due figli erano
morti in un incidente d'auto. Non c'era emozione nella sua
voce mentre lo diceva, ma qualcosa nei suoi occhi convinse il
poliziotto che era sincera, e che aveva attraversato momenti
molto difficili. stata colpita molto duramente, pens.
D'un tratto si rese conto che quella era una donna fuori
dal comune. Non tanto per il suo aspetto, anche se
nell'insieme risultava estremamente attraente. Era piuttosto
qualcosa che si sprigionava da lei, qualcosa che veniva dal
profondo e che lo colpiva nel profondo. Si rabbui, perch
non riusciva a capire di cosa si trattasse e questo lo metteva a
disagio.
- Le devo ancora delle scuse - si sent dire. - Quella
battuta sul fatto che Nolan le paga l'affitto. Non stato molto
carino da parte mia.
- No, infatti - disse lei, con indulgenza - ma so che non
c'era nulla di personale. Lei stava solo cercando di scoprire...
- Sto ancora cercando - le ricord. Riprese un tono
ufficiale. - Voglio sapere tutto di lei e Nolan.
Lei rimase in silenzio per un lungo istante, poi con voce
bassa e tranquilla rispose: - Non so dirle dove sia, tenente.
Davvero non lo so.
- Quando l'ha visto l'ultima volta?
- Qualche sera fa.
- Dove, esattamente?
- Qui - disse lei. - venuto qui e abbiamo cenato
insieme.
Lui si appoggi allo schienale. - Gli ha preparato la
cena?
- Non era la prima volta - rispose lei, con franchezza.
Childers medit sulla domanda successiva, poi le chiese,
senza guardarla: - Cosa c' fra lei e Nolan? Da quanto lo
conosce?
- Da circa un mese. - E prima che lui andasse avanti a
interrogarla, aggiunse spontaneamente: - Ci siamo
conosciuti in una sala da cocktail. Ero sola, e penso sia
meglio che le spieghi perch. Di solito non esco da sola. Ma
quella sera avevo voglia di compagnia, e sebbene beva molto
poco avevo bisogno di qualcosa che mi tirasse su. Ero reduce
da una relazione con qualcuno che mi aveva deluso, uno di
quei gentiluomini che ti seducono e poi scopri che sono
sposati...
- Brutto affare - Childers la guard con aria
comprensiva.
Lei alz le spalle. - Comunque, dovevo sembrare molto
sola e infelice. Non so come ci mettemmo a parlare, ma una
parola tira l'altra e io non sapevo a cosa avrebbe portato tutto
questo. E per essere proprio sincera, non mi importava. Mi
disse che era appena uscito di galera e questo non mi fece
nessuna impressione, salvo il fatto che apprezzai la sua
schiettezza. Mi chiese il numero di telefono e io glielo diedi.
Da allora ci siamo visti regolarmente. E se vuole sapere se
sono andata a letto con lui...
- Io non gliel'ho chiesto.
- Glielo dir comunque, tenente. - C'era come una
placida sfida nella sua voce, la si leggeva nei suoi occhi
insieme a tutto il dolore e la sofferenza che aveva dovuto
sopportare, e che l'avevano condotta al limite oltre il quale
una donna si aggrappa a qualunque cosa.
- S, sono andata a letto con lui. A letto con l'ex detenuto
che sta cercando. So chi e non mi importa. E se questo fa di
me una criminale, pu infilarmi le manette e mettermi
dentro.
Childers si alz. Distolse lo sguardo da lei e disse: - Non
avrebbe dovuto dirmi tutto questo. Non era necessario.
La donna non replic. Childers attese che dicesse
qualcosa, ma lei rimase in silenzio e dopo qualche attimo lui
si avvi verso la porta. Mentre la apriva, le lanci
un'occhiata. Era ancora seduta, china in avanti, con la testa
fra le mani. - Arrivederci, signorina Burnett - mormor, e
usc.
Sua moglie e i suoi quattro figli lo stavano osservando, e
lui sentiva il peso di quello sguardo. I loro piatti erano vuoti,
mentre l'arrosto con verdure che lui aveva davanti non era
stato toccato. Abbass gli occhi sul cibo e si chiese perch
non aveva voglia di mangiare. Sentiva un vuoto dentro, ma
non era un vuoto che il cibo potesse riempire. Era
qualcos'altro, qualcosa di inesplicabile. Pi cercava di capire
cosa fosse, pi si sentiva confuso.
- Che cos'hai? - gli chiese sua moglie. Era la quinta o
sesta volta che gli rivolgeva quella domanda da quando era
tornato a casa quella sera. Non ricordava che risposte le
aveva dato.
La guard e disse, stancamente: - Non ho fame, ecco
tutto.
I bambini si misero a cicalare, e il pi piccolo, Dotty, di
cinque anni, disse: - Forse pap ha mangiato troppe
caramelle. Quando io mangio troppe caramelle, non ho pi
voglia di mangiare la cena.
- Gli adulti non mangiano caramelle - disse Billy, nove
anni.
E Ralph, che ne aveva sette, osserv: - Gli adulti possono
fare tutto quello che vogliono.
No che non possono, si disse Childers. Col cavolo che
possono.
Poi si chiese che cosa voleva dire con questo. La risposta
gli frull per la mente, poi gli sfugg, si perse, e lui si rese
conto che era inutile cercare di ritrovarla.
Sent Agnes, sei anni, che domandava: - Mamma, che
cos'ha pap?
- Chiedilo a lui, tesoro - rispose sua moglie. - A me
non vuol dirlo.
- Cosa c' da dire? - fece Childers alzando la voce,
stridula per l'irritazione.
- Non urlare, Roy. Non voglio che tu urli.
- Allora lasciami in pace. Hai gi detto abbastanza.
- questo il modo di parlare davanti ai bambini?
Lui abbass il tono. - Scusami, Louise. - Cerc di
sorriderle, ma non ci riusc. Con voce lamentosa, aggiunse: -
stata una brutta giornata. Sono esausto...
- per questo che hai bisogno di mangiare - disse lei.
Si alz e and verso di lui. - Stammi a sentire. Adesso ti
riscaldo il piatto e...
- No. - Scosse la testa energicamente. - Non ho voglia
di mangiare, ecco tutto.
- Vorrei proprio sapere...
Lui la fiss. - Sapere cosa?
- Nulla - disse lei. - Lasciamo perdere...
- Niente affatto. - C'era una punta di sospetto nella sua
voce, non riusciva a capirne il motivo ma sent che diventava
sempre pi forte mentre proseguiva: - Stavi dicendo
qualcosa e adesso devi andare fino in fondo.
Lei non rispose. Aveva la testa china e lo guardava
perplessa.
- Coraggio, sputa fuori - insistette lui. Si alz da tavola
e la affront. - Dimmi quello che pensi.
- Be', io volevo solo dire che...
- Su, avanti, non fermarti.
- Ehi, con chi credi di parlare? - reag lei, mettendosi le
mani sui fianchi un po' ingrossati. - Non sono mica uno di
quei vagabondi che sbattete dentro per interrogarli. Sono tua
moglie e questa casa tua. Il minimo che puoi fare portare
un po' di rispetto.
- Mamma e pap stanno litigando - disse la piccola
Agnes.
- E forse era ora - aggiunse Louise, sempre con le mani
sui fianchi. - Sapevo che avremmo messo le carte in tavola,
prima o poi. Bene, allora. Mi hai detto che vuoi sapere quello
che penso, e io te lo dico. Voglio che tu lasci perdere il caso
Nolan.
Lui la guard. - Cos'hai detto?
- Mi hai sentito. Non c' bisogno che lo ripeta. So che il
tuo lavoro importante, ma la tua salute viene prima di tutto.
Indic il cibo ancora intatto di fronte a lui. - Me lo
sentivo che saremmo arrivati a questo punto. Ti ho visto
tornare a casa la sera conciato da buttar via. Sapevo che
sarebbe giunto il momento in cui non avresti pi avuto la
forza di mangiare. Per prima cosa, sappi che ti verr
un'ulcera.
Childers si sent un nodo alla gola, fu invaso da un'ondata
di tenerezza e di affetto e si ramment di quanto fosse
fortunato. Era una donna vera, la sua, un autentico tesoro.
Ogni suo pensiero era per lui, per la sua salute, la sua felicit
e il suo benessere. Era l'unico uomo al mondo per lei, e dopo
pi di dieci anni di matrimonio, la consapevolezza di quel
sentimento era per lui qualcosa di inestimabile.
Osserv quella figura piena, ancor pi arrotondata dalla
gravidanza, la chioma disordinata che raramente godeva del
lusso di un parrucchiere perch lei era troppo occupata a
badare a quattro bambini. Poi le guard le mani, rosse e
screpolate a forza di lavare i piatti, di fare il bucato e di
pulire i pavimenti. la migliore, la pi brava di tutte, si
disse. E prov un gran desiderio di prenderla fra le braccia.
Ma, per qualche motivo, non ne fu capace. Senza capire
perch, non ne fu capace. Rimase l paralizzato, sapendo che
lei desiderava il suo abbraccio, e che lui non poteva
accontentarla.
Di colpo sent il bisogno disperato di uscire di casa. Cerc
una scusa a caso e disse, senza guardarla: - Ho detto al
capitano che sarei passato da lui stasera. Vado in ufficio.
Si volt bruscamente e and verso la porta.
Ma non doveva incontrarsi con il capitano, non doveva
andare in ufficio. Percorse un paio di isolati, si infil in un
taxi e disse all'autista: - Lakeside Apartments.
- Bene - rispose l'autista.
Davvero? si domand, senza parlare. Davvero faccio
bene? Era inutile cercare una risposta, la sua mente non era
in grado di fornirla. Tuttavia in qualche modo sapeva che da
un punto di vista puramente tecnico questa era una mossa
logica, che si stava comportando secondo le regole. Andar l a
far la guardia in attesa di Dice Nolan era un semplice
controllo di polizia. La cosa giusta da fare, naturalmente, era
piazzarsi dall'altra parte della strada rispetto alla casa e
tenere d'occhio l'entrata principale.
Venti minuti dopo era appostato sotto un albero dalla
fitta chioma, diagonalmente opposto ai Lakeside Apartments.
Un'auto stava parcheggiando accanto al marciapiede sull'altro
lato della strada e Childers istintivamente infil la mano
sotto la giacca per cercare la fondina. Ma non trov nulla.
Aveva dimenticato di prenderla, insieme alla .38 che
conteneva.
Non hai mai fatto una cosa del genere, pens. E poi, con
un leggero fremito che scese dal petto allo stomaco e torn
su, Che cosa ti prende? Che diavolo ti sta succedendo?
Qualcuno stava scendendo dall'auto. Ma non era Nolan,
era solo una donnina di mezza et con un cagnolino in
braccio. Entr nel condominio e l'auto si allontan.
Childers si appoggi all'albero. Per un attimo desider
che il tronco fosse un cuscino in cui poter sprofondare e
prendere sonno. Non aveva niente a che fare con la
stanchezza. Era semplicemente il disperato bisogno di fuggire
da tutto, anche da se stesso. Quel pensiero gli provoc uno
scoppio d'ira che gli invase gli occhi e la mente, e in quel
momento si costrinse a pensare solo al suo distintivo, e al
lavoro che lo attendeva.
Guard l'orologio. Le lancette segnavano le sette e
quarantacinque. Nell'ipotesi che Nolan andasse a trovarla, e
lei gli preparasse la cena, era molto probabile che non fosse
ancora arrivato. Per uno come Nolan, l'ora di cena spaziava
dalle otto e mezzo a mezzanotte. Dunque, pens, aveva il
tempo di tornare velocemente a casa, prendere la pistola e
tornare indietro...
La sua mente non riusc ad andare oltre. Prima di
rendersi pienamente conto di quello che stava facendo, aveva
gi attraversato la strada ed era entrato nell'edificio.
Nell'ascensore, mentre saliva al nono piano, non pens
affatto a Nolan. Quasi distrattamente si raddrizz la cravatta
e si ravvi i capelli sulle tempie. C'era un piccolo specchio
nella cabina, ma non lo guard. Sapeva che se si fosse
specchiato avrebbe visto qualcosa che non gli piaceva.
L'ascensore saliva rapidamente, sempre pi su, e c'era
qualcosa di paradossale e inquietante in questo. Perch non
sembrava un'ascesa, non era quella la sensazione. Somigliava
di pi a una caduta.
Suon il campanello. Dopo qualche istante la porta del
907 si apr ed eccola l, che gli sorrideva. Non fu sorpreso di
quel sorriso. Aveva avuto il presentimento che lei lo stesse
aspettando. Non era stato nulla di particolare a
suggerirglielo. Aveva solo l'impressione che tutto stesse
andando come doveva andare, e che non ci fosse modo di
evitarlo.
- Salve, Wilma - disse.
Lei continu a sorridergli e non disse nulla, ma fece un
gesto con la mano, invitandolo a entrare. Un attimo prima di
attraversare la soglia, Childers not che lei aveva addosso un
grembiulino. E quando richiuse la porta dietro di s, sent
l'odore del cibo.
- Mi scusi un attimo - disse lei, tornando in cucina - ho
qualcosa sul fuoco...
Lui si sedette sul sof e osserv il tappeto a trama larga,
di una morbida sfumatura tra il grigio e il verde. Ma
sentendola muoversi per la cucina, immaginando le sue mani
impegnate a preparare la cena per Dice Nolan, quel colore si
tramut in un verde intenso, un verde aggressivo che pareva
avvampare davanti a suoi occhi.
Senza riuscire a trattenersi, si alz dal sof ed entr in
cucina. - A che ora arriver? - disse, con voce tesa.
Lei stava versando del condimento in un tegame sul
fuoco. - Non lo aspetto questa sera.
Lui si avvicin ai fornelli, guard nel tegame e vide che
conteneva stufato d'agnello, sufficiente per una sola persona.
Lea donna gli sorrise di nuovo. - Lei non ha molta
fiducia in me, vero tenente?
- Non questo - disse lui. - solo che... - Non sapeva
come terminare la frase. Poi, senza riflettere, senza neanche
provarci, aggiunse: - Vorrei che mi chiamassi Roy.
Il sorriso sul viso di lei si spense. Il suo sguardo calmo lo
colp in viso, quasi avesse una consistenza e potesse
penetrare dentro di lui, scavandolo nel profondo. Per un
istante che parve lunghissimo, l'unico suono avvertibile nella
cucina fu il sobbollire dello stufato nel tegame.
Poi, abbassando la voce fino a un sussurro, la donna
disse: - Dunque cos?
Lui annu, lo sguardo serio.
- Sei sicuro? - mormor lei. - Voglio dire...
- So cosa vuoi dire - la interruppe. - Vuoi dire che non
pu accadere cos in fretta. Vuoi dirmi che impossibile, che
ci conosciamo appena...
- Non solo questo - disse lei, posando gli occhi sul
sottile cerchio d'oro che lui portava al dito. - Tu sei un uomo
sposato.
- Gi - replic lui, brusco. - Sono sposato e ho quattro
figli, e mia moglie ne avr presto un altro.
La donna distolse lo sguardo. Come se stesse parlasse a se
stessa, mormor: - Credo sia meglio cambiare argomento...
- No. - Fu quasi un grido. - Parliamone. Non vedi come
stanno le cose? Dobbiamo parlarne.
Lei scosse la testa. - Non possiamo. Non possiamo e
basta. meglio non cominciare a...
- Abbiamo gi cominciato. Dal primo momento in cui ci
siamo incontrati.
Con voce roca, prosegu: - Ascoltami, Wilma. Ho cercato
di resistere, esattamente come fai tu. Ma inutile. qualcosa
cui non si pu resistere. come una malattia e non c'
rimedio. Lo sai come lo so io. Se pensassi solo per un istante
che non provi quello che sto provando io, non direi queste
cose. Ma so che cos. Lo leggo nei tuoi occhi.
Lei prov a scuotere ancora la testa, mordendosi le
labbra. - Se soltanto... - Non riusciva a parlare. - Se
soltanto...
- No, Wilma - disse lui lentamente, scandendo le
parole. - Niente se o ma. Cose come questa capitano una sola
volta nella vita. pi importante di qualsiasi altra. ...
Childers non aveva udito la chiave girare nella serratura.
Non si era accorto della porta che si apriva, dei passi che si
avvicinavano alla cucina. Ma quando vide gli occhi di Wilma
fissi su qualcosa alle sue spalle si gir con estrema lentezza, e
la prima cosa che vide fu la pistola.
Poi i suoi occhi si posarono sul volto di Dice Nolan.
- Continuate a parlare - disse Nolan con calma,
muovendo appena le labbra. I suoi occhi erano privi di
espressione.
Il pallore della prigionia era in armonia con la granitica
durezza dei suoi lineamenti. Fatta eccezione per una profonda
cicatrice che si allungava da un sopracciglio all'altro, era un
bell'uomo che sprizzava forza e virilit. Era alto solo uno e
settantacinque e pesava settantadue chili, ma in quel
momento sembrava molto grosso. Forse la pistola, pens
Childers in quel primo, interminabile istante. Forse per
quello che sembra cos grosso.
Ma non era la pistola. Nolan la impugnava quasi
distrattamente, come se non la considerasse molto
importante. Ora stava fissando Wilma, e la sua voce era
sempre calma e rilassata: - Mi hai ingannato, piccola. Mi hai
davvero ingannato.
- Forse ho ingannato me stessa.
- Pu darsi - mormor Nolan. Spost lo sguardo su
Childers. - Ehi tu, ti ho detto di continuare.
- Credo che tu abbia sentito abbastanza - disse Childers.
- inutile aggiungere altro.
Nolan fece un sorriso sbieco. - Gi, lo credo anch'io. -
Poi di colpo il sorriso si spense, e l'uomo aggrott le
sopracciglia. - La tua faccia mi dice qualcosa. Non ti ho gi
visto da qualche parte?
- All'angolo tra la Terza e Patton Avenue. Giocavamo a
guardie e ladri quando eravamo piccoli.
- E poi abbiamo fatto sul serio, quando siamo cresciuti -
mormor Nolan, e i suoi occhi ebbero un lampo nel
riconoscerlo. - Mi hai pizzicato tante di quelle volte che ho
perso il conto. Immagino che dieci anni al fresco non facciano
molto bene alla memoria. Ma ora mi ricordo di te, Childers.
Me ne ricordo bene, maledizione.
- Sei un bambino cattivo, Dice. Lo sei sempre stato.
- E tu? - Dice sorrise di nuovo, spostando lo sguardo da
Childers a Wilma, poi ancora su Childers. - Tu sei il bambino
buono, il boy scout che vuole sempre giocare pulito, corretto.
Scoppi a ridere. - Diavolo, questa storia
appassionante. Cosa farai quando tua moglie lo verr a
sapere?
Childers non rispose. Non stava pensando a sua moglie,
n a Wilma, pensava solamente al fatto che era un tenente di
polizia della Omicidi e che aveva finalmente trovato l'uomo
che stava cercando.
- Allora? Che cosa farai? - Dice continuava a
ridacchiare. - Dimmi, Childers, come farai a tirarti fuori da
questo casino?
- Lascia perdere - mormor Childers. - meglio che ti
preoccupi dei tuoi guai.
Il riso si spense. Nolan strizz gli occhi. Le parole
parevano gocciolare dalle sue labbra. - E quali, per esempio?
- Per esempio non presentarsi ai controlli. O essere in
possesso di un'arma pericolosa.
Nolan non disse nulla. Era in attesa del seguito.
Childers lo fece aspettare, tirando al massimo la pausa
come se fosse un elastico. Poi, con estrema lentezza e
tranquillit: - C' un'altra cosa, Dice. Hai fatto un lavoretto
lungo il fiume tre settimane fa. Hai rapinato il magazzino
numero quattro e sei scappato con quindicimila dollari. Hai
ammazzato una guardia notturna, e l'altra ha perso la vista. E
questa sar la tua rovina, amico. Stavolta finirai dove meriti
di finire: sulla sedia elettrica.
- Tu... - La voce di Nolan si incrin. - Tu non puoi
accusarmi di questo. Non sono stato io.
Childers sorrise con condiscendenza. - Non agitarti,
Dice. Non ti servir a nulla.
- Stammi a sentire... - Il viso di Nolan si ricopr di
sudore. - Te lo giuro, non sono stato io. Chi ha organizzato il
colpo ha fatto in modo che la polizia pensasse che fossi stato
io. Quando l'ho letto sui giornali, sapevo quel che sarebbe
successo. Sapevo che presto o tardi mi sareste venuti a
cercare...
- Un po' debole come argomento, Dice. E sembrer
ancora pi debole in tribunale.
Nolan fece una smorfia. - Non c' bisogno che tu me lo
dica. Mi sono spremuto il cervello per trovare un alibi. Ma
niente, zero. Sapevo che se mi portavano dentro per farmi il
terzo grado, non avrei avuto nessuna chance. Per questo non
mi sono presentato al controllo. Per questo vado in giro con
la pistola. Non lascer che mi friggano per qualcosa che non
ho fatto.
Childers aggrott leggermente le sopracciglia. Per un
attimo fu quasi sul punto di credere all'affermazione di
Nolan. C'era qualcosa di convincente nell'atteggiamento
febbrile e nella voce dell'ex galeotto. Ma esaminandolo
attentamente, si accorse che gli occhi di Nolan erano fissi su
Wilma, e pens: Non a me che sta parlando, a lei. Sta
cercando di dargliela a bere. Vuole convincerla che pulito,
in modo che lei vada via con lui.
E si ritrov a dire, a denti stretti: - Non se la beve,
Nolan. Sa che sei un delinquente e un assassino e non
importa quante bugie tiri fuori, non riuscirai a farle cambiare
idea.
Gli occhi di Nolan rimasero puntati su Wilma. Con il
volto inespressivo, le chiese: - Hai sentito cosa dice?
Lei non rispose. Childers si accorse che stava fissando il
muro alle spalle di Nolan.
- Ti dico che sono innocente - prosegu Nolan. - Mi
credi?
Lei trasse un profondo respiro, e prima che riuscisse a
parlare Childers la prese per un polso e disse: - Ti prego...
non cascarci, non farti fregare. Se te ne vai di qui con lui sei
rovinata.
Lei gir la testa lentamente, gli occhi come spade puntate
su quelli di Childers. - Lasciami, mi fai male.
Childers sussult, come se lei lo avesse schiaffeggiato.
Moll la presa disperata sul polso di lei e lasci cadere la
mano. Di colpo fu preso da una paura terribile, che non aveva
nulla a che vedere con la presenza di Dice Nolan, o con l'arma
che lui aveva in mano. Era la paura di vederla uscire da quella
stanza con quell'uomo e non tornare mai pi.
Il solo pensiero lo fece vacillare, e prov di nuovo la
sensazione di cadere, di precipitare a testa in gi in un abisso
incommensurabile che lo strappava al distintivo che portava,
alla scrivania che occupava alla sezione Omicidi, al suo
lavoro, alla sua casa, alla sua famiglia. Oh, Dio, pens, e
mentre precipitava sempre pi rapidamente, fece un
disperato tentativo di riprendere il controllo, di interrompere
la caduta, di affrontare il problema per quello che era
realmente.
Era stato vittima di una cieca, improvvisa infatuazione,
un desiderio folle per questa donna che non aveva mai visto
prima d'allora. E questo non aveva senso, non era un
comportamento normale. Era una specie di pazzia e ci che
doveva fare, qui e subito, era di...
Ma non riusciva a fare nient'altro che rimanere a
guardarla, implorandola con lo sguardo di non lasciarlo.
E proprio allora sent Dice Nolan che diceva: - Vieni con
me, Wilma?
- S - rispose lei. Attravers la cucina e si mise al suo
fianco.
Nolan aveva la pistola puntata verso il petto di Childers.
- Facciamo le cose per bene - disse Nolan. - Tieni gi le
mani, sbirro. Girati molto lentamente fino a darmi le spalle.
- Non fargli male - preg Wilma. - Per favore, non
fargli male.
- Non ti preoccupare - rispose Nolan. - Avr solo un
bel mal di testa domani, ecco tutto.
- Ti prego, Philip...
- Devo farlo - disse Nolan. - Devo metterlo fuori
combattimento se vogliamo riuscire ad andar via di qui.
- Potresti colpirlo troppo forte. - La voce di lei tremava.
- Ho paura che tu possa ucciderlo...
- No, non succeder - la rassicur Nolan. - Ho una
certa esperienza in queste cose. Non dormir pi di dieci
minuti. Giusto il tempo che ci serve.
Childers si era girato lentamente di spalle. Sent Nolan
avvicinarsi e si irrigid immaginando il calcio della pistola
che gli si abbatteva sul cranio. Ma mentre si preparava al
colpo gli venne in mente che Nolan doveva aver impugnato la
canna del revolver anzich il calcio, e che il suo dito doveva
essere lontano dal grilletto.
Un attimo dopo, quando ormai Nolan gli era addosso, si
pieg improvvisamente da un lato ruotando su se stesso e
vide il calcio del revolver che si abbassava, colpendo a vuoto.
Not il disappunto sulla faccia di Nolan, e con un ghigno gli
assest un destro micidiale al ventre, un gancio sinistro alla
testa, e ancora un destro fulmineo alla mascella. Nolan si
afflosci sul pavimento e lasci cadere la pistola.
Childers si protese cercando di afferrarla, ma Nolan
ringhi e fece un balzo in avanti con tutta la forza che gli
rimaneva. La sua spalla si abbatt sulle costole di Childers, e
mentre i due rotolavano le sue mani si serrarono intorno al
collo del poliziotto. Childers sollev un braccio ripiegato e lo
colp sul muso con il gomito. Nolan ricadde all'indietro e
stramazz, scivolando sul pavimento della cucina.
Childers si alz sulle ginocchia e strisci rapidamente
verso la pistola, la raccolse e inser il dito nel grilletto. Aveva
la mano pronta e l'arma puntata contro il petto di Nolan
quando una voce dentro di lui disse: No, non farlo... Ma
un'altra voce si inser, una voce che diceva: Tu vuoi quella
donna, ma c' lui di mezzo, devi liberartene.
Rabbia e gelosia lo spingevano a dare ascolto a quella
seconda voce, gli ottenebravano il cervello, e tuttavia
Childers si sforzava di non premere il grilletto. Cos, quando
alla fine il suo dito si mosse e ud lo sparo, quando vide Nolan
morto sul colpo con una pallottola nel cuore, pens
sbalordito: Non volevo farlo, davvero.
Si alz in piedi e osserv il cadavere sul pavimento.
Poi ud Wilma che diceva: - Perch l'hai ucciso?
Avrebbe voluto guardarla, ma non ci riusciva. A fatica
scand le parole: - Hai visto cos' successo. Stava per
aggredirmi. Non potevo rischiare.
- Non ci credo - disse lei, e poi, con voce sorda: -
Peccato che tu non abbia capito.
Lui la fiss. - Capito cosa?
- Quando ho accettato di andar via con lui... era solo una
finta. Era l'unico modo per impedire che ti sparasse.
Childers fu invaso da un'ondata di esaltazione. - Tu...
dici sul serio?
- Certo - rispose lei - ma non ha pi importanza ormai.
- I suoi occhi rimasero tristi per un momento, poi assunsero
un'espressione amara mentre Wilma indicava il salotto
dicendo: - meglio che tu faccia una telefonata, tenente. D
loro che hai trovato il tuo uomo e che hai risparmiato allo
Stato le spese di un processo.
Come un automa, Childers pass davanti a lei e and in
salotto. Sollev la cornetta e chiam il centralino della
polizia: - Passami la Omicidi, sono Childers.
Prima che Childers riuscisse a parlare, la voce del
capitano disse: - Sono contento che tu abbia chiamato, Roy.
Puoi sospendere le ricerche di Dice Nolan. Abbiamo le prove
che non c'entra.
- S? - disse Childers. Si chiese se era la propria voce
quella che sentiva, sembrava che non gli appartenesse.
- Abbiamo preso il responsabile - prosegu il capitano.
- Lo abbiamo beccato circa un'ora fa. Aveva il denaro degli
stipendi e la pistola che ha usato contro le guardie notturne.
Ha gi firmato la confessione.
Childers chiuse gli occhi. Non disse una parola.
- Ti ho chiamato a casa e tua moglie mi ha detto che
stavi venendo qui. Come mai ci stai mettendo tanto?
- Sono stato sviato - rispose Childers. E aggiunse,
lentamente: - Sono ai Lakeside Apartments, capitano.
meglio che mandi qui degli uomini. Appartamento 907.
- Un omicidio?
- Indovinato. Omicidio a sangue freddo.
Riattacc. Fuori nel corridoio si sentivano passi e voci e
qualcuno che gridava: - Tutto bene l dentro? - E un'altra
voce che chiedeva: - Era uno sparo quello che si sentito?
Wilma era accanto alla porta d'ingresso e lui le disse: -
Va' fuori e d loro che non successo nulla. D che se ne
vadano. E tieni la porta chiusa. Non voglio che nessuno ficchi
il naso qui dentro.
Lei usc chiudendo la porta alle sue spalle. Appena fu
uscita Childers and a bloccare la serratura. Poi si avvicin
alla finestra pi vicina e la spalanc. Si arrampic fuori e si
ferm sul cornicione, guardando la strada nove piani pi in
gi.
Mi dispiace, disse a Louise e a i bambini, mi dispiace
tantissimo. Poi, rivolto al capitano, Trover la pistola sul
tavolo della cucina, le sue impronte e le mie, e sono certo che
creder a Wilma quando le dir com' accaduto, com'
potuto accadere che un uomo che ha disperatamente cercato
di rimanere pulito abbia potuto cadere e macchiarsi di
infamia.
Ma quando si stacc dal cornicione e si tuff nell'oscurit
vuota, Childers cominci a sentirsi di nuovo pulito.
John Lutz
La posta in gioco
The Saint, giugno 1984
Qualche anno fa, John Lutz pubblic Single White
Female, una storia di suspense talmente bella che dovrebbe
essere studiata seriamente da tutti quelli che si cimentano in
questo genere. Hollywood l'ha trasformata in Inserzione
pericolosa, un magnifico film che ha avuto grande successo
di critica e di pubblico. Nel corso di trent'anni di carriera,
Lutz ha toccato praticamente ogni genere di narrativa
gialla, con ottimi risultati. Nei suoi romanzi ricorrono un
personaggio sospettoso di nome Fred Carver e uno
tormentato di nome Alo Nudger. Entrambi si collocano tra le
pi brillanti creazioni letterarie del nostro tempo. Tra i
racconti scritti da Lutz, provate a leggere Hot e Una
condanna a morte, sono tra i migliori esempi di narrativa
gialla contemporanea.
E. G.
Ernie segu il fattorino all'interno della modesta camera
dell'Hayes Hotel, dove gli venne mostrato il bagno scalcinato
con i sanitari pieni di crepe e il televisore con le immagini in
bianco e nero che ballavano. Il fattorino, un adolescente dalla
pelle foruncolosa, sorrise e rimase in attesa. Ernie gli allung
un dollaro, una mancia pi che sufficiente tenuto conto che
Ernie non aveva altro bagaglio oltre la ventiquattr'ore che
portava lui stesso. Il fattorino sogghign e fil via.
Dopo lo scatto della serratura alla porta, la stanza
piomb in un fitto silenzio. Ernie si sedette sull'orlo del letto,
e via via cominci a distinguere nella quiete dell'ambiente i
suoni soffocati provenienti dall'esterno: il monotono scorrere
del traffico cittadino, una sirena molto lontana o l'occasionale
strombazzare di un clacson, il tonfo e le vibrazioni metalliche
delle cabine dell'ascensore nelle viscere del fabbricato.
Qualcuno lasci cadere qualcosa di pesante nella stanza al
piano di sopra. Una donna delle pulizie pass davanti alla
porta spingendo il carrello della biancheria con una ruota che
cigolava. Ernie chin il capo, si prese il volto tra le mani e
fiss il logoro tappeto azzurro chiaro. Poi chiuse gli occhi e si
rifugi nel precario anonimato dei suoi pensieri.
La sua fortuna era in ribasso. Quasi al livello dello stesso
Ernie, che superava di poco il metro e sessantaquattro anche
con le scarpe dal tacco rialzato. Di solito era ben vestito, ma
quella sera la sua figura snella era infagottata in un abito
marrone da quattro soldi comprato in un grande magazzino,
una camicia bianca sudicia e un ridicolo farfallino rosso.
Aveva dovuto lasciare il suo consueto guardaroba nel
precedente hotel, a garanzia del conto non pagato. La faccia
di Ernie era simile a quella di un furetto, intrigante e
impiccione, con occhi rosati e acquosi e un naso lungo e
curvo. L'apparenza non ingannava. Ernie era intrigante e
impiccione.
Aveva trascorso la maggior parte dei suoi quarant'anni
nello squallido quartiere in cui era nato, e se non era proprio
il ragazzo pi sveglio della zona, possedeva una sorta di
temeraria scaltrezza che gli aveva permesso di tracciarsi il
suo bizzarro cammino nel mondo. E poi aveva un istinto, dei
presentimenti che lo portavano qualche volta a puntare sul
cavallo vincente, qualche volta a giocare la carta giusta.
Qualche volta. Tirava avanti, comunque. Tirare avanti era la
specialit di Ernie, e alla fine chiudeva pi o meno in
pareggio. Pi che vincere, si limitava a sopravvivere. Ma c'era
gente che se la prendeva a male persino per questo.
Uno di loro era Carl Atwater. Ernie pens a Carl, apr gli
occhi e si alz dal letto imbarcato. Tir fuori dalla valigia una
bottiglietta di whisky e and in bagno a prendere il bicchiere
che aveva visto sul lavandino. Cerc di non pensare a Carl e ai
mille dollari che gli doveva per quella partita a carte
dall'ultima volta che era stato qui, nella cittadina in cui era
nato. Si vers da bere, si sedette di fronte al tavolino rivestito
di plastica graffiata e rovinata e pass in rassegna la
stanzetta.
Era una topaia, persino per uno come Ernie. Lui era
abituato a qualcosa di meglio: di solito non arrivava in citt
di nascosto, fermandosi in un albergo di infima categoria. Se
non avesse avuto bisogno di farsi prestare un po' di soldi -
non i mille dollari che doveva a Carl, solo un paio di biglietti
da cento per arrivare a Miami - da sua sorella Eunice, non
sarebbe stato l in quel momento, a inventarsi scommesse su
quale delle blatte che si arrampicavano sul muro dietro al
letto avrebbe raggiunto per prima il soffitto.
Sorrise. Cos'avrebbe pensato di lui Eunice se lo avesse
visto scommettere sulle blatte? Non ne sarebbe rimasta
stupita; da anni gli diceva che il gioco era una malattia, e lui
ce l'aveva in forma acuta. Forse aveva ragione a insistere
continuamente perch la facesse finita con le scommesse. Gi,
ma lei non aveva mai centrato la posta da mille dollari a
Pimlico. Non aveva mai sollevato l'angolo di una carta
coperta per vedere spuntar fuori l'agognata terza donna. Non
aveva mai...
Al diavolo. Ernie estrasse due mazzi di carte da una tasca
della giacca. Gett loro un'occhiata torva, poi si rimise in
tasca il mazzo segnato. Ernie non andava mai in giro senza un
mazzo di carte segnate. Un truffatore di Reno gli aveva
insegnato come truccarle in modo tale che solo un esperto
potesse accorgersene, e solo esaminandole da vicino. Ruppe il
sigillo del mazzo regolare e si impegn in un solitario. Non
barava mai con se stesso. Accese la lampada inclinandola per
evitare il riflesso della luce sulle carte e due minuti dopo era
gi immerso in quella intensa concentrazione che solo un
giocatore fanatico riesce a raggiungere.
Dopo aver perso tre mani di fila, spinse via le carte e si
sfreg gli occhi stanchi.
Proprio in quel momento qualcuno buss alla porta.
Ernie rimase seduto, paralizzato, non solo dalla paura di
Carl Atwater ma dal timore di ci che ogni giocatore
considera il proprio nemico: l'imprevisto. L'imprevisto era
ci che spingeva il dado a un'ultima improbabile capriola, che
faceva cadere il cavallo favorito nella curva finale, che serviva
scale quasi complete ai giocatori di poker pi inesperti.
Questa volta l'imprevisto aveva era stato pi duro che mai
con Ernie: aveva spedito alla sua camera d'albergo un paio di
omaccioni dall'aspetto di uomini d'affari. I due avevano la
chiave e poich nessuno rispose aprirono la porta ed
entrarono.
Erano grossi, d'accordo, ma in quella piccola stanza e
paragonati al corpo mingherlino di Ernie sembravano
giganteschi. Il pi grosso dei due, il tipo dell'ex pugile con la
mascella sporgente, il naso rincagnato e gelidi occhi azzurri,
sorrise a Ernie. Non era proprio un sorriso di quelli che
scaldano il cuore. Il suo socio, un bell'uomo dai capelli scuri
con quella che doveva essere la cicatrice di una coltellata
lungo la guancia, rimase impassibile. Fu l'uomo che sorrideva
a parlare.
- Immagino tu sappia che stato Carl Atwater a
mandarci - disse. Aveva una voce profonda, perfettamente
adeguata alle sue dimensioni.
Ernie cerc di mandar gi la saliva, ma aveva un nodo
alla gola. Il cuore gli martellava nel petto. - Ma... come
faceva a sapere che sono qui? Sono appena arrivato.
- Carl conosce un sacco di impiegati d'albergo in tutta la
citt - disse l'uomo sorridente. - Appena ti sei registrato
l'abbiamo saputo e Carl ha ritenuto che meritassi una visita.
- Il sorriso si allarg, mentre l'uomo si scrocchiava le dita
pigramente. Lo schiocco ebbe l'effetto di un'esplosione di
petardi in quella stanza angusta. - Non fare il finto tonto con
noi, Ernie. Sai benissimo perch siamo qui.
Ernie balz in piedi senza riflettere, rovesciando indietro
la sedia. - Ehi, un momento! Carl e io siamo vecchi amici, e
in fondo gli devo soltanto mille dollari. Insomma, state
parlando con la persona sbagliata. Chiedete a Carl, ve lo
chiedo per favore!
- proprio perch gli devi solo mille dollari che siamo
qui - disse l'uomo con i capelli neri. - C' troppa gente che
deve a Carl piccole somme, degli scommettitori come te.
Servirai da esempio per tutti quei piccoli truffatori, Ernie. E
sar un cattivo esempio, cos loro sceglieranno di non
seguirlo e pagheranno i loro debiti, che sommati insieme
ammontano a una bella cifra.
- Non esiste un bel modo per morire - disse l'altro - ma
alcuni sono peggio di altri.
I due uomini si mossero verso Ernie, lentamente, come
per dargli il tempo di misurare fino in fondo la propria paura.
Ernie lanci un'occhiata alla porta. Troppo lontana. - Vi
prego, chiedete a Carl! - implor inutilmente, facendo
qualche passo indietro con le gambe irrigidite. Tremava. I
due bestioni continuavano ad avanzare. C'era una finestra alle
sue spalle, ma la stanza era al dodicesimo piano. Quel
letamaio non aveva l'aria condizionata, e il vetro era sollevato
di una quindicina di centimetri. Quando si con le spalle al
muro, si sceglie d'istinto il pericolo meno immediato. Ernie si
volt di scatto e si slanci verso la finestra. Sent un'unghia
impigliarsi nella tendina di pizzo sbiadita e strapparsi mentre
sollevava il vetro completamente. L'uomo che sorrideva
grugn e fece un balzo in avanti per afferrarlo, ma Ernie si
precipit fuori sul cornicione con incredibile rapidit.
Una mano spropositata si protese verso di lui dalla
finestra aperta. Ernie si spost strisciando per evitarla.
Incoll il corpo tremante al muro e guard in su verso il cupo
cielo notturno, mentre la brezza estiva faceva sventolare la
sua giacca aperta.
L'uomo che sorrideva sporse il testone fuori dalla
finestra. Valut lo spessore del cornicione su cui Ernie si
teneva in equilibrio, poi guard la strada dodici piani pi in
basso. Esib una chiostra di denti storti e scoppi in una
sonora, placida risata. Rideva di cuore, ma senza allegria.
- Te l'avevo detto che alcuni modi di morire sono peggio
di altri - disse. - Sei pi un verme che un uccello. - Fece
rientrare la testa e chiuse la finestra. Con la coda dell'occhio
Ernie vide le sue dita, grosse come salsicciotti, che
bloccavano il saliscendi.
Sta' calmo, si disse, calmo. Era intrappolato sul
cornicione, ma la sua situazione era decisamente migliorata
rispetto a quella di qualche minuto prima.
Poi si mise ad analizzare seriamente il guaio in cui si era
cacciato. Il cornicione in cemento sul quale era sospeso era
largo non pi di quindici centimetri, e non era esattamente il
posto in cui andare a fare una passeggiata con quelle scarpe
eleganti in cuoio lucido, dai tacchi rialzati. A destra il
cornicione si interrompeva a meno di un metro e mezzo di
distanza, dove terminava quel lato dell'edificio, e non c'erano
altre finestre in cui Ernie potesse sperare di entrare. A
sinistra, oltre la finestra sbarrata della sua stanza, ce n'era
un'altra che dava su una camera con l'aria condizionata. Il
vecchio congegno rugginoso sporgeva dalla finestra per poco
meno di un metro. Non solo il vetro doveva essere bloccato
dalla parte superiore dell'apparecchio, ma non c'era alcun
modo di aggirare o scavalcare l'ingombrante, scivoloso
parallelepipedo d'acciaio del condizionatore per raggiungere
la finestra successiva.
Ernie guard in alto. Nessuna via di fuga neanche l.
Poi guard gi.
La vertigine si abbatt su di lui come una mazzata. Dodici
piani sembravano dodici chilometri. Intravedeva la sommit
dei semafori e qualche auto, minuscola come un giocattolo,
che svoltava all'incrocio. La sua mente turbinava, il terrore
gli faceva girare la testa. Il cornicione su cui era appollaiato
sembrava largo solo pochi centimetri e riusciva appena a
scorgerlo dietro di s, dalla sua precaria posizione. Gli
tremavano le gambe; le scarpe sembravano diventate qualcosa
di separato dal suo corpo, creature rigide e maldestre dotate
di volont propria, pronte a tradirlo precipitandolo
nell'abisso. Il panorama era immenso... come se stesse
volando. Ernie chiuse gli occhi. Si proib di immaginare cosa
sarebbe stato del suo corpo, carne e ossa, quando avesse
toccato il fondo dopo un volo di dodici piani.
Si ancor con tutta la forza che gli rimaneva alla massa
rassicurante del muro, la mani ai lati del corpo, le unghie
aggrappate alla malta. Quella ruvida parete di mattoni era la
sua mamma, la sua amante, la carta migliore che gli fosse mai
toccata. Era tutto ci che aveva. Fu abbastanza ipocrita da
pregare.
Ma il terrore si infiltrava nei suoi pori, nella sua mente e
nella sua anima, diventando una cosa sola con lui. Mille
dollari, mille miseri dollari! Avrebbe potuto rivolgersi a uno
strozzino, rubare qualcosa e impegnare la refurtiva, chiedere
l'elemosina. Avrebbe potuto...
Ma Ernie doveva fare qualcosa adesso. Adesso! Doveva
sopravvivere.
Senza guardare gi, tenendo fissi davanti a s gli occhi
sbarrati dalla paura, azzard un passo esitante, strascicato,
alla sua sinistra, in direzione della sua finestra. Nel muoversi
piant i polpastrelli nel muro, nell'illusione che i mattoni
fossero cos soffici da permettergli di affondare le dita in
profondit. Poi un'immagine prese forma nella sua mente, il
muro si sfaldava come argilla tra le sue mani, negandogli ogni
appiglio, proiettandolo nella notte con una spaventosa
parabola mozzafiato. Cerc di non pensare al muro, cerc di
non pensare a nulla. Per la prima volta seppe, in modo crudo
e viscerale, cos'era la paura.
Ernie si costrinse a osare un altro passo, poi un altro
ancora. Sussultava ogni volta che i duri tacchi di cuoio
sfregavano rumorosamente sul cemento. La stoffa del suo
abito da quattro soldi si lacerava sulle spalle, sul bacino, sul
retro delle gambe, grattando contro la parete ruvida. A un
certo punto, la suola della sua scarpa sinistra scivol su
qualcosa di piccolo e tondo, un sassolino forse, con un
movimento rotatorio che per poco non lo fece precipitare. Il
panico lo invest come una marea fredda e scura, una
sensazione che si augur di non dover provare mai pi.
Giunse finalmente alla finestra. Si pieg con cautela,
temendo che a ogni istante la brezza notturna potesse
sbilanciarlo, allung il collo finch non gli fece male e sbirci
all'interno della stanza.
Era vuota. I due bestioni erano andati via. I mobili frusti,
il letto, il tappeto ruvido e consumato non gli erano mai
sembrati cos invitanti. Con una mano tast l'intelaiatura
della finestra finch non trov la superficie liscia del vetro.
Scorse il saliscendi d'ottone annerito posto sulla cornice del
vetro inferiore, inesorabilmente bloccato nella posizione di
chiusura.
Diede una botta alla finestra, a scopo sperimentale. Il
contraccolpo lo proiett in avanti, staccandolo dal muro. Il
fiato gli sfugg dai polmoni con un rantolo, ed Ernie si
raddrizz tirando indietro il corpo, sbattendo la testa contro
il muro e restando stordito e nauseato. Per un minuto buono
rimase immobile, paralizzato.
A poco a poco, prese coscienza del freddo che gli mordeva
le guance: era la brezza che gli asciugava le lacrime. Sapeva
che non sarebbe riuscito a colpire il vetro abbastanza forte da
romperlo senza perdere l'equilibrio e proiettarsi in avanti
verso la strada, verso la morte che lo attendeva l sotto.
Probabilmente gli scagnozzi di Carl si stavano gi
scolando una birra da qualche parte, dandolo per morto. E
avevano ragione. Erano professionisti che ci sapevano fare in
queste cose, e sapevano riconoscere la morte quando la
vedevano. Il labbro inferiore di Ernie si mise a tremare. Lui
non era un cattivo soggetto, non aveva mai fatto
volontariamente del male a nessuno in vita sua. Non si
meritava una cosa del genere. Nessuno al mondo la meritava!
Decise di urlare. Forse qualcuno, uno degli altri ospiti,
una cameriera, quel fattorino spocchioso, avrebbero potuto
sentirlo.
- Aiuto! Aiuto!
Fu sul punto di mettersi a ridere come un pazzo per
l'inutilit di quel tentativo. Le sue urla strozzate erano
talmente flebili, perdute nel vento, inghiottite dalla vastit
della notte. Persino lui faceva fatica a sentirle.
Fin da quando era piccolo, la disperazione era stata una
presenza costante nella sua vita, come un dolore sordo alla
bocca dello stomaco, un'appendice infiammata in procinto di
esplodere. Se non era proprio un'amica, era sicuramente
qualcosa che conosceva bene. Se c'era qualcuno in grado di
dominarla, era lui.
E invece non ci riusciva. Non questa volta. Forse era
inevitabile che si arrivasse a questo punto, al tuffo repentino
e spaventoso che tante volte lo aveva risvegliato dai suoi
incubi notturni. Ma stanotte non ci sarebbe stato risveglio,
perch non stava sognando.
Ernie maled se stesso e tutti i suoi progenitori
responsabili di averlo portato fin l. Maled la sua fortuna. Ma
non si sarebbe arreso; la forza d'animo era tutto ci che gli
rimaneva. C'era sempre qualche via d'uscita per uno che
viveva di stratagemmi, malgrado tutto.
Le tasche! Cosa c'era nelle sue tasche che potesse servire
a rompere il vetro?
Il primo oggetto che tir fuori fu un pettine scivoloso.
Cerc di trattenerlo, maldestramente, quasi si sporse per
afferrarlo quando gli scivol dalle dita e cadde. Stava per
chinare la testa per seguirne il volo quando si ricord
dell'ultima volta che aveva guardato gi e premette di nuovo
la testa contro i mattoni. Il mondo ondeggiava follemente
intorno a lui.
Il portafoglio, eccolo. Lo estrasse con cautela dalla tasca
posteriore dei calzoni, tenendolo stretto come fosse un
uccellino in procinto di volare. Lo apr e ne vagli il
contenuto con le dita, a tentoni, esplorandolo solo con il
tatto, per la paura di abbassare lo sguardo. Qualche
banconota, una carta di credito, una patente di guida, un paio
di vecchie cambiali che lasci fluttuare nell'oscurit. Tenne in
mano la carta di credito di plastica dura e decise di lasciar
andare il portafoglio. Forse qualcuno l sotto, vedendolo
cadere, avrebbe alzato lo sguardo e si sarebbe accorto di lui.
Le possibilit erano minime, lo sapeva. Quello era un
quartiere malfamato, c'era poca gente sui marciapiedi.
Semplicemente qualcuno lo avrebbe trovato, se lo sarebbe
ficcato in tasca e sarebbe andato per la sua strada. Ernie
cominci ad armeggiare con le banconote, una da dieci dollari
e due da uno, cercando di estrarle dal portafoglio, poi decise
che non ne valeva la pena e lo butt gi. Il denaro non gli era
di alcun aiuto l dov'era.
C'era una sottile fessura tra la cornice del vetro inferiore
e quella del vetro superiore. Ernie tent di inserirvi la carta
di credito, pregando che entrasse.
Entrava! Un varco! Aveva trovato un varco! Forse sarebbe
bastato!
Pieg il collo da un lato per controllare, mentre faceva
scivolare la carta lungo la cornice spingendola contro il
saliscendi. Sentiva l'aria pi calda della stanza attraversare la
fessura e carezzargli le nocche. Era cos vicino, cos prossimo
ad essere dall'altra parte di quel sottile pannello di vetro, in
salvo!
Il saliscendi si muoveva, ne era sicuro! Spinse pi forte
con la carta plastificata, avvertendo la pressione dello spigolo
contro le dita. Ora non sentiva n vedeva alcun movimento.
Disperatamente si mise a spingere la carta avanti e indietro.
Il sudore gli rendeva le mani scivolose.
Il saliscendi si mosse di nuovo!
Ernie stava per urlare dalla gioia. Poteva farcela! Entro
un minuto, cinque al massimo, avrebbe sbloccato la finestra,
sollevato il vetro, e si sarebbe gettato nella stanza,
abbracciando e baciando quel tappeto consunto. Sorrise per
davvero, mentre armeggiava con le dita intorpidite per
assicurarsi una presa pi salda sulla carta.
E di colpo, la carta gli sfugg. Cerc affannosamente di
trattenerla, quasi impazzito, ma riusc solo a sfiorarne un
angolo mentre veniva completamente inghiottita dalla
fessura. La vide scivolare verso la parte inferiore della
cornice, rimbalzare sul bordo interno di legno e cadere sul
pavimento. Dal punto in cui si trovava, la vide giacere sul
tappeto, ormai fuori dalla sua portata.
Ernie scoppi in singhiozzi. Il suo corpo si mise a tremare
cos violentemente che temette di essere sbalzato fuori dal
cornicione. Quando se ne rese conto, cerc di calmarsi. Con lo
sforzo pi grande che avesse mai fatto in vita sua, riprese il
controllo e si immobilizz.
Doveva pensare, pensare, pensare!
Cos'altro aveva in tasca?
La chiave della stanza!
La tir fuori e la strinse nel palmo della mano. Era solo
una chiave di metallo, senza targhetta n catenella. Cerc di
inserirla nello spiraglio tra le due cornici, ma era molto pi
spessa della carta di credito: non riusc a infilarne nemmeno
la punta.
Allora gli venne un'idea. Lo stucco che faceva aderire il
vetro alla cornice era vecchio e sbriciolato, reso secco dagli
anni e da varie mani di vernice scolorita.
Ernie cominci a grattarlo con la punta della chiave.
Qualche pezzo si stacc e cadde, sbriciolandosi sul
cornicione. Scav ancora con la chiave e ancora un po' di
stucco secco venne via dalla cornice. Bisognava lavorare
tutt'intorno al pannello, e per farlo ci voleva tempo. Ci voleva
concentrazione. Ma Ernie ci sarebbe riuscito, perch non
aveva altra via d'uscita da quel cornicione, e perch per la
prima volta si rendeva conto di quanto amasse la vita. Pieg
leggermente le ginocchia, senza staccare le spalle dal muro, e
continu a lavorare sullo stucco indurito.
Dopo quella che gli parve un'ora, emerse un nuovo
problema. Era giunto oltre la met del perimetro del vetro
quando le sue gambe furono assalite da crampi dolorosi. E le
ginocchia cominciarono a tremare, non tanto per la paura
quanto per la fatica. Ernie si raddrizz, cercando di rilassare i
muscoli dei polpacci.
Quando si chin per riprendere il lavoro, scopr che nel
giro di pochi minuti i crampi riprendevano, ancora pi atroci.
Torn a raddrizzarsi, e sent il dolore diminuire leggermente.
Doveva lavorare in questo modo, a tappe brevi, finch il
dolore non fosse diventato intollerabile e le gambe tremanti
non avessero minacciato di perdere ogni forza e sensibilit.
Doveva sopportare quello strazio perch non aveva
alternative. Si costrinse a non pensare a quello che sarebbe
successo se le sue gambe avessero ceduto prima che fosse
riuscito a grattar via tutto lo stucco. Pieg le ginocchia con
circospezione, scivolando in basso aderente al muro, e
ricominci a manovrare con la chiave tentando
disperatamente di ridurre i movimenti.
Alla fine lo stucco fu completamente rimosso e ridotto a
frammenti triangolari sparsi sul cornicione o sul marciapiede
gi in fondo.
Ernie fece scorrere la mano lungo l'area in cui il vetro
confinava con la cornice di legno. Il bordo aguzzo gli tagli le
dita, procurandogli un dolore bruciante. Tir indietro la
mano e rimase a fissare il sangue scuro che usciva. Le dita
pulsavano al ritmo veloce del suo cuore, inesauribile monito
della sua mortalit.
Ora il problema era che il pannello non voleva venir via.
Era leggermente pi largo del perimetro interno della
cornice, inserito in una scanalatura del legno in modo tale da
non poter essere spinto verso l'interno. Bisognava spingerlo
in fuori, verso la strada.
Ernie cerc di inserire la chiave tra il legno e il vetro per
fare leva, spingendo l'estremit superiore del vetro verso
l'esterno. La chiave era troppo grossa.
Si appiatt contro i mattoni e si rimise a piangere. Le sue
gambe erano pezzi di legno; tutto il corpo gli faceva male, ed
era attraversato di tanto in tanto da crampi e spasmi. Stava
diventando pi debole, se ne rendeva conto, troppo debole
per conservare la sua precaria posizione sullo stretto
cornicione. Se solo avesse avuto ancora la carta di credito,
pens, avrebbe potuto liberare il vetro e farlo cadere sul
marciapiede, e sarebbe entrato facilmente. Ma se avesse
avuto la carta, a quel punto avrebbe azionare il saliscendi. Il
vento rinforz agitandogli i vestiti, minacciando di gonfiare
la sua giacca come una vela e staccarlo dal cornicione.
D'un tratto si ricord. La tasca della giacca! Nella tasca
interna della giacca c'era il suo mazzo di carte segnate! La sua
via d'uscita, malgrado tutto!
Estrasse il mazzo di carte, le tir fuori dalla scatola e
lasci cadere quest'ultima, abbandonandola al vento. Scart
con il pollice la prima carta e la inser tra il vetro e la cornice
di legno. La fece ruotare leggermente e tir. Il vetro parve
muoversi verso l'esterno.
A quel punto la carta si spezz quasi a met e perse ogni
efficacia.
Ernie la lasci veleggiare nella notte e scart la
successiva, piegandola leggermente in modo che inserendola
funzionasse come un piccolo uncino. Questa volta il vetro era
quasi fuori dalla cornice quando la carta si spezz. Ernie la
butt via e si rimise al lavoro, paziente, quasi ottimista.
Aveva altre cinquanta possibilit. Le probabilit erano a suo
favore, adesso.
La decima carta, il re di quadri, riusc nell'intento. La
parte superiore del pannello si pieg in avanti e il vetro
cadde, urtando il cornicione per poi precipitare e infrangersi
nella strada sottostante.
Con le gambe ormai scosse da un tremito incontrollabile,
Ernie fece tre passi di lato, strisciando, si aggrapp alla
cornice della finestra e si lasci andare all'indietro,
piegandosi, verso l'interno della stanza.
Fu a quel punto che perse l'aggancio.
La gamba sinistra slitt in avanti e la spalla urt contro la
cornice di legno. Da entrambi i lati della finestra la forza di
gravit se lo contese per un attimo, mentre il suo cuore
tratteneva il grido che gli nasceva in gola.
Ricadde nella stanza, battendo la testa contro la cornice
del vetro superiore e schiantandosi sul pavimento. Un
singhiozzo di sollievo gli sfugg dalle labbra mentre cadeva,
scivolando nell'incoscienza.
Si svegli terrorizzato. Si rese conto che era ancora steso
supino sul tappeto logoro e consumato, sull'immobile, stabile
pavimento della sua stanza d'albergo, e il terrore lo
abbandon.
Ma solo per un istante.
Davanti a lui c'era Carl Atwater che lo fissava,
fiancheggiato dai suoi sgherri.
Ernie fece per alzarsi, ma ricadde sul pavimento,
appoggiandosi sui gomiti. Scrut le facce dei tre uomini che
lo osservavano e fu sorpreso nel vedere un sorriso rilassato
sul volto astuto di Carl, e un'indifferenza assoluta su quello
dei suoi scagnozzi. - Senti, per quei mille dollari... -
cominci, cercando di sfruttare la debole speranza
rappresentata dal sorriso di Carl.
- Lascia perdere, Ernie, vecchio mio - disse Carl, e si
chin tendendogli la mano.
Ernie si aggrapp a quella mano forte, ben curata, e si
rialz. Era ancora debole, e and ad appoggiarsi al tavolino. I
tre uomini lo seguirono con lo sguardo.
- Non mi devi pi quei mille dollari - disse Carl.
Ernie era sbalordito. Conosceva Carl, rispettavano
entrambi le stesse regole, che non potevano essere infrante.
- Significa che cancellerai il mio debito?
- Io non cancello mai un debito - rispose Carl in tono
gelido. Incroci le braccia, senza smettere di sorridere. -
Diciamo che lo hai pagato. Quando ho saputo che ti eri
registrato all'Hayes, siamo venuti subito qui. Eravamo nel
palazzo di fronte dieci minuti dopo che ti era stata mostrata
la stanza.
- Vuoi dire tutti e tre?
- Tutti e quattro - lo corresse Carl.
A quel punto Ernie comprese. I due bestioni erano
professionisti: non gli avrebbero mai permesso di fuggire,
nemmeno temporaneamente, dalla finestra. Lo avevano
lasciato andare bloccandolo in un angolo in modo tale che
l'unica via di fuga fosse il cornicione. Era stata tutta una
messinscena. Dopo aver chiuso la finestra, i due avevano
raggiunto il loro capo dall'altra parte della strada. Ernie
sapeva chi doveva essere il quarto uomo.
- Sei fuori dai guai - gli disse Carl - perch ho
scommesso mille dollari che avresti trovato il modo di venir
via da quel cornicione senza ammazzarti. - Ci fu un lampo
improvviso di autentica ammirazione nel suo sorriso,
curiosamente mescolata al disprezzo. - Ho puntato su di te,
Ernie, perch ti conosco e ai ragazzi sei simpatico. Sopravvivi
in qualunque situazione. Sei il topo che riesce a scappare
dalla nave che affonda. O dal cornicione di un grattacielo.
Ernie ricominci a tremare, questa volta di rabbia. - Voi
mi stavate guardando dalla parte opposta della strada. Voi tre
e quel tipo con cui hai scommesso... Per tutto il tempo in cui
sono stato fuori voi siete rimasti a guardarmi per vedere se
cadevo.
- Non ho mai dubitato di te, Ernie - gli disse Carl.
Le gambe di Ernie stavano per cedere. Barcollando fece
qualche passo e si lasci cadere sull'orlo del materasso. Era
stato a un passo dalla morte, e Carl era stato a un passo dal
puntare su un perdente. - Non scommetter mai pi -
mormor. - Sui cavalli, sulle partite di football, sulle ruote
della roulette, sulle elezioni politiche... su nulla! Sono
guarito, lo giuro!
Carl scoppi a ridere. - Ho detto che ti conosco, Ernie.
Pi di quanto tu possa pensare. Ne ho sentita di gente come
te parlare in questo modo, centinaia di volte. Tornano sempre
a giocare, perch questo che li tiene in vita. Devono
continuare a credere che girando una carta o gettando un
dado o lanciando una moneta le cose possano cambiare,
perch non riescono ad accettarle come sono. Tu sei come
loro, Ernie. Ci rivedremo, prima o poi, e rivedr anche il tuo
denaro.
Carl and verso la porta. L'uomo con la cicatrice lo aveva
preceduto, aprendogli la porta. Nessuno dei due bestioni
mostrava il minimo interesse per Ernie, ora. Avevano finito
con lui, e per loro ormai non contava pi di un qualunque
mobile della stanza.
- Abbi cura di te, Ernie - disse Carl, e uscirono tutti e
tre.
Per molto tempo Ernie rimase seduto a guardare il
pavimento. Ricordava perfettamente le sensazioni provate su
quel cornicione; quell'esperienza lo aveva definitivamente
cambiato, ne era sicuro. Gli aveva fatto mettere giudizio pi
di qualunque altra cosa al mondo. Carl si sbagliava se credeva
che Ernie non avrebbe smesso di giocare. Ernie lo sapeva
meglio di lui. Era un uomo nuovo, e migliore. Non parlava a
vanvera, come quegli altri. Carl si era sbagliato su di lui.
Ernie ne era certissimo.
Era pronto a scommetterci.
Norbert Davis
Omicidio in due atti
"Black Mask", dicembre 1937
Norbert Davis stato uno dei pochi autori pulp degli
anni Trenta e Quaranta a scrivere storie hard-boiled condite
di umorismo farsesco. Gli oltre cento racconti e romanzi
brevi che ha pubblicato su riviste come "Double Detective",
"Detective Fiction Weekly", "Detective Tales" e "Black Mask"
(dove apparve per la prima volta il racconto d'atmosfera che
qui riportiamo) sono pieni di ritmo e di azione, talvolta
poetici anche se in modo pungente, e spesso piuttosto
divertenti. Queste qualit caratterizzano anche i suoi tre
romanzi, Mouse in the Mountain, Sally's in the Alley, e Oh,
Murderer Mine!, che narrano le strampalate avventure di
Doan, un detective privato amante della bottiglia che pare
grasso ma non lo , e Carstairs, un impassibile cane danese
di color fulvo vinto da Doan in una partita a dadi.
B. P.
Brent era sul marciapiede della stazione con lo sguardo
alzato verso il controllore. Le luci della carrozza di coda ne
mettevano in risalto la mascella lunga e forte, la magrezza
spigolosa del viso. Gli occhi erano azzurro chiaro, infossati
sotto le folte sopracciglia. La bocca era larga, con labbra
sottili. I lineamenti erano bruschi, irregolari, e tuttavia dotati
di un loro fascino duro, arrogante.
- Ci siamo - disse. - Lo butti gi. Faccia attenzione,
fragile. Badi di non romperlo.
Il controllore moll la presa e Fuller si tuff
elegantemente nel vuoto, abbandonandosi. Brent lo afferr
per le ascelle.
- Ciao - disse Fuller in tono vagamente soddisfatto,
senza aprire gli occhi.
- Addio - disse il controllore con enfasi. - Che
liberazione!
Brent gli fece un cenno col capo. - Grazie, altrettanto.
Il controllore agit la lanterna e la locomotiva trascin le
tre piccole carrozze fuori dalla stazione. Brent abbass lo
sguardo su Fuller.
- Coraggio - disse stancamente. - Tirati su, d'accordo?
- No - disse Fuller, con un sorriso estatico. Era piccolo
e magro. La faccia liscia e rotonda era paonazza, e i capelli
biondi gli pendevano sulla fronte. Teneva gli occhi chiusi e le
gambe molli, con le ginocchia piegate.
Si ud un rumore di ferraglia sul marciapiede, e un uomo
si diresse verso di loro strascicando i piedi e spingendo un
carrello portabagagli. Si ferm ed esamin Brent e Fuller con
calma.
- 'Sera - disse serio. - Il suo amico mi sembra un po'
brillo.
- Lui? - fece Brent. - Oh, no. Non beve mai. Dev'essere
qualcosa che ha mangiato. Mi d una mano con queste? -
Accenn col capo alle due valigie di pelle posate sul
marciapiede.
Il vecchio appoggi il carrello contro il muro della
stazione. - Come no. Vuole un taxi?
- S, per l'albergo.
Il vecchio raccolse i bagagli. - Venite, allora. Ira dentro
che dorme.
Li precedette nella sala d'aspetto della stazioncina. In un
angolo c'era una stufa panciuta e accanto era seduto un uomo,
appoggiato al muro, con il cappello tirato gi sugli occhi.
Stava russando beatamente.
- Ira - disse il vecchio. - Ira, ci sono due tizi che
vogliono un taxi.
Ira smise di colpo di russare. - Taxi - disse con voce
impastata. Chiuse la bocca e tir indietro il capello, rivelando
un lunga faccia triste con gli zigomi alti e un lungo naso
inquisitore. Osserv Brent e Fuller attentamente, poi fece un
cenno col capo.
- Sbronzo? - domand, indicando Fuller.
- No - disse Brent. - Cammina nel sonno.
- Oh - fece Ira. Ci pens su tutto serio per un istante,
poi annu. - Be', dicono che pu capitare,. Volete andare
subito in albergo?
- Entro il prossimo futuro - rispose Brent. Sempre
reggendo Fuller, gli fece cambiare posizione, per avere una
presa pi salda. - Se non troppo disturbo.
- Macch - disse Ira. - Nessun disturbo. Gli affari sono
affari. Andiamo.
Raccolse le valigie e Brent lo segu spingendo avanti il
compagno. I piedi di Fuller strisciavano pigramente sul
pavimento.
Il taxi di Ira era una grossa auto da turismo fuori moda.
La capotte era abbassata. Brent scaric Fuller sul sedile
posteriore.
- Opl - disse Fuller rimbalzando sui cuscini.
Brent si sedette accanto a lui e lo mise a sedere. Ira
ammucchi le valigie sul sedile anteriore ed entr in
macchina. Il motore si avvi di colpo, tossicchiando.
Ira gir il volante, sollevando le spalle esili, e i fari
illuminarono il manto stradale formato da quindici centimetri
di sabbia mescolata a soffice polvere bianca. Una ventata
d'aria fresca invest Brent, che si tolse il cappello e si pass il
fazzoletto sulla faccia, con un sospiro esausto.
Davanti a loro si stendeva la breve strada principale,
illuminata dal bagliore pallido e fioco dei lampioni. Sulla
sinistra, i fari dell'auto mostravano un terreno abbandonato
invaso da alti cespugli bruni e polverosi. A Brent parve di
intravedere un'ombra scura e indistinta muoversi tra gli
arbusti, ma prima che potesse localizzarla o distinguerla, una
fiammata li invest, come una sferzata di luce violenta. Nello
stesso istante si ud uno schianto e la parte sinistra del
parabrezza esplose in una nuvola di frantumi di vetro.
Ira cacci un urlo terrorizzato e spar sotto il volante.
Brent spinse Fuller gi dal sedile con il braccio sinistro e
contemporaneamente si sfil la grossa rivoltella dalla cintura,
puntandola oltre la portiera.
L'auto and a sbattere contro il marciapiede e fece un
balzo. Per un attimo le luci dei fari balenarono verso l'alto, e
Brent distinse una sagoma scura e sottile nel campo
abbandonato, ritta in mezzo ai cespugli alti fino alla vita. Gli
brillava nella mano un oggetto di metallo bluastro, e il volto
era una macchia bianca indistinta. Il raggio dei fari torn ad
abbassarsi e la sagoma spar.
Brent imprec sottovoce. Non osava fare fuoco. Non
sapeva cosa ci fosse in fondo al campo, e la sua rivoltella era
una .38-.40, abbastanza potente da perforare il muro di una
casa. Si protese in avanti e fece ruotare il volante. L'auto
ridiscese con un sobbalzo dal marciapiede. Brent agguant
Ira per una spalla e lo tir su.
- Guida, maledetto! Portaci via da qui!
- S-spara! - mugol Ira. - Qualcuno ci spara addosso!
- S, e ci ha mancato - fece Brent infuriato. - Vuoi
rimanere piantato qui ad aspettare che ci riprovi?
- No! - replic Ira energicamente. Afferr il volante e il
rombo del motore divenne un urlo straziante.
L'auto avanz sobbalzando sulla strada accidentata. Brent
si inginocchi sul sedile posteriore, la pistola puntata. Si
aspettava un altro sparo, e la tensione gli faceva accapponare
la pelle. Ma non accadde nulla. L'auto prosegu
beccheggiando lungo la strada angusta finch Ira non and a
sbattere contro il marciapiede di fronte a un edificio in
mattoni basso e lungo, con un'insegna che recava la scritta
"Hotel". L'insegna aveva una cornice di neon rosso, ma il
volto di Ira era ugualmente livido di paura sotto quella luce,
mentre fissava Brent.
- Quel... quel tizio laggi ci ha sparato! Ha colpito il
parabrezza, proprio davanti a me.
- Se per questo, anche davanti a me - disse Brent. -
L'hai visto?
- No, non l'ho visto e neanche ci tengo a vederlo. E non
voglio avere pi niente a che fare con voi. Questo l'albergo.
Adesso scendete, tutti e due. Fuori dai piedi.
- Con piacere - disse Brent. Usc dall'auto e chinandosi
afferr Fuller per il bavero della giacca, trascinandolo fuori
sul marciapiede.
- All'attacco - annunci Fuller allegramente, agitando le
braccia. Aveva ancora gli occhi chiusi.
- Piantala! - replic Brent, seccamente.
Ira scaravent le valigie fuori dall'auto. - Guarda! -
piagnucol. - Guarda il mio parabrezza. Guardalo.
completamente distrutto. - Agit un dito ossuto verso Brent.
- E avrei potuto finire ammazzato, capisci? Quel proiettile
avrebbe potuto uccidermi!
- Non prendertela con me - osserv Brent. - Non sono
stato io a sparare.
Ira lo guard. - Questo non mi ripaga del parabrezza.
Brent gli allung una banconota da cinque dollari. -
Questa forse s.
Ira gliela strapp di mano. - Be'... Ma voi non avete il
diritto di farvi sparare addosso quando siete in giro con me. E
non vi azzardate pi a salire sulla mia macchina! Nemmeno
per dieci dollari! Capito?
- D'accordo - disse Brent.
Ira deglut. - Senti, secondo te quel tizio qui nei
paraggi, da qualche parte?
- Certo - fece Brent. - Probabilmente nascosto dietro
l'insegna di quel barbiere, dall'altra parte della strada. Sar
meglio muoversi prima che ricominci a sparare.
Ira si guard intorno nervosamente. Afferr la leva del
cambio e l'auto si allontan ballonzolando, con un improvviso
stridio di lamiera.
Brent si era infilato di nuovo la grossa .38-.40 nella
cintura ma teneva la mano destra sotto la giacca, sfiorandone
l'impugnatura. Con il braccio sinistro sosteneva Fuller, e il
suo sguardo era fermo, vigile, guardingo.
Dopo un po' cominci a indietreggiare lentamente lungo
il marciapiede. Sempre procedendo a ritroso, sal due logori
gradini in cemento e apr la porta dell'albergo con la spalla.
Entr e richiuse la porta con circospezione. Sent la tensione
allentarsi un poco, e respir a fondo. Fuller gli si afflosci sul
braccio.
L'atrio era piccolo e quadrato, e aveva un aspetto
polveroso e trasandato. Non c'era anima viva in giro.
- Ehi! - grid Brent.
Una testa affior lentamente dalla sommit del bancone.
Era rotonda, bianca, lucida e calva, con occhiettini rossi
sprofondati nelle pieghe di grasso candido e burroso.
- Prego? - disse la testa stizzosamente.
- Vogliamo una stanza - fece Brent. - Me lo tenga
d'occhio per un attimo - aggiunse, abbandonando Fuller su
un lungo divano ricoperto di una stoffa rossastra.
Torn alla porta e la socchiuse. Dopo aver osservato per
un attimo la strada deserta, schizz fuori e recuper le due
valigie che Ira aveva buttato sul marciapiede, poi rientr
nell'atrio con i bagagli in mano e richiuse la porta alle sue
spalle con un calcio.
- Vorremo una doppia con bagno - disse.
Ora la testa si era sollevata oltre il piano del bancone,
mostrando un torace tozzo infilato in un'ampia camicia di
seta rosa pallido. L'uomo era appoggiato con tutto il suo peso
sui gomiti grassocci e guardava Fuller.
- ubriaco - disse in tono accusatorio, indicandolo.
- Oh, no - assicur Brent. - in trance. L'ho appena
ipnotizzato.
- ubriaco - ripet il ciccione, tutt'altro che convinto.
Brent sospir. - Vogliamo star qui a discutere, o si pu
avere una stanza?
Il ciccione apr il registro con un gesto brusco. - Va
bene. Ma non tollero comportamenti indecenti in questo
albergo. Sia chiaro. Questo un posto rispettabile. E fate in
modo di firmare con il nome vero.
- Non ricordo come si scrive - disse Brent. - Posso
firmare con il numero che mi hanno dato in galera l'ultima
volta?
Senza aspettare risposta, si impadron del registro, prese
una penna sbocconcellata e scrisse: "James Brent, New York.
Hugh Fuller, New York".
Il ciccione esamin entrambi i nomi con aria sospettosa.
- Bene - disse infine. - Ma ricordatevi, niente scandali.
Non li tollero. - Gir intorno al banco con le sue gambette
corte, infilate in un paio di calzoni bianchi di tela tesi fin
quasi a scoppiare. - Venite. - Afferr le due valigie e le
sollev con cautela.
Brent recuper Fuller dal divano e segu il ciccione sulla
passatoia consumata fino alle scale, poi su per i gradini e
infine lungo un corridoio stretto e buio. Il ciccione apr una
porta ed entr, accendendo la luce.
- l'unica doppia che ho. Non viene usata spesso.
Era una stanza piccola, quadrata, calda, con l'aria che
sapeva di chiuso e di muffa. Sul soffitto la carta da parati era
chiazzata di macchie brune e irregolari lasciate dall'acqua.
C'erano due lettini striminziti, un paio di sedie con lo
schienale rigido, un cassettone dipinto di bianco e un enorme
guardaroba dalla foggia antiquata che occupava, con la sua
mole sgraziata e grottesca, un intero angolo della stanza.
- Il bagno - disse il ciccione. Apr una porta e accese
un'altra luce.
Brent sistem Fuller sul letto e tir fuori il portafoglio. -
Va bene. Ora vorrei del ghiaccio.
- Eh? - fece il ciccione.
- Ghiaccio. Acqua congelata, ha presente? Voglio una
bacinella piena di blocchi di questa dimensione. - Chiuse la
mano a pugno per fargli vedere.
- Sta bene - disse il ciccione. Prese la banconota da un
dollaro che Brent gli porgeva e usc dalla stanza sbattendo la
porta.
Brent and in bagno e riemp la vasca d'acqua per met,
poi torn in camera e cominci a svestire Fuller. Qualcuno lo
interruppe bussando alla porta. Era il ciccione con la
bacinella piena di pezzi di ghiaccio.
Brent la prese e gli chiuse la porta in faccia. Port il
ghiaccio in bagno, lo rovesci nella vasca, rimescol per un
attimo, poi torn indietro e fin di svestire il compagno.
Nudo, a una prima occhiata Fuller pareva magro,
mingherlino, quasi un ragazzo. Ma uno sguardo pi attento
rivelava che sotto quella magrezza si nascondeva una
muscolatura armoniosa. L'uomo era di corporatura esile, ma
rapido e sorprendentemente forte.
Brent esamin con interesse la cintura che Fuller portava
in vita. Era la prima volta che ne vedeva una simile, e ne era
incuriosito. Aderiva perfettamente al corpo, senza creare
alcun rigonfiamento sotto gli abiti di Fuller quando era
vestito. Il rivestimento esterno era in morbida pelle nera.
Brent sapeva che sotto c'era una trama formata da strisce
sottili e flessibili di acciaio cromo, intrecciate fra loro. Sotto
l'acciaio c'era uno strato di pelle scamosciata per proteggere i
gioielli affidati a Fuller. La cintura aveva una chiusura sul
davanti, lunga circa dieci centimetri. Era anch'essa di acciaio
cromo ed era inserita nelle strisce di metallo sottostanti. In
mezzo c'era un buchino piatto, per la chiave. Brent raccolse i
pantaloni di Fuller e tast il risvolto della gamba destra
finch non individu la piccola massa piatta della chiave,
cucita dentro.
La cintura era un'ingegnoso ritrovato a prova di ladro.
Era troppo piccola perch la si potesse sfilare dalle spalle o
dai fianchi di Fuller, ed era impossibile perforarla.
Senza togliergliela di dosso, Brent fece alzare Fuller, lo
trascin in bagno e lo depose delicatamente nella vasca.
Fuller continu a russare beatamente. Brent lo sistem in
modo che non scivolasse e lo lasci seduto l tornandosene in
camera.
Si tolse la giacca e il gilet e li gett in fondo al letto. Era
stanco morto, le braccia e le spalle gli dolevano a forza di
trasportare Fuller. Apr la sua valigia e ne estrasse una
bottiglia di scotch. La sollev, la scosse per controllare
quanto ne era rimasto, poi ne butt gi un sorso e rimase
seduto immobile per un attimo, a rilassarsi.
Improvvisamente dal bagno giunse un rumore d'acqua
che schizzava. Fuller grid, un urlo agghiacciante che fece
tremare i quadri alle pareti. Brent non ci bad e si accese una
pipa tozza, piuttosto malconcia.
Le urla continuarono, e anche gli schizzi. Di colpo Fuller
comparve sulla soglia del bagno, saltellando su e gi in preda
a violenti brividi.
- Tu... tu - strill in modo sconnesso. - Che diavolo ti
venuto in mente?
- Ne avevo abbastanza di te - disse Brent. - Ti ho
scarrozzato per due giorni e due notti. Ho bisogno di riposo.
Fuller scomparve e torn poco dopo con un asciugamano
in entrambe le mani. Cominci ad asciugarsi, sfregando
energicamente. Ora aveva un'espressione allegra sul volto.
- Be', almeno mi sono divertito.
- Io no - disse Brent.
- Mi spiace - disse Fuller. - Che ne dici di un drink?
- No -disse Brent. Butt gi un'altra sorsata di scotch,
tapp la bottiglia con cura e la rimise nella valigia. - Devi
rimanere sobrio per un po', ora, almeno finch non avrai
venduto a qualcuno quei diamanti.
Fuller diede un colpetto alla cintura che portava in vita,
si accese una sigaretta e si sedette sul letto. - Non
preoccuparti, amico. Quando mi sar liberato di queste
creaturine che porto nella cintura, tu e io ci daremo alla
pazza gioia.
- Grazie del pensiero - disse Brent. - Ma io far
baldoria da solo. Sei un po' troppo faticoso per me.
Un'improvvisa raffica di colpi si abbatt sulla porta della
stanza.
Brent si volt di scatto. - Chi ? - domand, estraendo
la .38-.40 dalla cintola.
- Aprite, in nome della legge! - disse una voce
stentorea, minacciosamente.
Fuller sgran gli occhi azzurri e fiss Brent. - Che... -
sussurr - che significa?
Brent scosse il capo. - Non lo so. Rispondi. Spalanca la
porta e poi togliti di mezzo.
Fuller annu, riluttante, si alz e si avvicin in punta di
piedi alla porta. Poi di colpo la spalanc, appiattendosi
contro il muro.
Brent era rimasto seduto sul letto, il grosso revolver
stretto in pugno. - Accomodatevi - disse. - Ma non fate
confusione. Sono un po' nervoso. - Il cane della pistola fece
uno scatto metallico.
Era evidente che tutti e tre gli uomini sulla soglia
avrebbero preferito essere altrove. Quello davanti era piccolo
e sottile, con le gambe arcuate. Portava un cappello nero a
tesa larga e una lunga giacca nera, e i pantaloni erano infilati
in alti stivali impolverati. Il volto era grigiastro, come se
anch'esso, come gli stivali, fosse coperto di polvere. Gli occhi
slavati fissavano la pistola di Brent con attonita sorpresa.
Alle spalle dell'omino, pigiati nel tentativo di nascondersi
dietro il suo corpo esile, c'erano Ira il tassista e il ciccione
proprietario dell'albergo.
- Accomodatevi - ripet Brent.
L'omino agit le mani, come se non sapesse bene cosa
farne. - Sono... sono il capo della polizia cittadina. Mi
chiamo Lapswich. - La sua voce non era pi stentorea, e
tantomeno minacciosa. Dal tono e dall'espressione pareva
mortificato.
- Felice di conoscerla. Mi chiamo Brent, e il signore in
mutande laggi Hugh Fuller. I suoi amici li abbiamo gi
conosciuti.
- Be' - disse Lapswich, affacciandosi lentamente oltre la
soglia con lo sguardo puntato sulla pistola di Brent - Ira, qui
presente, venuto a raccontarmi che qualcuno ha sparato a
lui, o a voi, o a chiss cosa mentre venivate via dalla stazione.
Siamo venuti a trovare Dade - fece un cenno per indicare il
ciccione - e mentre parlavamo con lui abbiamo sentito delle
urla spaventose e siamo saliti.
- Il mio amico stava facendo il bagno - disse Brent. -
Urla sempre quando fa il bagno. Ha paura dell'acqua. Evita
persino di berla, vero Fuller?
- Certo - disse Fuller rapidamente. - Ora ascolta,
Brent, se questo signore un poliziotto, non il caso di
minacciarlo.
- Se - osserv Brent in tono eloquente. - Pu provarlo?
- Ci pu scommettere! - disse Lapswich. Pieg il
risvolto della giacca con gesto disinvolto mostrando un grosso
distintivo metallico. - E pu chiedere a Dade, a Ira, a
chiunque.
Brent sorrise e butt la rivoltella sul letto. - Mi scusi se
sono cos sospettoso ma, vede, Fuller ha addosso un quarto di
milione di dollari in diamanti, e io sto proteggendo lui e loro.
I tre uomini si girarono all'unisono a guardare Fuller.
- Un quarto di milione! - esclam Dade, sgomento.
- Diamanti - fece Ira. - Oh, cribbio.
Fuller annu allegramente. - Proprio qui. - Batt sulla
cintura di cuoio che aveva in vita. - Volete vederli?
- No! - intervenne Brent. - Non devi mostrarli a
nessuno tranne che all'uomo che vuole acquistarli.
- No, no - concord Lapswich precipitosamente. -
Meglio di no! Duecentocinquantamila dollari, accidenti!
Menomale che non me ne devo occupare io! Chi... chi ha
intenzione di comprarli?
- Uno che si chiama Carruthers - rispose Fuller.
Ira, Dade e Lapswich si guardarono l'un l'altro,
sgranando gli occhi.
- Caspita! - fece Lapswich. - Eli Carruthers, eh?
- Perbacco! - fece eco Ira. - Guarda, guarda.
- Che diavolo li compra a fare, il vecchio? - si chiese
Dade. - Per sua figlia, ci scommetto.
- Nient'affatto - rispose Fuller. - un investimento.
- Cavoli - disse Ira, ancora sgomento. -
Duecentocinquantamila dollari. Sono un mucchio di soldi.
- Te l'avevo detto che ce li aveva - fece Dade, scuotendo
la testa pelata. - Ti ricordi, Ira, proprio l'altro giorno ti dissi
che il vecchio Eli, quel maledetto spilorcio, doveva averne un
bel po' da parte.
Lapswich gett un rapido sguardo a Brent. - Ehi! Quel
tizio che ha sparato a voi e Ira! Scommetto che stava tentando
di portarvi via i diamanti!
Brent scosse il capo. - No, non credo. Non avrebbe agito
in quel modo. Probabilmente non puntava neanche a me o a
Fuller. Si ricordi che c'era anche Ira in quella macchina.
- Ira? - ripet Lapswich, incredulo.
- Certo. Forse qualcuno ce l'ha con lui. Hai dei
concorrenti nel settore, Ira?
- Stronzate - fece Dade. - Solo Ira cos stupido da
mettersi a fare il tassista da queste parti.
- Proprio cos - concord Ira, senza far caso
all'argomentazione. -Mi vogliono tutti bene.
- Be', statemi a sentire, adesso - intervenne Lapswich,
serio. - Non voglio che veniate rapinati proprio qui. Non
voglio assolutamente. Tutti i grossi giornali di citt si
farebbero beffe di me, direbbero che sono un poliziotto di
campagna e finirei per perdere il lavoro, probabilmente. -
Fece una pausa, poi prosegu: - meglio che tenga sotto
controllo la situazione.
- Grazie mille - gli disse Brent.
Lapswich si raddrizz e assunse un aria ufficiale. -
Comincer col dare una bella occhiata a questa stanza, per
assicurarmi che non ci sia nascosto nessuno in agguato. Non
si pu mai sapere, con questi criminali che vengono dalla
citt. Sono furbi, circospetti.
- Faccia pure - concesse Brent. - Ah, se vede degli
elefanti rosa che passeggiano sul soffitto, non ci faccia caso.
Sono di Fuller. la sua collezione di allucinazioni. Se le porta
dietro nella bottiglia.
Lapswich guard diligentemente sotto i letti e controll il
bagno. Sollev le tendine alle finestre e ne controll la
chiusura con un aria di compassata efficienza.
- Cos' quell'affare? - domand improvvisamente
indicando l'immenso, assurdo guardaroba.
- Non me lo chieda - disse Brent.
- per appenderci i vestiti - spieg Dade. - L'ho messo
qui perch in questa stanza non c'era l'armadio.
Lapswich armeggi con il fermo della porta, finch non
riusc a sganciarlo. Diede uno strappo, e una delle grosse
porte intagliate si apr. Il poliziotto rimase l imbambolato,
con la mano ancora tesa, finch dalla sua bocca non usc un
suono stridulo e inarticolato.
- Oh - fece Ira, con voce tremula.
Fuller trattenne il fiato, e Brent si protese per prendere la
sua grossa Colt, con tutta calma.
- la signora Miller - disse Dade stupidamente. - Ma
questa non la sua stanza. Insomma, non dovrebbe proprio
essere qui.
La donna era appoggiata sul fondo del guardaroba, con le
ginocchia piegate mollemente. La testa era girata da un lato,
il viso era rivolto verso il muro. Se ne stava l senza fare il
minimo movimento, e a tutta evidenza era decisamente
morta.
Bionda, non molto alta, con un fisico snello e diritto,
doveva essere stata graziosa, anche se era difficile dirlo ora
con certezza perch il volto, ridotto a una macchia purpurea,
era terribilmente devastato.
Indossava un pigiama di seta verde. L'assassino le aveva
sfilato le braccia dalle maniche della giacca, aveva annodato
le maniche l'una all'altra e le aveva appese a uno dei ganci del
guardaroba. Ci manteneva la donna in quella spaventosa
posizione, con la giacca del pigiama arrotolata intorno al
collo. Era stata pugnalata tre volte, al cuore. Le ferite erano
piccole fessure brune sul morbido candore della pelle.
- Visto? - grid Dade improvvisamente. - Ve l'avevo
detto! Ve l'avevo detto che erano dei poco di buono! L'hanno
ammazzata, ecco cos'hanno fatto! Era lei che gridava! Ve
l'avevo detto!
- Si pu sapere che diamine sta succedendo ora?
Tutti coloro che si trovavano nella stanza si voltarono
verso l'uomo che aveva parlato. Era sulla soglia e aveva uno
sguardo feroce. Era un tipo basso, con i piedi nudi e solo una
camicia da notte addosso, cos corta da lasciare scoperte le
ginocchia nodose e i polpacci sottili e pelosi. I capelli ispidi e
brizzolati erano ritti sulla testa, e il volto ossuto era piegato
in una smorfia di risentita indignazione.
- Voglio una risposta! - url. - Sto parlando con lei,
Dade! Pago il conto regolarmente ed esigo un po' di rispetto
in quest'accidenti di posto. Non sa che la mia stanza proprio
qui sopra? Non pensa che qualche volta abbia bisogno di
dormire? Anche se sono un medico non creda che mi diverta a
star sveglio tutta la notte ad ascoltare degli stronzi che
ululano come iene qua sotto!
Dade agit le braccia per bloccare quello sfogo. - Dottor
Ralph, guardi! La signora Miller... morta! Laggi!
Assassinata!
- Chi la signora Miller? - domand Ralph, ancora
irritato.
-Quella della 203, si ricorda?
- Oh! - disse Ralph. - Quella. Non mi meraviglia. Chi
stato?
- Loro - disse Ira, indicando Fuller e Brent. - Loro due.
- Io no! - grid Fuller, in preda al panico.
Ralph lo fiss, poi spost lo sguardo su Brent, prendendo
debita nota del grosso revolver che teneva con aria
noncurante in grembo. - Bene - disse - la signora dov'?
- L dentro - rispose Lapswich, indicandola.
- E cosa ci fa l? Tiratela fuori!
- Io? - fece Lapswich, interdetto.
Brent si alz, infilandosi di nuovo la pistola nella cintola.
- Le do una mano. Coraggio.
Insieme sciolsero le maniche annodate del pigiama,
estrassero la donna dal guardaroba e la distesero con cura su
uno dei letti. Ralph si chin su di lei per un istante e poi si
raddrizz, scrollando le spalle con indifferenza.
- morta, ma questo credo lo sappiate gi. Uccisa
all'istante da tre pugnalate che hanno tutte raggiunto il
cuore. morta da almeno ventiquattr'ore.
- Ventiquattr'ore! - ripet Dade, incredulo. - Ma non
possibile! Loro sono appena arrivati!
Ralph lo fiss. - Ho detto che morta da almeno
ventiquattr'ore. Se crede di essere pi bravo di me a valutare
il fenomeno del rigor mortis, si accomodi.
- No, no - fece Dade precipitosamente. - Non
intendevo... Ma loro sono arrivati soltanto stasera. Col treno
delle 23.02.
- Quindi non l'hanno uccisa loro - disse Ralph. -
stata assassinata ieri notte all'incirca a quest'ora.
- Eravamo sul Limited ieri notte - intervenne Brent con
calma. - Possiamo provare facilmente che eravamo l e che
siamo rimasti sempre sul treno.
- cos, Dade - Lapswich cerc di fare da paciere. -
Vedi, ti sei fatto un'idea sbagliata su questi signori.
Dade era restio ad ammetterlo. - Va bene, va bene, pu
anche darsi.
- Se non vi fidate della mia parola - disse Ralph -
potete chiamare il medico legale e chiederglielo. un idiota,
e non dovrebbe essergli concesso di praticare la scienza
medica su organismi pi complessi di una lucciola, ma
persino lui in grado di dirvi che ho ragione.
- Ma certo - assicur Lapswich. - Sappiamo che ha
ragione, dottore. E ci scusiamo con voi, signor Brent e signor
Fuller. Vedete, eravamo un po' eccitati e...
Brent sorrise. - Non parliamone pi. Da quanto tempo
era qui?
- Una settimana pi o meno - rispose Dade. - Mi deve
il conto della stanza e di tutti i pasti. Spero che abbia lasciato
dei soldi.
Un telefono trill energicamente da qualche parte, due
squilli brevi e due lunghi.
- il tuo telefono, Dade - lo inform Ira.
Dade assent con la testa pelata. - Gi. Mi chiedo cosa
vogliano a quest'ora della notte. - Trotterell fuori dalla
stanza con le sue gambette tozze e grassocce. Un attimo dopo
era di ritorno, ansimante. - per lei, signor Fuller.
Fuller tir fuori un accappatoio dalla valigia e si avvi
verso la porta.
- Non cos in fretta - gli intim Brent. - Vengo anch'io.
Non ho intenzione di perderti d'occhio finch non avr
portato a destinazione te e i diamanti.
Lo segu nel corridoio, poi gi nell'atrio che sapeva di
chiuso. Il telefono era attaccato al muro accanto al banco.
Fuller sollev il ricevitore.
- Pronto - disse. - Sono Fuller.
Brent avvicin l'orecchio alla cornetta e riusc a sentire la
voce aspra e stridula di un uomo.
- Parla Eli Carruthers.
Fuller alz le sopracciglia in direzione di Brent. - Oh,
gi, come sta signor Carruthers? un piacere risentirla.
- Lasci perdere. Voglio che venga a casa mia ora,
immediatamente. Trovi una macchina o un taxi. Voglio
concludere l'affare il pi in fretta possibile.
Brent scosse la testa energicamente e indic a Fuller la
vecchia sveglia posata sul banco.
- Be' - disse Fuller al telefono - un po' tardi, signor
Carruthers, e non pensavo di...
- Voglio concludere l'affare adesso!
- Certo - rispose Fuller. - Arrivo immediatamente.
Grazie per aver chiamato, signor Carruthers. - Riattacc.
- Cosa ti viene in mente? - domand Brent. - Non sai
che gi l'una passata! Non mi va di andare in giro a
quest'ora con quei diamanti. Perch non hai rimandato?
Fuller alz le spalle. - Ci ho provato. Ma ti assicuro che
un vecchio testardo e intrattabile. Non serve a nulla discutere
con lui.
- Non mi piace - disse Brent. - Si corrono dei rischi
inutili. Poteva benissimo aspettare fino a domani mattina.
Fuller si picchiett il ventre. - Di cosa ti preoccupi,
Brent? Quei diamanti sono perfettamente al sicuro nella mia
cintura. Nessuno pu togliermela senza la chiave, a meno che
non mi tagli in due.
Brent annu lentamente. - Il che non del tutto
impossibile, come sai.
Ira si era rifiutato energicamente e categoricamente di
accompagnare Brent e Fuller in qualsiasi posto, ma aveva
acconsentito a noleggiare il suo taxi. Brent era al volante ora.
Il motore rombava affaticato mentre l'auto si arrampicava su
per la salita ripida e piena di curve. Il vento, freddo e
impetuoso, soffiava attraverso il parabrezza distrutto
portando con s con l'odore acre e salmastro dell'oceano.
Brent era chino in avanti, le mani serrate sulla sommit
del volante, ed esaminava con precauzione qualunque cosa
venisse inquadrata dal bagliore oscillante dei fari. Fuller si
era allungato comodamente dietro di lui, con la testa gettata
all'indietro sul sedile.
- Quante stelle stanotte! - disse con noncuranza. - E
come brillano! Quasi come le creaturine che ho qui nella
cintura.
- Gi - fece Brent. Il suo volto magro era teso. Pareva
preoccupato, stanco, inquieto.
La strada ghiaiosa continu a salire facendo un'altro
tornante. Questo breve tratto della costa era freddo, roccioso,
proibitivo. Alte scogliere spazzate dal vento si stagliavano a
picco sul mare.
- Tra poco salir la nebbia - disse Fuller. - Sta
arrivando dall'oceano. Fa cos tutte le notti, pi o meno a
quest'ora. Che razza di clima.
Alla svolta successiva furono in cima alla collina. La
strada qui seguiva pi da vicino la linea della costa, e l'odore
del mare era pi intenso; nonostante il rombo del motore
Brent riusciva a distinguere il ruggito delle onde che si
infrangevano sulle rocce pi in basso, nell'oscurit.
- Gira alla prossima curva - lo avvis Fuller. - C' un
vialetto che sale sulla destra.
Brent svolt e l'auto si infil in una strada stretta con
brusche salite e discese.
- L - disse Fuller. - La vedi?
C'era qualche debole sprazzo di luce alle finestre, e la
casa era tozza, squallida e sgradevole contro il cielo scuro e
nebbioso. Gli arbusti rachitici e gli alberi che la
contornavano, piegati dalla costante, immutabile furia del
vento, parevano accentuare la sua sinistra desolazione. L'auto
si ferm accanto ai gradini dell'ingresso.
- Un posticino allegro, non trovi? - chiese Fuller. - Mi
chiedo perch mai si ostini a vivere qui. Dev'essere uno
spasso per sua figlia. una ragazza graziosa, per inciso, ma
di quelle con la puzza sotto il naso, o forse semplicemente
non le piacciono i piazzisti. Di sicuro non ho suscitato una
grande passione in lei. Andiamo.
Il rumore del mare era un cupo, spaventoso brontolio,
come il mormorio di un gigante. Il vento li investiva con
raffiche rapide e impetuose. Si avviarono verso la porta,
mentre la sabbia fine strideva sotto i loro passi, e Fuller
buss con il battente di bronzo. Sopra di loro brill una luce
improvvisa. Qualcuno socchiuse la porta, cautamente, poi la
spalanc.
- Salve, signor Carruthers! - esclam Fuller in tono
gioviale. - Eccoci qui.
- Chi c' con lei?
- Si chiama Brent - spieg Fuller con naturalezza.
- Cosa ci fa qui? Chi le ha dato il permesso di portarselo
dietro?
L'uomo era incredibilmente alto e magro, con le spalle
esili piegate in avanti in modo bizzarro. Il viso era giallastro
e sudato, con un aspetto malsano. La bocca era un solco
diritto, senza labbra, e le guance flosce erano attraversate da
profonde rughe semicircolari. Gli occhi spalancati erano cos
gelidi e privi di espressione da sembrare di vetro.
- Non l'ho portato io - disse Fuller. - venuto e basta.
Brent, ti presento il signor Carruthers.
Brent fece un cenno col capo. - Piacere.
- Se ne vada - esclam Carruthers. - Vada via di qui. Io
tratto con il signor Fuller e con nessun altro. Non voglio che
qualcuno ficchi il naso nei miei affari. Non sono disposto a
tollerarlo.
- Aspetti un attimo - sugger Brent. - Si calmi. Non ho
intenzione di interferire con i vostri affari. I diamanti che ha
addosso Fuller, quelli che vuole venderle, sono assicurati per
il loro intero valore. Io sono un agente speciale ingaggiato
dalla compagnia di assicurazione per proteggere Fuller e le
pietre, cosa che la compagnia ha tutto il diritto di fare. una
clausola del contratto, e i superiori di Fuller l'hanno
accettata.
- Ridicolo - disse Carruthers, aggressivamente. - Fuller
non era in grado di badare a se stesso? Che razza di venditore
di diamanti , si pu sapere?
- Sia ragionevole - replic Brent. - Non le dar alcun
fastidio. Il mio compito era portare a destinazione Fuller e i
diamanti sani e salvi. Ed quello che ho fatto.
Carruthers alz le braccia ossute. - D'accordo, d'accordo.
Immagino che non ci sia niente da fare, ma io voglio trattare
con Fuller e non con una compagnia di assicurazione.
- Per me va bene - disse Brent. - Mi parcheggi da
qualche parte qui in giro e tratti pure con Fuller finch non
soddisfatto. Personalmente me ne frego se le vende quei
diamanti anche solo per un dollaro. Non sono affari miei. Io
devo solo accertarmi che nessuno li rubi, almeno finch la
propriet non passata a lei. Avanti, tratti pure con Fuller.
Carruthers lo guard per un attimo con gli occhi sbarrati.
- Va bene, accomodatevi.
Brent e Fuller entrarono in un atrio angusto, dai soffitti
alti, illuminato da una lampadina schermata che pendeva da
una lunga catena. In quel momento la lampadina oscillava
spinta dalle raffiche di vento che penetravano dalla porta
aperta, proiettando ombre furtive che strisciavano
silenziosamente negli angoli bui.
- Da questa parte - disse Carruthers, indicando una
porta.
Entrarono in una stanza lunga e bassa dall'aspetto
inaspettatamente confortevole e moderno, con comode
poltrone in pelle e un ampio divano. All'estremit opposta
della stanza c'era un grosso caminetto in pietra annerito dal
fumo in cui brillava e crepitava la fiamma.
- Mia figlia - disse Carruthers. - Conosci gi il signor
Fuller, mia cara. E questo il signor Brent, un detective
incaricato di proteggere i diamanti.
Era una ragazza alta, diritta, slanciata e vigorosa. I
capelli biondi, leggermente schiariti dal sole, erano pettinati
morbidamente all'indietro, e lasciavano scoperta la fronte
alta e spaziosa. Indossava una maglia senza maniche e una
gonna corta di lana. I lineamenti erano regolari, molto
spaziati, lievemente arroganti, ed esprimevano una placida
sicurezza. La ragazza fece un cenno distaccato a Fuller. -
Piacere - disse a Brent.
- Quello il mio studio. -Carruthers indic una porta su
un lato della stanza. - Se volete scusarci, il signor Fuller e io
andiamo di l a concludere il nostro affare.
Brent riusc a intravedere quasi tutto l'interno della
stanza indicata da Carruthers. Era piccola, e alle pareti erano
allineati gli scaffali di una libreria che arrivava fino al
soffitto. C'era un'ampia, lucida scrivania su cui era posata
una lampada da lettura.
Carruthers fece un cenno brusco alla figlia. - Per favore,
Joan, intrattieni il signor Brent per qualche minuto.
Entr con Fuller nello studio e la porta si richiuse
silenziosamente dietro di loro.
- Non vuole sedersi? - domand la ragazza a Brent.
Lui annu e si accomod sul divano con un breve sospiro,
tendendo le mani verso il tepore luminoso del fuoco. La
ragazza era seduta un po' lontana dal caminetto, e le ombre le
frugavano il viso con le loro dita nere e indistinte.
- Le va un drink? Whisky e soda? - chiese con
noncuranza.
- Grazie - rispose Brent. - Solo un dito.
Cercava di concentrarsi sul brusio che proveniva dallo
studio, ma non riusciva a distinguere le parole. Era inquieto e
nervosamente cerc un'altra posizione sul divano, mentre la
ragazza si avvicinava con passo agile e aggraziato al tavolo su
cui erano disposti i bicchieri e la caraffa d'argento.
- Suo padre ha un viso che mi parso familiare - disse.
- Ah s?
- Gi. Somiglia a qualcuno che conosco, probabilmente.
vissuto sempre qui?
- No - rispose lei.
- Era in affari da qualche altra parte? - domand Brent.
- S.
- E dove?
- In molti posti - fece lei.
- Che tipo di affari?
Lei gli porse un bicchiere.
- Mio padre ha detto che lei un detective, giusto, signor
Brent? Dev'essere una vita interessante. E anche rischiosa,
immagino.
- Pu capitare - rispose Brent - specialmente quando si
stupidi come me. Di cosa di occupava suo padre?
- Aveva molti interessi. Va bene il suo drink? Io non
bevo, ed un po' difficile per me indovinare le dosi esatte.
- perfetto - disse Brent. Non l'aveva neanche
assaggiato. - Che tipo di interessi?
Lei inarc le sopracciglia. - Prego?
- Che tipo di interessi aveva suo padre? - ripet Brent
pazientemente.
La ragazza si alz. - In verit non lo so. Non mi mai
parso abbastanza interessante da chiederglielo. Cose
piuttosto noiose, immagino. Se adesso mi vuole scusare per
un attimo, devo fare una telefonata.
Senza aspettare la risposta, usc dalla porta per la quale
erano entrati i due ospiti. Brent rimase seduto a fissare il
fuoco, preoccupato. Un attimo dopo alz lo sguardo verso il
brutto orologio appeso sopra il caminetto. Erano appena
passate le due e Brent pens alla scusa della telefonata. Diede
un'occhiata alla porta dello studio. Il debole mormorio
all'interno era cessato, e questo lo impensier.
Torn a guardare nella direzione in cui era sparita Joan
Carruthers, tendendo l'orecchio. Si udiva solo il sibilare
soffocato del vento all'esterno, e il fruscio spettrale della
sabbia contro le assi spoglie del porticato. Dopo un istante,
pos con cautela il bicchiere sul pavimento e si alz.
Con passi brevi e silenziosi si diresse verso la porta dello
studio. Era a met strada quando tutte le luci si spensero. Fu
come se una spessa benda nera gli fosse calata d'improvviso
sugli occhi. Non vedeva pi nulla, e azzard qualche passo da
un lato, annaspando d'istinto nel buio per riprendere
l'equilibrio.
Si ud il secco tintinnio di un vetro, poi tre detonazioni
secche, violente. Brevi fiammate ammiccarono verso di lui
dalla finestra accanto al caminetto. Brent sent le pallottole
conficcarsi nel muro alle sue spalle, e una di esse gli sfior il
viso cos da vicino che ne percep l'alito freddo e istantaneo al
passaggio. Sotto il portico risuonarono dei passi frettolosi.
Brent estrasse il revolver e and verso la finestra.
Ruzzol su una sedia, si raddrizz e si inginocchi davanti al
vetro infranto, sbirciando fuori. Sulla sabbia bianca individu
una figura vaga, scura e dai contorni indistinti che si
precipitava gi per la collina. Brent fece fuoco una volta, e la
figura spar, magicamente inghiottita dalle ombre degli
arbusti rinsecchiti.
Brent si volt e attravers di nuovo la stanza, a tentoni.
Urt con le ginocchia contro il divano, poi ritrov
l'orientamento e si diresse verso la porta dello studio. Si
gett contro di essa con una spallata, alz la rivoltella e con
la canna batt un paio di colpi sul pannello.
- Fuller! - chiam. - Fuller! Carruthers!
La sua voce risuon a vuoto, e lui imprec
silenziosamente, , brancolando in cerca della maniglia. La
trov, e la fece girare senza difficolt, silenziosamente. La
porta si spalanc.
Non c'era luce nello studio, cos come in soggiorno, e
Brent rimase rannicchiato sulla soglia, lanciando occhiate
furtive, cercando di distinguere qualcosa nell'oscurit.
- Fuller - disse.
Si frug in tasca e trov un cerino. La fiamma vacill,
dorata e brillante. Brent sollev il cerino sopra la testa. Si
aspettava uno sparo, qualcosa, e d'istinto si irrigid.
Lo studio era vuoto. Non c'era traccia di lotta. I mobili
erano disposti esattamente come prima. C'erano due sedie
vuote ai due lati della scrivania, e uno schizzo opaco sulla sua
superficie lucida.
Brent abbass lentamente il cerino. Vide che lo schizzo
era formato da piccole macchie rotonde rosse e vischiose. Era
sangue.
Il cerino gli bruci le dita, e lui lo lasci cadere. Aveva
individuato la posizione della finestra dietro la scrivania e si
mosse silenziosamente in quella direzione. Era una porta
finestra, che andava quasi dal soffitto al pavimento. Con le
dita fece scattare il chiavistello e usc. Si trov sotto un
porticato basso e lungo. Tenendosi rasente al muro, dove
l'ombra era pi fitta, avanz lentamente fino al retro della
casa. Il portico si interrompeva sull'angolo, e Brent rimase
fermo per un attimo, guardandosi intorno, cercando di
individuare qualche forma tra l'intrico di cespugli scheletrici
che ondeggiavano dolcemente al vento.
Il suo sguardo pass per due volte su una piccola macchia
intricata di arbusti prima di distinguere l'uomo che vi stava
rannicchiato. Era in ginocchio, teso in avanti, e aveva una
pistola in mano. Fu lo scintillio azzurrognolo della canna ad
attirare l'attenzione di Brent.
Si immobilizz. Era probabile che l'uomo non l'avesse
visto. La macchia bianca del viso era girata da un lato, e la
pistola non era rivolta verso Brent. L'uomo era in ascolto,
vigile, proprio come lui; a un certo punto si alz in piedi con
movimenti lenti e circospetti e si diresse correndo in punta di
piedi verso la casa, abbassandosi.
Brent lo lasci avvicinare a meno di due metri poi disse, a
bassa voce: - Non muoverti e butta la pistola.
L'uomo si raddrizz di scatto. L'arma gli sfugg dalle dita
e scivol senza far rumore nella sabbia.
- N-non sparare. Sono un poliziotto.
- Lapswich! - esclam Brent.
Lapswich si gir, battendo i denti.
- Eeh? Oh, ma il signor Brent! Che...
- Indietro - disse Brent.
Lapswich indietreggi con circospezione.
Brent fece due passi avanti, si chin e raccolse l'arma del
poliziotto. Era una Luger automatica con una canna
esageratamente lunga. Brent pass le dita sulla culatta,
annus l'estremit della canna. L'arma non aveva sparato di
recente, e Brent si rilass leggermente.
- Che cosa ci fa qui? - domand.
- Be' io, insomma, ero preoccupato, con quella donna che
si fatta ammazzare, e quei diamanti. In pratica vi sono
venuto dietro, solo per controllare che nessuno di quei
criminali vi stesse seguendo. Stavo pattugliando la zona e ho
sentito gli spari...
- Non un po' fuori dalla sua giurisdizione? - chiese
Brent. - Mi sembrava di aver capito che lei fosse il capo della
polizia cittadina.
- Certo, certo, cos. Ma sono anche vicesceriffo. E
questa zona fa parte della contea.
Brent sollev la pistola tenendola per la lunga canna. -
l'unica arma che ha?
- Sicuro! - rispose Lapswich. - Non sufficiente? una
magnifica pistola, signor Brent, molto potente! L'ho fatta
arrivare da New York, e mi costata un mese di paga. Ha una
canna speciale da duecento millimetri...
- Va bene - disse Brent, restituendogliela. - Mi
dispiace di averla spaventata. Visto che qui, pu darmi una
mano. Fuller scomparso.
Lapswich spalanc la bocca. - Scomparso? E i diamanti?
Ma il signor Carruthers...
- scomparso pure lui. E anche sua figlia. E qualcuno ha
cercato di far sparire anche me. Erano quelli gli spari che ha
sentito. Venga, dobbiamo cercarli. Stia dietro a me, a tre
metri di distanza. Non spari a meno che non lo faccia io.
Lentamente risalirono la collina sul retro della casa,
tenendosi bassi al riparo degli arbusti, finch non arrivarono
in cima. Erano esposti in pieno al vento, ora, e Brent ne
sentiva il sapore aspro e salato sulle labbra. Ora distingueva
chiaramente il pendio fino alla casa. Non si vedeva alcun
movimento, alcuna luce.
- Cos' quello? - domand, indicando una struttura
bassa e squadrata sulla sabbia, venti metri pi in l. Nella
notte sembrava la base di un edificio di proporzioni
gigantesche.
- Oh, quello - rispose Lapswich, sospirando. - Sono
solo delle assi tenute insieme. Joan Carruthers ci va a
prendere il sole. Non ha nulla addosso quando l dentro.
Proprio nulla.
- Andiamo - disse Brent.
Avanz con cautela verso la sagoma scura del recinto di
assi. Era alto poco pi di due metri e ne misurava circa tre e
mezzo sui lati. Brent gli gir attorno mentre si avvicinava,
finch non localizz lo stretto telo di canapa pesante che
fungeva da entrata.
- Se siete l, meglio che veniate fuori - disse.
- Proprio cos - gli fece eco Lapswich, debolmente. -
Siete in... in arresto.
Il telo di canapa si mosse leggermente, lentamente,
scosso dal vento, ma non ci fu risposta. Brent lo scost:
all'interno non c'era pavimento, solo morbida sabbia bianca.
L'unico mobile presente era un lettino coi braccioli su cui era
ammucchiato qualche cuscino.
Poi Brent not qualcosa all'estremit opposta, un oggetto
semisepolto nella sabbia, che luccicava. Si avvicin e lo
smosse con il piede. Era un'ascia. Accese un cerino e si
inginocchi sulla sabbia. La lama dell'ascia era incrostata di
sangue rappreso. Persino l'impugnatura ne era ricoperta.
Lapswich emise un gemito soffocato.
Brent strinse le labbra e il suo viso apparve duro e pallido
alla luce incerta del cerino. Ne accese un secondo e dopo
essersi infilato la rivoltella nella cintura cominci a frugare
nella sabbia con le dita, circospetto. Si imbatt in una stoffa
ruvida, e scav per portarla in superficie.
Era un sacco di tela rigida, appiattito. Quando Brent lo
estrasse si ud un lieve tintinnio all'interno.
- Mi faccia luce - disse Brent con un filo di voce.
Lapswich tremava cos violentemente che faceva fatica a
tenere il cerino acceso. Alla fine ripose la Luger nel fodero e
us entrambe le mani, giungendole l'una all'altra. Molto
lentamente Brent infil una mano nel sacco e tir fuori un
cilindro di piombo, un peso di quelli che si utilizzavano per i
tendaggi. Lo lasci cadere nella sabbia.
- Ce ne sono altri due dentro - disse, assorto.
Frug di nuovo nella sabbia, attentamente. Quando trov
l'ascia si blocc e, sempre in ginocchio, gratt leggermente
con la mano. La sabbia morbida in quel punto formava uno
strato molto sottile. Appena sotto invece era compatta,
vischiosa, mescolata a una sostanza rossastra.
- Oh - fece Lapswich.
Brent si asciug accuratamente le dita con il fazzoletto e
si rialz.
- S-sangue?
- S - rispose Brent.
- Che... che significa? Il sacco, e tutto il resto...
- Lei ha visto la cintura di Fuller - disse Brent,
lentamente.
Lapswich lasci cadere i cerini. - Certo. Era una specie
di marsupio.
- Qualcosa del genere. Era fatta di striscioline d'acciaio
intrecciate. Impossibile tagliarla. Impossibile forzare la
serratura. Ed era troppo piccola per sfilarla dai fianchi di
Fuller. C'era un unico modo di levargliela rapidamente, in
mancanza della chiave.
- Quale? - domand Lapswich.
- Tagliarlo in due.
Lapswich ripet, senza capire: - Tagliarlo... vuol dire
che... oh!
- Gi -prosegu Brent - e questo il posto ideale per
farlo. L'oceano a portata di mano. Si mettono i pezzi del
cadavere in sacchi di tela rigida con dei pesi dentro e li si
butta gi dalla scogliera. Probabilmente abbiamo disturbato
l'assassino, che non ha avuto il tempo di finire il lavoro. Ecco
perch ha lasciato qui uno dei sacchi.
- Oh - fece Lapswich. Deglut. - Ehi, ma dov'
Carruthers?
- quello che mi sto domandando.
- stato lui! - esclam Lapswich. - un complotto!
Ora capisco! Non ha mai avuto intenzione di acquistare le
pietre! Voleva rubarle! Le ha fatte portare fin qui dal suo
amico e poi... poi l'ha fatto fuori!
Di colpo, senza produrre il minimo rumore, la ragazza era
apparsa all'ingresso del recinto; aveva scostato la tenda e li
stava osservando, la testa gettata all'indietro, la posa rigida e
spavalda. Brent non vedeva il suo viso nell'oscurit, ma ne
sent la voce un po' incerta articolare a fatica le parole: - Ho
sentito... quello che dicevate...
- Dov' suo padre? - domand Brent.
- Non lo so. andata via la luce. Non sono riuscita a
trovarlo. - Fece un respiro profondo. - Voi credete che abbia
ammazzato quell'idiota presuntuoso di Fuller, cos?
- Be', be' -disse Lapswich, impacciato - insomma,
signorina Joan, mi rendo conto di quanto sia doloroso per lei,
ma cosa dovremmo pensare?
- Lei pazzo!
- Io credo che suo padre volesse appropriarsi di quei
diamanti senza pagarli.
- Puah! I diamanti! Crede che mio padre avrebbe fatto
quello che dice lei solo per quella robaccia?
- Robaccia? - disse Lapswich. - Be', non saprei. Un
quarto di milione di dollari...
- Non stato lui!
- Ebbene, signorina Joan, lo spero proprio. Ma se non
stato lui, dov' allora? Perch non viene fuori e ci spiega
com' andata?
La ragazza si aggrapp con la mano alla tenda. Si
manteneva ancora fiera ed eretta, ma solo la forza di volont
la teneva in piedi.
- Non stato lui!
Si volt di scatto e corse incespicando gi per il pendio
fino alla casa scura e desolata.
Lapswich si schiar la gola. - Vado a chiamare lo sceriffo.
Era quasi l'alba quando Brent rientr in albergo, ed era
cos stanco che aveva male dappertutto e doveva fare un
notevole sforzo per tenere gli occhi aperti. And nella nuova
camera che Dade gli aveva assegnato e cerc di dormire. Dopo
un'ora ci rinunci, si tir su e si rivest.
Il vento non si era ancora levato e la foschia notturna
gravava ancora sul villaggio. Fuori dalla finestra si stendeva
una coltre umida e grigia, immobile e morta, che ricopriva
ogni cosa. Brent si infil la grossa Colt nella cintura e scese
gi nell'atrio.
Dade era dietro il banco intento a scrivere e all'estremit
opposta della stanza c'era un altro uomo seduto su una sedia,
immerso nella lettura di un giornale che gli nascondeva il
volto e la parte superiore del corpo.
- 'Giorno, signor Brent - gli augur Dade, alzando gli
occhi. - ancora un po' presto per uno di citt, non trova?
Brent annu. - Gi. Dov' l'ufficio di Lapswich?
- Dritto fino al prossimo incrocio, poi a destra. il
secondo edificio. Ah, ho saputo cos' successo stanotte.
terribile, ecco. Roviner la reputazione della nostra cittadina.
- Anche la mia, se per questo - disse Brent.
- Aspetti un minuto - gli chiese Dade - vorrei parlarle.
Ho qualche idea, ecco. Forse potrei darle dei suggerimenti.
Finisco di preparare il conto del signor Carson e sono subito
da lei.
Brent lanci un'occhiata distratta al tizio seduto. Costui
si mosse leggermente, agitando il giornale spiegato, e per un
attimo Brent vide scintillare la grossa pietra verde di un
anello al dito medio della sua mano destra. Socchiuse gli
occhi, all'erta. L'uomo indossava un elegante gessato blu e
ghette grigio perla.
- Ecco fatto! - disse Dade, raddrizzandosi. - tutto a
posto, signor Carson. Vado a prendere le sue valigie...
- Non si muova - intim Brent. Era ai piedi delle scale,
perfettamente immobile, e aveva estratto la .38-.40. - Salve,
Faro - disse.
L'uomo sulla sedia non si mosse, non parl. Teneva il
giornale davanti alla faccia.
- Quello il signor Carson - azzard Dade. La sua voce
si spense.
- Salve, Faro - ripet Brent.
Il silenzio divenne pi fitto, gravido di tensione e di
minaccia. L'uomo sulla sedia non si mosse.
- Immagino che tu abbia una pistola l dietro, Faro -
prosegu Brent. - Non tentare di usarla. Lascia cadere il
giornale, ma tieni le mani nella stessa posizione in cui sono
ora.
Le dita dell'uomo mollarono la presa e il giornale vol gi
per terra. L'uomo era magro, elegante, mingherlino. Aveva la
faccia liscia e tonda, dai lineamenti fini e regolari. Gli occhi
erano di un castano molto chiaro. Aveva una .45 sulle
ginocchia, pronta a sparare.
- Salve - disse, con voce bassa e calma. - Non mi
sembra di conoscerti.
- Non mi conosci infatti - rispose Brent - ma io so chi
sei. Ho notato l'anello verde e le ghette. Non dovresti
indossare cose del genere, Faro. Non con il lavoro che fai.
Alzati, e getta la pistola.
- No - disse Faro. - meglio che tu ci pensi bene. Non
ci sono taglie su di me.
- Alzati - ripet Brent.
- No. Non mi far mettere dentro, e tu sai il perch.
Sono ricercato per due omicidi.
- Tre, adesso - precis Brent. - Forse quattro, se si
conta la signora qui sopra e il lavoretto ieri notte da
Carruthers.
- Gi - rispose Faro. - Quindi non ho nessuna
intenzione di farmi prendere. meglio che ci rinunci. Ti
faccio fuori e tu lo sai. Forse anche tu potresti beccarmi, ma a
che ti servirebbe una volta che sei morto? Lasciamo perdere.
Metti via la pistola.
- No. Alzati.
- Non c'entro niente con quello che successo da
Carruthers ieri notte.
D'un tratto all'esterno si udirono dei passi di corsa. La
porta d'ingresso si spalanc e Lapswich irruppe nell'atrio,
agitando un pezzo di carta gialla nella mano.
- Dade! - url. - Guarda! Ho appena saputo...
Faro scatt come un rettile appena vide il poliziotto
inserirsi tra lui e Brent. Balz in piedi con l'automatica nella
mano destra e strinse il braccio sinistro intorno al collo di
Lapswich, soffocando le sue parole in un gorgoglio confuso.
- Bene - disse Faro tranquillamente, ma con una punta
di stizzosa malignit. - Ora trattiamo. - Si faceva scudo con
il corpo di Lapswich, e di lui si vedevano solo gli occhi
puntati su Brent dietro la spalla irrigidita del poliziotto. -
Getta la pistola.
Le labbra di Brent si piegarono in una smorfia di rabbia.
Dade era scomparso dietro il banco. Lapswich era diventato
giallo come un limone e roteava gli occhi come un pazzo.
- Gettala - ripet Faro. - Altrimenti gli pianto un
proiettile nella schiena.
- M-mi spara! - balbett Lapswich disperatamente. -
Signor Brent, non gli faccia... - La voce gli manc mentre
Faro rafforzava la stretta.
- Hai vinto - disse Brent e lasci cadere la pistola.
- Molto bene - approv Faro. - Ora me ne andr di qui,
e porter lui con me. Se non mi state troppo dietro vedr di
non fargli del male. Lo lascer libero lungo la strada. Stammi
vicino, amico. Tu, dietro il banco, tirati su!
La testa calva e lucida di Dade fece capolino, un
centimetro alla volta.
- Va' fuori a vedere dov' la macchina. Non fare il furbo.
Ricordati che il nostro amico fa una brutta fine se qualcuno
tenta di fermarmi.
- S-s signore - disse Dade.
La figura magra e allampanata di Ira apparve sulla soglia
alle spalle di Faro e Lapswich. Il tassista osserv la scena, gli
occhi traboccanti di indicibile stupore.
Brent si accorse di lui. - Aspetta! - disse rapidamente a
Faro. - Non puoi andartene di qui. Lo sceriffo ha bloccato
tutte le vie d'uscita dal distretto, in cerca di Carruthers.
- Ho un ostaggio - replic Faro. - Mi faranno passare.
Fermo dove sei.
Ira deglut. - Signore - disse con voce malferma -
metta gi la pistola, o sparo. Ci pu giurare.
Faro si volt di scatto e fece fuoco. La sua presa su
Lapswich si allent e il poliziotto ruot bruscamente su se
stesso, cadendo sulla schiena. Brent si gett sulla propria
pistola.
Faro si gir velocemente e spar ancora. Brent si vide il
proiettile schizzare sul tappeto a quindici centimetri dalla
faccia, poi finalmente le sue dita tremanti si chiusero
sull'impugnatura del revolver. Premette il grilletto tre volte.
Il volto di Faro scomparve in una poltiglia rossastra.
L'uomo croll a capofitto sulla sedia che occupava poco
prima, poi stramazz per terra in un angolo, piegato su se
stesso. Mosse ancora le gambe per un attimo e infine rimase
immobile.
Brent si sedette sul pavimento. Tir fuori il fazzoletto e si
asciug la fronte.
Lapswich toss, massaggiandosi la gola, e la testa pelata
di Dade riemerse lentamente dal banco.
Il poliziotto si chin su Faro. - morto, non c' dubbio.
Chi era, signor Brent?
- Si chiamava Faro - disse Brent stancamente. - Era un
ladro di gioielli. Uno dei migliori, o dei peggiori. Era un
assassino. Ricercato in due Stati per omicidio.
- Ha ammazzato la signora Miller! - esclam Dade.
Brent annu. - Gi. Quella donna aveva un aspetto
familiare, ma non riuscivo a metterla a fuoco. Me ne sono
ricordato quando ho visto l'anello verde di Faro. Lo metteva
sempre, pensava che gli portasse fortuna. La Miller era sua
complice. Funzionava cos: lei si faceva assumere come
cameriera in qualche posto importante, ispezionava il luogo
per lui e gli diceva quando fare il colpo. Lui l'ha pugnalata e
ha nascosto il cadavere nella stanza mia e di Fuller perch
veniva usata di rado. Pensava che non l'avrebbero trovato la
donna per un po', il tempo sufficiente per filare.
- Accidenti! - disse Dade. - Proprio qui nel mio
albergo. - Lanci un'occhiata torva a Lapswich. - Bel
poliziotto che sei, a permettere che avvengano cose simili!
- Hai ragione - riconobbe Lapswich mortificato. -
Credo di non essere molto in gamba.
- Cosa stavi urlando quando sei arrivato?
- Oh - fece Lapswich, recuperando di colpo la memoria.
- Ascolti, signor Brent. Il tecnico delle impronte digitali
inviato dallo sceriffo ha controllato la stanza dove stavano
parlando Fuller e il signor Carruthers ieri notte, prima di
scomparire. Lo sceriffo ha inviato le impronte a Washington e
io ho appena ricevuto questo telegramma. - Lo raccolse da
terra. - Pensate un po': Eli Carruthers era un poco di buono!
- Quel vecchio ripugnante - comment Dade.
Lapswich prosegu: - Proprio come questo Faro. Era un
noto ladro di gioielli, solo che scomparve dalla circolazione
cinque anni fa pi o meno, e non riuscirono pi a mettere le
mani su di lui. Il suo vero nome era Reynolds. E dire che Joan
ha telefonato allo sceriffo ieri notte per chiedere aiuto!
- sicuro di quello che dice? - domand Brent.
- Pu giurarci! Hanno mandato una descrizione e
corrisponde perfettamente al vecchio Eli Carruthers. Si
nascondeva, capite? Ecco perch si era imboscato qui. Ma
continuava a rubare, ed per questo che ha fatto in modo che
Fuller gli portasse qui i diamanti, facendo finta di volerli
acquistare, in modo da poterlo uccidere e derubarlo. Ma lei
arrivato insieme a Fuller e ha rovinato tutto.
- E anche Faro era coinvolto - aggiunse Dade. - Lui e
quella donna che ha ammazzato. Sapevo che c'era qualcosa
che non andava in lui. Si comportava sempre in modo
curioso. Proprio questa mattina aveva chiesto a Ira di
portarlo a Foster's Point perch voleva andare a pesca.
Figuriamoci!
- Dov' che voleva andare? - domand Brent.
- A Foster's Point. Caspita, lo sanno tutti che non si va a
pesca laggi. Non si prende niente.
- E voleva andarci stamattina?
Dade annu. - Gi. Diceva che voleva pescare un'ultima
volta prima di partire, ma io gli ho detto che...
- Aspetti - lo interruppe Brent. - Si pu noleggiare una
barca a Foster's Point?
- Certo - rispose Lapswich. - possibile, ma non il
posto migliore per farlo.
- Allora penso che andr a pescare anch'io - dichiar
Brent. - Dov' finito Ira?
- Niente da fare - disse Dade. - Se lo conosco bene, Ira
non la accompagner da nessuna parte stamattina. Se lo
vuole, pu trovarlo nel retro del Potter's Pool Hall alle prese
con un quarto di whisky di malto.
- Allora gli prendo a prestito l'auto - decise Brent.
- Posso venire anch'io? - domand Lapswich. - Le
assicuro, signor Brent, non far stupidaggini questa volta.
Brent si avvi verso la porta. - Venga, allora.
- Ehi! - protest violentemente Dade. - E questo
cadavere? Non potete lasciarmelo qui nell'atrio!
- Chiama il medico legale - gli sugger Lapswich. - Io e
il signor Brent siamo troppo occupati in questo momento.
Il monotono ronzio del motore aleggiava nella nebbia che
avvolgeva l'auto di Ira come un bozzolo umido e soffice.
Lapswich era al volante. Brent, seduto accanto a lui, non
vedeva a pi di tre metri oltre il radiatore dell'auto, ma il
poliziotto sembrava individuare d'istinto la strada. L'auto
sband prendendo una curva, e le gomme slittarono cercando
di far presa sulla sabbia soffice e umida. Brent sent un
brivido lungo la spina dorsale nell'udire il mormorio oscuro
delle onde, invisibili, molto pi in basso. L'auto si raddrizz
bruscamente.
- Quanto c' da qui all'oceano? - domand Brent.
- Be', un bel po'... in verticale - rispose Lapswich
distrattamente. - La strada corre sul ciglio della scogliera a
sud dell'abitato.
- piuttosto stretta - osserv Brent. - Non c' pericolo
di incrociare un'altra auto all'improvviso?
- No - rispose Lapswich. - Nessuno usa questa strada.
vietato l'accesso. Corre troppo vicino al bordo della
scogliera. Continua a franare.
Sterz di colpo e l'auto ebbe un sobbalzo. Brent vide con
la coda dell'occhio una crepa larga un metro che si apriva in
mezzo alla strada.
- un brutto punto - disse Lapswich. - Me lo
ricordavo, ma ci sono arrivato un po' prima del previsto.
Brent guard fuori, e scopr che il ciglio della strada era
scomparso. Non vedeva altro che la morbida coltre di nebbia.
- Ehi! - esclam, trattenendo il respiro.
Lapswich raddrizz il volante, e il bordo della strada
riapparve. - un po' al pelo qui - disse. - Bisognerebbe
metterci un guardrail o qualcosa del genere. Siamo quasi
arrivati. Cosa pensa di trovare qui?
- Non lo so - rispose Brent. - solo una speranza.
- Perch crede che Faro abbia ucciso quella Miller, se era
sua complice?
- Faro era specializzato nel furto di gioielli. Quelli
dell'assicurazione erano quasi riusciti a rintracciarlo, ci erano
arrivati vicini. Si diceva che lui e la sua complice si fossero
divisi, e forse era vero. Probabilmente lui l'aveva scaricata.
Lei non ha gradito, e lo ha seguito fin qui perch voleva
prendere parte al colpo. Lui non ne voleva sapere. Come le
dicevo, era un assassino. Era gi ricercato per due omicidi.
Uno in pi non faceva una gran differenza. Cos si liberato
di lei. Non pensava che sarebbe stata ritrovata cos presto.
- Crede che sia stato lui a sparare contro di voi, quando
siete arrivati?
- No. E non stato lui a sparare contro di me ieri notte.
- Come fa a dirlo?
- L'uomo che ha sparato quand'ero con Fuller e Ira
voleva solo spaventarci. Doveva essere questa la ragione,
altrimenti non avrebbe senso. E Faro non aveva motivo di
spaventarci. Inoltre, se fosse stato lui a sparare contro di me
ieri notte mi avrebbe colpito. Era un tiratore notevole, e non
si faceva prendere dall'emozione. Quello che mi ha sparato
era piuttosto nervoso. Ha tagliato i fili della luce vicino alla
finestra, poi ha sparato quando ormai era buio e non vedeva
nulla. Faro mi avrebbe sparato prima.
Di colpo Lapswich sterz e l'auto avanz dondolando su
un terreno accidentato, quindi si ferm con uno scossone.
- Non posso avvicinarmi di pi con la macchina. Foster's
Point a circa duecento metri da qui.
-Siamo in ritardo, probabilmente - disse Brent,
scendendo dall'auto. - Immagino che Faro avesse preso
accordi perch una barca venisse a recuperarlo qui.
- Allora non siamo in ritardo - disse Lapswich. - Non
era possibile arrivare qui in barca stamattina. La marea sta
ancora salendo, e c' troppa nebbia. Troppi scogli e troppi
frangenti.
Ma mano che i due procedevano, il terreno sabbioso era
diventato pi umido, e nude rocce gocciolanti spuntavano qua
e l. Lapswich si ferm di colpo.
- Guardi - disse, indicando un'orma sul terreno. Si
inginocchi e la sfior con le dita. Aveva il volto un po' teso
quando alz gli occhi verso Brent. - fresca. Qualcuno
appena passato di qui. Non possono essere lontani.
- Bene - mormor Brent. Estrasse la Colt e la soppes
nella mano. I due avanzarono lentamente nella nebbia
aleggiante.
- L - disse Lapswich. - La scala.
Brent vide una ringhiera di legno che andava gi, scura e
scivolosa per l'umidit.
- Scende alla base della scogliera - prosegu Lapswich.
- C' un vecchio molo gi in fondo. Faccia attenzione. I
gradini non sono molto sicuri.
Brent osserv la tortuosa scalinata aggrappata
precariamente alla nuda roccia. Vedeva appena qualche metro
della discesa, ma aveva ugualmente la sensazione di un forte
dislivello, e udiva il sordo, famelico mugghiare delle onde gi
in basso. Cominci a scendere, sentendo la scala muoversi e
ondeggiare sotto i suoi passi. Procedette lentamente,
bilanciando attentamente il peso su ogni gradino, facendo
scivolare una mano sulla ringhiera bagnata. La nebbia
diventava pi spessa, pareva inghiottirlo man mano che
andava avanti. Non si guard indietro, ma sapeva che
Lapswich era a un passo da lui.
Dopo un interminabile numero di gradini, quando le sue
ginocchia cominciavano a intorpidirsi, ud un flebile
mormorio di voci pi in basso. Si ferm di colpo e rimase in
ascolto. Le voci seguitavano a parlare, ma non si
distinguevano le parole. Lapswich grugn dietro di lui, e
Brent ud il leggero scatto della sicura sulla Luger a canna
lunga.
- Attento con quella pistola - mormor. - Le dir io
quand' il momento di usarla.
Scese con cautela qualche gradino e finalmente vide le
assi umide e incurvate di una piattaforma in fondo alle scale.
C'era una persona laggi. Brent vide le gambe nude,
abbronzate, ben tornite. Scese un altro gradino e vide il resto
del corpo di Joan Carruthers. Indossava un costume da bagno
e sopra un pesante maglione bianco. Dava le spalle a Brent e
parlava con qualcuno immerso nella nebbia, un'ombra grigia
e indistinta sul molo, a una certa distanza dalla piattaforma.
Brent scese un altro gradino e il legno marcio scricchiol
sotto il suo piede. Incespic e si aggrapp disperatamente
alla ringhiera. Joan Carruthers si volt di colpo urlando
terrorizzata.
- Fermo l! - grid Brent.
Ma la sagoma grigia e indistinta era gi sparita. L'uomo si
era girato di scatto ed era saltato gi dal molo. Si ud un
tonfo quando atterr sulla sabbia bagnata, poi il rumore dei
suoi passi nell'acqua quando si mise a correre.
Brent salt i pochi gradini rimasti e atterr pesantemente
sulla piattaforma. Superando Joan Carruthers, balz dalla
piattaforma al molo e si tuff gi. Atterr sulla sabbia
compatta, e l'acqua gli accarezz le caviglie. Riprese
l'equilibrio e si slanci in avanti, alla cieca. Lapswich
arrancava affannosamente dietro di lui.
Di colpo gli manc il terreno sotto i piedi, e l'acqua gelida
lo sommerse fino al torace. Si sent sprofondare, poi
Lapswich lo afferr per la spalla e lo tir su.
- La costa insidiosa qui - ansim. - Quella ragazza...
vuole che la fermi?
- No - rispose Brent. - La lasci andare. Venga.
Ripresero a correre, senza vedere nulla.
- Aspetti - disse Lapswich senza fiato. - Qui pi
basso. C' una grotta scavata nella scogliera.
Brent rallent prudentemente e vide una vasta cavit
buia.
- Guardi - esclam Lapswich, indicando dei piccoli
segni paralleli all'altezza della spalla sulla roccia rugosa
posta all'ingresso della grotta. - Impronte. Qualcuno si
aggrappato alla roccia in questo punto e ha cambiato
direzione.
- entrato l dentro - disse Brent. - Pu uscire dalla
parte opposta?
- No. Non c' un'altra uscita.
- Quant' lunga la grotta?
Lapswich scosse la testa. - Non so, non ci sono mai
entrato. Parecchio, immagino. un posto pericoloso. C'
sempre acqua sul fondo. Potrebbero esserci delle voragini.
Cosa facciamo?
- Andiamo a prenderlo - rispose Brent.
- L dentro? - domand Lapswich preoccupato. - un
po' buio.
- Meglio - replic Brent. - Cos non pu vederci. Si
tenga attaccato alla roccia finch non entrato, cos non ci
distinguer in controluce.
Brent scivol lungo la parete di roccia bagnata. Nella
grotta l'aria si fece di colpo pi umida e soffocante. L'eco
delle onde all'esterno rimbombava come il rullo soffocato di
un tamburo. L'acqua si rovesciava sulle sue caviglie con
violenza. Attese finch non sent che Lapswich lo aveva
raggiunto, poi cominci ad avanzare nell'oscurit tetra e
nebbiosa, il braccio sinistro proteso in avanti. Riusciva a
distinguere il debole, lucente riflesso delle pareti di roccia
che si allungavano da entrambi i lati. D'improvviso Lapswich
scivol e cadde nell'acqua con un tonfo.
Immediatamente si ud un colpo sordo davanti a loro, poi
altri due in rapida successione. Brent si protese verso
Lapswich e lo tir su.
- in trappola - sussurr. - dietro quell'ansa laggi,
e ha paura. Ha sparato alla cieca. Non pu vederci.
- Anch'io ho paura - disse Lapswich tremante. - Una
paura dannata.
- Resti qui, allora, vado io a prenderlo.
- N-no, vengo.
Brent avanz, un passo dopo l'altro. Adesso vedeva un po'
meglio. Davanti a lui c'era uno spuntone di roccia liscia e
bagnata, dove lo stretto corridoio irregolare descriveva
un'ansa. Brent si ferm, rimase in ascolto, poi
intenzionalmente pest un piede nell'acqua.
L'invisibile pistola fece fuoco un'altra volta, e una
pallottola rimbalz sulle pareti con un sibilo inquietante.
Brent insinu la pistola dietro la roccia e spar.
- No! - gemette una voce. - Non sparare! Non
uccidermi!
- Butta la pistola! - intim Brent.
Si ud un tonfo nell'acqua.
- D'accordo - disse Brent, girando l'angolo. Lapswich lo
segu.
In una piccola nicchia nella parete di roccia era
rannicchiata una sagoma scura che si proteggeva il capo con
le braccia. Si mosse, e apparve l'ombra bianca e stravolta del
viso, rivolto verso di loro.
- Salve, Fuller - disse Brent.
- Fuller? - esclam Lapswich. - Fuller? Ma morto!
- No - rispose Brent. - Non proprio. Carruthers non
l'ha ucciso. lui che ha ucciso Carruthers. Carruthers, o
Reynolds, aveva smesso di rubare diamanti ma fu rintracciato
da Fuller, o da Faro, e i due decisero di ricattarlo. Avevano
gi lavorato insieme in precedenza. Fuller era impiegato
presso una rispettabilissima societ di intermediazione in
diamanti, il suo attuale datore di lavoro. Ma ha abitudini
dispendiose e gli servivano pi soldi. Cos, di nascosto, faceva
l'informatore e il ricettatore. Il suo lavoro gli forniva
un'ottima copertura, e per non perderla si era sempre
comportato onestamente nei confronti della sua societ.
Rafforz la presa sul terrorizzato Fuller e prosegu: - Ma
quest'occasione era troppo allettante per mantenere anche
quell'ultimo residuo di onest. Lui e Faro chiesero a
Carruthers di acquistare diamanti per duecentocinquantamila
dollari dalla societ che Fuller rappresentava, altrimenti lo
avrebbero incastrato con una soffiata su uno dei suoi lavoretti
precedenti. Lo convinsero che l'obiettivo era quello far
guadagnare a Fuller la commissione sulla vendita, nient'altro.
Ma la loro vera intenzione era quella di sottrarre i diamanti
alla societ e il denaro dell'acquisto a Carruthers. A quel
punto si sarebbero dileguati, lasciando lui nelle peste. Un
piano piuttosto elaborato, ma la posta era mezzo milione di
dollari in banconote e diamanti. Valeva la pena di fare un po'
di fatica. Carruthers sospett subito qualcosa, non era uno
stupido.
- uno stupido morto, ora - sbott Fuller.
- Chiudi il becco, canaglia - disse Brent. Poi, rivolto a
Lapswich: - Ecco perch Carruthers ha sparato contro l'auto.
Voleva spaventare Fuller, e dimostrargli che non sarebbe
rimasto a guardare se le cose avessero preso una piega
inaspettata. Sapeva di avere a che fare con un vigliacco. Ma
purtroppo Fuller era troppo ubriaco in quel momento per
rendersi conto della situazione.
I tre uomini si avviarono verso l'entrata della grotta,
camminando nell'acqua.
- Accidenti - disse Lapswich. - Cosa prevedeva il loro
piano?
- Uccidere Carruthers e fare in modo che si credesse che
Carruthers aveva eliminato Fuller. Ed quel che hanno fatto.
Fuller lo ha fatto fuori ieri notte, non appena rimasto solo
con lui nello studio. Il sacco, l'ascia, le tracce di sangue sono
stati lasciati di proposito. Era stato tutto preparato in
precedenza. Non credo che Fuller e Faro abbiano davvero
fatto a pezzi Carruthers. Lo hanno semplicemente ucciso e
buttato nell'oceano. Fuller andr sulla forca per questo.
- Ma la ragazza? - domand Lapswich. - La signorina
Joan?
- Doveva aver capito che c'era Fuller dietro tutto questo,
e lo ha trovato qui. Quando siamo arrivati, lui stava
tergiversando in modo da dare il tempo al suo complice di
arrivare. Faro si sarebbe occupato di lei come aveva gi fatto
con l'altra.
Pian piano Fuller si era raddrizzato, nonostante la pistola
che Brent gli puntava alle costole. I capelli biondi erano
incollati alla fronte, le labbra erano livide dal freddo, ma la
sua bocca si pieg in una smorfia sarcastica.
- Cos tu credi che sia andata in questo modo, vero? E
magari sei convinto di poterlo provare. Ma non ci riuscirai.
Oh, no! Dovrai accontentarti della mia versione. Faro ha fatto
tutto da solo. Io mi sono semplicemente spaventato quando
lui ha ucciso Carruthers, e mi sono nascosto qui. Non sapevo
neanche che avesse ucciso quella donna in albergo, finch...
- Balle - disse Brent. - Hai capito chi era non appena
l'hai vista, e sapevi che era stato Faro a ucciderla. Sapevi che
l'aveva scaricata e che lei stava cercando di metterlo in
difficolt.
- Non puoi provarlo, comunque - disse Fuller. - E
perch? Te lo dico io il perch. Per via dei diamanti. Non li ho
con me, sono nascosti. E non riuscirai a trovarli. Ecco perch
sarai costretto a prendere per buona la mia versione. Perch
se non lo fai, la compagnia di assicurazione per cui lavori
dovr sborsare duecentocinquantamila dollari. Ho reso
l'idea?
- Direi di s - rispose Brent. - E sarebbe anche una
buona idea se io non sapessi dove sono i diamanti. Ma io lo
so.
- Non vero! - strill Fuller.
- Ma s, invece. Sono qui. - Brent sbotton la giacca e la
camicia mostrando una piccola borsa di pelle appesa a una
catenina che portava al collo. - Diavolo, ma mi hai preso per
un mentecatto? Pensi davvero che ti avrei lasciato scorrazzare
su un treno, sbronzo com'eri, con duecentocinquantamila
dollari addosso? Neanche per sogno. La prima volta che hai
perso conoscenza ho scucito il risvolto dei tuoi pantaloni con
una lametta e ho recuperato la chiave della tua cintura. Ho
tirato fuori i diamanti e li ho sostituiti con delle imitazioni
che mi ero portato dietro proprio a quello scopo. Poi ho
rimesso la chiave nei calzoni e li ho ricuciti con ago e filo che
mi sono fatto prestare dal facchino. Ho fatto un bel lavoretto,
anche se mi sono punto il dito diciassette volte mentre lo
facevo. Tu non ti sei accorto di nulla. Pensavo di dirtelo
quando ti fosse passata la sbronza, ma quando arrivato quel
momento la situazione mi sembrava gi molto sospetta.
- Stai mentendo! - strill Fuller istericamente.
Con un balz si avvent su Brent cercando di cavargli gli
occhi con le unghie. Brent indietreggi, barcollando, e
Lapswich sollev fulmineamente la lunga canna della sua
Luger. L'arma si abbatt sulla testa di Fuller con un colpo
secco e l'uomo cadde a faccia in gi nell'acqua bassa della
spiaggia.
- Ce l'ho fatta! - esclam Lapswich orgogliosamente. -
Dopo tutto, sono riuscito a combinare qualcosa, maledizione!
- Ottimo lavoro - si compliment Brent. - Lo tiri su
prima che affoghi. Pu riportarlo in citt. Io rimarr qui ad
approfondire la conoscenza con Joan. Credo che quella
ragazza abbia bisogno di un po' di conforto - concluse, e si
allontan nella nebbia.
Jack Ritchie
Lo storpio
"Manhunt", aprile 1958
Tra la met degli anni Cinquanta e la met degli anni
Ottanta, Jack Ritchie fu uno dei due o tre migliori autori di
racconti gialli. Ne pubblic alcune centinaia su svariate
riviste e raccolte, e alcuni dei pi belli sono compresi nelle
sue tre antologie: A New Leaf and Other Stories, un tascabile
del 1971, e due hardcover, The Adventures of Henry
Turnbuckle e Little Boxes of Bewilderment. Tutta l'opera di
Ritchie caratterizzata da quella che Anthony Boucher ha
definito "una precisione esemplare: non c' una parola
sprecata, e molte parole hanno pi significati". La
produzione di Ritchie ha per lo pi un carattere brillante e
umoristico, ma all'inizio della sua carriera egli scrisse
parecchi racconti molto pi pungenti, dei quali Lo storpio
uno dei pi efficaci.
B. P.
Pa' mi disse di tirare su la manica della camicia. - Pu
vederlo lei stesso - disse. - Il ragazzo ha il braccio tutto
storto. Gi adesso non lo usa quasi per nulla, e peggiorer col
passare degli anni.
Il signor Ward si sporse in avanti a guardare e il suo volto
massiccio non mostr alcuna reazione.
Pa' agit una mano. - Chiederemo il massimo che
possiamo ottenere. Non mi importa chi paga, se Peterson o la
sua assicurazione.
Il signor Ward si rigir il sigaro in bocca un paio di volte,
poi allung la mano per prendere la penna.
- Si chiama Henry Peterson - disse Pa'. Osserv il
signor Ward mentre scriveva. - Senatore Henry Peterson.
Il signor Ward e Pa' si fissarono per una decina di
secondi, poi un sorrisetto comparve sul volto del signor
Ward. - D'accordo - fece. - Vada avanti.
- Il mio ragazzo stava attraversando la strada quando fu
investito dall'auto del senatore - prosegu Pa'. - Uno di quei
macchinoni da cinquemila dollari.
Mi schiarii la voce. - Stavo giocando a pallone in strada.
Lo sguardo del signor Ward si pos su di me ma non ci
trov nulla di interessante. - Sta' zitto, ragazzo - disse.
- Io ero seduto sotto il portico e ho visto tutto -
continu Pa'. - Presi Freddie e lo portai da un dottore.
Il signor Ward giocherellava con la penna. - Come mai
non lo port all'ospedale? Di solito si fa cos, in casi come
questi.
Pa' alz le spalle. - Il dottore era pi vicino.
Il signor Ward sorrise e si gratt il mento. - Lei era
sconvolto. naturale. Un padre si preoccupa innanzitutto di
suo figlio e ha il diritto di perdere la testa. E Peterson cosa
fece?
Pa' accavall le gambe. - Venne con noi.
Mi torn in mente la faccia che fece il senatore Peterson
nel vedere il lurido ambulatorio del dottor Miller.
Il signor Ward diede un'altra occhiata al mio braccio. -
Quando successo tutto questo?
Pa' cambi posizione sulla sedia. - Circa due anni fa.
Il signor Ward ridacchi.
Pa' arross lievemente. - Pensavo che il braccio sarebbe
tornato a posto. Ma il ragazzo continuava a lamentarsi notte e
giorno. Alla fine l'ho portato da un altro dottore.
Il signor Ward tir una boccata dal sigaro e attese.
Pa' si pass la lingua sulle labbra. - Dovranno rompere il
braccio di Freddie e rimetterlo insieme un'altra volta. E
anche cos potrebbe restare corto com'.
Pa' scosse la testa e abbass gli occhi. - Il futuro del
ragazzo rovinato. Lo guardi. Deve aver perso dieci chili. Di
notte non riesce a dormire per il dolore.
Il signor Ward mi esamin. - Quanti anni ha?
- Quindici - fece Pa'. - sempre stato mingherlino.
Pa' estrasse una sigaretta da un pacchetto malconcio e se
l'accese. - Firmai un accordo con la compagnia di
assicurazioni di Peterson e mi diedero cinquecento dollari.
Avevo bisogno di quel denaro. Ma questo non significa niente
adesso, visto com' combinato il braccio.
Il signor Ward alz lo sguardo al soffitto. - Perch non fa
causa al dottore?
- Non si pu cavare sangue da una rapa - disse Pa'.
Il signor Ward fece un'altra risatina e torn a fissarlo. -
Quando incontreremo Peterson, sar meglio che si dia una
sbarbata. E si metta la cravatta.
Uscimmo dall'ufficio del signor Ward e scendemmo per
tre rampe di scale fino alla strada.
Quando arrivammo nei pressi del bar di Danny, Pa'
rallent e si cont gli spiccioli in tasca. Si lecc i baffi, ma io
sapevo che non sarebbe entrato. Danny fa pagare un bicchiere
trentacinque centesimi. Da O'Brien puoi averlo per venti.
Al numero trentotto attraversammo la strada per non
passare davanti a Ricco. Pa' evita di farsi vedere da quelle
parti da quando ha fatto a botte con Louie Milo che frequenta
quel locale.
Entr da O'Brien e io gli andai dietro.
Il signor O'Brien aspett che Pa' mettesse i soldi sul
bancone prima di servirlo. Poi mi guard. - Fuori dai piedi,
ragazzo.
Pa' sbadigli. - Hai sentito, Freddie?
- Non sto facendo niente - risposi.
Il signor O'Brien si sporse sul bancone. - Muoviti, prima
che ti cacci via a pedate.
Pa' scol il suo bicchiere e mise qualche altro spicciolo
sul banco.
Lo osservai per qualche istante, poi uscii e mi avviai
verso casa.
Il braccio mi faceva molto male. sempre cos quando c'
molta umidit.
Salii al primo piano dove abitavamo io e Pa'. Nel frigo
c'era un mezzo barattolo di olive e un po' di burro. C'era
anche un pomodoro, ma era andato a male. Trovai un po' di
pane e mangiai qualcosa prima di uscire di nuovo.
Turk, Pete e Gino stazionavano nei pressi della drogheria
di Harrigan, con indosso i loro giubbotti Red Hawk.
Una volta ero quasi riuscito a procurarmene uno. Avevo
otto dollari, ma era passato molto tempo ormai.
Non badarono a me quando spuntai fuori e mi appoggiai
al muro accanto a loro.
Pete tir fuori le sigarette e pass il pacchetto a Turk e
Gino. Io stesi la mano, ma Gino restitu il pacchetto a Pete.
Pete li fece accendere.
- Una volta ho letto com' nata la faccenda - dissi. -
Sapete, il fatto che porta sfortuna accendere in tre con lo
stesso fiammifero. Fu nella Prima Guerra Mondiale, se tenevi
acceso un fiammifero il tempo necessario per accendere tre
sigarette, un cecchino tedesco riusciva a individuarti.
Non mi guardarono neanche, e capii che nessuno era
interessato alla mia storia.
Lasciai passare qualche istante, poi dissi: - Ho visto due
dei Golden oggi. Ho attraversato il loro territorio.
Gino mi fiss. - E allora gli hai sbattuto la testa l'uno
contro l'altro, non vero, Freddie?
Stavo per dire qualcosa, ma cambiai idea. Scrollai le
spalle. - Non volevo provocare nessuno. Mi sarebbero saltati
addosso.
- Mi sorprendo di te, Freddie - fece Turk. - Sei un tipo
cos coraggioso. una dote di famiglia.
Gino toss tirando una boccata. - Credevo di morire dal
ridere quando ho visto il piccolo Louie inseguire il pap di
Freddie fuori da Ricco. Fila proprio come un razzo quando se
la fa sotto, vero Freddie?
Vidi passare le sorelle Poulo e cercai di pensare
rapidamente a qualcosa da dire sul modo in cui dimenavano i
fianchi, ma non mi venne in mente nulla.
La Chevvy rossa cromata di Kelly si affianc al
marciapiede e Pete, Turk e Gino salirono a bordo. Pensavo
che ci fosse posto per un'altra persona, ma Gino chiuse la
portiera.
Se ne andarono e io rimasi a guardarli finch svoltarono
l'angolo.
Pa' torn a casa verso le dieci con Willie Bragan. Avevano
una bottiglia di birra con s e si misero a parlare del lavoretto
che avevano in programma per sabato sera. Chiesi se potevo
fare da palo, ma Pa' mi disse di chiudere il becco.
Quando ebbero discusso tutto quanto e non ci fu pi
birra, Bragan and a casa.
Prima di andare a letto Pa' guard sotto l'orologio della
cucina. Faceva sempre cos da quando ci aveva trovato gli otto
dollari che avevo messo da parte per il giubbotto.
Mi preparai un po' di pane e burro e mi misi alla finestra
a guardare. Fuori c'era un po' pi di silenzio e il traffico si
andava diradando.
Pa' si svegli a mezzogiorno. Quando fu uscito presi lo
straccio e diedi una pulita. Poi andai a letto.
All'incontro erano presenti il senatore Peterson con il
signor Jenkins, l'avvocato della sua assicurazione, e il signor
Ward.
Pa' sembrava furioso. - Ha visto le radiografie. Il ragazzo
rester storpio per tutta la vita.
Il signor Jenkins sfogli alcune delle carte che teneva
sulle ginocchia. - Questo dottor Miller che ha sistemato il
braccio al ragazzo ha perso la licenza parecchi mesi fa per
pratiche illecite.
- Come diavolo facevo a sapere che razza di medico
fosse? - disse Pa'. - Sulla porta c'era scritto "Dottore". Avrei
dovuto lasciar gi il ragazzo e andare prima a controllare
presso l'Associazione dei Medici?
Il tono del signor Jenkins era secco. - Come mai lo ha
scelto?
Il signor Ward si schiar la gola. - Come ha precisato il
mio cliente, il dottor Miller era il soccorso pi vicino che ci
fosse a disposizione.
Il senatore Peterson aveva i capelli brizzolati e circa la
stessa et di Pa'. Ma aveva la pelle liscia.
Punt gli occhi su Pa'. - A quanto pare, al dottor Miller
che bisogna fare causa.
Il signor Ward sorrise. - Il dottor Miller sparito poco
dopo aver perso la licenza. Abbiamo fatto una ricerca
accurata, ma non se n' trovata traccia.
Pa' punt il dito verso il senatore Peterson. - lei
l'unico responsabile. la sua macchina che ha investito il
ragazzo.
Il signor Jenkins sospir. - Non vedo alcun argomento
valido a suo favore. Al momento dell'incidente lei si rifiut
recisamente di far trasportare il ragazzo in ospedale. Si
rifiut di farlo esaminare dai nostri sanitari. Inoltre, firm un
accordo che escludeva ogni pretesa successiva, in base al
quale ricevette cinquecento dollari. Date le circostanze, n la
mia compagnia n il senatore Peterson possono essere
ritenuti responsabili degli errori del dottor Miller.
Ci fu silenzio per un po', poi il signor Ward si lev il
sigaro dalla bocca. - Forse non siamo proprio in una botte di
ferro, dal punto di vista legale. - Guard il senatore
Peterson. - Suppongo che lei abbia intenzione di ricandidarsi
al Senato. Non crede che questa pubblicit possa
danneggiarla?
Il signor Jenkins e il senatore Peterson si scambiarono
un'occhiata.
- Capisco - disse Jenkins. Ripose i documenti nella
valigetta e si alz. - Andiamo, senatore?
Il senatore Peterson non lo degn di uno sguardo.
Il signor Jenkins fece un sorriso tirato. - In ogni modo,
la mia compagnia non candidata al Senato.
Si avvi verso la porta e usc.
Ma il senatore Peterson rimase.
Era scesa la sera e non avevo voglia di andare al cinema.
Mi comprai della cioccolata e me ne tornai a casa. Salii per la
scala antincendio e mi piazzai sotto la nostra finestra.
Udii delle voci in cucina e mi sollevai appena per dare
un'occhiata all'interno.
Il dottor Miller e Pa' avevano una bottiglia sul tavolo e
bevevano. Riconobbi l'etichetta, era una marca molto costosa.
Il dottor Miller si riemp il bicchiere. - Il ragazzo qui
in giro?
Pa' si accese un sigaro. - No. Gli ho dato un dollaro e gli
ho detto di andarsene al cinema. - Batt una mano sul
tavolo. - Quel bastardo di Ward si preso il quaranta per
cento. Ha detto persino che eravamo fortunati che non ci
chiedesse di pi.
Il dottor Miller era calvo e portava degli occhiali che
facevano sembrare i suoi occhi grandi il doppio. Alz le
spalle. - una rapina, ma non possiamo farci niente. Questo
affare ci ha fruttato pur sempre dodicimila dollari, e faremo a
met.
Buttai via la cioccolata. Mi accorsi che stavo cominciando
a sudare.
La faccia di Pa' era paonazza. - Seimila schifosissimi
dollari. Ecco tutto quel che ci ho guadagnato a sentir frignare
quel ragazzo per due anni.
Scossi la testa. Non era affatto vero. Io non frignavo.
Il dottor Miller estrasse un sigaro dalla scatola che era
sul tavolo. - Bisognava aspettare almeno un paio d'anni. Te
lo dissi fin dall'inizio. Dovevamo dare al braccio il tempo di
peggiorare.
Pa' batt col pugno sul tavolo. - Per la verit, avrei
diritto a pi del cinquanta per cento. Fu mia l'idea, appena
vidi quant'era lussuosa la macchina che aveva investito
Freddie.
Il dottor Miller si mise a ridere. - Diamine, il ragazzo ci
ha guadagnato solo un biglietto per il cinema. Accontentati
del fatto che non sa che cosa gli hai combinato. Potrebbe
venirgli la voglia di tagliarti la gola una di queste sere.
Mi aggrappai forte con la mano buona alla gelida
ringhiera della scala antincendio. C'era un grosso coltello nel
cassetto della cucina. Avrei atteso che il dottor Miller andasse
via e Pa' si fosse addormentato. Poi avrei agito.
Il dottor Miller si trattenne per un'altra ora prima di
andarsene. Io rimasi in attesa, seduto sulla scala a guardare
Pa' che beveva. Pensai che entro le undici probabilmente ne
avrebbe avuto abbastanza.
Poi mi ricordai che era sabato, e che lui e Bragan avevano
progettato un colpo.
Mi domandai se Pa' sarebbe riuscito a evitarlo.
Probabilmente preferiva non rischiare per una piccola
somma, ora che aveva i seimila dollari. Ma non poteva dirgli
che aveva il denaro. Non puoi fare una cosa del genere con
Bragan, se ci tieni ai tuoi soldi.
Willie Bragan arriv alle dieci e Pa' sembr sorpreso.
Probabilmente si era dimenticato che era sabato.
Bragan guard la bottiglia di whisky e i sigari. - Pensavo
che fossi al verde.
Pa' si inumid le labbra. - Un tizio mi ha restituito i
cinquanta che mi doveva.
Bragan grugn. - Da quando in qua ti sei messo a fare
prestiti?
Pa' sembrava nervoso. - Un vecchio amico.
Bragan non la bevette, ma alz le spalle. - Ne parliamo
dopo. Andiamo, ora. Ho il camion qui sotto.
- Lasciamo perdere , Willie - piagnucol Pa'. - Non
sono molto in forma stasera.
Bragan fece un mezzo sorriso e prese una manciata di
sigari dalla scatola.
Pa' non grad, ma Bragan piuttosto grosso ed meglio
non discutere con lui.
- Sul serio, Willie, tutto il giorno che sto da schifo.
Bragan annus uno dei sigari. - Prenditi due aspirine.
Li guardai mentre salivano sul camion, poi scesi per la
scala antincendio.
Faceva freddo in strada e io mi misi a camminare. Pa' non
sarebbe stato di ritorno per tre o quattro ore e io non potevo
aspettare cos a lungo. Non con quello che avevo per la testa.
Non so quanto tempo pass, ma a un certo punto mi
trovai in una lunga strada buia, con dei magazzini su
entrambi i lati. Ero un po' stupito di essere arrivato fin l, ma
gi che c'ero mi sedetti nel vano di una porta e mi misi a
guardare il capannone che sorgeva quasi alla fine dell'isolato.
Un poliziotto sbuc dall'angolo in fondo alla strada.
Procedeva lentamente, indirizzando la luce della torcia verso
l'ingresso dei magazzini.
A un certo punto si ferm di fronte al capannone che
stavo osservando. Parve tendere l'orecchio, poi estrasse la
pistola dalla fondina. In punta di piedi si avvicin all'ingresso
del magazzino e rimase in ascolto per un altro mezzo minuto.
Mi domandai se dovessi fare qualcosa, ma poi rammentai
quel che avevo sentito sulla scala antincendio e rimasi
immobile.
Il poliziotto apr di colpo una delle porte scorrevoli e
salt dentro. La luce filtr all'esterno e vidi l'ombra
dell'uomo allungarsi sulla strada.
Attesi qualche istante, poi mi alzai e mi diressi verso la
porta spalancata.
Il poliziotto mi voltava le spalle, fermo sulla soglia con la
sua pistola.
Pa' e Bragan erano di fronte a lui con le mani sopra la
testa. La faccia di Pa' era bianca e il suo socio aveva
un'espressione cupa. Accanto a loro c'era il grosso camion di
Bragan, carico a met di ricambi per automobili e di
pneumatici nuovi raccolti nel magazzino.
Bragan spost lo sguardo nella mia direzione e mi vide.
Il poliziotto se ne accorse e fece un balzo di lato come un
gatto impaurito, agitando la pistola a destra e a sinistra per
tenerci sotto tiro. - Va' l insieme agli altri.
Scossi la testa. - Io non c'entro. Stavo solo passando di
qui.
Il poliziotto si fece una risata acida. - Alle due del
mattino, ragazzo? Stronzate! - Agit di nuovo la pistola. -
Mani in alto.
Sollevai il braccio destro. - Non posso alzare l'altro.
Guard il mio braccio corto e fece una smorfia. - Cos
avete messo uno storpio a fare da palo. Forse buono solo
per quello. Non vi sarebbe di grande aiuto per caricare le
gomme sul camion.
Guardai il poliziotto e mi accorsi che aveva gli stessi
occhi giallastri di Pa'.
Pa' deglut. - Ascolta, possiamo metterci d'accordo.
Il poliziotto sogghign. - Molto bene. Sono solo un
misero poliziotto. Il mio stipendio non gran cosa.
Dal tono di voce avrei detto che stava solo facendo finta,
ma Pa' ci prov comunque.
- Cinquecento- disse. - Posso arrivare a cinquecento.
Il poliziotto continu a sogghignare. - Va' avanti.
Pa' era in un bagno di sudore. Aveva dei precedenti, e
sarebbero stati guai per lui se fosse finito davanti al giudice.
- Mille - propose. - Posso procurarteli in un giorno solo.
Anche Bragan lo stava fissando ora e si chiedeva,
immagino, se Pa' stesse fingendo o se avesse davvero quel
denaro. Forse stava ripensando al whisky e ai sigari.
Lo sguardo del poliziotto esplor l'immenso stanzone e si
pos sul telefono agganciato al muro.
La voce di Pa' divenne stridula. - Duemila - disse. -
Tremila.
Per un attimo il poliziotto parve interessato. Poi, dopo
avergli dato un'altra occhiata, stabil che probabilmente Pa'
non poteva disporre di una somma del genere.
Il poliziotto non era in grado di tenere tutto sotto
controllo: Bragan, Pa', me e il telefono. Forse decise che io
ero il meno importante.
Mi perse di vista per qualche secondo mentre si avviava
verso il telefono.
Ora Pa' mi stava guardando e i suoi occhi chiedevano
aiuto.
Non c'era molto tempo e dovevo decidermi. Esitai per un
attimo, poi mi chinai e afferrai un attrezzo di metallo
appoggiato al muro. Lo scagliai con tutte le mie forze e
l'attrezzo si abbatt con violenza sul cranio dell'agente.
Bragan fu il primo a riprendersi dallo shock. And verso
la porta e la chiuse. Poi si inginocchi accanto al corpo. Dopo
un attimo alz lo sguardo. - morto.
Annuii e buttai via l'attrezzo.
Pa' stava tremando. - stato il ragazzo. Noi non
c'entriamo.
Bragan si alz in piedi. - Ci siamo dentro proprio come
lui. Siamo complici, ormai.
Tir su l'attrezzo e lo ripul dalle mie impronte con il
fazzoletto. - Bene - disse. - Andiamo.
Spalanc le grosse porte del magazzino. Io mi misi da
parte e li guardai mentre salivano sul camion. Pa' sporse la
testa fuori dal finestrino. - Maledizione - mi grid. - Salta
su.
Restai l per qualche istante, incerto. Ne avevo piene le
tasche di lui. Non sapevo se avevo ancora voglia di stargli
dietro, non sapevo neanche perch gli ero stato dietro per
tutto quel tempo...
- Per amor di Dio, figliolo, salta su - ripet, e vidi i suoi
occhi spaventati saettare in direzione di Bragan.
Pa' avrebbe avuto dei problemi con lui per quei seimila
dollari. Poteva aver bisogno di me. E mentre ci pensavo,
capii il motivo per cui ero rimasto con lui: perch nessun
altro al mondo aveva mai avuto bisogno di me, o mi aveva mai
voluto per qualunque motivo, e io avevo un disperato bisogno
che qualcuno avesse bisogno di me...
- D'accordo - risposi. - D'accordo, Pa', vengo.
Wade Miller
Gli spaiati
"The Saint Mystery Magazine", luglio 1960
La prolifica coppia di autori formata da Bob Wade e Bill
Miller si ciment con diversi tipi di narrativa gialla dalla
met degli anni Quaranta ai primi anni Sessanta. Con lo
pseudonimo di Wade Miller i due scrissero sei eccellenti
romanzi hard-boiled con protagonista il detective di San
Diego Max Thursday; il primo episodio, Guilty Bystander
(1947) venne paragonato a Io, la giuria di Spillane e fu
portato sul grande schermo nel 1950, interpretato da
Zachary Scott. Con lo pseudonimo di Whit Masterson, Wade
e Miller pubblicarono diversi romanzi di suspense non
seriali fra cui Contro tutti, da cui Orson Welles trasse il
magnifico L'infernale Quinlan. (Dopo la prematura morte di
Miller nel 1961, per parecchi anni Wade continu a produrre
ottima narrativa di suspense con il nome di Masterson.) Tra
i pochi racconti scritti dalla coppia, uno dei migliori questo
estratto da "The Saint Mystery Magazine", brevissimo e solo
apparentemente semplice. Nel corso della lettura vi
convincerete di aver capito perfettamente cosa sta
succedendo, ma potreste rimanere sorpresi da quella piccola
punta di veleno nella coda...
B. P.
Non capitava spesso che qualcuno lo notasse, e fu per
questo che avvert cos nitidamente lo sguardo della donna su
di lui. Era solo, seduto sul divano a due posti, quando lei
pass sotto la volta e gli diede una prima occhiata. Doveva
sembrarle impacciato e smarrito, pens, anche se lui riteneva
di essere semplicemente chino con aria meditabonda sul
drink seminascosto dalle mani enormi.
Lei aveva gi il respiro pesante quando si fece strada a
fatica tra la musica, l'allegro brusio dei gruppetti immersi
nella conversazione e la cappa un po' opprimente del fumo
delle sigarette. Poi intravide il segno che lui aveva sul collo e
allung il passo verso di lui.
-I Longley hanno organizzato proprio una bella festa,
non trovi? - gli disse sfoderando un ampio sorriso destinato
chiaramente a impressionarlo.
- Gi - replic lui, lanciandole uno sguardo sospettoso.
La ragazza che aveva di fronte era pallida e magra, e lo
guardava con occhi scintillanti. Indossava una gonna di lana e
una maglia con le maniche lunghe abbottonata fino alla gola,
e non era male, anche se non proprio un tipo appariscente. Si
decise a rivolgerle un breve, timido sorriso.
- Be', io ho intenzione di sedermi, che tu me lo chieda o
no - lo inform lei. Si accomod, e lui si sent sfiorare dal
suo fianco morbido. - Mi chiamo Janis.
Lui si present come Ray Turrebon. - Chiedo scusa, sono
un po' lento in queste cose, ma all'inizio mi hai preso di
sorpresa, poi mentre ti guardavo mi venuto in mente che
avrei dovuto controllare che il tuo bicchiere non fosse vuoto...
Janis e poi?
- Ci sono varie risposte possibili. Ho alle spalle almeno
due matrimoni lampo che si sono rivelati un totale
fallimento. Sei sicuro di volerlo sapere? Ma forse ti sto
scandalizzando, Ray.
- Non proprio - afferm lui. - solo che sono ancora
sorpreso... che qualcuno mi abbia preso di mira.
Lei inclin la testa verso di lui, con un gesto vezzoso. -
Mi fai sentire un'arpia. Si balla nella stanza dei giochi, lo sai?
- prov a suggerire.
- S, lo so. Ma non stiamo gi bene qui?
- Ma certo. Chiedevo soltanto. - Sfior il bicchiere di lui
con il proprio e bevve come se stesse brindando a qualcosa. -
Sei arrivato molto tardi, e appena ti ho visto ti ho giudicato
un tipo modesto, introverso e pieno di segreti.
Lui rise, poco pi di uno sbuffo senza allegria, e si
osserv il vestito. - Mi considero appena presentabile, se
questo che intendi, in un'occasione come questa.
- Allora non sei venuto qui spesso?
- Solo una volta, prima d'ora.
Lei ne sembr deliziata, il che lo impensier. Sent il
bisogno di spiegarle che lavorava come ragioniere praticante
nella ditta di Longley. Le disse del diploma, dei tre anni di
praticantato necessari per ottenere la qualifica di RALP, degli
esami in quattro sessioni, molto pi rigorosi di quelli di
abilitazione degli avvocati, che si tenevano due volte all'anno.
Superi la prima, e non ne hai alcun vantaggio. Superi la
seconda, e ti resta la preoccupazione per le altre due. Be', ora
lui ne aveva gi passate tre, dunque gli rimaneva solo
l'ultima, l'esame di Teoria, il terribile appello di met anno
era di nuovo alle soglie, inesorabile, e lui stava studiando a
pi non posso. L'ultimo guado da attraversare, qualche mese
di praticantato da fare, e finalmente avrebbe potuto fregiarsi
del titolo di Ragioniere Abilitato all'esercizio della Libera
Professione. Per inciso, nel corso della conversazione le disse
che era scapolo.
Lei era un'eccellente ascoltatrice, e tuttavia lui aveva la
sgradevole sensazione di essere sotto esame. - Dev'essere
una vita piuttosto solitaria - fu il suo giudizio.
Il racconto delle sue prospettive di carriera lo aveva
stimolato. Cautamente fece scivolare una mano sopra quella
di lei, che aveva le dita ghiacciate a forza di reggere il suo
drink.
Lei appoggi la testa sullo schienale, con un languore che
lui giudic fasullo. - Io sono solo una delle assistenti
dell'arredatore della signora Longley. la prima volta che mi
invitano a una di queste feste, Ray. Evidentemente qualcuno
mi ha trovato interessante. - Prima che lui riuscisse a
formulare una risposta galante, aggiunse: - Io credo che ci
abbiano scelto perch siamo spaiati.
- Che vuoi dire?
- Per la festa. Cos se all'ultimo momento viene a
mancare una persona di un sesso o dell'altro, tutti possono
essere adeguatamente accoppiati. Alla padrona di casa
servono un ragazzo e una ragazza scompagnati, nel caso ce ne
fosse bisogno. Capisci?
- Non ti sembra che siamo un po' troppo vecchi per
essere definiti un ragazzo e una ragazza?
Lei sorrise ancora una volta. - D'accordo, caro. Diciamo
un uomo e una donna. Va meglio cos? Che cos' che ti
tormenta, non vuoi dirmelo?
- La tua eccitazione. Sei su di giri dal primo istante in
cui mi hai abbordato. E non tentare di prendermi in giro
dicendo che emano un fascino particolare, o cose del genere.
Le donne non hanno mai mostrato questo tipo di interesse
per me, finora.
Lei abbass pudicamente gli occhi, per dimostrare che
non intendeva prendere in giro nessuno. - Le notizie mi
eccitano, mi eccita sempre sapere quello che succede alle
altre persone. Poco prima che ci incontrassimo, ho
abbandonato per un attimo la festa. Non sono uscita dalla
casa, o altro. Sono entrata in punta di piedi nella stanza dei
bambini e ho acceso il loro televisore, a volume bassissimo in
modo da non svegliarli. Volevo guardare il notiziario delle
dieci.
Lui sogghign. - Un notiziario... ci vuol poco per
eccitarti. Ebbene, cosa succede nel mondo?
- Proprio qui, in citt... - Lei si appoggi alla sua spalla,
sfiorandogli la guancia con il suo respiro caldo. - Quel tizio
con il punteruolo da ghiaccio ancora in circolazione. Ha
aggredito un'altra donna stasera. la quarta in tre settimane.
Quel contatto cos ravvicinato, quella spudoratezza lo
turbavano profondamente; ciononostante, lui alz le spalle: -
Non so di cosa parli. Temo di non essere molto aggiornato su
quello che si dice sui giornali.
- Oh, Ray, come fai a non saperlo? Non ha ancora ucciso
nessuno, ma tutte le donne della citt hanno paura di uscire
sole la notte, ormai. Temono di essere assalite e di vedersi
bucherellare il loro prezioso corpicino.
- Molto interessante. - Lui le lasci andare la mano
gelata, e lei gliela fece scivolare, con grande naturalezza,
sulla gamba. - Be', se hai un cos profondo e pressante
interesse per il delitto, si d il caso che ci sia un
viceprocuratore distrettuale qui fra noi stasera.
- Oh, quello! Odio i burocrati. Mi piace la gente vera,
senza ruoli da sostenere. Che c' di male nel voler fare
amicizia con te? Tu fai parte della gente vera. - Il
ragionamento, riconobbe lui, non faceva una grinza. Su
richiesta della donna, and nella stanza dei giochi a farsi
riempire i bicchieri. Quando torn, fu lieto di vedere che lei
era rimasta ad aspettarlo sul divano, un divano per due sole
persone.
- Il crimine contagioso - disse lei per prima cosa -
specie quello sessuale. Stimola le persone a parlarne, a
pensarci. Immagino che ogni essere vivente debba avere una
vena di perversione.
- Bevi il tuo drink - disse lui. - Tu hai una vena di
loquacit.
- questo che mi rende cos dannatamente affascinante.
- Lo fiss e obbed. Anche lui butt gi qualche sorso del suo
drink. Lei riprese: - Non che io biasimi del tutto quel povero
ragazzo. Hai mai pensato alla vita, alla monotonia della vita,
come a un autentico, lento stillicidio? Cio, l'angoscia non
nulla, l'infelicit accettabile, ma il nulla dev'essere
intollerabile. Oh, Ray, se solo ci penso mi viene da piangere.
- Per l'amor di Dio, non farlo. - Le mise un braccio
intorno alle spalle e lei si mise comoda, appoggiandosi a lui.
A quel punto gli chiese a cosa stesse pensando, e lui si rifiut
di confessarglielo. - Mi limiter a dirti che ti si addice molto
questa posizione.
- L'arredo d'interni - mormor lei -conferisce un
occhio attento ai dettagli. Tra tutti i presenti alla festa, io
non ti ho visto. Sei arrivato dopo.
- Stavo studiando quella dannata Teoria. Ho perso la
nozione del tempo.
- Non interrompermi, tesoro. La prima cosa che ho
notato in te stata quella scalfittura su un lato del collo.
Come se una donna ti avesse graffiato con le unghie. Hai
litigato con una donna?
Lui sbuff. - Credo che nessuno si sia mai interessato a
me fino a questo punto.
- Allora preferisci tornare dagli altri?
A lui piaceva tenerla tra le braccia, gli sembrava quasi di
sentire il sangue scorrere in quelle membra sottili. Tuttavia
disse, senza lasciarla andare: - Ti stai prendendo una bella
sbronza, mia cara.
- l' emozione, tesoro.
- C' un cespuglio di rose proprio accanto ai gradini
d'ingresso del palazzo in cui abito. Se domani la padrona di
casa non lo pota, le taglio la gola. Quel roseto mi ha quasi
staccato la testa quando sono uscito stasera, per venire alla
festa.
- Sono contenta che tu l'abbia fatto. - Con un lievissimo
movimento del capo, lo baci all'angolo della bocca. - Hai
qui la macchina?
- a riparare. Ho preso l'autobus.
- Bene. Ho la mia qui davanti, una decappottabile
piuttosto vistosa. Le rate mi stanno uccidendo ed un vero
tormento nelle serate fredde, ma va bene per andare avanti e
indietro.
Lui percepiva nitidamente il rapido pulsare del cuore di
lei e si augurava che servisse a celare il batticuore da
adolescente che lui stesso provava. - Avanti e indietro da
dove?
- Dal mio appartamento, caro, ovvio. Insomma, si pu
dire che mio nel senso che la mia coinquilina star via di
sicuro per l'intero weekend. I miei drink sono migliori di
questi beveroni, quindi non sarebbe male se sgattaiolassimo
fuori di qui e ce ne andassimo dove possiamo stare soli, non
credi? Mi sembra di aver capito che tu vivi in una specie di
stanza in affitto; non ti piacerebbe passare un po' di tempo in
un appartamento di sole ragazze? Tutto rigorosamente
femminile?
Lui fece il massimo sforzo per controllare la propria voce.
- Tutto quello che voglio baciarti dove non ci sia una folla
di gente che passeggia avanti e indietro.
- Prendo la mia roba. - Lei si sciolse dall'abbraccio ed
entrambi si alzarono, guardandosi negli occhi. - Ti far
dimenticare il mio abbigliamento di stasera, gonna e
maglione. Ti ho visto mentre spiavi alcune delle ragazze che
giravano qui intorno, con quelle spalle nude, schiene nude, e
cos via. Per la verit non mi sentivo molto sexy stasera, fin
quando non ho messo gli occhi su di te. - Mentre si
allontanava, si volt: - Sai, anche il simbolismo del
punteruolo mi affascina. Non ci hai mai pensato?
- L'unica cosa che mi venuta in mente come diavolo
sia riuscito quel tizio a procurarsi un punteruolo da ghiaccio
di questi tempi. Cominciavo a credere che fosse un arnese
ormai passato di moda. Ma suppongo che lo si trovi nei
negozi di ferramenta.
Lei sorrise e spar. Per senso di responsabilit nei
confronti di Longley, lui si mescol al gruppo pi vicino,
seguitando a pensare alla grazia ondeggiante del corpo di lei
e alle stravaganti elucubrazioni della sua mente. Casualmente
in quel gruppo si trovava il viceprocuratore distrettuale, che
era appena stato richiamato in ufficio per ragioni di lavoro.
Subito lui si mise ad ascoltare con grande attenzione.
Janis riapparve con una giacca sul braccio. Lui la prese
sotto braccio con un gesto possessivo, guidandola verso la
porta. - A completamento della tua serata - disse - ho una
notizia fresca fresca per te. Il tuo uomo con il punteruolo
appena stato preso e ha confessato tutto. Fa il manovale in
una ditta di costruzioni, ha moglie e quattro figli. Allora, che
ci trovi di simbolico in tutto questo?
Il viso di lei si irrigid. - Stai mentendo. Non bello da
parte tua. Lo fai apposta.
- Non essere sciocca. Il viceprocuratore appena uscito.
Il caso chiuso.
Lei lo fiss per un lungo istante, poi si stacc da lui. -
Scusami, ho dimenticato qualcosa nella stanza della bambina.
Spar di nuovo. Dopo un po' lui cominci a cercarla.
Prov a dare un'occhiata fuori, ma automobili che si
potessero definire decappottabili vistose non ce n'erano pi.
And a porgere i suoi omaggi alla signora Longley, ma lei non
conosceva l'indirizzo di Janis e non ne ricordava il cognome.
Decise di lasciar perdere.
Al bar si mise a chiacchierare con l'uomo che preparava i
drink, con lo sguardo puntato sul grosso secchiello del
ghiaccio. - Non usate pi il punteruolo da ghiaccio voi
baristi, vero?
- Per carit! Ce lo danno gi in cubetti, altrimenti credo
che smetterei di fare questo lavoro. Abbiamo questi
tritaghiaccio per alcuni tipi di cocktail, quelli preferiti dalle
signore... - Gli mostr una piccola tenaglia con dei recipienti
di metallo applicati alle ganasce. - Ah, e poi c' questo
apparecchio elettrico per tritare il ghiaccio molto fine.
- Capisco. Pensavo che magari, se avesse avuto un
punteruolo, avrebbe potuto vendermelo.
- Temo di no. E poi non sarebbe neanche mio.
- Ha ragione. Era solo un'idea, e neanche molto buona.
- Ordin un altro drink e torn a mescolarsi agli invitati.
Day Keene
Niente di cui preoccuparsi
"Chase", 1945
Day Keene stato il prototipo dello scrittore
commerciale. Cominci con i radiodrammi negli anni Trenta,
pass alle riviste pulp negli anni Quaranta e divenne una
colonna della nuova editoria economica degli anni
Cinquanta. Negli ultimi anni della sua vita approd alle
edizioni cartonate, e almeno due dei suoi romanzi furono
autentici bestseller; uno dei due, Chautauqua, era un libro di
eccezionale qualit. Scrisse troppo, in modo spesso
trasandato e talvolta banale, ma anche le sue opere minori
rivelano un'intelligenza sottile e ironica. Negli ultimi anni i
suoi libri sono tornati di moda, ed giusto perch fu un
ottimo scrittore. Qualcuno si lamentato dello pseudonimo
da lui scelto,"Day Keene"; voi cos'avreste fatto, se il vostro
vero nome fosse stato Gunard Hjerstedt?
E. G.
Se era possibile indovinare i pensieri che si agitavano
dietro la fronte nobile e spaziosa del viceprocuratore Brad
Sorrel, nessuno di coloro che viaggiavano con lui nella cabina
passeggeri del volo Washington-Chicago se ne accorse,
mentre l'aereo girava intorno al Cicero Airport quindici
minuti dopo la mezzanotte. La hostess ne valut le ampie
spalle, le tempie brizzolate e la risata calorosa, e pens che la
donna da cui stava tornando era davvero molto fortunata. Il
suo vicino di posto lo trov affabile e intelligente.
Mai nel corso del volo, n durante le ore precedenti, c'era
stato qualcosa nella voce o nel comportamento di Sorrel che
potesse indurre qualcuno a dire: "L'avevo capito. Era
nervoso, non riusciva a concentrarsi. La sua conversazione
aveva un tono forzato. Parlava e agiva come un uomo che sta
per uccidere sua moglie".
Quella di Sorrel non era una decisione improvvisa. Aveva
preso spesso in considerazione l'idea di uccidere Frances, e
solo il fermo rispetto della legge che lui stesso rappresentava
l'aveva trattenuto. In nome dello Stato, aveva chiesto e
ottenuto la vita di troppi uomini per non tenere alla propria.
Per quanto la sua situazione matrimoniale fosse divenuta
intollerabile, era preferibile all'affrontare una giuria senza
avere il diritto di arringarla.
Le scritte luminose VIETATO FUMARE e ALLACCIARE LE
CINTURE DI SICUREZZA lampeggiarono sopra la porta della
cabina di pilotaggio. Le luci della pista vennero incontro
all'aereo.
- Ci siamo - pens Sorrel. - Tra venti minuti, trenta al
massimo, Frances sar morta. Poveretta.
Il suo vicino di posto stava finendo di raccontare la
complicata controversia e l'animata discussione che lo
avevano opposto all'Ufficio per il controllo dei prezzi. Sorrel
gli dedicava solo met del suo cervello, esprimendogli
calorosa solidariet, assicurandogli che aveva fatto bene, che
non poteva durare per sempre, che senz'altro il settore
privato era destinato a espandersi.
L'altra met del suo cervello passava in rassegna le cose
da fare. Non sarebbe stato piacevole. Cercando una soluzione
al suo problema aveva vagliato, soppesato e valutato il
limitato numero di sistemi a disposizione per commettere
l'omicidio. Aveva scartato quasi subito quelli considerati pi
ingegnosi: incidente stradale, suicidio, morte accidentale.
Lasciavano troppi margini di fallimento; raramente avevano
successo. E c'era un motivo. Per quanto scaltro potesse essere
l'assassino, mai o quasi mai riusciva a tenere testa all'azione
combinata dei vari settori della legge: tecnico, esecutivo,
giudiziario.
L'investigazione, il processo e il giudizio su un crimine
erano diventate quasi delle scienze esatte.
L'arte di uccidere - le tre M: mezzo, metodo, movente -
non era cambiata molto nel corso della storia dell'uomo. Per
togliere la vita bisognava ancora sparare, accoltellare,
annegare, picchiare, strangolare o avvelenare la parte
avversa. E nonostante i cambiamenti sostanziali intervenuti
nell'arte di vivere, il pi antico sistema conosciuto per
uccidere - colpire il soggetto da eliminare con il primo
oggetto che capita tra le mani - era ancora il pi difficile da
investigare, sempre che, naturalmente, il soggetto che aveva
inferto il colpo potesse ragionevolmente sostenere di trovarsi
altrove in quel momento.
Era quello il sistema scelto da Sorrel, al termine di
un'attenta riflessione. Aveva persino selezionato l'arma, uno
dei pesanti candelieri di vetro intagliato che si trovavano sul
tavolo da toletta di Frances.
- Murphy. Il mio nome J. P. Murphy - si present il
suo vicino, stringendo energicamente la mano di Sorrel. -
stato un piacere conoscerla, procuratore. E se decide di
candidarsi per un posto al Senato, come si ipotizza sui
giornali, pu senz'altro contare sul mio voto.
La risata cordiale di Sorrel risuon nell'aeroplano. -
Grazie. Me ne ricorder, Murphy.
Aveva solo la sua valigetta come bagaglio. La hostess
insistette per tirarla gi dal vano portaoggetti al posto suo.
Lui le infil di nascosto una banconota nel taschino della
divisa. - Buon viaggio - disse sorridendo. - E grazie.
- Grazie a lei, signor Sorrel! - L'hostess ricambi il
sorriso. Non si incontravano spesso uomini cos piacevoli. Di
solito la mano che allungava la mancia indugiava, toccava,
cercando di far fruttare almeno in parte il proprio
investimento.
Uscendo dall'aereo, Sorrel si ferm per un istante a
respirare l'aria della notte. Il bel tempo teneva ancora. Non
faceva n troppo caldo n troppo freddo.
Scese dalla scaletta e alz una mano per salutare il pilota
mentre passava davanti al muso del velivolo. Lo faceva
sempre in occasione dei suoi frequenti viaggi. Non dovevano
esserci deviazioni dalla norma, n eccessi n omissioni,
nessun atto di nervosismo tale da far nascere il germe del
sospetto.
Lui, John Sorrel, viceprocuratore, stava tornando da
Washington senz'altro per la testa che la felice conclusione
dell'incarico che l'aveva condotto laggi. Non era nervoso. Si
sentiva benissimo. Fece del suo meglio per convincersene.
All'ingresso del terminal, Murphy gli mise una mano sul
braccio. - Prendo un taxi per il Loop. Se vuole dividerlo con
me...
- No, grazie - rispose Sorrel. - Ho la macchina che mi
aspetta... - Cerc di conferire alle sue parole il giusto tono
allusivo, senza essere volgare. - Vede, io... be', non vado
direttamente a casa.
L'altro ammicc. - Capisco...
Si separarono dopo un'ultima stretta di mano. Sorrel si
rese conto che stava correndo il rischio di fare un po' troppo
il furbo. Ma pi persone sapevano, o credevano di sapere, che
lui appena sceso dall'aereo era andato direttamente
all'appartamento di Evelyn, pi solido sarebbe stato il suo
alibi.
Non aveva mai tenuto segreta la loro relazione. Dubitava
che un qualunque pubblico ministero, giudice o giuria - se
mai si fosse arrivati a questo - avrebbe messo in discussione
un alibi cos imbarazzante come quello di un marito costretto
ad ammettere che, mentre sua moglie veniva uccisa, era con
un'altra donna a maledire la defunta per avergli rifiutato il
divorzio.
Malgrado l'ora tarda il terminal era affollato. Vide tre o
quattro uomini che conosceva e rivolse loro un cenno cordiale
attraversando l'atrio.
Jackson lo stava aspettando al volante di un'auto del
dipartimento. Sorrel gett la valigetta sul sedile posteriore e
si sedette accanto a lui. - Ha ricevuto il mio messaggio, vedo.
- Naturalmente - rispose Jackson. - Vuole andare a
casa, in ufficio, o... - Lasci a met la domanda.
Sorrel sospir. - A casa, suppongo. Ma fermiamoci
all'Eldorado prima.
- Lo immaginavo - disse Jackson.
Sorrel si lasci portare, il gelido vento notturno sulle
guance, ansioso di lasciarsi alle spalle il suo compito. Se solo
Francis si fosse mostrata ragionevole! Se cos fosse stato, se
avesse accettato di divorziare da lui, tutto questo non sarebbe
stato necessario.
Giunto a destinazione disse a Jackson: - Non star via
molto, credo.
Jackson frug nella tasca del panciotto in cerca di uno
stuzzicadenti. - Faccia pure con calma.
Diceva sul serio. Sorrel gli era simpatico, e anche Evelyn.
Era davvero molto bella, ma era anche una vera signora. Non
come Frances Sorrel: con quel linguaggio sboccato, il vizio di
bere e di litigare, non era certo la moglie adatta a un uomo
che presto sarebbe potuto diventare senatore. Anche se aveva
sentito dire in giro che quella donna aveva lavorato come una
schiava per mantenere Sorrel alla facolt di Legge, e aveva
sempre giurato di essere diventata alcolizzata e infedele solo
dopo che lui si era mostrato troppo schizzinoso nei suoi
confronti.
Sotto la pensilina dell'edificio il portiere di colore mostr
i denti candidi a Sorrel. - Felice di rivederla, signor Smith.
da una settimana che veniva.
Sorrel accartocci un biglietto da cinque dollari e glielo
fece scivolare in mano. - Sono stato a Washington per
salvare la nazione.
Il portiere ridacchi divertito. - Ha detto che stato a
Washington per salvare la nazione - confid a Jackson.
L'autista continu a maneggiare lo stuzzicadenti. - Ah
s?
Sorrel si ferm per un attimo nell'atrio. Di colpo si
sentiva mancare il fiato. Era un omicidio. Lui, John Sorrel,
un viceprocuratore che sarebbe gi diventato procuratore se
non fosse stato per sua moglie, considerato dal partito un
possibile candidato al Senato, stava progettando di entrare di
nascosto in casa propria per rimuovere l'unico ostacolo che si
frapponeva al suo successo in politica.
Quel'argomento non sarebbe mai stato discusso,
comunque. Non sarebbe mai stato preso in considerazione.
Nessuno di quelli che contavano aveva mai menzionato
Frances. Ma lui sapeva che bisognava tener conto del voto
femminile. E data la situazione, il partito non avrebbe corso
quel rischio. Le scenate di Frances erano fin troppo note.
Beveva, lanciava insulti, gli era infedele. Anche se lui non era
mai stato abbastanza fortunato da ottenere delle prove da
produrre in un'aula di tribunale.
Chiuse gli occhi e rivide sua moglie durante la sua ultima
scenata in pubblico: grassa, sciatta, la faccia gonfia a forza di
bere. Era successo nell'atrio della Chalmer's House, davanti a
una cerchia di spettatori divertiti.
- Certo che sono ubriaca. E sono anche una sgualdrina -
lo aveva provocato, mentre lui tentava invano di zittirla. - E
non dirmi di chiudere il becco. Va all'inferno! Sono un essere
umano. Il tuo problema che sei diventato troppo importante
per accontentarti del tuo letto. Sei come uno di quei sepolcri
imbiancati di cui parla sempre Padre Ryan. - Si era rivolta
alla folla, la voce resa improvvisamente roca dal gin, mentre
le lacrime le rigavano le guance. - Non gli vado pi bene,
ora. Io, che l'ho fatto studiare, che gli ho voluto bene quando
non aveva un soldo. - Aveva cercato di abbracciarlo. - Non
capisci? Io ti amo ancora, Johnny. - Le lacrime si erano
asciugate di colpo cos come erano spuntate. - E non
permetter mai che una puttanella tutta dipinta ti faccia
passare per stupido pi di quanto tu non sia. E adesso
picchiami, avanti. Provaci, maledetto.
Sorrel riapr gli occhi, il momento di debolezza svan.
C'era una sola cosa da fare. Ma almeno su una cose lei si
sbagliava. Lui era molto umano. Voleva intorno al collo le
braccia fresche e morbide di Evelyn, voleva sentirla dire
ancora una volta che un giorno tutto si sarebbe risolto,
bastava avere pazienza.
La mascella contratta, Sorrel apr la porta dall'ascensore
e premette il pulsante del dodicesimo piano. Aveva smesso di
avere pazienza. Aveva avuto pazienza per dieci anni. Non era
colpa sua, ma di Frances che era cresciuta insieme a lui. Ora
sapeva soltanto che non poteva pi sopportare la sua vista, le
sue parole, il contatto con lei.
Questa notte doveva farla finita.
Di fronte alla porta di Evelyn estrasse la sua chiave dalla
tasca, poi si immobilizz, conscio che se se l'avesse vista in
quel momento l'avrebbe resa complice del suo crimine.
Inoltre, lei avrebbe cercato di dissuaderlo. Era meglio che
non sapesse niente, finch non era tutto finito.
La luce filtrava sotto la porta. La radio era accesa a basso
volume. La sent muoversi, aprire e chiudere un cassetto. Era
abbastanza per sapere che aveva ricevuto il suo telegramma e
che lo stava aspettando. Brava ragazza. Evelyn era una
certezza. Qualunque cosa fosse successa, poteva contare su di
lei.
Scese al secondo piano, usc dall'ascensore e prese le
scale di servizio fino alla porta laterale. La coup era
parcheggiata l dove l'aveva lasciata. Aveva temuto solamente
che potessero rubarla.
Il motore si avvi al primo colpo. Nella luce scarsa diede
un'occhiata all'orologio. Erano trascorsi cinque dei trenta
minuti che aveva a disposizione. A sessanta all'ora, i cinque
chilometri che doveva percorrere avrebbero richiesto cinque
minuti per ogni viaggio. Era l'una meno un quarto. Anche
lasciando sei minuti di scorta per gli imprevisti, gli restava
ancora un sacco di tempo per fare quel che doveva fare e
tornare all'appartamento di Evelyn entro mezz'ora dal
momento in cui aveva lasciato Jackson. All'una e un quarto
avrebbe telefonato gi al portiere chiedendogli di far salire
l'autista con la sua valigetta e la bottiglia di whisky che
conteneva.
Non era preoccupato che Frances fosse uscita. Il
telegramma che le aveva mandato diceva che l'aereo arrivava
a mezzanotte. Aggrappata ai brandelli di quello che era stato
il loro matrimonio, aveva l'abitudine di farsi trovare in casa,
pi o meno sobria, quando lui tornava.
- Non mi incastrerai mai in questo modo - gli aveva
detto una volta. - Sono una buona moglie per te, Johnny,
non vedi? E sarei pronta a diventare ancora migliore se solo
me lo permettessi. Perch non ricominciamo tutto da capo?
C'erano varie risposte possibili a quella domanda, di cui
la migliore era Evelyn. Le due donne non si erano mai
incontrate. Frances sapeva della sua esistenza, nient'altro. Ed
era abbastanza.
Rallentando nei pressi dell'incrocio con la
Sessantatreesima, Sorrel si lasci sfuggire un sorriso ironico
pensando al piano suggerito da Evelyn, basato sul fatto che
loro due non si erano mai viste.
- Sappiamo che ti tradisce, Johnny - aveva
puntualizzato. - Non ha alcun diritto di accusarti. E non mi
conosce. Potrei fare amicizia con lei in qualche bar, farmi
assumere come cameriera o qualcosa del genere, in modo da
procurarmi qualche solida prova per la causa di divorzio.
Sorrel si era rifiutato di ascoltarla. Frances era scaltra.
Un confronto fra le due donne era impensabile. Frances aveva
imparato a lottare nei bassifondi in cui entrambi erano nati:
all'ultimo sangue. Ma in quel momento si era sentito in colpa.
Anche lui aveva qualcosa da rimproverarsi. Lui, e nessun
altro, era responsabile delle infedelt di Frances. Lei stava
solo cercando l'amore che lui le negava. Cos aveva detto a
Evelyn che ci che andava fatto lo avrebbe fatto lui. E ora
stava mantenendo la parola.
C'erano poche auto sulla Sessantatreesima, e nessuna
nella buia via residenziale in cui svolt. Prosegu per qualche
centinaio di metri e parcheggi mezzo isolato pi avanti e sul
lato opposto della strada rispetto a casa sua.
Le luci della cucina e della camera da letto di Frances
erano accese. La camera aveva le tende abbassate, ma not
una figura indistinta che attraversava la stanza, non pi di
un'ombra passeggera data la distanza.
Di colpo si sent bruciare gli occhi per la stanchezza.
Aveva un nodo alla gola, la bocca asciutta. Le mani sul
volante erano ghiacciate e madide. Rimase seduto per un
attimo, meravigliato di se stesso, inorridito da ci che era
venuto a fare. Era un omicidio. Qualcosa che altri uomini
avevano fatto per motivi non migliori del suo, e lui,
compiaciuto della propria superiorit, protetto dalla torre
d'avorio della legge, aveva tuonato contro di loro e li aveva
chiamati assassini a sangue freddo.
Si costrinse a uscire dall'auto e attravers la strada.
Ormai si era spinto cos avanti che era deciso ad andare fino
in fondo. Con Frances morta ed Evelyn al suo fianco, non
c'era traguardo che non fosse alla sua portata.
Si ferm sotto un grande olmo nel cortile, imprecando
per il tremito che gli scuoteva le mani. Non c'era ragione di
aver paura. La giustizia non lo avrebbe mai incastrato. Aveva
pianificato tutto alla perfezione. Non ci sarebbe stato alcun
movente di carattere economico. Frances non era assicurata.
L'unico vantaggio che lui ne avrebbe tratto sarebbe stata la
tranquillit, e questo non era considerato un movente per
l'omicidio. Fra i ragazzi che lavoravano nel suo ufficio
sarebbe nato qualche sospetto, ma nessuno avrebbe potuto
provare nulla.
I punti deboli di Frances erano ben noti. Era tornata a
casa ubriaca. Si era dimenticata di chiudere a chiave la porta.
Nella notte un ladruncolo era entrato e l'aveva uccisa.
Nessuno sarebbe apparso pi sorpreso e sconvolto di lui nel
trovarla morta, rientrando con Jackson da l a un'ora.
Infil la chiave nella serratura. Il chiavistello all'interno
era tirato e la porta rifiut di aprirsi. Si chiese se fosse
meglio suonare il campanello e ucciderla nell'ingresso, ma
decise di restare fedele, per quanto possibile, al piano
originario. Non c'erano armi potenziali nell'atrio, e anche un
solo grido avrebbe rotto il silenzio del quartiere immerso nel
sonno. Quel che doveva fare andava fatto in silenzio.
La porta sul retro, che dava sulla cucina, era aperta ma la
zanzariera era chiusa a chiave. Sorrel si infil un paio di
guanti e a tentoni frug in un angolo del portico dove si
ricordava di aver visto un punteruolo da ghiaccio tutto
arrugginito. La fortuna continuava ad assisterlo. Il
punteruolo era l. Lo inser nella porta e la scardin.
Rimase sulla soglia in attesa, tendendo l'orecchio, ma non
ud alcun rumore. Sul tavolo della cucina c'erano una
bottiglia di latte mezza vuota, un bicchiere velato di bianco e
i resti di un sandwich al burro di arachidi.
Questa volta Frances stava recitando la parte della moglie
sobria e contrita, pens.
Credimi, John, io ti amo. Smetter di bere. Far tutto
quello che mi dirai. Sei l'unica cosa che conta per me. Perch
non ricominciamo tutto da capo?
Gliel'aveva sentito dire cos tante volte che poteva
ripeterlo a memoria. Si accorse che la tenda della cucina era
sollevata. Qualcuno avrebbe potuto vederlo entrare, spiando
dalle finestre buie della casa a fianco. Con la fronte imperlata
di sudore, allung una mano per premere l'interruttore e
ringrazi di essersene accorto in tempo. Erano proprio i
dettagli di un omicidio a mandare la gente sulla sedia
elettrica.
L'oscurit ingigantiva la sua tensione. Si sentiva la bocca
sempre pi arida. Udiva, o credeva di udire, il battito del
proprio cuore. Dovette far forza su se stesso per attraversare
la cucina, seguendo il muro a tentoni fino alle scale sul retro.
Ora percepiva dei rumori provenienti dalla camera da
letto, come se lei stesse aprendo e chiudendo i cassetti, alla
ricerca probabilmente di una delle bottiglie che era solita
nascondere a se stessa.
Percorse il corridoio buio fino alla porta chiusa della
camera, e il suo peso fece scricchiolare una delle assi. La luce
nella stanza si spense e la porta si apr. Rimasero immobili,
divisi solo da pochi passi, consapevoli l'uno dell'altra ma
senza vedersi.
Il sangue, pens Sorrel d'improvviso. Schizzer da tutte
le parti. Sar coperto di sangue. Maledizione, perch non ci
ho pensato!
In quel momento si rese conto che stringeva ancora in
mano il punteruolo arrugginito. Come arma poteva andare,
anzi era meglio di molte altre. L'Anonima Assassini l'aveva
eletta strumento principe della propria attivit. Un
punteruolo da ghiaccio era l'arma del delitto nel processo
contro Manny Capper. Il sudore sulla fronte si fece gelato.
Manny era finito sulla sedia elettrica.
Galvanizzato dal suo stesso terrore, si lanci in avanti
con un grido rauco. La sua mano incerta trov la bocca di lei
appena in tempo per intercettarne il grido e soffocarlo sul
nascere, mentre il punteruolo affondava pi volte nella carne
morbida. Il corpo che stringeva tra le braccia smise di
agitarsi e si afflosci senza vita. Lo lasci cadere sul
pavimento, con una sensazione di sollievo.
Il punteruolo gli cadde dalla mano ormai priva di forze.
Cerc di estrarre un cerino dalla tasca ma non vi riusc, le
mani gli tremavano troppo forte. Terrorizzato dal buio, e
dalla donna che aveva ucciso, si inginocchi accanto a lei e le
cerc il battito con il polso, lo stretto lembo di pelle tra il
guanto e il polsino della giacca. Niente pulsazioni. Chiuso,
terminato, finis. Era libero.
Strisci gi per le scale e attravers la cucina fino alla
porta. Poi si ricord del punteruolo. Sarebbe risultato senza
impronte. Pens di tornare a prenderlo, ma il suo stomaco si
ribell.
Cos non ci sarebbero state impronte sull'arma del
delitto. E allora? Molti topi d'appartamento amanti del
perfezionismo portavano i guanti. Niente di cui preoccuparsi.
Silenziosamente, senza che nessuno lo vedesse, ritorn
all'automobile e si esamin i guanti nella luce fioca. Uno dei
due era leggermente sporco di sangue, ma i polsini della
giacca non sembravano macchiati. Non gli restava che
liberarsi dei guanti.
Era tutto passato, finito. Era libero. Niente poteva pi
fermarlo, niente poteva ostacolare la sua candidatura a
qualunque carica. Frances aveva recitato la sua ultima scena.
Lui era giovane, non aveva ancora quarant'anni. La sua nuova
vita era appena all'inizio.
Mentre guidava, l'orrore per ci che era stato costretto a
fare scem. Aveva voglia di cantare, di urlare, di gridare alle
stelle che era libero. Si accontent di sorridere.
Era stato relativamente facile, tutto sommato.
Appallottol i guanti e li gett fuori dal finestrino. Nessuno
poteva farli risalire a lui. Nulla lo collegava al delitto tranne
il fatto che lui e Frances erano sposati. Tornato all'Eldorado
parcheggi la coup nello stesso spazio che occupava prima e
guard l'orologio, prima di spegnere i fari. Erano trascorsi
undici minuti dall'una. Era in anticipo di quattro minuti
rispetto al previsto.
Li impieg per arrivare fino all'angolo e lanciare
un'occhiata circospetta. Il portiere e Jackson erano immersi
nella conversazione. Confortato dal fatto che non avessero
sentito la sua mancanza, entr dalla porta laterale.
Avrebbe dovuto fare attenzione nel raccontare tutto a
Evelyn. Sarebbe rimasta inorridita, all'inizio, ma era
abbastanza sveglia da rendersi conto che non c'era altra
scelta. Ormai non aveva pi importanza. La cosa era fatta,
solo questo contava.
Bocca e gola erano tornate normali. La luce intensa
dell'ascensore non evidenzi macchie di sangue sul suo
vestito. Era stato fortunato. Fischiettando sommessamente,
quasi allegramente, inser la chiave nella porta.
La radio era ancora accesa, a basso volume. Con una
bottiglia del suo scotch preferito accanto, Frances era seduta
in una delle poltrone di Evelyn. - Sapevo che saresti venuto
prima qui- disse. - Cos' successo? L'aereo era in ritardo?
La fiss a bocca aperta, incapace di liberare il grido che
gli era salito in gola.
- Povero sciocco - continu la moglie. - Perch non me
l'hai fatta conoscere? Perch non mi hai dato la possibilit di
notare che personcina a modo sia? Perch non mi hai detto
che il partito voleva candidarti al Senato? Credevo che mi
conoscessi un po' meglio, John. Sei il mio uomo, lo sarai per
sempre. Nessuna puttanella ti porter via da me. Ma una
ragazza dolce come quella un'altra cosa. - Si ravvi la
chioma disordinata. - Ne sono quasi onorata.
Sorrel riusc a pronunciare una sola parola: - Evelyn...
Frances si vers un bicchiere di whisky. - Oh, ma tu non
lo sai ancora. Be', lei si presentata da me stamattina e mi ha
raccontato una storia assurda, fingendo di essere una
cameriera disoccupata, figurati, con quelle unghie cos
lunghe. - Fece una risatina. - Cos l'ho assunta e l'ho fatta
entrare in casa. Probabilmente adesso sta frugando tra le mie
cose, per cercare informazioni su di me. - Frances prese dal
tavolo un foglio di carta gialla. - Non ha neanche avuto modo
di vedere il suo telegramma, perch ho preso la sua chiave
dalla borsetta e sono venuta qui immediatamente dopo aver
ricevuto il mio. Non c'era niente di anormale nel messaggio
che mi hai mandato. Ma stato dopo aver letto questo che mi
sono fatta qualche domanda. - Lo lesse ad alta voce. -
"Amore. Aspettami nel tuo appartamento a mezzanotte. Non
uscire per alcuna ragione. E non fare entrare nessuno tranne
me. importante, pi importante di quanto immagini.
Sorrel non riconobbe la propria voce quando domand: -
Tu... lo sapevi?
Frances Sorrel ebbe un lieve sorriso. - Io ti conosco -
ammise. - Ma non ti preoccupare. Non pensarci. Se il tuo
aereo era in ritardo, non c' niente di cui preoccuparsi.
Fredric Brown
Il suono del silenzio
"Black Mask", novembre 1948
Come molti suoi contemporanei, Fredric Brown impar il
mestiere scrivendo per le riviste pulp degli anni Trenta e
Quaranta. Gli oltre cento racconti pubblicati su "Detective
Tales", "Dime Mystery" e altri periodici aprirono la strada a
una straordinaria produzione di romanzi gialli: polizieschi
che avevano per protagonista la squadra di Chicago formata
da Ed Hunter e da suo zio Am (serie che ebbe inizio nel 1947
con Fabulous Clipjoint, premiato con un Edgar) e
memorabili thriller come The screaming Mimi e Knock
Three-One-Two. Il suono del silenzio uno dei tantissimi
raccontini corrosivi scritti da Brown, un genere di narrativa
piuttosto difficile nel quale egli si dimostr un maestro, e fu
l'unico suo racconto ad apparire sulla pi importante tra le
riviste pulp, "Black Mask", nel novembre del 1948.
B. P.
Si trattava di quella vecchia, insulsa controversia sul
suono. Se un albero cade nel folto di una foresta dove
nessuno pu sentirlo, la sua caduta produce un rumore?
Esiste un suono se nessuno pu udirlo? Avevo gi sentito
affrontare l'argomento da professori universitari e da
netturbini.
Questa volta a discuterne erano il capostazione del
piccolo scalo ferroviario e un tipo muscoloso in tuta da
lavoro. Era il crepuscolo di una calda serata estiva; il
capostazione era affacciato alla sua finestra, che dava sul
marciapiede del binario, con i gomiti appoggiati al davanzale.
Il tipo muscoloso era addossato al muro di mattoni rossi
dell'edificio. La discussione tra i due procedeva in modo
circolare, come il volo di un calabrone.
Io ero seduto su una panca di legno lungo il marciapiede,
a circa tre metri di distanza. Ero forestiero, e aspettavo un
treno in ritardo. C'era un altro uomo presente, seduto sulla
panca al mio fianco, tra me e la finestra. Era un tizio alto,
corpulento, con il volto severo ed enormi mani callose. Pareva
un agricoltore con gli abiti della festa.
Non ero interessato n alla discussione n all'uomo al
mio fianco. Mi chiedevo solo quanto ritardo avrebbe
accumulato quel maledetto treno.
Ero senza orologio, l'avevo portato a riparare in citt. E
dalla mia posizione non riuscivo a vedere quello della
stazione. L'uomo alto accanto a me ne aveva uno al polso, cos
gli domandai l'ora.
Non rispose.
Provate a immaginare la scena. Quattro persone: tre sul
marciapiede pi il capostazione affacciato alla finestra. La
discussione tra il capostazione e l'uomo muscoloso. Sulla
panca, l'uomo che non parlava e io.
Mi alzai e andai ad affacciarmi alla porta spalancata della
stazione. Erano le sette e mezzo; il treno aveva dodici minuti
di ritardo. Sospirai e mi accesi una sigaretta. Decisi di ficcare
in naso nella disputa. Non che fossero affari miei, ma
conoscevo la risposta, e loro no.
- Scusate se mi intrometto - dissi - ma voi non state
affatto discutendo di suoni, bens di semantica.
Pensavo che uno dei due mi avrebbe domandato cosa
fosse la semantica, ma il capostazione mi prese in
contropiede: - lo studio delle parole, vero? Suppongo che
lei abbia ragione, da un certo punto di vita.
- Da ogni punto di vista - mi ostinai. - Se cercate la
parola "suono" sul dizionario, vedrete che riporta due
significati. Il primo "la vibrazione di un mezzo, solitamente
l'aria, entro un determinato campo d'azione", il secondo
"l'effetto di tali vibrazioni sull'apparato uditivo". Le parole
non sono esattamente queste, ma tanto per dare l'idea.
Dunque secondo una di queste definizioni il suono - la
vibrazione - esiste indipendentemente dal fatto che ci sia o
meno qualcuno in grado di sentirlo. Secondo l'altra
definizione, le vibrazioni non costituiscono un suono a meno
che non ci sia un orecchio che le percepisce. Quindi avete
entrambi ragione: dipende semplicemente da quale
significato attribuite alla parola "suono".
L'uomo muscoloso disse: - Forse ha ragione lei. -
Guard di nuovo il capostazione. - Diciamo che siamo pari
allora, Joe. Devo andare a casa. Ci vediamo.
Si avvi lungo il marciapiede ed entr nell'atrio della
stazione.
- Notizie del treno? - domandai al capostazione.
- No - rispose. Si sporse ulteriormente dalla finestra,
guardando verso destra, e vidi che a un isolato di distanza
c'era un campanile con un orologio che prima non avevo
notato. - Dovrebbe essere qui a minuti, comunque. - Mi
sorrise. - Esperto di suoni, eh?
- Be', non direi - risposi. - Mi solo capitato di andare
a controllare sul dizionario. Conosco il significato del
termine.
- Capisco. Bene, prendiamo la seconda delle due
definizioni e diciamo che un suono tale solo se c' un
orecchio che lo percepisce. Cade un albero nella foresta ed c'
soltanto un sordo nelle vicinanze. La caduta produce un
suono?
- Suppongo di no - dissi io. - Non se lo consideriamo
dal punto di vista soggettivo. Non se il suono dev'essere
udito.
Buttai l'occhio casualmente alla mia destra, verso l'uomo
alto che non mi aveva risposto quando gli avevo chiesto l'ora.
Guardava ancora dritto davanti a s. Abbassando leggermente
la voce, domandai al capostazione: - sordo?
- Chi, Bill Meyers? - Ridacchi. C'era qualcosa di
insolito in quel ghigno. - E chi lo sa? Stavo proprio per farle
questa domanda: se quell'albero cade e c' qualcuno nelle
vicinanze, ma nessuno sa se sia sordo o no, abbiamo un
suono?
Aveva alzato la voce. Lo guardai, imbarazzato,
chiedendomi se non fosse un po' matto, o se stesse solo
cercando di tenere viva la discussione elaborando qualche
bizzarra variante.
- Nel caso in cui nessuno sa se sia sordo, nessuno sa se
c' stato un suono.
- Si sbaglia, signore - fece lui. - Quell'uomo saprebbe
se lo ha udito o no. Forse lo saprebbe anche l'albero, non
crede? E anche altri potrebbero saperlo, magari.
- Non capisco dove vuole arrivare. Cosa sta cercando di
dimostrare?
- Omicidio, signore. Fino a poco fa, lei era seduto
accanto a un omicida.
Lo fissai: non sembrava pazzo. Di lontano si ud il debole
fischio di un treno. - Non la capisco - dissi.
- Il tizio seduto sulla panchina - spieg. - Bill Meyers.
Ha ammazzato sua moglie. Lei e un bracciante della sua
fattoria.
Parlava a voce piuttosto alta. Mi sentivo a disagio, avrei
voluto che il treno fosse molto pi vicino. Non sapevo cosa
fosse successo, ma avrei preferito trovarmi sul treno. Con la
coda dell'occhio osservai il tizio alto con il volto di marmo e
le mani enormi. Non aveva mosso neanche un muscolo del
viso.
Il capostazione prosegu: - Le dico io com' andata,
signore. Mi piace raccontare questa storia alla gente. Sua
moglie era una mia cugina, una brava donna. Mandy Eppert si
chiamava, prima di sposare quel farabutto. Lui era crudele
con lei, una bestia. Lei non ha idea di quanto pu essere
crudele un uomo con una donna indifesa.
"Lei aveva diciassette anni quando fece la fesseria di
sposarlo, sette anni fa. Ne aveva ventiquattro quando mor, la
primavera scorsa. Aveva lavorato pi di quanto la maggior
parte delle donne lavorino in tutta la loro vita, in quella
fattoria. Lui la faceva sgobbare come un mulo e la trattava
come una schiava. Ma la sua religione le impediva di
divorziare o anche solo di lasciarlo. Capisce cosa voglio dire,
signore?"
Mi schiarii la gola, ma pareva non ci fossero osservazioni
da fare. L'uomo non aveva bisogno di sollecitazioni o
commenti, e prosegu.
- E allora come si fa a biasimarla, signore, per aver
amato un brav'uomo, un giovane onesto che aveva la sua
stessa et quando si innamor di lei? Si innamor e basta, ci
scommetto qualunque cosa, perch conoscevo Mandy. Si
parlavano, si guardavano, non potrei escludere che ci sia
stato qualche bacio rubato di tanto in tanto. Ma nulla per cui
valesse la pena di ucciderli, signore.
Ero sulle spine. Speravo che il treno arrivasse e mi tirasse
fuori da quella situazione. Bisognava che dicessi qualcosa,
comunque; il capostazione stava aspettando. Cos osservai: -
E anche fosse, il codice d'onore roba d'altri tempi.
- Proprio cos, signore. - Avevo dato la risposta giusta.
- Ma sa cosa fece quel bastardo seduto laggi? Divent
sordo.
- Cosa?
- Divent sordo. Venne in citt a farsi visitare dal
dottore e disse che aveva avuto dei dolori alle orecchie e che
non ci sentiva pi. Temeva di essere diventato sordo. Il
dottore gli diede qualche intruglio da prendere, e sa dove
and lui quando usc dall'ambulatorio?
Non cercai di indovinare.
- Nell'ufficio dello sceriffo. Gli disse che voleva
denunciare la scomparsa della moglie e del bracciante,
capisce? Un bel dritto, eh? Firm la denuncia e disse che
avrebbe fatto causa se li avessero trovati. Faceva un'enorme
fatica a capire le domande che gli venivano rivolte, cos lo
sceriffo si stanc di urlare e gliele fece per iscritto. Geniale.
Capisce cosa voglio dire?
- Non proprio. Sua moglie non era scappata?
- L'aveva ammazzata. Insieme all'altro. O meglio, li
stava ammazzando. Dev'essere durata un paio di settimane,
pi o meno. Li trovarono un mese dopo.
Il suo sguardo si fece torvo, il volto scuro dalla rabbia.
- Nell'affumicatoio - disse. - Un nuovo affumicatoio di
cemento, che non era ancora stato utilizzato. Con un
lucchetto fuori dalla porta. Dopo che i corpi furono ritrovati,
lui raccont che un giorno passando per l'aia, circa un mese
prima, aveva notato che il lucchetto era aperto e non era
infilato nell'anello.
"Capisce? Per evitare che il lucchetto si perdesse, o
venisse rubato, lo infil nell'anello e lo chiuse."
- Mio Dio - feci. - E loro erano l dentro? Sono morti di
fame?
- la sete a ucciderti per prima, quando ti manca da
bere e da mangiare. Loro cercarono in tutti i modi di uscire,
naturalmente. Incisero la porta fino a met del suo spessore
con un pezzo di cemento che lui era riuscito a staccare dalla
parete. La porta era spessa. Immagino che ci abbiano
picchiato sopra a lungo. Era un suono quello, signore, se solo
un sordo viveva l accanto, e ci passava davanti venti volte al
giorno?
Ridacchi di nuovo, senza allegria. - Il suo treno sta per
arrivare. Ha sentito il fischio? Si ferma vicino al serbatoio
dell'acqua. Sar qui entro dieci minuti. - E senza cambiare
tono di voce, solo alzando di nuovo il volume, aggiunse: - Fu
un brutto modo di morire. Anche se avesse avuto motivo di
ucciderli, solo un bastardo figlio di puttana avrebbe potuto
farlo in quella maniera. Non crede?
- Ma lei sicuro che...
- Che sia sordo? Certo, come no? Non se lo immagina
davanti a quella porta sbarrata, mentre ascolta con le sue
orecchie malate i colpi provenienti dall'interno? E le urla?
"Certo che sordo. Ecco perch posso dirgli tutto questo,
e gridarglielo nell'orecchio. Se ho torto, lui non pu sentirmi.
Ma mi sente, invece. Viene qui apposta per sentirmi.
Non potei fare a meno di chiederlo. - Perch? Perch
dovrebbe... se lei ha ragione?
- Gli faccio un piacere, ecco perch. Lo aiuto, in modo
che quel miserabile si decida finalmente ad appendere un
cappio alla grata sul soffitto dell'affumicatoio per impiccarsi.
Finora non ne ha avuto il coraggio. Cos tutte le volte che in
citt si siede per un po' qui nella stazione a riposarsi. E io gli
ricordo che razza di assassino bastardo lui sia.
Sput verso i binari. - Qualcuno di noi sa come stanno le
cose. Lo sceriffo no, non ci crederebbe, direbbe che difficile
da dimostrare.
Un rumore di passi mi fece voltare. L'uomo alto con le
mani enormi e il volto di marmo si era alzato. Non si volt
verso di noi e cominci a scendere i gradini.
Il capostazione disse: - Si impiccher, ormai manca
poco. Non verrebbe qui a sedersi se non fosse per quello, non
crede, signore?
- A meno che - feci - non sia davvero sordo.
- Certo. Pu darsi che lo sia. Ora capisce cosa volevo
dire? Se un albero cade e l'unico uomo che potrebbe sentirlo
forse sordo e forse non lo , un suono quello oppure no?
Be', ora devo andare a preparare il sacco della posta.
Mi voltai a guardare l'alta figura che si allontanava dalla
stazione. Camminava lentamente e le spalle, grosse
com'erano, parevano un po' curve.
L'orologio del campanile inizi a battere le sette.
L'uomo alto sollev il polso e diede un occhiata
all'orologio.
Sussultai. Poteva essere stata una coincidenza,
naturalmente, e tuttavia sentii un brivido gelido lungo la
spina dorsale.
Il treno arriv, e io salii in carrozza.
Donald Wandrei
Tic tac
"Black Mask", novembre 1938
Donald Wandrei noto soprattutto per i suoi bizzarri
racconti fantasy e per aver fondato nel 1939, insieme ad
August Derleth, il prestigioso marchio editoriale Arkham
House. Ma negli anni Trenta scrisse oltre trenta racconti e
romanzi brevi di genere giallo, quasi tutti pubblicati sulle
riviste pulp "Clues" e "Black Mask". Il migliore senza alcun
dubbio Tic tac che nel 1937, quando fu pubblicato, dovette
impressionare e turbare i lettori di "Black Mask". Ancora
oggi rimane una storia di ossessione omicida
straordinariamente tesa, agghiacciante e (letteralmente)
esplosiva.
B. P.
Jud Kerrun avvolse con cura la scatola nella carta
ricavata da un sacchetto marrone della drogheria e leg il
pacchetto con un comune spago bianco. Prese una mascherina
dal banco da lavoro, la appoggi sul lato destro dell'oggetto,
in basso, e ci pass sopra rapidamente un pastello a cera
nero. Quando rimosse la mascherina, sul pacchetto si leggeva
un indirizzo in stampatello, a caratteri marcati: LESLIE
GRAMM, 307 FRONT ST.
Avvicin l'oggetto all'orecchio.
Tic tac
Era un sussurro cos flebile che non era neanche sicuro di
averlo udito.
Jud infil il pacchetto in una scatola di cartone posata su
uno strato di giornali vecchi. Aggiunse un maglione rosso,
incart il tutto con i giornali e si infil l'involto sotto il
braccio.
A quel punto si tolse i guanti e li mise via.
Era questo il modo giusto di agire. Anche se qualcosa
fosse andato storto, i poliziotti non avrebbero trovato
impronte, indizi, o scritte a mano.
Si sfreg il mento ispido con il dorso della mano mentre
apriva la porta. Il sole del tardo pomeriggio insinu per un
attimo i suoi raggi obliqui all'interno dell'officina-garage,
sfiorando un'automobile malconcia, vecchia di sei anni, e il
banco da lavoro l accanto, con il ripiano ingombro di pezzi di
filo e di metallo e cosparso qua e l di mucchietti di polvere
nera. Tutta quella roba poteva sistemarla pi tardi. Il tempo
era cruciale, ora. Il tempo diceva:
Tic tac
Uscendo, Jud chiuse la porta a chiave. Strizz gli occhi
finch non si abituarono al sole. Torn a grattarsi il mento,
nervosamente; poi osserv la mano stretta a pugno con
sguardo torvo e lasci cadere il braccio, incamminandosi
lungo il fianco di una casa di legno a due piani, con la vernice
tutta scrostata.
Un bruco strisciava sul margine del prato che costeggiava
il sentiero. Jud devi tre passi dal suo percorso per
schiacciarlo.
Riprese il sentiero con andatura sciolta, dinoccolata.
Aveva le spalle curve, l'atteggiamento un po' scomposto.
Persino il sudicio cappello marrone gli penzolava sulla
sommit della fronte, come se volesse sfuggirgli. Camminava
con una sorta di fiacchezza sospesa, con passo furtivo, ma un
flusso di energia gli correva nel torace robusto, nelle spalle,
nelle lunghe braccia muscolose, e nei suoi occhi azzurro
chiaro si annidava una fiamma ardente, bramosa.
- Jud!
Fece una smorfia. Quella maledetta ficcanaso!
- Jud, stai andando in citt? - Era una donna magra,
stanca, e doveva essere stata bella un tempo, ma con gli anni
il suo volto aveva perso ogni traccia di speranza. Il grembiule
annodato in vita, stava sotto il portico agitando un pezzo di
carta stretto tra le dita.
- Jud - grid - ho bisogno che tu mi prenda delle cose
in drogheria.
- Manda il ragazzo.
- Pete fuori a giocare da qualche parte.
Jud non si ferm. - Aspetta che sia tornato.
- Ma mi servono per cena.
- Per chi mi hai preso, per un mulo?
- Jud, dove vai?
- Lascia perdere. Non sono affari tuoi. - rispose lui,
bruscamente, e si incammin lungo il marciapiede senza
neanche voltarsi indietro.
Vedeva a malapena dove andava. L'odio per Leslie Gramm
gli ribolliva nella mente come una tempesta di fuoco. Era
stato Gramm, il sovrintendente all'impianto, a impedirgli di
diventare caporeparto, o almeno responsabile della sua
sezione. Ogni anno qualcuno veniva promosso, ma non Jud
Kerrun. Leslie Gramm non lo stimava. Leslie Gramm ce
l'aveva con lui. Leslie Gramm avrebbe fatto in modo che Jud
non ottenesse mai un lavoro migliore con una paga migliore.
L'unico modo per Jud di sistemare la faccenda era
sistemare Leslie Gramm. Allora ci sarebbe stato un nuovo
responsabile, e un avanzamento di grado lungo tutta la linea.
Jud aveva un diritto di anzianit. Doveva essere nominato
almeno caposezione questa volta.
Il bello era che nessuno aveva motivo di sospettare di
Jud. Lui e Leslie non si erano scambiati pi di qualche parola
in fabbrica. Nessuno avrebbe mai immaginato che Jud avesse
un movente. La polizia si sarebbe trovata di fronte a un
compito impossibile. Conflitti di lavoro, scioperi e scontri tra
sindacati rivali avevano imperversato in fabbrica per tutta
l'estate. La responsabilit sarebbe ricaduta sui sindacati o
sugli scioperanti.
Si lasci alle spalle il gruppo di edifici in legno, vecchi e
fatiscenti. La strada faceva una curva seguendo un lungo
pendio sulla sinistra. Sul lato opposto si stendeva un campo
abbandonato. Alcuni ragazzi giocavano a baseball sulla
superficie accidentata e una manciata di spettatori assisteva
alla partita, dando le spalle a Jud. Nessuno lo vide. E
comunque, erano tutti troppo lontani, in mezzo al campo, per
accorgersi di lui.
Alla curva successiva, Jud prese un sentiero che si
arrampicava su per la collina. A met strada si ferm, tese
l'orecchio per assicurarsi di essere solo, poi si inoltr nel fitta
macchia di alberi e cespugli.
Quando ricomparve e riprese il sentiero, parecchi minuti
dopo, era senza cappello, indossava il maglione rosso e sotto
il braccio non aveva pi l'involto di prima ma solo il
pacchetto, delle dimensioni di una grossa scatola di sigari,
con la sua debole vocina:
Tic tac
Attese. Aveva fatto spesso quel percorso per andare in
fabbrica. C'era un altro gruppo di case sulla collina. Sapeva
che solo i ragazzi passavano di l per andare al campo a
giocare.
Una ragazzina venne gi per il sentiero. Aveva i capelli
lunghi e fini, color caramello, e indossava un grembiulino di
un blu sbiadito. Braccia e gambe erano scoperte, e abbronzate
dal sole. Lo fiss con la schietta curiosit dei piccoli, lo
sguardo attirato soprattutto dal maglione rosso vivo.
- Vuoi guadagnare due monetine, piccola?
Lei si ferm, adocchiando il pacchetto. - Cosa c' l
dentro, signore?
- Ah, un regalo per un tizio. Un orologio. Mi serve
qualcuno che glielo consegni immediatamente.
- Oh. - La bimba arricci il naso. - La mamma mi ha
detto che non posso star fuori molto.
- Ci vorr meno di mezz'ora, e avrai due monetine tutte
per te. Devi solo consegnare questo pacchetto. L'indirizzo
307 Front Street. una casa d'angolo, di colore verde.
Lei annu. - Ha un buffo leone di pietra davanti.
- Esatto, esatto, proprio cos. Tutto quel che devi fare
lasciare l il pacchetto. Suonare il campanello e lasciarlo
davanti alla porta. Non c' bisogno che aspetti. un regalo di
compleanno, quando l'avranno aperto capiranno chi l'ha
mandato.
Tir fuori due monete. - Eccoti quindici centesimi. Torna
qui di corsa e te ne dar altri dieci.
La bimba sembrava dubbiosa. - La mamma ha detto
che...
- Sarai a casa in tempo. Non lontano, solo nove o dieci
isolati. Puoi andare e tornare in mezz'ora, senza problemi.
- La mamma non vuole che io accetti regali dai grandi.
Ha detto cos. Mi ha detto di stare alla larga dagli
sconosciuti.
Jud imprec sottovoce. Fece un sorriso stiracchiato,
mostrando i denti. - Certo, certo, giusto. Tua madre ha
ragione. - Fece tintinnare le monete. - Credevo solo che una
ragazzina sveglia come te fosse interessata a guadagnarsi un
quarto di dollaro, tutto qui. Non ci vorrebbero pi di venti o
trenta minuti.
Lei non riusciva a staccare gli occhi dalle monete. Con
l'esasperante, inossidabile, inoppugnabile logica delle
creature piccole e innocenti domand: - Perch non ci vai
tu? Se devi aspettarmi qui, tanto vale che lo porti tu
l'orologio, e poi torni qui, cos non ti coster un soldo.
Jud prov il desiderio di sculacciare quella piccola peste.
Fece tintinnare le monete ancora una volta. - Certo che
potrei, ma sono un po' stanco di camminare. Vai pure.
Trover un ragazzino sveglio che...
Fece per mettere via i soldi. Cominciava a innervosirsi.
Poteva arrivare qualcuno da un momento all'altro.
Fu la scomparsa del denaro a farla decidere. Tese le mani.
- Dammi i soldi. Ci vado io.
Esitante, come se anche lui avesse cambiato idea, Jud le
consegn il pacchetto e quindici centesimi. - Ti do il resto
quando torni.
Lei scosse la testa ostinatamente. - No, lo voglio adesso.
Come faccio a sapere che mi aspetterai per davvero?
Jud l'avrebbe volentieri presa a schiaffi. Ma era sull'orlo
del panico. Non poteva rimanere l a discutere con quella
sciocchina. I minuti volavano.
- D'accordo. Eccoti l'altra moneta. E ora sbrigati, sono
quasi le sei e mezzo. Devi consegnare l'orologio entro le sette
in punto. E tienilo stretto, non farlo cadere!
- Perch?
Per poco Jud non url: - Quel signore compie gli anni e
non sar in casa stasera, capisci? Deve riceverlo entro le
sette. Corri, adesso, fa' in fretta! Si rompe se lo fai cadere!
Lei corse gi per il sentiero. Jud rimase a guardarla, il
volto teso, finch lei non scomparve dietro una curva. Si
gratt nervosamente il mento ispido con il dorso della mano.
Poi scomparve nel bosco.
Si lev il pullover rosso, lo infil nella scatola da scarpe
vuota e incart il tutto nel giornale. L'involto aveva lo stesso
aspetto di prima. Si rimise in capo il malconcio cappello
marrone.
Qualche minuto dopo scendeva a grandi passi gi per il
sentiero con l'involto sotto il braccio. Allontan con un calcio
rabbioso un paio di ciottoli sparsi sul suo cammino. Quando
raggiunse il marciapiede, si arrotol un sigaretta e se la
appese a un angolo della bocca. La brace scintillava mentre
lui si trascinava stancamente verso casa.
Le mano in cui teneva gli spiccioli era tutta sudata, e
dopo un po' la bimba ripose due delle monetine in un
fazzoletto, lo appallottol e lo ficc nella tasca del
grembiulino, conservando una delle due da dieci in mano.
Prosegu lungo il sentiero alla base della collina. Dopo un
tratto lungo come un paio di isolati, la collina fin, e fin
anche il campo sull'altro lato della strada. All'angolo un
gruppo di ragazzi giocava a softball.
Quando fosse ripassata di l, al tramonto, la partita
sarebbe stata gi finita. Era molto pi divertente guardare il
gioco che consegnare quel buffo pacchetto che faceva:
Tic tac
E poi mancavano solo sette, otto isolati, non ci voleva
molto per arrivare a destinazione. Poteva farcela
tranquillamente per le sette. E se fosse arrivata con qualche
minuto di ritardo? Non aveva poi molta importanza che
l'uomo ricevesse il suo maledetto orologio alle sette o in un
altro momento, purch lo avesse. Il problema era che non
poteva rimanere fuori troppo a lungo. Ma sarebbe tornata a
casa prima che facesse buio. C'era un sacco di tempo.
Attravers la strada e si mise a gironzolare, guardando la
partita. Conosceva diversi giocatori e rispose gaiamente alle
loro grida di saluto. Altri ragazzi, qualche ragazza e un paio
di adulti seguivano l'azione seduti su una panca di legno
rovinata dalla pioggia.
Si strinsero per farle posto. Lei si sedette tenendo in
grembo il pacchetto, che bisbigliava debolmente:
Tic tac
Strano regalo di compleanno, pens. Avvicin il pacchetto
all'orecchio e lo scosse, ma non sent muoversi nulla
all'interno. Doveva essere un orologio piuttosto grande. Una
sveglia, magari. Pos di nuovo il pacchetto sulle ginocchia e
se ne disinteress, concentrandosi sul gioco.
Jimmy Roth, sul piatto, saltava e chiamava il lanciatore.
Quest'ultimo scagli la palla dal basso verso l'alto e Jimmy
sferr un colpo con tutte le sue forze. Wham! La palla sorvol
il campo interno ricadendo tra la fascia sinistra e il centro, e
rotol via inseguita dai due difensori.
Fra le urla di tutti i giocatori il ragazzo che era in
seconda raggiunse di corsa la casa base, mentre Jimmy fece il
giro a tale velocit che giunto alla terza scivol e cadde. La
palla era quasi giunta a destinazione. Jimmy si rialz e corse
verso il sacchetto di tela del piatto. La palla arriv prima di
lui, ma il ricevitore non riusc a trattenerla. Jimmy attravers
il piatto segnando l'home run mentre la palla rimbalzava sul
guantone del ricevitore schizzando verso la panchina.
Era un vero spasso. La squadra aveva perso.
- Qual' il punteggio? - chiese la bambina all'uomo
accanto a lei.
- Sedici a dodici.
- A quale inning?
- Alla fine del quarto.
Il gioco prosegu, e si fece pi eccitante. L'altra squadra
pareggi sedici a sedici nella mezza ripresa successiva.
L'uomo seduto accanto alla bimba decise di andarsene e
alzandosi la urt. Il pacchetto scivol gi e lei allung le mani
per trattenerlo, afferrandolo per lo spago e bloccandolo
sull'orlo delle ginocchia appena prima che cadesse per terra.
Lo avvicin all'orecchio; non sembrava che lo scossone lo
avesse danneggiato. All'interno la vocina continuava a
bisbigliare:
Tic tac
La bimba balz in piedi. Assorbita dal gioco, si era
completamente dimenticata di consegnare il pacchetto.
- Che ore sono, signore? - chiese all'uomo che stava
andando via.
Lui diede un occhiata all'orologio che aveva al polso. -
Un quarto alle sette.
Lei corse via, un po' saltellando, un po' correndo, per un
paio di isolati, poi rallent. Le sette in punto, le sette in
punto, continuava a ripetersi. Era quella l'ora in cui lui le
aveva detto di recapitare il pacchetto. No, aveva detto di
portarlo prima delle sette. Prima delle sette. Suonare il
campanello e lasciarlo l prima delle sette. Ma la corsa l'aveva
lasciata senza fiato. Boccheggiava. Perch affrettarsi? Perch
correre a gambe levate per un maledettissimo orologio, che
non sapeva far altro che ripetere:
Tic tac
Pass davanti a un negozietto di dolciumi e osserv la
vetrina con desiderio. Stecche di liquirizia, caramelle
morbide, pastiglie di menta amara, gomme da masticare,
barrette candite, cioccolate, wafer alla menta, lecca lecca
giganti, gelatine di frutta, pasticche, caramelle gommose,
noccioline caramellate e altre squisitezze occhieggiavano
invitanti. Avvert un leggero prurito alla mano, dove teneva la
moneta da dieci centesimi. Cosa comprare? Cinque centesimi
di dolci assortiti e una confezione di noccioline caramellate?
O un lecca lecca gigante e un cono gelato alla vaniglia? O
ancora un doppio cono grande, cioccolato e fragola?
Un movimento oscillante cattur la sua attenzione. Il suo
sguardo si pos su una pendola a muro. Le lancette segnavano
le sette meno dodici. A ogni oscillazione del pendolo le
sembrava di sentirne il rintocco, e un orologio cos grande
doveva produrre un rumore ben pi forte di quello che aveva
con s, un grosso, imponente:
TIC TAC
Le sette meno dodici. Ancora sei isolati da percorrere. Ci
volevano solo dieci minuti, in realt, ma sarebbe arrivata
dopo le sette se si fosse fermata nel negozio a comprare un
doppio cono gelato, cioccolato e fragola.
Si allontan di malavoglia dalla vetrina dei dolci. Sentiva
un pizzicore al naso nel punto in cui l'aveva premuto contro il
vetro. Si gratt finch il prurito non and via.
Giunse alla drogheria all'angolo dell'isolato successivo.
In vetrina c'era un altro di quei grossi orologi a pendolo. La
lancetta segnava tra i dieci e i nove minuti alle sette. Cap che
doveva affrettarsi un po', o sarebbe arrivata in ritardo.
Stava per mettersi a correre, quando un ragazzo le si
affianc e fece per sorpassarla, camminando a passo svelto e
animato. Era un po' pi alto di lei, e poteva avere un anno in
pi. La testa arruffata spuntava da un collo magro. Aveva le
mani sprofondate nelle tasche e faceva dondolare i gomiti
camminando. Il naso tozzo era sospeso come una piccola
biglia rotonda sul corto labbro superiore e gli conferiva un
espressione birichina, come se fosse stato sorpreso a rubare
monetine a un compagno di gioco. La bimba ricordava
vagamente di averlo visto sulla panchina mentre guardava la
partita.
Lui le diede un'occhiata e rallent. - Com' che ti
chiami?
Lei non rispose, ma allung il passo.
- Com' che ti chiami? - ripet lui, mantenendo la sua
stessa andatura.
- Lasciami stare!
- Perch corri? Non avrai mica paura, no?
Lei strinse ancor di pi il pacchetto sotto il braccio.
Riusciva quasi a distinguere il suo debole pulsare:
Tic tac
La monetina le scivolava dalla palma sudata. La serr tra
pollice e indice. - Non ho paura di te.
- E di cosa allora, fifona?
- Non ho paura e basta.
- E allora perch corri, eh?
- Ho fretta. Devo portare questo pacchetto a un tizio.
Bisogna che lo riceva entro le sette.
- Perch?
- il suo compleanno. Deve averlo entro le sette. Cos ha
detto quel signore.
- Cosa c' dentro?
- Non sono affari tuoi. Lasciami in pace!
Lui insistette. - Come si chiama? Dove abita?
- C' scritto sulla scatola. Vattene!
Ma lui non mollava. Il suo sguardo scivol sulla moneta
in mano alla bimba. - Perch glielo porti tu? Che ti ha
promesso in cambio?
- Mi ha gi pagato - cominci lei, e si interruppe,
temendo di aver detto troppo.
Stavano passando davanti a un negozio di alimentari.
All'interno, una luce sopra il bancone illuminava il quadrante
di una sveglia. Le lancette segnavano le sette meno sette
minuti. Ancora quattro isolati; doveva sbrigarsi.
Fece per attraversare la strada. Lui le rest incollato, e
disse: - Dammelo. Glielo porto io.
Lei scosse la testa e fece per infilare la moneta nell'unica
tasca del suo grembiulino, ma sull'orlo del marciapiede mise
un piede in fallo e incespic, tendendo le mani in avanti per
frenare la caduta. Il pacchetto le sfugg e cominci a cadere.
Fu un attimo. Il ragazzo le salt addosso, le strapp la
moneta dalla mano e si impadron del pacchetto,
spintonandola. La bambina cadde a terra, graffiandosi le
mani e le ginocchia nude sul cemento, mentre il ragazzo si
eclissava con uno sberleffo.
La bimba scoppi a piangere. Si alz e fece qualche passo
per inseguirlo, ma lui era gi lontano e guadagnava terreno.
Le ginocchia le dolevano. Abbass lo sguardo e le vide
scorticate e sanguinanti, incrostate di terra.
Si mise a piangere ancora pi forte. A tentoni cerc il
fazzoletto e si asciug gli occhi. Attraverso la stoffa percep il
nitido contorno delle altre monete.
Dopo un po', le lacrime cessarono. La bimba annod il
fazzoletto e lo rimise in tasca. Si volt e lentamente si
incammin verso il negozio di dolci e il suo doppio cono
gelato di fragola e cioccolato.
Il ragazzo corse per mezzo isolato, poi si volt per
controllare che la bambina non lo stesse inseguendo. Ma lei
era l ferma, in lacrime. Continu a correre per un altro
isolato, tanto per essere sicuro.
Poi lesse l'indirizzo sul pacchetto, compitando con le
labbra: - Leslie Gramm, 307 Front Street. Caspita, sono
solo... vediamo, uno, due, due isolati e mezzo da qui. Ehi,
nonna, sa che ore sono?
Una donna anziana lo squadr. - Ma certo, mio caro
ragazzo, so benissimo che ore sono - disse, e si allontan
indignata.
Lui le fece una boccaccia dietro le spalle e si avvi. Non
potevano essere gi le sette, ma mancava poco,
probabilmente. Da un'auto parcheggiata accanto al
marciapiede la radio annunci: - Ogni giorno a quest'ora, sei
e cinquantacinque del pomeriggio, i risultati delle partite di
baseball vi sono offerti da...
Non si ferm ad ascoltare il resto. Le sette meno cinque.
Due isolati e mezzo. Puah, era un'inezia. Chiunque era in
grado di percorrere due isolati e mezzo in cinque minuti.
E a pensarci bene, perch andare cos di fretta? Perch
andarci del tutto? Aveva gi il denaro. Nessuno sapeva che il
pacchetto era nelle sue mani. Forse c'era qualcosa di valore
dentro. Poteva tenerselo e tagliare la corda, e nessuno lo
avrebbe saputo.
Lo avvicin all'orecchio e lo scosse. Non sent alcun
rumore, tranne un debole
Tic tac
Guard il pacchetto con aria disgustata. Un orologio! Non
poteva essere che una sveglia, visto che la confezione aveva le
dimensioni di una grossa scatola da sigari. Probabilmente era
una di quelle sveglie dozzinali che si vedevano nelle vetrine
dei negozi a ottantanove centesimi. Per lui non ne valeva
neanche due. Non era qualcosa di utile. Non era qualcosa di
commestibile. Non gli interessava. Era una perdita di tempo
cercare di barattarla o di venderla.
Si rimise stancamente in cammino, deluso. Ebbe una
mezza idea di abbandonare il pacchetto per strada e lasciar
perdere. Che ci pensasse qualcun altro, lui aveva gi i dieci
centesimi in tasca. Era inutile darsi ancora da fare. Dieci
centesimi...
- Non c' da fidarsi delle bambine. Dicono sempre bugie
- borbott.
Dieci centesimi. Lei aveva detto che era gi stata pagata.
Ma questo non significava nulla. Mentiva. Tanto per
cominciare, i dieci centesimi. Se aveva cercato di liberarsi di
lui era perch temeva che le rubasse l'orologio e si facesse
dare i soldi che le erano stati promessi. Dieci centesimi.
Forse se avesse consegnato l'orologio a quell'uomo lui gliene
avrebbe dati almeno altri dieci. Cos sarebbero diventati
venti.
Tutto sommato, poteva anche portare il pacchetto a
destinazione. Poteva anche cercare di essere l per le sette. La
situazione era diversa, ora.
Svolt a sinistra dove c'era la gioielleria. La vetrina era
piena di orologi: da polso, da taschino, da parete. Alcuni
erano fermi. Tutti segnavano ore differenti. Ma al centro c'era
un orologio a cuc con un pendolo in movimento. Le lancette
indicavano le sette meno tre minuti. Ancora due isolati. Due
brevi isolati. Roba da nulla, sarebbe stato l in men che non si
dica. Prima arrivava meglio era, avrebbe guadagnato altri
dieci centesimi. L'uomo gli avrebbe dato qualcosa se fosse
arrivato in tempo. Anche il pacchetto era l a ricordargli di
far presto, con il suo insistente:
Tic tac
Allung il passo fino all'isolato successivo. Ormai era in
vista dell'edificio con il leone di pietra grigia sul davanti,
accovacciato in mezzo al prato. Aveva una cavit sul dorso,
piena d'acqua, dove passeri e pettirossi andavano a fare il
bagno.
C'erano le luci accese in casa, e delle automobili
parcheggiate lungo il marciapiede. Avvicinandosi, ud una
rapida successione di suoni striduli provenienti da una radio
all'interno della casa. Qualcuno spostava la sintonia da una
stazione all'altra. Diede un'occhiata alle auto, erano cinque.
Sembrava ci fosse una festa.
Automobili. Incustodite. Rallent il passo. Pens a
quando aveva rubato un abito da un'auto in Center Street. E
alla borsa che aveva sgraffignato dal sedile posteriore a una
donna che si era fermata al semaforo. Automobili. Che
occasione. Di colpo l'orologio gli pareva poco importante.
Tutt'al pi ne avrebbe ricavato dieci centesimi. Mentre quella
fila di auto...
Non c'era nessuno in giro. Entr nella seconda. Per un
attimo spi dai finestrini, pronto a saltar fuori e scappare. Ma
nessuno lo aveva visto. Era al sicuro. Un gioco da ragazzi.
Apr il vano del cruscotto, guard sul sedile posteriore e frug
nelle tasche laterali. Non fu molto fortunato. Trov solo un
astuccio giallo pieno a met di cipria. Roba da donne.
L'astuccio poteva essere d'oro. Se lo infil in tasca.
Prese il pacchetto e usc.
All'interno dell'abitazione, la radio strombazzava: -
Chiedi il nuovo orologio Meridian al tuo gioielliere, il regalo
del secolo. Per tutti i gusti, per tutte le tasche, a partire da
soli tredici dollari e novantacinque. Se un Meridian un
classico, l'orologio universale. Mancano trenta secondi alle
sette, segnale orario offerto da Meridian. Trasmettiamo ora
un notiziario speciale a cura dei nostri servizi giornalistici...
Esit. Trenta secondi alle sette. La terza auto era nera e
lucida. Il pacchetto sotto il braccio scandiva i secondi:
Tic tac
Jud Kerrun osserv il pacco avvolto nel giornale prendere
fuoco. Il maglione rosso mandava un odore di lana bruciata.
Sua moglie non lo sapeva, ma non se ne sarebbe ricordata.
Mesi prima le aveva detto di averlo buttato via.
Era soddisfatto di come aveva lavorato: prudente,
tranquillo, disinvolto. Nella sua mente riecheggiavano le
frasi, i brandelli di informazioni che aveva raccolto in
fabbrica semplicemente tendendo l'orecchio. - Venerd va
bene. Ma non tardare. Mangiamo sempre alle sette in punto
- aveva detto Leslie Gramm. E in un'altra occasione: - Il
diciassette del mese prossimo? Temo sia impossibile, amico.
il mio compleanno e passer la serata in casa.
Si ud il cupo rimbombo di un'esplosione in lontananza.
Jud non si rese conto della tensione che aveva accumulato
finch non ud lo scoppio. Non balz in piedi di colpo. Non
ebbe alcuna reazione. Era quello che stava aspettando. Ma
qualcosa scatt dentro di lui.
Il fuoco si era ormai ridotto in cenere.
Torn in garage. Mise in una scatola tutti i bossoli di
proiettile dai quali aveva estratto la polvere da sparo. Ora
bisognava seppellirli.
Jud si chiese come fossero andate le cose. Aveva
preparato la bomba in modo che scoppiasse alle sette, o in
qualunque momento venisse aperto il pacchetto. Forse Leslie
Gramm aveva organizzato una cena di compleanno. Forse
aveva aspettato di ricevere tutti i regali prima di aprirli.
Jud fin di sistemare i bossoli. Gli stava venendo fame. Da
un momento all'altro sua moglie lo avrebbe chiamato a
tavola.
Cominci a ripulire il tavolo da lavoro dei pezzi di
metallo, fili e altro materiale. Ancora pochi minuti, e per le
sette e mezzo il lavoro sarebbe stato concluso.
Il rumore della porta che si apriva lo spinse a voltarsi,
allarmato. Quella dannata ficcanaso! Le aveva ordinato di non
disturbarlo quando era in garage. Non aveva mai osato
contraddirlo fino a quel momento. Be', peggio per lei!
Ma non c'era sua moglie sulla soglia. C'era un poliziotto.
L'agente guard il tavolo da lavoro, vide i dettagli che lo
tradivano, i mucchietti di polvere sparsa che lo incastravano.
Jud si scagli disperatamente verso la porta del garage.
Una mano possente si abbatt sulla sua spalla e lo fece girare
su se stesso. I pugni gli devastarono la faccia come esplosioni
di dinamite, riducendolo a un ammasso sanguinolento,
massacrandolo con deliberata brutalit.
Tra le fitte di dolore e gli spasimi del corpo investito dai
colpi, Jud ud la voce aspra del poliziotto piena di rancore
omicida, le sue frasi smozzicate: - Non importa cosa mi
faranno alla centrale. In piedi, amico, beccati questo. Ed
solo l'inizio, vedrai quando avr finito, ti far a pezzi... Tua
moglie stramazzata a terra quando gliel'ho detto. stata lei
a mandarmi qui.
"Questo pezzo di carta l'unica cosa rimasta intera dopo
l'esplosione... La lista della spesa con il nome della persona a
cui andava addebitata... Kerrun. Tua moglie ha mandato il
bambino a fare la spesa e tu gli hai dato una bomba da
consegnare, ma lui non arrivato in tempo.
"Tuo figlio, Dio onnipotente..."
William Campbell Gault
Associazione a delinquere
Alfred Hitchcock's Mystery Magazine, agosto 1957
L'esordio professionale di Bill Gault risale al 1936;
l'ultimo suo lavoro, il romanzo Dead Pigeon, fu pubblicato
cinquantasei anni dopo. Nel corso di questa lunga e brillante
carriera lo scrittore firm oltre trecento racconti e romanzi
brevi di vario genere - giallo, fantasy, fantascienza, sport -
e quasi sessanta romanzi, per met mystery o di suspence e
per l'altra met libri di sport per ragazzi. Il suo romanzo
d'esordio, Don't Cry for Me, si aggiudic il premio Edgar per
la migliore opera prima nel 1952. Gault era particolarmente
bravo a scrivere dei giovani; la sua capacit di capire e
osservare la mentalit degli adolescenti era straordinaria.
Associazione a delinquere d ampia dimostrazione di queste
qualit e fornisce un esempio di quella solidit di
costruzione, credibilit dei personaggi e sincerit di
sentimento che furono i tratti distintivi delle sue opere
migliori.
B. P.
Johnny ed io stavamo cercando di annegare un serpente
quando vedemmo per la prima volta quell'auto percorrere a
tutta velocit la grande curva oltre il campo di granturco di
Nestor. Accidenti, filava come un missile, dal punto in cui ci
trovavamo si sentivano stridere le gomme, e dovevamo essere
a quasi un chilometro di distanza.
Johnny mise gi il barattolo pieno d'acqua che stava
rovesciando nella tana e fiss l'auto come se si aspettasse di
vederla andare fuori strada.
- Pazzesco, eh? - dissi. - Ragazzi, come corre!
Johnny annu, senza voltarsi verso di me. - Scommetto
che alla prossima non ce la fa; pi difficile.
Avrei voluto non guardare, ma non riuscivo a distogliere
gli occhi. Dopo la grande curva c'era un rettilineo seguito da
una collinetta e poi, proprio dove sorgeva il nostro bosco
ceduo, da questo lato della collina, una svolta molto angolata
e un torrente. Dal lato opposto del pendio la svolta non si
vedeva, anche se c'era un grosso cartello che la segnalava.
Prima che mettessero quel cartello, tanti non erano riusciti a
sterzare una volta arrivati al bosco, di solito perch si
trattava di ubriachi che tornavano a casa dopo essere andati a
ballare da qualche parte. Non una strada maestra ed raro
ci passi qualcuno non della zona.
Dal nostro punto di osservazione, sulla costa al di sopra
del torrente, vedemmo l'auto correre su per la collina, senza
rallentare.
- Non ce la far - bisbigli Johnny. - Sta a guardare,
Steve!
L'auto raggiunse la sommit del pendio e udimmo di
nuovo lo stridio dei pneumatici quando l'autista cerc di
sterzare per prendere la curva pi stretta. Era bravo, quel
tipo. Ce l'aveva quasi fatta.
Poi di colpo l'auto cominci a slittare verso il torrente,
con un fracasso spaventoso and a schiantarsi con il muso e si
capovolse. Come in una ripresa al rallentatore la vedemmo
precipitare gi per l'argine del torrente; una portiera si apr e
un uomo scivol fuori dall'abitacolo, poi l'auto scomparve.
Rimanemmo immobili.
Dopo un paio di secondi Johnny disse: - L'acqua
profonda laggi. Se c'era qualcun altro nell'auto potrebbe
annegare, Steve.
- meglio che andiamo da Nestor a telefonare allo
sceriffo.
Noi non abbiamo il telefono. Pa' dice che uno spreco di
denaro. Ma' lo vorrebbe, ma Pa' dice che uno spreco.
- Hai ragione - disse Johnny, poi puntando il dito,
aggiunse: - Ehi, guarda!
Un uomo si stava arrampicando su per l'argine. Indossava
un paio di calzoni militari di cotone, un maglione azzurro e
un berretto grigio. Portava una valigia.
In quel momento pensai fosse un vagabondo al quale gli
occupanti dell'auto avevano dato un passaggio, e che stesse
tagliando la corda per non essere interrogato dallo sceriffo.
Zoppicava. Mi aspettavo che venisse verso di noi, ma non lo
fece.
L'uomo arranc zoppicando fino al nostro boschetto, che
fiancheggiava la strada.
- Sta scappando - disse Johnny. - Perch non andato
da Nestor a telefonare?
- Non lo so.
- proprio strano, dannazione.
- Pa' non vuole che parli cos, Johnny.
- Al diavolo. proprio strano, dannazione.
- Magari un vagabondo, Johnny.
Si volt verso di me: - Con quella valigia? Era pesante,
non hai visto come la trascinava?
Non dissi nulla. Stavo osservando l'estremit opposta del
bosco, quella che dava sull'altra strada, la strada per Saugus.
- meglio che andiamo da Nestor - disse Johnny. -
Probabilmente siamo stati gli unici a vedere quel che
successo.
- Guarda! - dissi io, indicando l'estremit del bosco.
L'uomo con i calzoni militari stava sbucando fuori da l
ora, diretto verso l'altra strada. E non aveva pi la valigia.
Johnny mi guard e io ricambiai il suo sguardo. Non so
cosa ci pass per la mente in quel momento. Poi udimmo la
sirena e vedemmo l'auto dello sceriffo che arrivava da
Ridgeland.
Sembrava di assistere a uno spettacolo dalla galleria di
un teatro, o qualcosa del genere; tutto avveniva l sotto di
noi, l'auto dello sceriffo che irrompeva sulla scena dalla
stessa direzione di quella che l'aveva preceduta, l'uomo che
spuntava fuori dal bosco senza la valigia, il ricordo della
macchina finita nel torrente e intorno a noi la giornata
luminosa e tranquilla. Avevo i brividi.
Lo sceriffo sapeva di quella curva angolata e rallent
prima di arrivare in cima alla salita. E da l forse not l'auto
nel torrente, perch rallent ancor di pi e si ferm a lato
della strada.
Lo riconobbi, perch era molto grasso, ma non capii chi
fosse l'uomo che era con lui.
Johnny disse: - Andiamo fin l. Coraggio, Steve, vediamo
chi arriva prima.
Johnny ha tredici anni, uno pi di me, ed pi grosso,
quindi sicuro di vincere. Ma io mi misi a correre lo stesso
perch volevo sentire cosa diceva lo sceriffo.
Quando giungemmo sul posto, l'uomo pi magro era gi
sceso al torrente e risalito, e riconobbi Jessie Laurie, uno
degli aiutanti dello sceriffo.
Sbuffavo come un mantice. Anche Johnny ansimava. Fece
un paio di respiri profondi e domand: - Cos' successo,
signor Laurie?
- Tre uomini hanno rapinato la banca di Ridgeland -
rispose lui. - Voi ragazzi avete visto l'incidente?
Annuii. Johnny mi guard e alz le spalle, poi disse: -
Stavamo proprio andando da Nestor a telefonarvi. Ragazzi,
quell'auto andava come un fulmine. - Fece un altro respiro
profondo. - C' qualcuno dentro, signor Laurie?
L'uomo gli lanci un'occhiata penetrante. - Ma certo.
Non penserai che l'auto sia arrivata fin qui da sola, no?
Perch me lo chiedi? Hai visto qualcuno uscire dalla
carcassa?
Johnny mi guard e capii che entrambi stavamo pensando
alla valigia. Poi lui rivolse uno sguardo deciso al signor
Laurie e disse: - S, signore. Abbiamo visto un uomo con una
valigia.
Jess si volt verso l'argine e grid: - Ehi, sceriffo,
abbiamo una traccia. meglio che venga su, forse possiamo
ancora beccare il terzo uomo.
Vecchio e corpulento, lo sceriffo Taggart risal l'argine
sbuffando. - Non so se sia il caso di muoversi prima di aver
chiamato un'ambulanza, Jess. Uno di loro sembra ancora
vivo.
Stavo osservando Johnny, ed ero certo che il suo cervello
fosse al lavoro. Lo era anche il mio.
Lui non attese di essere interrogato. - Abbiamo visto
questo tizio che risaliva l'argine, poi arrivata una macchina,
si fermata e lui ci salito sopra. Mi sembrato curioso che
quell'auto fosse passata di l proprio in quel momento.
- Che tipo di auto? - domand Jess.
- Una Pontiac nuova di zecca - rispose Johnny,
lentamente. - Era verde scuro, con i pneumatici a fascia
bianca, e andava dritta verso Center City.
- E l'uomo con la valigia? Siete riusciti a vederlo?
- Non in faccia. Aveva calzoni blu e un giubbotto blu, ed
era senza cappello. Mi sembrato basso e grasso.
Tenevo gli occhi puntati su Johnny mentre mentiva. Non
riuscivo a guardare n lo sceriffo n il signor Laurie. Johnny
sa pensare in fretta e agire in fretta, ecco perch mi batte
sempre. E sorride quando mente, come se non gli importasse
di non essere creduto.
Jess guard lo sceriffo e questi disse: - Io resto qui ad
aspettare l'ambulanza. Tu fila.
- Da solo, Tom? - chiese Jess. - armato, lo sai.
- Okay - fece lo sceriffo, brontolando. - Ci vado io, e tu
chiami l'ambulanza.
- Vado, vado - disse Jess, avviandosi verso la macchina.
Poi si volt e aggiunse: - Non dimenticare di diramare
un'informativa sulla Pontiac.
- S, Jess - disse lo sceriffo Taggart, con tono annoiato.
- Certamente, Jeff. - Si incammin verso la casa di Nestor
mentre Jess Laurie si allontanava in macchina.
Eravamo soli.
Johnny mi guard e disse: - Facciamo a chi arriva prima
al bosco. Perch non hai detto a Jess Laurie che mentivo,
chiacchierone? Perch non hai fatto la spia, come fai sempre?
Non dissi nulla.
- A chi arriva prima al bosco - ripet lui.
Scossi la testa.
Lui si mise a ridere. - Sei sempre stato attaccato al
centesimo, e ora non vuoi fare una corsa per tutti quei soldi?
Che ti succede, sei preoccupato?
Annuii.
- Di che ti preoccupi? - Rise ancora. - Siamo solo dei
bambini, Steve. Due bambini che stavano annegando un
serpentello e hanno visto un incidente. Non abbiamo rapinato
una banca.
- Sono preoccupato per te - dissi. -Non hai pazienza,
questo il tuo problema. Devi sempre correre. Anche se da
laggi lo sceriffo pu vedere il bosco, e i Nestor saranno qui
in un minuto, tu vuoi subito correre a cercare il denaro.
Continu a ridere. - Non credere di imbrogliarmi. Mi
dici di aver pazienza perch vuoi che ti aspetti. Perch vuoi
un po' di quei soldi.
Annuii. - Ne voglio met.
Mi fiss. - Vuoi anche un pugno nei denti, per caso? Chi
ha detto la bugia? Di chi stata l'idea? La met, figuriamoci!
- La met e siamo pari. Altrimenti dico allo sceriffo che
gli hai mentito. Devi decidere adesso, Johnny.
- Dovrei darti un pugno nei denti - disse lui. - E credo
che lo far. Se dici qualcosa allo sceriffo, sar peggio per te,
Steve.
- Deciditi, Johnny. Met?
Mi fiss per un tempo che parve lunghissimo, ma
probabilmente non lo era. - Okay. Immagino che basteranno
per tutti e due. - Mi diede una pacca sulla spalla. -
Immagino che saranno parecchi, vero, Steve?
Johnny fatto cos: non riesce a tenere il broncio. Pu
arrabbiarsi tanto da essere sul punto di ucciderti, e poi
pentirsi fino a farti commuovere. un ragazzo strano.
-L'uomo che ha mollato l la valigia non torner per un
pezzo, ci puoi scommettere - dissi io. - Abbiamo tempo,
Johnny. Conviene aspettare almeno che faccia buio.
Lui annu e sorrise. - Una Pontiac verde con i pneumatici
a fascia bianca, niente male, vero Steve? Forse dovremmo
comprarcene una, che dici? Con la radio e il riscaldamento e
quattro carburatori e...
- Zitto - dissi. - Sta arrivando lo sceriffo.
Mi strizz l'occhio. - Gi. Bisogna aver pazienza.
meglio dar retta al nostro Steve, cos paziente, cos
parsimonioso.
Si udiva un'altra sirena adesso, probabilmente era
l'ambulanza. E in cima alla collina stava arrivando un carro
attrezzi del garage di Chopko, a Ridgeland.
Lo sceriffo disse: - Questo non uno spettacolo per voi,
ragazzi. Andate a giocare. Le vacanze sono fatte per questo,
no?
- A me non fa impressione - disse Johnny. - Ho visto
Pa' sgozzare i maiali, e non mi ha fatto impressione. Ma Steve
meglio che vada. Giusto, sceriffo?
Lo sceriffo Taggart fece un gesto con la mano. - Fuori
dai piedi tutti e due, subito! Filate!
- Okay - fece Johnny. - Dai, Steve, andiamo a giocare
nel bosco.
Io non sarei stato capace di dirlo. Johnny ha abbastanza
fegato per dire qualunque cosa. E sa pensare rapidamente.
Dovevo stare attento e tenerlo d'occhio, o non avrei visto una
briciola di quel denaro.
Arrivammo al bosco e ci arrampicammo su un albero,
fingendo di giocare. Johnny sal molto in alto, sapendo che
non avrei avuto il coraggio di seguirlo, e lanci un grido alla
Tarzan; gli uomini che stavano calando il cavo per recuperare
la macchina guardarono verso di noi e uno di loro fece un
cenno di saluto. L'ambulanza stava entrando nel viale che
portava alla casa di Nestor, preparandosi a fare marcia
indietro verso il canale.
Fu allora che Johnny disse: - Non badano a noi ora,
Steve. Scendiamo e diamo un'occhiata in giro.
- Non avere fretta - gli risposi.
- Muoviti, fifone, prima che mi dimentichi che la met
tua.
Scendemmo e cominciammo a perlustrare i dintorni,
cercando un nascondiglio che potesse essere individuato da
un uomo in fuga. Fu Johnny a trovarlo, era una buca scavata
sotto un masso sporgente, seminascosta dalla cannarecchia e
da altre erbacce. Si vedeva solo la maniglia della valigia.
Johnny stava per prenderla quando io dissi: - Non
ancora. Sappiamo che l, ma non sappiamo se qualcuno ci
sta guardando. Non ancora. Devi avere pazienza, ricordatelo.
Lui fiss la maniglia della valigia e mi parve di vederlo
tremare. - Stasera, appena fa buio - disse.
- Appena fa buio - approvai.
Ritornammo dove eravamo prima, quando stavamo
versando l'acqua nella tana del serpente. Da lass si riusciva
a vedere il bosco e l'auto che veniva estratta dal torrente.
L'avevano quasi tirata fuori, ormai, piena di fango e con la
carrozzeria tutta sformata.
Dall'angolo della stalla, Pa' e Ma' stavano guardando
verso l'argine, e Pa' ci chiam.
- Vai tu - disse Johnny. - Qualcuno deve tenere
d'occhio il bosco.
- arrabbiato. Dovevamo sarchiare il granturco questo
pomeriggio. meglio che andiamo tutti e due.
Quando arrivammo, Pa' domand: - Cos' successo l
alla curva?
- Dei rapinatori sono finiti nel fosso - dissi io - ma uno
di loro scappato.
Ma' disse: - Voi due dovevate lavorare questo
pomeriggio. Vostro padre vi aveva promesso un centesimo per
ogni filare sarchiato. - Mi sorrise. - So che questo non ha
molta importanza per Johnny, ma non riesco a credere che tu
te ne sia dimenticato, Steve.
Johnny intervenne: - Siamo andati a caccia di serpenti.
L'Associazione Agricoltori li paga dieci centesimi l'uno.
Era una bugia, lo sapevo, ma non dissi nulla. Non volevo
che Johnny se la prendesse con me, almeno finch quella
valigia era ancora nel bosco.
Pa' disse: - Be', lasciate perdere i serpenti e occupatevi
del granturco. Tutti e due, di corsa!
- Sissignore - fece Johnny, e mi strizz l'occhio. -
Muoviti, zio Paperone.
Quando fummo abbastanza lontani da non essere sentiti
dai nostri genitori, gli dissi: - Parli sempre troppo. Che
bisogno c'era di parlare di soldi?
- Mi riferivo ai novanta dollari che hai messo da parte -
fece Johnny. - Chiunque riesca a mettere insieme novanta
bigliettoni con quei miseri spiccioli che ci passa nostro padre
un vero uomo d'affari. Scommetto che un giorno sarai ricco,
Steve.
Gli diedi una gomitata. - Siamo gi ricchi, forse, Johnny.
Ma dobbiamo essere prudenti. Smettila di dire sempre tutto
quello che ti passa per la testa.
- D'accordo - fece lui, e prese una zappa. - Muoviti,
vediamo chi arriva prima.
Muoviti, muoviti, muoviti... Johnny non faceva che
ripetermelo, e io gli andavo dietro come se fosse un generale,
o qualcosa del genere. Ero stufo di seguirlo dappertutto, di
accettare le sue sfide e di farmi prendere per il naso.
- Non ho voglia di correre - dissi. - Un centesimo per
un filare... che me ne faccio?
Scoppi a ridere. - Oh, Steve, questo non da te.
Cominci a ragionare da uomo ricco invece che da pitocco,
vero? Cominci a pensare in grande.
- Smettila. Non fai altro che prendermi in giro. La devi
smettere!
Rimase l impalato, con la zappa in mano, a fissarmi. -
Che ti prende? per il denaro? Ti rende proprio nervoso,
cos?
- cos, maledizione. Ti rendi conto che potrebbero
esserci migliaia di dollari laggi? Hai idea di cosa potremo
farci quando saremo grandi e li avremo investiti?
- Quando saremo grandi? Sei ammattito? Quando andr
alle superiori, quest'autunno, sar in citt e potr spenderli,
quei soldi. Non ho intenzione di aspettare di essere cresciuto.
- Se ti metti a spenderli quest'autunno, Johnny, finirai
in prigione. Ricordati che lo stiamo rubando, quel denaro.
Scosse la testa. - Loro l'hanno rubato. Noi l'abbiamo
trovato.
- Non nostro, comunque. Cavolo, Johnny, per la prima
volta nella tua vita, usa il cervello.
Mi squadr ancora per qualche secondo, poi si mise a
zappare. - Parli come un vecchio - disse. - Come se avessi
un milione di anni.
Ci mettemmo insieme a lavorare tra i filari. Continuavo a
pensare al denaro, all'enorme colpo di fortuna che avevamo
avuto, e a come Johnny probabilmente avrebbe rovinato
tutto. Era totalmente privo di buonsenso. Parlava in fretta e
agiva in fretta, ma ci non significava avere buonsenso.
Perch non ero solo quando quell'auto era finita nel canale?
Non ci stavo mettendo molto pi impegno di prima,
quando ero sceso all'argine a prendere l'acqua per annegare il
serpente, ma la situazione era cambiata, adesso: non stavo
facendo quel che avevo voglia di fare. Pensai a Pa', che aveva
lavorato in questo modo fin da quando aveva la mia et, e a
Ma', che non aveva avuto nulla di ci che desiderava, neanche
il telefono. Alla loro et, la mia vita sarebbe stata come la
loro? Avrei lavorato da mattina a sera, un giorno dopo l'altro?
Se Johnny cominciava a spendere soldi in citt, ci
saremmo trovati nei guai. E peggio ancora, avremmo perso il
denaro. Certo, se Johnny non avesse mentito allo sceriffo...
Il carro attrezzi di Chopko aveva gi portato via la
carcassa dell'auto, e non c'era pi nessuno sulla strada.
Guardai verso il bosco e anche l non c'era nessuno. Forse
l'uomo sarebbe tornato a prendere il denaro quella notte
stessa. Era meglio muoversi appena faceva buio. E se la
polizia lo avesse catturato...? Impossibile, stavano cercando
un uomo basso e grasso, con un giubbotto blu.
Intorno alle cinque e mezzo sentimmo suonare la
campana di casa e ci fermammo dove'eravamo arrivati, senza
completare il filare.
Mentre tornavamo a casa, dissi a Johnny:- Sar meglio
andare al bosco nel momento esatto in cui fa buio.
Lui annu.
- Quel tizio potrebbe tornare.
Annu ancora.
- Come sei silenzioso - osservai. - Non hai detto una
parola da quando abbiamo cominciato a zappare.
- Non voglio parlare troppo. - Si ferm. - Steve, ti
secca quando ti prendo in giro? Non sapevo che ti desse tanto
fastidio.
Sorrisi. - No. Forse sono solo nervoso.
Mi pos una mano sulla spalla. - Ricordati che siamo
fratelli, Steve. Sono stato proprio insopportabile, vero?
- Va tutto bene - risposi, e ripresi a camminare.
Che stava macchinando? Perch tutte queste attenzioni?
Ero spaventato.
Mentre ci lavavamo le mani, Pa' disse: - I due rapinatori
che erano nell'auto sono morti. Ma l'altro non stato trovato.
E il denaro ce l'ha lui. - Scosse la testa. - Quarantottomila
dollari!
Johnny guard me e Pa'. - Quarantottomila dollari? Chi
te l'ha detto?
- Len Nestor l'ha sentito alla radio. - Pa' si mise a
sbocconcellare una carota. - Roba da far star male una
persona onesta, vero?
Nessuno di noi due apr bocca. Io cominciai a tremare.
Poi Johnny scoppi a ridere. - Caspita, bisogna sarchiarne di
granturco per guadagnare quarantottomila dollari, eh Pa'?
Ma' scoppi a ridere, ma Pa' non parve trovarlo
divertente. Tutti sono convinti che Johnny sia pi attaccato a
Ma', e che io assomigli di pi a Pa'. Io non so se sia vero, ma
so che Ma' preferisce Johnny. il suo prediletto. Lo trova
divertente come Red Skelton.
Credo che Pa' non preferisca nessuno dei due, per
ammette che io sono pi sensibile. Il che non significa che
voglia pi bene a me.
Durante la cena, mi misi a fare i calcoli. Quarantottomila
dollari al sei per cento d'interesse faceva
duemilaottocentottanta dollari all'anno. Accidenti, non c'era
neanche bisogno di intaccare il capitale, si poteva vivere di
rendita. Met sarebbero stati miei, ossia
millequattrocentoquaranta dollari all'anno. Ce ne voleva di
granturco per farli, a un centesimo al filare.
Dopo cena, Johnny disse: - Steve, che ne dici di andare a
zappare ancora un po' finch non viene buio? Potremmo
almeno finire quei filari.
Pa' e Ma' erano stupiti: non era da lui dire una cosa del
genere. Ma io sapevo che Johnny voleva assicurarsi di essere
fuori di casa quando veniva buio. Potevamo andare al bosco
direttamente dal campo di granturco.
- Bene, finalmente il nostro figlio maggiore dimostra un
po' di considerazione per il denaro. - disse Pa'. - Ne sono
contento.
Johnny sorrise. - Era ora, eh Pa'? - fece, strizzandomi
l'occhio.
Mentre andavamo al campo, gli dissi: - Sei proprio
buffo. Dovresti andare in televisione, sei cos divertente.
Continua a fare il pagliaccio e perderai quarantottomila
dollari.
Lui scoppi a ridere. - Siamo fuori di casa, no? Tu non ci
hai neanche pensato. Me ne sono dovuto occupare io. E sono
stato io a mentire allo sceriffo, e se quel tizio torna per
recuperare il denaro, Steve il cacasotto sar cos terrorizzato
che andr a prenderglielo di corsa.
- Immagino che tu non abbia paura dei rapinatori. Non
molta, almeno!
- Io no. Aspetta che recuperiamo i soldi e vedrai. - Rise.
- Chiss se il vecchio Jess Laurie sta ancora cercando il
grassone della Pontiac.
Doveva continuare a ricordarmelo per farmi capire che se
non fosse stato per la sua parlantina non avremmo avuto
alcuna possibilit di mettere le mani su quel denaro. Crede di
essere tanto furbo. E forse lo , ma non ha un briciolo di
buonsenso.
Non avevo mai visto il sole tramontare cos lentamente, o
i filari sembrare cos lunghi. Ero preoccupato per Pa'; doveva
sembrargli strano che Johnny volesse lavorare dopo cena.
Probabilmente adesso era nella stalla a mungere l'unica vacca
rimasta, che produceva latte e burro solo per noi. Dal cortile
della stalla poteva vederci. Continuai a sarchiare, e anche
Johnny.
Poi lo vedemmo rientrare in casa col secchio. Era quasi
buio e Johnny disse: - meglio non aspettare ancora, che ne
dici?
- Andiamo - risposi. Stavo di nuovo tremando, e avevo
la voce malferma.
Johnny sorrideva. - Se il denaro c' ancora, lo portiamo
nella stalla e cerchiamo un posto per nasconderlo.
- Che significa, se c' ancora? Dove dovrebbe essere?
- Magari quel tizio tornato mentre noi non
guardavamo.
- Non dire stupidaggini. C'. Deve esserci. - Mi misi a
correre.
Ma Johnny mi super prima che avessi fatto venti passi e
insieme corremmo come pazzi gi per il pendio fino al
torrente, inoltrandoci nel bosco.
- Aspetta - urlai. - Perch hai tanta fretta?
Ma lui continuava a correre ridendo e io lo odiai per
questo e cercai di accelerare, ma avevo gi i polmoni in
fiamme e le gambe dure e doloranti.
Poi Johnny smise di correre e rise pi forte. - Oh, Steve,
rilassati. Ti ho spaventato, vero? Dai, fratello, smettiamola di
correre. Siamo soci.
Non dissi nulla. Respirai profondamente ed evitai di
guardarlo mentre raggiungevamo il punto in cui avevamo
visto la valigia quel pomeriggio.
Johnny infil la mano nella buca e mi guard sbarrando
gli occhi: - Non c' pi!
Sentii un vuoto allo stomaco e mi avvicinai per
controllare, ma Johnny mi respinse ridendo... e tir fuori la
valigia.
Allora il mio stomaco si calm e mi sentii meglio di
quanto fossi mi fossi sentito per tutta la giornata.
Quarantottomila dollari in un colpo solo, e in meno di un'ora
di lavoro.
Johnny disse: - Una volta trovato un nascondiglio per il
denaro, ci libereremo della valigia, giusto?
- Giusto - feci io. - Portiamola nel capanno degli
attrezzi; possiamo chiudere a chiave la porta e c' una torcia
elettrica l dentro.
Il capanno degli attrezzi era sull'altro lato della stalla
rispetto alla casa, e Pa' ce ne aveva riservato un angolo per le
nostre riunioni segrete.
- Ricordi quel vecchio buco che scavammo sotto il
pavimento? - chiese Johnny. - abbastanza grande come
nascondiglio. meglio non rimanere fuori a lungo stasera,
Steve. Pa' si chieder cosa stiamo facendo.
- Possiamo aprirla, almeno, e dare un'occhiata.
- Certo - fece lui.
La valigia mi batteva sulle gambe mentre camminavamo
nel buio. - pesante? - domandai.
- Molto - rispose. - Ma ce la faccio.
Ora si vedevano delle luci in casa, ma non nella stalla.
Arrivammo dal retro, senza farci vedere.
- Fra non molto Pa' ci verr a cercare - dissi. - Cosa
facciamo?
- Quello che hai detto tu, la portiamo nel capanno degli
attrezzi e chiudiamo la porta a chiave.
- Ma lui verr l di sicuro.
- Terremo chiusa la porta e nasconderemo la valigia
prima di riaprire.
Ero di nuovo nervoso. Johnny era cos irragionevole, cos
sventato. Mancava di buonsenso e di pazienza, non si rendeva
conto di quanto fosse importante in quel momento usare il
cervello. Per Johnny, il denaro era solo qualcosa da spendere.
Giunti al capanno degli attrezzi io andai avanti ad aprire
la porta e a cercare la torcia. Feci entrare Johnny, poi richiusi
la porta alle sue spalle e la bloccai con il paletto.
Lui pos la valigia sul pavimento e mentre io facevo luce
con la torcia la apr.
Un mare di soldi... Biglietti da cinque, da dieci, da venti,
raccolti in mazzette chiuse da una fascetta di carta
marroncina.. Johnny ne sollev una: c'erano centinaia di
banconote sotto.
- Accidenti! - esclam. - Oh, Steve!
Avevo lo stomaco sottosopra, e mi parve di sentire un
rumore. - Nascondiamoli, presto! - dissi.
Ma Johnny non mi dava retta. - Guarda come sono ben
ordinati. Caspita, dovevano essere dei tipi in gamba per
sistemarli con tanta cura in una banca piena di persone.
Ragazzi, se...
- Sbrighiamoci - feci io. - Mettiamoli via.
Lui mi guard e sorrise. - Hai paura, Steve? Ti trema la
voce.
Mentre lo guardavo si ud un colpo alla porta e Pa' disse:
- Siete qui, ragazzi? Che succede l dentro?
Non riuscivo a parlare. Tremavo come se avessi la febbre,
avevo in bocca un sapore metallico e tenevo lo sguardo
puntato su Johnny.
- C' una riunione del club, Pa', una riunione segreta. -
grid Johnny. - Abbiamo quasi finito.
Silenzio, poi Pa' disse: - D'accordo, ma voglio che siate a
casa entro cinque minuti. Non voglio che ve ne stiate al buio
in quel modo.
- Va bene, Pa' - fece Johnny, con un ghigno.
Di nuovo silenzio, poi Johnny disse: - Sei il solito
cacasotto, Steve. Dio, sei verde dalla paura.
- Tu sei pazzo, assolutamente pazzo. Dovrebbero
rinchiuderti in un manicomio.
Smise di sorridere. - Io sono pazzo? Chi ha mentito allo
sceriffo? Chi ci ha fatto uscire di casa? Chi ha tenuto a bada
Pa'? Sono pazzo, va bene, un pazzo da quarantottomila
dollari. E tu cos'hai fatto? Tu ragioni a centesimi, quella la
tua misura.
- La met mia - dissi. - Hai promesso che la met
mia.
- Ho promesso, e cos sar. Ma meglio che tu tiri fuori
un po' di coraggio, Steve. Questa non la paghetta per
sarchiare il granturco.
- Ce l'ho il coraggio, non ti preoccupare. Ne ho molto di
pi adesso.
Spostammo la vecchia scrematrice che usavamo quando
c'erano le vacche, togliemmo l'asse che c'era sotto e che non
era fissata al pavimento e mettemmo la valigia piena di
denaro nel buco. Poi rimettemmo a posto l'asse e la
scrematrice.
- Pi tardi cercheremo un nascondiglio migliore - dissi.
- Per il momento questo dovrebbe andar bene.
Johnny non disse nulla. Rimisi a posto la torcia, aprimmo
la porta e uscimmo.
Mentre tornavamo a casa continu a tacere. A cosa stava
pensando? Forse stava mettendo un po' di giudizio,
finalmente. O forse stava pensando che io non avevo fatto
proprio niente per contribuire all'impresa.
Quando entrammo in cucina trovammo Len Nestor e sua
moglie che parlavano con Ma' e Pa' della rapina. Si erano
portati dietro il Ridgeland Courier. Noi non compriamo il
giornale, Pa' dice che uno spreco di denaro "utile". Come se
esistesse del denaro inutile.
Len Nestor stava dicendo: - I rapinatori si erano infilati
in testa dei sacchetti di carta, con dei fori per gli occhi.
Wilderson ha detto che stato un vero spettacolo. - Alz lo
sguardo e ci vide. - Ehi ragazzi, siete sul giornale, sapete?
Johnny sorrise. - Davvero? Possiamo vederlo, signor
Nestor?
Il signor Nestor porse il giornale a Johnny che lo pos sul
tavolo e lo apr. Leggemmo che "due ragazzi dalla vista lunga
che stavano giocando in un campo" avevano fornito allo
sceriffo Taggart una "descrizione straordinariamente
dettagliata" del rapinatore che era fuggito sulla Pontiac
verde.
Johnny mi diede di gomito. - Siamo famosi, Steve. - E
poi sussurr a voce bassissima: - Famosi e ricchi.
Io non risposi.
- Cosa c', Johnny? - disse Pa'.
Johnny alz lo sguardo. - Ho detto che siamo famosi,
Pa'.
- E poi hai bisbigliato qualcosa. Mi sembrata una
parolaccia.
- Io non dico parolacce, Pa'. Sul serio.
- Noi prendiamo il caff. Voi ragazzi volete un po' di
cioccolata? - domand Ma'.
- Io no - rispose Johnny. - Sono stanco, vado a
dormire.
- Anch'io - dissi.
Sulle scale, sentii il signor Nestor che diceva: -Johnny
un tipo davvero spassoso. Scommetto che far l'attore, quel
ragazzo.
- Preferirei che avesse un po' pi di giudizio. -
comment Pa'.
- Giudizio - mi disse Johnny - come quello che ha
avuto lui. Ha perso tutte le nostre vacche e non gli rimasto
in mano nulla.
- Non le ha perse - dissi. - Semplicemente ha capito
che non si facevano abbastanza soldi allevando bestiame.
- Certo - fece Johnny. - Come no.
Entrammo nella nostra stanza e lui and alla finestra e
guard fuori verso la stalla. - Siamo nei guai, Steve.
- Perch?
Si volt a guardarmi. - Rifletti. Quel rapinatore che
scappato sapr leggere, no? Prima o poi legger quell'assurda
storia della Pontiac. E sapendo che una bugia, si chieder
perch abbiamo mentito, non credi?
Mi misi a sedere sul letto. - Gi. Oh Dio!
Sorrise. - Dov' finito il tuo solito coraggio, Steve? Cio,
il tuo nuovo coraggio.
- Lascia perdere. Cosa pu dimostrare? Cosa pu fare?
- Non so. Tu che ne dici? Sei tu il saggio.
Non replicai.
- Bene - disse Johnny - inutile pensarci adesso. Per
quel che ne sappiamo, quel tizio potrebbe essere in Cina in
questo momento. Forse sta ancora scappando.
Considerando che si era messo da parte quarantottomila
dollari, dubitavo che quell'uomo avrebbe continuato a
scappare, e anche Johnny non ci credeva. Un tipo abbastanza
freddo da sistemare il denaro con tanta cura non si sarebbe
fatto prendere dal panico. Nessuno lo aveva visto in faccia,
poteva tornare in qualunque momento.
Johnny apr il cassettino nella scrivania per mettere via
la paccottiglia che aveva in tasca, poi tir fuori il coltello da
caccia che si era guadagnato vendendo pomate.
Lo estrasse dal fodero e lo impugn. - Posso
piantarglielo dritto nella pancia, che ne dici, Steve?
Non risposi. Il coltello luccicava e spargeva riflessi per
tutta la stanza. Johnny ne saggi la punta con il dito, e mi
fece l'occhiolino.
Ma non riusc a ingannarmi. Quando mettevamo le
trappole ero sempre io ad aprirle. Johnny non era capace di
prendere in mano un animale selvatico morto o ferito. Con un
maiale era diverso. O con una gallina. Ma con la selvaggina
non ne aveva il coraggio.
- Mettilo via - dissi. - Stai dicendo delle sciocchezze.
- Per centomila dollari, potrei anche farlo - prosegu
lui, ridendo. - Ma non per quei miseri quarantottomila. -
Rimise il coltello nel fodero. - Certo che ne ho venduta di
pomata! Scommetto che sarei in grado di vendere qualunque
cosa.
Si era gi dimenticato dell'uomo. Se quel tizio fosse
arrivato, Johnny si sarebbe inventato qualche altra bugia, ma
senza prepararla in anticipo. Non lo faceva mai.
Se fosse arrivato, se fosse arrivato... Quando fosse
arrivato. Perch su questo non c'erano dubbi...
Molto tempo dopo che Johnny si fu addormentato, io
stavo ancora pensando a quell'uomo, e sperando che qualcosa
gli impedisse di tornare.
Al mattino Pa' dovette andare in citt per una
convocazione della banca e Johnny disse a Ma' che pensava
fosse il caso di dare una pulita alla stalla. Lei la trov una
buona idea, e una lodevole iniziativa.
Johnny mi spieg che non voleva essere fuori nel campo
di granturco se quell'uomo fosse tornato. Voleva essere in
grado di tenerlo d'occhio.
Cos spazzammo, spolverammo, lavammo le finestre e
ripassammo con la pompa le sbarre di ferro per gli animali
ormai inutilizzate. E nell'angolo in cui erano raggruppati i
vecchi bidoni del latte a Johnny venne un'idea.
- Potremmo mettere i soldi in uno di questi bidoni e poi
seppellirlo - disse. - Nasconderlo dove a nessuno verrebbe
mai in mente di guardare.
- E quando? - domandai. - Pa' e Ma' sono sempre qui.
- Non sempre. Ogni tanto vanno via, in citt o a trovare
lo zio George.
- E noi andiamo con loro.
- Non questa volta.
- Ma si chiederanno perch vogliamo rimanere a casa.
Annu. - Non penserai di tenere i soldi in quella valigia,
vero? Alla prima pioggia, l'acqua filtrer sotto il pavimento e
roviner tutto. Dobbiamo tenerli asciutti e al sicuro.
Sorrisi. - Credevo che volessi spenderli quest'autunno,
quando andrai a scuola.
- Questo era prima che sapessi quanti erano. Con
quarantottomila dollari, cambia la situazione.
- Anche con la met, la tua met, cambia la situazione.
Sogghign e stava per rispondere quando si interruppe,
fissando qualcosa alle mie spalle.
Mi girai e guardai fuori dalla porta della stalla, verso la
strada. Stava arrivando un uomo. Portava pantaloni militari e
un maglione azzurro, e zoppicava. Aveva con s una piccola
borsa.
Avvertii di nuovo quello strano sapore metallico in bocca.
- L'altro uomo aveva un cappello, un cappello grigio,
ricordi? - dissi.
- Chiunque pu gettar via un cappello - rispose Johnny.
- Scommetto dieci centesimi che viene qui, Steve.
Non risposi.
- Scommetto ventiquattromila dollari che viene qui,
Steve. Avanti, tenta la fortuna alla grande!
La sua voce era lontanissima, come in fondo a una
galleria. L'uomo divenne cos grande che parve nascondere
tutto ci aveva alle spalle, gli alberi, la strada, il campo di
granturco. Promisi a me stesso che, fosse entrato o no, quel
tizio non avrebbe sentito neanche l'odore di quel denaro. Non
sarebbe riuscito a spaventarmi.
L'uomo entr e si incammin lungo il viale polveroso che
portava alla casa. Ma' era nel cortile sul retro.
- Coraggio Steve - disse Johnny. - Andiamo a vedere
cosa vuole.
- Forse se ne andr - dissi. - Ma' sul retro e potrebbe
non sentirlo bussare.
- Non se ne andr. Avanti, fifone.
Lo seguii fuori dalla stalla fino al cortile. L'uomo era
fermo di fronte alla porta.
- Ma' sul retro, nel cortile - disse Johnny. - Cosa
vuole?
Era un tipo smilzo, alto quasi come Pa', con sopracciglia
nere e folte e occhi grigi che sembravano trapassarci con lo
sguardo. - Voglio parlare con tuo padre, ragazzo - rispose.
- Va a chiamarlo, oppure dimmi dov' e ci andr io.
- in citt - disse Johnny. - Non sar di ritorno per un
po'. Cosa vuole?
- Aspetter.
- Resta qui - mi disse Johnny - e tieni d'occhio questo
vagabondo. Vado a chiamare Ma'.
- Ci vado io - dissi precipitosamente, e feci il giro della
casa fino al cortile posteriore.
- Perch sei cos pallido? - chiese Ma'. - Forse solo
un venditore, Steve. Non devi impressionarti in questo modo.
- Mi mise una mano sulla fronte. - Ma tu hai la febbre,
figliolo.
- No - dissi io. - solo che ho lavorato tanto.
Quell'uomo sembra un vagabondo, Ma'.
Lei scroll le spalle e si avvi, con me dietro. L'uomo non
era pi sotto il portico, ora, ma era seduto sull'erba insieme a
Johnny. Johnny stava ghignando e l'uomo sorrideva.
- Cosa vuole, signore? - domand Ma'.
- Sto cercando lavoro - rispose lui. - Ne ho tanto
bisogno, signora. Potrei dare una mano in cambio di vitto e
alloggio, o altrimenti avrei un'idea.
- Quale idea?
- Quel bosco da legname, dove c' la curva, vostro?
Ma' annu.
- Lo si potrebbe sfoltire. Se lo taglio nella giusta misura
e vendiamo il materiale come legna da ardere, potremmo
dividerci il guadagno.
- Non si fanno molti soldi con la legna da ardere - disse
Ma'.
- Se si girano i posti giusti con un camion, si pu
strappare un prezzo notevole per la legna da ardere.
Per un attimo nessuno parl. Poi Ma' disse: - Be', pu
aspettare che torni mio marito. Venga in cucina, le preparo
due uova.
- Grazie, signora.
Entrarono in cucina e noi due restammo fuori. Johnny
continuava a ghignare.
- Cosa c' di tanto divertente? - domandai.
- Quel tizio - disse lui. - proprio un duro, sai? Mi ha
detto che non devo chiamarlo vagabondo. Ha detto che
orgoglioso di essere uno stagionale, ma che non un
vagabondo.
- E tu lo trovi divertente? Dormir nel capanno degli
attrezzi. Ci trovi qualcosa da ridere?
Ma lui non smise. - Steve, dal modo in cui te la prendi, si
direbbe che quel denaro sia tuo.
- per met mio. E che mi dici del fatto che un
rapinatore sta seduto in cucina con Ma'? Ti diverte anche
questo?
- Direi di no. Perch non vai subito a spiegarle che un
rapinatore di banche?
Avevo un gusto amaro in bocca, e Johnny mi appariva
come avvolto in una nebbiolina rossa. Si crede terribilmente
furbo, lui. Avrebbe imparato quant'era furbo se avesse dovuto
affrontare quel bel tipo in cucina. Avrei quasi preferito che
quel denaro non fosse per met mio, per poter godere della
sua sconfitta.
- Che ti succede? - fece Johnny. - Mi sembra che tu stia
perdendo la testa.
Non riuscivo a spiccicare parola.
- Vorrei aver qui uno specchio - continu lui,
tranquillamente. - Dovresti vedere l'espressione dei tuoi
occhi.
La nebbiolina che lo circondava aument, la casa alle sue
spalle cominci a inclinarsi da un lato. Barcollai, e lui mi fu
subito accanto, cingendomi con un braccio. - Stai male,
Steve? Che diavolo ti succede?
- Sto bene. Non mi toccare.
Sentii il camioncino borbottare lungo la strada e Johnny
disse: - Sta arrivando Pa'.
Feci un profondo respiro. - Non dirgli che sto male.
Dobbiamo cavarcela da soli. E tu cerca di ragionare.
Fece un passo indietro. - Ti dir una cosa. Sono pi
preoccupato per te che per me. Ho paura che tu non abbia
abbastanza coraggio.
Pa' arrest il camioncino accanto a noi e spense il motore.
- Che state facendo, ragazzi, vi accapigliate? Con tutto quello
che c' da fare in giro?
- Non ci stavamo accapigliando, Pa' - disse Johnny. -
Stavo solo abbracciando il mio caro fratellino. D un'occhiata
alla stalla, se pensi che non abbiamo lavorato.
- Ci vado subito - fece lui, scendendo dal camioncino.
- C' un uomo in cucina che vuole vederti - dissi io. -
Un vagabondo in cerca di un lavoretto saltuario.
- Vado prima da lui - disse Pa'.
Quando Pa' fu sulla porta della cucina, Johnny disse: -
Non male quel discorso sul lavoretto saltuario, stai
imparando.
- Non preoccuparti per me.
- Sai che dovremmo fare, se lui resta qui? Dovremmo
uscire questa notte, quando tutti dormono, mettere il denaro
in uno di quei bidoni e seppellirlo.
- rischioso. E Pa' si accorger che manca un bidone.
- E allora? Cosa vuoi che faccia, che scavi per tutti i
sessantaquattro ettari qui intorno per cercarlo?
- Ma se ci scoprono, la notte tardi...
- D'accordo. Fatti venire un'idea migliore. Io vado in
cucina a sentire le storielle che sta rifilando a Pa'.
Tornai nella stalla mentre Johnny entrava in cucina.
Accanto a una finestra c'era un angolo vuoto e pulito, protetto
da travi di legno.
Mi procurai un martello, dei chiodi e dei vecchi teloni di
plastica. Servendomi di una scala attaccai i teloni alle travi,
in modo tale che l'angolo si trasformasse in una specie di
stanza, con i teli come pareti.
Stavo rimettendo a posto la scala quando arriv Johnny.
Guard i teloni e scosse la testa. - Caspita, cos ti fai
scoprire!
- Non capisco, Johnny.
- Senti, quel tizio supporr che il denaro sia nella stalla
o nel capanno degli attrezzi, giusto? E se tu gli prepari un
posto nella stalla, cosa credi che penser?
- E tu lascialo pensare. Porteremo via i soldi dal capanno
prima che abbia il modo di guardarci dentro. Non voglio che
dorma l questa notte.
Johnny alz le spalle.
- Si ferma qui? - domandai.
Johnny annu. - Taglier il bosco e poi divideranno. Sai
di cosa stavano chiacchierando lui e Pa'?
- La rapina?
- Esatto. Lui parlava con Pa', ma in modo che fossi io ad
ascoltare. Diceva che aveva letto la nostra descrizione
dell'uomo con la valigia, e che dovevamo essere molto svegli
per ricordare il tipo di macchina e tutto il resto. Ha recitato
tutta la parte per me.
- E tu cos'hai detto?
- Ho tenuto la bocca chiusa. - Si gratt la nuca. - Poi
Pa' ha detto: "Lei crede che si possano tirar fuori dei soldi da
quel bosco?" E il tizio mi ha guardato dritto negli occhi e ha
risposto: "Una volta s. Forse anche adesso". Te lo giuro,
Steve, quell'uomo non ha paura di niente.
- Quarantottomila dollari non crescono sugli alberi,
Johnny. Tutto quel denaro ti fa diventare di ghiaccio.
Guard oltre le mie spalle, verso il bosco, e non disse
nulla.
Proseguii: - Se vogliamo seppellire i soldi in un bidone
del latte, allora meglio che ne portiamo fuori uno adesso,
cos non dovremo tornare qui dentro pi tardi, mentre lui
dorme.
- D'accordo. Ma dovrai essere tu a svegliarmi stanotte.
Io dormo sempre come un ghiro fino al mattino.
Cos portammo fuori il bidone, poi prendemmo una
branda dal capanno degli attrezzi, la spolverammo e la
sistemammo tra i teloni; piantammo anche qualche chiodo
nel muro perch potesse appenderci i suoi vestiti.
Quando Pa' vide tutto questo, scosse la testa. Esamin la
stalla pulita e la stanza che avevo preparato e fece un mezzo
sorriso. - E dire che non vi ho offerto neanche dieci
centesimi per tutto questo lavoro.
- Puoi farlo adesso Pa', se vuoi - disse Johnny.
Scosse il capo. - Non mi fregate, voi due. L'avete fatto
per non rinunciare alle vostre riunioni segrete.
Johnny scoppi a ridere. - Sei troppo furbo per noi, Pa'.
Credi che quel tizio ci pagherebbe se gli dessimo una mano
nel bosco?
- Pu darsi - rispose Pa'. - Ne parler con lui e
vediamo se ne viene fuori qualcosa. Avete voi la chiave del
capanno? Bisogna che faccia il filo a quelle seghe.
- Vado io a prenderle, Pa' - disse Johnny. - Non
dimenticarti di dirgli che siamo dei gran lavoratori, eh?
And al capanno, e io mi diressi verso casa. Vidi l'uomo
seduto sotto il portico a fumare, e decisi di passare per la
porta della cucina.
Non ero pi spaventato, ma non volevo parlare con lui.
- Dove sei stato? - disse Ma'. - Tutti hanno gi
mangiato tranne te.
- Stavo preparando una stanza per quel tizio.
- Per Frank?
- Se si chiama cos... Non ho fame, Ma.
- Vieni qui - fece lei. - Fammi sentire se hai la febbre.
Mi avvicinai e lei mi mise una mano sulla fronte. - Mi
sembra tutto a posto. Ma forse meglio che tu faccia un
riposino.
- Magari. Ci provo, comunque.
- Hai lavorato tanto stamattina. Probabilmente sei
stanco.
Annuii, e andai nella mia stanza al piano di sopra. Non
ero stanco. Volevo semplicemente rimanere solo, per pensare.
Dovevo riflettere attentamente sulla situazione, perch era in
gioco pi di quanto probabilmente avrei mai avuto nella mia
vita. Ero pronto a scommettere che nessun agricoltore del
distretto aveva mai visto quarantottomila dollari tutti
insieme.
Da tre anni Pa' mi pagava per i lavoretti che facevo e
risparmiando ogni centesimo avevo messo insieme novanta
dollari, compresi i soldi di Natale dello zio George.
Johnny aveva ragione su di me, in certo senso. Aveva pi
probabilit di riuscire a proteggere quel denaro perch era
pi coraggioso di me, e pi grande, e aveva la lingua pi
sciolta. E pensava in fretta, quando ce n'era bisogno.
Andai alla finestra e guardai fuori: tutto era verde, il
colore dei soldi. Johnny pensava in fretta, dovevo stare
attento. E una volta decisa la strategia migliore per
proteggere il denaro, dovevo trovare il coraggio di andare
fino in fondo.
Ero steso sul letto quando arriv Johnny e disse: -
Dobbiamo liberarci delle fascette, sono la prova che quello
il denaro della banca. Se le togliamo, chi potr riconoscerlo?
- Ci ho pensato anch'io.
- E a cos'altro hai pensato?
- A tutto. Per esempio a come diventare pi coraggioso.
Si mise a ridere e si stese sul letto. - Bene, il vecchio
Frank andato a lavorare nel bosco, Pa' sta sistemando la
staccionata lungo la strada per Saugus e Ma' sta per andare
dai Nestor. Perch non facciamo fuori quelle fascette marroni
appena esce?
- Buona idea. E un'altra cosa... perch non inchiodiamo
quel pavimento nel capanno degli attrezzi, finch non
abbiamo la possibilit di seppellire il denaro nel bidone del
latte?
- Cominci a ragionare, Steve. Sei proprio in forma.
Ma' usc due minuti dopo e noi andammo gi al capanno.
Togliemmo tutte le fascette e le mettemmo in un sacchetto di
carta, rimettemmo a posto il denaro e inchiodammo ben bene
il pavimento.
- Dovremmo bruciarle queste fascette, ma dove? - disse
Johnny.
- Dalle a me, ci penso io - feci. -Tu tieni d'occhio Frank
finch non torno.
Sorrise. - Il mio valoroso Steve.
Quando tornai, mi fece una proposta: - Che ne dici di
andare a fare una nuotata, come due ragazzi spensierati?
Scommetto che il nuovo Steve avrebbe persino il coraggio di
tuffarsi dall'argine, ormai.
- Quando vuoi.
- Ricordati che Pa' ha detto che ci spella vivi se ci pesca
a tuffarci da quell'altezza.
- Pa' non pu vederci dalla strada per Saugus.
Scommetto dieci centesimi che mi avvicino allo scoglio pi di
te.
- Accetto la scommessa. Muoviti, vediamo chi arriva
prima a casa per cambiarsi.
L'argine era alto circa sei metri e l'acqua sotto era
abbastanza profonda, ma c'era uno scoglio aguzzo pi o meno
al centro, appena sotto il pelo dell'acqua. Pa' diceva che se
l'avessimo urtato, buttandoci, ci saremmo rotti la testa, e
credo che avesse ragione. Ma Johnny si tuffava sempre
vicinissimo allo scoglio finch una volta Pa' non lo sorprese.
E allora ci proib di farlo del tutto.
Johnny entr in casa prima di me, fu pi svelto a infilarsi
il costume da bagno e usc di corsa con un grande vantaggio.
Ma quando arrivai all'argine, era ancora l fermo.
- La scommessa annullata.
- D'accordo, mi devi dieci centesimi.
- Va bene, te li devo. Sai perch l'ho mandata a monte?
Scossi la testa.
- Prima non valevo quarantottomila dollari. Ma ora non
posso correre un rischio del genere, capisci?
- Pu darsi, ma tu vali solo ventiquattromila dollari.
Si mise a ridere. - L'ho detto solo per provocarti. - Alz
lo sguardo verso il bosco. -Frank dev'essere all'opera. Mi
chiedo per quanto tempo andr avanti a lavorare, prima di
lasciar perdere.
- E tu quanto andresti avanti, con quarantottomila
dollari in palio?
Non rispose e continu a fissare il bosco. Se non si fosse
trattato di Johnny, avrei detto che era spaventato. Per la
prima volta nella mia vita, mi sentii pi grande di lui.
Verso le quattro ci stufammo di nuotare e tornammo a
casa a bere un po' di latte. Poi Johnny disse che andava a fare
un pisolino. Io mi vestii e raggiunsi Pa' che stava legando i
pali della staccionata nuova. Gli detti una mano finch Ma'
non suon la campana per la cena.
Frank mangi con noi. Si sedette accanto a me e non
parl molto, tranne che con Pa', a proposito del bosco.
Johnny non disse una parola, e fu quasi un record. Dopo
cena, disse che sarebbe andato di sopra a leggere.
Frank si stiracchi e guard fuori dalla finestra della
cucina. - Ho un paio di accette da affilare. Quanto vuoi per
girare la mola, Steve?
- Dieci centesimi ognuna - risposi.
Mi guard con un mezzo sorriso. - Facciamo uno.
- Dieci. Il denaro non mi manca.
Pa' si mise a ridere e Ma' sorrise. - D'accordo - disse
Frank. - Fai un buon affare, Steve.
- Ha novanta dollari da parte - osserv Pa'. - Steve non
sar mai un peso per questa povera fattoria.
Frank e io andammo verso la stalla con una tanica
d'acqua per bagnare la mola. Lui aveva con s un'accetta a
mano e l'ascia grande a doppio taglio, e io avrei dovuto essere
spaventato, ma non avevo paura, non molta.
Vers dell'acqua nel contenitore che sgocciolava sulla
mola e disse: - Stavo pensando a quei rapinatori. Ho letto
che sono fuggiti con quarantottomila dollari. Se io avessi
tutto quel denaro, saprei come farlo raddoppiare in sei mesi.
- Caspita - dissi io - peccato che lei non ce l'abbia,
allora.
Rimase immobile con l'accetta in mano e mi fiss. -
Quanti anni hai?
- Ne compio tredici il mese prossimo.
Scosse la testa. - Be', che mi...
- meglio che Pa' non la senta imprecare - lo
interruppi - o non avr pi legna da tagliare. Pa' non tollera
le bestemmie.
Respir a fondo. - Sar meglio che faccia attenzione,
allora. Non voglio perdermi tutti quei soldi.
Non dissi una parola.
- I soldi che far con la legna - spieg.
- Certo - dissi io - naturale. Vuole che cominci a
girare, ora?
- Quando vuoi. - Fece un altro respiro profondo. - Sono
un tipo paziente.
- Anch'io - aggiunsi, e cominciai a girare la mola.
Di sicuro sapeva come affilare un'accetta, quel Frank. Con
calma e facilit la rese tagliente come un rasoio. Si inumid le
basette con la saliva e si tagli qualche pelo con l'accetta
davanti a me.
Poi prese l'ascia grande e io ricominciai a girare la mola.
- Siamo una gran bella coppia, Steve. Scommetto che ce la
caveremmo a meraviglia, se lavorassimo insieme.
- Forse - dissi io. - Chi lo sa?
- Sono stato in un mucchio di posti, e credo di aver
imparato a maneggiare il denaro, ormai.
Non dissi nulla.
- Non avrei bisogno di rapinare una banca, se avessi una
base di partenza - prosegu. - Saprei come farla fruttare.
- Pa' dice che denaro chiama denaro.
- E ha ragione. Di questi tempi, con un buon gruzzolo ci
si pu sistemare per tutta la vita.
- Non con un gruzzolo di novanta dollari.
Sorrise. - Suppongo di no.
- Se sapessi dove procurarmene degli altri - dissi -lei
potrebbe dirmi come farli fruttare.
- Proprio cos, figliolo. Pensaci. Un ragazzo ha bisogno
di farsi aiutare quando diventa ricco. Potrei darti dei buoni
consigli.
- Ci penser. Forse Johnny sa dove trovare i soldi.
Annu e continu a lavorare la grande ascia con
disinvoltura sulla mola. Sembrava molto soddisfatto di s,
pensai.
Alla fine mi diede venti centesimi e io rientrai in casa.
Era quasi buio ormai. Non abbiamo tempo da perdere nella
nostra fattoria. Non abbiamo nulla di nulla, nella nostra
fattoria.
Pensavo a quei tizi che erano morti fuggendo dopo la
rapina e alla bugia di Johnny sulla Pontiac e al modo in cui si
stava comportando da quando eravamo andati a nuotare quel
pomeriggio. Forse stava perdendo la sua spavalderia. Non era
pi una bugia detta per divertirsi, un gioco per dimostrare
quanto si in gamba. Frank lo aveva trasformato in qualcosa
di diverso da un gioco.
In cucina Pa' disse: - Bene, stata una giornata piena
per te, vero?
- Sissignore. Proprio cos.
- Forse meglio che tu vada a dormire presto.
- quel che ho intenzione di fare. Ci vado subito.
Buonanotte Pa'.
Nella nostra stanza, Johnny stava leggendo un libro sulle
corse automobilistiche. Sono pi o meno gli unici che legge.
Mi guard e chiese: - Cosa ti ha detto?
- Ha detto che se avesse una bella somma, saprebbe fare
i milioni.
- E tu che hai risposto?
- Gli ho detto che era un peccato che non l'avesse, allora.
Johnny mi squadr per un attimo. - Accidenti, come sei
cambiato.
- Anche tu - risposi.
- Non preoccuparti per me.
- Non sono preoccupato - gli dissi. - Non pi.
Continu a fissarmi senza parlare. Poi torn al suo libro.
Io mi stesi sul letto a riflettere.
Dopo un po'Johnny si alz, si svest e si infil sotto le
coperte. - Steve - disse - credo che mi stia venendo un po'
di paura.
- Non devi aver paura. Non pensarci. Non c' nessuna
prova contro di noi, nessuna, a meno che non ci spaventiamo
e confessiamo.
Dopo qualche istante, Johnny dichiar: - Giusto. Hai
ragione. Be', non mi caveranno fuori nulla, te lo prometto.
Non risposi.
In breve si addorment e io andai a sedermi vicino alla
finestra a guardare il chiaro di luna.
Al mattino, sentii Ma' che parlava in cucina. Sembrava
fuori di s. Poi Pa' si precipit su per le scale e io chiusi gli
occhi. Johnny ha il letto pi vicino alla porta, e Pa' lo scroll
finch non fu sveglio.
- Corri subito da Nestor e digli di chiamare lo sceriffo
Taggart. Digli che deve venire subito, in questo preciso
istante.
- Che c', Pa'? - domand Johnny. - Che cosa
successo?
-Lascia stare quel che successo. Mettiti i calzoni e le
scarpe e va' l immediatamente. Io devo rimanere con Ma',
sconvolta, terrorizzata.
Pa' usc e Johnny venne a scuotermi. - Steve, successo
qualcosa.
Mi tirai su a sedere. - Cosa?
- Non lo so. Ma devo correre da Nestor a chiamare lo
sceriffo. Steve, deve trattarsi di Frank. Cosa pu essere?
- Non so. Forse uno dei suoi complici venuto qui e c'
stata una rissa. Come faccio a saperlo?
Infil i pantaloni e le scarpe e corse gi, senza camicia. Io
mi alzai e mi vestii.
Quando scesi in cucina, Ma' era sulla sedia a dondolo e si
cullava avanti e indietro con le mani strette ai braccioli. -
Ero andata a chiamarlo - disse. - Ero andata a chiamarlo
per la colazione.
- Chi, Ma'? - domandai. - Cos' successo?
- Non preoccuparti, figliolo - disse seccamente Pa',
entrando. - La mamma sotto shock. meglio che tu vada
fuori ad aspettare lo sceriffo. Digli di andare nella stalla.
Uscii sotto il portico e aspettai.
- Tre pugnalate alla gola - disse lo sceriffo Taggart - e
quattro al petto. E le fascette per le banconote sparse
tutt'attorno. Secondo te com' andata, Jess?
Jess Laurie si limit ad alzare le spalle. Erano nel cortile
ad aspettare il medico legale che veniva da Center City. Io mi
ero nascosto tra i cespugli su un lato della casa. Pa' e Ma'
erano dentro con i Nestor e Johnny era sparito.
- Ti dir io com' andata - fece lo sceriffo. - Secondo
me questo era l'uomo che guidava la Pontiac. Ha soffiato il
denaro al tipo grasso col giubbotto ed venuto qui a
nascondersi. Solo che il ciccione l'ha trovato, evidentemente.
- Ma non ha senso che sia venuto qui a nascondersi -
disse Jess. - Perch venire qui?
- Usa il cervello. Qual era l'ultimo posto al mondo in cui
il ciccione sarebbe venuto a cercarlo?
Venni fuori dai cespugli. - Sceriffo, ho sentito qualcosa
di strano la notte scorsa.
- Di strano? -Aggrott le sopracciglia, guardandomi. -
Che... che vuoi dire?
- Mi sono svegliato e ho udito delle voci nella stalla, poi
un grosso tonfo, e poco dopo una macchina che si allontanava
lungo la strada. Sono andato alla finestra, ma non ho visto
nessuna luce.
Jess Laurie mi fiss. - Hai sentito qualcuno che parlava
nella stalla e non sei andato a vedere? Perch?
- Ho pensato che magari era Pa' che parlava con Frank.
Non sapevo che ora fosse. E nella macchina potevano esserci
dei ragazzi che si sbaciucchiavano, sa com'.
- Era la voce di tuo padre? - domand Jess.
- Non ho riconosciuto le voci. Non ci ho pensato fino a
stamattina, quando ho saputo quel che successo.
- Non hai visto l'auto? - chiese lo sceriffo Taggart.
- No, signore. L'ho solo sentita partire e andar via.
- La notte era luminosa - disse Jess Laurie.
Lo sceriffo guard la strada. - Dov' la tua finestra,
Steve?
La indicai.
- L'auto poteva trovarsi vicino alla curva. L'uomo
potrebbe aver raggiunto la stalla senza essere visto dalla casa.
Scommetto dieci dollari che non c'era nessuno che si
sbaciucchiava. Scommetto che c'era una Pontiac verde
parcheggiata laggi.
- Vuol dire i rapinatori, sceriffo? - domandai.
Lui fiss Jess. - E chi senn?
- Ho paura, sceriffo. - dissi. - Non voglio che i
rapinatori vengano da queste parti.
Lo sceriffo Taggart sorrise. - Non preoccuparti, figliolo;
non verranno. Non hanno pi motivo di tornare qui.
- Hai visto o sentito qualcos'altro? - mi chiese Jess.
Scossi il capo. - No, signore, tutto.
Stava arrivando l'auto del medico legale e i due gli
andarono incontro. Io mi misi in cerca di Johnny. Avrei
potuto dir loro che avevo visto una Pontiac verde, ma se
avessero mai scoperto che era un'invenzione di Johnny, mi
sarei trovato nei guai. Cos invece non avrebbero mai potuto
provare che non avevo detto la verit.
Nel cortile sul retro, Pa' e il signor Nestor parlavano tra
loro. Pa' diceva: - Suppongo che l'altro tizio sia venuto qui
per i soldi. Diavolo, Len, si pu uccidere un uomo per
denaro?
- Tutti noi abbiamo fatto qualcosa di riprovevole per
molto meno di quarantottomila dollari - rispose il signor
Nestor. - Credo che l'omicidio sia solo un gradino pi in alto
sulla stessa scala, John.
- Cosa fai qui fuori, Steve? - disse Pa'. - Ti avevo detto
di restare in casa.
- Sto cercando Johnny.
- dentro. Adesso va' e non uscire finch non te lo dico
io.
Rientrai. Ma' e la signora Nestor erano in salotto. Salii le
scale e trovai Johnny sul letto. Era disteso supino, gli occhi
rivolti al soffitto.
Non mi guard. - Dove hai messo il mio coltello? Dov'?
- Sei impazzito, Johnny? Perch avrei dovuto prendere il
tuo coltello?
- Non scherzare. Dov', Steve?
Mi sedetti sul letto e lo fissai. Per la prima volta non
sembrava pi grande di me. Per la prima volta era al mio
stesso livello, non sopra. Avevo dimostrato quanto valevo.
- Lascia perdere il tuo stupido coltello, Johnny. Puoi
comprartene un altro. Pensa a tutti i soldi che abbiamo.
Si mise a sedere. - Che cosa ti successo? Sei cambiato.
- Tutti cambiano prima o poi, giusto?
Sospir. - So che l'hai ucciso tu, Steve. Per via delle
fascette.
- Quali fascette? - domandai.
- Quelle che avresti dovuto distruggere. - Abbass la
voce. - Quelle che erano sparse sul pavimento nella stanza di
Frank.
- Forse stato l'uomo della Pontiac verde a mettercele.
Lo sceriffo ne convinto.
Mi guard, e io ricambiai il suo sguardo. Poi si distese di
nuovo, accigliato, la faccia volta al soffitto.
- Hai detto che ero un fifone, Johnny - gli ricordai. -
Hai detto che dovevo dimostrare di avere coraggio.
Chiuse gli occhi. - Tu sei pazzo. Tutti quei soldi ti hanno
fatto perdere la testa. Sei pazzo, dovrebbero metterti in
manicomio, Steve.
- No, non dire cos. Pensa ai soldi e non dire queste cose.
Non rispose. Riapr gli occhi, ma senza guardarmi. Mi
stesi sul letto.
La sua voce era appena un sussurro: - Era destino che
succedesse. Sei sempre stato troppo attaccato al denaro.
Questa storia ha solo accelerato le cose.
- Tutti lo sono - dissi - tutte le persone di buonsenso.
- Non tutti - fece lui. - Non io.
- Quando sarai cresciuto abbastanza, potrai comprarti
una Cadillac bella grande. O addirittura un'auto da corsa. E
non nessun ladruncolo ti star alle calcagna, studiando un
modo per riprendersi il denaro.
- Sta' zitto! Sei pazzo, ti dico.
- Sii ragionevole, Johnny. Rifletti! Va bene, non parlo
pi.
Silenzio. Chiusi gli occhi. Udivo le voci di Ma' e della
signora Nestor al piano di sotto, e lo sceriffo fuori nel cortile
che parlava con qualcuno. Rividi il volto di Frank che
sorrideva nel sonno e mi venne la nausea, ma scacciai quel
pensiero dalla mente e mi concentrai invece sul denaro, su
tutto quel denaro.
Sussurrai: - Mi chiedo quanta gente abbia ucciso Frank
nella sua vita. - Mi passai la lingua sulle labbra. - Quel
vecchio lurido rapinatore di banche.
Johnny non disse nulla.
- Forse era destino che finisse ammazzato.
Johnny continu a tacere.
Mi stirai e riaprii gli occhi, per non vedere quelle
immagini spaventose. Udii il rumore di due auto che
partivano, e poi i passi di Pa' su per le scale. Johnny si tir su
a sedere, come se lo stesse aspettando per dirgli qualcosa.
Pa' entr e disse: - Vostra madre andr a stare dallo zio
George e dalla zia Jane per un paio di giorni. Vado ad
accompagnarla. Voi ragazzi avete paura di rimanere qui?
Scossi la testa.
- Resto qui anch'io - fece Johnny. - Quando torni, Pa'?
- Fra un paio d'ore, perch?
Johnny stava per rispondere ma si interruppe, poi disse:
- Tanto per sapere. - Torn a sdraiarsi, con aria
meditabonda.
- Forse dovreste uscire di casa - continu Pa'. - Perch
non andate a nuotare? Fa caldo oggi.
Johnny annu. - Pu darsi.
- Se vi tuffate dall'argine, state lontani da quello scoglio.
Posso fidarmi di voi, vero?
Johnny annu di nuovo. - Non preoccuparti. Star
attento, Pa'.
Pa' usc e lo sentimmo che parlava con Ma'. Lei venne a
salutarci. Sembrava ancora sconvolta. Udii il camioncino
imboccare la strada e poi di colpo ci fu un silenzio tale che
sentivo distintamente il respiro di Johnny.
- Perch hai voluto sapere quando tornava Pa'? - dissi.
- Pensavi di dirgli...? Insomma, di parlargli del... coltello e
delle fascette?
Non rispose.
Mi alzai e andai alla finestra. - Se stato tu a iniziare,
ricordatelo - proseguii. - Con quella storia della Pontiac.
l che cominciato tutto.
- Me lo ricordo - fece lui.
Mi voltai a guardarlo. - Qualcosa hai fatto tu, qualcosa
ho fatto io. E adesso quel denaro nostro. Io ho fatto
qualcosa, capisci? Pensavo che tu saresti stato... insomma, io
credevo che... - Tacqui. Non avevo intenzione di dirgli che
speravo fosse orgoglioso di me.
Ma lui non mi stava ascoltando, comunque. - Forse non
ho il coraggio di andare dallo sceriffo a dirgli che ho mentito
sulla Pontiac - disse - o forse s. questo che mi sto
chiedendo.
- E perch dovresti farlo? Sarebbe da stupidi.
Non rispose. Non sapevo cosa avesse in mente. Speravo
che stesse pensando al denaro, a quell'enorme quantit di
denaro, e a quel che avrebbe potuto comprarci. In realt,
pregavo che ricominciasse a ciarlare, come faceva prima.
Qualche attimo dopo, dissi: - Puoi dar via la tua met, se
non la vuoi. Puoi darla all'Esercito della Salvezza.
Non rispose e non mi guard. Proseguii: - Io vado a fare
una nuotata. Non ho intenzione di star qui a discutere con te
visto non mi rispondi neanche.
Ancora nessuna reazione.
Mi infilai il costume da bagno e un paio di scarpe e uscii
senza aggiungere altro. Ero preoccupato per lui. Era
imprevedibile. Andai fino all'argine e rimasi l a guardare lo
scoglio. Sembrava enorme.
A che scopo mettersi alla prova per due volte in
ventiquattro ore? Che ci avrei guadagnato a scoprire quanto
riuscivo ad avvicinarmi allo scoglio?
Ero ricco, adesso, avevo troppo da perdere. Sarebbe stato
un bello spreco finire ammazzato.
Ma poi, stranamente, mi venne in mente che quando si ha
molto da perdere, si dev'essere sicuri di avere fegato. Non
voglio dire che bisogna essere spericolati, ma coraggiosi s.
Un sacco di gente avrebbe potuto cercare di portarmi via quei
soldi.
Cos calcolai la distanza e mi tuffai, avvicinandomi allo
scoglio quanto il mio coraggio me lo permetteva. Entrando in
acqua mi graffiai la mano grattandola contro il bordo aguzzo
della roccia.
Riemersi ancora turbato, ma anche soddisfatto, perch
ero riuscito a fare il tuffo. Guardai su e c'era Johnny
sull'argine.
- Proprio vicino stavolta - disse.
Sorrisi e annuii.
Poi lui si lanci, con uno dei suoi tuffi belli e armoniosi.
Pareva che sarebbe andato a finire proprio sulla punta dello
scoglio, ma all'ultimo fece uno scarto e si limit a sfiorarlo,
all'impatto con l'acqua.
Quando risal, gli dissi: - Pi vicino. Sei pi bravo di me
a tuffarti.
- Andiamo a riva - fece lui. - Voglio parlarti.
Risalimmo sull'argine, proprio nel punto in cui Frank
aveva impilato la legna. Certo che sapeva come maneggiare
l'accetta e la sega, quel Frank. Mi faceva una curiosa
impressione pensare a lui morto, e vedere ancora
ammucchiata l la legna che aveva tagliato solo ieri.
- Stai tremando - disse Johnny.
Non risposi. Mi guardai la mano graffiata. Aveva smesso
di sanguinare.
Lui si sedette sulla legna, parlando a voce molto bassa. -
Com' andata? stato difficile? Come hai fatto a trovare il
coraggio?
- stato... terribile - dissi. - Dopo... dopo il primo...
colpo stato pi facile. - Lo guardai intensamente. - Sarei
disposto a rifarlo... credo. Probabilmente aveva ucciso della
gente, tantissima gente, e quindi...
- stato solo per i soldi, Steve? questo il motivo, o
c'era qualche altra ragione? stata anche colpa mia, perch ti
chiamavo fifone e tutto il resto...?
- stato il denaro, pi che altro. Tutto quanto... ma
soprattutto il denaro.
- Cosa vuoi dire con... tutto quanto?
- Oh, Pa' che lavora come un mulo e... Ma' che preferisce
te e tu che mi guardi sempre dall'alto in basso. Tu non ti
comporti come un fratello, Johnny. Fai il prepotente, quasi
sempre.
Annu. Continuava a far s con la testa, come se stesse
ripensando a un mucchio di cose. Poi disse: - Se darai quei
soldi all'Esercito della Salvezza, o alla Croce Rossa, io non
dir mai una parola a Pa' o allo sceriffo Taggart o a chiunque
altro al mondo.
Lo fissai. - E come faccio? Come farei a spiegare da dove
viene?
- Non voglio dire adesso. Pi avanti, intendo. Puoi
spedire un pacco senza indicare il mittente. Dovrebbe essere
facile.
Mi sedetti a guardare l'acqua. - E Pa' continuer a
sgobbare, e anche Ma'. E sar stato tutto per niente. Le tue
bugie, e il mio... quello che ho fatto, nessuno avr nulla
tranne quella stupida Croce Rossa. Non ha senso, Johnny.
Rimase l seduto, cupo. Io guardavo l'acqua. Dopo un
tempo che parve lunghissimo, disse: - Be', forse possiamo
trovare un modo per farne avere un po' a Ma' e Pa'. Di sicuro
ne farebbero un uso migliore della Croce Rossa. E noi siamo
in debito nei loro confronti.
- Certo - approvai. - Potrebbero almeno comprarsi
un'auto appena decente, giusto?
Annu, e vidi un lampo nei suoi occhi quando pronunciai
la parola "auto". Probabilmente stava pensando "auto da
corsa".
Inspir profondamente l'aria calda e luminosa. - Il
denaro al sicuro, eh?
- Oh, s - feci - assolutamente.
Fece correre lo sguardo sull'argine, sullo scoglio, poi a
terra, dovunque tranne che verso di me. - Forse un po' di
quei soldi ce li siamo meritati, non credi? In un certo senso
stato come un lavoro, siamo andati a prenderli e tutto il
resto, capisci.
- E quindi abbiamo il diritto di essere pagati per il
tempo che ci abbiamo dedicato, questo che vuoi dire?
- S, esatto.
- Sei tu il capo, Johnny.
Ma sapevo che non era cos, in realt. Non pi.
E credo che anche lui lo sapesse.
E allora dissi, e suon quasi come un ordine: - Non
prenderemo niente di pi di quel che ci spetta. Ma credo che
sar un bel po'.
Ditelo con i fiori
di Craig Rice
"Manhunt", settembre 1957
Non sempre la comicit ottiene il giusto riconoscimento
dalla critica, e pochi hanno scritto cose pi comiche di quelle
di Craig Rice, perlomeno nell'ambito del mystery. In opere
come Having Wonderful Crime e Trial by Fury, vere pietre
miliari della commedia brillante, Rice diede prova di spirito,
brio e intelligenza senza precedenti nella storia del giallo.
Certo, la scrittrice si muoveva secondo le convenzioni della
screwball comedy allora in voga, ma in maniera del tutto
personale, specialmente quando il protagonista era John J.
Malone, avvocato irlandese amante della bottiglia.
E. G.
- Non vorr rifiutarsi di aiutare una povera ragazza come
me, vero? - disse la magnifica bionda chinandosi sulla
scrivania e sbattendo le ciglia in direzione di John J. Malone.
Malone sospir e distolse lo sguardo, fissando come
affascinato la serie di scaffalature allineate contro una delle
pareti. Spostando leggermente il capo, osserv con la stessa
espressione concentrata la piccola mensola che Maggie aveva
appeso alla parete adiacente. Ospitava una pianticella che
aveva cominciato a traboccare dal vaso e a protendersi lungo
la parete sudicia, una piccolissima teiera d'ottone e un
coniglietto di porcellana dall'aspetto particolarmente
repellente. - D calore alla stanza - brontol Malone tra s e
s. - Crea un po' di atmosfera. - Sospir di nuovo, con
amarezza questa volta.
- Come dice? - chiese la magnifica bionda.
Malone fece un cenno svogliato in direzione della
mensola. - Che cosa ne pensa? - domand. - Le sembra che
crei una calda atmosfera?
La bionda la osserv per un attimo. - La trovo orribile -
disse convinta. - Ma ascolti, Malone, non sono venuta qui
per parlare di arredamento. Io voglio che lei...
- Lo so - fece Malone. - Me l'ha detto. Suo zio, Jasper
McIlhenny...
- Jabez - mormor la bionda.
- Fa lo stesso - riprese Malone con degnazione. - Suo
zio scomparso, e lei vuole che io lo ritrovi.
- cos, Malone - conferm la ragazza. - E lei lo far,
non vero? Far questo per me, Malone? - Sbatt di nuovo
le ciglia. Malone distolse risolutamente lo sguardo e cerc di
pensare a qualcos'altro.
- Non ho bisogno di denaro - disse infine, in tono
gentile. - Sto partendo per L'Avana. L'Avana, Cuba -
aggiunse, per evitare ogni equivoco. - E poi, cosa posso fare
io che la polizia di Chicago non possa fare meglio? - Si
augur che la signorina McIlhenny non conoscesse la risposta
a quella domanda.
- Sono passate due settimane, Malone - fece lei. - Sono
stata all'Ufficio Persone Scomparse e mi hanno detto che ci
stanno lavorando, ma due settimane sono tante. Ho sentito
parlare di lei, e so che l'unica persona in grado di trovare lo
zio Jabez.
- Il fatto ... - esord Malone, e si domand cos'avesse
avuto intenzione di dire dopo. - Il fatto . E inoltre, sto
partendo per L'Avana, Cuba. Se incontro suo zio da quelle
parti gli dar un messaggio da parte sua. Mi sembra pi che
ragionevole, non crede?
- Malone - disse la ragazza - lei senza cuore. Davvero
senza cuore. - Fece un passo indietro, in modo che
quell'avvocatuccio male in arnese potesse godere a pieno del
suo sguardo. Quello sguardo faceva pensare a un delitto,
pens Malone. Faceva pensare a parecchie altre cose, per
altro. Controvoglia, Malone si sottrasse a quella tentazione.
- Signorina McIlhenny - cominci, con un tono che
sperava suonasse paterno - sono certo che se avr un po' di
pazienza, la polizia riuscir a trovare suo zio. Io davvero non
potrei far altro che spedirle le mie parcelle. Parcelle
esorbitanti.
- Il denaro non ha importanza - rispose la ragazza. -
Ne abbiamo a bizzeffe. - Frug in una borsetta di pelle nera e
ne estrasse un fascio di banconote. Ne prelev tre e le depose
con circospezione sulla scrivania di Malone. - Bastano come
anticipo?
Malone fiss le tre banconote da cento dollari. -
Basterebbero - disse con rammarico. - Ma ho gi i biglietti.
La mia nave parte venerd. Siamo a gioved mattina... gioved
mattina presto - si corresse. - Non posso far nulla. Mi
dispiace.
- Ha! - fece la ragazza. Raccolse il denaro con gesto
rabbioso e si diresse verso la porta. La apr, si volt e disse:
- Senza cuore. Davvero senza cuore. - Usc sbattendo la
porta.
Malone rest seduto alla sua scrivania. L'Ufficio Persone
Scomparse avrebbe fatto saltar fuori lo zio Jabez, si disse.
Quindi, evidentemente, non c'era alcun motivo di
preoccuparsi della bionda signorina McIlhenny. Poteva
addirittura far finta che non fosse mai esistita. Poteva invece
concentrarsi sulla partita a poker, la fantastica partita a
poker a cui era stato invitato la sera precedente dal giudice
Touralchuck. Aveva vinto abbastanza denaro da comprarsi i
biglietti per il viaggio all'Avana e assicurarsi un paio di
settimane di vita alquanto dissoluta. Nessuna ragazza avrebbe
potuto impedirglielo, anche se era cos bella, e sembrava cos
smarrita, e aveva un tono cos suadente.
Forse pensare al poker non era una grande idea. Torn a
fissare la mensola, e il coniglietto di porcellana lo fiss a sua
volta con sguardo inespressivo. Quella mensola aveva almeno
un aspetto positivo, pens vagamente: forniva un argomento
di riflessione nei momenti difficili. Solo perch una magnifica
bionda ti entrava in ufficio un gioved mattina per chiedere
aiuto, non significava che...
Malone sospir.
La canceller completamente dalla mia mente, pens
deciso. - Non mai stata qui - disse, ascoltando l'eco della
propria voce nella stanza. Suonava molto convincente, aveva
un tono fermo e posato che gli and a genio.
- Non mai stata qui - ripet. - Signore e signori della
giuria, vi sfido a provare che il mio cliente abbia mai
conosciuto questa donna. Vi sfido a provare che sia mai
entrata nel suo ufficio.
La porta dell'ufficio si apr e Malone alz gli occhi con
espressione colpevole. Ma la ragazza che apparve sulla soglia
era piccola e mora. - Allora, Malone - disse. - Su cosa ti
stai esercitando? Rilassati, stai partendo per una bella
vacanza all'Avana.
- esattamente quel che ho intenzione di fare, Maggie -
rispose John J. Malone con decisione. - E neanche tutte le
bionde di Chicago, neanche tutte le bionde degli Stati Uniti -
aggiunse in tono di sfida - riusciranno a impedirmelo.
- Cos te ne vai all'Avana - disse Joe l'Angelo, poco
dopo, servendo un doppio whisky al piccolo avvocato.
Malone percorse con lo sguardo il locale antiquato del
City Hall Bar, propriet di Joe l'Angelo. C'era solo il portiere
del municipio, seduto in silenzio all'estremit opposta del
bancone, a sorseggiare la sua birra. Malone alz il suo
bicchiere e lo osserv con aria pensosa.
- L'Avana, Cuba - disse. - E quanto sar ben sistemato
e al caldo, sdraiato sulla spiaggia senza niente da fare,
penser a te, Joe. A proposito - aggiunse preoccupato - ti
devo qualcosa?
- Ho solo un paio di dollari segnati sul conto, Malone -
disse Joe l'Angelo. - Me li darai quando torni.
- Ti pago adesso - disse Malone. Si frug nella tasca e
ne estrasse un assortimento di banconote accartocciate. Ne
stir un paio con cura e le depose sul bancone. - Ora siamo
pari - aggiunse. Diede uno sguardo al locale deserto. -
Bisogna festeggiare.
Joe l'Angelo esit solo per un attimo. - Uno lo offre la
casa, Malone - proclam solennemente. Malone scol il suo
primo bicchiere e Joe gli vers dell'altro whisky. - Ci
mancherai - disse.
- A me Chicago non mancher, invece- dichiar Malone.
- Gente che viene continuamente a esporti problemi che poi
non ti lascia risolvere o non...- Si ferm a riflettere per un
momento e bevve un lungo sorso. - Comunque, non mi
mancher. come acqua sotto un ponte in fiamme.
- Proprio cos, Malone - disse Joe l'Angelo,
mestamente.
- Ascolta - prosegu Malone - quando sar all'Avana, la
prima cosa che ho intenzione di fare...
Squill il telefono. In un angolo buio del locale il
pappagallo strill: - Drin! Drin!
- Scusami, Malone - fece Joe l'Angelo. And al telefono
lanciando un'occhiata minacciosa al pappagallo che chiuse il
becco e rivolse a Malone uno sguardo di disapprovazione.
Malone lo fiss bellicoso.
- Okay - stava dicendo Joe l'Angelo. - S, qui. Aspetti
un attimo, glielo passo. - Si premette il ricevitore sul petto e
grid: - Malone!
- Non ci sono - replic Malone senza staccare gli occhi
dal pappagallo. - Sono andato a casa qualche ora fa.
- il capitano Von Flanagan - disse Joe l'Angelo. -
Sembra furioso.
Malone stava per rispondere: - E chi se ne frega se
furioso - ma si ferm appena in tempo. Dopo tutto, Von
Flanagan era un vecchio amico.
- Pronto? - abbozz.
Un torrente di bestemmie e di insulti gli strazi
l'orecchio. Malone allontan la cornetta mentre la voce di
Von Flanagan strillava: - Solo perch tu hai troppo da fare
per occupartene, io devo vedermela con il commissario. Mi ha
fatto chiamare proprio adesso, e io cosa gli dico, Malone?
Bella ricompensa per averti aiutato in tutti questi anni...
- Un momento - disse Malone. - Aspetta un momento.
E se mi dicessi di cosa stai parlando?
- Non far finta di non saperlo - rispose Von Flanagan. -
Non fare il finto tonto con me, questa volta. Ti ho preso in
castagna, e ti far pentire di essere venuto al mondo. La
prossima volta che mi porti una multa per divieto di sosta...
- Von Flanagan. - La voce tranquilla di Malone parve
irritare ancora di pi il poliziotto, ma dopo un altro paio di
strilli l'uomo si calm, continuando a borbottare. - Ora -
disse Malone - si pu sapere di cosa stai parlando? Che cosa
ti ho fatto?
- McIlhenny - gemette Von Flanagan. - La nipote della
moglie del commissario.
Un orribile sospetto si fece strada nella mente di Malone.
- Vuoi dire la bionda?
- La bionda. Non riesce a trovare suo zio, e noi ci stiamo
lavorando. Tu sai che ci stiamo lavorando, Malone. - La voce
di Von Flanagan si incrin.
- Certo - disse l'avvocato. - quel che le ho detto.
- Ma lei vuole un rapporto ogni cinque minuti. Non
riesco a combinare nulla se me la ritrovo continuamente tra i
piedi. Malone, te lo giuro, ho fatto il tuo nome in buona fede.
Non che tu possa fare meglio di noi...
A Malone vennero in mente diverse cose, ma non ne disse
nessuna.
- ...ma lei ti pagherebbe per il disturbo, verrebbe l da te
e noi riusciremmo a fare qualcosa.
- Perch non le dici semplicemente che ci state
lavorando? - sugger Malone. - Sapete benissimo come
liberarvi delle persone.
- Malone - singhiozz Von Flanagan. - nipote della
moglie del commissario.
- Oh - disse l'avvocato. - Capisco.
- Ma tu ti sei rifiutato di aiutarla. Le hai detto che stavi
partendo, o qualcosa del genere. Malone, te lo giuro, la
prossima volta che ci sar un omicidio insoluto a Chicago, ti
incrimino. Falsificher le prove, se sar necessario, comprer
i testimoni, qualunque cosa. Quando ci si rifiuta di aiutare un
vecchio amico...
Malone riflett rapidamente. Da un lato, lui stava
partendo sul serio, e per un luogo in cui Von Flanagan non
avrebbe potuto raggiungerlo. Dall'altro, prima o poi avrebbe
potuto desiderare di tornare indietro, anche se non riusciva a
immaginarne il motivo. E dopo tutto Von Flanagan era un
vecchio amico, malgrado il modo in cui lo aveva trattato.
Infine, la sua nave non partiva che venerd, ed era solo
gioved pomeriggio. Restava quasi un giorno intero.
- Va bene, Von Flanagan - disse Malone. - Ma questa
l'ultima volta...
La voce all'altro capo del filo si fece di velluto. - Tutto
quello che vuoi, Malone. Non hai che da chiedere.
- Non preoccuparti - rispose il piccolo avvocato. - Lo
far.
Malone torn in ufficio, canticchiando St. James
Infirmary a mezza voce. Incaric Maggie di cercare una certa
signorina McIlhenny sull'elenco telefonico, si rilass, si
accese un sigaro nuovo e si mise a riflettere sulla situazione.
Scopr che non c'era molto su cui riflettere. Era appena
giunto alla conclusione di cercare Jabez McIlhenny all'Avana,
dove qualunque uomo dotato di sufficiente denaro e del
minimo buon senso avrebbe scelto di essere ritrovato, quando
Maggie annunci che una certa signorina McIlhenny era in
linea.
Malone sollev il ricevitore e disse con voce pi
professionale possibile: - Parla Malone.
- Speravo che mi chiamasse - disse la voce ardente che
ricordava. - Si metter alla ricerca dello zio Jabez, vero?
Sono sicura che riuscir a fare molto meglio di quei vecchi...
- Mi occuper del suo caso - tagli corto Malone in tono
severo. - Per quanto riguarda l'anticipo... ehm... -
Introdusse una pausa di riflessione.
- Se trecento non bastano - disse la voce - possiamo
fare cinquecento. Lei un uomo meraviglioso!
In piccole dosi era stato gradevole, pens Malone mentre
la sua nuova cliente continuava a tubare, ma del troppo ne
aveva abbastanza. Si interrog per un attimo su cosa avesse
voluto dire precisamente con questa frase, ma decise di
lasciar perdere. - Cinquecento vanno bene. Ma sar
necessario che parli con lei...
- Indizi - fece la voce. - Vengo immediatamente.
Riappese. Malone rimase con il ricevitore in mano, alz le
spalle e torn a fumare il suo sigaro.
Per quindici minuti sul coniglio di porcellana e sulla sua
nuova mensola, finch entr Maggie. - C' una certa
signorina McIlhenny che vuole vederla, signor Malone -
disse.
- Non vedi che sono occupato con questi documenti? -
borbott Malone, agguantando alcune carte dalla scrivania e
agitandole, nella speranza di apparire convincente. - Va bene
- disse - falla accomodare.
La magnifica bionda entr dimenando i fianchi e si
sedette, senza esserne invitata, sulla sedia accanto alla
scrivania di Malone.
- Ho dovuto farle un assegno - dichiar. - Spero che
non sia un problema. - Pos un foglietto ripiegato sul tavolo.
Malone non lo prese.
- Devo farle un mucchio di domande.
- D'accordo.
- Qualcuna potrebbe non piacerle.
- Se le serviranno a ritrovare lo zio Jabez... - disse lei
soffocando un singhiozzo - per me va bene. - Sembrava
proprio una brava bambina. Malone si trattenne dal darle un
buffetto affettuoso sulla mano e si domand quanto ci fosse di
artificioso nel suo comportamento. Tutto, stabil
ferocemente. - Suo zio aveva nemici, che lei sappia? - chiese
dopo un istante.
La signorina McIlhenny ci pens su. - Tutti volevano
bene allo zio Jabez. Era un cos caro vecchietto.
- Era? - indag Malone.
- Voglio dire che... be', lo ancora, suppongo.
- Ma potrebbe essere morto - fece notare Malone,
scrutando il volto dalla bionda per spiare la sua reazione.
L'espressione di lei non cambi. Estrasse un fazzoletto
dalla borsetta nera e se lo avvicin agli occhi senza
utilizzarlo. Poi lo pos sulla scrivania. - Se lui morto,
voglio saperlo - disse. - La polizia non ha scoperto nulla...
- Lo so. Me l'ha gi detto. Stanno facendo del loro
meglio. - Rimugin per un minuto, poi prosegu: - Quando
lo ha visto per l'ultima volta?
- Mentre usciva di casa, marted mattina di buon ora.
Due settimane e due giorni fa. Abita nel grande palazzo...
immagino che lo si possa definire cos... dei McIlhenny, nelle
vicinanze del Drive. Io vivo con lui.
- C' qualcun altro in casa? - domand Malone. Aveva
presente il posto: un imponente edificio in pietra con torri e
finestre in stile gotico, dall'aria fatiscente. Si ergeva solitario
sulle rive del lago, a picco sull'acqua. Quel posto gli aveva
sempre messo i brividi, l'idea di andarci non lo metteva di
buon umore.
- Solo la servit - rispose la bionda. - E quando lui
usc, io domandai...
- La servit - la interruppe Malone. - Di chi si tratta?
- Be', c' un uomo che si chiama Paul Finn - disse la
bionda. La servit, pens Malone, doveva sembrarle indegna
di considerazione. Non stava bene parlare della servit. -
il segretario dello zio. E poi la mia cameriera Rose. Rose
Billington.
- Erano entrambi in casa?
- Quando lo zio uscito? Oh no, il marted il loro
giorno di libert. Credo che fossero da qualche parte a...
pomiciare.
Malone cerc di ricordare l'ultima volta che aveva sentito
quella parola, ma non ci riusc. Registr mentalmente il dato:
il segretario e la cameriera avevano una relazione. Sembrava
una cosa importante. L'avvocato non avrebbe saputo dire il
perch, e si disse che poteva anche non esserlo.
- Cosa stava dicendo? - domand, scoprendo che la
bionda era andata avanti con il suo racconto.
Lei parve un po' sconcertata. - Stavo dicendo che ero
sola. Domandai allo zio dove stesse andando e lui mi rispose
che aveva un appuntamento d'affari.
- Che genere di affari?
- Non ne ho idea - disse. - Non ci feci caso allora, a
volte non si presta attenzione a una frase, ma quando la
polizia me l'ha chiesto mi sono resa conto che era piuttosto
strano. Lo zio aveva ereditato un sacco di soldi, investiti in
titoli molto sicuri. Non c'era proprio nessun affare di cui
dovesse occuparsi.
- Non aggiunse nient'altro? - domand Malone.
- Svolt l'angolo e io rientrai in casa.
- Era a piedi?
- Allo zio piaceva camminare - disse la bionda. -
Diceva che serviva a tenerlo in esercizio.
- Dove andava di solito quando usciva a fare una
passeggiata? - domand Malone.
La bionda ci pens su per un attimo. - A volte andava da
Eve - rispose. - Poi c'era Martine. Sicuro, Martine.
Il piccolo avvocato cominciava a sentirsi un po' confuso.
Gli sembrava che la conversazione procedesse in modo
nebuloso. - Eve e Martine. Sono ragazze che conosceva?
- Be', s. Perlomeno Martine. una... ballerina di fila.
Ma certamente non sarebbe andato da lei per affari. Santo
cielo, no!
- Capisco - fece Malone.
- E Eve... Eve Washington, ne avr sentito parlare...
Malone ci pens su. - No - disse alla fine.
La bionda scosse la testa. - la pi nota ceramista di
Chicago, e lei non ne ha mai sentito parlare...
- Signorina McIlhenny - disse dolcemente Malone -
sono un avvocato e passo un sacco di tempo in tribunale.
Talvolta mi capita di non leggere la pagina della scienza sul
giornale. Bisogna che lei mi spieghi cos' una ceramista.
- Dice sul serio? Lei si sta prendendo gioco di me...
- No - disse Malone.
- Oh! - La bionda parve studiarlo attentamente, e
Malone sper per qualche motivo che non decidesse di
riprendersi l'assegno dalla scrivania, di rimetterlo nella borsa
e di andarsene. Lo avrebbe preso come un insulto. Non era un
crimine ignorare cosa fosse una ceramista, pens. Non era
colpa sua se c'erano cose che non sapeva.
- Terracotta - disse la ragazza. - Fa dei lavori in
terracotta.
- Come delle formine di terra, insomma - fece Malone
con aria meditabonda.
- Pi... o meno - rispose lentamente la bionda. -
molto famosa e molto cara. - Si volt e per la prima volta
sembr accorgersi dell'impassibile coniglietto di porcellana.
- Saprebbe fare un oggetto come quello - osserv. - Anche
se naturalmente non lo farebbe mai.
- Non le piacciono i conigli? - sugger Malone.
- troppo ordinario, prodotto in serie. Non il suo
genere.
- E Jabez McIlhenny era il suo genere? - domand
Malone con grande delicatezza.
- Non per quello che pensa lei - afferm la ragazza. -
Lo zio Jabez apprezzava le sculture in terracotta. Comprava
spesso dei pezzi di Eve. Erano solo buoni amici.
- Forse era questo che intendeva con "affari" - fece
Malone. - Torni a casa, la chiamer pi tardi.
- Cos'ha intenzione di fare? - domand la bionda.
- Comincer a guadagnarmi quel denaro - disse Malone.
Prese l'assegno e lo spieg.
- D'accordo - disse la ragazza. Era gi uscita quando
Malone lesse sull'assegno la scritta "Cinquecento dollari" e
pos lo sguardo sull'ultima riga, dove c'era la firma, "D. D. D.
McIlhenny".
Malone si rese conto che non conosceva il nome di
battesimo della sua cliente. Nessuno dei suoi nomi di
battesimo. Ma la banca doveva conoscerli, si disse
allegramente. Intasc l'assegno, si alz e usc dall'ufficio.
L'insegna fuori dalla porta recava una scritta in caratteri
fioriti: "Eve Washington - Ceramiche". Sotto c'era un
campanello.
Malone suon. Per un attimo si domand cosa ci facesse
una donna che faceva formine di terra al decimo piano
dell'immobile pi esclusivo di Chicago e stabil che doveva
esserci qualcosa sotto quell'attivit. Stava congratulandosi
con se stesso per la propria perspicacia quando la serratura
scatt e la porta si apr.
Malone entr in una stanza che gli fece venire in mente
alcune delle peggiori scene di Bertha, la ragazza che cuciva a
macchina, quelle che ritraevano la misera casa di Bertha.
C'erano bricchi e stampi grigi e antiquati dappertutto,
immersi in un'incredibile sporcizia formata da paglia,
segatura, trucioli di legno e vecchi giornali ingialliti. Su tutto
aleggiava una nuvola di polvere.
Malone ud un ronzio provenire da lontano, simile al
rumore di una segheria. Prov a chiamare: - Ehil?
- Un minuto - rispose una voce. Malone lasci correre
lo sguardo sul disordine che lo circondava, e attese. Quando il
minuto fu trascorso, e insieme a quello altri due o tre, una
donna coperta di polvere con indosso un vecchio grembiule
apparve sulla porta che dava sul resto dell'appartamento. -
S? - disse.
- Sto cercando la signorina Washington. Mi chiamo John
J. Malone.
- Vuole comprare qualche cosa? - disse la donna coperta
di polvere. Era poco pi bassa del piccolo avvocato, aveva il
viso a forma di cuore e i capelli, almeno nei punti in cui non
erano coperti di polvere, di un castano molto scuro. Poteva
avere ventott'anni, pens Malone.
- Vorrei vedere la signorina Washington - spieg. - Ho
qualche domanda da rivolgerle.
- Sono io Eve Washington - disse la donna. - Ma sono
un po' presa in questo momento. Mi dispiace. Non ho proprio
tempo per le interviste...
- Si tratta di Jabez McIlhenny - precis Malone.
La donna fece un passo indietro. - Lei della polizia?
Malone scosse il capo. - Solo un amico - disse. - Ho
saputo che scomparso, e vorrei farle alcune domande.
- Ho gi detto tutto alla polizia - dichiar Eve
Washington. - Perch non chiede a loro?
- Le ruber solo un minuto. Inoltre, potrei essere un
potenziale cliente. Non si sa mai.
- Ma davvero! - A sorpresa, Eve Washington scoppi a
ridere. Aveva una risata grave, profonda, come la voce. -
Venga nel mio studio. McIlhenny era l'unico uomo che aveva
il permesso di entrarci, ma visto che un suo amico... E poi,
lei mi sembra matto come me. - Si avvi, e Malone la segu.
Attraversarono un lungo corridoio e sbucarono in un
ampio locale arioso che appariva ancora pi caotico di quello
precedente. Malone not quattro posacenere, tutti di
terracotta, ammucchiati su un divano lurido che ad occhio
doveva essere stato pagato pi di mille dollari. In uno dei
posacenere c'erano tre sigarette con tracce di rossetto e un
mozzicone di sigaro impolverato. Gli altri erano vuoti, ma
ricoperti di un velo di polvere. Malone prov il desiderio di
farsi un bagno.
In un angolo era collocato un contenitore quadrato che
produceva un leggero ronzio. - un forno. Serve a cuocere
l'argilla. Sviluppa pi di milleseicento gradi, quindi non mi
avvicinerei troppo se fossi in lei.
Malone indietreggi allontanandosi ulteriormente dal
contenitore. - Jabez McIlhenny scomparso pi di due
settimane fa. Di marted. - Chiss perch, quell'approccio
non gli sembr quello giusto. - Stava venendo qui quando
usc di casa, e sua nipote non l'ha pi visto da allora -
aggiunse, dopo una pausa.
La donna coperta di polvere lo stette a sentire e infine
disse: - Ah s?
- Quando se ne and da qui? - domand Malone.
- Non ci mai arrivato - rispose lei. - Lei dice che
stava venendo da me?
- Esatto.
- Mi avvertiva sempre quando veniva - disse Eve
Washington. - Mi telefonava a intervalli di qualche
settimana e io gli facevo trovare un pezzo nuovo da
esaminare. Era di gusti raffinati, signor Malone. Sapeva
sempre quello che voleva, e me lo lasci dire, dopo quelle
vecchiette terribili che vengono qui a cercare qualche
regalino per i loro nipoti...
- La capisco - disse Malone in tono comprensivo. - Ma
quel marted, il giorno in cui scomparve, non le telefon?
- No - disse lei. - Pensavo che si sarebbe fatto vivo, era
quasi il momento, capisce, e avevo una cosa pronta per lui. -
Fece spuntar fuori un oggetto dal disordine, e Malone si
ritrov a fissare un vaso verde chiaro, alto circa
quarantacinque centimetri. - L'ho tenuto, nel caso che lui si
faccia sentire. Gli sarebbe piaciuto. - Dette qualche colpetto
amorevole al vaso. - Ed anche un affare - aggiunse. - Solo
trecento dollari.
Malone fece un cenno di assenso, distrattamente. -
Signorina Washington - disse - che lei sappia, il signor
McIlhenny aveva dei nemici?
- Aveva? Vuol dire che morto?
Malone medit. Non poteva esserci nulla di male
nell'ammettere la verit. - scomparso da due settimane e
sua nipote non ha ricevuto nessuna richiesta di riscatto, n
alcun messaggio da lui. Probabilmente morto. Sto cercando
la persona che lo ha ucciso.
- Forse era semplicemente stufo ed andato via - disse
la donna. Malone si accorse che, sotto il grembiule, era
davvero molto carina. Forse il vaso valeva davvero trecento
dollari. Dopo tutto, pens, lui non era un intenditore di vasi.
Trecento dollari potevano essere un buon prezzo. Avrebbe
potuto invitare Eve Washington a cena per discuterne un po'.
Con severit ramment a se stesso che quasi sicuramente
stava investigando su un caso di omicidio, e che comunque
doveva partire da Chicago l'indomani. - Le persone non si
stufano e vanno via - disse. - Non senza lasciare un
messaggio.
- Forse il messaggio non ancora stato trovato - obiett
lei.
Malone si guard intorno. Se la casa di McIlhenny aveva
la minima somiglianza con lo studio di Eve Washington, il
messaggio poteva non saltar fuori per mesi. Ma ne dubitava.
- Aveva nemici? - domand di nuovo.
- Non che io sappia. Era un cos caro vecchietto.
- Lo so - disse Malone.
- stato lui a scoprirmi, sa? Io ero solo una delle tante
ceramiste che lottano per affermarsi, sa com'.
Malone cerc di immaginare una ceramista che lottava,
ma non ci riusc. Faceva gi fatica a pronunciare quella
parola, figuriamoci il resto.
- Ebbene - stava dicendo lei - avevo esposto le mie
ceramiche in una piccola galleria e un pomeriggio fece il suo
ingresso il signor McIlhenny. Questo tutto. Compr diversi
pezzi, e si sparse la voce. Gli sono molto grata. Sarei
terribilmente addolorata se gli fosse successo qualcosa.
- Non ha pi avuto notizie da lui dal marted in cui
scomparso?
- Certo che no! Ho ancora il vaso, non vede? - Sembr
accorgersi solo allora che lo aveva ancora in mano, e
improvvisamente rivolse un affascinante sorriso a Malone. -
Ecco - disse - tenga. Non posso tenerlo qui per sempre.
Qualcuno potrebbe vederlo e volerlo acquistare. Ma se vede il
signor McIlhenny, pu darlo a lui.
Malone evit di puntualizzare ancora una volta che
probabilmente quel cliente aveva ormai perso ogni interesse
per i vasi verdi. Preferiva non vedere Eve Washington
terribilmente addolorata, anche se non gli sarebbe dispiaciuto
offrirle una spalla su cui piangere. Ma aveva decisamente
troppe cose da fare, e pochissimo tempo per farle.
Prese il vaso. - Se lo vedo - disse.
- Lui me lo pagher, naturalmente - afferm Eve
Washington. - Con lui non c' nemmeno bisogno di parlare
di denaro. Mi chiamer senz'altro e mi mander un assegno.
Il vaso pesava quasi un chilo. Malone decise che era
meglio metterlo nella cassaforte dell'ufficio prima di passare
al prossimo individuo sospetto. Martine avrebbe dovuto
aspettare.
Scese in strada con il vaso stretto tra le mani e
gesticolando con difficolt chiam un taxi, diede all'autista le
coordinate del suo ufficio e si rilass sul sedile di pelle. Il
vaso era posato accanto a lui.
Forse potrei metterlo sulla mensola, pens Malone.
Vicino al coniglio. Potrebbe essere carino.
Una volta tornato in ufficio, Malone osserv il vaso con
un po' di pi di attenzione. Non era affatto male, pens.
Conferiva maggiore dignit al suo ufficio, piazzato l sulla
mensola. Avrebbe potuto metterlo in cassaforte, ma era
troppo bello per chiuderlo l dentro. E la donna delle pulizie
non l'avrebbe fatto cadere, se l'avesse avvertita.
A pensarci meglio, se l'avesse avvertita lei avrebbe potuto
innervosirsi e buttarlo gi proprio cercando di fare troppa
attenzione. Era meglio lasciare che le cose andassero come
dovevano andare.
Ora, si disse, era il momento di Martine.
Fu allora che si rese conto che non sapeva il cognome di
Martine. Telefon immediatamente a un amico proprietario
di un night-club.
- Ragazze che si chiamano Martine? - disse
quest'ultimo. - Malone, si chiamano tutte Martine, o Sybil, o
Fritzi. Se ne trovi una che si chiami Bella mi fai un vero
regalo. Sempre Sybil o Martine o Fritzi. Dico sul serio,
Malone.
- Non conosci una Martine particolare che frequentava
Jabez McIlhenny?
- Nessuna di loro particolare, Malone. Sono volgari,
tutte quante. Ripeto, se trovassi una ballerina che si chiama
Bella non la farei neanche danzare, la terrei qui solo per il
gusto di dirlo alla gente. Vedi, Malone...
Malone si sottrasse con qualche difficolt a un invito per
"una piccola festa tra amici" dopo la chiusura. - Prima o poi
ricambier il favore - disse al proprietario del locale, e
riattacc.
Avrebbe potuto chiamare Von Flanagan, naturalmente.
Ma in un modo o nell'altro, si disse, preferiva non rivolgersi
alla polizia. Gli avevano affidato il caso e lui voleva risolverlo
per loro e fargliela vedere. Si chiese vagamente che cosa gli
avrebbe fatto vedere, ma non arriv a nessuna conclusione.
Si ricord della servit. Paul Finn e Rose Billington. Se
fosse andato subito a casa McIlhenny, avrebbe potuto parlare
con loro e nello stesso tempo chiedere alla signorina
McIlhenny il cognome di Martine. Forse il nome di battesimo
della bionda era Danielle. Danielle Denise... ehm, Denny
McIlhenny. Suonava bene, pens Malone.
D'improvviso gli venne in mente che i due domestici
avevano una relazione. All'inizio gli era sembrato importante,
ma probabilmente non lo era affatto. Aveva la sensazione di
aver sentito dire una cosa che non gli era parsa importante al
momento, e che invece lo era. Cerc di ricordare cosa potesse
essere, ma senza successo. Forse, pens, non era qualcosa che
aveva sentito, ma qualcosa che aveva visto.
Quando si ritrov a bofonchiare: - Un buon domestico si
vede e non si sente - lasci perdere. Uscendo dall'ufficio
disse a Maggie: - Metti dei fiori in quel vaso. E non rimanere
alzata ad aspettarmi. Lascia solo una luce accesa alla finestra.
- Fa attenzione, Malone - rispose lei.
Lui pens al fatiscente palazzo dei McIlhenny ed ebbe un
brivido. Non fare lo stupido, si disse.
Ma cosa c'era di stupido nell'aver paura di una casa che
quasi certamente era popolata da spettri di cui uno, in
particolare, si era unito al gruppo non pi di due settimane
prima?
Il tassista diede un'occhiata ai gradini di pietra che
portavano all'ingresso del palazzo. - Un posto da ricchi -
comment.
- Qualcuno lo trova bello - disse Malone sulla difensiva.
- Per me infestato dai fantasmi - fece il tassista.
Malone lo pag con mani tremanti. - Ognuno libero di
pensarla come vuole - disse. Cominci a salire i gradini, con
la sensazione che una lugubre musica d'organo lo seguisse
passo passo. Lontano, molto pi gi, sent il tassista che
ingranava la marcia e si allontanava di corsa, e si sent molto
solo.
Sal risolutamente in cima alla scalinata e si trov di
fronte il vecchio portone di quercia con un battente d'argento
al centro. Malone allung la mano, la ritrasse, poi si disse di
non fare lo stupido e buss una prima volta, timidamente.
Dopo un minuto buss di nuovo, un po' pi forte.
La porta si apr con uno scricchiolio e Malone impallid.
Una faccia cadaverica lo stava guardando. Quella faccia aveva
occhi che sembravano passarlo da parte a parte, e folte
sopracciglia nere. Le sopracciglia si sollevarono lentamente.
- S? - disse la faccia.
- Vorrei vedere la signorina McIlhenny. - Malone si
congratul con se stesso per il proprio sangue freddo.
- Chi devo annunciare? - chiese la faccia in tono
lugubre.
- Me - disse Malone. - Io.
- Il suo nome?
Malone glielo diede, sbrigativamente. Il portone si
richiuse.
Passarono diversi anni prima che si riaprisse di nuovo.
Malone era certo di avere ormai tutti i capelli bianchi,
ammesso che gliene fosse rimasto qualcuno. Prov a passarsi
una mano sul cuoio capelluto, ma non riusc a capire di che
colore fossero. Continu a masticare il suo sigaro,
nervosamente.
Alla fine il portone si spalanc a poco a poco e comparve
un volto familiare. - Oh, Malone - disse la bionda. - Entri.
Paul non sapeva... non gli ho fatto il suo nome quando sono
uscita... - Malone entr.
- Quello era Paul Finn - disse quando fu nell'ingresso.
- Quel... tizio che ha aperto la porta. - Cominciava a sentirsi
meglio. La bionda si era offerta di preparargli da bere, e lui si
accese un nuovo sigaro. In realt non si era per nulla
spaventato, si disse. Erano tutte sciocchezze.
- Naturalmente - fece la bionda. - C' qui un suo
amico.
- Davvero?
- Un poliziotto. Gli ho detto che non avevo pi bisogno
di lui visto che lei ha accettato di occuparsi del caso, ma ha
insistito per essere qui al suo arrivo. Ha detto che vuole farle
qualche domanda.
Malone sent un vuoto allo stomaco. - Von Flanagan -
disse.
- Gi, ha detto di chiamarsi cos. La sta aspettando in
salotto. Venga, cos le preparo da bere e potremo parlare. -
Fece una pausa. - Ha gi scoperto qualcosa?
- Ho scoperto che suo zio aveva un nemico- disse
Malone brutalmente. Pens a Von Flanagan, a Eve
Washington e ai suoi biglietti d'imbarco, e si domand perch
mai si era fatto coinvolgere in quel caso.
- E chi ? - chiese la bionda ansiosamente.
- Io - disse seccamente l'avvocato, e la segu nel salotto.
La bionda (Daisy?, si chiedeva Malone, Daphne?
Desiree?) and a preparare da bere e Malone rimase solo con
il capitano di polizia.
- omicidio, Malone, lo sai vero? - disse Von Flanagan.
- Ne sono convinto - disse Malone. - Due settimane
sono troppe.
- Non aveva alcun motivo di sparire. Tutto gli andava
bene, come sempre. Per non aveva nemici.
- quel che ho accertato - fece Malone.
- Tutti gli uomini ricchi hanno dei nemici - osserv Von
Flanagan in tono sentenzioso. - Persino io ho dei nemici e
cosa posseggo, in fondo?
- Dei nemici - sugger Malone.
- Stavo parlando di soldi. Se io ho dei nemici, li aveva
anche Jabez McIlhenny. Dopo tutto, qualcuno lo ha ucciso.
- Magari stato un incidente - disse Malone. - Magari
ha tagliato la strada a una macchina.
- Abbiamo controllato i registri di ospedali e obitori per
le due ultime settimane - replic Von Flanagan
stizzosamente. - Qualcuno riuscito a liberarsi del cadavere
senza lasciare traccia. Non c' stato nessun incidente.
- Forse si buttato nel fiume.
- In questa stagione? Fa freddo fuori. Sarebbe stata
un'azione da pazzi, e non sembra che lui fosse pi pazzo del
solito.
- Come fai a saperlo?
- L'ho chiesto alla nipote - disse Von Flanagan. - A
meno che non sia stata lei a far fuori il vecchietto... e allora
potrebbe mentire solo per rendermi le cose pi difficili.
La signorina McIlhenny torn con i drink e per qualche
minuto la conversazione tocc argomenti senza importanza,
finch Von Flanagan disse: - Mi scusi, signorina, vorrei
parlare con Malone in privato. Possiamo...
- Ma certo - rispose lei. - Restate pure. Io ho da fare in
cucina, comunque.
Quando si fu allontanata, Malone domand: - Che
motivo aveva per uccidere suo zio?
- questo che non riesco a capire - ammise Von
Flanagan. - Il vecchio ha lasciato tutto il suo denaro a un
ricovero per gli animali. Non ne aveva mai avuti, e si sentiva
in colpa per questo. Ha lasciato duemila dollari ciascuno ai
domestici, ma neanche un soldo a sua nipote, tranne una
rendita di diecimila dollari l'anno. Meno di quanti ne riceveva
con lui vivo.
- Forse l'aveva minacciata di non dargliene pi.
- Ho parlato con i domestici, non hanno sentito dire
niente del genere. Era tutto tranquillo.
- Non stata lei - disse l'avvocato. - mia cliente.
- Be', Malone...
- So che non stata lei. Non so perch lo so, ma lo so.
Ha senso tutto questo?
- No - disse Von Flanagan. - E non funzionerebbe in
tribunale.
- Lei mi ha parlato di una ballerina di nome Martine.
- Martine Vignette. Si chiama cos. L'abbiamo
interrogata. Sembra che lei e il vecchio McIlhenny fossero
solo buoni amici. Sul serio. un bel caratterino, Malone.
Magari una sera si arrabbiata e gli ha sfasciato la testa.
- E lo ha fatto svanire come un fantasma - sugger
Malone. - Avete perquisito casa sua e il night club in cui
lavorava, immagino.
- Naturale - disse il capitano, depresso. - La gente fa di
tutto per mettermi i bastoni fra le ruote, Malone. Io non
volevo fare il poliziotto...
Malone si appoggi allo schienale, chiuse gli occhi e
attese che Von Flanagan finisse la sua geremiade. Poi
domand: - Nessun altro?
- Macch. Una scultrice mezza matta, questa Martine
Vignette, e la nipote.
- Come si chiama lei?
- La nipote?
- Esatto.
- McIlhenny - rispose Von Flanagan.
- Intendevo il nome di battesimo.
Sul volto del capitano si dipinse un'espressione attonita.
- Ti dir - rispose - non gliel'ho mai chiesto.
- Neanch'io - fece Malone.
- Ti stavo aspettando perch volevo parlare con te prima
di arrestare la nipote. Non si sa mai. Non che io pensi che tu
possa... insomma, non puoi mica metterti contro la polizia di
Chicago, per...
- Aspetta un attimo, Von Flanagan.
- Ti ho cercato in ufficio e quella tua ragazza mi ha detto
che stavi venendo qui. Malone, ti viene in mente un solo
motivo per cui non dovrei metterla dentro?
- Non stata lei - disse l'avvocato. - Io ho visto
qualcosa... o sentito qualcosa...
- Di che si tratta, Malone?
- Non lo so - ammise il piccolo avvocato. Sospir. - Ma
lo scoprir, prima o poi.
- Non posso stare con le mani in mano in eterno -
dichiar Von Flanagan. - Il commissario...
- Concedimi un'ora. Solo un'ora.
- Malone, non legale...
- Un'ora, Von Flanagan, altrimenti io... dir a tua moglie
di quella partita a poker.
- Un'ora - ripet il poliziotto con voce triste. - Malone,
questa storia non piace neanche a me. La nipote della moglie
del commissario...
- Non preoccuparti, Von Flanagan - disse Malone
solennemente. - Ti tirer fuori dai guai.
La voce del capitano assunse un tono minaccioso. -
Guarda, Malone...
- Un'ora. Hai promesso.
La storia di Rose Billington era semplice. Malone guard
la sua lunga, triste faccia cavallina e pens che doveva
formare una magnifica coppia con il cadaverico Paul Finn.
Sembravano venir fuori dalla famiglia Addams, pens. Le
porse un orecchio indulgente.
- L'ho gi raccontato tre volte alla polizia. Ora lei vuole
sentirlo da capo. Non c'ero neanche, io e Paul eravamo fuori.
Eravamo andati al cinema. Ho gi detto tre volte alla polizia
quel che abbiamo visto.
- Not qualcosa di strano uscendo?
- Era tutto come al solito - disse Rose. - Il vecchio
signor McIlhenny si stava vestendo per uscire, ma non disse
dove andava, quindi non me lo chieda.
- Non lo far - disse Malone.
- La signorina McIlhenny stava dormendo, a volte dorme
fino a tardi. Io e Paul andammo al cinema, vuol sapere che
film era?
- No, non necessario. - Sentiva il bisogno di un altro
drink. - Il testamento del signor McIlhenny lascia una
piccola somma a tutti e due. Abbastanza per sposarvi.
- Oh, ma noi non abbiamo intenzione di sposarci! -
disse Rose.
- Ah, no?
- Paul gi sposato e noi non vogliamo mica infrangere
la legge. Ha una moglie a New York e non pu divorziare
perch altrimenti lei penserebbe che lui non la vuole pi, e
questo non bello, dice Paul. Lui legge libri di psicologia.
- E la moglie non... lei non pensa che lui non la voglia
pi visto che sta a Chicago?
- Paul dice che questo un altro discorso. Sa, legge
molto. Cos usciamo e basta, andiamo al cinema. Le posso
raccontare del film, quello che abbiamo visto.
Malone si sentiva girare la testa. - Non necessario -
disse. - Anzi, preferisco non saperlo. Non farebbe che
peggiorare le cose.
- Era un bel film.
- Non ho dubbi - disse Malone.
Il racconto di Paul coincideva con quello della cameriera.
- Andammo a vedere un film - fu la sua versione. Malone si
astenne dall'indagare sulla signora Finn. Non c'era motivo di
complicare ulteriormente la situazione.
Rimaneva solo Martine Vignette. Ma Von Flanagan aveva
cercato il corpo di McIlhenny e non aveva trovato nulla. Ci si
poteva fidare di Von Flanagan quando faceva una
perquisizione, pens Malone.
E tuttavia, D. D. D. McIlhenny non aveva commesso
nessun omicidio.
Ma se non era stata lei, chi era stato?
O forse suo zio Jabez si era semplicemente stufato e se
n'era andato, come aveva suggerito Eve Washington?
Neanche questa spiegazione pareva convincente.
Che razza di confusione, pens Malone.
Confusione.
Di colpo drizz la testa e torn in salotto. Von Flanagan
era sprofondato in una poltrona superimbottita e sembrava
sulle spine.
- Torno subito - fece Malone. - Non ti muovere.
- Dove vai? - domand il poliziotto.
Malone si rigir il sigaro in bocca con aria soddisfatta. -
A prendere l' assassino - disse. - E tu non ti muovere.
- Malone... - cominci Von Flanagan, ma il piccolo
avvocato era gi fuori dal portone e stava correndo gi per i
gradini senza timore di rompersi il collo.
Von Flanagan sospir e torn a sprofondare nella sua
poltrona.
- E va bene - ammise l'omicida mezz'ora dopo,
nell'ufficio di Von Flanagan. - Confesso. Ma lui meritava di
morire!
Quando Gadenski ebbe portato fuori l'omicida, Von
Flanagan mise i piedi sulla scrivania e disse a Malone: - Ero
convinto che fosse la nipote.
- Doveva essere per forza qualcun altro. Se lei avesse
ucciso suo zio, non sarebbe venuta da me per ritrovarlo. Ho
una certa reputazione, dopo tutto.
- Ma perch...
- Ho trovato questo biglietto sul divano, era scivolato
sotto i cuscini. Probabilmente era finito l per caso. Il
problema di Eve Washington era che non faceva mai le
pulizie.
- Tu non sapevi del biglietto quando sei andato da lei.
- No, ma questo spiega il movente - disse Malone. - Nel
biglietto McIlhenny le comunicava che non aveva intenzione
di sposarla. Sembra che fossero qualcosa di pi che buoni
amici dopo tutto, e quando lui and a parlarle lei esplose e lo
colp con la prima cosa che trov sottomano. Il suo studio
pieno di cose adatte a colpire un uomo.
- Ma... - Von Flanagan scosse la testa.
- Il mozzicone di sigaro nel posacenere - prosegu
Malone. - Lo vidi la prima volta che entrai in casa sua. E lei
mi disse che nessuno tranne McIlhenny era mai entrato in
quello studio. Pensai che difficilmente lei fumava sigari.
Quindi doveva aver mentito. Se avesse messo a posto quello
studio, sarebbe stata al sicuro per sempre.
- Commettono sempre un errore - disse Von Flanagan
gravemente. - Ma cosa ne ha fatto del... come si liberata di
lui?
Malone si accese un sigaro nuovo ed emise una nuvola di
fumo. - Ha confessato, e non sar io a occuparmi del suo
caso perch sto partendo per L'Avana. Quindi non c' bisogno
che tu sappia come si disfatta di Jabez McIlhenny, e questo
rester il nostro piccolo segreto.
- Malone!
- Ho le mie buone ragioni - ribad il piccolo avvocato. -
Penso che tu possa fidarti di me, per questa volta. Visto che
ho risolto il caso per te.
- Tu hai risolto il caso? - disse Von Flanagan. - Ma se
ha confessato qui, proprio in quest'ufficio.
- Senti, Von Flanagan. Una sola parola di pi, e io... io
non ti mander neanche una cartolina dall'Avana.
- Stammi a sentire, Malone - cominci il poliziotto, ma
il piccolo avvocato se n'era gi andato.
Malone and in banca a riscuotere l'assegno di D. D. D.
McIlhenny. - A proposito - chiese al cassiere - che cosa
indicano le iniziali?
- Vuol dire che non lo sa?
- Esatto.
-Glielo chieda - disse il cassiere. - Le ha dato un
assegno, vuol dire che la conosce.
Malone si mise a caccia di un elenco del telefono e
chiam.
- Oh lei, uomo adorabile, sapevo che avrebbe risolto il
caso... - cinguett la donna all'altro capo del filo.
Malone stabil che del troppo ne aveva decisamente molto
pi che abbastanza. - Suo zio morto - disse gravemente.
- Oh, Malone, non riesco pi neanche a pensare allo zio
Jabez ora che so quanto lei sia attraente e intelligente...
Malone borbott qualcosa di irriferibile. - Signorina
McIlhenny, ho una domanda da farle.
- Oh - fece lei. - La risposta s, Malone, s!
- La domanda - prosegu lui in tono serio - la
seguente: cosa indicano le sue iniziali?
Ci fu un lungo silenzio all'altro capo del filo. - I miei
amici mi chiamano Didi. Alla francese.
Malone rest in attesa.
- Be' - prosegu lei - mamma e pap volevano entrambi
un maschio, ma erano rassegnati alla volont del Signore.
Cos quando arrivai io mi battezzarono Dio D Donne. Dio D
Donne McIlhenny.
- Oh - fece Malone e riagganci, molto lentamente. Poi
rialz la cornetta e chiam il suo ufficio.
Maggie rispose immediatamente. - Malone, c' qui un
uomo con la bolletta del telefono, e...
- Sar l domani mattina - disse Malone. - Pagher
tutto prima di partire. E, Maggie...
Pens per un attimo al contenitore quadrato che ronzava
nello studio di Eve Washington, e al forno che poteva
raggiungere una temperatura di oltre milleseicento gradi.
Poteva ridurre un uomo in cenere, e mischiando la cenere con
l'argilla si poteva far sparire ogni traccia di un cadavere...
- S, Malone?
- Non si dimentichi di mettere dei fiori freschi dentro al
signor McIlhenny prima di andare.
Riattacc. Dopo tutto, si disse a mo' di consolazione, era
proprio un bel vaso...
Gil Brewer
Piccola peste
"Manhunt", luglio 1957
Fu grazie all'aiuto di Joseph T. Shaw, allora redattore di
"Black Mask", che Gil Brewer pubblic il suo primo racconto
nel 1949 e il suo primo romanzo nel 1950. 13 French Street,
uscito nel 1951, fu un bestseller da un milione di copie e le
sue storie noir pubblicate da Gold Medal, Avon e altre case
editrici durante gli anni Cinquanta ebbero grande successo.
Il suo capolavoro fu A Killer Is Loose (1954), lo straziante
ritratto di un psicopatico, un libro che ricorda gli incubi
visionari di Jim Thompson e da cui fu tratto un film in
Francia. Durante quel prolifico decennio Brewer produsse
anche un gran numero di racconti per varie riviste del giallo
in formato antologico e periodici maschili. La storia dark che
riportiamo, Piccola peste, uno dei dieci racconti scritti per
"Manhunt".
B. P.
Inginocchiato sul pouff rosso dietro le alte finestre della
veranda, osservava il cortile sul retro della casa della signora
Welch, immerso nella luce del pomeriggio. La signora Welch
era l fuori a potare un albero di prugne.
- Kenny? - chiam sua madre dalla cucina.
Lui non aveva mai visto una prugna, tranne che in quelle
scatole rosse con una ragazza dagli occhi dolci disegnata
sopra.
- Kenneth? Non mi hai sentito?
- S.
Senza staccare lo sguardo dalla finestra, si ficc in tasca
il taccuino e il mozzicone di matita che aveva in mano.
Proprio in quel momento in fondo al cortile la signora Welch
si volt con una smorfia malevola in viso e guard proprio
verso la veranda. Lui sapeva che lei non poteva vederlo, e
tuttavia si sent di colpo oppresso, come preso in una
trappola.
D'improvviso sua madre si materializz dietro di lui,
intenta ad asciugarsi le mani con un canovaccio a righe
bianche e rosse. Aveva l'aria un po' seccata, e se le sue labbra
tradivano qualche emozione, bastava la fermezza autoritaria
degli impassibili occhi azzurri a contraddirla.
- Perch non vai fuori a giocare?
Lui si alz e and verso di lei. Era un ragazzo magro, dai
capelli color stoppa, e indossava pantaloni di pelle e una
maglietta pulita.
- Kenny - disse sua madre, mettendogli una mano sulla
spalla - ora che tu impari a rispondere quando ti si parla.
Hai dieci anni ormai. Gli altri ragazzi sono gi al campo a
giocare a pallone, perch non sei con loro?
- Non mi va di giocare a pallone.
- Perch non vai fuori in cortile, allora? - La donna
sospir, esasperata. - C' qualcosa che non va?
- la Welch - disse lui, voltandosi a indicare le finestre
inondate di sole. - Ce l'ha con me.
La madre scosse la testa, incredula.
- Mi odia - aggiunse Kenneth. - Sta sempre a spiarmi.
- E tu non farci caso. Lei ti vuole bene, Kenny. un po'
brusca, lo ammetto, ma cos sola, con il marito sempre via
con i suoi camion e tutto il resto.
Il ragazzo si avvi a passo svelto verso l'interno della
casa.
- Va fuori al sole, Kenny.
La zanzariera della porta di servizio si richiuse alle sue
spalle mentre Kenneth si incamminava lungo il viale che
portava al garage. Ultimamente aveva passato un sacco di
tempo a riflettere su quel che gli aveva fatto la signora Welch.
Dal loro primo incontro, quando lo aveva definito
"bamboccio", a tutto ci che era successo dopo, finch la cosa
non aveva assunto proporzioni mostruose. Ogni volta che
pensava a lei stringeva gli occhi.
Sent sua madre muoversi in cucina e prosegu lungo il
fianco del garage fino al pergolato di rose, dove si accoccol
all'ombra del rovo, allungando il collo verso il cortile dei
Welch.
Stava cominciando a odiare i fine settimana. Quei venerd
pomeriggio, quei lunghi sabati di una volta traboccanti di uno
splendore sfavillante, e quelle pigre domeniche dopo la messa
e il pranzo, quando si ritrovavano tutti insieme... quei giorni
s che erano stati suoi. Niente scuola. Libert. Ma ora non
pi... non con quella donna in circolazione.
- Non fissarmi in quel modo, piccola peste con il moccio
al naso! - gli aveva detto. - Mi hai calpestato tutti i fiori!
- In viso assomigliava a quelle donne che si vedevano nei
gialli in tiv: giovane, bella, capelli biondi, labbra rosse e
animo malvagio. - Tuo padre dovrebbe darti una buona dose
di frustate. Credi che non sappia chi mi ha imbrattato l'auto
con la schiuma da barba il giorno di Halloween? Credi che
non sappia chi mi ha svuotato quel bidone di spazzatura
davanti alla porta di casa? Sei stato tu, piccola serpe. se ti
prendo, vedrai come ti concio.
Addossato al muro del garage, Kenneth si premette le
mani sulle orecchie, con un gemito. Non era riuscito a
parlarne con qualcuno. Per qualche motivo non ce la faceva a
tirarlo fuori. Nessuno gli avrebbe creduto. Se avesse detto a
sua madre, o a suo padre, che non era stato lui a fare tutte
quelle cose, loro avrebbero creduto a lei.
- Ken?
Alz lo sguardo. Dalla finestra aperta della casa accanto,
un ragazzo della sua et lo stava osservando. Era Jimmy
Decks.
Kenneth non disse nulla.
- Che fai? - domand Jimmy.
- Niente.
- Io devo rimanere a casa.
- E perch?
- Ho rovinato il tavolo del salotto con il temperino.
- Oh.
- La mamma ha detto che devo rimanere a casa tutto il
giorno.
Kenneth non era interessato ai problemi di Kenneth. Gli
fece un cenno di saluto e si diresse verso il retro del garage.
- Perch non vieni su? - grid Jimmy.
Kenneth non rispose, si era nascosto dietro un cespuglio
di viburno a spiare la signora Welch nel suo cortile. Lei aveva
un foulard rosso sui capelli e indossava calzoncini neri e un
grembiule bianco.
- Ehi, Ken!
Kenneth fece una smorfia e si rannicchi dietro il
cespuglio di viburno, osservando la signora Welch. Si augur
che Jimmy tenesse la bocca chiusa. Lanci un'occhiata furtiva
al cortile della signora Willowtrot, chiuso da una siepe
verdeggiante, poi pi in l alle casette per gli uccelli
sull'albero di mele della signora O'Donnell. Poi si volt di
nuovo verso la signora Welch.
Solo un breve tratto di cortile lo separava dalla donna.
Lei si inginocchi e cominci a ripulire una piccola aiuola
dalle erbacce.
- Ti vedo - disse tranquillamente, senza neanche
guardarlo, mentre strappava le erbacce. - Credi che non
sappia che mi stai guardando, piccola lurida serpe? Credo che
lo dir a tua madre.
Lui non si mosse. Anche lei non si mosse, e continu a
strappare le erbacce. Lui la fissava con gli occhi offuscati
dall'ira. Ormai quella storia durava da tempo immemorabile,
non ce la faceva pi a sopportarla. Da settimane, durava. Da
mesi. Non poteva spiegarlo a nessuno. Tutti avrebbero
creduto a lei, quindi era in trappola, doveva pensarci da solo.
- Oggi, quando torna mio marito, far in modo che ci
pensi lui a te - aggiunse lei.
Kenneth ricord che il marito era cattivo quanto lei, e
l'unica ragione per cui era stato in grado di sopportarlo cos a
lungo era che il signor Welch era quasi sempre assente.
Lei chin il capo sui fiori, continuando a strappare
erbacce, senza guardarlo, sorridendo fra s e s. - Far in
modo di sistemare questa faccenda. - Abbass la voce. - Un
piano segreto. Gli dir io cosa farti. Ti metter a posto una
volta per tutte. - Continuava a far segno di s con la testa e
Kenneth stava ad ascoltarla sotto il sole caldo, incapace di
dire una sola parola anche se avesse voluto. Non riusciva a
muoversi. Faceva fatica a respirare. - Proprio cos -
continu lei. - So perfettamente cosa fare. - Si volt e
guard dritto verso di lui, parlando a bassa voce. - In piena
notte - sussurr - quando fuori tutto buio, mentre tu
dormi nel tuo letto. In una notte senza luna. Verremo a
prenderti.
La calda luce dorata del sole si irradiava nell'aria, e da
qualche parte nel silenzio si libr il canto di un uccello.
- inutile che tu lo racconti a tua madre - continu lei
a bassa voce, rivolgendosi al cespuglio di viburno dietro il
quale era accucciato Kenneth. - Non creder nemmeno una
parola di quel che le dirai, piccola peste miserabile.
Continuarono a guardarsi l'un l'altro in questo modo. Poi
lei prese le forbici da giardiniere e cominci a tagliare gli
steli appassiti dei fiori, ripulendo il terreno.
- Verremo a prenderti - ripet. - Una notte che sei a
casa tutto solo. Verremo a prenderti.
Lentamente il ragazzo si alz e avanz fino al limite del
cortile, senza smettere di guardarla. Lei non si mosse e
continu il suo lavoro. Kenneth rimase fermo a osservarla.
Lei pos le forbici da giardiniere e scav nel terreno,
liberando le radici.
- Nel buio - disse. - Quando dormi.
- No - fece Kenneth.
- Oh s.
- No - ripet Kenneth.
- Non te ne accorgerai neppure - continu lei, in un
sussurro. - Appena un rumore nel buio, alle tue spalle.
- No - disse Kenneth. Aveva il volto pallidissimo, gli
occhi vitrei, e una orribile sensazione di vuoto nel petto.
Attravers il prato della signora Welch e afferr le forbici da
giardiniere.
- Torna da dove sei venuto.
Lui la guard.
- Non mi hai sentito?
Era ancora in ginocchio, il volto alzato verso di lui, il
grembiule ben teso sulle cosce nude. Aveva il respiro
affannoso, ed era fuori di s.
Lui si mosse verso la casa dei Welch.
La donna si alz e gli and dietro.
- Dammi quelle forbici mostriciattolo, ladro!
- No.
Kenneth si mise a correre verso la parte posteriore della
casa, lungo il marciapiede. Poi si ferm e di colpo spalanc
una zanzariera infilandosi nell'ingresso della cantina. Una
scala ripida saliva verso la cucina, e lui si precipit su proprio
mentre stava entrando la signora Welch.
La zanzariera sbatt, cigolando sui cardini.
- Dammi quelle forbici! Te lo dico per l'ultima volta,
maledetto...!
Imprecando la donna si lanci furiosamente su per le
scale dietro di lui. Il ragazzo attravers di corsa la casa fra
tappeti sconosciuti posati su pavimenti tirati a lustro, odori
sconosciuti, mobili sconosciuti, con il cuore che rantolava e
quella sensazione di essere in trappola che cresceva dentro di
lui.
Che ci faceva l?
Si ferm, boccheggiando, al margine di due larghi gradini
che scendevano verso la veranda arredata con mobili di
giunco, dove una radio suonava a basso volume.
- Chiamer la polizia - grid rabbiosamente la signora
Welch. Si ferm, respirando profondamente, poi si gett su di
lui con la mano tesa per prendergli le forbici.
Kenneth si scans.
- Demonio! - disse la signora Welch e perse l'equilibrio,
finendo con un gran tonfo sul pavimento della veranda.
Di colpo Kenneth cap che si sarebbe messa a gridare.
Sapeva che non doveva farla gridare. Doveva impedirglielo, se
voleva uscire da l. La bocca aperta, gli occhi sbarrati, la
donna era sul punto di urlare quando lui con un balzo le fu
sopra e la colp alla bocca con le forbici.
Le lame d'acciaio affilate le lacerarono il viso, le labbra,
la gola. Ansimando, il ragazzo affond le forbici dentro di lei
con improvvisa, selvaggia esaltazione.
- Non lo farai - rantol. - Non pi. Bugiarda!
La donna gorgogli qualcosa di rosso.
- Volevi spaventarmi - singhiozz lui, continuando a
sferrare colpi. - Non ho paura di te... di nessuno!
Infine lei si arrese. Non si mosse pi. Rimase
semplicemente stesa sul pavimento, mentre la tenda alla
finestra ondeggiava leggermente e la radio trasmetteva una
musica lontana, a basso volume.
Kenneth ud il rumore di un camion nel viale d'ingresso.
Lasci cadere le forbici, risal di corsa i due gradini e corse
alla finestra. Il signor Welch stava scendendo dal mezzo.
Kenneth si volt di scatto e fugg di nuovo verso la
veranda, mentre il signor Welch entrava dalla porta
principale. Si arrampic sul davanzale della finestra aperta e
si lasci cadere sulle aiuole di fiori freschi, rannicchiandosi.
L'uomo entr in casa. I suoi passi pesanti percorsero il
corridoio fino al salotto.
- Tesoro? Ehi, dove diavolo sei?
Poi la vide.
Il signor Welch corse dalla moglie e si inginocchi. - Dio
mio...che successo? - disse, prendendo tra le braccia il
corpo insanguinato di lei e cullandola. - Dio mio - esclam,
raccogliendo le forbici da giardiniere.
Kenneth attravers di corsa il cortile. Sua madre e Jimmy
Decks erano accanto al garage.
- La mamma mi ha permesso di uscire, alla fine - disse
Jimmy.
- Che succede, Kenneth? - chiese la donna.
- Welch - rispose Kenneth, boccheggiando. - L'ha
uccisa. Ha ucciso sua moglie... l. L'ho visto io.
Si gir dall'altra parte. Sua madre avrebbe pensato che lo
faceva perch lei non lo vedesse piangere, ma Kenneth non
piangeva. Sorrideva, un meraviglioso sorriso nascosto.
Ce l'ho fatta, si disse. Aveva pensato un sacco di volte a
come sistemare la signora Welch e suo marito, ma non era
mai stato sicuro di avere il coraggio di farlo per davvero. Ora
era tutto finito, e la polizia avrebbe creduto a Kenneth.
Avrebbero portato via il signor Welch. E lei che credeva di
farmi paura, si disse. Nessuno pu farmi paura. Li ho
sistemati per benino.
Sapeva anche cosa sarebbe successo, ora. La prossima
sarebbe stata la signora O'Donnell, in fondo all'isolato. Gli
aveva dato uno schiaffo una volta, per aver scritto col gesso
sul suo marciapiede.
Ma Kenneth sapeva benissimo come sistemarla, adesso,
come sistemarli tutti quanti...
Leigh Brackett
Mi spiace, ma devi morire
"New Detective", novembre 1944
La produzione di Leigh Brackett nel campo della
narrativa gialla relativamente scarsa: tre romanzi e una
dozzina di racconti, che riflettono la sua ammirazione per
Raymond Chandler e per la scuola di "Black Mask". Il suo
romanzo No Good from a Corpse, una storia ambientata nel
sud della California che ha per protagonista il detective
privato Edmond Clive, cos chandleriano nello stile e
nell'impostazione che avrebbe potuto scriverlo lo stesso
Chandler. In effetti, Brackett ne conosceva cos bene l'opera
che nel 1946 fu coautrice dei dialoghi per Il grande sonno, e
venticinque anni dopo scrisse la sceneggiatura del film Il
lungo addio di Robert Altman, con Elliott Gould. Il racconto
che segue, ambientato nei bassifondi, avrebbe potuto portare
la firma di Chandler e apparire su "Black Mask" - una
rivista per la quale la Brackett non ha mai scritto - invece
che sulla meno nota "New Detective".
B. P.
1
La citt senza uscita
LOS ANGELES, 21 APRILE - La morte di Henry Channing,
ventiquattro anni, agente assegnato alla Divisione di Surfside
e fratello di Paul Channing, un tempo stimato detective e
figura centrale nel caso di tortura a opera della banda
Padway, stata definita un suicidio in seguito alle indagini
delle autorit locali. Il corpo tumefatto del giovane Channing
stato ritrovato tre giorni fa sulla battigia sotto al Sunset
Pier, nel distretto della costa. In un primo momento si
pensato che Channing fosse caduto o che qualcuno potesse
averlo spinto gi dal molo, dove stato rinvenuto il suo
berretto, ma non vi sono tracce di violenza e l'altezza del
parapetto porta ad escludere l'ipotesi di un incidente. Il
Sunset Pier faceva parte della sua ronda abituale.
Il capitano di polizia Max Gandara ha rilasciato la
seguente dichiarazione: "Secondo testimonianze attendibili
Channing era nervoso e depresso in seguito a un pestaggio da
parte di alcuni pachucos avvenuto due mesi fa". Ha poi
ricordato il caso del fratello, Paul Channing, che lasci il
corpo di polizia e svan nel nulla nel 1934, dopo i
maltrattamenti subiti dalla allora potente banda Padway.
"Erano entrambi bravi poliziotti " ha detto Gandara, "ma si
sono fatti spaventare."
Paul Channing indugi per un attimo sull'angolo. Le luci
dell'incrocio, a mezzo isolato di distanza lungo la strada
principale, lo illuminavano appena, ombra pallida tra le
ombre. Rivolse uno sguardo pensieroso alla viuzza, esitando.
Piccole case logore sopportavano con pazienza la furia del
vento, rannicchiate l'una accanto all'altra. Da qualche parte
una zanzariera arrugginita sbatteva con petulanza, senza
scopo, come un uccello morente che agita le ali. In fondo al
selciato deserto c'era il grigio pallore della sabbia e, pi in l,
il mare.
Channing si ferm ad ascoltare le onde che si spezzavano
e rifluivano sibilando, a immaginarne il dorso nero e striato
di spuma che si avventava contro i pali del Sunset Pier, tra le
lunghe alghe fluttuanti e i gusci rosei e scanalati dei
cirripedi, taglienti come rasoi. Sperava che Hank si fosse
spezzato il collo subito, contro uno dei piloni.
Rialz la testa e per un attimo il suo corpo fu scosso da
un tremito. Ci siamo, pens. Il tempo scaduto.
Si mise in cammino, n lento n veloce, mentre la sabbia
strideva sotto i suoi passi. Lo scricchiolio aveva un ritmo
irregolare, una cadenza sincopata, lievemente strascicata.
Giunto all'ultima casa sulla destra, sal i tre gradini imbarcati
del portico di legno e buss alla porta piena di bolle e
incrostata di sale sudato dal mare. C'era una luce dietro le
tendine abbassate, e un brusio di voci. Le voci si
interruppero, troncate di netto dai suoi colpi alla porta.
Qualcuno avanz con passo pesante in mezzo al silenzio.
La porta si apr, lasciando filtrare una luce gialla che
inquadr la silhouette di un uomo tarchiato e muscoloso, in
maniche di camicia. Con uno sbuffo che forse voleva essere
una risata, l'uomo si appoggi allo stipite.
- Cos sei tornato - disse. Era un tipo di mezz'et dallo
sguardo duro, ostinato. Si chiamava Max Gandara, capitano
di polizia, Divisione di Surfside, Dipartimento di Polizia di
Los Angeles. Studi l'uomo alla porta con lenta, provocatoria
insolenza.
L'uomo alla porta parve non badarci. Sembrava non avere
alcuna fretta. Teneva gli occhi scuri fissi sull'omaccione,
scrutandolo, indagandolo. Il volto era privo di espressione,
una maschera di carne sottile e tigliosa incollata alle ossa
spigolose. E tuttavia, a dispetto del suo volto e del corpo
magro ed eretto, un'ombra aleggiava su di lui, come se fosse
molto lontano, oltre il limite della vita.
- Pensavi che non sarei venuto?
Gandara alz le spalle. - Sono tutti qui. Vieni dentro e
facciamola finita.
Channing annu ed entr. Si tolse il cappello scoprendo
una chioma nera spruzzata di grigio. Si gir per posarlo su un
tavolo e cos facendo mise in evidenza una cicatrice che
risaliva dalla base del collo, fin dietro l'orecchio destro. Poi
segu Gandara nel salotto.
C'erano tre persone nella stanza, e il silenzio. Tre persone
che guardavano in direzione della porta. Una ragazza con i
capelli rossi, gli occhi verdi e una fiamma ardente che la
consumava. Un ragazzo con i capelli rossi, gli occhi verdi e la
faccia cupa, guardinga. Infine un uomo, un tipo magro, ben
fatto, di carnagione scura, con tratti aggressivi che parevano
sempre sul punto di distendersi in una risata e occhi che
trattenevano ogni emozione in superficie.
- Ragazzi - disse Gandara - questo Paul Channing. -
Li indic uno a uno, nell'ordine: - Marge Krist, Rudy Krist,
Jack Flavin.
Un lampo d'odio balen negli occhi verdi di Rudy Krist,
luminosi e crudeli, puntati su Channing.
Si sent una donna strillare in cucina. La porta a vento si
spalanc e un uomo roseo e grassoccio si precipit nella
stanza barcollando, seguito da una finta bionda piuttosto
formosa con in mano un punteruolo da ghiaccio. La donna
aveva un piccolo strappo sul vestito all'altezza della spalla e il
rossetto sbavato. Gli occhi di un incongruo color nero erano
sbarrati e furibondi.
Gandara sbrait e il suono della sua voce fece presa sulla
bionda che rallent il passo e borbott, senza rivolgersi a
nessuno in particolare: - Se non tiene a posto quelle mani
lardose lo sistemo io - e torn in cucina.
L'uomo roseo e grassoccio si arrest, barcoll, si
aggrapp al braccio di Channing e alz lo sguardo verso di
lui, con un sorriso ebete. Di colpo il sorriso svan e l'uomo
rimase a bocca aperta come un bambino, sgranando gli occhi
immensi dietro le lenti degli occhiali senza montatura.
- Chan - disse. - Mio Dio. Chan.
Si sedette sul pavimento e si mise a piangere. Le lacrime
gli scorrevano silenziosamente sulle guance.
- Salve, Budge.- Channing si chin e gli mise una mano
sulla spalla.
- Non badargli. - Gandara afferr Channing per le
braccia. - Lascialo solo, quell'ubriacone. Lui e... quella l. -
Fece un gesto stizzoso in direzione della donna, si lasci
cadere pesantemente su una sedia e lanci un occhiata torva a
Channing. - Bene, siamo tutti curiosi... dicci perch siamo
qui.
Channing si sedette. Sembrava non avere alcuna fretta di
iniziare. Un sottile velo di sudore metteva in risalto la solida
trama dei muscoli sotto pelle.
- Siamo qui per parlare di un mucchio di cose - disse. -
Chi ha ammazzato Henry? - Nessuno parve particolarmente
colpito, salvo Budge Hanna che smise di piangere e lo fiss.
Ruth Krist emise un lieve brontolio di derisione. Gandara
scoppi a ridere.
- Non quel che si dice un fulmine a ciel sereno, Chan.
Avevamo gi un'idea di quel che ti passava per la mente, dalle
lettere che ci hai mandato. Quel che vogliamo sapere perch
ti ritieni in diritto di parlare di omicidio.
Channing estrasse una spessa busta dalla tasca interna
della giacca e la pos sulle ginocchia per non mostrare il
tremito delle mani. Senza guardare nessuno, disse: - Non
vedevo mio fratello da vari anni, ma ci scrivevamo molto
spesso. Ho conservato quasi tutte le sue lettere. Hank era
bravo a scrivere, era bravo a raccontare. Ha sempre avuto
tante cose da dire da quando fu trasferito a Surfside... e non
una parola che faccia pensare a un suicidio.
L'espressione di Max Gandara si era indurita. - Cos
aveva tante cose da dire, eh?
Channing annu. Marge Krist era tesa in avanti e lo
osservava con sguardo intenso. Sul volto da terrier di Jack
Flavin c'era un'espressione interessata, ma indecifrabile. Da
quando Channing era entrato aveva continuato a fumare
nervosamente. La tensione sembrava un suo tratto abituale,
un aspetto della sua personalit spigolosa. Ora si stava
accendendo un'altra sigaretta, con una rapidit che sembrava
febbrile, ma non lo era. Il fiammifero si accese sfrigolando e
Paul Channing sussult involontariamente. La fiamma
sembrava esercitare un fascino terribile su di lui. Abbass lo
sguardo. Stille di sudore gli scorrevano lungo l'attaccatura
dei capelli. Gandara scoppi in una risata stridula.
- Coraggio - disse. - Va' avanti.
- Hank mi disse di quello scontro coi pachucos. Non gli
fecero molto male. N tantomeno riuscirono a demoralizzarlo.
- Il nostro Flavin dice il contrario. Rudy dice il
contrario. Marge dice il contrario.
- Ecco perch volevo discuterne con loro... e con te, Max.
Hank parlava di voi nelle sue lettere - disse rivolgendosi a
tutti i presenti. - Max una mia vecchia conoscenza. So della
signorina Krist perch Hank aveva avuto una storia con lei...
niente di serio, credo, ma eravate buoni amici. Anche suo
fratello gli era simpatico.
Il ragazzo lo fiss, con occhi luminosi e inespressivi.
Channing prosegu: - Hank mi parlava spesso di te, Rudy.
Diceva che eri un tipo in gamba, un bravo ragazzo, ma con la
propensione a mettersi nei guai. Diceva che in un certo senso
eri cos intelligente da finire per fare delle stupidaggini.
Rudy e Marge tentarono di replicare, ma Channing
continu: - Mi sa che aveva ragione, Rudy. Te la si legge
addosso, quella specie di malinconia di chi ha conosciuto le
mura di una prigione, o ne intravede l'ombra. Hai gi
quell'espressione sul viso, come una porta sbarrata.
Rudy stava gi per alzarsi, infuriato, ma Flavin disse,
tranquillamente: - Sta' calmo - e Rudy torn a sedersi.
Flavin pareva rilassato. Solo la luce accendeva nei suoi occhi
castani un lampo gelido. - A quanto pare Hank era un gran
chiacchierone. E di me cosa diceva?
- Diceva che puzzi di chiuso.
Flavin pos con calma la sigaretta sul portacenere e balz
in piedi, rapido e leggero. Si avvicin a Channing e lo
agguant per la camicia, sollevandolo dalla sedia, poi disse
con tono cerimonioso: - Temo di non aver gradito
quest'osservazione.
- Fermati! - strill Marge Krist. - Jack, non fare
pasticci!
- Forse non hai capito cosa intendeva, Marge. - La voce
di Flavin non sembrava arrabbiata. - Mi sta accusando di
avere dei precedenti, di essere stato in galera. Non ha scelto
un modo molto gentile per dirlo.
- Calmati, Jack - disse Gandara. - Non capisci cosa
vuole? Sta cercando di farsi un po' di pubblicit, di creare un
po' di casino, cos l'opinione pubblica penser che forse Hank
non ha tolto il disturbo da solo, dopotutto. - Indic Budge
Hanna. - C' persino la stampa qui. - Si alz e prese Flavin
per la spalla. - Sta solo dando aria ai denti. Un tempo la
gente lo stava a sentire, e lui si ricorda ancora quant'era
piacevole.
Flavin scroll le spalle e ritorn alla sua sedia. Gandara
si accese una sigaretta, avvicinando volutamente il
fiammifero al volto sudato di Channing. - Ascolta, Chan.
Jack Flavin un buon cittadino di Surfside. proprietario di
un negozio, legalmente, e Rudy lavora per lui, legalmente.
Non mi piace la gente che viene nella mia citt a sparlare dei
suoi cittadini. Se oltrepassano i limiti, me ne occupo io.
Senn, faccio in modo che siano lasciati in pace.
Torn ad accomodarsi. - Bene, Chan. Facciamo come
vuoi tu e chiudiamo questa faccenda. Cos'aveva da dire il tuo
fratellino su di me?
Gli occhi scuri di Channing ebbero un lampo che avrebbe
potuto essere malizioso. - Quello che tutti hanno sempre
detto di te, Max. Che sei cos dannatamente stupido che non
riseci neanche a essere disonesto.
Gandara divenne paonazzo. Fece uno scatto e Jack Flavin
si mise a ridere. - Non valido, Max. A me non l'hai
permesso.
Budge Hanna ruppe in una risata stridula. La bionda era
tornata nella stanza e si era seduta al suo fianco. Teneva gli
occhi socchiusi, ma in qualche modo sembrava meno sbronza
di prima. Gandara si appoggi allo schienale e disse, in tono
minaccioso: - Va avanti.
- D'accordo. Hank diceva che Surfside marcia, marcia
da cima a fondo. Diceva che chiunque avesse un briciolo di
cervello sapeva che quasi tutti i locali che servivano alcolici
svolgevano attivit illegali, cos come la maggior parte degli
alberghi, e che i due terzi dei poliziotti erano pagati per non
farci troppo caso. Diceva che era inutile cercare di fare un
buon lavoro da poliziotto onesto. Tutti i rapporti che
presentava venivano accantonati per mancanza di prove, e lui
non ne poteva pi.
- Allora forse era preoccupato per questo - disse Marge
Krist.
- Non aveva paura - rispose Channing. - Tutte le sue
lettere erano piene di rabbia, e un uomo arrabbiato non si
suicida.
- Attento! - fece Budge Hanna, si colpo.
Max Gandara si era alzato e si era avvicinato a Channing
con il volto tirato.
- Stammi a sentire - disse. - Ho avuto fin troppa
pazienza con te. Tuo fratello si suicidato. Tutte e tre queste
persone hanno testimoniato all'inchiesta. Leggiti i verbali.
Hanno dichiarato che Hank era preoccupato, non era
contento di come andavano le cose. Non c'erano tracce di
violenza su di lui, n sul molo.
- C'era da aspettarselo - reag Channing. - Una
superficie d'asfalto non fornisce molti elementi. E neanche il
corpo di Hank.
- Chiudi il becco. Ti sto dicendo che non ci sono prove di
omicidio, non c' motivo di pensare che sia stato un omicidio.
Hank era come te, Channing. Non sopportava il dolore fisico.
Si spaventato per la brutta avventura che gli capitata da
queste parti e si buttato, questo tutto.
Lentamente, Channing replic: - Solo due specie di
individui vengono qui a Surfside: quelli che si trovano in
fondo e sono in ascesa, e quelli che sono finiti e stanno
precipitando. O all'inizio, o alla fine, e credo che ognuno noi
sappia in che punto della scala si trova.
Si alz e butt il pacco di lettere in grembo a Budge
Hanna. - Queste sono fotocopie. Gli originali sono gi
depositati alla centrale di polizia di Los Angeles. Non credo
che tu abbia motivo di preoccuparti, Max. Non dicono niente
di particolare. Sono solo lo sfogo di un giovane poliziotto che
fa il suo dovere e si lamenta del sistema, facendo qualche
osservazione personale. Non ti ha neanche accusato di essere
disonesto, Max, solo stupido... e questo le persone che
contano lo sanno gi. per questo che sei qui a Surfside, in
attesa della pensione.
Gandara gli sferr un pugno sul muso. Channing
indietreggi di tre passi e si arrest barcollando, poi fu di
nuovo saldo sulle gambe. Il sangue gli colava dall'angolo
dalla bocca lungo il mento. Marge Krist scatt in piedi, con
gli occhi che lampeggiavano, ma qualcosa in lui le imped di
parlare. Channing non badava n al sangue, n a Gandara,
voleva solo terminare il suo discorso.
- Eri un buon reporter una volta, Budge, prima che ti
bevessi il cervello in mezzo a questa spazzatura. Ho pensato
che ti avrebbe fatto piacere essere dentro a questa storia fin
dall'inizio. Perch ci sar una storia, foss'anche solo quella
della mia morte.
"Conoscevo Hank. Non era un vigliacco. Non so se io lo
sono o no, non ha importanza. Hank non si gettato da quel
molo. Qualcuno l'ha buttato gi, e io scoprir chi e perch.
Ero un bravo detective, una volta. E questa l'occasione
giusta per mettere in pratica tutto quello che ho imparato."
- Oh, Dio - disse Max Gandara, disgustato. - Valla a
raccontare a qualcun altro, Chan. vecchia. - Lo spinse
brutalmente verso la porta e Rudy Krist scoppi a ridere.
- Vigliacco - disse. - Te la fai sotto dalla paura. Sono
dei vigliacchi tutti e due, solo chiacchiere e niente palle.
Buttalo fuori, Max. Ci ha stufato.
- Piantala, Rudy - disse Flavin. - Farai arrabbiare la
tua sorellina.
- Puoi giurarci - si infiamm lei. - Io penso che il
signor Channing abbia ragione. E voi dovreste vergognarvi di
averlo trattato in questo modo!
- Chi? Hank o il signor Channing? - domand Flavin.
- Oh, va all'inferno - replic seccamente Marge, e usc.
Gandara spinse a forza Channing dietro di lei. - Conosci la
strada, Chan. Sta' lontano da me, e se vuoi un consiglio sta'
alla larga da Surfside. - Si volt, si chin ad afferrare Budge
Hanna per il bavero della giacca e lo butt fuori di peso. -
Anche tu, imbecille. E tu. - Allung una mano verso la
bionda, ma lei aveva gi lasciato la stanza. Li segu tutti e
quattro nell'ingresso e sbatt con violenza la porta alle loro
spalle.
- Signorina Krist... e anche tu Budge - disse Paul
Channing. Il vento gli ghiacciava la pelle, la camicia fradicia
gli si incollava alla schiena facendolo rabbrividire. - Vorrei
parlarvi.
- una cosa confidenziale? - domand la bionda.
- Direi di no. Forse lei pu esserci d'aiuto. - Channing
si incammin lentamente verso la spiaggia e il lungomare. -
Signorina Krist, se lei non crede che Hank si sia suicidato,
perch ha reso quella testimonianza all'inchiesta?
- Ma io non lo sapevo. - Sembrava furiosa, con lui e
forse con se stessa. - Mi hanno chiesto come si comportava,
e ho dovuto dirgli che era preoccupato e depresso, perch
questa era la verit. Ho aggiunto che secondo me non era tipo
da suicidarsi, ma non ci hanno badato.
- Hank le ha mai fatto capire di sapere qualcosa... una
qualunque cosa che potesse metterlo in pericolo? - Gli occhi
di Channing erano vigili, attenti, nell'oscurit.
- No. Hank faceva la ronda. Non era un detective.
- Era in buoni rapporti con suo fratello Rudy, vero?
- Per un po' ho creduto che sarebbe riuscito a fargli
mettere la testa a posto. Hank gli era simpatico, aveva quasi
la sua stessa et e aveva un effetto positivo su di lui.
Naturalmente, adesso...
- Cosa c' che non va in lui? Cosa sta combinando?
- questo il punto, non lo so. Rudy stato dichiarato
inabile al servizio militare, e questo lo fa soffrire, e poi
sempre stato inquieto, non mai riuscito a conservarsi un
impiego. Poi ha conosciuto Jack Flavin, e da allora ha un
lavoro fisso, ma... cambiato. Non so il motivo preciso, non
mi risulta che abbia fatto qualcosa che non va, ma si fatto
pi duro, chiuso in se stesso, come se avesse dei segreti e non
si fidasse di nessuno. Ha visto come si comporta, diventato
cattivo. Io ho fatto del mio meglio perch crescesse bene.
- A volte capita, ai ragazzi - disse Channing. - Sai
qualcosa di lui, Budge?
- Niente - rispose il reporter. - Non mai stato
arrestato, e a quel che dicono anche Flavin pulito. Ha un
negozio di abbigliamento da uomo e paga le tasse.
- Bene - fece Channing. - Suppongo sia tutto per ora.
- No. - Marge Krist si ferm e lo guard in faccia. Il
debole riflesso dell'acqua le illuminava gli occhi, scuri e
intensi. Il vento le scompigliava i capelli, facendo aderire la
giacca leggera alle morbide curve del corpo. - Voglio darle
un avvertimento. Forse lei un tipo sveglio, ha fegato e sa
quel che fa, e in questo caso non ci sono problemi. Ma se lei
davvero l'uomo che abbiamo visto l dentro, meglio che se
ne torni a casa e lasci perdere. Surfside un brutto posto,
non si pu andare in giro a insultare le persone sperando di
passarla liscia. - Fece una pausa. - Per amore di Hank,
spero che sappia quel che fa. Sono sull'elenco, se ha bisogno
di me. Buonanotte.
- Buonanotte. - Lui la guard mentre si allontanava.
Channing aveva un bel modo di camminare. Distrattamente
cominci a ripulirsi del sangue che aveva sulla faccia. Il
labbro si stava gonfiando.
- Chan - disse Budge Hanna.
- S.
- Voglio ringraziarti, e dirti che sono con te. Ti dar
tutto lo spazio che posso sul giornale.
- Lavoravamo bene insieme una volta, prima che io
avessi quel che mi meritavo e tu la tua bottiglia.
- Proprio cos. E adesso sono a Surfside con il resto della
feccia. Se saltasse fuori una storia abbastanza importante,
potrei... be'... - Fece una pausa, grattandosi la guancia
paffuta con l'indice.
- Va avanti, Budge. - fece Channing. - Dillo.
- E va bene. Tutti i delinquenti della costa occidentale
sanno che stata la banda dei Padway a metterti spalle al
muro. Sanno quel che loro ti hanno fatto, col fuoco. Sanno
che hai ceduto. Appena scopriranno che sei tornato, anche se
non ufficialmente, puoi immaginare cosa succeder. Hai
spedito dentro un bel po' di gente, ai tuoi tempi. Ne hai
spediti tanti anche all'obitorio. Eri un detective con le palle,
Chan, un duro, e sai bene quanto ti sono affezionati.
- Tutto questo non una novit, Budge.
- Chan - Il giornalista alz gli occhi nel buio,
guardandolo di sbieco con un espressione seria dietro lo
scintillio delle lenti. - Come stanno le cose? Insomma,
puoi...
Channing gli mise una mano sulla spalla, con un gesto
brusco. - Sta' attento a quel che fai, amico, e cerca di restare
sobrio. Non so su cosa sto mettendo le mani. Se vuoi finire...
- Diamine, no. Era solo per... be', buona fortuna, Chan.
- Grazie.
- Non vuol farmi qualche domanda? - disse la bionda.
- Certo - disse Channing. - Che cosa sa?
- So chi ha ucciso suo fratello.
2
Il marchio del massacro
Channing sent il sangue gonfiargli le vene e avvert un
dolore acuto al di sopra degli occhi e una leggera pressione
contro il tessuto indurito della cicatrice sul collo. Nessuno
parl. Nessuno si mosse.
Il vento sollevava raffiche di sabbia sulla spiaggia
deserta. Le onde si scaricavano a riva mugghiando e poi
fuggivano di nuovo, con un sospiro. Pi in l il Sunset Pier
protendeva la sua mole nera nella notte. Oltre il molo c'era il
gigantesco parco dei divertimenti. Qui e l brillava una luce,
agitata dal vento, e gli immensi scheletri delle montagne
russe e dello scivolo gigante erano privi di vita nella quiete
che precedeva l'inizio della stagione. I terreni abbandonati e
un'unica casa buia erano immersi un una solitudine lunare.
Paul Channing guard la donna con occhi cupi e desolati
come la notte. - Questo non un gioco - disse. - un
omicidio.
I denti della bionda scintillarono fra le labbra truccate.
- pazza - sussurr Budge Hanna. - Non pu saperlo.
- Ah, non posso? - fece la bionda con un sussurro roco,
pieno di livore. - Il giovane Channing stato buttato gi dal
molo a mezzanotte circa, giusto? Okay. Tu mi avevi dato un
appuntamento per quella sera ma mi hai dato buca, vero
Budgie, tesoro? E la mia stanza e la tua sono sullo stesso
pianerottolo. E posso sentire i passi di tutti quelli che vanno
su e gi per quelle dannate scale l fuori, giusto?
- Ascolta - disse Budge - te l'ho detto, mi ero preso una
sbronza e...
- Ed eri finito in una rissa. Lo so. Certo che me l'hai
detto. Ma come fai a provarlo? Ho sentito i tuoi passi felpati,
non mi sembravano quelli di un ubriaco. Cos ho guardato
fuori e ho visto che ti fiondavi nella tua stanza come se ti
andasse a fuoco il sedere. Avevi la camicia strappata, e pure
la giacca, e anche il resto non era un bel vedere. Ti ho sentito
perfettamente mentre ansimavi nel corridoio. Ed erano
trascorsi esattamente diciannove minuti dalla mezzanotte.
La voce di Budge Hanna era salita di tono ed era
diventata stridula. - Dannazione, Millie, io... Chan, pazza!
Sta solo cercando di...
- Come no - disse Millie. Piant il viso a pochi
centimetri da quello dell'uomo. - Ne ho abbastanza di essere
strapazzata. Ne ho abbastanza di essere insultata. Ne ho
abbastanza di essere piantata in asso. Ne ho abbastanza di
prestarti del denaro che non rivedr mai pi. E non sono cos
stupida da non capire che ti sei sporcato le mani in qualche
modo. Per me, ti mando al diavolo anche subito e...
- Sta' zitta! Zitta!
- E ho un paio di cosette da dire che potrebbero
interessare qualcuno! - Ora Millie stava urlando. - Hai
ucciso tu il giovane Channing, oppure sai chi stato!
Budge Hanna la colp brutalmente sul viso.
Millie fece qualche passo indietro barcollando, poi si
mise a strillare come un gatto. Alz le mani e le lunghe
unghie rosse scintillarono sulle dita piegate, pronte a
graffiare. Poi si gett su Budge Hanna.
Channing intervenne e si trov in mezzo a un turbinio di
mani che si agitavano bellicosamente. Mentre cercava di
calmarli, degli uomini apparvero dietro di lui.
Erano in quattro. Erano emersi silenziosamente dalle
ombre che circondavano la casa disabitata. Lavorarono in
fretta, con micidiale efficienza. Channing infil la mano
nell'interno della giacca, e fu l'ultima cosa di cui si rese conto
per molto tempo.
Brandelli di coscienza riaffiorarono nella mente di
Channing. La testa gli faceva male. Si trovava su un mezzo in
movimento. Scottava. Gli avevano messo qualcosa addosso,
era sdraiato sulla schiena e faceva fatica a respirare. C'era
un'altra persona pigiata contro di lui. Aveva i piedi di
qualcuno sul petto, e quelli di qualcun altro sulle cosce. Si
rese conto che aveva la bocca tappata con del nastro adesivo,
cos come gli occhi, e che mani e piedi erano legati,
probabilmente anch'essi con lo stesso sistema. Il mezzo in
movimento era un'automobile, che procedeva senza fretta.
L'aria viziata e soffocante sotto la coperta sapeva di cipria
e di profumo dozzinale. Doveva trattarsi di Millie. Di tanto in
tanto la donna si agitava e piagnucolava.
Una voce maschile disse: - Qui va bene.
L'auto si ferm. Le portiere vennero aperte, la coperta
tirata via. Channing fu investito dalla fredda aria salmastra
mista al fetore sulfureo delle acque di scolo. Cap che si
trovavano in qualche punto della strada a nord di Hyperion,
dove non c'erano altro che chilometri di dune deserte.
Lo afferrarono, lo trascinarono di peso fuori dall'auto.
Qualcuno disse: - Hai preparato il Thompson?
- Sicuro. - Chi parlava aveva un tono gaio, sembrava un
bambino con la voce di basso. - Proprio come ai vecchi
tempi, eh? Cara vecchia Dolly. un bel po' che non la
facciamo cantare. Coraggio dolcezza, facci sentire.
Ci fu una raffica intermittente, poi silenzio.
- Cristo santo, Joe! Non ne abbiamo tanta di quella roba!
Lo sai o no che siamo in guerra? Dobbiamo fare economia.
Avanti, dammi una mano con questo tizio. - Sferr un calcio
a Channing. - Alzati, tu.
Lo misero in piedi, appoggiato a un palo, e Joe disse: - E
la signora?
L'altro rise. - A lei ci pensiamo pi tardi. Molto pi
tardi.
Una quarta voce, che non si era fatta sentire fino ad
allora, intervenne: - Okay, ragazzi. Toglietevi di mezzo, ora.
- Era una voce lenta, priva di inflessione, e tuttavia
curiosamente stentorea. Era leggermente blesa, ma non per
questo effeminata o ridicola. Faceva l'effetto di una lama di
coltello affilata su una cote. Il proprietario della voce mise le
mani sulle spalle di Channing.
- Tu mi conosci - disse.
Channing annu. La parte scoperta del viso era imperlate
di sudore che inzuppava gli angoli del nastro adesivo. L'uomo
prosegu: - Sapevi che ti avrei beccato prima o poi.
Lo colp in viso due volte, con deliberata brutalit.
- Mi spiace che tu abbia perso il tuo sangue freddo,
Channing. come prendersela con un gattino. Perch non hai
tolto il disturbo anni fa, come tuo fratello?
Guidato dalla voce, Channing sollev i pugni legati verso
il volto dell'uomo. L'altro emise un grugnito e cadde nella
sabbia, con un tonfo soffocato. Qualcuno url: - Ehi! - e la
voce blesa e tranquilla replic: - Silenzio! Lasciatelo stare.
Channing sent che si rialzava e si avvicinava di nuovo. -
Fallo ancora.
Channing ci prov, ma questa volta l'uomo schiv il colpo
e ridacchi. - Allora ce l'hai ancora un po' di fegato, Chan.
Meglio. Molto meglio.
- Attento, potrebbe arrivare qualcuno... - disse Joe.
- Chiudi il becco. - L'uomo estrasse un oggetto dalla
tasca e lo avvicin all'orecchio di Channing, agitandolo. - Sai
cos'?
Channing si irrigid, annuendo.
Si ud un leggero scotimento, poi uno sfregamento e il
rapido crepitare della capocchia di un cerino che si
accendeva.
- Fai ancora l'eroe, adesso? - disse l'uomo, a bassa voce.
La piccola, aguzza lingua di fuoco lamb il mento di
Channing. Lui tir indietro la testa e mosse le labbra
disperatamente, tendendo le corde vocali. La fiamma lo
insegu. Channing si mise a tremare. Le ginocchia gli
cedettero. Cerc di raddrizzarle, reggendosi al palo. Il sudore
gli scorreva sul volto, e la cicatrice sul collo si era fatta scura
e livida.
L'uomo rise. Butt via il cerino e si allontan. - Okay,
Joe - fece.
Di colpo qualcuno disse: - Sta arrivando una macchina.
Due macchine.
L'uomo imprec. - Una comitiva di marinai da Long
Beach. Okay, filiamo. Torna in macchina, Joe. Non possiamo
usare il mitra, ci sentirebbero. - Joe bestemmi, deluso. Ci
fu un frettoloso scalpiccio sulla sabbia, il fruscio di un
oggetto di cuoio e il lieve, familiare rumore metallico di una
fondina ascellare che si apriva. La sicura scatt.
- Addio, Channing - disse l'uomo.
Channing stava gi buttandosi di lato quando giunse lo
sparo. Ce ne fu un secondo. Channing cadde nel fosso e
rimase perfettamente immobile, invisibile dalla strada. L'auto
si allontan rombando. In breve sopraggiunsero le altre due
auto, stipate di marinai. Cantavano e gridavano, senza badare
a ci che qualcuno poteva aver lasciato sul margine della
strada.
Qualche tempo dopo Channing cominci a muoversi,
dapprima a strappi, senza coordinazione, poi con maggiore
sicurezza. Era conscio di essere stato colpito in due punti. Il
lato destro del capo era completamente rigido e intorpidito
fino al collo. Qualcuno gli aveva infilato un ferro rovente nel
costato e si era dimenticato di toglierlo. Sentiva il sangue che
colava, mischiato alla sabbia.
Pian piano si rigir e cominci a strapparsi il nastro
adesivo dal viso, armeggiando goffamente con le mani legate.
Quando ebbe finito, us i denti per sciogliere i polsi. Ci volle
molto tempo. Dopo fu facile liberare le caviglie.
Inutile cercare di capire la gravit delle ferite. Decise che
la situazione non poteva essere cos seria come sembrava.
Sorrise, una smorfia priva di allegria, bestemmi e scoppi in
una breve risata. Tampon la ferita sotto il braccio con il
fazzoletto pulito che teneva nella tasca dei pantaloni, e gli
strinse la cinghia della fondina intorno perch non si
muovesse. Si avvolse la testa con il fazzoletto del taschino.
Gli avevano lasciato la pistola. Rise ancora, silenziosamente.
Non tocc n bad in alcun modo alla bruciatura sul mento.
Gli ci vollero quasi tre ore per tornare a Surfside,
acquattandosi nel fosso per due volte per lasciar passare le
macchine.
Oltrepass la strada in cui viveva Gandara, e quella
accanto alla casa di Marge e Rudy Krist. Si incammin verso
il lungomare e l'oscuro profilo del molo, in direzione della
casa disabitata da cui erano spuntati quegli uomini. Trov
Budge Hanna piegato in due sotto una macchia di cipressi di
Monterey. Il freddo vento di primavera riempiva di sabbia i
suoi occhi sbarrati, ma lui non sembrava farci caso. Aveva
perso sangue dal naso e dalle orecchie, non molto.
Channing gli frug nelle tasche e ne esamin rapidamente
il contenuto, schermando con la mano la luce di una
lampadina tascabile. C'erano le solite cose. Si impadron del
mazzo di chiavi, poi, ripiegata nel taschino dell'orologio,
trov una ricevuta del negozio di Flavin relativa a tre paia di
calzini. Portava la data del 22 aprile. Channing aggrott le
sopracciglia. Il 21 aprile era il giorno in cui la morte di Hank
era stata archiviata come suicidio. E il 21 aprile era un
sabato.
Channing si alz lentamente e percorse il lungomare fino
a Surfside Avenue. Erano trascorse ore dalla mezzanotte. I
bar erano chiusi. Le uniche luci in strada erano quelle della
stazione di polizia e dell'atrio del Surfside Hotel, che era
sprangato e deserto.
Channing entr con la chiave di Budge Hanna e sal i lerci
gradini di marmo fino al secondo piano, dove si trovava la
stanza del reporter. Non si reggeva sulle gambe, ma
appoggiandosi allo stipite riusc a infilare la chiave e a
entrare. Accese la luce, richiuse la porta e vi si ancor con la
schiena. La prima cosa che vide fu una bottiglia sul
comodino.
Bevve direttamente dalla bottiglia. Era whisky, un buon
whisky. In pochi minuti si sent meglio. Osserv l'etichetta,
ruotando la bottiglia tra le mani, accigliato. Poi, senza far
rumore, cominci a perquisire la stanza.
Non trov nulla, finch nell'ultimo cassetto dell'armadio
scopr una camicia nuova di zecca avvolta in una comune
carta verde. La ricevuta era del negozio di Flavin. Guard la
data. Era quella del giorno appena iniziato, luned.
Channing esamin la camicia, infilando le dita nelle
pieghe. Tra il lembo della camicia e il cartoncino trov una
busta. Era senza indirizzo, aperta, e conteneva sei banconote
da cento dollari.
Fece una smorfia. Rimise a posto il denaro e la camicia e
si sedette sul letto. Con sguardo torvo si mise a fissare il
muro, senza vederlo, e butt gi ancora un po' dello scotch di
Budge Hanna. Lui non se la sarebbe presa a male. Ci voleva
ben altro che un buon whisky per scaldarlo, ormai.
A poco a poco mise a fuoco una fotografia appesa al muro,
e si alz per osservarla pi da vicino. Era una foto
professionale che ritraeva una bella donna in abito da sera
bianco. Aveva un corpo magnifico e un viso duro, provocante,
a forma di cuore. Abito e acconciatura risalivano alla fine
degli anni Venti. Sulla foto c'era un autografo scolorito:
"Buona fortuna, Skinny, dalla tua amica Dorothy Balf".
La parola "Skinny" era stata cancellata con una croce e
sopra c'era scritto "Budge".
Channing stacc l'immagine dalla cornice. Era stata
pulita, ma foto e cornice erano danneggiate dal tempo e dalla
polvere, piene di macchie e di zone scolorite, come se fossero
rimaste appese per molto tempo, abbandonate. Sul retro della
foto era stampigliato:
SKINNY CRAIL
Culver, Surfside
"Tra l'incudine e il martello
Channing torn indietro con la memoria. Skinny Crail, lo
sfortunato ragazzo di Hollywood che aveva puntato tutti i
soldi che gli erano rimasti su un night club di effimero
successo a poco a poco scaduto verso un destino di patetica
mediocrit, un'iniziativa fallimentare le cui sale vuote
andavano in rovina tra Culver City e la spiaggia. Dorothy Balf
era stata la diva pi famosa all'epoca, e un idolo per Budge
Hanna. Channing diede un'altra occhiata al nome di Budge
scarabocchiato, sospir e rimise a posto con cura la
fotografia. Poi spense la luce e rimase seduto a lungo nel
buio, a riflettere.
Dopo un po' sospir di nuovo e si pass una mano sulla
faccia, rabbrividendo. Si alz e usc dalla stanza, chiudendosi
accuratamente la porta alle spalle. Si muoveva lentamente,
l'andatura zoppa accentuata dalla debolezza e da una leggera
instabilit dovuta allo scotch. La faccia era quella di un uomo
che non si aspetta pi nulla, ed quindi indenne dai colpi
della fortuna.
C'era una cabina del telefono nell'atrio dell'albergo.
Channing chiam Max Gandara. Parlarono a lungo, e quando
lui usc dalla cabina era pallido e sudato, il volto
completamente inespressivo. Lasci l'albergo e si diresse
verso la spiaggia.
La casetta, senza forma e senza colore, era buia e
silenziosa, con due terreni vuoti verso il mare e un modesto
condominio in mattoni sulla destra. Non si vedeva alcuna
luce. Channing pigi sul campanello arrugginito.
Lo ud squillare in qualche punto della casa. Dopo molto
tempo vide accendersi delle luci dietro le pesanti tende di
lino accostate. Di colpo si sent venir meno. Aveva i polsi
sudati, un ronzio nelle orecchie. Ud la limpida voce di Marge
Krist sovrapporsi al suono del campanello, e domandare chi
era.
Glielo disse. - Sono ferito - aggiunse. - Mi faccia
entrare.
La porta si apr e Channing entr. Gli sembrava di
fluttuare in un vortice di acqua scura, gelida, che pesava su di
lui. Decise di non fare resistenza.
Quando riapr gli occhi era steso su un divano letto.
Sembrava fosse trascorso solo un minuto o due da quando
aveva perso conoscenza. Marge e Rudy Krist stavano
discutendo animatamente.
- Ti dico che ha bisogno di un dottore!
- D'accordo, allora digli di procurarsene uno. Non vorrai
metterti nei guai.
- Guai? Perch dovrei avere dei guai?
- Gli hanno sparato. E questo vuol dire sbirri.
Ficcheranno il naso dappertutto e vorranno sapere perch
venuto proprio qui. Come fai a sapere cos'ha combinato quel
verme? Se pulito, perch non andato lui stesso dalla
polizia? Forse un trucco, forse si ferito da solo.
- Forse - disse Marge lentamente - hai paura di essere
interrogato.
Rudy imprec. Pareva pallido e provato non meno di
Channing. Quest'ultimo si mise a ridere. Non era una risata
piacevole da sentire.
- Certo che ha paura - disse. - Se qualcuno si mette a
indagare proprio adesso, l'affare di stanotte va a rotoli.
Marge e Rudy sobbalzarono nell'udire la sua voce. La
faccia di Rudy si fece dura e inespressiva come un pezzo di
legno. Si avvicin al divano.
- Che significa questa stronzata?
- Significa che farai meglio a chiamare subito Flavin per
dirgli di portar via la sua camicia nuova dalla stanza di Budge
Hanna. Budge non ne avr pi bisogno ormai, e la polizia
potrebbe essere molto interessata agli accessori.
Rudy aveva una smorfia tesa sulle labbra. - Cos'
successo a Hanna?
- Niente di particolare. Solo che uno dei ragazzi di Dave
ha un po' calcato la mano. morto.
- Morto? - Rudy scand la parola lentamente,
analizzandola, come se non l'avesse mai sentita prima. Poi
domand: - Chi Dave? Di cosa stai parlando?
Channing lo osserv attentamente. - Flavin ti considera
ancora un pivello, eh?
- Questo sistema non funziona con me, Channing.
- Peccato, perch funzioner con la polizia, invece. Bella
figura da stupido che farai, quando ti metterai a frignare che
non sai nulla di quello che successo perch paparino non te
l'ha detto.
Rudy si scagli verso di lui. Marge cacci un urlo e lo
trattenne. Channing ghign ed estrasse la pistola. I cuscini gli
tenevano la testa sollevata, permettendogli di controllare la
situazione senza avventurarsi nel disastroso tentativo di
mettersi a sedere.
- Che bullo che sei, Rudy. Non mi hai neanche
perquisito. Sta' a sentire, teppistello. Budge Hanna stato
ammazzato, e anche la sua Millie, ormai. Io dovrei essere
morto stecchito in un fosso oltre Hyperion, ma Dave Padway
ha sempre avuto una pessima mira. Dove credi che ti porter
tutto questo?
La faccia di Rudy aveva assunto un brutto colore
verdastro, ma l'espressione era dura. - Tutte balle,
Channing. Non ho mai sentito parlare di Dave Padway. Non
so niente di Budge Hanna o di quella signora. Non so niente
di quel che ti successo. E adesso fuori dai piedi.
- Sei proprio come il pupazzo di un ventriloquo, Rudy.
Magari Flavin ti terr sulle sue ginocchia quando sar sulla
sedia elettrica, a San Quintino.
Di nuovo Marge trattenne Rudy e domand, con calma: -
Cos' successo, signor Channing?
Lui le raccont tutto, tenendo gli occhi fissi su Rudy. -
Flavin a capo di un racket - disse alla fine. - Il negozio
solo una copertura, serve per nascondere il traffico, per fare i
pagamenti e per trasmettere informazioni. Il negozio non
aperto di domenica, vero Rudy?
Rudy non rispose. - No - disse Marge.
- Okay. Budge Hanna lavorava per Flavin. Facciamo
un'ipotesi. Secondo me Flavin organizza traffici di alcolici,
rapine, e cos via. Budge Hanna era un noto alcolizzato.
Poteva entrare in qualsiasi bar e piazzare una partita di
whisky di contrabbando senza creare sospetti. Il problema di
Budge era che non riusciva a tenere sotto controllo la sua
donna. Millie si era fatta aggressiva e sospettosa, e aveva
cominciato a parlare. Immagino che i ragazzi di Dave Padway
se ne siano accorti. Dave non si mai fidato delle donne e
degli ubriaconi.
Channing fiss Rudy socchiudendo gli occhi. Il suo volto
cosparso di sangue raggrumato era deformato da un ghigno
crudele. - E non ama neanche i pivelli. Ci saranno scintille
tra Dave e il tuo amico Flavin, e non so proprio come farai a
cavartela. Magari finirai su un tavolo dell'obitorio, come gli
altri. Come Hank.
- Oh, Cristo - disse Rudy - ci risiamo con Hank.
- Sicuro. Torniamo sempre a Hank. Tu sai cos' successo,
Rudy. Avevi simpatia per lui. E sei un ragazzo sveglio.
Probabilmente hai pi cervello di Flavin, e ce ne vuole di
cervello, di questi tempi, per fare il delinquente. Cos Flavin
ha buttato gi dal molo Hank e ti ha detto che stato un
suicidio, in modo che tu credessi che fosse un vigliacco.
Rudy si mise a ridere. - Buona questa. Proprio buona.
Marge era uscita con Flavin quella sera. - I suoi occhi verdi
si erano fatti minacciosi.
Marge annu, abbassando lo sguardo. - vero.
Channing alz le spalle. - E allora? Ha pagato qualcun
altro. Come ha fatto stanotte. Ma Dave Padway non tipo da
prendere ordini per molto. Era un duro ai suoi tempi, e dieci
anni di galera non l'hanno troppo arrugginito. meglio che
tu chiami Flavin, Rudy. Potrebbero trovare Budge Hanna in
qualunque momento, e mettersi a frugare nella sua stanza. -
Rise. - Flavin non era abbastanza furbo da fare i pagamenti
di sabato, troppo tardi per le banche.
- Perch non ha avvertito la polizia? - disse Marge.
- Con quello che avevo da raccontare, avrei solo fatto
scappare gli uccellini. Si arrangino!
Lei lo guard con calma, soppesandolo. - Quindi ha
intenzione di fare tutto da solo?
- Ho io il coltello dalla parte dal manico, ora. Solo voi
due sapete che sono vivo. Ma io so della camicia di Budge
Hanna, e presto anche i poliziotti lo sapranno. Qualcuno
dovr darsi da fare, e quando si muover sapr con certezza
chi c' dietro a questa banda di delinquenti da due soldi.
Marge si alz. - ridicolo. Lei non in condizione di
affrontare nessuno. E anche se lo fosse... - Lasci la frase in
sospeso e and verso il telefono.
- Anche se lo fossi, sarei sempre un vigliacco, vero? -
disse Channing. - Sicuro. Sta' fermo l, Rudy. Non sono cos
vigliacco o cos debole da non poterti sparare alle gambe. - Il
suo volto era grigio, scavato, infinitamente stanco. Pass un
dito sulla bruciatura al mento. I muscoli della mascella si
irrigidirono.
Rimase in silenzio, ascoltando Marge Krist che telefonava
a Max Gandara.
Al termine la donna and in cucina. Rudy si sedette,
lanciando a Channing occhiate scontrose. Il suo corpo era
scosso da un lieve tremito nervoso. Channing rise.
- Bella la vita del delinquente, vero, figliolo? Uno
spasso, non trovi?
Rudy lo invit ad andare quel paese.
Marge torn con dell'acqua calda e una pezzuola pulita e
gli ripul il viso, senza togliere il fazzoletto. La ferita aveva
smesso di sanguinare, ma lo squarcio sul fianco non era
ancora asciutto. Il tampone era scivolato via. Marge gli tolse
la giacca, attese che lui spostasse di mano la pistola e poi gli
sfil la fondina e la camicia. Nel vederlo a torso nudo lasci
cadere la camicia e si port le mani alla bocca. Channing, che
si era messo seduto sul divano, fece correre lo sguardo da lei
al volto pallido e inerte di Rudy e disse tranquillamente: -
Ora capite perch non amo il fuoco.
Mentre Marge lo medicava con delicatezza, seduta al suo
fianco, suon il campanello. - la polizia - disse, e si avvi
verso la porta. Channing teneva Rudy sotto tiro con la pistola.
Non ud alcun rumore dietro di s, ma di colpo sent qualcosa
di freddo appoggiato alla nuca e una voce che diceva: -
Buttala via, amico.
Era la voce di Joe. Era passato dalla cucina. Channing
lasci cadere l'arma. Gli uomini che stavano entrando non
erano poliziotti. Erano Dave Padway e Jack Flavin.
Flavin chiuse la porta a chiave. Channing fece un cenno
col capo, con un lieve sorriso. Dave Padway ricambi il
saluto. Era un uomo alto, dinoccolato, con occhi slavati e il
volto lungo, equino.
- A quanto pare ho ancora una mira schifosa - disse.
- Dieci anni in galera non ti hanno fatto bene alla vista,
Dave. - Channing sembrava rilassato e per nulla
impressionato. - Ora che ci siamo tutti possiamo fare una
bella chiacchierata. Potremmo parlare di omicidio.
Marge e Rudy guardavano entrambi Padway. Flavin
sorrideva. - Il mio nuovo socio in affari, Dave Padway. Dave,
ti presento Marge Krist e Rudy.
Padway li fiss per un attimo. Gli occhi chiari erano privi
di emozione. Con la sua voce melliflua, disse: - Channing
che mi interessa in questo momento. Ha parlato? E con chi?
Channing scoppi in una risata rauca e insolente.
- un po' tardi per preoccuparsene - grugn Flavin. -
Chi il pasticcione che non riuscito ad ammazzarlo, prima
di tutto?
Padway abbass gli occhi. - Tutti commettono degli
errori, Jack - disse in tono conciliante. Flavin sfreg un
fiammifero. La fiamma ebbe un leggero tremolio.
- Jack - disse Rudy. - Ascolta, Jack, questo tizio dice
che Budge Hanna e la sua donna sono stati ammazzati. Sei
stato tu a...
- No. stata un'idea di Dave.
- Qualche obiezione? - disse Padway.
- Hanna era un tipo a posto. Era il mio contatto in tutti i
bar.
- Era un incapace. Fra lui e quella puttana, stavano per
gettare l'intera storia in pasto a Channing. Li ho sentiti.
- Va bene, va bene. Mi spiace, ecco tutto.
- Jack - disse Rudy -Dio mi testimone, io non voglio
essere coinvolto in un omicidio. Non m'importa di pestare un
guardiano, quello okay, e se c' da tirar fuori la pistola in
uno scontro con la polizia, be', anche quello okay, credo. Ma
un omicidio, Jack! - Guard il corpo sfregiato di Channing.
- Un omicidio, e cose come quelle... -Tremava.
- Dio mio, ha ancora bisogno del pannolino - biascic
Padway.
- Calmati, figliolo - disse Flavin. - Sei in un gioco
grosso ora. Vale la pena di farsi venire il mal di stomaco un
paio di volte. - Guard Channing, con il suo sorriso
smagliante e crudele. - Avevi ragione quando dicevi che a
Surfside o si comincia o si finisce. Io e Dave avevamo bisogno
di un posto per ricominciare. Partire con poco e poi crescere,
come in qualunque attivit.
Channing fece un cenno affermativo e guard Rudy: -
Hank ti disse che sarebbe andata cos, vero? Gli credi adesso?
Rudy lo mand al diavolo, per la seconda volta. Era
verde. Si sedette e si accese una sigaretta. Marge appoggi la
schiena al muro, osservando la scena con occhi accesi, le
palpebre socchiuse. Era pallida, e non aveva detto una parola.
- Flavin - disse Channing - tu eri fuori con Marge la
notte in cui Hank venne ucciso.
- E con ci?
- L'hai mai lasciata sola?
- Un paio di volte. Non cos a lungo da arrivare al molo e
ammazzare tuo fratello.
- cos, signor Channing - disse Marge a bassa voce.
Lui domand: - Dove siete andati?
- Allo Ship Cafe, in qualche bar, a ballare... Che
importa? - Flavin fece un gesto di impazienza.
- Allora tu, Dave - prosegu Channing. - Hai ucciso
Hank per vendicare tuo fratello, e hai aspettato che io
arrivassi.
- Se fosse stato per quello - replic Padway - te l'avrei
fatto sapere in anticipo. Cos sarei stato sicuro del tuo arrivo.
- Si avvicin e abbass lo sguardo su di lui. - Non sembri
molto sorpreso di vederci.
- Non sono pi sorpreso di nulla, ormai.
-D'accordo. - Nella mano di Padway comparve una
pistola. - A questa distanza non dovrei mancarti, Chan. -
Marge trattenne il respiro finch Padway non concluse: - No,
non qui, a meno che lui non mi ci costringa. Procedi, Joe.
Joe si diede di nuovo da fare con il nastro adesivo. Questa
volta fece un lavoro migliore. Il corpo legato e imbavagliato
fu avvolto in una coperta e Joe lo afferr per i piedi. Flavin
fece cenno a Rudy di dargli una mano. Rudy esit, ma quando
Padway sfior la canna della pistola prese Channing per le
spalle. Spensero le luci e raggiunsero la macchina che li
attendeva fuori. Marge e Rudy Krist camminavano davanti a
Padway, che aveva dimenticato di mettere via la pistola.
3
"Mi spiace, ma devi morire..."
La stanza sembrava immensa alla luce della torcia
elettrica. Le tracce della sua precedente destinazione erano
ancora evidenti: brandelli di vivaci addobbi colorati, anneriti
dalla polvere, attaccati al soffitto; il pavimento consumato
dai passi di danza; qualche tavolo e sedia abbandonati;
fotografie mezze accartocciate e picchiettate dagli escrementi
delle mosche, che ritraevano celebrit del passato con dedica
al "Caro Skinny"; un palco vuoto e polveroso.
Uno degli uomini di Padway accese una lampada a
petrolio. Le finestre erano sbarrate da assi rinforzate da carta
catramata. A un'estremit della sala da ballo c'era un'enorme
cumulo quadrato formato da casse di liquori accatastate. Le
porte interne davano su altre stanze buie e abbandonate. Il
luogo era immerso nel pi completo silenzio, e odorava di
polvere e dello sfacelo degli anni.
- Mettetelo l - disse Padway, indicando agli uomini che
trasportavano Channing una branda piazzata accanto a un
tavolo e a un gruppo di sedie. Gli altri entrarono in ordine
sparso e si sedettero, accendendosi una sigaretta. Padway
ordin: - Joe, prendi il Thompson e va' di sopra. Grida se c'
qualcuno che ci sta guardando.
Jack Flavin si lasci sfuggire un'imprecazione. - Ti ho
detto che non ci hanno seguiti, Dave. Cristo, abbiamo fatto il
giro di tutta questa maledetta citt per esserne sicuri. Non
puoi calmarti?
- Certo, quando sar il momento. I peli che hai sul petto
non bastano come giubbotto antiproiettile, Jack. - And
verso la branda e tir via la coperta che nascondeva
Channing. Il detective lo guard, gli occhi profondamente
scavati sotto le palpebre socchiuse. Era nudo fino alla cintola.
Padway esamin le due ferite.
- Non ti ho mancato di molto, Chan - osserv
tranquillamente.
- Quel che basta.
- Gi. - Padway estrasse lentamente una sigaretta dal
pacchetto. - Con chi hai parlato, Chan, oltre che con Marge
Krist? Che cos'hai detto?
Channing strinse i denti. Lo si sarebbe potuto scambiare
per un sorriso. Era piuttosto malizioso.
Padway si mise la sigaretta in bocca e tir fuori un
fiammifero. Era un grosso fiammifero da cucina, con la
capocchia blu. - Mi hai spiazzato, Chan. Sul serio. Sono
preoccupato. Sento puzza di sbirri, ma non ne vedo nessuno.
Non mi piace, Channing.
- un bel problema.
- S, forse. - Padway sfreg il fiammifero.
Rudy Krist si alz di scatto e si rifugi nell'ombra. Marge
Krist era rannicchiata su una coperta accanto a Flavin. I suoi
occhi verdi sfavillavano sotto la cascata di capelli rossi.
Dave Padway teneva il fiammifero basso, davanti agli
occhi di Channing. La sua mano non si muoveva, non
tremava. La fiamma era un triangolo perfetto, giallo e blu. -
Non mi fido di te, Chan. - disse, cupo. - Tu eri un poliziotto
in gamba. Cos in gamba da pizzicarmi una volta, e anche per
pizzicare mio fratello, che era pi tosto di me. Non mi piace
questa situazione, Chan. Non mi fido di te.
Flavin esclam, impaziente: - Perch diavolo non l'hai
fatto fuori subito? Tutto questo casino colpa tua, Dave. Se
tu non avessi combinato quel pasticcio... Okay, okay! Il
nostro amico ha paura del fuoco. Guardalo. Faglielo
assaggiare, Dave. Parler.
- Tu credi? - disse Padway. - Tu credi? - Abbass il
fiammifero. Channing url. Padway si accese la sigaretta e
spense il fiammifero. - Parlerai, Chan?
- Offrimi un giusto compenso, Dave. Dammi l'uomo che
ha ucciso mio fratello, e io ti dico come stanno le cose.
Padway lo fiss con occhi spenti, poi cominci a ridere,
tranquillamente, con inquietante allegria.
- Legalo bene, Mack - disse - e porta qui i fiammiferi.
La stanza era silenziosa, si sentiva solo il respiro di
Channing. Rudy Krist era seduto in disparte e fumava di
continuo, senza riuscire a tener ferme le mani. I tre della
banda erano chini su una partita di blackjack, immersi in una
cupa concentrazione. Marge Krist non si era mossa da quando
si era seduta. Erano trascorsi forse venti minuti. Il corpo
legato di Channing era costellato di piccoli segni di ferocia.
Dave Padway lasci cadere la scatola vuota dei
fiammiferi. Sospir e si pieg verso Channing,
schiaffeggiandolo leggermente sulle guance. L'ex poliziotto
apr gli occhi.
- Hai intenzione di parlare, Chan?
La testa di Channing si mosse appena da destra a sinistra.
Jack Flavin imprec. - Dave, lui ha paura del fuoco. Se
avesse avuto qualcosa da dire l'avrebbe gi fatto. - Aveva la
camicia sbottonata, e ai suoi piedi erano disseminati i
mozziconi di sigaretta. Sulla sua faccia dura da terrier non
c'erano pi tracce di ilarit. Guardava Padway di traverso,
socchiudendo gli occhi.
- Forse s, forse no - rispose Padway. - una cosa
grossa quella di stanotte, Jack. il nostro primo passo verso
la cima. Channing ha letto la tua ricevuta, ricordatelo. Lo sa.
E conosce un sacco di persone l fuori. Pu avere un piano,
magari non con gli sbirri. Forse non entrer in azione prima
di stanotte. E forse al momento giusto ci fotter tutti quanti.
Channing scoppi in un'asciutta risata di scherno.
Flavin balz in piedi, allontanando la sedia con rabbia. -
Senti, Dave, te la fai sotto, per caso? Mi sembra che tu sia
ossessionato da quest'uomo.
- E a me sembra che nessuno ti abbia ancora insegnato le
buone maniere, Jack.
La stanza cadde in un profondo silenzio. Gli uomini
intorno al tavolo deposero le carte lentamente, come in un
sogno. Marge Krist si alz senza far rumore e si avvicin alla
branda.
Channing sussurr: - Calma, ragazzi. Non si guadagna
nulla da un funerale. - Li fissava, e aveva negli occhi
un'espressione ferma, crudele. Era qualcosa di nuovo,
qualcosa che era emerso nell'ultimo quarto d'ora e che pian
piano gli aveva alterato il volto, i lineamenti. - Avete un
problema da risolvere, una bella gatta da pelare. O forse no.
Forse siete carne da macello. Io ho parlato, ragazzi, certo che
ho parlato. Datemi l'assassino di Hank e vi dir con chi.
- Te ne sei scordato? Il ragazzo si buttato - disse
Flavin.
Channing scosse la testa.
Padway disse, calmo: - Supponiamo che sia cos, Chan.
Mettiamo che tu abbia tra le mani l'assassino. Che ci
guadagni?
- Non sono pi un poliziotto. Me ne sbatto dei tuoi
traffici di alcool. Voglio solo l'uomo che ha ucciso Hank.
Jack Flavin rise. Non era una bella risata.
- Dave sa che mantengo le promesse. E oltretutto, potete
sempre spararmi alla schiena.
- assurdo - disse Flavin. - Non gli hai fatto
abbastanza male, Dave. Dacci dentro e parler.
- Gli scoppia il cuore, prima. - Padway rivolse un
sorriso quasi tenero a Channing. - Ha di nuovo fegato il
ragazzo. Buona notizia, eh, Chan?
- Gi.
- Ma anche pessima. Per entrambi.
- Falla finita e uccidimi, Dave, se credi che serva a
qualcosa.
Flavin intervenne con studiata pazienza: - Dave,
quest'uomo pazzo. Forse vuol farsi pubblicit. Forse sta
cercando di rientrare nella polizia. Forse un masochista. Ma
uno svitato. Non credo che abbia parlato nessuno. O lo fai
cantare, o lo ammazzi. Oppure lo faccio io.
- Davvero lo faresti, adesso? - chiese Padway.
- Di cosa hai paura, Flavin? - domand Channing.
Flavin ringhi e fece per colpirlo, ma Padway lo afferr
per un braccio: - A quanto pare chi ha ucciso Hank ci ha
procurato un mare di guai. Forse ci ha messo nella merda
apposta. Vorrei proprio sapere chi stato, e perch.
Lavoravamo insieme in quel momento, vero, Jack? E nessuno
mi ha parlato di un poliziotto di nome Channing.
Flavin si divincol. - Il ragazzo si suicidato. E non
provare a mettermi le mani addosso, Dave. Era il mio giro,
ricordatelo. Sono stato io a farti entrare.
- Ah, davvero? - disse Padway, tranquillo. Il suo pugno
si abbatt sul mento di Flavin, cos rapido che si sent un
sibilo nell'aria. Flavin croll a terra e d'istinto gli si aggrapp
al braccio. Gli uomini di Padway si alzarono dal tavolo e lo
circondarono. La mano di Flavin scivol gi. L'uomo giacque
immobile, gli occhi socchiusi, inanimati.
Marge Krist scivol silenziosamente accanto alla branda
di Channing. Si pieg in avanti come se stesse per svenire, le
mani non in vista. Ma non stava svenendo. Channing sent
che trafficava intorno ai suoi polsi.
- Rudy, vieni qui - disse Flavin.
Rudy Krist entr nel cono di luce. Sembrava un bambino
immerso in un incubo da cui sa di non potersi svegliare.
- D'accordo, Dave - disse Flavin. - Sei tu il capo.
Coraggio, d a Channing il suo assassino. - Fiss Rudy, e
tutti si girarono a guardarlo, tranne gli uomini che
sorvegliavano Flavin.
Rudy Krist spalanc gli occhi, mostrando il bianco della
cornea intorno alle pupille verdi. Rimase immobile, fissando
le facce dure, impassibili rivolte verso di lui.
Flavin prosegu, in tono sdegnoso: - Faceva di te un
pappamolla, Rudy. Tu avevi passato il limite e non avevi il
coraggio di andare fino in fondo. Sapevi quel che ti sarebbe
successo. Cos l'hai buttato gi dal molo per salvarti la pelle.
Rudy emise una specie di miagolio soffocato, poi di colpo
si avvent su Flavin. Padway fece cenno ai suoi uomini di
trattenerlo. Channing url, disperatamente: - Fermi!
Aspettate! Dave, tiralo via!
Rudy stringeva la gola di Flavin, con la bava alla bocca,
mentre l'altro si contorceva sbattendo i piedi contro il
pavimento. All'improvviso si ud uno sparo sotto il corpo di
Rudy. Il ragazzo inarc la schiena, moll la presa e croll con
il capo sulla spalla del suo avversario, come se dormisse.
Channing rotol gi dalla branda, cercando di
raggiungere Flavin.
Costui spar ancora due colpi, cos ravvicinati da
sembrare uno solo. Uno dei ragazzi di Padway cadde in
ginocchio e si pieg in avanti, come un monaco in preghiera.
Un altro si abbatt al suolo. La seconda pallottola prese
Padway di striscio, lacerandogli l'imbottitura della spalla.
Channing raggiunse Flavin alle spalle e lo afferr per un
polso.
- Okay - disse Padway in tono risoluto. - Fermi tutti.
Non aveva ancora finito di parlare che un colpo part da
dietro la branda. Flavin stramazz, fissando Channing con
un'espressione di immensa sorpresa, come se il terzo occhio
che gli si era aperto improvvisamente sulla fronte gli offrisse
una prospettiva del tutto nuova.
Marge Krist si alz, uno sguardo micidiale negli occhi
verdi, con un piccolo revolver fumante in mano.
Padway si volt lentamente verso di lei. Channing fece
una smorfia e senza badare alla ragazza rigir con cautela il
corpo di Rudy.
- Hai ucciso tu Hank? - domand.
- No, lo giuro su Dio - mormor il ragazzo.
- stato Flavin?
- Non lo so... - I suoi occhi si riempirono di lacrime. -
Hank - sussurr - avrei voluto... - Le lacrime continuarono
a scorrere dai suoi occhi per qualche istante, dopo la morte.
Intanto la polizia aveva fatto irruzione nella stanza
sbucando dalle altre e da dietro le casse di alcolici.
- Fermi tutti.
Dave Padway alz lentamente le mani sbarrando gli occhi
per la sorpresa, poi strinse le palpebre con espressione
feroce. Il suo uomo fece lo stesso, dopo aver lasciato cadere la
pistola sul pavimento.
- Erano qui fin dall'inizio - disse Padway.
Channing si sedette, un po' irrigidito. - Speravo che ci
fossero. Non sapevo se Max sarebbe stato al gioco o no.
- Sei un lurido traditore.
- Mi spiace di aver tradito un verme come te, Dave, dopo
che sei stato cos carino con me lass a Hyperion. -
Channing alz la voce. - Max, fa attenzione al ragazzo con il
mitra.
- Avevo piazzato tre uomini lass - disse Gandara. - Lo
hanno preso quand' salito, senza farsi sentire.
Marge Krist si era avvicinata alla branda, come in trance,
e si trovava vicino a Padway. D'improvviso si lasci cadere.
Lui la sorresse e facendosi scudo del suo corpo estrasse la
pistola.
- Non sparare - disse Max Gandara. - Che nessuno
spari.
-Ben detto - disse Padway a bassa voce.
Channing allung la mano verso la pistola che Flavin non
era pi in grado di usare. Poi, con grande rapidit, si gett in
avanti contro il tavolo che reggeva la lampada.
Una pallottola si infil nel legno e lo trapass,
sfiorandogli l'orecchio. Channing spar due volte, prendendo
la mira, attraverso le fiamme. Poi si rialz e torn sui suoi
passi. Camminava un po' rigido, zoppicando, ma c'era
qualcosa di diverso in lui.
Padway era piegato su un ginocchio, con gli occhi chiusi,
e stringeva i denti per il dolore a causa del polso fratturato.
Marge Krist era rimasta in piedi. Fissava con sguardo triste il
foro che si era aperto nel suo avambraccio candido, e la
ragnatela di rivoli rosso brillante che ne uscivano.
Max Gandara si avvent su Channing. - Razza di...
Channing lo colp duro, dritto sul mento, senza fare una
piega. - Questo te lo dovevo, Max. E prima che tu ti metta a
predicare la santit del sesso femminile, sar meglio che
esamini attentamente un paio di quei proiettili che per poco
non mi hanno beccato. Scoprirai che provengono dalla
graziosa piccola pistola della signorina Krist, la stessa con cui
ha ucciso il suo uomo, Jack Flavin. - Fece un passo verso di
lei e le gir il viso verso il suo, gentilmente. - Ti sei ripresa
in fretta dal tuo svenimento, eh, dolcezza?
Lei sollev il braccio sano e cerc di cavargli un occhio.
Channing rise, e la affid un poliziotto. - Ora verr tutto
a galla. Intanto ci sono i proiettili della pistola di Marge. Il
fatto stesso che lei avesse una pistola prova che faceva parte
della banda. Loro l'avrebbero perquisita, se tutte quelle
pietose bugie sul triste destino del povero Rudy fossero state
vere. La comparsa di Padway l'aveva presa alla sprovvista, ed
era irritata perch Flavin non le aveva detto niente. Ma
sapeva qual era l'uomo giusto, eccome. Aveva deciso di
andare via con Padway, e ha sparato a Flavin per chiudergli la
bocca su Hank, e per essere sicura che non colpisse Padway.
Flavin era un duro, e stava quasi per riuscirci. Marge mi ha
slegato sperando che venissi colpito nella confusione, o che
mi mettessi nei guai da solo. Se non foste arrivati, Max, penso
che mi avrebbe sparato lei stessa. Voleva che cessasse tutto
questo chiasso intorno a Hank Channing, e con Flavin e me
fuori causa, non aveva pi niente da temere.
Gandara insistette, testardamente: - Da quello che ho
sentito, stato Flavin a conciare Rudy per le feste.
- Certo, come no! Steso per terra, con la bocca
sfracellata da un pugno e tre uomini armati intorno a lui.
Marge Krist si era seduta sulla branda e qualcuno la stava
medicando. Channing si par di fronte a lei.
- Hai fatto un buon lavoro questa sera, Marge. Hai fatto
fuori Rudy esattamente come hai fatto con Flavin, o con
Hank. Rudy era un buon ragazzo, in fondo. Sei stata tu a
spingerlo in questo gioco, ma Hank gli insinuava dei dubbi.
Sei stata tu a uccidere mio fratello.
Si avvicin ancora di pi. Lei lo guard, il suo sguardo
verde incroci quello bruno di lui, entrambi appassionati e
crudeli.
- Sei una ragazza astuta, Marge. Tu e la tua mielosa
ipocrisia. Adesso capisco cosa volevi dire quando accusavi
Rudy di avere paura di essere interrogato. Flavin non poteva
uccidere Hank da solo. Non era abbastanza grosso, e Hank
non era uno stupido. Non si fidava di Flavin. Ma di te s,
Marge, di te si fidava. Poteva fermarsi sul molo a mezzanotte
a parlare con te, e non accorgersi che qualcuno si avvicinava
di nascosto con un manganello. - Si chin su di lei. - Sei
una ragazza astuta, Marge, e anche carina. Credo che far a
meno di assistere alla tua esecuzione.
- Avrei dovuto ammazzare anche te - sibil lei. - Per
Dio, avrei dovuto ammazzarti.
Channing annu e and a sedersi, esausto. Sembrava
debole, sfinito, ma i suoi occhi brillavano.
- Qualcuno mi d una sigaretta? - disse. Accese il
fiammifero lui stesso. Il tabacco aveva un buon sapore.
Erano dieci anni che non fumava.
Helen Nielsen
La decisione
"Manhunt", giugno 1957
Molto prima che diventasse di moda tra le autrici di
gialli scrivere storie dark, Helen Nielsen produsse romanzi
come After Midnight e A Killer In The Street, che
conquistarono anche gli amanti dell'hard-boiled. Da troppo
tempo i suoi romanzi non vengono pi ristampati, ma
meriterebbero di appassionare e influenzare una nuova
generazione. Se volete un esempio della Nielsen ai suoi
massimi livelli, leggete questo racconto.
E. G.
Ruth non era mai stata in un'aula di tribunale prima di
allora. Era eccitante, sembrava di essere in un film, o alla
televisione. Si affacci sulla soglia, con la donna poliziotto a
fianco, e subito ci fu un esplosione di flash e tutti coloro che
si trovavano nell'aula si voltarono a guardarla. Per un attimo
rimase confusa e imbarazzata. Con un gesto automatico si
abbass la giacca del tailleur di lana blu; le tirava sul davanti,
da quando aveva messo su qualche chilo. Non che Ruth fosse
grassa. Aveva un bel personale, troppo per sentirsi a proprio
agio, perch Ruth, sebbene fosse abituata a nasconderlo, era
straordinariamente timida. Ma era anche una donna. Si tir
gi la giacca, poi allontan una ciocca di capelli biondi dalla
fronte, il tutto celando le proprie emozioni con abilit cos
consumata che nelle edizioni del pomeriggio i titolisti dei
giornali avrebbero rispolverato frasi come "tigre dal volto di
marmo" e "gelida assassina" per le didascalie delle immagini.
I flash avevano smesso di lampeggiare, e un poliziotto le fece
strada.
Ruth si diresse verso il tavolo dove il signor Jennings la
stava aspettando. L'uomo le offr una sedia e sorrise.
- Buongiorno, signorina Kramer. Ha un aspetto
magnifico stamane.
Ruth non rispose. Si sedette, il signor Jennings si
accomod al suo fianco e prese ad armeggiare con alcune
carte nella sua valigetta. Era anche lui piuttosto timido... e
nervoso. Ruth lo aveva sentito dichiarare che questo era il
suo primo caso di pena capitale, il che spiegava il suo
nervosismo. Era l'avvocato d'ufficio, la Pubblica Difesa.
Esamin mentalmente quelle parole. Suonavano bene.
Quest'uomo l'avrebbe difesa dal pubblico. No, non era quello
il senso, Ruth lo sapeva. Aveva imparato tante cose in poco
pi di trent'anni, e conosceva il significato quasi tutte le
parole; eppure era questa la sensazione che provava quando
ci pensava. Il signor Jennings le era simpatico. Le ricordava
Allan. Pi giovane e pi serio, ma altrettanto ordinato. Era
questa la cosa importante. La camicia bianca era fresca di
bucato, la cravatta sottile era fermata da una spilla e il vestito
doveva essere stato appena stirato. Era ben rasato e il
profumo della sua lozione era di quelli che nelle pubblicit
venivano definiti frizzanti e mascolini.
Ma osservare il signor Jennings non avrebbe fatto altro
che renderlo pi nervoso. Ruth fece scorrere lo sguardo
nell'aula. Le facce assorte dei giurati assisi nei loro banchi
esprimevano vari livelli di tensione. Ruth represse un sorriso
sul volto mite. La giuria sembrava ancora pi nervosa del
signor Jennings. Pareva che fossero loro sotto processo, al
posto suo. Si volt a guardare gli spettatori. Nessun processo,
fin dai tempi in cui i Romani davano in pasto vite umane ai
leoni, era completo senza di loro. La societ... civile. Quella
parola la divertiva ancora di pi delle facce dei giurati:
societ. Eccola l, riunita in assemblea con tutta la sua
autorit, n agguerrita n particolarmente indignata. Il
termine giusto era curiosa. La societ curiosa, in attesa di
ricevere l'imbeccata prima di assolvere o condannare, perch
la societ non sapeva mai cosa fare finch qualcuno non glielo
diceva. Era come uno specchio gigantesco in cui non si
rifletteva una sola persona, ma una folla.
Se sorridessi, pens Ruth, ricambierebbero il mio
sorriso. Se agitassi la mano, la agiterebbero anche loro. Non
fanno mai nulla di propria iniziativa. Non agiscono: re-
agiscono.
Questa era la societ, e lei ne era fuori ormai, perch
aveva contravvenuto alla prima regola. Aveva preso una
decisione...
Chiunque nel vicinato avrebbe potuto testimoniare
quanto Ruth Kramer fosse affezionata ai suoi genitori. Una
cos brava ragazza. Grande lavoratrice. Era lei a mantenere la
famiglia da quando il povero vecchio signor Kramer aveva
dovuto smettere di lavorare. Non c'era una madre in tutto
l'isolato che non invidiasse il rapporto che la signora Kramer
aveva con sua figlia. Non erano molti i giovani cos seri, cos
premurosi. Chiunque nel vicinato avrebbe potuto raccontare
tutto ci che sapeva di Ruth Kramer... e cio nulla.
Ruth non ricordava quando aveva cominciato a odiare suo
padre. Forse quando aveva cinque anni e l'aveva sorpreso ad
ammazzare i cuccioli. Erano appena nati, non avevano
nessuna esperienza della vita, e forse non si poteva fare
diversamente visto che i tempi erano cos duri e c'era cos
poco da mangiare; ma fu orribile vederlo gettare i loro corpi,
ancora caldi e frementi, nelle buche che scavate per la
staccionata del cortile. Fu ancora pi terribile sentire come se
ne vantava, pi tardi.
- Sei buche per i pali, e sei cuccioli dentro. Mi sono
risparmiato tutto il lavoro di scavare le fosse.
- Otto, non ne parliamo. Non di fronte alla bambina -
aveva detto Anna Kramer.
- E perch non dovrei parlarne? Deve imparare a
risparmiare: il lavoro, il denaro. Non bisogna sprecare nulla
nella vita.
Otto Kramer aveva una semplice filosofia. Non metteva
mai in discussione la vita, non la contestava mai. - Un letto
per dormire, un tavolo per mangiare, un fornello per
cucinare, cos'altro ci serve? - Una filosofia molto semplice.
Paura e preoccupazione appartenevano al mondo femminile, e
lui non gradiva n l'una n l'altra. Se a Ruth veniva da
piangere, poteva rifugiarsi tra le braccia magre e forti di sua
madre. Non c'era altro calore al mondo.
E non c'era denaro da sprecare per motivi insignificanti
come il dolore.
- Per una donna normale avere figli. stata creata per
questo. Non ho soldi da buttar via per i conti degli ospedali. E
comunque sono tutte sciocchezze, cose che si inventano le
donne.
Otto Kramer aveva parlato, ed era legge. Anna non
discuteva mai con suo marito. Ingrossando diventava sottile e
pallida, e piangeva tanto quando lui non c'era. E quando
venne il momento,fu chiaro che in fin dei conti non era tutto
frutto della sua fantasia. Nascosta dietro la porta della
dispensa, la bimba sent ogni cosa.
- Voi europei siete testardi come muli, meritereste di
esser frustati! - diceva il dottore. - Hai perso un figlio per
colpa della tua spilorceria, e stavi quasi per perdere una
moglie, maledetto! Lasciala in pace ora, finch non ha
recuperato le forze, mi hai capito? Lasciala in pace o mi
occupo io di te!
Rannicchiata al buio dietro la porta della dispensa, Ruth
cap soltanto che in qualche modo sua madre era minacciata
da quest'uomo che lei stava cominciando a odiare, e che aveva
bisogno di protezione. Non lo dimentic mai.
C'erano moltissime cose che i vicini non sapevano di Ruth
Kramer. Non sapevano, per esempio, che quando aveva
quattordici anni dormiva con un coltello nascosto sotto il
cuscino. Nessuno lo sapeva. Neanche sua madre. Ma Ruth
aveva passato tanto tempo sveglia, all'erta, e ormai i litigi e i
rumori notturni che trapelavano attraverso i muri sottili
come veline avevano assunto uno strano e minaccioso
significato. Il coltello era legato alla sua paura, una paura
indefinita destinata a rimanere inespressa.
Ad Anna Kramer non piaceva parlare di certe cose.
- Non far caso alle stupidaggini che senti, cara. Non sono
cose di cui tu debba preoccuparti.
Ma Ruth non era una bambina. Aveva quattordici anni. A
quell'et si crede che debba esserci un limite all'infelicit.
- Perch non chiedi il divorzio? - domand.
Divorzio! Una parola scandalosa. Come le era venuta in
mente una simile idea? Il divorzio era peccato! A Ruth pareva
che l'infelicit fosse un peccato ancora pi grande, ma non
ebbe la possibilit di discutere l'argomento. Le braccia magre
e forti tornavano a stringerla, lasciando fuori il resto del
mondo. Lei non doveva pensare a queste cose. Aveva i suoi
compiti da fare, e quella borsa di studio...
Ruth non vinse la borsa di studio. Ebbe un esaurimento e
non riusc neanche a terminare il semestre, ma in un certo
senso la sua malattia fu una buona cosa. Le dette il tempo di
fare piani per il futuro. Doveva esserci una ragione per tutta
questa infelicit, e doveva esserci una soluzione. Se solo non
fossero stati cos poveri! Se solo avessero avuto un po' di
denaro in pi per sistemare la casa, avere degli amici e vivere
come tutti gli altri. Ruth esamin con cura la situazione e
rimise il coltello al suo posto perch era un'idea assurda,
anche se rappresentava un segno di ribellione. Conosceva un
sistema migliore.
Non ebbe problemi per quanto riguardava il suo ritorno a
scuola. La scuola era una bizzarria e uno spreco per una
donna. Il lavoro s che andava bene. Il lavoro teneva i ragazzi
fuori dai guai.
- Ho cominciato a lavorare quando avevo dodici anni -
disse Otto Kramer. - Quindici ore al giorno e un pagliericcio
nel retro del negozio. Non avevo tempo per andare a spasso
su macchine d'epoca ascoltando musica jazz tutta la notte
come fanno i ragazzi di adesso. Teppisti! Nient'altro che
teppisti!
Ruth non replic. Le macchine d'epoca e i dischi di jazz
non avrebbero mai fatto parte della sua vita, comunque. Non
aveva tempo. Di giorno c'era il lavoro e di notte lo studio,
perch suo padre aveva torto a proposito dell'istruzione.
Aveva torto su un sacco di cose, ma lei non glielo contestava.
Discussioni e litigi erano una perdita di tempo. Impar a
evitarli, ad abbassare il volume delle voci al di l del muro
durante la notte cos come abbassava quello della musica alla
radio che teneva sul comodino. Ma teneva sempre l'orecchio
teso, e lo sguardo vigile. E non dimenticava mai il suo piano.
Ogni problema doveva avere una soluzione, e lei avrebbe
trovato la soluzione per essere felice. La casa di Otto Kramer
rimase impenetrabile vista dall'esterno, ma dentro cominci a
cambiare. I pavimenti si coprirono di tappeti, le finestre di
tendine, un idraulico install un nuovo lavandino e l'uomo
del ghiaccio non dovette pi passare dopo la consegna del
frigorifero. Il piano cominciava a funzionare. Il volto di Anna
Kramer impar a sorridere, ma quello di Otto rimase cupo.
- Che assurdit! Che dannata assurdit! Continua a
buttar via i soldi in questo modo e vedrai!
E per dimostrare la sua tesi, perse il lavoro e non si diede
mai la pena di trovarne un altro.
Forse fu allora che Ruth Kramer cominci a odiare suo
padre, ma negli anni successivi fu troppo occupata per
pensarci. Ogni problema doveva avere una soluzione.
Mantenendo il suo atteggiamento positivo, Ruth si iscrisse a
un altro corso serale e al termine trov un lavoro migliore
con un orario pi lungo. Il problema restava, ma non c'era
tempo per pensarci. Cos'era la felicit, in fondo? Quanti
potevano dire di conoscerla? Quando le liti si inasprivano, e
le lacrime erano troppo cocenti - Ruth non riusc mai a
tollerare di veder piangere sua madre - si poteva
controbilanciare con un mazzo di fiori a sorpresa, o qualche
nuovo acquisto per lo scaffale delle statuette di porcellana
che Anna amava tanto. E si poteva sempre alzare il volume
della musica, in modo che i vicini non sentissero.
Dall'esterno, sembrava tutto perfetto. Nessuno entr mai in
quella casa, eccetto le tre persone che la abitavano
sopportandosi l'un l'altra, mentre gli anni si accumulavano
dietro di loro come una pila di cambiali non pagate. Ma tutto
si pagava nella vita, prima o poi. In un angolo remoto del suo
cervello, dove ormai serbava pi informazioni di quante
gliene sarebbero mai servite, Ruth lo sapeva.
Le cambiali cominciarono a scadere quando incontr
Allan.
Non aveva mai pensato agli uomini. Facevano parte del
suo mondo, ma erano solo nomi sulle porte degli uffici, o voci
che rispondevano al telefono. Sedevano dietro scrivanie su
cui troneggiavano immancabili le fotografie di mogli e figli, e
talvolta facevano complimenti e concedevano aumenti.
- Vorrei che avessimo pi impiegate come lei, signorina
Kramer. Non ho mai dovuto preoccuparmi di come svolge il
suo lavoro.
Solo quel tipo di complimenti. Mai niente sulla sua
acconciatura, severa e ordinata, o sui suoi abiti, tagliati in
modo da nascondere la sua magrezza e far risaltare il seno.
Gli uomini erano mani sul tavolo, voci al telefono, firme sulla
busta paga. Erano il collega donnaiolo da ignorare, il cliente
fuori citt da prendere in giro, il giovanotto serio e mammone
da respingere educatamente. E un vecchio ostinato che ora se
ne stava a casa, seduto sulla sua poltrona in un angolo come
un mucchio di stracci luridi.
Ma Allan Roberts non era niente di tutto questo. Allan
era quella vecchia cambiale che stava per scadere. Se l'avesse
saputo, Ruth non sarebbe stata cos compiaciuta quando lui la
convoc nel suo ufficio quel primo giorno.
- Mi piace come lavora, signorina Kramer. Dev'essere in
questa azienda da molto tempo.
Un nuovo ingegnere di alto livello l'aveva notata fra tutti
i colleghi dell'ufficio. Ruth si sent lusingata.
- Dodici anni - ammise, sperando chiss perch che non
sembrasse un tempo troppo lungo.
- Bene. Lei conosce la procedura meglio di me. proprio
l'assistente di cui ho bisogno per l'affare dell'albergo.
Cominci cos, come un rapporto esclusivamente di
lavoro. Ma era un lavoro grosso, un lavoro importante.
Significava orari lunghi, cene a ora tarda in ristorantini
angusti con un juke-box che singhiozzava, scherzi e risate per
alleviare la fatica di un impegno duro, stressante. Significava
lavorare di domenica, con Allan che dalla strada suonava il
clacson della sua decappottabile e Ruth che si precipitava
fuori per non dargli il tempo di arrivare alla porta. E, a volte,
significava parlarne in casa.
- Ci passi un sacco di tempo con quell'uomo - disse
Anna Kramer.
- simpatico - ammise Ruth. - Ed in gamba. Sto
imparando molto su questo lavoro.
- Ha un bell'aspetto. E veste bene.
- Ha un compito di responsabilit. Deve vestire bene.
- Tuo padre era ben vestito. Non dimenticher mai la
prima volta che l'ho visto: camicia di seta, bombetta, bastone
da passeggio.
- Mio padre?
- Ed era bello. Ricordo di aver pensato che non avevo
mai visto un uomo cos bello, e con tanti progetti per il
futuro.
Non avevano mai parlato in questo modo prima di allora.
Gli occhi di Anna Kramer erano persi nel vuoto; quando
incontr lo sguardo di Ruth, cambi argomento.
- Immagino che lavorerai domenica.
- Credo di s - disse Ruth.
- Perderemo di nuovo la messa.
- Te l'ho gi detto, dovreste fare amicizia con i vicini e
andarci con loro.
Anna sospir. Il suo sguardo si pos sulle statuette
allineate sullo scaffale.
- Sai come la pensa tuo padre a proposito dei vicini. Non
voglio suscitare un vespaio e crearti dei problemi, proprio ora
che abbiamo una casa cos bella.
Ruth lavor quella domenica. Lavor molte domeniche
finch, come temeva, il progetto giunse alla fine.
- Ma siamo invitati all'inaugurazione - disse Allan. -
Quando vengo a prenderti?
Non l'aveva previsto. Lavorare con Allan era divertente.
Cenare in quei piccoli caff era divertente. Ma
l'inaugurazione di un hotel non era come un concerto, una
conferenza o una lezione alla scuola serale.
- Immagino che sia una serata di gala.
- Lo spero. Sarai uno schianto con l'abito da sera.
La prendeva in giro, naturalmente. Allan era un gran
burlone. E tuttavia, lei prefer non rifiutare. Avrebbe potuto
crearle dei problemi sul lavoro. Utilizz l'ora del pranzo per
andare a far spese, perch non aveva mai posseduto un abito
da sera. E allora anche lei si rese conto dei cambiamenti che
in tutti quegli anni erano intervenuti sotto gli abiti riadattati
che portava. Allan non la prendeva in giro.
Cenerentola and al ballo. Povera Cenerentola, che
perdeva sempre qualcosa. Una pista da ballo non era il
massimo per un'appassionata di Bach, ma Allan fu galante.
- Sar onesto - disse. - Non si vede, perch ho le
scarpe fatte su misura, ma in realt ho due piedi sinistri.
Andiamo a vedere com' la terrazza al chiaro di luna.
La terrazza era come tutte le terrazze al chiaro di luna.
Ruth tremava quando si sottrasse al suo abbraccio. Non le
avevano insegnato niente del genere alla scuola serale. Ma
era anche imbarazzata. Lui doveva averlo capito. Ora poteva
tornare in ufficio e raccontare nelle toilette come aveva
spaventato quella bacchettona della signorina Kramer, cos
irreprensibile in tante altre cose.
- Vivi con i tuoi genitori, vero?
Se lo aspettava. Non aveva neanche bisogno di
rispondere. Si sent gi abbandonata.
- Voglio dire, non hai altri legami a trattenerti qui?
Fu presa alla sprovvista.
- Trattenermi?
- saltato fuori un nuovo contratto a Mexico City. una
cosa grossa: sei mesi, forse un anno. Ho deciso di accettare
l'assegnazione, e vorrei che tu venissi con me. Ritengo che
lavoriamo bene insieme.
Non aveva previsto tutto questo. Mexico City. Un ritmo
latino si libr dalla pista da ballo e giunse fino a loro; un
ritmo oscuro, vibrante, e Ruth lo not per la prima volta. Si
mise ad ascoltarlo e avvert un rimescolio, un'agitazione
dentro di s, come se sentisse nascere qualcosa di nuovo.
Vide gli occhi di Allan brillare nell'oscurit.
- Credo che ti piacerebbe il Messico - disse lui. - E
penso che il cambiamento ti farebbe bene. Comunque hai due
settimane per decidere.
Cenerentola torn dal ballo molto dopo la mezzanotte.
Quando fu sulla porta di casa smise di canticchiare ed entr
senza far rumore, ma non c'era bisogno di questa premura.
Appena accese la luce, vide sua madre rannicchiata nella
poltrona con lo schienale alto.
- Non dovevi rimanere alzata a...- esord, poi la guard
in volto. - Cosa c'? Cos' successo?
Il volto di un martire che porta la croce.
- Niente - rispose Anna. - Niente di cui preoccuparsi.
- Niente? Perch non sei a letto?
Uno sguardo tormentato si pos su di lei. Una mano
sottile si lev verso la scollatura del vecchio vestito e la
manica ricadde all'indietro, rivelando un brutto livido.
- Mamma...!
- Va' a dormire - disse Anna. - Ti sei divertita, vero?
Va' a dormire e non preoccuparti di me.
- Ma sei stata picchiata!
- Non importa. Non la prima volta.
- stato lui!
Si sent invadere da una rabbia vecchia come un coltello
nascosto sotto il cuscino.
- Non... non parlare cos forte! Sta dormendo ora.
- Ma tu non devi arrenderti! Non sei costretta a vivere
con lui!
Gli occhi di Anna passarono in rassegna la stanza. Una
bella stanza, perfetta, come le statuette sullo scaffale. La casa
che aveva sempre voluto. A volte i progetti si realizzavano.
- Forse malato - disse Ruth. - Magari, se andasse da
un dottore...
- Tu sai cosa pensa tuo padre dei dottori.
- Ma se diventa violento...
Anna inalber un sorriso triste.
- Te l'ho detto, non niente. Non la prima volta che
succede. Lo avresti notato se non fossi sempre cos occupata.
un vecchio, ecco tutto. E un vecchio si arrabbia quando...
quando non riesce a fare quello che faceva una volta.
Anna tacque, gli occhi pieni di vergogna per aver
menzionato l'argomento proibito. Si alz dalla poltrona e si
avvi verso il corridoio.
- Non starai tornando di l?
Di nuovo quel sorriso triste.
- Te l'ho detto, non niente. Non avrei dovuto dirti
nulla, ti ho rovinato la serata. Va' a dormire ora. Va tutto
bene. Fin quando sei con me, va tutto bene.
Strinse Ruth fra le braccia per augurarle la buonanotte.
Niente... niente... Quando se ne fu andata, Ruth spense la
luce e rimase seduta al buio. Niente... E si mise a tremare.
Ruth non and a Mexico City. In ufficio, il suo
esaurimento fu attribuito all'eccesso di lavoro profuso
nell'affare dell'albergo. Quando rientr, Allan se n'era
andato. Non torn mai pi. Per un certo periodo nella mente
di Ruth rimase un posto vuoto, una sorta di trabocchetto con
un cartello che avvertiva: "Sta' lontana - Pericolo"; ma poi il
vuoto cominci a riempirsi di frammenti di nuovo lavoro,
nuovi libri, un corso per modellare la creta e un abbonamento
alla stagione concertistica. A casa alz il volume della musica
per coprire le interminabili discussioni e impar a non
parlare pi di separazione, di un dottore, o di qualunque altra
iniziativa.
Il giorno del suo trentesimo compleanno, Ruth compr la
sua prima bottiglia di whisky e la nascose in un armadietto
dove sua madre non potesse trovarlo. Le persone per bene,
quelle che non facevano cose sconvenienti come non
affrontare i problemi, non bevevano. La bottiglia le teneva
compagnia nelle lunghe notti in cui non riusciva a dormire.
Qualche tempo dopo abbandon il corso di ceramica perch
non la interessava pi e il materiale le ingombrava la stanza,
poi smise di andare ai concerti perch la rendevano nervosa.
Ma non riusciva a rimanere a casa senza far nulla, a guardarsi
morire lentamente. Usciva in macchina la sera, e col tempo
trov un piccolo bar, un buco in cui un trio jazz esplorava gli
abissi della disperazione e un cantante singhiozzava le
miserie degli uomini ombra, quelli che non soffrono e
sognano vecchi sogni che non si realizzano mai, perch
vivono nel paese in cui non si prendono decisioni.
Le vennero fatte delle osservazioni, naturalmente.
- Vorrei che tu non uscissi cos spesso da sola - diceva
Anna Kramer - specialmente di notte.
Ruth scoppiava a ridere. Rideva spesso ultimamente.
- Sola? E qual l'alternativa?
Uno sguardo ferito, e poi: - Una volta facevamo delle
gite cos belle la domenica.
- Domenica ti porter a fare un giro.
- Ma... uscire tutte le notti. Davvero non so pi cosa fare
con te. Se pensi a tutti i problemi che ho gi con tuo padre!
- Oh, Dio...!
Poi una porta sbatteva, la musica cresceva di tono, e Ruth
tirava fuori la bottiglia dall'armadietto.
Sul lavoro i problemi si avvertivano da tempo. Ma non era
colpa sua. Tutto era cos complicato, cos caotico. I nuovi
arrivati erano freschi, impazienti e immaturi. Inutile cercare
di insegnare loro qualcosa. Sapevano gi tutto. Fu cos che
Ruth smise di parlare con chiunque, tranne che con il buffone
del reparto vendite che raccontava storielle volgari e la faceva
ridere, chiss perch. I problemi si avvertivano da tempo, ma
quando fu il momento avvenne tutto di colpo. La trattarono
con i guanti, naturalmente. Aveva troppo lavoro, troppe
responsabilit. Non era una retrocessione, si capisce, solo
una riduzione di orario e, naturalmente, anche di paga. Ruth
cap. La cosa buffa fu che non le import pi di tanto.
Non and a casa dopo il lavoro. Vagabond con la
macchina per qualche ora, poi ritorn nel buco in cui le
ombre andavano a rifugiarsi gemendo e aspettando. Sembrava
che aspettassero lei, ora, che fosse questo il destino che si era
andato preparando per lei in tutti quegli anni. Ecco cosa
succedeva a nascondersi dietro le porte delle dispense, e a
tremare nel buio con un coltello sotto il cuscino. Sapeva qual
era il problema. E non poteva pi seppellirlo nei libri o
nasconderlo in fondo a una bottiglia vuota. Il terrore si era
insinuato dentro di lei come un tarlo e c'era solo un modo per
liberarsene. Ordin un doppio whisky per calmare il suo
nervosismo.
Gli uomini ombra si muovevano intorno a lei con volti
famelici. Una volta veniva solo per guardarli, ora era una di
loro. Doveva solo fare un cenno. Stavano aspettando. Uno in
particolare, un uomo losco, lurido, con la barba lunga.
Uscirono insieme. Raggiunsero in auto una strada buia,
senza uscita. Sembrava il posto giusto.
Niente preliminari. Non erano a una festa del liceo. Lui
sapeva quel che lei stava cercando. Premette la bocca sulla
sua e cominci a strapparle la camicetta di dosso. Ruth ebbe
un fremito. Quel rimescolio che era iniziato con il bacio di
Allan stava montando come un mare in tempesta. Era un
muro che crollava. Un muro alto, una torre...
Ma le sue mani lo respingevano.
Lui la afferr, imprecando a bassa voce. Lei lo mand a
sbattere contro la portiera.
- Stupida puttana!
Le venne di nuovo addosso, disgustoso, spietato. Lei
intravide la sua faccia: barba lunga, sguardo lascivo, odore di
alcool e di sporcizia. Raccolse tutte le sue forze e lo spinse
contro la maniglia della portiera che si apr, facendolo cadere
in strada. Prima che lui fosse di nuovo in piedi, Ruth aveva
gi avviato il motore. Mentre si allontanava, la luce dei
lampioni cattur per un terribile istante l'immagine di un
uomo infuriato e sbalordito, che imprecava tra s tirandosi su
pantaloni.
Guid alla cieca, tra i singhiozzi. Quando fu abbastanza
lontana, parcheggi e rimase seduta al buio. Il muro aveva
iniziato a sgretolarsi, e quando si cominciava una cosa
bisognava andare avanti finch non era conclusa. Butt gi il
cartello "Pericolo" che aveva eretto nella sua mente e fiss
fino in fondo il vuoto che aveva lasciato Allan. Se n'era
andato. Non sarebbe tornato mai pi. Non avrebbe pi udito
la sua risata, non lo avrebbe pi visto strizzare gli occhi, non
avrebbe pi ricevuto da lui quel secondo bacio che avrebbe
reso tutto diverso. Ma il mondo non era finito. C'erano altre
risate, e altri occhi, e c'era qualcosa di diverso. Doveva
esserci!
Ma prima di mettersi a cercarlo, c'era una cosa che
doveva fare. Assolutamente.
Torn a casa, e not per la prima volta che le siepi erano
incolte e il prato giallastro. C'erano cos tante cose da fare, e
mai abbastanza tempo per farle. Entr in casa. Suo padre era
seduto nella sua poltrona in un angolo, come un mucchio di
stracci luridi. Sua madre le lanci uno sguardo ansioso. Pass
in mezzo a loro e si diresse verso la sua stanza. Una cosa che
doveva fare...
- Ruth! Che fai? Dove vuoi andare?
Le bastava una valigia. I mobili, le lampade, i libri non
avevano importanza. Che i morti seppellissero i morti. Le
bastava una valigia, e il domani.
- Perch fai i bagagli? Cos' successo? Cosa c' che non
va?
Nessuna risposta. Nessuna spiegazione. Nessuna
complicazione. Ruth chiuse la valigia e si avvi verso la porta.
Erano l, tutti e due. La donna e il vecchio. Sconcertati,
spaventati. Cerc di uscire senza dire nulla, ma le bloccarono
il passaggio.
- Me ne vado.
- Vai via? Per un viaggio? Per lavoro?
- Per sempre - disse Ruth.
- Ma perch? Che cosa ho fatto?
Gli occhi della donna si riempirono di lacrime. Ruth non
sopportava le lacrime: cerc di passare, ma c'era suo padre in
mezzo.
- Chi ti credi di essere? - domand. - Rispondi a tua
madre.
- Non c' risposta.
- Sta' attenta! Non sei cos maledettamente furba come
credi. Non sei migliore di noi! Finirai male, come ho sempre
detto!
Non avrebbe dovuto dirlo mai, ma specialmente in quel
momento. Un vecchio disgustoso, sporco, con la barba lunga.
Lei lo guard e cominci a tremare, poi tutto ricominci... il
rimescolio, l'agitazione.
- Lasciami andare! - ansim.
Lui cerc di farla rientrare nella stanza. La schiaffeggi, e
il muro riprese a sgretolarsi. Ruth aveva la valigia in mano e
la fece roteare, scagliandola con tutta la forza che aveva. Lo
sent cadere, e finalmente quel volto ripugnante e malvagio
scomparve...
- Ruth, cos'hai fatto?
L'uomo era steso sul pavimento, immobile e sanguinante.
- Tuo padre! Hai colpito tuo padre!
Anna si inginocchi presso di lui e prese tra le braccia la
testa coperta di sangue.
- Otto! Otto, sei vivo? Liebchen...
Ruth li guard. La donna singhiozzava a capo chino, e con
le braccia magre e forti lo stringeva al petto. La sua creatura.
La sua povera creatura preda della Gran Madre Lussuria,
quella sottile violenza da cui non c' salvezza tranne una...
E il muro continu a sgretolarsi finch Ruth non ruppe in
lunghi singhiozzi silenziosi. Quando si cominciava una cosa
bisognava concluderla in un modo o nell'altro. Lentamente, si
avvicin a sua madre.
Il brusio delle voci nell'aula scem e tutti si alzarono
mentre il giudice si avvicinava allo scanno. Un uomo di
bell'aspetto, dignitoso, con le tempie brizzolate. Austero e
paterno. Si mise seduto, e tutti ripresero posto. Stava per
cominciare. Eccitante. Proprio come in un film.
Poi un uomo attravers l'aula e si chin a sussurrare
qualcosa all'orecchio del signor Jennings. L'avvocato parve
contento. Si volt verso Ruth.
- Buone notizie! - disse. - Suo padre ha ripreso
conoscenza. pronto a testimoniare che stato lui a colpirla
per primo, che lei ha reagito per legittima difesa.
Naturalmente, pens Ruth. Qualcuno deve pur occuparsi
di lui.
- Ora lei ha buone possibilit di venirne fuori
completamente. Non dovrebbe essere difficile provare che la
morte di sua madre stata accidentale. Tutti sanno quanto le
era affezionata.
Per un attimo Ruth sent una breve fitta di panico, poi
recuper la calma e si lasci andare sullo schienale,
tranquilla. La giuria... solamente delle facce in uno specchio.
Non avrebbe mai permesso che la assolvessero. Nessuno
l'avrebbe fatta tornare in quella casa, ora che aveva preso la
sua decisione.
Clark Howard
Il trombettista
"Ellery Queen's Mystery Magazine", giugno 1982
Autore di un buon numero di romanzi di straordinario
successo, Howard ha scritto anche svariati libri pi brevi e
pi personali fra i quali almeno uno, The Arm, ha dato
origine a un discreto film. Nonostante le sue doti di
romanziere, tuttavia, si pu prevedere che le future
generazioni lo ricorderanno soprattutto per i suoi racconti.
Nella narrativa breve Howard sperimenta una variet di
voci, tecniche e temi, ottenendo spesso risultati che anche gli
autori pi letterari gli invidierebbero. Questo racconto uno
dei migliori.
E.G.
Quando Dix scese dall'autobus della Greyhound a New
Orleans, il vecchio Rainey lo stava aspettando vicino
all'entrata del terminal. Era proprio come se lo ricordava. Il
vecchio Rainey aveva sempre avuto l'aspetto di un vecchio da
quando Dix lo conosceva, ovvero da quand'era un ragazzino.
Aveva la pelle nera come cuoio da sella, qualche ciuffo di
capelli bianchi come il cotone, e le spalle tonde e curve.
Quando meditava si rosicchiava l'interno delle guance,
increspando le labbra e muovendole dentro e fuori, come se
stesse per dire qualcosa. Stava proprio facendo cos quando
Dix lo raggiunse.
- Salve, Rainey.
Rainey batt le palpebre, sorpreso, poi il suo viso si
distese in un ampio sorriso mostrando i denti lucidi e
perfetti. - Bene! Bene, bene, bene. - Lo squadr da capo a
piedi. - Ti hanno dato loro questo vestito?
Dix annu. - Ne danno uno a tutti quelli che fanno pi di
un anno. - Gli occhi di Dix, di un azzurro chiarissimo
prossimo al grigio, si indurirono quel tanto che bast a
Rainey per notarlo. - E io ne ho fatto decisamente pi d'uno
- aggiunse.
- vero - disse Rainey. Senza smettere di sorridere,
cambi argomento il pi in fretta possibile. - Ti ho preso una
camera nel Quartiere. Ho pensato che volessi stare l.
Dix alz le spalle. - Non ha pi importanza.
- Ne avr - replic Rainey, con la sicurezza che gli
veniva dall'et. - Ne avr quando sentirai di nuovo la
musica.
Dix non si mise a discutere. Era sicuro che tutto ci non
contasse niente. N la musica, n il quartiere francese, niente
di niente. Solo una cosa gli importava.
- Dov' lei, Rainey? - domand. - Dov' Madge?
- Non lo so con precisione - rispose l'altro.
Dix lo studi per un istante. Era certo che Rainey stesse
mentendo, ma non aveva importanza. Altri gliel'avrebbero
detto.
Uscirono dal terminal, il nero vecchio e curvo insieme al
bianco alto e indurito dal carcere, con le labbra serrate e una
sacca di tela con la zip contenente tutto ci che possedeva al
mondo. Era il tardo pomeriggio: il sole era quasi tramontato e
cominciava a diffondersi il fresco della sera. Mentre si
dirigevano verso il Quartiere, Dix adatt il passo delle sue
lunghe gambe a quello del vecchio Rainey.
Lungo la strada Rainey lanciava ogni tanto un'occhiata a
Dix, masticando e rimuginando. Alla fine disse: - Hai mai
suonato mentre eri dentro?
Dix scosse il capo. - Non molto. Qualcosa il primo anno.
Suonavo solo con il bocchino. Dopo un po' ho lasciato
perdere. Fanno un altro tipo di musica laggi, musica stomp.
Non il mio stile. - Dix si sforz di sorridere al vecchio
Rainey. - Se mai dovessi uccidere qualcun altro, mi accerter
di essere da questa parte del confine della Louisiana.
Rainey si incup. - Tu non hai mai ucciso nessuno -
disse bruscamente. - Sai che non sei stato tu. stata lei.
Dix smise di camminare e i due si fissarono l'un l'altro. -
Da quanto tempo mi conosci? - domand.
- Da quando avevi otto mesi, lo sai benissimo.
Lavoravamo per tua nonna, io e mia sorella, per Miz Jessie
Du-Chatelier. Aveva la pi bella casa del Quartiere. Facevamo
le pulizie, io e mia sorella, e cucinavamo per Miz Jessie. E ci
siamo occupati di te dopo che la tua povera mamma si prese
la tubercolosi e mor...
- In ogni modo, mi conosci da quando avevo meno di un
anno, e adesso ne ho quarantuno.
Rainey sbarr gli occhi. - Ma va' - disse, tornando a
sorridere. - Non vero. Figuriamoci.
- Quarantuno, Rainey. Sono stato via sedici anni. Ne
avevo venticinque, ricordi? E ne ho fatti sedici.
Un pensiero improvviso spense il sorriso sul volto di
Rainey. - Ma allora, se tu ne hai quarantuno, io quanti ne
ho?
- Duecento, forse. Non lo so. Dovresti averne settanta,
ottanta. Comunque, stammi a sentire. Da quando mi conosci,
ho mai permesso a qualcuno di ridere di me?
Rainey scosse la testa. - Mai. Assolutamente.
- Proprio cos. E non ho intenzione di cominciare adesso.
Ma se si sparge la voce che ho fatto sedici anni per un
omicidio commesso da qualcun altro, far la figura del pi
grosso imbecille che abbia mai messo piede in questa citt,
giusto?
- Immagino di s - ammise Rainey.
- Quindi non dire mai pi che non sono stato io. C' una
sola persona al mondo che lo sa con certezza. E a lei ci
penser io. Capito?
Rainey continu a mordicchiarsi l'interno delle guance
per un istante, poi domand: - Cos'hai intenzione di fare con
lei?
Lo sguardo azzurro chiaro di Dix si indur di nuovo. -
Quello che devo fare, Rainey - replic.
Rainey scosse la testa lentamente. - Dio, Dio, Dio -
mormor.
Quella sera il vecchio Rainey and al Tradition Hall, il
ristorante e locale di jazz del Quartiere, a trovare Gaston, il
proprietario. Gaston era un tipo curato ed elegante. Per lui il
tempo si era fermato al 1938. Portava ancora le ghette.
- Come sta? - domand Gaston al vecchio Rainey.
- L'aspetto buono - rispose Rainey. - quel che dice
che non va. - Si protese verso il proprietario bianco del
locale. - Ha in mente di uccidere quella donna, com' vero
Dio.
Gaston si infil in bocca uno stuzzicadenti d'argento. -
Lui sa dov'?
- Non credo - fece Rainey. - Non ancora.
- E tu lo sai?
- L'ultima volta che ne ho sentito parlare, stava in
Burgundy Street con un tossico.
Il mento accuratamente rasato e profumato di Gaston fece
un cenno d'assenso. - Esatto. Lui si chiama LeBeau.
giovane. Credo che la tenga con s perch si prenda cura di
lui quando sta male. - Gaston si esamin le mani
perfettamente curate. - Si tenuto in esercizio?
Rainey scosse la testa. - Dice che non suona da un pezzo.
Ma un talento come lui in grado di recuperare in men che
non si dica.
- Pu darsi - disse Gaston.
- Ce la far - tenne duro Rainey.
- Ha una tromba?
- Macch. L'ho visto mentre svuotava la borsa e non
c'era nessuna tromba. Cos gliel'ho chiesto. Ha detto che dopo
qualche anno che non suonava l'ha data via, a un cowboy del
Texas che era dentro con lui.
Gaston sospir. - Avrebbe dovuto ammazzare quel tizio
da questa parte del confine. Se l'avesse ucciso in Louisiana, lo
avrebbero mandato ad Angola. Fanno del buon jazz ad
Angola. C' Eddie Lumm laggi. Ti ricordi Eddie Lumm, il
clarinettista? Aveva imparato a suonare da Frank
Teschemacher e Jimmie Noone. Eddie ha ucciso la sua
vecchia, cos adesso suona ad Angola. Fanno del buon jazz ad
Angola.
Rainey non disse nulla. Non riusciva a capire se Gaston
credesse alla colpevolezza di Dix oppure no. A volte Gaston
faceva finta di non sapere una cosa solo per vedere se la
sapeva qualcun altro. Era in gamba, Gaston. Abbastanza in
gamba da aiutare Dix a tenersi fuori dai guai, se avesse
voluto. Ed era ci che Rainey sperava.
Gaston tamburell silenziosamente le dita sul tavolo. -
Cos tu pensi che Dix possa recuperare senza problemi,
giusto?
- Giusto. Ce la far.
- Ha intenzione di venire da me?
- Non so. Probabilmente vuole trovare quella donna,
innanzitutto. E dopo, potrebbe non essere pi in grado di
venire da te.
- Bene, vedi se riesci a portarlo prima qui. Digli che ho
qualcosa da dargli. Qualcosa che ho tenuto da parte per lui.
Lo farai?
- Puoi scommetterci. - Rainey si alz dal tavolo. - Lo
far immediatamente.
George Tennell era grosso, muscoloso e irascibile. Si
diceva che una volta avesse ucciso due uomini mandando a
cozzare le loro teste l'una contro l'altra con tale violenza da
farne schizzar fuori il cervello. Faceva il poliziotto da
trent'anni, prima nel quartiere negro, che era l'unico posto in
cui potesse lavorare ai vecchi tempi, e ora nel Vieux Carr, il
Quartiere, dove aveva il compito di mantenere l'ordine il pi
possibile. Era senza famiglia, senza amicizie dichiarate. Il
Quartiere era la sua casa e il suo lavoro. L'unica cosa al
mondo che confessava di amare era il jazz.
Per questa ragione, ogni sera alle sette, cenava in un
piccolo tavolo d'angolo al Tradition Hall ascoltando la band
che accordava gli strumenti e si scaldava. Quasi tutte le sere,
Gaston si univa a lui sul tardi per un bicchierino. Quella sera
lo raggiunse prima di cena.
- Oggi tornato Dix - disse al poliziotto. - Ti ricordi di
Dix?
Tennell fece cenno di s. - Il trombettista. Ha fatto fuori
un tale nella stanza di un motel proprio sul confine con il
Texas. A causa di una donna di nome Madge Noble.
- Proprio lui. Ma qualcuno in giro convinto che non sia
stato lui. Qualcuno crede sia stata lei, invece.
-Peccato che non abbia trovato dodici persone che la
pensavano cos, per la giuria.
- Non c' stata giuria, George. Smettila di fare il furbo
con me. Ti ricordi benissimo com' andata, proprio come me.
Se c' qualcosa di cui non ti dimenticheresti mai, un buon
trombettista.
Tennell pieg la mascella verso destra di mezzo
centimetro, facendo una smorfia. I componenti della band
stavano uscendo dalle quinte in quel momento, e si
aggiravano sul palco aprendo le custodie degli strumenti,
inserendo i bocchini, sistemando le sedie. Era un gruppo
composito: c'erano bianchi, neri e meticci; con barba e senza;
calvi e con capelli; svegli e svaniti. Nessuno di loro aveva
meno di cinquant'anni; il pi anziano era il trombettista,
Luther Dodd, che ne aveva ottantasei. Come Louis Armstrong,
aveva imparato a suonare a fianco di Joe "King" Oliver, il
grande cornettista. Il suo modo di suonare la tromba nello
stile della Creole Jazz Band non aveva rivali a New Orleans.
Vedere approssimarsi il momento della sua morte era un vera
sofferenza per i puristi del jazz che frequentavano il Tradition
Hall.
Gaston segu lo sguardo di George Tennell puntato su
Luther Dodd, mentre il musicista soffiava nella sua luccicante
tromba Balfour per liberarla dal tappo di saliva e faceva
scorrere sui tasti le dita fragili come bastoncini. Negli occhi
di Tennell, Gaston vedeva quell'espressione speciale di chi
nutriva un'autentica venerazione per il jazz tradizionale, di
chi lo sentiva vibrare nel profondo dell'animo proprio come
quei vecchi sul palco, ma non aveva mai imparato a suonare.
In quello sguardo si mescolavano amore e tristezza e gli anni
volati via. Era l'unico sguardo che riuscisse ad addolcire gli
occhi di Tennell.
- Sai da quanto tempo sto cercando un trombettista che
prenda il posto di Luther? - domand Gaston. - Un anno
intero. Ne ho ascoltati almeno una ventina, di tutte le
provenienze. Non ce n' uno che sappia suonare il jazz
tradizionale. Non uno. - Accenn col mento a Luther Dodd.
- Le sue dita sono come legno vecchio, e anche il suo cuore.
Potrebbe andarsene ogni sera. E se morisse, dovrei chiudere.
Senza la tromba non si pu fare musica creola, non si pu
suonare il jazz tradizionale. Senza tromba questo posto,
l'ultimo dei grandi templi del jazz, dovr lasciare il campo a...
- Gaston scroll le spalle scoraggiato - a qualcos'altro. Una
discoteca, immagino.
Un brivido corse gi per la spina dorsale di George
Tennell, ma lui rimase impassibile: il corpo assolutamente
immobile, le mani inerti posate sulla tovaglia candida, gli
occhi fissi su Luther Dodd. Di colpo, la band attacc il primo
pezzo, Lafayette, in stile Kansas City alla maniera di Bennie
Motten. La musica sgorg come zampilli d'acqua, ognuno
sovrapposto al precedente fino a creare un'armoniosa onda
sonora che inond la grande sala. Lo stile Kansas City era
cos ritmato e ballabile che alcuni dei primi ospiti del
ristorante si lanciarono immediatamente sulla pista,
abbandonandosi alla musica.
Di solito a Tennell piaceva vedere la gente ballare mentre
mangiava; il movimento dei corpi dava risalto alla musica che
amava tanto, la musica che aveva sentito per la prima volta
dalla finestra dell'orfanotrofio per bambini di colore St.
Pierre, in Decatur Street, quand'era piccolo; la musica con la
quale era cresciuto e alla quale avrebbe dedicato una parte
della sua vita se non fosse stato cos completamente privo di
talento, cos incapace da non saper neanche distinguere un
diesis da un bemolle. Ma stasera non prestava attenzione alle
coppie davanti al palco. Era tutto concentrato su Luther Dodd
e su come il vecchio trombettista prendeva fiato mentre
suonava. Vedeva chiaramente lo sforzo con cui Luther traeva
ogni respiro, la lotta che ingaggiava per ogni nota,
utilizzando ogni centimetro cubo della sua capacit
polmonare fin dove il suo vecchio corpo glielo permetteva.
Continu a osservarlo mentre terminava di suonare
Lafayette, e fino a met di Davenport Blues, poi guard
Gaston dall'altra parte del tavolo e annu.
- D'accordo - disse semplicemente. - D'accordo.
Per la prima volta Tennell lasci il club senza cenare.
Mentre Dix andava verso il locale di Gaston in compagnia
del vecchio Rainey, quest'ultimo continuava a indicargli
luoghi che non aveva proprio dimenticato, ma a cui non aveva
pensato per molto tempo.
- Quella casa l - disse Rainey - quella in cui nato
Paul Mares nel lontano millenovecentouno. lui che form il
nucleo originale dei New Orleans Rhythm Kings. Visse solo
quarantotto anni, ma fu uno dei pi grandi trombettisti di
tutti i tempi.
Dix si ricordava, magari non della persona ma della casa,
e della storia della persona, e di quant'era bravo. Era
cresciuto con quelle storie, si era addormentato sentendole
narrare quando era un bambino, aveva vissuto le vite di
quegli uomini tante e tante volte, perch lui stesso aveva
imparato a suonare la tromba da Rozell "The Lip" Page
quando Page aveva gi pi di sessant'anni e lui, Dix, solo
otto. Pi tardi, quando Page mor, furono Shepherd Norden e
Blue Johnny Meadows a occuparsi dell'istruzione di Dix,
alternandosi come insegnanti per seguire le loro rispettive
tourne. Con Page, Norden e Meadows nel suo curriculum,
non c'era da stupirsi che Dix sapesse suonare il jazz
tradizionale.
- Proprio lass in quella strada - disse Rainey mentre
camminavano - nacque Wingy Manone nel
millenovecentoquattro. Lo battezzarono Joseph, ma dopo
l'incidente tutti cominciarono a chiamarlo "Wingy", come un
uccello ferito a un'ala. Era finito sotto un tram e aveva perso
il braccio destro. Ma lui non era tipo da preoccuparsi per una
sciocchezza del genere, nossignore. Impar a suonare la
tromba con la sinistra, e con una mano sola. Ed era bravo.
Dio, com'era bravo.
Percorsero Dauphin, Chartres e Royal Street. Intorno a
loro abitazioni in stile francese, inferriate, statue, viti
rampicanti e paludi, tutto ci che rendeva il Vieux Carr un
mondo a parte, un luogo fatto di immagini, suoni e odori
inafferrabili - bianco e nero, nuovo e vecchio - che nessun
turista in visita a New Orleans, nessuno spettatore del
Superdome, nessun osservatore casuale poteva percepire,
perch percepirli voleva dire comprenderli, e per
comprendere il Quartiere non bastava venirci, bisognava
viverci.
- Tommy Ladnier viveva proprio l - disse Rainey - al
secondo piano. Ci and ad abitare quando venne qui da
Mandeville, Lousiana, dov'era nato. Povero Tommy, ebbe una
vita breve, trentanove anni appena. Ma fu una buona vita.
Suon con King Oliver e Fletcher Henderson e Sidney Bechet.
Sissignore, ha fatto proprio delle belle cose.
Quando furono abbastanza vicini al Tradition Hall da
sentire la musica, dapprima debole, poi pi forte, nitida,
Rainey smise di parlare. Voleva che Dix la ascoltasse, che
sentisse quel suono che si spandeva per Pirate's Alley e il Caf
du Monde e Congo Square (si chiamava Beauregard Square
adesso, ma Rainey si rifiutava di accettare il nuovo nome).
D'istinto, Rainey capiva che era importante che la musica
penetrasse di nuovo dentro Dix, che gli riempisse il cervello,
gli stringesse il cuore, lo prendesse allo stomaco. C'erano
alcune cose di cui Dix doveva liberarsi, e Rainey era sicuro
che la musica avrebbe potuto aiutarlo. Una bella purga faceva
sempre bene.
Quando cominciarono a distinguere la melodia, Rainey si
rallegr che stessero suonando Sweet Georgia Brown. Era il
pezzo giusto per il ritorno a casa.
Proseguirono, ascoltando la musica, e dopo un po' Dix
domand: - Chi c' alla tromba?
- Luther Dodd.
- Non sembra lui. Che gli successo?
Rainey fece un gesto rassegnato con la mano. -
vecchio. Sta per morire, temo.
Giunsero al locale ed entrarono. Gaston venne loro
incontro sorridendo. - Dix - disse, con gioia sincera -
bello rivederti. - Lo scrut con una rapida occhiata. - Il
tempo stato generoso con te. Asciutto, curato, neanche un
capello grigio. E come va con lo strumento?
- Non va, signor Gaston - fece Dix. - Non suono da
anni.
- Ma pu recuperare in fretta - sugger Rainey. - Un
talento naturale come il suo!
- Non suono pi, signor Gaston - disse Dix al padrone
del locale.
- un vero peccato - dichiar Gaston. Accenn col capo
alle scale. - Venite con me. Voglio farvi vedere una cosa.
Dix e Rainey lo seguirono al piano superiore, nel suo
ufficio privato. Il mobilio della stanza era in armonia con
l'abbigliamento di Gaston: fuori moda, stile ruggenti anni
venti. C'era persino un grammofono Victrola a manovella, in
un angolo.
Gaston compose la combinazione di una grande cassaforte
tutta intarsiata e ne spalanc la porta massiccia. Dal fondo
buio estrasse una malconcia custodia per tromba, una di
quelle vecchie con finiture d'ottone pesante sugli angoli e il
rivestimento, naturalmente, in autentico velluto anzich in
feltro. Gaston la depose delicatamente al centro della
scrivania, con cautela fece scattare le serrature e sollev il
coperchio. All'interno, proprio sul velluto, autentico velluto
color porpora, c'era una scintillante tromba d'argento,
decorata a mano. Dix e Rainey la guardarono con palese
soggezione.
- Sapete a chi apparteneva?
Dix e Rainey non risposero. Erano ipnotizzati dallo
strumento. Rainey non ne vedeva uno simile da
cinquant'anni. Dix non ne aveva mai visto uno simile; aveva
solo sentito raccontare delle magnifiche trombe che i
mezzosangue realizzavano con l'argento di contrabbando che
avevano tenuto ben nascosto dopo la Guerra Civile. Le riserve
d'argento non erano state consegnate come previsto
all'esercito federale in qualit di contributo al risarcimento
bellico imposto alla citt; di conseguenza i mezzosangue
erano stati molto cauti nell'utilizzarle durante l'occupazione
unionista. Cederle per il loro controvalore in denaro era fuori
discussione. Trasformarle in servizi di argenteria, candelieri,
bastoni da passeggio, o qualunque altro oggetto di uso
comune avrebbe potuto attirare l'attenzione di una spia
dell'Unione. Ma lasciarle giacere improduttive, pur essendo
in s pi sicuro, era inaccettabile per loro, che erano incapaci
di lasciar passare un solo giorno senza infrangere una legge
quale che fosse.
Cos utilizzarono l'argento per rivestire trombe, cornette
e tromboni a coulisse per i musicisti delle chiese che proprio
allora cominciavano a cimentarsi con l'antica musica tribale
Sammsamounn, musica che sposandosi con i canti di lavoro e
delle carceri e con i gospel sarebbe poi sfociata nei blues
tradizionali e infine nel jazz tradizionale, il Dixie.
- Guardate le iniziali - disse Gaston, indicando la parte
superiore del padiglione. Dix e Rainey osservarono
attentamente le tre iniziali incise sull'argento: BRB.
- Misericordia - mormor Rainey. Dix mosse le labbra
per parlare, ma non si ud alcun suono.
- Esatto - disse Gaston. - Blind Ray Blount. Il primo, il
migliore, l'unico. Nessuno ha mai riuscito a emulare i suoni
da lui creati. Quell'uomo produceva note mai sentite prima...
n dopo. Era il maestro.
- Amen - aggiunse Rainey. Accenn con il capo a Dix: -
Pu toccarla?
- Prego - disse Gaston.
Con estrema delicatezza, come un pellegrino che tocca il
sacro velo della Mecca, Dix pos la punta di tre dita sulla
tromba d'argento. In quel momento gli parve di avvertire
sullo strumento il tocco delle mani dello straordinario
trombettista cieco, l'uomo che aveva dato inizio alla grande
evoluzione del blues in quell'angolo della citt che pi tardi
sarebbe stato chiamato Storyville.
- tua se la vuoi - disse Gaston. - Non devi far altro
che prenderla, andare gi e suonare.
Dix si inumid le labbra secche. - Domani io...
- Non domani - disse Gaston. - Stasera. Adesso.
- Prendila, figliolo - disse Rainey incalzandolo.
Dix aggrott le sopracciglia, stringendo gli occhi come se
provasse un dolore fisico. Inghiott, cercando di scacciare
un'immagine dalla mente, un immagine alla quale era rimasto
aggrappato per sedici anni. - Stasera non posso...
- Stasera o mai - disse Gaston, deciso.
- Per l'amor di Dio, ragazzo, prendila! - ripet Rainey.
Ma Dix non poteva. L'immagine di Madge non glielo
permetteva.
Scosse violentemente la testa, come per allontanare dei
demoni, e si slanci fuori dalla stanza.
Rainey gli corse dietro e lo raggiunse a un isolato dal
locale. - Non farlo - implor. - Stammi a sentire. Sono un
vecchio e so che a nessuno importa niente di me, ma ti prego,
ragazzo, per favore, per favore, per favore non farlo. Non ti
ho mai chiesto niente in tutta la mia vita, ma ora ti chiedo
questo: per favore non farlo.
- Devo - disse Dix semplicemente. - Non che voglia;
devo farlo.
- Ma perch, ragazzo, perch?
- Perch ci siamo fatti una promessa - rispose Dix. -
Quella notte, in quella stanza d'albergo nel Texas, l'uomo che
stava con Madge le aveva detto che voleva sposarla. Era da
molto tempo che glielo ripeteva. Ma quell'uomo era gi
sposato e continuava a rimandare il momento di lasciare sua
moglie. Alla fine Madge ne ebbe abbastanza. Mi chiese di
andare nella sua stanza durante l'intervallo. Sapevo che lo
faceva solo per ingelosirlo, ma non mi importava. Ero pazzo
di lei da cos tanto tempo che avrei fatto qualunque cosa mi
avesse chiesto, e lei lo sapeva.
"Cos durante la pausa mi misi per strada e arrivai alla
sua stanza. Ma lui era gi l. Dalla finestra sentii che la
picchiava, ma la porta era chiusa e non potevo entrare. Poi
udii uno sparo, e ci fu silenzio. Un minuto dopo Madge apr la
porta e mi fece entrare. L'uomo era steso di traverso sul letto,
agonizzante. Madge cominci a urlare, disse che l'avrebbero
messa in galera e che non avrebbe mai potuto sopportarlo.
Sarebbe impazzita e si sarebbe uccisa.
"Cos le chiesi se fosse disposta ad aspettarmi qualora mi
fossi dichiarato colpevole al posto suo. Lei me lo promise. E
io promisi che sarei tornato da lei. - Dix sospir. - Ed
quello che sto facendo, Rainey: mantengo la mia promessa.
- E cosa succeder se lei non ha mantenuto la sua? -
domand Rainey.
- Mamma Rulat mi ha chiesto la stessa cosa questo
pomeriggio, quando le ho domandato dove fosse Madge. -
Mamma Rulat era un'indovina con un ottavo di sangue negro
che sapeva sempre che fine aveva fatto la gente del Quartiere.
- Cosa le hai risposto?
- Le ho detto che far quello che devo fare. Un uomo non
pu agire diversamente, Rainey.
Dix spar in una buia strada trasversale. Rainey lo guard
andar via scuotendo il capo con l'angoscia di chi vecchio e
impotente.
- Oh Dio, Dio, Dio...
La casa in Burgundy Street era stata un tempo una
maestosa residenza con trenta stanze e un cortile piastrellato
alla francese in mezzo al quale sorgeva una fontana di
marmo. Aveva visto passare nobili e aristocratici e grandi
generali con eleganti e raffinate signore al braccio. Ora le
trenta stanze venivano affittate singolarmente, con fornellini
a piastra per cucinarsi i pasti, e le uniche donne che
attraversavano il cortile erano le signore della notte di New
Orleans.
Quando Dix giunse sul posto, una luce rossa lampeggiava
sul tetto di una macchina della polizia e alcuni poliziotti in
uniforme bloccavano il cancello che dava sul cortile. Una
piccola folla di curiosi commentava l'accaduto.
- Un tossico che si chiamava LeBeau - diceva qualcuno.
- L'hanno ammazzato.
- L'ho sentito - proclamava un vecchio. - Ho sentito lo
sparo.
- l che successo, quella finestra lass...
Dix alz gli occhi, ma in quel momento un'altra voce
disse: - Lo stanno portando fuori adesso!
Due addetti dell'obitorio spinsero una lettiga coperta da
un lenzuolo attraverso il cortile e la caricarono in un furgone
nero privo di finestre. Alcuni poliziotti, guidati dal massiccio
George Tennell, condussero fuori una donna e la scortarono
fino all'auto con la luce rossa lampeggiante. Dix lanci uno
sguardo furtivo, cercando di metterla a fuoco nella luce
incerta del cortile. Aggrott la fronte: la madre di Madge,
pens, tornando col pensiero a due decenni prima. Cosa
c'entra la madre di Madge con tutto questo?
Poi ricord. La madre di Madge era morta, cinque anni
prima che lui andasse in galera.
E allora chi...
Madge?
S, era lei. Era Madge. Invecchiata, come lui. Non era pi
una ragazza, cos come lui non era pi un ragazzo. Per un
attimo fece fatica a collegare la donna nel cortile al suo
ricordo. Ma era Madge, senza dubbio.
Dix tent di farsi strada, di oltrepassare il cancello ed
entrare nel cortile, ma due poliziotti lo trattennero. George
Tennell not il trambusto e si avvicin.
- Quella donna in arresto, signore - disse a Dix. - In
questo momento nessuno pu parlare con lei tranne un
avvocato.
- Ma cos'ha fatto?
- Ha ucciso il suo uomo - rispose Tennell. - Gli ha
sparato con questa.
Mostr a Dix una Derringer a due colpi con due canne e
l'impugnatura di madreperla.
- Il suo uomo?
Tennell annu. - Uno giovane. Venticinque anni pi o
meno. I vicini dicono che aveva un debole per i tipi giovani.
Certe donne sono fatte cos.
- Chi dice che stata lei?
- Io. Ero nell'edificio in quel momento, per altre ragioni.
Ho sentito lo sparo. In effetti sono stato il primo ad arrivare
presso il cadavere. Pochi minuti dopo entrata lei, facendo
finta di niente. Un bella interpretazione, non c' che dire,
sembrava non sapesse nulla di quanto era successo. Ma ho
trovato io stesso l'arma nella sua borsetta.
Nel frattempo gli altri agenti avevano fatto entrare Madge
Noble nell'auto della polizia e stavano aspettando Tennell.
L'uomo infil la Derringer nella tasca della giacca e si sistem
i pantaloni. Protese la mascella prominente e fiss Dix con
sguardo penetrante.
- Se una sua amica, non si aspetti che torni in
circolazione molto presto. Star dentro per un bel pezzo.
Tennell se ne and, e Dix rimase immobile fuori dal
cancello a guardare finch l'auto della polizia non usc in
strada. Cerc di scorgere Madge mentre passava, ma il sedile
posteriore dove l'avevano fatta sedere non era abbastanza
illuminato. Appena l'auto si fu allontanata, anche la folla che
si era radunata cominci a disperdersi.
Pochi istanti, e Dix rimase solo.
A mezzanotte George Tennell era di nuovo seduto al
solito tavolo del Tradition Hall a consumare la cena che aveva
saltato in precedenza. Gaston lo raggiunse. Per qualche
minuto rimasero seduti in silenzio a guardare Dix sul palco
dell'orchestra. Suonava la tromba d'argento che un tempo era
appartenuta a Blind Ray Blount, seduto accanto al vecchio
Luther Dodd, inserendosi ogni volta che poteva mentre la
band suonava Tailspin Blues, Tank Town Bump, ed
Everybody Loves My Baby.
- Presto torner in perfetta forma, a quanto sembra -
osserv Tennell.
- Certo - disse Gaston. - un talento naturale. Rozell
Page stato il suo primo maestro, lo sai?
- No, non lo sapevo.
- Proprio cos. - Gaston si risistem il colletto rigido e
giocherell con la spilla di diamanti che portava alla cravatta.
- E quella donna? - domand.
Tennell alz le spalle. - Le daranno vent'anni.
Probabilmente ne far dieci o undici.
Gaston riflett per un attimo, poi disse: - Dovrebbe
bastare. Dopo dieci o undici anni lui non penser pi a
nient'altro che alla musica, non credi?
- Non ci vorr tutto quel tempo - pronostic Tennell. -
Non per lui.
Sul palco gli uomini che suonavano il dixie attaccarono
Just a Closer Walk with Thee.
Seduto sul pavimento cosparso di segatura dietro
all'orchestra, il vecchio Rainey ascoltava, gli occhi pieni di
lacrime di felicit.
Richard Matheson
Fiamma frigida
"Justice", 1953
Sia Stephen King che Dean Koontz hanno
spontaneamente riconosciuto il loro debito nei confronti del
maestro della suspence Richard Matheson. Autore di
acclamati film per la TV come Duel e The Night Stalker, e di
classici romanzi horror quali Tre millimetri al giorno, Io
sono leggenda e La casa d'inferno, Matheson anche un
brillante scrittore di racconti. Quello che presentiamo qui
un suo racconto lungo, una versione ridotta del suo
capolavoro Someone is Bleeding. difficile dare un'idea del
rispetto e dell'ammirazione che Matheson suscita nei suoi
colleghi. davvero uno dei migliori scrittori del secolo.
E. G.
Era una giornata piuttosto fredda, per quel che ricordo. Il
cielo un po' minaccioso, le staccionate grigiastre nascoste
dalla nebbia. Suppongo fosse questa la ragione per cui la
spiaggia non era troppo affollata. E poi era un giorno feriale e
la scuola non era ancora finita. Giugno. Mettete insieme tutti
questi elementi e che cosa ottenete?
Un lungo tratto di spiaggia con solo lei e me.
Stavo leggendo. Ma mi annoiavo, cos posai il libro e mi
misi seduto, con le braccia intorno alle ginocchia,
guardandomi attorno.
Lei indossava un costume intero. Il fisico era sottile, ma
armonioso. Doveva essere alta circa un metro e
sessantacinque. Guardava assorta le onde, e la brezza le
agitava leggermente i capelli biondi tagliati corti.
- Scusa, puoi... - dissi.
Lei non si volt e continu a fissare la mutevole distesa
azzurra dell'oceano. Le detti un'altra occhiata. Proprio niente
male. Un fisico da modella. Di quelle che si vedono su
Mademoiselle.
- Sai che ore sono? - domandai.
A quel punto si gir.
Gli occhi. Fu quella la mia prima impressione. Gli occhi
pi grandi e castani che avessi mai visto, grandi, enormi
occhi che parevano in cerca di qualcosa. Uno sguardo aperto,
sfacciato, che comunicava una sfacciata curiosit. Ma nessun
sorriso. Nessuna espressione. Avete presente un bambino che
vi guarda dal sedile di fronte sull'autobus?
Proprio lo stesso sguardo.
Alz il braccio e guard l'orologio. - Una e mezzo -
disse.
- Grazie - risposi.
Si volt. I suoi occhi tornarono a fissare il mare. Mi sentii
a disagio per quell'approccio inconcludente.
Mi appoggiai ai gomiti e la osservai di profilo. Naso
leggermente all'ins. Bocca adorabile. E quegli occhi.
Per un po' cercai di attirare di nuovo la sua attenzione,
poi rinunciai. Non ero molto bravo a rimorchiare. Mi alzai
lentamente e mi incamminai verso l'acqua. Sentii che lei mi
seguiva con lo sguardo.
Non mi produssi in un tuffo da atleta. Temporeggiai,
avanzai piano piano, rabbrividii. Meditai per un attimo se
lasciar perdere.
Poi con un fremito mi immersi nell'acqua e nuotai per un
breve tratto. Il calore del corpo rese pi intensa la sensazione
di freddo, il sangue cominci a circolare pi in fretta.
Mentre facevo il morto guardando il cielo, mi domandai
se fosse il caso di parlarle. Se ne valesse la pena.
Poi, quando tornai indietro gocciolante, lei mi chiese se
l'acqua era fredda.
Presi la palla al balzo.
- Abbastanza - dissi. - Ti do dieci dollari se fai il
bagno.
Scosse la testa sorridendo.
- Io no - rispose.
Mi asciugai.
- Fa freddo da queste parti? - le chiesi. Due chiacchiere
sul tempo, pensai. Sono sempre un'ottima risorsa.
- Fa freddo di notte - disse lei.
I suoi occhi indugiarono di nuovo su di me. Mi sentii un
po' inquieto. Erano davvero in cerca di qualcosa.
Mi spostai un po' pi vicino al suo asciugamano.
- Be', io sono appena arrivato da New York per cercare
un po' di caldo.
- Oh - disse lei - fa freddo laggi?
Due chiacchiere sul tempo. Giusto per rompere il
ghiaccio. Pian piano scivolammo su altri argomenti.
California. New York. Persone. Macchine. Cani. Bambini.
- Ti piace la buona musica?
- Cosa intendi per buona musica?
- La musica classica.
- Certo - dissi io - la adoro.
Lo sguardo si fece pi intenso. Era quello che stava
cercando?
- Accipicchia - fece.
Si sedette cingendo le ginocchia con le braccia. I raggi di
sole che filtravano dalle nubi le sfioravano le spalle bianche.
Non pu avere pi di diciassette anni, pensai.
Sorrisi. - Perch "accipicchia"?
- Perch agli uomini non piace mai la buona musica -
rispose. - Mio...
Si interruppe. Abbass lo sguardo.
- Com' l'Hollywood Bowl? - le domandai, per non far
cadere la conversazione.
Lei rialz gli occhi, scuotendo la testa.
- Non lo so - disse - per mi piacerebbe tanto andarci.
Troppo facile, pensai. Dove sono andate a finire
l'incertezza, la timida ritrosia, le schermaglie psicologiche tra
un uomo e una donna? La malizia?
Non c'era malizia in Peggy.
Era cos che si chiamava.
- E tu? - domand.
- David - risposi. - David Newton.
Cos chiacchierammo. Sto cercando di ricordare le frasi
significative che disse. Ne affiorava qualcuna di tanto in
tanto, mescolata a informazioni convenzionali su sua madre -
morta - su suo padre - un marinaio in pensione - sulla sua
professione - nessuna - e sulla sua anima, ovviamente
sperduta da qualche parte.
Not il mio libro e mi chiese cosa fosse. Glielo dissi e ci
mettemmo a discutere di romanzi storici.
- Sono sconci - disse lei - parlano solo di sesso.
Un lampo nei suoi occhi. Un irrigidimento. Le domandai
perch li leggeva, se la disgustavano.
- Voglio trovarne uno buono - rispose.
- Io ne sto scrivendo uno.
Una mossa scontata. Un tentativo di far colpo sulla
ragazzina. Sono uno scrittore, che te ne pare, mia cara?
Lei non raccolse.
Continuammo a divagare, parlando della nostra famiglia,
delle nostre esperienze, della scuola e di altre cose. Le dissi
che mi ero diplomato tre anni prima alla Scuola di
Giornalismo dell'Universit del Missouri. Lei mi raccont dei
molti posti in cui era stata con la madre, il padre e il fratello;
poi la madre era morta e lei e suo fratello Phillip non erano
pi stati in grado di seguire il vecchio da una base navale
all'altra. Cos erano rimasti a San Francisco con un'amica
della madre.
- Lei era una brava donna - disse Peggy. - Ma suo
marito...
- Che tipo era?
- Era un porco - esclam.
Un'osservazione significativa. Non per me, a quel tempo.
Ma pi tardi capii.
In quel momento, tuttavia, la ascoltavo distrattamente.
Ero troppo occupato a contemplare il suo viso quasi infantile.
I capelli, pettinati con la scriminatura a destra, che
formavano un ciuffo biondo e fanciullesco sul lato sinistro
della fronte. Le labbra piene, di un rosso delicato. E quegli
occhi.
Come poteva un volto simile generare dei sospetti? Non li
gener, infatti. Purtroppo.
Eravamo nel bel mezzo di una discussione sulla musica
jazz quando lei si alz.
- Devo andare - disse.
Trasalii. Mi ero quasi dimenticato che ci eravamo appena
conosciuti.
Lei cominci a infilarsi i jeans e la camicetta.
- Bene, anch'io devo tornare al mio romanzo - affermai,
mentre mi alzavo. Era il secondo tentativo.
- Oh, quello - fece lei, con lo sguardo accigliato.
- No, non il romanzo che sto leggendo, quello che sto
scrivendo - specificai, abbandonando ogni sottigliezza.
Ci avviammo, trascinando i piedi sulla sabbia tiepida.
- Accipicchia - fece lei - ami la buona musica e scrivi.
Scosse la testa. Sembrava perplessa.
- cos strano? - domandai.
- Gli uomini non sono abbastanza sensibili per fare cose
del genere.
Arrivammo all'angolo con Arizona Avenue e lei fece per
andar via. Tergiversai, chiedendole il numero di telefono;
anche lei tergivers e infine me lo diede, con palese
riluttanza. Lo memorizzai.
Ci salutammo e io rimasi a guardarla mentre si avviava
verso Santa Monica Boulevard. Si muoveva con una grazia
spontanea, rilassata.
Distolsi lo sguardo. Andai a casa e mi misi a lavorare sul
libro con rinnovato vigore.
Quel pomeriggio mandai una cartolina a un amico di New
York. Ho conosciuto una bella ragazza, c'era scritto. Fortuna
che non sei qui.
Quella sera stessa mi venne in mente una cosa. Mi ero
dimenticato di scrivere il suo numero di telefono, e ormai mi
era passato di mente.
Andai alla spiaggia tutti i giorni per una settimana, ma
non vidi traccia di Peggy Ann.
Per tre giorni lasciai perdere e mi dedicai a scrivere. Il
quarto giorno mi alzai tardi, non ebbi la forza d'animo di
sedermi alla macchina da scrivere e finii per indossare il
costume da bagno e andare in spiaggia.
Mentre ero l, mi capit di alzare lo sguardo e la vidi
camminare sulla sabbia. Il cuore cominci a battermi pi
forte. Mi resi conto che la stavo aspettando. Ancora una volta.
Lei non mi vide. Era seduta sul suo asciugamano a
spalmarsi la crema protettiva sulle gambe quando la
raggiunsi, portandomi dietro l'asciugamano e i vestiti.
- Ciao - dissi.
- Ciao, Davie - rispose lei.
Provai una strana sensazione. Nessuno, tranne mia
madre, mi aveva mai chiamato in quel modo. Davie. Mi faceva
un certo effetto.
- Volevo telefonarti, ma ho dimenticato il tuo numero e
il tuo nome non sull'elenco.
- Oh - fece lei. - No, vivo con una famiglia, marito e
moglie, e il telefono a loro nome.
Sembrava un po' sfuggente quel giorno. Evitava il mio
sguardo, tenendo gli occhi fissi sulla sabbia. Poi, quando
tent senza successo di spalmarsi la crema sulla schiena, mi
offrii di aiutarla.
Rimase seduta, rigida, mentre le frizionavo la schiena
intiepidita dal sole. Notai che continuava a mordicchiarsi il
labbro inferiore, nervosamente.
- Io... - esord a un certo punto, poi si interruppe.
Rimase in silenzio e alla fine trasse un profondo respiro.
- Io devo dirti una cosa.
Provai un leggero brivido.
Sembrava cos seria.
- Continua - le dissi.
- Sono divorziata - dichiar.
Rimasi in attesa.
- E allora? - dissi infine.
- Tutto qui - rispose. - Io... io credevo soltanto che
magari sapendolo non avresti pi voluto uscire con me... io...
- Perch no?
Stava per dire qualcosa, poi scroll le spalle con aria
smarrita.
- Non so - rispose. - Credevo.
Sembrava cos giovane, cos intimorita.
- Non essere sciocca, Peggy - dissi, con calma.
Lei si volt, sorpresa.
- Come mi hai chiamato?
- Peggy. il tuo nome, no?
- S, ma... - Mi sorrise. - Non pensavo che te ne saresti
ricordato. - Scosse la testa incredula. - Sono davvero
sorpresa.
Era una delle caratteristiche di Peggy. Gioiva delle cose
pi insignificanti. Come quando le portai un cono gelato, pi
tardi nella mattinata.
Avrebbe potuto essere un anello di diamanti.
Peggy viveva nella Ventiseiesima Strada, dalle parti di
Wilshire.
Era sabato sera e stavo camminando lungo il tranquillo
isolato fiancheggiato dagli alberi cercando la sua abitazione.
Era il nostro primo appuntamento.
Trovai due cose davanti a casa sua. Una vecchia Dodge e
un uomo che innaffiava il prato. L'auto era un modello del
1940. L'uomo era un modello del 1910, piccolo e tozzo, con il
volto pallido e un paio di calzoni corti sbrindellati addosso.
- Peggy Lister abita qui? - gli domandai.
Mi fiss con i suoi occhi azzurri acquosi, la faccia
totalmente inespressiva. Teneva la pompa in mano,
distrattamente. Mosse leggermente il capo.
- Abita qui - disse.
Mi sentii il suo sguardo addosso mentre aspettavo sulla
soglia. Poi Peggy apr la porta.
Con i tacchi era pi alta, almeno uno e settantacinque,
credo. Indossava gonna e maglietta e una giacca sportiva
marrone. Le scarpe erano bianche e marroni, perfettamente
lucidate. I capelli erano pettinati e acconciati con cura. Aveva
un aspetto magnifico.
- Ciao, Davie - disse. - Accomodati.
Entrai. I grandi occhi bruni mi studiarono.
- Stai molto bene, Davie.
- Tu sei fantastica.
Eccola di nuovo. La sorpresa. Quel sorriso un po'
enigmatico che pareva dire: "oh, mi stai prendendo in giro".
Proprio in quel momento una donna anziana usc da una
stanza adiacente.
- Signora Grady, le presento David Newton - disse
Peggy.
Sorrisi educatamente, salutai. Notai che la signora Grady
era una di quelle donne sfortunate la cui bruttezza va
aumentando con l'et.
- Uscite? - domand la signora Grady.
- Andiamo a fare due chiacchiere - rispose Peggy.
La signora Grady annu. Poi si affacci alla finestra e
grid: - La cena pronta, Albert.
Lo incrociammo mentre uscivamo. L'uomo mi lanci
un'occhiata rancorosa. Poi ne lanci una a lei, un'occhiata che
mi fece sussultare. Perch esprimeva quasi un senso di
possesso. Mi diede una strana sensazione.
- Chi quel tizio, a proposito? - le domandai mentre ci
incamminavamo.
- Il signor Grady.
- Ti ha guardato in un modo...
- Lo so.
Di nuovo quell'espressione sul suo viso. Difficile da
definire. Disgusto, soprattutto. Ma anche qualcos'altro. Non
ne ero sicuro, ma mi sembr che fosse paura. La paura di un
bambino che si imbattuto in qualcosa che non capisce bene,
ma da cui si ritrae istintivamente.
Decisi di cambiare argomento.
- Dove ti piacerebbe andare?
- Fa lo stesso- disse lei, illuminandosi. - E a te?
- Un film? - suggerii, senza pensarci.
- Be'...
- Ma cosa sto dicendo? Non voglio andare al cinema.
Voglio parlare con te.
Lei mi sorrise.
- Mi va di parlare, Davie.
Scendemmo gi per Wilshire Boulevard fino al Red Coach
Inn, dove ci fermammo a bere qualcosa. Un posticino
delizioso, intimo, con i separ e un uomo che improvvisava
all'armonium.
Ordinammo due Tom Collins, lei con vodka. Poi Peggy si
volt verso di me e disse, in tono disinvolto: - Devo
confessarti che sono follemente innamorata di te.
La presi per una battuta, naturalmente.
- Splendido - dissi. - Magnifico.
Ma lei non sorrideva. La cosa mi turb leggermente. A
volte non si capiva bene cosa intendesse Peggy.
Bevemmo. Il posto era tranquillo.
- Ti va di venire a una festa con me? - disse lei
casualmente, o almeno cos mi sembr.
- Be'... certo - risposi.
- Bene - fece lei.
- E dove?
- A casa del mio avvocato.
- Tu hai un avvocato?
- Si occupato del mio divorzio.
Annuii e le domandai dove abitasse. - A Malibu -
rispose.
- Come ci si arriva? Ho intenzione di procurarmi
un'auto, ma per adesso non ce l'ho.
- Ci faremo dare un passaggio - disse lei, con sicurezza.
Poi la sicurezza venne meno. Si mise a giocherellare col
bicchiere, nervosamente.
- Davie - disse.
- Che c'?
- Vuoi... vuoi farmi una promessa? - Esitai, poi le chiesi
di cosa si trattasse.
- Be', io...
Sembrava irritata dal suo stesso imbarazzo. - Queste
feste sono cos...
Si interruppe di nuovo, poi prosegu: - Tu sei un
gentiluomo.
- Davvero?
- Voglio dire che... tu sai come sono queste feste. Ci sono
attori e attrici e... be', di solito si ubriacano tutti quanti e gli
uomini cominciano a...
- Vuoi che prometta di non toccarti?
- S.
Non mi andava di farlo. Era deliziosa in quel momento, in
quella luce soffusa. Ma annuii. - D'accordo.
Lei sorrise, riconoscente.
Dopo qualche drink prendemmo di nuovo Wilshire
Boulevard in direzione dell'oceano.
- Come vorrei avere una macchina - dissi.
- Non ha importanza - fece lei.
Camminammo e chiacchierammo. Peggy mi raccont di
sua madre. Era morta quando lei aveva dodici anni.
- Dimmi del tuo matrimonio - le domandai a un certo
punto.
- Non c' niente da dire - rispose lei, e fu tutto quello
che riuscii a tirarle fuori.
Quando passammo davanti al monolocale in cui abitavo,
le chiesi se aveva voglia di entrare e leggere qualcuno dei
racconti che avevo pubblicato. Strano, non suonava disonesto
con Peggy. Con qualsiasi altra ragazza avrebbe avuto un
significato ovvio, ma con Peggy non riuscivo neanche a
immaginare di comportarmi in modo scorretto. Aveva
troppa... come potrei dire? Classe, immagino che la si possa
definire cos.
Peggy si sedette sul letto a leggere i miei racconti. Io mi
piazzai su una sedia all'estremit opposta della stanza, vicino
alla scrivania, e la osservai. Lei distese le gambe perfette,
sistemandosi la sottoveste e la gonna. Poi si tolse la giacca e
appoggi le spalle alla parete leggendo, mentre i suoi grandi
occhi bruni si animavano scorrendo le mie parole. Era l, con
me.
Alz lo sguardo dopo aver letto il primo.
- Santo cielo - disse, intimidita. - Non avevo idea.
- Di cosa? - domandai.
- Di quanto tu fossi... profondo.
Ridacchiai, imbarazzato. - Ho scritto di meglio.
Lei scosse il capo, impressionata. - Sei cos sensibile -
afferm. - Gli uomini non sono sensibili, ma tu s.
- Certi uomini lo sono, Peggy.
- No - ribad lei, convinta. - Sono dei porci. Per loro
conta solo la bellezza.
Stava parlando del suo matrimonio? Perch quello
sguardo di amara condanna su un viso cos dolce?
Mi limitai ad alzare le spalle, sentendomi un po'
disarmato di fronte alla sua totale e inquietante sicurezza.
- Non so, Peggy. - Avrei fatto meglio a tacere.
- Io s - disse lei.
Era stata ferita, non poteva nasconderlo. Io non volevo
rovinare la serata, e cercai di lasciar cadere l'argomento.
Ma Peggy non aveva finito.
- L'ho visto accadere tante volte - prosegu. - Mio zio
abbandon mia zia con tre figli da mantenere. Il marito della
donna da cui stavamo io e mio fratello era un alcolizzato.
Quasi ogni sabato e domenica sera, quando eravamo a letto,
Phillip e io lo sentivamo picchiare sua moglie.
- Peggy, questi sono solo due esempi. Nella mia famiglia
ti posso citare quattro casi di matrimoni felici.
Scosse la testa e and avanti a leggere, con il volto teso.
Io rimasi a guardarla addolorato, chiedendomi se potessi fare
qualcosa per alleviare la terribile tensione che aveva dentro.
La notte svan, come per magia, e di colpo mi resi conto
che stavamo tornando a Wilshire. Era una notte dolce, piena
di stelle. La strada era buia e silenziosa. Mentre
camminavamo Peggy mi prese per un braccio.
- Tu mi piaci sul serio - disse. - Parli la mia stessa
lingua.
Chiacchierammo di varie cose. Niente d'importante.
- Dovrei trovarmi un lavoro - osserv lei, un po'
mortificata. - Non molto dignitoso mantenersi con... gli
alimenti. Ma... - continu, guardandomi con aria quasi
supplichevole - non so fare niente, e sono terrorizzata
all'idea di lavorare in un negozietto da quattro soldi, o
qualcosa del genere. L'ho fatto quand'ero sposata. ...
terribile.
Le diedi un colpetto affettuoso sulla mano.
Pass un po' di tempo. - Dove vive tuo marito, Peggy?
- Dobbiamo... proprio parlarne, Davie? Ti prego.
- Scusa - dissi io.
Passammo accanto al piccolo parco tra la
Ventiquattresima e la Venticinquesima Strada e lei mi
domand: - Ti va di sederti nel parco per un po'?
- Certo - risposi.
Cos ci sedemmo sull'erba a guardare lo specchio del
laghetto e il disco della luna che galleggiava sulla superficie
dell'acqua, ascoltando una ranocchia dalla voce grave che
intonava la sua canzone senza chiedere nulla in cambio.
Non parlavamo. La sentivo respirare. Mi voltai verso di
lei e vidi che osservava il laghetto con aria pensosa. Le cercai
la mano sull'erba e la coprii con la mia. E con naturalezza,
senza forzare, mi ritrovai con la testa appoggiata alla sua.
Aveva la guancia soda, morbida, e la sua acqua di colonia
emanava una fragranza deliziosa, delicata.
E allora, in un attimo, con semplicit, la baciai sulla
nuca. A lungo.
Lei non si mosse. Ebbe un fremito. Non mi respinse, ma
le sue dita si contrassero, strappando un po' d'erba. Mi
domandai quale espressione celasse il suo volto chino.
Allontanai le labbra. Lei rimase con il fiato sospeso, poi
respir.
- Caspita - disse.
Scoppiai a ridere, credo. Di tutte le reazioni possibili, era
quella che meno mi aspettavo.
Peggy parve ferita, poi offesa. Le chiesi subito scusa.
- Mi sembrato un commento cos strano in quel
momento - spiegai.
- Oh - disse lei sorridendo, un po' imbarazzata. -
Nessuno mi ha mai baciato in quel modo.
La guardai interdetto. - Come? Nessuno?
Scosse la testa.
- Ma... tuo marito?
Strinse le labbra. - No - rispose. Rabbrivid e strinse i
pugni. - No - ripet.
- Mi dispiace - dissi.
Lei scosse di nuovo il capo. - Non colpa tua. solo che
tu non... non ti rendi conto... di com' stato.
La cinsi con un braccio.
- Peggy - sussurrai.
Quando fummo davanti a casa sua la presi tra le braccia e
la baciai. Le sue labbra calde risposero alle mie.
Tre volte feci per andarmene. Ogni volta mi giravo a
guardarla e la vedevo ferma accanto allo steccato che si
stagliava bianchissimo alla luce della luna. E lei mi seguiva
con lo sguardo, con l'espressione spaventata e derelitta di un
bimbo che vede allontanarsi i suoi genitori.
Cos tornavo indietro. La abbracciavo. La sentivo premere
il viso sulla mia spalla, sussurrando: - Davie, Davie.
Mentre mi allontanavo per la terza volta incrociai la
grossa auto. Non la notai. Almeno non pi di quanto avrei
notato qualunque auto mi fosse passata accanto in una strada
buia a un'ora cos tarda. Ci eravamo fermati a parlare ben
oltre la mezzanotte.
Ma giunto in Wilshire Boulevard mi fermai e tornai
indietro.
E trovai l'auto parcheggiata di fronte a casa sua. Proprio
dietro la vecchia Dodge di Albert. Vidi un uomo al posto di
guida, con un cappello da autista. Era chino in avanti e
guardava dal parabrezza.
C'era un altro uomo alla porta. Indossava un soprabito
leggero e un elegante cappello a tesa rigida.
Oh mio Dio, pensai in un primo momento, suo marito
ed un milionario. E mi sentii venir meno.
Poi la vidi apparire sulla soglia e di colpo capii che non
potevo andar via, che dovevo sapere chi fosse quell'uomo.
Oltrepassai la Cadillac, un macchinone nero e lucido, per dare
un'occhiata alla stanza di Peggy dalla finestra che si
affacciava sulla strada. Ma le tende erano tirate. Risalii il
vialetto e raggiunsi la finestra sul lato della casa. Rimasi l al
buio, con il fiato sospeso. La finestra era aperta, e sentii la
voce di Peggy.
- Non dovresti venire qui in questo modo - stava
dicendo - a quest'ora della notte. Che dir la padrona di
casa?
- Lascia perdere - rispose l'uomo. - Stavo parlando di
un'altra questione.
- Ho detto di no, e parlo sul serio.
Un attimo di silenzio. Poi di nuovo la voce maschile.
- E quello nuovo chi ?
Lei non rispose. Corrugai la fronte. La voce di quell'uomo
mi era familiare.
- Un povero scemo che... - continu.
- Oh, lasciami in pace, d'accordo? - lo interruppe lei.
- Peggy.
La voce si era fatta bassa e minacciosa. - Stai mettendo a
dura prova la mia pazienza. Persino io ho un limite. Persino
io, Peggy.
Sentii il fruscio della gonna di Peggy, poi un lungo
silenzio. Tesi l'orecchio. Cercai di spiare dietro la tenda. Non
vidi n sentii nulla. Provai a immaginare. Sono piuttosto
bravo in questo.
- Jim - disse lei. - Jim... no!
Un altro collegamento. Non del tutto certo. La voce. Il
nome.
Sentii sbattere la porta sul retro e tornai sui miei passi.
Quando fui sul marciapiede vidi una sagoma scura risalire il
vialetto. Albert. Riconobbi la sua fisionomia. Non sapevo se
fosse uscito a prendere una boccata d'aria o se anche lui
avesse intenzione di ascoltare dalla finestra.
Non mi interessava.
Ne avevo abbastanza. Mi lasciai alle spalle la Cadillac
nera e tornai rapidamente verso Wilshire Boulevard.
Continuavo a immaginarla nelle braccia di quell'uomo che la
baciava, pochi minuti dopo di me. E lei che lo baciava, come
aveva fatto con me. Peggy, cos fresca, cos radiosa. Peggy la
traditrice.
Addio, Peggy Ann.
Qualcuno grattava alla zanzariera della mia porta.
Mi sollevai su un gomito e la vidi che spiava dalla
finestra. Quando buss ebbi un attimo di esitazione, poi mi
rilassai.
- Entra - dissi.
Aveva il costume e un telo da bagno in una mano, e un
sacchetto di carta macchiato di unto nell'altra.
Le lanciai un'occhiata pungente.
- Ho portato le ciambelle per la colazione - disse.
Ancora nessuna risposta da parte mia. Peggy colse il mio
sguardo. Era sempre molto rapida nell'individuare l'attimo in
cui i tuoi sentimenti per lei si raffreddavano. Si incup.
- Che succede? - domand.
Non risposi. Un'espressione smarrita si dipinse sul suo
viso. Il viso che stavo cominciando ad amare. Cercai di
resistere, ma era quasi impossibile.
Lei distolse lo sguardo, amareggiata. - Me ne vado -
disse.
Rimasi insensibile finch la sua mano non si pos sulla
maniglia. Poi di colpo mi sentii come se qualcuno mi stesse
strappando le viscere.
- Peggy.
Si volt verso di me, il volto privo di espressione.
- Vieni qui - dissi, battendo con la mano sul letto.
Lei rimase immobile, lo sguardo ferito. Cerc di assumere
un'espressione dura, fall, prov ancora. Diedi un altro colpo
sul letto.
- Siediti, Peggy.
Lei si sedette, circospetta.
- Non ho fatto niente - disse.
- Sono tornato indietro, ieri notte.
Dapprima non comprese. Poi si irrigid.
- Hai visto Jim.
- tuo marito?
- il mio avvocato.
L'ultimo anello. La voce, il nome, la professione.
- Qual' il suo cognome?
- Vaughan.
- Dio mio.
Mi guard sorpresa.
- Cosa c'?
- Lo conosco.
- Sul serio?
- Eravamo al college insieme.
- Oh! - disse in un sussurro.
Scossi la testa. - Mio Dio - ripetei. - Jim Vaughan. Che
assurda coincidenza...
Mi voltai verso di lei.
- Jim innamorato di te? - domandai.
- Io... - Sembrava confusa.
- Rispondimi.
- Non lo so.
- Non pi sposato?
- Stanno per divorziare - rispose.
Audrey divorziata. Mi venne in mente il suo viso, al
college, pieno di adorazione per Jim Vaughan. Divorziata.
- Anche il fratello di Jim qui?
- S.
- Dio santo, incredibile!
Rividi quello sguardo negli occhi di Peggy e lasciai
perdere, sebbene avessi ancora tante domande da farle. Jim e
io ci conoscevamo molto bene quand'eravamo all'Universit
del Missouri.
- alla sua festa che... saremmo dovuti andare? -
domandai.
Abbass gli occhi. - Suppongo che tu non ne abbia pi
voglia ormai - disse.
- Non so - risposi. - Mi piacerebbe rivederlo. Ma se
innamorato di te, sarebbe un po'... imbarazzante.
- Se non vuoi...
- Non credi che potrebbe dargli fastidio?
Lei non rispose.
- Avanti, Peggy.
- Non avevo idea che lo conoscessi. Ma... che differenza
fa? Ti avevo chiesto di venire con me.
Mi venne in mente una cosa.
- Povero sciocco - dissi. - Quel moccioso, scommetto
che ha ancora la stessa spocchia. Certo che ci vengo. Voglio
proprio vedere la sua faccia quando mi vedr entrare insieme
a te.
Stavo finendo di sistemarmi il cravattino quando sentii
suonare il clacson della macchina.
Trovai la Cadillac nera che mi aspettava.
Peggy era dentro, con lo sportello aperto.
- Ciao - disse. - Sali.
Entrai. Lo sportello si chiuse e la macchina part. Buon
Dio, pensai, proprio la ciliegina sulla torta.
Peggy mi sorrise.
- Cos' questa storia? - domandai a bassa voce, per non
farmi sentire dall'autista.
- A cosa ti riferisci?
- Non mi avevi detto che saremmo andati con l'auto di
Jim.
- Che differenza fa?
Stavo per rispondere, ma mi limitai a ridacchiare. - Jim
far un salto sulla sedia.
- Perch?
Non capiva davvero, la povera Peggy Ann Lister,
divorziata e bellissima.
Le diedi un buffetto sulla mano.
- La situazione questa, mia cara - dissi. - Stai
portando il rivale di Jim alla festa di Jim con l'auto di Jim.
Capisci?
Aveva un'aria perplessa. - Tu non hai rivali - replic.
A quel punto fui io ad assumere un'aria perplessa. Forse
un'ingenua, pensai.
Diedi un'occhiata pi da vicino all'autista. Che lusso,
pensai. Jim se l'era cavata molto bene. Una Cadillac, un
autista, una casa a Malibu.
Ma l'autista non era intonato alla situazione. Non molto.
Gli autisti delle persone facoltose hanno un aspetto
insignificante. Si confondono con la tappezzeria.
Ma non Walter Steig. Si chiamava cos. Steig spiccava
come un fusto di birra tra bicchieri di vino. Era un uomo alto
dall'aria impassibile. Faccia e collo paonazzi. Sembrava un
residuo del Terzo Reich. Grosso e brutale, con i capelli grigio
acciaio tagliati cortissimi. Occhiali senza montatura e un
espressione dura, indecifrabile.
Svolt sulla Pacific Coast Highway e aument l'andatura
in direzione dell'oceano. Malibu, pensai, Jim era stato
davvero in gamba. Una casa sulla spiaggia, probabilmente.
Caminetti, porte-finestre, opulenza. Jim Vaughan.
Guardai Peggy.
- Sono mortificato - dissi. - Non volevo essere
sgarbato. solo che non riesco a capacitarmi del fatto che tu
conosca Jim. E che lui sia cos ricco. Quando l'ho conosciuto
era... povero quanto lo sono io, adesso.
In altri termini, povero.
Lei mi sorrise. Il mio tesoro indossava un abito blu scuro
molto aderente. I capelli biondi erano di nuovo ben pettinati
e le cingevano il capo di un'aureola di riccioli luminosi. Aveva
una carnagione stupenda. Era senza trucco, fatta eccezione
per il rossetto.
Tutto sembrava perfetto.
La casa di Malibu era una lussuosa costruzione a due
piani abbarbicata al fianco di una collina, come un animale
accoccolato sinuosamente in cima alla scogliera intento a
spiare il cupo frangersi delle onde al di l dell'autostrada.
Era una casa notevole. Spessi tappeti, oggetti raffinati e
costosi. Il gusto di Jim, ne ero certo. Lo riconoscevo.
- Be'...
Udii la sua voce. Mi voltai e lo vidi, con un piede sul
gradino che conduceva al soggiorno leggermente rialzato.
Mi stava fissando.
Curioso, pensai, l'ultima volta che l'avevo visto e anche
ora, in questo nuovo primo incontro, la sua espressione era
del tutto priva di ipocrisia. Mancandogli il tempo sufficiente
per reagire allo shock, era Jim Vaughan al naturale che mi
stava fissando. Il suo sguardo tradiva sorpresa. Sorpresa e,
nonostante i suoi sforzi successivi per nasconderlo, un ovvio e
palese dispiacere.
- David!
Aveva gi ripreso la sua posa affettata. La mano che
strinsi era ferma. Gli occhi e il sorriso cordiali.
- Se questa non una coincidenza... - stava dicendo.
- Come va, Jim?
Non c'era bisogno di risposta. Era in gran forma. Dai
capelli rossi tagliati con cura al viso florido e ben rasato, allo
smoking color tabacco, fino alla punta delle lucidissime
scarpe testa di moro, stava benissimo. Mi sentii quasi un
barbone con la mia vecchia giacca, che lui doveva ricordare
dai tempi del college. Era una sensazione nuova per me.
Specialmente in compagnia di Jim.
Mi ero sempre sentito almeno pari a lui, se non superiore.
- Che ci fai da queste parti? - mi stava chiedendo.
Il suo braccio intorno alla vita di Peggy. Ovviamente. Lei
parve leggermente infastidita, ma non si ritrasse. Quella
mossa mi fece sentire a disagio. Come se con un gesto calmo,
sicuro, Jim la stesse sottraendo dalla mia sfera d'azione.
- Scrivo - risposi.
- Oh s, naturalmente - disse, come se non lo sapesse. -
Scrivi.
La sua tendenza all'autocompiacimento, che mi ero
divertito a punzecchiare quando eravamo a scuola, era
sbocciata in un radicato snobismo. E questo, sospettai,
doveva costituire un progresso per Jim.
La mossa successiva prepar in qualche modo il terreno
per i mesi successivi.
- Peggy, c' una persona che vorrei farti conoscere.
Quello fu l'esordio. Seguirono altre parole, bisbigliate
rapidamente. Ma il risultato fu che io rimasi solo nell'atrio.
Pochi secondi dopo aver incontrato un tizio che era stato mio
amico anni prima, venivo accantonato con tanta facilit. Jim
Vaughan si liberava del passato come si gratta via la rogna. -
Dobbiamo fare una bella chiacchierata - aveva detto, ma
sapevo che erano solo parole.
Lo vidi pilotare Peggy verso una folla di persone in piedi
accanto a un grande caminetto dove ardeva una fiamma color
arancio. Peggy si volt una volta verso di me, con aria
mortificata. Ma questo non allevi di molto la mia irritazione.
Salii il gradino ed entrai nel monumentale soggiorno.
Proprio come me l'aspettavo. Eccessivo. Un soffitto alto con
le travi, uno spesso tappeto che andava da parete a parete,
mobili dall'aspetto imponente, solido, lampadari di rame. Jim
ce l'aveva fatta.
Mi guardai intorno. All'inizio pensai che dovesse esserci
senz'altro qualcuno che avevo conosciuto al college. Non
poteva averli scartati tutti, conosceva tanta gente. Se non
altro, ci sarebbe stata Audrey. Lei e io avevamo frequentato
insieme alcuni corsi.
Niente Audrey. Continuai ad gironzolare procurandomi
un drink e un piatto di tartine molto invitanti, un antipasto di
gran classe. Poi mi fermai e appoggiandomi a una
scenografica finestra alta fino al soffitto passai in rassegna la
sala piena di facoltosi sconosciuti. La presi con filosofia. Lo
faccio sempre quando sono circondato da persone che hanno
pi soldi di me.
Fu pi o meno in quel momento che vidi Dennis.
Era seduto su un divano insieme a una creatura giovane e
avvenente. Il suo sguardo torvo si spostava alternativamente
dal bicchiere al capannello di persone che comprendeva Jim e
Peggy.
Mi avvicinai e mi sedetti. Al college conoscevo Dennis
solo di vista. Si aggirava per il campus come un fantasma
scolastico, portandosi dietro i libri e una donna. Sempre una
donna.
- Salve - dissi.
La giovane creatura sorrise.
Dennis mi guard con i suoi occhi scuri. Non rispose.
- Tu non ti ricordi di me - proseguii.
- No, infatti - ammise.
- Sono Dave Newton. Ero amico di Jim al Missouri.
Mi riconobbe. Ma senza alcun piacere.
- Oh, gi - disse.
Sono sempre a disagio con le persone che non parlano.
- Avete proprio una bella casa qui - osservai.
- Jim ha una bella casa.
Eccolo l, bene in vista come il naso sulla sua faccia torva:
il rancore. Una volta l'avevo sentito parlare con Jim al
campus. Mi ero avvicinato mentre Dennis andava via
borbottando: - Certo, fa' pure a modo tuo. quel che fai
sempre, comunque.
E Jim mi aveva detto, un po' divertito: - Quello mio
fratello Dennis. La pecora nera della famiglia.
In quel momento mi resi conto che Dennis era ancora la
pecora nera della famiglia.
- Gi - dissi, in mancanza di meglio.
La giovane creatura tossicchi. Dennis non raccolse.
- Sono Jean Smith - si present, affabilmente. - Dennis
davvero terribile per quel che riguarda i convenevoli.
Sorrisi, annuii, e mi disinteressai di lei.
- Dov' Audrey? - domandai a Dennis.
Mi scrut freddamente per un istante. Forse non trov
quello che stava cercando, perch distolse lo sguardo.
- malata.
- Che peccato.
- Gi, davvero - disse lui, avviandosi verso il bar. Jean
Smith lo segu.
Mi avvicinai al gruppo. A tutta evidenza Jim non aveva
alcuna intenzione di dividere Peggy con me. Era propriet
privata. Io venivo molto dopo Peggy Lister.
- Balliamo, Peggy - proposi.
Jim fece un sorriso insulso. Un sorriso da pubblicit di un
dentifricio.
- Non ora, Dave - disse. - Abbiamo altro da fare.
Mi piantarono l, senza presentarmi a nessuno, solo come
lo spettro del padre di Amleto. Mi sentii pieno di rabbia. Sono
piuttosto irascibile, non posso negarlo.
Peggy continuava a guardarmi ogni volta che poteva,
cercando di sorridere. Ma Jim non faceva che serrare il
gruppo, spostandosi lateralmente in modo da darmi le spalle.
Guardai la sua nuca. Jim Vaughan, pensai, mio vecchio
compagno. Lurido pidocchio, pallone gonfiato.
Perch Peggy non mi raggiungeva con una scusa? Forse
aveva paura. Era una ragazza timida, in realt. Una persona
piuttosto arrendevole.
Ascoltai la conversazione per un po'. Poi, quando sentii i
muscoli delle braccia farsi rigidi come il vetro, mi decisi e
presi per mano Peggy.
- Vieni, cara - dissi ad alta voce. - C' una persona che
vorrei farti conoscere.
Sentii i loro sguardi puntati su di me mentre la portavo
via.
- Non stato molto educato - disse Peggy, mentre la
guidavo verso una piccola zona libera dai tappeti, dove alcune
coppie ballavano al suono di un disco.
- Non stato educato neanche farmi venire fin qui e poi
piantarmi in asso - replicai.
- Io non ho fatto niente - protest. - stato lui a
portarmi via.
- No, tu non fai mai niente - dissi. - Peggy Lister,
vittima del fato.
Fece per andarsene, ma io la trattenni. - Adesso balli con
me - dissi.
Non replic. Strinse le labbra in una smorfia rassegnata e
assunse un atteggiamento distaccato.
- Il mio vecchio amico Jim Vaughan - dissi.
Nessuna risposta.
- Peggy.
- S?
- Ti va di conoscere la persona che volevo presentarti?
Nessuna risposta.
- Ti va?
- Chi ? - domand lei, con finta pazienza.
- Io - risposi. - Sono tutto solo.
Il suo sguardo su di me. Di nuovo quella sua tenerezza.
Sentii la sua mano sulla spalla che mi stringeva forte.
- Davie - disse, in un sussurro.
- un vero piacere - replicai.
Pi tardi, un nuovo scontro. Un'altra fuga con Jim. Un
altro ballo con me. E verso le undici, io e lui ci mettemmo da
parte a guardarla ballare con Dennis, manifestando entrambi
una falsa cordialit.
- Suppongo che Penny ti abbia parlato dei nostri progetti
matrimoniali - disse Jim, in tono casuale. A Jim piaceva
scatenare fulmini a ciel sereno.
- No - risposi disinvolto, mentre dentro mi sentivo
morire. - Non ha detto nulla.
- Be', siamo gi d'accordo - prosegu il guastafeste. Era
una sfumatura di minaccia quella che sentivo nella sua voce?
- E Audrey d'accordo? - domandai.
Una leggera contrazione nervosa, poi un sorriso di
circostanza.
- d'accordo - rispose Jim Vaughan.
- Com'era d'accordo Linda - dissi io.
Un'altra contrazione, questa volta senza sorriso. Anche
lui ricordava quel periodo al college in cui io avevo
cominciato a uscire con Linda, quella che tutti tranne me
consideravano la fidanzata non ufficiale di Jim. Fu allora che
venne a darmi la grande notizia. Lui e Linda avevano deciso
di sposarsi. Peccato che Linda non lo sapesse. Peccato che in
seguito Jim non avesse pi mostrato alcun interesse per lei.
- Fu una cosa da ragazzi - stava dicendo Jim, ora. -
Appartiene al passato.
Annuii. - Capisco. Mi spiace dovertelo dire, Jim, ma
sono innamorato di Peggy.
Nessuna reazione. Nessun cenno di assenso. Mi guard
come uno sterminatore che punta la sua preda.
Abbozzai un sorriso. - Mi rendo conto che un po'
scortese dirtelo, visto che sono tuo ospite - proseguii - e
specie dopo quello che successo con Linda, ma... be', cos.
Mi fiss come se dovesse prendere una decisione. I suoi
occhi grigio-azzurri mi squadravano attentamente dietro le
lenti degli occhiali. Incresp leggermente le labbra, mentre
rifletteva.
Poi si decise.
- Vieni con me, David - disse, col tono di un padre che
sta per spiegare al figlio che gli uccelli non si limitano a
volare e le api a ronzare.
Mi guid verso la biblioteca e mi fece entrare. La porta si
chiuse isolandoci dai rumori della festa. Lui gir la chiave
nella serratura e rimanemmo l in quella quiete, circondati
dagli antichi volumi tutti impolverati.
- Accomodati, David.
Mi sedetti. Non sapevo che dire. Decisi di lasciargli
condurre il gioco a modo suo.
- Cosa ti ha raccontato Peggy di s?
Rimasi in silenzio per un istante, cercando di capire quale
fosse il suo scopo. Jim aveva sempre uno scopo. Poteva essere
nascosto, all'inizio, ma c'era sempre. Lo sapevo dai tempi
della scuola. Lo perseguiva lentamente, gradatamente, poi ti
assestava il colpo di grazia.
- Mi ha detto della sua famiglia - dissi. - Della sua vita.
- Feci una pausa a effetto. - Del suo divorzio - aggiunsi, il
pi disinvoltamente possibile, pensando che fosse quello il
punto cui voleva arrivare.
James Vaughan, ex provinciale del Missouri, ora membro
del bel mondo californiano, inarc le sopracciglia. Una mossa
efficace. D'accordo, Jim, mettiamo le carte in tavola, volevo
dirgli, risparmiami la messinscena. Ti conosco.
- questo che ti ha detto? - domand. - Che
divorziata?
- Esatto.
Un vuoto allo stomaco. Dove diavolo voleva andare a
parare?
Mi fiss, senza fretta. Finch il pensiero di ci che stava
nascondendo mi fece accapponare la pelle.
- Di che si tratta, per l'amor di Dio? - domandai.
Si mise una mano in tasca.
- Non so se crederai a quello che sto per dirti.
- Cosa?
- Peggy non divorziata.
- ancora sposata?
- No - disse - non pi.
- E che ne di suo marito? - domandai, perfetta spalla
per una scena dell'orrore.
Esit. Poi disse: - stato assassinato.
Mi sentii gelare, perch intuii il suo colpo di grazia prima
ancora che parlasse.
- Peggy lo ha assassinato.
2
Seduto su quella sedia, avevo l'impressione che i muri
ondeggiassero, pronti a crollare su di me.
- Stai mentendo - replicai timidamente, molto
timidamente.
- Tu credi?
Cercai di convincermene, ma non ci riuscii.
- Ti faccio accompagnare a casa da Steig - disse Jim.
Alzai lo sguardo su di lui. Il suo volto era privo di
espressione. Di certo non manifestava alcuna simpatia.
- Voglio vederla - dissi.
Ma senza convinzione. Non volevo vederla. Avevo paura
di vederla.
- Non mi sembra una buona idea - disse Jim. E io
lasciai che lo dicesse.
Mi ritrovai nella Cadillac nera con Steig e l'auto percorse
il viale d'ingresso fino alla stradina ripida che portava
all'autostrada.
Con gli occhi bassi, ascoltai il vento sibilare all'esterno
dall'auto mentre sfrecciavamo sul bordo dell'oceano a
centotrenta all'ora. Sotto una luna indifferente.
Scrivevo, ogni tanto. Andavo in spiaggia, lontano dal
punto in cui ci eravamo conosciuti. Andavo al cinema.
Leggevo. E di tutto ci che facevo non mi rimaneva niente.
Ero ancora come anestetizzato. Non la conoscevo da molto,
solo qualche settimana. Ma ne ero ossessionato.
Pensai a lei, dopo averla scacciata con decisione dalla mia
mente per qualche giorno.
Assassinio?
Andai in biblioteca e spulciai vecchi giornali. Non trovai
nulla. E riflettendoci mi torn in mente Linda, e la bugia
detta da Jim.
Tornai dal mio amore, qualche giorno dopo. Pentito e
addolorato. La trovai nel giardino sul retro; tentava di
leggere, ma continuava a fissare sempre la stessa pagina.
Mi accolse con freddezza, perch si sentiva ferita. Non mi
feci scoraggiare. Ero mortificato. Le sorrisi e continuai a
ripetere: - Mi dispiace, Peggy. Mi dispiace.
- Assassinato! - mi disse lei. - questo che ti ha detto?
Annuii, serio.
Lei scosse la testa. - Come ha potuto? -E io provai un
leggero sollievo nel veder comparire qualche incrinatura nella
corazza che Jim Vaughan si era costruito.
- Ma perch? - disse lei. - Io non l'ho ucciso.
- Dov' tuo marito?
- morto -rispose. - Mor a San Francisco. Un anno fa.
Rimanemmo seduti in giardino a parlare. E lei continu a
scuotere il capo affermando che non riusciva a capire come
Jim potesse dire una cosa simile di lei.
- strano - dissi io. - Non ho mai visto Jim tirar fuori
una bugia cos evidente.
- Non so - fece lei, distogliendo lo sguardo. - Io non
l'ho ucciso - aggiunse, a bassa voce.
- Lo so.
- Prima non lo sapevi. Hai creduto a quello che ti ha
detto.
- stato un tale shock. Pensa a come ti sentiresti se
d'improvviso qualcuno ti dicesse che ho assassinato mia
madre o mia moglie.
- Controllerei, prima di crederci.
- E cosa penseresti se io ti avessi detto che ero
divorziato, se ti avessi fatto credere che mia moglie era
ancora viva?
Lei non rispose.
- Non parliamone pi - dissi, chinandomi per darle un
bacio sulla guancia. - Mi sei mancata.
- Ma sei stato tu ad allontanarti.
Non sapevo cosa rispondere. Ero arrabbiato con Jim
perch mi aveva mentito cos sfacciatamente. E con me
stesso, perch gli avevo creduto.
Fu allora, pi o meno, che mi accorsi di Albert.
Era affacciato alla sua finestra e guardava Peggy.
Dimenticavo di dirlo, quel giorno lei indossava solo un paio
di calzoncini e un corpetto aderente.
Richiamai l'attenzione di Peggy su di lui. Lei storse di
nuovo la bocca.
- Oh! -disse, mordicchiandosi il labbro. - Devo
andarmene da qui. Credi che riuscirei a trovare un
appartamento... o qualcosa del genere?
- Lui ci ha... provato?
- No. Non con sua moglie in circolazione. Ma ho paura.
- Faremo in modo che tu vada via da qui.
- E fa finta di essere cos integerrimo - disse lei, irritata
- come tutti gli uomini. Fingono di essere persone per bene,
e non fanno altro che comportarsi come maiali.
Non volevo farmi di nuovo coinvolgere in quella
discussione. Oltretutto, pensai, probabilmente aveva ragione
nel caso di Albert.
L'uomo si allontan dalla finestra quando gli feci
chiaramente capire con uno sguardo che provavo un forte
desiderio di prenderlo a calci sul muso.
- Sicura che non ci abbia provato?
- No - rispose lei - ma so che... gli piacerebbe. L'altro
giorno la signora Grady mi ha avvertito che c'era una
telefonata per me. Avevo indosso solo la camicia da notte,
piuttosto corta. Ero troppo assonnata per pensare a vestirmi.
E Albert sbucato nel corridoio e mi ha visto.
Rabbrivid.
- Non sopporto il modo in cui mi guarda - aggiunse. -
Come... come se fossi un animale.
- Vorrei spezzargli il collo.
- Non voglio altri guai - disse Peggy. - Me ne andr e
basta.
- Guai? - ripetei. A volte avrei voluto essere capace di
modulare la voce, come Jim. Troppo spesso, cio sempre, la
mia voce lo specchio dei miei sentimenti.
Lei mi guard, tranquilla.
- Ci stai ancora pensando, vero?
- A cosa? - dissimulai.
- Stai pensando a quello che ti ha detto Jim.
Il mio turbamento doveva essere evidente.
- Ti spiegher cosa intendevo dire. E forse dopo ti
dispiacer che l'abbia fatto.
Il suo volto cos espressivo era duro, amareggiato.
- Quando avevo otto anni, fui aggredita da un ragazzo.
Lui ne aveva diciassette. Mi trascin in uno stanzino.
Tacque e distolse lo sguardo.
- Quando mio padre lo scopr - continu - cerc di
ucciderlo.
D'istinto cercai la sua mano, ma lei si ritrasse.
Peggy, Peggy.
- Non posso fare a meno di avere questo atteggiamento
nei confronti degli uomini. parte di me. Se tu non... se tu
non fossi stato cos diverso, sarei fuggita anche da te.
- E Jim...?
- Jim mi stato vicino. sempre stato buono con me. E
non mi ha mai chiesto nulla in cambio.
Rimanemmo in silenzio per un po'. Infine i nostri sguardi
si incrociarono. Io sorrisi. Lei ci prov, ma senza successo.
- Sii gentile con me, Davie - disse. - Non essere
sospettoso.
- Non lo sar - promisi. - Non lo sar, Peggy.
Poi dissi, il pi allegramente possibile: - Coraggio,
andiamo a cercare un appartamento per te.
Quello stesso giorno mi procurai un'automobile da un
rivenditore di usato, e in seguito trovammo una casa per
Peggy.
Era un piccolo appartamento. Due stanze, bagno e
cucinotto per cinquantacinque dollari.
Ci volevano due giorni perch si liberasse, cos tornammo
a casa sua. Le proposi di cenare fuori, e poi di andare a uno
spettacolo o magari al parco dei divertimenti di Venice.
Accett con entusiasmo.
- Ricominciamo tutto da capo - disse lei d'impulso, nel
corso del pomeriggio. - Dimentichiamo il passato. Non ha
pi importanza ora, vero?
La abbracciai. - No, piccola - risposi - certo che no.
Quando entrammo in casa, trovammo Albert e sua moglie
seduti nella stanza che dava sulla facciata. A tutta evidenza
stavano litigando, perch troncarono bruscamente la
conversazione. Sulle guance pallide di Albert c'erano ancora
sprazzi di rossore.
Alzarono lo sguardo verso di noi. Il vecchio, cupo rancore
nell'espressione di Albert. L'affettata, artificiosa amabilit
sul volto atroce della moglie.
- Signora Grady - disse Peggy -ho intenzione di
trasferirmi, tra due giorni.
- Oh? - disse la signora Grady, con il tono tipico delle
padrone di casa che stanno per perdere un inquilino.
Albert la fiss. Mi sentii ribollire il sangue. Quello
sguardo mi faceva venire voglia di spaccargli la faccia con un
pugno.
- C' qualcosa che non va qui? - domand la signora
Grady, un po' indispettita. - Forse...
- No, no - disse Peggy. - tutto a posto. solo che
preferisco un appartamento, ecco tutto.
- Bene - comment la signora Grady. - Bene.
- Ne ho trovato uno oggi per puro caso - aggiunse Peggy
- altrimenti ve ne avrei parlato prima.
- Come no - disse Albert, con una smorfia di irritazione.
Ero sempre pi teso. Peggy si avvi verso la sua stanza.
- Scusatemi - disse.
La seguii, senza riflettere.
- Bella gratitudine - comment Albert. E mentre
entravo nella stanza di Peggy, disse qualcos'altro. Qualcosa a
proposito di una piccola stronza.
Sussultai e gettai un'occhiata alle mie spalle, ma Peggy
mi trattenne posandomi una mano sul braccio.
Quando fummo nella sua stanza, mi guard. - Avresti
fatto meglio ad aspettarmi fuori.
- Che differenza fa? - dissi ad alta voce, perch tutti
sentissero. - Cambiati e andiamo fuori di qui.
Scomparve dietro un paravento. Vidi il corpetto e i
pantaloncini volar via oltre lo schermo, e mi sforzai di non
pensare a Peggy dall'altra parte. Provai a concentrarmi sulla
rabbia che provavo per Albert. Ma difficile tenere sotto
controllo i propri pensieri quando si distratti da una visione
cos irresistibile.
Dopo un po' sbuc fuori. Nel frattempo io ero rimasto
seduto ad ascoltare le voci irritate del signor Grady e signora,
impegnate in un adorabile duetto. Sentii usare di nuovo la
parola "stronza". Albert non faceva nulla per nasconderla.
- meglio andare - dissi - o giuro che finir per
sfasciare il naso a quel bifolco.
Silenzio nell'altra stanza. Speravo che avessero sentito.
- Vorrei che tu potessi andar via stasera.
- Anch'io - sospir. E nella sua voce riaffior quel misto
di repulsione, disprezzo e, perch no, paura.
Stavano parlando quando entrammo di nuovo nella
stanza. Ma si zittirono. Guardarono Peggy che indossava un
abito di cotone blu chiaro e aveva un nastro blu in testa.
- Temo proprio che non potr restituirle i soldi
dell'anticipo- disse la signora Grady, manifestando la sua
grandezza d'animo.
- Io... - abbozz Peggy.
- Non ha diritto a riaverli - intervenne Albert, con
asprezza - proprio nessun diritto.
- Non avevo intenzione di chiederli - disse Peggy.
- Lo credo bene - ribad Albert.
- Lei stia zitto, Albert - intimai, sorpreso della facilit
con cui l'avevo detto.
- Ah! - All'unisono, il signore e la signora Grady
manifestarono la loro indignazione per la mia impertinenza.
- Andiamo - dissi a Peggy, e uscimmo. Mentre la porta
si chiudeva alle nostre spalle, mi parve di sentire Albert che
mormorava: - Se ne pentir.
- Non avresti dovuto dirlo - mi rimprover Peggy non
appena fummo saliti in macchina. Poi scoppi in una risata.
Era bello sentirla ridere di nuovo.
- Hai visto l'espressione di Albert? - aggiunse. - Era
impagabile.
Continuammo a ridere per tre isolati...
Parcheggiai l'auto in una delle strade che conducevano al
molo di Venice e scendemmo a piedi, mano nella mano.
Passammo la serata a cercare di colpire il bersaglio
mobile di un tirassegno, a sgranocchiare popcorn imburrato,
a gettare palle da baseball contro birilli di legno allineati.
Scendemmo nella campana subacquea a osservare gli squali
tigre che giravano in cerchio nel guscio silenzioso che ci
circondava, e ad ammirare le mante, mentre un uomo
continuava a ripetere: - Volano, signore e signori, volano! -
Ci tamponammo con le macchinine dell'autoscontro, e Peggy
rise con le guance accese.
Non ricordo tutto. Ricordo solo la passeggiata mano nella
mano, l'intensa felicit che provavo sapendo che lei era con
me.
Mi ricordo Funland.
uno strano baraccone. In effetti si tratta semplicemente
di un grande labirinto buio in cui ci si aggira, in un
susseguirsi di angoli e piani inclinati, cercando l'uscita in
un'oscurit totale e incommensurabile. Pu sembrare privo di
senso, immagino. A meno che non ci si porti una ragazza. Un
sacco di gente staziona l fuori, in attesa che ci entri qualche
ragazza non accompagnata.
Non so che cosa mi rese nervoso fin dall'inizio. Forse
Peggy. Era come se volesse costringersi, sfidare se stessa a
non avere paura. Ma il suo riso era forzato e sentivo la sua
mano sudata tremare nella mia. Continuava a tirare.
- Avanti, Davie, usciamo di qui.
- Che siamo venuti a fare qui dentro?
- Per cercare l'uscita.
- Va avanti, allora.
Sembrava di essere in una miniera di carbone. Non si
vedeva nulla. C'era puzza di umidit, di marcio. Un odore di
sporco e di legno fradicio, e il vago sentore del passaggio di
migliaia di corpi invisibili che erano entrati l dentro per
cercare di venirne fuori.
E c'erano rumori. Risatine. Finte grida di paura. Ma
erano davvero finte? Il respiro di Peggy era veloce, irregolare.
Anche la sua risata era affannosa.
- Piccola, che siamo venuti a fare qui dentro?
- Coraggio, non divertente?
- Un vero spasso.
Continuava a tirarmi, e io mi tenevo stretto a lei
inoltrandomi in quell'oscurit popolata di rumori e passi
strascicati. E di altre grida e risolini. E dell'eco del nostro
respiro, spaventosamente amplificato.
- impressionante - disse Peggy - non trovi?
Tastavamo i muri, procedevamo a tentoni sugli scivoli, ci
spintonavamo nel buio.
- Scusami - dissi, inutilmente.
- Di nulla. - La sua voce irreale tradiva pi paura che
euforia, ora.
- Come si esce di qui? - domandai, cercando di
dominare il mio crescente disagio.
- Continui a girare e prima o poi esci - rispose.
Silenzio. Solo un rumore di passi, il suo respiro e il mio.
Dei passi nel buio. E la sensazione sempre pi forte di non
essere soli. Non mi riferisco alle altre persone nel labirinto.
Intendo qualcuno con noi.
Il mio ricordo successivo, e anche l'ultimo per un bel
pezzo, un improvviso raggio di luce accecante dietro di noi.
Udii dei passi di corsa e mi voltai verso la luce abbagliante.
Poi sentii due mani grandi che mi afferravano alla gola, e
braccia forti che mi giravano di nuovo verso il buio. Un calcio
nella schiena, e qualcosa di duro che mi si abbatteva sul
cranio.
E malgrado fosse buio, per me divenne tutto ancora pi
buio. Mi sentii cadere, e precipitai nella notte.
Ma non prima di aver udito, in ginocchio e quasi privo di
conoscenza, Peggy che urlava di un terrore mortale.
Qualcuno mi stava schiaffeggiando.
Mossi la testa, gemendo. Pian piano ripresi coscienza dei
rumori. Aprii gli occhi.
Ero ancora sul molo, mezzo disteso sul passaggio,
appoggiato a uno steccato di legno. Una folla di persone mi
osservava con quella curiosit insensibile e crudele che hanno
le folle per ogni genere di vittima distesa per terra. Udii una
voce che diceva: - Non niente, signori, solo svenuto. Non
vi accalcate, per favore. Non chiamate la polizia, grazie. Non
nulla, davvero, signori, svenuto, questo tutto, solo
svenuto.
- Peggy!
Cercai con tutte le mie forze di tirarmi su, ma il dolore
alla testa mi mise di nuovo quasi fuori combattimento. Mi
sostenni con un gomito.
- Calma, ragazzo - disse l'uomo con il sigaro in bocca e
la camicia sgargiante. - solo svenuto, signori. Non vi
affollate, per favore, non vi affollate.
Mi guard. - Come va la testa?
- Dov' lei? - domandai. Lo afferrai per un braccio,
lottando contro il mio stordimento. - Non ancora l dentro,
vero?
- No, no, no, non c' nessuno dentro, ora. Sono usciti
tutti. Smettila di urlare, per favore. Vuoi che arrivi la polizia?
- L'ha vista uscire?
- Io no - rispose l'uomo, guardandosi intorno. -
Qualcuno dice di averla vista.
- Era sola? - Mi abbandonai contro lo steccato,
intontito.
- Non lo so, non ne sono sicuro. Per piacere, signori,
non affollatevi in questo modo. Fate i bravi, lasciatemi
lavorare e non fate ressa.
Mi tirai su e mi feci largo in mezzo alla folla, cercando di
dominare il dolore che minacciava di farmi crollare di nuovo.
Pensavo a lei, in quel posto buio come la pece, con la sua
paura degli uomini. E a qualcuno che la aggrediva in
quell'oscurit. Ce n'era abbastanza per farla impazzire.
Poi un altro pensiero.
Jim.
Steig ci aveva seguito. Mi aveva assalito. E aveva portato
via Peggy. Sembrava terribilmente logico, in quel momento.
Mi misi a correre lungo il molo, deciso a prendere la
macchina e ad andare a casa di Jim per ritrovarla. Strano,
non avevo alcun dubbio sul fatto che lei fosse proprio l.
Dovevo essere completamente pazzo di rabbia per esserne
cos certo.
Attraversai una serie infinita di baracconi multicolori,
mentre le voci degli imbonitori mi rincorrevano con le loro
grida. Poi, d'improvviso, mi venne in mente di telefonare.
Nella cabina priva d'aria la testa cominci a dolermi.
Strinsi i denti, ansimando. Cercai il numero di Jim, mentre il
sudore mi colava sul viso. L'operatore mi mise in
comunicazione.
La sua voce, sicura di s, piena di spavalderia: - Parla
James Vaughan.
- Sono David. ...
- David chi?
- Newton! - risposi irritato. - l Peggy?
- Peggy? Perch me lo chiedi?
- l?
-Mi sembri isterico.
- Sei stato tu a farmi aggredire questa sera? - chiesi
infuriato, senza riflettere. - Hai mandato Steig a prendere
Peggy?
- Di che stai parlando?
Di colpo tutte le mie convinzioni crollarono. Se non era
Steig, allora chi era?
- Sputa il rospo, David. Di che stai parlando? Cos'
successo a Peggy?
Riagganciai. Uscii dalla cabina. Feci qualche passo, poi
mi lanciai di nuovo in una corsa affannosa. Dentro di me
avevo una paura folle.
Lasciai il molo e mi arrampicai per la strada stretta e
buia, passando accanto ai piano bar e a una missione in cui i
fedeli rendevano grazie per la cena con canti stonati
accompagnati dal pianoforte.
- Peggy - ansimai.
E la trovai nella mia macchina.
Era accasciata sul sedile di destra. La mia prima
sensazione fu che fosse in totale stato di shock. Tremava
violentemente. Fissava il parabrezza con sguardo vuoto e
tremava. Teneva il braccio destro premuto sul petto, e le dita
della mano sinistra appoggiata sulle ginocchia erano rigide e
contratte.
- Peggy!
Le scivolai accanto, e lei alz la testa di scatto. Mi fiss
con uno sguardo terrorizzato. Le misi un braccio intorno alle
spalle e la scossi.
- Cos' successo, Peggy?
Nessuna risposta. Tremava. Mi guard, poi torn a fissare
il parabrezza. Le sue pupille erano pianeti senza luce che
vagavano per l'universo. I suoi occhi non erano mai stati cos
grandi. O cos pieni di terrore.
- Piccola, sono io. Davie.
Cominci a mordicchiarsi il labbro inferiore. Sentii che
era in preda a un'agitazione crescente. Era letteralmente
sconvolta.
Poi, di colpo, esplose. Affond il viso nelle mani, poi le
allontan bruscamente e se le pose di fronte agli occhi,
contratte, esangui. Strinse i denti e contrasse la mascella,
tentando di reprimere un gemito.
Ma il fiato le manc, e un singhiozzo le affior alla gola,
scuotendola in ogni fibra. Incroci le braccia sul petto, e mi
accorsi che il suo vestito aveva uno strappo sul davanti e una
delle spalline del reggiseno era spezzata.
- Sono sporca - disse - sporca!
Dovetti afferrarle le mani per impedirle di affondarsi le
unghie nella carne. Ero sbalordito dalla forza che aveva nelle
braccia e nei polsi. Il violento shock la rendeva forte quasi
quanto un uomo.
- Smettila, Peggy! Smettila!
Qualcuno si ferm a curiosare senza ritegno, mentre
Peggy si agitava e gemeva, tentando di graffiarsi.
- Peggy, ti prego, ti prego...
Volevo mettere in moto l'auto e fuggire dagli sguardi di
quella gente, ma non potevo permettere che si facesse del
male.
Infine, dopo un respiro profondo e affannoso, si mise a
piangere. Un pianto sconsolato, senza forza n speranza. La
strinsi a me e le accarezzai i capelli.
- Va tutto bene, piccola - dissi. - Piangi, piangi pure.
- Sporca - singhiozz lei. - Sono sporca.
- No. No, non vero.
- Sono sporca - ripet - sporca.
Appena mi fu possibile, accesi il motore e mi lasciai alle
spalle quella massa di curiosi. Seguii la costa per un po', poi
mi fermai in un drive-in. Ormai Peggy aveva smesso di
piangere e sedeva in silenzio, rannicchiata all'estremit
opposta del sedile, guardandosi le mani.
L'avevo coperta con la mia giacca per nascondere il
vestito strappato e la sottoveste. Ordinai del caff e la
costrinsi a berlo. Lei toss, ma lo butt gi.
Sembr calmarla un po'. Io mi tenevo a distanza. Lei
voleva cos, lo sapevo. Si teneva pigiata contro la portiera,
rannicchiata, come se fosse pronta a sgusciare fuori se avessi
fatto il pi piccolo tentativo di avvicinarmi.
- Vuoi dirmi cos' successo, Peggy?
Scosse la testa.
- Ti farebbe bene riuscire a parlarne.
Finalmente parl. E quello che disse mi fece rabbrividire.
- Qualcuno mi ha afferrata. Ti ho chiamato ma... ma tu
non hai risposto.
- Ero svenuto, Peggy.
Per la prima volta nel sguardo affior qualcosa di diverso
dalla paura.
- Ti hanno colpito?
Mi piegai in avanti e la invitai a toccare il sangue
raggrumato che avevo sulla testa.
- Oh - fece lei, con improvvisa preoccupazione. -
Davie...
Poi si ritrasse.
- Continua - le dissi.
- Qualcuno... un uomo mi ha messo le mani addosso. Mi
ha strappato il vestito. Io l'ho graffiato. Credo di avergli
strappato gli occhi. Oh Dio, spero di averlo fatto. Spero che
sia cieco!
- Basta, Peggy.
Il suo sguardo era colmo di ripugnanza. Di colpo aveva
sollevato le mani e le stava fissando.
Emise un gemito soffocato, poi cominci a strofinarsi le
dita sulla gonna. Capii di cosa si trattava.
C'era della pelle sotto le unghie. La pelle dell'uomo nel
labirinto buio.
Presi un temperino dal vano portaoggetti e le ripulii le
unghie, mentre lei teneva la testa girata dall'altra parte, e gli
occhi chiusi. Sentivo il tremito delle sue mani nelle mie.
- Sto... sto per sentirmi male - disse.
Anch'io provavo un senso di malessere a far cadere in
terra quei frammenti di pelle di un altro. Dell'uomo che aveva
terrorizzato la ragazza che amavo. Mi venne in mente per un
attimo di portare quei frammenti alla polizia, ma poi li lasciai
andar gi, semplicemente. Non ce la facevo a infilarli in una
busta.
- Peggy - domandai - credi che fosse Steig?
Per un istante non fu in grado di parlare, poi mi disse che
non lo sapeva.
- Se avessi avuto una pistola - mormor - un coltello,
un rasoio, qualunque cosa. Avrei potuto...
Sentii un vuoto allo stomaco, poi dissi a me stesso che era
quasi impazzita per la paura, e scacciai quel pensiero che
stavo cercando a tutti i costi di evitare. E me ne torn in
mente un altro, che mi aveva ossessionato fin da quando
avevo ripreso conoscenza.
- Peggy.
- S?
- Lui ha...?
Chiuse gli occhi.
- Se l'avesse fatto - rispose - non mi avresti trovato
qui. Sarei stata in fondo all'oceano.
Lo stomaco continuava a farmi male mentre tornavo in
Wilshire Boulevard. L'idea di lasciarla sola dopo
quell'esperienza mi angosciava terribilmente. Peggio che
sola: sola con Albert. E se avesse tentato un approccio, quella
notte?
Poi mi venne un pensiero: e se fosse stato Albert ad
aggredirla, innanzitutto?
Non sapevo come comunicarle la mia preoccupazione.
Non volevo allarmarla senza motivo. Sembrava decisa a
tornare nella sua stanza. Se l'avessi spaventata con questa
idea, e lei ci fosse andata lo stesso...
Pensieri. Non riuscivo a fermarli. E non riuscivo a
prendere una decisione.
Quando svoltai nella Ventiseiesima vidi la Dodge di
Albert di fronte alla casa. E accanto, un'altra macchina. La
Cadillac di Jim.
Mi accostai al marciapiede. Jim usc dalla sua auto e
venne rapidamente di noi. Apr la portiera di destra.
- Che succede, Peggy? - domand.
Lei scosse la testa.
- Vieni qui - disse lui.
Non feci in tempo a uscire dall'auto che l'aveva gi
condotta alla Cadillac e stava cercando di convincerla a salire.
- Non voglio venire! - disse lei, alzando di nuovo la voce
al limite dell'isteria.
- Smettila, Peggy - replic Jim. - Voglio solo parlarti.
Lei entr. Mi avvicinai all'auto e vidi le loro sagome scure
all'interno. Sentii la voce attutita di Jim.
Steig usc dalla macchina e venne verso di me.
- cosa privata - disse con voce gutturale, e un marcato
accento tedesco.
- La signorina Lister ... - cominciai, ma mi accorsi che
mi aveva afferrato un braccio con la sua mano robusta. La
forza della sua stretta mi causava un dolore lancinante.
- Lasciami andare - dissi, annaspando.
- Tu va - ribatt lui.
Mi trascin energicamente fino alla mia auto. Non potevo
far nulla. Era troppo grosso, troppo forte.
- Tu va via - disse Steig.
Le mie dita tremavano mentre giravo la chiavetta
dell'accensione. Tremavano sulla leva del cambio. Le mie
gambe sussultavano sul pedale della frizione e
dell'acceleratore. Il cuore mi batteva all'impazzata mentre
riprendevo la strada, senza avere il coraggio di voltarmi
indietro.
Andai via.
Mi svegliai di soprassalto nel mio letto, boccheggiando.
C'era una sagoma scura nella stanza.
Alzai un braccio per parare l'eventuale colpo.
- Davie, cosa c'?
- Mi hai spaventato, credo.
- Oh, mi... dispiace. per via di Albert - disse a bassa
voce.
- Cosa...?
Poi la luce si accese. Lei era vicino all'acquaio. Si avvicin
e mi premette uno straccio umido sulla fronte. Mi accorsi con
stupore che era vestita diversamente. Indossava un paio di
pantaloni scuri e un maglioncino nero a collo alto. Si era
anche fatta la doccia. Lo sentivo dal suo fresco profumo, dalle
punte ancora umide dei capelli sfuggiti alla cuffia. L'unico
accenno di trucco era un po' di rossetto sulle labbra.
Sembrava molto calma.
- Che ha fatto? - domandai.
- Quando sono tornata a casa, stasera... - disse lei.
- S?
- Io... io sono andata a lavarmi i denti e ho incontrato
Albert nel corridoio.
Si interruppe.
- Ebbene...? - incalzai.
- La sua faccia era tutta graffiata.
- Albert - dissi.
Rigir lo straccio con delicatezza, senza un tremito.
- E tu cos'hai fatto? - chiesi.
Mi pass una mano nei capelli, teneramente. - Me ne
sono andata - rispose.
- Ti sei fatta la doccia, prima?
- No. L'avevo gi fatta. stato dopo la doccia che ho
incontrato Albert nel corridoio.
- Sei venuta direttamente qui?
- Mi sono fermata per telefonare a Jim.
- Non era rimasto con te? - chiesi, assurdamente.
Mi parve un po' sorpresa. - Certo che no, voleva solo
sapere cos'era successo stasera. Mi ha detto che lo hai
chiamato.
- Gi.
- Perch?
- Pensavo che tu potessi essere a casa sua.
Il mattino dopo tornammo in macchina dai Grady. Le
avevo raccontato che Steig era stato piuttosto rude con me.
- Be', ne parler con Jim - stava dicendo Peggy. - Lo
mander via, se glielo dico.
- Ne sei sicura?
- Certo, Davie. Tu sei suo amico, no?
- Ne dubito. - E aggiunsi: - Sono ancora convinto che
tu dovresti andar via di l oggi stesso. Puoi stare da me. Ma
per l'amor del cielo, non passare un'altra notte in quella casa
con Albert.
- D'accordo - disse lei. Poi scosse la testa,
nervosamente.
- Dobbiamo solo prendere la tua roba. - dissi. - Non c'
neanche bisogno che tu entri.
Quando arrivammo a destinazione e parcheggiai dietro la
Dodge, Peggy impallid di colpo.
- Va tutto bene, piccola - la rassicurai.
Scesi. Scese anche lei.
- Resta qui, tesoro. Non necessario che ci sia anche tu.
- No - ribatt lei. - Vengo.
- Be'... d'accordo.
Insieme ci avviammo lungo il vialetto. Dentro di me
sapevo che se Albert fosse stato in casa e mi avesse detto una
sola parola, l'avrei steso a calci.
La porta era aperta. Entrammo nel soggiorno.
- La signora Grady in casa? - sussurrai.
- Suppongo di s - rispose lei.
Attraversato il corridoio Peggy entr nella sua stanza e io
la seguii. Ma mentre si voltava per chiudere la porta, la udii
sussurrare: - Davie...
Seguii la direzione del suo sguardo verso la stanza di
Albert. Il mio cuore ebbe un sobbalzo.
C'era un corpo disteso per terra.
Mi slanciai verso la porta semiaperta, seguito da Peggy.
La signora Grady era accasciata sul pavimento, la faccia
esangue rivolta verso il soffitto. Nella mano destra stringeva
qualcosa. Non capivo cos'era, ma c'era del rosso sulla punta...
Poi d'improvviso il mio sguardo si pos sul letto.
Albert era l e ci guardava con gli occhi spalancati.
Non era pi di questo mondo. E solo allora riconobbi
l'arnese che la signora Grady teneva in mano.
Era un punteruolo da ghiaccio.
E aveva sfondato il cranio di Albert.
3
Il tenente Jones, della Omicidi, era un tipo schietto.
Portava occhiali dalla montatura di corno e aveva un
atteggiamento burbero.
La signora Grady stava fornendo la sua versione
dell'accaduto.
- Sono entrata per avvertirlo che la colazione era pronta
- disse. - L'ho trovato l con quel... quel coso nel... oh!
- Perch l'ha rimosso?
Scosse il capo, poi improvvisamente si volt e punt un
dito tremante verso Peggy.
- stata lei! - url, fuori di s. - Lo so, lo so che
stata lei!
Ero seduto vicino a Peggy sul grande divano a fiori, e non
avevo il coraggio di guardarla.
- Basta cos - disse Jones.
- Basta cos? Mio marito morto. stato ammazzato, lo
capisce? Ha intenzione di lasciarla andare come se niente
fosse?
- So che stato ammazzato, signora Grady. Stiamo
cercando di individuare il colpevole il pi in fretta possibile.
Vuole per favore darci una mano e smetterla di lanciare
accuse?
Lo guardavo inebetito, ascoltando il brusio delle voci
nella stanza di Albert, il crepitio soffocato dei flash e il
rumore di passi che andavano e venivano.
Continuavo a rivedere Albert steso l dentro, con il cranio
sfondato dal punteruolo... e tutto il resto. Pensare al resto era
quasi intollerabile. Chiunque avesse affondato il punteruolo
nel cranio di Albert gli aveva anche aperto un'enorme
squarcio sanguinolento sulla gola con il suo rasoio. Il taglio
era lungo, quasi l'intera circonferenza del collo. E profondo.
Era quasi come se...
Come se... e mi venne da vomitare.
- Signorina Lister? - disse Jones.
- S-s?
- Lei era fuori ieri notte?
- S.
- Mi diceva che aveva avuto dei problemi con lui.
Le sue parole mi fecero trasalire. Sembrava che cercasse
di eliminare tutti i fattori secondari per concentrarsi sul
cuore del problema.
- Lui era... - inizi Peggy, abbassando gli occhi. - Lui...
- Albert ha tentato di aggredirla ieri notte - dissi io.
- Bugie! - strill la signora Grady. - Era un uomo
buono e onesto, buono e onesto!
- Se non la smette -disse Jones - dovr chiederle di
lasciare questa stanza.
Lei ripiomb nel silenzio, piangendo disperatamente, le
spalle ossute scosse da violenti singhiozzi.
Di colpo mi pentii di non aver tenuto la bocca chiusa. Non
potevo impedirmi di pensare che avevo fornito a Peggy un
movente perfetto.
Jones si rivolse a lei: - vero?
Peggy cerc di rispondere, ma non ci riusc. Fece cenno di
s con il capo.
Jones riport lo sguardo su di me. - Allora - disse - di
cosa si tratta?
Gli dissi dei graffi sul volto di Albert. Gli dissi di Funland
e dell'aggressione che avevamo subto. Le mie parole erano
inframmezzate da lamenti e smentite soffocate da parte della
signora Grady. Non sapevo se lei dubitasse davvero di me
oppure no. Dopo tutto, continuavo a pensare, il punteruolo
era stato trovato nella sua mano. E di sicuro aveva un
movente.
- Lei lo ha visto? - domand Jones.
- Intende ieri notte?
- Intendo ieri notte.
- No, io...
- Perch no?
- Era buio pesto.
- Capisco - disse Jones, col tono con cui avrebbe detto
"Bene, passiamo al prossimo caso". Mi resi conto che avrebbe
potuto persino pensare che fossi stato io. L'amante geloso.
Abbassai lo sguardo.
Jones torn a concentrarsi su Peggy. - Quindi voi due
eravate insieme in quel momento?
- S - fece lei, a disagio.
- E pi tardi... - Jones consult il taccuino che aveva in
mano - ... lei andata a casa di Newton.
Peggy parve turbata. - Io...
- A che ora?
Mi intromisi: - Quando entrata nella mia stanza erano
pi o meno...
- Per favore, lasci rispondere la signorina... - Jones
consult di nuovo il taccuino - ... la signorina Lister.
- Erano all'incirca le due - disse Peggy.
- Perch ci and? - chiese il poliziotto.
- Perch avevo visto i graffi sulla faccia di Albert. Non
volevo...
- Bugie... bugie! - ripet la signora Grady. - Assassina!
La sua voce si spense in un rantolo soffocato quando due
uomini entrarono nella stanza con una lettiga su cui era
disteso un corpo avvolto in una coperta.
- Non potevate passare dal retro? - domand Jones
bruscamente.
- Il passaggio troppo stretto - rispose un agente,
seccato.
La signora Grady si alz. Aveva la faccia stravolta,
un'espressione feroce. - Vado con lui - dichiar. - Vado con
il mio uomo.
- Non serve a nulla - comment Jones a bassa voce.
- Vado, ho detto - ripet lei con voce stridula, e i suoi
occhi ebbero un lampo.
Jones la lasci andare. Scambi due parole con uno degli
agenti. Mentre parlava, io mi rivolsi a Peggy. - Non dirgli dei
tuoi problemi con gli uomini - sussurrai.
- Come?
Accennai con lo sguardo a Jones. - Ho detto - biascicai
- non accennare a quest'uomo dei tuoi problemi con gli
uomini. Servirebbe solo a...
Lei mi guardava con una strana espressione.
- Cosa le stava dicendo? - mi domand Jones.
- Niente - risposi d'impulso.
Il poliziotto mi fiss freddamente. - Silenzio - disse. Poi
torn a sedersi mentre la porta si chiudeva alle spalle della
signora Grady e del suo adorato marito.
- Come fa a essere sicura che la vittima fosse proprio
l'uomo che ha tentato di aggredirla? - chiese a Peggy.
- So come avevo ridotto la faccia di quell'uomo che... E
Albert era pieno di graffi. L'ha visto anche lei.
- Lo so - disse Jones. - Ha visto qualcun altro ieri
notte?
- Il mio... avvocato.
- Quando?
- Quando... quando siamo tornati da Venice.
- Gli ha parlato dell'aggressione?
- S.
- Quando ha parlato con il suo avvocato sospettava gi
che la vittima fosse l'uomo che l'aveva aggredita?
- In quel momento no. Pi tardi gli dissi che era stato il
signor Grady.
- Lo ha rivisto pi tardi?
- Gli ho telefonato prima di andare da... dal signor
Newton. - Abbass lo sguardo, imbarazzata.
Il signor Newton, pensai. Un omicidio rende tutto
stranamente impersonale.
Suon il campanello. Il tenente and ad aprire.
Era Jim. Entr e parl con Jones per qualche minuto, poi
Peggy and alla stazione di polizia insieme a lui e al
poliziotto. Io non fui invitato. Mentre salivano sull'auto della
polizia, Jim disse a Steig di seguirli.
Cercai di incrociare lo sguardo di Peggy mentre l'auto
partiva, ma lei gir dall'altra parte. Probabilmente perch le
avevo fatto capire che sospettavo di lei.
Osservai le due automobili che si allontanavano e mi
sentii triste, svuotato...
Quel pomeriggio stavo cercando di schiacciare un pisolino
nella mia stanza quando udii dei passi all'entrata. Guardai
fuori dalla finestra e vidi che si trattava di Jim.
Lo feci entrare e per prima cosa gli chiesi come stava
Peggy.
- Come vuoi che stia - rispose lui, sempre criptico.
- Che diavolo significa?
Si tolse il cappello e mi guard, impassibile.
- Se vuoi dirmi che stata Peggy a uccidere Albert,
risparmia il fiato. So che non stata lei - dissi.
- E come lo sai?
- Io... lo so.
- Non un granch come strategia difensiva, David. Hai
sempre avuto il vizio di pensare ad alta voce.
- E tu - replicai - quello di distruggere tutto ci che
incontri sulla tua strada.
Ebbe un lampo negli occhi, subito svanito. Sospir.
- A che pro? - disse. Frug nella tasca interna della
giacca ed estrasse un lussuoso portafoglio di pelle.
Mi porse qualcosa.
- Be', prendilo. - Fece una pausa calcolata. - Hai paura,
forse?
Allungai la mano, tremando visibilmente.
- Leggilo.
Il ritaglio risaliva a cinque anni prima. Cronaca di San
Francisco. C'era la foto di un uomo che non avevo mai visto.
E accanto, quella di Peggy.
Il titolo:
Studente militare accoltellato
La moglie incinta confessa
Quando Jim si fu allontanato con aria trionfante, corsi
alla mia auto e mi precipitai verso Wilshire ai limiti della
velocit consentita. Entrai senza bussare, fingendo di
ignorare il tremito da cui ero stato colto nel tornare in quella
casa.
Lei stava facendo la valigia, con un'espressione di
profonda tristezza.
- Peggy.
Mi lanci un breve sguardo e continu a darsi da fare,
aggirandosi per la stanza con movimenti rapidi e nervosi. La
osservai per un momento. E non riuscii in nessun modo ad
associare un omicidio a quelle mani.
Mi sedetti sul letto accanto alla valigia. - Peggy.
Nessuna risposta.
- Voglio che tu sappia perch non sono tornato prima.
- Non importa.
- Davvero?
- No.
- Ho visto Jim questo pomeriggio.
- Capisco - disse in tono gelido. Come se fosse una
donna che se ne infischiava di tutto, e non una ragazza timida
e spaurita, terrorizzata dal mondo e dai suoi molteplici
orrori.
Allungai una mano e la afferrai per un polso. Non mi
degn di alcuna reazione. Si limit a guardare fisso davanti a
s.
- Mi ha fatto vedere un ritaglio di giornale, Peggy -
dissi.
Abbass lo sguardo su di me.
- Raccontava di come hai ucciso tuo marito - continuai.
Ebbe un brivido, e sentii il suo polso afflosciarsi.
- Jim mi ha anche detto che ti mantieni grazie ai suoi
soldi, non agli alimenti - aggiunsi.
Desideravo con tutte le mie forze che lei mi insultasse,
che mi dicesse che erano tutte bugie. Ma non poteva. Non
disse nulla. Poi, alla fine, sussurr: - Lasciami.
- Solo quando mi avrai detto perch mi hai mentito. Su
tante cose.
- Non volevo dirtelo.
- Perch?
Lei si morse un labbro ed evit di guardarmi.
- Peggy, voglio la verit! Mi hai sentito?
Soffoc un singhiozzo.
- Ma che ragazza sei - dissi - tu che parli d'amore e
nello stesso tempo menti di continuo alla persona che dici di
amare? Che razza di egoista sei...
- Egoista!
Ritrasse bruscamente la mano.
- Egoista, s, sono egoista! Molto egoista! Sono stata
allevata da un padre che mi odiava. Che faceva di tutto per
rovinarmi la vita. Sono stata sballottata da una citt all'altra,
senza mai avere una casa. Solamente alberghi, motel e piccoli
appartamenti squallidi accanto alle basi della marina. I
ragazzi tentavano di mettermi le mani addosso. Gli uomini
pi anziani mi facevano proposte oscene. E come se non
bastasse ho sposato un animale che mi ha trascinato in una
vita di miseria e di disgusto. Disgusto, capisci? Un uomo che
mi ha messo incinta e poi ha cercato di costringermi ad
abortire! Un uomo che non aveva nessun rispetto per me. Ero
solo un pezzo di carne per lui. L'ho ammazzato e lo
ammazzerei ancora per quello che mi ha fatto! Ho... ho perso
il mio bambino per colpa sua. - Prese fiato, poi aggiunse: -
E adesso... adesso che per la prima volta ho trovato qualcosa
di buono... che cerco di aggrapparmi all'unica cosa bella che
abbia mai avuto nella mia vita... tu mi dici che sono egoista!
S! Sono egoista!
Mi dava le spalle. Tremava tutta e piangeva, cercando di
frenarsi. Ma non poteva impedire a tutta la disperazione che
aveva represso per anni di esplodere.
Senza far rumore mi alzai e mi avvicinai a lei. Feci per
metterle le mani sulle spalle, ma rinunciai. Non sapevo che
fare. Mi sentivo terribilmente in colpa. Sembrava esserci una
sola spiegazione. Jim aveva dipinto un quadro gi fosco a
tinte ancora pi fosche. Per i suoi scopi.
Pianse a lungo. Ci sedemmo sul letto e io continuai ad
asciugarle le lacrime con il mio fazzoletto. Dopo un po'
domandai: - E i soldi?
- Soldi?
- I soldi di Jim.
Mi guard con aria infelice. - Perch... che c' di male?
lui che vuole darmeli.
- Ma cos fa di te una mantenuta!
- Non mi ha mai toccato, Davie.
- una questione di principio, Peggy.
Mi guard, un po' spaventata.
- Peg?
- S, tesoro?
- Tu hai...?
- Cosa?
Rimasi in silenzio, poi alla fine dissi: - Se sei stata tu,
Peggy, io ti capisco, e ti star vicino. Io...
- Sarai fedele alla mia memoria?
- No, io...
- Non ho ucciso Albert.
Mi ci aggrappai. Mi tenni stretto a quella frase e fu come
un tonico, un momento di benessere e di tranquillit dopo
una febbre violenta.
- Ti credo - dissi.
Quel pomeriggio portammo tutte le sue cose nella nuova
abitazione, e io cercai di convincerla a parlare di Jim alla
polizia. Peggy rifiut, con la sua logica infantile. Allora le
suggerii almeno di rinfacciare a Jim le sue bugie, ma lei si
rifiut di fare anche quello. Non era leale, disse.
Cos andai da solo a trovare Jim. Non lo trovai, ma trovai
qualcun altro.
Audrey.
Mi butt le braccia al collo. Indossava un pigiama di seta
nero, trasparente, e nient'altro. Sentii il suo corpo morbido
che aderiva al mio.
- Diamoci un bacio, Dave.
Premette le sue labbra sulle mie, e avvertii una certa
tensione in lei. Il modo in cui si stringeva a me non era
normale.
Il sospetto fu confermato dall'inequivocabile odore di
whisky che emanava dal suo alito.
Fu uno shock. Audrey non aveva mai bevuto al college. Si
limitava a seguire Jim dappertutto, sopportando il suo
atteggiamento indifferente, facendo tesoro delle briciole
d'affetto che lui le regalava.
- Accidenti, Dave, bello rivederti - disse.
- Fa piacere anche a me, Audrey.
Si stacc da me, ma continu a tenermi le piccole mani
sulle spalle.
- Fatti guardare - disse. - Oh, s. Sei un po' ingrassato.
Sono i soldi? O la birra?
Ridacchiai e le diedi un bacio sulla guancia.
- Audrey, Audrey - dissi - che trasformazione! Ti
ricordavo con le scarpe da collegiale e senza trucco, e ti
ritrovo con una nuova pettinatura, un abbigliamento sexy e...
ehm...
- E un bicchiere in mano?
Lasciai cadere il discorso.
- Entra - disse lei - facciamo due chiacchiere. Mi sento
sola.
- Jim in casa? - domandai mentre lei mi precedeva nel
soggiorno, enorme e vuoto in quel momento.
- al lavoro - rispose.
Capii al volo. Troppo disinvolta, troppo immediata, la
risposta le era affiorata alle labbra troppo facilmente. E
questo mi fece capire che c'erano state tante notti in cui
Audrey era rimasta a casa mentre Jim usciva per "lavoro". Il
vecchio modo di dire americano per indicare un tradimento.
S, tornava tutto. Gi al college se ne intuivano le premesse.
Mi sedetti, e Audrey prepar due drink, forti e
abbondanti. Scol il suo rapidamente e se ne vers un altro.
Chiacchierammo un po'. Non fu molto piacevole.
- Talvolta mi viene voglia di urlare - confess, a un
certo punto.
Pensai a Peggy. - Anche a me - dissi.
Poi mi alzai. - meglio che vada. - Prima di fare
qualcosa di sbagliato, pensai, ma non lo dissi.
- Addio, Aud...
Mi interruppi quando vidi il suo sguardo. Un respiro
affannoso la scuoteva in tutte le membra. Sembrava che
qualcosa in lei stesse per esplodere.
- Mi viene voglia di urlare - ripet.
- Urla - dissi.
Di colpo afferr le mie braccia e mi premette la bocca
aperta sul petto. Sentii il suo grido soffocato penetrarmi nella
carne. And avanti finch ebbe fiato, poi sollev il volto
paonazzo e mi fiss, ansimante.
- Ecco - disse, con la voce rotta. - Di solito uso un
cuscino. Grazie per l'aiuto.
Si allontan, e io la seguii fuori dalla stanza. Ci
fermammo davanti alla porta.
- Non mi dai il bacio della buonanotte? - domand.
Si alz sulla punta dei piedi e mi mise le braccia al collo.
Mi sfior la bocca con le sue labbra calde, poi sorrise e mi
accarezz la guancia.
- Sei dolce - disse. - Se avessi... - Scroll le spalle. -
Che importa, ormai?
- Addio, Audrey.
- Addio, tesoro.
Uscii e risalii in auto. Rimasi seduto per un bel pezzo a
fissare il parabrezza, rimproverandomi di non essere rimasto
con Peggy.
Poi, mentre accendevo il motore, una luce filtr
dall'ingresso riversandosi sull'auto.
- Dave!
Alzai lo sguardo e vidi Audrey che scendeva i gradini di
corsa. Si era infilata un lungo impermeabile nero con il
cappuccio calato sulla testa. Sulla soglia una cameriera la
guard allontanarsi, poi alz le spalle e chiuse la porta.
Audrey raggiunse di corsa la macchina, apr la portiera e
si infil dentro.
- Ti secca dare un passaggio in citt a una ragazza?
- D'accordo - risposi, preso alla sprovvista.
Quando fummo sulla Pacific Coast Highway le chiesi dove
volesse andare.
- Santa Monica - disse.
- Non sei vestita in modo adeguato per una serata
mondana - osservai.
- Nel posto in cui vado - disse - nessuno ci far caso.
- E cio dove?
- Tu lasciami in centro - disse, eludendo la mia
domanda. - Non vado in un posto in particolare.
Probabilmente me ne andr al cinema.
- Oh.
Guidai in silenzio per un po'. Audrey guardava il nastro
grigio della strada srotolarsi sotto i fari dell'auto. Il suo volto
era privo di espressione.
- Puoi farmi scendere qui - disse Audrey all'incrocio di
Wilshire Boulevard con la Terza.
- Ti porto in centro.
- Non necessario.
Rallentai all'incrocio con Santa Monica Boulevard.
- Qui va bene - fece Audrey.
Proseguii. Arrivai fino a Broadway. L arrestai la
macchina e lei si volt a guardarmi.
- Non sono molto furba, vero? - disse.
Broadway la strada dei bar.
- Vieni con me - le dissi. - Ti faccio conoscere la mia
ragazza.
- Oh, tu hai una ragazza?
- Vieni. Chiudi lo sportello.
- No.
- Peggy ti piacer - aggiunsi.
E dall'espressione dei suoi occhi mi resi conto
improvvisamente che era il marito di Audrey l'uomo che
voleva sposare Peggy. E capii che, contrariamente a quel che
aveva detto Jim, sua moglie non sarebbe stata "d'accordo".
Audrey rabbrivid e smont dall'auto.
- Ciao - disse frettolosamente, e richiuse lo sportello.
- Audrey...
Stava gi voltando l'angolo. Misi in moto e la seguii. La
vidi entrare al Bamboo Grill.
Andai da Peggy e trovai un biglietto sulla porta.
Davie, venuto Jim. Ha detto che dobbiamo discutere
della mia situazione legale. Volevo aspettarti, ma lui ha
detto che molto importante. Dopo tutto, Davie, io ho
bisogno di un avvocato e non conosco nessun altro e poi lui
non vuole essere pagato. Mi dispiace, ma credo sia meglio
che vada. Per favore chiamami domani mattina. Peg.
Situazione legale. Dubitavo che fosse quello l'argomento
della loro conversazione. Le stava raccontando altre bugie.
Ero imbestialito. Le avevo detto che sarei tornato subito.
Avrebbe potuto aspettarmi. Dopo tutte le tensioni che c'erano
state tra di noi... e ora questo.
Mi fermai accanto all'auto, furibondo, deciso a renderle
la pariglia. Ero nauseato da tutto quanto. Volevo scriverle un
biglietto per dirle che era finita. Volevo farle del male. Ma
sapevo di non averne il diritto.
E tuttavia non avevo voglia di tornare a casa.
Audrey. Gi in citt, da sola, la mia vecchia amica
Audrey.
Salii in macchina e tornai al Bamboo Grill. Non era l, e
non era neanche negli altri quattro bar in cui la cercai. Ma
ordinai da bere in ciascuno di essi.
Nel quinto decisi di lasciar perdere. Trovai un tavolo e
ordinai un altro bourbon con acqua. Ne avevo bevuto met
quando apparve lei. Piovuta dal cielo. Cio, dalla toilette
delle signore.
Persino cos infagottata e trasandata, Audrey era fuori
posto in un locale come quello.
Quando mi pass accanto le dissi: - Posso offrirti da
bere, bambola?
Stava per reagire, poi vide che ero io e mi sorrise.
- Davie!
Si sedette di fronte a me. Aveva ancora l'impermeabile
addosso.
- Da dove sbuchi? - domand.
- Sono piovuto dal cielo - risposi.
- Io vengo dalla toilette.
- Mi permetti di offrirti uno Chantilly gigante?
- Credevo che fosse un merletto.
- E chi lo sa? Diamoci alla pazza gioia. Se un merletto,
ce lo beviamo lo stesso.
Bevemmo parecchio. Il tempo sembrava volare, e io mi
ritrovai seduto al suo fianco anzich di fronte a lei,
perfettamente cosciente della mia ubriachezza, ormai privo di
equilibrio, ma con una sensazione di incredibile lucidit,
come se la mia mente annebbiata brillasse come una gemma.
Verso mezzanotte, ricordo che posai la mia bocca sulla
sua e sentii risvegliarsi tutto il mio istinto animale. Ma non
mi importava. Lei non fece alcun tentativo di bloccare il mio
approccio.
In qualche modo ci ritrovammo nella mia auto a
percorrere Lincoln Boulevard, diretti a Wilshire. Questo me
lo ricordo. Parcheggiammo, uscimmo dall'auto ed entrammo
nella mia stanza. Nell'oscurit ci muovevamo a tentoni, come
in un sogno. Le tolsi l'impermeabile e lasciai che tutto ci in
cui credevo fosse spazzato via dall'ondata di desiderio
selvaggio che mi aveva invaso.
Era buio. Lei mi stava aspettando, in quella fredda
oscurit.
Fu allora che un'auto sbuc lentamente dal vialetto
accanto alla casa, rischiarando il volto di Audrey.
La guardai. Era stravolta. La luce di quei fari fu come un
lampo rivelatore su quel viso privo di espressione.
Le sue guance erano rigate di lacrime.
- Audrey - dissi con voce rotta. Un'improvvisa
sensazione di gelo si impadron di me, paralizzandomi.
Rimasi immobile, scosso da un brivido. Poi sollevai le
lenzuola e la coprii. Senza dire una parola, mi chinai e le
diedi un bacio sulla fronte.
Non avevo il coraggio di parlare. Ma quando feci per
allontanarmi lei mi mise le braccia intorno al collo.
- Mi dispiace - sussurr. - Ho cercato di convincermi
che era giusto. Ma...
Per poco non caddi gi dalla poltrona per lo spavento
quando sentii bussare alla porta. Un rumore forte, violento.
Balzai in piedi, tendendo la schiena e il collo intorpiditi.
Il cuore mi batteva all'impazzata, la testa mi faceva male.
Di colpo mi venne in mente Audrey e rimasi senza fiato.
Il mio sguardo si pos rapidamente sulla sua sagoma scura.
Non sapevo che fare. In piedi, tutto tremante, continuavo
fissare stupidamente il letto, poi la porta. Con un sussulto
sentii Audrey agitarsi nervosamente. Gemette e si gir su un
fianco. Ero come paralizzato. Riuscivo solo a pensare a Peggy
fuori dalla porta. Le mie pretese di innocenza non avrebbero
avuto alcun effetto su di lei.
Andai alla porta.
- Che succede? - domand Audrey spaventata e ancora
insonnolita, alzandosi su un gomito.
- Shhh! - sussurrai, in preda all'ansia.
Feci appena in tempo a tirarmi indietro che la porta si
apr con un violento scossone e vidi una figura sulla soglia,
illuminata dalle luci del corridoio. Una figura alta, massiccia,
muscolosa.
Steig.
Entr e accese l'interruttore.
Non so cosa provai in quei primi istanti. Vergogna, paura,
rabbia. Ma lo aggredii.
- Fuori di qui! - gridai.
Le mie parole furono troncate a met da un destro
micidiale di Steig che mi raggiunse allo stomaco, facendomi
piegare in due.
La notte intera mi cal addosso. Chino in avanti, cercai di
riprendere fiato. Il pavimento mi ballava davanti agli occhi.
Un altro pugno alla tempia mi colp come un maglio e mi
sped contro il tavolo facendomi crollare a terra insieme a
tutto quel che c'era sopra.
- Smettila! - url Audrey. - Smettila, Steig!
Fui rimesso in piedi, e un nuovo macigno mi si abbatt
sul viso. Sentii il sangue caldo che mi colava gi dal naso e un
dolore lancinante alla testa.
- Tu sta' fuori! - ringhi Steig. - Sta' fuori!
Penso che avrebbe finito per ammazzarmi se Audrey non
fosse saltata su e non gli avesse bloccato il braccio. Lei era la
moglie di Vaughan, del signor Vaughan. Non poteva rischiare
di farle del male.
Fu costretto a lasciarmi andare. E lo fece
scaraventandomi dalla parte opposta della stanza. Andai a
sbattere contro il pannello che separava l'angolo cottura e
scivolai a terra accartocciandomi sul tappetino.
Sentivo Audrey che strillava: - Lasciami! - ma non
potevo far niente. Ero annientato. Stavo precipitando in un
abisso scuro in cui c'era solo dolore... dolore... dolore...
4
Per un paio di giorni mi sentii da cane.
Poi andai da Peggy. Era in casa, e c'era anche Dennis. Ed
ebbe inizio un altro orribile pomeriggio. Dennis era di umore
schifoso e mise in chiaro che stava dietro a Peggy e non
voleva che io la vedessi. Tra una cosa e l'altra finimmo per
venire alle mani. Sfogai su Dennis tutta la rabbia che avevo
accumulato contro Steig e a termine dello scontro lo lasciai
pesto e sanguinante.
Mentre si lui si rialzava a fatica, Peggy annunci che
sarebbe stato "carino" se avessi accompagnato Dennis a casa.
Molto carino.
Accompagnai Dennis a casa.
Il giorno seguente, Peggy venne a dirmi che Jim voleva
invitarci a cena fuori e poi al Bowl per un concerto.
Invitarci?
Certo, disse lei. Noi due. Peggy e io.
- Sono sicuro che sar una serata deliziosa per tutti e tre
- commentai...
A cena, una delle prime cose che disse Jim fu: - David,
vorrei scusarmi sinceramente con te per il terribile sbaglio
commesso da Steig l'altra notte. Credo che sia saltato subito a
conclusioni ingiustificate.
Scroll le spalle, recitando a meraviglia la parte della
persona mortificata.
- Steig si preso una bella punizione - continu, con un
tono severo da maestro di scuola.
- E quale? - domandai. - Gli hai portato via i suoi
ragnetti preferiti?
Sorrise. Un sorriso perfettamente calibrato. Una sapiente
mistura di divertimento e distacco. Come se dicesse a Peggy:
lo vedi, mia cara, te l'avevo detto che questo zoticone
incapace di comportarsi in maniera civile.
Bevvi parecchio durante la cena. Non so cosa mi avesse
preso. Probabilmente sono un po' immaturo. Non riuscivo a
prendere la serata dal verso giusto. Non potevo battere Jim
sul suo terreno, in un gioco di cui lui stesso aveva definito le
regole. Fin dall'inizio avevo la sensazione di essermi fatto
incastrare come un idiota.
Il risultato fu che bevvi e mi comportai come un bambino
per tutta la sera.
Al Bowl mi feci subito notare scivolando gi dalla sedia.
Dopo andammo al Mocambo. Tutto ci che ricordo sono
le risate della gente, il fumo delle sigarette e un unico ballo
con Peggy, che evitava di guardarmi negli occhi.
Continuavo a bere. Vedevo la stanza che mi girava
intorno. Non sentivo pi il gusto dei drink. Erano pure
iniezioni di alcool. Anche Peggy ne bevve qualcuno, e cos
Jim.
A un certo punto ci alzammo. Un fascio di banconote di
grosso taglio venne fuori ondeggiando dal portafoglio di Jim,
come una folla di fedeli da un santuario. Barcollai, sul punto
di cadere. Jim mi prese un gomito e mi guid.
- Andiamo! - esclamai, con voce stentorea. Un vero
duro. Com'era quel vecchio ritornello? Oh, quel povero idiota
di Davie!
Fuori in strada, finalmente, reagii. Sentii una calma
improvvisa dentro di me. Un desiderio di liberarsi di tutto e
di tutti, per sempre.
- Buonanotte - dissi in tono disinvolto mentre Jim
aiutava Peggy a salire in macchina, e mi avviai.
- Davie.
La voce di Peggy era pi irritata che preoccupata. Non le
badai e mi incamminai rapidamente verso Sunset Boulevard.
Fu un errore, come scoprii pi tardi.
Non mi seguirono. Jim riusc a dissuaderla, immagino. E
lei era abbastanza arrabbiata da accettare.
Non so per quanto tempo vagabondai. La notte avanzava,
e io con lei. Tutto mi vorticava attorno, fu per pura fortuna
che non mi feci stirare da una macchina. Andai a sbattere
contro una coppia che mi parve piuttosto disgustata. Cercai di
entrare in una Ford del 1940 che apparteneva a qualcun altro,
convinto che fosse la mia.
Non ricordo proprio tutto. Ma ricordo che mi fermai in un
chioschetto a bere caff e a discutere di religione con il
proprietario. Ricordo che mi sedetti sul bordo del
marciapiede ad accarezzare un collie tanto paziente da
sopportare il mio alito da alcolizzato e il mio borbottio
soporifero. Ricordo che mi sdraiai supino nel giardino di
qualcuno a guardare le stelle, canticchiando tra me e me una
versione purgata di Nagasaki con variazioni sui versi che
parlavano della bomba atomica.
Poi, finalmente, in qualche modo traverso ritrovai la
strada per Wilshire Boulevard e salii su un autobus rosso.
Scesi in Western Avenue, recuperai la macchina dove l'avevo
lasciata e tornai alla mia stanza.
Ricordo la chiave nella serratura, la porta che si apre. Il
mio brancolare da ubriaco alla ricerca dell'interruttore, una
luce che si accende.
Un respiro profondo. Una stretta al cuore.
C'era Dennis sul mio letto.
E nel suo cranio, un punteruolo da ghiaccio.
5
Non so per quanto tempo rimasi l a fissarlo. Poi mi
guardai le mani tremanti e di colpo fui perfettamente lucido.
Dennis, morto.
Chi? Superato in parte lo shock iniziale, fui finalmente in
grado di pormi quella domanda. Chi era l'assassino? Ancora
un punteruolo.
Peggy era rimasta fuori con Jim. Ma a che ora era tornata
a casa? Mi scrollai e mi precipitai fuori dalla stanza. Saltai in
macchina e accesi il motore.
Poi lo spensi e tornai indietro di corsa. Cercai di non
guardare quegli occhi vitrei e sbarrati, quella grande macchia
di sangue sul mio cuscino. Tirai su il copriletto azzurro per
coprirgli il corpo, il viso. Poi spensi la luce e tornai alla mia
auto.
Fu un errore. Ma quando mai ci si comporta nel modo
giusto quando si completamente sconvolti?
Svoltai all'angolo con la Quindicesima e raggiunsi la casa
di Peggy. Vidi una luce accesa nel suo salotto mentre
attraversavo il prato.
Era sola, seduta in vestaglia a leggere un libro. Mi ero
dimenticato della notte appena trascorsa. Riuscivo a pensare
solo a Dennis.
Bussai.
- Piccola, da quanto tempo sei qui? - le chiesi
precipitosamente non appena mi apr.
- Che cosa...
-Da quanto tempo, Peggy? - ripetei, afferrandola per le
spalle.
Lei si divincol e mi diede uno schiaffo.
- Toglimi le mani di dosso! - url, furiosa.
Tremava, il petto scosso da un respiro affannoso.
- Dennis nella mia stanza - dissi.
- Cosa c'entra questo con...
- morto.
Mi fiss. - Che stai dicendo?
- Ha un punteruolo da ghiaccio nel cranio - dissi
lentamente, e vidi il suo viso cambiare aspetto e assumere
un'espressione smarrita. Apr la bocca, fece qualche passo
indietro e croll sul divano, fissando la parete di fronte.
- Lui ...?
Non dissi nulla.
- Dennis?
- S, Dennis. Da quanto tempo sei tornata?
- Io... non so. Qualche ora, credo.
- Pensaci!
- Era... mi ricordo che ho guardato l'orologio. Stavamo
svoltando all'angolo con Wilshire Boulevard, credo. S, noi...
- A che ora?
- Mezzanotte e trentacinque. No, quarantacinque.
Guardai il mio orologio. Erano le quattro passate.
- Jim si fermato qui? - domandai.
- Un po' - rispose.
- Quanto?
- Oh... venti minuti.
Di colpo si gett nelle mie braccia, piangendo. Le sue dita
si aggrappavano forte a me.
- Davie, Davie, che sta succedendo?
- Va tutto bene - dissi - so che non sei stata tu.
Sussult, come se l'avessi schiaffeggiata.
- Io? - disse. - Credevi che l'avessi ucciso io!
Si stacc da me.
- Vattene! Va' via di qui!
- Peggy, ascoltami.
- No, non voglio ascoltarti - replic. - Ne ho
abbastanza di te. Sei sempre diffidente, aggressivo.
Mi guard adirata, le mani contratte.
- Ascolta, Peggy - dissi - lasciamo da parte l'orgoglio in
questo momento. Ci sono stati due omicidi in questa
settimana. Mi sembra un po' pi importante del tuo amor
proprio, non credi?
Lei distolse lo sguardo. - Non lo so. So solo che sono
stanca di tutto. Sono stanca. Non riuscir mai a essere felice.
- Ti lascio sola allora. Puoi andare a dormire. Ma ti
consiglio di chiamare Jim. meglio che verifichi se ti ha
procurato un alibi.
Lei mi guard, ma io uscii, ripresi la macchina e tornai
verso casa mia. Pensavo di andare a piedi al distributore di
benzina per telefonare a Jones.
Non mi accorsi della grossa auto mentre parcheggiavo.
Non mi accorgevo di nulla, ero talmente sconvolto.
Ma trovai due uomini in borghese ad aspettarmi. - Sono
lieto che abbia avuto il buon senso di tornare indietro - disse
Jones.
Il cadavere era sparito. Jones e io eravamo seduti nella
stanza.
- Cos, questa la sua versione - disse lui.
- facile da verificare. Chieda a Peggy Lister. Chieda a
Jim Vaughan. Ero con loro.
- Ma per un lungo lasso di tempo non stato con loro.
- Ho visto delle altre persone.
- Controlleremo con Vaughan, prima di tutto.
- Lei davvero convinto che io stia mentendo?
Alz le spalle. - Il punteruolo proviene dal suo cassetto.
- Lei... lei crede veramente che sia stato io?
Alz nuovamente le spalle. - Almeno per il momento.
- Sta dicendo sul serio? Per l'amor di Dio, perch sarei
tornato qui, se fossi stato io?
- Venga.
- Le ho detto che stavo per telefonarle!
- Vuol venire o no?
- Ascolti...
- Andiamo, figliolo. Prenda i suoi effetti personali e
usciamo di qui.
Fu cos che trascorsi la mia prima notte in galera, steso
su una branda in una cella, a fissare il muro. Ascoltando un
ubriaco che cantava canzoni della sua giovinezza.
Il mattino dopo mi condussero nell'ufficio di Jones.
Restai in attesa, nervoso, mentre lui esaminava alcuni
documenti. Osservai le sue mani sottili dalle vene bluastre
sfogliare le carte. Guardai la sua faccia magra, i suoi occhi
scuri.
Infine lui pos lo sguardo su di me.
- Cos lei era con Vaughan - disse.
- quel che le ho detto. Avete parlato con lui?
- S.
- Ebbene...?
Continuava a guardarmi e a non rispondere, e
all'improvviso mi sentii mancare il terreno sotto i piedi.
- Oh, no! - dissi.
Mi guard senza dire una parola. Fece cenno di s.
- Ma pazzesco! Cio, davvero lui ha detto che non era
con me ieri notte?
- Ha detto proprio cos.
- Be', sta mentendo, dannazione! Non evidente?
Scosse il capo.
Le mie mani si misero a tremare. - Avete chiesto a
Peggy?
- S.
Fu come un pugno nello stomaco. Mi sembrava di
impazzire.
- Mi faccia capire - dissi. - Peggy sostiene che non ero
con loro ieri notte?
- Per quanto tempo ha intenzione di insistere con questa
versione? - chiese Jones.
- Lei sa che a volte le persone mentono?
- S, l'ho sentito dire - rispose, lo sguardo puntato su di
me.
- Peggy - mormorai. - Peggy. Ha mentito su di me. Non
possibile. Non... non capisco.
- Mi racconti quello che successo ieri notte.
- Ma gliel'ho gi detto.
- Me lo dica un'altra volta.
Lo feci. Alla fine lui mi rivolse uno sguardo penetrante.
- Cos stanno le cose, dunque?
- Gi, proprio cos. Perch dovrei mentire?
- Per salvarsi la pelle.
- Mi ascolti, Jones - dissi. - Lei sta prendendo per
buona la versione di quel farabutto coi capelli rossi che sta
solo cercando di liberarsi di me, cos come ha sempre fatto
con tutti.
Mi fiss a lungo, finch non cominciai a innervosirmi.
- Non so se lei stia dicendo la verit oppure no - disse
infine. - Sono propenso a crederle. Non credo che lei abbia
potuto inventarsi su due piedi tante bugie cos facilmente
verificabili, e poi confermarle. Ma... a meno che uno di quei
due non cambi la sua versione, non posso fare granch.
Quello che lei mi dice potrebbe essere falso.
Fui ricondotto in cella.
Passai la mattinata a leggere il giornale. La storia era in
prima pagina. Non c'era una mia foto, solo un'immagine del
posto in cui abitavo. La proprietaria non mi sarebbe stata
molto grata per questo. Ora la sua casa avrebbe avuto una
pessima reputazione...
A mezzogiorno un poliziotto apr la mia cella e mi fece un
cenno col capo.
- Prendi la tua roba - disse.
Uscii e mi trovai di fronte Steig. Fui l l per esplodere e
rifiutare la cauzione, ma poi decisi diversamente.
Mentre uscivamo Steig disse: - Il signor Vaughan vuole
vederti.
- Io non voglio vedere lui.
- Tu va con me - ribad, imperiosamente.
- Stammi a sentire, bestione - feci, troppo arrabbiato
per avere paura. - Io non va con te. Se vuoi provare a
convincermi, fa' pure. Ti spacco la faccia.
Girai sui tacchi e me ne andai.
Steig fu troppo stupito della mia aggressivit per reagire.
Si limit a guardarmi, mentre mi allontanavo...
Trovai Peggy in salotto. Entrai senza bussare e lei
sussult vedendomi arrivare.
- D'accordo - dissi - parliamone.
Lei si alz, e io l'afferrai per un polso.
- Allora?
- Mi fai male!
- Anche tu mi fai male! - replicai. - Non ti importa
proprio nulla di vedermi finire sulla forca per omicidio?
Ne avevo viste di facce sbigottite nella mia vita. Ma quella
di Peggy le batteva tutte.
- Ma lui mi ha detto che... - abbozz.
- Chi? Vaughan? Cosa ti ha detto? Che non avevano
prove contro di me?
- Io... s.
- Be', io sono l'unico indiziato. Chi diavolo credi che
sospettino? Dracula?
- Non capisco, Davie...
- Ci avrei scommesso - dissi. - Ascolta, Peggy, forse
non ti rendi conto di quello che sta succedendo. Ci sono stati
due omicidi, due!
- Ma tu non hai...
- Io lo so e tu lo sai e Jim lo sa. Ma se nessuno di voi due
dice la verit, chi creder a me?
- Io... - Si pass una mano sulla guancia.
- Cosa ti ha detto? Avanti, mettiamo le carte in tavola.
Davvero ti ha detto che non sarei stato sospettato?
- S. Mi ha detto che loro... non avevano nessuna prova
contro di te. E quindi era meglio che noi non venissimo
coinvolti. Cio, che io non venissi coinvolta.
- Un uomo morto nella mia stanza con un punteruolo
preso dal cassetto della mia cucina, e io non dovrei essere
sospettato! Avanti, Peggy, che ti prende? La tua ingenuit
quasi criminale.
- Lo so. Ma lui... - Scosse la testa. - Ha detto che era
meglio per noi.
- E tu ti sei semplicemente... fidata delle sue parole.
- Be'...
- Peggy, quando comincerai a pensare con la tua testa?
Mi guard con aria di sfida per un istante, poi abbass gli
occhi.
- Cosa ti ha detto esattamente? - domandai.
La sua voce era sconsolata. - Ha detto che avrebbe
riaperto il mio vecchio caso. Che sarei stata condannata a
morte per quello.
- Non puoi essere processata due volte per lo stesso
reato!
- Lui ha detto che...
- Lui ha detto, lui ha detto! Cos', un oracolo, forse? Non
hai un minimo di cervello?
- La mia vita nelle sue mani - mormor.
Il solo pensiero era intollerabile.
- No - replicai. - Non ha nessun potere su di te. Ti
preoccupi pi di lui che di me?
- Davie...
- Che razza di sentimento provi per me, allora?
- Ti prego, Davie.
- Ascolta - dissi, incredulo. - Questa una cosa seria.
- Avevo paura...
- Paura. Anch'io ho paura, Peggy. Jim ha detto che mi
avrebbe sistemato in un modo o nell'altro.
- Jim non pu avere ucciso suo fratello.
- Jim ucciderebbe anche sua madre se gli facesse
comodo.
- No.
- Gli fa comodo togliermi di mezzo. E ci riuscir, se tu
continui a raccontare bugie su di me.
Lei mi rivolse uno sguardo assente, poi annu.
- Va bene - disse a bassa voce. - Questo pomeriggio
andr dal tenente Jones e gli dir che tu eri con noi.
Mi rilassai. Non mi capitava spesso, in quei giorni.
Sapevo che avrei dovuto cominciare a preoccuparmi di quel
che avrebbe fatto Jones, vedendo che Peggy cambiava
versione nel corso delle indagini. Era gi stata condannata
per omicidio una volta, ed era di nuovo sospettata per lo
stesso reato.
- Grazie - dissi. - Ora devo andare.
Cominciavo a presagire la fine della nostra relazione. Non
vedevo come potesse sopravvivere a tutto questo. Anche se io
amavo Peggy. Ma bisogna ammetterlo: non basta, se manca
qualcos'altro.
6
Mi sbagliavo. Diversi giorni dopo il funerale di Dennis,
Peggy e io raggiungemmo un'intesa. Lei accett di sposarmi.
Stavamo tornando a casa sua dopo una scampagnata nei
boschi. Ero riuscito a placare tutta la sua repulsione nei
confronti degli uomini, persino lo squallido, orribile fatto che
anni prima suo padre aveva... mi rifiutavo di pensarci. Ora il
mio amore stava per sposarmi. Non c'era spazio per altri
pensieri nella mia mente.
Quando entrammo in casa di Peggy, trovammo Jim seduto
sul divano. Era vestito in modo informale, giacca di pelle
scamosciata marrone e una camicia sportiva a piccoli disegni
fantasia.
- tutto il giorno che ti cerco, Peggy - disse con tono
deciso. Non mi degn neanche di uno sguardo.
- Jim - intervenni.
- Ti prego di vestirti il pi in fretta possibile - continu
lui, rivolto a Peggy. - Siamo invitati a un barbecue nella casa
al mare di Lamar Brandeis. Siamo gi in ritardo. Non carino
far tardi alla festa di un produttore.
Mantenni la calma. Fra poco la mannaia si sarebbe
abbattuta sulla sua testa. Guardai Peggy.
- Jim, io... - inizi lei.
- Peggy, vorrei che ti sbrigassi.
Lei fece un respiro profondo.
- Non posso, Jim.
Lui inarc le sopracciglia, e fui tentato di applaudire
quella magnifica esibizione di mimica facciale.
Jim la fissava con aria severa.
- E perch, se lecito? - disse, continuando a
ignorarmi.
- Jim, io...
Non riusc a concludere. Sembrava paralizzata da quegli
occhi grigio-azzurri che la fissavano inquisitori, arroganti,
quasi ipnotici.
- Peggy resta qui - dissi.
- Non sto parlando con te!
Stava perdendo le staffe, finalmente! E proprio davanti a
Peggy. Ne fui quasi deliziato. Finalmente rivelava il suo
essere spregevole, che per troppo tempo le aveva nascosto.
- Senti tu, imbecille presuntuoso... - cominciai.
- Davie - implor lei. Tacqui, e lei fiss Jim
mordicchiandosi il labbro, imbarazzata.
- Jim...
- Allora, che cosa c', Peggy?
- Jim, Davie e io abbiamo deciso di sposarci. - Parl a
bassa voce, con un tono a met tra la sfida e la consueta
timidezza.
Il corpo di Jim Vaughan si contrasse, ebbe una specie di
cedimento, come un muro che sta per crollare. La guard e
per la prima volta in tanti anni che lo conoscevo rimase senza
parole. Finalmente qualcuno lo aveva ferito profondamente.
E improvvisamente mi resi conto che Jim era nella stessa
condizione di Peggy e Audrey. Di tutti noi, in un certo senso.
Aveva un disperato bisogno di amore sincero, e non ne aveva
mai ricevuto. E ora rischiava di esserne distrutto, perch la
corazza che lo proteggeva cominciava a incrinarsi.
- Non vero - disse.
Lei annu. - S. vero.
Jim sembrava svuotato. Reag con uno sforzo di volont e
riusc a produrre un lieve sorriso.
- Ah s? E gli hai gi raccontato di come hai ammazzato
Albert? Sar felice di...
- Le tue bugie non funzionano pi - lo interruppi.
- Bugie?
- Io so chi ha ucciso Albert. E Dennis. So dei tuoi litigi
con lui. So che era pazzo di Peggy e che non voleva starti a
sentire quando gli intimavi di starle lontano. Lo hai ucciso tu!
Jim and alla porta, poi si volt verso di noi con
un'espressione glaciale. Il suo sguardo si pos su di me come
la benedizione di un cobra.
- Allora forse sai anche come fare a vivere abbastanza da
sposare Peggy.
Lei trattenne il fiato. - Jim! Non vorrai...
Per un attimo il volto di Jim perse ogni controllo e il suo
sguardo fu quello di un animale, pieno di odio e di
frustrazione. Fu terribile.
- Farei qualunque cosa per te - disse. - Ho mentito, ho
imbrogliato per te. Ho ucciso per te. E adesso...
Continuava a parlare, ma io non lo ascoltavo pi, travolto
da un'improvvisa esplosione di gioia.
Aveva confessato! Peggy era libera. Ferita nell'anima,
spaventata... ma libera.
La cinsi con un braccio. - Lascialo perdere. Non devi
discutere con lui. Guardalo, Peggy. finito.
Nel pronunciare queste parole sentii un vuoto allo
stomaco, perch mi resi conto che da quel momento in poi la
mia vita era in pericolo. Qualunque possibile amicizia fra noi
era stata spazzata via definitivamente.
Lo sguardo di Jim era freddo, omicida.
- da molto tempo che ti detesto - disse - e ora far in
modo di non averti pi fra i piedi.
Mi irrigidii istintivamente, quasi temendo che si mettesse
una mano in tasca e tirasse fuori una pistola. O un punteruolo
da ghiaccio, sugger la mia immaginazione.
Ma avrei dovuto saperlo. Non era questo il suo modo di
agire. Una volta l'avevo visto rifiutarsi di pulire il pavimento
della sua stanza al pensionato universitario. Avrebbe sempre
trovato qualcuno che facesse il lavoro sporco per lui. E
l'omicidio era un lavoro sporco.
Si limit ad aprire la porta.
- Buonanotte - disse con tutta la disinvoltura che i suoi
nervi scossi gli consentirono.
Poi chiuse la porta con calma e lo sentimmo camminare
sul sentiero, senza fretta, recitando la sua parte sino in fondo
come se cercasse di ingannare persino se stesso con quella
apparente tranquillit. Restammo in silenzio finch il rumore
dei suoi passi non si spense.
Le mani di Peggy tremavano.
- Non sapevo che fosse cos - disse, terrorizzata. - Non
avevo mai neanche sospettato che lui fosse cos.
- Lo so, Peggy.
- Cos'hai intenzione di fare?
Per tutta risposta, andai al telefono e composi un
numero.
- Tenente Jones - dissi, quando sentii la voce all'altro
capo del filo.
Sentii la stretta della mano di Peggy che si allentava.
- S?
Era lui. Gli riferii le parole di Jim.
- Far in modo di bloccarlo - disse lui - e lei meglio
che faccia un salto da queste parti, domani mattina. Con la
signorina Lister. Il suo alibi la scagiona... ma ci sono ancora
alcune formalit da sbrigare.
- Ci sar.
- D'accordo. Mi ha detto che si appena allontanato
dalla Quindicesima?
- Esatto.
- Bene. Addio.
Riagganciai e guardai Peggy.
- tutto finito, piccola - la rassicurai.
Quanto mi sbagliavo!
7
Giunto a casa, aprii la porta... e vidi Jim seduto
nell'ombra.
Stavo per saltargli addosso, ma mi punt addosso una
pistola.
- Resta dove sei, David - disse - o mi toglier la
soddisfazione di ficcarti una pallottola nella pancia. -
Durante il tragitto, Jim si era scolato qualche bicchierino
veloce, roba forte. Non era abituato all'alcool e il fatto che
avesse bevuto era evidente. Quel sorriso, quel leggero, quasi
impercettibile disordine. Il nodo alla cravatta lievemente
storto, i capelli appena un po' spettinati, il cappello non
proprio inclinato nella giusta posizione. Non mi stupiva.
Ricordavo le poche volte che Jim si era ubriacato, al college.
Si era comportato in modo piuttosto imprevedibile. Ma
questa volta aveva una pistola in mano. E mi odiava.
Mi avvicinai alla sedia.
- Dovrei ucciderti - disse - adesso, mentre ne ho
l'occasione.
Il rombo di un motore. I fari che si avvicinavano al
marciapiede. Li vidi, con la coda dell'occhio. Ebbi un tuffo al
cuore. Era Jones? E in questo caso, avrebbe fatto rumore
avvicinandosi alla porta?
Per fortuna Jim era ubriaco, altrimenti avrebbe senz'altro
notato la portiera dell'auto che sbatteva, i passi all'entrata e
la sagoma scura che si fermava fuori accanto alla finestra,
senza far rumore.
- Ora che stai per uccidermi - dissi - puoi raccontarmi
come hai ucciso Albert e Dennis.
Mi guard con un lieve sorriso sprezzante sulle labbra. La
luce si rifletteva sulle lenti senza montatura.
- Li hai uccisi tu, vero? - dissi, sperando che il tono di
voce non tradisse la mia impazienza.
Il suo volto si fece serio. - Certo che sono stato io. Si
erano messi in mezzo.
- Albert?
- L'aveva aggredita.
- E Dennis?
Sembrava troppo bello per essere vero. Una confessione
alla presenza di un tenente di polizia.
- inutile parlarne - disse, sollevando la pistola.
- E ora, una terza vittima?
Jim non puntava l'arma verso di me. Si limitava a tenerla
in mano distrattamente.
- Chi lo sa?
- Pu mettere gi la pistola, ora - esclam Jones dalla
finestra.
Vaughan ebbe un leggero sobbalzo, ma non si volt.
Rimase un istante in silenzio, come se si aspettasse che Jones
dicesse ancora qualcosa. Poi sulle sue labbra fior di nuovo
quel sorriso. Sembrava troppo ubriaco, troppo emotivamente
provato per avere paura.
- In trappola - disse.
Jones lo trascin via...
Mi precipitai da Peggy a raccontarle tutto e decidemmo di
andare a Tijuana il giorno seguente.
Mettemmo in una valigia le sue cose, poi io tornai a casa
mia e preparai la mia roba.
Dormii quella notte. Spensi la luce senza nessun timore.
tutto finito, pensai, chiudendo gli occhi.
No...
Perch il giorno seguente, dopo essere andato da un
dottore, aver scelto una fede matrimoniale e aver comprato
una bottiglia di champagne da aprire quella sera, trovai un
biglietto infilato sotto la mia porta.
Lo aprii.
Dapprima non riuscii a crederci. Sembrava uno scherzo
crudele.
L'intestazione era quella della Polizia di Santa Monica, e
il messaggio diceva che...
Mi precipitai verso Wilshire pi in fretta che potevo.
Svoltai all'angolo con la Quindicesima e frenai bruscamente
davanti a casa di Peggy.
Varcai di corsa la soglia.
Lei si volt di scatto quando entrai, spaventata.
- Davie! Cosa c'?
- Hai finito di fare le valigie? - le domandai
precipitosamente. - Dobbiamo andar via subito.
- Perch?
Le porsi il biglietto. Lei lo lesse, poi mi guard
terrorizzata.
- Jim? - disse.
Il biglietto diceva che Jones non si era ancora presentato
in Centrale.
Lanciai l'auto a tutta velocit per Lincoln Avenue. Ogni
volta che incontravo un semaforo rosso pensavo a un
complotto. Tenevo gli occhi incollati alla strada. Non stavo
andando alla polizia. Non volevo rimanere in citt. Volevo
andarmene, e in fretta.
Mi ricordo che guardavo dallo specchietto retrovisore. Ma
non vedevo nulla. Perch, istintivamente, cercavo solo una
Cadillac nera.
Tijuana. Cinque ore di un viaggio da incubo, senza dire
una parola. Controllavo lo specchietto retrovisore, mentre
Peggy seduta al mio fianco mi lanciava ogni tanto uno
sguardo spaventato.
E fu in quel piccolo posto che infilai la vera nuziale al
dito di Peggy. Ma sentivo che qualcosa non andava. Era come
se ci fossi costretto. Come se non fossimo veramente convinti,
ma dovessimo andare comunque fino in fondo. Inevitabile.
Nessuna spontaneit, nessuna allegria,nessun piacere. Il fatto
che un uomo mi seguisse per uccidermi mi logorava i nervi. E
se io ero a disagio per quel matrimonio troppo affrettato,
Peggy lo era molto pi di me.
- Che c'? - le domandai.
Per gli ultimi quindici chilometri aveva fissato la strada
di fronte a s, con sguardo malinconico. Scosse la testa.
- Che c'? - domandai di nuovo.
Cerc di sorridere e pos la sua mano sulla mia, in un
gesto rassicurante. - Nulla - rispose.
- Dimmelo.
Scroll le spalle. - Oh...
- Credo di saperlo - dissi. - il matrimonio. Il modo in
cui stiamo precipitando le cose. Non quello che avevo
sperato. Non sembra affatto un matrimonio.
- Io... probabilmente mi ricorda il mio primo
matrimonio. La stessa fretta e... avevo ancora pi paura,
allora.
- Paura?
- Di lui. Del... mio... di George.
- Di cosa hai paura adesso?
- Non di te - disse, in tono poco convincente. - Di Jim,
suppongo.
Anche questo sembrava poco convincente. Cercai di
distrarla. Credevo di sapere di cosa aveva paura.
- Appena avremo notizie di Jim in un modo o nell'altro
- dissi - faremo un vero matrimonio in chiesa. Torneremo a
New York e inviteremo tutta la mia famiglia.
Lei si volt con un sorriso sul volto tirato. Avevamo
trascorso l'intera mattinata e il pomeriggio in macchina.
- Davvero? - domand.
- Davvero.
Si appoggi a me stancamente e si rilass per un
momento, tenendomi la mano.
Stava facendo buio e io ero assonnato e stanco. E
affamato, anche. Non avevamo mangiato molto per tutto il
giorno e il mio stomaco era quasi vuoto.
Firmai il registro del motel cercando di sorridere a Peggy
nel modo pi amabile possibile.
Signor David Newton e signora, Los Angeles.
Prendemmo il vialetto che portava al nostro alloggio sotto
un cielo nascosto da nuvole di polvere. E provammo a far
finta di essere felici.
Ma il minimo rumore ci faceva sobbalzare.
Appartamento K. Un vero disastro. Una piccola
costruzione sghemba, dipinta di verde e bianco e con la
vernice spessa almeno due dita. Le persiane sbilenche, le
tende alla finestra che penzolavano desolatamente.
Mi fermai davanti alla porta e guardai Peggy. Lei scosse
la testa e io non mi avvicinai. Attraversare quella squallida
soglia con lei in braccio sarebbe stata una tragica
pagliacciata. Mi limitai ad aprire la porta e a farmi da parte.
Lei entr e si ferm a osservare la stanza mentre io
posavo le valigie sul letto. L'interno era spaventoso. Senza un
briciolo di romanticismo. Niente caminetti, balconi affacciati
sul lago, finestre a graticcio coperte di rampicanti. Solo un
pavimento polveroso e un vago sentore di whisky irrancidito
nell'aria.
L'espressione sul volto di Peggy spazz via la mia
irritazione e le mie preoccupazioni. Le presi una mano.
- Peg - dissi - mi dispiace. Vorrei che fosse un castello.
Ma tutto ci che abbiamo a disposizione in questo
momento. Abbiamo bisogno di dormire.
- Lo so - rispose lei, senza entusiasmo.
Mentre era in bagno andai a parlare col direttore.
- Ehi, si pu avere qualcosa da mangiare? - domandai.
- Temo di no - rispose. - Ci sono solo delle caramelle.
E quel distributore di popcorn laggi.
- E del ghiaccio?
- Non ne ho molto, signore. Non facile trovare del
ghiaccio da queste parti.
- Senta, ci siamo appena sposati. E ho una bottiglia di
champagne nella borsa. Non pu procurarci un po' di
ghiaccio? Magari un secchiello o qualcosa del genere?
Mi guard con aria meditabonda. Poi si impietos. Prese
un secchio e ci mise un pezzo di ghiaccio dentro.
- Cinquanta centesimi - disse.
Pagai, cercando di mantenere la calma. - E i bicchieri? -
domandai, irritato.
- I bicchieri sono in camera.
- Non posso mettere questo pezzo di ghiaccio nei
bicchieri - dissi.
E lui frug sotto il banco...
- Voil! - esclamai quando lei usc dal bagno. Dopo aver
ridotto il ghiaccio a pezzettini avevo deciso di raffreddare la
bottiglia mettendola nel secchio. Ma lo strato di ghiaccio sul
fondo era alto solo pochi centimetri. Il vino non si sarebbe
mai raffreddato.
- Oh! - disse Peggy. - Champagne!
Fece del suo meglio per sorridere e per restare allegra.
Si sedette sul letto mentre cercavo di aprire la bottiglia.
Lanci un'occhiata al secchio e all'oggetto che gli stava
accanto, poi distolse lo sguardo e mi sorrise di nuovo.
Indossava una lunga vestaglia e mi osservava. Ma non era
rilassata. La sua calma era solo apparente, il sorriso sulle
labbra forzato.
Posai la bottiglia ancora chiusa e mi sedetti accanto a lei
abbracciandola.
- Tesoro, cerca di stare serena - dissi. - Non il
paradiso, lo so. Ma siamo lontani finalmente. E liberi dal
passato.
Si aggrapp a me.
- Oh, Davie - implor - fa' che non mi succeda niente.
Che tutto questo non venga distrutto.
- Te lo prometto - dissi allegramente. Poi mi alzai e
stappai la bottiglia.
- Ooops!
La schiuma bianca dello champagne sprizz fuori e si
rivers sul pavimento. Chinai rapidamente la bottiglia e
riempii i bicchieri, poi la posai di nuovo accanto al secchio e
misi qualche pezzettino di ghiaccio nei bicchieri.
- Mi dispiace annacquarlo, ma se non lo faccio lo
champagne sar troppo caldo.
- Va bene cos- disse lei.
Le porsi un bicchiere, e alzai il mio per brindare.
- Al mio amore - dissi.
Lei sorrise. Seduti l'uno a fianco all'altra, bevemmo.
Avevo sete, e la fresca effervescenza dello champagne mi fece
bene. Scolai il bicchiere in due sorsi.
- Popcorn, signora? - domandai.
Ne prese un po'. Io lo assaggiai: sapeva di vecchio.
- Magari potessimo avere una bella bistecca per cena-
dissi - ma non c' nulla da queste parti. Ti prometto che
appena tornati a Santa Monica o... in qualunque altro posto -
aggiunsi, vedendo il suo volto rabbuiarsi - ti offrir una
magnifica, sugosa costata.
- Mi fai venire l'acquolina in bocca - fece lei.
Mi sentivo un po' stordito. Le feci l'occhiolino e sorrisi.
- Signora Newton.
Lei ricambi docilmente e io riempii altri due bicchieri.
Uno e mezzo per la verit. Peggy aveva bevuto solo met del
suo.
Un'ondata di calore mi invase e mangiai ancora un po' di
popcorn. Mi fece venire sete. Lo misi via, perch rovinava il
gusto dello champagne.
Presto cominciai ad avvertire l'effetto dell'alcool. Mi
sembrava di fluttuare nell'aria. Poggiai la testa in grembo a
Peggy, tesi le braccia verso di lei con gesto casuale e la
strinsi.
Lei tent di sorridere, ma inutilmente.
- Amore - dissi.
La baciai sulla bocca, e qualcosa si risvegli dentro di me.
Un istinto familiare. Era andato crescendo durante quei mesi,
e ad esso si aggiungevano ora la fame e lo stordimento. E un
motel isolato. E il mio cervello che insinuava: " tua moglie,
adesso".
Mi versai di nuovo da bere.
- Peggy?
- No, grazie - rispose. - Forse dovremmo... cercare un
posto per mangiare.
- Non c' nulla qui intorno.
- Forse lungo la strada.
- Tesoro, non ora. Sono stanco. Non voglio rimettermi al
volante.
Fece un profondo respiro, rabbrividendo.
- Credi che Jim sia...
Le chiusi le labbra con le mie perch non ne parlasse.
- Non pensare a lui, ora - dissi. - la nostra notte di
nozze.
- Davie.
Cominciai a sbottonarle la vestaglia.
Lei mi trattenne. - No, Davie - implor, timidamente.
- Peggy, smettila. Di cosa hai paura? Ti ho mai fatto del
male?
- Mi dispiace. solo che...
Aprii un altro bottone. Lei mi fissava, il volto pallido e
teso. Sembrava una vergine in procinto di essere sacrificata a
qualche terribile divinit.
- Peggy! - esclamai, furioso.
Aveva ancora gli abiti sotto la vestaglia.
- Davie, ti prego, non ti arrabbiare. Non vedi che sono...
- Vedere? Vedere cosa?
- Davie...
- Cosa credi che sia il matrimonio, un rapporto d'affari?
- Davie.
Senza guardarla mi versai dell'altro champagne. Anche lei
butt gi un altro bicchiere. Rimanemmo seduti in silenzio, a
bere. Avevo la sensazione che Peggy cercasse di ubriacarsi,
che tentasse disperatamente di perdere il controllo per
potermi accontentare. Ma non ne era capace, come se quella
paura le fosse impressa nella carne.
Non ricordo ogni singolo istante. Ma so che lei si tolse la
vestaglia dopo la mia esplosione di rabbia. Si sfil il vestito e
si sedette accanto a me, in sottoveste. I suoi gesti erano
nervosi, insicuri. Continuava a bere. Le labbra le tremavano.
Prov a sorridere. - Non vorrai...
Non risposi. Avevo il respiro affannoso. Ora distinguevo
le forme del suo corpo attraverso la seta. Un corpo magnifico.
Premetti le labbra sulla sua spalla. Pensai a tutte le volte che
l'avevo desiderata. Pensai a Audrey che urlava contro il mio
petto. Anch'io avevo voglia di urlare. La fame si era
trasformata in un impulso bestiale dentro di me. La mia
mente faceva di tutto per fermarmi, ma io continuavo a non
darle ascolto.
La accarezzai, e Peggy ebbe un brivido.
- Davie. - Una vocina spaventata.
- Smettila - dissi.
La baciai sul collo. Lei si ritrasse. La riportai a me con un
gesto che mi parve gentile.
Lei si ritrasse si nuovo e si alz.
- Credo che andr a farmi un bagno - disse.
Quel messaggio cos manifesto mi mand in bestia. Balzai
in piedi immediatamente e la presi tra le braccia. - No.
I suoi occhi parevano quelli di un uccellino spaventato.
Preso in trappola, inerme.
- Peggy, sono tuo marito - dissi con voce roca, spietata.
- Lo so, lo so ma...
Avevo la mente annebbiata. Lei continuava a
indietreggiare, e io la seguivo. Ero fuori di me. Allungai le
mani, ma lei si sottrasse immediatamente al mio abbraccio.
- No - disse. Con pi decisione, questa volta. Con un
lampo negli occhi.
La afferrai.
Lei si divincol. - Non ti permetter di toccarmi!
- Ah, no?
Mi avvicinai, e lei indietreggi. Mi venne in mente suo
marito, e scacciai subito quel pensiero. Ma non del tutto. La
sua paura mi eccitava ancor di pi. Provavo quasi
comprensione per quell'uomo.
Lei and a sbattere contro il comodino.
- Davie... no!
La presi per le spalle.
Di colpo sbarr gli occhi, trattenendo il respiro. Mi parve
quasi di sentire l'urlo che le premeva in gola.
E in quel momento qualcosa riusc a penetrare la spessa
coltre di desiderio che mi aveva offuscato la mente. Vidi me
stesso. Vidi lei. Le stavo facendo quel che le avevano fatto
tutti gli altri. Non ero migliore di loro. E con le lacrime agli
occhi per la vergogna mi voltai, coprendomi il volto con la
mano tremante.
- Mi... mi dispiace - mormorai con voce rotta.
Un fruscio improvviso. Un dolore acuto alla spalla destra.
Mi buttai a terra, senza fiato.
Peggy aveva il punteruolo in mano e mi fissava, gli occhi
due biglie di marmo bianco, le labbra strette in un ghigno
disumano.
La fissai sbalordito, a bocca aperta.
Non so per quanto tempo rimanemmo cos, in silenzio.
Sembrava un animale terrorizzato, con il punteruolo in mano
e la pupille scure che mi frugavano gli occhi, come impazzite.
Feci un passo indietro. Le parole mi uscirono dalla bocca
prima che me ne rendessi conto. - Tu sei pazza - dissi.
Continu a fissarmi, sorretta dalla tensione nervosa.
Poi si accorse delle grosse stille di sangue che mi
scorrevano sulla mano e colavano sul pavimento. Si protese
leggermente in avanti, e il suo sguardo da folle si dilegu. Il
suo viso si distese, il braccio si rilass.
- Davie? - disse.
- Sta' lontana da me.
- Davie, io non ho colpito te.
Indietreggiai ancora.
- Davie, non eri tu.
- Sta' lontana.
- Non eri tu quello che stavo colpendo, Davie, non tu!
- Ti ho detto di stare lontana!
Arretrai, in preda all'orrore. Poi un pensiero mi colp,
lasciandomi senza fiato.
- Hai ucciso tu Albert, vero?
Si irrigid e mi lanci uno sguardo inespressivo.
- L'hai ucciso tu, vero? - dissi, con voce rauca.
- Davie, io...
- Sei stata tu!
- Che differenza fa?
- Mio Dio! - gridai. - Hai ucciso un uomo e mi chiedi
che differenza fa!
- Hai detto che eri disposto a dimenticare - disse lei,
come se questo potesse cancellare tutto.
- Dimenticare che hai ucciso un uomo!
- Non era un uomo, era un animale!
- Era un uomo, un uomo! E tu l'hai ucciso!
Peggy si mise a tremare. Alz la mano, vide il punteruolo
e lo butt via spaventata, mandandolo a rotolare sul
pavimento.
- Non sono stata io - disse con voce flebile.
- S, invece!
-E va bene, io... io l'ho... ucciso. Ma...
Di colpo mi sentii svuotato, come se un invisibile vampiro
mi avesse succhiato via tutto il sangue dalle vene.
Indietreggiai barcollando, quasi insensibile al dolore che mi
mordeva la spalla.
- Mi hai mentito - dissi, stordito. - Per tutto questo
tempo mi hai mentito.
- No, Davie, no - protest lei, disperata.
Stava cercando di cancellare il passato. Era sempre stato
questo il suo desiderio, che potessimo dimenticare tutto,
anche il fatto che lei aveva ucciso.
- Dicevi che quel che era successo prima non aveva
importanza. Dicevi che non contava - ripet.
- Ma che razza di persona sei? Un animale, anche tu?
Uccidi un uomo e poi mi chiedi di non pensarci pi?
- Ero fuori di me. Non ho potuto evitarlo. Io... non
volevo.
- Perch hai mentito? Perch mi hai detto delle bugie?
- Davie, ti prego. - Il volto era rigato di lacrime. - Ero
sconvolta. Non volevo perderti. Sei tutto quello che ho. Non
lasciarmi. Ho bisogno di te.
- E mi hai lasciato credere che fosse stato Jim a
ucciderli.
- stato lui a uccidere Dennis, non io. Che differenza fa
se Jim muore per un delitto solo o per due? Non ha forse
detto che stato lui a uccidere Albert?
Jim aveva mentito per lei. Di colpo capii che non gli
avevo estorto nessuna confessione. Aveva sentito Jones fuori
dalla porta e aveva mentito ancora una volta per salvare
Peggy.
Non riuscivo a capacitarmene. Avevo in mente una cosa
sola.
- E ora siamo sposati - dissi. - Siamo sposati.
Il viso di Peggy si contrasse in una smorfia cattiva. -
terribile, vero? - esclam, con voce stridula. - Davvero
spaventoso.
- Credo che tu non ti senta per niente in colpa. Tu pensi
di avere una giustificazione per quello che hai fatto. Sei
convinta che avevi il diritto di uccidere Albert, non cos?
- Ne avevo il diritto! Era un porco! Mi ha strappato i
vestiti. Ho dovuto ucciderlo. Ho dovuto, capisci?
- No, non capisco! Non posso capire!
Qualcosa sembr scatenarsi in lei, cercando uno sfogo,
come un flusso di lava bollente che risale verso il cratere di
un vulcano. La scosse in tutte le membra, facendole tremare
le braccia e serrare i pugni.
Finch esplose.
- Sei come tutti gli altri! - url. - Come tutti quei
dannati bastardi! Vi spalleggiate l'un l'altro. Tramate tutti
insieme contro di noi. E ci precipitate nelle tenebre! Nelle
tenebre! Ci ferite, ci brutalizzate, ci distruggete! Travisate le
nostre speranze, ci strappate il cuore! Ma a voi non importa
nulla, nulla! Siete tutti uguali, tutti quanti. Non vi importa
nulla di noi! Non vi importa dei nostri pensieri, non vi
importa se siamo sensibili, non vi importa se abbiamo paura.
Vi impadronite della nostra bellezza e in cambio ci date solo
infamia! E poi di vantate di essere degli uomini meravigliosi,
di averci rese felici! Siete tutti dei porci! State alla larga da
me, porci schifosi, porci, PORCI!
Si premeva le mani strette a pugno sul volto esangue,
mentre un filo di saliva le colava dalla bocca piegata in una
smorfia. Rimasi paralizzato, fissando in preda a un terrore
cieco una ragazza che non avevo mai visto.
Non sentii neppure che la porta si apriva, finch Peggy
che si volt. E allora guardai verso l'entrata.
Era Jim.
Attravers la stanza rapidamente. Incapace di reagire, lo
osservai mentre si toglieva il soprabito e lo posava sulle
spalle di Peggy. Lei cerc di liberarsene, ma senza un attimo
di esitazione lui la colp in viso, con violenza. Peggy rimase
senza fiato e indietreggi arrossendo.
- Tu vieni con me - disse Jim - e senza discussioni, se
non vuoi che ti consegni alla polizia. Non vorrai finire in
galera e andare sulla forca per omicidio, vero?
Lei lo guardava con gli occhi sbarrati, vitrei, come quelli
di un gatto impazzito.
- Ti resto solo io ormai - prosegu lui. - Il tuo caro
David non alzer un dito per salvarti, ora!
Sferzata da quelle parole, lei si arrese. La follia era
svanita. La Peggy pi profonda riprese il controllo. La Peggy
debole, la Peggy che aveva sempre avuto bisogno di guida e
disciplina. Che non era in grado di badare a se stessa. Lo
guard come un bimbo spaventato guarda un genitore.
- Jim, tu... tu non lascerai che loro...
- Avanti, Peggy - disse lui. - Per quanto tempo credi
che riuscir a proteggerti dal mondo?
Lei non rispose. Si limit a rimanere al suo fianco e a
farsi condurre alla porta. Io li fissavo smarrito, quasi staccato
dalla realt. Sanguinavo e non me ne accorgevo.
- Tu non lo permetterai, vero Jim? - implor Peggy.
Lui osserv quell'espressione avvilita, percep la paura
che aleggiava in quella voce. E per la prima volta nella sua
vita mi permise di lanciare uno sguardo sotto la sua
maschera.
La strinse a s e pos delicatamente le labbra sui suoi
capelli.
- Peggy - disse - oh, Peggy.
Fu un attimo. Poi sollev la testa e la sua espressione si
fece dura.
- Non ti avranno mai - aggiunse. - Mai, finch sar
vivo.
Io stavo l, quasi invisibile per loro, mentre il sangue mi
colava dalla punta delle dita sul pavimento. Era un mondo
intero che fuggiva via da me. Un sentimento estirpato alla
radice. Come se quello che un tempo era stato il mio cuore mi
fosse stato strappato via, e non fossi pi che un involucro
vuoto.
C'era qualcuno fuori dalla porta. Sentii bussare
vigorosamente.
- Che succede qui dentro? - chiese una voce. - Ho
sentito gridare.
Jim Vaughan parl con voce calma, limpida. - Questa
mia moglie - disse. - Sono venuto per riprenderla a
quest'uomo.
Un borbottio. - Lo sapevo, lo sapevo.
Poi, sulla soglia, Jim si volt. Teneva un braccio sulle
spalle di Peggy, in atteggiamento protettivo. E stranamente
tutta la sua spocchia, la sua meschinit, il suo cinico distacco
sembravano scomparsi.
Mi guard: pareva smarrito, come me. Aveva tentato pi
volte di salvarla. Aveva fatto tutto ci che poteva, si era
persino incolpato del suo delitto. E ora, se avessero deciso di
fuggire, sarebbe stato lui a essere ricercato per omicidio.
Aveva completamente e definitivamente distrutto la propria
vita.
E nonostante tutto ci, lei non era cambiata.
Pi tardi - non allora, perch non riuscivo a far altro che
rimanere l ammutolito - capii che Jim l'amava. In un modo
che io e tutti quelli come me non possono capire, e tantomeno
apprezzare. Un amore antico, assoluto, che sfida ogni legge
pur di non morire. Un amore tale da spingere un uomo a
uccidere per la persona amata. Un residuo di medioevo. E
tuttavia, c'era una strana e perversa dignit in esso.
O quantomeno, c'era una sorta di tranquilla, sobria
dignit in lui in quel momento, fermo accanto a Peggy che
taceva. La fragile e spaventata Peggy, che in tutta la sua vita
non sarebbe mai stata in grado di affrontare il mondo senza
aiuto, anche se temeva quell'aiuto pi di qualunque altra
cosa. La mia Peggy Ann Lister.
Jim la guard. I suoi occhi non vedevano che lei. Tutti i
suoi pensieri, tutto il suo cuore erano per lei.
- Andiamo, cara - disse.
E la port via dalla mia vita per sempre.
Poco dopo arriv la polizia. Io non mi ero mosso. Mi
arrestarono per atti contro la morale. Pi tardi telefonarono a
Santa Monica, e fortunatamente Jones era ancora vivo.
Raccont loro come si erano svolti i fatti, cos mi rilasciarono
e si misero a caccia di Peggy e Jim. Ma non riuscirono a
trovarli.
E un giorno incontrai Jones e lui mi disse che avevano
preso l'uomo che aveva aggredito Peggy a Funland.
- Non capisco - dissi. - Albert...
- Non era stato Grady - disse Jones.
- Ma... i graffi - balbettai, ormai definitivamente
confuso sulla mia Peggy Ann. - Lei disse che aveva graffiato
l'uomo che aveva cercato di aggredirla. E la faccia di Albert
era piena di graffi.
- Infatti - rispose lui. - Erano entrambi pieni di graffi.
Si era occupata di tutti e due.
Lo guardai per un attimo, poi abbassai il capo,
sussurrando: - Dio abbia piet di lei.
E questo tutto, pi o meno. Terminai il mio romanzo e
riuscii a venderlo per millesettecento dollari. Convinsi
Audrey a tornare dalla sua famiglia in Pennsylvania. Conobbi
altra gente, ricominciai a ridere e a far finta che tutto fosse
tornato normale.
E lessi i giornali.
Forse avete notato anche voi quella notizia. stato circa
un mese fa. Hanno trovato Jim e Peggy in una camera
d'albergo, a Kansas City. Quando le hanno portato via ci che
teneva amorevolmente tra le mani, Peggy ha detto che non
dovevano farlo.
Ha detto che dovevano permetterle di tenere la testa di
quell'uomo, perch lei lo amava.
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