HESSE.
NARCISO E BOCCADORO
Titolo originale:
NARZISS UND GOLDMUND
Traduzione di C. Baseggio
Prima edizione: Berlino 1930
Prima edizione italiana: Milano 1933
1957 by Hermann Hesse, Montagnola
CAPI~OLO I
Davanti all'arco d'ingresso, retto da colonnette gemelle,
del convento di Mariabronn, sul margine della strada c'era
un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino
aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile ca-
stagno dal tronco vigoroso; la cerchia dei suoi rami si chi-
nava dolcemente sopra la strada, respirava libera e am-
pia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era gi
verde e anche i noci del monastero mettevano gi le loro
foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo
le sue fronde, poi quando le notti eran pi brevi, irradiava
di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d'un verde bian-
chiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di
richiami, quasi opprimente; e in ottobre, quando l'altra
frutta era gi raccolta e il vino nei tini, lasciava cadere
al vento d'autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita:
non tutti gli anni maturavano; per essi s'azzuffavano i ra-
gazzi del convento, e il sottopriore Gregorio, oriundo del
mezzod, li arrostiva in camera sua sul fuoco del camino_
Esotico e delicato, il bell'albero faceva stormir la sua chio-
ma sopra l'ingresso del convento, ospite sensibile e facil-
mente infreddolito, originario d'altra zona, misteriosamen-
te imparentato con le agili colonnette gemelle del portale
e con la decorazione in pietra degli archi delle finestre,
dei cornicioni e dei pilastri, amato da chi aveva sangue
latino nelle vene e guardato con curiosit, come uno stra-
niero, dalla gente del luogo.
Sotto l'albero esotico eran gi passate parecchie gene-
raziOni di scolari: le loro lavagnette sotto il braccio, chiac-
chierando, ridendo, giocando, litigando, scalzi o calzati se-
condo la stagione, un fiore in bocca, una noce fra i denti
o una palla di neve in mano. Ne venivan sempre di nuo-
vi: ogni paio d'anni erano altri visi; i pi s'assomiglia-
vano: biondi e ricciuti. Parecchi rimanevano, diventavano
novlzi, diventavano monaci, ricevevano la tonsura, porta-
vano tonaca e cordone, leggevano libri, istruivano i ra-
gazzl, mvecchiavano, morivano. Altri, terminati gli anni
di scuola, venivano ricondotti a casa dai genitori: in ca-
stelli feudali, in dimore di commercianti e d'artigiani, cor-
revano il mondo, dediti ai loro passatempi e alle loro pro-
fessloni; rltornavano qualche volta in visita al convento,
fatti uomini portavano i loro figlioletti come scolari ai
padri, sostavano un poco a guardar sorridenti e pensierosi
l castagno, Sl perdevano di nuovo.
Nelle celle e nelle sale del monastero, fra le pesanti ar-
cate rotonde delle finestre e le doppie svelte colonne di
pietra rossa, si viveva, s'insegnava, si studiava, si ammi-
nistrava, si governava; arti e scienze d'ogni genere, pie e
mondane, chiare ed oscure, erano l coltivate e passavano
in retaggio di generaZione in generazione. Si scrivevano
e commentavano libri, si meditavano sistemi, si racco-
glievano opere di scrittori antichi, si miniavano mano-
scritti, si coltivava la fede del popolo, si sorrideva della
fede del popolo. Dottrina e religiosit, semplicit e scal-
trezza, sapienza dei Vangeli e sapienza dei greci, magia
blanca e nera, tutto aveva la sua fioritura, per tutto c'era
posto: per l'isolamento e per la penitenza come per la vita
soclevole e per il benessere; il prevalere di questa o quella
tendenza dipendeva dalla persona dell'abate in carica e dal-
la corrente dominante del tempo. In alcuni periodi il con-
vento era rinomato e frequentato per i suoi esorcisti e co-
noscitori di demoni, in altri per la sua musica eccellente,
ora per un santo padre che praticava guarigioni e miraco-
li, e ora per i suoi intingoli di luccio e per i suoi pasticci
di fegato di cervo: ogni cosa aveva la sua epoca. E nella
schiera dei monaci e degli scolari, di quelli pii e di quelli
tiepidi, degli astinenti e dei prosperosi, fra i tanti che ve-
mvano, vlvevano e morivano, c'era sempre stato questo o
quell'individuo singolare, che tutti amavano o che tutti te-
mevano, uno eletto, del quale si continuava a parlare a
lungo, quando i suoi contemporanei eran gi dimenticati.
Anche in quel momento c'erano nel monastero di Maria-
bronn due personalit singolari: un vecchio e un giovane.
Fra i molti frati che sciamavano per i dormitori, per le
chiese e per le aule scolastiche, due ce n'erano di cui tutti
parlavano, a cui tutti guardavano: l'abate Daniele, il vec-
chio, e l'allievo Narciso, il giovane, che aveva cominciato
da poco il noviziato, ma per le Sue doti particolari, contro
ogni tradizione, era gi impiegato come insegnante, special-
mente di greco. Questi due, l'abate e il novizio, avevano
autorit nel convento, attiravano l'attenzione e la curiosit,
erano ammirati, invidiati e in segreto anche calunniati.
L'abate era generalmente amato, non aveva nemici; tut-
to in lui era bont, semplicit, umilt. Solo gli eruditi del
convento mescolavano al loro affetto un po' di degnazio-
ne, poich l'abate Daniele poteva essere un santo, ma cer-
to un dotto non era. Egli possedeva quella semplicit che
saggezza, ma il suo latino era modesto, e il greco non
lo sapeva affatto.
Quei pochi che all'occasione sorridevano della semplicit
dell'abate erano tanto pi incantati di Narciso, il fanciullo
prodigio, il bel giovane dal greco elegante, dall'inappunta-
bile contegno cavalleresco, dallo sguardo calmo e penetran-
te di pensatore, dalle labbra severe e ben disegnate. Gli
eruditi amavano in lui la straordinaria conoscenza del gre-
co, quasi tutti la nobilt e la finezza; molti ne erano inna-
morati. Ma la sua taciturnit, il suo dominio sopra se stes-
so, le sue maniere eccessivamente compiute urtavano taluni.
Abate e novizio portavano ciascuno a modo suo il desti-
no dell'eletto, ciascuno a modo suo dominava e soffriva.
Sentivano fra loro un'afffinit e un'attrazione reciproca pi
torte che verso tutti gli altri ospiti del convento; e tutta-
via non riuscivano ad avvicinarsi, a scaldarsi l'uno accan-
to all'altro. L'abate trattava il giovane con la massima sol-
lecitudine, col massimo riguardo, aveva cura di lui come
di un fratello eccezionale, delicato, forse precocemente ma-
turo, forse esposto a pericoli. Il giovane accoglieva con at-
teggiamento irreprensibile ogni ordine, ogni consiglio, ogni
elogio dell'abate, non contraddiceva mai, non si mostrava
mai indispettito, e se era vero il giudizio dell'abate su di
lui, se il suo unico difetto era l'orgoglio, sapeva nascon-
derlo meravigliosamente. Non si poteva dir nulla contro
di lui: era perfetto, era superiore a tutti. Ma pochi gli di-
ventaVano amici davvero, tranne gli eruditi; la sua distm-
zione lo circondava come un'atmosfera di gelo.
--Narciso,--gli disse un giorno l'abate dopo una con-
fessione, -- devo dichiararmi colpevole di un giudizio se-
vero a tuo riguardo. Ti ho ritenuto spesso orgoglioso e for-
se ti ho fatto torto. Sei molto solo, mio giovane fratello,
sei Isolato, hai ammiratori, ma non amici. Io vorrei aver
occaslone di biasimarti qualche volta, ma non c' motivo.
Vorrei che tu fossi qualche volta scortese, come lo sono
facilmente i giovani della tua et. Tu non lo sei mai. Qual-
che volta sono preoccupato per te, Narciso.
Il glovane alz i suoi occhi scuri in viso all'abate.
--lo desidero molto, reverendo padre, di non darvi
preoccupazioni. Pu essere ch'io sia orgoglioso, reverendo
padre. Vi prego, punitemi. A volte sento io stesso il desi-
derio di punirmi. Mandatemi in un eremitaggio, padre, o
fatemi compiere servizi umili.
--Tanto per una cosa quanto per l'altra sei troppo gio-
vane, caro fratello, -- disse l'abate. -- Inoltre hai attitu-
dini eccellenti per le lingue e per la speculazione, figliolo;
sarebhe uno sprecare questi doni divini, se io volessi im-
porti dei servizi umili. Probabilmente diventerai un maestro
e uno scienziato. Non lo desideri anche tu?
-- Perdonate, padre, non mi rendo conto con tanta pre-
cislone dei miei desideri. Le scienze mi daranno sempre
piacere: come potrebbe essere altrimenti? Ma non credo
che esse debbano diventare il mio unico campo. Non sono
sempre i desideri a determinare il destino e la missione di
un uomo: ci pu essere qualcos'altro, di predestinato.
L'abate ascoltava, facendosi serio. Tuttavia un sorriso
illuminava il suo volto canuto, mentre diceva: --Per quel
tanto che ho imparato a conoscere gli uomini, incliniamo
tutti, specialmente in giovent, a confondere la provviden-
za COi nostri desideri. Ma poich tu credi di conoscere fin
d'ora la tua destinazione, dimmi, a che cosa credi di essere
destmato ?
Narciso socchiuse gli occhi scuri, che scomparvero sotto
le lunghe ciglia nere. Tacque.
--Parla, figliolo, -- ammon l'abate dopo aver atteso
a lungo. A voce bassa, con lo sguardo chino, Narciso co-
minci a parlare.
--Credo di sapere, reverendo padre, che innanzi tutto
sono destinato alla vita claustrale. Diventer, credo, mona-
co, sacerdote, sottopriore e forse abate. Non lo credo per-
ch lo desideri. Il mio desiderio non mira a cariche. Ma
mi verranno imposte.
Rimasero a lungo silenziosi.
--Perch hai questa convinzione? -- domand esitan-
do il vegliardo. --Quale tua particolarit, oltre alla dot-
trina, ti d questa convinzione?
-- La particolarit, -- rispose Narciso lentamente, --
di possedere un'intuizione dell'indole e della vocazione de-
gli uomini; non solo della mia, ma anche di quella degli
altri. Questa propriet mi costringe a servire gli altri, do-
minandoli. Se non fossi nato per la vita monastica, dovrei
diventare un giudice o un uomo di stato.
--Pu darsi,--assent l'abate.--Hai gi sperimenta-
to codesta tua capacit di conoscere gli uomini e il loro
destino ?
-- L'ho sperimentata.
-- Sei disposto a darmi un esempio?
-- Sono disposto.
-- Bene. Poich non vorrei penetrare nei segreti dei no-
stri fratelli a loro insaputa, vuoi dirmi che cosa credi di
sapere sul conto mio, sul conto del tuo abate Daniele?
Narciso alz le palpebre e guard l'abate negli occhi.
-- Lo comandate, reverendo padre?
-- Lo comando.
-- Mi penoso parlare, padre.
-- Anche a me penoso, mio giovane fratello, costrin-
gerti a parlare. Tuttavia lo faccio. Parla!
Narciso chin il capo e mormor: --E poco quello che
so di voi, venerato padre. So che siete un servo di Dio, il
quale preferirebbe custodir le capre o suonare la campa-
nella in un eremo e ascoltar la confessione dei contading
anzich dirigere un grande convento. So che avete un amo-
re particolare per la santa Madre di Dio e che a lel di
preferenza rivolgete le vostre preghiere. Talvolta pregate,
perch le scienze greche e le altre che si coltlvano In que-
sto monastero non rechino turbamento e pericolo alle ani-
me di coloro che vi sono affidati. Talvolta pregate, perch
non vi scappi la pazienza col sottopriore Gregorio. Talvol-
ta pregate che vi sia concessa una fine serena. E sarete
esaudito, credo, e avrete una fine serena.
Nel piccolo parlatorio dell'abate si fece silenzio. Final-
mente il vegliardo parl.
-- Sei un sognatore e hai delle visioni,--disse con be-
nevolenza. --Anche le visioni pie e buone possono ingan-
nare; non fidartene, come neppur io me ne fido... Sapresti
vedere, o fratello sognatore, che cosa penso in cuor mio
a questo proposito?
-- Posso vedere, padre, che pensate molto benevolmente
in proposito. Pensate: Questo giovane scolaro corre qual-
che pericolo, ha delle visioni, forse ha meditato troppo. Po-
trei imporgli una penitenza, che non gli far male. Ma
quella stessa penitenza la imporr anche a me "... Ecco
quello che pensate ora.
L'abate si alz. Sorridendo fece cenno al novizio di con-
gedarsi.
--Va bene, --disse. --Non prender troppo sul serio
le tue visioni, giovane fratello. Dio richiede qualcos'altro
da noi, che aver delle visioni. Ammettiamo che tu abbia
lusingato un vecchio, promettendogli una morte benigna.
Ammettiamo che il vecchio abbia per un momento ascol-
tato volentieri questa promessa. Ora basta. Reciterai un
rosario, domani dopo la prima messa: lo reciterai con
umllt e devozione, non superficialmente, e io far altret-
tanto. Ora va, Narciso, abbiamo chiacchierato abbastanza.
Un'altra volta l'abate Daniele dovette comporre un dis-
sidio fra il pi giovane dei padri insegnanti e Narciso
perch non potevano accordarsi su di un punto del pro-
gramma didattico: Narciso insisteva con molto calore sul-
la necessit d'introdurre nell'insegnamento alcuni muta-
menh, che sapeva anche giustificare con ragioni convincen-
tl; ma padre Lorenzo, per una specie di gelosia, non
voleva acconsentlre, e a ogni nuova discussione seguivano
giorni di silenzio imbronciato, finch Narciso, sentendo di
aver ragione, ritornava sull'argomento. Finalmente padre
Lorenzo, un po' offeso, disse: --Ebbene, Narciso, faccia-
mola finita con questa discussione. Tu sai che spctterebbe
a me decidere e non a te; tu non sei mio collega, ma mio
assistente e devi uniformarti alla mia volont. Ma poich
dal tanta importanza alla cosa e io ti sono bens superiore
per autorit ma non per sapere e per ingegno, non voglio
prendere io stesso la decisione; esporremo la questione al
nostro padre abate e lasceremo decidere a lui
Cos fecero, e padre Daniele ascolt con paziente bene
volenza la disputa dei due eruditi sulla loro concezione
dell'insegnamento della grammatica. Quando ebbero espo-
sto minutamente e motivato ciascuno le proprie idee, il
vecchio li guard sereno, scuotendo un poco la testa canu-
ta, e disse: --Cari fratelli, voi non pensate certo che io
di queste cose m'intenda tanto quanto voi. E lodevole da
parte di Narciso che la scuola gli stia cos a cuore e ch'egh
aspiri a migliorare i programmi d'insegnamento. Ma se il
suo superiore di un'altra opinione, Narclso deve tacere e
ubbidire, e tutti i miglioramenti della scuola non compen-
serebbero il danno, se per causa loro l'ordine e l'obbedien-
za venissero turbati in questa casa. Biasimo Narciso di non
aver saputo cedere. E a tutti e due, miei giovani dotti, au-
guro che non vi manchino mai superiori pi ignoranti di
voi; non c' nulla di meglio contro l'orgoglio--. Con que-
sto scherzo bonario li conged. Ma non dimentic nei gior-
ni seguenti di tener d'occhio i due insegnanti, per vedere
se si fosse ristabilito fra loro un buon accordo.
Or avvenne che un viso nuovo fece la sua comparsa nel
convento, dove di visi se ne vedevan giungere e partire tan-
ti: e il nuovo ospite non era di quelli che passano inosser-
vati e si dimenticano presto. Era un ragazzo, che suo pa-
dre aveva gi annunciato da tempo e che un giorno di
primavera arriv per studiare alia scuola del convento. Pa-
dre e figlio legarono i cavalli al castagno e dal portale si
fece loro incontro il frate portinaio.
Il ragazzo guard su all'albero ancora brullo.--Un al-
bero come questo, -- disse, -- non l'ho mai veduto_ Un
bell'albero, strano! Mi piacerebbe sapere come si chiama.
Il padre, un signore maturo, dal volto preoccupato e un
po' contratto, non si cur delle parole del figlio. Ma
portinaio, al quale il ragazzo piacque subito molto, soddi-
sfece la sua curiosit. Il ragazzo lo ringrazi gentilmente,
gli diede la mano e disse: --lo mi chiamo Boccadoro e
debbo venire a scuola qui --. Il frate sorrise, cordiale, e
precedette i nuovi arrivati sotto il portale e su per la gran-
de scalinata di pietra. Boccadoro entr senza sgomento nel
monastero: sentiva di aver incontrato gi due esseri di cui
poteva farsi amico, l'albero e il portiere.
I visitatori furono ricevuti prima dal padre direttore
della scuola, e verso sera anche dall'abate. All'uno e all'al-
tro il padre di Boccadoro, funzionario imperiale, present
suo figlio; fu invitato a rimanere qualche tempo ospite del
convento, ma accolse l'invito solo per una notte, dichiaran-
do di dover ripartire l'indomani. Offerse al convento uno
dei suoi due cavalli, e il dono fu accettato. La conversazio-
ne coi monaci si svolse cortese e fredda; ma tanto l'abate
quanto il direttore guardarono subito con simpatia quel
bel ragazzo fine, che taceva con deferenza. Il giorno se-
guente lasciarono partire senza rammarico il padre, e trat-
tennero volentieri il figlio_ Boccadoro fu presentato ai mae-
stri e gli fu assegnato un letto nel dormitorio degli scola-
ri. Quando il padre ripart sul suo cavallo, egli lo salut
rispettoso e col viso rattristato, poi rimase immobile a se-
guirlo con gli occhi, fin che scomparve fra il granaio e il
mulino sotto lo stretto portone ad arco del cortile esterno
del convento. Allora si volt e una lacrima gli luccicava
sulle lunghe ciglia bionde; lo accolse subito il portiere, bat-
tendogli affettuosamente la mano sulla spalla.
-- Signorino,--disse a mo' di conforto,--non devi es-
ser triste. Quasi tutti in principio hanno un po' di nostal-
gia per il babbo, per la mamma, per i fratelli. Ma vedrai:
si vive anche qui, e tutt'altro che male.
--Grazie, frate portinaio, -- rispose il ragazzo. -- lo
non ho n fratelli n mamma, ho solo il babbo.
--In compenso trovi qui compagni, dottrina, musica,
nuovi giochi che non conosci ancora, e una cosa e l'altra,
vedrai. E quando hai bisogno di qualcuno che ti voglia
bene, vieni da me.
Boccadoro lo guard sorridendo. -- Oh, vi ringrazio
molto! E se volete farmi un piacere, mostratemi subito, vi
prego, dov' il nostro cavallino, che mio padre ha lasciato
qui. Vorrei salutarlo e vedere se sta bene anche lui.
Il portinaio lo accompagn tosto nella stalla presso il
granaio, Nella penombra tiepida c'era un forte odor di
cavalli, di sterco e d'orzo, e in uno dei reparti Boccadoro
trov il sauro che l'aveva portato fin l. Il cavallo aveva
gi riconosciuto il padroncino e tendeva la testa verso di
lui; il ragazzo mise le braccia intorno al collo dell'animale,
accost la guancia alla sua fronte larga e chiazzata di bian-
co, l'accarezz affettuosamente e gli sussurr all'orecchio:
-- Buon giorno, Bless, cavallino mio, mio bravo; stai be-
ne? Mi vuoi bene ancora? Hai anche tu da mangiare?
Pensi anche tu a casa? Bless, piccolo, caro, che bella cosa
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che tu sia rimasto qui! Verr spesso a trovarti, a vedere
di te--. Tolse dal risvolto della manica un pezzo di pa-
ne che aveva messo da parte a colazione, lo sbriciol e lo
diedc da mangiare al cavallo. Poi salut Bless e segu il
portiere attraverso il cortile, vasto come la piazza del mer-
cato di una grande citt e piantato in parte a tigli. All'in-
gresso interno ringrazi il frate e gli diede la mano, ma
poi s'accorse di aver dimenticato la strada che conduceva
alla sua aula e che gli avevano mostrata il giorno prima:
rise un poco, arross e preg il portiere di guidarlo; quegli
acconsent volentieri. Entr allora nella classe, dove una
dozzina di ragazzi e giovinetti stavan seduti nei banchi, e
l'assistente Narciso si volt verso di lui.
-- Sono Boccadoro, -- disse, -- il nuovo scolaro.
Narciso salut brevemente, senza sorridere: gl'indic un
posto nel banco posteriore e prosegu la lezione.
Boccadoro sedette. Era stupito di trovare un insegnante
cos giovane, maggiore di lui di pochi anni appena, era
stupito e lieto di trovare questo giovane maestro cos bel-
lo cos distinto, cos serio e insieme cos attraente e ama-
biie. Il portinaio era stato gentile con lui, l'abate l'aveva
accolto tanto benevolmente, l nella stalla c'era Bless, un
pezzetto di patria: ed ecco ora questo maestro straordina-
riamente giovane, serio come un erudito, e fine come un
principe, con una voce cos dominata, fredda, positiva, av-
vincente. Pieno di gratitudine, Boccadoro diede ascolto a
quello di cui si parlava, senza tuttavia comprendere subi-
to. Prov un senso di benessere. Era arrivato in mezzo a
gente buona ed amabile, ed era pronto ad amarla e a fare
di tutto per guadagnarsene l'amicizia. Il mattino, a letto,
appena desto, s'era sentito oppresso, ed era ancora stanco
del lungo viaggio, e alla partenza del padre aveva pianto
un poco. Ma ormai tutto andava bene; era contento. Con-
tinuava ad osservare il giovane maestro, compiacendosi del-
la sua figura diritta e slanciata, del suo occhio freddo e
lampeggiante, delle sue labbra energiche che spiccavan le
sillabe con precisa chiarezza, della sua voce alata, instan-
cabile.
Ma quando la lezione fu terminata e gli scolari si alza-
ronO chiassosi, Boccadoro sussult e s'accorse un po' con-
fuso di aver dormito. E non fu il solo ad accorgersene, an-
che i suoi vicini di banco l'avevano notato ed avevan pas-
sato la parola agli altri. Non appena il giovane maestro
ebbe lasciato l'aula, i compagni presero a tirare e urtare
Boccadoro da tutte le parti.
--Dormito abbastanza? -- domand uno, sogghi-
gnando.
--Uno scolaro scelto!--motteggi un altro.--Ne ver-
r fuori un bel luminare della Chiesa. S'addormenta come
un tasso proprio alla prima lezione!
--Mettetelo a letto, il piccolo,--propose uno; e lo af-
ferrarono per le braccia e per le gambe per portarlo via
fra le risa generali.
Svegliato da tanto strepito, Boccadoro and sulle furie;
cominci a dibattersi cercando di liberarsi; ricevette cazzot-
ti e infine fu lasciato cadere, mentre uno lo tratteneva an-
cora per un piede. Si liber da questo con uno strattone,
si gett sul primo che gli capit e impegn subito con lui
una lotta violenta. Il suo avversario era un pezzo di ra-
gazzo e tutti stettero ad osservare il duello con avida cu-
riosit. Quando videro che Boccadoro non soccombeva e
assestava dei buoni pugni al colosso, molti fra i compagni
gli furono subito amici, prima ancora ch'egli conoscesse
uno di loro per nome. Ma a un tratto tutti si dispersero
precipitosamente; erano appena scomparsi che entrava pa-
dre Martino, il direttore, e si trovava di fronte all'unico
ragazzo rimasto. Lo guard stupito; gli occhi azzurri del
fanciullo brillavano confusi nel viso acceso e un po' pesto.
--Be', che ti accaduto?--domand.--Tu sei Boc-
cadoro, no? Ti hanno fatto qualcosa, quei furfanti?
-- Oh no, -- rispose il ragazzo, -- l'ho messo fuori
combattimento.
--Chi poi?
--Non so. Non conosco ancora nessuno. Uno ha fatto
la lotta con me.
--Ah? Ha cominciato lui?
--Non so. No, credo d'aver cominciato io. Mi hanno
canzonato, e io sono andato in collera.
--Bravo, cominci bene, ragazzo mio! Tieni a mente:
se tu fai a pugni ancora una volta qui in classe, sarai pu-
nito. Ed ora spicciati a venire a cena, avanti!
Sorridendo, segu con lo sguardo Boccadoro, che corre-
va confuso e cercava, strada facendo, di ravviarsi con le
dita i biondissimi cal~elli scompigliati.
Boccadoro era persuaso che la prima azione della sua
~ita di convento fosse stata una sciocchezza molto sconve-
niente, e quando cerc e raggiunse i suoi compagni a ce-
na, si sentiva alquanto mortificato. Invece fu a峨lto con
rispetto e cordialit, si riconcili cavallerescamente col suo
nemico, e si sent subito benvenuto in quella cerchia.
Pur essendo in buoni rapporti con tutti, Boccadoro stent
a trovare un vero amico; fra i suoi compagni non c'era
nessuno al quale si sentisse affine o che destasse in lui una
partlcolare simpatia. Gli altri poi erano sorpresi che l'ener-
glCo pugflatore nel quale avevano creduto di trovare un
placevole attaccabrighe fosse invece un collega molto paci-
fico, che pareva aspirare soprattutto alla gloria di scolaro
modello.
C'erano due uomini nel convento, che attiravano il cuo-
re di Boccadoro, che gli piacevano, che occupavano i suoi
pensieri e per i quali sentiva ammirazione, affetto e rispet-
to: l'abate Daniele e l'assistente Narciso. L'abate Daniele
gli sembrava quasi un santo: la sua semplicit e la sua
bonti, il suo sguardo chiaro e pieno di sollecitudine, il suo
mo:lo di comandare e di governare, umile come se prestas-
se un servizio, i suoi gesti calmi e buoni, tutto questo lo
attirava straordinariamente. Avrebbe desiderato diventare
fl servitore personale di quel sant'uomo, stargli sempre vi-
cino, ubbidiente e servizievole, e offrire a lui come tributo
costante tutto il suo giovanile ardore di devozione, e im-
parare da lui una vita pura, nobile, santa. Poich Bocca-
doro aveva intenzione non solo di terminare la scuola, ma
di rlmanere possibilmente in convento per sempre e di con-
sacrare la sua vita a Dio; questa era la sua volont, que-
sto era fl desiderio e il comando di suo padre, e questo
certo era deshnato e chiesto anche da Dio. Nessuno pare-
va accorgersene guardando quel bel ragazzo fiorente, eppu-
re su di lul gravava una tara, una tara d'origine, un segre-
to compito d'espiazione e di sacrificio. Anche l'abate non
se n'accorgeva, quantunque il padre di Boccadoro gli aves-
se fatto alcune allusioni ed espresso chiaramente il deside-
rio che suo figlio rimanesse in quel convento per sernpre
Pareva che qualche macchia segreta oscurasse la nascita d
Boccadoro, che qualche colpa taciuta richiedesse espiaZio-
ne. Ma il padre era piaciuto poco all'abate, il quale alle
parole di lui e alla sua aria d'importanza aveva contrap-
posto una cortese freddezza, senza dare gran peso alle sue
allusioni.
L'altro che aveva destato l'affetto di Boccadoro possede-
va occhio pi acuto e intuito pi penetrante, ma si teneva
riserbato. Narciso aveva subito compreso quale magnifico
uccello d'oro gli fosse volato incontro. Solitario com'era
nella sua superiorit, aveva subito sentito in Boccadoro
l'anima affine, bench sembrasse il suo opposto in tutto.
Se Narciso era scuro e magro, Boccadoro era radioso e flo-
rido. Se Narciso sembrava un pensatore e un analizzatore,
Boccadoro sembrava un sognatore e un'anima di fanciullo.
Ma c'era al di sopra dei contrasti qualcosa che li accomu-
nava: entrambi erano nature superiori, entrambi si distm-
guevano dagli altri per doti e caratteristiche palesi, entram-
bi avevano ricevuto un monito particolare dal destmo
Narciso s'interessava vivamente a quella giovane anlma,
di cui aveva subito riconosciuto l'indole e la sorte. Bocca-
doro ammirava ardentemente quel suo maestro bello e dal-
l'intelligenza superiore. Ma Boccadoro era timido; per gua-
dagnarsi le simpatie di Narciso non trovava altro modo
che sforzarsi fino all'estenuazione d'essere uno scolaro at-
tento e docile. E non lo tratteneva soltanto la timidezza.
Lo tratteneva anche il senso che Narciso fosse un pericolo
per lui. Egli non poteva avere per ideale e per modello il
buono ed umile abate e insieme il saputo, dotto, perspica-
ce Narciso. E nondimeno tendeva con tutte le forze spiri-
tuali della sua giovinezza a questi due ideali, inconcilia-
bili. Spesso ne soffriva. A volte, nei primi mesi della sua
vita scolastica, si sentiva il cuore cos turbato e combat-
tuto fra opposti affetti, che gli veniva una gran tentazio-
ne di fuggire o di sfogare con i compagni il suo tormento
e la sua collera interiore, Spesso bastava una piccola can-
zonatura o l'insolenza di un compagno per farlo montare
improvviSamente, lui cos buono, su tutte le furie, e solo
con uno sforzo estremo riusciva a contenersi e a voltar le
spalle in silenzio, con gli occhi chiusi, pallido come un
cencio Allora andava a cercare nella stalla il cavallo
Bless, appoggiava il capo sul suo collo, lo baciava, pian-
geva accanto a lui. A poco a poco la sua sofferenza creb-
be e divenne palese. Le sue guance s'allungavano, spesso il
suo sguardo era spento: il suo riso, a tutti caro, si faceva
sempre meno frequente.
Non sapeva egli stesso quel che gli succedeva. Desidera-
va e voleva smceramente essere un bravo scolaro venir
ammesso presto al noviziato e diventar poi un pio e tran-
quillo fratello dei padri; era convinto che tutte le sue for-
ze e le sue doti tendessero a questa meta placida e pia e
non conosceva altre aspirazioni. Perci gli sembrava stra-
no e triste che questa meta semplice e bella fosse cos dif-
ficile da raggiungere. Com'era stupito e scoraggiato, nel
constatare talvolta in se stesso tendenze e stati d'animo ri-
provevoli: distrazione e svogliatezza nello studio, sogni e
fantasie o sonnolenza durante le lezioni, ribellione e anti-
patla verso il maestro di latino, permalosit e irosa impa-
zlenza con i compagni! Ma ci che lo turbava di pi era
che fl suo affetto per Narciso non riuscisse a conciliarsi
con l'affetto per l'abate Daniele. Intanto qualche volta gli
pareva di sentire con intima certezza che anche Narciso gli
voleva bene, s'interessava a lui, lo sorvegliava.
Narciso pensava infatti al ragazzo pi assai che questi
non sospettasse. Desiderava farselo amico, presentiva in
quel giovinetto bello, caro, radioso, il suo opposto e il suo
complemento; avrebbe voluto attirarlo a s, guidarlo, il-
lummarlo, accrescere le sue forze e portarle a fioritura. Ma
si tratteneva per diverse ragioni, e di quasi tutte si ren-
deva conto. ln primo luogo lo legava e lo frenava l'orro-
re per quegli insegnanti e quei monaci, che non di rado
s'innamoravano di scolari o di novizi. Egli stesso aveva
sentito pi volte con ripugnanza sopra di s cupidi occhi
di uomini attempati. Pi volte aveva opposto alle loro gen-
hlezze e alle loro moine una tacita difesa. Ora li compren-
deva meglio... anch'egli sentiva la tentazione d'innamorarsi
del bel Boccadoro, di provocare il suo riso simpatico, di
passare affettuosamente la mano fra i suoi chiari capelli
blondi Ma non l'avrebbe mai fatto, mai. Inoltre in qualit
di asslstente con funzioni di insegnante, ma senza la rela-
hva carlca ed autorit, era abituato a comportarsi, di fron-
te a quel ragazzi di pochi anni minori di lui, come se fosse
magglore di vent'anni: era abituato ad astenersi severa-
23s
mente da ogni preferenza per chicchessia e ad imporsi una
particolare giustizia e sollecitudine verso quelli che gli era-
no antipatici. Egli serviva lo spirito, allo spirito dedicava
la sua vita austera, e solo nei momenti di minor vigilanza
si permetteva la compiacenza dell'orgoglio, del saper me-
glio e dell'essere pi intelligente degli altri. No, per quan-
ta seduzione avesse per lui un'amicizia con Boccadoro, essa
era un pericolo e non doveva intaccare il nucleo della sua
vita. Il nucleo e il senso della sua vita erano di servire lo
spirito, il verbo, erano di guidare con tranquilla superio-
rit i suoi scolari - e non solo i suoi scolari - ad alte mete
spirituali, rinunciando al proprio interesse.
Da pi d'un anno ormai Boccadoro era scolaro del con-
vento di Mariabronn; sotto i tigli del cortile e sotto il bel
castagno, gi cento volte aveva giocato coi camerati, a rin-
corrersi, al pallone, ai briganti, a lanciar palle di neve; era
venuta la primavera, ma Boccadoro si sentiva stanco e de-
bole, spesso gli doleva il capo, e a scuola faceva fatica
a star desto e attento.
Una sera gli si avvicin Adolfo, quello scolaro con cui il
primo incontro era stato uno scambio di pugni e insieme
al quale quell'inverno aveva cominciato a studiare Euclide.
Era l'ora di ricreazione dopo cena, in cui era permesso
giocare nei dormitori, chiacchierare nelle aule e anche pas-
seggiare nel cortile esterno del convento.
-- Boccadoro,--gli disse Adolfo, mentre lo trascinava
gi per le scale, --voglio raccontarti una cosa, una cosa
allegra. Ma tu sei uno scolaro modello e vuoi certo diven-
tar vescovo.. dammi prima la tua parola che sarai soli-
dale e non mi denuncerai ai maestri.
Boccadoro diede senz'altro la sua parola. C'era un ono-
re di convento e c'era un onore di scolari: talvolta si tro-
vavano in conflitto, egli lo sapeva bene, ma, come sempre,
le leggi non scritte erano pi forti di quelle scritte, e Boc-
cadoro non si sarebbe mai sottratto, fin tanto ch'era sco-
laro, alle leggi e ai concetti d'onore della scolaresca.
Adolfo lo trascin fuori dal portale sotto gli alberi, e
gli bisbigli che c'era un gruppetto di buoni e arditi com-
pagni, al quale egli apparteneva, che avevano raccolto dal-
le generazioni passate l'usanza di ricordarsi qualche volta
che non erano monaci e di uscire una sera dal convento
per recarsi al villaggio. Era un divertimento e un'avventu-
ra, a cui un ragazzo che si rispetti non doveva sottrarsi;
nella notte sarebbero ritornati.
--Ma allora il portone chiuso,--obiett Boccadoro.
Certo, era chiuso, e questo appunto costituiva il diverti-
mento. Ma sapevano rientrare da vie segrete senza farsi
vedere; non era la prima volta.
Boccadoro ricord. La frase andare al villaggio " era
gii arrivata al suo orecchio; con quelle parole s'intendeva
una scappata notturna degli allievi, in cerca di segreti pia-
ceri ed avventure d'ogni genere; ed era severamente proi-
bita e punita dalla regola del convento. Boccadoro si sgo-
ment. Andare al villaggio era peccato, era proibito.
Ma egli comprendeva benissimo che appunto per questo
fra ragazzi che si rispettano , poteva far parte dell'ono-
re di uno scolaro l'affrontare il pericolo, e che era segno
di una certa distinzione essere invitato a quell'avventura.
Avrebbe preferito dir di no, tornare indietro e correre a
letto. Era tanto stanco e non si sentiva bene, aveva avuto
mal di capo tutto il pomeriggio. Ma si vergognava un poco
davanti a Adolfo. E chiss, forse l fuori, nell'avventura
c'era qualcosa di bello e di nuovo, qualcosa che poteva far
dimenticare il dolor di capo, il torpore ed ogni sorta di
malessere. Era una scappata nel mondo, furtiva e proibi-
ta, vero, non troppo gloriosa, ma forse una liberazione,
un'esperienza. Nicchi un poco, mentre Adolfo faceva di
tutto per persuaderlo, poi a un tratto scoppi a ridere e
disse di s.
Si dileguarono inosservati sotto i tigli nell'ampio cortile
gi buio, il cui portone esterno a quell'ora era chiuso. Il
compagno lo condusse nel mulino del convento, dove nel
crepuscolo e nel continuo fragore delle ruote era facile in-
trufolarsi senza farsi udire n vedere. Da una finestra pas-
sarono, gi in piena oscurit, su di un umido e sdrucciole-
vole deposito d'assi di legno, ne portarono via una, che
dovettero gettare sopra il torrente per passare dall'altra
parte. Ed eccoli fuori sulla strada maestra, che riluceva
scialba e scomparivl nel bosco nero. Tutto questo era ec-
citante e misterioso e piacque molto al ragazzo,
Al margine del bosco stava gi un compagno, Corrado,
e dopo una buona attesa ne giunse a gran passi un altro
il lungo Everardo. Marciarono cos in quattro attraverso
il bosco; sopra di loro si levavano frusciando gli uccelli
notturni, qualche stella si mostrava umida e lucente fra le
nubi quiete. Corrado chiacchierava e faceva dello spirito,
gli altri univano di tanto in tanto le loro risate, ma la
notte alitava sopra di loro solenne e inquietante, accele-
rando il ritmo dei loro cuori.
Di l dal bosco raggiunsero in un'oretta il villaggio. Tut-
to pareva gi addormentato; i bassi comignoli emergeva-
no pi chiari dai cupi costoloni della travatura: non una
luce brillava. Adolfo precedeva; strisciarono silenziosi at-
torno ad alcune case, scavalcarono una siepe, si trovarono
in un giardino, calpestarono la terra molle delle aiuole, in-
cespicarono in alcuni gradini e si fermarono al muro di
una casa. Adolfo buss ad un'imposta, aspett, buss an-
cora; dentro si ud del rumore e subito s'accese una luce,
l'imposta s'aperse e l'uno dietro l'altro entrarono in una
cucina dal nero camino e dal pavimento di terracotta. Sul
focolare c'era una piccola lampada ad olio e sull'esiguo
lucignolo ardeva una debole fiamma vacillante. Una serva
di contadini, magra, diede la mano ai giovani invadenti,
e dietro di lei usc dall'oscurit una fanciullina dalle lun-
ghe trecce scure. Adolfo aveva portato dei doni; una mez-
za pagnotta di pan bianco del convento e qualcos'altro in
un sacchetto di carta: Boccadoro immagin che fosse un
po' d'incenso rubato o di cera da candele o qualcosa di si-
mile. La ragazzina dalle trecce usc senza lume, a tastoni,
dalla porta, rimase via a lungo, poi ritorn con un boccale
di terracotta grigia a fiori azzurri, che porse a Corrado.
Egli bevve e pass il bicchiere agli altri, che seguirono il
suo esempio: era forte mosto di sidro.
Alla minuscola fiamma della lampada sedettero, le due
ragazze sopra duri sgabelli e intorno a loro, per terra, gli
scolari. Parlavano a voce bassa, bevendo di quando in
quando il mosto; Adolfo e Corrado tenevano la conversa-
zione. Ogni tanto uno s'alzava e accarezzava i capelli e la
nuca della ragazza magra, le sussurrava parole all'orecchio;
la piccola rimaneva impassibile. Forse, pens Boccadoro, la
grande era la serva e la graziosa piccola la figlia di casa.
Del resto, era indifferente, non gli importava nulla, poich
non sarebbe mai pi ritornato l. La scappata furtiva e la
passeggiata notturna attraverso il bosco erano state belle:
qualcosa d'inconsueto, di eccitante, di misterioso, ma sen-
za pericoli. Era bens proibito, ma la trasgressione del di-
vieto non opprimeva troppo la coscienza. Quello invece che
accadeva l, quella visita notturna alle ragazze, era cosa
pi che proibita, egli lo sentiva, era peccato. Per gli altri
forse anche questo non rappresentava che una piccola ma-
rachella, ma per lui no; a lui, che si sapeva destinato alla
vita monastica e all'ascesi, non era permesso di giocare
con le ragazze. No, non sarebbe pi tornato. Ma il suo
cuore batteva forte e inquieto nella penombra della misera
cucina.
I suoi compagni facevano gli eroi davanti alle ragazze
e Si davano importanza, intercalando alla conversazione
frasi latine. Tutti e tre pareva godessero le grazie della
servetta; le si avvicinavano di quando in quando con le
loro plccole goffe moine, di cui la pi tenera era un timi-
do baclo. Pareva che sapessero esattamente ci ch'era loro
permesso m quel luogo. E poich tutta la conversazione
doveva svolgersi in tono di bisbiglio la scena aveva in
verit qualche cosa di comico; ma Boccadoro non lo sen-
tiva. Se ne stava rannicchiato per terra, con lo sguardo
fisso nella fiammella del lumino sospeso, senza pronuncia-
re una parola. Talvolta, guardando di traverso con una
certa avidit, afferrava una delle tenerezze che gli altri si
scambiavano. Poi fissava rigido dinanzi a s. Avrebbe pre-
ferito non guardar altro che la piccola dalle trecce, ma
questo appunto proibiva a se stesso. Ogni volta per che
la sua volont cedeva e I suo sguardo, sviandosi, andava
a posarsi sul dolce viso silenzioso della fanciulla, trovava
Immancabilmente gli occhi scuri di lei che lo fissavano co-
me affascinati.
Era passata forse un'ora - Boccadoro non aveva mai
vissuto un'ora cos lunga - le parole e le tenerezze degli
scolari erano esaurite; si fece silenzio e segu un certo im-
barazzo. Everardo cominci a sbadigliare. Allora la ragaz-
za maggiore li invit a partire. Tutti s'alzarono, tutti le
diedero la mano, Boccadoro per ultimo. Poi tutti diedero
la mano alla piccola, Boccadoro per ultimo. Poi Corrado
salto per primo dalla finestra, lo seguirono Everardo e
Adolfo. Quando anche Boccadoro stava scavalcando, si
senti trattenere da una mano sulla spalla: Non pot fer-
marsi; solo quando fu fuori e in piedi, si volt esitante.
Dalla finestra Sl sporgeva la piccola dalle trecce.
--Boccadoro! -- sussurr. Egli rimase immobile.
N~RC150 E BOCCADORO
-- Verrai ancora? --domand lei. La sua voce timida
era come un soffio.
Boccadoro scosse il capo. Ella stese le mani, gli prese la
testa egli sent sulle sue tempie il calore di quelle piccole
mani. Ella si sporse in fuori finch i suoi occhi scuri si
trovarono proprio vicini a quelli di lui.
-- Vieni ancora! -- sussurr: e la sua bocca sfior la
bocca di lui in un bacio infantile.
Egli corse in fretta dietro gli altri, attravers il giardi-
netto, inciamp nelle aiuole, fiut odor di terra umida e
di concime, si graffi una mano contro un cespuglio di ro-
se, s'arrampic sulla siepe e via di galoppo fuori del vil-
laggio, verso il bosco. "Mai pi!" diceva imperiosa la sua
volont. "Domani ancora!" supplicava il cuore singhloz-
zante.
Nessuno incontr i nottambuli, che ritornarono indi-
sturbati a Mariabronn, attraverso il torrente, il mulmo, la
piazza dei tigli, e per vie segrete, di tettoia in tettoia, rlen-
trarono dalle finestre bifore nel convento e nel dormitorlo.
Alla mattina il lungo Everardo dovette essere sveghato
coi pugni, tanto pesante era il suo sonno. Tutti furono
puntuali alla prima messa, alla colazione, in classe; ma
Boccadoro aveva cos brutta cera, che padre Martino gli
domand se fosse malato. Adolfo gli gett un'occhiata am-
monitrice ed egli disse che non aveva nulla. Ma alla lezio-
ne di greco verso mezzogiorno, Narciso non gli tolse gli
occhi di dosso. Anch'egli s'accorse che Boccadoro era ma-
lato, ma non disse nulla e l'osserv attentamente. Finita la
lezione, lo chiam a s. Per non attirar l'attenzione degli
scolari, lo mand con un incarico in biblioteca. L lo segu.
--Boccadoro.--disse, --posso aiutarti? Vedo che sei
angustiato Forse sei malato. Allora ti mettiamo a letto, ti
mandiamo una minestrina da malati e un bicchiere di vi-
no. Oggi non hai testa per il greco.
Attese a lungo una risposta. Il ragazzo lo guardava, pal-
lido, con gli occhi smarriti, chinava il capo, lo rialzava,
contraeva le labbra, voleva parlare, non poteva. A un trat-
to cadde da un lato, appoggi il capo su di un leggio, fra
le due piccole teste d'angelo in legno di quercia che l'or-
navanO da una parte e dall'altra, e scoppi in un tal pian-
to, che Narciso si sent imbarazzato e distolse un momen-
to lo sguardo, prima di sollevare il ragazzo singhiozzante.
-- Ma s,--disse in un tono cos affettuoso come Boc-
cadoro non l'aveva mai udito parlare, -- ma s, amice,
piangi pure, dopo starai meglio. Qua, siedi, non c' biso-
gno che tu parli. Vedo che non ne puoi pi; forse hai fa-
ticato tutta mattina a tenerti su, a non lasciar scorgere
nulla; sei stato molto bravo. Ora piangi pure; il meglio
che tu possa fare. No? Gi finito? Gi in piedi? Bene,
allora andiamo in infermeria, ti metterai a letto e questa
sera starai molto meglio. Vieni!
Lo condusse, evitando le aule, in una camera per gli
ammalati, gl'indic uno dei due letti vuoti, e, mentre Boc-
cadoro cominciava docilmente a svestirsi, usc per annun-
ciare al direttore che il ragazzo era malato. Ordin anche,
come aveva promesso, una minestrina, e un bicchiere di
vino aromatico; questi due bene~cia, molto usati in con-
vento, erano assai graditi dalla maggior parte dei malati
di poco conto.
Boccadoro, disteso sul letto, cercava di rimettersi dal
suo smarrimento. Un'ora prima forse avrebbe saputo spie-
garsi quale fosse la causa di una cos indicibile stanchezza
quale tremenda tensione dell'animo gli rendesse la testa
vuota e gli facesse bruciar gli occhi. Era lo sforzo violen-
to, rinnovato ad ogni istante e ad ogni istante fallito, di
dimenticare la sera precedente... o meglio non la sera, non
la folle e bella scappata dal convento chiuso, non la pas-
seggiata nel bosco n lo sdrucciolevole ponticello di fortu-
na sul nero torrente del mulino, o l'uscire e l'entrare sca-
valcando siepi e finestre, ma uniCamente quel momento
presso la finestra scura della cucina, il respiro e le parole
della fanciulla, il contatto delle sue mani, il bacio delle
sue labbra.
Ma ora s'era aggiunto qualcosa di nuovo, un nuovo sgo-
mento, una nuova esperienza. Narciso s'era occupato di
lui, Narciso gli voleva bene, Narciso gli aveva dimostrato
premura.. quel giovane cos fine, distinto, intelligente, dal-
la bocca sottile e lievemente beffarda! E lui, lui davanti a
quell'essere superiore s'era lasciato andare, s'era mostrato
confuso, balbettante, singhiozzante! Invece di cattivarselo
con le armi pi nobili, col greco, con la filosofia, con l'eroi-
smo dello spirito e la dignit dello stoicismo, s'era acca-
sclato dinanzi a lui, debole da far piet! Non se lo sareb-
be mai perdonato, non avrebbe pi potuto guardar Nar-
ciso negli occhi senza arrossire.
Ma il pianto aveva allentato la grande tensione; il Si-
lenzio della camera solitaria e il buon letto facevano bene,
la disperazione aveva perduto una buona met della sua
forza. Dopo un'oretta entr un frate inserviente, recando
una minestra di farina un pezzetto di pan bianco e un
bicchierino di vin rosso, che gli scolari solevano ricevere
solo nei giorni di festa. Boccadoro mangi e bevette: vuo-
t il piatto a met, lo allontan, ricominci a pensare, ma
la testa non funzionava; riprese il piatto, ingoi qualche
altra cucchiaiata. E quando un po' pi tardi la porta
s'aperse piano ed entr Narciso per vedere il malato, que-
sti giaceva immerso nel sonno e le sue guance erano rl-
tornate rosee. Narciso l'osserv a lungo, con affetto, con
curiosit indagatrice ed anche con un po' d'invldia. Vide
che Boccadoro non era malato; l'indomani non sarebbe
stato pi necessario mandargli del vino. Ma sent anche
che il ghiaccio era rotto, che sarebbero diventati amlcn
Quel giorno era stato Boccadoro ad aver bisogno di lui,
dei suoi servigi. Un'altra volta forse egli stesso sarebbe
stato debole e avrebbe avuto bisogno di un aiuto, di un
affetto. E da quel ragazzo avrebbe potuto accettarlo, quan-
do fosse venuto il momento.
Strana amicizia fu quella che s'inizi fra Narciso e
Boccadoro; piaceva a pochi, e talvolta pareva dispiacesse
a loro stessi.
Narciso, il pensatore, ebbe da principio la parte pi dif-
ficile. Per lui tutto era spirito, anche l'amore, non gli era
dato abbandonarsi spensieratamente ad un'attrazione. In
quell'amicizia egli era lo spirito reggente, e per molto tem-
po fu ll solo a riconoscerne con chiarezza il destino la
portata e il significato. Per molto tempo, in pieno affetto
egli rimase solitario; sapeva che non sarebbe riuscito a
possedere davvero l'amico se non dopo averlo condotto al-
la conoscenza. Fervido e ardente, Boccadoro s'abbandona-
va alla nuova vita come per gioco, senza rendersi conto
di nulla; cosciente e responsabile, Narciso accettava l'alto
destino.
Per Boccadoro fu innanzi tutto una liberazione e una
guarigione. Il suo giovanile bisogno d'amore era stato po-
tentemente destato dalla vista e dal bacio di una grazio-
sa fanciulla, e soffocato subito senza speranza. Poich in
fondo all'anima egli sentiva che tutto il sogno della sua
vita fino a quel giorno, tutto quello in cui aveva creduto,
a cui si riteneva destinato e chiamato, era stato compro-
messo alla radice dallo sguardo di quegli occhi scuri. De-
stinato dal padre alla vita monastica, disposto con tutta
la sua volont ad accettarla, proteso col fervore del primo
slancio giovanile verso un pio ideale di eroismo ascetico,
egll aveva sentito in modo irresistibile, al primo incontro
fugace, al primo appello che la vita aveva rivolto ai suoi
sensi, al primo saluto del sesso femminino, che l stava il
suo nemico e il suo demone, che la donna era il suo peri-
colo. Ed ecco il destino porgergli una salvezza, ecco nel
momento pi grave venirgli incontro quell'amicizia e of-
frire al suo desiderio un giardino rigoglioso, al suo culto
un nuovo altare. Qui gli era permesso di amare, gli era
permesso di darsi senza peccato, di donare il suo cuore ad
un amico ammirato, maggiore e pi saggio di lui, di tra-
sformare e di spiritualizzare le fiamme pericolose dei sensi
in nobili fuochi d'offerta.
Ma subito nella primavera di quest'amicizia egli si trov
ad urtare in ostacoli strani, in freddezze inattese ed enig-
matiche, in esigenze che lo sgomentavano. Perch egli era
ben lungi dal considerare l'amico come il suo contrappo-
sto. Gli pareva che bastasse l'amore, la dedizione sincera,
per fare di due esseri uno solo, per cancellare le differen-
ze, per superare i contrasti. Ma com'era austero e sicuro,
com'era chiaro e inesorabile quel Narciso! Pareva ch'egli
non conoscesse n desiderasse un innocente abbandono re-
ciproco, un cammino comune e grato sul terreno dell'ami-
cizia. Pareva ch'egli ignorasse e non ammettesse vie senza
meta, vagabondaggi sognanti. Aveva bens mostrato la sua
sollecitudine per Boccadoro, quando questi sembrava ma-
lato, e lo aiutava e lo consigliava fedelmente in tutte le
cose di scuola e di studio, gli spiegava difficili passi d
bri, lo illuminava nel campo della grammatica, della lo-
gica, della teologia; ma non sembrava mai soddisfatto del-
l'amico e d'accordo con lui, spesso sembrava perfino che
lo deridesse un poco, che non lo prendesse sul serlo. Boc-
cadoro sentiva bene che non si trattava di semplice pedan-
teria di maestro, di un'ostentazione di superiorit da parte
del pi anziano e del pi assennato; sentiva che c'era qual-
cosa d'altro, qualcosa di pi profondo, di pi importante.
Ma non riusciva ad afferrarlo, e la sua amiCizla lo ren-
deva spesso triste e perplesso.
In realt Narciso conosceva perfettamente l'amico, non
era cieco alla sua fiorente bellezza, alla sua forza naturale,
alla sua rigogliosa pienezza di vita, Non era affatto un
maestrO pedante, che volesse nutrir di greco una glovane
anima fervida e rispondere con la logica ad un amore in-
nocente Piuttosto amava troppo il biondo giovinetto, e per
lui questo era un pericolo, perch amare per lui non era
uno stato naturale, ma un miracolo. A lui non era lecito
innamorarSi, appagarsi della vista gradevole di quei begli
occhi, della vicinanza di quella biondezza luminosa e flo-
rida; egli non doveva permettere al suo amore d'indugiare
anche un solo momento nei sensi. Poich se Boccadoro si
sentiva destinato a diventar monaco ed asceta e a tendere
per tutta la vita verso la santit, Narciso era veramente
destinato a quella vita. A lui era permesso d'amare in una
forma sola, nella pi elevata. Del resto, alla vocazione di
Boccadoro per la vita ascetica Narciso non credeva. Egli
aveva una singolare capacit di leggere nell'animo degli
uomini e in questo caso, amando, leggeva con tanta mag-
gior chiarezza. Vedeva la natura di Boccadoro e, malgra-
do fosse l'opposto della sua, la comprendeva a fondo, per-
ch ne era l'altra met, la met perduta. Vedeva questa
natura racchiusa entro una dura corazza d'immaginazioni
di errori d'educazione, di parole paterne, e da tempo in-
tuiva tutto il segreto, non complicato, di quella giovane
vita. Il suo compito gli era chiaro: svelare questo segreto
a colui che lo portava in s, liberarlo dalla sua corazza
restituirgli la sua vera natura. Sarebbe stato difficile, e la
cosa pi penosa era che ci gli sarebbe forse costato la
perdita dell'amico.
Il cammino per accostarsi alla meta fu di una lentezza
estrema. Passarono mesi, prima che fosse possibile anche
solo attaccare seriamente il discorso e giungere ad una di-
scussione sostanziale. Tanto eran lontani l'uno dall'altro
non ostante tutta la loro amicizia, tanto era ampio l'arco
teso fra di loro! Un veggente e un cieco: cos cammina-
vano a fianco; e se il cieco ignorava la sua cecit, il sol-
llevo era solo suo.
La prima breccia fu aperta da Narciso, quando cerc
d'indagare la vicenda che aveva spinto, in un'ora di de-
bolezza, il ragazzo sconvolto verso di lui. L'indagine fu
meno difficile di quel che avesse pensato. Boccadoro senti-
va da un pezzo il bisogno di confessare l'esperienza di
quella notte; ma non c'era nessuno, fuorch l'abate, in cui
avesse abbastanza confidenza, e l'abate non era il suo con-
fessore. Quando dunque Narciso, in un momento che gli
parve favorevole, ricord all'amico quell'inizio della loro
unione ed accenn lievemente al segreto, l'altro disse sen-
za ambagi: --Peccato, che tu non abbia ancora ricevuto
gli ordini e non possa ancora confessare; mi sarei liberato
volentieri di quella faccenda in confessione ed avrei ac-
cettato volentieri una penitenza. Ma al mio confessore non
sono stato capace di dirla.
Prudente e scaltro, Narciso continu a indagare; la
traccia era trovata.
--Ricordi anche tu,--prov a dire,--quella mattina
che sembravi malato non l'hai dimenticata, poich allora
siamo diventati amici. Io ho dovuto ripensarci spesso. For-
se non te n'accorgesti, ma io allora rimasi veramente im-
barazzato.
--Tu imbarazzato? -- esclam l'amico incredulo. --
Ma l'imbarazzato ero io! Ero io che stavo l senza riuscire
a metter fuori una parola e inghiottivo saliva, fin che scop-
piai a piangere come un bambino! Vergogna, ne arrossisco
ancora oggi credevo che non sarei pi stato capace di
comparire ai tuoi occhi. Lasciarmi vedere da te cos mise-
ramente debole !
Narciso procedette tastando.
--Capisco, -- disse, -- che sia stata per te una cosa
spiacevole. Un pezzo di ragazzo gagliardo come te, pian-
gere davanti a un amico, maestro per giunta: non era
degno della tua natura. Ebbene, io allora ti ritenni proprlo
malato. Anche un Aristotele, se sconvolto dalla febbre,
pu comportarsi in modo strano. Invece non eri affatto
malato! Non c'era ombra di febbre! E di questo ti vergo-
gni. Nessuno si vergogna di lasciarsi vincere da una feb-
bre, nevvero? Ti vergogni, perch avevi ceduto a qual-
cos'altro, perch qualcos'altro ti aveva sopraffatto. Era av-
venuta dunque una cosa molto strana?
Boccadoro esit un poco, poi disse lentamente: -- S,
era avvenuta una cosa strana. Ammettiamo che tu sia il
mio confessore, una volta bisogna pur che la dica!
A capo chino raccont all'amico la storia di quella notte.
Narciso osserv sorridendo: -- E vero, andare al vil-
laggio una cosa proibita. Ma tante cose proibite si
fanno e poi ci si ride sopra, oppure si confessano e tutto
finito e uno non ci pensa pi. Perch non avresti do-
vuto commettere anche tu, come quasi ogni scolaro, co-
deste sciocchezze? P poi cos grave?
Boccadoro proruppe adirato, senza ritegno: --Parli pro-
prio come un maestro di scuola! Sai benissimo di che si
tratta! Naturalmente non vedo un gran peccato nel bur-
larsi una volta tanto delle regole del convento e nel par-
tecipare a una scappata da scolari, per quanto anche que-
sto non sia precisamente un esercizio preparatorio alla vita
monastica.
--Alt! -- esclam Narciso severo. -- Non sai, amico
mio, che per molti pii padri proprio questi esercizi furono
necessari? Non sai che una vita di libertinaggio pu essere
una delle vie pi brevi per giungere ad una vita di san-
tlt ?
--Ah, sta zitto!--protest Boccadoro.--Volevo dire:
non era quel tantino di disubbidienza, che opprimeva la
mia coscienza. Era qualcos'altro. Era la ragazza. Era un
sentimento che non so descriverti! Sentivo che se avessi
ceduto a quell'adescamento, se avessi solo steso la mano
per toccare la ragazza, non avrei pi potuto tornare in-
dietro, che allora il peccato mi avrebbe inghiottito come
la bocca dell'mferno e non mi avrebbe pi restituito. E
addio bei sogni, addio virt, addio amore di Dio e del
Bene!
Narciso fece un cenno del capo, sopra pensiero.
--L'amore di Dio,--disse lentamente cercando le pa-
role,--non sempre una cosa sola con l amore del Bene
Ah, se fosse cos semplice! Ci che bene, lo sappiamo
sta nei comandamenti. Ma Dio non solo nei comanda-
menti, caro; questi non sono che la pi piccola parte di
lui. Tu puoi attenerti ai comandamenti ed essere lonta-
nissimo da Dio.
--Ma non mi capisci? --gemette Boccadoro.
--Certo che ti capisco. Tu senti nella donna, nel sesso
la quintessenZa di ci che chiami mondo e peccato .
Di tutti gli altri peccati o ti senti incapace, o ti pare che
se h commettessi non ti opprimerebbero tanto, li potresti
confessare e riparare. Solo quel peccato, no!
-- Ecco, proprio cos sento.
--Vedi che ti capisco. E non hai tutti i torti: la sto-
ria di Eva e del serpente non in verit una favola oziosa.
Eppure non hai ragione, caro. Avresti ragione, se fossi
I abate Daniele o il tuo patrono, san Crisostomo, se fossi
un vescovo o un sacerdote o anche solo un piccolo sem-
phce monaco. Ma tu non sei nulla di tutto questo. Sei
uno scolaro, e se anche hai il desiderio di rimanere per
sempre in convento, o se tuo padre ha questo desiderio
per te, non hai per fatto ancora alcun voto, non hai
preso ancora nessun ordine. Se oggi o domani fossi se-
dotto da una bella ragazza e cedessi alla tentazione, non
romperesti nessun giuramento, non violeresti nessun voto.
--Non un voto scritto! --esclam Boccadoro eccltato.
-- Ma un voto non scritto, il pi sacro che io porti in
me. Non puoi capire che ci che vale forse per altri, per
me non vale? Neppur tu hai preso gli ordim, neppur tu
hai fatto un voto ma non ti permetterestl mai di toccare
una donna! O m inganno? Non sei cos? Non sei quello
che io ti credevo? Non hai forse fatto anche tu da un
pezzo in cuor tuo il giuramento non ancor prestato a pa-
role davanti ai superiori, e non ti senti legato da questo
per sempre ? Non sei dunque simile a me ?
--No, Boccadoro, non sono simile a te, non come tu
credi. E vero che anch'io porto in cuore un voto inespres-
so in questo hai ragione. Ma simile a te non sono affatto.
T; dico oggi una parola, di cui ti rammenterai un giorno.
Ti dico: la nostra amicizia non ha altro scopo e altro
senso che quello di mostrarti come tu sia completamente
dissimile da me!
Boccadoro rimase sconcertato: Narciso aveva parlato
con uno sguardo e con un tono che non ammettevano con-
traddizione. Tacque. Ma perch Narciso pronunciava quel-
le parole? Perch il voto inespresso di Narciso doveva
essere pi sacro del suo? L'amico non lo prendeva dun-
que sul serio, vedeva in lui soltanto un fanciullo? I
turbamenti e le tristezze di quella singolare amiciZla rlco-
minciavano.
Narciso non aveva pi dubbi sulla natura del segreto
di Boccadoro. Eva, la madre primigenia, vi era celata. Ma
com'era possibile che in un giovane cos bello, sano e fio-
rente, il risveglio del sesso urtasse contro un'oshllt tanto
accanita? Ci doveva essere un demone all'opera, un ne-
mico segreto, ch'era riuscito a scindere quella magnifica
natura e a metterla in contrasto con i suoi Istinti orlgl-
nari. Ebbene, il demone doveva esser trovato, evocato, mes-
so in luce: poi l'avrebbero vinto.
Intanto Boccadoro era sempre pi evitato e lasciato in
disparte dai compagni, o meglio essi si sentivano abban-
donati e in certo modo traditi da lui. Nessuno vedeva
di buon occhio la sua amicizia con Narciso. I maligni la
screditavano come contro natura, ed erano specialmente
quelli innamorati di uno dei due giovani. Ma anche gli
altri, per i quali era evidente che non si poteva sospettare
una colpa in quella relazione, scuotevano il capo. Nessuno
voleva concedere a quei due di essere amici; pareva che
unendosl fra di loro essi si fossero orgogliosamente isolati
dagll altrl, come aristocratici per i quali gli altri fossero
d'un hvello troppo inferiore; e ci non era collegiale, non
era claustrale, non era cristiano.
All'orecchio dell'abate Daniele giunsero voci, accuse, ca-
lunnie. In oltre quarant'anni di vita claustrale egli aveva
assistito a molte amicizie fra giovani: facevano parte del
quadro del convento, erano un grazioso supplemento, a
volte un passatempo, a volte un pericolo. L'abate si man-
tenne in disparte, con gli occhi aperti, ma senza immi-
schiarsi. Un'amicizia cos fervida e cos esclusiva era una
cosa rara, certo non scevra di pericolo, ma, poich egli
non dubitava un istante della sua purezZa, lasciava che
gll eventi seguissero il loro corso. Se Narciso non si fosse
trovato in una posizione d'eccezione fra scolari e inse-
gnantl, l'abate non avrebbe esitato a ordinare una sepa-
razlone fra i due. Non era bene per Boccadoro staccarsi
dal compagni, mantenendo stretti rapporti esclusivamente
con uno maggiore di lui, con un maestro. Ma era giusto
che Narciso, il giovane eccezionale dalle doti straordina-
rle, che gli altri insegnanti consideravano spiritualmente
pari a loro, anzi superiore, venisse rimosso dalla sua car-
nera prlvllegiata e privato dell'attivit didattica? Se non
avcsse fatto buona prova come maestro, se la sua ami-
clzla l'avesse indotto a qualche trascuratezza e parzialit
l'abate lo avrebbe immediatamente richiamato. Ma non
esisteva nulla contro di lui, nulla fuorch voci, fuorch la
gelosa diffidenza degli altri. Inoltre l'abate sapeva delle
singolari attitudini di Narciso a penetrare e conoscere gli
uomini. Non sopravvalutava queste doti, forse un po' pre-
suntuose, altre gli sarebbero state pi gradite nel giovane
ma non dubitava che questi avesse riscontrato nello sco-
laro Boccadoro una individualit d'eccezione e che lo
conoscesse molto meglio di lui e di qualsiasi aitro. In lui
abate, Boccadoro non aveva suscitato altra impressione
a parte la grazia seducente della sua persona, che quella
di un certo zelo prematuro, perfino un po' saccente, con
cui gi allora, ch'era semplice ospite e scolaro, pareva si
sentisse membro del convento e gi quasi confratello. L'a-
bate non credeva di dover temere che Narciso favorisse
ed eccitasse ancor pi quello zelo commovente, ma Im-
maturo. Piuttosto c'era da temere per Boccadoro che l'ami-
co gli comunicasse una certa presunzione spirituale e un
certo orgoglio di erudito; ma, dato lo scolaro, il pericolo
non sembrava grande; si poteva aspettare. Se pensava
quanto era pi semplice, pi pacifico e pi comodo per
un rettore dirigere individui mediocri invece che nature
grandi e forti, doveva sospirare e sorridere insieme. No,
non voleva lasciarsi prendere lui pure dalla diffidenza,
non voleva mostrarsi sconoscente per il privilegio di aver
affidate alle sue cure due nature di eccezlone.
Narciso rifletteva molto sul conto dell'amico. La sua
particolare capacit di comprendere e sentire l'indole e la
destinazione degli uomini lo aveva illuminato da un pezzo
sulla natura di Boccadoro. Tutto ci che vi era di vitale
e di radioso in questo giovane parlava chiaro: egli por-
tava tutti i segni di un uomo forte, riccamente dotato nei
sensi e nell'anima, forse di un artista, in ogni caso di un
individuo straordinariamente capace di amare, il cui de-
stino e la cui felicit consistevano nell'essere infiammabile
e nel sapersi donare. Perch dunque questa creatura d'amo-
re, quest'uomo dai sensi fini e ricchi, che poteva sentlre
ed amare con tanta intensit il profumo d'un fiore, un
sole mattutino, un cavallo, un volo d'uccello, una musica,
perch dunque aveva la mania d'essere un sacerdote dello
spirito, un asceta? Narciso si stillava il cervello in cerca
d'una spiegazione. Sapeva che il padre di Boccadoro aveva
favorito questa mania. Ma poteva averla suscitata? Con
quale incantesimo aveva stregato il figlio, perch questi
credesse ad una destinazione e ad un dovere simile? Che
uomo poteva essere quel padre? Per quanto egli avesse
portato pi volte con intenzione il discorso su di lui, e
Boccadoro ne avesse parlato non poco, Narciso non riu-
sciva ad immaginarsi questo padre, non riusciva a ve-
derlo. Non era cosa strana e sospetta? Quando Boccadoro
parlava di una trota pescata da ragazzo, quando descri-
veva una farfalla, imitava un grido d'uccello, raccontava
di un compagno, di un cane o di un mendicante, si pre-
sentavanO immagini, si vedeva qualche cosa. Quando par-
lava di suo padre, non si vedeva nulla. No, se questo
padre fosse stato davvero una figura cos importante, po-
tente, dominante nella vita di Boccadoro, egli lo avrebbe
saputo descrlvere In altro modo, avrebbe saputo offrire
altre immagini di lui! A Narciso questo padre non ispi-
rava molta fiducia, non gli piaceva; talvolta dubitava per-
smo che fosse veramente il padre di Boccadoro. Era un
dolo vuoto. Ma donde attingeva tanta potenza? Come
aveva potuto riempire l'anima di Boccadoro di sogni, ch'e-
rano cos estranei alla sua natura intima?
Anche Boccadoro si lambiccava il cervello. Per quanto
sl senhsse sicuro dell'affetto cordiale del suo amico aveva
pur sempre il senso penoso di non essere preso abbastanza
sul serlo da lui, di essere sempre trattato un po' come
un bambino. E che significava l'insistenza dell'amico nel
fargll mtendere che non era simile a lui7
Questo travaglio del pensiero non esauriva tuttavia le
giornate di Boccadoro. Egli non era capace di stillarsi a
lungo ll cervello. C'era altro da fare durante la lunga
glornata. Spesso andava ad appiattarsi accanto al frate
portmalo, con cui era in ottimi rapporti. Riusciva sempre
con le preghlere e con l'astuzia a procurarsi l'occasione di
cavalcare un'ora o due sul suo Bless, ed era molto ben-
voluto dai pochi vlcini del convento, specialmente dal mu-
gnaio; spesso col garzone di quest'ultimo appostava la
lontra, oppure cuocevano focacce con la farina fine dei
prelati, che Boccadoro riconosceva ad occhi chiusi fra tutte
le altre qualit di farina, solo dall'odore. Pur stando mol-
to insieme con Narciso, gli rimanevano parecchie ore da
dedicare alle sue vecchie abitudini e ai suoi piaceri Anche
i servizi divini erano per lui il pi delle volte una gioia
cantava volentieri nel coro degli scolari, recitava volen-
tlerl un rosario davanti ad un altare preferito, ascoltava
fl bel latino solenne della messa, vedeva nelle nubi d'in-
censo luccicare l'oro degli arredi e degli ornamenti e sulle
colonne le placide e venerande figure dei santi, gli evan-
gehstl con gli animali e sant'Jacopo col cappello e la
blsaccia da pellegrino.
Da queste figure di pietra e di legno si sentiva attratto
amava pensarle in misterioso rapporto con la sua persona
come una specie di padrini immortali e onniscienti, di pro-
tettori, di gulde della sua vita. Cos sentiva un amore e
una dolce relazione segreta con le colonne e i capitelli
delle finestre e delle porte, con gli ornamenti degli altari,
con quei tondini e quelle corone ben profilate, con quei
fiori e quelle foglie lussureggianti, che spuntavan fuori
dalla pietra delle colonne e s'intrecciavano, cos parlanti
ed espressive. Gli pareva un mistero intimo e prezioso,
che oltre alla natura, alle sue piante e ai suoi animall ci
fosse anche questa seconda natura, silenziosa, fatta dagli
uomini, queste figure umane, questi animali, queste plante
di pietra e di legno. Non di rado passava una delle sue
ore libere a riprodurre sulla carta tali figure e teste d'ani-
mali e fasci di foglie, e talvolta cercava di disegnare anche
dal vero fiori cavalli, volti umani.
E amava molto i canti liturgici, specialmente gli inni
a Maria. Gli piaceva il ritmo severo e fermo di questi
canti, il ripetersi delle loro invocazioni e delle loro esal-
tazioni. Seguiva adorando il loro significato sublime, op-
pure, dimenticando il senso, amava le misure solenni d?
quei versi e si lasciava invadere tutto da essi, dai suonl
profondi e prolungati, dalle vocali piene e sonore, dai
ritornelli pii. In fondo al cuore non amava l'erudizione,
la grammatica e la logica, quantunque avessero anch'esse
la loro bellezza; amava di pi il mondo d'immagml e d
suoni della liturgia.
Di tanto in tanto interrompeva anche per qualche mo-
mento quello stato di freddezza che lo separava ormai
dai suoi compagni. A lungo andare lo irritava e lo an-
noiava sentirsi attorno degli estranei; ed ora riusclva a
far ridere un vicino di banco imbronciato, ora a far chiac-
chierare un vicino di letto taciturno, e per un po' di tempo
si sforzava di essere cordiale e riguadagnava un paio d'oc-
chi, un paio di visi, un paio di cuori. Due volte con questi
riavvicinamenti ottenne, contro ogni sua intenzione, di es-
sere di nuovo invitato ad andare al villaggio Sussult
e si ritir immediatamente. No, non andava pm al vll-
laggio; era riuscito a dimenticare la fanciulla dalle trecce,
a non pensarci pi o quasi plu.
C~PITOLO IV
I tentativi di Narciso per scoprire il segreto di Bocca-
doro erano rimasti per molto tempo senza effetto. Per
molto tempo egli si era sforzato apparentemente invano
di destare quell'anima, d'insegnarle il linguaggio con cui
il suo segreto avrebbe potuto com~unicarsi.
Quello che l'amico gli aveva raccontato della sua ori-
gine e della sua casa, non aveva dato nessuna immagine
concreta. C'era l'ombra amorfa di un padre rispettato, e
pOi la leggenda di una madre gi da tempo scomparsa o
morta, di cul altro non era rimasto che un nome scialbo.
A poco a poco Narciso, esperto di legger nelle anime,
aveva riconosclUto nell'amico uno di quegli individui, per
i quali un tratto della loro vita andato perduto e che
sotto la pressione di una sventura o di un incantesimo
sono stati costretti a dimenticare una parte del loro pas-
sato. Egli comprese che in questo caso il semplice inter-
rogare ed istruire non serviva a nulla; s'accorse anche di
aver creduto troppo nel potere della ragione, e di aver
detto molte cose invano.
Ma non era rimasto vano l'affetto che lo legava al-
l'amico, non vana la consuetudine dello star molto insie-
me. Nonostante la profonda differenza delle loro nature
avevano imparato molto l'uno dall'altro; a poco a poco
era nato fra loro, accanto al linguaggio della ragione, un
Imguaggio d'anime e di cenni, cos come fra due residenze
puo correre una strada maestra per le vetture e per i ca-
valieri, ma accanto si formano tante altre piccole vie
laterali: viottoli per i bimbi che giocano, sentieri nascosti
per mnamorati, stradelline appena visibili di cani e di gatti.
A poco a poco l'animata fantasia di Boccadoro s'era insi-
nuata per magiche vie nei pensieri dell'amico e nel loro
linguaggio; e questi dal canto suo aveva imparato a com-
prendere e a sentire, senza parole, molta parte della na-
tura di Boccadoro. Maturavano lentamente, nella luce del-
l'amore, nuovi vincoli fra anima ed anima; le parole ven-
nero dopo. Cos un giorno - era vacanza e i due amici
stavano insieme nella biblioteca - s'intavol fra loro, inat-
teso da entrambi, un discorso che li port a un tratto nel
cuore della loro amicizia e la illumin di nuove luci.
Avevano parlato dell'astrologia, che nel convento non
si studiava, anzi era proibita, e Narciso aveva detto che
essa era un tentativo di mettere ordine e sistema nelle
molte e diverse specie di uomini, di destini, di vocazioni.
Boccadoro interruppe: --Tu parli sempre delle diversit...
a poco a poco mi sono convinto che questa la tua specia-
lit. Quando parli della grande differenza che c' ad esem-
pio fra te e me, mi par sempre ch'essa non consista in altro
che nella tua singolare mania di trovar differenze!
Narciso: -- Certo, tu cogli proprio nel segno. E cos!
Per te le differenze non hanno molta importanza, a me
invece sembrano l'unica cosa importante. Io sono per na-
tura un erudito, la mia vocazione la scienza. E scienza
altro appunto non , per citare le tue parole, che la mania
di trovar differenze. Non si potrebbe designare meglio la
sua essenza. Per noi uomini di scienza nulla importante
se non lo stabilire delle diversit: scienza significa arte di
distinguere. Trovare ad esempio in ogni uomo le caratteri-
stiche che lo distinguono dagli altri significa conoscerlo.
Boccadoro: -- Va bene. Uno ha delle scarpe da con-
tadino ed un contadino, un altro ha una corona in capo
ed un re. Certo sono differenze. Ma le vedono anche i
bambini pur senza tutta la vostra scienza.
Narciso: --Ma se tanto il contadino quanto il re in-
dossano vesti d'oro, il bambino non li distingue pi.
Boccadoro: -- Neppur la scienza.
Narciso: -- Forse s. Essa non certo pi intelligente
del bambino, te lo concedo, ma pi paziente; non rileva
soltanto le caratteristiche pi grossolane.
Boccadoro: -- Anche un bambino intelligente ricono-
scer il re dallo sguardo o dal portamento. Insomma voi
eruditi siete orgogliosi e ci giudicate sempre pi stupidi
di voi; si pu essere molto intelligenti anche senza tutta
1:l vr~Ctra scienza
Narciso: -- Mi fa piacere che tu cominci a compren-
dere questo. Fra poco comprenderai allora altres che io
non penso all'intelligenza quando parlo della differenza
fra te e me. Non dico: tu sei pi intelligente o pi stu-
pldo, mlghore o peggiore. Dico soltanto: sei diverso.
Boccadoro: --Questo si capisce. Ma tu non parli solo
di differenze di caratteristiche, parli anche spesso di dif-
ferenze di destino, di vocazione. Perch ad esempio tu
dovresti avere una vocazione diversa dalla mia? Sei un
cristiano come me, sei deciso come me a scegliere la vita
monastica, sei figlio come me del buon Padre che sta in
cielo. La nostra meta la stessa: la beatitudine eterna.
La nostra destinazione la stessa: il ritorno a Dio.
Narciso: --Benissimo. Nel trattato della dogmatica cer-
to un uomo esattamente uguale all'altro, ma nella vita
no. A me pare: il discepolo prediletto del Redentore, sul
petto del quale egli riposava, e quell'altro discepolo che
lo trad... quei due non avevano forse la stessa vocazione?
Boccadoro: -- Sei un sofista, Narciso! Per questa via
non ci avviciniamo.
Narciso: -- Per nessuna via ci avviciniamo.
Boccadoro: --Non dir cos!
Narciso: -- Parlo sul serio. Non il nostro compito
quello d'avvicinarci, cos come non s'avvicinano fra loro
il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro
amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra
La nostra meta non di trasformarci l'uno nell'altro, ma
di conoscerci l'un l'altro e d'imparar a vedere ed a rispet-
tare nell'altro ci ch'egli : il nostro opposto e il nostro
complemento.
Boccadoro, colpito, teneva il capo chino: il suo volto
s'era fatto triste.
Finalmente disse: -- E per questo che tante volte non
prendi sul serio i miei pensieri ?
Narciso esit un poco a rispondere. Poi disse con voce
chiara e dura: -- per questo. Devi abituarti, caro Boc-
cadoro, a che io prenda sul serio soltanto te stesso. Cre-
dimi, io prendo sul serio ogni suono della tua voce, ogni
gesto, ogni sorriso tuo Ma i tuoi pensieri, li prendo
meno sul serio. Prendo sul serio quello che riconosco in
te di essenziale e di necessario. Perch vuoi che presti
2ss
particolare attenzione proprio ai tuoi pensieri, quando hai
tante altre doti?
Boccadoro sorrise con amarezza.--Lo dicevo bene, che
mi hai sempre considerato soltanto un bambino!
Narciso insistette: --Una parte dei tuoi pensieri li con-
sidero infantili. Ricorda quel che dicevamo dianzi: un
fanciullo intelligente non di necessit pi sciocco di un
erudito. Ma se il fanciullo vuol parlare di scienza con
l'erudito, questi non lo prende sul serio.
Boccadoro esclam con impeto: --Anche quando non
parlo di scienza tu sorridi di me! Tutta la mia religiosit,
ad esempio, i miei sforzi per progredire negli studi, la mia
aspirazione alla vita monastica, per te non sono altro che
fanciullaggini!
Narciso lo guard, grave: -- lo ti prendo sul serio
quando sei Boccadoro. Ma tu non sei sempre Boccadoro.
Io non mi auguro altro se non che tu divenga Boccadoro
in tutto e per tutto. Tu non sei un erudito, tu non sei un
monaco... per far un erudito e un monaco basta una stoffa
meno preziosa della tua. Tu credi che ti giudichi troppo
poco erudito, troppo poco logico, o troppo poco pio. No,
per me sei troppo poco te stesso.
Boccadoro s'era rltirato da quel colloquio stupito e per-
sino offeso, ma pochi giorni dopo mostr egli stesso il
desiderio di continuarlo. Questa volta Narciso rmsc a
dargli, della differenza fra le loro nature, un'immagine
ch'egli pot comprendere meglio.
Narciso aveva parlato con calore, sentiva l'amico piu
aperto, quel giorno, e pi pronto ad accogliere le sue pa-
role: sentiva di far presa su di lui. E si lasci indurre
dal successo a dire pi di quel che fosse nelle sue inten-
Zioni, si lasci trasportare dalle sue stesse p~arole.
--Vedi, -- disse, -- c' un punto solo in Cui ti sono
superiore: io sono sveglio, mentre tu lo sei soltanto a
mezzo, anzi a volte dormi del tutto. Per me, sveglio chi
conosce con l'intelletto e con la coscienza se stesso, le
proprie forze intime e irrazionali, i propri istinti e le pro-
prie debolezze e sa tenerne conto. Questo tu devi impa-
rare: ecco il senso che pu esserci per te nell'avermi in-
contrato In te, Boccadoro, lo spirito e la natura, la co-
scienza e il mondo dei sogni sono lontanissimi fra loro.
Hai dimenticato la tua infanzia, e dalle profondit della
tua anima essa ti cerca. Ti far soffrire finch non le
avrai dato ascolto... Basta! Nell'essere sveglio, ripeto, sono
pl forte di te, in questo ti sono superiore e ti posso aiuta-
re; in tutto il resto, caro, sei tu superiore a me... o meglio
lo sarai non appena avrai trovato te stesso.
Boccadoro aveva ascoltato con stupore, ma alle parole
hai dimenticato la tua infanzia aveva sussultato come
colpito da una freccia. Narciso, che per abitudine, mentre
parlava, spesso teneva a lungo chiusi gli occhi o li fis-
sava innanzi a s, come se in tal modo trovasse meglio
le parole, non s'era accorto di nulla. Non aveva veduto
il volto dell'amico contrarsi improvvisamente e come av-
vizzirsi.
--Superiore... io a te! --balbett Boccadoro tanto per
dir qualcosa; era come irrigidito.
--Certo, -- continu Narciso. -- Le nature come la
tua, dotate di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori,
I poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomi-
ni di pensiero. La vostra origine materna. Voi vivete
nella pienezza, a voi data la forza dell'amore e della
esperienza viva. Noi spirituali, che pur sembriamo spesso
guldarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo
nell'aridit. A voi appartiene la ricchezza della vita, a voi
il succo dei frutti, a voi il giardino dell'amore, il bel
paese dell'arte. La vostra patria la terra, la nostra
l'Idea. Il vostro pericolo di affogare nel mondo dei sensi,
il nostro di asfissiare nel vuoto. Tu sei un artista, io un
pensatore Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel
deserto. A me splende il sole, a te la luna e le stelle, i
tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi...
Boccadoro aveva ascoltato con gli occhi spalancati, men-
tre Narciso parlava in una specie d'inebbriamento ora-
torio. Molte delle sue parole l'avevano colpito come spade
alle ultime impallid, chiuse gli occhi, e, quando Narciso
se n accorse e lo interrog spaventato, rispose pallidissimo
con la voce spenta: --Mi capitato una volta di acca-
sciarmi e di piangere davanti a te... ricordi? Non deve
ripetersi, non me lo perdonerei mai... e neppure a te! Ora
va via subito e lasciami solo, mi hai detto parole terribili.
Narciso era costernato. S'era lasciato trasportare dalle
sue parole, aveva avuto la sensazione di parlare meglio
del solito. E s'accorgeva con stupore che qualcuna di que-
ste parole aveva scosso profondamente l'amico, che in qual-
che punto egli aveva toccato sul vivo. Gli rincresceva di
lasciarlo solo in quel momento; esit qualche secondo, ma
la fronte corrugata di Boccadoro gli impose d'uscire, e
corse via confuso, per concedere all'amico la solitudine di
cui aveva bisogno.
Questa volta la tensione dell'animo di Boccadoro non
si risolse in lacrime. Con la sensazione di essere ferito
profondamente e senza speranza, come se l'amico gli aves-
se inferto a un tratto un pugnale nel petto, rimase im-
mobile, col respiro affannoso, col cuore mortalmente op-
presso, pallido come un cadavere, con le mani inerti. Era
la stessa angoscia d'allora, solo di qualche grado pi in-
tensa, era lo stesso senso di soffocamento interiore, l'im-
pressione di dover vedere qualcosa di terribile, di asso-
lutamente insopportabile. Ma nessun singhiozzo liberatore
lo aiut questa volta a superare l'angoscia. Santa Madre
di Dio, che era mai? Era avvenuto qualcosa? L'avevano
ammazzato? Aveva egli ucciso? Che cosa era stato detto
di terribile?
Respirava a stento, come un avvelenato: aveva una sen-
sazione quasi straziante di dover liberarsi da qualcosa di
micidiale, che stava in fondo al suo essere. Coi movimenti
di uno che nuoti, si lanci fuori della stanza, fugg inco-
sciente negli angoli pi tranquilli e pi deserti del con-
vento, per corridoi e scale, finch usc fuori all'aperto.
Era giunto nel rifugio pi interno del monastero, nel chio-
stro, sopra le poche aiuole verdi splendev.a luminoso il
cielo, un profumo di rose attraversava in dolci e lente
ondate l'aria umida e fresca emanante dalla pietra
Narciso, senza immaginarlo, aveva fatto in quell'ora ci
che da tempo era la meta dei suoi desideri: aveva chia-
mato per nome il demone che possedeva il suo amico, lo
aveva colto. Qualcuna delle sue parole aveva toccato nel
cuore di Boccadoro il segreto, ch'era scattato in un im-
peto di dolore selvaggio. Narciso s'aggir per il convento
in cerca dell'amico, ma non lo trov.
Boccadoro stava sotto una delle pesanti arcate, che dai
corridoi mettevano nel giardinetto del chiostro; dall'alto
di ciascuna delle colonne tre teste di pietra, teste di cani
o di lupi, lo fissavano con gli occhi spalancati. La ferita
gli straziava l'anima, senza trovare una via verso la luce,
verso la ragione. Un'angoscia mortale gli stringeva la gola
e lo stomaco. Alzando meccanicamente lo sguardo, vide
sopra di s uno dei capitelli con le tre teste d'animali, e
subito ebbe l'impressione che i tre mostri fossero nelle sue
viscere, coi loro occhi fissi, e gli abbaiassero dentro.
"Ora devo morire," sent rabbrividendo. E subito dopo,
tremante d'angoscia: "Ora perdo la ragione, ora le be-
stiacce mi mangiano".
Con un sussulto cadde ai piedi della colonna; la soffe-
renza era troppo grande, aveva raggiunto il limite estremo.
Lo avvolse un deliquio; il viso infossato sul petto, si per-
dette nei desiderati meandri del non essere.
L'abate Daniele aveva avuto una giornata poco piace-
vole: due dei monaci anziani erano andati da lui, ecci-
tati, litigando e accusandosi a vicenda, furenti l'un contro
l'altro per il ripetersi di vecchie e futili gelosie. Egli li
aveva ascoltati, fin troppo a lungo, li aveva ammoniti,
ma senza effetto, infine li aveva congedati severamente,
imponendo a ciascuno una penitenza abbastanza dura; ma
in cuore gli era rimasto il senso che l'opera sua era stata
vana Esausto, s'era ritirato nella cappella della chiesa
inferiore, aveva pregato, s'era rialzato senza trovare ristoro.
Poi, attratto dalla mite fragranza delle rose, era entrato
un momento nel chiostro per aspirarne il profumo. E l
trov lo scolaro Boccadoro, svenuto sull'impiantito. Lo
guard con tristezza, spaventato dal pallore esangue di
quel volto di solito fiorente di giovinezza. Cattiva giornata
davvero, ci mancava ancor questo! Tent di sollevare il
ragazzo, ma il peso era troppo grave per le sue forze. E
il vecchio se n'and sospirando; chiam due frati pi gio-
vani, perch lo portassero su, e mand insieme a loro pa-
dre Anselmo, esperto in medicina. Intanto fece cercare
Narciso, che fu presto trovato e si present.
-- Sai gi? --gli domand.
--Di Boccadoro? S, reverendo padre, ho sentito or
ora che ammalato o che gli capitato un accidente: lo
hanno portato su a braccia.
-- S, l'ho trovato io nel chiostro, dove veramente non
aveva nulla da cercare. Non gli capitato nessun acci-
dente, c svenuto. La cosa non mi piace. Mi sembra che tu
debba in qualche modo esserne a parte: il tuo intimo.
Perci ti ho fatto chiamare. Parla.
Narciso, dominando come sempre il suo contegno e le
sue parole, rifer brevemente il colloquio con Boccadoro
e l'impressione violenta, inattesa, che quegli ne aveva
ricevuta. L'abate scosse il capo, non senza un certo mal-
contento.
-- Sono curiosi colloqui! -- disse, sforzandosi di rima-
ner calmo. -- 11 discorso che mi hai riferito si potrebbe
chiamare una violazione dell'anima altrui; un discorso,
direi, da padre spirituale. Ma tu non sei il padre spiri-
tuale di Boccadoro. Tu non hai nemmeno cura d'anime,
non sei ancora stato ordinato sacerdote. Come mai assumi
con uno scolaro il tono del direttore di coscienza e gli
parli di cose che riguardano solo quest'ultimo? Le conse-
guenze, come vedi, sono state cattive.
-- Le conseguenze, -- rispose Narciso in tono mite,
ma risoluto, -- non le conosciamo ancora, reverendo pa-
dre. Io sono rimasto un po' spaventato per l'effetto vio-
lento del nostro colloquio ma non dubito che le conse-
guenze saranno buone per Boccadoro.
--Lo vedremo. Ma ora parliamo del tuo operato. Che
cosa ti ha indotto a tenere a Boccadoro simili discorsi?
-- Come sapete, egli mio amico. Ho una speciale sim-
patia per lui e credo di comprenderlo molto bene. Voi
dite che io gli ho parlato come un padre spirituale; no,
non ho voluto arrogarmi nessuna autorit di questo ge-
nere, ho creduto soltanto di conoscerlo meglio di quanto
egli si conosca.
L'abate alz le spalle.
-- Lo so che questa la tua specialit. Speriamo che
tu non abbia provocato nulla di male... E malato, Bocca-
doro? Voglio dire, ha qualche disturbo? E cagionevole?
Dorme male? Non mangia? Ha qualche sofferenza?
-- No, fino ad oggi era sano. Sano di corpo.
-- E nel resto ?
--Nell'anima malato, non c' dubbio. Sapete ch'egli
nell'et in cui cominciano le lotte con l'istinto sessuale.
--Lo so. Ha diciassette anni?
--Ne ha diciotto.
-- Diciotto. Gi. Abbastanza tardi. Ma queste lotte sono
cosa naturale, attraverso cui passano tutti. Non si pu
chiamarlo per questo malato nell'anima.
--No, reverendo padre, per questo solo no. Ma Boc-
cadoro era gi malato prima, gi da tempo, perci queste
lotte sono per lui pi pericolose che per altri. Egli soffre,
credo, perch ha dimenticato una parte del suo passato.
--Ah? E quale parte?
-- Sua madre e tutto quello che si riferisce a lei. Non
ne- so nulla neppur io; so soltanto che l dev'essere l'ori-
gine della sua malattia. Boccadoro probabilmente non sa
altro di sua madre, se non che l'ha perduta presto. Ma
si ha l'impressione che si vergogni di lei. Eppure da lei
deve aver ereditato la maggior parte delle sue doti, poi-
ch quello che dice di suo padre non ce lo fa apparir
tale da avere un figlio cos bello, cos ben dotato e ori-
ginale. Tutto questo non mi stato riferito, lo arguisco
da indizi.
L'abate, il quale da principio aveva sorriso fra s di
quei discorsi, che gli parevano saccenti e presuntuosi, e
a cui tutta la faccenda riusciva molesta e penosa, comin-
ci a riflettere. Ripens al padre di Boccadoro, a quel-
l'uomo un po' affettato, che non ispirava troppa fiducia,
e, forzando la memoria, ricord anche a un tratto come
egli avesse parlato a proposito della moglie. Aveva detto
ch'era stato da lei disonorato, che gli era scappata, e
ch'egli si era sforzato di soffocare nel figlioletto il ricordo
materno e i vizi che dalla madre poteva aver ereditati.
Vi era riuscito: e il ragazzo si dichiarava disposto, per
espiare i falli della mamma, a offrire la sua vita a Dio.
Narciso non era mai piaciuto cos poco all'abate come
in quel momento. E tuttavia... come aveva indovinato bene,
quel ruminatore di pensieri, come sembrava conoscer bene
davvero Boccadoro!
Infine, interrogato ancora su ci ch'era avvenuto quel
giorno, Narciso disse: -- Non era nelle mie intenZioni
provocare la scossa violenta, che oggi ha sopraffatto Boc-
cadoro. Io gli ho osservato ch'egli non conosce se stesso,
che ha dimenticato la sua infanzia e sua madre. Qual-
cuna delle mie parole deve averlo colpito, dev'essere pe-
netrata nella tenebra, contro la quale lotto gi da tanto
tempo. Era come esanimato, mi guardava, quasi non co-
noscesse pi n me n se stesso. Io gli dissi tante volte
che dormiva, che non era desto del tutto. Ora stato
svegliato, non ne dubito.
Narciso fu congedato, senza ammonizione, ma col di-
vieto, per il momento, di visitare il malato.
Intanto padre Anselmo aveva fatto coricare lo svenuto
su di un letto e s'era seduto al suo capezzale. Non gli
parve consigliabile richiamarlo bruscamente alla coscienza
con mezzi violenti. L'aspetto del ragazzo non prometteva
nulla di buono. Il vecchio dal volto rugoso e bonario lo
guardava benevolmente. Per il momento si limit a sen-
tirgli il polso e ad ascoltare il cuore. Certo, pens, il ra-
gazzo aveva mangiato qualche porcheria, del sale d'ace-
tosella o qualche altra sciocchezza; eran cose che capi-
tavano. La lingua non si poteva vedere. Egli voleva bene
a Boccadoro, ma non poteva soffrire il suo amico, quel
maestro troppo giovane e precoce. Ecco ora i frutti di
una simile amicizia: certo Narciso aveva la sua parte di
colpa in questa corbelleria. Che bisogno aveva un ragazzo
cos sano, dagli occhi chiari, un cos caro e schietto figlio
della natura, di mettersi insieme con quell'erudito orgo-
glioso, con quel grammatico, per Cui il suo greco era pi
importante di tutto ci ch' vivo al mondo?
Quando dopo parecchio tempo la porta s'apr ed entr
l'abate il padre era ancora seduto, con lo sguardo fisso
sul voito del ragazzo privo di sensi. Che volto simpatico,
giovane, ingenuo! E dovergli ora star accanto per soccor-
rerlo, e forse non potere! Certo la causa poteva essere una
colica: avrebbe prescritto del vino caldo, forse del rabar-
baro. Ma pi guardava quel viso verdastro e contratto,
pi i suoi sospetti prendevano un'altra piega, pi preoc-
cupante. Padre Anselmo aveva esperienza. Pi d'una volta
nel corso della sua lunga vita gli era capitato di vedere
degli ossessi. Esitava a formulare il sospetto perfino in
cuor suo. Avrebbe atteso, sorvegliato. Ma, pensava con
irritazione, se quel povero ragazzo era stato davvero stre-
gato, non dovevano cercar lontano il colpevole: e questi
l'avrebbe vista brutta!
L'abate s'avvicin, guard il malato, gli sollev piano
una palpebra
--Si pu destarlo? -- domand.
--Vorrei aspettare ancora. Il cuore sano. Non biso-
gna lasciargli avvicinare nessuno.
--C' pericolo?
--Non credo. Nessuna ferita, nessuna traccia di colpi
o di caduta. E svenuto: forse stata una colica. I dolori
molto forti fanno perdere i sensi. Se fosse un avvelena-
mento, verrebbe la febbre. No, si risveglier e rimarr
in vita.
--Non potrebbe derivare da una scossa morale?
--Non dico di no. Si sa qualcosa? Ha avuto forse
un forte spavento? Un annuncio di morte? Una disputa
violenta, un'offesa? Allora tutto sarebbe spiegato.
--Non sappiamo Badate che nessuno lo avvicini. Vi
prego di rimanere finch desto. Se peggiorasse, chiama-
temi, foss'anche di notte
Prima di uscire il vegliardo si chin ancora una volta
sul rr.alato; pens a suo padre, pens al giorno in cui gli
avevano condotto quel bel ragazzo biondo e sereno, che
tutti avevano subito preso a benvolere. Anche a lui aveva
fatto un'ottima impressione. Ma Narciso aveva ragione:
quel figliolo non assomigliava proprio in nulla a suo pa-
dre! Ah, quante preoccupazioni dappertutto! Com' insuf-
ficiente tutta la nostra opera! Non aveva forse egli stesso
trascurato in qualche modo quel povero ragazzo? Gli ave-
va dato il confessore adatto? Era giusto che nessuno in
convento conoscesse bene quello scolaro quanto Narciso?
E poteva giovargli questo amico, che faceva ancora il no-
viziato, che non era ancor frate n aveva ricevuto gli
ordini e le cui idee ostentavano tutte una superiorit cos
sgradevole, quasi ostile? Dio sa se anche Narciso non
aveva avuto da tempo un trattamento sbagliato? Dio sa
se dietro la maschera dell'obbedienza egli non celava del
male, se non era forse un pagano? E di quel che i due
giovani sarebbero diventati un giorno, era responsabile
anche lun
Quando Boccadoro rinvenne, era buio. Sentiva la testa
vuota e aveva le vertigini. Sentiva di essere in un letto,
ma non sapeva dove e non stette neppure a pensarci: gli
era indifferente. Ma dov'era stato? Di dove veniva? Da
qual mondo strano di esperienze? Era stato altrove, molto
lontano, aveva visto qualcosa, qualcosa di straordinario
di splendido, di terribile e d'indimenticabile... e tuttavia
aveva dimenticato. Ma dove? Che cos'era spuntato l da-
vanti a lui, cos grande cos doloroso, cos delizioso, e
poi di nuovo scomparsoi Tese l'orecchio verso il fondo
della sua anima, l dove qualcosa si era sprigionato in
quel giorno, dove qualcosa era avvenuto... che cosa? Un
confuso groviglio d'immagini gli turbin davanti, vide delle
teste di cani, tre teste di cani, ed aspir il profumo delle
rose. Oh, com'era stato male! Chiuse gli occhi. Si riad-
dorment.
Si svegli di nuovo e, mentre il mondo dei sogni Si
dileguava rapidamente, vide, ritrov l'immagine e trasal
come per una volutt dolorosa. Vide: era diventato veg-
gente. Vide Lei. Vide la grande, radiosa figura dalla bocca
fiorente, dai fulgidi capelli. Vide sua madre. Al tempo
stesso credette di udire una voce: Hai dimenticato la
tua infanzia . Di chi era quella voce? Tese l'orecchio, pen-
s trov. Era Narciso. Narciso? E in un attimo, con un
coipo brusco, tutto ritorn presente: ricord, seppe. Oh!
mamma, mamma! Montagne di macerie, mari d'oblio era-
no rimossi scomparsi, con superbi occhi azzurri e lumi-
nosi la Perduta lo guard di nuovo, l'ineffabilmente Amata.
Padre Anselmo, che s'era assopito nella poltrona ac-
canto al letto, si dest. Ud il malato muoversi, respirare.
S'alz cauto.
--Chi c'? -- domand Boccadoro.
-- Sono io, non aver paura. Faccio luce.
Accese la piccola lampada sospesa e il chiarore si dif-
fuse sopra il suo volto rugoso e benevolo.
-- Sono malato? -- domand il giovane.
-- Sei svenuto, figliolo mio. Dammi la mano, sentiamo
il polso. Come ti senti ?
--Bene. Grazie, padre Anselmo. Siete molto buono.
Non mi sento pi nulla, sono solo stanco.
--Certo sarai stanco. Presto ti riaddormenterai; prima
bevi un sorso di vino caldo, qui pronto. Vuotiamo in-
sieme un bicchiere, ragazzo mio. Alla nostra buona ami-
cizia!
Aveva avuto cura di tener pronto, entro un reciplente
d'acqua calda, un boccaletto di vino bollito con aroml.
--Abbiamo dormito un bel pezzetto tutti e due! --
disse ridendo il medico.--Un bravo infermiere, penserai,
che non sa tenersi desto! Via, siamo uomini. Ora, pic-
cino, beviamo un po' di questo filtro magico; nulla di pi
delizioso che una piccola bevuta di nascosto nella notte.
Dunque, salute!
Boccadoro rise, tocc il bicchiere e assaggi. Il vino
caldo era drogato con cannella e garofano e addolcito
con lo zucchero; egli non ne aveva mai bevuto. Gli venne
in mente che gi una volta era stato malato e allora s'era
occupato di lui Narciso; questa volta era padre Anselmo
a prestargli le sue cure. La cosa gli piacque molto, era
gradevolissimo e curioso essere l in letto, alla luce di
quella lampadina, e bere col vecchio padre un bicchiere
di dolce vin caldo nel cuor della notte.
--Hai dolor di ventre? -- domand il vecchio.
--No.
--To', pensavo che dovessi avere una colica, Bocca-
doro. Allora non questo. Mostra la lingua. E bella: una
volta di pi il vostro vecchio Anselmo non ha capito nulla.
Domani resti a letto tranquillo, poi vengo io e ti visito.
E il tuo vino l'hai gi finito? Cos, ti faccia buon pro!
Lasciami vedere se ce n' ancora. Per un mezzo bicchiere
ciascuno basta, se ce lo dividiamo con equit... Ci hai
procurato un bello spavento, Boccadoro! Disteso l nel
chiostro come un cadaverino! Davvero non hai mal di
ventre ?
Risero e si divisero onestamente il resto del vino aro-
matico; padre Anselmo disse le sue barzellette, mentre
Boccadoro lo guardava riconoscente e divertito, con gli
occhi ritornati chiari. Poi il vecchio and a coricarsi. Boc-
cadoro rimase sveglio ancora un poco; pian piano le im-
magini risalirono dal fondo della sua anima, rifiammeg-
giarono le parole dell'amico, riapparve la donna bionda
e radiosa, la madre; e la visione lo percorse tutto come
un vento caldo, come una nube di vita, di ardore, di te-
nerezza e di monito profondo. O mamma! Come, come
aveva potuto dimenticarla?
C~PITOLO V
Fino allora Boccadoro aveva saputo qualcosa di sua
madre, ma solo dai racconti altrui; l'immagine di lei gli
era sfuggita e del poco che credeva di saperne aveva ta-
ciuto a Narciso la massima parte. La mamma era cosa
di cui non si doveva parlare, di cui ci si vergognava. Era
stata una ballerina, una bella e selvaggia creatura, d'ori-
gine distinta, ma pagana e non buona; il padre di Bocca-
doro l'aveva raccolta, cos raccontava, dalla miseria e
dalla vergogna, nel dubbio che fosse pagana, l'aveva fatta
battezzare e istruire nella religione; l'aveva sposata e ri-
dotta una donna per bene. Sennonch dopo alcuni anni di
mansuetudine e di vita regolare si era risvegliato in lei
il ricordo delle sue antiche arti ed abitudini ed ella aveva
cominciato a dar scandalo, a sedurre uomini, a rimaner
fuori di casa giornate e settimane intere; aveva acquistato
fama di strega e infine, dopo essere stata pi volte rag-
giunta e riportata a casa dal marito, era scomparsa per
sempre. La sua fama rimase viva ancora per qualche tem-
po fama cattiva, guizzante come la coda di una cometa,
poi si spense. Suo marito si rimise lentamente da quegli
anni d'inquietudine, di spavento, di vergogna, di continue
sorprese; e invece della moglie mal riuscita, prese a edu-
care il figlioletto, somigliantissimo alla madre nella figura
e nel volto; rimase profondamente contristato, divent bi-
gotto e coltiv in Boccadoro la convinzione ch'egli dovesse
offrire la sua vita a Dio per espiare le colpe materne.
Questo era press'a poco ci che il padre soleva raccon-
tare della moglie scomparsa, bench non amasse parlarne;
e qualche allusione in proposito aveva fatto anche all'a-
bate nell'afffidargli il figlio. Tutto ci era noto anche a
Boccadoro come un'orribile leggendaj ma egli aveva im-
parato ad allontanarla da s, quasi a dimenticarla. Aveva
poi dimenticato e perduto del tutto l'immagine vera della
madre, quella che non nasceva dai racconti del padre e
dei servi o dalle voci oscure e cattive intorno a lei, ma
che costituiva il suo ricordo personale: la madre, quale
era stata realmente per lui nella vita. Ed ecco ora risor-
gere quell'immagine, l'astro dei suoi primi anni.
--E incomprensibile come avessi potuto dimenticarla,
--disse un giorno all'amico.--lo non ho mai amato nes-
suno in vita mia come mia madre, cos incondizionata-
mente, cos ardentemente, non ho mai venerato e ammi-
rato nessuno come lei; rappresentava per me il sole e la
luna. Dio sa come fu possibile offuscare nella mia anima
quell'immagine radiosa e trasformarla a poco a poco in
quella strega cattiva, pallida, diafana, ch'ella era per mio
padre e fu durante tanti anni per me.
Narciso aveva hnito da poco il suo noviziato e aveva
preso l'abito. Il suo contegno verso Boccadoro s'era sin-
golarmente mutato. Boccadoro, che prima aveva spesso
respmto i cenni e i moniti dell'amico come una molesta
pretesa di saperne di pi e di volerlo migliorare, dopo il
grande avvenlmento era pieno di stupita ammirazione per
la sua sapienza. Quante parole di lui s'erano avverate co-
me profezie! Come gli aveva visto in fondo all'animo
quello scrutatore inquietante, come aveva indovinato il
segreto della sua vita, la sua ferita nascosta! Con quanta
intelligenza lo aveva guarito!
Il giovane sembrava guarito davvero. Non solo quello
svenimento non aveva avuto cattive conseguenze, ma si
era come dileguato anche quel certo che di non schietto,
di non serio, di saccente, che si notava prima nella perso-
nalit di Boccadoro, quel prematuro monachismo, quel
credersi obbligato a servir Dio proprio in convento. Il
giovane sembrava diventato pi giovane e al tempo stesso
pi maturo, da quando aveva trovato se stesso. Tutto ci
egli doveva a Narciso.
Ma Narciso da qualche tempo teneva con l'amico un
contegno singolarmente cauto; lo guardava con grande
modestia, senza pi alcun senso di superiorit, senza pi
volerlo ammaestrare, mentre l'altro aveva tanta ammira-
zione per lui. Vedeva Boccadoro nutrito da fonti miste-
riose, di forze che a lui erano estranee; egli aveva potuto
favorire il loro sviluppo, ma non gli era dato di parte-
cipare ad esse. Vedeva con gioia l'amico liberarsi dalla
sua guida, e pur talvolta era triste. Sentiva di essere un
gradino superato, una scorza che si butta via; vedeva av-
vicinarsi la fine di quell'amicizia, ch'era stata tanto per
lui. Sapeva sempre sul conto di Boccadoro pi di quel
che ne sapesse Boccadoro stesso, poich se questi aveva
ritrovato la sua anima ed era pronto a seguirne l'appello,
non presentiva ancora dove essa l'avrebbe condotto; Nar-
ciso lo presentiva ed era impotente, la via del suo benia-
mino conduceva in paesi, su cui egli non avrebbe mai po-
sto il piede.
La passione di Boccadoro per le scienze era molto di-
minuita. Anche la sua smania di disputa nei colloqui con
l'amico era passata; si vergognava ripensando a certe loro
conversazioni d'un tempo. Intanto in Narciso, sia col com-
pimento del noviziato, sia in seguito alle vicende con
Boccadoro, s'era destato un bisogno di vita ritirata, di
ascesi, di eserciZi spirituali, una tendenza ai digiuni e alle
lunghe orazioni, alle confessioni frequenti, alle penitenze
volontarie; e Boccadoro poteva capire questa tendenza, po-
teva quasi dividerla. Dopo la guarigione il suo istinto
s'era molto afffinato; pur non sapendo ancor nulla delle
sue mete future, sentiva con una chiarezza sicura, spesso
inquietante, che il suo destino si stava preparando, che un
certo periodo d'innocenza e di tranquillit ben protetta
era ormai passato per lui e che tutto in lui era teso e
pronto. Spesso il presentimento era delizioso, lo teneva
sveglio met della notte, come un dolce innamoramento;
spesso anche era cupo e profondamente angoscioso. La
madre era ritornata a lui, colei ch'era da tanto tempo per-
duta; ed era una grande felicit. Ma dove lo conduceva
il suo richiamo allettatore? Nell'incerto, in una rete di
seduzioni, nell'angustia, forse nella morte. Indubbiamente
non lo conduceva nella sicurezza placida e silente di una
cella monastica, nella comunit di un chiostro per tutta
la vita; il suo appello non aveva nulla di comune con
quei comandamenti paterni, che per tanto tempo egli ave-
va scambiato per suoi propri desideri. Questo sentimento,
Spesso forte, angoscioso e scottante come una violenta sen-
sazione fisica, alimentava la religiosit di Boccadoro. Ed
egli sfogava la piena della sua passione, ch'era tutta un
anelito verso sua madre, in lunghe preghiere alla santa
Madre di Dio. Spesso per le orazioni si perdevano di
nuovo in sogni: sogni splendidi e strani, di giorno, in una
specie di dormiveglia, sogni di lei, a cui tutti i suoi sensi
partecipavano. E lo avvolgeva allora il profumo di quel
mondo materno che guardava misterioso con occhi d'eni-
gma e d'amore, che mormorava profondo come il mare e
come il paradiso, che vezzeggiando balbettava suoni senza
senso, o meglio traboccanti di senso e lusinganti come ca-
rezze, che aveva sapor di zucchero e di sale che sfiorava
con serica chioma le labbra e gli occhi anelanti. E non
solo tutti gli incanti erano nella madre, non solo il dolce
sguardo azzurro dell'amore, il sorriso soave promettente
felicit, la carezza del conforto; in lei, sotto veli di grazia
erano anche ogni orrore e ogni tenebra, ogni brama, ogni
ansia, ogni colpa, ogni miseria, ogni nascita e ogni legge
di morte.
Il giovane sprofondava in questi sogni, in queste trame
a mille fili dei suoi sensi animati. Non solo risorgeva in
essi con tutto il suo fascino il passato diletto: infanzia e
amor materno, ladioso e aureo mattino di vita; ma s'er-
geva anche minaccioso e promettente, allettante e perico-
loso, l'avvenire. A volte quei sogni, in cui la madre, la
Madonna e l'amante eran tutt'uno, gli apparivano poi co-
me orrendi delitti e sacrilegi, come peccati mortali ine-
spiabili; altre volte trovava in essi ogni redenzione, ogni
armonia. La vita lo fissava piena di mistero, mondo tene-
broso e imperscrutabile, selva aspra e spinosa, irta di fan-
tastici pericoli... ma eran misteri della madre, venivano
da lei, conducevano a lei, erano il piccolo cerchio scuro
il piccolo abisso minaccioso entro il suo occhio fulgido.
Molta infanzia obliata riamorava in questi sogni ma-
terni; da profondit infinite e perdute sbocciavano i fio-
rellini del ricordo, splendevan lucenti olezzavan presaghi:
ricordi di sentimenti, forse di esperienze forse di sogni
dell'et infantile. Talvolta si sognava di pesci, che nuota-
vano verso di lui neri e argentei, freddi e lucidi, gli en-
travano nel corpo, lo attraversavano, e venivano da un
mondo pi bello, messaggeri di liete novelle di felicit
pol scomparivano come guizzanti fantasmi, non c'eran pi
e invece di un messaggio avevano portato nuovi misteri.
Spesso sognava pesci che nuotavano e uccelli che vola-
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vano, ed ogni pesce od uccello era una sua creatura, di-
pendeva da lui, docile, come il suo respiro, raggiava da
lui come uno sguardo, come un pensiero, e ritornava a
lui. Spesso sognava un giardino, un giardino incantato,
con alberi favolosi, fiori giganteschi, grotte azzurre cupe
e profonde; fra l'erbe occhieggiavano pupille scintillantl
d'animali sconosciuti, sui rami strisciavano viscidi e ner-
vosi serpenti, dai tralci e dai cespugli pendevano bacche
enormi, umide e brillanti, che a coglierle gli si gonfiavano
nella mano e spandevano un succo caldo come sangue,
oppure avevano occhi e li movevano con astuto languore;
s'appoggiava ad un albero tastando, afferrava un ramo
e vedeva sentiva fra il ramo e il tronco un incresparsl
aggrovigliato e folto di peli, come quelli che s'annidano
nella cavit d'una ascella. Una volta sogn di se stesso,
o del santo di cui portava il nome, sogn di Crisostomo
dalla bocca d'oro, e dalla bocca d'oro uscivan parole e
le parole erano uccellini sciamanti, che volavano via a
stormi agitando l'ali.
Una volta sogn d'essere adulto, ma seduto per terra
come un bimbo: aveva dinanzi dell'argilla e come un
bimbo la impastava foggiando figure: un cavallino, un
toro, un ometto, una donnina. Il gioco lo divertiva, e a
quegli animali e a quegli uomini faceva delle parti geni-
tali ridicolmente grandi: in sogno gli pareva una cosa
molto spiritosa. Poi si stanc e cammin oltre; ma sent
dietro di s qualcosa che viveva, qualcosa di grande e di
silenzioso che s'avvicinava; si volt e con profondo stu-
pore, con spavento, ma non senza gioia, vide che le sue
piccole figure d'argilla eran diventate grandi e vive. Come
enormi e muti giganti gli passaron di fianco e continua-
rono la loro marcia, ingrandendo sempre, giganteschi e
silenziosi, e inoltrandosi nel mondo, alti come torri.
In questo mondo di sogni Boccadoro viveva pi che in
quello della realt. Il mondo reale (aula scolastica, cor-
tile del convento, biblioteca, dormitorio e cappella) non
era che una superficie, una sottile membrana tremante so-
pra il mondo trascendente delle immagini e dei sogni. Un
nulla bastava a forare questa membrana sottile: qualcosa
di misteriOSo nel suono di una parola greca in mezzo ad
un'arida lezione, un'ondata di profumo dalla bisaccia in
cui padre Anselmo raccoglieva erbe per i suoi studi bo-
tanici, la vista d'un tralcio di pietra che spuntava dal ca-
pitello della colonna d'un arco di finestra... bastavano que-
sti piccoli stimoli per forare la membrana della realt e
per scatenare, dietro la placida aridit di questa, il tumul-
to d'abissi, di fiumane e di vie lattee, che s'agitava in quel
mondo immaginario dell'anima. Una iniziale latina diven-
tava il volto olezzante della madre, un tono prolungato
nell'Ave diventava la porta del paradiso, una lettera greca
si trasformava in un cavallo in corsa, in un serpente che
s'inalbera e poi striscia via quieto in mezzo ai fiori: ed
ecco gi ritornare al suo posto l'arida pagina della gram-
matica .
Boccadoro parlava raramente di questo suo mondo di
sogni; solo poche volte ne fece cenno a Narciso.
-- lo credo, -- gli disse un giorno, -- che un petalo
di fiore o un vermiciattolo sul nostro cammino dica e con-
tenga molto pi di tutti i libri dell'intera biblioteca Con
le lettere e con le parole non si pu dir nulla. Taivolta
scrivo una lettera greca, un ti~eta o un omeg.a, e girando
appena un pochino la penna vedo la lettera che guiZza;
un pesce, mi ricorda in un attimo tutti i ruscelli e i
fiumi del mondo, tutto ci ch'esiste di fresco e'di umido
l'oceano di Omero e l'acqua su cui camminava Pietro, op-
pure la lettera diventa un uccello, mette la coda, rizza le
penne, Si gonfia, ride, vola via... Ebbene, Narciso, tu non
dai molta importanza a lettere di questo genere, vero?
Ma io ti dico: con esse Dio scrisse il mondo.
-- Do loro molta importanZa, -- disse Narciso con
tristezza. -- Sono lettere magiche: con esse si possono
scongiurare tutti i demoni. Certo, per l'uso delle scienze
non vanno. Lo spirito ama ci che saldo, formato, vuole
poter essere sicuro dei suoi segni, ama ci che , non ci
che diviene, il reale e non il possibile. Non tollera che
un omega diventi un serpente o un uccello. Lo spirito non
pu vivere nella natura, ma solo di fronte ad essa, come
suo contrapposto. Mi credi ora, Boccadoro, che tu non
diverrai mai un erudito?
Oh s, Boccadoro lo credeva da un pezzo, era perfetta-
mente d'accordo.
-- Non ho pi affatto il ticchio di aspirare al vostro
spirito, -- disse quasi ridendo. --Mi avviene con lo spi-
rito e con la dottrina press'a poco come m' avvenuto con
mio padre: credevo di amarlo molto, di essere simile a
lui, giuravo su quello che diceva. Ma non appena mia
madre fu di nuovo presente alla mia anima, tornai a sa-
pere ci che davvero l'amore, e di fronte all'immagine
di lei quella di mio padre divenne a un tratto piccina, tri-
ste, quasi ingrata. Ed ora io tendo a considerare paterno,
contrario e ostile alla madre, tutto ci che spirituale, e
lo disprezzo un poco.
Parlava scherzando, ma non riusc a rasserenare il vol-
to triste dell'amico. Narciso lo guardava in silenzio, il suo
sguardo era come una carezza. Poi disse: -- Tl capisco
bene. Ora non abbiamo pi bisogno di disputare; tu ti
sei svegliato e ora hai anche riconosciuto la differenza fra
te e me, la differenza fra origini materne e paterne, fra
anima e spirito. E presto riconoscerai anche che la tua
vita in convento, che la tua aspirazione a una vita mo-
nastica era un errore, una trovata di tuo padre, il quale
voleva con ci purificare la memoria di tua madre o an-
che solo vendicarsi di lei. O credi ancora che la tua vo-
cazione sia di rimanere tutta la vita in un chiostro?
Boccadoro osservava pensieroso le mani del suo amico,
quelle mani aristocratiche, rigide e pur delicate, magre e
bianche. Nessuno poteva mettere in dubbio che fossero
mani d'asceta e di scienziato.
--Non so, -- disse cDn quella voce cantante, un po'
lenta, che gli era venuta da qualche tempo e che indu-
giava a lungo su ogni suono.--Non so davvero. Tu giu-
dichi un po' severamente mio padre. Egli non ha avuto
la vita facile. Ma forse hai ragione anche in questo. Sono
qui da pi di tre anni e non ancora venuto a trovarmi.
Spera che io rimanga qui per sempre. Forse sarebbe il me
glio, l'ho sempre desiderato anch'io. Ma Oggl non so plu
che cosa veramente voglia e desideri. Prima tutto era sem-
plice, semplice come le lettere dell'alfabeto nel libro di
lettura. Ora nulla pi semplice, neppur le lettere. Tutto
ha acquistato pi significati e pi volti. Non so che sar
di me, non posso pensare ora a queste cose
--E non devi nemmeno, -- soggiunse Narciso. -- Si
vedr bene dove conduce la tua strada. Ha commciato a
riportarti verso tua madre e ti avviciner ancor pi a lei.
Quanto poi a tuo padre, non lo giudico troppo severa-
menre. Vorresti ritorn~re ,l lui?
--No, Narciso, no certo. Altrimenti lo farei appena
terminata la scuola, o gi ora. Poich se non devo di-
ventare uno scienziato, di latino, greco e matematica ho
gi studiato abbastanza. No, non voglio ritornare da mio
padre. . .
Guard pensieroso davanti a s e a un tratto esclam:
-- Ma come fai tu a dirmi sempre delle parole, o a ri-
volgermi delle domande che m'illuminano e mi rendono
chiaro a me stesso? Anche ora stata la tua domanda, se
vorrei ritornare da mio padre, a farmi improvvisamente
sentire che non voglio. Come fai? Sembra che tu sappia
tutto. Spesso mi hai detto, sul conto tuo e mio, parole
che al momento non ho compreso affatto e che poi han-
no acquistato tanta importanza per me! Sei stato tu a
chiamare materna la mia origine, a scoprire che io ero
sotto un incantesimo e avevo dimenticato la mia infanzia!
Chi t'ha appreso a conoscere gli uomini cos bene? Non
posso impararlo anch'io?
Narciso scosse il capo sorridendo
--No, caro, tu non puoi. Ci sono uomini che possono
imparare molte cose, ma tu non sei di quelli. Tu non
sarai mai uno studioso. E a che scopo del resto? Non ne
hai bisogno. Tu hai altre doti. Sei pi ricco di me e sei
anche pi debole; tu avrai una strada pi bella e pi diffi-
cile della mia. Talvolta non volevi capirmi, spesso t'im-
pennavi come un puledro, non fu sempre facile con te
e dovetti anche farti del male. Dovetti destarti perche
dormivi. Anche quando ti ricordai tua madre, questo a
tutta prima ti fece male, molto male, e ti trovarono per
terra come morto nel chiostro. Era necessario... No, non
carezzarmi i capelli! Lascia stare! Non posso sopportarlo.
-- Dunque io non posso imparare nulla? Rimarr sem-
pre ignorante, come un bambino?
--Ci saranno altri, da cui potrai imparare. Quello che
potevi imparare da me, o bambino, finito.
--Oh no!--esclam Boccadoro.--Non siamo diven-
tati amici per questo! Che amicizia sarebbe, se dopo un
breve periodo di tempo avesse raggiunto il suo scopo e
potesse cessare senz'altro? Ne hai dunque abbastanza di
me? Ti son forse venuto in uggia?
Narciso passeggiava concitato in su e in gi, con gli
occhi a terra; poi si ferm davanti all'amico.
Lascia andare, -- disse con dolcezza, -- sai bene
che non mi sei venuto in uggia.
Lo guard esitante, poi riprese a passeggiare avanti e
indietro, s'arrest un'altra volta e fiss Boccadoro, con lo
sguardo fermo nel volto duro e scarno. E con voce som-
messa, ma ferma e dura, disse: -- Ascolta, Boccadoro!
La nostra amicizia stata buona; ha avuto uno scopo e
l'ha raggiunto, ti ha destato. Io spero che non sia finita;
spero che si rinnover ancora e sempre e condurr a nuo-
ve mete. Per il momento una meta non c'. La tua In-
certa, io non posso n guidarti n accompagnarti verso di
essa. Interroga tua madre, interroga la sua immagine,
ascoltala! La mia meta invece non incerta, qul, nel
convento, mi chiama a ogni ora. Io posso essere tuo
amico ma non posso essere innamorato. Sono monaco, ho
fatto il voto. Prima di essere consacrato mi far esonerare
per molte settimane dall'insegnamento e mi ritirer a fare
esercizi e astinenza. In questo periodo non parler di cose
del mondo, neanche con te.
Boccadoro cap. Disse con tristezza: -- Farai dunque
quello che avrei fatto anch'io, se fossi entrato nell'ordine
per sempre. E quando avrai terminato gli esercizi, quando
avrai digiunato e pregato e vegliato abbastanza... quale
sar poi la tua meta?
--Lo sai, -- rispose Narciso.
--Va bene. Fra qualche anno sarai primo maestro, for-
se anche gi direttore di scuola. Migliorerai l'istruzione,
ingrandirai la biblioteca. Forse scriverai libri anche tu?
No? Ebbene, no. Ma dove sar la meta?
Narciso sorrise appena. -- La meta? Forse morir di-
rettore di scuola, o abate, o vescovo. E indifferente. La
meta questa: mettermi sempre l dove io possa servlr
meglio, dove la mia indole, la mia qualit, le mie doti
trovino il terreno migliore, il pi largo campo d'azione.
Non c' altra meta.
Boccadoro: -- Non c' altra meta per un monaco?
Narciso: -- Oh s, ce ne sono. Per un monaco pu
essere scopo della vita studiar l'ebraico, commentare Ari-
stotele, o decorare la chiesa del convento, o ritirarsi a
meditare, o cento altre cose. Per me queste non sono me-
te. Io non voglio n accrescere la ricchezza del convento,
n riformare l'Ordine o la Chiesa. Io voglio nei limiti del-
le mie possibilit servire lo spirito, cos come lo intendo
io, null'altro. Non una meta?
Boccadoro medit a lungo la risposta.
-- Hai ragione, -- disse. -- Ti sono stato molto di
ostacolo nel cammino che ti conduce alla meta?
-- D'ostacolo? O Boccadoro, nessuno mi ha aiutato
pi di te. Mi hai presentato delle difficolt, ma io non
sono nemico delle difficolt. Ho imparato da esse, in par-
te le ho superate.
Boccadoro lo interruppe, quasi scherzando: -- Le hai
superate in un modo curioso! Ma dimmi un po': quando
ml hal alutato, guldato, hberato, quando hai risanato la
mia anima... hai servito davvero lo spirito? Forse hai sot-
tratto al convento un novizio zelante e volonteroso, e hai
creato allo spirito un avversario, uno che far e creder
e si sforzer di raggiungere proprio il contrario di quello
che tu giudichi buono !
--Perch no? -- disse Narciso con seriet profonda.
-- Amico mio, mi conosci ancora cos poco! Ho distrutto
forse in te un futuro monaco e in compenso ti ho aperto
una via per un destino non comune. Se anche domani tu
dessi fuoco a tutto il nostro convento o proclamassi nel
mondo qualche pazza dottrina eterodossa, io non mi pen-
tlrel neppure un momento di averti aiutato a trovare quel-
la via.
Pos affettuosamente le mani sulle spalle dell'amico
--Vedi, piccolo Boccadoro, la mia meta comprende an-
che questo: divenga io maestro o abate, confessore o al-
tro, non vorrei mai trovarmi nella condizione d'incontrare
un uomo forte, valente e singolare, e di non comprenderlo,
di non saperlo alutare a schiudersi, a prosperare. E ti dico
ancora: qualunque cosa avvenga di te e di me, comunque
Sl svolga la nostra vlta, non accadr mai che, nel momen-
to in cui mi chiami seriamente e senta d'aver bisogno di
me, mi trovi sordo al tuo appello. Mai!
Suonavano come parole d'addio ed era infatti quasi una
pregustazione del congedo. Boccadoro, osservando l'amico
che gli stava dinanzi, il volto risoluto, l'occhio fisso a una
meta, ebbe la sensazione precisa che ormai non eran pi
fratelli, camerati, pari: che le loro vie si erano gi sepa-
rate. Quel glovane che gli stava dinanzi non era un so-
gnatore In attesa di un appello del destino; era un mo-
naco, si era impegnato, apparteneva a un ordinamento e
a un dovere preciso, era un servo e un soldato dell'Or-
dine, della Chiesa, dello Spirito. Egli invece - la cosa gli
era diventata ormai chiara - non apparteneva a quel mon-
do, egli era senza patria, lo attendeva un mondo scono-
sciuto. Cos era capitato un giorno anche a sua madre.
Aveva abbandonato la casa e il focolare, il marito e il
figlio, la comunit e l'ordine, il dovere e l'onore, e s'era
lanciata alla ventura; forse da un pezzo era naufragata.
Ella non aveva avuto una meta, come non ne aveva lui.
Le mete eran riservate ad altri, a lui no. Oh, come Nar-
ciso aveva visto bene tutto questo gi da tanto tempo,
come aveva avuto ragione!
Poco dopo quel giorno Narciso era come scomparso,
sembrava divenuto a un tratto invisibile. Un altro mae-
stro impartiva le sue lezioni, il suo leggio in biblioteca
rimaneva vuoto C'era ancora, non era invisibile- del tut-
to, a volte si poteva scorgerlo attraversare il chiostro, a
volte si poteva udirlo mormorar preghiere in una delle
cappelle, inginocchiato sul pavimento di pietra; si sapeva
che aveva iniziato i grandi esercizi, che digiunava e nella
notte s'alzava tre volte a pregare. C'era ancora, eppure
era passato in un altro mondo; si poteva vederlo, di ra-
do, ma non raggiungerlo, non aver nulla di comune con
lui, non parlargli. Boccadoro sapeva: Narciso sarebbe ri-
comparso, avrebbe ripreso il suo posto di lavoro, il suo
seggio in refettorio, avrebbe ricominciato a parlare... ma
del passato non sarebbe ritornato nulla, Narciso non gli
avrebbe appartenuto pi. Meditando questi pensieri, si ren-
deva conto anche di un'altra cosa: che solo in virt di
Narciso egli aveva apprezzato e amato il convento e la
vita monastica, la grammatica e la logica, lo studio e lo
spirito Lo aveva allettato il suo esempio: diventare come
Narciso era stato il suo ideale. C'era, vero, anche l'aba-
te, anche lui egli aveva venerato, amato, anche in lui ave-
va visto un esempio sublime. Ma gli altri, i maestri, i com-
pagni, il dormitorio, il refettorio, la scuola, gli esercizi, i
servizi divini tutto il convento... senza Narciso non gli
importava p; nulla. Che faceva ancora l? Aspettava:
rimaneva sotto il tetto del convento come un viandante
indeciso si ferma, quando piove, sotto un tetto od un al-
bero, solo per aspettare, solo come ospite, solo per timore
dell'inospitalit di una terra straniera.
La vita di Boccadoro in quel periodo non era pi che
un indugiare e un prender congedo. Visitava tutti i luoghi
che gli erano diventati cari o che avevano un significato
per lui. S'accorgeva con singolare sorpresa come pochi fos-
sero gli uomini e i volti dai quali gli riuscisse penoso stac-
carsi. C'era Narciso, c'era il vecchio abate Daniele, ed an-
che il caro e buon padre Anselmo, e forse anche il gio-
viale portiere e l'allegro vicino, il mugnaio... ma anche
questi erano gi diventati quasi irreali. Pi penoso gli sa-
rebbe stato prender congedo dalla grande Madonna di
pietra nella cappella, dagli apostoli del portale. Si ferma-
va a lungo davanti a loro, ed anche davanti ai begli in-
tagli del coro, al pozzo nel chiostro, alla colonna con le
tre teste d'animali; s'appoggiava ai tigli del cortile, al
grande castagno. Tutto questo un giorno sarebbe stato per
lui un ricordo, un piccolo libro illustrato nel cuore. Gi
allora, mentre ci viveva ancora in mezzo, cominciava a
sfuggirgli, perdeva di realt, diventava fantasma, si tra-
sformava in passato. Con padre Anselmo, che se lo teneva
volentieri al fianco, andava in cerca d'erbe, presso il mu-
gnaio del convento osservava il lavoro dei garzoni e si
lasciava talvolta invitar a bere un bicchier di vino e a
mangiar pesci fritti; ma tutto era gi estraneo e quasi un
ricordo. Cos come il suo amico Narciso s'aggirava bens
nel crepuscolo della chiesa e viveva nella cella della peni-
tenza, ma per lui era diventato un'ombra tutto quello
che gli stava intorno non aveva pi realt sapeva d'au-
tunno e di passato.
Di vivo e di reale non c'era pi nulla fuorch la sua
vita interiore, il battito ansioso del cuore, il doloroso pun-
golo della nostalgia, le delizie e le angosce dei suoi sogni.
A loro apparteneva, a loro s'abbandonava. In piena let-
tura o in pieno studio, in mezzo ai suoi compagni di scuo-
la, egli poteva immergersi in se stesso e dimenticar tuttO
abbandonandosi alle correnti e alle voci della sua anima
che lo trasportavano lontano, in pozzi profondi pieni di
cupe melodie, in abissi variopinti pieni di favolose avven-
ture, dove i suoni risonavano tutti come la voce della ma-
dre, dove i mille occhi eran tutti gli occhi della madre.
Un giorno padre Anselmo chiam Boccadoro nella sua
farmacia, il grazioso sempliciario deliziosamente profuma-
to. Boccadoro era pratico del luogo. Il padre gli mostr
una pianta seccata, ben custodita fra due fogli di carta
e gli domand se la conoscesse e se sapesse descrivere esat-
tamente come si presentava fuori nei campi. S, Bocca-
doro sapeva: si chiamava erba di san Giovanni. Dovette
descriverne minutamente tutte le caratteristiche. Il vec-
chio monaco fu soddisfatto e diede al giovane l'incarico
di raccogliere nel pomeriggio un bel fascio di quell'erba,
indicandogli i luoghi dove cresceva di preferenza.
--In compenso guadagni un pomerlggio di vacanza,
mio caro, credo che non avrai nulla in contrario e che
non ci perderai nulla. Anche la conoscenza della natura
una scienza, non soltanto la vostra insulsa grammatica.
Boccadoro fu molto riconoscente per il graditissimo in-
carico di erborizzare un paio d'ore, invece di starsene se-
duto sui banchi della scuola. Perch la gioia fosse com-
pleta, ottenne dal frate stalliere il cavallo Bless, e subito
dopo la mensa and a prendere nella stalla l'animale, che
lo salut festosamente, mont in sella e part al trotto,
felice, nella giornata calda e luminosa. Cavalc un'oretta
o pi senza meta, godendo l'aria e il profumo dei campl,
e sopra tutto la gioia del cavalcare, poi si ricord del suo
compito e cerc uno dei posti che padre Anselmo gli ave-
va descritti. Ivi sotto un acero ombroso leg il cavallo,
chiacchier con lui gli diede del pane, poi si mise alla
ricerca delle piante. Alcuni tratti di campo eran tenuti in
maggeSe coperti di erbacce d'ogni genere; piccole piante
stente di papavero, con gli ultimi fiori pallidi e gi molte
capsule di semi mature, spuntavano in mezzo a rami sec-
chi di vecce, a cicoria azzurra e rigogliosa e a poligono
scolorito; qualche mucchio di ciottoli ammonticchiato fra
un campo e l'altro era abitato da lucertole, ed ecco i pri-
mi arbusti gialli e fioriti dell'erba di san Giovanni. Boc-
cadoro cominci a coglierli. Quando n'ebbe in mano un
bel fascio, sedette sulle pietre a riposare Faceva caldo ed
egli volgeva lo sguardo con desiderio all'oscurit ombrosa
di un bosco lontano, ma non voleva scostarsi troppo dalle
sue piante e dal cavallo, che, di l dov'era, poteva scorgere
ancora. Rimase seduto sui ciottoli caldi, si tenne quieto
quieto per veder ricomparire le lucertole fuggite, annus
l'erba di san Giovanni e guard contro luce le foglioline
per osservarne i cento minuscoli trafori.
Curioso! pens; in ciascuna delle mille piccole foglio-
line trapunto questo minuscolo firmamento, fine come
un ricamo! Curioso e incomprensibile tutto, le lucertole, le
piante, anche le pietre, tutto! Padre Anselmo, che aveva
per lui tanta simpatia, non poteva andare ormai pi a
cogliersi l'erba di san Giovanni; aveva le gambe malate,
e cerh giorni non poteva muoversi: la sua arte medica
non era in grado di guarirlo. Forse sarebbe morto presto
e le erbe avrebbero continuato a profumare il suo sem-
pliclarlo, ma il vecchio padre non ci sarebbe stato pi
Forse invece sarebbe vissuto ancora a lungo, dieci, ven
t'anni, e avrebbe avuto sempre i suoi capelli bianchi e
radi e quel curlosi fasci di rughe intorno agli occhi; ma
di lul, Boccadoro, che sarebbe stato fra venti anni? Ah
come tutto era incomprensibile e triste in fondo, anche se
era bello! Non si sapeva nulla. Si viveva, si vagava sulla
terra, si cavalcava per i boschi, e tante cose guardavano
cos provocanti e promettenti e ispiratrici di desiderio:
una stella serotina, una campanula azzurra, un lago verde
di canne, l'occhio di un uomo o di una mucca, e a volte
era come se qualcosa di non mai veduto e pur da tanto
tempo agognato dovesse avvenire a un tratto e un velo
cadere; ma poi tutto passava e non avveniva nulla e
l'enigma non era risolto e il segreto incanto non era rotto
e mfine si diventava vecchi e si appariva scaltriti come
padre Anselmo o saggi come l'abate Daniele e forse non
Sl sapeva ancora nulla e si aspettava sempre, con l'orec-
chio teso.
Raccolse un guscio di chiocciola vuoto, che tinn lieve-
mente fra i ciottoli, tutto caldo dal sole. Boccadoro con-
templ assorto le curve della conchiglia, la spirale intac-
cata, il capriccioso assottigliamento della coroncina, la ca-
vit vuota coi suoi riflessi madreperlacei. Chiuse gli occhi
per sentire le forme solo col tocco delle dita; era una sua
vecchia abitudine, un suo gioco favorito. Girando la chioc-
ciola fra le dita sciolte, la tastava, carezzandone le forme,
senza premere, incantato dalla meraviglia della struttura,
dalla magia del corporeo. Questa, pensava come in sogno,
era una delle deficienze della scuola e della dottrina: una
tendenza dello spirito pareva quella di vedere e rappre-
sentare tutto come se fosse piano e avesse solo due di-
mensioni. Gli sembrava che ci designasse in certo modo
una insufficienza e una mancanza di valore di tutta la
facolt intellettuale; ma non seppe fissare pi oltre il pen-
siero: la chiocciola gli sfugg dalle dita, ed egli si sent
stanco e assonnato. Con la testa piegata sulle sue erbe,
che appassendo cominciavano a diffondere un profumo
sempre pi intenso, s'addorment al sole. Sulle sue scar-
pe correvano le lucertole, sulle sue ginocchia avvizzivano
le piante, sotto l'acero Bless impaziente attendeva.
Dal bosco lontano s'avanzava qualcuno: una giovane
donna con un vestito azzurro stinto, un fazzoletto rosso
legato intorno ai capelli neri, un viso abbronzato dal sole
estivo La donna s'avvicinava, un fascio d'erbe in mano,
un piccolo garofano selvatico rosso vivo in bocca. Vide
il giovane seduto, l'osserv a lungo di lontano, curiosa e
diffidente, s'accorse che dormiva, s'avvicin cauta sui bru-
ni piedi nudi, si ferm proprio davanti a Boccadoro e lo
esamin. La sua difffidenza spar: il bel ragazzo dormente
non mostrava nulla di pericoloso, le piaceva molto... come
mai era capitato l sui maggesi? Vide sorridendo che ave-
va colto fiori: eran gi quasi appassiti.
Boccadoro apr gli occhi, ritornando da foreste di sogno.
La sua testa era appoggiata mollemente sul grembo di una
donna, nei suoi occhi assonnati e stupiti guardavan da
vicino altri occhi, caldi e bruni. Non si spavent, non
c'era pericolo; dai due astri caldi e bruni scendeva una
luce benigna La donna allora sorrise al suo sguardo at-
tonito, sorrise affettuosa, e lentamente cominci a sorri-
dere anche lui. Sulle sue labbra sorridenti scese la bocca
di lei, si salutarono con un dolce bacio, che richiam im-
provviso a Boccadoro il ricordo di quella sera nel villag-
gio e della fanciulletta dalle trecce. Ma il bacio non finiva
La bocca della donna indugiava sulla sua, continuava ii
gioco, stuzzicando, adescando, finch afferr le labbra di
lui con bramosa violenza e gli scosse il sangue, destandolo
fin nel profondo. Nel gioco lungo e muto la donna bruna
ammaestr a poco a poco il ragazzo e si diede a lui, lo
lascl cercare e trovare, lo fece ardere e plac il suo ar-
dore. La breve incantevole beatitudine dell'amore s'inarc
sopra di lui, s'accese come una vampa d'oro, declin e si
spense. Egli giacque con gli occhi chiusi, la testa abban-
donata in seno alla donna. Non una parola era stata pro-
nunciata. La donna stette quieta, gli carezz i capelli, lo
lasci ritornare a poco a poco in s. Finalmente egli apr
gll occhi.
-- Tu! -- disse. -- Tu! Chi sei?
-- Sono la Lisa, -- rispose.
--Lisa, -- ripet lui, gustando il nome. -- Lisa, sei
cara.
Ella avvicin la bocca al suo orecchio e vi sussurr:
-- Dl', stata la prima volta? Prima di me non hai an-
cor voluto bene a nessuna ?
Egli scosse il capo. Poi a un tratto balz in piedi, gett
uno sguardo intorno a s, sui campi e in cielo.
--Oh, -- esclam, -- il sole gi basso. Debbo tor-
nare Indietro.
-- E dove ?
-- Al convento, da padre Anselmo.
--A Mariabronn? Sei di l? Non vuoi dunque rima-
nere ccn me?
--Mi piacerebbe molto.
--E rimani allora!
--No, sarebbe scorretto. Debbo raccogliere ancora di
quest'erba .
-- Vivi dunque al convento ?
-- S, sono scolaro. Ma non ci voglio pi restare. Posso
venir da te, Lisa? Dove abiti, dove stai di casa?
--Non abito in nessun luogo, tesoro. Ma non vorresti
dirmi il tuo nome?... Ah, Boccadoro ti chiami? Dammi
ancora un bacio, piccolo Boccadoro, e poi va pure.
--Non abiti in nessun luogo? E dove dormi allora?
--Se vuoi, con te nel bosco o sul fieno. Vieni sta-
notte?
--Oh, s! Dove? Dove ti trovo?
--Sai fare il grido di una civettina?
--Non ho mai provato
-- Prova!
Egli prov. Ella rise, soddisfatta.
--Allora stanotte esci dal convento e fa questo grido,
io sar nelle vicinanze. Ti piaccio dunque, piccolo Boc-
cadoro, bambinello mio?
--Ah, mi piaci molto, Lisa. Verr. Addio, ora debbo
andare.
Boccadoro giunse al convento nel crepuscolo, sul ca-
vallo fumante. Fu lieto di trovare padre Anselmo molto
affaccendato, perch a un frate che s'era divertito a guaz-
zare scalzo nel ruscello era entrato un coccio nel piede.
Ora si trattava di trovare Narciso. Interrog uno dei
frati che servivano nel refettorio. No, gli dissero, Narciso
non veniva a cena, era giorno di digiuno per lui e in quel
momento probabilmente dormiva, perch di notte osser-
vava le vigilie. Boccadoro corse. Durante i lunghi esercizi
il suo amico dormiva in una delle celle per i penitenti
nell'interno del convento Senza riflettere un attimo egli
corse l. Origli alla porta: non si udiva nulla. Entr pia-
no. Era severamente proibito, ma in quel momento non
importava.
Sullo stretto giaciglio era disteso Narciso. Nella luce
crepuscolare somigliava a un morto, cos coricato come
era sul dorso, rigido, il volto pallido e affilato, le braccia
incrociate sul petto: ma non dormiva e aveva gli occhi
aperti. Guard Boccadoro in silenzio, senza un rimpro-
vero, ma senza muoversi ed evidentemente cos assorto in
un altro tempo e in un altro mondo, che fatic a ricono-
scere l'amico ed a comprendere le sue parole.
--Narciso! Perdonami perdonami, caro; se ti distur-
bo, non per un capriccio. So che tu non dovresti parlare
con me in questo momento, ma fallo ugualmente, te ne
prego.
Narciso ritorn in s, batt un momento le palpebre,
come se facesse uno sforzo per svegliarsi.
--E necessario? --domand con voce spenta.
-- S, necessario. Vengo per dirti addio.
--Allora necessario. Non voglio che tu sia venuto
invano. Qua, siediti accanto a me. C' un quarto d'ora di
tempo, poi comincia la prima vigilia.
S'era drizzato a sedere, sparuto, sul nudo tavolaccio;
Boccadoro gli si mise vicino.
-- Perdonami! -- disse, sentendosi rimorder la coscien-
za. La cella, il misero giaciglio, il volto di Narciso este-
nuato dalle veglie e dalle penitenze, il suo sguardo semi-
assente, tutto gli mostrava chiaramente quanto egli sto-
nasse in quel luogo.
--Non c' nulla da perdonare. Non farti riguardo per
me, io sto bene. Vuoi prendere congedo, dici? Vai via dun-
que ?
Vado, )DDi ct~o Ah non DOSSO raCcontart T-lt-
to si deciso COS all'improvviso!
e qui tuo padre, o un suo messagglo'
-- No, nulla. La vita stessa venuta a me. Me ne va-
do, senza padre, senza permesso. Ti faccio disonore, Nar-
CISO, scappo.
Narciso chin gli occhi sulle proprie dita lunghe e
bianche, che uscivano affilate e spettrali dalle maniche del-
la tonaca. Non nel volto, severo ed esausto, ma nella voce
si poteva indovinare un sorriso, mentre diceva: --Abbia-
mo pochissimo tempo, caro. Dl' solo il necessario, e dillo
con chiarezza e brevit... O debbo dirtelo io, quel che ti
capitato?
-- Dillo, -- preg Boccadoro.
-- Sei innamorato, piccolo mio, hai conosciuto una
donna.
--Come fai a sapere anche questo?
-- Me lo faciliti tu stesso. Il tuo stato, amice, ha tutte
le caratteristiche di quel genere di ebbrezza, che si chiama
innamoramento. Ma ora parla, ti prego
Boccadoro appoggi timidamente la mano sulla spalla
dell'amico.
-- Ormai l'hai detto. Ma questa volta non l'hai detto
bene, Narciso, non esatto. E tutt'altra cosa. Ero fuori
nei campi e dormivo sotto la canicola, quando mi sve-
gliai e mi trovai con la testa sulle ginocchia di una bella
donna; sentii subito che mia madre era venuta per por-
tarmi con s. Non che io abbia preso questa donna per
mia madre: aveva ,li occhi castani scuri e i caDelli neri,
mentre mia madre era bionda come me e aveva tutt'altro
aspetto. Ma pure era lei, era il suo appello, era un mes-
saggio suo. Uscita come dai sogni del mio cuore, ecco a
un tratto una bella donna straniera, che mi tiene il capo
in grembo e mi sorride come un fiore ed tanto affettuosa
con me: al primo suo bacio mi sentii struggere e provai
una sofferenza strana. Tutta la mia nostalgia, tutti i miei
sogni, ogni mia dolce ansia, ogni segreto in me assopito
si dest, e tutto fu trasformato, incantato: tutto aveva ac-
quistato un senso. Mi ha insegnato che cos' una donna
e qual il suo mistero. In una mezz'ora mi ha reso di
parecchi anni pi maturo. Ora so molte cose. Anche di
questo mi sono reso conto a un tratto: che non posso
rimanere pi in questa casa, neppur un giorno. Me ne
vado appena vien notte.
Narciso ascolt e fece un cenno affermativo.
-- E venuto all'improvviso, -- disse, -- ma press'a
poco quello che io m'aspettavo. Penser molto a te. Mi
mancherai, amice. Posso fare qualche cosa per te?
--Se ti possibile, dl' una parola al nostro abate, che
non mi condanni del tutto E l'unico nel convento, oltre
a te, il cui giudizio non mi sia indifferente. Lui e tu.
--Lo so... Hai qualche altro desiderio?
--Una preghiera, s. Se penserai a me in seguito, pre-
ga qualche volta per me! E... grazie!
-- Di che, Boccadoro?
-- Della tua amicizia, della tua pazienza, di tutto. An-
che di avermi ascoltato oggi, che pur penoso per te. An-
che di non aver tentato di trattenermi.
--Com'era possibile che ti volessi trattenere? Sai qual
il mio pensiero... Ma dove andrai, Boccadoro? Hai una
meta? Vai da quella donna?
--Vado con lei, s. Una meta non l'ho. una stra-
niera, una vagabonda, a quanto pare, forse una zingara.
-- Bene. Ma dimmi, caro, sai che il tuo cammino in-
sieme con lei sar forse brevissimo? Non dovresti far
troppo assegnamento, credo, su quella donna. Pu aver
dei parenti, un marito; chiss come verrai accolto!
Boccadoro si appoggi all'amico.
--Lo so -- disse, -- quantunque finora non ci abbia
ancor pensato. Te l'ho gi detto: una meta non l'ho.
Anche quella donna, ch' stata tanto affettuosa con me,
non la mia meta. Vado da lei, ma non vado per lei.
Vado, perch devo, perch una voce mi chiama.
Tacque e sospir, e rimasero cos seduti, l'uno appog-
giato all'altro, tristi e pur felici nel sentimento della loro
amicizia indistruttibile. Poi Boccadoro continu: -- Non
devi credere che io sia del tutto cieco e ignaro. No. Vado
volentieri, perch sento ch' necessario e perch oggi ho
avuto una cos meravigliosa esperienza. Ma non m'im-
magino certo di correre incontro soltanto alla felicit e
al piacere. Penso che il cammino sar difficile. Ma sar
anche bello, spero. E tanto bello appartenere a una donna,
darsi a lei! Non rider di me, se par sciocco quello che
dico. Ma vedi: amare una donna, darsi a lei, avvolgerla
tutta in s e sentirsi avvolti da lei, non la stessa cosa
che tu chiami essere innamorati , e che un pochino
schernisci. Non da schernire. Per me la via che con-
duce alla vita, al senso della vita... Ah, Narciso, debbo
lasciarti! Ti ringrazio di avermi sacrificato oggi un poco
del tuo sonno. Mi fa tanta pena staccarmi da te!
--Non affliggere il tuo cuore e il mio! Non ti dimen-
ticher mai. Ritornerai: te ne prego, ti aspetto. Se un gior-
no dovessi trovarti a mal partito, vieni da me o chiama-
mi... Addio, Boccadoro, Dio sia con te!
Si era alzato. Boccadoro lo abbracci. Conoscendo la ri-
trosia dell'amico per le tenerezze, non lo baci, gli carez-
z soltanto le mani.
La notte calava: Narciso chiuse la cella dietro di s e
s'avvi alla chiesa: i suoi sandali risonavano sull'impian-
tito. Boccadoro segu con occhio affettuoso la figura allam-
panata fino in capo al corridoio, dove scomparve come
un'ombra, inghiottita dalla tenebra della porta che met-
teva nella chiesa, assorbita e reclamata da esercizi, da do-
veri e da virt.
Oh, com'era curioso, com'era infinitamente strano, con-
fuso e sconcertante tutto questo! Venire dall'amico col
cuore traboccante, con tutta l'effervescenza dell'ebbrezza
d'amore, proprio nell'ora in cui egli, assorto in medita-
zioni, consumato dai digiuni, e dalle veglie, crocefiggeva
e sacrificava la sua giovent, il suo cuore, i suoi sensi, e
si sottoponeva alla pi severa scuola d'obbedienza, per ser-
vire soltanto lo spirito e diventare veramente minilter ver-
bi divi~zi! Narciso era l disteso, spossato e spento, con
il volto pallido e le mani dimagrite, un morto a vederlo;
eppure come aveva accolto subito l'amico, con la mente
chiara e il gesto affettuoso, e all'innamorato, che aveva an-
cora indosso il profumo di una donna, aveva prestato
l'orecchio e sacrificato lo scarso riposo fra due penitenze!
Strano e meravigliosamente bello era che ci fosse anche
questo genere d'amore, cos disinteressato, cos spiritua-
lizzato. Come diverso da quell'altro amore, l, sul campo
inondato di sole, quel gioco dei sensi ebbro e irresponsa-
bile! Eppure l'uno e l'altro erano amore. Ah, ed ora Nar-
ciso era scomparso, dopo avergli mostrato ancora una vol-
ta in quell'ultima ora, e chiaramente, come erano diversi
l'uno dall'altro, come non si assomigliavano. Narciso sta-
va prostrato davanti all'altare sulle ginocchia stanche, pre-
parato e purificato per una notte di preghiera e di contem-
plazione, in cui non gli erano concesse pi di due ore di
riposo e di sonno, mentre lui, Boccadoro, fuggiva per tro-
vare in qualche luogo sotto gli alberi la sua Lisa e ripe-
tere con lei quei giochi dolci e bruti! Narciso avrebbe sa-
puto dire cose interessanti in proposito. Ebbene: lui, Boc-
cadoro, non era Narciso. A lui non spettava indagare
questi intricati enigmi belli e terribili, e dir su di essi
cose importanti. A lui non spettava altro che proseguire
per le sue folli vie alla ventura. A lui non spettava altro
che darsi ed amare, amare l'amico orante nella chiesa
notturna, non meno della bella donna giovane e ardente
che lo attendeva.
Quando, col cuore agitato da mille sentimenti in lotta,
s'allontan furtivo sotto i tigli del cortile cercando l'usci-
ta attraverso il mulino, non pot far a meno di sorridere
all'improvviso ricordo della sera in Cui per la stessa via
segreta aveva lasciato il convento insieme a Corrado, per
andare al villaggio . Con quanta agitazione e segreta
paura s'era indotto allora alla piccola scappata proibi-
ta! Ed ecco che ormai s'allontanava per sempre, seguendo
vie ben pi proibite e pericolose, e non aveva paura, non
pensava al portiere n all'abate n ai maestri.
Questa volta non c'erano assi presso il torrentello; do-
vette passare senza ponte. Si spogli e gett i vestiti sul-
l'altra sponda, quindi scese nell'acqua fredda che gli sa-
liva fino al petto e attravers a guado la forte corrente.
Mentre dall'altra parte si rivestiva, i suoi pensieri tor-
narono a Narciso. Sent con chiarezza umiliante che in
quel momento egli faceva precisamente ci che l'altro ave-
va preveduto e a cui l'aveva condotto. Rivide con straor-
dinaria lucidit quel Narciso saggio e un po' beffardo
che lo aveva sentito dire tante sciocchezze; quello che in
un'ora grave, facendolo soffrire, gli aveva aperto gli oc-
chi. Alcune delle parole che Narciso gli aveva dette al-
lora gli risonarono distintamente all'orecchio: "Tu dor-
mi sul petto della madre, io veglio nel deserto. I tuoi so-
gni sono di fanciulle, i miei di ragazzi".
Il suo cuore rabbrivid un attimo; era cos terribilmen-
te solo, l nella notte! Dietro di lui stava il convento: ap-
pena una parvenza di patria, ma pur cara per lunga con-
suetudine!
Sent per anche un'altra cosa: che ormai Narciso non
era pi per lui la guida ammonitrice e sapiente, il risve-
gliatore. Ormai sentiva di aver varcato la soglia di un
paese, in cui avrebbe trovato da s la sua vita, in cui nes-
sun Narciso poteva guidarlo pi. Fu lieto di questa nuo-
va coscienza; era stato penoso e umiliante per lui il ri-
cordo di quel periodo di soggezione! Ormai era veggente,
non era pi un fanciullo e uno scolaro. Come faceva be-
ne questo sentimento! Eppure... com'era doloroso pren-
der congedo! Sapere l'amico inginocchiato nella chiesa
non potergli dare nulla, non poterlo aiutare, essere qual-
cosa per lui! E per tanto tempo, forse per sempre esser
separato da lui, non saperne nulla, non udir pi la sua
voce, non veder pi il suo occhio nobile e bello!
Si strapp di l e segu il viottolo sassoso. Quando si
fu allontanato d'un centinaio di passi dalle mura del
convento, si ferm, prese fiato e lanci meglio che pot
il grido della civetta. Un grido uguale rispose, gi per il
torrente, da lontano.
"Ci chiamiamo come gli animali," non pot far a me-
no di pensare: e ricord l'ora d'amore passata nel po-
meriggio; solo allora si rese conto che fra lui e Lisa non
erano state scambiate parole che da ultimo, alla fine del-
le loro tenerezze, e anche allora pochissime e insignifi-
canti. Che lunghi colloqui invece aveva avuto con Nar-
ciso! Ma ormai, cos gli parve, era entrato in un mondo
dove non si parlava, dove ci si attirava l'un l'altro col
grido della civetta, dove le parole non avevano signifi-
cato. Era contento, non aveva pi bisogno di parole o
di pensieri, solo di Lisa aveva bisogno, di quel palpare
e frugar cieco e muto, di quello struggimento anelante...
Lisa era l. Gi gli veniva incontro dal bosco. Egli ste-
se le mani per sentirla, le tast con tenerezza il capo, i
capelli, il collo e la nuca, la vita snella e le anche ro-
buste. La cinse con un braccio e continu il cammino
con lei senza parlare, senza domandare: dove? Ella pro-
cedeva sicura nella foresta notturna, s ch'egli le stava
al fianco a fatica; pareva ci vedesse nel buio come una
volpe o una martora; camminava senza urtare, senZa in-
ciampare. Egli si lasciava condurre, nella notte, nel bo-
sco, nel paese cieco e misterioso, senza parole, senza pen-
sieri. Non pensava pi, neppure al convento abbando-
nato, neppure a Narciso.
Percorsero silenziosi un tratto di selva buia, a volte
sopra un morbido cuscino di musco, a volte su dure co-
ste di radici, a volte fra rade chiome d'albero brillava
sopra di loro il cielo sereno, a volte era tenebra fitta;
gli battevan sul volto i rami dei cespugli, i rovi gli trat-
tenevan le vesti. Ella sapeva cavarsela sempre, di rado si
fermava, di rado indugiava. Dopo un lungo tratto giun-
sero fra alcuni pini isolati e distanti gli uni dagli altri;
il pallido cielo notturno si stendeva libero e vasto, il bo-
sco era finito, una valle prativa li accolse, con un dol-
ce profumo di fieno. Passarono a guado un piccolo ru-
scello che scorreva tacito; l all'aperto il silenzio era an-
cora pi intenso che nella foresta: non pi fruscii di
cespugli, non pi guizzi d'animali notturni, non pi scric-
chiolio di legni secchi.
Presso un grosso fastello di fieno Lisa si ferm.
--Restiamo qui--disse.
Sedettero entrambi sul fieno, tirando finalmente il fia-
to e godendo il riposo, perch erano un po' stanchi. Si
coricarono, ascoltarono il silenzio, sentirono le loro fron-
ti asciugarsi e i loro volti rinfrescarsi a poco a poco.
Boccadoro se ne stava rannicchiato, gustando quella gra-
devole sensazione di stanchezza, piegava e stendeva le
ginocchia per gioco, aspirava in lunghe boccate la notte
e l'aroma del fieno, non pensava n al passato n all'av-
venire Solo a grado a grado si lasci attirare e amma-
liare dal profumo e dal calore della sua bella e rispose
via via alle carezze delle sue mani e sent felice ch'ella
cominciava a infiammarsi e gli si stringeva sempre pi
vicina No, qui non c'era bisogno di parole n di pen-
siero. Egli sentiva chiaramente tutto ci ch'era bello e
importante, la forza della giovinezza e la bellezza sem-
plice e sana di un corpo di donna, il suo scaldarsi e il
suo fremere di desiderio; sentiva anche chiaramente che
questa volta ella voleva essere amata in un modo diverso
dalla prima, che non voleva sedurlo e istruirlo, ma aspet-
tare il suo attacco e la sua brama. In silenzio si lasci
percorrere tutto da quelle correnti, sent felice il divam-
par tacito e lento del fuoco che s'era acceso in loro e
che faceva del loro piccolo giaciglio il centro palpitante
e ardente di tutta la notte silenziosa.
Quando si chin sul volto di Lisa e cominci a bacia-
re nel buio le sue labbra, vide a un tratto gli.occhi e la
fronte di lei rilucere in un mite chiarore, osserv stupito
e s'accorse che la luce crepuscolare si diffondeva e s'in-
tensificava. Allora comprese e si volt: dal margine dei
boschi neri ed immensi saliva la luna. Vide la luce bian-
ca e dolce spandersi meravigliosamente sulla fronte e
sulle gote, sul collo chiaro e florido della donna, e mor-
mor incantato: -- Come sei bella!
Ella sorrise come di un dono, egli si drizz a sedere
le scost delicatamente la veste dal collo, l'aiut a libe-
rarsene, finch le spalle e il seno brillarono nel fresco
chiaror lunare. Con gli occhi e con le labbra segu esta-
siato le ombre delicate, contemplando e baciando vinta
dal fascino, ella rimaneva immobile, con lo sguardo chi-
no e un'espressione solenne, come se in quel momento
la sua bellezza si rivelasse per la prima volta anche a lei.
Mentre nella campagna l'aria si faceva fresca e d'ora
in ora la luna saliva pi alta, gli amanti riposavano sul
loro giaciglio dolcemente illuminato, perduti nei loro gio-
chi, e insieme s'assopivano e s'addormentavano, e al ri-
sveglio si volgevano di nuovo l'uno all'altro, riaccenden-
dosi e riallacciandosi, - poi s'addormentavano di nuovo.
Dopo l'ultimo amplesso giacquero esausti; Lisa, affon-
data nel fieno, respirava penosamente, Boccadoro, supi-
no, fissava immobile il pallido cielo lunare; saliva dall'a-
nima d'entrambi la grande tristezza, alla quale trova-
rono rifugio nel sonno. Dormirono profondamente, di-
speratamente, dormirono con avidit, come se fosse per
l'ultima volta, come se fossero condannati a essere poi
svegli in eterno e dovessero in quelle ore raccogliere in
s tutto il sonno dell'universo.
Destandosi, Boccadoro vide Lisa intenta a ravviarsi i
capelli neri. La guard, distratto e ancora in dormive-
glia.
--Sei gi desta? -- disse infine.
Ella si volt di scatto, come spaventata.
--Debbo andarmene ora, -- disse un po' oppressa e
imbarazzata.--Non volevo svegliarti.
--Ma ora sono sveglio. Dobbiamo gi incamminarci?
Abbiamo forse una patria?
-- lo no, -- disse Lisa. -- Ma tu appartieni al con-
vento.
-- Non appartengo pi al convento, sono come te, so-
no solo e non ho meta. Verr con te, si capisce.
Ella guard da un lato.
--Boccadoro, tu non puoi venire con me. Io devo an-
dare da mio marito; mi batter perch sono rimasta fuo
ri la notte Gli dir che mi sono smarrita. Ma' natural-
mente non lo creder.
In quel momento Boccadoro ricord che Narciso glie-
l'aveva predetto. Ed era proprio cos.
S'alz e le diede la mano.
-- Ho sbagliato i miei conti, -- disse; -- avevo cre-
duto che saremmo rimasti insieme... Ma davvero volevi
lasciarmi dormire e scappar via senza dirmi addio?
--Ah, credevo che saresti andato in collera e che for-
se mi avresti battuta. Che mi batta mio marito, si sa,
giusto. Ma non volevo prender busse anche da te.
Egli trattenne la sua mano.
--Lisa,--disse,--io non ti batter, n oggi n mai.
Non vorresti rimanere con me invece che con tuo ma-
rito, se egli ti d le busse?
Ella diede uno strappone per liberarsi la mano.
--No, no, no, --grid con voce piagnucolosa. E poi-
ch Boccadoro sent che il Cuore della donna anelava a
staccarsi da lui e ch'ella preferiva ricever percosse dal-
l'altro che da lui buone parole, lasci andare la mano; el-
la cominci a piangere. Ma intanto si mise a correre. Con
le mani sugli occhi lacrimosi, corse via. Egli non disse
pi nulla e la segu con lo sguardo. Gli faceva pena ve-
derla fuggire cos sui prati falciati, chiamata e attirata
da qualche potenza, da una potenza sconosciuta, che gli
diede parecchio da pensare.
Gli faceva pena, ma anche per se stesso sentiva un
poco piet; non aveva avuto fortuna, a quanto pareva;
eccolo l solo e un po' intontito, abbandonato, piantato in
asso. E intanto era ancora stanco e avido di sonno, non
si era mai sentito cos esausto. C'era tempo anche pi
tardi di sentirsi infelice. E gi s'era riaddormentato. Non
ritorn a se stesso che quando il sole gi alto gli bruci
le membra.
Ormai aveva riposato; s'alz in fretta, corse al ru-
scello, si lav e bevve. Molti ricordi allora gli affollaro-
no la mente, molte immagini di quella notte d'amore,
molte sensazioni tenere e deliziose lo avvolsero del loro
profumo come fiori esotici E vi ripensava mentre inizia-
va gagliardo la sua marcia, e risentiva tutto, gustava,
odorava, lastava tutto ancora, ancora. Quanti sogni la
bruna donna straniera gli aveva tradotto in realt, quan-
te gemme aveva fatto sbocciare, quanti desideri ardenti
aveva placati e quanti ne aveva destati!
Davanti a lui si stendevano campi e lande, maggesi
inariditi e boschi cupi; forse al di l c'erano cascine e
mulini, forse un villaggio, una citt. Per la prima volta
il mondo gli si apriva dinanzi, in attesa, pronto ad ac-
coglierlo, a fargli del bene e a fargli del male. Egli non
era pi uno scolaro che vede il mondo dalla finestra, il
suo cammino non era pi una passeggiata che finisce im-
mancabilmente nel ritorno. Il grande mondo era final-
mente diventato reale, egli era una parte di esso, in esso
stava il suo destino; cielo e clima del mondo eran cielo e
clima suoi. Ed egli era piccolo nel grande universo e
correva piccolo come una lepre, come un insetto, attra-
verso i; suo azzurro e il suo verde infinito. Non pi cam-
pana che chiamasse alla levata, all'entrata in chiesa, alla
lezione, alla mensa!
Oh, come aveva fame! Una mezza pagnotta di pan
d'orzo, una scodella di latte, una minestra di farina... ma-
gici ricordi! 11 suo stomaco s'era destato come un lupo.
Pass accanto ad un campo di grano: le spighe eran qua-
si mature, le sgran con le dita e coi denti, mastic con
avidit i piccoli chicchi lubrici; ne colse ancora, se ne
riemp le tasche. Poi trov delle nocciole ancora molto
verdi e addent con gioia i gusci, schiantandoli; anche di
queste fece provvista.
Ricominciava la foresta, una pineta interrotta da quer-
ce e da frassini, c'eran mirtilli in quantit, qui sost,
mangi, si rinfresc. Fra l'erba rada e dura del bosco
spuntavano campanule azzurre; farfalle brune e lucenti
s'alzavano a volo e scomparivano capricciose a zig-zag.
In un bosco simile aveva abitato santa Genoveffa. La sua
storia gli era sempre piaciuta. Oh, come l'avrebbe incon-
trata volentieri! Oppure ci poteva essere nel bosco qual-
che eremo, con un vecchio padre barbuto in una caver-
na o in una capanna di corteccia. Forse in quel bosco
abitavano anche i carbonai, li avrebbe salutati volentieri.
Ci potevano essere perfino dei briganti, a lui non avreb-
bero fatto nulla. Sarebbe stato bello incontrare un essere
umano, chiunque fosse. Ma lo sapeva bene: forse pote-
va camminare a lungo nel bosco, tutto quel giorno e poi
I mdomam e poi pi giorni ancora, senza incontrare nes-
suno. Anche questo bisognava accettare, se era destino
Non si poteva pensar molto, bisognava lasciar venire ogm
cosa come voleva.
Ud il batter d'un picchio e tent di sorprenderlo; do-
po essersi affaticato a lungo invano, finalmente riusc ad
avvistarlo e stette per qualche tempo a osservarlo, mentre
solitario, attaccato a un tronco, lo martellava muovendo
avanti e indietro la testina operosa. Peccato non poter
parlare con gli animali! Sarebbe stato bello chiamare il
picchio e dirgli qualche parola gentile e forse apprendere
qualche cosa della sua vita fra gli alberi, del suo lavoro,
della sua gioia. Oh, potersi trasformare! Gli venne in
mente che tante volte nelle ore d'ozio aveva disegnato e
tracciato col gesso figure sulla sua lavagna, fiori, foglie,
alberi, animali, teste umane. E spesso aveva giocato a
lungo cos, creando, come un piccolo dio, creature secon-
do la sua volont: nel calice d'un fiore aveva disegna-
to gli occhi e una bocca, ad un ciuffo di foglie che spun-
tavano fuori da un ramo aveva dato forma di dita, in
cima ad un albero aveva messo una testa. E in questo
gioco aveva passato spesso ore felici, incantato, incanta-
tore, tracciando linee e lasciandosi sorprendere egli stes-
so da quel che ne usciva: la foglia d'un albero, il muso
d'un pesce, la coda d'una volpe, il sopracciglio d'un uo-
mo. Oh, pensava, potersi trasformare come Sl trasforma-
vano allora le linee disegnate per gioco sulla sua tavo-
letta! Boccadoro sarebbe diventato cos volentieri un plC-
chio, forse per un giorno, forse per un mese: avrebbe
abitato sulle cime, sarebbe corso su per i tronchi lisci,
avrebbe picchiato col becco forte nella corteccia, facen-
dosi puntello con le penne della coda, avrebbe parlato il
linguaggio dei picchi e tratto tante buone cose dalla cor-
teccia. Come sonava dolce e vigoroso il martellar del pic-
chio nel legno risonante!
Molti animali si trovarono sul cammino di Boccadoro.
Incontr lepri, che al suo avvicinarsi sbucavano a un trat-
to dal fogliame, lo fissavano, poi via di corsa con le orec-
chie abbassate e un chiaror di pelo sotto la coda. In una
piccola radura trov una lunga serpe, che non fugg:
non era viva, c'era soltanto la sua pelle vuota; egli la
raccolse e l'osserv: un bel disegno grigio e marrone cor-
re dorso e i r~n lel sole la traversavano: era
sottile come una ragnatela. Vide merli neri col becco
giallo, che guardavano fisso, concentrando gli occhi ne-
ri rotondi e impauriti, e fuggivano radendo terra. Pet-
tirossi e fringuelli volavano in quantit. A un certo pun-
to nel bosco c'era una buca, una pozza piena d'acqua ver-
de e densa, sulla quale correvano alla rinfusa, affaccen-
dati e come ossessi, ragni dalle gambe lunghe, che pa-
revano intenti a un gioco incomprensibile; e sopra si li-
bravano alcune libellule con l'ali d'un azzurro cupo. E
una volta, gi verso sera; vide qualcosa... o meglio non
vide nulla fuorch un .agitarsi e un grufolar tra il fo-
gliame, ud uno schiantar di rami, uno sguazzar nella ter-
ra umida e un grosso animale dalla corporatura pesante
correr via quasi invisibile, frangendo la sterpaglia: forse
un cervo, forse una scrofa, non sapeva. Rimase a lungo
immobile, ansante per lo spavento, segu con l'orecchio,
agitato, la corsa dell'animale e rest un pezzo in ascolto
col batticuore, dopo che tutto era tornato quieto.
Non trov modo d'uscire dalla foresta, dovette pernot-
tarvi. Mentre si cercava un giaciglio e si fabbricava un
letto di musco, si sforzava d'immaginare che sarebbe av-
venuto, se non avesse pi trovato una via d'uscita dai
boschi e avesse dovuto rimaner dentro per sempre. E pen-
s che sarebbe stata una grande disgrazia. Viver di bac-
che era possibile e anche dormire sul musco: inoltre
sarebbe certo riuscito a fabbricarsi una capanna, forse
anche a far fuoco. Ma restar sempre e poi sempre solo e
abitare fra gli alberi che dormono silenziosi e vivere fra
gli animali che fuggono e con cui non si pu parlare,
doveva essere insopportabilmente triste. Non vedere ani-
ma viva, non dir buongiorno e buonanotte a nessuno non
poter guardare nel viso e negli occhi di un proprio si-
mile, non contemplar pi donne e fanciulle, non sentire
pi un bacio, non abbandonarsi pi al delizioso gioco se-
greto delle labbra e delle membra, oh, era inconcepibile!
Se questo fosse stato il suo destino, pensava, avrebbe
tentato di diventare un animale, un orso o un cervo, sia
pur rinunciando alla beatitudine eterna. Essere un orso
e amare un'orsa non sarebbe poi male, molto meglio per
lo meno che conservare ragione, linguaggio e tutto il resto,
e con ci passar la vita solo e triste e senz'amore.
Nel suo letto di musco, prima d'addormentarsi, ascol-
tava curioso e inquieto i mille rumori notturni, misterio-
si e incomprensibili della foresta. Erano ormai i suoi ca-
merati, doveva viver con loro, abituarsi a loro, con loro
misurarsi e andar d'accordo; apparteneva ormai alla fa-
miglia delle volpi e dei caprioli, degli abeti e dei pini, con
loro doveva vivere, con loro dividere l'aria e il sole e
aspettare il giorno e patir la fame, essere insomma loro
ospite.
Poi s'addorment e sogn bestie e uomini: egli era un
orso, che divorava Lisa fra baci e carezze. Nel cuor della
notte si svegli spaventato, non sapeva perch: sentiva
un'angoscia infinita e ne cerc a lungo la ragione, turba-
to. Gli venne in mente che quel giorno e il giorno innan-
zi aveva dimenticato la preghiera della sera. S'alz, s'in-
ginocchi presso il giaciglio e recit due volte la sua ora-
zione, per quel giorno e per quello precedente. Poco dopo
era riaddormentato.
Al mattino si guard intorno nel bosco, stupito: aveva
dimenticato dov'era. La paura della foresta incomincl a
scemare, con nuova gioia s'affid a quella vita, pur con-
tinuando a camminare e regolandosi col sole. Una volta
giunse in un tratto di selva perfettamente piano, con po-
chi alberi a basso fusto; gli altri eran tutti grossi abeti
bianchi, annosi e diritti. Dopo aver marciato un poco fra
quelle colonne, gli vennero in mente le colonne della
grande chiesa del convento, di quella chiesa sotto il cui
portale nero aveva visto scomparire il suo amico Nar-
ciso.. Quanto tempo era passato? Proprio due giorni sol-
tanto?
Solo dopo due giorni e due notti giunse in capo alla
foresta. Riconobbe con gioia i segni della vicinanza uma-
na: terra coltivata, strisce di campo a segala e ad avena,
prati attraversati qua e l da stretti sentieri per breve
tratto visibili. Boccadoro colse della segala e la mastic;
la campagna lavorata lo guardava sorridente, tutto gli fa-
ceva un'impressione umana e cordiale dopo il lungo an-
dare per la selva incolta: il sentierino, l'avena, i fiorda-
lisi sfioriti e sbiancati. Finalmente avrebbe riveduto gli
uomini. Dopo un'oretta pass vicino ad un campo, sul
ciglio era drizzata una croce: s'inginocchi e preg Svol-
tando dalla sporgenza di un colle si trov all'improvviso
davanti a un tiglio ombroso, ud estasiato la melodia d'u-
na fontana, che da un tubo di legno versava la sua ac-
qua entro un lungo trogolo pure di legno; bevette l'ac-
qua fresca, squisita, e vide con gioia spuntar Su dai sam-
buchi, che avevan gi le bacche scure, alcuni tetti di pa-
glia. Ma pi di tutti questi segni amichevoli, lo com-
mosse il muggito di una mucca, che gli son all'orec-
chio dolce, caldo e ospitale come un saluto e un ben-
venuto.
S'avvicin esplorando alla capanna dalla quale era par-
tito il muggito. Davanti alla porta di casa sedeva nella
polvere un ragazzetto dai capelli rossicci e dagli occhi
celesti, con accanto un vaso di terracotta pieno d'acqua:
e con la polvere e con l'acqua faceva una pasta che gi
aveva inzaccherato le sue gambe nude. Serio e felice, pre-
meva quella poltiglia fra le mani, la guardava colar fuo-
ri dalle dita, ne faceva delle palle e per impastare e pla-
smare s'aiutava anche col mento.
--Buongiorno, piccolo,--disse Boccadoro cordialmen-
te. Ma il bambino, appeha levati gli occhi e scorto uno
straniero, spalanc la boccuccia, contrasse il visetto ton-
do e strillando si precipit carponi nella capanna. Bocca-
doro lo segu nella cucina; era cos buia che a lui, che
veniva dalla luce viva del mezzod, da principio non riu-
sc di scorgere nulla. A ogni buon conto fece un saluto
cortese, ma non ebbe risposta; a poco a poco per sopra
gli strilli del bimbo spaventato si fece udire una tenue
voce senile, che cercava di consolare il piccolo. Infine si
alz nell'ombra e s:avvicin una vecchietta, che, riparan-
dosi gli occhi con la mano, osserv l'ospite.
--Salute, mamma, -- disse Boccadoro, -- e che tutti
i santi benedicano la tua faccia buona; son tre giorni che
non vedo un viso umano.
La vecchietta guardava melensa, con occhi presbiti.
--Che vuoi? --domand incerta.
Boccadoro le diede la mano e carezz un poco la sua.
-- Salutarti voglio, nonnina, e riposare un tantino e
aiutarti ad accendere il fuoco. Se mi vuoi dare un pez-
zo di pane, non lo rifiuto, ma non c' fretta per questo.
Vide una panca di legno addossata alla parete e se-
dette, mentre la vecchia tagliava una fetta di pane per
il bambino, che guardava ora lo straniero con curiosa
attenzione pronto per ad ogni istante a piangere e a
correl via. La vecchia tagli un'altra fetta della pagnot-
ta e la port a Boccadoro.
--Grazie mille,--disse questi. --Dio ti compenser.
-- Hai lo stomaco vuoto? -- domand la donna.
-- Questo no, pieno di mirtilli.
-- Be', mangia allora! Da dove vieni?
-- Da Mariabronn, dal convento.
-- Sei un prete?
--Questo no. Uno scolaro. In viaggio.
Ella lo guard fra tonta e canzonatoria e scosse un po-
co la testa sul collo magro e rugoso. Lo lasci masticare
un paio di bocconi e riport fuori il piccolo al sole. Poi
torn, curiosa, e domand: -- Sai qualche novit?
--Non un gran che. Conosci padre Anselmo?
--No, che c' di lui?
-- malato.
-- Malato? deve morire?
--Non so. Ha male alle gambe. Non pu camminar
Deve morire?
-- Non so, forse.
--Be', lascialo morire. Io devo cuocere la minestra.
Aiutami a tagliare trucioli. -- Gli diede un ciocco d'a-
bete asciugato per bene sul focolare, e un coltello. Egli
le tagli trucioli quanti ne volle e stette a guardare, men-
tre ella li metteva nella cenere e si chinava sopra e s'affan-
nava a soffiare, finch prendevano fuoco; poi accatast
secondo un SuO ordine segreto e preciso legni d'abete e
di faggio, il fuoco divamp luminoso sul focolare aper-
to, ella mise sulle fiamme una grande pentola nera, che,
appesa ad una catena fuligginosa, penzolava dalla cappa
del cammo.
Boccadoro, dietro suo ordine, and ad attinger acqua
alla fontana, spann la scodella del latte, sedette di nuo-
vo nella penombra fumosa e stette a guardare il gioco
delle fiamme, sopra le quali appariva e spariva nel rosso
bagliore il viso rugoso ed ossuto della vecchia; intanto
udiva dietro un assito la mucca che frugava e tirava col-
pi nella greppia. Gli piaceva molto. Il tiglio, la fontana,
il guiZzar delle fiamme sotto la pentola, lo sbuffare e il
ruminar della mucca e i suoi colpi contro la parete, la
stanza semibuia con la tavola e la panca, l'affaccendarsi
della vecchietta, tutto questo era bello e buono, sapeva
di cibo e di pace, di esseri umani e di calore, di patria.
Anche due capre c'erano, e la donna gli disse che dietro
avevano anche un porcile; e la vecchia era la nonna del
contadino e la bisnonna del piccolo. Questi si chiamava
Kuno, di tanto in tanto entrava in cucina e, bench non
dicesse una parola e guardasse un po' impaurito, non
plangeva pi.
Venne il contadino con sua moglie; furono molto stu-
piti di trovare uno straniero in casa. Il contadino sta-
va gi per gridare e, diffidente, trasse il giovane per un
braccio sulla porta, per vedere il suo volto alla luce del
giorno; ma poi rise, gli batt benevolo la mano sulla
spalla e lo invit a mangiare. Sedettero e ciascuno intinse
il suo pane nella comune scodella di latte, finch il latte
diminu e il contadino vuot il resto.
Boccadoro domand se poteva rimanere fino all'indo-
mani e dormire sotto il loro tetto. No, rispose l'uomo,
perch non c'era posto, ma fuori c'era ancora tanto fieno
dappertutto, avrebbe trovato certo un giaciglio.
La contadina aveva il piccolo accanto e non partecipa-
va alla conversazione, ma durante il pasto i suoi occhi
curiosi presero possesso del giovane straniero. I capelli
e lo sguardo di lui le avevano fatto subito impressione,
poi osserv con piacere il suo collo bianco e fine, le sue
mani distinte e lisce e i loro movimenti agili e armoniosi.
Come era bello e aristocratico quello straniero, e cos gio-
vane! Ma quello che pi l'attirava e la innamorava era la
voce di lui, quella voce giovane e maschia, che cantava
misteriosamente, che irradiava calore, che seduceva blan-
da, che sonava come una carezza. Avrebbe voluto sentire
quella voce ancora per un pezzo.
Dopo mangiato, il contadino s'affaccend nella stalla
Boccadoro era uscito dalla casa, s'era lavato le mani al-
la fontana e sedeva sul bordo basso, rinfrescandosi e ascol-
tando l'acqua. Era indeciso; non aveva pi nulla da cer-
care l, eppure gli rincresceva di doversene andare. Al-
lora venne fuori la contadina con un secchio in mano, lo
mise sotto lo zampillo, finch trabocc. Disse a mezza vo-
ce: --Se stasera sei ancora qui vicino, ti porter da man-
giare Laggi, dietro quel lungo campo d'orzo, c' del fie
no, che raccoglieranno solo domani. Vuoi fermarti l?
Egli le guard il viso lentigginoso, vide le sue braccia
forti afferrare il secchio, sent lo sguardo caldo dei suoi
grandi occhi chiari. Le sorrise e accenn di s. Gi ella
se n'andava col secchio pieno e scompariva nel buio del-
la porta. Egli rimase seduto, grato e contento, ascoltando
l'acqua corrente. Un po' pi tardi entr nella cucina, cer-
c il contadino, diede la mano a lui e alla nonna e rin-
grazi. C'era odor di fuoco nella capanna, di fuliggine e
di latte. Poc'anzi era per lui ancora un asilo, un foco-
lare domestico, e gi ridiventava terra straniera. Salut
e usc.
Al di l delle capanne trov una cappella e vicino un
bel boschetto, un gruppo di forti querce annose, sotto le
quali l'erba era bassa. Rimase l all'ombra, passeggiando in
su e in gi fra i grossi tronchi. Strana cosa, pensava,
eran le donne e l'amore; non avevan bisogno davvero di
parole. Alla contadina n'era occorsa una sola per indi-
cargli il luogo dell'appuntamento, tutto il resto non l'a-
veva detto con parole. E con che allora? Con gli occhi,
s, e con un certo suono nella voce un po' velata e con
qualche altra cosa ancora, con un profumo forse, con una
emanazione delicata e sottile della pelle, dalla quale uo-
mini e donne riconoscono subito la reciproca brama. Cu-
rioso: era una specie di delicato linguaggio segreto; e
come l'aveva imparato presto! Si rallegrava pensando al-
la sera, si domandava con curiosit come sarebbe stata
quella donna alta e bionda, che sguardi, che toni, che
membra, che doti, che baci avrebbe avuto... Certo tutt'al-
tri che Lisa. Dov'era in quel momento la Lisa, coi suoi
capelli neri e lisci, con la sua pelle bruna, con i suoi bre-
vi sospiri? L'aveva picchiata il marito? Pensava ancora
a lui? Aveva gi trovato un nuovo amante, com'egli ave-
va trovato una nuova donna? Come tutto andava ve-
loce, e da ogni parte si trovava la felicit, come tutto
era bello e caldo e stranamente fugace! Era peccato, era
adulterio; poc'anzi si sarebbe lasciato u.ccidere piuttosto
che commettere un peccato simile. Ed ecco la seconda don-
na che egli attendeva, e la sua coscienZa era tranquilla.
Cio, tranquilla forse no; ma non l'adulterio, non la vo-
lutt di quando in quando la turbavano e la opprime-
vano. Era qualcos'altro, non sapeva definirlo con un no-
me. Era il sentimento di una colpa che non si com-
messa, ma che si portata al mondo con la nascita. For-
se era questo ci che nella teologia si chiamava peccato
originale? Poteva darsi. S, la vita stessa portava con s
qualcosa come una colpa... perch, altrimenti, un essere
cos puro e cos sapiente come Narciso si sarebbe sotto-
posto a penitenze come un condannato? E perch egli
stesso, Boccadoro, avrebbe dovuto sentire in qualche se-
greto recesso della sua anima questa colpa? Non era for-
se felice? Non era giovane e sano, non era libero come
l'uccello nell'aria? Non lo amavano le donne, non era
bello sentire di poter dare loro come amante lo stesso
profondo piacere ch'egli provava? E perch allora non
era felice del tutto? Perch nella sua giovane felicit,
come nella virt e nella saggezza di Narciso, doveva in-
sinuarsi di quando in quando questa strana sofferenza,
quest'ansia sommessa, questo rammarico per la transito-
riet umana? Perch doveva tante volte tormentarsi il
cervello a forza di pensare, pur sapendo di non essere un
pensatore?
Eppure era bello vivere. Colse nell'erba un fiorellino
violetto, lo avvicin all'occhio, guard entro il piccolo ca-
lice, dove scorrevano vene e vivevano minuscoli sottilis-
simi organi; come nel grembo di una donna o nel cer-
vello di un pensatore fremeva la vita, tremava la gioia.
Oh, perch non si sapeva proprio nulla? Perch non si
poteva parlare con quel fiore? Ma se neppure due uo-
mini riuscivano a parlarsi davvero, e ci voleva gi per
questo un caso fortunato, una particolare amicizia e di-
sposizione! No, era fortuna che l'amore non avesse biso-
gno di parole; altrimenti sarebbe stato pieno di malin-
tesi e di pazzie. Ah, come l'occhio di Lisa, socchiuso nel-
la pienezza della volutt, era quasi franto e non mostra-
va pi che un po' di bianco nel taglio delle palpebre
convulse.. mille parole di dotti e di poeti non sarebbero
riuscite ad esprimerlo! Nulla, nulla si poteva esprimere,
escogitare e tuttavia si aveva sempre in s il bisogno
prepotente di parlare, l'eterno impulso a pensare!
Osserv con quanta grazia e con quanta intelligenza
le foglie della piantina erano ordinate intorno allo ste-
lo. I verSi di Virgilio eran belli, egli li amava; ma pi
d'uno non aveva neppur la meta della chiarezza e della
sapienza, dell'ingegnosa bellezza di quella spirale, secon-
do cui le minuscole foglioline si ordinavano su per lo
stelo. Quale godimento, quale felicit, che opera incan-
tevole, nobile, ingegnosa, se un uomo fosse stato capace
di creare un solo fiore come quello! Ma nessuno era ca-
pace, nessun eroe e nessun imperatore, nessun papa e nes-
sun santo.
Quando il sole cal, si mise in cammino per cercare il
luogo indicato dalla contadina. L aspett. Era bello
aspettare cos, sapendo che una donna era in istrada
e non recava altro cke amore. Ella giunse con un pan-
no di lino, in cui aveva avvolto un grosso pezzo di pa-
ne e una fetta di lardo. Lo snod e glielo mise davanti.
--Per te, --disse.--Mangia!
-- Dopo, -- rispose lui. -- Non ho fame di pane, ho
fame di te. Oh, mostra ci che mi hai portato di bello!
Molto di bello gli aveva portato: labbra forti e asse-
tate, denti forti e brillanti, braccia forti, arrossate dal so-
le; ma sotto il collo e gi per la persona era bianca e te-
nera. Parole ne sapeva poche, ma in fondo alla sua gola
cantava una musica dolce e allettatrice; e quando sent
sul suo corpo le mani di lui, mani delicate, affettuose e
sensibili, quali non aveva mai conosciute, la sua pelle rab-
brivid e nella sua gola si modul un suono come quel-
lo di un gatto che fa le fusa. Sapeva pochi giochi, me-
no di Llsa, ma era meravigliosamente vigorosa, stringe-
va come se volesse spezzare il collo al suo amante. Era
un amore infantile e cupido, semplice e, malgrado tutta
la forza, ancora pudico; Boccadoro fu felice con lei.
Poi ella se n'and sospirando, si stacc con pena, non
poteva rimanere.
Boccadoro rest solo, felice e triste insieme. Solo pi
tardi si ricord del pane e del lardo e mangi in solitu-
dine; era gl notte alta.
C~PTOLO Vlll
Boccadoro aveva gi camminato a lungo, di rado per-
nottando due volte nello stesso luogo, dappertutto desi-
derato e favorito dalle donne, abbronzato dal sole, dima-
grito dal vagabondaggio e dalla scarsit del cibo. Molte
donne l'avevano lasciato all'alba e alcune se n'erano an-
date piangendo; pi d'una volta egli aveva pensato: "Per-
ch nessuna rimane con me? Perch, se mi amano e per
una notte d'amore violano la fede coniugale... perch ri-
tornano subito tutte ai loro mariti, dai quali spesso te-
mono d'esser picchiate?". Nessuna l'aveva pregato sul se-
rio di rimanere, nessuna l'aveva mai pregato di prender-
la seco ed era stata pronta per amore a dividere con lui
le gioie e le angustie della vita errabonda. Veramente egli
non aveva rivolto a nessuna quell'invito, a nessuna aveva
suggerito quell'idea; se interrogava il suo cuore, vedeva
che la libert gli era cara e non ricordava una donna
amata, di cui avesse sentito ancora la nostalgia fra le
braccia di quella che le era succeduta. E tuttavia gli riu-
sciva strano e un poco triste che l'amore si mostrasse sem-
pre cos fugace, quello delle donne come il suo, e con la
stessa rapidit con cui divampava fosse anche sazio. Era
giusto questo? Era cos sempre e dappertutto? O dipen-
deva da lui, forse era nella sua natura che le donne lo
desiderassero e lo trovassero bello, ma non aspuassero
ad altra comunanza con lui che non fosse quella breve
e senza parole di una notte nel fieno o sul musco? Era
perch viveva da vagabondo e i sedentari provavano or-
rore per la vita dei senza-patria? O dipendeva proprio
solo da lui dalla sua persona, che le donne lo desideras-
sero come una bella bambola, ma poi ritornassero ai loro
uomini, anche se l le attendevano le busse?
Non si stancava d'imparar dalle donne. Pi l'attirava-
no invero le fanciulle, le giovanissime, che non avevano
ancora marito e non sapevano nulla; di esse poteva inna-
morarsi con ardore; ma erano quasi sempre irraggiun-
gibili, cos amate, timide e ben protette! Ma imparava
volentieri anche dalle donne. Ognuna gli lasciava qual-
cosa, un gesto, un modo di baciare, un gioco speciale,
una particolare maniera di darsi o di difendersi. Bocca-
doro accondiscendeva a tutto, era insaziabile e docile co-
me un bimbo, aperto a ogni seduzione: e per questo ap-
punto seducente egli stesso. La sua bellezza da sola non
sarebbe bastata a condurgli cos facilmente le donne, era
quel suo candore infantile, quella sua innocenza curio-
sa della brama, quell'essere aperto e meravigliosamente
pronto a ci che una donna poteva desiderare da lui.
Senza saperlo, egli era presso ogni donna amata proprio
COSi come essa lo desiderava e lo sognava, con l'una de-
licato e paziente nell'attesa, con l'altra impetuoso e in-
traprendente, ora ingenuo come un ragazzo iniziato per
la prlma volta, ora raffinato ed esperto. Era pronto al
gioco e alla lotta, al sospiro e al riso, al pudore e alla
spudoratezza; non faceva nulla a una donna ch'ella non
bramasse, nulla ch'ella non provocasse da lui. Questo era
ci che ogni donna dai sensi accorti intuiva subito in
Boccadoro, questo lo rendeva il suo beniamino.
Egli intanto imparava. In breve non impar solo mol-
te qualit e molte arti d'amore, accogliendo in s le espe-
rienze di molte amanti. Impar anche a vedere le donne
nella loro variet, a sentirle, a tastarle, a odorarle: ac-
quist un orecchio finissimo per ogni sorta di voce e pi
d'una volta dal suo semplice suono sapeva indovinare con
sicurezza il genere della donna e la sua capacit d'a-
mare. Con sempre nuovo rapimento contemplava gli in-
finiti modi diversi come una testa poteva reggersi sul col-
lo, una capigliatura staccarsi dalla fronte, una rotula muo-
versi entro il ginocchio. Al buio, ad occhi chiusi, col tat-
to delicato delle dita imparava a distinguere una chioma
femminile o una qualit di pelle o di pelurie dall'altra.
Cominci per tempo ad accorgersi che forse il senso del
suo vagabondaggio stava proprio in questo, che forse egli
era sospmto da una donna all'altra appunto perch po-
tesse imparare a esercitare con sempre maggior finezza,
variet e profondit, questa capacit di conoscere e di di-
stinguere. Forse era guesto il suo destmo: Imparare a
conoscere le donne e l'amore in mille modi e in mille
forme diverse fino alla perfezione, cos come taluni mu-
sicisti sanno sonare non un solo strumento, ma tre, quat-
tro, molti. A quale scopo ci dovesse servire, dove con-
ducesse, certo non sapeva; sentiva solo di essere in cam-
mino Se per il latino e per la logica aveva certe attitu-
dini - non per doti rare, singolari e sorprendenti - per
l'amore, per il gioco con le donne era eccezionalmente
dotato, qui imparava senza fatica, qui non dimentlcava
nulla, qui le esperienze si accumulavano e si ordmavano
da s.
Un giorno, quando gi da un anno o due vagava per
il mondo, Boccadoro giunse al castello di un aglato ca-
valiere, che aveva due figlie giovani e belle. Era il prm-
cipio d'autunno, presto le notti sarebbero diventate fred-
de, nell'autunno e nell'inverno passati aveva fatto la sua
esperienza, e non senza preoccupazione pensava ai mes
venturi, nell'inverno la vita del vagabondo era dura. Chle-
se cibo e asilo per la notte. Fu accolto cortesemente, e
quando il cavaliere ud che lo straniero aveva studiato
e sapeva il greco, lo fece passare dalla tavola dei servl alla
sua e lo tratt quasi come suo pari. Le due figlie tenevano
gli occhi bassi: la maggiore aveva diciotto anni, la mlnore
sedici appena: Lidia e Giulia.
Il giorno dopo Boccadoro voleva proseguire: non c'era
per lui nessuna speranza di poter conquistare una di quel-
le belle e bionde damigelle, e altre donne, per cul rlma-
nere, non se ne vedevano. Ma dopo la prlma colazione ll
cavaliere lo prese da parte e lo condusse m una stanza
ch'egli si era arredata per scopi speciali. Il vecchio parlo
con modestia al giovane della sua passione per la dot-
trina e per i libri gli mostr un piccolo cofano pieno di
scritti, da lui raccolti, uno scrittoio che s'era f atto co-
struire e una provvista di bella carta e pergamena. Que-
sto bravo cavaliere era stato a scuola in giovent: poi,
come Boccadoro venne a sapere a poco a poco, Si era
dato tutto alla vita guerresca e mondana, finch, grave-
mente malato, un avvertimento divino l'aveva indotto a
unirsi a una schiera di pellegrini e ad espiare cos la sua
giovent peccaminosa. Era andato a Roma e perfino a
Costantinopoli, al ritorno aveva trovato il padre morto e
la casa vuota, vi aveva fissato la sua dimora, s'era spo-
sato, aveva perduto la moglie e allevato le figliole, e, poi-
ch ormai cominciava la vecchiaia, s'era accinto a scri-
vere una minuta relazione del suo pellegrinaggio. Ave-
va gi messo insieme parecchi capitoli, ma - confess al
glovane- il suo latino era molto deficiente e lo inceppa-
va ad ogni passo. Offerse dunque a Boccadoro un abito
nuovo e libero asilo, se voleva correggergli in bella copia
CiO che aveva scritto fino allora, e poi aiutarlo a conti-
nuare.
Era autunno: Boccadoro sapeva quel che ci signifi-
cava per un vagabondo. Anche l'abito nuovo era assai
deslderabile. Ma sopra tutto piacque al giovane la pro-
spettiva di rimanere ancora a lungo nella stessa casa con
le due belle sorelle. Accett senza esitare Dopo pochi
giorni la dispensiera del castello doveva aprire l'arma-
dio delle stoffe; trovarono un bel panno marrone, con
cui fecero confezionare un abito ed un berretto per Boc-
cadoro. Veramente il cavaliere aveva pensato al nero, ad
una specie di veste da magister, ma il suo ospite non ne
volle sapere e riusc a dissuaderlo. Venne fuori cos un
tore, che gli stava benPIo ida paggiO e un po' da Caccia
Anche col latino non and male. Rilessero insieme ci
ch'era stato scritto fino allora, e Boccadoro non solo cor-
resse i molti vocaboli inesatti ed errati, ma qua e l tra-
sform anche le brevi frasi impacciate in eleganti perio-
di latini, con solide costruzioni e una perfetta eonseeJ~tio
tem por~m. Procur cos un gran godimento al cavaliere
che non gli era avaro di lodi. Ogni giorno passavano al-
meno due ore a quel lavoro.
Nel castello - una specie di grande masseria fortificata
- Boccadoro trov pi d'un passatempo: prese parte al-
la caccla e dal cacciatore Enrico impar a tirar con la
balestra, fece amicizia coi cani e pot cavalcare a suo
placlmento. Di rado lo si vedeva solo; o parlava con un
cane o con un cavallo, oppure col cacciatore Enrico o con
la dispenslera Lea, una grossa vecchia che aveva una
voce maschile e una gran voglia di ridere e di scherzare
o mfine col guardiano dei cani o con un pastore. Con la
moglle del mugnaio, che abitava vicinissima, non sarebbe
stato difficile fare all'amore, ma egli si teneva riserbato
e faceva l'ingenuo.
Delle due figlie del cavaliere era entusiasta. La mino-
re era la pi bella, ma cos sdegnosa che non diceva qua-
si una parola con Boccadoro. Egli trattava ambedue col
massimo riguardo ed ossequio, ma l'una e l'altra sentl-
vano la sua vicinanza come una corte assidua. La plu
giovane si chiudeva tutta, fiera per timidezza. La mag-
giore, Lidia, aveva trovato con lul un tono speclale, fra
rispettoso e canzonatorio, e lo trattava come una besha
rara d'erudito, rivolgendogli molte domande curiose, in-
formandosi della vita del convento, ma sempre con un
fare da gran dama superiore e un po' beffarda. Egll ac-
condiscendeva a tutto; trattava Lidia come una dama,
Giulia come una monachella, e quando, dopo cena, rlu-
sciva con la sua conversazione a trattenere le fanciulle
a tavola un po' pi a lungo del solito, o quando Lldia in
cortile o in giardino gli rivolgeva talvolta la parola e Sl
permetteva qualche piccolo scherzo, era contento e sen-
tiva d'aver fatto un progresso.
In quell'autunno le foglie indugiarono a lungo sugli
alti frassini del cortile, in giardino rimasero fioriti a lun-
go gli asteri e le rose. Un giorno arriv una visita; giun-
sero a cavallo un signore di un possedimento vlCmo, con
sua moglie ed un palafreniere; la giornata mite ll aveva
indotti ad una gita pi lunga del consueto e cos erano
arrivati fin l e chiedevano alloggio per la notte. Furono
accolti molto cortesemente e subito il letto di Boccadoro
fu trasportato dalla camera dei forestieri nello studio, la
camera fu messa in ordine per i visitatorl, vennero am-
mazzati alcuni polli e cercati pesci al mulino. Boccado-
ro partecip con gioia al festoso trambusto e sublto s ac-
corse d'attirare l'attenzione della signora straniera. La vo-
ce e qualcosa nello sguardo di lei gli avevano appena rl-
velato la sua compiacenza e la sua brama, che egli noto
anche, con crescente attenzione, operarsi un mutamento
in Lidia: divent chiusa e taciturna e comincl a os-
servare lui e la dama. Quando durante la cena festosa
il piede della signora prese a giocare sotto la tavola col
piede di Boccadoro, egli rimase incantato non tanto di
quel gioco quanto dell'ansia cupa e silenziosa, con cui
Lidia lo seguiva con occhi curiosi e fiammeggiantl. In-
fine egli lasci cadere con intenzione un coltello per ter-
ra, Si chino sotto la tavola e sfior con una carezza il pie-
de e la gamba della dama: vide Lidia impallidire e mor-
dersi le labbra; continu a raccontare aneddoti di con-
vento e sent che la straniera pi che le storie ascoltava
intensamente la sua voce insinuante. Anche gli altri sta-
vano attenti, il suo padrone con benevolenza, l'ospite con
volto impassibile, ma toccato anch'egli dal fuoco che ar-
deva nel giovane. Lidia non l'aveva mai udito parlare
COS: era come sbocciato, c'era un fremito di volutt nel-
l'aria, I suoi occhi brillavano, nella sua voce cantava la
fellcit, implorava l'amore. Le tre donne lo sentivano cia-
scuna in modo diverso: la piccola Giulia con violenta ri-
luttanza e resistenza; la moglie del cavaliere con soddi-
sfazlone ragglante; Lidia con un doloroso tumulto del
cuore, che ondeggiava fra l'intimo desiderio, una blan-
da resistenza e la pi viva gelosia, e che le allungava il
volto e le faceva ardere gli occhi. Boccadoro sentiva tut-
te queste ondate che rifluivano a lui come risposte segre-
te alle sue seduzioni; i pensieri d'amore, di dedizione, di
reslstenza, di lotta reciproca gli volavano intorno come
Dopo cena Giulia si ritir; era gi notte avanzata; con
la sua candela nel candeliere di terracotta lasci il terraz-
zo, fredda come una piccola monaca, Gli altri rimasero
ancora un'ora, e mentre i due signori parlavano del rac-
colto, dell'imperatore e del vescovo, Lidia ascoltava, tut-
ta accesa, un negligente chiacchierio, a proposito di nul-
la, fra Boccadoro e la dama, e vedeva intessersi fra i
suoi fili lenti una fitta e dolce rete di domande e di ri-
sposte, di sguardi, di accenti, di piccoli gesti, ciascuno dei
quali era carico di significato e rovente di ardore. La
fanciulla aspirava l'atmosfera con avidit e insieme con
orrore, e, quando scorgeva o intuiva che il ginocchio di
Boccadoro sfiorava sotto la tavola quello della stranie-
ra, sentlva il contatto sul suo proprio corpo e sussultava.
Poi non dorm, e per met della notte stette in ascolto
col batticuore, convinta che i due si sarebbero trovati in-
sieme. Complet nella sua immaginazione quello che a
loro era vletato, li vide abbracciati, ud i loro baci, e tre-
mo persino d'agitazione, temendo e desiderando al tempo
stesso che il cavaliere ingannato sorprendesse gli aman-
ti e trafiggesse col suo pugnale il cuore di quell'abomi-
nevole Boccadoro.
La mattina seguente il cielo era coperto, soffiava n
vento umido, e l'ospite, respingendo ogni invito di rlma-
nere pi a lungo, insistette per partire subito. Lidia era
presente quando gli ospiti salirono a cavallo, strinse loro
la mano, disse parole d'addio: ma non sapeva quel che
faceva, tutti i suoi sensi erano concentratl nello sguardo
con cui osserv la dama posare il plede, mentre monta-
va in sella, fra le mani di Boccadoro, e la destra di lul,
larga e ferma, afferrare la scarpa e strmgere per un mo-
mento con forza il piede della donna.
Partiti gli ospiti, Boccadoro dovette ritirarsi nello stu-
dio a lavorare. Dopo una mezz'ora ud risonare in basso
la voce imperiosa di Lidia e condurre innanzi un caval-
lo, il cavaliere s'affacci alla finestra e guard gi sor-
ridendo e scuotendo la testa; poi entrambi seguirono con
lo sguardo Lidia, mentre usciva a cavallo dal cortfle.
Quel giorno il loro latino non avanz di molto; Bocca-
doro era distratto; il suo signore, benevolo, lo conged
prima del solito.
Sceso nel cortile, usc inosservato sul suo cavallo, in-
contro al vento d'autunno fresco ed umido, nella cam-
pagna scolorita; serrando sempre pi il trotto, sent il
cavallo scaldarsi sotto di- s e il suo stesso sangue mfo-
carsi. Per campi di stoppie e di maggese, per la landa
e per tratti di palude coperti di canne e setoloni, caval-
c respirando a pieni polmoni nella giornata grigia, tra-
versando vallette di ontani e pinete imporrite, poi di nuo-
vo sulla landa bruna e deserta.
Sulla cresta alta di un colle, nitida contro il cielo nu-
voloso color di cenere, scoperse la figura di Lidia, eretta
sopra il cavallo che trottava lento. Egli Si lana verso di
lei; appena ella si vide inseguita, spron il suo cavallo e
si diede alla fuga. Ora scompariva, ora riapparlva con
capelli al vento. Egli le dava la caccia come ad una pre-
da, e gli rideva il cuore, mentre con piccoli gridi affettuo-
si eccitava il cavallo, con occhi sereni coglieva a volo le
caratteristiche del paesaggio, i campi acquattati, i boschet-
ti di ontani, i gruppi d'aceri, le rive fangose degli stagni;
ma poi riconduceva lo sguardo alla sua meta, alla bel-
la fuggitiva. Presto l'avrebbe raggiunta.
Quando Lidia lo sent vicino, rinunci alla fuga e mi-
se il cavallo al passo. Non si volt verso l'inseguitore.
Fiera, apparentemente indifferente, continu a cavalcare
come se nulla fosse stato, come se fosse sola. Egli spin-
se il cavallo accanto al suo e i due animali proseguiro-
no tranquilli l'uno di fianco all'altro, ma cavalli e cava-
lieri erano riscaldati dalla corsa.
--Lidia! -- chiam sottovoce.
Ella non diede risposta.
--Lidia!
Ella rimase muta.
--Com'era bello, Lidia, vederti cavalcare da lontano~
I tuoi capelli vo`lavano dietro di te come una saetta d'o
ro. Com'era bello! Ah, che meraviglia che tu sia fuggi-
ta da me! Cos ho veduto per la prima volta che mi vuoi
un po' di bene. Non lo sapevo, ancora ieri sera ero in
dubbio. Solo quando hai cercato di sfuggirmi, l'ho capi-
to a un tratto. Bella, cara devi essere stanca, smontiamol
Balz rapido dal cavalio e nello stesso istante afferro
le redini di lei, perch non gli scappasse un'altra volta
Ella lo guard pallidissima e, quand'egli la depose a ter
ra, scoppi in lacrime. Con ogni riguardo egli la con-
dusse qualche passo avanti, la fece sedere sull'erba ina-
ridita e le s'inginocchi accanto. Ella lottava coi sin-
ghiozzi, lottava energicamente, finch riusc a dominarli.
-- Ah, come sei cattivo! --cominci, quando pot par-
lare. Riusciva a stento a metter fuori le parole.
-- Sono cos cathvo?
-- Sei un seduttore di donne, Boccadoro. Lasciami di-
menticare quello che mi hai detto dianzi; erano parole
impertinenti, a te non s'addice di parlarmi cos. Come
puoi credere che io ti voglia bene? Dimentichiamo que-
sto! Ma come posso dimenticare ci che ho dovuto ve-
dere ieri sera?
-- leri sera? E che cos'hai veduto?
--Ah, non far cos, non mentire cosl Era orribile e
impudente quello che facevi con quella Signora davanti
ai miei occhi! Non hai vergogna? Perfino la gamba le ac-
carezzastl, sotto la tavola, sotto la nostra tavola! Davanti
a me, davanti ai miei occhi! E ora che quella se n' an-
data, vleni a tender lacci a me! Non sai davvero che co-
sa sia la vergogna.
Gi da un po' Boccadoro si era pentito delle parole che
le aveva dette prima di farla scender da cavallo. Che
sciocchezza era stata! Le parole non erano necessarie nel-
l'amore, avrebbe dovuto tacere.
Non disse pi nulla. Rimase inginocchiato davanti a
lei e, poich lo sguardo con cui ella lo fissava era cos
beilo e infelice, il dolore di lei gli si comunic; anch'egli
sent che c'era qualcosa di cui dolersi. Ma non ostante
tutto ci ch'ella aveva detto, egli vedeva nel suo occhio
l'amore, e anche la sofferenza che le contraeva le labbra
era amore. Egli credeva al suo occhio pi che alle sue
parole
Ma Lidia aveva atteso una risposta. Poich non venne,
le sue labbra si fecero ancor pi sdegnose; lo guard con
gli occhi umidi e ripet:
--Non hai dunque proprio pudore?
-- Perdona, -- rispose lui umile, -- noi parliamo ora
di cose di cui non si dovrebbe parlare. E colpa mia, per-
donami! Tu domandi se non ho pudore. S, certo ne ho.
Ma ti voglio bene, vedi, e l'amore non conosce pudore.
Non essere in collera!
Pareva quasi ch'ella non udisse. Immobile, faceva quel-
la bocca amara e fissava lo sguardo lontano, come se fos-
se sola. Egli non si era mai trovato in una situazione si-
mile. Dipendeva dall'aver parlato.
Appoggi dolcemente il volto sul ginocchio di lei e il
contatto gli fece subito bene. Ma era un po' perplesso
e triste e anch'ella continuava ad apparire triste: sedeva
immobile, taceva e guardava lontano. Quanto imbarazzo,
quanta mestizia! Ma il ginocchio accolse benevolo la sua
guancia, non lo respinse. E il suo volto rimase, con gli
occhi chiusi, su quel ginocchio, la cui forma nobile e al-
lungata gli s'impresse dentro a poco a poco. Boccadoro
pensava con gioia e commozione alla corrispondenza che
esisteva fra la forma elegante e giovanile del ginocchio
di Lidia e le unghie, belle fortemente arcuate delle sue
dita. Riconoscente si strinse a quel ginocchio, lasci che
la sua guancia e la sua bocca parlassero con lui.
Allora sent la mano di lei posarsi timida e lieve come
una piuma sopra i suoi capelli. Cara mano! pens mentre
sentiva sul suo capo la carezza delicata, infantile. Egli
aveva gi pi volte osservato e ammirato quella mano,
NARCISO E BOCCADORO 311
lice di amarti... Come andr a finire? io non ci penso.
Sono contento quando ti vedo cavalcare e quando sento
la tua voce e quando le tue dita mi accarezzano i capel-
li. Sar contento quando ti potr baciare.
--Si pu baciare solo la propria sposa, Boccadoro.
Non ci hai mai pensato?
la conosceva quasi come la propria, conosceva le dita lun-
ghe e agili dalle unghie lunghe rosee e ben arcuate. In
quel momento le dita lunghe e tenere parlavano timide con
le ciocche dei suoi capelli. Il loro linguaggio era infantile
e trepldo, ma era amore. Riconoscente, egli affond il capo
In quella mano, ne sent la palma con la nuca, con le
guance.
Allora ella disse: -- E ora d'andare!
Egli sollev il capo, la guard teneramente, baci con
dolcezza le sue dita sottili.
--Ti prego, alzati, -- disse lei, -- dobbiamo anda-
re a casa.
Egli obbed subito, si alzarono, salirono sui loro caval-
li, partirono.
Il cuore di Boccadoro era al colmo della felicit. Co-
me era bella Lidia, cos infantilmente pura e delicata!
Non l'aveva ancora baciata, eppure gli pareva d'aver ri-
cevuto un dono ed era tutto pieno di lei. Andarono di
galoppo, e solo quand'erano gi quasi a casa e stavano
per entrare nel cortile ella esclam sgomenta: -- Non
avremmo dovuto arrivare tutti e due insieme, Che scioc-
chi!
E all'ultimo istante, mentre scendevano dai cavalli e
gi accorreva un garzone di stalla, sussurr all'orecchio
di Boccadoro, rapida e ardente:
--Dimmi se stanotte sei stato presso quella donna! --
Egli scosse ripetutamente la testa e s'accinse a toglier le
redini dal suo cavallo.
Nel pomeriggio, quando il padre fu uscito, ella com-
parve nello studio.
-- E proprio vero? -- domand subito con passione;
ed egli cap immediatamente ci che intendeva.
-- Perch allora hai giocato con lei, cos vergognosa-
mente e l'hal fatta innamorare?
--Tutto era diretto a te,--diss'egli.--Credimi, avrei
preferito mille volte carezzare il tuo piede che il suo. Ma
il tuo piede non mai venuto a me sotto la tavola, non
mi hai domandato se ti voglio bene.
--Mi vuoi bene davvero, Boccadoro?
-- Oh s!
--Ma come andr a finire?
-- Non lo so, Lidia. E neppur me ne curo. Sono fe-
--No, non ci ho mai pensato. E perch dovrel lu sai
come me che non puoi diventare mia sposa.
-- E cos. E poich tu non puoi diventare mio mari-
to e rimanere sempre con me, hai fatto molto male a par-
larmi d'amore. Hai forse creduto di potermi sedurre?
--Non ho creduto e pensato nulla, Lidia; io penso
in genere molto meno di quel che tu creda. Non deside-
ro altro se non che tu mi voglia baciare. Parliamo trop-
po. Gli amanti non parlano. Io credo che non mi VuOi
bene.
- Stamattina hai detto il contrario.
- E tu hai fatto il contrario!
--lo? Che vuoi dire?
-- Prima di tutto sei scappata di galoppo quando mi
hai visto giungere. Allora io ho creduto che tu mi amas-
si. Poi non hai potuto fare a meno di piangere, e io ho
creduto che fosse perch mi volessi bene. Poi, quando
la mia testa era appoggiata al tuo ginocchio, mi hai ac-
carezzato, e io ho creduto che fosse amore. Ma ora non
dimostri di volermi bene.
--lo non sono come la donna di cui ieri accarezzavi
il piede, tu sembri abituato a donne di quella fatta.
--No, grazie a Dio, tu sei molto pi bella e pi fine
di lei
--Non voglio dir questo.
--Oh, ma cos. Sai tu come sei bella?
-- Ho uno specchio.
--Ci hai mai veduto la tua fronte, Lidia, e poi le spal-
le, e poi le unghie, e poi le ginocchia? E hai veduto co-
me tutto questo si assomiglia ed in armonia, come tutto
ha la stessa forma, una forma lunga, distesa, definita e
molto slanciata? L'hai veduto?
--Come parli! Veramente non l'ho mai veduto, ma
ora che lo dici so ci che intendi. Senti, sei un gran se-
duttore, ora tenti di rendermi vana.
-- Peccato, non riesco proprio a contentarti. Ma per-
ch debbo tenerci a renderti vana? Sei bella e vorrei
mostrarti che te ne sono grato. Tu mi constringi a dir-
telo a parole; potrei dirtelo mille volte meglio che con
le parole. A parole non ti posso dar nulla. A parole non
posso neppure imparar nulla da te, n tu da me.
--E che cosa dovrei imparare da te?
--lo da te, Lidia, e tu da me. Ma non vuoi. Tu vuoi
amare solo colui di cui sarai sposa. Egli rider, quando
vedr che non hai imparato nulla, neppure a baciare.
--Ah, nel baciare dunque vorresti istruirmi, signor ma-
gister?
Egli le sorrise, Se anche le sue parole non gli piace-
vano, poteva tuttavia sentire dietro quel tono saputo, un
po violento e artificioso, la sua verginit che, assalita
dalla concupiscenza, se ne difendeva con sgomento.
Egli non rispose pi. Le sorrise, cattiv con gli occhi
lo sguardo inquieto di lei, mentr'ella non senza resistenza
cedeva al fascino, avvicin lentamente il proprio volto al
suo, finch le labbra si toccarono. Sfior lieve la bocca di
lei, che rispose con un piccolo bacio infantile e poi s'aperse
come in doloroso stupore, quand'egli non le permise di
staccarsi. Con dolce insistenza egli segu la bocca che fug-
giva, finch questa ritorn esitante verso di lui, e senza
violenza, insegn alla fanciulla ammaliata come si riceve
e come si d un bacio, finch ella, esausta, lasci cadere
il viso sulla sua spalla. Egli non la scosse, aspir felice
il profumo dei suoi folti capelli biondi, le mormor al-
l'orecchio parole tenere e consolanti e in quel momento si
ramment del giorno in cui, scolaro ignaro, era stato ini-
ziato al mistero dalla zingara Lisa. Come erano neri i suoi
capelli, com'era bruna la sua pelle e come bruciava il
sole, e l'erba vizza di san Giovanni come odorava! Quan-
to tempo era passato, da quale lontananza gli ribalenava
davanti! Com'era appassito presto ci che poc'anzi fioriva
ancora!
Lidia si drizz lentamente, col viso trasformato, i suoi
occhi innamorati lo guardavano grandi e seri.
--Lasciami andare, Boccadoro, -- disse, -- sono stata
tanto tempo con te. Oh, caro, caro!
Ogni giorno trovarono la loro ora segreta, e Boccadoro
sl lasclava guidare interamente dall'amante: quell'amore
di fanciulla lo rendeva meravigliosamente felice e lo com-
moveva. Talvolta per un'ora intera ella non voleva far
altro che tenere le mani di lui nelle sue e guardarlo ne-
gli occhi, poi si congedava con un bacio infantile. Altre
volte baciava con abbandono, insaziabile, ma non tolle-
rava di essere toccata. Una volta, arrossendo intensamente
e con uno sforzo su se stessa, nel desiderio di procurargli
una grande gioia gli lasci contemplare un seno; lo estras-
se timida dalla veste; quand'egli, in ginocchio, l'ebbe ba-
ciato, lo ricoperse con cura, sempre rossa fino ai capelli.
Parlavano anche, ma in un modo nuovo, non pi come
il primo giorno; inventavano nomi l'uno per l'altro, ella
gli raccontava volentieri della sua infanzia, dei suoi sogni
e dei suoi giochi. Spesso parlava anche di quel loro amore,
che le sembrava ingiusto, poich egli non poteva sposarla;
ne parlava triste e rassegnata e adornava il suo amore col
segreto di quella tristezza come un velo nero. Per la prima
volta Boccadoro si sentiva non solo desiderato, ma amato
da una donna.
Un giorno Lidia disse: --Sei tanto bello e sembri tanto
sereno, ma in fondo ai tuoi occhi non c' serenit, c' solo
tristezza; come se i tuoi occhi sapessero che la felicit non
esiste, che ogni cosa bella e cara non rimane a lungo
presso di nol. Tu hai gli occhi pi belli che ci possano
essere e i pi tristi. Credo che sia perch non hai patria.
Sei venuto a me dai boschi, un giorno riprenderai il tuo
cammino e tornerai a dormire sul musco e a vagare per
il mondo... Ma la mia patria dov'? Quando partirai, avr
bens ancora un padre e una sorella, una camera ed una
finestra, dove sedere pensando a te; ma una vera patria
non l'avr pi.
Egli la lasciava dire, a volte sorrideva, a volte rima-
neva turbato. Non la consolava mai con parole, solo con
lievi carezze, tenendo la testa di lei sul suo petto e mor-
morando sommesso magici suoni vuoti di senso, come
quelli che le nutrici mormorano ai bimbi per acquetarli,
quando piangono.
Un giorno Lidia disse: -- Vorrei un po' sapere, Boc-
cadoro, che cos'avverr di te; tante volte ci penso. Non
avrai una vita comune n facile. Ah, pur che ti vada bene!
Qualche volta penso che dovresti diventar poeta, uno che
ha sogui e visioni e sa esprimerli bene. Ah, tu girerai tutto
il mondo, e tutte le donne ti ameranno, ma tu resterai
solo. Ritorna piuttosto al convento dall'amico di cui ml
hai raccontato tante cose! lo pregher per te, perch tu
non debba un giorno morire solo nel bosco.
Cos parlava talvolta, seria e pensosa, gli occhi smar-
riti. Ma poi sapeva ridere ancora e cavalcare con lui per
la campagna nell'autunno avanzato, o proporgli indovi-
nelli scherzosi e tempestarlo di fronde secche e di ghiande
lucenti.
Una sera Boccadoro era nel suo letto, in attesa del
sonno 11 suo cuore era greve: greve e forte gli pulsava
nel petto, con una sensazione dolce e dolorosa, traboc-
cante d'amore, traboccante di tristezza e di perplessit.
Sentiva il vento novembrino scuotere il tetto; era ormai
abituato ad aspettare a lungo prima che giungesse il son-
no, Recitava fra s, come soleva ogni sera, un inno a
Maria:
Tota pul~bra e, Maria,
et maeula originalis non est in te.
Tu laetitia Israel,
Tu advo~ata pe~atorum!
L'inno penetrava nella sua anima con la sua musica pla-
cida, mentre fuori cantava il vento, cantava del peregrinar
senza pace, della foresta, dell'autunno, della vita dei va-
gabondi. Egli pensava a Lidia e pensava a Narciso e a
sua madre; gonfio ed oppresso era il suo cuore inquieto.
A un tratto sussult e sbarr gli occhi incredulo: la
porta della camera s'era aperta, nel buio entrava una figura
avvolta in una lunga camicia bianca, entrava silenziosa
Lidia, a piedi nudi sull'impiantito, chiudeva piano la porta
e si metteva a sedere sul suo letto.
-- Lidia -- bisbigli lui, -- colombina mia, mio fio-
rellino bianco! Lidia, che fai?
--Vengo da te, -- rispose, -- solo per un momento.
Voglio vedere una volta come sta nel suo lettino il mio
Boccadoro, il mio cuor d'oro.
Si coric accanto a lui e rimasero in silenzio, mentre i
loro cuori battevano forte. Ella si lasci baciare, lasci
che le mani di lui giocassero ammirate con le sue mem-
bra: di pi non era permesso. Dopo un poco allontan
dolcemente da s quelle mani, lo baci su~li occhi, si alz
tacita e spar. La porta cigol, nell'armatura del tetto il
vento scricchiolava e soffiava. Tutto era pieno di magia,
di mistero, di ansiet, di promessa, di minaccia. Bocca-
doro non sapeva quel che pensasse o facesse. Quando dopo
un assopimento inquieto si ridest, il suo guanciale era
bagnato di lacrime.
Ritorn dopo alcuni giorni, il dolce fantasma bianco,
e rimase presso di lui un quarto d'ora, come la prima
volta. Cinta dalle sue braccia, gli sussurrava all'orecchio:
aveva tante cose da dire, che le facevano pena. Egli l'ascol-
tava affettuoso, sostenendo il corpo di lei col braccio sini-
stro e carezzandole con la destra le ginocchia.
--Mio Boccadoro, --diss'ella con voce smorzata e con
la bocca sulla guancia di lui, -- cos triste che io non
possa diventare mai tua! Non durer pi a lungo la nostra
piccola felicit, il nostro piccolo segreto. Giulia ha gi
qualche sospetto, presto mi costringer a rivelarglielo. Op-
pure se n'accorger il babbo. Se egli mi trovasse qui vicino
a te, mio uccellino d'oro, la tua Lidia la vedrebbe brutta;
se ne rimarrebbe con gli occhi pieni di lacrime a guardar
su verso gli alberi e vedrebbe il suo diletto, appeso l in
alto ciondolare al vento. Ah, senti, fuggi piuttosto, fuggi
subiito, prima che mio padre ti faccia legare e impiccare.
Ho gi visto impiccare un uomo, un ladro. Non voglio
veder te, fuggi piuttosto e dimenticami; pur che tu non
debba morire. Doruccio, che gli uccelli non vengano a
beccare i tuoi occhi azzurri! Ma no, mio tesoro, non devi
andartene... ah, che far se mi lasci sola?
--Non vuoi venire con me, Lidia? Fuggiamo insieme,
il mondo grande!
--Sarebbe molto bello, -- disse lei con voce dolente,
-- ah, tanto bello percorrere con te il mondo intero! Ma
non posso. Non posso dormire nel bosco e vivere da
vagabonda e avere fili di paglia nei capelli; non posso.
E non posso nemmeno disonorare mio padre... No, non
dir nulla, non sono immaginazioni. Non posso! Non sarei
capace come non potrei mangiare in un piatto sudicio o
dormire nel letto di un lebbroso. Ahim, a noi vietato
tutto ci che sarebbe buono e bello, noi due siamo nati
per soffrire. Doruccio, mio povero piccolo, dovr finire col
vederti impiccato. Ed io, io verr rinchiusa e poi man-
data in un convento. Mio :lro devi lasciarmi e tornar a
dormire con le zingare e con le contadine. Ah, va, va
prima che ti prendano e ti leghino! Non saremo mai
felici mai.
Egii le sfiorava lieve le ginocchia e tentando una deli-
cata e intima carezza chiedeva: --Fiorellino mio, potrem-
mo essere tanto felici! Non me lo permetti?
Ella respinse la mano di lui, senza indignazione ma con
forza, e si scost un poco.
-- No, -- disse, -- no, questo non ti permesso. A
me proibito. Tu, piccolo zingaro, forse non lo capisci.
Io faccio male, sono una ragazza cattiva, io reco diso-
nore a tutta la casa. Ma in qualche segreto recesso della
mia anima sono ancora fiera, e l nessuno pu entrare.
Devi lasciarmi questo, altrimenti non potr pi venire qui
in camera tua.
Egli non avrebbe mai trasgredito un divieto, un desi-
derio, un cenno suo. Era meravigliato egli stesso di quan-
to potere ella avesse su di lui. Ma soffriva. I suoi sensi
restavano inappagati e il suo cuore si ribellava spesso
con violenza a quella soggezione. Talvolta si sforzava di
liberarsi. Talvolta faceva la corte con ricercata galanteria
alla piccola Giulia; e del resto era assolutamente neces-
sario mantenere buoni rapporti con questa persona impor-
tante, ingannandola fin dov'era possibile. Curiosa l'impres-
sione che gli faceva questa Giulia, che ora aveva l'inge-
nuit d; una bambina e ora pareva onnisciente! Senza dub-
bio era pi bella di Lidia, era di una bellezza non co-
mune, e questa, unita con quella sua ingenuit infantile
un po' saccente, aveva per Boccadoro una grande attrat-
tiva: spesso era vivamente innamorato di Giulia. E pro-
prio da questa forte attrattiva che la sorella esercitava
sui suoi sensi, egli riconosceva spesso con stupore la diffe-
renza fra la brama e l'amore. Da principio aveva guar-
dato le due sorelle con gli stessi occhi, entrambe gli erano
parse appetibili, ma Giulia pi bella e pi seducente; ad
entrambe senza distinzione aveva fatto la corte, da en-
trambe non aveva tolto gli occhi di dosso. Ma poi quale
potere aveva acquistato Lidia su di lui! Ormai egli l'ama-
va tanto, da rinunciare per amore perfino a possederla
interamente. L'anima della fanciulla gli si era rivelata e
gli era diventata cara: nell'infantilit, nella tenerezza, nel-
l'inclinazione alla tristezza pareva simile alla sua; spesso
era profondamente stupito e incantato nel constatare come
quell'anima corrispondesse al corpo che l'ospitava; qua-
lunque cosa Lidia facesse, qualunque desiderio o giudizio
esprimesse, la sua parola e l'atteggiamento della sua ani-
ma erano perfettamente improntati al taglio dei suoi occhi
e alla forma delle sue dita!
Questi momenti, in cui egli credeva di scorgere le forme
fondamentali e le leggi secondo cui era plasmato l'essere
di Lidia, anima e corpo, avevano spesso suscitato in Boc-
cadoro il desiderio di fissare e riprodurre qualcosa di quel-
la figura; e aveva tentato di disegnare a memoria, con
tratti di penna, sopra foglietti che teneva ben celati, il
profilo della sua testa, la linea delle sue sopracciglia, ia
sua mano, il suo ginocchio.
Con Giulia la situazione s'era fatta un po' critica. Evi-
dentemente ella intuiva l'ondata d'amore in cui nuotava
la sorella maggiore, e i suoi sensi si volgevano pieni di
curiosit e di desiderio a quel paradiso, senza che il suc
intelletto caparbio volesse ammetterlo. A Boccadoro mo-
strava una freddezza e un'avversione esagerata, ma nei
momenti d'oblio poteva guardarlo con ammirazione e cu-
pida curiosit. Con Lidia era spesso molto affettuosa, tal-
volta andava perfino a trovarla nel letto e respirava allora
con segreta avidit nella zona dell'amore e del sesso, sfio-
rando maliziosa il mistero proibito e vagheggiato. Altre
volte invece lasciava capire in modo quasi offensivo che
sapeva del fallo segreto di Lidia e lo disprezzava. Provo-
cante e perturbatrice, la bella e capricciosa creatura guiz-
zava fra i due amanti come una fiamma irrequieta; nei
sogni avidi gustava furtivamente della loro intimit, ora
si fingeva ignara, ora lasciava scorgere una pericolosa con-
.sapevolezza; in brevissimo tempo s'era trasformata da una
bambina in una potenza. Chi ne soffriva di pi era Lidia;
Boccadoro, fuorch ai pasti, vedeva di rado la piccola.
Lidia inoltre non poteva non accorgersi che Boccadoro non
era insensibile alle grazie di Giulia; talvolta vedeva lo
sguardo di lui posarsi sulla sorella con un godimento pie-
no d'ammirazione. Non osava dir nulla, tutto era cos
scabroso, cos pericoloso! Specialmente non bisognava con
trariare e offendere Giulia; ah, ogni giorno ed ogni ora
Il loro amore poteva essere scoperto e la loro felicit, cos
dii~cile e inquieta avere una fine, forse terribile.
A volte Boccadoro si meravigliava di non essersene an-
dato da un peZZo. Era diffficile vivere cos come viveva
allora: amato, ma senza speranza, n di una felicit per-
messa e durevole, n di quei facili appagamenti, a cui
erano stati fino allora abituati i suoi desideri amorosi; con
gli istinti sempre eccitati e affamati, ma non mai placati,
e per di pi in continuo pericolo. Perch rimaneva l e
sopportava tutto, tutte quelle complicazioni e quei senti-
menti aggrovigliati? Non erano sentimenti, esperienze e
stati d'animo da sedentari, da legittimi, da gente amante
delle stanze riscaldate? Non aveva egli il diritto del va-
gabondo senza esigenze, di sottrarsi a quelle complicate
delicatezze e di ridersene? S, aveva questo diritto, ed era
un pazzo a cercare l una specie di patria e a pagarla con
tante sofferenze, con tanti imbarazzi. E tuttavia lo faceva
e soffriva, soffriva volentieri, e in cuor suo si sentiva
felice. Era sciocco e diffficile, complicato e faticoso vivere
in quel modo, eppure era una meraviglia! Meravigliosa
era la tristezza cupa e pur bella di quell'amore, la sua
follia senza speranza; belle quelle notti insonni, con la
mente agitata e col cuore oppresso; bello e delizioso tutto,
come l'espressione dolorosa delle labbra di Lidia, come il
suono perduto, rassegnato della sua voce, quando parlava
del suo amore e della sua ansia. In poche settimane quel-
l'espressione di dolore s'era diffusa sul suo volto giova-
nile, e gli era diventata consueta; Boccadoro avrebbe tanto
voluto ritrarre le linee di quel volto; e sentiva che an-
ch'egli in quelle poche settimane era diventato diverso e
pi uomo: non pi saggio di prima, ma pi esperto; non
pi felice, ma pi maturo e pi ricco nell'anima. Non
era pi un ragazzo.
Con la sua voce dolce e smarrita Lidia gli diceva: --
Non devi esser triste, non devi esserlo per causa mia;
io vorrei solo farti lieto e vederti felice. Perdonami d'averti
reso triste, d'averti comunicato la mia ansia e la mia pena!
Di notte faccio sogni cos strani! Cammino sempre in un
deserto, cos vasto e cos tetro che non so dire, cammino
e cammino e ti cerco, ma tu non ci sei e io so che ti ho
perduto e che sempre, sempre dovr andare cos, sola. Poi,
quando mi sveglio, penso: oh gioia! oh meraviglia! egli
qui, lo vedr ancora, forse per qualche settimana, forse
per qualche giorno, non importa, ma ancora qui!
Una mattina Boccadoro si dest nel suo letto poco
dopo l'alba e rimase un pezzo a meditare, mentre ancora
gli aleggiavano intorno, sconnesse, le immagini d'un sogno.
Aveva sognato di sua madre e di Narciso: vedeva an-
cora distintamente le due figure. Quando si fu liberato
dalle fila del sogno, lo colp una luce strana, un chiarore
nuovo, che entrava dalla stretta apertura della finestra.
Balz in piedi e corse al davanzale: vide questo, il tetto
della scuderia, l'ingresso del cortile e tutta la campagna
fuori risplender bianchi azzurrognoli nel manto della pri-
ma neve dell'anno. Lo colp il contrasto fra l'inquietu-
dine del suo cuore e la placida rassegnazione del mondo
invernale: come campi e boschi, colli e lande s'abbando-
navano tranquilli, con mansuetudine commovente, al sole,
al vento, alla pioggia, alla siccit, alla neve; con che dolce
e bella pazienza aceri e frassini portavano il loro carico
invernale! Non era possibile divntar come loro, imparare
da loro? Usc pensieroso nel cortile, guazz nella neve, la
tast con le mani, pass nel giardino e guard di l dalla
siepe imbiancata, ai rosai curvi sotto l'insolito peso.
A colazione mangiarono una minestra di farina; tutti
parlavano della prima neve, tutti, anche le ragazze erano
gi state fuori. Quell'anno la neve giungeva tardi, era gi
vicino Natale. Il cavaliere raccontava dei paesi del Sud,
dove la neve non cadeva mai. Ma ci che doveva rendere
indimenticabile a Boccadoro quel primo giorno d'inverno
accadde quando gi s'era fatta notte da un pezzo.
Le due sorelle quel giorno avevano avuto un litigio, di
cui Boccadoro non sapeva nulla. La notte, quando tutta
la casa fu immersa nel silenzio e nella tenebra, Lidia ven-
ne da lui come al solito, gli si mise accanto senza dir
parola e gli appoggi la testa sul petto, per sentir battere
il suo cuore e per attinger conforto dalla sua vicinanza.
Era turbata e inquieta, temeva che Giulia la tradisse, ma
non sapeva decidersi a parlarne al suo diletto e a met-
terlo in ansia. Giaceva cos silenziosa sul cuore di lui, lo
udiva sussurrare di tanto in tanto qualche parolina affet-
tuosa e sentiva la sua mano fra i capelli.
Ma a un tratto - non era ancor passato molto tempo
- ella sussult atterrita e si drizz a sedere con gli occhi
sbarrati, Anche Boccadoro si spavent non poco, quando
vide aprirsi la porta della camera ed entrare una figura,
che nello sgomento non riconobbe subito. Solo quando
l'apparizione fu vicina al letto e si chin sopra. di esso,
vide col cuore oppresso che era Giulia. Ella scivol fuori
da un mantello, gettato sopra la semplice camicia, e lo
lasci cadere in terra, Con un gemito, come se avesse
ricevuto una coltellata, Lidia ricadde indietro, aggrappan-
dosi a Boccadoro.
Giulia, con un tono di scherno e di gioia maligna, ma
con voce malsicura, disse: -- Non mi piace restare in
camera cos sola. O mi prendete con voi e stiamo a letto
in tre, o vado a svegliare il babbo.
-- Ma s, vieni pure, -- disse Boccadoro gettando in-
dietro la coperta. --Altrimenti ti gelano i piedi. -- Ella
sal sul lettino stretto ed egli riusc a farle un po' di posto
a stento, perch Lidia aveva affondato il viso nel cuscino
e giaceva immobile. Alfine furono coricati tutti e tre, Boc-
cadoro con una fanciulla per parte, e per un momento
egli non pot esimersi dal pensare quanto quella situa-
zione, solo poco tempo prima, avrebbe corrisposto ai suoi
desideri. Con una strana inquietudine, ma con segreta vo-
lutt, sentiva il contatto dei fianchi di Giulia.
-- Dovevo pur vedere una volta, -- ricominci lei, --
come si sta nel tuo letto, che mia sorella visita tanto
volentieri.
Boccadoro per acquetarla le sfior i capelli con la guan-
cia e con mano lieve le carezz le anche e le gino屑ia,
come si fa con un gattino; ed ella s'abbandon tacita e
curiosa a quella mano tentatrice, avvinta e raccolta ne
sent il fascino, non oppose resistenza. Intanto per, du-
rante questa specie di scongiuro, egli si preoccupava di
Lidia, le mormorava all'orecchio le consuete, sommesse note
d'amore, inducendola cos a poco a poco a sollevare al-
meno il viso e a volgerlo verso di lui. Allora, senza far
rumore, le baci la bocca e gli occhi, mentre dall'altra
parte la sua mano teneva la sorella sotto l'incantesimo,
e la coscienza di quanto fosse penosa e bizzarra tutta la
situazione cresceva in lui fino a diventare insopportabile.
Quella mano gl'insegnava tante cose! Mentre faceva co-
noscenza con le belle membra di Giulia, immobili nel-
l'attesa, egli sentiva per la prima volta non solo la bel-
lezza senza speranZl del suo amore per Lidia, ma anche
il lato ridico!o ii esso. Egli avrebbe dovuto, cos gli pa-
reva mentre con le labbra sfiorava Lidia e con l mano
Giulia, avrebbe dovuto costringere Lidia a darglisi, op-
pure proseguire per il suo cammino. Amarla e rinunciare
a lei era stata un'assurdit e un'ingiustizia.
--Cuor mio,--le sussurr all'orecchio,--noi soffria-
mo delle pene inutili. Come potremmo esser felici tutti e
tre! Facciamo dunque quello che vuole il nostro sangue!
Ella si ritrasse con orrore e la brama di lui cerc rifu-
gio presso la sorella; questa, lusingata dalla sua mano,
rispose con un lungo sospiro tremante di volutt.
A quel sospiro, il cuore di Lidia si contrasse di gelo-
sia come se vi avessero stillato dentro veleno. Ella si rizz
a un tratto, gett via le coperte, balz in piedi ed escla-
m: -- Giulia, andiamo!
Giulia trasal; la violenza incauta di quel grido, che
poteva tradirli tutti, bast a mostrarle il pericolo; s'alz
in silenzio.
Ma Boccadoro, offeso e deluso in tutti i suoi istinti, l'ab-
bracci in fretta, la baci e le sussurr con ardore: --
Domani, Giulia, domani!
Lidia attendeva ritta e scalza, mentre le dita dei piedi
le si contraevano per il freddo sul pavimento di pietra.
Raccolse da terra il mantello di Giulia e glielo avvolse
intorno alle spalle, con un gesto umile e sofferente, che
malgrado l'oscurit non sfugg all'altra, la commosse e.la
concili. Le due sorelle guizzarono via dalla camera, ta-
cite e furtive. Boccadoro le segu con l'orecchio, combat-
tuto da opposti sentimenti, e respir quando la casa rispro-
fond nel silenzio.
Cos i tre giovani, dopo essere stati insieme in una
situazione strana e contro natura, si ritrovarono soli e
pensosi; giacch anche le due sorelle, raggiunta la loro
camera, non si sentirono di venire ad una spiegazione, ma
rimaSero sveglie ciascuna nel suo letto, silenziose e sde-
gnose.
Pareva che uno spirito di sventura e di contraddizione,
che il demone dell'assurdit, dell'isolamento e dello smar-
rimcnto si fosse impadronito della casa. Boccadoro s'ad-
dorment solo dopo mezzanotte, Giulia verso il mattino.
Lidia rimase desta ed angustiata finch la luce scialba del
giorno si diffuse sopra la neve. Tosto s'alz, si vest, s'in-
ginocchi davanti al suo piccolo Redentore di legno e
preg a lungo; appena ud sulle scale il passo di suo
padre, usc e gli chiese un colloquio. Senza tentar di di-
stinguere fra la preoccupazione per la virt adolescente di
Giulia e la propria gelosia, s'era risolta a por fine ad
ogni cosa. Boccadoro e Giulia dormivano ancora, che gi
il cavaliere sapeva tutto ci che Lidia aveva creduto di
comunicargli. Della partecipazione di Giulia all'avventura
non aveva detto nulla.
Quando Boccadoro si present nello studio all'ora con-
sueta, vide che il cavaliere, di solito intento alle sue scrit-
ture, in scarpe da casa e abito di feltro, s'era messo gli
stivali, la giubba ed aveva cinto la spada; cap subito di
che si trattava.
--Mettiti il berretto,--disse il cavaliere,--debbo fare
un giro con te.
Boccadoro prese dal chiodo il berretto e segu il suo
signore gi per le scale, attraverso il cortile e fuori del
portone. Le loro suole scricchiolavano sulla neve lieve-
mente gelata, in cielo indugiava ancora l'aurora. Il ca-
valiere precedeva in silenzio, il giovane seguiva, volgendo
pi volte gli occhi indietro verso il castello, verso la fine-
stra della sua camera, verso il tetto ripido, coperto di
neve, finch tutto scomparve e non pot scorgere pi nulla.
Mai pi avrebbe riveduto quel tetto e quelle finestre, mai
pi quello studio e quellfl camera da letto, mai pi le
due sorelle. Da tempo s'era abituato all'idea di una par-
tenza improvvisa, tuttavia il cuore gli si stringeva dolo-
rosamente. Quel distacco gli riusciva amaro, gli faceva
male.
Camminarono cos per un'ora, il signore davanti, en-
trambi senza parlare. Boccadoro cominci a pensare al
suo destino. Il cavaliere era armato, forse lo avrebbe uc-
ciso. Ma egli non ci credeva. Il pericolo era minimo; non
aveva che da scappare e il vecchio sarebbe rimasto l con
la sua spada, senza poter far nulla. No la sua vita non
era in pericolo. Ma quell'andare cos in silenzio dietro
quell'uomo solenne e offeso, quell'esser condotto via cos
senza una parola, gli diventava di passo in passo pi
penoso. Finalmente il cavaliere s'arrest.
--Ora continuerai solo, -- disse con voce spezzata, --
sempre in questa direzione, e riprenderai la tua vita di
va~abondo. alla quale eri ni hitl ltr, .S~o dovessi un
giorno ricomparire nelle vicinanze della mia casa, sarest'
ucciso. Non voglio vendicarmi; avrei dovuto essere pi
prudente e non lasciare un uomo cos giovane a contatta
con le mie figliole. Ma se tu osassi ritornare, la tua vita
sarebbe perduta. E ora va, che Dio ti perdoni!
Rimase cos, e nella luce scialba del mattino nevoso i
suo viso incorniciato dalla barba grigia sembrava spento
Rimase come un fantasma e non si mosse, fin che Bocca-
doro fu scomparso dietro la cresta del primo colle. I ba-
gliori rosati nel cielo nuvoloso erano svaniti; il sole non
~nllnto cominci a nevicare lent~mf ntl niccoli fiocchi
CAPI~OLO IX
Boccadoro conosceva la regione, percorsa tante volte a
cavallo: sapeva che di l dalla palude gelata c'era un
granaio del cavaliere, e pi oltre una casa colonica, dove
era conosciuto, in uno di questi due luoghi avrebbe potuto
sostar e pernottare. Per dopo avrebbe provveduto il oo-
mani. A poco a poco lo riprenoeva quel senso della libert
e della terra straniera, a cui da qualche tempo s'era disa-
bituato. Molto allettante non era, la terra straniera, in
quella giornata d'inverno gelida e accigliata, sapeva di
stento, di fame, di tribolazione, e tuttavia dalla sua va-
stit, dalla sua grandezza ed inesorabile asperit veniva
al cuore viziato e sconvolto di Boccadoro un suono ras-
sicurante e quasi di conforto.
Cammin finch fu stanco. Ho ormai finito d'andare
a cavallo" pens. Oh, mondo immenso! La neve cadeva
rada, lontano i dossi selvosi e le nubi si confondevano
in un solo grigiore; regnava un silenzio immobile e infi-
nito, fino in capo all'universo. Che n'era mai di Lidia, di
quel povero timido cuore? Gli faceva tanta pena; pen-
sava a lei con tenerezza, mentre, seduto in mezzo alla
palude deserta, sostava sotto un frassino brullo e solitario.
Infine il freddo lo cacci via; s'alz con le gambe irrigi-
dite, le costrinse a poco a poco ad un passo di marcia;
la scarsa luce della giornata fosca pareva gi declinare.
Nella lunga corsa per la campagna deserta gli vennero
meno i pensieri. Non era pi il caso di pensare o di col-
tivar sentimenti, per quanto dolci e belli fossero; bisognava
mantener caldo il corpo, raggiungere un asilo per la notte,
sopravvivere in quel freddo inospitale, come una martora
o una volpe, e possibilmente non morire subito l nell'a-
perta campagna; tutto il resto non era importante.
Credette d'udire in lontananza uno scalpitar di cavallo e
si guard attorno stupito. Possibile che lo inseguissero?
Afferr il piccolo coltello da caccia che teneva in tasca e
prepar aperto il fodero di legno. In quel momento scorse
il cavaliere e riconobbe da lontano un cavallo della stalla
del suo signore, che puntava ostinatamente su di lui. Fug-
gire sarebbe stato inutile, rimase dunque in attesa, senza
vera e propria paura, ma con ansiosa Curiosit e con un
certo batticuore. Un'idea fulminea gli travers la mente:
"Se riuscissi ad uccidere questo cavaliere, sarei un signore;
avrei un cavallo e mi sentirei padrone del mondo!". Ma
quando nel cavaliere riconobbe il giovane stalliere Gianni,
con quegli occhi azzurri chiari come l'acqua e con quel
viso di buon ragazzo impacciato, non pot fare a meno
di ridere; per ammazzare quel caro e buon figliolone,
bisognava avere un cuore di sasso! Lo salut con cor-
dialit e salut anche affettuosamente il cavallo Annibale,
che lo riconobbe subito; gli accarezz il collo umido e
caldo.
--Dove vai, Gianni? -- domand.
-- Da te, -- rise il ragazzo coi denti brillanti. -- Hai
gi fatto un bel pezzo di strada! Ecco, non posso fer-
marmi, debbo solo salutarti e consegnarti questo.
-- Salutarmi da parte di chi?
-- Della signorina Lidia. Una bella giornata ci hai pro-
curato, lagi~ter Boccadoro! Sono contento di essermela
svignata per un poco. Ma il signore non deve accorgersi
che sono uscito, e con questa commissione! Mi costerebbe
la testa! Prendi dunque!
Gli porse un pacchetto, che Boccadoro ritir.
-- Dl', Gianni, non hai in tasca per caso un pezzo di
pane? Dammelo!
-- Pane? Una crosta debbo avercela ancora.-- Si fru-
g nelle tasche e ne cav fuori un pezzo di pan nero. Poi
fece per ripartire.
-- E che cosa fa la signorina? -- domand Boccadoro.
--Non ti ha incaricato di nulla? Non hai una letterina?
--Nulla. L'ho veduta un momento solo. Temporale in
casa, sai; il signore corre in su e in gi, come re Saul.
Dunque, ho da consegnarti codesto pacchetto, null'altro.
Debbo tornare indietro.
-- Senti ancora un momento solo! Tu, Gianni, non
potresti cedermi il tuo coltello da caccia ? Io ne ho uno
piccolo. Se vengono i lupi, o che so io.,. sarebbe meglio
che avessi in mano qualcosa di solido.
Ma di questo Gianni non volle assolutamente sapere.
Gli rincresceva moltissimo che potesse capitar qualcosa a
magi~ter Boccadoro, ma il suo coltello, no, non lo avreb-
be ceduto mai, neanch per denaro, neanche in cambio
d'un altro, oh no, glielo avesse chiesto perfino santa Ge-
noveffa! Ecco, e ora doveva andare, e gli augurava buona
fortuna, e gli rincresceva tanto.
Si strinsero la mano, il ragazzo ripart a cavallo, Boc-
cadoro lo segu con gli occhi e con una strana sensa-
zione di dolore al cuore. Poi sciolse l'involto, rallegran-
dosi della bella cinghia di cuoio con cui era legato. Den-
tro trov un giubbetto a maglia di lana grigia e forte,
evidentemente un lavoro che Lidia aveva fatto per lui; e,
ben avvolto nella lana, c'era anche qualcosa di duro, un
pezzo di prosciutto, e nel prosciutto era aperta una pic-
cola fessura, in cui stava un ducato d'oro lucente. Di
scritto nulla. Boccadoro rimase l nella neve, coi doni di
Lidia in mano, perplesso, poi si tolse la giacca e s'infil
il giubbetto di lana: teneva un bel caldo gradevole. Ri-
mise in fretta la giacca, nascose la moneta d'oro nella
tasca pi sicura, si allacci la cinghia intorno e continu
il suo cammino attrdverso i campi; era ora di raggiungere
un luogo di sosta, si sentiva stanco. Ma dal contadino non
voleva andare, sebbene l avrebbe avuto pi caldo e certo
anche del latte; non aveva voglia di chiacchierare e di
essere interrogato. Pass la notte nel granaio e il mattino
per tempo riprese la marcia, sospinto dal freddo e dal
vento gelido. Per molte notti sogn il cavaliere e la sua
spada e le due sorelle; per molti giorni la solitudine e
la tristezza gli oppressero il cuore.
Una delle notti seguenti trov asilo in un villaggio
presso poveri contadini, che non avevano pane ma una
zuppa di miglio. Qui l'aspettavano nuove esperienze. La
contadina di cui era ospite partor nella notte e Bocca-
doro assistette: eran corsi a chiamarlo sul suo paglieric-
cio, perch prestasse aiuto; in realt non trov altro da
fare che tener il lume mentre la levatrice s'affaccendava.
Era la prima volta ch'egli assisteva ad un parto; fissava
con occhi ardenti e stupiti il volto della donna e si sent
arricchito a un tratto di una nuova esperienza. Ci che
scorse in quel volto di partoriente parve almeno a lui de-
gno del pi vivo interesse. Alla luce della fiaccola di
pinastro, mentre osservava con grande curiosit il volto
della donna in preda alle doglie, ebbe una rivelazione
inattesa: le linee di quel volto contratto che gridava erano
ben poco dissimili da quelle ch'egli aveva viste in altri
volti di donne nel momento dell'ebbrezza d'amore! L'e-
spressione della grande sofferenza nel volto umano era
pi violenta e pi sfigurante che l'espressione di un gran-
de godimento... ma in fondo non era diversa: lo stesso
contrarsi in una specie di smorfia, lo stesso accendersi e
spegnersi. Questa rivelazione, che dolore e piacere potes-
sero essere simili come fratelli, lo sorprese in modo strano,
senza che ne comprendesse il perch.
Qualcos'altro ancora gli Cdpit in quel villaggio. Per
amor di una vicina, incontrata la mattina dopo la notte
del parto e che rispose subito all'interrogazione dei suoi
occhi innamorati, rimase un'altra notte nel villaggio e
rese felice la donna, poich era la prima volta dopo tanto
tempo, dopo tutti gli amori eccitanti delle ultime setti-
mane e le loro delusioni, che il suo istinto si trovava di
nuovo appagato. Quell'indugio condusse a una nuova vi-
cenda; perch il giorno seguente nello stesso villaggio
incontr un compagno, un perticone avventuroso di nome
Vittore, dall'aspetto fra il prete e il brigante, che lo sa-
lut con squarci di latino e si present per un gollardo
vagante, quantunque l'et dello studente l'avesse passata
da un pezzo.
Quest'uomo dalla barbetta aguzza salut dunque Bocca-
doro con una certa cordialit e con quel gaio spirito del
vagabondo, che conquist subito il giovane camerata. Alla
sua domanda dove fosse stato scolaro e qual meta avesse
il suo viaggio, il curioso fratello esclam:
--Di accademie ne ho frequentate abbastanza, per l'a-
nima mia poveretta; sono stato a Colonia ed a Parigi, e
sulla metafisica della salsiccia di fegato poche volte furono
dette cose cos sostanziali come le esposi io nella mia tesi
di laurea a Leida. Da allora, arniCe, corro come un mi-
sero porco per le terre tedesche, con la cara anima tor-
turata da fame e sete incommensurabili; sono chiamato lo
spauracchio dei contadini, e la mia professione d'inse-
gnare il latino alle donne giovani e di far passare per
incanto le salsicce dal camino nel mio ventre La mia
meta il letto della moglie del sindaco, e, se non sar
mangiato prima dalle cornacchie, difficilmente mi sar
risparmiato l'obbligo di dedicarmi alla fastidiosa carriera
dell'arcivescovo. Ma meglio, mio piccolo collega, vivere
giorno per giorno, e in fin dei conti un arrosto di lepre
non s' mai sentito cos bene come nel mio povero sto-
maco. Il re di Boemia mio fratello, e il padre di noi
tutti nutre lui come me; il pi per lo lascia fare a me,
e l'altro ieri, spietato come sono i padri, voleva adope-
rarmi malamente per salvare la vita a un lupo semiaffa-
mato. Se non avessi ammazzato la belva, signor collega,
non ti sarebbe mai toccato l'onore di fare la mia simpa-
tica conoscenza. 11 saeeula aeeulort~m amen.
Boccadoro, ancora poco avvezzo a quel l'allegria dispe-
rata e al latino dei goliardi vaganti, aveva una certa pau-
ra di quel lungo tanghero ispido e delle risate poco gra-
devoli con cul accompagnava i propri scherzi; tuttavia
c'era in quel vagabondo indurito alle fatiche qualcosa
che gli piaceva; e si lasci facilmente persuadere a conti-
nuare il cammino insieme, perch, vera o sballata che
fosse la storia del lupo ammaZzato, in ogni caso in due
si era pi forti e c'era meno da temere Ma prima di pro-
seguire, frate Vittore voleva parlar latino coi contadini
come diceva lui, e prese alloggio nella modesta casa d'uno
di loro. Egli non faceva come aveva fatto fino allora Boc-
cadoro nelle sue peregrinazioni, quand'era stato ospite nei
casolari o nei villaggi; egli girava di capanna in capanna,
attaccava discorso con ogni donna, ficcava il naso in ogni
stalla e in ogni cucina e non pareva disposto a lasciar
la borgata prima che ciascuna casa gli avesse pagato il
suo tributo. Raccontava ai contadini della guerra in Italia
e cantava presso il focolare la canzone della battaglia di
Pavia, raccomandava alle nonne rimedi contro la gotta e
contro la caduta dei denti, pareva che sapesse tutto, che
fosse stato dappertutto, e intanto si riempiva la camicia
sopra la cintura, fino a farla scoppiare, di pezzi di pane,
di noci, di fette di pera regalate. Boccadoro lo guardava
stupito compiere instancabile la sua campagna e cra spa-
ventare la gente, ora conquistarla con le lusinghe, far lo
spaccone per sbalordire, storpiar latino e atteggiarsi a
Scienziato, impressionare con un linguaggio pittoresco e
impudente da ciurmatore, e, intanto che raccontava o spac-
ciava discorsi eruditi, registrarsi con gli occhi acuti e vigili
ogni volto, ogni cassetto che si apriva, ogni scodella e
ogni pagnotta. Boccadoro s'accorgeva ch'era un vagabon-
do navigato e scaltrito, un uomo che aveva molto veduto
e vissuto, che aveva patito la fame e il freddo e nella
dura lotta per una misera vita pericolante s'era fatto ac-
corto e sfrontato. Tali dunque diventavano quelli che
vivevano a lungo da vagabondi, sarebbe un giorno dive-
nuto anch'egli cos?
L'indomani si misero in cammino e per la prima volta
Boccadoro speriment il vagabonoaggio in due. Dopo tre
giorni i marcia in comune, aveva imparato diverse cose
da Vittore. L'abitudine divenuta istinto di riferir tutto ai
tre grandi bisogni del vagabondo.- assicurarsi contro il
pericolo della vita, trovare un asilo per la notte e pro-
curarsi il cibo- aveva insegnato molte cose a quell'uomo
che girava il mondo da tanti anni. Riconoscere la vici-
nanza di abitazioni umane dai segni meno appariscenti,
anche d'inverno, anche di notte, ed esplorare palmo a
palmo ogni angolo di bosco e di campagna in cerca di
un luogo adatto per sostare o per dormire, fiutare istan-
taneamente, appena varcata la soglia di una stanza, fl
grado di benessere o di miseria del proprietario, come
pure il grado del suo buon cuore, o della sua Curiosit,
o della sua paura: eran tutte arti in cui Vittore era diven-
tato maestro. E cos istruiva spesso il suo giovane com-
pagno Un giorno questi gli rispose che a lui non piaceva
avvicinarSi alla gente con riflessione cos calcolata e che,
sebbene non conoscesse tutte quelle arti, poche volte alla
sua preghiera cortese gli era stato negato il diritto d'ospi-
talit, il lungo Vittore si mise a ridere e gli disse in tono
bonario: -- Vedi, piccolo Boccadoro, a te pu darsi che
vada bene, sei giovane, bello e hai un aspetto cos inno-
cente, ch' un ottimo biglietto d'alloggio. Piaci alle donne,
e gli uomini pensano: O Dio, costui innocuo, costui
non fa male a nessuno! . Ma guarda, fratellino, che si
diventa vecchi che sulla faccia da bambino cresce la barba
e si formano ie rughe, che i pantaloni si lacerano, e all'im-
provviSO Ci s'accorge d'essere ospiti brutti e sgraditi, e
invece della giovinezza e dell'innocenza non parla pi
dagli occhi che la fame: allora uno dev'essersi indurito e
aver imparato qualcosa dal mondo, altrimenti ben presto
giace sul letamaio e i cani gli orinano addosso. Del resto,
non mi pare che tu sia destinato a girovagare un pezzo,
hai mani troppo fini e riccioli troppo belli, tornerai ad
appiattarti in qualche luogo dove si vive pi comoda-
mente, in un dolce e tiepido talamo, o in un bel conven-
tino grasso, o in uno studio ben riscaldato. Vesti anche
abiti cos eleganti, che ti si potrebbe prendere per un
glovane gentfluomo.
E ridendo sempre, pass la mano sui vestiti di Bocca-
doro; questi la sent cercare e tastare su tutte le tasche e
le cu-iture; si ritrasse, pensando al suo ducato. Raccont
del soggiorno in casa del cavaliere e come avesse guada-
gnato il bell'abito scrivendo latino. Ma Vittore volle sa-
pere perch aveva lasciato un nido cos caldo proprio nel
cuore del rigido inverno, e Boccadoro, non abituato a
mentire, gli narr un poco delle due figlie del cavaliere.
Scoppi allora il primo dissidio fra i due compagni. Vit-
tore dichiarava che Boccadoro era stato un asino senza
pari ad andarsene cos e ad abbandonare il castello con
le ragazze al buon Dio. Bisognava rimediare, ci avrebbe
pensato lui. Avrebbero ricercato il castello, naturalmente
Boccadoro non doveva farsi vedere, ma lasciasse pur prov-
vedere a lui. Bastava che scrivesse una letterina a Lidia,
cos e cos, e con questa egli, Vittore, sarebbe andato al
castello e, per le ferite del Redentore, non ne sarebbe
uscito senza portar fuori qualcosa di denaro e di viveri.
E via dicendo. Boccadoro protest e fin con l'andar sulle
furie; si rifiut di ascoltare una parola di pi su quell'ar-
gomento o di rivelare al compagno il nome del cavaliere
e la via per arrivare a lui.
Vittore, vedendolo cos adirato, torn a ridere e prese
un fare bonario.
--Be', -- disse, -- non romperti i denti! Io ti dico
solo che ci lasci sfuggire un buon bottino, ragazzo mio,
e questo in verit non molto gentile e collegiale da
parte tua. Ma tu non vuoi, basta, tu sei un nobiluomo,
ritornerai a cavallo nel tuo castello e ti sposerai la signo-
rina! Ragazzo, quante nobili sciocchezze hai per la testa!
Be', andiamo pure avanti e geliamoci le dita dei piedi!
Boccadoro rimase di cattivo umore e taciturno fino a
sera, ma, poich in quel giorno non avevano trovato al-
cuna abitazione o traccia d'uomo, fu grato a Vittore quan-
do lo vide cercare un posto per passar la notte e costruire
fra due tronchi sul margine del bosco una specie di riparo
allestendo un giaciglio di rami d'abete accatastati. Man-
giarono pane e formaggio dalle tasche piene di Vittore,
Boccadoro si vergogn della sua collera e si mostr gen-
tile e servizievole; offerse al compagno la sua giacca di
lana per la notte e stabilirono insieme di far la guardia
a turno, per via degli animali; e Boccadoro volle vegliare
per primo, mentre l'altro si coricava sui rami d'abete. Ri-
mase a lungo appoggiato a un tronco di pino, senza muo-
versi, per non impedire all'altro di addormentarsi. Poi
cominci a camminare in su e in gi, perch aveva freddo.
E percorse cos distanze sempre maggiori, mentre vedeva
le cime degli abeti puntarsi aguzze contro il cielo pal-
lido e sentiva con solennit e con un poco d'inquietudine
il silenzio profondo della notte invernale e il battito soli-
tario del suo cuore caldo e vivo nella quiete fredda e
muta; poi, ritornando senza far rumore, ascoltava il re-
spiro del compagno dormiente. Pi forte che mai lo pe-
netr il sentimento del vagabondo, che non ha costruito
mura di case, di castelli o di conventi fra s e la grande
paura, che cammina solo soletto per il mondo incompren-
sibile ed ostile, solo fra le stelle fredde e beffarde, fra gli
animali in agguato, fra gli alberi pazienti e fermi.
No, pensava, egli non sarebbe mai diventato come Vit-
tore, anche se avesse continuato per un pezzo la vita del
girovago. Quel modo di difendersi dall'ignoto spaventoso
non avrebbe potuto impararlo, n quell'insinuarsi astuto
e furtivo, e neppure quel genere di buffoneria chiassosa
e sfacciata, quell'allegria disperata e parolaia del fanfa-
rone. Forse quell'uomo accorto e sfrontato aveva ragione,
forse Boccadoro non sarebbe diventato mai del tutto si-
mile a lui, un vero e proprio giramondo, e un giorno si
sarebbe rincantucciato entro delle mura. E tuttavia sareb-
be rimasto sempre senza patria e senza meta, non si sa-
rebbe sentito mai veramente protetto e sicuro, il mondo
lo avrebbe sempre circondato con la sua bellezza enigma-
tica e inquietante, sempre egli avrebbe dovuto tender l'o-
recchio a quel silenzio, in mezzo al quale il battito del
cuore era cos timido e fragile. Poche stelle si scorge-
vano in cielo; non un alito di vento; ma in alto le nubi
parevano agitate.
Dopo parecchio tempo Vittore si svegli - egli non
aveva voluto destarlo - e lo chiam.
--Vieni, -- grid, -- ora devi dormire tu, altrimenti
domanl non sei m gamba.
Boccadoro ubbid, si coric sul giaciglio e chiuse gli
occhi. Era stanco, ma non dorm: lo tenevano desto
pensieri, e oltre ai pensieri un senso che non confessava
a se stesso, un senso d'inquietudine e di dimdenza, che
gl'ispirava il suo compagno, Gli pareva incomprensibile di
aver potuto parlare di Lidia a quell'uomo rozzo dal riso
sguaiato, a quel burlone, a quello sfacciato mendicante'
Era irritato contro di lui e contro se stesso e andava pen
sando al modo e all'occasione migliori di separarsi da lui.
Doveva per essersi un poco assopito, perch sussult
sorpreso nel sentire su di s le mani di Vittore, che gli
tastavano caute i vestiti. In una tasca aveva il suo coltel-
lo, nell'altra il ducato; Vittore avrebbe senza dubbio ru-
bato l'uno e l'altro, se li avesse trovati. Egli finse di dor-
mlre, si gir e rigir come in preda al sonno, agit le
braccia e Vittore si ritir. Boccadoro rimase irritatissimo
contro di lui e decise di lasciarlo l'indomani.
Ma quando, forse un'ora dopo, Vittore si chin di nuo-
vo sopra Boccadoro e ricominci a tastare, quegli divenne
freddo dall'Ira. Senza muoversi apr gli occhi e disse con
disprezzo: -- Vattene ora, qui non c' nulla da rubare.
Nello spavento del sentirsi apostrofato, il ladro afferr
il collo di Boccadoro e cominci a stringere. Poich questi
si difendeva e si ribellava, l'altro strinse pi forte, ingi-
nocchiandoglisi sul petto. Boccadoro, che non poteva pi
respirare, si dibatteva violentemente con tutto il corpo,
ma, non riuscendo a liberarsi, fu colto a un tratto dal
terrore della morte, che lo rese chiaro ed accorto. Mise
la mano in tasca, estrasse, mentre l'altro continuava a
stringere, il piccolo coltello da caccia e lo inferse brusca-
mente e alla cieca, pi volte, nell'individuo inginocchiato
sopra di lui. Dopo un momento le mani di Vittore si al-
lentarono, Boccadoro respir e tirando il fiato profonda-
mente, ingordamente, assapor la sua vita salva. Cerc
allora d'alzarsi e il lungo corpo del compagno s'abbatt
su di lui floscio e molle, con un terribile gemito, mentre
il suo sangue inondava il volto di Boccadoro. Allora fi-
nalmente questi riusc a levarsi in piedi. E nella grigla
luce notturna vide il lungo compagno stramazzato al suo-
lo; quando fece per toccarlo, le sue dita guazzarono nel
sangue. Gli alz il capo, ma esso ricadde pesante e molle
come un sacco. Dal petto e dal collo continuava a gron-
dar sangue, dalla bocca la vita se ne andava in gemlti
vaghi, sempre pi fiochi.
'`Ora ho ammazzato un uomo" pens Boccadoro: e
continu a ripeterselo, mentre, inginocchiato sul morente,
vedeva diffonderglisi sul volto il pallore. -- Cara Madre
di Dio, ora l'ho ucciso, -- sent la sua voce mormorare.
Improvvisamente gli divenne insopportabile rimanere in
quel luogo. Raccolse il suo coltello, lo asciug nella ma-
glia che l'altro indossava e ch'era stata lavorata dalle
mani di Lidia per il suo diletto, lo ripose nel fodero di
legno, quindi in tasca, balz in piedi e corse vla con quan-
ta forza aveva nei garretti.
La morte dell'allegro goliardo gli pesava sull'anima; ap-
pena fu giorno, si lav via con la neve, rabbrividendo,
tutto il sangue che aveva versato e vag ancora un giorno
e una notte senza meta e in preda all'angoscia. Ma infine
la sofferenza del corpo lo scosse e pose termine al suo
pentimento affannoso.
Sperduto nella regione deserta e sepolta sotto la neve,
senza tetto, senza via, senza cibo e quasi senza sonno,
egli si trov in grave angustia. Ia fame urlava nel suo
corpo come una belva feroce; pi d'una volta si getto per
terra esausto in mezzo alla campagna, chiuse gh occhi e
si diede perduto; non aveva pi altro desiderio che di ad-
dormentarsi e morire nella neve. Ma poi si sentiva di
nuovo sospinto innanzi e correva avido e disperato in
cerca della vita, e nella miseria pi penosa lo ristorava e
lo inebbriava la forza insensata e selvaggia di chi non
vuol morire, la straordinaria potenza del puro e semplice
istinto della vita. Dal ginepro coperto di neve coglieva con
le mani livide dal gelo le piccole bacche inaridite e ma-
sticava quel cibo crudo e amaro, mescolato con gll aghi
degli abeti; aveva un sapore aspro ed eccitante; poi m-
goiava neve a manate per placar la sete. Ansante, soffian-
dosi sulle mani irrigidite, sedeva in cima a un colle per
una breve sosta e scrutava avido da ogni parte: nulla
si vedeva fuor che landa e selva, nessuna traccia d'uomo
Qualche cornacchia volava sopra di lui, egli le seguiva
con lo sguardo Irato. No, non dovevano averlo in pasto
no, fin tanto che un resto di forza gli rimaneva nelle gam-
be e una scintilla di calore nel sangue. S'alzava e ripren-
deva la gara inesorabile con la morte. Correva e correva
e nella febbre dell'esaurimento e dell'ultimo sforzo strani
pensieri s'impossessavano di lui; teneva folli dialoghi con
se stesso, ora taciti, ora ad alta voce. Parlava con Vittore
l'ucciso, gli parlava aspro e beffardo! Be', o astuto fra-
tello, come va? Ti splende la luna attraverso alle budella
giovanotto, ti tiran le orecchie le volpi? Dici d'aver ucciso
un lupo? Gli hai morsicato la gola o gli hai strappato la
coda eh? Volevi rubare il mio ducato, vecchio ingordo!
Ma guarda un po', il piccolo Boccadoro ti ha sorpreso, eh
vecchio mio, e ti ha fatto solletico alle costole? E avevi
ancora tutti i sacchi pieni di pane, di salsiccia e di for-
magglo, porco, mangione! Simili discorsi scherzosi spu-
tava e abbaiava per conto suo, ingiuriava il morto, trion-
fava di lui, lo scherniva per essersi lasciata ammazZare
l babbeo, lo stupido spaccone!
Ma poi i suoi pensieri ed i suoi discorsi s'allontanavano
dal povero e lungo Vittore. E si vedeva davanti Giulia
la bella piccola Giulia, cos come l'aveva lasciata quella
notte; le gridava un'infinit di parole tenere e cercava di
sedurla con moine insensate e spudorate: che venisse da
lul, che si lasciasse cadere la camicina, che salisse con lui
in cielo, un'ora ancora prima della morte, un momentino
prima ch'egll crepasse miseramente. Parlava, supplichevo-
le e provocante, coi piccoli seni di lei, con le sue gambe,
con la pelurla bionda e crespa sotto le sue ascelle.
Poi, mentre procedeva rigido e inciampando nell'erica
secca e coperta di neve, ebbro di sofferenza, trionfante gra-
zie al divampare a sprazzi della bramosia di vivere, rico-
minciava a bisbigliare; e allora parlava con Narciso e gli
comunicava le sue nuove idee, la sua nuova sapienza, i
suoi scherzi.
Hai paura, Narciso, gli diceva, hai orrore hai ve-
duto qualcosa? S, reverendo, il mondo pieno di morte
pleno di morte; essa sta su ogni siepe, dietro ogni albero
e non vi giova costruir mura e dormitori e cappelle e
chiese, essa guarda dentro dalla finestra e ride e conosce
perfettamente ciascuno di voi; nel cuor della notte la
sentite ridere dietro le vostre finestre e pronunciare i vo-
stri nomi. Cantate pure i vostri salmi e bruaate per bene
le candele sull'altare e recitate i vostri vespri e i vostrl
mattutini e raccogliete erbe nel laboratorio e raccogllete
libri nella biblioteca! Digiuni, amico? Ti privl del sonno.
Ti aiuter ben lei, madonna Morte, e ti privera di tutto,
fino alle ossa. Corri, carissimo, corri m fretta, la sul cam-
po c' il babau, corri e tieni bene insieme le ossa, vogliono
staccarsi, non rimarranno con noi. Ah, le nostre povere
ossa! Ah, la nostra povera gola e il nostro stomaco! Ah,
quel povero briciolo di cervello che abblamo sotto ll cra-
nio! Tutto se n'andr, tutto al diavolo, sull'albero stanno
le cornacchie, le brutte tonache nere.
Per un pezzo il misero errante non seppe piu dove an-
dasse, dove fosse, che dicesse, se giacesse per terra o stes-
se in piedi. Cadeva sui cespugli, correva contro gli alberi,
precipitava nella neve e fra le spine. Ma l'istinto m lui
era forte e lo spingeva avanti, continuamente, nella sua
fuga cieca. Quando stramazz per l'ultima volta e rimase
disteso per terra, era nello stesso piccolo villaggio dove
alcuni giorni prima aveva incontrato il goliardo vagante,
dove di notte aveva tenuto la fiaccola di pinastro sopra
la donna partoriente. L rimase disteso e la gente accorse
e fece circolo intorno e chiacchier; egli non udiva plu
nulla. La donna che gli aveva concesso il suo amore lo
riconobbe e si spavent vedendolo in quello stato, ebbe
compassione di lui, lasci gridare il marito e trascin Boc-
cadoro mezzo morto nella stalla.
Non pass molto tempo che Boccadoro fu di nuovo in
gamba e pronto a riprendere il cammino. Il calore della
stalla, il sonno, e il latte di capra, che la donna gli por-
tava da bere, gli ridiedero la coscienza e il vigore; solo
che tutto quanto gli era capitato in quegli ultlmi templ
si era come allontanato in un passato remoto. La marcia
con Vittore, la notte fredda e paurosa nel bosco sotto que-
gli abeti, la lotta telribile sul giaciglio, la morte spaven-
tosa del compagno, i giorni e le notti di freddo, di fame
e di delirio, tutto era ormai lontano, quasl dimenticato;
ma dimenticato non era, solo superato, solo passato. Qual-
cosa rimaneva che non si poteva esprimere, qualcosa di
terribile e anche di prezioso, qualcosa di sprofondato ma
d'inobliabile, un'esperienZa, un gusto sulla lingua, un cer-
chio mtorno al cuore. In due anni appena egli aveva co-
nosciuto smo in fondo la gioia e il dolore della vita va-
gabonda: la solitudine, la libert, l'ansioso tender l'orec-
chio ai rumori della foresta e degli animali, l'amore giro-
vago e infedele, l'amarezza spesso mortale degli stenti. Per
giornate intere era stato ospite dei campi estivi, giornate
e settlmane aveva passato nella foresta, giornate nella ne-
ve, giornate nell'attesa paurosa della morte e nella vici-
nanza della morte, e di tutte queste esperienze la pi forte,
la pi strana era stata quella di difendersi contro la mor-
te, di sapersi piccolo, misero e minacciato, eppure di sen-
tire in s nell'ultima lotta disperata quella forza bella e
terribile, quella meravigliosa tenacit della vita. Questo
aveva lasciato un'eco, questo gli era rimasto scritto nel
cuore, come i gesti e le espressioni della volutt, ch'eran
cos simili a quelli di una partoriente e di un morente.
Come aveva gridato e contratto il viso quella partoriente,
e com'era stramazzato il compagno Vittore, versando a
fiotti il suo sangue, cos rapido e silenziosol Oh, ed egli
stesso come aveva sentito la morte in agguato intorno a
s nei giorni di fame, e che male gli aveva fatto la fame,
e che freddo aveva avuto, che freddo! E come aveva lot-
tato contro la mort`e, che colpi le aveva dato, con quale
angoscla e con quale irata volutt s'era difeso! Gli pareva
che dopo queste esperienze non ci fosse pi gran che da
Imparare. Con Narciso avrebbe forse potuto parlarne, con
nessun altro.
Quando Boccadoro, sul suo pagliericcio nella stalla, ri-
torn per la prima volta completamente in s, s'accorse
che non aveva pi il ducato in tasca. L'aveva forse per-
duto nella marcia spaventosa, barcollante e quasi inco-
sciente dell'ultima giornata di fame? Ci pens e ripens
a lungo. Quel ducato gli era caro, non voleva darlo per-
duto. Il denaro per lui non aveva molta importanza, egli
non ne conosceva quasi il valore. Ma quella moneta d'oro
gli era preziosa per due ragioni. Era l'unico regalo di Li-
dia che gli fosse rimasto, perch la giacca di lana era l
con Vittore nella foresta, inzuppata di sangue. E poi era
stata proprio quella moneta d'oro ch'egli non aveva voluto
lasciarsi rubare, per essa si era difeso contro Vittore, per
essa, posto alle strette, lo aveva ucciso. Se ora il ducato
era perduto, tutta l'avventura di quella notte orrenda per-
deva in certo modo ogni senso e ogni valore. Dopo aver
riflettuto a lungo, fece le sue confidenze alla contadina.
-- Cristina, -- le sussurr, -- io avevo in tasca una
moneta d'oro ed ora non c' pi.
-- Ah, te ne sei accorto? --fece lei con un sorriso sin-
golarmente affettuoso e furbo insieme; egli ne rimase cos
incantato, che non ostante la debolezza le gett le braccla
al collo.
--Che curioso ragazzo sei mai, -- disse la donna con
tenerezza,--cos intelligente e fine, e al tempo stesso COSi
stupido! Si gira il mondo con un ducato sclolto nella ta-
sca aperta? O bambino, caro pazzerello! La tua moneta
d'oro la trovai io, appena ti ebbi coricato qul sulla paglla.
--- Tu? E dov' ora?
--Cercala,--rispose quella ridendo; e lo lasci cerca-
re davvero un bel po', prima di mostrargli ll punto della
giacca dove glielo aveva solidamente CUCltO. Agglunse una
buona dose di consigli materni, ch'egll s'affrett a dimen-
ticare; ma non dimentic quel servlzio d amore e quel
sorriso furbo e bonario nel volto di contadma. Fece di
tutto per mostrarle la sua gratitudme, e, quando dopo
breve tempo fu di nuovo in grado di marciare e volle rl-
prendere il cammino, ella lo trattenne, perch in quei gior-
ni cambiava la luna e certo il tempo si sarebbe fatto plU
mite Cos avvenne. Quand'egli ripart, la neve giaceva sul
suolo grigia e malata, l'aria era pregna d'umidit, m alto
si sentiva gemere il vento australe.
CAPITOLO X
Il ghiaccio ricominci a spingere i fiumi in basso, sotto
le foglie morte tornarono ad olezzar le viole, Boccadoro
riprese la sua corsa in mezzo all'alternarsi vivace delle
stagioni, si riemp gli occhi insaziabili di boschi di monti
e di nubi, cammin di casolare in casolare, di villaggio
villaggio, di donna in donna, pi d'una volta nella sera
fresca sedette col cuore oppresso e triste ai piedi d'una
finestra llluminata, il cui rosso bagliore irradiava, dolce
e Irraggiunglbile per lui, tutto ci che poteva esservi sulla
terra di fehcit, di calore domestico, di pace. Tutto si ri-
peteva C10 ch'egli credeva ormai di conoscere bene, ep-
pure tutto a ogni ritorno appariva diverso: il lungo va-
gare per campi e lande o per strade sassose, il dormire
d'estate nella foresta, il gironzolar nei villaggi dietro le
schiere delle giovanette, che tenendosi per mano ritorna-
vano a casa dopo aver voltato il fieno o colto i luppoli
fl prlmo brlvido dell'autunno, i primi freddi cattivi... tuttO
ritornava, una volta, due volte, e il nastro variopinto scor-
reva davanti ai suoi occhi infinito.
Molte piogge e molte nevi eran cadute su Boccadoro
quando un giorno, salito su per un bosco di faggi dira-
dato ma gi verde di tenere gemme, dall'alto della cresta
di un monte vide stendersi dinanzi a s un nuovo pae-
saggio, che rallegr i suoi occhi e suscit nel suo cuore
un'ondata di presentimenti, di desideri e di speranze Da
glorni egli si sapeva vicino a questa regione e l'aspettava
m quell'ora meridiana essa lo sorprese e ci che l'occhio
raccolse in quel primo incontro conferm e rafforz le
sue aspettahve. Fra i tronchi grigi e i rami lievemente
ondegglanh vide gi una valle bruna e verde, in mezzo
alla quale luccicava vitreo e azzurrognolo un grande fiu-
me. Ormai, egli lo sapeva, era finito per un pezzo quel
girovagare senza strade per regioni tutte landa, foresta e
solitudine, dove solo di rado si poteva incontrare un ca-
solare o un piccolo povero villaggio. Laggi scorreva fl
fiume e lo fiancheggiava una delle strade pi belle e piu
celebri della Germania, laggi c'era un paese ricco e uber-
toso, l navigavano zattere e barche e la strada conduceva
a bei villaggi, castelli, conventi e ricche citt, e chi voleva
poteva viaggiare per giorni e settimane su quella strada,
senza temere ch'essa si perdesse a un tratto, come le ml-
sere straducole di campagna, in una selva o in un'umlda
palude. Veniva qualcosa di nuovo e Boccadoro se ne ral-
Gi la sera di quel giorno era in un bel villaggio, sulla
strada maestra tra il fiume e i rossi vigneti; le grazlose
travature delle case a comignolo eran dipinte di rosso,
c'erano portoni d'ingresso a volta e viottoli di pietra m
scalinata, una fucina gettava sulla strada rosso bagllor di
fuoco e sonori rintocchi d'incudine. Il nuovo arrlvato Si
aggir curioso in ogni via e in ogni angolo, fiut alle
porte delle cantine l'odor di botti e di vino e sulla riva
del fiume il profumo fresco dell'acqua che sa di pesce, os-
serv la casa di Dio e il camposanto e non manco di
guardarsi attorno in cerca d'un buon granaio, dove salire
eventualmente per la notte. Prima per volle provare a
chieder cibo nella casa parrocchiale. Trov un parroco
grassotto, con la testa rossa, che lo interrog e al quale,
con alcune omissioni e con un po' di fantasia, egll rac-
cont la sua vita; dopo di che fu accolto gentilmente, nu-
trito di buon cibo e di buon vino, e dovette passar la sera
in lunghi conversari col sacerdote. Il giorno dopo contl-
nu il suo viaggio sulla strada che seguiva il fiume. Vide
zattere e barconi, raggiunse veicoli, alcuni lo raccolsero
per un tratto, e le giornate primaverili fuggivano raplde
e fitte d'immagini, l'ospitavano villaggi e cittadine, sorrl-
devano donne dietro siepi e giardini o, inginocchiate sulla
terra bruna, attendevano alla piantagione, e a sera canta-
vano fanciulle per le strade dei villaggi.
In un mulino una servetta gli piacque tanto, che rimase
due giorni sul luogo a farle la corte. Ella rideva e chiac-
chierava volentieri e a lui pareva che la pi bella cosa
sarebbe stata diventar garzone mugnaio e rimanere sem-
pre l. Sedeva coi pescatori, aiutava i carrettieri a dar da
mangiare ai cavalli ed a strigliarli, riceveva in compenso
pane e carne e il permesso di viaggiare con loro. Dopo
tanta solitudine quel mondo socievole di gente che viag-
giava, dopo tanto meditar fra s e s quella serenit in
mezzo a uomini loquaci e soddisfatti, dopo tanta indigen-
za quel saziarsi ogni giorno di cibo abbondante gli faceva
bene, e si lasciava portar volentieri da quell onda lieta.
Essa lo prendeva con s, e pi s'avvicinava alla citt ve-
scovile pi la strada si faceva popolosa ed allegra.
Un giorno ch'era in un villaggio, sull'imbrunire and a
fare una passeggiata in riva al fiume, sotto gli alberi gi
coperti di foglie. L'acqua scorreva calma e maestosa, sotto
le radici delle piante rumoreggiava e gemeva la corrente,
su dal colle sorgeva la luna, gettando luci sul fiume ed
ombre sotto gli alberi. Trov una ragazza seduta che pian-
geva: aveva litigato con l'innamorato, che se n'era anda-
to, lasclandola sola. Boccadoro le si sedette accanto e
ascolt i suoi lagni, le accarezz la mano, le raccont della
foresta e del caprioli, la consol un poco, riusc a farla
sorrldere, finch ella accett anche un bacio. Ma a questO
punto ritorn l'amato bene a cercarla, si era calmato e
pentito del litigio. Appena vide Boccadoro seduto accanto
alla ragazza, si lanci su di lui coi pugni tesi e quegli
ebbe da fare a difendersi; finalmente per Boccadoro mise
l'avversario fuori combattimento e il giovanotto corse al
vfllagglo Imprecando; la ragazza era scappata da un
pezzo.
Boccadoro, che non aveva troppa fiducia nella pace
lasci in asso il suo asilo notturno e prosegu il cammino
per met della notte al chiaro di luna, in un mondo di
argento e di silenzio, contento, lieto delle sue gambe ro-
buste, fin che la rugiada gli lav via dalle scarpe la pol-
vere bianca ed egli, stanco a un tratto, si coric sotto
l'albero pi vicino e s'addorment. Era giorno da un pez-
zo, quando lo svegli un solletico sul volto; assonnato, vi
pass sopra la mano e si riaddorment; poco dopo fu di
nuovo svegliato dallo stesso solletico; era una ragazza di
contadini, che lo guardava e lo stuzzicava con la punta
di un salciuolo. Egli s'alz barcollando, si sorrisero ed ella
lo condusse in una rimessa, dove si poteva dormir meglio.
L dormuono un poco l'uno accanto all'altra, poi ella cor-
se via e ritorn con un secchiello di latte, ancora caldo
della mucca. Egli le don un nastro azzurro per i capelll,
che aveva trovato poco prima lungo la strada e s'era mes-
so in tasca; si baciarono ancora una volta, poi egli rlpart.
La ragazza si chiamava Francesca; gli rincrebbe d'abban-
donarla.
La sera di quel giorno trov asilo in un convento; la
mattina assistette alla messa; il cuore gli si gonfi strana-
mente di mille ricordi, l'aria fredda della pietra, splrante
dalle volte, sapeva di patria e lo commoveva, come ll ru-
more dei sandali sugl'impiantiti. Fimta la messa e fattosi
silenzio nella chiesa del convento, Boccadoro rimase m
ginocchio, con una strana agitazione in cuore; di notte
aveva fatto molti sogni. Sentiva il desiderio di sgravarsi
in qualche modo del suo passato, di mutar vita in qual-
che modo, non sapeva perch; forse lo commoveva solo
il ricordo di Mariabronn e della sua gioventu pla. Senti
il bisogno di confessarsi e di purificarsi; aveva tanti plC-
coli peccati, tanti piccoli vizi, ma pi grave di tutto gli
pesava sulla coscienza la morte di Vittore, perito per ma-
no sua. Trov un padre e gli fece la sua confessione, parl
di questo e di quello, ma sopra tutto delle coltellate nel
collo e nella schiena del povero Vittore. Oh, da quanto
tempo non si confessava! 11 numero e la gravit dei suoi
peccati gli parevano notevoli, era pronto ad accettare una
severa penitenza. Ma ii confessore pareva conoscere la Vl
ta del vagabondo; non inorrid, ascolt tranquillo, biasimo
e ammon serio e benevolo, senza pensare a condanna.
Boccadoro s'alz alleggerito, recit all'altare le orazloni
prescrittegli dal padre e gi stava per lasciare la chiesa,
quando un raggio di sole penetr dalla finestra nel tem-
pio egli lo segu con lo sguardo e vide allora in una cap-
pelia laterale una figura, che gli parl e lo attir straordi-
nariamente; si volse ad essa con occhi innamoratl e la
contempl con devota e profonda commozione. Era una
Madre di Dio in legno; la delicata soavit con cul stava
china, il modo come il manto azzurro le cadeva glu dalle
spalle esili, com'ella stendeva la mano fine e vlrgmea,
come gli occhi brillavano e la bella fronte s'incurvava so-
pra una bocca dolorosa, tutto questo era cos vivo, cos
bello profondo e animato, come gli pareva di non aver
veduto mai. Non si saziava di contemplare quella bocca,
quel movimento dolce e affettuoso del collo. Gli pareva
di vedere l realizzato qualcosa che gi tante e tante volte
aveva veduto nei sogni e nei presentimenti, a cui tante e
tante volte aveva anelato. Si voltava per andarsene, ma
poi era costretto a tornare indietro.
Quando finalmente volle andare davvero, si trov alle
spalle il padre, da cui s'era confessato.
--Ti sembra bella? -- domand amichevolmente.
--Ineffabilmente bella, -- rispose Boccadoro.
--Molti lo dicono, -- disse il sacerdote. -- Altri in-
vece sostengono che non una vera Madre di Dio, che
troppo moderna e mondana e che tutto esagerato e non
vero. Si sentono molte dispute in proposito. A te piace
dunque, sono contento. Si trova solo da un anno nella
nostra chiesa, l'ha donata un benefattore del nostro con-
vento fatta da maestro Nicola.
--Maestro Nicola? Chi , dov'? Lo conoscete? Oh
vi prego, ditemi qualcosa di lui! Dev'essere un uomo me-
ravigliosamente dotato chi sa creare un'opera simile
--Non so molto di lui. intagliatore in legno nella
nostra citt vescovile, a una giornata di viaggio da qui
e ha gran fama come artista. Gli artisti di solito non sono
santi, e anch'egli probabilmente non lo , ma un uomo
dotato e di grande ingegno, certo. Io l'ho veduto qualche
volta...
--Oh, l'avete veduto! Oh, che aspetto ha?
--Figlio mio, mi sembri addirittura entusiasta di lui.
Ebbene, va a cercarlo e portagli un saluto di padre Bo-
nifacio.
Boccadoro ringrazi con effusione. Il padre se n'and
sorridendo, egli invece rimase ancora a lungo davanti a
quella figura misteriosa, il cui petto sembrava respirasse
e nel cui volto c'erano insieme tanto dolore e tanta dol-
cezza, ch'egli si sentiva stringere il cuore.
Usc dalla chiesa trasformato, i suoi passi lo portarono
in un mondo completamente mutato. Dal momento in cui
aveva ammirato la dolce e santa figura di legno, Bocca-
doro possedeva quello che non aveva posseduto mai, che
tante volte aveva deriso negli altri, oppure invidiato: una
meta! Aveva una meta e forse l'avrebbe raggiunta, e al-
lora forse tutta la sua vita dissoluta avrebbe acquistato
un alto significato e un valore. Questo nuovo sentimento
lo penetrava di gioia e di timore e gli dava ali ai piedi.
La bella e allegra strada maestra su cui camminava non
era pi quello ch'era stata il giorno innanzi, un teatro fe-
stoso ed una comoda dimora, non era pi che una strada,
la via che conduceva alla citt, la via che conduceva al
maestro Egli correva impaziente. Giunse prima ancora di
sera, vide spiccar le torri dietro le mura, vide stemmi scol-
piti ed insegne dipinte sopra la porta, entr col cuore pal-
pitante, senza quasi badare al chiasso e al lieto tumulto
delle strade, ai cavalieri in sella, ai carri e alle carrozze.
Cavalieri e cocchi, citt e vescovo non gl'importavano.
Alla prima persona che incontr sotto la porta domand
dove abitava maestro Nicola, e rimase molto deluso che
quella non ne sapesse nulla.
Giunse in una piazza circondata di case fastose, molte
delle quali eran dipinte od ornate di decorazioni plastlche.
Sopra la porta d'una di esse stava grande e pomposa la
figura di un lanzichenecco, a colori forti e brillantn Non
era bella come la figura che aveva veduto m quella chiesa
di convento, ma aveva un certo atteggiamento e un modo
di gonfiare i polpacci e di sporgere innanzi il mento bar-
buto, che Boccadoro pens potesse essere opera dello stes-
so maestro. Entr nella casa, buss a diverse porte, sal
scale... finalmente s'imbatt in un signore vestito di vel-
luto con risvolti di pelliccia e gli domand dove poteva
trovare maestro Nicola. Che mai voleva da lui? domand
il signore di rimando; e Boccadoro riusc a stento a do-
minarsi e a rispondere solo che aveva una commissione
da fargli. Il signore gli disse allora il nome della via dove
abitava il maestro, e quando Boccadoro, a forza di do- !
mandare, riusc a trovarla, s'era fatta notte. Affannato ma
felice, si ferm dinanzi alla casa del maestro, guard su
alle finestre e poco manc che non corresse dentro. Ma
gli venne in mente ch'era gi tardi, ch'egli era tutto su-
dato e impolverato dalla marcia della giornata, si domm
e attese. Ma rimase ancora a lungo davanti alla casa.
Vide una finestra illuminarsi e, proprio quando si voltava
per andarsene, scorse una figura che s'avvicinava al davan-
zale, una bellissima fanciulla bionda, coi capelli illumlnati
dalla luce mite della lampada che pendeva dietro di lei.
La mattina dopo, quando la citt si ridest e ricomin-
ciarono i suoi mille rumori, Boccadoro si lav V150 e mani
nel convento dov'era stato ospite quella notte, si scosse la
polvere dai vestiti e dalle scarpe, ricerc la via del mae-
stro e buss al portone di casa. Venne una domestica, che
non voleva introdurlo subito, ma egli riusc a intenerire
la vecchia, fin che ella lo condusse dentro. In una piccola
sala, ch'era la sua officina, stava il maestro in grembiule
da lavoro: un uomo alto e barbuto, che a Boccadoro
parve avere quaranta o cinquant'anni. Egli guard il fo-
restiero con gli occhi azzurri chiari e penetranti e doman-
d brevemente che cosa desiderasse. Boccadoro rifer il
saluto del padre Bonifacio.
--Nient'altro?
-- Maestro, -- disse Boccadoro col fiato oppresso, --
ho visto l nel convento la vostra Madonna. Ah, non
guardatemi cos arcigno; null'altro che amore e venera-
zione mi conducono da voi. Io non sono pauroso, ho vis-
suto a lungo da vagabondo, ho sperimentato la foresta
la neve e la fame, non c' uomo di cui possa aver paura.
Ma di voi ho paura. Oh, ho un desiderio solo e grande,
che mi rlemple ll cuore cos da farmi male.
--Che sorta di desiderio?
--Vorrei diventare vostro scolaro e imparare da voi.
--Non sei il solo, giovanotto, ad avere questo desi-
derio. Ma a me non piace tenere apprendisti e due aiu-
tanti li ho gi. Da dove vieni tu, e chi sono i tuoi geni-
--Non ho genitori, non vengo da nessun luogo. Fui
scolaro in un convento, dove imparai il latino e il greco,
poi scappai, e per anni ed anni ho girato il mondo, fino
a oggi.
-- E perch pensi di diventare un intagliatore? Hai gi
provato a far qualcosa di simile? Hai dei disegni?
-- Ho fatto molti disegni, ma non li ho pi. Vi posso
per dire perch vorrei imparare quest'arte. Mi sono fatto
molte idee, ho visto molti volti e molte figure, ci ho ri-
pensato a lungo e alcun: di questi pensieri hanno conti-
nuato a tormentarmi e non mi hanno lasciato pace. Sono
rimasto colpito nell'osservare come in una figura ritorni
sempre in tutte le sue parti una certa forma, una certa
linea, come una fronte corrisponda al ginocchio, una spal-
la all'anca, e come tutto questo in fondo sia una cosa sola
con l'essenza e con l'anima dell'uomo, che ha quel dato
ginocchio, quella data spalla e quella fronte. E un'altra
cosa mi ha colpito, me n'accorsi una notte in cui dovetti
prestar aiuto presso una partoriente: che la massima sof-
ferenza e la suprema volutt hanno un'espressione perfet-
tamente simile.
Il maestro guard lo straniero con occhio penetrante.
-- Sai quello che dici?
-- S, maestro, lo so. Proprio questo fu ci che trovai
espresso con mio sommo incanto e stupore nella vostra
Madonna, per questo sono venuto. Oh, su quel viso bello
e soave c' tanto dolore, ma quel dolore s' trasformato
al tempo stesso in pura felicit e in sorriso. Quando vidi
quel volto, pass come una vampata nelle mie membra,
tutti i miei pensieri e i miei sogni di tanti anni mi appar-
vero confermati e all'improvviso non furon pi vani, io
seppi a un tratto quello che dovevo fare e dove dovevo
andare. Caro maestro Nicola, vi prego con tutto il cuore,
lasciatemi imparare da voi!
Nicola, senza mutare l'espressione arcigna del volto,
aveva ascoltato attentamente.
--Giovanotto,--disse,--tu sai parlare d'arte in mo-
do sorprendente, e mi stupisce anche che alla tua et tu
possa dire tante cose sulla volutt e sulla sofferenza. Mi
piacerebbe discorrere una sera con te di queste cose da-
vanti a un bicchier di vino. Ma vedi: scambiare conver-
sazioni piacevoli e intelligenti non lo stesso che vivere
e lavorare insieme un paio d'anni. Questa un'officina e
qui si lavora, non si chiacchiera; qui non importa ci che
uno ha meditato e sa dire, importa solo ci che uno sa
fare con le sue mani. Mi pare che le tue intenzioni siano
serie, perci non voglio mandarti via cos senz'altro. Ve-
diamo se sai fare qualche cosa. Hai gi plasmato con la
creta o con la cera?
Boccadoro pens subito a un sogno di molto tempo
prima, in cui aveva impastato con la creta delle figurine,
che poi s'erano alzate ed eran diventate giganti. Ma non
ne disse nulla e dichiar che non s'era mai provato in
simili lavori.
-- Bene. Allora disegnerai qualche cosa. L c' una ta-
vola, vedi, della carta e del carbone. Siediti e disegna;
non aver fretta; puoi rimanere fino a mezzogiorno o an-
che fino a sera. Forse allora potr vedere quali sono le
tue attitudini. Ecco, ora abbiamo parlato abbastanza; io
vado al mio lavoro, tu va al tuo.
Boccadoro sedette sulla seggiola che Nicola gli aveva
indicata, davanti alla tavola da disegno. Non s'affrett,
prima stette ad aspettare, quieto come uno scolaro timido,
osservando con affettuosa curiosit il maestro, che gli vol-
geva quasi le spalle e continuava a lavorare a una figurina
di creta. Guardava attentamente quell'uomo che, nella te-
sta severa e gi un po' incanutita e nelle mani d'artefice
dure ma nobili e vive, possedeva cos meravigliose forze
magiche. Aveva un aspetto diverso da quello che Bocca-
doro s'era immaginato; pi vecchio, pi modesto, pi fred-
do, molto meno raggiante e cattivante, e nient'affatto fe-
lice. Lo sguardo scrutatore, inesorabilmente acuto, era ri-
volto in quel momento al suo lavoro, e Boccadoro, libe-
rato da esso, poteva abbracciare la figura del maestro in
ogni suo particolare. Quell'uomo, pensava, avrebbe potuto
essere anche uno scienziato, uno st~udioso taciturno e au-
stero, dedicatosi a un'opera che molti suoi predecessori
avevano iniziata e ch'egli doveva un giorno lasciare ai
suoi posteri, un'opera tenace, duratura, infinita, in cui
eran raccolti il lavoro e la dedizione di molte generazioni.
Questo almeno era ci che l'osservatore leggeva nella testa
del maestro; molta pazienza, molto studio e riflessione,
molta modestia e conoscenza del dubbio valore d'ogni la-
voro umano vi stavano scritti, ma anche fede nel proprio
compito. Il linguaggio delle mani invece era diverso: fra
esse e la testa c'era un contrasto. Quelle mani s'affonda-
vano nella creta che plasmavano, con dita ferme ma sen-
sibilissime, trattavano l'argilla come le mani di un amante
trattano la donna amata che gli s'abbandona: innamorate,
piene di un sentimento delicato e vibrante, bramose, senZa
tuttavia far distinzione fra il prendere e il dare, cupide e
pie al tempo stesso, e sicure, magistrali, come per anti-
chissima e profonda esperienza. Boccadoro osservava ra-
pito e ammirato quelle mani benedette. Avrebbe volentieri
disegnato il maestro, se non ci fosse stato quel contrasto
fra il volto e le mani, che lo paralizzava.
Dopo ch'ebbe contemplato per un'ora buona l'artista che
lavorava dinanzi a lui, cercando d'indagarne il mistero,
un'altra immagine cominci a delinearsi nella sua anima
e diventar visibile, l'immagine dell'uomo ch'egli conosceva
meglio di tutti, che aveva molto amato e profondamente
ammirato e quest'immagine era tutta d'un pezzo, senza
contraddizioni, quantunque avesse anch'essa variet di trat-
ti e rivelasse molte lotte. Era l'immagine del suo ami-
co Narciso. Sempre pi si concretava in unit e pienezza,
sempre pi chiara si manifestava la legge intima di quel-
l'essere amato: la nobile testa foggiata dallo spirito, la
bella bocca serrata e l'occhio un po' triste resi energici e
aristocratici dall'assoluta dedizione allo spirito, le spalle
esili, il collo lungo, le mani delicate e fini, animate dalla
lotta per spiritualizzarsi. Da allora, da quando s'era stac-
cato dal convento, non aveva mai visto l'amico con tanta
chiarezza, non aveva mai posseduto in s cos completa
l'immagine di lui.
Come in sogno, senza volont, eppure animato da una
preparazione e da una necessit intima, Boccadoro comin-
ci a disegnare cauto, deline con dita amorose e rispet-
tose la figura che aveva in cuore, e dimentic il maestro,
se stesso e il luogo dov'era. Non s'accorse che la luce nel-
la stanza si spostava a poco a poco, che il maestro gli
gettava di tanto in tanto un'occhiata. Come un atto di
offerta eseguiva il compito che gli era toccato, che il suo
cuore gli aveva imposto: innalzare l'immagine dell'amico
e conservarla cos, come viveva in quel momento nella sua
anima. Senza farci sopra dei pensieri, sentiva l'opera sua
come il pagamento di un debito, come un ringraziamento.
Nicola s'avvicin alla tavola da disegno, dicendo: --E
mezzogiorno; io vado a tavola, puoi venire con me. Lascia
vedere... hai disegnato qualche cosa?
Si mise dietro a Boccadoro e gett lo sguardo sul gran-
de foglio disegnato, poi, spingendo il giovane da una
parte, lo prese con cura fra le mani esperte. Boccadoro
s'era destato dal suo sogno e fissava il maestro con an-
siosa aspettativa. Questi era l, col disegno fra le mani, e
l'osservava attentamente con lo sguardo acuto dei suoi
chiari occhi azzurri e severi.
-- Chi questo che hai disegnato? -- domand dopo
qualche tempo.
-- E il mio amico, un giovane monaco ed erudito.
-- Bene, lavati le mani, l in cortile c' la fontana. Poi
andiamo a mangiare. I miei aiutanti non sono qui, lavo-
rano altrove.
Boccadoro ubbid, trov il cortile e la fontana, si lav
le mani e chiss che cosa avrebbe dato per conoscere i
pensieri del maestro. Quando ritorn, questi era uscito;
lo ud affaccendarsi nella stanza accanto; poi ricomparve,
s'era lavato anche lui e invece del grembiule indossava
una bella giubba di panno, che gli dava un aspetto mae-
stoso e solenne. Precedette Boccadoro su per una scala con
la balaustra di noce, le cui colonnette portavano piccole
teste d'angelo scolpite; attravers un atrio pieno di statue
antiche e moderne ed entr in una bella stanza col pa-
vimento, le pareti e il soffitto di legno duro; nell'angolo
della finestra c'era una tavola apparecchiata. Entr di cor-
sa una giovinetta che Boccadoro riconobbe: era la bella
fanciulla della sera prima.
--Elisabetta, -- disse il maestro, -- devi mettere un
posto di pi, ho condotto un ospite. E... veramente il suo
nome non lo so ancora.
Boccadoro lo disse.
--Boccadoro, dunque. Possiamo mangiare?
-- Subito, babbo.
La fanciulla mise un piatto, usc e ritorn poco dopo
con la domestica che portava il pranzo: carne di maiale,
lenticchie e pan bianco. Durante il pasto il padre parl
di questo e di quello con la fanciulla, Boccadoro rimase
silenzioso, mangi un poco e si sent malsicuro ed op-
presso. La ragazza gli piaceva molto: era una bella fi-
gura imponente, alta quasi come suo padre, ma se ne stava
tutta pudica e inaccessibile come in una campana di vetro
e non rivolgeva n una parola n uno sguardo al fore-
stiero,
Dopo mangiato il maestro disse: -- lo voglio riposare
ancora mezz'ora. Tu va nell'officina o fa un giretto fuori
poi parleremo di quella faccenda
Boccadoro salut e usc. Era passata un'ora e pi da
che il maestro aveva visto il suo disegno, e non ne aveva
ancora detto una parola. E dover aspettare ancora mez-
z'ora! Be', non c'era niente da fare, aspett. Non and
nell'officina, non voleva rivedere il suo disegno in quel
momento. Scese in cortile, sedette sulla vasca della fon-
tana e stette a guardare il filo d'acqua che scorreva inin-
terrottamente dalla canna e cadeva nella profonda vasca
di pietra, sollevando minuscole onde e portando seco con-
tinuamente un poco d'aria, che continuamente ripullulava
dal fondo alla superficie in bianche perle. Nello specchio
scuro della fontana vide la propria immagine e pens che
quel Boccadoro che lo guardava dall'acqua non era pi
da un pezzo il Boccadoro del convento o quello di Lidia
e neppur pi il Boccadoro delle foreste. Pens che ogni
uomo corre senza posa e si trasforma e infine si dissolve,
mentre la sua immagine creata dall'artista rimane sempre
immutabilmente la stessa.
Forse, pens, la radice d'ogni arte, e fors'anche d'ogni
spirito, la paura della morte. Noi la temiamo, abbiamo
orrore della caducit, vediamo con tristezza i fiori appas-
sire e le foglie cadere e sentiamo nel nostro cuore la cer-
tezza che anche noi siamo caduchi e presto avvizziremo
Se dunque come artisti creiamo figure o come pensaton
cerchiamo leggi e formuliamo pensieri, lo facciamo per
salvare qualche cosa della grande danza macabra, per sta-
bilire qualche cosa che abbia una durata pi lunga di noi
stessi. La donna che ha servito di modello al maestro per
la sua bella Madre di Dio forse gi avvizzita o morta,
e presto sar morto anche lui; altri abiteranno nella sua
casa, altri mangeranno alla sua tavola... ma la sua opera
rimarr nella tacita chiesa del convento briller ancora
dopo cent'anni e pi e rester sempre bella e sorrider
sempre con la stessa bocca, che cos fiorente e triste
insleme.
Ud il maestro che scendeva la scala e corse nell'offi-
cina. Maestro Nicola passeggi in su e in gi, guard pi
volte il disegno di Boccadoro, si ferm infine alla finestra
e disse col suo fare un po' esitante ed asciutto: -- Da
noi l'usanza che un apprendista studi per lo meno quat-
tro anni e che suo padre paghi al maestro una somma
per l'insegnamento.
Poich fece una pausa, Boccadoro pens che il maestro
temesse di non ricever denaro da lui. Immediatamente
trasse di tasca il suo coltello, tagli la cucitura intorno al
ducato nascosto e lo cav fuori. Nicola lo guard stupito
e, quando Boccadoro gli porse la moneta, si mise a ridere.
--Ah, questo intendevi? --disse ridendo. --No, gio-
vanotto, puoi tenere il tuo denaro. Ascoltami. Ti ho detto
qual l'usanza per gli apprendisti nella nostra corpora-
Zione Ma n io sono un maestro comune, n tu un ap-
prendista comune. Questi sogliono cominciare la loro scuo-
la a tredici, quattordici o al massimo quindici anni, e la
met del tempo che passano presso il maestro debbono
servire come garzoni e far da bidelli. Ma tu sei gi un
giovanotto e per l'et potresti da un pezzo essere lavoran-
te e anche gi maestro. Un apprendista con la barba nella
nostra corporazione non s' ancor veduto. E poi t'ho gi
detto che io non voglio tenere apprendisti in casa. Tu non
mi sembri del resto uno che si lasci dar ordini e mandare
in giro.
L'impazienza di Boccadoro era giunta al colmo, ciascu-
na delle parole assennate del maestro lo metteva alla tor-
tura e gli sembrava terribilmente noiosa e pedante. Grid
con veemenza: -- Perch mi dite tutto questo, se non
avete alcuna intenzione di prendermi alla vostra scuola ?
Il maestro continu impassibile nel tono di prima: --
lo ho riflettuto per un'ora sulla tua richiesta, adesso an-
che tu devi avere la pazienza di ascoltarmi. Ho visto il
tuo disegno. Ha dei difetti ma, non ostante questi, bello.
Se non lo fosse, ti avrei regalato un mezzo fiorino e ti
avrei congedato e dimenticato. Del disegno non voglio
dire di pi. Vorrei aiutarti a diventare un artista, forse
ci sei destinato. Ma apprendista non puoi ormai pi di-
ventare. E chi non stato apprendista e non ha compiuto
i suoi anni di scuola, nella nostra corporazione non pu
neppure diventare lavorante e maestro. Questo ti sia detto
prima. Ma un tentativo puoi farlo. Se ti possibile rima-
nere qualche tempo qui in citt, puoi venire da me e im-
parare qualche cosa. Senza impegno e senza contratto,
puoi andartene quando vuoi. Puoi- rompere nella mia offi-
cina un paio di coltelli da intaglio e rovinare un paio di
ceppi, e se si vedr che non sei un intagliatore ti volgerai
ad altro. Sei contento?
Boccadoro aveva ascoltato confuso e commosso.
--Vi ringrazio di cuore, -- esclam. -- Sono vaga-
bondo e sapr cavarmela qui in citt come fuori nei bo-
schi. Capisco che non vogliate prendervi cure e responsa-
bilit per me come per uno scolaretto. Ritengo gran for-
tuna poter imparare da voi. Vi ringrazio di cuore di vo-
lermelo concedere.
CAPI~OLO Xl
Nuove immagini circondarono Boccadoro nella citt e
una nuova vita cominci per lui. Come la regione e la
citt lo avevano accolto gaie, seducenti e rigogliose, cos
lo accolse la nuova vita, piena di letizia e di promesse.
Se anche il fondo di tristezza e di sapere della sua anima
rimaneva intatto, alla superficie la vita giocava per lu
in tutti i suoi colori. Cominci per Boccadoro il periodo
pi lieto e pi puro. Di fuori gli veniva incontro la ricca
citt vescovile con tutte le sue arti, le sue donne, con
mille giochi e mille visioni gradite; di dentro la sua na-
tura d'artista, destandosi, gli donava nuovi sentimenti e
nuove speranze. Con l'aiuto del maestro trov alloggio
nella casa di un doratore sulla piazza del mercato del pe-
sce, e dal maestro e dal doratore impar l'arte di trattare
il legno e il gesso, i colori, la vernice e l'orpello.
Boccadoro non era di quegli artisti infelici, che pur pos-
sedendo alte doti non trovano mai i mezzi buoni per ma-
nifestarle, Ci sono infatti di quelli, a cui dato sentire
con profondit e intensit la bellezza del mondo e portare
nella loro anima immagini nobili e sublimi, ma che non
trovano la via di estrinsecare queste immagini e di co-
municarle per la gioia degli altri. Boccadoro non soffriva
di questa deficienza. Gli riusciva facile e lo divertiva ado-
perare le mani e apprendere le abilit del mestiere, cos
come gli riusciva facile nelle ore serali imparare da alcuni
compagni a sonare il liuto e a danzare la domenica sulle
piazze dei villaggi. Imparava con facilit, gli veniva natu-
rale. Certo nell'intaglio doveva mettere tutto il suo Im-
pegno e incontrava difficolt e delusioni e talvolta gli ca-
pitava di rovinare un bel pezzo di legno e di tagliarsi le
dita con energia. Ma super presto i principi e acquiSt
~=T
destrezza. Spesso per il maestro era malcontento di lui
e gli diceva: -- Fortuna che non sei mio apprendista o
lavorante, Boccadoro. Fortuna che sappiamo che vieni dal-
la strada e dai boschi e che un giorno ci ritornerai. Chi
non sapesse che non sei un cittadino e un artigiano, bens
un vagabondo e un fannullone, potrebbe facilmente aver
la tentazione di pretendere da te quello che ogni maestro
pretende dai suoi dipendenti. Tu sei un ottimo lavora-
tore, se hai la luna buona. Ma la settimana scorsa sei
andato a zonzo due giorni. Ieri nell'officina del cortile
dove dovevi ripulire i due angeli, hai dormito met del-
la giornata.
Aveva ragione di rimproverarlo cos e Boccadoro lo
ascoltava in silenzio, senza giustificarsi. Sapeva egli stesso
di non essere un uomo diligente, del quale ci si potesse
fidare. Fin tanto che un lavoro lo interessava, gli impo-
neva compiti difficili o gli dava la coscienza e la gioia
della sua capacit, era un lavoratore zelante. Ma al pe-
sante lavoro manuale si sottoponeva malvolentieri e que-
gli altri lavori non difficili, ma richiedenti tempo e dili-
genza, che fanno pur parte del mestiere e voglion essere
eseguiti con costanza e pazienza, gli erano spesso insop-
portabili. Egli stesso a volte se ne meravigliava. Eran
bastati quei pochi anni di vagabondaggio a renderlo pi-
gro e incostante? Era l'eredit di sua madre che cresce-
va in lui e prendeva il sopravvento? O dov'era la de-
ficienza? Ricordava benissimo i suoi primi anni in con-
vento quand'era un ottimo e diligente scolaro_ Perch al-
lora si applicava con tanta pazienza, mentre ora non ne
aveva pi, perch era riuscito a dedicarsi con instanca-
bile zelo alla sintassi latina e a imparare tutti quegli ao-
risti greci, che in fondo al cuore non gl'importavano pro-
prio nulla? Ci pensava spesso. Era stato l'amore allora
a temprarlo e a dargli ali; il suo studio altro non era
stato se non uno sforzo costante per cattivarsi l'animo di
Narciso, giacch l'affetto di lui non si poteva conquistare
che attraverso la stima e l'approvazione. Allora per una
occhiata d'approvazione dell'amato maestro poteva affa-
ticarsi per ore, per giornate intere. Poi la meta agognata
era stata raggiunta, Narciso era diventato suo amico e,
cosa strana, proprio il dotto Narciso gli aveva mostratO
la sua inettitudine a diventar scienziato e aveva evoca-
to in lui l'immagine della madre perduta. Invece della
dottrina, della vita claustrale e della virt, i potenti istin-
ti originari della sua natura s'erano impadroniti di lui:
sesso, amor di donne, bisogno d'indipendenza, spirlto va-
gabondo. Infine aveva visto quella figura di Maria scol-
pita dal maestro, aveva scoperto in s un artlsta, si era
messo su di una nuova via ed era ritornato sedentario.
Ed ora? Dove conduceva la sua strada? Donde veniva-
no gli ostacoli?
Per il momento non poteva riconoscerlo. Solo questo
poteva capire: che ammirava bens maestro Nicola, ma
non lo amava come un tempo aveva amato Narciso, tal-
volta anzi si compiaceva di deluderlo e d'indispettirlo.
Ci dipendeva a parer suo dal dissidio che riscontrava
nella personalit del maestro. Le figure create dalle mani
di Nicola, le migliori per lo meno, erano per Boccadoro
modelli venerati, ma il maestro in se stesso non era un
modello per lui.
Accanto all'artista che aveva scolpito quella Madonna
dalla bocca pi bella e pi dolorosa che si potesse im-
maginare, accanto al veggente e al sapiente, le cui mani
sapevano trasformare per incanto in figure visibili pre-
sentimenti ed esperienze profonde, vi era in maestro Ni-
cola un altro uomo: un padre di famiglia e un maestro
di corporazione un po' rigido e meticoloso, un vedovo,
che viveva silenzioso e dimesso nella sua casa tranquilla
con la figlia e con una brutta servente, un uomo che resi-
steva energicamente ai pi forti istinti di Boccadoro e
che si era adagiato in una vita quieta, moderata, regola-
rissima e decorosa.
Quantunque Boccadoro onorasse il suo maestro e non
si permettesse d'interrogare altri sul conto di lui o di giu-
dicarlo in faccia ad altri, in capo a un anno egli sapeva
fino al minimo particolare tutto quello che si poteva sa-
pere di Nicola. Questo maestro era per lui una perso-
na importante, amata e altrettanto odiata, che non gli
lasciava requie; e lo scolaro penetrava con amore e con
diffidenza, con curiosit sempre desta, nei segreti dell'in-
dole e della vita di lui. Vedeva ch'egli non teneva in
casa n apprendisti n lavoranti, bench ci fosse abba-
stanza spazio. Vedeva che usciva solo di rado e di rado
inVitava ospiti a casa sua. Osservava che nutriva per la
sua bella figliola un affetto commovente e geloso e cer-
cava di tenerla nascosta a tutti. Sapeva anche che die-
tro la severa e precoce astinenza del vedovo c'erano an-
cora in gioco istinti vivi e che, quando un incarico di
fuori lo costringeva a mettersi in viaggio, poche giorna-
te potevano talvolta trasformarlo e ringiovanirlo in mo-
do strano. E una volta aveva anche osservato che Ni-
cola, in una cittadina straniera dove ponevano in opera
un pulpito scolpito, una sera aveva visitato di nascosto
una prostituta, e poi per parecchi giorni era rimasto in-
quieto e di cattivo umore.
Con l'andar del tempo oltre a questa curiosit c'era
qualcos'altro che tratteneva Boccadoro in casa del mae-
stro e gli dava da fare. Era la bella figliola, Elisabetta,
che gli piaceva molto. Riusciva di rado a vederla, ella
non entrava mai nell'officina ed egli non sapeva capire
se la sua ritrosia di fronte agli uomini le fosse solo im-
posta dal padre, o se corrispondesse anche alla sua na-
tura. Non poteva far a meno di notare che il maestro
non l'aveva pi invitato a tavola e che cercava d'osta-
colargli ogni incontro con lei. Elisabetta era una fanciul-
la molto preziosa e custodita, lo vedeva bene, e per un
amore senza nozze non c'era speranza, chi poi volesse
sposarla doveva innanzi tutto esser figlio di buona fami-
glia, membro di una delle corporazioni superiori e possi-
bilmente posseder anche denaro e una casa.
La bellezza di Elisabetta, cos diversa da quella delle
donne vagabonde e delle contadine, aveva attirato fin dal
primo giorno l'attenzione di Boccadoro. C'era qualcosa
in lei che ancora gli era rimasto ignoto, qualcosa di
strano, che lo attraeva violentemente, ma gl'ispirava al
tempo stesso diffidenza e perfino dispetto: una grande
calma ed innocenza, un'onest e una pureZa, che non
eran tuttavia ingenuit; dietro tutta la sua cortesia e il
suo decoro si celava una certa freddezza, un orgoglio,
per cui quell'innocenza non lo commoveva e non lo di-
sarmava (egli non sarebbe mai stato capace di sedurre
una bambina), ma anzi lo eccitava e lo provocava. Non
appena la figura di lei gli divenne un poco familiare co-
me immagine intimd, sent il desiderio di rappresentarla
ma non com'era allora, bens coi tratti ridesti, sensibili e
sofferenti, non una piccola vergine ma una Maddalena.
Talvolta la sua brama avrebbe voluto vedere quel volto
calmo, bello e immobile, contrarsi e sfogliarsi, sia nella vo-
lutt, sia nella sofferenza, e rivelare cos il suo segreto.
Vi era poi un altro volto, che dimorava nella sua ani-
ma ma non gli apparteneva del tutto, un volto ch'egli
desiderava ardentemente di riuscir a cogliere e rappresen-
tare da artista, ma che continuamente gli sfuggiva e gli
si velava. Era il volto della madre. Gi da tempo esso
non era pi quello che gli era ricomparso un giorno dal-
le perdute profondit della memoria dopo i colloqui con
Narciso. Nelle giornate di vagabondaggio, nelle notti d'a-
more, nei momenti di nostalgia, nei momenti di perico-
lo e di vicinanza della morte il volto della madre si era
a poco a poco trasformato e arricchito, era diventato pi
profondo e pi vario; non era pi l'immagine della pro-
pria madre, ma dai tratti e dai colori di questa si era
svolta a poco a poco un'immagine materna impersona-
le, l'immagine di un'Eva, di una madre dell'umanit. Co-
me maestro Nicola in alcune Madonne aveva rappre-
sentato l'immagine della Madre di Dio addolorata con
una perfezione ed una forza espressiva che a Boccadoro
parevano insuperabili, cos egli stesso sperava di raffi-
gurare un giorno, quando fosse pi maturo e pi sicuro
della sua capacit, l'immagine della madre del mondo,
Eva, quale egli la portava nel cuore come la cosa pi
sacra pi antica e pi amata. Ma questa immagine in-
tima, che un tempo era stata solo il ricordo della ma-
dre sua e del suo amore per lei, continuava a trasfor-
marSi e ad arricchirsi. In essa si erano impressi i tratti
della zingara Lisa, di Lidia, la figlia del cavaliere, e mol-
ti altri volti di donna, e non solo i volti delle donne
amate avevano cooperato a trasformare quell'immagine
orignaria e a darle tratti nuovi, ma anche ogni emo-
zione, ogni esperienza ed ogni avventura. Questa figura
infatti, se un giorno fosse riuscito a renderla visibile, non
doveva rappresentare un,a donna particolare, ma la vita
stessa come madre primigenia. Spesso credeva di vederla,
talvolta gli appariva in sogno. Ma di questo volto d'Eva
e di quello che doveva esprimere egli non avrebbe sapu-
to dir altro, se non che doveva mostrare la volutt del-
la vita nella sua intima parentela col dolore e con la
morte.
Nel corso di un anno Boccadoro aveva imparato mol-
to. Nel disegno aveva raggiunto presto una grande sicu-
rezza e oltre all'intaglio Nicola gli faceva talvolta pro-
vare anche a modellar la creta. La sua prima opera riu-
scita fu appunto una statuetta di creta alta due buone
spanne: la figura graziosa e seducente della piccola Giu-
lia, della sorella di Lidia. Il maestro lod il lavoro, ma
non esaud il desiderio espresso da Boccadoro di farla
fondere in metallo; la figura gli sembrava troppo im-
pudica e mondana, perch egli volesse farle da padrino.
Poi cominci il lavoro intorno alla statua di Narciso;
Boccadoro la esegu in legno sotto le spoglie del disce-
polo Giovanni, perch, se riusciva, Nicola voleva metter-
la in un gruppo della crocefissione, che gli era stato or-
dinato e al quale lavoravano da tempo esclusivamente
i suoi due aiutanti, per lasciare poi al maestro l'ultimo
tocco .
Boccadoro lavorava alla figura di Narciso con grande
amore; in questo lavoro ritrovava se stesso, la sua na-
tura d'artista e la sua anima, ogni volta ch'era uscito di
carreggiata, e non avveniva di rado: amori, feste da bal-
lo, bicchierate coi compagni, gioco di dadi e anche risse
frequenti lo travolgevano cos che per uno o pi giorni
egli disertava l'officina, oppure lavorava distratto e a ma-
lincuore. Ma al suo apostolo Giovanni, la cui figura ama-
ta e pensosa gli usciva dal legno sempre pi pura, egli
lavorava solo nelle ore in cui si sentiva preparato, con
dedizione e umilt. In queste ore non era n lieto n tri-
ste, non pensava n alla gioia n alla caducit della vita;
gli ritornava in cuore quel sentimento di rispetto puro e
luminoso, col quale un tempo si era dato all'amico, lieto
di lasciarsi guidare da lui. Non era Boccadoro che crea-
va una figura di sua propria volont, era l'altro piutto-
sto, era Narciso che si serviva delle mani dell'artista per
uscire dalla transitoriet e mutabilit della vita e per rap-
presentare l'immagine pura del suo essere.
Cos, Boccadoro sentiva talvolta con un brivido, na-
scevano le vere opere. Cos era nata la Madonna indi-
menticabile del maestro, che pi d'una domenica egli era
tornato a visitare nel convento. Cos, in questo modo sa-
cro e misterioso, erano nate le due o tre statue antiche
pi belle, che il maestro aveva su nel vestibolo. Cos sa-
rebbe nata un giorno anche quell'immagine, quell'altra,
quell'unica, per lui pi misteriosa e pi veneranda an-
cora, l'immagine della madre dell'umanit. Oh, se dal-
le mani dell'uomo uscissero solo di queste opere d'ar-
te, immagini sante, necessarie, non profanate da una vo-
lont e da una vanit! Ma non era cos, egli lo sapeva
da un pezzo. Si potevano creare anche altre figure, cose
graziose e squisite, fatte con grande maestria, gioia de-
gli amatori d'arte, ornamento delle chiese e delle sale
di consiglio... belle cose certo, ma non sacre, non vere
immagini dell'anima. Egli conosceva parecchie di queste
opere, che con tutta la loro grazia d'invenzione e mal-
grado tutta la cura dell'esecuzione non erano in fondo
che giochi. non solo di Nicola e di altri maestri; con
sua propria confusione e tristezza, nel suo cuore stesso,
nelle sue stesse mani egli aveva sentito come un artista
possa mettere al mondo simili cose graziose, per il pia-
cere della propria abilit, per vanit, per trastullo.
La prima volta che si rese conto di questo si sent de-
solatamente triste. Ah, per fare graziose figurine d'angeli
o altri giochetti, sian pur carini, non valeva la pena d
essere artisti. Per altri forse, per artigiani, per cittadini,
per anime tranquille e soddisfatte poteva anche valer la
pena, ma per lui no. Per lui arte ed artisti non valevan
nulla, se non ardevano come il sole e non avevano la po-
tenza delle tempeste, se non portavano che piacere, gra-
dimento, piccola felicit. Egli cercava altro. Dorare con
lucente orpello una corona di Maria elegante come un
merletto non era lavoro per lui, anche se ben pagato.
Perch maestro Nicola prendeva tutte queste commissio-
ni? Perch si teneva due aiutanti? Perch stava ad ascol-
tare per ore ed ore, con le misure in mano, quei sena-
tori e quei preposti, quando gli ordinavano un portale o
un pulpito? Per due ragioni, due ragioni meschine: per-
ch teneva a essere l'artista celebre e coperto di com~
missioni e perch voleva accumular denaro, denaro non
per grandi imprese o grandi piaceri, ma denaro per sua
figlia, ch'era gi da un pezzo una fanciulla ricca, dena-
ro per il corredo di lei, per colletti di pizzo e vesti di
broccato, per un letto matrimoniale in noce, pieno di co-
perte e di lenzuola preziose! Come se la bella ragazza
non potesse sperimentare l'amore altrettanto bene in un
fienile qualsiasi!
In quelle ore di meditazione s'agitava profondo in Boc-
cadoro il sangue della madre, l'orgoglio e il disprezzo del
vagabondo per i sedentari e i possidenti. A volte il me-
stiere e il maestro gli erano odiosi come i fagiolini col
filo, spesso era sul punto di scappare.
Anche il maestro s'era gi pentito pi d'una volta e
amaramente di aver aderito alla preghiera di quel gio-
vanotto dal carattere difficile, su cui non si poteva far
conto e che aveva messo a dura prova la sua pazienza.
Ci ch'era venuto a sapere del tenore di vita di Bocca-
doro, della sua indifferenza per il denaro e per la pro-
priet, della sua prodigalit, dei suoi molti amori, delle
sue risse frequenti, non poteva indurlo a maggior mitez-
za: s'era preso in casa uno zingaro, un compagno infi-
do. Inoltre non gli era sfuggito con che occhi quel vaga-
bondo guardasse sua figlia Elisabetta. Se tuttavia eser-
citava con lui maggior pazienza di quel che gli fosse age-
vole, non lo faceva per senso di dovere o per imbarazzo;
ma per amore dell'apostolo Giovanni, che vedeva na-
scere sotto i suoi occhi. Con un sentimento di amore e
di affinit spirituale che non confessava del tutto a se
stesso, il maestro osservava quello zingaro, venuto a lui
dal boschi, scolpire a poco a poco, capricciosamente ma
con tenacia infallibile, su quel primo disegno cos com-
movente e cos bello malgrado la sua inesperienza, gra-
zle al quale allora egli l'aveva tenuto presso di s, la
figura in legno del discepolo. Non ostante tutti i capricci
e le interruzloni, un giorno essa sarebbe giunta a c,ompi-
mento, il maestro non ne dubitava, e allora sarebbe stata
un'opera quale nessuno dei suoi lavoranti avrebbe mai
potuto fare, quale poche volte riesce anche ai grandi mae-
stri. Per quante cose egli disapprovasse nel suo scolaro,
per quanti rimproveri gli rivolgesse, per quanto fosse spes-
so furente contro di lui, del suo Giovanni non gli diceva
mai una parola.
Quel resto di grazia adolescente e d'ingenuit fanciul-
lesca, che aveva attirato a Boccadoro tante simpatie, era
andato a poco a poco perdendosi negli ultimi anni. Egli
era diventato un bell'uomo forte, molto ambito dalle don-
ne, poco amato dagli uomini. Anche il suo animo, il suo
aspetto intimo, si era molto mutato, da quando Narciso
l'aveva destato dal dolce sonno dei suoi anm di conven-
to, da quando l'avevano plasmato il mondo e la vlta
vagabonda. Il grazioso scolaro mlte e benvoluto da tuttl,
pio e servizievole, s'era trasformato da tempo in tutt'al-
tro uomo. Narciso l'aveva destato, le donne lo avevan
reso sapiente, il vagabondaggio gli aveva fatto perder le
grazie della prima giovinezza. Amici non ne aveva, il suo
cuore apparteneva alle donne. Queste potevano conqul-
starlo facilmente, bastava uno sguardo di desiderio. Era
difficile ch'egli sapesse resistere a una donna; risponde-
va alla minima seduzione. E sebbene avesse un senso
molto delicato della bellezza e amasse sopra tutto le fan-
ciulle giovanissime, nello sboccio della loro primavera, si
lasciava tuttavia commuovere e sedurre anche dalle don-
ne meno belle e non pi giovani. Nelle sale da ballo rl-
maneva talvolta accanto ad una ragazza matura e sco-
raggiata, che nessuno voleva e che lo conqulstava per le
vie della compassione non solo, ma anche di una curio-
sit sempre desta. E appena cominciava a darsl ad una
donna - fosse per settimane o soltanto per qualche ora
- essa diventava bella per lui ed egli le si dava tutto.
L'esperienza gli aveva insegnato che ogni donna e bella e
pu donare felicit, che quella meno apparlsCente e di-
sprezzata dagli uomini capace di un ardore e di una
dedizione inaudite, che quella sfiorita ricca di una te-
nerezza dolce e malinconica pi che materna, che ogni
donna ha il suo segreto e il suo fascino, la cui rivelazlo-
ne pu render felici. In questo tutte le donne erano ugua-
li. Ogni mancanza di giovinezza e di bellezza era com-
pensata da qualche atteggiamento particolare. Certo non
tutte potevano tenerlo avvinto per un'ugual durata di tem-
po. Verso la pi giovane e la pi bella egli non era di
un'ombra pi affettuoso o pi grato che verso la brutta,
non amava mai a met. Ma c'erano donne che comincla-
vano veramente ad avvincerlo dopo tre o dopo dieci not-
ti d'amore, e altre che gi dopo la prima volta erano
esaurite e dimenticate.
Amore e volutt gli parevano l'unica cosa che potesse
davvero scaldare la vita, e darle un valore. L'ambizione
gli era sconosciuta, per lui un vescovo o un mendicante
valevano lo stesso; anche il guadagno e la propriet non
riuscivano ad interessarlo; li disprezzava, non avrebbe mai
fatto per essi il minimo sacrificio e gettava via spensiera-
tamente il denaro, che in certi periodi guadagnava in ab-
bondanza. L'amore delle donne, il gioco dei sessi stava
per lui in cima a tutto e il fondo della sua frequente
tendenza alla malinconia e al disgusto aveva origine nel-
l'esperienza di quanto sia instabile e fugace la volutt.
L'accendersi repentino e incantevole del piacere amoroso,
il suo breve ardere appassionato, il suo rapido spegner-
si: ecco ci che per lui conteneva il nocciolo di ogni espe-
rienza, ci che diventava per lui l'immagine di ogni de-
lizia e di ogni dolore della vita. A quella tristezza e al
brivido provocato dalla fugacit del piacere egli poteva
abbandonarsi con la stessa dedizione che all'amore, e
anche quella malinconia era amore. Come l'estasi d'amo-
re nel momento della sua massima tensione e felicit
sicura di dover scomparire e morire l'istante appresso, co-
s l'intima solitudine e l'abbandono alla tristezza eran
sicuri d'essere a un tratto inghiottiti dal desiderio, da un
nuovo volgersi al lato luminoso della vita. Morte e volut-
t erano una cosa sola. La madre della vita si poteva
chiamare amore o piacere, si poteva chiamare anche tom-
ba e corruzione. La madre era Eva, era la fonte della
felicit e la fonte della morte, generava eternamente, uc-
cideva eternamente, in lei amore e crudelt erano una
cosa sola, e pi egli portava in s la sua figura, pi essa
~iventava per lui un simbolo sacro. Egli sapeva non con
le parole e con la coscienza, ma con la voce pi profon-
~a del sangue, che la sua vita conduceva alla madre, al-
la volutt e alla morte. Il lato paterno della vita, lo spi-
rito, la volont non erano la sua patria. Quella era la pa-
tria di Narciso, e solo allora Boccadoro comprendeva a
fondo le parole dell'amico e vedeva in lui il proprio con-
trapposto e questo appunto voleva rappresentare e ren-
dere visibile nella sua figura di Giovanni. Si poteva sen-
tire fino alle lacrime la nostalgia di Narciso, si poteva so-
gnare meravigliosamente di lui... ma raggiungerlo, diven-
tare come lui, non si poteva.
Con un senso misterioso Boccadoro presentiva anche il
segreto della sua natura d'artista, del suo profondo amo-
re per l'arte e a volte del suo odio violento contro di es-
sa. Intuiva, senza pensiero, col sentimento, in molteplici
immagini, che l'arte era un'unionc del mondo paterno e
materno, dello spirito e del sangue; poteva cominclare
nella sfera pi sensuale e condurlo in quella pi astrat-
ta, o anche prender le mosse in un puro mondo d'idee e
finire nella carne pi sanguigna. Tutte quelle opere d'ar-
te, ch'erano veramente sublimi e non solo bei giochetti
di prestigiatore, quelle che erano pregne dell'eterno mi-
stero, per esempio quella Madonna del maestro, tutte le
opere genuine e indubbie di un artista avevano questo
duplice aspetto pericoloso e sorridente, questo carattere
maschile e femminile, questo insieme d'istinto e di pura
spiritualit. Ma pi di tutte la Madre Eva avrebbe mo-
strato un giorno questo doppio volto, se un giorno egli
fosse riuscito a rappresentarla.
Nell'arte e nell'essere artista stava per Boccadoro la
possibilit di una conciliazione dei suoi contrasti pi pro-
fondi, oppure di una figurazione simbolica splendida e
sempre nuova del dissidio della sua natura. Ma l'arte
non era un puro dono, non si poteva avere per niente,
costava moltissimo, esigeva sacrifici. Per pi di tre anni
Borcadoro le aveva sacrificato ci ch'egli conosceva di
pi alto e di pi indispensabile accanto alla volutt del-
l'amore: la libert. L'essere libero, il vagare nell'infinito,
l'arbitrio della vita . errabonda, la solitudine e l'indipen-
denza, tutto questo egli aveva gettato da s. Gli altri po-
tevano giudicarlo capriccioso, insubordinato e prepotente,
quando talvolta abbandonava infuriato l'officina e il la-
voro: per lui quella vita era una schiavit, che spesso lo
amareggiava fino a diventargli insopportabile. Non al mae-
stro egli doveva ubbidire, n all'avvenire, n al bisogno,
ma all'arte. L'arte, questa dea apparentemente cos spiri-
tuale, aveva d'uopo di tante cose futili! Di un tetto so-
pra il capo, di strumenti, di legni, di creta, di colori, di
oro: esigeva lavoro e pazienza. Ad essa egli aveva sa-
crificato la libert selvaggia dei boschi, l'ebbrezza dello
spazio, l'aspra volutt del pericolo, l'orgoglio della mlse-
ria e doveva rinnovare continuamente il sacrificio, con la
goia strozzata e la bava alla bocca.
Ritrovava una parte di ci che sacrificava, e si vendi-
cava un poco della schiavit di quella vita ordinata e
sedentaria, in alcune avventure che si collegavano con
l'amore, nelle risse coi rivali. Tutta l'impetuosit frenata,
tutta la forza repressa della sua natura si sfogava da
quella valvola; egli divenne un noto e temuto rissaiolo.
In istrada per recarsi da una ragazza o di ritorno dal
ballo, essere assalito a un tratto in un viottolo scuro, ri-
cevere un paio di bastonate, rivoltarsi fulmineo e passa-
re dalla difesa all'attacco, stringere ansando il nemico
boccheggiante, mettergli il pugno sotto il mento, prenderlo
per i capelli o afferrarlo energicamente alla gola, era cosa
che gli piaceva moltissimo e guariva per un po' di tem-
po i suoi umori tetri. E piaceva anche alle donne.
Tutto ci riempiva le sue giornate e tutto aveva anche
un senso, fin che durava il lavoro intorno al discepolo Gio-
vanni. Questo si protrasse a lungo e gli ultimi tocchi de-
licati alla modellazione del volto e delle mani furono da-
ti in un raccoglimento pa2iente e solenne. Port a termi-
ne il suo lavoro in uno stanzino per il deposito dei legni
dietro l'officina dei lavoranti. Venne finalmen~e la mat-
tina in cui la figura fu pronta. Boccadoro prese una sco-
pa, spaz20 con cura lo stanzino, tolse delicatamente col
pennello l'ultima polvere di legno dai capelli del suo Gio-
vanni e rimase a lungo davanti ad esso, un'ora e pi, in-
vaso dal sentimento solenne di un avvenimento grande
e raro, che poteva forse ripetersi ancora una volta nella
sua vita, ma forse poteva anche rimanere unico. Un uo-
mo nel giorno delle sue noz2e o in cui venga armato ca-
valiere, una donna dopo il primo parto deve sentire qual-
cosa di simile agitarsi nel suo cuore, un'alta consacra-
zione, una seriet profonda e insieme gi il timore segre-
to di quel momento, in cui anche quest'esperienza unica
e sublime sia vissuta, passata, classificata ed inghiottita
dal corso normale della vita.
Immobile guardava l'amico Narciso, la guida dei suoi
anni giovanili, l davanti a lui, con la testa alta in ascol-
to, nella veste del bel discepolo favorito, con un'espressio-
ne di calma, di dedizione e di piet ch'era come il ger-
moglio d'un sorriso. A quel volto bello, pio e spirituale,
a quella figura slanciata, quasi librata, a quelle mani lun-
ghe, levate in un pio gesto di grazia, il dolore e la mor-
te non erano ignoti, quantunque fossero pieni di giovinez-
za e di musica intima; ma ignoti erano loro la dispera-
zione, il disordine, la rivolta. Lieta o triste che fosse l'a-
nima dietro quei nobili lineamenti, era intonata a pureZ-
za, non tollerava dissonanze.
Boccadoro, immobile, osservava l'opera sua. La contem-
plazione, cominciata come un'adorazione al monumento
della sua prima giovinez2a e della sua amicizia, fin con
una tempesta di ansie e di pensieri gravi. Ecco l la sua
opera: il bel discepolo sarebbe rimasto e la sua fioritura
delicata non avrebbe mai avuto fine. Egli invece, che l'a-
veva creato, doveva ormai prender congedo dalla propria
opera, gi l'indomani essa non gli apparterrebbe pi, non
aspetterebbe pi le sue mani, non crescerebbe e fiorireb-
be pi sotto di esse, non sarebbe pi per lui rifugio, con-
forto e senso della vita. Egli rimaneva vuoto. E gli pa-
reva che il meglio sarebbe stato prender congedo quel
giorno stesso non solo dal suo Giovanni, ma anche dal
maestro, dalla citt e dall'arte. Egli non aveva pi nulla
da fare in quel luogo; non c'erano immagini nella sua
anima, che potesse rappresentare. La vagheggiata imma-
gine delle immagini, la figura della Madre degll uomml
non gli era ancora raggiungibile, e per lungo tempo. Do-
veva rimettersi a lustrare figurine d'angelo, o a Intagha-
re ornamenti?
Si strapp di l e pass nell'officina del maestro. Entr
piano e rimase sulla soglia, finch Nicola lo vide e lo
chiam.--Che c' Boccadoro?
-- La mia statua finita. Potreste forse venir un mo-
mento a guardarla prima d'andare a tavola.
--Volentieri, vengo subito.
Passarono insieme nello stanzino, lasciando la porta
aperta perch ci fosse pi luce. Nicola non aveva visto
la figura da parecchio tempo e aveva lasciato lavorare
Boccadoro senza disturbarlo. Ora osservava l'opera con sl-
lenziosa attenzione, e il suo volto chiuso si faceva bello
e luminoso: Boccadoro vide i suoi occhi azzurri e severi
diventare sereni.
-- Bene, -- disse il maestro. -- Molto bene. E la tua
prova d'esame, Boccadoro: ora hai finito d'imparare. Mo-
strer la tua figura a quelli della corporazione e chiede-
r che ti diano un diploma di maestro: l'hai meritato.
Boccadoro dava poca importanza alla corporazione, ma
sapeva quale elogio significassero le parole del maestro,
e ne fu lieto.
Nicola, rigirando lentamente intorno alla statua del
Giovanni, disse con un sospiro: -- Questa figura pie-
na di religiosit e di chiarezza, seria, ma ricca di feli-
cit e di pace. Si direbbe fatta da un uomo che ha in
cuore molta luce, molta serenit.
Boccadoro sorrise.
-- Sapete che in questa figura io non ho rappresenta-
to me stesso, ma il mio pi caro amico. Egli vi ha por-
tato la chiarezza e la pace, non io. Non sono stato io a
creare quell'immagine, egli me l'ha messa nell'anima
-- Pu darsi, --disse Nicola.--E un mistero, in che
modo nasca una figura come questa. Io non sono preci-
samente umile ma debbo dire: ho fatto molte opere che
sono di gran iunga inferiori alla tua, non per arte e per
accuratezza, ma per verit. Via, lo sai tu stesso, un'ope-
ra simlle non si ripete. E un mistero.
-- S, -- disse Boccadoro, -- quando ebbi terminata
la figura e la guardai, pensai fra me: un'opera come que-
sta non ti riuscir una seconda volta. Perci, maestro
credo che presto ritorner alla vita del vagabondo.
Nicola lo guard stupito e malcontento.
--Ne riparleremo. Il lavoro per te dovrebbe comin-
ciare proprio ora, non questo davvero il momento di
scappare Ma per oggi fai vacanza, e a mezzogiorno sarai
mlo osplte.
A mezzogiorno Boccadoro arriv, pettinato e lavato, con
l'abito della festa. Questa volta sapeva quanta importan-
za avesse e che raro favore fosse un invito alla mensa del
maestro. Ma, mentre saliva la scala che conduceva al ve-
stibolo tutto adorno di statue, era ben lungi dal sentire
in s il rispetto e la timida gioia dell'altra volta, quando
era entrato col batticuore in quelle belle stanze silenziose
Anche Elisabetta era elegante, con una catena ornata
di pietre preziose intorno al collo; e a tavola, oltre al
carpione e al vino, ci fu un'altra sorpresa il maestro gli
regal un borsellino di cuoio con due monete d'oro: il
suo compenso per la statua eseguita
Questa volta egli non rimase muto, mentre padre e fi-
glia chiacchieravano fra loro. Entrambi gli rivolgevano la
parola e fu fatto un brindisi. Gli occhi di Bo~cadoro non
stavano oziosi; coglieva l'occasione per osservare atten-
tamente la bella ragazza dal viso aristocratico e un poco
altero, e i suoi sguardi non dissimulavano quanto gli pia-
cesse. Ella si mostrava gentile con lui, senza per arros-
sire n riscaldarsi, e ci lo lasciava deluso. Egli tornava
a sentir vivo il desiderio di costringere quel bel volto im-
mobile a parlare e a rivelare il suo segreto.
Dopo tavola ringrazi, rimase un poco ad ammirare le
sculture in legno del vestibolo, poi pass il pomeriggio a
zonzo per la citt, indeciso e sfaccendato. Era stato molto
onorato dal maestro, oltre ogni aspettativa. Perch ci non
lo rendeva lieto? Perch tutto quell'onore sapeva cos po-
co di festa per lui?
Gli venne un'ispirazione e la segu: prese a nolo un
cavallo e si diresse verso il convento, dove un giorno ave-
va visto per la prima volta l'opera del maestro e udito
il nome di lui. Eran passat due anni e gli pareva un
tempo infinito. Nella chiesa del convento visit e contem-
pl la Madre di Dio, che ancora una volta lo soggiog
e lo rap; era pi bella del suo Giovanni, pari per pro-
fondit intima e misteriosa, ma superiore per arte, per ll-
bero slancio etereo. Egli scorgeva ora nell'opera partlco-
lari che solo l'artista vede, movimenti lievi e delicati nel-
la veste, arditezze nella formazione delle lunghe mam e
delle dita, fini accorgimenti nello sfruttare le accidenta-
lit nella struttura del legno... tutte queste belle7ze non
erano nulla in confronto dell'insieme, della semplicit e
sincerit della visione, ma esistevano ed erano molto bel-
le, e anche nell'artista pi ispirato eran possibili solo
quando conoscesse a fondo il suo mestiere. Per ragglun-
gere di questi effetti, uno doveva avere non soltanto l'a-
nima ricca d'immagini, ma anche gli occhi e le mam me-
ravigliosamente addestrati ed esercitati. Forse valeva dun-
que la pena di metter tutta la propria vlta al servlzlo
dell'arte, a prezzo della libert, a prezzo delle grandi espe-
rienze, pur di riuscir a produrre qualcosa di cos bello,
non solo vissuto, contemplato e concepito in amore, ma
anche eseguito con sicura maestria fin nell'ultimo partl-
colare? Era una grande queStlOne.
Boccadoro ritorn in citt a notte tarda col cavallo
stanco. C'era ancora aperta un'osteria: mangi del pane
e bevette del vino, poi sal nella sua camera in plaZZa
del mercato del pesce; era in disaccordo con se stesso,
pieno di domande, pieno di dubbi.
C~PITOLO Xll
Il giorno dopo Boccadoro non seppe decidersi ad an-
dare all'officina. Come gi in tante altre giornate di cat-
hvo umore, cammin a zonzo per la citt. Vide le donne
e le ragaze che andavano al mercato, sost specialmen-
te presso la fontana, osservando i mercanti di pesce e le
loro donne vigorose, mentre offrivano in vendita e decan-
tavano la loro merce, mentre estraevano dai loro tini i
pesci freddi e argentei, alcuni dei quali s'arrendevano
quleti alla morte, con la bocca dolorosamente aperta e gli
occhi d'oro fissi in un'espressione d'angoscia, altri inve-
ce Si rlbellavano furenti e disperati. Come gi tante vol-
te, lo prendeva una viva compassione per quelle bestie
e una trlste indignazione contro gli uomini; perch que-
sti erano cos ottusi e roz2i e inconcepibilmente stolti e
miopl, perch tutti quanti non vedevano nulla, n i pe-
scatori n le pesclvendole n i compratori che tiravan sul
prez2o; perch non vedevano quelle bocche, quegli occhi
spaventatl a morte e quelle code che si dibattevano vio-
lentemente, non vedevano quella tremenda lotta dispe-
rata e vana, quell'Insopportabile trasformazione dei mi-
sterlosl ammall cos meravigliosamente belli, che rabbri-
vldivano nell'ultlmo lieve tremito sulla pelle morente e
pOI giacevano mortl e spenti, lunghi e tirati, miseri pezzi
di carne per la tavola del ghiottone soddisfatto? Nulla
vedevano questi uomin, nulla sapevano e osservavano
nulla parlava loro! Che importava se un povero grazioso
animale s'irrigidiva sotto i loro occhi, o se un maestrO
rendeva visibile in un volto santo la speranza, tutta la
nobllt, tutto il dolore e tutta la cupa, stringente ango-
scla della vita umana, fino a darne il brivido?... Nulla ve-
devano, nulla li commoveva! Tutti erano soddisfatti o af-
faccendati, avevano interesse, avevano fretta, gridavano,
ridevano, si ruttavano in faccia, facevan chiasso, facevan
dello spirito, urlavano per due soldi, e tutti stavano bene,
tutti erano in regola, soddisfattissimi di s e del mondo.
Porci erano, ah, molto peggio, molto pi sozzi dei por-
ci! Anch'egli, vero, era stato spesso in mezzo a loro e
s'era sentito contento fra i suoi simili e aveva fatto la
corte alle ragazze e aveva mangiato ridendo senza orrore
i pesci arrostiti. Ma poi sempre, talora tutt'a un tratto
come per incanto, la gioia e la tranquillit l'avevano ab-
bandonato e quell'illusione grassa e corpacciuta era ca-
duta dal suo spirito, quella soddisfazione di s, quell'im-
portanza e quella calma stagnante dell'anima, e s'era sen-
tito trascinar via nella solitudine e nella fantastlcherla
tormentata, spinto alla vita vagabonda, alla contempla-
zione del dolore, della mortc, dell'incertezza d'ogm attl-
vit, costretto a fissar gli occhi nell'abisso. Talvolta al-
lora da quel suo disperato abbandono alla visione dell'as-
surdo e del pauroso gli era'sbocciata una gioia improv-
visa, un innamoramento appassionato, la voglia di canta-
re una bella canzone o di disegnare; oppure, odorando
un fiore, giocando con un gatto, gli era tornato l'accordo
ingenuo con la vita. Anche questa volta sarebbe tornato,
domani o dopodomani, e il mondo sarebbe stato di nuo-
vo buono e meraviglioso: fino a quando non ritornasse
un'altra volta la tristezza, la fantasticheria tormentosa,
l'amore opprimente e senza speranza per i pesci morl-
bondi, per i fiori che appassiscono, l'orrore per il quietO
vivere degli uomini, sozzo ed ottuso, per il loro star a
bocca aperta e non vedere. In questi momenti il suo pen-
siero riandava sempre con penosa curiosit e con angOsCIa
profonda a Vittore, al goliardo vagante, a cui un glorno
aveva piantato il coltello fra le costole e che aveva ab-
bandonato, coperto di sangue, sui rami d'abete; e pensa-
va e ripensava che mai poteva esser avvenuto di quel
Vittore: se gli animali l'avevano divorato del tutto, o se
qualcosa di lui era rimasto. S, rimaste eran certo le os-
sa e forse qualche ciuffo di capelli. E le ossa... che avver-
rebbe di loro, quanto tempo dovrebbe passare, decenni
o solo anni, prima che anch'esse perdessero la loro for-
ma e diventassero terra?
Ecco, in quel momento, mentre guardava i pesci con
compassione e la gente del mercato con disgusto, il cuo-
re gonfio d'inquieta tristezza e di amara ostilit per il
mondo e per se stesso, doveva pensare a Vittore. Forse
era stato trovato e sepolto? E se ci era avvenuto... Ia
sua carne s'era ormai staccata tutta dalle ossa, tutto era
ormai putrefatto, tutto avevano divorato i vermi? C'era-
no ancora capelli sul suo cranio e sopracciglia sopra le
sue orbite? E della vita di Vittore, ch'era pur stata pie-
na d'avventure e di storie, e del gioco fantastico dei suoi
scherzi e delle sue curiose barzellette... che n'era rimasto?
Oltre ai pochi ricordi che conservava di lui il suo ucci-
sore, sopravviveva ancora qualcosa di quell'esistenza uma-
na, che pure non era stata delle pi comuni? C'era an-
cora un Vittore nei sogni delle donne che l'avevano ama-
to? Ah, tutto probabilmente finito e dileguato! E questa
era la sorte di tutti e di tutto, fiorire in fretta ed in fret-
ta appassire: poi cadeva sopra la neve. Che magnifico
rigoglio c'era stato in lui stesso, Boccadoro, quando po-
chi anni prima era giunto in quella citt, con l'anima
piena d'aspirazioni artistiche e di timida e profonda ve-
nerazione per il maestro Nicola! E che cosa era rimasto
di tutto questo? Nulla, nulla pi di quanto rimanesse
della lunga figura di brigante del povero Vittore. Se al-
lora qualcunq gli avesse detto che sarebbe venuto un
giorno in cui Nicola lo avrebbe riconosciuto suo pari e
avrebbe chiesto per lui alla corporazione il diploma di
maestro, egli avrebbe creduto di aver fra le mani tutta
la felicit del mondo. Ed ecco che questo non era or-
mal plu che un fiore avvizzito, una cosa arida e senza
gioia.
Mentre era immerso in questi pensieri, Boccadoro, ebbe-
all'improvviso una visione. Fu un momento solo, il lam-
peggiar d'un baleno: vide il volto della Madre primi-
genia, chino sopra l'abisso della vita, con un sorriso vago
e uno sguardo bello e crudele, lo vide sorridere alle na-
scite, alle morti, ai fiori, alle foglie crepitanti dell'autun-
no, sorridere all'arte, sorridere alla putrefazione.
Tutto aveva lo stesso valore per la Madre dei viventi,
sopra tutto vagava, come la luna, il suo sorriso inquietan-
te, a lel era altrettanto caro Boccadoro con le sue ma-
linconiche meditazioni quanto il carpione morente sul sel-
ciato del mercato dei pesci, era altrettanto cara la super-
ba e fredda signorina Elisabetta quanto le ossa, disperse
nella foresta, di quel Vittore che un giorno gli avrebbe
rubato tanto volentieri il suo ducato.
Gi il lampo s'era spento e il misterioso volto della
Madre era scomparso. Ma il suo bagliore scialbo guizza-
va ancora in fondo all'anima di Boccadoro, e un'ondata
di vita, di dolore, di opprimente nostalgia tumultuava nel
suo cuore. No, no, egli non voleva la felicit e la sazle-
t degli altri, dei compratori di pesce, dei cittadini, della
gente affaccendata. Che il diavolo li portasse! Ah, quel
viso pallido e balenante, quella bocca piena, matura, d'e-
state avanzata, sulle cui labbra grevi era passato come
una folata di vento e come un raggio di luna quell'in-
definibile sorriso di morte!
Boccadoro and a casa del maestro: era verso mezzo-
giorno; attese fin che ud Nicola lasciar il lavoro e lavar-
si le mani. Allora entr da lui.
-- Permettetemi di dirvi due parole, maestro: posso
farlo mentre vi lavate le mani e indossate la giubba. Ho
sete d'una boccata di verit, vorrei dirvi qualcosa che
forse ora so dire e poi non pi. Mi trovo in uno stato,
in cui bisogna che parli con qualcuno, e VOI siete il solo
che forse mi pu capire. Non parlo all'uomo che pos-
siede un'officina famosa e riceve onorevoli incarichi da
citt e da conventi e ha due assistenti e una casa bella
e ricca. Parlo al maestro che ha fatto quella Madonna
laggi nel chiostro, la pi bella figura che io conosca
Quest'uomo io ho amato e venerato, diventar suo parl
mi sembrava la meta pi alta di questa terra. Ora ho
creato anch'io una figura, il Giovanni, non l'ho saputa fa-
re cos perfetta come la vostra Madre di Dio, ma insom-
ma quel che . Non ne ho un'altra da fare, non c'
nessuna immagine che mi chiami, che mi costringa a
rappresentarla. O meglio, ce n' una, una sacra immagi-
ne lontana, che un giorno dovr, ma che oggi non posso
ancora rappresentare. Per riuscirvi debbo vivere ancora
molto e arricchirmi d'altre esperienze. Forse potr fra tre,
quattro anni, o fra dieci, o pi tardi ancora, o anche
mai Ma fino a quel momento, maestro, non voglio eser-
citar il mestiere e verniciar figure e intagliar pulpiti e con-
durre una vita d'artigiano nell'officina e guadagnar de-
naro e diventar simile a tutti gli artigiani; non voglio
questo, io voglio vivere e girovagare, sentire l'estate e
l'inverno, guardare il mondo, sperimentare la sua bellez-
za e il suo orrore. Io voglio soffrire la fame e la sete e
voglio dimenticarmi, liberarmi di tutto quello che ho vis-
suto e imparato qui da voi. Desidererei bens di poter fa-
re un giorno qualcosa di cos profondamente commo-
vente come la vostra Madre di Dio... ma diventare co-
me voi, vivere come voi vivete non voglio.
Il maestro che s'era lavato e asciugato le mani, si vol-
t verso Boccadoro e lo guard. Il suo volto era severo,
ma non in collera.
-- Tu hai parlato, -- disse, -- e io ho ascoltato. Ba-
sta cos. Non ti aspetto al lavoro, quantunque ci sia mol-
to da fare. Non ti considero come un mio aiutante: tu
hai bisogno di libert. Vorrei discutere di alcune cose
con te, caro Boccadoro: non ora, fra qualche giorno; in-
tanto puoi passare il tempo come ti pare. Vedi, io sono
molto pi vecchio di te e ho parecchie esperienze. Penso
in un altro modo, ma ti capisco e so quello che intendi.
Fra un po' di giorni ti far chiamare. Parleremo del tuo
avvenire: ho diversi progetti. Fino allora abbi pazienza!
So bene quel che si prova quando si terminata un'opera
che stava a cuore, conosco codesto senso di vuoto. Pas-
sa, credimi.
Boccadoro se n'and insoddisfatto. Il maestro era ben
intenzionato verso di lui, ma come poteva aiutarlo?
Egli conosceva un punto del fiume, dove l'acqua non
era alta e scorreva sopra un fondo pieno di rottami e
di rifiuti; dalle case del sobborgo dei pescatori vi getta-
vano dentro ogni sorta d'immondizie. Si rec l, sedet-
te sul muro di sponda e guard gi nell'acqua. Egli ama-
va molto l'acqua, ogni acqua lo attraeva. E guardando
di lass, attraverso la corrente cristallina, il fondo cupo
e indistinto, si vedevan qua e l luccicare e scintillare
con un baglior d'oro smorzato e suggestivo, cose irricono-
scibili,.forse un vecchio coccio di piatto, o una falce stor-
ta gettata via, o un tegolo smaltato, talvolta poteva es-
sere anche uno di quei pesci che vivono nella melma, un
grosso capitone od una lasca, che si voltolava laggi e
riceveva per un attimo sulle chiare pinne del ventre e
sulle scaglie un raggio di luce... non si poteva mai rico-
noscere con precisione di che si trattasse, ma aveva sem-
pre un fascino magico e suggestivo quel subitaneo e smor-
zato scintillar d'aurei tesori, immersi nel fondo umido e
nero. Simili a questo piccolo mistero dell'acqua gli pare-
va che fossero tutti i misteri veri, tutte le immagini rea-
li dell'anima: non avevano contorno, non avevano for-
ma, la lasciavano solo presentire come una bella possibili-
t lontana, erano velati ed ambigui. Come l nella pe-
nombra della verde profondit fluviale brillava col guizzo
d'un baleno qualcosa d'indefinibile fra l'oro e l'argento,
un nulla e pur ricco delle pi liete promesse, cos il pro-
filo vago d'un uomo, veduto di scorcio, poteva talvolta
annunciare qualcosa d'infinitamente bello o d'immensa-
mente triste, oppure come nella notte sotto un carro da
trasporto pendeva una lanterna e proiettava sui muri le
ombre giganti e gigantesche dei raggi delle ruote, questo
gioco d'ombre poteva per la durata d'un minuto esser
pieno di visioni, d'avvenimenti e di storie come tutto Vir-
gilio. Della stessa stoffa magica e irreale eran tessuti i
sogni notturni, un nulla che conteneva in s tutte le im-
magini del mondo, un'aCqua nel Cui cristallo stavano le
forme di tutti gli uomini, di tutti gli animali, degli an-
geli e dei demoni, come possibilit sempre deste.
Boccadoro si sprofond di nuovo in quel gioco, fiss
perdutamente il fiume che scorreva, vide tremare sul fon-
do bagliori informi, immagin corone regali e bianche
spalle di donne. Una volta, a Mariabronn, si rammenta-
va d'aver veduto nelle lettere latine e greche simili for-
me di sogno, simili trasfigurazioni magiche; non ne ave-
va parlato con Narciso allora? Ah, quando era stato,
quante centinaia d'anni addietro? Ah, Narciso! Per ve-
der lui, per parlare un'ora con lui, per tenere la sua ma-
no, per udire la sua voce calma e saggia, avrebbe dato
volentieri i suoi due ducati d'oro.
Ma perch queste cose erano cos belle, questo rilucer
d'oro sotto l'acqua queste ombre e queste intuizioni, tut-
te queste visioni irreali e fatate... perch erano cos inef-
fabilmente belle e davano tanta felicit, se erano pro-
prio il contrario di ci che di bello pu fare un artista?
Giacch, se la bellezza di quelle cose indefinibili era sen-
za forma e stava soltanto nel mistero, nelle opere del-
l'arte avveniva precisamente il contrario, esse eran tutte for-
ma, parlavano perfettamente chiaro. Nulla era pi ineso-
rabilmente chiaro e definito della linea di una testa o di
una bocca disegnata o scolpita nel legno. Con una preci-
sione matematica egli avrebbe saputo riprodurre in un di-
segno il labbro inferiore o le palpebre della Madonna di
Nicola; l non c'era nulla d'indefinito, d'illusorio, d'eva-
nescente.
Boccadoro s'abbandonava tutto a queste riflessioni. Non
riusclva a spiegarsi come fosse possibile che quanto si po-
teva pensare di pi determinato e di pi formato agisse
sull'anima allo stesso modo come ci che v'era di pi
inafferrabile e di pi informe. Una cosa per gli si rive-
l in questa meditazione: perch tante opere d'arte inap-
puntabili e ben fatte non gli piacessero e, non ostante una
certa bellezza, gli riuscissero noiose, quasi odiose. Offici-
ne, chiese e palazzi erano pieni di queste opere insoppor-
tabill, egli stesso aveva lavorato ad alcune di esse. Da-
vano una delusione profonda, perch mancava loro l'es-
senziale: il mistero. Questo era ci che avevano in co-
mune il sogno e l'opera d'arte pi perfetta: il mistero.
Boccadoro pensava ancora: un mistero appunto quel-
lo che io amo, che io inseguo che pi volte ho veduto
balenarmi dinanzi e che, se mi sar possibile un giorno,
vorrei rappresentare da artista e costringere a rivelarsi E
la figura della grande generatrice, della Madre primige-
nia: e il suo mistero non sta, come quello di un'altra
figura, in questa o quella singolarit, in una particolare
pienezza o magrezza, solidit od eleganza, forza o gra-
zia, bens nell'aver riuniti in s e pacificati i pi grandi
contrastl, altrimenti inconciliabili nel mondo. nascita e
morte, bont e crudelt, vita e annientamento. Se io aves-
Sl escogltato da me questa figura, se fosse solo un gioco
del mlo pensiero o un ambizioso desiderio d'artista, po-
co importerebbe, io potrei capire le sue manchevolezze e
dimenticarla. Ma la Madre primigenia non un pensiero
perch l'ho inventata io, l'ho veduta! Essa vive in me
l'ho ripetutamente incontrata, La presentii la prima vol-
ta, quando in un villaggio, una notte d'inverno, dovetti
tenere il lume sopra il letto di una contadina partorien-
te: allora l'immagine cominci a vivere in me. Spesso
stata lontana e perduta, lungo tempo, ma poi a un trat-
to mi rlbalena davantl, anche oggi. L'immagine della mia
propria madre, un tempo la pi cara per me, si com-
pletamente trasformata in questa nuova e vi sta dentro
come il nocciolo in una ciliegia.
Sentiva poi chiaramente la sua situazione attuale, l'an-
sia innanzi a una decisione. Non meno d'allora, quando
aveva detto addio a Narciso e al convento, Si trovava
su di una via importante: la via verso la Madre. Forse
un giorno dalla Madre sarebbe uscita una figura plasma-
ta e a tutti visibile, un'opera delle sue mani. Forse l sta-
va la meta, l era celato il senso della sua vlta. Forse;
non lo sapeva. Ma una cosa sapeva: segulre la Madre,
essere in cammino verso di lei, attratto, chiamato da lel,
era bene, era vita. Forse non avrebbe mai saputo rappre-
sentare la sua immagine, forse sarebbe rimasta sempre so-
gno, presentimento, attrattiva, aureo balemo di un sacro
mistero. Ebbene, in ogni caso egli doveva seguirla, a le
doveva affidare il suo destino, era lei la sua stella.
Ed ecco che la decisione s'era fatta imminente, tutto
era diventato chiaro. L'arte era una bella cosa, ma non
era una dea n una meta, non lo era per lui; non l'arte
egli doveva seguire, solo il richiamo della Madre. A che
poteva giovare render sempre plu abfli le sue dita. In
maestro Nicola si poteva vedere dove ci conducesse. Con-
duceva alla gloria e alla fama, al denaro e alla vita se-
dentaria, e a un inaridimento e intristimento di quei sen-
si interiori, ai quali soltanto accessibile il mistero. Con-
duceva alla fattura di leggiadri e preziosi trastulli, a ric-
chi altari e pulpiti d'ogni sorta, a immagini di san Seba-
stiano e a testine d'angelo graziosamente ricciute, quat-
tro talleri al pezzo. Oh, l'oro nell'occhio d'un carpione
e la delicata, sottile peluria argentea sull'orlo di un'ala
di farfalla erano infinitamente pi belli, pi VIVI, pl de-
liziosi di tutta una sala piena di quelle opere d'arte.
Un ragazzo scendeva cantando per la strada m riva
al fiume; tavolta il suo canto ammutoliva ed egli adden-
tava un grosso pezzo di pan bianco, che aveva in mano.
Boccadoro lo vide e gli chiese un pez2etto del suo pane,
ne trasse fuori con due dita un po' di mollica e ne for-
m delle pallottole. Sporgendosi dal parapetto, gett nel-
l'acqua lentamente l'una dopo l'altra le palline di pane,
le vide affondare chiare nell'acqua scura, le vide circon-
date da teste di pesci accorsi in fretta a sciami, poi scom-
parire in una di quelle bocche. A una a una le vide af-
fondare e scomparire, con viva soddisfazione. Poi sent
fame e and a cercare una delle sue belle, che serviva in
casa d'un macellaio e ch'egli chiamava signora delle
salslcce e dei prosciutti . Col fischio consueto l'attir al-
la finestra della cucina; aveva intenzione di farsi dare da
lei qualche cosa da mangiare, intascarla e consumarla poi
di la dal fiume, in uno di quei vigneti la cui terra rossa
e pmgue splendeva cos viva sotto i pampini rigogliosi
e dove m primavera fiorivano i piccoli giacinti az2urri dal
delicato profumo della frutta a nocciolo.
Ma pareva che fosse il giorno delle decisioni e delle
intuizioni profonde. Quando Caterina comparve alla fi-
nestra e sorrise dal viso sodo e un po' rozo, quando gi
egli tendeva la mano per darle il consueto segnale, all'im-
provviso si ramment di tutte le altre volte ch'era stato l
cos ad aspettare. E con una chiarez2a tediosa vide in
precedenza tutto quello che sarebbe avvenuto nei momen-
ti successivi: come ella avrebbe riconosciuto il suo se-
gnale e si sarebbe ritratta, per ricomparire poco dopo al-
la porta di servizio, con in mano della carne affumicata
che egli avrebbe preso, accarez2ando un poco la ragaz2a
e stringendola a s, com'ella s'aspettava... e gli parve a
un tratto infinitamente stupido e brutto quel provocare
ancora una volta tutto un succedersi meccanico di cose
gi vissute e rappresentarvi la solita parte: ricever la
salsiccia, sentirsi premer contro il petto quel seno robu-
sto e premerlo a sua volta un poco in cambio del dono.
A un tratto credette di scorgere nel volto buono e roz-
zo di lei un'espressione di consuetudine priva d'anima,
nel suo sorriso cordiale qualcosa che aveva visto troppo
spesso, qualcosa di meccanico, senza mistero, indegno di
lui. Non descrisse fino in fondo il gesto abituale con la
mano, sul volto si gel il sorriso. L'amava egli ancora,
la desiderava sul serio? No, gi troppe volte era stato
li, troppe volte aveva veduto quel sorriso sempre ugua-
le e l'aveva ricambiato senza l'impulso del cuore. Ci che
il giorno mnan2i. avrebbe ancora potuto fare spensierata-
mente, a un tratto non gli era pi possibile. La ragaz2a
era ancora alla finestra a guardare, ed egli aveva gi vol-
tato le spalle ed era scomparso in fondo al vicolo, deci-
so a non mostrarsi mai pi. Accarezzasse un altro quel
seno! Mangiasse un altro quelle buone salsicce! Quanto
si divorava e si dissipava ogni giorno in quella pingue
citt soddisfatta! Com'eran pigri viziati, schifiltosi quei
grassi cittadini, per i quali ogni giorno s'ammazzavano
tanti maiali e tanti vitelli e si tiravan su dal fiume tantl
poveri e bei pesci! Ed egli stesso... come s'era viziato e
guastato anche lui, com'era diventato schifosamente Sl-
mile a quei pingui cittadini! In giro per il mondo, nella
campagna coperta di neve, una prugna secca o una cro-
sta di pan vecchio erano ben pi appetitose che l nel be-
nessere tutto il pranzo di una corporazione. O vita erra-
bonda, o libert, o landa rischiarata dalla luna, o traccla
d'animali cautamente osservata nell'erba umida e grlgla
del mattino! L in citt, presso i sedentari, tutto riusclva
cos facile e costava cos poco, perfino l'amore. A un
tratto ne aveva abbastanza, ci sputava sopra. La vlta l
aveva perduto il suo significato, era un osso senza mi-
dollo. Era stata bella e aveva avuto un senso fin che ll
maestro era stato un modello, Elisabetta una principes-
sa; era stata sopportabile, fin ch'egli aveva lavorato al
suo Giovanni. Ormai era finita, il profumo s'era dflegua-
to, il fiorellino era appassito. Con un'ondata violenta lo
afferr il sentimento della caducit, che tante volte po-
teva tormentarlo cos profondamente e cos profondamen-
te inebbriarlo. Tutto sfioriva presto, presto era esaurito
ogni piacere e nulla rimaneva fuor che ossa e polvere. Ma
no, una cosa rimaneva: la Madre eterna, antichisslma ed
eternamente giovane, col sorriso d'amore triste e crudele.
La rivedeva a momenti: gigantesca con le stelle nei ca-
pelli, seduta a sognare sul margine del mondo, coglieva
giocando con la mano un fiore dopo l'altro, una vita do-
po l'altra e lentamente li lasciava cadere nell'abisso sen-
za fondo. . .
In quei giorni, mentre Boccadoro vedeva impallldire
dietro di s un tratto di vita sfiorito e vagava per la re-
gione familiare in una triste ebbrez2a d'addio, maestro
Nicola si dava gran pena per provvedere al suo avvenire
e per rendere sedentario per sempre quell ospite inquieto.
Persuase la corporazione ad assegnare a Boccadoro il di-
ploma di maestro e medit il progetto di legarlo dure-
volmente a s non come subalterno ma come collabora-
tore, di discutere e d eseguire con lui tutte le grandi com-
missioni che riceveva e di associarlo al loro reddito. For-
se era un rischio, anche per Elisabetta, poich natural-
mente il giovane sarebbe diventato presto suo genero. Ma
una figura come il Giovanni anche il migliore di tutti gli
assistenti assoldati da Nicola non l'avrebbe mai saputa
fare, ed egli stesso diventava vecchio e le sue ispirazio-
ni e la sua forza creatrice impoverivano; n egli voleva
vedere la sua celebre officina decadere ad una volgare
industria manuale. Sarebbe stato difficile con quel Bocca-
doro; ma bisognava osare.
Cos il maestro faceva accuratamente i suoi calcoli.
Avrebbe fatto restaurare e ingrandire per Boccadoro la
parte posteriore dell'officina, gli avrebbe messo in ordine
la stanza sotto tetto, gli avrebbe regalato anche dei bei
vestiti nuovi per il suo ricevimento nella corporazione.
Chiese poi con cautela l'opinione di Elisabetta, che da quel
pranzo in poi s'aspettava qualcosa di simile. E guarda, Eli-
sabetta non era contraria. Se il giovanotto era costretto a
fissare la sua dimora e se il maestro voleva, ella era con-
tenta Anche qui dunque nessun ostacolo. E se maestro
Nicola e la professione non erano ancora riusciti del tut-
to a domare quello zingaro, Elisabetta avrebbe saputo
compiere l'opera.
Cos tutte le fila eran tirate e l'esca appesa dietro il
laccio per accalappiare l'uccello. E un giorno Boccadoro,
che non s'era pi lasciato vedere, fu mandato a chiamare e
invitato di nuovo a mensa. Ricomparve spaz201ato e pet-
tinato, sedette di nuovo nella bella stanza un po' troppo
solenne, tocc di nuovo il bicchiere col maestro e con la
figliola del maestro, finch questa si allontan e Nicola
venne fuori col Suo progetto e con la sua proposta.
-- Mi hai inteso, -- aggiunse alle sue sorprendenti co-
municazioni,--e non ho bisogno di dirti che non s' mai
dato che un giovane, senza neppur aver assolto il pe-
riodo di scuola prescritto, sia diventato cos presto mae-
stro e abbia trovato subito il nido caldo. La tua fortuna
fatta, Boccadoro.
Boccadoro guardava il suo maestro, meravigliato e col
cuore oppresso; allontan da s il bicchiere, ancora semi-
pieno. S'era atteso che Nicola lo rimproverasse un poco
per i giorni trascorsi in ozio e poi gli proponesse di ri-
maner con lui come assistente. Ecco invece come stavano
le cose. Si sentiva triste e imbarazzato di sedere cos di
fronte a quell'uomo. Non trov subito una rlsposta.
Il maestro, con un volto gi un po' teso e deluso nel
non veder subito accettata con gioia e con umilt la sua
cnorevole offerta, s'alz dicendo:
--Dunque la mia proposta ti giunge inattesa, forse
prima vuoi pensarci su. Mi spiace un poco, avevo credu-
to di procurarti una gran gioia. Ma per conto mio, pren-
diti pur tempo per riflettere.
-- Maestro, -- disse Boccadoro, cercando a fatica le
parole, -- non abbiatevene a male! Vi ringrazio con tut-
to il cuore della vostra benevolenza e vi ringrazio ancor
pi della pazienza con cui m'avete trattato come sco-
laro. Non dimenticher mai quale debito ho verso di voi.
Ma non ho bisogno di tempo per riflettere, mi sono gi
deciso da un pezzo.
--Deciso a che?
-- Era gi cosa stabilita in me prima che accettassi il
vostro invito e che avessi la minima idea delle vostre
onorevoli offerte. Io non rimango pi qui, torno a gira-
re il mondo.
Nicola impallid e lo guard con occhi cupi.
--Maestro, -- supplic Boccadoro, -- credetemi, non
voglio offendervi! Vi ho detto la mia decisione Non
pu pi mutare. Debbo andarmene, debbo viagglare, deb-
bo ritrovare la libert. Permettete che vi rmgrazi ancora
una volta di Cuore, e separiamoci da amici.
Con le lacrime agli occhi, gli tese la mano Nicola non
la prese; s'era sbiancato in volto e commcl a camml-
nare in su e in gi per la stanza, sempre piu rapidamen-
te; i suoi passi rintronavano dalla collera. Boccadoro non
l'aveva mai veduto cos.
Poi il maestro s'arrest a un tratto, si domin con un
terribile sforzo e, senza guardare Boccadoro, sibfl fra
i denti: --Bene, allora va! Ma va subito! Che non ti ri-
veda pi, affinch io non faccia e non dica qualche cosa,
di cui potrei pentirmi un giorno. Va!
Boccadoro gli tese ancora la mano. Il maestro fece
l'atto di sputarci sopra. Allora Boccadoro, ch'era pure
diventato pallido, volt le spalle, usc piano dalla stanza,
fuori si mise il berretto, scivol gi dalla scala lasciando
scorrer l m~no sulle teste scolpite delle colonnette, da
basso entr nella piccola officina del cortile, rimase un
poco davanti al suo Giovanni per prender congedo, e
lasci la casa con un'amarez2a in cuore, pi profonda di
quella provata, un giorno, nel lasciare il castello del ca-
valiere e la povera Lidia.
"Se non altro stata una cosa rapida! Se non altro
non si son dette parole inutili!" Questo era l'unico pen-
siero che lo confortava, mentre varcava la soglia per usci-
re, e la strada e la citt lo guardavano a un tratto con
quel volto mutato ed estraneo, che prendono le cose con-
suete quando il nostro cuore ha detto loro addio. Si volse
a guardare la porta di quella casa... era ormai la porta di
una casa straniera e chiusa per lui.
Giunto nella sua camera, Boccadoro cominci i prepa-
rativi per la partenza. Veramente non c'era molto da
preparare; non c'era altro da fare che prender congedo.
Appeso alla parete era un quadro dipinto da lui, una dol-
ce Madonna; intorno c'eran cose che gli appartenevano:
un cappello della festa, un paio di scarpe da ballo, un ro-
tolo di disegni, un piccolo liuto, una serie di figurine
di creta plasmate da lui, alcuni regali delle sue belle: un
maz20 di fiori artificiali, un bicchiere color rosso rubi-
no, un vecchio panforte indurito in forma di cuore ed
altre simili bazzecole, ognuna delle quali aveva il suo signi-
ficato e la sua storia e gli era stata cara; ormai era tutta
cianfrusaglia importuna, poich nulla gli era consentito
di portare con s. Pot almeno barattare col padrone di
casa il bicchiere color rubino contro un forte e buon col-
tello da caccia, che affil sulla cote in cortile, sbriciol
il panforte e lo diede in pasto ai polli del cortile vicino,
regal la Madonna alla padrona di casa e n'ebbe in cam-
bio un dono utile: un vecchio sacco da viaggio in cuoio
e un'abbondante provianda per il viaggio. Nel sacco mise
alcune camicie che possedeva e qualche disegno pi pic-
colo rotolato intorno a un pezzo di manico di. scopa,
poi le provvigioni. Il resto della roba dovette rimaner l.
C'erano parecchie donne nella citt, da cui sarebbe stato
conveniente prender commiato; presso una di queste ave-
va dormito ancora la notte innanzi, senza dirle nulla
dei suoi progetti. S, c'era sempre qualcosa che s'attac-
cava alle calcagna, quando uno voleva mettersi in viag-
gio, Non bisognava darvi importanza. Egli non disse ad-
dio a nessuno, fuorch alla gente di casa. Lo fece la
sera, per poter partire all'alba.
Tuttavia al mattino qualcuno s'era alzato, che, men-
tr'egli stava per lasciar la casa senza far rumore, lo in-
vit in cucina a bere una zuppa di latte. Era la figlia
di casa, una bambina di quindici anni, una creatura quieta
e malaticcia con dei begli occhi, ma con un difetto al-
l'articolazione del femore, che la faceva zoppicare. Si chia-
mava Maria. Con un viso affaticato dalla veglia, palli-
dissima, ma vestita e ravviata con cura, gli serv in cu-
cina del latte caldo e del pane, e pareva molto triste per
la sua partenza. Egii la ringrazi e nel dirle addio la ba-
ci pietoso sulla bocca sottile. Devotamente, con gli oc-
chi chiusi, ella ricevette il bacio.
C~PITOLO Xlll
Nei primi tempi del suo nuovo vagabondaggio, nella
prima avida ebbrezza della riconquistata libert, Bocca-
doro dovette tornar ad imparare la vita senza patria e
senza tempo del giramondo. Non soggetti ad alcuno, di-
pendenti solo dalle vicende dell'atmosfera e della stagio-
ne, senza una meta dinanzi a s, senza un tetto sopra di
s, in possesso di nulla, esposti a tutti gli eventi, i va-
gabondi conducono la loro vita semplice e coraggiosa,
misera e forte. Sono i figli di Adamo, dell'uomo cacciato
dal Paradiso, e sono i fratelli degli animali, degl'inno-
centi. Dalla mano del cielo prendono ora per ora ci che
vien loro dato: sole, pioggia, nebbia, neve, caldo e fred-
do, benessere e indigenza; per loro non esiste il tempo,
la storia, non esiste una mira, e neppur quell'idolo dello
sviluppo e del progresso, nel quale credono cosi disperata-
mente quelli che hanno una casa. Un vagabondo pu
essere delicato o rozzo, ingegnoso o melenso, coraggioso
o pauroso, ma nel cuore sempre un fanciullo, vive
sempre come al primo giorno, avanti l'inizio di ogni sto-
ria universale, e la sua vita sar sempre guidata da pochi,
semplici istinti e bisogni. Pu essere intelligente o scioc-
co; avere coscienza profonda della fragilit e caducit
d'ogni vita, della povert e ansiet con cui ogni essere
porta il suo tantino di sangue caldo attraverso il ghiac-
cio degli spazi, o solo seguire puerilmente e avidamente
i comandi del suo povero stomaco... sempre egli il
contrapposto e il nemico del possidente e del sedentario,
che lo odia, lo disprezza e lo teme, perch non vuole che
gli si rammenti tutto questo: la fugacit d'ogni esisten-
za, il continuo avvizzire d'ogni vita, la morte gelida e
inesorabile. che riempie intorno a noi l'universo.
La semplicit fanciullesca della vita girovaga, la sua
origine materna, il suo staccarsi dalla legge e dallo spi-
rito, il suo abbandonarsi al destino, la vicinanza segreta
e costante della morte, avevano preso da un peZZo l'ani-
ma di Boccadoro, imprimendole il loro marchio profon-
do. Ma in lui albergavano anche lo spirito e la volont,
egli era un artista, e ci rendeva la sua vita pi ricca
e pi difficile. Solo la scissione e il contrasto rendono
ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la
temperanza senza la conoscenza dell'ebbrezza, che sareb-
be il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte,
e che sarebbe l'amore senza l'eterna mortale ostilit dei
sessi?
Estate e autunno declinarono, vennero i mesi magri,
in cui Boccadoro tir innanzi fra gli stenti, per poi cam-
minare inebbriato nella dolce primavera olezzante; le sta-
gioni passavano cos rapidamente e l'alto sole estivo ri-
tornava ogni volta a declinare. Un anno succedeva al-
l'altro e Boccadoro pareva aver dimenticato che ci fosse
altro sulla terra fuorch fame ed amore e quella corsa
tacita e inquietante delle stagioni; pareva ch'egli fosse
completamente sprofondato nel materno mondo primitivo
degli istinti. Ma in ogni sogno, in ogni sosta pensierosa
con lo sguardo aperto sulle valli fiorite e sfiorite, egli era
tutto contemplazione, era artista, soffriva del tormentoso
desiderio di scongiurare con lo spirito l'incantevole non-
senso della vita che passa, e di trasformarlo in senso.
Un giorno Boccadoro, che dopo l'avventura cruenta
con Vittore aveva sempre vagato da solo, s'incontr in
un compagno, che gli si un senza quasi ch'egli se ne
accorgesse e di cui non si liber per un pezzo. Questo
non era per del genere di Vittore; era un uomo ancor
giovane, in veste e cappello da pellegrino, che si chia-
mava Roberto e aveva la sua residenza sul lago di Co-
stanza. Figlio d'artigiani, era andato per qualche tempo
a scuola dai monaci di San Gallo e fin da ragaz20 s'era
messo in testa di compiere un pellegrinaggio a Roma;
aveva continuato ad accarezzare questo pensiero, fin che
aveva colto la prima occasione di attuarlo. Questa occa-
sione era stata la morte del padre, nella cui officina egli
aveva lavorato fino allora da falegname. Appena il vec-
chio fu sotto terr Rf)h.ortr hi~rf a sua madre e a
sua sorella che nulla poteva trattenerlo dall'intraprende-
re subito il pellegrinaggio a Roma, per appagare il suo
Impulso e per espiare i peccati suoi e di suo padre.
Invano le donne piansero, invano lo rampognarono, egli
fu irremovibile, e invece di provvedere alla madre e alla
sorella si mise in viaggio senza la benedizione dell'una
e fra le irate invettive dell'altra. Lo spingeva innanzi tutto
la voglia di girare il mondo, a cui s'univa una specie di
religiosit superficiale, cio una tendenza a dimorare in
vicinanza di chiese e d'istituzioni ecclesiastiche, una pas-
sione per il servizio divino, per i battesimi, i funerali, le
messe, l'incenso e la fiamma delle candele. Sapeva un po'
di latino, ma non era la dottrina la meta delle sue aspira-
zioni infantili, bens la contemplazione e l'esaltazione tran-
quilla all'ombra della volta d'una chiesa. Da ragazzo era
stato chierico ed aveva servito messa con passione.
Boccadoro non lo prendeva molto sul serio, ma aveva
una certa simpatia per lui, si sentiva un poco affine nel-
l'istintiva tendenza al vagabondaggio e a correr terre stra-
niere Roberto dunque era partito contento ed era giun-
to anche a Roma, aveva chiesto l'ospitalit d'innumere-
voli conventi e parrocchie, aveva contemplato le Alpi e
il Mezzogiorno, e a Roma s'era sentito perfettamente a
suo agio fra tutte quelle chiese e quelle istituzioni pie;
aveva ascoltato centinaia di messe e fatto devozioni nei
luoghi pi celebri e pi sacri e ricevuto sacramenti e respi-
rato pi incenso di quel che fosse necessario per i suoi
piccoli peccati di giovent e per quelli di suo padre. Era
rimasto via un anno e pi, e, quando infine era tornato
alla casetta paterna, non era stato certo ricevuto come il
figliol prodigo: la sorella nel frattempo s'era assunta tutti
i doveri e i diritti domestici, aveva preso a servizio e poi
sposato un bravo garzone falegname e governava cos
perfettamente la casa e l'officina che il reduce, dopo un
breve soggiorno, si riconobbe del tutto superfluo, e, quan-
do poco dopo parl di nuovo d'andarsene e di viaggiare,
nessuno lo invit a rimanere. Egli non se ne crucci, si
fece dare dalla madre qualche quattrino, torn a indos-
sare la veste del pellegrino e inizi un nuovo pellegrinag-
gio senza meta attraverso la Germania, viandante fra
laico ed ecclesiastico. Gli tintinnavano addosso medaglie
di rame, ricordo di noti luoghi di pellegrinaggio, e rosari
consacrati.
Cos s'imbatt in Boccadoro, cammin un giorno con
lui, con lui scambi le esperienze del vagabondo, si smarr
nella cittadina pi vicina, lo incontr ancora qua e l e
fin col rimanergli a fianco, compagno di viaggio paci-
fico e servizievole. Boccadoro gli piaceva molto; cercava
di cattivarselo con piccoli servigi; ammirava il suo sa-
pere, la sua audacia, il suo spirito e amava la sua sa-
lute, la sua forza e la sua sincerit Si abituarono l'uno
all'altro, poich anche Boccadoro aveva un buon carat-
tere. Una cosa sola non tollerava: quando era colto dalla
sua tristezza o dalle sue fantasticherie, taceva ostinata-
mente e neppure guardava l'altro, come se non esistesse;
allora non si poteva chiacchierare, n interrogare, n con-
solare: bisognava lasciarlo fare e tacere. Roberto l'aveva
imparato presto. Da quando s'era accorto che Boccadoro
sapeva a memoria una quantit di versi latini e di canti,
da quando lo aveva sentito analizzare davanti al portale
d'una cattedrale le statue in pietra, da quando l'aveva
veduto disegnare con la matita rossa, a grandi e rapidi
tratti, delle figure in grandezza naturale su di un muro
liscio, presso il quale essi riposavano, egli considerava il
suo Compagno un prediletto da Dio e quasi un mago.
Roberto s'accorse poi che Boccadoro era anche un benia-
mino delle donne e che ne conquistava parecchie con
un'occhiata e con un sorriso; ci gli piaceva meno, ma
non poteva esimersi dall'ammirarlo.
Il loro viaggio fu interrotto un giorno in modo inat-
teso Giunti in vicinanza d'un villaggio, furono accolti
da un gruppetto di contadini armati di randelli, stanghe
e correggiati; e il capo grid loro da lontano di ritor-
nare subito sui loro passi e di andarsene senza lasciarsi
pi vedere, al diavolo, altrimenti li avrebbero ammazzati.
Mentre Boccadoro si fermava, desideroso di sapere che
cosa ci fosse, una sassata lo colpiva al petto. Si volt in
cerca di Roberto, ma questi se l'era data a gambe come
un ossesso. I contadini avanzavano minacciosi, e a Bocca-
doro non rimase altro da fare che seguire a passo pi
lento il fuggiasco. Roberto lo aspettava tremante sotto
un crocefisso che sorgeva In mezzo alla campagna.
--Sei scappato come un eroe! --disse ridendo Bocca-
doro. --Ma che cos'hanno nei loro testoni quegli zotici7
C' forse la guerra? Mettono guardie armate davanti ai
loro nido e non vogliono lasciar entrare nessuno! Mi fa
meraviglia; che cosa ci pu esser sotto?
N l'uno n l'altro lo sapeva. Solo il mattino seguente
in una masseria isolata fecero alcune esperienZe, comin-
ciarono a indovinare il mistero. Questa masseria, compo-
sta di capanna, stalla e granaio e circondata da un cortile
verdeggiante d'erba alta e con molti alberi da frutta, gia-
ceva stranamente silenziosa e addormentata: non una voce
umana, non un passo, non un grido di bimbo, non un
affilar di falce, nulla s'udiva; nella corte c'era sull'erba
una mucca che muggiva; si capiva ch'era ora di mun-
gerla. S'avvicinarono alla casa, bussarono alla porta, non
ottennero risposta; andarono verso la stalla era aperta e
vuota; andarono al granaio, sul cui tetto di paglia lucci-
cava al sole il musco verde chiaro: anche l non trova-
rono anima viva. Ritornarono alla casa, meravigliati e
colpiti dalla desolata solitudine di quella dimora, batte-
rono ancora coi pugni contro la porta: di nuovo nessuna
rlsposta. Boccadoro prov ad aprire e trov con stupore
che la porta non era chiusa; la spinse verso l'interno ed
entr nella stanza buia. -- Buongiorno, -- grid forte.
--Non c' nessuno?--Ma tutto rest silenzioso. Roberto
era rlmasto davanti alla porta. Curioso, Boccadoro s'inol-
tr. Nella capanna c'era cattivo odore, un odore strano e
ripugnante. Il focolare era pieno di cenere, egli vi soffi
dentro; sul fondo, nei ciocchi carbonizzati covavano an-
cora le scintille. Allora nella penombra vide qualcuno sul
sedile di fondo del camino; qualcuno era l seduto e dor-
mlva; pareva una vecchia. Gridare non serviva a nulla, la
casa sembrava incantata. Tocc amichevolmente sulla
spalla la donna seduta, ella non si mosse s'accorse allora
ch'era avvolta in una ragnatela, coi fili in parte fissati ai
capelli e alle ginocchia. "Costei morta" pens Boccadoro
con un lieve brivido; e per convincersi s'affaccend intorno
al fuoco, attizz e som, fin che si lev una fiamma ed egli
pot accendere una lunga scheggia di legno. Con questa
illumin il volto della donna seduta. Vide sotto i capelli
grigi un cadaverico viso violaceo con un occhio aperto che
luccicava vuoto e plumbeo. La donna era morta l, seduta
sulla seggiola. Via, non si poteva pi soccorrerla.
Con la scheggia ardente in mano Boccadoro continu
a cercare, e nella stessa stanza, sulla soglia che metteva
nella camera posteriore, trov disteso un altro cadavere,
un ragazzo di forse otto o nove anni, col volto gonfio
e sfigurato vestito della sola camicia. Giaceva col ventre
sulla traversa, e le due mani facevan dei piccoli pugni
stretti ed irati. "Questo il secondo" pens Boccadoro;
come in un brutto sogno and avanti, nella retrocamera:
le imposte qui erano aperte e la luce del giorno entrava
chiara. Egli spense con precauzione la sua fiaccola e cal-
pest le scintille sul pavlmento.
C'erano tre letti. Uno era vuoto, sotto il lenzuolo gri-
gio e ruvido spuntava la paglia. Nel secondo era disteso
un altro corpo, un uomo con la barba, rigido, sul dorso,
con la testa appoggiata indietro e il mento e la barba
volti all'ins; doveva essere il contadino. Il suo viso in-
fossato riluceva scialbo nei colori inconsueti della morte,
un braccio pendeva fino a terra, dove giaceva rovesciata
una brocca di terracotta; l'acqua sparsa, non ancora del
tutto assorbita dal suolo, era corsa verso una conca, nella
quale rimaneva ancora una piccola pozza. Nell'altro letto
giaceva, tutt'avviluppata e sepolta nel lenzuolo e nella
ruvida coperta, una donna grande e robusta; il suo volto
era affondato nel letto, i capelli ruvidi e biondi come pa-
glia brillavano nella luce chiara. Accanto a lei e con lei
abbracciata, come presa e strozzata nel lenzuolo sconvolto,
giaceva una giovinetta bionda come la madre, con mac-
chie grigio azzurre sul volto cadaverico.
Lo sguardo di Boccadoro andava da un morto all'al-
tro. Nel volto della fanciulla, quantunque gi molto sfi-
gurato c'era ancora una traccia dello spavento disperato
della morte. Nella nuca e nei capelli della madre, che
s'era avvoltolata tutta cos violentemente nel giaciglio, si
leggeva il furore, l'angoscia, un'appassionata volont di
fuga. Specialmente la chioma indomita non poteva asso-
lutamente rassegnarsi alla morte. Nel volto del contadino
c'era fierezza e tetro dolore; si vedeva ch'era morto con
pena, ma con virile dignit; il suo viso barbuto si profi-
lava nell'aria rigido e fermo, come quello d'un guerriero
disteso sul campo di battaglia. Quest'atteggiamento cal-
mo e fiero nella sua rigidit, un po' sdegnato, era bello;
certo non era stato meschino e codardo un uomo che ave-
va ricevuto la morte a quel modo. Ma commovente era il
piccolo cadavere del fanciullo, prono sul ventre attraverso
la soglia; il suo volto non diceva nulla, ma la sua posi-
zione li sull'uscio e i suoi piccoli pugni stretti rivelavano
molto: un dolore smarrito, un disperato difendersi contro
sofferenze inaudite. Proprio vicino al suo capo c'era un
foro praticato nella porta. Boccadoro osservava tutto at-
tentamente. Senza dubbio l'aspetto della capanna era or-
rendo e il puzzo di cadavere nauseava; eppure tutto que-
sto aveva per Boccadoro una forza profonda d'attrazione,
tutto era pregno di grandiosit e di destino, cos vero,
cos non simulato; qualcosa in tutto questo cattivava il
suo amore e gli penetrava nell'anima.
Fuori, intanto, Roberto cominciava a gridare impazien-
te e inquieto. Boccadoro aveva simpatia per Roberto, ma
in quel momento pensava quanto quell'uomo vivo fosse
meschino nella sua paura, nella sua curiosit, in tutta
la sua puerilit, a paragone dei morti. Non gli rispose;
si diede tutto alla contemplazione dei morti, con quella
strana mescolanza d'interesse cordiale e di fredda osser-
vazione, che hanno gli artisti. Guardava attentamente le
figure giacenti e anche quella seduta, le teste, le mani
l'atteggiamento in cui s'erano irrigidite. Che silenzio in
quella capanna incantata! Che odore strano e terribile!
Com'era triste e spettrale quella piccola dimora umana,
m cul covava ancora sul camino un resto di fuoco, abitata
da cadaveri, tutta pervasa dalla morte! Presto a quelle
tacite figure la carne sarebbe caduta dalle guance e i topi
avrebbero roso loro le dita. Quello che gli altri compivano
nella bara e nella tomba, ben nascosti ed invisibili, l'ul-
tima funzione e la pi misera, la decomposizione e la
putrefazione, quei cinque la compivano li in casa, nelle
loro stanze, alla luce del giorno, con la porta aperta, in-
curanti, senza pudori, senza ripari. Boccadoro aveva gi
visto pi di un cadavere, ma un'immagine simile del la-
voro inesorabile della morte non l'aveva mai incontrata.
E se la fiss profondamente nell'anima.
Finalmente le grida di Roberto fuori della porta lo
disturbarono: usci. Il compagno lo guard inquieto.
--Che c'? -- domand piano, con la voce tremante
di paura. -- Non c' dunque nessuno in casa ? Oh, che
occhi fai! Ma parla!
Boccadoro lo misur con una fredda occhiata.
-- Entra e guardati attorno, una curiosa casa coloni-
ca. Dopo mungeremo la bella mucca che l. Avanti!
Roberto entr incerto nella capanna, and difilato al
focolare, scopr la vecchia seduta e appena s'accorse ch'era
morta gett un urlo. Torn indietro di corsa con gli occhi
sbarrati,
-- Per amor di Dio! C' una donna morta seduta al
camino. Che vuol dire? Perch non c' nessuno vicino a
lei? Perch non la seppelliscono? Oh, Dio! Si sente gi
il fetore.
Boccadoro sorrise.
-- Sei un grande eroe, Roberto; ma sei tornato indie-
tro troppo presto. Una vecchia morta, quando seduta
cos su di una seggiola, certo uno spettacolo strano; ma
se vai avanti due passi, puoi vedere cose ancora pi stra-
ne. I cadaveri sono cinque, Roberto. Sui letti ne sono di-
stesi tre, e un ragazzino giace morto attraverso la soglia.
Tutti sono morti. L'intera famiglia l irrigidita, la casa
spopolata. Ecco perch nessuno ha munto la mucca.
L'altro lo guard inorridito, poi a un tratto grid con
voce soffocata: -- Oh, adesso capisco anche i contadini,
che ieri non vollero lasciarci entrare nel loro villaggio.
Oh Dio ora tutto mi si spiega. i la peste! Per la mia po-
vera anima, la peste, Boccadoro! E tu sei stato tanto
tempo l dentro, e magari hai toccato i morti! Via, non
avvicinarti a me, certo sei infetto. Mi rincresce, Bocca-
doro, ma io debbo andarmene, non posso rimanere ac-
canto a te.
Stava gi per darsela a gambe, ma fu trattenuto per la
falda del suo mantello di pellegrino. Boccadoro lo guard
severo con un muto rimprovero e lo tenne inesorabil-
mente stretto, mentre quegli si dibatteva e si ribellava.
-- Ragazzo mio, -- disse in tono fra amichevole e
beffardo, --sei pi intelligente di quel che si crederebbe;
forse hai ragione. Ebbene, lo sapremo alla prossima mas-
seria o al villaggio. E probabile he in questa regione Ci
sia la peste. Vedremo se noi riusciremo a cavarcela. Ma
lasciarti scappare, piccolo Roberto, non posso. Guarda, io
sono un uomo compassionevole, il mio cuore troppo
tenero; e se penso che tu potresti aver preso l dentro il
contagio, e qualora io ti lasciassi andare tu ti butteresti
per terra in qualche campo a morire, cos tutto solo, e
nessuno ti chiuderebbe gli occhi e nessuno ti farebbe
una tomba e ti getterebbe un po' di terra... no, caro ami-
co, la piet mi stringe la gola. Dunque sta attento e met-
titi bene in mente quello che dico, non intendo ripeterlo:
noi due siamo nello stesso pericolo, pu toccare a te o
a me. Rimarremo dunque insieme, o periremo tutti e
due, o sfuggiremo a questa maledetta peste. Se tu ti am-
malerai e morirai, sarai sepolto da me, puoi star sicuro.
E se sar io a morire, allora fa quello che vuoi, seppelli-
scimi o svignatela, per me fa lo stesso. Ma prima, caro,
non si scappa, tienitelo bene a mente! Avremo bisogno
l'uno dell'altro. E ora lingua in bocca! Non voglio udir
nulla; cerca un secchio da qualche parte nella stalla, che
possiamo finalmente mungere la mucca.
Cos avvenne; e da quel momento Boccadoro comand e
Roberto ubbid, e fu bene per tutti e due. Roberto non
tent pi di fuggire. Disse solo in tono conciliante: --
Per un attimo ebbi paura di te. Il tuo volto non mi piac-
que, quando uscisti da quella casa di morti. Credetti che
ti fossi preso la peste. Ma se anche non la peste, il tuo
volto cambiato. Era cos terribile quello che vedesti l
dentro?
-- Non era terribile, -- disse Boccadoro esitando. --
Non vidi l dentro nulla fuorch quello che aspetta me,
te e tutti, anche se non prendiamo la peste.
Proseguendo il loro cammino s'imbatterono presto dap-
pertutto nella morte nera, che regnava nel paese. Parecchi
villaggi non lasciavano entrare i forestieri, in altri essi
potevano camminare indisturbati per tutte le strade. Mol-
ti casolari erano abbandonati, molti morti non sepolti
imputridivano sui campi o nelle stanze. Nelle stalle mug-
givano le mucche affamate o non munte, oppure il be-
stiame correva selvaggio per la campagna. Essi munsero
e diedero da mangiare a pi d'una mucca e d'una capra,
ammazzarono e arrostirono sul margine del bosco ca-
pretti e porcellini, bevvero vino e mosto preso in cantine
ormai senza padrone. Avevano una buona vita, regnava
l'abbondanza. Ma non la gustavano che a met. Roberto
viveva nella paura costante della peste, e alla vista dei
cadaveri si sentiva male, spesso era tutto scombussolato
dal terrore; credeva continuamente d'aver preso il conta-
gio, teneva a lungo la testa e le mani nel fumo dei loro
fuochi da bivacco (ci era ritenuto salutare), perfin nel
sonno si tastava il corpo per sentire se non ci fossero
bubboni sulle gambe, sulle braccia, sotto le ascelle.
Boccadoro a volte lo sgridava, a volte lo scherniva. Non
divideva la sua paura e neppure la sua ripugnanza; an-
dava attento e cupo per il paese della morte, terribilmente
attratto dallo spettacolo di quel grandioso morire, l'ani-
ma piena di quel grande autunno, il cuore gonfio del
canto della falce mietitrice. Talvolta gli riappariva l'im-
magine dell'eterna Madre, viso pallido e gigantesco con
occhi di Medusa, con un sorriso grave, pieno di dolore
e di morte.
Un giorno arrivarono ad una piccola citt fortificata;
dalla porta un baluardo dell'altezza delle case correva
tutt'intorno alla cinta, ma nessuna guardia stava lass e
nessuna vigilava la porta aperta. Roberto si rifiut d'en-
trare e scongiur anche il compagno di non farlo. In quel
mentre udirono una campana e dalla porta della citt usci
un sacerdote con una croce in mano, seguito da tre carri,
due tirati da cavalli ed uno da una coppia di buoi; erano
carichi di cadaveri. Un paio d'inservienti avvolti in strani
mantelli, coi cappucci calati sopra il viso, correvano ac-
canto, spronando gli animali.
Roberto, pallido in volto, si dilegu; Boccadoro segu
a breve distanza i carri funebri; avanzarono qualche cen-
tinaio di passi, ed ecco non gi un camposanto, ma una
buca scavata in mezzo alla landa deserta, profonda non
pi di tre vangate, ma grande come una sala. Boccadoro
si ferm e vide gl'inservienti tirar gi i morti dai carri
con pertiche e anghiere e ammucchiarli nella grande bu-
ca; il sacerdote mormorando vi fece sopra il segno della
cro-e e se n'and, i becchini allora accesero da tutte le
parti di quella tomba a fior di terra grandi fuochi e senza
far parola ritornarono di corsa in citt; nessuno si cur
di coprire la fossa. Boccadoro guard dentro; potevan
esservi cinquanta o pi cadaveri gettati l'uno sull'altro,
molti dei quali nudi. Qua e l un braccio o una gamba
sporgevan ri~idi contro il cielo, quasi in atto d'accusa;
una camicia fluttuava lieve al vento.
Quando Boccadoro torn presso Roberto, questi lo sup-
plic in ginocchio di proseguire al pi presto il loro
cammino. Aveva ben ragione di supplicare: nello sguardo
assente di Boccadoro egli scorgeva quella fissit assorta,
quell'inclinazione alle visioni orrende, quella terribile cu-
riosit, che gli eran gi fin troppo note. Non riusc a
trattenere l'amico. Boccadoro, solo s'avvi verso la citt.
Entr per la porta incustodita, e, mentre udiva il suo
passo risonare sul selciato, gli tornavano alla memoria
tante altre cittadine e tante porte per cui era passato, e
ricordava le grida dei bimbi, i giochi dei ragazzi, i litigi
delle donne, il martellar dei fabbri sulle incudini sonore
il fragore dei carri e tanti altri rumori, delicati ed aspri
che intrecciati alla rinfusa come in una rete annunciavano
la variet del lavoro, delle occupazioni, della gioia, della
soclevolezza umana. L invece, sotto quella porta aper-
ta, in quella via solitaria, non un suono, non un riso
non un grido; tutto giaceva irrigidito in un silenzio di
morte, nel quale la melodia chiacchierina d'una fontana
zampillante sonava gi troppo forte, quasi chiassosa.
Dietro una finestra aperta si vedeva un fornaio in mezzo
alle sue pagnotte e ai suoi panini; Boccadoro indic uno
di questi e il fornaio glielo spinse fuori con precauzione
sopra un infornapane, attese che l'altro gli mettesse il de-
naro sulla pala, poi chiuse il suo finestrino, indispettito
ma senza proteste, quando vide lo straniero addentare il
panino e andar oltre senza pagare. Sui davanzali di una
bella casa c'era una fila di vasi di terracotta, che un tempo
erano stati fioriti e ormai apparivano vuoti, con qualche
foglla secca spiovente. Da un'altra casa uscivano singhioz-
zi e grida lamentose di bambini. Ma nella strada attigua
Boccadoro vide dietro una finestra una graziosa fanciulla
che Sl pettinava; stette a contemplarla fin che quella sent
il suo sguardo ed a sua volta guard gi, arross e, poi-
ch egli le sorrideva amichevolmente, anche sul volto ac-
ceso di lei pass lento e languido un sorriso.
--Quasi pettinata? --le grid. Ella sporse il volto lu-
minoso e sorridente dal vano della finestra.
--Non ancora malata? --domand lui, ed ella scosse
il capo. -- Allora vieni con me fuori da questa citt di
morte, andiamo nei boschi e avremo una buona vita.
Ella interrog con gli occhi.
--Non pensarci su troppo, parlo sul serio -- grid
Boccadoro.--Sei in casa di babbo e mamma, o a serviZiO
da estranei?... Da estranei dunque. Allora vieni, bimba
cara; lascia morire i vecchi, noi siamo giovani e sani e
vogliamo passarcela bene ancora un po'. Vieni, brunetta,
dico sul serio.
Ella lo esamin, esitante, stupita. Egli prosegu a passi
lenti, bighellon per una strada deserta, poi per un'altra
e torn indietro pian piano. La fanciulla stava ancora alla
finestra, sporta in fuori, e fu lieta di vederlo ritornare.
Gli fece cenno: egli continu lentamente il suo cammino
e poco dopo ella lo raggiunse, prima ancora d'arrivare
alla porta, con un piccolo fardello in mano e un fazzolet-
to rosso intorno al capo.
--Come ti chiami? --le domand Boccadoro.
--Lena. Vengo con te. Oh, cos brutto qui in citt!
Muoiono tutti. Via, via!
Poco lontano dalla porta Roberto, di cattivo umore,
stava rannicchiato per terra. All'arrivo di Boccadoro balz
in piedi e spalanc tanto d'occhi alla vista della ragazza.
Questa volta non si arrese subito, protest, fece scene.
Che si portasse fuori una persona da quella maledetta
tana appestata e che si pretendesse da lui di tollerare una
simile compagnia era pi che una pazzia, era un tentar
Dio, ed egli si rifiutava, non restava pi insieme, la sua
pazienza era al termine.
Boccadoro lo lasci imprecare e protestare, fin che Si
acquet.
--Bene,--disse,--ce n'hai cantate abbastanza. Ades-
so verrai con noi e sarai contento di avere una compagnia
cosi graziosa. Si chiama Lena e resta con me. Ma ti vo-
glio dare anche una gioia, Roberto, ascolta: per un po'
di tempo vogliamo vivere in pace e in buona salute e star
lontani dalla pestilenza. Ci cercheremo~un bel posticlno
con una capanna vuota o ce ne costruiremo una da nol,
io e Lena saremo il padrone e la padrona di casa e tu
sarai il nostro amico e vivrai con noi. Vogliamo avere un
tantino di vita serena e piacevole. D'accordo?
Oh s, Roberto era pienamente d'accordo. Purch non
si pretendesse da lui che desse la mano a Lena o toc-
casse le sue vesti...
--No -- disse Boccadoro, --questo non si pretende.
Ti anzi severamente proibito di mettere un dito addos-
so a Lena. Che non ti passi neppur per la mente!
Marciarono cos in tre, dapprima in silenzio; poi a poco
a poco la ragazza cominci a parlare, a esprimere la sua
gioia di rivedere il cielo, gli alberi e i prati: era stato cos
orribile l dentro, nella citt appestata, da non dirsi. E
cominci a raccontare e a liberarsi l'animo delle immagi-
ni tristi e mostruose, che le era toccato vedere. Narr
diverse storie, brutte storie; la piccola citt doveva essere
un inferno. Dei due medici uno era morto, l'altro andava
soltanto dai ricchi e in molte case i morti imputridivano
perch nessuno li andava a prendere, in altre i becchini
rubavano, crapulavano, bordellavano e spesso insieme coi
cadaveri tiravan fuori dai letti anche i malati ancora in
vita e li gettavano sui carri da boia e poi insieme coi
morti gi nelle fosse. Tante cose orrende aveva da rac-
contare; nessuno la interrompeva. Roberto ascoltava inor-
ridito e avido, Boccadoro rimaneva silenzioso e indiffe-
rente, lasciava che tutto quell'orrore si riversasse e non
diceva nulla. E che mai si poteva dire? Infine Lena si
stanc, il fiume di parole s'inaridi. Allora Boccadoro si
mise a camminare pi adagio e prese a cantare sommesso
una canzone di molte strofe, e a ogni strofa la sua voce
si faceva pi piena; Lena cominci a sorridere e Roberto
ascolt con piacere e meraviglia: fin allora non aveva mai
udito Boccadoro cantare. Tutto sapeva fare quel Bocca-
doro! Eccolo che ora camminava e cantava, quell'uomo
eccezionale! Cantava con arte e perfettamente intonato,
ma in sordina. Gi alla seconda canzone Lena prese ad
accompagnarlo a mezza voce, poi a voce spiegata S'av-
vicinava la sera; lontano, oltre la landa, si stendevano i
boschi neri e, dietro quelli, basse montagne azzurre, che
diventavano sempre pi azzurre, come per l'intensificarsi
di una luce interiore. Ora lieto, ora solenne, il canto ac-
compagnava il ritmo dei loro passi.
--Come sei contento oggi! -- disse Roberto.
-- S, sono contento oggi, naturale, ho trovato una
compagnia cos carina! Ah Lena, che bella cosa che i
becchini ti abbiano lasciata per me! Domani troveremo la
nostra casetta e ce la passeremo bene e saremo felici che
la nostra carne e le nostre ossa stiano ancora cos bene
insieme. Lena, hai gi visto qualche volta in autunno nei
boschi quel fungo grosso, che piace tanto alle lumache
e che si pu mangiare?
--Certo -- rise lei, -- l'ho visto tante volte.
-- I tuoi capelli hanno lo stesso color bruno, Lena. Ed
anche lo stesso buon profumo. Cantiamo ancora qualche
cosa? O forse hai fame? Nella mia bisaccia c' ancora
qualcosa di buono.
Il giorno seguente trovarono quello che cercavano. In
un boschetto di betulle c'era una capanna di tronchi greg-
gi, costruita forse un tempo da spaccalegna o da caccia-
tori. Era vuota, la porta si lasci forzare e anche a Ro-
berto la capanna parve comoda e la regione sana. Cam-
min facendo avevano incontrato delle capre che girava-
no senza pastore, e ne avevano presa una con loro_
-- Su, Roberto, -- disse Boccadoro, -- se anche non
sei carpentiere, una volta per lavoravi da falegname. Noi
vogliamo abitar qui, tu devi fabbricare nel nostro castello
una parete divisoria, in modo che abbiamo due camere,
una per Lena e per me, l'altra per te e per la capra. Da
mangiare non c' pi gran che: oggi dobbiamo conten-
tarci di latte di capra, tanto o poco che sia. Tu costruisci
dunque la parete e noi due prepariamo il giaciglio per
tutti Domani poi andr in cerca di cibo.
Tutti si misero subito al lavoro. Boccadoro e Lena si
diedero a cercar paglia, felci e musco per il glaclgllo, e
Roberto aml il suo coltello su un ciottolo, per tagliare
piccoli tronchi e fabbricare la parete. Ma non pot finire
in un giorno e la sera and a dormire all'aperto. Bocca-
doro trov in Lena una cara compagna, timida e inesper-
ta, ma tutt'amore. Se la prese dolcemente fra le braccia
e vegli ancora a lungo ascoltando il battito del suo cuo-
re quand'ella stanca e sazia s'era gi addormentata da
un pezzo. Aspir il profumo dei suoi capelli bruni, e
mentre si stringeva a lei pensava a quella gran fossa a
fior di terra, in cui quei diavoli mascherati avevano rove-
sciato tutti i loro carri pieni di cadaveri. Bella era la vita,
bella e fugace la felicit, bella e presto appassita la gio-
vinezza !
La parete divisoria della capanna divenne assai carina,
e alla fine vi lavorarono tutti e tre. Roberto voleva mo-
strare la sua abilit e parlava con molto zelo di tutto ci
che avrebbe voluto costruire, se avesse avuto un banco
per piallare, arnesi, squadra e chiodi. Siccome non aveva
che il suo coltello e le sue mani, si content di tagliare
una dozzina di piccoli tronchi di betulla e ne fece un so-
lido e greggio steccato infisso nel suolo della capanna. Gli
spazi intermedi dovevano essere riempiti da un graticcio
di ginestre. Ci richiese del tempo, ma divenne bello e pit-
toresco: tutti vi collaborarono. Intanto Lena doveva an-
dare a cercar bacche e badare alla capra; Boccadoro fa-
ceva piccole escursioni per esplorare la regione, per tro-
var cibo, e portava a casa dai dintorni ora una cosa ora
l'altra. Nelle vicinanze non c'era anima viva, e di ci era
soddisfatto specialmente Roberto: si era sicuri tanto dal
contagio quanto dai nemici, ma il guaio era che si trovava
pochissimo da mangiare. Non molto lontano c'era una
casupola di contadini abbandonata, questa volta senza mor-
ti dentro, e Boccadoro propose di sceglierla come quar-
tiere invece della loro capanna di tronchi d'albero, ma Ro-
berto si rifiut inorridito e vide anche di malocchio che
Boccadoro entrasse in quella casa vuota; ogni cosa che egli
port di l dovette essere affumicata e lavata, prima che
Roberto la toccasse. Non era molto ci che Boccadoro ave-
va trovato: due sgabelli, un secchio per il latte, qualche
vaso di terracotta, una scure; e un giorno prese due polli
che fuggivano per la campagna. Lena era innamorata e
felice, e tutti e tre si divertivano a lavorare intorno alla
loro piccola dimora ed a renderla ogni giorno un pochino
pi bella. Il pane mancava: in compenso presero un'altra
capra e trovarono anche un campicello di rape. Un giorno
passava dopo l'altro, la parete intrecciata era finita, i gia-
cigli furono perfezionati e fu costruito un focolare. Non
lontano scorreva un ruscello dall'acqua chiara e dolce.
Spesso lavorando cantavano.
Un giorno che bevevano insieme il loro latte e vanta-
vano la loro vita domestica, Lena disse a un tratto come
in sogno: --Che sar poi, quando verr l'inverno?
Nessuno diede risposta. Roberto rise, Boccadoro guar-
d innanzi a s in modo strano. A poco a poco Lena s'ac-
corse che nessuno pensava all'inverno, che nessuno pen-
sava sul serio a rimanere tanto tempo nello stesso luogo,
che quella loro casa non era una fissa dimora, ch'ella si
trovava insieme a dei vagabondi. Chin la testa.
Allora Boccadoro le disse in tono scherzoso e incorag-
giante, come a una bambina: -- Tu sei figlia di conta-
dini, Lena, quelli sono molto previdenti. Non aver paura,
ritornerai a casa quando sar finita questa pestilenza, che
non durer poi in eterno. Allora andrai dai tuoi genitori
o da chi altri hai, o ritornerai a servire in citt e avrai il
tuo pane. Ma adesso ancora estate e dappertutto nella
regione si muore; qui invece bello e stiamo bene. Perci
restiamo qui, fin tanto che ci piace.
--E poi? --grid Lena con veemenza. --Poi tutto
finito? E tu te n'andrai? Ed io?
Boccadoro le afferr la treccia e gliela tir un poco.--
Sciocchina, -- disse, -- hai gi dimenticato i beccamorti
e le case deserte e la gran buca fuori porta, dove ardono
i fuochi? Devi esser lieta di non giacere l in quella fossa,
e che non ti cada la pioggia sulla camicina. Devi pensare
che sei sfuggita, che hai ancora nelle membra la tua cara
vita, che puoi ancora ridere e cantare.
Ella non era ancora soddisfatta.
-- Ma io non voglio andarmene, -- gemette, -- e non
voglio lasciarti andare, no. Non si pu esser contenti,
quando si sa che presto tutto sar finito!
Boccadoro rispose ancora, affettuoso, ma con un tono
di celata minaccia nella voce:
-- Su questo, piccola Lena, si son gi rotti la testa tutti
i saggi e tutti i santi. Non c' una felicit che duri a
lungo. Ma se quello che abbiamo ora non ti basta e non
ti d pi gioia, io appicco il fuoco in questo stesso istante
alla capanna e ciascuno di noi se ne va per la sua strada.
Sta' buona Lena, abbiamo parlato abbastanza.
Cos rimasero le cose. Ella s'arrese, ma un'ombra era
caduta sulla sua gioia.
Prima ancora che l'estate fosse sfiorita del tutto, la vita
nella capanna ebbe la sua fine, diversa da quella che ave-
vano pensato. Un giorno Boccadoro s'aggirava per la re-
glone con una fionda, nella speranza di acchiappare una
pernice o altra selvaggina, perch il cibo s'era fatto al-
quanto scarso. Lena raccoglieva bacche poco lontano e ogni
tanto Boccadoro rasentava il bosco dov'ella si trovava e
di l dal cespuglio vedeva sporgere fuori il suo capo dalla
camicia di lino sul collo bruno, o l'udiva cantare; una
volta assaggi qualche bacca vicino a lei, poi girovag pi
lontano e per un po' di tempo non la vide pi. Pensava
a lei, fra tenero e irritato, perch ella era tornata a par-
lare dell'autunno e dell'avvenire, dicendo che si credeva
incinta e che non voleva lasciarlo partire. "Presto tutto
finir," pensava Boccadoro, "presto sar ora di troncare
ed io mi metter in cammino da solo e lascer indietro
anche Roberto; voglio far in modo di ritornare per l'ini-
zio dell'inverno alla grande citt, da maestro Nicola, pas-
ser l l'inverno e nella primavera ventura mi comprer
un buon paio di scarpe nuove, e via, tirer avanti fin che
arriver al nostro convento di Mariabronn e potr salu-
tare Narciso; saranno ben dieci anni che non lo vedo.
Debbo rivederlo, foss'anche solo per un giorno o due."
Un suono inconsueto lo dest dai suoi pensieri, e al-
l'improvviso s'accorse che pensieri e desideri l'avevano trat-
to assai lontano. Tese l'orecchio: quel suono angoscioso
si ripet, egli credette di riconoscere la voce di Lena e la
segu, quantunque non gli piacesse essere chiamato. In
breve fu abbastanza vicino: s, era Lena, e gridava il suo
nome come se si trovasse in grande pericolo. Egli affrett
la corsa, sempre ancora un po' irritato, ma al ripetersi di
quelle grida la compassione e l'ansia presero in lui il so-
pravvento. Quando infine riusc a vederla, ella era seduta
o inginocchiata in mezzo alla landa, con la camicia tutta
stracciata, e gridando lottava con un uomo, che voleva
farle violenza. A lunghi balzi Boccadoro s'avvicin, e tutta
l'irritazione, l'inquietudine e la tristezza che erano in lui
si sfogarono in una collera furente contro l'attentatore stra-
niero. Lo sorprese mentre stava per abbattere completa-
mente Lena contro il suolo, il petto nudo di lei sangui-
nava: lo straniero, cupido, la teneva attanagliata. Bocca-
doro si gett su di lui, con mani furenti, e gli strinse la
gola magra e muscolosa, coperta di una barba lanuta,
serrando con volutt, fin che l'altro lasci andare la ra-
gazza e gli rimase floscio fra le mani; continuando a strin-
gere, Boccadoro lo trascin per un pezzo sul terreno, privo
di forze e quasi esanime, fino ad alcune rocce grige che
sporgevano nude dal suolo. Qui sollev il vinto con tutto
il suo peso, due, tre volte, e gli fece batter la testa contro
le rocce angolose. Poi scagli via il corpo con la nuca
spezzata; la sua collera non era ancor sazia, avrebbe vo-
luto continuare a maltrattarlo.
Lena guardava raggiante. Il suo petto sanguinava, ella
tremava ancora in tutto il corpo e respirava affannosa-
mente, ma s'era subito messa in piedi e guardava con
occhi rapiti, pieni di volutt e d'ammirazione, il suo forte
amante, che trascinava l'intruso, lo strozzava, gli rompeva
la nuca e scagliava il cadavere lungi da s. Eccolo l per
terra come un serpente ammazzato, floscio e contorto; il
suo viso grigio dalla barba arruffata e dai radi capelli
penzolava miseramente rovesciato all'indietro. Lena si drizz
giubilante e cadde sul cuore di Boccadoro, ma impallid
a un tratto: lo spavento le tremava ancora nelle membra,
si sent male e cadde esausta fra i mirtilli. Poco dopo
per pot ritornare con Boccadoro alla capanna. Egli le
lav il petto graflfiato; una mammella aveva anche un
morSo di quel mostro.
Roberto, molto impressionato dall'avventura, chiese con
avidit i particolari della lotta.
--Rotto la nuca, dici? Grandioso! Boccadoro, c' di
che temerti!
Ma Boccadoro non aveva voglia di parlarne oltre: il
suo furore era sbollito, e nell'allontanarsi dal morto egli
non aveva potuto far a meno di pensare a quel povero
brigante d'un Vittore: era dunque il secondo uomo che
moriva per mano sua. Per liberarsi di Roberto, disse: --
Ora potresti fare qualche cosa anche tu. Va laggi e cerca
di portar via il cadavere. Se troppo faticoso fargli una
buca, gettalo gi nello stagno, oppure coprilo bene di terra
e di pietre --. Ma Roberto rifiut: non voleva aver a
che fare con cadaveri; non si sa mai, potevano avere in-
dosso il veleno della peste.
Lena si era coricata nella capanna. Il morso al petto
le doleva; presto per si sent meglio, si alz, attizz il
fuoco e fece bollire il latte per la cena; era di ottimo umo-
re, ma fu mandata a letto presto. Ubbid come un agnello,
tanta era la sua ammirazione per Boccadoro. Questi si
mostrava taciturno e cupo; Roberto, che conosceva quegli
stati d'animo, lo lasci in pace. Quando pi tardi Bocca-
doro and nel suo pagliericcio, si chin verso Lena, in
ascolto. Dormiva. Egli si sentiva inquieto, pensava a Vit-
tore, provava un'ansia, un desiderio di riprendere la vita
del vagabondo; intuiva che il gioco della vita domestica
era finito. Ma una cosa specialmente gli dava da riflettere.
Aveva colto lo sguardo di Lena, mentr'egli squassava e
gettava lontano il cadavere di quell'individuo, uno sguar-
do singolare, e sentiva che non lo avrebbe pi dimenticato;
in quegli occhi sbarrati, inorriditi e rapiti, era balenato
un raggio di fierezza e di trionfo, una gioia profonda e
appassionatamente partecipe alla vendetta e all'uccisione,
quale egli non aveva mai veduta n immaginata in un
volto di donna. Senza quello sguardo, pensava, forse un
giorno, col passar degli anni, egli avrebbe dimenticato il
volto di Lena. Ma quello sguardo aveva reso grande, bello
e terribile il suo viso di ragazza campagnola. Da mesi gli
occhi di Boccadoro non avevano colto nulla, che gli desse
il lampo del desiderio: "Bisognerebbe disegnarlo!". A quel-
lo sguardo egli aveva risentito il desiderio guizZare dentro
di se, con una specle di sgomento.
Non potendo dormire, fin per alzarsi ed uscire dalla
capanna. Era fresco, una lieve brezza giocava fra le be-
tulle. Egli cammin su e gi nell'oscurit, poi sedette su
di una pietra e s'immerse in pensieri di una tristezza pro-
fonda. Sentiva pena per Vittore, sentiva pena per l'uomo
che aveva ammazzato quel giorno, sentiva pena per la
perduta innocenza dell'anima sua. Per questo era fuggito
dal convento, aveva abbandonato Narciso, aveva offeso
maestro Nicola e rinunciato alla bella Elisabetta... per
accamparsi poi in una landa e aspettare al varco gli ani-
mali vagabondi, e per uccidere l fra le pietre quel po-
vero diavolo? Aveva un senso tutto questo, valeva la pena
d'esser vissuto? Il cuore gli si stringeva per l'assurdit e
per il disprezzo di se stesso. Si lasci cadere indietro e
rimase l supino, con gli occhi fissi nella scialba nuvolaglia
notturna, finch nella fissit prolungata i suoi pensieri sva-
nirono; non sapeva pi se fissasse le nubi del cielo o il
suo torbido mondo interiore. A un tratto, nell'istante in
cui s'addormentava dolcemente sulla pietra, fra il rincor-
rersi delle nubi guizz come un lampo un volto grande
e pallido, il volto di Eva; aveva lo sguardo greve e ve-
lato, ma all'improvviso spalanc gli occhi, grandi occhi
pieni di volutt e avidi di sangue. Boccadoro dorm fin
che lo bagn la rugiada.
Il giorno dopo Lena era malata. La fecero star a letto.
Ci fu molto da fare: Roberto la mattina aveva incontrato
nel boschetto due pecore che, alla sua vista, erano subito
fuggite. Corse a chiamare Boccadoro e cacciarono pi di
mezza giornata, fin che ne catturarono una; quando verso
sera ritornarono a casa con la bestia, erano molto stanchi.
Lena si sentiva male. Boccadoro la esamin, la tast e
trov i bubboni della peste. Non disse nulla ma Roberto,
appena sent che Lena era ancora malata, fu colto dal
sospetto e non rimase nella capanna. Disse che si sarebbe
cercato fuori un posto per dormire e che prendeva la capra
con s: anch'essa poteva contrarre il male.
--E vattene al diavolo!--gli grid Boccadoro furente.
-- Non ti voglio pi rivedere. -- Afferr la capra e la
tir dalla sua parte dietro la parete di ginestre. Roberto
si dilegu senza rumore, senza capra, sentendosi male dalla
paura: paura della peste, paura di Boccadoro, paura della
solitudine e della notte. Si coric in vicinanza della ca-
panna.
Boccadoro disse a Lena: --Io resto con te, non preoc-
cuparti. Guarirai.
Ella scosse il capo.
-- Sta' in guardia, caro, di non prendere la malattia an-
che tu; non devi venirmi cos vicino. Non affannarti a con-
solarmi. Devo morire, e preferisco morire, piuttosto che
vedere un glorno il tuo giaciglio vuoto e sapere che mi
hai abbandonata. Tutte le mattine mi svegliavo con que-
sto pensiero e con questo timore. No, preferisco morire
L'indomani stava gi male. Boccadoro le aveva dato di
tanto in tanto un sorso d'acqua, e negl'intervalli aveva
dormito qualche ora. Al primo albeggiare riconobbe nel
volto di lei i chiari segni della morte vicina: era gi ap-
passito e frollo. Egli usci un momento dalla capanna per
prender aria e guardare il cielo. Sul margine del bosco
qualche tronco rosso e contorto di pinastro era gi illu-
mmato dal sole; l'aria era fresca e buona, le colline lon-
tane non si discernevano ancora nella nuvolaglia mattu-
tina. Egii cammin per un tratto, distese le membra stan-
che e resplr profondo. Il mondo era bello in quel triste
mathno. Presto sarebbe ricominciata la vita vagabonda.
Blsognava prender congedo.
Dal bosco lo chiam Roberto. Andava meglio? Se non
sl trattava di peste, cgli sarebbe rimasto. Boccadoro non
doveva essere in collera con lui, intanto egli aveva cu-
stodito la pecora.
--Va al diavolo tu e la tua pecora!--gli grid Boc-
cadoro.--Lena muore e ho preso il contagio anch'io.
Quest'ultlma era una bugia; la disse per liberarsi del-
I altro. Per quanto quel Roberto potesse essere un buon
diavolo, Boccadoro ne aveva abbastanza; troppo vile e
troppo meschino, troppo in contrasto con quell'epoca gran-
diosa di sconvolgimenti e di fato. Roberto si dilegu e
non ritorno pm. Il sole sorse luminoso.
Quando Boccadoro torn presso Lena, ella dormiva. An-
ch egll s addorment di nuovo e vide in sogno il suo ca-
vallo d un tempo, Bless, e il bel castagno del convento
gli pareva di rlguardare indietro, da una lontananza infi-
nita e deserta, ad una dolce patria perduta; e quando si
desto, sulla barba bionda che gli copriva le guance scor-
revan due lacrime Ud Lena che parlava con voce fioca
credette che lo chiamasse e si rizz sul giaciglio, ma ella
non parlava a nessuno, balbettava solo parole fra s e s
parole di tenerezza e d'invettiva; rise un attimo, poi co-
minci a sospirare profondamente ed a singhiozzare, e a
poco a poco ridivenne quieta. Boccadoro s'alz, si chin
sopra quel volto gi sfigurato, il suo occhio segui con
amara curiosit le linee che si contraevano e si confonde-
vano cos miseramente sotto il somo bruciante della morte
Cara Lena, grid il suo cuore, cara bambma buona, vuo
gi lasciarmi anche tu? Ne hai gi abbastanza di me.
Sarebbe fuggito volentieri. Vagare, vagare, marciare, re-
spirare stancarsi, vedere nuove immagml gll avrebbe fatto
bene, avrebbe forse sollevato il suo abbattimento profondo.
Ma non poteva, non gli era possibile lasciar l quella crea-
tura sola a morire Osava appena uscire un pochino ogni
due ore, per respirare aria fresca. Siccome Lena non pren-
deva pi latte, ne beveva lui a saziet, non c'era nient'altro
da mangiare. Qualche volta portava fuori anche la capra,
perch mangiasse, bevesse acqua e si muovesse. Poi ritor-
nava presso Lena, le mormorava parole affettuose, fissava
immobile il suo volto e assisteva sconfortato, ma attento,
al suo morire. Ella era cosciente, ogni tanto dormiva, e
quando si destava non apriva pi gli occhi che a met, le
sue palpebre erano stanche e afflosciate. Intorno agli occhi
ed al naso la fanciulla appariva d'ora in ora pi vecchia,
sul collo fresco e giovane c'era un viso di nonna che av-
vizziva rapidamente. Solo di rado pronunciava una parola,
diceva Boccadoro o caro , e cercava d'mumidir con
la lingua le labbra gonfie e bluastre. Allora egli le dava
qualche goccia d'acqua.
Nella notte seguente Lena mor. Mor senza lamento:
un breve sussulto, poi il respiro s' arrest e un bnvldo le
percorse la pelle: a quella vista Boccadoro Sl sent gon-
fiare il cuore, e gli vennero in mente i pesci morenti, che
tante volte aveva veduti e compianti in plazza del mer-
cato: cos si spegnevano anch'essi, con un moto convulso
e con un lieve brivido doloroso, che correva sulla loro
pelle portandone via lo splendore e la vita Rimase ancora
un poco in ginocchio accanto a Lena, pOI usc all'aperto
e sedette fra i cespugli d'erica. Gli venne in mente la ca-
pra torn dentro, la prese con s, e la bestia, dopo aver
cercato un poco attorno, si distese per terra. Egli le si
coric vicino, con la testa sul suo fianco, e dorm fino
all'alba Allora entr per l'ultima volta nella capanna,
dietro la parete intrecciata, e per l'ultima volta guard il
povero viso della morta. Gli ripugnava lasciarla cosi. Usc,
raccolse qualche bracciata di legna secca e di sterpi, getto
tutto nella capanna e appicc il fuoco. Non prese fuori
NARCISO E BOCCADORO 403
nulla, tranne l'acciarino. In un attimo la parete di ginestra
secca divamp. Egli rimase fuori a guardare, col viso ar-
roventato dal fuoco, fin che tutto il tetto fu in fiamme e
le prlme travi precipitarono. La capra saltava impaurita
e gemente. Sarebbe stato logico uccidere l'animale, arro-
stirne un peZzo e mangiare, per acquistar forza sul punto
di mettersl m cammino. Ma non gli fu possibile; spinse
la capra nella landa e se ne and. Il fumo dell'incendio
lo-segu fin dentro il bosco. Non aveva mai iniziato una
peregrmazlone con tanto sconforto.
Ma ci che l'aspettava era peggio ancora di quanto si
fosse immaginato. Cominci alle prime masserie e ai primi
villaggi e continu, sempre pi terribile quanto pi avan-
zava. Tutta la regione, tutto il vasto paese stava sotto un
nembo di morte, sotto un velo d'orrore, d'angoscia, di
ottenebramento degli spiriti; e il peggio non erano le case
deserte, i cani da guardia morti di fame e imputriditi alla
catena, i morti rimasti insepolti, i bambini mendicanti
le tombe in massa davanti alle citt 11 peggio erano i
vivi, che sembrava avessero perduto occhi e anima sotto
Il peso dello spavento e dell'ansia della morte. Dapper-
tutto il viandante udiva e vedeva cose strane ed orrende.
Genitori che avevano abbandonato i figli colti dal male
marlti che avevano abbandonato le mogli. I monatti e gli
sblrrl d'ospedale dominavano come carnefici, predavano nel-
le case lasciate vuote dalla morte, a loro capriccio ora la-
sciaVano i cadaveri insepolti, ora strappavano dai letti i
VIVI prlma che avessero esalato l'ultimo respiro e li get-
tavano sui carri funebri. Fuggiaschi vagavano solitari, ab-
brutltl, evitando ogni contatto con gli uomini, cacciati
dalla paura della morte. Altri si riunivano in una gioia
di vivere eccltata e sgomenta, tenevano orge e celebra-
vano feste da ballo e d'amore, in cui la morte sonava la
viola. Altri, trascurati nella persona, piangenti o impre-
canti, con gli occhi smarriti, stavano accovacciati davanti
ai cimiteri o alle loro case spopolate. E peggio di tuttO:
ognuno cercava per quell'insopportabile calamit un capro
espiatorio, ognuno affermava di conoscere gli scellerati
ch'erano i colpevoli e malvagi promotori della pestilenza.
Uomini diabolici, si diceva, provvedevano con gioia ma-
ligna alla propagazione della strage, prendendo il veleno
dai cadaveri degli appestati e fregandolo sui muri e sulle
maniglie delle porte, o avvelenando le fontane e il be-
stiame. Chi cadeva in sospetto di compiere tale mostruo-
sit era perduto se, avvisato in tempo, non riusclva a
fuggire; era punito con la morte dalla giustizia o dalla
plebe. Inoltre i ricchi davano la colpa ai poveri e vlce-
versa, oppure si diceva che i colpevoli erano gli ebrei o i
latini o i medici. In una citt Boccadoro, col cuore indi-
gnato vide ardere tutta la via degli ebrei, una casa dopo
l'altra, mentre intorno il popolo urlava e i fuggiaschi
atterriti venivano ricacciati nel fuoco con la forza delle
armi. Nella follia della paura e dell'esasperazione, dapper-
tutto si uccidevano, si bruciavano e si torturavano inno-
centi. Boccadoro assisteva con furore e disgusto: il mondo
pareva sovvertito e avvelenato, pareva che non esistessero
pi gioia, innocenza e amore sulla terra. A volte si rifu-
giava nelle feste turbolente di chi voleva godere la vita.
Dappertutto sonava la viola della morte; egli impar pre-
sto a conoscerne il suono; a volte prendeva parte a quei
festini disperati, a volte sonava anch'egli il liuto o ballava
alla luce delle torce a vento, nelle notti febbrili.
Paura non ne sentiva. Una volta aveva provato l'ansia
della morte, in quella notte d'inverno sotto gli abeti, men-
tre le dita di Vittore gli stringevano la gola, e anche In
altre due giornate del suo vagabondaggio, nella neve e
nella fame. Quella era una morte con cui si poteva com-
battere, da cui ci si poteva difendere, ed egli si era difeso,
con le mani e i piedi tremanti, con lo stomaco vuoto, con
le membra esauste, si era difeso, aveva vinto, era sfuggito.
Ma con la morte causata dalla peste non si poteva lottare,
bisognava lasciarla infuriare ed arrendersi, e Boccadoro
si era arreso da un pezzo. Non aveva paura, sembrava
che non gl'importasse pi nulla della vita, da quando ave-
va lasciato Lena nella capanna ardente, da quando avan-
zava giorno per giorno nel paese devastato dalla morte.
Ma una straordinaria curiosit lo spingeva e lo teneva
desto; era instancabile nel contemplare la grande mietitrice,
nelPascoltare il canto della caducit; non si tirava mai da
parte, sempre lo afferrava la stessa tacita passione d'es-
sere presente e di camminare con gli occhi aperti attra-
VerSo l'inferno. Mangiava pane ammuffito nelle case spo-
polate, cantava e trincava nelle orge folli, coglieva il fiore
del piacere presto appassito, guardava negli occhi fissi ed
ebbri delle donne, guardava negli occhi fissi e melensi degli
ubriachi, guardava negli occhi che si spegnevano dei mo-
renti, amava le donne disperate e febbricitanti per un
piatto di minestra aiutava a portar via i morti, per pochi
quattrini aiutava a gettar terra sopra i cadaveri nudi. Tetro
e selvaggio s'era fatto il mondo, la morte cantava urlando
la sua canzone, Boccadoro ascoltava con l'orecchio teso,
con passlone ardente.
La sua meta era la citt di maestro Nicola l lo chia-
mava la voce del suo cuore. Lunga era la via e piena di
morte, di avvizzimento e di strage. Egli avanzava triste,
inebrlato dal canto funebre, tutto proteso verso il dolore
urlante del mondo, triste e pur ardente, coi sensi aperti.
In un convento vide un affresco recente e dovette con-
templarlo a lungo. C'era dipinta su di una parete la danza
macabra: la morte pallida e ossuta portava via ballando
gli uomini dalla vita, il re, il vescovo, l'abate, il conte, il
cavaliere, il medico, il contadino, il lanzichenecco, tutti
prendeva con s, e dei musicanti scheletriti accompagna-
vano la danza sonando su ossa cave. Gli occhi curiosi di
Boccadoro assorbirono profondamente quella visione Un
ignoto collega aveva tratto l'insegnamento da quello ch'egli
aveva visto della morte nera e gridava squillante all'orec-
chio degli uomini la predica amara del dover morire. Il
quadro era buono, era una buona predica; quel collega
sconosciuto non aveva visto e fissato male la cosa, dalla
sua figurazione truce usciva un suono d'ossa e d'orrore.
E tuttavia non era quello che egli, Boccadoro, aveva ve-
duto e vissuto L era dipinta la necessit della morte, se-
Vera e inesorabile. Ma Boccadoro avrebbe desiderato un'al-
tra rappresentazione; in lui il canto selvaggio della morte
sonava diverso, non severo e macabro, ma dolce e sedu-
cente, come un richiamo alla patria, materno. L dove la
morte protendeva la sua mano nella vita, non echeggiava
solo un grldo stridulo e guerriero ma anche un suono pro-
fondo e amoroso, un suono pieno, autunnale, e vicino alla
morte il lumino della vita ardeva pi chiaro e pi fer-
vido. Ad altri la morte poteva apparire come un guerriero,
un giudice o un carnefice, come un padre severo: per lui
la morte era anche una madre e un'amante, il suo appel-
lo era un richiamo d'amore, il suo contatto un brivido
d'amore.
Quando Boccadoro riprese il suo cammino, dopo aver
contemplato il dipinto della danza macabra, una forza
nuova lo attirava verso il maestro e verso la creazione.
Ma dappertutto erano soste, nuove immagini e nuove
esperienze; con le narici vibranti egli aspirava l'aria di
morte, dappertutto la compassione o la curiosit gli chie-
devano un'ora, un giorno. Per tre giorni ebbe con s un
contadinello piagnucolante, lo port per ore ed ore sulle
spalle: un cosino mezz'affamato di cinque o sei anni, che
gli diede molto da fare e di cui stent a liberarsi. Final-
mente glielo prese la moglie di un carbonaio, a cui era
morto il marito e che voleva avere ancora intorno a s
qualche cosa di vivo. Per diversi giorni lo accompagn un
cane senza padrone, che mangiava nella sua mano e lo
scaldava nel sonno; ma un mattino scomparve. Ci rin-
crebbe a Boccadoro: si era abituato a parlare con quel
cane; per mezz'ora di seguito gli rivolgeva discorsi e fan-
tasticherie sulla malvagit degli uomini, sull'esistenza di
Dio, sull'arte, sul seno e sulle anche d'una giovane figlia
di cavaliere di nome Giulia, che aveva conosciuta in gio-
vent Perch naturalmente nel suo pellegrinaggio attra-
verso la morte Boccadoro era diventato un pochino pazzo:
tutti nel territorio colpito dalla peste erano un poco pazzi
e molti lo erano del tutto. Un pochino pazza era forse
anche la giovane ebrea Rebecca, la bella fanciulla dai
capelli neri e dagli occhi ardenti, con la quale s'attard
due giorni.
La trov nella campagna davanti ad una piccola citt,
accovacciata presso un mucchio di macerie carbonizzate;
urlava, si batteva il volto e si strappava i neri capelli.
Boccadoro ebbe compassione di quei capelli cos belli, e
afferr quelle mani infuriate, le tenne ferme, parl alla
fanciulla e s'accorse allora che anche il viso e la persona
erano bellissimi. Ella piangeva perch suo padre era stato
bruciato e ridotto in cenere insieme ad altri quattordici
ebrei, per ordine dell'autorit; ella era riuscita a fuggire,
ma poi era ritornata disperata e s'accusava di non essersi
fatta bruciare insieme al padre. Con molta pazienza egli
le tenne ferme le mani convulse, le parl con dolcezza, le
mormor espressioni di piet protettrice, le offerse aiuto.
Ella gli chiese di aiutarla a seppellire suo padre ed allora
raccolsero tutte le ossa traendole dalla cenere ancor calda
e le portarono in un luogo nascosto in mezzo ai campi
dove le coprirono di terra. Intanto s'era fatta sera e Boc-
cadoro cerc un posto per dormire, prepar alla fanciulla
un giaciglio in un boschetto di querce, le promise di ve-
gliare, e la sent piangere ancora e singhiozzare, fin che
si fu addormentata. Allora dorm un poco anche lui e
alla mattina cominci la sua corte. Le disse che non po-
teva rimanere cos sola, che l'avrebbero riconosciuta per
ebrea e uccisa, o che qualche dissoluto vagabondo l'avreb-
be maltrattata, e che nella foresta c'erano lupi e zingari.
Egli invece l'avrebbe presa con s e protetta dai lupi e
dagli uomini, perch gli faceva pena e le voleva molto
bene: egli aveva gli occhi aperti e sapeva che cos' la
bellezza, e non avrebbe mai tollerato che quelle dolci pal-
pebre intelligenti e quelle belle spalle fossero divorate dagli
animali o arse sul rogo. Ella lo ascolt cupa, poi balz
in piedi e fugg. Egli dovette rincorrerla e tenerla stretta
prima di poter proseguire.
-- Rebecca, -- disse, -- vedi bene che non ho cattive
intenzioni verso di te. Ora sei afflitta, pensi a tuo padre
non vuoi saperne d'amore. Ma domani o dopodomani o
pi tardi io t'interrogher di nuovo; fino allora ti proteg-
ger, ti porter da mangiare e non ti toccher. Sii triste
fin che necessario Con me potrai esser triste o lieta,
potrai fare sempre e soltanto ci che ti dar piacere.
Ma eran tutte parole dette al vento. Ella non voleva
far nulla che desse piacere - affermava tetra e furente -
voleva fare ci che d dolore, mai pi avrebbe pensato
a qualcosa che potesse somigliare alla gioia, e quanto pi
presto l'avrebbe divorata il lupo, tanto meglio per lei. Egli
doveva andarsene, non c'era nulla da fare, avevan gi
parlato troppo
--Ascolta, -- disse Boccadoro, -- non vedi che dap-
pertutto la morte, che in tutte le case e le citt si muo-
re, che tutto pieno d'angoscia? Anche il furore di quegli
uomini stolti, che hanno bruciato tuo padre, altro non
se non miseria e disperazione, se non conseguenza di una
sofferenza troppo grande. Guarda, presto la morte pren-
der anche noi ed anche noi imputridiremo nei campi e
con le nostre ossa giocher la talpa. Lascia che prima
viviamo ancora un poco e ci vogliamo bene. Ah, sarebbe
un tal peccato per il tuo collo bianco, per il tuo piccolo
piede! Cara bella fanciulla, vieni con me, non ti toccher,
voglio solo vederti e provvedere a te.
Supplic ancora a lungo e a un tratto sent egli stesso
quanto fosse inutile cercare di conquistarla con parole e
ragionamenti. Tacque e la guard triste: il volto fiero e
regale di lei era rigido di ripulsa.
-- Ecco come siete, -- disse infine Rebecca con voce
piena d'odio e di disprezzo, -- ecco come siete voi cri-
stiani! Prima aiuti una figlia a seppellir suo padre che
la tua gente ha assassinato e di cui l'unghia dell'ultimo
dito vale pi di te, e subito dopo la ragazza dev'esser tua
e far con te all'amore. Ecco come siete! A tutta prlma
pensai che forse tu eri un uomo buono. Ma come potev
esser buono? Ah, siete dei porci!
Mentre parlava cos, Boccadoro vedeva ardere nei Su
occhi, dietlo l'odio, qualcosa che lo commoveva e lo con-
fondcva e gli penetrava nel cuore. Vedeva nei suoi occhi
la morte, ma non il dover morire, bens il voler morire,
il diritto di morire, la tacita dedizione e obbedienza al-
l'appello della madre della terra.
-- Rebecca, -- disse,--forse hai ragione Io non sono
un uomo buono, quantunque verso di te le mie intenziom
fossero buone. Perdonami. Solo ora ti ho compresa.
Toltosi il berretto, la salut profondamente come una
principesSa e se n'and col cuore oppresso; doveva lasclar-
la perire. Rimase a lungo turbato, non aveva voglla di
parlare con nessuno. Per quanto poco si assomigliassero,
quella fiera e povera fanciulla israelita gli ricordava in
certo modo Lidia, la figlia del cavaliere. Amare donne
come quelle era fonte di dolore. Ma per qualche tempo
gli parve di non aver mai amato altre che queste due, la
povera, inquieta Lidia e l'ombrosa, amara israelita.
Per parecchi giorni ancora pens alla focosa fanciulla
dai capelli neri, e per parecchie notti sogn la bellezza
slanciata e ardente del suo corpo, che pareva destinato
alla felicit e alla prosperit ed era invece gi votato alla
morte Oh perch quelle labbra e quel seno dovevano
diventar preda dei porci e imputridire nei campi? Non
c era qualche potenza, qualche magia, per salvare questi
fiori preziosi? S, c'era una magia: far si che contlnuas-
sero a vivere nella sua anima, dar loro forma e conser-
varli cos. Egli sentiva con sgomento e con entusiasmo
la sua anima piena d'immagini, sentiva che quel lungo
peregrinare attraverso il paese della morte l'aveva tutta
popolata di figure. Tanta ricchezza gli gonfiava il cuore
ed egli sentiva un desiderio invincibile di raccogliersi su
di essa, di darle sfogo, di trasformarla in immagini dura-
ture. E continuava il suo cammino con impulso sempre
pi avido e fervente, sempre con gli occhi aperti e coi
sensi curiosi, ma con un appassionato desiderio di carta e
stilo, di creta e legno, di officina e di lavoro.
L'estate era passata. Molti assicuravano che con l'au-
tunno o col principio dell'inverno, la pestilenza sarebbe
cessata. Era un autunno senza gioia. Boccadoro attraver-
sava regioni, in cui non c'era pi nessuno per coglier la
frutta che cadeva dagli alberi e marciva nell'erba, in altri
luoghi orde di gente inselvatichita, proveniente dalle citt
in barbare escursioni, la saccheggiava e la sperperava.
Boccadoro s'avvicinava a poco a poco alla sua meta e
in quell'ultimo tempo lo coglieva spesso il timore di poter
prendere ancora la peste e di dover morire in qualche
stalla. E non voleva pi morire, prima d'aver gustato la
felicit d'essere ancora in un'officina e di dedicarsi alla
creazione artistica. Per la prima volta in vita sua il mondo
gli pareva troppo vasto, la terra germanica troppo grande.
Nessuna graziosa piccola citt poteva pi allettarlo a so-
stare, nessuna graziosa contadinella lo tratteneva pi a
lungo di una notte.
Ma una volta pass davanti ad una chiesa, sotto il cui
portale stavano entro nicchie profonde, sorrette da colon-
nine ornamentali, molte statue in pietra di epoca antichis-
sima, figure d'angeli, apostoli e martiri, come ne aveva
gi vedute altre volte; anche nel suo convento di Maria-
bronn c'erano parecchie statue di quel genere. Un tempo,
da giovinetto, le aveva contemplate con piacere, ma senza
passione; gli parevano belle e maestose, ma un po' troppo
solenni e un po' rigide e antiquate. Pi tardi, quando
alla fine della sua prima grande peregrinazione era stato
tanto commosso e rapito da quella dolce e triste Ma-
donna di maestro Nicola, quelle figure di pietra solenni
ed arcaiche gli erano parse troppo pesanti, rigide e stra-
niere, le aveva contemplate con un certo altero disprezzo
e nella nuova maniera del suo maestro aveva veduto
un arte molto pi viva, pi intima e Di animata. Ora
che ritornava dal mondo con l'anima piena d'immagini,
segnata dalle cicatrici e dalle tracce di avventure e di
esperienze violente, con un doloroso e appassionato desi-
derio di raccoglimento e di nuova creazione, quelle figure
antiche ed austere commovevano a un tratto il suo cuore
con straordinaria potenza. Stava devotamente dinanzi a
quelle statue venerande, in cui viveva ancora il cuore di
un'epoca da lungo tempo tr.corsa, e le angosce e le estasi
di generazioni scomparse da un peZZo, irrigidite nella pie-
tra, sfidavano ancora da secoli la caducit. Nel suo cuore
inselvatichito sorgeva tremante e umile il sentimento della
venerazione e un orrore per la sua vita sciupata e con-
sumata. Fece quello che da gran tempo non faceva, cerc
un confessionale, per confessarsi e per farsi punire.
Ma se nella chiesa c'erano confessionali, in nessuno si
trovava un prete; erano morti, giacevano all'ospedale, era-
no fuggiti, temevano il contagio. La chiesa era deserta, i
passi di Boccadoro risonavano cupi sotto la volta di pietra.
Egli s'inginocchi davanti ad uno dei confessionali vuoti,
chiuse gli occhi e mormor dentro la grata: --Buon Dio,
vedi ci ch' avvenuto di me. Ritorno dal mondo e sono
diventato un uomo cattivo ed inutile, ho sprecato i miei
anni di giovent come un dissipatore, ben poco si sal-
vato. Ho ucciso, ho rubato, ho fornicato, ho viSsuto in
ozio e mangiato il pane degli altri. Buon Dio, perch ci
hai creati cos, perch ci conduci per vie simili? Non
siamo noi tuoi figli? Il Figlio tuo non morto per noi?
Non ci sono santi e angeli per giudicarci? O sono tutte
belle storie inventate, che si raccontano ai bambini e di
cui ridono i preti stessi? Io ho perduto la fiducia in te,
Padre, hai creato male il mondo, lo tieni in ordine male.
Ho veduto case e strade piene di morti, ho veduto ricchi
barricarsi nelle loro case o fuggire, e i poveri lasciare i
loro fratelli insepolti, e gli uni diventare sospetti agli altri
e ammazzare gli ebrei come bestie. Ho veduto tanti inno-
centi soffrire e perire e tanti malvagi nuotare nel benes-
sere. Ci hai dunque del tutto dimenticati e abbandonati,
la tua creazione t' venuta in uggia, vuoi lasciarci andare
tutti alla malora?
Sospirando usc dall'alto portale e vide le statue di
pietra silenziose, angeli e santi, magri ed alti nei rigidi
drappeggi delle loro vesti, immobili, irraggiungibili, sovru-
mani e pur creati da mano umana e da spirito umano.
Stavano lass nelle loro nicchie ristrette, severi e sordi
inaccessibili a preghiere e a domande, eppure erano un
infinito conforto, erano una vittoria trionfante sulla morte
e sulla disperazione, nella loro maest e nella loro bellezza
sopravviventi all'estinguersi di una generazione umana do-
po l'altra. Ah, se ci fosse stata l anche la bella ebrea
Rebecca e la povera Lena arsa insieme alla capanna e la
povera Lidia e maestro Nicola ! Ma un giorno ci sareb-
bero stati e avrebbero avuto vita duratura, egli stesso li
avrebbe presentati, e le loro figure, che in quel momento
significavano per lui amore e tormento, ansia e passione,
si sarebbero erette un giorno davanti ai posteri, senza nome
e senza storia, pacati e taciti simboli della vita umana.
CAPITOLO XV
Finalmente la meta fu raggiunta e Boccadoro entr nel-
l'ambita citt per la medesima porta per cui un giorno,
tanti anni prima, era passato la prima volta in cerca del
suo maestro. Gi per strada, mentre si avvicinava alla
citt vescovile, parecchie notiZie l'avevano raggiunto; sa-
peva che anche l c'era stata la peste e forse vi regnava
ancora, gli avevano raccontato di disordini e di rivolte
popolari, e che un governatore imperiale era venuto per
mettere ordine, per dare leggi eccezionali e proteggere la
propriet e la vita dei cittadini. Perch il vescovo aveva
lasciato la citt appena scoppiata la peste e risiedeva lon-
tano in uno dei suoi castelli in campagna. Di tutte queste
notizie il viandante si era interessato poco. Purch ci fosse
ancora la citt, con le officine in cui egli voleva lavorare!
Tutto il resto non gli importava. Quando arriv, l'epi-
demia era spenta, si aspettava il ritorno del vescovo e ci
si rallegrava della partenza del governatore e della ri-
presa della pacifica vita normale.
Quando Boccadoro rivide la citt, un'ondata di ricordi,
un senso di ritrovar la sua patria, quale non aveva mai
provato prima, gli gonfi il cuore, e per dominarsi con-
trasse il volto in una maschera di severit inconsueta. Oh,
c'era ancora tutto: le porte, le belle fontane, il vecchio
campanile massiccio della cattedrale e quello nuovo e slan-
ciato della chiesa di Santa Maria, le campane sonore di
San Lorenzo, la grande piazza luminosa del mercato! Oh,
che gioia che tutto questo lo avesse aspettato! Non aveva
sognato un giorno, cammin facendo, di arrivar l e di tro-
var tutto straniero e mutato, parte distrutto e in rovina,
parte irriconoscibile per nuove costruzioni e per strani se-
gni spiacevoli? Aveva le lacrime a~li occhi, mentre cam-
minava per le strade e riconosceva le case a una a una.
In fin dei conti non erano invidiabili i sedentari nelle loro
belle case sicure, nella loro pacifica vita borghese, nel loro
sentimento tranquillante e fortificante di avere una patria,
di essere a casa propria nella stanza e nell'officina, fra
moglie e figli, servit e vicini ?
Era tardo pomeriggio e dalla parte della strada illu-
minata dal sole le case, le insegne delle osterie e delle cor-
porazioni, le porte scolpite e i vasi di fiori splendevano
nel raggio caldo, e nulla faceva pensare che anche in
quella citt avessero regnato la furia della morte e la
folle paura degli uomini. Fresco, verde e azzurro chiaro
scclrreva sotto le volte sonore del ponte il fiume lucente
Boccadoro sedette un momento sul parapetto dell'argine.
sotto guiZZavano ancora nel verde cristallo le ombre scure
dei pesci, o stavano immobili coi musi rivolti contro la
corrente; ancora scintillava qua e l nel crepuscolo del
fondo quel tenue bagliore d'oro, che promette tanto e fa-
vorisce i sogni. Ci accadeva anche in altre acque, anche
altri ponti ed altre citt eran belli a vedere, e tuttavia
gli pareva di non aver pi visto e sentito da tanto tempo
nulla di simile.
Passarono due garzoni di macellaio, che spingevano ri-
dendo un vitello, e scambiarono occhiate e scherzi con
una ragazza, che raccoglieva il bucato in una pergola
sopra di loro. Come tutto passava presto! Poco tempo
innanzi bruciavano ancora i fuochi della peste e infieri-
vano i terribili monatti; ed ecco che la vita riprendeva il
suo corso, si rideva e si scherzava; a lui capitava lo stesso:
eccolo l seduto, entusiasta di rivedere ogni cosa, ricono-
scente, tenero perfino verso i sedentari, come se non ci
fossero state n miseria n morte, n una Lena n una
principessa israelita. S'alz sorridendo e prosegu; solo
quando s'avvicin alla strada di maestro Nicola e riper-
corse quel cammino, che un tempo aveva fatto ogni giorno
per un anno intero recandosi al lavoro, il suo cuore co-
minci a sentirsi oppresso e inquieto. Affrett il passo;
voleva presentarsi quel giorno stesso al maestro e aver
notizie, non era pi il caso di differire, gli sarebbe parso
addirittura impossibile aspettare fino al'indomani. Il mae-
stro sarebbe stato ancora in collera con lui? Era passato
tanto tempo, non poteva pi avere importanza; e se an-
che lo fosse stato, egli avrebbe placato la sua collera. Pur-
ch il maestro fosse ancora l, lui e la sua ofhcina, poi
tutto sarebbe andato bene. In fretta, come se all'ultimo
momento potesse perdere ancora qualcosa, s'avvicin alla
casa ben nota, afferr la maniglia della porta e sussult,
trovandola chiusa. Era forse un cattivo segno? Una volta
non avveniva mai che quella porta fosse tenuta chiusa in
pieno giorno. Lasci cadere il battaglio con strepito e
aspett. Di colpo gli era entrata una grande ansia in cuore.
Venne l stessa vecchia servente che l'aveva ricevuto al
suo primo ingresso in quella casa. Non era diventata pi
brutta, ma pi vecchia e pi sgarbata; non riconobbe Boc-
cadoro. Con voce ansiosa egli chiese del maestro. Ella lo
guard inebetita e diffidente.
-- Maestro? Qui non c' nessun maestro. Andate pure,
giovanotto. Non si riceve nessuno.
Voleva cacciarlo fuori dalla porta: egli la prese per
un braccio e le grid: --Ma parla dunque, Margherita,
in nome di Dio! lo sono Boccadoro, non mi conosci?
Debbo andare da maestro Nicola.
Negli occhi presbiti e semispenti non brill alcun segno
di benvenuto.
-- Qui non c' pi nessun maestro Nicola, -- disse
respingendolo;--quello morto. Andatevene, io non posso
star qui a chiacchierare.
Boccadoro che sentiva crollare tutto dentro di s, spinse
da una parte la vecchia, che gli corse dietro gridando, e
si precipit per il corridoo buio verso l'officina. Era chiu-
sa. Seguito dQlla vecchia, che protestava e inveiva, corse
su per la scala, vide nella penombra del noto vestibolo le
statue che Nicola aveva raccolte. Chiam a voce alta la
signorina Elisabetta.
La porta della stanza s'apr e comparve Elisabetta; quan.
do, solo alla seconda occhiata, egli la riconobbe si sent
stringere il cuore. Se gi tutto in quella casa, dal mo-
mentO in cui aveva trovato con spavento la porta chiusa,
appariva spettrale e incantato come in un sogno ango-
sciosO, alla vista di Elisabetta un vero brivido gli percorse
la schiena. Della bella e superba Elisabetta era rimasta
una ragazza spaurita e curva, con un viso giallo e mala-
ticcio, in un vestito nero e disadorno, con lo sguardo in-
certo e l'atteggiamento inquieto.
-- Perdonate, -- fece lui, -- Margherita non voleva
lasciarmi entrare. Non mi riconoscete? Ma sono Bocca-
doro. Ah, ditemi: proprio vero che vostro padre
morto?
Dallo sguardo di lei cap che in quel momento lo ri-
conosceva e vide anche subito ch'egli non doveva aver
lasclato buon ricordo di s.
--Ah, siete Boccadoro? -- disse, e nella voce di lei
egli riconobbe qualcosa della fierezza d'un tempo. -- Vi
siete affaticato a salire per nulla. Mio padre morto.
--E l'officina? -- gli usc dal petto.
-- L'officina? chiusa. Se cercate lavoro, dovete an-
dare altrove.
Egli cerc di dominarsi.
-- Signorina Elisabetta, -- disse cortesemente, -- io
non cerco lavoro, volevo solo salutare il maestro e voi.
Sono molto addolorato di dover udire questo! Vedo che
avete passato dei giorni gravi. Se uno scolaro riconoscente
di vostro padre pu rendervi qualche servigio, ditelo, sa-
rebbe una gioia per me. Ah, signorina Elisabetta, mi si
spezza il cuore a trovarvi cos... cos immersa nel dolore
Ella si ritir dietro la porta della stanza.
--Grazie, -- disse esitante, -- non potete pi render
nessun servigio a lui e neppure a me. Margherita vi con-
durr fuori.
La voce risonava dura, fra irata e timorosa. Egli sent
che, se avesse avuto coraggio, lo avrebbe cacciato fuori
con un'ingiuria.
Gi era sceso in istrada, gi la vecchia aveva sbarrato
dietro di lui la porta di casa e messo i chiavistelli. Ud
ancora il colpo secco dei catenacci, che gli son all'orec-
chio come la chiusura del coperchio di una bara.
Ritorn a passi lenti in riva al fiume e sedette di nuovo
sul muro nel posto d'un tempo. Il sole era tramontato
dall'acqua saliva un alito freddo, fredda era la pietra sul-
la quale sedeva. La via che fiancheggiava il fiume s'era
fatta silenziosa, contro i pilastri del ponte mormorava la
corrente, cupo appariva il fondo, nessun bagliore d'oro
luccicava pi. "Oh" pensava "se ora cadessi gi dal mu-
ro e scomparissi nel fiume!" 11 mondo era di nuovo pie-
no di morte. Pass un'ora e il crepuscolo era diventato
notte. Finalmente poteva piangere. Stava seduto e pian-
geva, le gocce calde gli cadevano sulle mani e sulle gi-
nocchia. Piangeva per il maestro morto, piangeva per la
perduta bellezza di Elisabetta, piangeva per Lena, per Ro-
berto, per la fanciulla ebrea, per la sua propria giovinezza
appassita e sciupata.
Pi tardi entr in un'osteria, dove una volta trincava
spesso coi compagni. L'ostessa lo riconobbe; egli le chiese
un pezzo di pane, ella glielo diede e gli offerse insieme
gentilmente anche un bicchier di vino. Egli non riusc a
ingoiare n il pane n il vino. Sopra una panca dell'oste-
ria dorm la notte. L'ostessa lo svegli il mattino, egli
ringrazi e se n'and; per via mangi il suo pezzo di
pane.
And in piazza del mercato: l c'era la casa in cui una
volta aveva la sua camera. Accanto alla fontana alcune
pescivendole offrivano la loro merce viva; egli guard
dentro i barili i begli animali lucenti. Tante volte li aveva
visti in passato, e gli torn alla mente che spesso aveva
avuto compassione di loro e s'era sentito acceso d'ira con-
tro le pescivendole e i compratori. Una volta, ricordava,
in un'altra mattina s'era aggirato per quella piazza am-
mirando e compiangendo i pesci ed era stato molto tri-
ste: quanto tempo era passato da allora e quant'acqua
sotto i ponti! Era stato molto triste, se ne rammentava be-
ne, ma non sapeva perch. Era proprio cos: anche le
cose tristi passavano, anche i dolori e le disperazioni, co-
me le gioie, impallidivano, perdevano la loro profondit
e il loro valore, fin che veniva un momento in cui non ci
si poteva pi ricordare che cos'era stato a far tanto male.
Anche i dolori sfiorivano e appassivano. Anche il suo do-
lore di quel giorno sarebbe dunque appassito e divenuto
insignificante, anche la sua disperazione per la morte del
maestro, che se n'era andato in collera con lui. E perch
non gli era pi aperta un'officina, dove gustare la felicit
della creazione e scaricare dall'anima il peso delle imma-
gini? S, senza dubbio, anche questa sofferenza, anche l'a-
marezza di diventare vecchio e stanco, anche questa avreb-
be dimenticato. Nulla aveva consistenza, neppure il do-
lore.
Mentre fissava i pesci, tutto assorto in questi pensieri,
ud una voce sommessa pronunciare affettuosamente il suo
nome.
-- Boccadoro, -- chiamava timida; e voltandosi, egli
vide una giovinetta delicata e patita, ma con grandi oc-
chi scuri. Non la conosceva.
-- Boccadoro! Sei proprio tu? -- disse la timida voce.
-- Da quando sei tornato in citt? Non mi conosci pi?
Sono Maria.
Ma egli non la conosceva. Dovette raccontargli che era
la figlia dei suoi padroni di casa d'un tempo e che un
giorno, in quell'alba prima della sua partenZa, gli aveva
fatto scaldare una tazza di latte in cucina. Arross, men-
tre raccontava.
S, era Maria, era la bimba esile dal femore malato
che allora s'era presa cura di lui con tanta timida tene-
rezza. Ora egli ricordava tutto: Maria lo aveva aspettato
nel mattino freddo e s'era mostrata cos triste della sua
partenza, gli aveva fatto scaldare il latte ed egli le aveva
dato un bacio, che ella aveva ricevuto con tacita solen-
nit, come un sacramento. Non aveva pi pensato a lei.
Allora era una bimba. Ora s'era fatta alta aveva dei bel-
lissimi occhi, ma zoppicava sempre e appariva un po' ema-
clata. Le diede la mano. Gli faceva piacere che qualcuno
in quella citt lo conoscesse ancora e gli volesse bene.
Maria lo condusse con s, egli non oppose quasi resi-
stonza. Dovette pranzare a mezzogiorno coi genitori di
lei, nella stanza dove pendeva ancora dalla parete il suo
quadro e sul bordo del camino spiccava il suo bicchiere
color rubino; fu invitato a rimanere qualche giorno, era-
no tanto lieti di rivederlo. Qui apprese ci ch'era avve-
nuto in casa del suo maestro. Nicola non era morto di
peste, ma la bella Elisabetta aveva preso il contagio ed
era stata gravissima; suo padre l'aveva curata fino a lo-
gorarsl, ed era morto prima ancora ch'ella fosse del tutto
guarita. Fu salvata, ma la sua bellezza se n'era andata
per sempre.
--L'officina vuota, -- disse il padrone di casa, --
e per un bravo intagliatore ci sarebbe l un bel nido pron-
to e denaro a sufficienza. Pensaci, Boccadoro! La ragazza
non direbbe di no. Non ha pi da scegliere.
Venne anche a sapere diversi particolari dell'epoca del-
la peste: che la plebe aveva prima incendiato un ospedale
e poi assalito e saccheggiato alcune case di ricchi; che per
un po' di tempo, essendo fuggito il vescovo, non c'eran
pi stati n ordine n sicurezza in citt. Allora l'impera-
tore, che si trovava in quel momento nelle vicinanze, ave-
va mandato un governatore, il conte Enrico. Un uomo
energico senza dubbio; coi suoi pochi cavalieri e soldati
aveva ristabilito l'ordine nella citt. Ma ormai era tempo
che quel regime cessasse; si aspettava il ritorno del ve-
scovo. Il conte aveva preteso molto dai cittadini; e anche
della sua concubina se n'aveva abbastanza, dell'Agnese;
quella era una birba matricolata! Be', presto se ne sareb-
bero andati. Il Consiglio comunale era arcistufo di aver
alle costole, invece del suo buon vescovo, un cortigiano e
un guerriero come quello, un favorito dell'imperatore, che
riceveva continuamente ambasciate e delegazioni come un
principe.
Poi anche l'ospite fu interrogato sulle sue avventure.--
Ah! --disse egli con tristezza,--non parliamo di queste.
Ho camminato e camminato e dappertutto c'era la pesti-
lenza e intorno giacevano i morti, e dappertutto la gente
era impazzita e malvagia per paura. Io sono rimasto in
vita, forse un giorno tutto questo sar dimenticato. Ora
ritorno e il mio maestro morto! Lasciatemi qui un paio
di giorni a riposare, poi riprender il mio cammino.
Non rimase per riposare. Rimase perch era deluso e
indeciso, perch il ricordo di tempi pi felici gli rendeva
cara quella citt, e perch l'amore della povera Maria gli
faceva bene. Egli non poteva ricambiarlo, non poteva dar-
le altro che amicizia e compassione; ma quella sua ado-
razione tacita e umile lo riscaldava. Pi di tutto poi lo
tratteneva in quel luogo il bisogno ardente di ridiventare
artista, anche senza officina, anche solo con dei ripieghi.
Per un paio di giorni Boccadoro non fece altro che di-
segnare. Maria gli aveva procurato carta e penna ed egli
sedeva nella sua camera e disegnava per ore ed ore e
riempiva i grandi fogli, ora con figure scarabocchiate in
fretta, ora con altre delicate e curate amorosamente, e
cos lasciava che il libro delle immagini, che gli riempi-
vano l'animo, passasse da questo sulla carta. Disegn mol-
te volte il viso di Lena, con quel suo sorriso pieno di sod-
disfazione, d'amore e di volutt di sangue, che le aveva
veduto dopo la morte del vagabondo, e anche come gli
era apparso nell'ultima notte, gi sul punto di disfarsi
nell'informe, nel ritorno alla terra. Disegn un contadi-
nello, che un giorno aveva visto morto, disteso sulla soglia
della camera dei suoi genitori, coi piccoli pugni serrati.
Disegn un carro pieno di cadaveri, tirato a stento da tre
ronzini, e di fianco gli sgherri con le lunghe stangh, con
gli occhi biechi che sbirciavano dalle fessure delle masche-
re nere. Disegn pi volte Rebecca, la fanciulla ebrea da-
gli occhi neri e dalla figura slanciata, la sua bocca sottile
e fiera, il suo volto pieno di dolore e d'indignazione, il
suo corpo giovane e bello che pareva fatto per l'amore,
la sua bocca altera e amara. Disegn se stesso come vian-
dante, amante, fuggiasco dalla morte mietitrice, ballerino
nelle orge degli affamati di vita durante la peste. Chino
ed assorto sopra la carta bianca, schizz il viso fermo e
orgoglioso della signorina Elisabetta, come l'aveva cono-
sciuta un tempo, la smorfia della vecchia serva Marghe-
rita, il volto amato e temuto di maestro Nicola. Pi di
una volta anche abbozz con tratti lievi e presaghi una
grande figura femminile, la Madre della terra, seduta con
le mani in grembo e un barlume di sorriso nel volto sotto
gli occhi tristi. Questo fluire d'immagini, questo sentimen-
to vibrante nella mano che disegnava, queSto dominio che
egli acquistava sulle proprie visioni, gli faceva un bene
infinito. In pochi giorni riemp dei suoi disegni tutti i
fogli che Maria gli aveva procurati. Dall'ultimo tagli
via un pezzo e vi disegn chiaro, a tratti sobri, il viso di
Maria, coi suoi begli occhi e nella bocca un espressione
di rinuncia. Glielo don.
Disegnando aveva sciolto e liberato la sua anima da
quel senso di pesantezza, d'ingorgo, di eccessiva pienezza
che l'opprimeva. Fin tanto che disegnava, non sapeva do-
v'era, il suo mondo non consisteva d'altro che della ta-
vola, della carta bianca e, la sera, della candela. Poi si
dest, si ramment delle avventure pi recenti: vide di-
nanzi a s, inesorabile, la ripresa della vita errabonda e
cominci a vagare per la citt, col cuore stranamente di-
viso fra il senso di rivedere e quello di prender congedo.
In uno di questi giri incontr una donna, la cui vista
diede a tutti i suoi sentimenti sconvolti un nuovo centro.
Era una donna a cavallo, alta e biondissima, con occhi
azzurri curiosi e un po' freddi, membra solide ed ener-
giche e un viso florido, spirante gioia di godimento e di
potenza, sicurezza di s e curiosit dei sensi all'erta. Si
ergeva sul cavallo bruno un po' altera e imperiosa, abi-
tuata al comando, ma non chiusa e in atteggiamento di-
fensivo: sotto i suoi occhi un po' freddi vibravano narici
mobili, aperte a tutti i profumi del mondo, e la bocca
grande e carnosa sembrava fatta per prendere e per dare.
Nell'istante in cui Boccadoro la vide, si dest viva in lui
la brama di misurarsi con quella donna superba. Conqui-
starla gli parve un nobile scopo e rompersi il collo per
raggiungerla non gli sarebbe sembrata una brutta morte.
Sent subito che quella bionda leonessa era sua pari, ricca di
.sensi e d'anima, accessibile a tutte le tempeste, delicata e
selvaggia, esperta di passioni per antica eredit di sangue.
Pass a cavallo, egli la segu con lo sguardo: fra la
chioma bionda e ricciuta e il colletto di velluto azzurro
vide spuntare una nuca salda, forte e fiera, ma avvolta
della pi tenera pelle infantile. Gli parve la donna pi
bella che avesse mai veduta. Egli voleva stringer quella
nuca nelle sue mani e strappare a quegli occhi il loro fred-
do segreto azzurro. Non gli fu difficile informarsi chi
fosse. Seppe subito che abitava nel castello ed era Agnese,
l'amante del governatore; non se ne stup, avrebbe potuto
essere l'imperatrice in persona. Si ferm presso la vasca di
una fontana e cerc nell'acqua la sua immagine. S'ac-
cordava con quella della bionda signora come una sorella,
ma era troppo incolta. Immediatamente and a cercare un
barbiere che conosceva, e con belle parole lo indusse a ta-
gliargli barba e capelli e a pettinarlo per bene.
L'inseguimento dur due giorni. Agnese usciva dal ca-
stello e il biondo straniero stava al portone e la guardava
negli occhi, ammirato. Agnese cavalcava intorno al ba-
stione e di fra gli ontani sbucava lo straniero. Agnese era
dall'orefice e all'uscir dall'officina incontrava lo straniero.
Ella lo fulminava un istante coi suoi occhi imperiosi,
mentre un lieve tremito le palpitava intorno alle narici.
La mattina dopo, ritrovandolo pronto alla sua prima usci-
ta a cavallo, gli lanci la sua sfida con un sorriso. Egli
vide anche il conte, il governatore; era un uomo impo-
nente e ardito, da prender sul serio; ma aveva gi del
grigio fra i capelli e delle preoccupazioni sul volto; Boc-
cadoro si sentiva superiore.
Quei due giorni lo resero felice; raggiava di giovinezza
riconquistata. Era bello mostrarsi a quella donna e sfi-
darla a battaglia. Era bello perdere la propria libert per
quella bellezza. Bella ed eCCitante era la sensazione di
mettere la propria vita su quell'unico dado.
La mattina del terZo giorno Agnese usc a cavallo dal
portone del castello, accompagnata da un palafreniere. I
suoi occhi cercarono subito il corteggiatore, smaniosi di
lotta e un po' inquieti. Bene, era l. Ella mand via il
servo con una commissione e prosegul sola a passo lento;
usc dalla porta inferiore che metteva sul ponte e lo attra-
vers. Allora soltanto guard indietro. Vide che lo stra-
niero la seguiva. Sulla strada che conduceva alla chiesa
di San Vito, meta di pellegrinaggi, in quell'epoca quasi
deserta, lo aspett. Dovette aspettare una mezz'ora: lo
straniero camminava adagio, non voleva arrivare trafe-
lato. Giunse fresco e sorridente, in bocca un ramoscello
con una coccola di rosa canina. Ella era scesa da cavallo
e, legato l'animale, stava appoggiata all'edera che s'ar-
rampicava sul muro, guardando alla volta dell'inseguito-
re. Egli si ferm davanti a lei, gli occhi negli occhi, e si
tolse il berretto.
-- Perch mi corri dietro?--domand lei.--Che vuoi
da me?
-- Oh, -- fece Boccadoro, -- preferirei molto regalarti
qualche cosa piuttosto che riceverla da te. Vorrei offrirti
in dono me stesso, bella signora; fa di me ci che vuoi.
-- Bene, voglio vedere che cosa si pu fare di te. Ma
se hai pensato di poter cogliere qui fuori un fiorellino
senza pericolo, ti sei ingannato. Io posso amare solo uo-
mini che sanno al bisogno arrischiare la loro vita.
--- Non hai che da comandarmi.
Ella si tolse lentamente dal collo una catenella d'oro e
gliela consegn.
-- Come ti chiami ?
-- Boccadoro.
-- Bene, Boccadoro, prover di che oro la tua bocca.
Ascoltami bene: verso sera tu verrai al castello e mostre-
rai questa catena, dicendo che l'hai trovata. Ma non deve
uscire dalle tue mani, desidero riaverla da te. Verrai cosl
come sei, ti prendano pure per un mendicante. Se qual-
cuno della servit ti apostrofer insolentemente, rimarrai
tranquillo. Devi sapere che io ho solo due persone sicure
nel castello: il palafreniere Max e la mia cameriera Berta.
Devi raggiungere uno dei due e farti introdurre da me.
Con tutti gli altri del castello, compreso il conte, sii cau-
to: sono nemici. Sei avvisato. Pu costarti la vita.
Gli stese la mano; egli la prese sorridendo, la baci de-
licatamente, la sfior lieve con la guancia. Poi intasc la
catena e se n'and, scendendo lungo il fiume verso la cit-
t. I vigneti erano gi spogli, dagli alberi volavano via
le foglie ad una ad una. Boccadoro guard gi la citt,
che gli apparve seducente e amica; scosse il capo sorri
dendo. Solo pochi giorni prima egli era cos triste, tri~te
perfino che anche il dolore e la sofferenza fossero caduchi.
Ed ecco che in realt sofferenza e dolore erano gi pas-
sati, staccati da lui come dal ramo le foglie d'oro. Gli
pareva che l'amore non gli avesse mai sorriso cos lumi-
noso come da quella donna, la cui alta figura, la cui
bionda e lieta floridezza gli ricordavano l'immagine di sua
madre, cos come l'aveva portata in cuore da ragazzo a
Mariabronn. Solo due giorni prima egli non avrebbe cre-
duto possibile che il mondo gli potesse sorridere ancora
con tanta letizia, ch'egli potesse ancora sentirsi correre nel
sangue con tanta pienezza e tanto impeto il flutto della
vita, della gioia, della giovinezza. Che felicit essere an-
cora vivo! che in tutti quei mesi tremendi la morte l'aves-
se risparmiato!
La sera si rec al castello. Nel cortile c'era molta ani-
mazione, si dissellavano cavalli, correvano messi: un pic-
colo corteo di sacerdoti e di dignitari della Chiesa veniva
introdotto dai servi per la porta interna su per lo scalone.
Boccadoro voleva seguirli, il portiere lo trattenne. Egli
trasse fuori la catena d'oro e disse che aveva l'ordine di
non consegnarla a nessuno fuorch alla signora o alla sua
cameriera. Lo fecero accompagnare da un servo, e dovette
aspettare a lungo nei corridoi. Finalmente comparve una
donna svelta e graziosa, che passandogli accanto doman-
d piano: -- Siete Boccadoro? --e gli fece segno di se-
guirla: scomparve in silenzio dietro una porta, ricomparve
dopo poco e gli accenn d'entrare.
Egli si trov in una piccola stanza, in cui c'era un forte
sentore di pelliccia e di dolci profumi; dalle pareti pende-
vano vestiti e mantelli, su supporti di legno stavano cap-
pelli femminili e in una cassetta aperta ogni sorta di cal-
zature. L rimase ad attendere una buona mezz'ora, fiu-
tando i vestiti profumati, accarezzando le pellicce e sorri-
dendo curioso di tutte le belle cose che gli pendevano in-
torno
Finalmente la porta interna s'apr e comparve non pi
la cameriera, ma Agnese stessa, in un vestito azzurro chia-
ro, guarnito al collo di pelliccia bianca. S'avanz lenta
verso di lui, passo passo, guardandolo seria coi suoi fred-
di occhi azZurri.
--Hai dovuto aspettare, -- disse piano.--Credo che
ora siamo sicuri. C' una delegazione di sacerdoti dal
conte, egli pranza con loro e avr certo ancora lunghe
trattative: le sedute coi preti durano sempre molto. Que-
st'ora per te e per me. Sii benvenuto, Boccadoro.
Si chin verso di lui, le belle labbra piene di desiderio
s'avvicinarono alle sue; e i due si salutarono in silenzio
nel primo bacio. Egli pass lentamente la sua mano intor-
no al collo di lei. Ella lo condusse nella sua camera da
letto, alta e tutta illuminata da candele. Su di una tavola
era preparata una cena; sedettero, ella gli offerse premu-
rosamente pane, burro e un po' di carne e gli vers vin
bianco in un bel bicchiere azzurrognolo. Mangiarono e
bevettero entrambi dallo stesso calice, le loro mani gioca-
rono insleme, come per provarsi.
--Di dove sei volato gi,--domand lei,--mio bel-
l'uccello? Sei un guerriero, o un musico, o solo un povero
vagabondo?
-- Sono tutto quello che vuoi tu,--rise egli sommesso,
--sono tuo. Sono un musico, se vuoi, e tu sei il mio dolce
liuto; e se metto le dita intorno al tuo collo e suono su
di te, sentiamo cantare gli angeli. Vieni, cuor mio, non
sono qui per mangiare i tuoi buoni pasticcini e per bere
il tuo buon vino bianco, sono venuto solo per te.
Le scost delicatamente dal collo la pelliccia bianca e
le vesti dal corpo, con mano adulatrice. Fuori cortigiani
e preti potevano tenere tutti i loro consigli, e i servi cam-
minar quatti quatti, e la falce sottile della luna scompa-
rire completamente dietro gli alberi: gli amanti non ne
sapevano nulla. Per loro fioriva il paradiso; attratti l'una
verso l'altro e insieme abbracciati, si perdevano nella sua
notte profumata, vedevano spuntare nella penombra i fiori
bianchi dei suoi misteri, coglievano con mani tenere e gra-
te i suoi frutti agognati. Il musico non aveva mai sonato
un liuto come quello, il liuto non aveva mai vibrato sotto
dita cos forti ed esperte.
--Boccadoro,--bisbigliava lei con ardore al suo orec-
chio, -- oh, che mago sei! Da te, mio dolce pesciolino
d'oro, vorrei avere un figlio. E pi ancora vorrei morire
di te. Succhiami, caro, struggimi, uccidimi!
In fondo alla gola di Boccadoro tremava un mormorio
di felicit, mentre vedeva fondersi e affievolirsi la durezza
di quegli occhi freddi. Nella profondit di quegli occhi
passava come un fremito di tenerezza e di morte, che si
spegneva come il brivido argenteo sulla pelle di un pesce
morente, con un pallido baglior d'oro simile a quel ma-
gico balenar di scintille in fondo al fiume. Sembrava a
Boccadoro che tutta la felicit possibile per un essere
umano affluisse a lui in quel momento.
Subito dopo, mentr'ella giaceva tremante con gli occhi
chiusi, egli s'alz piano e si vest. Le disse all'orecchio con
un sorriso: -- Mio bel tesoro, ti lascio. Non ho voglia
di morire, non ho voglia di essere ucciso dal conte. Pri-
ma desidero far felice ancora una volta te e me, come lo
siamo stati oggi. Ancora una volta te e me, come lo sia-
mo stati oggi. Ancora una volta, ancora molte volte!
Ella rimase distesa in silenzio, finch fu vestito. Allora
egli la coperse piano e le baci gli occhi.
--Boccadoro, -- disse Agnese, --oh, perch devi an-
dartene? Torna domani! Se c' pericolo, ti faccio avvertire.
Torna, torna domani!
Tir il cordone di un campanello. Sulla porta dello spo-
gliatoio la cameriera ricevette Boccadoro e lo condusse
fuori del castello. Egli le avrebbe dato volentieri una mo-
neta d'oro; per un momento si vergogn della sua po-
vert.
Verso mezzanotte. era in piazza del mercato del pesce
e guardava su alla sua casa. Era tardi, nessuno pi sa-
rebbe stato sveglio, probabilmente avrebbe dovuto passare
la notte fuori. Con sua meraviglia trov la porta di casa
aperta. Scivol dentro e la chiuse dietro di s. Per andare
in camera sua doveva passare dalla cucina. Qui c'era luce.
Accanto ad una minuscola lampada a olio Maria stava se-
duta davanti alla tavola. S'era appena appisolata, dopo
aver atteso due, tre ore. Al suo entrare sussult e balz
in piedi.
--Oh, -- disse Boccadoro, -- Maria, sei ancora al-
zata ?
--Sono alzata,--rispose lei.--Altrimenti avresti tro-
vato chiusa la porta.
--Mi rincresce, Maria, che tu abbia aspettato. S' fat-
to cos tardi! Non essere in collera con me~
--Non sono mai in collera con te, Boccadoro. Sono
solo un po' triste.
--Non devi essere triste. E perch triste~
--Ah, Boccadoro, vorrei tanto essere sana e bella e
forte. Allora tu non dovresti andare di notte in case stra-
niere ad amare altre donne. Allora rimarresti anche qual-
che volta vicino a me e mi vorresti un po' di bene
Nella sua voce dolce non sonava alcuna speranza, al-
cuna animosit, solo tristezza. Egli le stava accanto im-
barazzato, sentiva piet, non sapeva dir nulla. Con mano
cauta le prese la testa e le careZz i capelli, ella rimase
immobile, rabbrivid sotto la sua mano, pianse un poco
poi si drizz e disse timidamente: --Va a letto ora Boc-
cadoro. Ho detto delle sciocchezze, ero cos assonnata
Buona notte.
C~PITOLO XVI
Boccadoro pass una giornata di felice impazienza sui
colli. Se avesse avuto un cavallo, sarebbe andato al con-
vento a trovare la bella Madonna del suo maestro: sen-
tiva un gran desiderio di vederla ancora, e poi gli pareva
d'essersi sognato, quella notte, di maestro Nicola. Ebbene,
un'altra volta! Quella felicit d'amore con Agnese sarebbe
forse durata poco, forse sarebbe finita male... ma in quel
momento era in pieno sboccio, egli non doveva lasciarsene
sfuggir nulla. Quel giorno non voleva veder nessuno, non
voleva esser distratto. Avrebbe passato la mite giornata
d'autunno fuori, sotto gli alberi e sotto le nubi. Disse a
Maria che aveva intenzione di fare una passeggiata in
campagna e sarebbe probabilmente ritornato tardi, la pre-
g di dargli un bel pezZo di pane e di non aspettarlo la
sera. Ella non rispose nulla, gli riemp la bisaccia di pane
e di mele, gli pass la spazzola sul vestito logoro, di cui
gi il primo giorno aveva rattoppato i buchi, e lo lasci
partire.
Pass dall'altra parte del fiume e prese a salire su per
le ripide gradinate a traverso i vigneti deserti, poi si per-
dette nel bosco e non s'arrest fin ch'ebbe raggiunto l'ul-
tima cresta. L il sole splendeva tiepido in mezzo ai tron-
chi degli alberi brulli; ai suoi passi i merli fuggivano nella
macchia, s'accovacciavano timidi, guardando dal fitto dei
rami con occhi neri lucenti, e in basso scorreva il fiume
con un ampio arco azzurro e la citt appariva piccola
come un giocattolo; di lass non si sentiva pi nessun
suono, fuorch le campane nelle ore di preghiera. C'erano
lass piccole valli e tumuli ricoperti d'erba, avanzi di
antichi templi pagani, forse fortificazioni, forse tombe. Egli
sedette su uno di questi tumuli; la crepitante erba d'au-
tunno offriva un sedile asciutto e l'occhio dominava tutta
l'ampia valle e di l dal fiume le colline e le montagne,
catene dietro catene, fin dove cielo e monti s'incontravano
in un gioco di luci azzurrognole e non si distinguevano
pm Tutto questo vasto paese, pi oltre ancora di dove
l'occhio potesse giungere, egli l'aveva percorso a piedi;
tutte queste regioni, che ormai si perdevano nella lonta-
nanza e nel ricordo, erano state un giorno vicine e pre-
senti. In quei boschi egli aveva dormito cento volte, man-
giato mirtilli, patito la fame e il freddo; su quelle creste
di montagne e strisce di landa aveva camminato, lieto e
triste, fresco di forze e stanco. In qualche punto di quella
lontananza, oltre l'orizzonte, giacevano le ossa bruciate
della buona Lena, altrove continuava forse la sua marcia
vagabonda il compagno Roberto, se non l'aveva colto la
peste; in qualche luogo laggi giaceva l'ucciso Vittore, e
in qualche altro luogo, lontano e incantato, il convento
della sua adolescenza; da una parte sorgeva il castello del
cavaliere dalle belle figliole, dall'altra correva misera e
inseguita la povera Rebecca, o era perita. Tutti questi luo-
ghi dispersi, lande e boschi, citt e villaggi, castelli e con-
venti, tutte queste persone, vive o morte che fossero, esi-
stevano dentro di lui, unite fra loro, nel suo ricordo, nel
suo amore, nel suo pentimento, nella sua nostalgia. E se
il giorno dopo la morte avesse colto anche lui, tutto que-
sto si sarebbe di nuovo disperso, dileguato, tutto il suo
libro di figure, cos pieno di donne e d'amore, di mattini
estivi e di notti invernali! Oh, doveva affrettarsi ancora
a fare qualcosa, a creare e a lasciare dietro di s qual-
cosa che gli sopravvivesse.
Di tutta la sua vita, delle sue peregrinazioni, di tutti
gli anni trascorsi dal giorno in cui s'era lanciato nel mon-
do, poco frutto era rimasto. Eran rimaste quelle due o tre
figure, da lui foggiate una volta nell'officina, specialmente
l'apostolo Giovanni, e poi quel libro d'immagini, quel
mondo irreale che viveva nella sua mente, il mondo bello
e doloroso dei ricordi. Sarebbe riuscito a salvare qualcosa
di questo mondo intimo e a tradurlo nell'esterno? O
avrebbe continuato sempre ad andare cos: sempre nuove
citt, nuovi paesi, nuove donne, nuove vicende, nuove im-
magini, l'una sopra l'altra, di cui non portava con s che
questa inquieta, traboccante pienezza del cuore, tanto bella
quanto tormentosa?
Era una cosa terribile essere burlati cos dalla vita, c'era
da riderne e da piangerne! O si viveva lasciando giocare
i propri sensi, succhiando perdutamente al petto dell'an-
tica Madre Eva: e allora si gustavano bens piaceri subli-
mi, ma nulla salvava dalla caducit; si era allora come
un fungo nel bosco, oggi rigoglioso e di colori vivaci, do-
mani marcito. Oppule si cercava di difendersi, ci si chiu-
deva nell'officina e ci si sforzava di costrulre un monu-
mento alla vita fugace: e allora bisognava rinunciare alla
vita, allora non si era pi che strumenti, allora si serviva
bens l'immortalit, ma intanto ci s'inaridiva e si perdeva
la libert, la pienezza, la gioia deLla vita. Cos era aVVe-
nuto a maestro Nicola.
Ah, eppure tutta questa vita aveva un senso soltanto
se l'uno e l'altro scopo si potevano raggiungere, se non
c'era questa scissione provocata da un arido aut a~t! Crea-
re, ma non a prezzo della vita! Vivere, ma senza rinun-
ciare alla nobilt della creazione! Non era dunque possi-
Forse c'erano uomini a cui era possibile. Forse c'erano
mariti e padri di famiglia, che serbando la fedelt non
perdevano il piacere dei sensi? Forse c'erano sedentarl, a
cui la mancanza di libert e di pericolo non faceva ina-
ridire il cuore? Forse. Egli non ne aveva visti ancora.
Pareva che tutta l'esistenza fosse basata sulla dupli-
cit, sul contrasto: donna o uomo, vagabondo o borghe-
succio, uomo d'intelletto o di sentimento; aspirare ed espl-
rare insieme, essere uomo e donna, conciliare libert ed
ordine, istinto e spirito, non era possiblle; bisognava sem-
pre pagare l'una cosa con la perdita dell'altra e sempre
l'una era altrettanto importante e desiderabile quanto l'al-
tra! Le donne forse avevano in questo la via pi facile.
In loro la natura aveva fatto in modo che il piacere por-
tasse da s il suo frutto e che dalla felicit dell'amore
nascesse il figlio. Nell'uomo in luogo di questa semplice
fecondit c'era l'eterna aspirazione. Il Dio che aveva crea-
to tutto questo era dunque cattivo od ostile, rideva forse
con gioia maligna della sua propria creazione? No, non
poteva essere cattivo, se aveva creato i caprioli e i cervl,
i pesci e gli uccelli, il bosco, i fiori, le stagioni. Ma c'era
una scissione nella sua creazione, sia che questa fosse mal
rmsclta e imperfetta, sia che Dio lasciando nell'esistenza
umana tale lacuna e tale aspiraZione insoddisfatta avesse
Intenzloni sue particolari, sia che ci fosse il seme del ne-
mico, il peccato originale. Ma perch queSt'aSpiraZiOne in-
soddisfatta doveva esser peccato? Non nasceva da essa
tutto ci che di bello e di santo l'uomo aveva creato e
reso a Dio come un'offerta di gratitudine?
Oppresso da questi pensieri, Boccadoro volse lo sguar-
do sulla citt, cerc il mercato grande e quello del pesce,
i ponti, le chiese, il municipio. Ed ecco anche il castello
il superbo vescovado, in cui allora governava Agnffe, la
sua bella amante regale, dall'aspetto tanto orgoglioso ep-
pure cos abbandonata e immemore di se nell'amore. Pens
a lei con gioia, con gioia e con riconoscenza ricord la
notte trascorsa. Per vivere la felicit di quella notte, per
saper rendere cos felice quella donna meravigliosa, era
stata necessaria tutta la sua vita, tutto l'ammaestramento
delle donne, tutto il suo vagabondaggio, la sua miseria, le
notti passate a errar nella neve, l'amicizia e la dimesti-
chezza con gli animali, i fiori, gli alberi, le acque, i pesci
le farfalle. Ci volevano i sensi affinati nella volutt e nei
perlcolo, la vita senza patria, tutto il mondo d'immagini
accumulate in tanti anni nel suo spirito. Fin tanto che la
sua vlta era un giardino in cui sbocciavano fiori magici
come Agnese, egli non aveva il diritto di lamentarsi.
Pass tutta la giornata sulle alture carezzate dall'autun-
no, camminando, sostando, mangiando pane, pensando ad
Agnese e alla sera. Al calar della notte era di nuovo in
citt e s'avvicinava al castello. L'aria s'era fatta fresca e
le case guardavano con gli occhi rossi e quieti delle loro
finestre; gli venne incontro una piccola schiera di ragazzi
che cantavano, portando in cima a bacchette delle rape
incavate, in cui avevano intagliato delle facce e infisso
candele accese. La piccola mascherata recava un profumo
d inverno, e, sorridendo, Boccadoro la segu con lo sguar-
do. S aggir a lungo davanti al castello. La delegazione
dei preti era sempre l, ora a una finestra ora all'altra
si vedeva comparire un sacerdote. Finalmente egli riusc
a insinuarsi nell'interno e a trovare Berta, la cameriera.
Fu di nuovo nascosto nello spogliatoio, fin che comparve
Agnese e lo introdusse affettuosamente in camera sua. Il
bel volto era affettuoso, ma non lieto. Agnese era triste,
preoccupata, inquieta. Boccadoro dovette darsi molta pena
per rasserenarla un poco. Lentamente, sotto i suol baci e
le sue parole d'amore, ella acquist un po' di fiducia.
--Tu sai essere tanto caro, -- disse riconoscente. --
Hai note cos profonde nella tua gola, uccello mio, quan-
do sei affettuoso e tubi e chiacchieri. Ti voglio bene, Boc-
cadoro. Ma se fossimo lontani di qui! Qui non mi piace
pi, del resto fra poco sar finita, il conte gi richia-
mato, presto ritorner quello stupido vescovo 11 conte
oggi irritato i preti l'hanno infastidito. Ah, Boccadoro,
che tu non gii capiti sott'occhio! Non vivresti un'ora di
pi. Ho tanta paura per te.
Nella memoria di Boccadoro risalivano suoni quasi
estinti... non aveva egli gi udito una volta, tanto tempo
addietro, questa canzone? Cos gli aveva parlato Lidia
un giorno, con lo stesso amore ansioso, con la stessa te-
nerezza triste. Cos era venuta di notte in camera sua,
piena d'amore e d'inquietudine, preoccupata, agitata dalle
immagini spaventose della paura. Egli ascoltava volentieri
la canzone della tenerezza ansiosa. Che sarebbe l'amore
senza la necessit di nascondersi? Che sarebbe l'amore sen-
za pericolo ?
Attir a s Agnese con dolcezza, l'accarezz, le tenne la
maDo, le mormor all'orecchio sommesse lusinghe, le ba-
ci le sopracciglia. Era commosso e rapito di vederla cos
inquieta e preoccupata per lui. Ella riceveva le sue carezze
riconoscente, quasi umile, si stringeva a lui piena d'amore,
ma non si rasserenava.
E a un tratto sussult bruscamente: si ud chiudere una
porta vicina e rapidi passi s'avvicinarono alla camera.
--Per amor di Dio, lui, --grid Agnese disperata,
-- il conte. Presto, per lo spogliatoio puoi fuggire. Pre-
sto! Non tradirmi!
Gi l'aveva spinto nello stanzino attiguo, dov'egli si tro-
v solo; tast esitante nel buio. Ud dall'altra parte il
conte, che parlava forte con Agnese. Cerc a tentonl fra
gli abiti la porta d'uscita; avanzava un piede dopo l'altro
senza far rumore. Eccolo alla porta che metteva nel cor-
ridoio- fece per aprirla piano. Solo allora, trovandola chiu-
sa da;l'esterno, anch'egli si spavent e il suo cuore comin-
ci a battere con dolorosa violenza. Poteva essere che, per
un caso disgraziato, qualcuno avesse chiuso quella porta
dopo la sua venuta. Ma non ci credeva. Era caduto in
una trappola, era perduto; qualcuno doveva averlo visto,
quando s'era insinuato l dentro. Gli sarebbe costato la
testa. Mentre stava tremante nel buio, gli vennero in
mente le parole di congedo d'Agnese: "Non tradirmil"
No, non l'avrebbe tradita. Il suo cuore martellava, ma la
decisione gli diede forza; strinse i denti in atto di sfida
Tutto questo era avvenuto in pochi minuti. La porta
della camera d'Agnese s'aperse ed entr il conte, con un
candeliere nella sinistra e la spada sguainata nella destra.
Nello stesso istante Boccadoro con rapida mossa afferr
alcuni dei vestiti e dei mantelli che pendevano intorno a
lui e li prese sul braccio. Dovevano crederlo un ladro
forse era una scappatoia.
Il conte l'aveva visto subito. S'avvicin lentamente.
--Chi siamo? Che facciamo qui? Rispondere, o col-
piSCO .
-- Perdonate, -- mormor Boccadoro, -- sono un po-
vero uomo e voi siete cos ricchi! Restituisco tutto quello
che ho preso, signore, vedete!
E depose i mantelli per terra.
--Ah, hai rubato dunque! Non sei stato furbo ad ar-
rischiar la vita per un mantello vecchio. Sei un citta-
dino?
--No, signore, sono un vagabondo. Sono un pover'uo-
mo, sarete mdulgente...
-- Smettila! Vorrei un po' sapere se eri cos sfacciato
da voler Importunare la signora. Ma poich sarai impic-
cato lo stesso, non abbiamo bisogno d'indagarlo. Basta il
Buss con forza contro la porta chiusa, gridando. --
Siete cost! Aprite!
La porta fu aperta dall'esterno: tre sgherri erano pron-
ti con le lame sguainate.
--Legatelo bene, -- grid il conte con voce stridente
di scherno e di arroganza.--E un vagabondo che ha ru-
bato. Mettetelo al sicuro e domattina all'alba impiccate
fl furfante alla forca.
A Boccadoro furono legate le mani, senza ch'egli si
difendesse. Cos fu condotto via per il lungo corridoio
gl per le scale, attraverso il cortile interno; un servo pre
cedeva con una torcia a vento. Davanti alla porta rotonda
di una cantina, guarnita di ferro, gli sgherri si fermarono.
Discussero fra loro e inveirono: mancava la chiave della
porta. Una guardia prese la torcia, il servo corse indietro
in cerca della chiave. Cos rimasero, i tre uomml armati
e quello legato, in attesa davanti alla porta. Lo sgherro
che teneva il lume l'accost curioso al volto del prigionie-
ro In quel momento passavano due sacerdoti dei tanti che
erano ospiti al castello; venivano dalla cappella e si fer-
marono davanti al gruppo; entrambi osservarono atten-
tamente quella scena notturna: le tre guardie, l'uomo le-
gato, l in piedi, in attesa.
Boccadoro non guardava n i sacerdoti, n le sue guar-
die. Non poteva veder nulla, fuorch la luce tremolante
che gli tenevano proprio davanti al viso e che lo abba-
gliava. E dietro la luce, in una penombra piena d'orrore,
vedeva qualcosa ancora, qualcosa d'informe, di grande, di
spettrale: l'abisso, la fine, la morte. Stava con gli occhi
fissi, senza vedere e udir nulla. Uno dei sacerdoti bisbigli
con premura qualche parola alle guardie. Quando ud che
l'uomo doveva morire ed era un ladro, domand se aveva
avuto un confessore. No, fu risposto, era stato colto m
flagrante.
--Allora,--disse il sacerdote,--domattina avanti la
prima messa verr io da lui coi Santi Sacramenti e ascol-
ter la confessione. Voi mi siete garanti che non sar con-
dotto via prima. Col signor conte parler io oggi stesso.
Quest'uomo sar un ladro; ma ha diritto come ogni cn-
stiano al confessore e ai sacramenti.
Le guardie non osarono far obiezioni. Conoscevano il
sacerdote: era uno dei dignitari della delegazione, lo ave-
vano visto pi d'una volta alla tavola del conte. E pOI,
perch non concedere la confessione al povero vagabondo?
I sacerdoti s'allontanarono. Boccadoro era sempre im-
mobile con gli occhi fissi. Finalmente arriv il servo con
le chiavi e apr. Il prigioniero fu introdotto in una cantma
a volta e scese i pochi gradini inciampando e vacillando.
C'erano intorno un paio di seggiole a tre gambe senza
spalliera e una tavola era il locale che precedeva la can-
tina dove tenevano ii vino. Accostarono alla tavola un
seggiolino e dissero a Boccadoro di sedere.
--Domani all'alba verr un prete, potrai ancora con-
fessarti, -- gli disse una delle guardie. Poi uscirono e
chiusero con cura la porta pesante.
-- Lasciami qui il lume, camerata, -- preg Bocca
--No, fratellino, potresti combinare qualche malanno
Andr anche cos. Sii bravo e rassegnati. E poi quanto
dura acceso un lume come questo? Fra un'ora sarebbe
spento. Buona notte.
Eccolo solo nel buio, seduto sul seggiolino, con la testa
appogglata sulla tavola. Era brutto sedere cos: i legacci
ai polsi gli facevano male, tuttavia di queste sensazioni si
rese conto solo pi tardi. Da principio rimase seduto l
con la testa sulla tavola come su di un ceppo; sentiva ii
bisogno di fare col corpo e con i sensi quello ch'era im-
posto allora al suo cuore: arrendersi all'inevitabile, rasse-
gnarsi a dover morire.
Rimase cos un'eternit, angosciosamente piegato, ten-
tando di accettare il destino incombente, di respirarlo, di
comprenderlo, di saziarsene. Era sera, cominciava la notte
e la fine di quella notte avrebbe portato anche la sua fine
Questo doveva cercar di comprendere. Domani non vivra
plu. Sara l impiccato, sar una cosa su cui si poseranno
gli uccelli a beccare, sar quello che era maestro Nicola
quello che era Lena nella capanna arsa, quello che eranO
tutti coloro ch'egli aveva veduti distesi nelle case deva-
state dalla morte e sui convogli zeppi di cadaveri. Non
era facfle comprendere questo e capacitarsene. Era addi-
rittura impossibile. C'erano troppe cose, da cui non si era
staccato ancora, da cui non aveva ancora preso congedo.
Le ore di quella notte gli erano date appunto per questo.
Doveva prender congedo dalla bella Agnese, non avreb-
be mai pi veduto la sua figura alta la sua chioma lumi-
nosa, i suoi freddi occhi azzurri, mai pi l'affievolirsi e il
tremare dell'orgoglio in quegli occhi, mai pi la dolce
peluria d'oro sulla sua pelle profumata. Addio occhi aZ-
zurri, addio bocca umida e fremente! E aveva sperato di
baciarla ancora tante volte! Oh, quel giorno stesso, sui
colli, al sole del tardo autunno, come aveva pensato a
lei, com'era stato suo, come l'aveva desiderata! Ma anche
dai colli doveva prender congedo, dal sole, dal cielo az-
zurro cosparso di nuvole bianche, dagli alberi e dai bo-
schi, dalla vita errabonda, dalle ore del giorno e dalle
stagioni dell'anno. In quel momento forse Maria era an-
cora alzata, la povera Maria dai buoni occhi affettuosi e
dall'andatura zoppicante, e aspettava seduta e s'addor-
mentava nella sua cucina e si risvegliava e nessun Bocca-
doro tornava pi a casa.
Ah, la carta e il lapis, e la speranza in tutte quelle fi-
gure che voleva creare ancora! Finito, finito! E la spe-
ranza di riveder Narciso, il caro apostolo Giovanni, anche
a questa doveva rinunciare!
E dalle sue proprie mani doveva prender congedo, dai
suoi propri occhi, dalla fame e dalla sete, da cibo e be-
vanda, dall'amore, dal suono del suo lluto, dal sonno e
dalla veglia, da tutto. L'indomani un uccello volava per
l'aria e Boccadoro non lo vedeva pl, una fanclulla can-
tava alla finestra ed egli non l'udiva pl, il fiume contl-
nuava a scorrere e i pesci scuri a guizzar dentro, muti,
soffiava il vento spazzando le foglie gialle sul terreno,
brillava il sole' il cielo stellato, i giovani andavano a bal-
lare, un primo spruzzo di neve imbiancava le montagne
lontane... e tutto andava avanti, tutti gli alberi proietta-
vano la loro ombra, tutti gli uomini guardavano con oc-
chi lieti o tristi, e i cani abbaiavano, e le mucche muggn
vano nelle stalle dei villaggi; e tutto senza di lui, nulla
gli apparteneva pi, egli era strappato da tutto.
Fiut il profumo mattutino della landa, gust il dolce
vino giovane e le giovani noci dure; un ricordo, un n-
flesso luminoso di tutto il mondo variopinto pass come
un lampo nel suo cuore oppresso, tutta la bella vita tu-
multuosa brill ancora una volta attraverso i suoi sensi
in una luce di tramonto e d'addio, egli si contrasse nel
prorompere della sofferenza e sent sgorgare a una a una
le lacrime dagli occhi. S'abbandon singhiozzando a quel-
l'ondata violenta di pianto, affranto si diede tutto in balia
di quel dolore infinito. Oh, valli e monti boscosi, ruscelh
nella verde ombra degli ontani, fanciulle, sere di luna sui
ponti, o bel mondo radioso d'immagini, come ti posso
lasciare! Giaceva piangente sulla tavola come un fanciullo
sconsolato. Dall'angoscia del suo cuore sal un sosplro,
un semplice appello lamentoso: "O mamma, o mamma!".
E mentre pronunciava il magico nome, gli rispondeva
un'immagine dalla profondit dei suoi ricordi, l'immagme
della madre. Non era la figura materna dei suoi pensierl
e dei suoi sogni d'artista, era l'immagine della mamma
dula, bella e vlva come non l'aveva pi veduta dai tempi
A lei rivoise il suo lamento, a lei il suo pianto per
que dolore insopportabile di dover morire; a lei s'abban-
ono, a lel, nelle sue mani materne, rese il bosco, il sole
g i occhi, le mani, tutto il suo essere e la sua vita
Fra le lacrime s'addorment; la prostrazione e il sonno
lo accolsero maternamente nelle loro braccia. Dorm un'ora
o due e fu sottratto all'angoscia.
Svegliatosi, sent dolori violenti. I polsi legati gli bru-
ciavano, fitte dolorose gli attraversavano la schiena e la
nuca. Si drizz a fatica, ritorn in s, riconobbe la sua po-
sizione. Intorno a lui era buio fitto, non sapeva quanto
tempo avesse dormito, non sapeva quante ore gli rimanes-
sero ancora da vivere. Forse fra un minuto sarebbero ve-
nutl a portarlo via, per morire. Allora si ramment che
gli avevano promesso un sacerdote. Egli non credeva che
i Sacramenti di costui gli potessero giovar molto. Non sa-
peva se anche la pi completa assoluzione e remissione dei
peccatl avrebbe potuto condurlo in paradiso. Non sapeva
se Cl fosse un paradiso e un Padre celeste e un giudizio
Ivmo e un'etermt. Di queste cose aveva perduto da un
pezzo ogm certezza.
Ma ci fosse o non ci fosse un'eternit, egli non la de-
sl erava, egll non voleva altro che questa vita incerta, fu-
gace, questo resplro, questo sentirsi bene nella propria pel-
e, non voleva altro che vivere. S'alz furente, barcoll ten-
om nell osCurit fino al muro, s'appoggi con tutta la per-
sona a a parete e cominci a riflettere. Ci doveva pur es-
sere una salvezza! Forse il sacerdote era la salvezza, forse
poteva convincersi della sua innocenza metter una buona
parola per lui, o aiutarlo a ottenere una proroga o a fug-
gire? Sl sprofond sempre pi in questi pensieri. E se que-
sto non rmsciva, non voleva ancora rinunciare la par-
tlta non poteva ancora essere perduta. Avrebbe dunque
tentato innanzi tutto di cattivarsi il sacerdote, avrebbe
fatto ognl sforzo per ammaliarlo, per riscaldarlo, per con-
vmcerlo, per lusingarlo. Il sacerdote era l'unica carta buo-
na nella sua partita, tutte le altre possibilit erano sogni.
Ad ogni modo ci potevan sempre essere dei casi, delle
combmaziom; al boia poteva venire una colica, la forca
poteva rompersi, si poteva presentare una possibilit di
fuga, prima inconcepibile. In tutti i casi Boccadoro Sl
rifiutava di morire; aveva tentato invano di adattarsi a
questa sorte e di accettarla, non c'era riuscito. Sl sarebbe
difeso, avrebbe lottato fino all'ultimo, avrebbe dato lo
sgambetto alla guardia, si sarebbe lanciato a corsa get-
tando a terra il boia, avrebbe difeso la sua vita fino al-
l'ultlmo istante con ogni goccia del suo sangue... Oh, se
avesse potuto indurre il prete a sciogliergli le mam! Sa-
rebbe stato un gran passo mnanzl.
Intanto, senza badare alle sofferenze, cercava di lavo-
rare coi denti intorno alle funi. Con uno sforzo unoso
riusc dopo un tempo terribilmente lungo a ottenere c e
gli sembrassero un poco allentate. Stava ansante nella
notte della sua prigione, le braccia e le manl gonfie g i
facevano male. Quando riprese fiato, striscio tastando lun-
go il muro, esplor passo passo la parete umlda de a
cantina in cerca di qualche canto sporgente. Allora gll
vennero in mente i gradini, nei quali aveva inciampato
entrando in quella prigione. Cerc e li trov. Inginocchia-
tosi, tent di logorare la corda fregandola contro uno de-
gli spigoli di pietra dei gradini. Fu un'impresa difficfle, m-
vece della corda si fregavano sulla pietra le nocche delle
sue mani, e gli bruciavano come fuoco; sentiva scorrere ll
sangue. Ma non cedette. Quando fra la porta e la soglia
gi si scorgeva un filo sottilissimo di grigia luce mattuh-
na, aveva raggiunto il suo scopo. La corda si era logora-
ta, egli riusc a scioglierla, ebbe le mani libere! Ma pOi
non poteva quasi muovere un dito, le mani erano gonfia-
te e paralizzate e le braccia, fino alle spalle, riglde e con-
tratte in uno spasimo. Dovette costringerle all'eserclzio,
al movimento, perch il sangue tornasse a scorrervl. Or-
mai aveva un piano, che gli sembrava buono.
Se non avesse potuto ottenere che il prete l'aiutasse, al-
lora, pur che lo lasciassero un attimo solo con lui, I a-
vrebbe ucciso Con una seggiola sarebbe rluscito. Stroz-
zarlo non poteva, non aveva forza sufficiente nelle mani
e nelle braccia. Dunque ucciderlo, indossare in fretta la
sua veste sacerdotale e con essa fuggire! Prima che gll
altri trovassero il cadavere, egli doveva esser fuorl dal
castello, e poi correre, correre! Maria l'avrebbe lasciato en-
trare di nascosto. Doveva tentare. Era posslbfle.
Boccadoro non aveva mai osservato, atteso, agognato,
eppur temuto tanto l'alba come in quell'ora. Tremante di
tensione e di risolutezza, guardava con l'occhio di caccia-
tore l'esigua fessura di luce sotto la porta rischiararsi a
poco a poco. Ritorn presso la tavola e si esercit a star
accoccolato sullo sgabello con le mani fra le ginocchia,
in modo che non si potesse scorgere subito la mancanza
delle funi. Da quando le sue mani erano libere, non cre-
deva pi alla morte. Era deciso a spuntarla, dovesse an-
dare a rotoli anche tutto il mondo. Era deciso a vivere
ad ogni costo. Le sue narici tremavano nella brama di li-
bert e di vita. E chi sa, forse gli sarebbero venuti in
aiuto dal di fuori? Agnese era una donna e il suo potere
non arrivava lontano, forse neppure il suo coraggio, era
possibile ch'ella lo abbandonasse al suo destino. Ma lo
amava, forse poteva anche fare qualcosa. Forse fuori stri-
sciava furtiva la cameriera Berta... e non c'era anche un
palafreniere, di cui ella credeva di potersi fidare? E se
nessuno compariva, se non gli davano nessun segnale eb-
bene, allora avrebbe eseguito il suo piano. Se fa;liva,
avrebbe ucciso con la sedia i guardiani, due o tre o quan-
ti fossero. Di un vantaggio era sicuro: i suOi occhi si
erano abituati all'oscurit, ormai nella penombra indo-
vinava e rlconosceva forme e misure, mentre gli altri da
principio sarebbero stati completamente ciechi.
Accoccolato davanti alla tavola, febbricitante, pensava
e ripensava ci che doveva dire al sacerdote per guada-
gnarsi il suo aiuto, perch bisognava cominciare da que-
sto. Intanto osservava con avidit il crescer moderato del-
la luce nella fessura. Il momento, che poche ore innanzi
aveva tanto temuto, era diventato meta dei suoi desi-
deri pi ardenti; non poteva quasi pi aspettare; la ter-
ribile tensione si faceva a lungo andare insopportabile.
Poi le sue forze, la sua attenzione, la sua risolutezza e vi-
gilanza sarebbero a poco a poco scemate. Il guardiano col
sacerdote doveva venir presto, finch'era ancora viva que-
sta esaltazione, questa decisa volont di salvezza.
Finalmente il mondo fuori si dest, finalmente il nemi-
co s'avvicin. Risonarono passi sul selciato del cortile, la
chiave fu introdotta e girata nella toppa, ciascuno di que-
sti suoni dopo il lungo silenzio di morte echeggi come un
tuono.
La porta pesante s'aperse un poco, lentamente, striden-
do sui cardini. Entr un sacerdote senz'accompagnamen-
to, senza guardie. Entr solo, reggendo un doppiere con
due candele. Tutto succedeva diversamente da come fl
prigioniero si era immaginato.
E che strana commozione! Il sacerdote, dietro il quale
mani invisibili avevano richiuso la porta, indossava l'a-
bito del convento di Mariabronn, l'abito ben noto e fa-
miliare, quale avevano indossato un giorno l'abate Da-
niele padre Anselmo e padre Martino!
Quella vista gli diede uno strano colpo al cuore, do-
vette distogliere gli occhi. L'apparizione di quell'abito mo-
nacale pareva una buona promessa, un buon segno. Ma
forse non c'era ugualmente altra via d'uscita che l'assas-
sinio. Strinse i denti. Gli sarebbe stato molto difficile uc-
cider quel frate.
CAPITOLO XVII
--Sia lodato Ges Cristo, -- disse il padre deponen-
do il candellere sulla tavola. Boccadoro rispose a mezza
voce, con gli occhi fissi per terra.
Il sacerdote taceva. Aspettava e taceva, fino a che Boc-
cadoro, inquieto, alz gli occhi indagatori sull'uomo che
gll stava dinanzi. Quest'uomo, s'accorse allora con sua
confusione, non portava solo l'abito dei padri di Maria-
bronn, ma anche le insegne della carica di abate.
Guard l'abate in faccia. Era un viso scarno, dal ta-
glio netto e marcato, dalle labbra sottilissime. Era un
Vi50 ch'egli conosceva. Pareva plasmato dallo spirito e
dalla volont: Boccadoro lo guardava ammaliato. Con
mano incerta afferr il candeliere e lo avvicin a quel vi-
so stramero, per potervi scorgere gli occhi. Li vide, e il
candellere gli trem nella mano, mentre lo rimetteva sul-
la tavola.
--Narciso! -- mormor in tono quasi impercettibile.
Tutto commcl a turbinare intorno a lui
--S, Boccadoro, una volta ero Narciso, ma gi da
molto tempo ho deposto quel nome, forse te ne sei di
Gmenticatio. Dal giorno della mia vestizione mi chiamo
Boccadoro era scosso fino in fondo al cuore Tutto il
mondo s'era mutato a un tratto, e il crollo improvviso
e a sua tenslone sovrumana minacciava di soffocarlo
tremava e un senso di vertigine gli dava l'impressione
che la sua testa fosse una bolla vuota, il suo stomaco si
contraeva. Dietro gli occhi sentiva un bruciore come un
mpeto di pianto. Singhiozzare e cadere in deliquio fra le
lacrlme tutto in lui tendeva in quel momento a un tal
Ma dalla profondit dei ricordi dell'adolescenza, evo-
cati dalla vista di Narciso, sal un monito: una volta,
da ragazzo, egli aveva pianto e s'era lasciato andare da-
vanti a quel volto bello e severo, a quegll occhi scurl e
onniscienti. Ci non doveva pi ripetersi. Come un f an-
tasma, nel momento pi singolare della sua vita, quel
Narciso gli ricompariva dinanzi, probabilmente per sal-
vargli la vita.. ed egli doveva un'altra volta scoppiare in
singhiozzi o cadere in deliquio dinanzi a lui? No, no, no.
Si trattenne. Fren il suo cuore, fece violenza al suo sto-
maco, scacci la vertigine dalla testa. Non doveva mo-
strare in quel momento la sua debolezza.
Con voce artificiosamente dominata riusc a dire: --
Devi permettermi di chiamarti ancora Narciso.
-- Chiamami cos, caro. E non vuoi darmi la mano?
Boccadoro fece un nuovo sforzo su se stesso. Con un
tono un po' fanciullescamente arrogante e lievemente bef-
fardo, a cui soleva ricorrere qualche volta negli dnni di
scuola, mise fuori la sua risposta.
--Scusa, Narciso, -- disse freddo, ostentando una
certa indifferenza a ogni cosa. --Vedo che sei diventato
abate lo invece sono sempre un vagabondo. E poi il no-
stro colloquio, per quanto gradito mi sia, non potr du-
rare a lungo. Perch vedi, Narciso, io sono condannato
alla forca e fra un'ora o anche prima sar probabilmen-
te impiccato Te lo dico solo per chiarirti la situazione.
Il volto di Narciso rimase impassibile. Quel tantino di
millanteria fanciullesca nel contegno dell'amico lo diver-
tiva moltissimo e insieme lo commoveva. Ma compren-
deva e approvava in cuor suo la fierezza che si celava l
sotto e che impediva a Boccadoro di cadergli sul petto
piangendo Veramente anch'egli s'era immaginato diver-
so il loro incontro, ma era ben disposto ad assecondare
quella piccola commedia. Nulla avrebbe giovato di pi
a Boccadoro per riconquistare subito il cuore dell'amico.
-- Sicuro, -- disse fingendosi anch'egli indifferente. --
Del resto quanto alla forca ti posso tranquillare. Sei gra-
ziato. Ho l'incarico di comunicartelo e di condurti con
me. Perch qui in citt non puoi rimanere. Avremo dun-
que tempo sufficiente per raccontarci tante cose. Ma dl'
un po: vuoi darmi la mano ora?
Si diedero la mano e se la tennero stretta a lungo, pro-
fondamente commossi; ma nelle loro parole il riserbo e
la commedia durarono ancora per un poco.
--Bene, Narciso, lasceremo dunque questo poco ono-
revole asilo, e io mi unir al tuo seguito. Ritorni a Ma-
riabronn? S? Benissimo. E come? A cavallo? Ottima-
mente. Bisogner dunque trovare un cavallo anche per
me.
-- Lo troveremo, amice, e partiremo fra due ore. Oh,
ma che mani hai! Per amor di Dio, tutte scorticate, gon-
fie e sanguinanti! O Boccadoro, come ti hanno trattato!
--Lascia andare, Narciso. Io stesso me le sono ridot-
te cos. Ero legato e dovevo liberarmi. Ti dico io che non
fu facile. Tu del resto sei stato molto coraggioso ad en-
trare da me cos senza scorta.
--Perch coraggioso? Non c'era nessun pericolo.
--Oh, c'era solo il piccolo pericolo di essere ucciso
da me. Cio, il mio progetto era questo. M'era stato det-
to che sarebbe venuto un sacerdote. Io l'avrei ammazzato
e sarei fuggito nelle sue vesti. Un bel piano.
--Non volevi morire dunque? Volevi difenderti?
--Certo volevo. Che proprio tu saresti stato il sacer-
dote, questo non potevo naturalmente immaginarlo.
--Ad ogni modo, -- disse Narciso con qualche esita-
zione, -- era veramente un bruttissimo piano. Avresti po-
tuto davvero uccidere un sacerdote, che fosse venuto a
te come confessore?
--Te no, Narciso, no certo, e forse neppure uno dei
tuoi padri, se avesse portato la tonaca di Mariabronn.
Ma un altro sacerdote qualsiasi, oh s, puoi esserne si-
curo.
A un tratto la sua voce divenne triste e cupa.
--Non sarebbe stato il primo uomo, che avrei ucciso.
Tacquero. Provavano entrambi un senso di pena.
--Bene, di queste cose, -- disse Narciso con voce
fredda, -- parleremo pi tardi. Potrai farmi un giorno
la tua confessione, se vorrai Oppure raccontarmi cos
semplicemente della tua vita. Anch'io ho diverse cose da
raccontarti. E me ne rallegro. Vogliamo andare?
-- Un momento ancora, Narciso! Mi venuta in men-
te una cosa: che gi una volta ti ho chiamato Giovanni.
--Non ti capisco.
--No, naturale. Non sai ancora nulla. Parecchi an-
ni fa ti ho dato una volta il nome di Giovanni, e ti ri-
marr per sempre. Devi sapere che sono stato scultore
e intagliatore di figure, e intendo ridiventarlo. E la mi-
glior figura che abbia scolpito allora, un giovane di gran-
dezza naturale, in legno, la tua immagine, ma non si
chiama Narciso, si chiama Giovanni. k l'apostolo Gio-
vanni sotto la croce.
S'alz e and alla porta.
--Hai dunque pensato ancora a me?--domand Nar-
ciso sottovoce.
Altrettanto sottovoce Boccadoro rispose: --Oh s, Nar-
ciso, ho pensato a te. Sempre, sempre.
Spinse con forza la porta pesante, la luce scialba del
mattino entr. Non dissero pi nulla. Narciso lo condus-
se con s nella camera in cui era ospitato. Un giovane
monaco che l'accompagnava era intento a preparare i ba-
gagli per il viaggio. Boccadoro ricevette da mangiare, le
sue mani furono lavate e in parte fasciate. Poco dopo
vennero condotti i cavalli.
Mentre salivano in sella, Boccadoro disse: -- Ho an-
cora una preghiera. Prendiamo la via che passa dal mer-
cato del pesce, avrei l qualcosa ancora da sbrigare.
Partirono e Boccadoro guard a tutte le finestre del
castello, se a una per caso non si vedesse Agnese. Non
riusc a scorgerla. Cavalcarono per il mercato del pesce;
Maria era stata molto in pena per lui. Egli si conged
da lei e dai suoi genitori, ringrazi mille volte, promise
di ritornare un giorno e part. Maria rimase sotto la por-
ta di casa fin che i cavalieri furono scomparsi. Poi rien-
tr a passo lento, zoppicando.
Cavalcavano in quattro: Narciso, Boccadoro, il giovane
monaco e un palafreniere armato.
-- Ti ricordi ancora del mio cavallino Bless, -- do-
mand Boccadoro, -- ch'era nella stalla del vostro con-
vento?
--Certo. Non lo troverai pi e probabilmente non ti
aspettavi neppure di rivederlo. Sette od otto anni fa do-
vemmo ammazzarlo.
--E te ne ricordi?
--Oh s, mi ricordo.
Boccadoro non si rattrist della morte del piccolo Bless.
Gli fece piacere che Narciso ne fosse cos ben informato,
NARCISO E BOCCADORO 443
egli che non si era mai curato degli animali e certo non
aveva mai conosciuto per nome nessun altro cavallo del
convento. Ci gli fece molto piacere.
-- Ti parr ridicolo, -- ricominci, -- che il primo
essere del vostro convento di cui ho chiesto sia stato il
povero cavallino. Non gentile da parte mia. Veramen-
te volevo chiedere di tutt'altro, innanZi tutto del nostro
abate Daniele. Ma potevo immaginarmi che morto, poi-
ch tu sei il suo successore, E volevo evitare di parlare per
prima cosa di morti. In questo momento non vedo di
buon occhio la morte, per causa della notte passata e
anche per causa della peste, di cui ho veduto troppo. Ma
ormal Cl slamo; e una volta bisogna pur parlarne. Dim-
mi quando morto l'abate Daniele, che io veneravo mol-
to. E dimmi anche se i padri Anselmo e Martino sono
ancora in vita Sono preparato al peggio. Ma sono con-
tento che la peste abbia almeno risparmiato te. Vera-
mente non ho mai pensato che tu potessi esser morto, ho
creduto fermamente che ci saremmo rivisti. Ma la fe-
de pu ingannare, ne ho fatto l'esperienza purtroppo. An-
che il' mio maestro Nicola, l'intagliatore in legno, non
potevo figurarmelo morto, ero sicuro di ritrovarlo e di
lavorare di nuovo con lui. Eppure era morto, quando ri-
tornai.
-- E presto raccontato, -- disse Narciso. -- L'abate
Daniele morto gi otto anni fa, senza malattia n sof-
ferenze. Io non sono il suo successore, sono abate solo da
un anno. Il suo successore fu padre Martino, una volta
nostro direttore di scuola; egli mor l'anno scorso, non
ancora settantenne. Anche padre Anselmo non pi in
vita. Ti voleva bene, parlava ancora spesso di te. Negli
ulhml templ non poteva pi camminare e lo stare a let-
to era per lui un grande tormento; mor d'idropisia. Si-
curo, e la peste venne anche da noi, ne sono morti mol-
ti. Non ne parliamo! Hai altre domande da rivolgermi?
-- Certo, molte. Innanzitutto: come mai sei venuto qui
nella residenza del vescovo e dal governatore?
-- E una storia lunga e ti annoierebbe; si tratta di po-
litica. Il conte un favorito dell'imperatore e in molte
cose il suo plenipotenziario; ora in questo momento ci so-
no parecchie questioni da appianare fra l'imperatore e il
nostro ordine. Questo mi ha assegnato a una delega-
zione, che doveva svolgere trattative col conte. Il risul-
tato stato minimo.
Tacque, e Boccadoro non chiese oltre. Non c'era del
resto nessun bisogno che sapesse che la sera innanzi, quan-
do Narciso aveva chiesto al conte la vita di Boccado-
ro, questa vita aveva dovuto esser pagata al duro go-
vernatore con alcune concesslonl.
Continuavano a cavalcare; Boccadoro si sent presto
stanco, si teneva in sella a fatica.
Dopo un bel po' Narciso domand: -- E vero che
eri stato arrestato per furto? Il conte dichiar che ti eri
introdotto nel castello e nelle stanze interne e l avevi
rubato.
Boccadoro rise. -- S, c'era veramente tutta l'appa-
renza che fossi un ladro. Ma io avevo un convegno con
l'amante del conte; senza dubbio egli sapeva anche que-
sto. Mi stupisce molto che mi abbia lasciato andare.
-- Eh, s' mostrato trattabile.
Non riuscirono a percorrere il tratto di cammino pro-
gettato per la giornata. Boccadoro era troppo sfinito, le
sue mani non potevano pi tenere le briglie. Presero quar-
tiere in un villaggio; egli fu messo a letto, ebbe un po'
di febbre e rimase coricato anche il giorno seguente, ma
poi pot proseguire. E quando poco dopo le sue mani fu-
rono guarite, cominci a godere molto di quel viaggio a
cavallo. Da quanto tempo non cavalcava! Si sent rivive-
re, ritorn giovane e vivace; a volte faceva gare di ga-
loppo col palafreniere e nei momenti d'espansione asse-
diava l'amico Narciso di cento domande impazienti. Nar-
ciso lo accontentava calmo, ma lieto, era di nuovo affa-
scinato da Boccadoro, amava le sue domande cos ir-
ruenti, cos infantili, cos piene d'illimitata fiducia nello
spirito e nella saggezza dell'amico.
-- Una domanda, Narciso: avete bruciato anche voj
qualche volta gli ebrei?
-- Bruciato gli ebrei? E come? Non ci sono ebrei da
non
-- E vero. Ma dimmi: saresti capace tu di bruciare de-
gli ebrei? Puoi immaginarti possibile un caso simile?
-- No, perch dovrei farlo? Mi credi un fanatico?
--Comprendimi, Narciso! Voglio dire: puoi pensare
che in qualche caso sapresti dare l'ordine di uccidere de-
gli ebrei, oppure il tuo consenso? Tanti duchi, borgoma
stri, vescovi e altre autorit hanno dato di questi ordini.
-- lo non darei un ordine di questo genere. Ma posso
pensare al caso che mi toccasse di assistere a una tale
crudelt e di tollerarla.
--La tollereresti dunque?
-- Certo, se non avessi il potere d'impedirla. Tu hai
assistito qualche volta ad un rogo di ebrei, Boccadoro?
-- Ah, s.
-- Ebbene, l'hai impedito?... No?... Vedi.
Boccadoro raccont minutamente la storia di Rebecca,
e nel racconto si riscald, si appassion.
-- Ebbene, -- concluse con veemenza, -- che mondo
questo, in cui dobbiamo vivere? Non un inferno?
Non rivoltante e mostruoso?
-- Certo. Il mondo cos.
-- Ah! --esclam Boccadoro con ira.--E quante vol-
te in passato mi affermasti che il mondo divino, che
una grande armonia di sfere nel cui centro troneggia il
Creatore, e che tutto ci che esiste buono, e cos via.
Dicevi che questo si trovava in Aristotele o in san To-
maso. Sono ansioso di sentire come spieghi questa con-
traddizione.
Narciso rise.
--- La tua memoria stupefacente, eppure ti ha un po'
ingannato. Io ho sempre venerato la perfezione del Crea-
tore, ma non mai della creazione. Non ho mai negato
il male nel mondo. Che la vita sulla terra sia armonica
e giusta e che l'uomo sia buono, questo, mio caro, nes-
sun vero pensatore l'ha mai affermato. Che invece i sen-
timenti e le aspirazioni del cuore umano siano cattivi,
espresso nella Sacra Scrittura e lo vediamo confermato
ogm glorno.
-- Benissimo. Vedo finalmente come la pensate voi eru-
diti. L'uomo dunque malvagio, e la vita sulla terra
piena di volgarit e di sconcezza, questo lo concedete. Ma
dietro, nei vostri pensieri e nei vostri trattati, esistono la
giustizia e la perfezione. Ci sono, si possono dimostrare,
solo non se ne fa alcun uso.
-- Hai accumulato molto rancore contro noi teologi,
caro amico! Ma non sei ancora diventato un pensatore;
tu getti tutto alla rinfusa. Dovrai imparare ancora qual-
che cosa. Ma perch dici che non facciamo nessun uso
dell'idea della giustizia? Lo facciamo ogni giorno e ogni
ora. Io, per esempio, sono abate e ho un convento da
dirigere, e in esso ci sono altrettante imperfezioni e col-
pe quante se ne incontrano fuori nel mondo. Tuttavia
noi contrapponiamo sempre e costantemente al peccato
originale l'idea della giustizia e cerchiamo di misurare con
essa la nostra vita imperfetta e di correggere il male e di
metterci in rapporto costante con Dio.
-- Oh s, Narciso. Non voglio dire di te e che tu non
sia un buon abate. Ma penso a Rebecca, agli ebrei arsi,
alle tombe in massa, a quel gran morire, alle strade e
alle stanze dove giacevano fetenti i cadaveri degli appe-
stati, a tutto quello spaventoso deserto, ai fanciulli de-
relitti rimasti soli al mondo, ai cani di guardia morti di
fame alle loro catene... e quando penso a tutto questo e
rivedo innanzi a me queste immagini, il cuore mi fa male
e mi pare che le nostre mamme ci abbiano generati in
un mondo disperatamente crudele e diabolico, e che sa-
rebbe meglio non l'avessero fatto e Dio non avesse crea-
to questo mondo orrendo, e che il Redentore non si fosse
fatto crocifiggere per esso invano.
Narciso fece all'amico un cenno di affettuosa appro-
vazlone.
-- Hai perfettamente ragione, -- disse con calore, --
sfogati pure, dimmi tutto. Ma in una cosa t'inganni: tu
credi che tutto questo che dici sia pensiero. No, sono sen-
timenti! Sono i sentimenti di un uomo preoccupato dal-
l'orrore dell'esistenza. Ma non dimenticare che a questi
sentimenti tristi e disperati se ne contrappongono ben al-
tri! Quando sul tuo cavallo tu provi un senso di benes-
sere, attraversando una bella regione, o quando, con una
certa leggerezza, t'introduci di sera nel castello per fare
la corte all'amante del conte, allora il mondo ti appare
tutto diverso, e le case appestate e gli ebrei bruciati non
t'impediscono punto di cercare il tuo piacere. Non cos?
--Certo, cos. Poich il mondo cos pieno di mor-
te e d'orrore, io cerco continuamente di confortare il mio
cuore e di cogliere i bei fiori che sbocciano in mezzo a
questo inferno. Trovo piacere e dimentico per un'ora l'or-
rore Ma non per questo esso cessa d'esistere.
-- Hai detto molto bene. Dunque tu ti trovi nel mon-
do circondato di morte e d'orrore e per sfuggire ad es-
so cerchi il piacere. Ma il piacere non dura e ti rilascia
poi nel deserto.
-- S, proprio cos.
--Cos avviene alla maggior parte degli uomini, ma
pochi lo sentono con la tua forza e con la tua veemenza
e pochi hanno il bisogno di rendersi conto di questi sen-
timenti Ma dimmi un po': oltre a questa disperata al-
ternativa fra il piacere e l'orrore, fra la gioia di vivere
e il senso della morte... oltre a questo, non hai sperimen-
tato qualche altra via?
--Oh s, certo. Ho provato la via dell'arte. Ti ho gi
detto che fra l'altro sono diventato anche artista. Un gior-
no, eran forse tre anni che vivevo fuori nel mondo e qua-
si sempre vagabondando, trovai in una chiesa di conven-
to una Madonna di legno; era cos bella e la sua vista
mi colp tanto, che chiesi del maestro che l'aveva fatta
e lo cercai. Lo trovai: era un maestro celebre; divenni
suo scolaro e lavorai alcuni anni con lui.
-- Di questo mi racconterai ancora in seguito. Ma qua-
le fu per te il frutto, il significato dell'arte?
-- Fu il superamento della caducit. Vidi che della
farsa e della danza macabra della vita umana qualcosa ri-
maneva e durava: le opere d'arte. Certo anch'esse un gior-
no o l'altro passano, bruciano o si rovinano o vengono
distrutte. Ma a ogni modo durano parecchie generazioni
e formano al di l del momento un quieto regno d'imma-
gini e di cose sacre. Collaborare a questo mi pare un be-
ne e un conforto, perch quasi un rendere eterno ci
ch' transitorio.
-- Questo mi piace molto, Boccadoro. Spero che tu
farai altre belle opere; io ho grande fiducia nella tua for-
za e spero che sarai per un pezzo mio ospite a Maria-
bronn e mi permetterai di allestirti un'officina; da mol-
to tempo il nostro convento non ha pi un artista. Io
credo per che con la tua definizione tu non hai esaurito
ci che vi di meraviglioso nell'arte. Credo che l'arte non
consiste solo nello strappare alla morte e portar a pi lun-
ga durata, con la pietra, col legno e coi colori, qualcosa
che esiste ma mortale. Io ho veduto pi di un'opera
d'ar.e, certi santi e certe Madonne, che non credo siano
solo fedeli riproduzioni in un singolo essere umano, vis-
suto un giorno, di cui l'artista ha conservato le forme
o i colori.
-- Hai ragione, -- esclam Boccadoro con fervore, --
non avrei creduto che tu conoscessi l'arte cos a fondo!
L'immagine originaria di una buona opera d'arte non
una figura reale, viva, quantunque questa possa esserne
l'occasione determinante. L'immagine originaria non car-
ne e sangue, spirituale. E un'immagine che ha la sua
dimora nell'anima dell'artista. Anche in me, Narciso, vi-
vono di queste immagini, che spero di rappresentare e di
mostrar~i un giorno.
-- Magnifico! Ora, mio caro, senza saperlo, tu ti sei
addentrato nella filosofia e hai espresso uno dei suoi mi-
steri.
--Ti prendi gioco di me.
-- Oh no! Tu hai parlato d'immagini originarie, d'im-
magini dunque che non esistono in nessun luogo fuorch
nello spirito creatore, ma che possono essere attuate e re-
se visibili nella materia. Molto prima che una figura ar-
tistica diventi visibile e acquisti realt, essa esiste come
immagine nell'anima dell'artista! Questa immagine origi-
naria esattamente ci che gli antichi filosofi chiamano
idea .
-- S, questo mi sembra convincente.
--Ebbene, riconoscendo l'esistenza delle idee e delle
immagini originarie tu entri nel mondo spirituale, nel
nostro mondo di filosofi e di teologi, e ammetti che fra
la confusione e i dolori di quel campo di battaglia che
la vita, in questa danza macabra senza fine e senza sen-
so dell'esistenza corporea, esiste lo spirito creatore. Vedi,
a questo spirito in te io mi sono sempre rivolto, da quan-
do, ragazzo, ti avvicinasti a me. Questo spirito in te non
quello di un pensatore, quello di un artista. Ma spi-
rito, ed esso ti mostrer la via per uscire dal torbido gar-
buglio della vita dei sensi, dalla eterna alternativa fra
piacere e disperazione. Ah, mio caro, sono felice di aver
udito da te questa confessione. L'ho aspettata... da allora,
da quando tu abbandonasti il tuo maestro Narciso e tro-
Vasti il coraggio di essere te stesso. Ora possiamo esser
di nuovo amlcn
In quel momento parve a Boccadoro che la sua vita
avesSe acquistato un senso, come se egli la guardasse da`-
l'alto e ne vedesse chiaramente le tre grandi tappe: la
dipendenza da Narciso, la liberazione - il periodo della
vita libera e vagabonda - e il ritorno, il riposo, l'inizio
della maturit e del raccolto.
La visione si dilegu. Ma egli aveva trovato finalmen-
te con Narciso il rapporto che gli conveniva, non pi di
dipendenza, ma di libert e di reciprocit. Poteva or-
mai essere ospite di quello spirito superiore senza umilt,
poich l'altro aveva riconosciuto in lui il suo pari, il
creatore. Mostrarsi a Narciso, rendergli visibile nelle ope-
re il proprio mondo interiore era ormai il sogno che ca-
rezzava con gioia e desiderio crescente durante quel viag-
gio Ma talvolta gli venivano anche degli scrupoli.
-- Narciso, -- ammoniva, -- io temo che tu non sap-
pia chi porti con te nel tuo convento. Io non sono un mo-
naco e non voglio nemmeno diventarlo. Conosco i tre gran-
di voti, e alla povert mi adatto volentieri, ma non amo
n la castit n l'ubbidienza; queste virt non mi sem-
brano neppure veramente virili. E quanto a religiosit, non
rimasto pi nulla in me, da anni non mi confesso, non
prego e non mi comumco.
Narciso non si scompose. -- Si direbbe che sei diven-
tato un pagano. Ma per questo non abbiamo timori. Non
c' bisogno che tu ti vanti pi dei tuoi molti peccati. Hai
condotto la solita vita mondana, hai guardato i porci co-
me il figliol prodigo, non sai pi che cosa siano la legge
e l'ordine. Certo diventeresti un pessimo monaco, ma io
non t'invito affatto a entrare nell'ordine; t'invito solo a
essere nostro ospite e ad allestirti una officina nel nostro
convento. E un'altra cosa: non dimenticare che allora,
nei nostri anni d'adolescenza, fui io a destarti e a la-
sciarti avventurare nella vita del mondo. Bene o male
che ne sia derivato, insieme con te sono responsabile io.
Voglio vedere quel che sei diventato; me lo mostrerai nel-
le parole, nella vita, nelle tue opere. Quando l'avrai mo-
strato, e qualora io riconoscessi che la nostra casa non
luogo per te, sar il primo a pregarti di lasciarla un'al-
tra volta.
Boccadoro era pieno d'ammirazione ogni volta che il
suo amico parlava cos, che si mostrava nella sua funzio-
ne d'abate, con quella sicurezza tranquilla e con quella
sfumatura di scherno per la gente e per la vita del mon-
do; perch allora gli si rivelava quello che Narciso era
diventato: un uomo. Un uomo dello spirito senza dubbio
e della Chiesa, dalle mani delicate e dal volto di eru-
dito, ma un uomo pieno di sicurezza e di coraggio, un
condottiero, uno che assumeva le sue responsabilit. Que-
st'uomo, Narciso, non era pi il giovane d'allora, non era
pi il dolce e fervido discepolo Giovanni, e questo nuovo
Narciso, virile e cavalleresco, Boccadoro voleva rappre-
sentare con le sue mani. Molte figure l'aspettavano: Nar-
ciso, l'abate Daniele, il padre Anselmo, il maestro Nicola,
la hella Rebecca, la bella Agnese e tanti altri ancora, ami-
ci e nemici, vivi e morti. No, egli non voleva diventare un
frate, n pio n erudito, voleva creare opere; e che l'asilo
della sua giovinezza diventasse l'asilo delle sue opere lo
rendeva felice.
Cavalcavano nella frescura dell'autunno avanzato e, un
mattino che gli alberi brulli erano ricoperti di brina, at-
traversarono un paese vasto e ondulato con paludi ros-
sicce e deserte, le cui lunghe linee di colli apparvero a
Boccadoro come uno strano e noto richiamo; venne un bo-
sco d'alti frassini, e un torrente, e un antico granaio, al-
la cui vista il cuore di Boccadoro cominci a dolere di
lieta ansiet; riconobbe i colli che un giorno aveva per-
corsi a cavallo con Lidia, la figlia del cavaliere, e la lan-
da che un giorno, scacciato e profondamente triste, aveva
attraversato allontanandosi sotto la neve fine. Spuntaro-
no i gruppi di ontani e il mulino e il castello; con una
strana sofferenza egli riconobbe la finestra dello studio,
in cui allora, nei tempi leggendari della giovinezza, ave-
va udito il cavaliere raccontare del suo pellegrinaggio ed
aveva dovuto correggergli il suo latino.
Entrarono nel cortile, era una delle stazioni prestabi-
lite del loro viaggio. Boccadoro preg l'abate di non pro-
nunciare il suo nome in quel luogo e di lasciarlo mangia-
re insieme al palafreniere con la servit. Cos avvenne.
Nessun vecchio cavaliere, nessuna Lidia c'era pi, ma an-
cora qualcuno dei cacciatori e dei servi, e nella casa vi-
veva e governava una bellissima, superba e dispotica gen-
tildonna Giulia, a fianco di un consorte. Ella appariva
tuttora meravigliosamente bella, bella e un po' cattiva:
n da lei n dalla servit Boccadoro venne riconosciuto.
Dopo uno spuntino, nel crepuscolo sgattaiol in giardino,
guard di l dalla siepe le aiuole gi invernali, s'avvi-
cin pian piano alla porta della stalla e sblrci I ca-
valli ch'eran dentro. Dorm sulla paglia col palafreniere,
e il peso dei ricordi gli gravava sul petto; Sl desto piu
volte. Che vita smembrata e infeconda aveva dietro di s,
ricca d'immagini splendide, ma tutta in pezzi, cos po-
vera di valore, cos povera d'amore! La mattma partendo
guard su, ansioso, alle finestre, se per caso non scorges-
se ancora una volta Giulia. Cos poco prima s'era guar-
dato attorno nel cortile del vescovado, per vedere se Agne-
se si mostrasse ancora una volta. Ella non era comparsa e
neppure Giulia si mostr pi. Cos era stata tutta la sua
vita: prender congedo, fuggire, esser dimenticato, rima-
nere a mani vuote e col cuore gelato. Questa impressio-
ne lo segu tutto il giorno; egli non disse una parola, cu-
po in sella, con la testa china. Narciso lo lasci stare.
Ormai s'avvicinavano alla meta e dopo qualche gior-
no la raggiunsero. Poco prima che la torre e i tetti del
convento divenissero visibili, attraversarono quei magge-
si sassosi, dov'egli un giorno - oh, da quanto tempo! -
aveva cercato l'erba di san Giovanni per padre Anselmo,
e la zingara Lisa aveva fatto di lui un uomo. Finalmen-
te entrarono sotto il portone di Mariabronn e scesero da
cavallo sotto il castagno del mezzogiorno. Boccadoro sfior
dolcemente il tronco e si chin verso uno dei ricci spi-
nosi e spaccati, che giacevano bruni e secchi sul terreno.
CAPITOLO XVIII
I primi giorni Boccadoro abit nel convento stesso, in
una delle celle per gli ospiti. Poi, dietro sua preghiera,
fu alloggiato in uno degli edifici d'amministrazione che
circondavano il grande cortile come una piazza del mer-
cato, di fronte alla fucina.
Il fascino delle cose che rivedeva lo prese con tanta
violenza, ch'egli stesso a volte se ne meravigliava. Nes-
suno lo conosceva fuorch l'abate, nessuno sapeva chi fos-
se; gli uomini del convento, frati e laici, vivevano in un
ordine rigido e laborioso e lo lasciavano in pace. Ma lo
conoscevano gli alberi del cortile, lo conoscevano i por-
tali e le finestre, il mulino e la sua ruota, le piastrelle dei
corridoi, i roseti avvizziti nci chiostro, i nidi delle cico-
gne sul granaio e sul refettorio. Da ogni angolo gli ali-
tava incontro dolce e commovente il passato, la sua pri-
ma giovinezza; amore lo spingeva a rivedere tutto, a ri-
sentire tutti i suoni, il rintocco del vespro e lo scampanio
domenicale, il gorgoglio dello scuro torrente del mulino
fra gli stretti argini muscosi, il rumore dei sandali sul-
l'impiantito, il tintinnio serale del mazzo di chiavi, quan-
do il frate portiere andava a chiudere. Accanto alle cu-
nette di pietra, in cui cadeva l'acqua piovana dal tetto del
refettorio dei laici, crescevano ancora le stesse piccole er-
be, e il vecchio melo nel giardino della fucina stendeva
ancora i suoi grandi rami contorti. Ma pi di tutto lo
commoveva la campanella della scuola, la vista degli sco-
lari quando nelPora di ricreazione scendevano le scale e
si lanciavano schiamazzando nel cortile. Com'erano gio-
vani e sempliciotti e graziosi i loro visi fanciulleschi... Era
stato davvero anche lui cos giovane, cos goffo, cos gra-
zioso e puerile?
Ma oltre a questo ben noto convento egli ne ritrovava
uno quasi sconosciuto; gi nei primi giorni gli balz al-
l'occhio, acquist sempre pi importanza per lui e solo a
poco a poco si congiunse con quello gi conosciuto.
Poich, se nulla di nuovo si era aggiunto, se tutto era
rimasto uguale come nei suoi anni di scuola, come cento
e pi anni prima, egli non lo vedeva pi con gli occhi
dello scolaro. Vedeva e sentiva le proporzioni degli edifi-
ci, le volte della chiesa, le vecchie pitture, le statue di pie-
tra e di legno sugli altari, nei portali, e sebbene non ve-
desse nulla che non fosse gi stato al suo posto anche
allora, solo ora capiva la bellezza di queste cose e lo spi-
rito che le aveva create. Vedeva l'antica Madonna di pie-
tra nella cappella superiore; anche da ragazzo gli piace-
va e l'aveva disegnata, ma solo ora la vedeva con occhi
svegli e s'accorgeva ch'era un'opera meravigliosa, che an-
che col suo migliore e pi riuscito lavoro egli non avreb-
be mai potuto superare. E di queste cose meravigliose ce
n'eran parecchie, e ciascuna non stava a s e non era un
caso, ma proveniva dal medesimo spirito e stava in mez-
zo alle vecchie mura, fra le colonne e le volte, come nel-
la.sua dimora naturale. Quello che in un paio di secoli
era stato costruito, scolpito, dipinto, vissuto, pensato e in-
segnato in quel luogo, era di un'origine sola, di un solo
spirito e s'accordava insieme come i rami di un albero.
In mezzo a questo mondo, a questa unit potente e
tranquilla, Boccadoro si sentiva molto piccolo, sopra tut-
to quando vedeva l'abate Giovanni, il suo amico Narciso,
governare e regnare in quell'ordine grandioso e pur pla-
cido e sereno. Per quanta differenza di persona ci fosse
fra il dotto abate Giovanni dalle labbra sottili e il sem-
plice bonario abate Daniele, ciascuno di loro serviva per
la stessa unit, lo stesso pensiero, lo stesso ordine, e da
questo otteneva la sua dignit, a questo sacrificava la sua
persona. Ci li rendeva simili, come l'abito che vestiva
entrambi.
In mezzo a questo suo convento Narciso diventava agli
occhi di Boccadoro di una grandezza inquietante, quan-
tunque il suo atteggiamento verso di lui fosse quello di
un buon camerata e di un ospite cordiale. Ben presto Boc-
cadoro non osava quasi pi dargli del tu e chiamarlo
" Narciso .
-- Senti, abate Giovanni, -- gli disse una volta, -- a
poco a poco dovr pure abituarmi al tuo nuovo nome.
Debbo dirti che qui da voi mi trovo benissimo; avrei qua-
si voglia di farti una confessione generale e di pregarti,
dopo la penitenza, d'accogliermi come frate laico. Ma ve-
di, allora la nostra amicizia sarebbe finita, tu saresti l'a-
bate e io il frate laico. D'altra parte vivere cos accanto a
te e vedere il tuo lavoro e non essere e non fare nulla io
stesso, cosa che non sopporto pi a lungo. Vorrei lavo-
rare anch'io e mostrarti quello che sono e che so fare, af-
finch tu possa vedere se valsa la pena di salvarmi
d.lla forca.
-- Questo mi fa piacere, -- disse Narciso formulando
le sue parole con pi precisione ancora del solito. --
Puoi cominciare quando vuoi ad allestirti la tua officina,
io dar subito ordine al fabbro e al falegname di metter-
si a tua disposizione. Serviti pure di tutto il materiale di
lavoro che si pu raccogliere qui sul posto. Per quello
che bisogna far venire da fuori a mezzo dei carrettieri, pre-
para una lista. E ora ascolta quello che io penso di te e
delle tue intenzioni. Devi concedermi un po' di tempo
per esprimermi: io sono un erudito e vorrei tentare di
presentarti la cosa coi mezzi che mi offre il mio mondo
di pensiero: non ho altro linguaggio che questo. Dun-
que seguimi ancora una volta, come facevi con tanta pa-
zlenza quando erl ragazzo.
-- Tenter di seguirti. Parla pure.
-- Ricordati che gi ai nostri tempi di scuola io ti dis-
si pi volte che ti ritenevo un artista. Allora mi pareva
che tu potessi diventare un poeta; avevi nel leggere e nel-
lo scrivere una certa avversione per i concetti astratti e
prediligevi nel linguaggio le parole e i suoni che avevanO
qualit poetiche sensibili, parole dunque con cui ci si po-
tesse rappresentare qualche cosa.
Boccadoro interruppe: --Scusa, ma i concetti e le astra-
zioni che tu preferisci non sono anch'essi rappresentazio-
ni, immagini? o per pensare ti occorrono e ti piaccionO
proprio le parole con cui non ci si pu rappresentare
nulla? Si pu forse pensare senza rappresentarsi qualche
cosa ?
-- Fai bene a domandare! Ma certo si pu pensare sen-
za rappresentazioni! 11 pensiero non ha proprio nulla a
che fare con le rappresentazioni. Esso non si compie in
immagini, ma in concetti e in forme. Proprio l dove ces-
sano le immagini comincia la filosofia. Questo era appun-
to l'oggetto delle nostre dispute frequenti, quando erava-
mo giovani: per te il mondo consisteva d'immagini, per
me di concetti. Ti dissi sempre che non eri fatto per di-
ventare un pensatore, ma aggiunsi anche che questa non
era una deficienza, che in Compenso tu eri un dominatore
nel campo delle immagini. Sta' attento, ti spiegher. Se
allora invece di lanciarti nel mondo tu fossi diventato un
pensatore, avresti potuto provocare qualche guaio. Saresti
cio diventato un mistico. I mistici sono, per dirla in
breve e un po' grossolanamente, quei pensatori che non
sanno staccarsi dalle rappresentazioni, quindi non sono
per nulla pensatori. Sono artisti segreti: poeti senza ver-
si, pittori senza pennello, musicisti senza note. Ci sono
fra loro spiriti nobili e altamente dotati, ma sono tutti,
senza eccezione, degli uomini infelici. Tu avresti potuto
diventare uno di questi. Invece, grazie a Dio, sei diven-
tato un artista, padrone del mondo delle immagini, dove
puoi essere creatore e signore, mentre come pensatore sa-
resti rimasto ad un grado d'insufficienza.
--Temo, -- disse Boccadoro, --che non riuscir mai
a farmi un'idea del tuo mondo di pensiero, dove si pen-
sa senza Immagini.
--Ma s, ci riuscirai subito. Ascolta: il pensatore cer-
ca di conoscere e di rappresentare l'essenza del mondo con
la logica. Egli sa che il nostro intelletto e il suo strumen-
to, la logica, sono imperfetti, cos come un artista intel-
ligente sa benissimo che i suoi pennelli o scalpelli non po-
tranno mai esprimere perfettamente l'essenza radiosa di
un angelo o di un santo. Tuttavia tentano entrambi, il
pensatore come l'artista, a loro modo. Non possono e non
debbono fare altrimenti. Perch auando un uomo cerca di
attuarsi con le doti che la naturl gli ha date fa ci che
pu fare di pi alto ed esclusivamente assennato. Perci
una volta ti ripetevo sempre: non cercar d'imitare il pen-
satore o l'asceta, ma sii te stesso, cerca di attuare te stes-
so!
--Ti capisco cos a met. Ma che cosa significa pro-
priamente: attuarsi ?
-- E un concetto filosofico, non posso esprimerlo altri-
menti. Per noi scolari di Aristotele e di san Tomaso il pi
alto di tutti i concetti : l'essere perfetto. L'essere perfet-
to Dio. Tutto quello che c' d'altro solo a mezzo,
parziale, in divenire, mescolato, consiste di possibilit.
Dio invece non eterogeneo, una cosa sola, non ha pos-
sibilit, tutto realt. Ma noi siamo transitori, noi siamo
esseri che divengono, noi siamo possibilit, per noi non
c' perfezione, non c' l'essere completo. Quando per pro-
cediamo dalla potenza all'azione, dalla possibilit all'at-
tuazione, partecipiamo al vero essere, siamo di un grado
pi simili al perfetto e al divino. Questo sigaifica: attuar-
si. Tu devi conoscere questo processo dalla tua propria
esperienza. Tu sei artista e hai creato pi di una statua.
Quando una di queste figure ti veramente riuscita, quan-
do tu hai liberato l'immagine di un uomo dalle contin-
genze e l'hai ridotta ad una forma pura, allora tu hai,
come artista, attuato quell'immagine umana.
-- Ho capito.
--Tu mi vedi, o amico Boccadoro, in un luogo e in
un ufficio, in cui reso facile in certo modo alla mia na-
tura attuarsi. Mi vedi vivere in una comunit e in una
tradizione, che mi corrispondono e mi aiutano. Un con-
vento non un paradiso, pieno d'imperfezione, tuttavia
una vita claustrale condotta decorosamente per uomini
della mia indole infinitamente pi feconda di progresso
che non la vita mondana. Non voglio parlare del lato
morale, ma anche solo praticamente il pensiero puro, che
io ho il compito di esercitare e d'insegnare, richiede una
certa protezione dal mondo. Quindi per me, qui nella
nostra casa, stato molto pi facile attuarmi di quello che
non sia stato per te. Che malgrado ci tu abbia trovato
una via e sia diventato un artista, suscita tutta la mia
ammiraziOne. Perch il tuo cammino stato ben pi
difficile.
Boccadoro arross d'imbarazzo per quella lode, ed an-
che di gioia. Per sviare il discorso, interruppe l'amico:
--La maggior parte di quello che volevi dire sono riuscito
a capirlo. Ma una cosa ancora non mi vuol entrare in
testa: quello che tu chiami il pensiero puro il tuo
cos detto pensare senza immagini e operare con parole,
con cui non si pu rappresentarsi nulla.
-- Bene, puoi spiegartelo con un esempio. Pensa alla
matematica! Quali rappresentazioni contengono i nume-
ri? O i segni pi~i e meno? Che immagini contiene un'e-
quazione? Nessuna! Quando tu risolvi un problema arit-
metico o algebrico, non ti aiuta nessuna rappresentazione
tu eseguisci un compito formale entro forme di pensiero
che hai apprese.
-- E vero, Narciso. Se mi scrivi davanti una serie di
numeri e di segni, io posso cavarmela senza nessuna rap-
presentazione, posso lasciarmi guidare dal pi~i e dal me-
no, dai quadrati, dalle parentesi e cos via, e posso ri-
solvere il problema. Cio: lo potevo una volta, oggi non
ne sarei pi capace. Ma non posso immaginarmi che il
risolvere simili problemi formali abbia altro valore che
quello di un'esercitazione intellettuale per scolari. Impa-
rare a calcolare una bellissima cosa. Ma mi parrebbe
assurdo e puerile che un uomo passasse la sua vita chi-
no sopra simili problemi aritmetici, a coprire eternamen-
te la carta di serie numeriche.
--T'inganni, Boccadoro. Tu immagini che questo ze-
lante calcolatore risolva sempre nuovi problemi scolastici,
impostigli da un maestro. Ma egli pu porsi i problemi
anche da s, essi possono sorgere in lui come forze im-
pellenti. Bisogna aver calcolato e misurato matematica-
mente pi di uno spazio reale e fittizio, prima che ci si
possa arrischiare come pensatori al problema dello spa-
--Va bene. Ma anche il problema dello spazio, come
puro problema di pensiero, non mi sembra in realt l'og-
getto intorno a cui un uomo debba prodigare il suo la-
voro e i suoi anni. La parola spazio per me non
nulla, non degna di un pensiero, fin cke io non mi rap-
presento con essa uno spazio reale, per esempio lo spazio
stellato; osservare e misurare questo mi pare senza dub-
bio un compito non indegno.
Narciso interruppe sorridendo: -- Tu vuoi dire che
non tieni alcun conto del pensiero, bens dell'applicazio-
ne del pensiero al mondo pratico e visibile. Ti posso ri-
spondere: le occasioni di applicare il nostro pensiero e la
volont di farlo non mancano affatto. Il pensatore Nar-
ciso, ad esempio, ha applicato cento volte i risultati del
suo pensiero, tanto sul suo amico Boccadoro, quanto su
ciascuno dei suoi monaci, e lo fa ad ogni ora. Ma come
potrebbe applicare qualche cosa, se non l'avesse pri-
ma imparata ed esercitata? Anche l'artista esercita conti-
nuamente il suo occhio e la sua fantasia, e noi approvia-
mo tale esercizio, anche se questo non rivela i suoi effet-
ti che in poche opere reali. Tu non puoi disprezzare il
pensiero come tale cd approvare la sua applicazione "!
La contraddizione chiara. Dunque lasciami pensare in
pace e giudica il mio pensiero dai suoi effetti, cos come
io giudicher la tua arte dalle tue opere. Tu ora sei in-
quieto ed eccitato, perch fra te e le tue opere ci sono
ancora degli ostacoli. Allontanali, cercati o fabbricati un'of-
ficina e mettiti al lavoro! Molti problemi si risolveranno al-
lora da s.
Boccadoro non desiderava niente di meglio.
Trov un locale accanto al portone del cortile, che in
quel momento era vuoto e s'adattava bene ad officina. Or-
din al falegname una tavola da disegno e altri arnesi,
di cui gli diede lo schizzo preciso. Stese una lista degli
oggetti che i carrettieri del convento dovevano portargli
a poco a poco dalle citt vicine, una lunga lista. Esami-
n dal falegname e nel bosco tutte le provviste di legna
tagliata e scelse per s alcuni pezzi, che fece portare l'uno
dopo l'altro nel prato dietro le sua officina, dove li collo-
c all'asciutto, costruendovi sopra con le proprie mani una
tettoia. Ebbe poi molto da fare anche col fabbro, il cui
figliolo, un giovane sognatore, fu da lui affascinato e con-
quistato Con lui passava mezze giornate alla fucina, al-
l'incudine, al trogolo per tuffare il ferro rovente, all'afffi-
latoio; l mettevano tutti i coltelli da intaglio, curvi e di-
ritti, gli scalpelli, i succhielli e i raschietti, ch'egli ado-
perava per la lavorazione del legno.
Eric, il figlio del fabbro, giovane di circa vent'anni, di-
venne l'amico di Boccadoro, lo aiutava dappertutto, pieno
di fervido interesse e di curiosit. Boccadoro gli promise
d'insegnargli a sonare il liuto, cosa ch'egli desiderava vi-
vamente, poi gli avrebbe fatto provare anche l'intaglio.
Quando talvolta, nel convento e accanto a Narciso, Boc-
cadoro si sentiva inutile e oppresso, poteva rianimarsi con
Eric, che lo amava timidamente ed aveva per lui una ve-
neraZione infinita. Spesso Eric lo pregava di raccontargli
di maestro Nicola e della citt vescovile; qualche volta
Boccadoro lo faceva volentieri e poi si meravigliava a un
tratto di trovarsi l seduto, come un vecchio, a raccontare
di viaggi e di vicende del passato, mentre la sua vita do-
veva cominciare proprio allora.
Nessuno poteva accorgersi che negli ultimi tempi egli
era profondamente mutato e invecchiato oltre i suoi an-
ni: non l'avevano conosciuto prima. Le miserie della vita
instabile ed errabonda l'avevano forse gi logorato, ma
poi la pestilenza e i suoi molti orrori e infine la prigio-
nia nel castello del conte e quella notte orrenda nella can-
tina lo avevano scosso nelle fibre pi intime, lasciando
qualche traccia: peli grigi nella barba bionda, rughe sot-
tili sul volto, periodi d'insonnia, e a volte in fondo al
cuore una certa stanchezza, un illanguidimento del pia-
cere e della curiosit, un senso grigio e tiepido di saziet.
Nei preparativi del lavoro, nelle conversazioni con Eric,
nel trafficare dal fabbro e dal falegname, si sgelava, si
animava; tutti lo ammiravano e gli volevano bene, ma
fra una attivit e l'altra non di rado rimaneva seduto
per mezz'ore e per ore intere, stanco, sorridente e traso-
gnato, in preda all'apatia e all'indifferenza.
Una questione molto importante per lui era con quale
soggetto dovesse cominciare il suo lavoro. La prima ope-
ra che voleva eseguire, con la quale intendeva pagare l'o-
spitalit del convento, non doveva essere un'opera casuale
da esporsi in un luogo qualsiasi per curiosit, doveva, co-
me le antiche opere del convento, diventare una parte del-
la sua costruzione e della sua vita. Gli sarebbe piaciuto
sopra tutto fare un altare o anche un pulpito, ma non ce
n'era n il bisogno n il posto. Trov invece dell'altro. Nel
refettorio dei padri c'era una nicchia elevata, in cui, du-
rante i pasti, soleva leggere un frate giovane. Questa nic-
chia non aveva ornamenti. Boccadoro decise di rivestire
l'accesso al leggio e il leggio stesso di una decorazione in
legno simile a quella di un pulpito, con figure a bassori-
lievo e alcune quasi isolate. Comunic il progetto all'a-
bate, che lo approv e mostr di gradirlo molto.
Quando finalmente il lavoro pot cominciare - cade-
va la neve ed era gi passato Natale- la vita di Bocca-
doro prese un nuovo aspetto. Per il convento era come
scomparso, nessuno lo vedeva pi, non aspettava pi la
schiera degli scolari alla fine delle lezioni, non vagava pi
nel bosco, non camminava pi nel chiostro. Prendeva i
suoi pasti dal mugnaio, che non era pi quello ch'egli
era andato a trovare tante volte da ragazzo. E nella sua
officina non lasciava entrare nessuno, fuorch il suo aiu-
tante Eric; e anche questi in certi giorni non gli sentiva
dire una parola.
Per la sua prima opera, la tribuna per i lettori, ave-
va escogitato dopo lunghe riflessioni questo progetto: del-
le due parti che la costituivano, l'una doveva rappresen-
tare il mondo, l'altra la parola divina. La parte inferiore,
la scala, che usciva da un forte tronco di quercia e gi-
rava intorno ad esso, doveva rappresentare la creazione,
immagini della natura e della semplice vita dei patriar-
chi. La parte superiore, il parapetto, avrebbe portato le
statue dei quattro evangelisti. A uno di questi voleva dare
la figura del defunto abate Daniele, a un altro quella del
defunto padre Martino, suo successore, e nella figura di
Luca voleva immortalare il suo maestro Nicola.
S'imbatt in gravi difficolt, pi gravi di quanto non
a~esse pensato. Gli diedero preoccupazioni, ma erano dol-
ci preoccupazioni. Egli faceva la corte alla sua opera con
disperato entusiasmo, come a una donna ritrosa, lottava
con essa, ora irritato ed ora tenero, come un pescatore
all'amo lotta con un gran luccio; ogni ostacolo lo ammae-
strava e amnava i suoi sensi. Dimentic tutto il resto,
dimentic il convento, dimentic quasi Narciso. Questi
veniva qualche volta a trovarlo, ma egli non gli mostra-
va che disegni.
In compenso Boccadoro lo sorprese un giorno col pre-
garlo di voler ascoltare la sua confessione.
--Non mi son saputo decidere finora, --disse, --mi
sembrava di essere troppo piccino, mi sentivo gi abba-
stanza umiliato davanti a te. Ora va meglio, ora ho il mio
lavoro e non sono pi una nullit. E dal momento che vi-
vo in un convento, vorrei conformarmi all'ordine.
Si sentiva all'altezza dell'ora e non voleva aspettare pi
a lungo. Nella vita contemplativa delle prime settimane,
nel rivedere e nel ricordare tutte le cose della sua gioven-
t, e anche nei racconti che Eric gli chiedeva, la visione
della sua vita passata aveva acquistato un certo ordine e
una certa chiarezza.
Narciso lo accolse alla confessione senz'alcuna solen-
nit: essa dur circa due ore. L'abate ascolt con volto
impassibile le avventure, le sofferenze, le colpe del suo
amico; pose diverse domande, non interruppe mai e ascol-
t impassibile anche quella parte della confessione, in
cui Boccadoro dichiarava la scomparsa della sua fede nel-
la giustizia e nella bont di Dio. Fu colpito da parecchie
confessioni del penitente; vedeva com'egli era stato scosso
e spaventato, come talvolta era stato vicino alla perdi-
zione. Poi doveva tornar a sorridere, commosso dall'in-
genuit dell'amico rimasto fanciullo, poich lo trovava
preoccupato e pentito per certi pensieri irreligiosi, che in
confronto ai suoi propri dubbi e agli abissi del suo pen-
slero erano veramente innocenti.
Con meraviglia, anzi con delusione di Boccadoro, il
confessore non attribu una gravit eccessiva ai suoi pec-
catl verl e propri, lo ammon e lo pun invece senza in-
dulgenza per aver trascurato di pregare, di confessarsi e
di comunicarsi. Gli impose come penitenza di vivere ca-
sto e moderato per quattro settimane prima di ricevere la
comumone, di ascoltare ogni mattina la prima messa e
di recltare ogni sera tre Pater noster e un inno a Maria.
Poi gli disse: --Ti ammonisco e ti prego di non pren-
dere alla leggera questa pemtenza. Non so se tu conosca
ancora esattamente il testo della messa. Devi seguirlo pa-
rola per parola e abbandonarti tutto al suo significato. Og-
gi stesso reciter con te il Pater noster e alcuni inni, e ti
accenner a quali parole e a quali significati tu debba
rivolgere particolarmente la tua attenzione. Non devi pro-
nunciare e ascoltare le parole sacre come si pronunciano
e si ascoltano le parole umane. Ogni volta che ti sorpren-
di a ripetere quelle parole come un organetto, e ci av-
verr pi spesso di quel che tu non creda, ricordati di
questa ora e del mio ammonimento, ricomincia da capo
e recitale e falle entrare nel tuo cuore come io t'indi-
cher.
Fosse un caso fortunato, o avesse la psicologia dell'a-
bate tanta profondit, fatto sta che da questa confessione
e da questa penitenza deriv per Boccadoro un periodo
di soddisfazione e di pace, che lo rese profondamente fe-
lice. Fra le tensioni, le preoccupazioni e le soddisfazio-
ni del suo lavoro, ogni mattina ed ogni sera, nei facili
esercizi spirituali ch'eseguiva coscienziosamente, egli si sen-
tiva liberato dalle agitazioni della giornata e rinviato con
tuttO il suo essere a un ordine superiore, che lo strap-
pava alla pericolosa solitudine di colui che crea, facen-
dolo rientrare qual figlio nel regno di Dio. Se a supera-
re la lotta per la creazione della sua opera egli doveva
esser solo e ad essa doveva dare tutta la passione dei
suoi sensi e della sua anima, l'ora della devozione lo ri-
conduceva sempre ad uno stato d'innocenza. Durante il
lavoro fumava spesso per ira e per impazienZa, a volte
si estasiava fino alla volutt, ma negli esercizi di piet si
tuffava come in un'acqua fresca e profonda, che gli la-
vava via l'orgoglio dell'entusiasmo come pure l'orgogllo
della disperazione.
Non sempre riusciva. Talvolta alla sera, dopo ore di
lavoro febbrile, non trovava la quiete e il raccoglimento,
dimenticava gli esercizi, e spesso, quando si sforzava di
concentrarsi, lo mpediva e lo tormentava il penslero che
in fin dei conti il recitar preghiere era un affannarsl pue-
rile per un Dio che non esisteva affatto, o che per lo me-
no non poteva aiutarlo. Se ne dolse con l'amlco.
--Continua, -- :lisse Narciso; --hai promesso e devi
mantenere. Non devi star a pensar se Dio ascolta la tua
preghiera, o se il Dio che ti piace di raffigurarti esista o
meno, Non devi neppure preoccuparti se le tue pratlche
siano puerili. In confronto di colui al quale si rivolgono
le nostre preghiere, tutte le nostre azioni sono puerili. Tu
devi assolutamente inibirti durante l'esercizio questi scioc-
chi pensieri da bambino. Devi recitare il tuo Pater noster
e il tuo inno a Maria abbandonandoti tutto alle loro pa-
role e riempiendoti di esse, cos come, quando canti o
suoni il liuto, non insegui nessun saggio pensiero, nessu-
na speculazione, ma eseguisci una nota e un movimento
dopo l'altro con la maggior purezza e perfezione possi-
bili. Mentre si canta, non si pensa se il canto sia utile o
no: si canta. Cos devi pregare.
E di nuovo riusciva, Di nuovo il suo io teso e avi-
do si smorzava nell'ordine immenso, di nuovo le parole
venerabili passavano su di lui e attraverso lui come stelle.
L'abate not con grande soddisfazione che Boccadoro,
scaduto il termine del periodo di penitenza e ricevuti i
Sacramenti, continu per settimane e mesi i suoi esercizi
quotidiani Intanto la sua opera procedeva. Dal sostegno
massiccio della scala a chiocciola usciva un piccolo mon-
do di figure, di piante, di animali e di uomini; nel centro
un padre No fra pampini e grappoli, un libro illustrato
un inno di gloria alla creazione e alla sua bellezza, libero
nel gioco artistico, ma guidato da un ordine e da una
disciplina segreta. Durante tutti quei mesi nessuno vide
l'opera fuorch Eric, che aveva il permesso di dare una
mano e non carezzava altro pensiero di quello di poter
diventare un artista. In certi giorni neppure a lui era le-
Cito entrare nell'officina. Altre volte invece Boccadoro si
occupava di lui, gl'insegnava, lo lasciava provare, lieto di
avere un fedele e uno scolaro. Quando l'opera fosse ter-
mmata e riuscita, pensava di richiedere il giovane a suo
padre e d'istruirlo come assistente fisso.
Alle figure degli evangelisti lavorava nei suoi giorni mi-
ghori, quando tutto era in armonia e nessun dubbio l'oscu-
rava. La figura che gli pareva riuscisse meglio era quella
a cui dava i tratti dell'abate Daniele; l'amava molto, dal
viso di essa raggiava innocenza e bont. Della figura di
maestro Nicola era meno soddisfatto, quantunque Eric
l'ammirasse pi delle altre. Essa rivelava dissidio e tri-
stezza, sembrava piena d'alti progetti di creazione e insie-
me di una disperata certezza della vanit d'ogni creazione,
piena di rimpianto per un'unit e un'innocenza perdute.
Quando l'abate Daniele fu terminato Boccadoro ordin
ad Eric di far pulizia nell'officina. Velo di panni il resto
dell'opera e mise in luce solo quella figura. Poi and da
Narciso, ed essendo questi occupato aspett pazientemente
fino al giorno dopo. Nell'ora del mezzod condusse l'amico
nella sua officina davanti alla statua.
Narciso ristette e contempl. Contempl senza fretta, con
l'attenzione e la cura dello scienziato. Boccadoro stava die-
tro di lui, in silenzio, e cercava di dominare il tumulto
del suo cuore. "Oh," pens, "se ora uno di noi non regge
alla prova, un gran male. Se la mia opera non abba-
stanza buona o se egli non sa comprenderla, tutto il mio
lavoro qui ha perduto il suo valore. Avrei dovuto aspet-
tare ancora."
I minuti gli parevano ore; pens a quella volta che mae-
stro Nicola aveva tenuto in mano il suo primo disegno.
Narciso si volt verso di lui, e subito egli si sent libe-
rato. Vide nel volto affilato dell'amico rifiorire qualcosa,
che non vi fioriva pi dagli anni della fanciullezza: un
sorriso, un sorriso quasi timido in quel volto tutto spirito
e volont, un sorriso d'amore e d'abbandono, una scintilla,
come se la solitudine e la fierezza di quel volto fossero
per un istante squarciate e da esso non trasparisse pi
altro che un cuore pieno d'amore.
--Boccadoro,--disse Narciso pianissimo, pesando an-
che in quel momento le parole, --tu non ti aspetti certo
da me che diventi a un tratto un conoscitore d'arte. Non
lo sono, lo sai. Della tua arte non saprei dire nulla, che
non ti sembri ridicolo. Ma lasciami dirti una cosa sola.
alla prima occhiata ho riconosciuto in questo apostolo il
nostro abate Daniele, e non lui soltanto, ma anche tutto
quello ch'egli allora rappresentava per noi: la dignit, la
bont, la semplicit. Come il povero padre Danlele stava
davanti alla nostra venerazione giovanile, cos egh sta
ancora qui davanti a me e con lui tutto ci che allora Cl
era sacro e ci che ci rende indimenticabile quell'epoca.
Con questa visione tu mi hai fatto un gran dono, amlco
mio: non soltanto mi hai reso il nostro abate Daniele, ml
hai rivelato per la prima volta tutto te stesso. Ora so chi
sei. Non ne parliamo pi, non ne ho il diritto. O Bocca-
doro, benedetta quest'ora!
Nel grande locale si fece silenzio. Boccadoro vide che
il suo amico era commosso in fondo al cuore. Un imba-
razzo gli strozzava il respiro.
-- Bene, -- disse brevemente, -- sono contento. Ma,
forse, ora che tu vada a tavola.
CAPITOLO XIX
Boccadoro lavor a quell'opera due anni, e nel secondo
anno Eric gli fu affidato come vero e proprio scolaro. Nel-
l'intaglio della scala Boccadoro compose un piccolo pa-
radiso, raffigur con intenso piacere un delizioso groviglio
d'alberi, di foglie e d'erbe, con uccelli fra i rami, e da
ogni parte sbucavano teste e corpi di animali. In mezzo
a questo placido, rigoglioso giardino primordiale rappre-
sent alcune scene della vita dei patriarchi. Di rado que-
sta solerte attivit subiva un'interruZione. Di rado veniva
un giorno, in cui il lavoro gli era impossibile, in cui un
senso d'inquietudine e di saziet glielo rendeva fastidioso.
Allora assegnava un compito allo scolaro e faceva una
passeggiata o una cavalcata in campagna, respirando nel
bosco il profumo che gli ricordava la libert e la vita va-
gabonda; cercava qua o l una ragazza di contadini, o
andava a caccia e se ne stava per ore e ore coricato nel
verde, fissando la volta formata dalle chiome degli alberi
o il rigoglio selvaggio delle felci e delle ginestre. Non
rimaneva mai lontano pi d'un giorno o due. Poi ritor-
nava all'opera con nuova passione, intagliava con volutt
le piante che germogliavan rigogliose sotto le sue dita, rica-
vava dal legno con mano lieve e delicata le teste umane,
scolpiva una bocca dal taglio vigoroso, un occhio, una bar-
ba crespa. Oltre a Eric, solo Narciso conosceva l'opera e
veniva spesso nell'officina, che qualche volta diventava per
lul fl luogo pi gradito del convento. Osservava con gioia
e stupore. L fioriva quello che l'amico aveva portato un
giorno nel suo inquieto e fiero cuore di fanciullo, cresceva
e fiorlva una creazione, un piccolo mondo zampillante:
un glOCo forse, ma certo non meno buono del gioco della
logica, della grammatica e della teologia.
Una volta Narciso disse pensieroso: -- Imparo molto
da te, Boccadoro. Comincio a comprendere che cos' l'arte.
Prima mi pareva che, in confronto col pensiero e con la
scienza, non fosse da prendere troppo sul serio. Pensavo
press'a poco cos: poich l'uomo una dubbia mescolanza
di spirito e di materia, poich lo spirito gli schiude la co-
noscenza dell'eterno, mentre la materia lo trascina in basso
e lo incatena a ci ch' transitorio, egli dovrebbe cercare
di staccarsi dai sensi e di entrare nel mondo spirituale, per
elevare la sua vita e darle un significato. Affermavo bens
di apprezzare altamente l'arte, per consuetudme, ma m
realt ero superbo e la guardavo dall'alto in basso. Ora
soltanto vedo quante vie ci sono per giungere alla cono-
scenza, e quella dello spirito non l'unica e forse neppur
la migliore. E la mia vita, certo: e rimarr in essa. Ma
ti vedo per la via opposta, la via dei sensi, cogliere il mi-
stero dell'essere altrettanto profondamente, ed esprimerlo
con molta pi vivezza di quel che lo possano la maggior
parte dei pensatori.
--Capisci ora,--disse Boccadoro,--che io non posso
intendere che cosa significhi pensare senza rappresentazioni.
-- L'ho capito da un pezzo. Il nostro pensare un con-
tinuo astrarre, un prescindere dal mondo sensibile, un ten-
tativo di costruzione d'un mondo puramente spirituale. Tu
invece cogli nel cuore ci che vi di pi instabile e mor-
tale e riveli il senso del mondo proprio in quello ch' tran-
sitorio Tu non prescindi da questo, ti dai tutto ad esso,
e per questa tua dedizione esso diventa ci che vi di
pi alto: il simbolo dell'eterno. Noi pensatori cerchiamo
di avvicinarci a Dio staccando il mondo da lui. Tu ti
avvicini a lui amando e ricreando la sua creazione. Sono
entrambe opere umane e inadeguate, ma l'arte pi in-
nocente.
--Non so, Narciso. Voi pensatori e teologi per mi
pare riusciate meglio a spuntarla con la vita, a difendervi
dalla disperazione. Io non t'invidio pi da un pezzo, amico
mio, per la tua scienza, ma t'invidio per la tua tranquil-
lit, per la tua equanimit, per la tua pace.
--Non dovresti invidiarmi, Boccadoro. Non c' una pa-
ce cos come tu la intendi. C' la pace, senza dubbio, ma
non una pace che alberghi durevolmente in noi e non ci
abbandoni pi. C' solo una pace che si conquista conti-
nuamente con lotte senza tregua, e tale conquista dev'es-
sere rinnovata giorno per giorno. Tu non mi vedi lottare
non conosci le mie battaglie nello studio e neppur quelle
nella cella delle preghiere. E bene che tu non le conosca.
Tu vedi solo che io sono soggetto meno di te agli umori
variabili e credi che ci sia pace. Ma lotta, lotta e
sacrificio, come ogni vera vita, come anche la tua.
--Non discutiamo. Neppur tu vedi tutte le mie lotte.
E non so se puoi capire quello che io sento in cuore al-
l'idea che presto quest'opera sar finita. La si porta via,
la si mette a posto, mi si fa qualche elogio, e poi io ritor-
no in un'officina vuota e nuda, triste per tutto quello che
nella mia opera non mi riuscito e che voialtri non po-
tete affatto vedere; e la mia anima vuota e spogliata,
come l'officina.
--Pu darsi, -- disse Narciso, -- e nessuno di noi
in grado di comprendere l'altro sinc in fondo. Ma questo
hanno in comune tutti gli uomini di buona volont: che
le nostre opere finiscono per lasciarci umiliati, che dob-
biamo sempre ricominciare da capo, che l'offerta dev'es-
sere rinnovata.
Qualche settimana dopo il grande lavoro di Boccadoro
era finito e posto in opera. Si ripet quello che gi gli era
toccato tanto tempo prima: la sua opera pass in pos-
sesso degli altri, fu contemplata, giudicata, lodata, egli
ricevette encomi e onori; ma il suo cuore e la sua officina
rimasero vuoti; non sapeva pi se l'opera valesse il sacri-
ficio. Il giorno dello scoprimento era invitato a tavola dai
padri: c'era banchetto, festeggiato col vino pi vecchio del
convento. Boccadoro inghiott il buon pesce e la selvag-
gina, e pi del vin vecchio lo riscaldarono l'interessamento
e la gioia con cui Narciso salut la sua opera e gli onori
che gli furono tributati.
Un nuovo lavoro desiderato e ordinato dall'abate era
gi abbozzato, un altare per la cappella di Maria a Neu-
zell, che apparteneva al convento e dove officiava un padre
di Mariabronn. Per questo altare Boccadoro voleva fare
una statua di Maria e immortalare in essa una delle figure
indimenticabili della sua giovinezza, Lidia la bella e timo-
rosa figlia del cavaliere. Nel resto quest'incarico non ave-
va molta importanza per lui, ma gli sembrava l'occasione
buona per far fare a Eric la sua prova di aiutante. Se Eric
si mostrava all'altezza del compito, egli avrebbe avuto in
lui per sempre un buon collaboratore, il quale poteva so-
stituirlo e lasciarlo libero per quei lavori che soli gli sta-
vano ancora a cuore. Scelse con Eric il legname per l'al-
tare e glielo fece preparare. Spesso Boccadoro lo lasciava
solo, aveva ripreso il suo girovagare e le lunghe passeg-
giate nei boschi; una volta che rimase via parecchi giorni
Eric ne inform l'abate e anche questi temette un poco
che Boccadoro potesse essersene andato per sempre. Ma
ritorn, lavor una settimana alla figura di Lidia, poi rico-
minci a vagare,
Era preoccupato; da quando aveva terminato il grande
lavoro, la sua vita era in disordine: trascurava la prima
messa, si sentiva profondamente inquieto e scontento. Pen-
sava molto a maestro Nicola, e se egli stesso non sarebbe
diventato presto come lui diligente e virtuoso e abile,
ma non pi libero, non pi giovane, Una piccola avven-
tura recente gli aveva dato da pensare. Nelle sue sCorrl-
bande aveva trovato una giovane contadina di nome Fran-
cesca, che gli piaceva molto, e si era dato ogni pena per
ammaliarla, usando tutte le sue antiche arti di seduzione.
La ragazza ascoltava volentieri le sue chiacchiere, rideva
divertita ai suoi scherzi, ma respingeva le sue seduzioni,
e per la prima volta egli sent che a una donna giovane
egli appariva vecchio. Non ci era andato pi, ma non
aveva dimenticato. Francesca aveva ragione; era diventato
un altro, lo sentiva egli stesso; e non erano quei pochi
capelli precocemente grigi e quel po' di rughe intorno agli
occhi, era qualcosa di pi nel suo essere, nel suo animo;
si sentiva vecchio, si sentiva divenuto simile in modo in-
quietante a maestro Nicola. Osservava se stesso sdegno-
samente e scrollava le spalle con disprezzo; aveva perduto
la libert, era diventato sedentario: non pi aquila e
lepre, ma animale domestico. Quando girovagava, pi che
nuovi cammini e nuova libert cercava il profumo del
passato, il ricordo delle sue peregrinazioni d'un tempo; la
sua ricerca era piena di nostalgia e di diffidenza, come
l'annusar di un cane in cerca di una traccia perduta. E
quando era stato fuori un giorno o due ed era andato un
poco a zonzo, in vacanza, un impulso irresistibile lo richia-
mava indietro, la coscienza lo rimordeva, sentiva che l'offi-
cina l'aspettava, ch'egli aveva una responsabilit per l'al-
tare cominciato, per il legno preparato, per l'aiutante Eric
Non era pi libero, non era pi giovane. Fece allora un
fermo proponimento: quando fosse terminata la Lidia-
Maria avrebbe intrapreso un viaggio, avrebbe ritentato la
vita del vagabondo. Non era bene vivere cos a lungo in
un convento, e con soli uomini. Per monaci poteva esser
bene, ma non per lui. Con gli uomini si potevano fare
discorsi belli e saggi; essi avevano comprensione per il
lavoro di un artista; ma tutto il resto, le chiacchiere, le
tenerezze, il gioco, l'amore, il beato ozio senza pensieri
tutto questo non prosperava fra gli uomini; per questo ci
volevano donne, vita all'aperto senza meta, e sempre nuo-
ve immagini. Tutto l intorno a lui era un poco grigio e
serio, un poco grave e maschile, ed egli aveva subito il
contagio, gli era penetrato nel sangue
Il pensiero del viaggio lo consolava; attendeva brava-
mente al suo lavoro per esser libero pi presto, E mentre
a poco a poco la figura di Lidia gli usciva dal legno, men-
tre dalle nobili ginocchia di quella egli faceva scendere
le pieghe severe della veste, lo rapiva una gioia intima e
dolorosa, si sentiva malinconicamente innamorato di quel-
l'immagine, di quella bella e timida figura di fanciulla
del ricordo d'allora, del suo primo amore, dei suoi primi
viaggi, della sua giovent. Lavorava con devozione all'im-
magine delicata, la sentiva una cosa sola con ci che v'era
di meglio in lui, con la sua giovineZza, con le sue pi
dolci memorie. Era una felicit per lui scolpire quel collo
chino, quella bocca triste e affettuosa, quelle mani nobili
le dita lunghe, le estrernit ben arcuate delle unghie An-
che Eric contemplava la figura ogni volta che poteva, con
ammirazione e con rispettoso amore.
Quando fu quasi terminata, la mostr all'abate Nar-
ciso disse: --Questa la tua opera pi bella, caro, non
abbiamo nulla in tutto il convento che le stia a pari.
Debbo confessarti che in questi ultimi mesi sono stato
qualche volta preoccupato per te. Ti vedevo inquieto e
sofferente, e quando scomparivi e rimanevi assente pi di
un giorno pensavo talora con ansia: forse non torna pi.
E invece hai fatto questa statua meravigliosa! Sono con-
tento e sono fiero di te!
-- S, -- disse Boccadoro, -- la statua riuscita pro-
prio bene. Ma ora ascoltami, Narciso! Perch questa figura
riuscisse bene, era necessaria tutta la mia giovinezza, la
mia vita vagabonda, i miei innamoramenti, i miei cor-
teggiamenti alle donne. Questo il pozzo a cui ho attinto.
Il pozzo sar presto vuoto, il cuore mi s'inaridisce. Ter-
miner questa Maria e poi prender congedo per un bel
po' di tempo, non so per quanto, e ricercher la mia gio-
vinezza e tutto quello che una volta mi fu cos caro. Puoi
tu capirlo?... Bene. Sai ch'ero qui tuo ospite e non ho
mai preso compensi per il mio lavoro...
--Te li ho offerti pi volte -- interruppe Narciso.
-- S, e ora li accetto. Mi far fare nuovi abiti e quan-
do saranno pronti ti chieder un cavallo e qualche tallero,
poi partir per il mondo. Non dir nulla, Narciso, e non
rattristarti. Non che qui non mi piaccia, in nessun altro
luogo potrei aver di meglio. Si tratta d'altro. Esaudirai
il mio desiderio?
Poche parole furono scambiate ancora sull'argomento.
Boccadoro si fece fare un semplice abito da cavaliere e
un paio di stivali, e mentre s'avvicinava l'estate port a
termine la figura di Maria, come se fosse l'ultima sua
opera con cura affettuosa diede l'ultimo tocco alle mani,
al voito, ai capelli. Poteva perfino sembrare ch'egli pro-
crastinasse la partenza, come se si lasciasse volentieri trat-
tenere ancora da quegli ultimi delicati lavori intorno alla
sua statua. Passava un giorno dopo l'altro ed egli aveva
ancora sempre qualche cosa da accomodare. Narciso, quan-
tunque il distacco imminente gli riuscisse penoso, talvolta
sorrideva un poco dell'innamoramento di Boccadoro e della
sua incapacit a staccarsi dalla figura di Maria.
Ma un giorno Boccadoro lo sorprese, recandosi a un
tratto da lui per congedarsi. Aveva preso la sua decisione
nella notte. Nel suo abito nuovo, con un nuovo berretto,
venne da Narciso a prender commiato. Gi qualche tem-
po prima si era confessato e comunicato: ora veniva a
dire addio e a ricevere la benedizione per il viaggio. Il
distacco riusc penoso a entrambi; Boccadoro si mostr
pi brusco e pi calmo di quel che non fosse in cuore.
--Ti rivedr? -- domand Narciso.
-- Oh s: se il tuo bel cavallo non mi romper il collo,
mi rivedrai certamente. Altrimenti non ci sarebbe pi nes-
suno a chiamarti Narciso e a darti preoccupazioni. Puoi
star sicuro. Non dimenticare di tenere un occhio su Eric.
E che nessuno mi tocchi la mia figura! Essa rimarr nella
mia camera, come ho detto, e la chiave non deve uscire
dalla tua mano.
--Sei contento d'intraprendere questo viaggio~
Boccadoro strizz gli occhi.
--Ecco, sono stato contento, gi qualche cosa. Ma
ora che debbo partire, mi sembra meno allegro di quel
che si potrebbe credere. Tu riderai di me, ma la separa-
zione non mi riesce punto facile e questo attaccamento
non mi piace. E come una malattia: le persone giovani e
sane non l'hanno. Anche maestro Nicola era cos. Ah
non facciamo chiacchiere inutili! Benedicimi, caro, voglio
partire.
E se n'and sul suo cavallo.
Narciso pensava molto all'amico, era in ansia per lui e
ne aveva la nostalgia. Gli sarebbe ritornato un giorno
l'uccello fuggito, il caro spensierato? Quell'uomo singolare
e diletto aveva ripreso la sua vita tortuosa e senza vo-
lont, girava di nuovo il mondo, avido e curioso, seguen-
do i suol oscuri e forti istinti, tempestoso e insaziabile:
un grande fanciullo. Che Dio sia con lui, ch'egli ritorni
sano e salvo! Ora volava di nuovo qua e l come una
farfalla, peccava di nuovo, seduceva le donne assecon-
dava le sue voglie; forse gli capitava ancora di uccidere
cadeva in pericolo e in prigione, e vi periva. Quante ansie
dava quel ragazzo biondo, che si doleva d'invecchiare e
guardava con occhi cos infantili! Come bisognava star
inquieti per lui! E tuttavia Narciso, in cuor suo, era con-
tento dell'amico. In fondo gli piaceva molto che quel
ragazzo baldanzoso fosse cos difficile da domare, che aves-
se simili grilli, che fosse scappato un'altra volta e un'altra
volta si rompesse le corna.
Ogni giorno in qualche ora i pensieri dell'abate ritor-
navano all'amico, con affetto e nostalgia, con riconoscen-
za, con ansia, talvolta anche con qualche scrupolo e qual-
che rimprovero a se stesso. Non avrebbe forse dovuto rive-
lare maggiormente all'amico quanto egli lo amasse, come
non lo desiderasse diverso, come fosse diventato ricco in
grazia sua e della sua arte? Gli aveva detto poco, troppo
poco forse... Chi sa allora se non l'avrebbe potuto trat-
tenere?
Egli per non era diventato solo pi ricco, per merito
di Boccadoro: era anche diventato pi povero: pi po-
vero e pi debole, e certo era bene che non l'avesse mo-
strato all'amico. Il mondo in cui viveva ed aveva la sua
patria, il suo mondo, la sua vita claustrale, il suo ufficio,
la sua dottrina, l'edificio cos ben organizzato dei suoi
pensieri, erano stati spesso scossi e resi incerti dall'amico.
Senza dubbio, dal punto di vista del convento, della ra;
gione e della morale, la vita dell'abate era mlghore, plU
giusta, pi costante, pi ordinata e pi esemplare, era una
vita di ordine e di servizio rigoroso, un sacrificio continuo,
uno sforzo sempre nuovo verso la chiarezza e la glushzla,
era molto pi pura e pi buona che la vita di un artista,
di un vagabondo e di un seduttore di donne. Ma da un
punto di vista pi alto, dal punto di vista di Dio, l'or-
dine e la disciplina di una vita esemplare, la rinuncia al
mondo e alla felicit dei sensi la lontananza dal fango
e dal sangue il ritiro nella filosofia e nella devozione,
erano davvero meglio che la vita di Boccadoro? L'uomo
era davvero creato per condurre una vita regolata, di cui
ogni ora e ogni azione fossero annunciate dalla campana
che chiama alla preghiera? L'uomo era davvero creato per
studiare Aristotele e Tomaso d'Aquino, per sapere il gre-
co, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo?
Non era egli creato da Dio con sensi e istmtl, con oscu-
rit sanguigne, con la capacit del peccato, del piacere,
della disperazione? Intorno a queste domande s'aggirava-
no i pensieri dell'abate quando eran volti al suo amico.
S, e forse non era soltanto pi ingenuo e pi umano
condurre una vita come quella di Boccadoro; in fin dei
conti era forse anche pi coraggioso e pi grande affidarsi
alla corrente crudele e tumultuosa, commetter peccati e
prender su di s le loro amare conseguenze, anzich con-
durre una vita pulita in disparte dal mondo, con le mani
lavate, e formarsi un bel giardino di pensieri pieno d'ar-
monia e camminare senza peccato fra le aiuole ben pro-
tette Era forse pi difficile, pi valoroso e pi nobile cam-
minare con le scarpe logore per i boschi e per le strade
maeStre, soffrire il sole e la pioggia, la fame e la miseria,
giocare coi piaceri dei sensi e pagarli con le sofferenze.
In ogni caso Boccadoro gli aveva mostrato che un uomo
destinato all'alto pu scendere molto gi nel groviglio eb-
bro e sanguinoso della vita e insozzarsi di molta polvere
e di sangue, senza tuttavia diventare meschino e volgare
senza uccidere in s il divino; gli aveva mostrato che po-
teva errare per profondi ottenebramenti, senza che nel sa-
crario della sua anima si spegnessero la luce divina e la
forza creatrice. Narciso aveva guardato in fondo alla vita
disordmata del suo amico, e n il suo affetto n la sua
stima per lui erano diminuiti. Oh no, e da quando aveva
visto uscire dalle mani macchiate di Boccadoro quelle figu-
re meravigliosamente vive nella loro placidit, trasfigurate
dalla forma e dall'ordine interiori, quei volti profondi illu-
minati dall'anima, quelle piante e quei fiori innocenti, quel-
le mani supplici o benedette, tutti quegli atteggiamenti ar-
ditl o soavl, fieri o sacrl, da allora egli sapeva che in quel
cuore incostante di artista e di seduttore c'era una pie-
nezza di luce e di grazia divina.
A lui era stato facile, nei loro colloqui, apparire supe-
riore all'amico, contrapporre alla sua passione la propria
disciplina e l'ordine dei propri pensieri. Ma ogni piccolo
atteggiamento d'una figura di Boccadoro, ogni occhio, ogni
bocca, ogni tralcio e ogni piega di veste non era pi reale,
plU viva e pi insostituibile di tutto quello che poteva
dare un pensatore? Questo artista, dal cuore pieno di con-
trasti e di miserie, non aveva creato per un numero infi-
mto di uomini, presenti e futuri, dei simboli della loro
mlserla e della loro aspirazione, delle figure, a cui pote-
vano rivolgersi la devozione e la veneraZione, l'angoscia
e la nostalgia d'infinite creature, e trovare in esse con-
forto, appogglo e incoraggiamento?
Narciso ricordava, sorridendo con malinconia, tutte le
scene Ill CUI, dalla prima giovinezza in poi, aveva guidato
e ammaestrato l'amico. Questi aveva accettato con grati-
tudme, rlconoscendo sempre la sua superiorit e la sua
gulda. E pOI m silenzio aveva presentato le opere create
dalla tempesta e dalla sofferenza della sua vita sferzata:
non parole, non teorie, non spiegazioni, non ammonimenti,
ma vlta vera ed elevata. Com'era povero egli stesso, l'aba-
te, in confronto, col suo sapere, con la sua disciplina clau-
strale, con la sua dialettica!
Queste erano le questioni, intorno a cui s'aggiravano i
suoi pensieri. Come tanti anni prima egli aveva influito
sulla giovineza di Boccadoro, scuotendola e ammonen-
dola, ed aveva posto la vita di lui su di un nuovo piano,
cos l'amico dopo il suo ritorno gli aveva dato da fare,
lo aveva scosso e costretto ad esaminare se stesso e a du-
bitare. Era suo pari; nulla gli aveva dato Narciso, ch'egli
non gli avesse reso e moltiplicato.
L'amico lontano gli lasci tempo per le sue medita2ioni.
Le settimane passavano, il castagno era fiorlto da un pezzo,
le foglie dei faggi, d'un verde tenero e lattlgmoso, erano
diventate scure e dure, le cicogne avevano covato da un
pezzo sulla torre del portone ed eran loro nati i piccoli, a
cui avevano insegnato a volare. Quanto pi Boccadoro
rimaneva assente, tanto pi Narciso sentiva quello che
l'amico era stato per lui. Nel convento l'abate aveva al-
cuni padri scienziati, un conoscitore di Platone, un eccel-
lente grammatico, uno o due sottili teologi. Aveva fra i
monaci alcune anime fedeli e rette, che facevano sul serlo.
Ma non aveva nessuno come lui, nessuno con cui si po-
tesse veramente misurare. Questo bene insostituibile glie-
l'aveva dato solo Boccadoro. Esserne di nuovo prlvato gh
riusciva penoso. Pensava all'assente con nostalgia.
Spesso andava nell'officina, incoraggiava l'assistente Eric,
che continuava a lavorare all'altare e aspettava ansiosa-
mente il ritorno del suo maestro. Talvolta l'abate aprlva
la camera di Boccadoro, dove c'era la statua di Maria,
sollevava cautamente il panno che la copriva e s'indugiava
a contemplarla. Nulla sapeva della sua origine: Bocca-
doro non gli aveva mai raccontato la storia di Lidia. Ma
egli sentiva tutto, capiva che quella figura di fanciulla
aveva vissuto a lungo nel cuore del suo amico. Forse egli
l'aveva sedotta, forse ingannata e abbandonata. Ma l'aveva
portata con s e custodita nella sua anima, pi fedele che
il migliore dei mariti finch, forse dopo molti anni da che
non l'aveva pi veduta, aveva scolpito quella bella e com-
movente figura di fanciulla, racchiudendo nel suo V150,
nel suo atteggiamento, nelle sue mani. tutta la tenereZ2a,
l'ammirazione e la nostalgia di un amante. Anche nelle
statue della tribuna per la lettura, nel refettorio, egli leg-
geva diversi episodi della storia del suo amico. Era la
storia di un vagabondo e di un uomo d'istinto, di un
senza patria e senza fede, ma ci ch'era rimasto l era
tutto buono e fedele, era pieno di amore vivo. Come era
misteriosa quella vita, come scorrevano torbide e travol-
~ARCISO E BOCCADORO
genti le sue correnti, e com'erano nobili e limpidi i ri-
sultati!
Narciso lottava. Si dominava, non veniva meno ai com-
piti della sua carriera, non trascurava nulla del suo ser-
vizio rigoroso. Ma soffriva della perdita e soffriva di con-
statare quanto il suo cuore, che pur avrebbe dovuto ap-
partenere soltanto a Dio e al suo ufficio, fosse affezio-
nato a quell'amico.
CAPITOLO XX
L'estate passava: papaveri e fiordalisi, nigelle ed asteri
avvizzivano e scomparivano, le rane diventavano silen-
ziose nella peschiera, le cicogne volavano alte e si prepa-
ravano alla partenza. Allora ritorn Boccadoro!
Arriv un pomeriggio sotto una pioggia fine, e non en-
tr nel convento, and direttamente dalla porta alla sua
officina. Era a piedi, senza cavallo.
Eric si spavent, quando lo vide entrare. Lo riconobbe
bens alla prima occhiata e il suo cuore esult incontro
a lui, ma gli parve che colui che era tornato fosse tut-
t'altro uomo: un falso Boccadoro, di molti anni pi vec-
chio, con un volto semispento, grigio e terreo, con linea-
menti cascanti, malati e sofferenti, in cui per non stava
scritto un dolore, ma piuttosto un sorriso, un sorriso bo-
nario, paziente, vecchio. Camminava a stento, si trasci-
nava, sembrava malato e molto stanco.
Questo Boccadoro strano e mutato, guard il suo gio-
vane aiutante negli occhi, con un'espressione singolare. Non
fece gran caso del proprio ritorno, pareva che venisse
dalla camera attigua e fosse stato l poco prima. Diede
la mano senza dir nulla: non un saluto, non una do-
manda, non un racconto. Disse solo: --Devo dormire--.
Pareva terribilmente stanco. Mand via Eric ed entr in
camera sua, accanto all'officina. Qui si tolse il berretto
e lo lasci cadere, si tolse le scarpe e s'avvicin al letto.
In fondo alla stanza vide la sua Madonna sotto i panni;
le fece un cenno, ma non and a scoprirla e a salutarla.
Invece si trascino fino alla finestrina, vide fuori Eric che
attendeva costernato e gli grid: -- Eric, non c' biso-
gno che tu dica a nessuno che sono arrivato. Sono molto
stanCo C' tempo fino a domani.
Poi si coric vestito sul letto. Dopo un poco, non aven-
do ancora trovato il sonno, s'alz, s'avvicin pesantemente
alla parete, dov'era appeso un piccolo specchio, e vi si
guard. Osserv attentamente quel Boccadoro che lo guar-
dava: un Boccadoro stanco, un uomo invecchiato e av-
vizzito, con la barba molto incanutita. Un uomo vecchio
e alquanto trascurato lo guardava dal piccolo specchio
torbido, un volto ben noto, ma divenuto estraneo; pareva
che non fosse veramente presente, che quasi nulla ormai
gl'importasse. Gli ricordava questo o quel volto conosciuto
in passato, un po' maestro Nicola, un po' il vecchio ca-
valiere che un giorno gli aveva fatto confezionare un ve-
stito da paggio, un po' anche il san Giacomo ch'era in
chiesa, il vecchio san Giacomo con la barba, che appariva
cos antico e grigio sotto il suo cappello da pellegrino,
ma pur sereno e buono.
Nel volto che lo specchio gli presentava leggeva atten-
tamente, come se gli fosse premuto di sapere qualcosa di
quello straniero. Gli fece un cenno e lo riconobbe: s, era
proprio lui, corrispondeva al sentimento ch'egli aveva di
se stesso. Dal viaggio era tornato un vecchio molto stanco
e diventato un poco ottuso, un uomo sparuto, che non
faceva certo bella figura, e tuttavia non gli era punto
antipatico, anzi gli piaceva: aveva nel volto qualcosa che
il bel Boccadoro di un tempo non aveva avuto, in tutta
quella stanchezza e decadenza c'era un tratto di conten-
tezza, oppure di equilibrio interiore. Rise un poco fra s
e vide ridere anche l'immagine dello specchio: un bel
tipo aveva riportato a casa dal viaggio! Ben Icgorato e
abbronzato ritornava dalla sua breve cavalcata, e non solo
ci aveva lasciato il suo cavallo, la sua borsa da viaggio
e i suoi talleri, qualcos'altro gli era andato perduto e
l'aveva abbandonato: la giovinezza, la salute, la fiducia
in se stesso, il rosso sulle guance e la forza nello sguardo.
Tuttavia quell'immagine. gli piaceva: quel povero diavolo
vecchio e debole l nello specchio gli era pi caro del Boc-
cadoro ch'egli era stato per tanto tempo. Era pi vecchio,
pi debole, pi miserando, ma era pi innocente, pi con-
tento, pi trattabile. Rise e abbass una delle palpebre
divenute rugose. Poi si rimise sul letto e finalmente s'ad-
dorment.
Il giorno dopo era seduto in camera sua, chino sopra la
tavola, e tentava di disegnare un poco, quando venne a
trovarlo Narciso. Si ferm sulla porta, dicendo: -- Mi
hanno riferito che sei tornato. Dio sia ringraziato, sono
tanto contento. Poich non sei venuto a cercarmi, vengo
io da te. Ti disturbo nel tuo lavoro?
S'avvicin. Boccadoro si sollev dal suo foglio e gli
stese la mano. Quantunque Eric l'avesse preparato, la vista
dell'amico spavent l'abate sino in fondo al cuore. L'altro
gli sorrise affettuosamente.
--S, sono di nuovo qui. Ti saluto, Narciso, non ci
vediamo da un pezzo Perdonami di non essere ancora
venuto a trovarti.
Narciso lo guard negli occhi. Anch'egli vide non solo
l'aspetto miseramente avviz2ito e spento di quel volto, ma
anche quell'altra espressione strana e simpatica di equi-
librio, d'indifferenza persino, di rassegnazione e di senile
bonariet. Esperto nella lettura dei visi umani, vide anche
che quel Boccadoro cos straniato e mutato non era del
tutto presente, che la sua anima si era allontanata di molto
dalla realt e camminava sulle vie del sogno, oppure si
trovava gi alla porta che conduce nell'aldil.
-- Sei malato? -- domand cauto.
--S, sono anche malato. Mi ammalai gi all'inizio del
mio viaggio, gi nei primi giorni. Ma tu capisci che non
volevo tornare indietro subito. Avreste riso di me, se mi
aveste veduto ricomparire cos presto e togliermi gi i
miei stivali di cavaliere. No, questo non mi piaceva. An-
dai avanti, girai ancora un pochino: mi vergognavo che
il viaggio mi fosse riuscito male. Ero stato uno spaccone.
Insomma, mi vergognavo. Ebbene, tu capisci, vero? sei un
uomo cos intelligente! Scusa, hai domandato qualche cosa?
Mi par d'essere stregato, dimentico continuamente quello
di cui si sta parlando. Ma a proposito di mia madre,
facesti bene allora. Fu una gran sofferenza, ma...
Il mormorio si spense in un sorriso.
--Ti faremo guarire, Boccadoro, non ti lasceremo man-
car nulla. Ma perch non ritornare subito, quando comin-
ciasti a star male? Davanti a noi non proprio il caso
che tu ti vergogni. Avresti dovuto ritornare subito.
Boccadoro rise.
-- S, adesso mi ricordo. Non mi sentivo di ritornare
cos senz'altro. Sarebbe stata una vergogna. Ma ora sono
venuto. Ora sto di nuovo bene.
-- Hai avuto molte sofferenze?
-- Sofferenze? S, abbastanza. Ma vedi, le sofferenze
sono una bellissima cosa, mi hanno ricondotto alla ra-
gione. Ora non mi vergogno pi, nemmeno di fronte a te.
Allora, quando mi venisti a trovare nella prigione per sal-
varmi la vita, allora s dovetti stringere i denti, perch
ml vergognavo davanti a te. Ora tutto passato.
Narciso pose una mano sul braccio di lui: subito egli
tacque e chiuse gli occhi sorridendo. S'addorment placi-
damente. L'abate usc costernato e corse a chiamare il me-
dico del convento, padre Antonio, perch visitasse il ma-
lato. Quando ritornarono, Boccadoro dormiva seduto alla
sua tavola da disegno. Lo portarono a letto, e il medico
rimase presso di lui. Lo trov malato senza speranza. Lo
trasportarono in una delle camere destinate agli amma-
lati, e gli assegnarono Eric come infermiere fisso.
Tutta la storia del suo ultimo viaggio non venne mai
in luce. Egli raccont qualche particolare, qualche altro
si pot indovinare. Spesso giaceva insensibile, talvolta ave-
va la febbre e delirava, tal altra era cosciente e allora
veniva subito chiamato Narciso, al quale quegli ultimi
colloqui con Boccadoro stavano molto a cuore.
Alcuni frammenti dei racconti e delle confessioni di
Boccadoro furono tramandati da Narciso, altri da Eric.
-- Quando cominciarono le sofferenze? Ancora in prin-
cipio del mio viaggio. Cavalcavo nella foresta e precipitai
col cavallo in un torrente; rimasi tutta la notte nell'acqua
fredda. L dentro, dove mi ruppi le costole, l comincia-
rono i miei dolori. Allora non ero ancora molto lontano
di qui, ma non volevo tornare indietro: era puerile, lo so.
ma pensavo che la cosa dovesse parer comica. Continuai
dunque a cavalcare, e quando non potei pi, perch mi
faceva troppo male, vendetti il cavallino; poi giacqui a
lungo in un ospedale. Ora rimango qui, Narciso, ho finito
di cavalcare. Ho finito di girare il mondo. Ho finito di
ballare e di amar le donne. Ah, se non fosse cos, sarei
stato via ancora un pezzo, ancora anni ed anni, Ma quan-
do m'avvidi che fuori, nel mondo, non c'era pi gioia
per me, pensai: prima di morire voglio disegnare ancora
un poco e fare un paio di statue; qualche piacere si vuol
pure averlo.
Narciso gli disse: -- Sono cos contento che tu sia
ritornato! Mi sei mancato tanto, ho pensato a te ogni
giorno e spesso avevo paura che tu non volessi ritor-
nare pi.
Boccadoro scosse la testa: -- Via, la perdita non sa-
rebbe stata grande.
Narciso, a cui bruciava il cuore di dolore e di affetto,
si chin lentamente verso di lui e fece quello che in tanti
anni della loro amicizia non aveva mai fatto, sfior con
le sue labbra i capelli e la fronte di Boccadoro. Questi
s'accorse di ci che accadeva, prima con stupore, poi con
commozlone.
-- Boccadoro, -- gli sussurr l'amico all'orecchio, --
perdonami di non avertelo saputo dire prima. Avrei do-
vuto dirtelo allora, quando venni a cercarti nella tua pri-
gione, nella residenza del vescovo, o quando vidi le tue
prime figure, o qualche altra volta. Lascia che te lo dica
oggi quanto ti voglio bene, quanto tu sei stato sempre
per me, come hai arricchito la mia vita. Per te non avr
molta importanza. Tu sei abituato all'amore, esso non
nulla di strano per te, sei stato amato e viziato da tante
donne. Per me un'altra cosa. La mia vita stata povera
d'amore, mi mancato il meglio. Il nostro abate Daniele
mi diceva un giorno ch'io gli sembravo orgoglioso: forse
aveva ragione. Io non sono ingiusto verso gli uomini, mi
sforzo di essere giusto e paziente con loro, ma non li ho
mai amati. Di due eruditi che ci siano nel convento, il pi
erudito mi pi caro; a un debole scienziato non ho mai
pOtuto voler bene, passando sopra alla sua debolezza. Se
tuttavia so che cos' l'amore, per merito tuo. Te ho
pOtuto amare, te solo fra gli uomini. Tu non puoi misu-
rare ci che significhi. Significa la sorgente in un deserto,
l'albero fiorito in un terreno selvaggio. A te solo debbo
che il mio cuore non sia inaridito, che sia rimasto in me
un punto accessibile alla grazia.
Boccadoro sorrise lieto e un po' imbarazzato. Con la
voce calma e sommessa che aveva nelle ore di lucidit,
disse: -- Quando mi avevi liberato dalla forca e ritor-
naVamO al convento, io ti chiesi notizie del mio cavallo
Bless e tll m,- l ,1P~j Allora vidi che tu, che di solito
non distingui quasi nemmeno un cavallo dall'altro, ti eri
interessato del cavallino Bless. Compresi che l'avevi fatto
per me e ne fui molto lieto. Ora vedo ch'era proprio cos
e cne mi vuoi bene davvero. Anch'io ti ho sempre voluto
bene, Narciso: la met della mia vita stata uno sforzo
continuo per guadagnarsi l'animo tuo. Sapevo che anche
tu avevi dell'affetto per me, ma non avrei mai sperato che
me lo dicessi un giorno, uomo superbo! Ora me l'hai
detto, in questo momento in cui non ho pi nient'altro,
in cui la vita errabonda e la libert, il mondo e le donne
mi hanno lasciato in asso. L'accetto, te ne ringrazio.
La Lidia-Madonna era nella camera e guardava.
--Pensi sempre a morire? -- domand Narciso.
-- S, ci penso, e penso a quello ch' diventata la mia
vita. Quand'ero giovinetto e ancora tuo scolaro, avevo il
desiderio di diventare una persona spirituale come te. Tu
mi hai mostrato che non era la mia vocazione. Allora
mi sono gettato dall'altra parte della vita, quella dei sensi,
e le donne mi hanno aiutato a trovar l il mio piacere:
sono cos volonterose e avide! Ma non vorrei parlar di
loro con disprezzo e neppure del piacere sensuale; sono
stato spesso molto felice. E ho avuto anche la fortuna di
sperimentare come la sensualit possa venir animata. Di
qui nasce l'arte. Ma ora le due fiamme sono spente. Non
ho pi la felicit bruta della volutt... e non l'avrei nem-
meno se le donne mi corressero dietro ancora. E anche
creare opere d'arte non pi il mio desiderio; di statue
ne ho fatte abbastanza, non il numero che conta. Perci
ora per me di morire. Sono pronto e curioso della morte.
-- Perch curioso? -- domand Narciso.
-- Mah, forse un po' sciocco da parte mia. Eppure
sono davvero curioso. Non dell'aldil, Narciso, di que-
sto mi do poco pensiero e, se mi lecito dirlo apertamente.
non ci credo pi. Non c' un aldil. L'albero disseccato
morto per sempre, l'uccello assiderato non torna pi
in vita e cos pure l'uomo quando morto. Si pu pensare
a lui per qualche tempo, dopo che se n' andato, ma an-
che questo non dura a lungo. No, sono curioso della mor-
te, perch la mia fede o il mio sogno sempre di essere
in cammino verso mia madre. Spero che la morte sia una
grande felicit, una felicit grande come quella del primO
appagamento dell'amore. Non posso staccarmi dal pen-
siero che, invece della morte armata di falce, sar mia
madre a riprendermi con s e a ricondurmi nel nulla e
nell'innocenza.
In una delle sue ultime visite, dopo parecchi giorni che
Boccadoro non parlava pi, Narciso lo trov di nuovo
sveglio e loquace.
-- Padre Antonio pensa che tu devi avere spesso grandi
sofferenze. Come fai, Boccadoro, a sopportarle con tanta
tranquillit? Mi sembra che ora tu abbia trovato la pace.
-- Intendi la pace con Dio? No, questa non l'ho tro-
vata. Non voglio far pace con lui. Egli ha creato male
il mondo, non c' bisogno che noi lo esaltiamo, e anche a
lui importer poco che io lo esalti o no. Ha creato male
il mondo. Ma con le sofferenze nel mio petto ho fatto la
pace, questo vero. Prima non sapevo sopportar bene i
dolori, e, quantunque talvolta fossi del parere che la morte
mi sarebbe stata lieve, era un errore. Quando dovevo mo-
rire sul serio, quella notte nella prigione del conte Enrico,
ne ebbi la rivelazione: non potevo assolutamente morire,
ero ancora troppo forte e troppo indomito, avrebbero do-
vuto ammaz2are due volte ogni membro del mio corpo.
Ma ora un'altra cosa.
Parlare lo stancava, la sua voce s'affievoliva. Narciso
lo preg di aversi riguardo.
-- No, --insist,--voglio raccontarlo. Prima mi sarei
vergognato a dirtelo. Dovrai ridere. Quel giorno che salii
sul mio cavallo e partii di qui, non fu proprio senza uno
scopo. Avevo sentito dire che il conte Enrico era ancora
nel paese e con lui la sua amante, Agnese. Ebbene, que-
sto non ti sembra importante, e neppure a me oggi sem-
bra importante. Ma allora la notizia mi bruci sul vivo,
non pensai pi che ad Agnese; era la pi bella donna che
avessi conosciuta e amata, volevo rivederla, volevo essere
felice ancora una volta con lei. Dopo una settimana di
cavalcate la trovai. L, in quell'ora, avvenne la mia tra-
sformazione Trovai dunque Agnese: non era meno bella
d'un tempo ed ebbi anche occasione di mostrarmi a lei e
di parlarle. E pensa, Narciso; non voleva pi saperne di
me! Ero diventato troppo vecchio per lei, non ero pi
abbastanz bello e gaio, non si riprometteva pi nulla da
me. Con ci il mio viaggio era propriamente finito. Con-
tinuai a cavalcare; non volevo ritornare da voi cos de-
luso e ridicolo, e, mentre cavalcavo cos, la forza, la gio-
vinezza, il senno mi avevano gi abbandonato, poich pre-
cipitai col mio cavallo in una gola e in un torrente, mi
ruppi le costole e rimasi nell'acqua. Allora per la prima
volta conobbi le vere sofferenze. Cadendo sentii subito spez-
zarsi qualcosa dentro il mio petto e quello spezzarsi mi
fece piacere, lo sentii volentieri, ne fui contento. Rimasi
nell'acqua e compresi che dovevo morire, ma tutto era
diverso da allora quand'ero nella prigione. Non avevo nulla
in contrario, la morte non mi pareva pi un male. Sentii
quei dolori violenti, che da allora ho riavuti spesso, ed
ebbi un sogno o una visione, come vuoi chiamarla. Ero l
disteso e il petto mi bruciava dolorosamente ed io volevo
difendermi e gridare, ma a un tratto udii una voce che
rideva, una voce che non avevo pi udita dalla mia in-
fanzia. Era la voce di mia madre, una voce femminile
profonda, piena di volutt e d'amore. E allora vidi ch'era
lei, che mia madre era presso di me e mi aveva sul suo
grembo e mi apriva il petto e affondava le sue dita fra
le mie costole, per liberarne il cuore. Quando vidi e com-
presi questo, non sentii pi male. Anche ora, quando i
dolori mi ritornano, non sono dolori, non sono nemici;
sono le dita della madre, che mi prendono fuori il cuore.
Ella zelante nell'opera sua. Talvolta preme e geme, co-
me in volutt. Talvolta ride e mormora suoni teneri. Tal-
volta non accanto a me, ma su in cielo: io vedo fra le
nubi il suo volto, grande come una nube, l essa vaga e
sorride con tristezza, e il suo triste sorriso mi sugge il
cuore dal petto.
Tornava sempre a parlare di lei, della madre.
--Ricordi ancora? -- domand uno degli ultimi gior-
ni.--Una volta avevo dimenticato mia madre, ma tu la
rievocasti. Anche allora mi fece molto male, come se fauci
di belve mi divorassero le viscere Allora eravamo ancora
giovinetti, eravamo dei bei ragazzi. Ma gi allora la ma-
dre mi aveva chiamato e io dovetti seguirla. Ella dap-
pertutto. Era la zingara Lisa, era la bella Madonna di
maestro Nicola, era la vita, l'amore, la volutt, era an-
che l'angoscia, la fame, l'istinto. Ora la morte, ha le sue
dita nel mio petto.
--Non parlar troppo, caro,--preg Narciso,--aspet-
ta fino a domani.
Boccadoro lo guard negli occhi col suo sorriso, con
quel sorriso nuovo che aveva riportato dal suo viaggio,
che appariva cos vecchio e malato e a volte sembrava un
po' ebete, a volte era tutto luce di bont e di saggeZZa.
--Mio caro, -- bisbigli, -- non posso aspettare fino
a domani. Debbo prender congedo da te e come congedo
debbo dirti ancora tutto. Ascoltami un momento ancora.
Volevo raccontarti della madre, che mi tiene le dita stret-
te intorno al cuore. Da molti anni, creare una figura della
madre stato il mio sogno pi caro e pi misterioso, era
per me la pi santa di tutte le immagini, me la portai
sempre in cuore, una figura piena d'amore e piena di mi-
stero. Ancora poco tempo fa mi sarebbe stato insopporta-
bile il pensiero di dover morire senza aver realizzato que-
sto mio sogno, tutta la mia vita mi sarebbe apparsa inu-
tile. Ed ora guarda che strano destino: invece d'esser le
mie mani a formarla e plasmarla, lei a formare ed a
plasmare me. Ha le sue mani intorno al mio cuore e lo
stacca dal mio corpo e mi svuota; mi ha allettato a mo-
rire, e con me muore anche il mio sogno, la bella figura,
l'immagine della grande Eva-Madre. La vedo ancora e,
se avessi forza nelle mani, potrei darle forma. Ma essa
non vuole, non vuole che io renda visibile il suo mistero.
Preferisce che io muoia. Muoio volentieri: essa mi rende
facile il trapasso.
Narciso ascoltava costernato quelle parole e dovette chi-
narsi fin sul volto dell'amico per poter afferrarle ancora.
Alcune gli giunsero indistinte, altre chiare, ma il loro si-
gnificato gli rimase nascosto.
Poi il malato spalanc gli occhi ancora una volta e fiss
a lungo il viso dell'amico. Con gli occhi prese congedo da
lui. E con un movimento, quasi tentasse di scuotere la
testa, sussurr: --Ma come vuoi morire un giorno, Nar-
ciso, se non hai una madre? Senza madre non si pu ama-
re Senza madre non si pu morire.
Ci che mormor ancora in seguito non fu pi com-
prensibile Le due ultime giornate Narciso rimase seduto
al suo letto giorno e notte, e lo guard spegnersi. Le ul-
time parole di Boccadoro gli bruciavano nel cuore come
fuoco.
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