Traduzioni telematiche a cura di
Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
(Casa di Reclusione - Opera)
Alexandre Dumas.
(padre).
IL TULIPANO NERO.
Copyright Edizioni Paoline, 1988.
Su concessione Edizioni Paoline.
Versione di Lella Aimerito e Luigi Giovannini.
Introduzione e note di Luigi Giovannini.
INDICE.
Introduzione: pagina 5.
PRIMA PARTE.
1. Un popolo riconoscente: pagina 18.
2. I due fratelli: pagina 33.
3. L'allieva di Giovanni de Witt: pagina 47.
4. I massacratori: pagina 62.
5. Il coltivatore di tulipani e il suo vicino: pagina 76.
6. L'odio di un coltivatore di tulipani: pagina 88.
7. L'uomo felice incontra la sventura: pagina 99.
8. Un'invasione: pagina 114.
9. La cella di famiglia: pagina 124.
10. La figlia del carceriere: pagina 131
NOTE ALLA PRIMA PARTE: pagina 139.
SECONDA PARTE.
11. Il testamento di Cornelius van Baerle: pagina 144.
12. L'esecuzione: pagina 160.
13. I sentimenti di uno spettatore in questo frattempo: pagina 166.
14. I piccioni di Dordrecht: pagina 173.
15. Lo spioncino: pagina 181.
16. Maestro e scolara: pagina 190.
17. Il primo bulbo: pagina 201.
18. L'innamorato di Rosa: pagina 213.
19. Donna e fiore: pagina 222.
20. Ci che era accaduto durante quegli otto giorni: pagina 232.
21. Il secondo bulbo: pagina 245.
NOTE ALLA SECONDA PARTE: pagina 257.
TERZA PARTE.
22. La fioritura: pagina 259.
23. L'invidioso: pagina 269.
24. Il tulipano cambia padrone: pagina 280.
25. Il presidente van Systens: pagina 287.
26. Un membro della societ orticola: pagina 297.
27. Il terzo bulbo: pagina 310.
28. La canzone dei fiori: pagina 321.
29. Van Baerle, prima di abbandonare Loewestein, regola i conti con
Grifo: pagina 333.
30. Dove si comincia ad avere dei dubbi sul supplizio riservato a
Cornelius van Baerle: pagina 343.
31. Haarlem: pagina 349.
32. Un'ultima preghiera: pagina 359.
Conclusione: pagina 366.
NOTE ALLA TERZA PARTE: pagina 374.
INTRODUZIONE.
I primi anni di Alexandre Dumas padre.
In casa Dumas non avevano molta fantasia in fatto di nomi di
battesimo: il nome Alexandre ricorre con ossessionante regolarit. E
cos non vi solo un Alexandre Dumas padre e un A. D. figlio, ma
anche un A. D. nonno.
Pure il bisnonno si chiamava Alexandre (per l'esattezza: Antoine
Alexandre Davy, marchese de la Pailleterie), ma non ancora Dumas .
Perch, stranamente, questo cognome destinato a divenire celebre,
pervenne ai marchesi de la Pailleterie da una negra di Santo Domingo o
forse di Haiti, comunque una negra della lontana isola antillana:
Marie Cessette Dumas.
Da lei e da Antoine Alexandre, nel 1762, nacque a Jrmie, in Santo
Domingo, Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie. Questi, arruolatosi
nel 1786 tra i dragoni della regina col nome di Dumas, fece una
rapida carriera: nel 1793 era gi generale di divisione. Dopo avere
comandato l'armata dei Pirenei Orientali, venne in Italia con
Napoleone. A lui viene attribuita la vittoria davanti a Mantova contro
il generale austriaco Wurmser, nel 1797. Qualche tempo dopo fu
protagonista di un episodio che lo fece soprannominare Orazio Coclite
del Tirolo: a Bressanone infatti, facendo appello alla sua gigantesca
statura e a tutta la sua forza erculea, riusc a difendere da solo un
ponte contro un intero squadrone austriaco.
Fu con il grande corso anche nell'infelice campagna in Egitto, nel
1798, ma la sua carriera non fece ulteriori progressi sotto Napoleone
primo console e poi imperatore a causa della salute non pi di ferro e
soprattutto a causa dei suoi dichiarati sentimenti repubblicani.
Quando mor, nel 1806, non lasciava grandi sostanze a suo figlio
Alexandre Dumas, nato a Villers-Cotterets, nell'Aisne, il 24 luglio
1802.
Il bimbo ebbe come precettori due sacerdoti, ma non ne fece molto
frutto, poich anzich studiare, preferiva frequentare la palestra e
correre nei campi. Questo non gli permise di acquistarsi una grande
cultura, ma irrobust il suo fisico e gli fece apprezzare ed esaltare
pi tardi nei suoi libri la baldanzosa gagliardia. La sua formazione
umana venne garantita dalle assidue cure della mamma Marie-Louise
Labouret, che, com'egli scrisse pi tardi, suscit e aliment in lui
una sensibilit e un sereno ottimismo che, pur nella sua tumultuosa
vita, non gli fecero mai sperimentare n un minuto di dubbio n un
istante di disperazione.
Grazie alla sua bella calligrafia, ottenne un posto di scrivano
dapprima presso un notaio a Villers-Cotterets e poi a Crpy-sur-Oise.
Intanto aveva fatto amicizia con Adolphe de Leuven, figlio di un
nobile svedese in esilio: i due avevano collaborato alla stesura di
qualche "vaudeville" (commedia umoristica) e di qualche altro brano
teatrale, che non videro mai la luce.
Ritornato Leuven a Parigi, Dumas lo segu qualche tempo dopo, trovando
simpatica accoglienza presso l'attore F. J. Talma. Deciso a
trasferirsi stabilmente a Parigi, nel 1823, Dumas, grazie alla
presentazione di un vecchio amico di suo padre, divenne copista nella
cancelleria del duca d'Orlans, il futuro re Luigi Filippo.
Poco dopo il suo arrivo nella capitale, conobbe e am Marie-Catherine
Lebay (1794-1868), da cui nel 1824 nacque Alexandre Dumas figlio, che
il Dumas padre riconobbe solo nel 1831.
Le opere teatrali.
Le prime produzioni letterarie di Dumas padre furono opere teatrali.
Dalla collaborazione tra Dumas e Leuven, ma anche di altri scrittori
pi o meno esplicitamente dichiarati, venne prodotta nel 1825 una
prima commedia: "La Chasse et l'amour" (La caccia e l'amore),
rappresentata da Ambigu-Comique; ancora in collaborazione con Leuven,
Dumas scrisse il vaudeville "La Noce et l'enterrement" (Nozze e
funerali), rappresentato a Porte Saint-Martin il 21 novembre 1826. Il
grande teatro della Comdie Franaise si apr al Dumas, con il dramma
romantico "Christine", che venne accettato, ma fu rappresentato solo
nel 1830. Immediata fortuna ebbe invece il dramma in prosa "Henri
troisime et sa cour" (Enrico terzo e la sua corte), che la Comdie
Franaise rappresent l'11 febbraio 1829. Era il primo dramma storico
romantico in prosa e in esso il Dumas dava prova della robustezza e
genialit del suo temperamento.
La rivoluzione di luglio del 1830 gli fece accantonare le
aspirazioni letterarie. Solo il 10 gennaio 1831 venne rappresentato un
suo nuovo dramma: "Napolone Bonaparte" e poco dopo, il 3 maggio 1831,
il primo dramma moderno, Antony, che gli era stato ispirato dal suo
amore per Mlanie Waldor. L'anno successivo veniva rappresentato "La
Tour de Nesle", il pi popolare dei suoi drammi in prosa. Ma in che
misura era veramente di Dumas? Questi s'era cautelato, attribuendone
la paternit ai Signori X X X e Gaillardet: ma Frderic Gaillardet,
il cui manoscritto era stato rivisto prima da Jules Janin e poi da
Dumas, non ne rimase soddisfatto: ci furono perci un duello e anche
un processo.
Dei 91 drammi che in tutto o in parte sono attribuibili alla penna di
Alexandre Dumas padre, bisogna ricordare ancora: "Mademoiselle de
Belle-Isle", "Un mariage sous Louis quinzime" e "Les demoiselles de
Saint-Cyr".
Nel 1840, Dumas padre si spos con l'attrice Ida Ferrier (1811-1859),
ma l'unione non fu fortunata: la Ferrier lasci ben presto il marito e
venne ad abitare in Italia. A Firenze soggiorn per qualche tempo
anche il Dumas, che ne trasse spunto per diverse opere.
Le opere narrative.
Proprio le narrazioni di viaggi furono le prime opere narrative del
Dumas. Nel 1839, per, egli aveva gi incontrato un collaboratore che
si sarebbe rivelato preziosissimo: Alexandre (ancora questo nome!)
Maquet (1813-1888). Fu appunto con il suo contributo determinante che
nel 1844 Dumas potr pubblicare il suo pi famoso romanzo di cappa e
spada, ossia "I tre moschettieri", che costituisce una trilogia
insieme a "Venti anni dopo" e "Il visconte di Bragelonne" (tutti
pubblicati in italiano dalle Edizioni Paoline; dall'ultimo romanzo
citato, P. Piffareris ha tratto un interessante fumetto: "La maschera
di ferro", Edizioni Paoline). Su questi romanzi non crediamo
necessario dilungarci qui, perch sono universalmente noti nei loro
pregi narrativi e nei loro limiti stilistici, essendo tra le opere pi
caratteristiche del Dumas.
Questi aveva elaborato un piano piuttosto ambizioso: attraverso
romanzi storici, rievocare l'intera storia di Francia. Costituiscono
altrettanti capitoli di questo piano i romanzi: "La reine Margot"
(1845), "Le Chevalier de Maison-Rouge" (1846). "La Guerre des femmes"
(1846), "La Dame de Monsoreau" (1846), "Les Quarante-cinq" (1848),
"Joseph Balsamo" (1849), "Le collier de la Reine" (1850), "Ange Pitou"
(1853), "La Comtesse de Charny" (1853-55).
Con "Isaac Laquedem" (1852), si propose addirittura di scrivere il
romanzo storico dell'umanit, ma il tentativo non ebbe fortuna.
Grossissima fortuna ebbe invece "Le Comte de Montecristo" (1844-45;
versione italiana Edizioni Paoline), ancor oggi ripetutamente
ristampato in edizione integrale o ridotta e utilizzato come soggetto
cinematografico e televisivo.
Il tulipano nero.
Anche il romanzo che qui presentiamo, "Il tulipano nero", uscito nel
1850, un romanzo a sfondo storico.
Le vicende che esso narra sono ambientate nei Paesi Bassi (Olanda) sul
finire del secolo diciassettesimo, e pi esattamente negli anni 1672-
73. Attori fondamentali del romanzo sono alcuni personaggi storici,
come i fratelli Giovanni e Cornelio de Witt e lo statolder d'Olanda e
futuro sovrano inglese Guglielmo terzo. Protagonisti sono invece due
personaggi inventati, Cornelius van Baerle e Rosa Grifo, e soprattutto
il fiore che d anche il titolo al romanzo, ossia il tulipano nero.
Non sembra che quanto il Dumas narra possa servire moltissimo a
conoscere meglio le vicende storiche di quel travagliato periodo: le
informazioni sui personaggi storici e sul modo di vita di quel tempo
sono estremamente ridotte e superficiali (per un significativo
confronto, si legga un romanzo storico di ben altro polso, come i
"Promessi sposi del Manzoni"!).
Molto suggestiva sembra invece la trovata di rendere un fiore
protagonista di un romanzo.
Scrittore di romanzi d'azione, il Dumas non era per lo scrittore pi
adatto a sfruttare a fondo quest'idea: in fondo il fiore del tulipano
nero soltanto un pretesto per raccontare le feroci lotte politiche
nelle quali sono miseramente periti i fratelli de Witt e la storia di
un tenero amore, e soprattutto per condannare l'inanit di un
sentimento pur cos diffuso come l'invidia e la gelosia. Cosa avrebbe
saputo ricavarne uno scrittore ben altrimenti sensibile come Proust!
D'altra parte non bisogna poi essere troppo severi con un romanzo che
ha avuto l'onore, piuttosto inconsueto sembra, di essere tradotto in
molte lingue e addirittura in un dialetto delle Samoa. Ma forse il
merito soprattutto del fiore stesso, il tulipano appunto, sulla
storia del quale opportuno spendere qualche parola.
Sua Maest il tulipano giunto in occidente abbastanza di recente.
Le prime notizie che se ne hanno vennero trasmesse al suo sovrano nel
1551 dall'ambasciatore austriaco in Turchia, Odier de Besbeque, che
ammir il fiore ad Adrianopoli (ora Edirne) e ne invi pi tardi i
semi a Vienna. Nel 1561 ne venne redatta la prima descrizione e
illustrazione in un volume di Gesner.
In Olanda, che sarebbe divenuta la terra dei tulipani, il fiore
giunse attraverso un carico di bulbi che attracc al porto di Anversa
nel 1562 e che segn l'inizio di una coltivazione industriale di
questo fiore. Ci fu subito un'intensa attivit speculativa. Intorno al
1610, un solo bulbo di una nuova variet di tulipani valse da dote ad
una gentile fanciulla e qualche tempo dopo, in Francia, un solo bulbo
della variet "Tulipe Brasserie" venne scambiato con una fiorente
birreria. Negli anni 1633-37, scoppi addirittura in Olanda una
Tulpenwoede o tulipanomania: ci furono dei movimenti speculativi
tali che vennero ipotecate case, stabilimenti, industrie: il prezzo
dei bulbi sal alle stelle, finch nel 1637 ci fu un pauroso crack.
La classificazione scientifica del tulipano cominciata con Linneo,
che nel 1753 denomin "Tulipa gesneriana" (dal nome dello studioso
Gesner, sopra ricordato) le variet del tulipano che fiorivano
tardivamente; quelle che fiorivano precocemente vennero denominate
"Tulipa suaveolens" da Roth nel 1794. Attualmente si conoscono circa
160 specie di tulipani: le pi apprezzate sono la "Tulipa fosteriana"
e la "Tulipa clusiana" (cos denominata in onore di Charles L'Ecluse o
Clusius, che nel 1576 scrisse la prima monografia scientifica sul
tulipano). L'elenco pi completo stato redatto nel 1960 dalla Regia
Societ Generale Olandese dei Coltivatori di Bulbi e annualmente, a
partire dal 1946, a cura della Regia Societ Orticola, viene
pubblicato il catalogo "The Daffodil and Tulip Yearbook".
Gli ultimi anni di Alexandre Dumas padre.
Nel 1847, appoggiato dal duca di Montpensier, Dumas riusc a
realizzare un suo importante desiderio: la fondazione del Thatre
Historique, che mise in scena diversi suoi drammi popolari e
patriottici. La rivoluzione europea del 1848, da lui entusiasticamente
salutata, fu per l'inizio della sua fine. Il Thatre Historique fall
ed egli, per sottrarsi ai suoi creditori, dovette cercare rifugio
all'estero.
A Bruxelles, dove risiedette per qualche tempo cominci a redigere tra
l'altro "Mes Mmoires" (Le mie memorie), che avrebbero costituito ben
22 volumi. In gran parte vennero pubblicati anzitutto come appendice
al celebre giornale "La Presse" di Emile de Girardin.
Gli ultimi capitoli di questi suoi interessanti ricordi vennero
pubblicati nel quotidiano "Le Mousquetaire", che Dumas padre fond
quando rientr a Parigi alla fine del 1853. Il quotidiano tir avanti
abbastanza stancamente fino al 1857, quando cedette il posto, per tre
anni, al settimanale "Montecristo". Nel 1868, infine, egli lanci un
nuovo giornale: "Le Dartagnan, journal d'Alexandre Dumas": l'aver
gettato nella mischia il nome di uno dei suoi personaggi pi fortunati
e il suo stesso celebre nome non fu sufficiente a garantire una lunga
vita al giornale, che sospese le pubblicazioni dopo appena cinque
mesi.
In questo frattempo, Alexandre Dumas padre, rifattosi un piccolo
patrimonio, aveva deciso di acquistare una goletta e di compiere una
spedizione in oriente.
Quando fece il primo scalo a Genova, il 16 maggio 1859, gli giunse
notizia della spedizione garibaldina dei Mille. Raggiunse
immediatamente Garibaldi a Palermo gli offr i 50.000 franchi che
aveva tra mano e con i quali acquist armi e munizioni, che and egli
stesso a ritirare a Marsiglia. Tornato presso Garibaldi, venne da lui
nominato direttore onorario delle Belle Arti a Napoli. Si occup
perci degli scavi di Pompei e fond anche un giornale,
"L'indipendente". Ma l'idillio tra Dumas e il governo italiano dur
poco, e quattro anni dopo Dumas se ne ritorn a Parigi disgustato.
Aveva per ancora tanta freschezza di spirito da poter scrivere e
pubblicare diversi libri. Nel 1866 visit i campi di battaglia della
guerra austro-prussiana e ne trasse spunto per "La terreur
prussienne".
Un editore gli chiese addirittura di compilare un "Grande dictionnaire
de cuisine" (Grande dizionario di cucina), che usc dopo la sua morte,
nel 1873.
Ma ormai egli era solo un sopravvissuto alla sua fama. La sua
situazione finanziaria era disastrosa. Solo gli aiuti del figlio
Alexandre e della figlia Madame Petel gli permisero di trascorrere
serenamente gli ultimi giorni. Mor il 5 dicembre 1870, a Puys, nei
pressi di Dieppe, mentre era ospite di suo figlio.
Bilancio conclusivo.
Quando si ritir presso il figlio, Dumas padre depose sul tavolo due
luigi d'oro, l'unico denaro rimastogli, dicendo: Mi si accusa di
essere uno scialacquatore; ebbene, quando arrivai a Parigi mezzo
secolo fa possedevo due monete come queste. Le ho ancora.
La battuta adombrava in fondo la sensazione motivata di avere fatto
fallimento. Nonostante i suoi 1200 libri, che gli editori Michel Lvy
pubblicarono in 277 volumi, negli ultimi anni egli era ossessionato
dal timore di veder svanire completamente la sua fama.
I posteri tuttavia hanno riconosciuto la sua abilit narrativa, anche
se non bisogna attendersi da lui profonde lezioni morali e neppure
brillantezza di stile. Anche per questo, per, da un punto di vista
critico, sembra importante la questione dei suoi collaboratori, il cui
contributo talvolta difficile identificare, ma la cui memoria deve
essere conservata insieme a quella del Dumas.
Il collaboratore principale fu Alexandre Masquet, gi ricordato pi
sopra e che contribu al ciclo dei "Tre moschettieri" e alla "Dame de
Monsoreau". Ricordiamo poi l'italiano Pierangelo Fiorentino (1806-
1864), che sostenne di aver collaborato al "Conte di Montecristo" e
che sicuramente collabor al "Corricolo" e "Le speronare" eccetera.
Dell'opera di Paul Bocage (1824-1887), Dumas si avvalse per i
"Mohicans de Paris", mentre A. Anicet-Bourgeois (1806-1871), Grard de
Nerval e Cordellier-Delanone eccetera furono i principali
collaboratori per i drammi.
Con una velenosa battuta, Charles Hugo disse un giorno: Nessuno mai
riuscito a leggere tutto quello che ha scritto Dumas; neppure lui.
Dumas stesso si difendeva d'altronde, con un paragone che ha una sua
validit, dichiarando ch'egli aveva dei collaboratori, allo stesso
modo che Napoleone aveva dei generali.
Il segreto di Dumas consisteva infatti in questa sua capacit di
avvalersi del lavoro organizzato quasi su scala industriale dei
cosiddetti negri (nel 1845, Eugne de Mirecourt, ossia C.J.B.
Jacquot, scrisse un pamphlet dal titolo significativo: "Fabrique de
romans, Maison Alexandre Dumas et C.ie"). Lui, infatti, faceva la
prima stesura dei suoi romanzi, di cui poi curava anche la stesura
definitiva, dopo che vi era stato l'apporto dei suoi collaboratori.
Per la sua opera, perci, sembra valido il giudizio di un critico
attento: Improvvisatore nell'arte come nella vita, egli fu un
irregolare. Ideologie e tesi morali mancano nella sua opera, in cui,
assente lo stile e sommaria la psicologia, predominano l'istinto e
l'azione. Non ebbe il tempo di riflettere: sognava e scriveva.
Narratore inesauribile, brioso e pittoresco, sebbene abbia sacrificato
spesso l'aristocrazia dell'arte ai gusti della moltitudine, fu il pi
geniale tra gli scrittori popolari del secolo diciannovesimo (Alceste
Bisi Gaudenzi).
LUIGI GIOVANNINI.
PARTE PRIMA.
CAPITOLO PRIMO.
UN POPOLO RICONOSCENTE.
Il 20 agosto 1672 la citt dell'Aia, cos viva, cos bianca e cos
civettuola da far pensare che l ogni giorno sia domenica, la citt
dell'Aia, col suo grande parco ombroso, con i suoi alti campanili
dalle cupole quasi orientali, la citt dell'Aia, capitale delle Sette
Province Unite, vedeva le sue arterie gonfiarsi di un fiotto rosso e
nero di cittadini frettolosi, ansimanti, irrequieti i quali correvano,
con un coltello alla cintola, con un moschetto in spalla, o con un
bastone in mano, verso il Buytenhof, la terribile prigione di cui
vengono mostrate ancor oggi le finestre chiuse da grate e in cui, in
seguito all'accusa di tentato assassinio lanciata dal chirurgo
Tyckelaer, languiva Cornelio de Witt, fratello dell'ex gran
pensionario d'Olanda (1).
Se la storia di quel periodo, e soprattutto dell'anno nel bel mezzo
del quale comincia il nostro racconto, non fosse legata in maniera
indissolubile ai due nomi che abbiamo appena citati, le poche righe di
spiegazione che stiamo per dare potrebbero apparire un'inutile
digressione; ma noi avvisiamo subito il lettore, questo nostro vecchio
amico al quale promettiamo sempre un piacere fin dalla prima pagina,
promessa che bene o male manteniamo nelle pagine successive; ma noi
avvisiamo subito il lettore, dicevamo, che questa spiegazione
necessaria anch'essa sia per illuminare la nostra storia che per
consentire la comprensione del grande evento politico nel quale questa
storia s'inquadra.
Cornelio o Cornelius de Witt, Ruart de Pulten, ossia ispettore delle
dighe di quel luogo, ex borgo-mastro di Dordrecht, sua citt natale e
deputato al parlamento d'Olanda, aveva quarantanove anni, quando il
popolo olandese, stanco della repubblica quale la concepiva Giovanni
de Witt, gran pensionario d'Olanda, incominci a dimostrare uno
sviscerato amore per lo statolderato, che l'editto imposto da Giovanni
de Witt alle Province Unite aveva abolito per sempre in Olanda.
Poich quasi sempre accade che l'anima del popolo veda la figura di un
uomo dietro a un'idea o a un principio, dietro alla repubblica gli
Olandesi vedevano le due figure severe dei fratelli de Witt, questi
romani d'Olanda, sdegnosamente alieni dal blandire l'orgoglio
nazionale, inflessibili fautori di una libert priva di licenza e di
una moderata prosperit nemica del lusso, mentre dietro al governo di
uno statolder appariva loro il viso grave e riflessivo del giovane
Guglielmo d'Orange, il principe che i suoi contemporanei battezzarono
il Taciturno e che con tale nome passato alla storia (2).
I due de Witt cercavano di mantenere buoni rapporti con Luigi
quattordicesimo, del quale sentivano crescere l'ascendente morale su
tutta l'Europa e di cui avevano appena sperimentato l'ascendente
materiale sull'Olanda a seguito del successo di quella meravigliosa
campagna del Reno, illustrata da un eroe romanzesco come il conte di
Guisa e cantata da Boileau, campagna che in tre mesi aveva abbattuto
la potenza delle Province Unite (3).
Luigi quattordicesimo era da molto tempo il grande nemico degli
Olandesi, che l'insultavano o lo punzecchiavano quanto pi potevano,
quasi sempre, vero, per bocca dei francesi che si erano rifugiati in
Olanda. L'orgoglio nazionale faceva vedere in lui il Mitridate (4)
della repubblica. Vi era perci contro i de Witt la duplice animazione
che deriva dalla vigorosa resistenza provocata da un potere che lotta
contro la volont della nazione e dalla presunzione naturale ad ogni
popolo sconfitto, quando spera che un nuovo capo lo potr salvare
dalla rovina e dalla vergogna.
Quest'altro capo, ben pronto a mettersi in vista e ben pronto a
misurarsi con Luigi quattordicesimo, e la cui fortuna avrebbe dovuto
rivelarsi in seguito gigantesca, era Guglielmo d'Orange, figlio di
Guglielmo secondo e nipote, tramite Enrichetta Stuart, dal re Carlo
primo d'Inghilterra (5), quel ragazzo taciturno di cui abbiam gi
detto che la sua ombra s'affacciava dietro lo statolderato.
Nel 1672, Guglielmo aveva 22 anni. Giovanni de Witt era stato suo
precettore e lo aveva educato in modo da trasformare questo antico
principe in un buon cittadino. Il suo amor di patria aveva avuto la
meglio sul suo amore per l'allievo e l'aveva convinto a togliergli,
mediante l'editto perpetuo, la speranza dello statolderato. Ma Dio
aveva riso di questa pretesa degli uomini, che fanno e disfano le
potenze della terra senza consultare il re del Cielo; e servendosi del
capriccio degli Olandesi e del terrore che Luigi quattordicesimo
ispirava, stava mutando la politica del gran pensionario: con
l'abolizione dell'editto perpetuo, ristabiliva lo statolderato per
Guglielmo d'Orange, sul quale aveva i suoi destini, ancora celati
nelle misteriose profondit dell'avvenire.
Il grande pensionario s'arrese dinanzi alla volont dei suoi
concittadini; Cornelio de Witt, invece, resistette maggiormente e,
nonostante le minacce di morte rivoltegli da una folla orangista che
lo strinse d'assedio nella sua casa di Dordrecht, rifiut di firmare
l'atto che ristabiliva lo statolderato.
Per le pressioni della moglie in lacrime, appose infine la sua firma
aggiungendo al suo nome solo queste due lettere: V.C. ossia "vi
coactus", vale a dire: "costretto con la forza".
Solo per un vero miracolo quel giorno egli riusc a scampare alle
percosse dei suoi nemici.
Quanto a Giovanni de Witt, la sua adesione, pi rapida e pi facile,
alla volont dei suoi concittadini, non gli fu molto pi proficua.
Qualche giorno dopo fu vittima di un tentativo di assassinio.
Raggiunto da molti colpi di coltello, non mor tuttavia a causa delle
sue ferite.
Non era questo che serviva agli orangisti. La vita dei due fratelli
era un ostacolo perenne ai loro progetti; cambiarono perci tattica,
per il momento, salvo poi, se si presentasse l'occasione, a completare
la seconda con la prima, e quindi cercarono di realizzare con la
calunnia ci che non avevano potuto eseguire con il pugnale.
E' abbastanza raro che ad un dato momento vi sia, sotto la mano di
Dio, un grand'uomo in grado di eseguire una grande azione; ecco
perch, quando si realizza casualmente questa combinazione
provvidenziale il nome di un tale uomo eletto viene registrato dalla
storia, che lo tramanda all'ammirazione dei posteri.
Ma quando il diavolo ficca il naso negli affari umani per rovinare
un'esistenza o rovesciare un impero, accade ben di rado che non abbia
immediatamente a portata di mano un qualche miserabile al quale deve
sussurrare una parola soltanto all'orecchio perch costui si metta
immediatamente all'opera.
Questo miserabile, che in questa circostanza si mise a disposizione
dello spirito cattivo, aveva nome, come abbiamo gi detto, Tyckelaer,
ed era chirurgo di professione.
Egli dichiar che Cornelio de Witt, in preda alla disperazione, come
provava del resto la postilla aggiunta alla sua firma, perch era
stato revocato l'editto perpetuo, e infiammato d'odio contro Guglielmo
d'Orange, aveva incaricato un sicario di liberare la repubblica dal
nuovo statolder, e che tale sicario era lui, Tyckelaer, che, torturato
dai rimorsi alla sola idea dell'azione che gli era stata
commissionata, preferiva rivelare il crimine, piuttosto che
commetterlo.
Ora si pensi quale esplosione scoppi tra gli orangisti alla notizia
di un tale complotto. Il procuratore fiscale fece arrestare Cornelio
in casa sua il 16 agosto 1672; il Ruart de Pulten, il nobile fratello
di Giovanni de Witt, dovette subire in una sala del Buytenhof la
tortura preparatoria, che avrebbe dovuto strappargli, come ad uno dei
pi vili criminali, la confessione del suo preteso complotto contro
Guglielmo.
Cornelio tuttavia non era soltanto un grande spirito, ma anche un uomo
coraggioso. Egli apparteneva a quella famiglia di martiri i quali,
avendo la fede politica, cos come i loro padri avevano la fede
religiosa, sorridono dinanzi ai tormenti; durante la tortura, egli
recit con voce ferma e scandendo secondo la struttura ritmica i versi
della prima strofa del Justum et tenacem di Orazio (6) non confess
nulla e sfianc non solo la forza, ma anche il fanatismo dei suoi
carnefici.
I giudici tuttavia fecero carico a Tyckelaer delle sue accuse e
pronunciarono contro Cornelio una sentenza che lo privava di tutti i
suoi incarichi e onorificenze, lo condannava al pagamento delle spese
processuali e lo bandiva in perpetuo dal territorio della repubblica.
Era gi qualcosa che poteva dare soddisfazione al popolo, agli
interessi del quale Cornelio de Witt si era costantemente dedicato,
questo arresto non solo di un innocente, ma anche di un grande
cittadino. Tuttavia, come vedremo tosto, non era ancora abbastanza.
Gli Ateniesi, che hanno lasciato di s una ben chiara reputazione
d'ingratitudine, sono stati da questo punto di vista inferiori agli
Olandesi. Essi s'erano accontentati di bandire Aristide (7).
Giovanni de Witt aveva immediatamente presentato le dimissioni da gran
pensionario, appena s'era sentita voce dell'incriminazione di suo
fratello. Ma anche lui venne ben ricompensato per la sua dedizione
alla patria. Ricevette nella sua vita privata le noie e i torti che
sono l'unico beneficio per le persone oneste, colpevoli soltanto di
avere lavorato per la patria, dimenticandosi di se stessi.
In tutto questo frattempo, Guglielmo d'Orange, non senza affrettare
l'avvenimento con tutti i mezzi a sua disposizione, rimaneva in attesa
che il popolo, di cui egli era ormai l'idolo, avesse trasformato i
cadaveri dei due fratelli nei due gradini di cui egli aveva bisogno
per salire sul trono dello statolderato.
Or, il 20 agosto 1672, come abbiamo detto all'inizio di questo
capitolo, tutta la citt correva al Buytenhof per assistere all'uscita
di prigione di Cornelio de Witt, in partenza per l'esilio, e vedere
quali tracce avesse lasciato la tortura sul nobile corpo di un uomo
che conosceva cos bene il suo Orazio.
Affrettiamoci ad aggiungere che tutta quella moltitudine che si recava
al Buytenhof non lo faceva solo nell'innocente intenzione di assistere
ad uno spettacolo, ma che molti, tra le sue file, dovevano adempiere a
un ruolo, o piuttosto supplire a un impegno che secondo loro non era
stato bene adempiuto.
Intendiamo parlare dell'impegno del carnefice.
Ce n'erano in verit altri che accorrevano con delle intenzioni meno
ostili. Si trattava per loro soltanto di quello spettacolo sempre
attraente per la moltitudine, di cui stimola l'orgoglio istintivo, che
consiste nel vedere prostrato nella polvere colui che per tanto tempo
era stato in alto.
Questo Cornelio de Witt, quest'uomo senza paura, a quel che si diceva,
non era rimasto ammalato, indebolito a seguito della tortura? non lo
si sarebbe visto infine pallido, sanguinante, timoroso? non era quello
un tripudio per una borghesia ben pi invidiosa ancora del popolo, e
al quale qualsiasi buon borghese dell'Aia doveva prendere parte?
E poi, si dicevano gli agitatori orangisti, abilmente mescolati a
tutta quella gente che essi contavano di maneggiare come uno strumento
trinciatore e contundente insieme, non vi sarebbe stata, dal Buytenhof
alla porta della citt, una piccola occasione per gettare un po' di
fango, e persino qualche pietra, contro quel Ruart de Pulten, che non
solo aveva dato la statolderato al principe d'Orange unicamente "vi
coactus", ma che aveva ancora voluto farlo assassinare?
Senza contare, aggiungevano i nemici ostinati della Francia, che se ci
si comportava bene e si era coraggiosi all'Aia, non avrebbero affatto
lasciato partire per l'esilio Cornelio de Witt, che, una volta fuori,
avrebbe riannodato tutti i suoi intrighi con la Francia e sarebbe
vissuto, insieme a quel grande scellerato di suo fratello Giovanni,
con l'oro del marchese di Louvois (8).
In tali disposizioni, com' ovvio, gli spettatori non marciano ma
corrono. Ecco perch gli abitanti dell'Aia correvano cos
frettolosamente in direzione del Buytenhof.
Nel bel mezzo di coloro che si affrettavano maggiormente, correva, con
la rabbia nel cuore e senza un vero progetto in testa, l'onesto
Tyckelaer, messo innanzi dagli orangisti come un eroe di probit, di
onore patrio e di carit cristiana.
Questo grande scellerato raccontava, abbellendoli con tutti i fiori
della sua intelligenza e tutte le risorse della sua immaginazione, i
tentativi che Cornelio de Witt aveva compiuti contro la sua virt, le
somme che gli aveva promesse e l'infernale macchinazione preparata in
anticipo per appianargli, a lui, Tyckelaer, ogni difficolt
all'assassinio. E ogni frase del suo discorso, avidamente raccolta dal
popolaccio, sollevava grida d'entusiastico amore per il principe
Guglielmo, e degli abbasso di cieca rabbia contro i fratelli de
Witt.
La folla malediceva quei giudici iniqui, le cui esitazioni lasciavano
scappare sano e salvo un criminale cos abominevole come lo scellerato
Cornelio.
Alcuni istigatori intanto mormoravano:
- Partir! Ci scapper!
Altri aggiungevano:
- A Scheveningen c' una nave ad attenderlo, una nave francese. L'ha
vista Tyckelaer.
- Viva Tyckelaer! - gridava in coro la folla.
- Senza contare, - suggeriva un terzo - che Giovanni, il quale
colpevole quanto suo fratello, approfitter di questa occasione per
mettersi in salvo anche lui!
- E i due malfattori se ne andranno in Francia a sperperare il nostro
denaro e il denaro ottenuto vendendo a Luigi quattordicesimo i nostri
bastimenti, i nostri arsenali e i nostri cantieri!
- Impediamo loro di partire! - gridava un patriota pi ardito degli
altri.
- Al carcere! Al carcere! - ripeteva in coro la folla.
Sull'onda di questo grido, i borghesi presero a correre pi in fretta,
i moschetti vennero caricati, le asce luccicarono e gli occhi
lampeggiarono.
Nessuna violenza era ancora stata compiuta, e la fila di cavalleggeri
che stava a guardia del Buytenhof rimaneva fredda, impassibile,
silenziosa, pi minacciosa nella sua calma di quanto non lo fosse
tutta quella folla di borghesi che gridavano, s'agitavano e
minacciavano; restava immobile sotto lo sguardo del suo capo, capitano
di cavalleria dell'Aia, il quale aveva la spada sguainata, ma bassa e
con la punta rivolta alla staffa.
Questa truppa, il solo baluardo a difesa della prigione, con il suo
atteggiamento teneva sotto controllo non solo le masse disordinate e
rumorose, ma anche il distaccamento della milizia borghese, che,
piazzato dinanzi al Buytenhof con l'incarico di mantenere l'ordine
insieme alla truppa, dava ai perturbatori l'esempio delle grida
sediziose, urlando:
- Viva Orange! Abbasso i traditori.
La presenza di Tilly e dei suoi cavalieri era, in realt, un freno
salutare per tutti quei soldati borghesi; ma a poco a poco, essi
prendevano entusiasmo dalle loro stesse grida, e poich non
comprendevano che si possa avere coraggio senza gridare, essi
attribuirono a timore il silenzio dei cavalieri e fecero un passo
verso la prigione, trascinandosi dietro tutta la folla dei popolani.
A questo punto per il conte di Tilly mosse verso di loro alzando la
spada e aggrottando le sopracciglia:
- Signori della guardia borghese, - domand - perch avanzate e che
cosa desiderate?
I borghesi agitarono i loro moschetti ripetendo:
- Viva Orange! Morte ai traditori!
- Viva Orange! Siamo d'accordo, - rispose il signor Tilly bench io
preferisca le figure gaie a quelle uggiose. Morte ai traditori! Come
volete, finch non lo vorrete che a parole. Gridate finch vi piacer:
Morte ai traditori!, ma quanto a metterli veramente a morte, io sono
qui per impedirlo, e lo impedir.
Poi, volgendosi ai suoi soldati:
- Soldati, impugnate le armi! - grid.
I soldati di Tilly obbedirono all'ordine con una calma precisione che
fece immediatamente arretrare borghesi e popolo, non senza una
confusione che strapp un sorriso all'ufficiale di cavalleria.
- Ehi, ehi! - disse con quel tono canzonatorio che appartiene solo
agli uomini d'armi. - Tranquillizzatevi, cari borghesi; i miei soldati
non daranno fuoco alle micce, ma voi da parte vostra non farete un
solo passo verso la prigione.
- Sapete, signor ufficiale, che noi abbiamo dei moschetti? rispose,
infuriato il capo della guardia borghese.
- Oh, vedo bene che avete dei moschetti - disse Tilly; - me li fate
piroettare abbastanza dinanzi agli occhi. Badate per che da parte
nostra noi abbiamo delle pistole che colpiscono senza difficolt a una
distanza di cinquanta passi, e voi siete solo a venticinque!
- Morte ai traditori! - gridarono i borghesi esasperati.
- Non fate che ripetere la stessa cosa - osserv l'ufficiale. Siete
monotoni!
E riprese il suo posto alla testa della truppa, mentre il tumulto
andava crescendo attorno al Buytenhof.
E tuttavia il popolo eccitato non sapeva che nel momento stesso in cui
esso fiutava il sangue di una delle sue vittime, l'altra, come se
avesse fretta di presentarsi al suo destino, stava passando a cento
passi di distanza dalla piazza dietro i gruppi e i cavalieri, per
recarsi al Buytenhof.
Infatti Giovanni de Witt era appena sceso dalla carrozza con un
domestico e attraversava tranquillamente a piedi il cortile antistante
la prigione.
Aveva manifestato il suo nome al carceriere, che del resto lo
conosceva, dicendogli:
- Buon giorno, Grifo. Sono venuto a prendere mio fratello Cornelio de
Witt per condurlo fuori della citt, dato che, come sai, stato
condannato all'esilio.
E il carceriere, una specie di orso ammaestrato ad aprire e a chiudere
il portone della prigione, l'aveva salutato e lasciato entrare
nell'edificio, le cui porte s'erano quindi richiuse alle sue spalle.
Dieci passi pi in l, aveva incontrato una bella ragazza di
diciasette-diciotto anni, in costume frisone, che gli aveva fatto un
incantevole inchino. Passandole la mano sotto il mento le aveva detto:
- Buon giorno, mia cara Rosa. Come sta mio fratello?
- Oh, signor Giovanni! - rispose la ragazza. - Il male che gli hanno
fatto ormai non conta pi, perch passato. Non questo che mi
preoccupa.
- Che cosa temi, mia bella figliuola?
- Ho paura del male che vogliono fargli, signor Giovanni!
- Ah! Il popolo, non vero?
- Non li sentite?
- S, sono molto agitati, ma forse quando ci vedranno penseranno che
gli abbiamo fatto solo del bene e si calmeranno.
- Purtroppo questa non una ragione sufficiente - mormor la ragazza,
allontanandosi per ubbidire a un cenno imperioso del padre.
- Hai ragione, bambina mia - sospir de Witt, e continu il suo
cammino pensando: Quella ragazzina, che probabilmente non sa leggere
e quindi non ha letto nulla, ha riassunto la storia del mondo in due
parole.
Calmo, ma pi melanconico, l'ex gran pensionario continu a camminare
verso la cella del fratello.
CAPITOLO SECONDO.
I DUE FRATELLI.
Come aveva detto in un dubbio pieno di presentimenti la bella Rosa,
mentre Giovanni de Witt saliva la scala di pietra che lo conduceva
alla prigione di suo fratello Cornelio, i borghesi tentavano con ogni
mezzo di allontanare i soldati di Tilly, che si opponevano loro.
Vedendo questo, il popolo, che ammirava le buone intenzioni della
propria milizia, gridava a squarciagola:
- Viva i borghesi!
Il signor de Tilly, da parte sua, tanto prudente quanto risoluto,
protetto dalle pistole dei suoi uomini, parlamentava con la milizia
borghese e le spiegava meglio che potesse che in base alla consegna
ricevuta dagli Stati egli avrebbe dovuto custodire con l'ausilio di
tre compagnie la piazza della prigione e i suoi dintorni.
- Perch quest'ordine? Perch custodire la prigione? - gridavano gli
orangisti.
- Ah - rispondeva il signor de Tilly - voi mi domandate una cosa alla
quale io non sono in grado di dare una risposta. A me stato dato
l'ordine: Custodite, e io custodisco! Signori, voi siete
praticamente dei militari, e dovete sapere perci che un ordine non si
discute.
- Ma quest'ordine vi stato dato per consentire che i traditori
possano uscire di citt!
- Pu essere - rispose Tilly. - I traditori sono condannati infatti
all'espulsione.
- Ma chi ha dato quest'ordine?
- Gli Stati, perdiana!
- Gli Stati sono dei traditori.
- Quanto a ci io non ne so nulla.
- Anche voi tradite.
- Io?
- S, voi.
- Ah! Sentite, signori borghesi: chi tradirei io? gli Stati? Non posso
tradirli, dal momento che, essendo al loro servizio, ne eseguo
puntualmente gli ordini.
A quel punto, poich il conte aveva cos chiaramente ragione che era
impossibile discutere la sua risposta, raddoppiarono i clamori e le
minacce; clamori e minacce spaventosi, cui il conte rispondeva con
tutta la calma di cui disponeva.
- Ma, signori borghesi, di grazia, togliete il colpo di canna ai
vostri moschetti; potrebbe sfuggire accidentalmente un colpo e ferire
uno dei miei cavalieri; in questo caso duecento uomini tra voi
verrebbero gettati a terra, e la cosa ci dispiacerebbe veramente; ma
dispiacerebbe ancor di pi a voi, dal momento che questo non rientra
nelle vostre intenzioni e neppure nelle mie.
- Se voi faceste questo, - replicarono i borghesi - anche noi saremmo
costretti a fare fuoco su di voi.
- S, quando voi faceste fuoco su di noi, ci ammazzereste tutti dal
primo all'ultimo, ma intanto quelli che avremmo ucciso noi non
resusciterebbero affatto.
- Cedeteci il posto, allora, e voi compirete un'azione degna di un
buon cittadino.
- Anzitutto io non sono un cittadino - disse Tilly; - io sono un
ufficiale, e la cosa ben diversa; e poi io non sono olandese, ma
francese, e la cosa ancora pi diversa. Io conosco perci solo gli
Stati che mi pagano; recatemi un ordine da parte degli Stati di cedere
il posto, ed io far dietro-front all'istante, atteso che qui io
m'annoio enormemente.
- Si, s - gridarono cento voci che all'istante si moltiplicarono per
altre cinquecento. - Andiamo al palazzo di citt! Andiamo a trovare i
deputati! Andiamo, andiamo!
- Proprio! - Mormor Tilly osservando che s'allontanavano i pi
furiosi. - Andate a chiedere un atto di debolezza al palazzo di citt,
e vedrete se ve lo concederanno! Andate, amici miei, andate.
Il buon ufficiale contava sull'onore dei magistrati, i quali da parte
loro contavano su di lui, sul suo onore di soldato.
- Sentite, capitano - mormor all'orecchio del conte il suo primo
luogotenente. - I deputati rifiuteranno a questi scalmanati ci che
essi esigono, ma necessario che c'inviino dei rinforzi.
Frattanto Giovanni de Witt, che abbiamo lasciato mentre saliva la
scala dopo essersi incontrato con il carceriere Grifo e sua figlia
Rosa, era arrivato alla porta della cella in cui giaceva sdraiato su
un materasso suo fratello Cornelio, al quale il carnefice, come
abbiamo detto, aveva fatto subire la tortura preparatoria.
Poi era giunta la sentenza di espulsione, che aveva reso inutile
l'applicazione della tortura straordinaria.
Cornelio, disteso sul letto, con i polsi e le dita fracassati e che
non aveva confessato nulla d'un crimine che non aveva commesso,
cominciava appena a respirare dopo tre giorni di tormenti, avendo
saputo che i giudici dai quali si attendeva una condannata a morte lo
avevano voluto condannare soltanto al bando.
Dotato d'un corpo pieno d'energia e di un'anima invincibile, avrebbe
senz'altro sconcertato i suoi nemici se costoro, nelle tenebrose
profondit della cella del Buytenhof, avessero potuto veder brillare
sul suo viso pallido il sorriso del martire che scorda il fango della
terra dopo che ha potuto intravedere gli splendori del cielo.
Pi per forza di volont che per un aiuto dall'esterno, il Ruart aveva
ricuperato tutte le sue forze e calcolava quanto tempo ancora le
formalit della giustizia lo avrebbero trattenuto nella prigione.
Era proprio in questo momento che, mescolati a quelli del popolo, si
levavano i clamori della milizia borghese contro i due fratelli e
minacciavano il capitano Tilly, che appariva loro difensore. Questo
rumore, che veniva a spezzarsi come una marea in ascesa ai piedi delle
mura della prigione, giunse fino al prigioniero.
Ma per quanto fosse minaccioso tale rumore, Cornelio trascur di
indagare e addirittura non si prese neppure il fastidio di alzarsi per
gettare uno sguardo dalla finestra stretta e rivestita d'inferriata
che filtrava la luce e le urla.
Egli era talmente immerso nella continuit del suo male che tale male
era divenuto per lui come un'abitudine. Egli provava infine tante
delizie nella sua anima e nella sua mente cos prossime a sbarazzarsi
dell'involucro del corpo, che gli pareva che gi la sua anima e la sua
ragione, sfuggite alla materia, le planassero sopra allo stesso modo
che plana su un focolare ormai estinto la fiamma che lo lascia per
salire verso il cielo.
Egli pensava pure a suo fratello.
Senza dubbio, era il suo avvicinarsi che, per quelle vie misteriose
che il magnetismo in seguito ha tentato di tracciare, faceva sentire
il suo influsso. Nel momento stesso in cui Giovanni era cos presente
al pensiero di Cornelio che questi stava quasi per pronunciarne il
nome, la porta si apr; Giovanni entr e con passo rapido s'accost al
letto del prigioniero, che protese le braccia martoriate e le mani
ricoperte di stoffa verso questo glorioso fratello che egli era
riuscito a sorpassare, non nei servizi resi al paese, ma nell'odio che
avevano per lui gli Olandesi.
Giovanni baci teneramente la fronte del fratello e adagi con
delicatezza le povere mani sul materasso.
- Cornelio, povero fratello mio, soffrite molto, non vero?
- Non soffro pi, ora che vi vedo.
- Oh, mio povero caro Cornelio, io soffro tanto nel vedervi i
questo stato!
- Anch'io ho sempre pensato a voi, mentre mi torturavano,
l'unico lamento che mi sfuggito stato: Povero fratello mio!.
Suvvia, dimentichiamo tutto. Siete venuto a prendermi?
- S.
- Sono guarito, aiutatemi ad alzarmi e vedrete come cammino
bene.
- Non avrete molto da camminare, perch ho qui fuori la carrozza
nascosta dietro i soldati di Tilly.
- I soldati di Tilly? Che sono venuti a fare?
- Si suppone che i cittadini dell'Aia vogliano vedervi partire,-
rispose Giovanni col triste sorriso che gli era abituale - e si
prevede che vi saranno dei tumulti.
- Dei tumulti? - ripet Cornelio, fissando lo sguardo sul fratello
pieno d'imbarazzo.
- S, Cornelio.
- Allora questo che ho sentito poco fa - disse il prigioniero come
parlando tra s. Poi, volgendosi di nuovo a suo fratello: - C' molta
gente davanti al Buytenhof, vero?
- S, fratello mio.
- Ma allora per venire qui...
- S?...
- Come mai vi hanno lasciato passare?
- Voi sapete che non siamo troppo amati, Cornelio - disse il gran
pensionario con amarezza. - Ho percorso le vie meno frequentate.
- Vi siete dunque nascosto, Giovanni?
- Volevo arrivare qui al pi presto e ho fatto ci che si fa in
politica e in mare, quando il vento contrario: ho bordeggiato.
In quel momento, le grida della folla giunsero a loro pi furiose
Tilly stava discutendo con la guardia borghese.
- Oh, oh! - disse Cornelio - voi siete un bravo pilota, Giovanni, ma
non so se riuscirete a portare in salvo vostro fratello fuor dal
Buytenhof, in mezzo a quella folla urlante, come siete riuscito a
portare in salvo la flotta olandese di Tromp (9) ad Anversa,
attraverso i bassifondi dell'Escaut.
- Almeno tenteremo, con l'aiuto di Dio - rispose Giovanni; - ma
anzitutto una parola.
- Dite.
I clamori crebbero nuovamente.
- Oh, oh! - continu Cornelio - come sono in collera costoro! E'
contro di voi? E' contro di me?
- Credo che sia contro tutti e due, Cornelio. Vi dicevo dunque,
fratello mio, che ci che gli orangisti ci rimproverano di pi nel bel
mezzo delle loro calunnie, di aver negoziato con la Francia.
- Che sciocchi!
- S, ma ce ne fanno una colpa.
- Se i negoziati non fossero falliti, avrebbero risparmiato loro le
sconfitte di Reel, Orsay, Vesel e Rheinberg; gli avrebbero fatto
evitare il passaggio del Reno, e l'Olanda potrebbe ancora credersi
invincibile nel bel mezzo delle sue dighe e dei suoi canali.
- Tutto questo vero, fratello mio, ma ci che ancor pi vero,
che se ora venisse scoperta la nostra corrispondenza col signor de
Louvois, per quanto io sia un buon pilota, non riuscirei a salvare il
fragile vascello che tenta di portare fuori dell'Olanda i de Witt e le
loro fortune. Questa corrispondenza, che per della gente dabbene
sarebbe una prova di quanto io ami il mio paese e di quali sacrifici
io fossi disposto ad affrontare personalmente per la sua libert, per
la sua gloria, questa corrispondenza segnerebbe la nostra rovina
presso gli orangisti nostri vincitori. Perci, mio caro Cornelio,
confido che voi l'avete bruciata prima di lasciare Dordrecht e venirmi
a raggiungere all'Aia.
- Fratello mio, - rispose Cornelio - la vostra corrispondenza col
signor de Louvois prova che voi siete stato in questi ultimi tempi il
pi grande, il pi generoso e il pi abile cittadino delle sette
Province Unite. Mi cara la gloria del mio paese, ma mi cara
soprattutto la vostra gloria, fratello mio, ed io mi sono ben guardato
dal bruciare le lettere.
- Allora siamo perduti, in questa vita terrena - rispose
tranquillamente l'ex gran pensionario, avvicinandosi alla finestra.
- Al contrario, Giovanni, salveremo la nostra vita e torneremo ad
avere il favore del popolo.
- Che ne avete fatto, dunque, di quelle lettere?
- Le ho affidate al mio figlioccio, Cornelius van Baerle, che voi
conoscete e che abita a Dordrecht.
- Oh, povero ragazzo, cos caro e cos ingenuo! Uno studioso che
conosce tante cose e non pensa che ai fiori, ai fiori che rendono
omaggi a Dio, e a Dio, il quale fa nascere i fiori! Ma voi gli avete
affidato un deposito mortifero. Il povero Cornelius perduto,
fratello mio.
- Perduto?
- S, poich egli sar o forte o debole. S'egli forte (poich per
quanto estraneo a ci che ci accadr, sepolto a Dordrecht e distratto
com' per fortuna, sapr un giorno o l'altro ci che ci accade),
s'egli forte, si vanter di noi; s' debole, avr paura della nostra
amicizia intima. S'egli forte, proclamer ad alta voce il segreto;
se debole, lo lascer scoprire. In un caso come nell'altro,
Cornelio, egli perci perduto, e anche noi. Perci, fratello mio,
scappiamo, se siamo ancora in tempo.
Cornelio si sollev sul letto ed afferr con le mani bendate quelle
del fratello che trasal al contatto con la stoffa:
- Forse che io non conosco il mio figlioccio? - disse. - Forse che non
ho imparato a leggere ogni pensiero nella testa di van Baerle ogni
sentimento della sua anima? Tu mi domandi s'egli debole, tu mi
domandi s'egli forte? Non n l'uno n l'altro, ma che importa ci
che egli ? La cosa principale ch'egli manterr il segreto, poich
questo segreto egli non lo conosce neppure.
Giovanni lo guard stupito.
- Oh! - continu Cornelio col suo dolce sorriso, - il "Ruart de
Pulten" un politico cresciuto alla scuola di Giovanni de Witt. Ve lo
ripeto, fratello mio, van Baerle ignora il significato e il valore di
ci che gli ho affidato.
- Presto, allora! - grid Giovanni; - poich siamo ancora in tempo,
mandiamogli l'ordine di bruciare i documenti.
- Chi glielo porter?
- Il mio servitore Craeke, che doveva accompagnarci a cavallo e che ho
fatto entrare nella prigione per aiutarvi a scendere le scale.
- Riflettete, prima di bruciare questi titoli di gloria, Giovanni.
- Io rifletto che anzitutto, mio caro Cornelio, necessario che i
fratelli de Witt scampino la loro vita, onde scampare la loro fama.
Morti noi, chi ci difender, Cornelio? Chi ci avr anche solo
compreso?
- Credete dunque che vi ucciderebbero se venissero in possesso di
quelle carte?
Giovanni, senza dare una risposta a suo fratello stese la mano verso
il Buytenhof, da cui provenivano in quel momento grida feroci.
- S, s - disse Cornelio; - sento ben dei clamori, ma che dicono
essi?
Giovanni apr la finestra.
- Morte ai traditori! - urlava il popolaccio.
- Sentite ora, Cornelio?
- E i traditori siamo noi! - esclam il prigioniero levando gli occhi
al cielo e irrigidendo le spalle.
- Siamo noi - ripet Giovanni de Witt.
- Dov' Craeke?
- Davanti alla porta della cella, suppongo.
- Fatelo entrare, allora.
Giovanni apr la porta; il fedele servitore era effettivamente sulla
soglia.
- Venite, Craeke, e ricordatevi bene ci che mio fratello sta per
dirvi.
- Oh no, non sufficiente dire, Giovanni; bisogna che io scriva,
purtroppo.
- E perch?
- Perch van Baerle non restituir il plico datogli in deposito n lo
brucer senza un ordine preciso.
- Ma potrete voi scrivere, mio caro? - domand Giovanni, osservando
quelle povere mani tanto bruciacchiate e martoriate.
- Oh, lo vedreste, se io avessi penna e inchiostro! - esclam
Cornelio.
- Ecco una matita, almeno.
- Avete con voi della carta? A me non ne hanno lasciata, qui.
- Ecco una Bibbia. Strappate il primo foglio.
- Bene.
- Ma la vostra scrittura sar illeggibile!
- Suvvia! - disse Cornelio guardando suo fratello. - Queste dita che
hanno resistito alle bruciature del carnefice, questa volont che ha
saputo dominare il dolore, si uniranno in uno sforzo collegato e state
tranquillo, fratello mio: le poche righe necessarie saranno tracciate
d'un solo slancio.
E infatti, Cornelio afferr la matita e prese a scrivere.
Allora sotto le bianche bende si poterono scorgere le gocce di sangue
che la pressione delle dita sulla matita faceva sprizzare dalle carni
martoriate. La fronte del grande pensionario si imperl di sudore.
Cornelio scrisse:
Caro figlioccio, Brucia i documenti che ti ho affidati; bruciali
senza guardarli, senza aprire il plico, affinch tu resti all'oscuro
di ci che esso contiene. Segreti come questi uccidono chi li conosce.
Brucia i documenti, se vuoi salvare Giovanni e Cornelio. Addio e
voglimi bene. 20 agosto 1672.
CORNELIO DE WITT.
Giovanni, con le lacrime agli occhi, asciug una goccia di quel nobile
sangue che era caduta sul foglio e consegn la lettera a Craeke,
facendogli le ultime raccomandazioni. Poi torn accanto a Cornelio,
ancor pallido per il dolore e che sembrava prossimo ad uno svenimento.
- Quando il mio bravo Craeke ci avr fatto sapere, col suono del suo
fischietto da nostromo, che riuscito a passare, ci metteremo in
viaggio anche noi.
Cinque minuti dopo, un forte fischio prolungato si lev sui clamori
del Buytenhof. Giovanni alz le braccia al cielo per ringraziarlo.
- Ora possiamo partire, Cornelio! - esclam.
CAPITOLO TERZO.
L'ALLIEVA DI GIOVANNI DE WITT.
Intanto che le grida della folla radunata sul Buytenhof, salendo
sempre pi minacciose verso i due fratelli, spronavano Giovanni de
Witt ad affrettare la partenza di suo fratello Cornelio, una
deputazione di borghesi si era recata, come abbiamo detto, al palazzo
di citt per chiedere il ritiro del corpo di cavalleria di Tilly.
La distanza fra il Buytenhof e l'Hoogstraet non era grande; e cos si
vide un forestiero, che aveva seguito tutti i particolari con
curiosit fin dal momento in cui era incominciata questa scena,
dirigersi con gli altri, o piuttosto al seguito degli altri, verso il
palazzo di citt per apprendere immediatamente la notizia di ci che
vi sarebbe capitato.
Questo straniero era un giovane di ventidue o ventitr anni appena,
apparentemente senza vigore. Poich doveva avere le sue ragioni per
non farsi riconoscere, nascondeva la sua faccia pallida e smagrita
dietro un fine fazzoletto di Frisia, con il quale non smetteva mai di
asciugarsi la fronte madida di sudore o le labbra che scottavano.
L'occhio fisso come quello dell'uccello da preda, il naso aquilino e
lungo, la bocca fine e dritta, aperta o piuttosto intagliata come le
labbra di una ferita, avrebbero reso quest'uomo un soggetto degno di
studio fisiologico da parte di Lavater, se Lavater (10) fosse vissuto
in quell'epoca, ma tale studio non sarebbe stato un vantaggio per
quell'uomo.
Qual differenza si pu riscontrare tra il viso di un conquistatore e
quello di un pirata?, dicevano gi gli antichi. Quella stessa che si
pu riscontrare tra l'aquila e l'avvoltoio.
La serenit o l'inquietudine.
Cos questa fisionomia livida, questo corpo sottile e acciaccoso,
questo modo di camminare inquieto dal Buytenhof all'Hoogstraet al
seguito del popolo schiamazzante, davano l'idea di un padrone
sospettoso o di un ladro inquieto; un poliziotto avrebbe certo optato
per quest'ultima identificazione, in considerazione della cura con cui
l'individuo di cui ci occupiamo cercava di tenersi nascosto.
D'altra parte egli era vestito con semplicit e senza mostra di armi;
il braccio magro ma nervoso, la mano secca ma bianca, fine,
aristocratica, era appoggiata non al braccio ma sulla spalla di un
ufficiale il quale, con la mano all'impugnatura della spada, fino al
momento in cui il suo compagno s'era messo in moto e l'aveva
trascinato con s, aveva osservato la scena del Buytenhof con un
interesse facile da comprendere.
Quando giunsero sulla piazza dell'Hoogstraet, l'uomo dal viso pallido
spinse quell'altro al riparo di un'imposta aperta e fiss gli occhi
sul balcone del palazzo di citt. Fra le grida forsennate della folla,
la finestra dell'Hoogstraet si apr e vi comparve un uomo a
parlamentare con la folla.
- Chi apparso l al balcone? - domand il giovanotto all'ufficiale,
indicando solo con un cenno degli occhi l'arringatore che appariva
molto agitato e che si sosteneva alla balaustrata pi che protendersi
su di essa.
- E' il deputato Bowelt - rispose l'ufficiale.
- Che tipo d'uomo questo deputato Bowelt? Lo conoscete voi?
- Ma un brav'uomo, cos almeno credo, monsignore.
Il giovanotto, sentendo questa valutazione del carattere di Bowelt
fatta dall'ufficiale, si lasci sfuggire un moto di cos strano
disappunto e di cos visibile scontentezza che l'ufficiale se ne
accorse e si affrett ad aggiungere:
- Cos dicono, almeno, monsignore. Quanto a me, non posso dirne
niente, perch non conosco personalmente il signor Bowelt.
- Un brav'uomo - ripet colui che era stato chiamato monsignore; -
era brav'uomo che volevate dire, oppure uomo bravo, valoroso?
- Ah! monsignore mi scuser; io non oserei stabilire una tale
distinzione a proposito d'un uomo che, come ripeto a Vostra Altezza,
conosco appena di vista.
- Va bene - mormor il giovanotto; - aspettiamo e vedremo.
L'ufficiale chin il capo in segno di assenso e stette zitto.
- Se questo Bowelt un brav'uomo, - continu l'Altezza - sar molto
scosso dalla richiesta che questa folla infuriata gli sta per fare.
E il movimento nervoso della mano che s'agitava suo malgrado sulla
spalla del compagno come avrebbero fatto le dita di un musicista sui
tasti di un pianoforte, tradiva la sua ardente impazienza cos mal
celata in certi momenti, e in questo momento soprattutto, sotto l'aria
glaciale e accigliata del viso.
S'intese allora il capo della deputazione borghese chiedere al
deputato dove si trovassero gli altri deputati suoi colleghi.
- Signori, - ripeteva per la seconda volta il signor Bowelt - vi dico
che in questo momento sono solo col signor d'Asperen e non posso
prendere una decisione da solo.
- L'ordine! L'ordine! - gridarono diverse migliaia di voci.
Il signor Bowelt tent di parlare, ma non si riuscirono a capire le
sue parole e si vide solamente che le sue braccia si muovevano in
gesti senza nesso e pieni di disperazione.
Vedendo per che non riusciva a farsi capire, si volt verso la porta
spalancata del balcone e chiam il signor d'Asperen.
Il signor d'Asperen comparve a sua volta sul balcone e venne accolto
da grida ancor pi energiche di quelle che dieci minuti prima avevano
accolto il signor Bowelt.
Non per questo egli rinunci al compito di arringare la folla; ma la
folla, anzich rimanere ad ascoltare l'arringa del signor d'Asperen
prefer forzare la guardia degli Stati, che d'altra parte non oppose
alcuna resistenza al popolo sovrano.
- Andiamo - disse con freddezza il giovanotto mentre il popolo
s'inabissava attraverso la porta principale dell'Hoogstraet; - sembra
che la decisione debba essere presa all'interno del palazzo. Andiamo
anche noi, colonnello, ad ascoltare la deliberazione.
- Ah! monsignore, monsignore, state attento!
- A che cosa?
- Tra quei deputati, ve ne sono molti che hanno avuto dei rapporti con
voi, e basta che uno solo riconosca Vostra Altezza!
- S, e subito mi si accuserebbe di essere l'istigatore di tutto
questo. Hai ragione - disse il giovanotto, le cui guance arrossirono
per un istante per il rammarico di aver mostrato tanta precipitazione
nei suoi desideri. - S, tu hai ragione, restiamocene qui. Di qui li
vedremo tornare con o senza l'autorizzazione, e in tal modo potremo
giudicare se il signor Bowelt un brav'uomo oppure un uomo
coraggioso, cosa che mi sta a cuore appurare.
- Ma Vostra Altezza, - fece l'ufficiale guardando con stupore colui al
quale dava il titolo di monsignore - ma Vostra Altezza non suppone
per un solo istante, penso, che i deputati ordineranno ai cavalieri di
Tilly di allontanarsi, non vero?
- Perch? - domand freddamente il giovane.
- Perch se danno quest'ordine, sar semplicemente sottoscrivere la
condanna a morte dei signori Cornelio e Giovanni de Witt.
- Staremo a vedere - rispose con freddezza Sua Altezza. - Dio soltanto
pu sapere ci che passa nel cuore dell'uomo.
L'ufficiale guard di sottecchi il viso impassibile del compagno e
impallid.
Quest'ufficiale era al tempo stesso un brav'uomo e un uomo coraggioso.
Dal loro nascondiglio il principe e l'ufficiale continuavano a sentire
le grida e il tramestio della folla che saliva le scale del palazzo di
citt.
Poi s'intese questo rumore uscire e diffondersi sulla piazza dalle
finestre di quella sala con balcone dalla quale erano comparsi i
signori Bowelt e d'Asperen; costoro erano subito rientrati
all'interno, senza dubbio per il timore che il popolo, dando loro
qualche urtone, non li facesse precipitare dal balcone.
Poi si videro ombre tumultuose passare dietro i vetri di queste
finestre.
La grande sala del consiglio si andava riempiendo.
All'improvviso il rumore s'arrest; poi, di nuovo all'improvviso
raddoppi d'intensit, e giunse ad un tal grado da sembrare
un'esplosione che fece tremare l'edificio fino alla sua cima.
Poi il torrente riprese a rotolare attraverso gallerie e scaloni fino
al portone, sotto la volta del quale lo si vide sbucare come una
tromba marina.
Alla testa del primo gruppo volava, piuttosto che egli non corresse,
un uomo odiosamente sfigurato dalla gioia.
Era il chirurgo Tickelaer.
- Lo abbiamo! Lo abbiamo! - gridava, agitando un foglio.
- Hanno ottenuto l'ordine! - mormor l'ufficiale allibito.
Bene, sono a posto - disse tranquillamente l'Altezza. - Mio caro
colonnello, voi non sapevate se il signor Bowelt era un brav'uomo o un
uomo coraggioso. Non n l'uno n l'altro.
Poi continuando a seguire con gli occhi, senza batter ciglio, tutta
quella folla che rotolava davanti a lui:
Adesso torniamo al Buytenhof, colonnello - disse. - Credo che
assisteremo a uno strano spettacolo.
L'ufficiale s'inchin e segu il suo signore senza fiatare.
Sulla piazza e davanti alla prigione la folla era immensa, ma i
cavalieri di de Tilly riuscivano a contenerla.
Ben presto il conte vide i reduci dal palazzo di citt arrivare con la
velocit e l'impeto di una mareggiata.
Nello stesso tempo scorse il foglio che veniva agitato in aria, fra le
armi levate e i pugni chiusi.
- Ehi, - disse levandosi in arcione e toccando col pomo della spada il
suo luogotenente. - Temo che quei miserabili abbiano l'ordine.
- Infami vigliacchi! - grid il luogotenente.
La compagnia dei borghesi, con un urlo di gioia, avanz verso i
cavalieri con le armi abbassate.
- Alt! - grid il conte. - Non toccate la cavezza dei miei cavalli se
non volete che vi carichiamo.
- Ecco l'ordine! - gridarono cento voci insolenti.
De Tilly prese il documento, gli diede un'occhiata e rispose a voce
alta:
- Coloro che hanno firmato quest'ordine sono i veri carnefici del
signor Cornelio de Witt. Preferirei perdere le mani piuttosto che
firmare una simile infamia. Un momento - aggiunse poi, respingendo con
l'impugnatura della spada l'uomo che voleva riprendergli il foglio. -
Documenti come questo sono importanti e bisogna conservarli. - Pieg
il foglio e lo ripose con cura nel giustacuore.
- Cavalieri di Tilly! - grid poi, volgendosi ai suoi uomini. Per-
fila-destr! E adesso, - aggiunse a voce bassa, ma in modo che le sue
parole non sfuggirono a tutti - fate il vostro lavoro, assassini!
Un grido d'odio e di gioia feroce accolse la partenza della truppa.
I cavalieri sfilavano lentamente.
Il conte rest alla retroguardia per tener fronte fino all'ultimo alla
marmaglia ebbra che avanzava.
Come si vede, Giovanni de Witt non aveva esagerato il pericolo quando
aveva affrettato la partenza del fratello.
Cornelio scese le scale che portavano al cortile appoggiato al braccio
dell'ex gran pensionario.
Rosa li aspettava da basso tutta tremante.
- Signor Giovanni, quale disgrazia!
- Che c', bambina mia? - domand de Witt.
- Dicono che sono andati all'Hoogstraet per farsi dare l'ordine di
allontanare i soldati del conte de Tilly.
- Oh, oh! Davvero, se i cavalieri se ne vanno la nostra situazione
diventa grave...
- Vorrei darvi un consiglio... - disse la giovinetta, tremando.
- Parla, bambina mia. Non vi sarebbe nulla di strano, che Dio mi
consigliasse per bocca tua.
- Ebbene, signor Giovanni, io non uscirei sulla strada principale.
- E perch questo, dal momento che i cavalieri di Tilly sono sempre al
loro posto?
- S ma, finch non sar revocato, hanno l'ordine di restare dinanzi
alla prigione.
- Senza dubbio.
- Ne avete voi uno, perch vi accompagnino fino all'uscita dalla
citt?
- No.
- Ebbene, appena avrete superato i primi cavalieri, cadrete nelle mani
del popolo.
- Ma la milizia borghese?
- Oh, la milizia borghese la pi rabbiosa!
- Che fare allora?
- Al vostro posto, signor Giovanni, - continu timidamente la ragazza
- uscirei dalla postierla. D su una strada deserta, poich stanno
tutti nella strada principale, in attesa dinanzi all'ingresso, e
raggiungerei la porta della citt per la quale fuggire.
- Ma mio fratello non potr camminare.
- Tenter - rispose Cornelio con espressione di sublime fortezza.
- Ma non avete la vostra carrozza? - domand la ragazza.
- La carrozza l, dinanzi all'ingresso principale.
- No - rispose la fanciulla. - Ho pensato che il vostro cocchiere era
un uomo di fiducia e gli ho detto di andarvi ad aspettare all'uscita
della postierla.
I due fratelli si scambiarono uno sguardo commosso, che poi si
concentr con riconoscenza sulla fanciulla.
- Ma bisogna vedere se Grifo vorr aprirci quella porta osserv il
gran pensionario.
- Oh no, egli non lo vorr proprio - disse Rosa.
- E allora?
- Allora io ho previsto il suo rifiuto e poco fa, mentre egli
discuteva dalla finestra della prigione con un soldato, gli ho
sottratto la chiave.
- E c' l'hai questa chiave?
- Eccola, signor Giovanni.
- Bambina mia, - disse Cornelio - non ho nulla da darti per
ricompensarti di ci che hai fatto per noi, nulla, tranne la Bibbia
che troverai nella mia camera. E' l'ultimo regalo di un uomo onesto.
Spero che ti porti fortuna.
- Grazie, signor Cornelio, la terr sempre con me - rispose la
ragazza.
E aggiunse con un sospiro: - Che peccato che io non sappia leggere!
- Il clamore aumenta, ragazza mia - interloqu Giovanni; - credo che
non ci sia tempo da perdere.
- Venite - disse la bella frisona, e guid i due fratelli attraverso
un corridoio interno, verso il lato opposto della prigione.
Sempre guidati da Rosa, scesero uno scalone di dodici gradini,
attraversarono un piccolo cortile chiuso da bastioni merlati, e dopo
che si fu aperta la porta di cinta si ritrovarono dall'altro lato
della prigione nella strada deserta, dinanzi alla vettura che li
aspettava con il predellino gi abbassato.
- Presto, presto, signori! - grid il cocchiere spaventato. Non li
sentite?
Dopo aver fatto salire Cornelio, il gran pensionario si rivolse alla
fanciulla.
- Addio, bambina mia - disse; - le mie parole non potrebbero
esprimerti in modo adeguato la nostra riconoscenza. Ti raccomando a
Dio, il quale si ricorder, io spero, di ci che hai fatto per salvare
la vita di due uomini.
Rosa baci rispettosamente la mano che il gran pensionario le tendeva.
- Andate, andate - esclam. - Sembra che stiano sfondando il portone.
Giovanni de Witt balz rapidamente nella carrozza, prese posto accanto
al fratello e chiuse lo sportello, gridando al cocchiere: - Al Tol-
Hek!
Il Tol-Hek era la porta della citt che dava sulla strada di
Scheveningen, il piccolo porto in cui aveva gettato l'ancora la nave
che doveva portare in salvo i de Witt. La carrozza part al galoppo di
due focosi cavalli fiamminghi e port via con s i fuggitivi.
Rosa li segu finch ebbero girato l'angolo.
Allora rientr per chiudersi la porta alle spalle e gett quindi la
chiave in un pozzo.
Il rumore che aveva fatto temere a Rosa che il popolo stesse sfondando
la porta era in realt quello provocato dal popolo che, dopo aver
fatto evacuare la piazza della prigione, si precipitava contro la
porta.
Per quanto solida essa fosse, e per quanto il carceriere Grifo
(bisogna dargliene il merito) si rifiutasse ostinatamente di aprire
tale porta, ci si rendeva conto che essa non avrebbe resistito a
lungo, e Grifo, tutto impallidito, si stava domandando se non fosse
meglio spalancare e non far mandare in pezzi la porta, quando si sent
dolcemente tirare l'abito Girandosi, vide Rosa.
- Li senti, quegli energumeni? - esclam.
- Li sento cos bene, padre mio, che al vostro posto io...
- Tu apriresti, non vero?
- No, lascerei sfondare il portone.
- Ma mi uccideranno.
- S, se vi vedono.
- E come potrebbero non vedermi?
- Nascondetevi.
- E dove?
- Nella segreta.
- E tu, bambina mia?
- Io, padre mio, scender con voi. Chiuderemo la porta sopra di noi e
quando essi avranno lasciato la prigione, ebbene, noi usciremo dal
nascondiglio.
- Hai ragione, perbacco - esclam Grifo; - ce n' del cervello nella
tua testolina.
Poi mentre la porta cominciava a cedere tra le esclamazioni di gioia
del popolaccio. - Venite, venite, padre mio - esclam Rosa, aprendo
una piccola botola.
- E i nostri prigionieri?
- Dio veglier su di loro, padre mio - disse la fanciulla;
permettetemi di vegliare su di voi.
Grifo segu la figliola, e la botola ricadde sulla loro testa, proprio
nel momento in cui la porta veniva sfondata e consentiva il passaggio
alla folla.
D'altronde, la cella in cui Rosa faceva scendere suo padre e che
veniva chiamata la segreta offriva un sicuro rifugio ai due
personaggi, che ora dovremo abbandonare per un istante, poich era
conosciuta solo dalle autorit, che vi rinchiudevano talvolta qualcuno
di quei grandi colpevoli per i quali si teme una rivolta o un
tentativo di sequestro.
Il popolo si precipit nella prigione gridando:
- Morte ai traditori! Alla forca Cornelio de Witt! A morte! A
morte!
CAPITOLO QUARTO.
I MASSACRATORI.
Il giovane, sempre riparato dal grande cappello, sempre appoggiato al
braccio dell'ufficiale, sempre nell'atto di tergersi la fronte e le
labbra col fazzoletto, il giovane solo e immobile, in un angolo del
Buytenhof, sperduto nell'ombra di una tettoia che riparava una bottega
chiusa, stava a guardare lo spettacolo offerto da quella folla furiosa
e che pareva ormai prossima a sciogliersi.
- Oh, - disse all'ufficiale - credo che voi aveste ragione, van Deken:
l'ordine che i deputati hanno sottoscritto un vero ordine di morte
del signor Cornelio. Sentite questa folla? detestano veramente i
signori de Witt!
-In verit, - disse l'ufficiale - non ho mai udito clamori del genere.
- Si deve ritenere che abbiano scoperto la prigione del nostro uomo.
Ah, guardate: quella finestra non quella in cui stato rinchiuso il
signor Cornelio?
In realt un uomo afferrava a piene mani e scuoteva violentemente la
grata di ferro che chiudeva la finestra della cella di Cornelio e che
questi aveva lasciata da non pi di dieci minuti.
- Ehi! Ehi! - gridava quest'uomo - non c' pi!
- Come, non c' pi! - esclamarono dalla strada coloro che essendo
arrivati per ultimi non potevano entrare nella prigione che
traboccava.
- No, non c' pi - ripeteva l'uomo imbestialito. - Deve essere
scappato.
- Che dice quell'uomo? - domand il principe, impallidendo.
- Oh, monsignore, dice una cosa che sarebbe meravigliosa, se fosse
vera!
- Certo, sarebbe una splendida notizia - rispose il giovane. Ma non
pu essere vera, purtroppo.
- Eppure... guardate! - esclam l'ufficiale.
Infatti, altri visi contorti dall'ira apparvero dietro alle sbarre.
- Fuggito! Si messo in salvo! - Inseguiamolo! Raggiungiamolo!-
urlava la folla.
- Monsignore, - disse l'ufficiale - sembra che Cornelio de Witt sia
veramente riuscito a fuggire.
- Dalla prigione forse - rispose il principe, - ma non dalla citt.
Vedrete, van Deker, che quel poveretto trover chiusa la porta che
crede aperta.
- E' stato dunque dato l'ordine di chiudere le porte della citt?
- No, non credo. Chi avrebbe potuto dare un simile ordine?
- E allora che cosa ve lo fa supporre?
- Ci sono delle fatalit - rispose distrattamente il principe di cui i
grandi uomini cadono spesso vittime.
L'ufficiale sent un brivido corrergli per le vene. Aveva compreso che
il prigioniero, in un modo o in un altro, era irrimediabilmente
perduto.
Cornelio e Giovanni, intanto, percorrevano a velocit ridotta, per non
dare nell'occhio, la strada che porta al Tol-Hek. Quando giunsero in
vista della porta che doveva schiuder loro la via della salvezza, il
cocchiere impaziente mise i cavalli al galoppo. Poi, improvvisamente,
tir le redini.
- Che cosa accade? - domand Giovanni affacciandosi allo sportello.
- Oh, signori miei, - si lament il cocchiere - accade che...
Il terrore soffocava la voce del brav'uomo.
- Suvvia, cosa c'? - disse il gran pensionario.
- C' che il cancello chiuso.
- Come, il cancello chiuso? Non c' l'abitudine di chiudere il
cancello durante il giorno.
- Guardate voi stesso. - Giovanni de Witt si sporse dalla vettura e
vide che il cancello era effettivamente chiuso
- Va avanti lo stesso - disse Giovanni. - Ho con me il lasciapassare e
il custode ci aprir.
La vettura riprese la sua corsa, ma ci si accorgeva che il cocchiere
non spronava pi i cavalli con la medesima sicurezza.
Inoltre, mentre cacciava fuori il capo dalla portiera, Giovanni de
Witt era stato visto e riconosciuto da un birraio che, in ritardo sui
suoi colleghi, chiudeva in tutta fretta la sua bottega per andare a
raggiungere gli altri al Buytenhof.
Lanci un grido di sorpresa e corse velocemente dietro due altri
uomini che correvano dinanzi a lui.
Nello spazio di cento passi li raggiunse e cominci a parlare con
loro; i tre uomini si fermarono a guardare la vettura che si
allontanava, ancora poco sicuri di ci che essa racchiudeva. La
vettura nel frattempo era arrivata al Tol-Hek.
- Aprite! - grid il cocchiere.
- Aprire! - esclam il custode comparendo sulla porta della sua casa.
- Aprire... e con che cosa?
- Ma con la chiave, perbacco! - disse il cocchiere.
- Con la chiave, certo, ma bisognerebbe averla.
- Come? Non avete la chiave della porta? - domand il cocchiere.
- No.
- E che cosa ne avete fatto, allora?
- Diavolo! Me l'hanno presa!
- Ma chi, dunque?
- Qualcuno che evidentemente desiderava che nessuno uscisse dalla
citt.
- Amico mio, - disse il gran pensionario affacciandosi allo sportello
per tentare un'estrema audacia - amico mio, sono io che vi chiedo la
chiave, io Giovanni de Witt, che sto accompagnando mio fratello verso
l'esilio.
- Ah, signor de Witt, sono disperato - grid il guardiano
precipitandosi verso la carrozza. - Vi giuro sul mio onore che la
chiave mi stata presa!
- Quando?
- Stamane.
- Da chi?
- Da un giovane di circa ventidue anni, pallido e magro.
- E perch gliel'avete consegnata?
- Aveva un ordine firmato.
- Firmato da chi?
- Dai signori del palazzo di citt.
- Via, - interloqu a questo punto Cornelio, sereno come sempre-
sembra che siamo irrimediabilmente perduti.
- Sai se la medesima precauzione stata presa dappertutto?
- Non lo so.
- Andiamo - disse Giovanni al cocchiere; - poich Dio ordina all'uomo
di fare tutto il possibile per conservare la propria esistenza,
dirigiti verso un'altra porta.
Poi, mentre il cocchiere faceva girare la carrozza, aggiunse rivolto
al custode:
- Grazie della tua buona volont, amico mio; l'intenzione ha il merito
dell'azione; hai avuto l'intenzione di salvarci e dinanzi al Signore
come se ci fossi riuscito.
- Ah! - grid il custode - guardate laggi!
- Passa attraverso quel gruppo, - ordin Giovanni al cocchiere e poi
svolta a sinistra, l'unica speranza che ci rimane!
Il gruppo di cui parlava Giovanni si era raccolto intorno ai tre
uomini che abbiamo visto fermarsi a guardare la carrozza e che durante
il colloquio di Giovanni col custode si era andato via via
ingrossando.
I nuovi arrivati dimostravano intenzioni ostili.
Quando la carrozza si diresse verso di loro, le sbarrarono la strada
gridando: - Ferma! Ferma!
Il cocchiere si chin e li colp con la frusta.
I fratelli de Witt, dall'interno, non videro nulla, ma sentirono ad un
certo punto i cavalli che si impennavano, dando una forte scossa alla
carrozza. Vi fu un attimo di sosta. Poi il veicolo riprese la sua
corsa, passando sopra qualcosa di rotondo e di cedevole, come il corpo
di un uomo disteso, e s'allontan tra le bestemmie.
- Oh! - esclam Cornelio - temo che abbiamo commesso qualcosa di
irreparabile!
- Al galoppo! Al galoppo! - grid Giovanni.
Malgrado quest'ordine, il cocchiere si arrest bruscamente.
- Ebbene? - domand Giovanni.
- Non vedete? - rispose il cocchiere.
Giovanni guard.
La folla che si era radunata davanti al Buytenhof avanzava rapida e
urlante verso la carrozza sulla via che questa doveva percorrere.
- Mettiti in salvo - ordin Giovanni al cocchiere. - E' inutile
proseguire. Siamo perduti.
- Eccoli, eccoli! - gridarono contemporaneamente cinquecento voci.
- S, eccoli, i traditori, gli omicidi, gli assassini! risposero gli
inseguitori della carrozza, che correvano verso gli altri portando
sulle braccia il corpo sanguinante di uno dei loro compagni, travolto
dalla carrozza mentre tentava di arrestare i cavalli.
Era sul suo corpo che i due fratelli avevano sentito passare la
vettura.
Il cocchiere si ferm, ma non volle mettersi in salvo, nonostante le
insistenze del suo signore.
Subito dopo la carrozza venne circondata dalla folla che veniva dal
Buytenhof e dagli uomini che l'avevano inseguita dal Tol-Hek. Un
maresciallo abbatt con un colpo di mazza uno dei cavalli.
In quel momento l'imposta di una finestra venne socchiusa lasciando
intravedere il viso livido e gli occhi torvi del giovane, fissi sul
terribile spettacolo.
Dietro a lui compariva la testa dell'ufficiale.
- Mio Dio, mio Dio! Monsignore, che cosa accadr? - domand
l'ufficiale.
- Qualcosa di tremendo, certamente - rispose il principe.
- Ah! vedete, monsignore, afferrano nella carrozza il gran
pensionario, lo picchiano, lo feriscono!
- Quella gente deve proprio essere esasperata - osserv il giovane col
suo solito tono impassibile.
- Ecco che tirano fuori Cornelio, che gi ferito e mutilato dalla
tortura. Oh! Guardate! Guardate!
- S, proprio Cornelio.
L'ufficiale emise un debole grido e volse il capo.
In quel momento, sul predellino della carrozza, il Ruart aveva
ricevuto un colpo dato con una sbarra di ferro e ne aveva avuto il
cranio spezzato.
Tent di rialzarsi, ma ricadde.
Gli assalitori lo presero per i piedi e lo tirarono in mezzo alla
folla, che si apr per ricevere il corpo esanime: lasciava dietro di
s una scia di sangue.
Il giovane, cosa che sarebbe parsa impossibile, impallid maggiormente
e per un istante le palpebre scesero a velargli lo sguardo.
L'ufficiale vide questo segno di commozione e cerc di approfittarne.
- Venite, venite, monsignore - esclam; - stanno per assassinare anche
il gran pensionario!
Ma il giovane aveva gi riaperto gli occhi.
- In verit, - disse - questo popolo implacabile. Non
consigliabile tentare di tradirlo.
- Monsignore, - disse l'ufficiale - non si potrebbe salvare quel
pover'uomo che ha allevato Vostra Altezza? Se c' un mezzo, ditelo, e
anche se dovessi perdere la vita...
Guglielmo d'Orange, poich era lui, aggrott la fronte in maniera
sinistra, vel lo sguardo acceso di collera e rispose:
- Colonnello van Deken, vi prego di andare in cerca dei miei soldati e
di farli armare, per fronteggiare ogni eventualit.
- Ma devo dunque lasciare Vostra Altezza sola, al cospetto di questi
assassini?
- Non preoccupatevene pi di quanto non me ne preoccupi io stesso -
disse bruscamente il principe. - Andate.
L'ufficiale corse via con una rapidit dettata non solo dalla
disciplina, ma soprattutto dal desiderio di non assistere
all'assassinio dell'altro fratello.
Giovanni, che con un supremo sforzo aveva raggiunto la soglia di una
casa vicina, barcoll sotto i colpi infertigli da ogni lato e domand:
- Mio fratello? Dov' mio fratello?
Uno dei forsennati gli gett via con un pugno il cappello; un altro
gli mostr le mani insanguinate, con le quali aveva massacrato
Cornelio. Era accorso per non perdere l'occasione di ammazzare il gran
pensionario; intanto che si trascinava verso il patibolo il cadavere
di quello che era gi morto.
Giovanni emise un lamento e si copr gli occhi.
- Ah, tu chiudi gli occhi! - grid uno dei soldati della guardia
borghese. - Te li aprir io!
E lo colp in viso con una picca, che fece sprizzare il sangue
- Mio fratello! - gridava Giovanni de Witt, che, accecato dal sangue,
tentava di vedere che cos'era capitato a Cornelio.
- Va' a raggiungerlo - url uno degli assassini e gli mise alle tempie
il suo moschetto, premendo il grilletto.
Il colpo non part. Allora il forsennato prese l'arma per la canna e
colp Giovanni de Witt col calcio.
Giovanni de Witt barcoll e cadde ai suoi piedi.
Ma rialzandosi ancora con uno sforzo sovrumano grid:
- Mio fratello!
La sua voce era cos straziante che il giovane chiuse l'imposta
davanti a s.
Restava ben poco da vedere ormai. Un terzo assassino spar a
bruciapelo un colpo di pistola che fece saltare le cervella della
vittima.
Giovanni de Witt cadde per non rialzarsi pi.
Allora ognuno di quei miserabili, ringalluzzito per quella caduta,
volle scaricare la propria arma sul cadavere. Ciascuno volle dare il
suo colpo di mazza, di spada o di coltello, ciascuno volle far
sprizzare la sua goccia di sangue, strappare un pezzo di vestito.
Poi quando tutti e due furono ben assassinati, ben straziati, ben
spogliati, la folla li trascin nudi e sanguinanti ad un patibolo
improvvisato, su cui dei carnefici dilettanti li appesero per i piedi.
Allora si fecero avanti i pi vigliacchi, i quali, non avendo osato
colpire la carne viva, fecero a pezzi la carne gi morta, poi se ne
andarono in giro per la citt a vendere dei piccoli pezzi di Giovanni
e di Cornelio a dieci soldi il pezzo. Non possiamo dire se il
giovanotto vide la fine della terribile scena attraverso l'apertura
quasi impercettibile dell'imposta, ma nel momento stesso in cui i due
martiri venivano appesi alla forca, egli passava attraverso la folla
che era troppo occupata nella faccenda che stava portando gioiosamente
a termine per badare a lui e raggiungeva il Tol-Hek, sempre sbarrato.
- Ah! signore, - grid il custode - mi riportate la chiave?
- S, amico mio, eccola - rispose il giovane.
- Che disgrazia che non me l'abbiate portata una mezz'ora fa sospir
il guardiano.
- Perch?
- Perch avrei potuto aprire ai signori de Witt. Trovando la porta
chiusa furono costretti a tornare indietro e caddero cos nelle mani
dei loro inseguitori.
- La porta! La porta! - grid in quel momento una voce affannosa.
Il principe si volse e riconobbe il colonnello van Deken.
- Siete voi, colonnello? - disse. - Non siete ancora uscito dalla
citt? Non ubbidite troppo sollecitamente ai miei ordini...
- Monsignore, - rispose il colonnello - questa la terza porta a cui
mi presento. Le altre due le ho trovate chiuse.
- Questo brav'uomo ci aprir questa. Apri, amico mio - disse il
principe al custode il quale era rimasto allibito udendo chiamare
monsignore quel giovanotto pallido a cui si era rivolto con tanta
familiarit.
Poi, per riparare alla sua mancanza, si precipit ad aprire il Tol-
Hek, che gemette girando sui cardini.
- Monsignore vuole il mio cavallo? - domand il colonnello a
Guglielmo.
- Grazie, colonnello, credo di avere una cavalcatura qui vicino.
Trasse dalla tasca un fischietto d'oro che a quel tempo serviva per
chiamare i domestici e vi soffi dentro, cavandone un suono acuto e
prolungato, che fece accorrere uno staffiere a cavallo, il quale
conduceva un altro cavallo sellato.
Guglielmo balz in sella senza alcun aiuto e spron, dirigendosi verso
la strada di Leyda.
Quando l'ebbe raggiunta, si volse.
Il colonnello lo seguiva a pochi metri di distanza.
Il principe gli accenn di mettersi al suo fianco. - Sapete che quei
ribaldi hanno ucciso anche Giovanni de Witt, dopo Cornelio?- domand
senza fermarsi.
- Ah! monsignore, - rispose tristemente il colonnello preferirei che
Vostra Altezza avesse ancora quei due ostacoli da superare, prima di
diventare statolder di Olanda.
- Certo sarebbe stato meglio che ci che avvenuto non fosse capitato
- rispose il giovane; - ma ci che fatto fatto, e noi non ne
abbiamo colpa. Sproniamo, colonnello, per raggiungere Alphen prima del
messaggero che gli Stati invieranno certamente al campo.
Il colonnello si inchin e lasci avanzare il principe, tornando al
posto che occupava prima che egli gli avesse rivolto la parola.
- Ah! - mormor con espressione cattiva Guglielmo d'Orange, mentre
piantava gli speroni nei fianchi del cavallo, - vorrei vedere la
faccia di Luigi, il Re Sole, quando verr a sapere come sono stati
trattati i suoi cari amici de Witt! Oh! Sole, sole, com' vero che mi
chiamo Guglielmo il Taciturno, sole, bada ai tuoi raggi!
E il giovane principe, l'accanito rivale del grande re, lo statolder
ancor ieri dubitoso della propria potenza, al quale i borghesi
dell'Aia avevano fatto un piedistallo coi cadaveri di Giovanni e di
Cornelio de Witt, due principi nobili tanto davanti agli uomini che
davanti a Dio, galopp via sul suo generoso destriero.
CAPITOLO QUINTO.
IL COLTIVATORE DI TULIPANI E IL SUO VICINO.
Mentre i borghesi dell'Aia facevano a pezzi i cadaveri di Giovanni e
di Cornelio e mentre Guglielmo d'Orange, dopo essersi assicurato che i
suoi antagonisti erano morti, galoppava sulla strada di Leyda seguito
dal colonnello van Deken, che egli trovava un po' troppo pieno di
compassione per continuare a dargli la confidenza con cui l'aveva
onorato fino allora, Craeke, il fedele servitore, ignaro dei terribili
avvenimenti che si erano verificati dopo la sua partenza, correva a
cavallo sulle strade alberate, fuori citt.
Quando ritenne di essersi allontanato abbastanza, per non destare
sospetti, lasci il cavallo in una stalla e prosegu il viaggio in
battello, per i canali sinuosi diramantisi dal fiume, che stringono
nella loro umida carezza le belle isole verdi di salici, di giunchi e
di erbe fiorite e popolate di grassi armenti pascolanti al sole.
Craeke riconobbe da lungi Dordrecht, la ridente citt, ai piedi di una
collina disseminata di mulini. Vide le belle case rosse decorate di
linee bianche, a specchio dell'acqua, i balconi ornati di serici
tappeti ricamati in oro, vere meraviglie giunte dalla Cina e
dall'India e, accanto ai tappeti, le grandi lenze, trappole permanenti
per le voraci anguille attirate dai resti di cibo che gli abitanti
gettano nell'acqua dalle finestre.
Craeke, dal ponte del suo battello, poteva vedere, attraverso le ali
dei mulini in movimento, la casa bianca e rosa che doveva raggiungere
per compiere la sua missione. Questa casa nascondeva i suoi comignoli
in una cortina di pioppi e spiccava sullo sfondo cupo di un bosco di
grandi olmi. La sua posizione era tale che i raggi del sole, cadendo
su di essa come attraverso un imbuto, potevano asciugare, scaldare e
fecondare persino le nebbie che la barriera di alberi non riusciva a
tener lontane al mattino e alla sera, quando spirava il vento dal
fiume.
Sbarcato in mezzo al traffico abituale della citt, Craeke si diresse
subito verso la casa di cui noi offriremo ai lettori una
indispensabile descrizione.
Bianca, nitida, rilucente, lavata e lucidata tanto all'esterno che
all'interno, questa casa ospitava un felice mortale.
Questo felice mortale, questa "rara avis", come dice Giovenale. era il
dottor Cornelius van Baerle, figlioccio di Cornelio. Egli abitava la
casa che abbiamo descritta, fin dall'infanzia; era la casa natale di
suo padre e di suo nonno, nobili mercanti della nobile citt di
Dordrecht.
Il signor van Baerle padre aveva guadagnato commerciando con le Indie
trecento o quattrocentomila fiorini, che il signor van Baerle figlio
aveva trovato intatti alla morte dei suoi buoni e cari genitori,
nell'anno 1668. Erano tutti in monetine, alcune del 1640 e altre del
1610: il che dimostrava che si trattava di fiorini di van Baerle padre
e van Baerle nonno. Questi quattrocentomila fiorini non
rappresentavano che il danaro liquido, poich Cornelius van Baerle,
l'eroe della nostra storia, aveva dei beni in provincia che gli davano
una rendita di diecimila fiorini circa.
Quando quel degno cittadino che era il padre di Cornelius stava per
passare a miglior vita, tre mesi dopo la morte della moglie, la quale
sembr precederlo unicamente per spianargli il cammino nell'al di l,
cos come glielo aveva spianato in vita, si rivolse al figlio,
abbracciandolo per l'ultima volta:
- Mangia, bevi e spendi il tuo denaro, se vuoi vivere veramente,
perch lavorare tutto il giorno seduto su una sedia di legno o su una
poltrona di cuoio, in un laboratorio o in magazzino, non vivere.
Anche tu dovrai morire un giorno, e se non avrai avuto la fortuna di
avere dei figli, i miei fiorini finiranno nelle mani di un nuovo
padrone e ne saranno stupiti, quei bei fiorini nuovi che non hanno
conosciuto finora che me, mio padre e colui che li ha fusi. E
soprattutto non imitare il tuo padrino, Cornelio de Witt, il quale si
gettato nella politica, la peggiore delle carriere, e che un giorno
o l'altro finir male.
Poi era morto, il degno signor van Baerle, lasciando nella desolazione
suo figlio Cornelius, il quale amava pochissimo i fiorini e moltissimo
il padre.
Cornelius cos rest solo nella grande casa.
Il suo padrino Cornelio gli offr invano di entrare nella pubblica
amministrazione, invano cerc di farlo baciare dalla gloria quando
Cornelius per obbedire al padrino, s'imbarc con de Ruyter (11) sul
vascello "Le Sette Province" che era la nave ammiraglia dei
centotrentanove bastimenti coi quali il grande marinaio doveva
affrontare da solo le forze collegate della Francia e
dell'Inghilterra. Quando Cornelius, sotto la guida del pilota Lger,
giunse a un tiro di schioppo dal vascello "Il Principe", sul quale era
imbarcato il duca di York, fratello del re d'Inghilterra; quando vide
il fulmineo attacco dell'ammiraglio Ruyter costringere il duca di York
a trasferirsi in tutta fretta sulla nave "San Michele"; quando vide il
"San Michele" lasciare il combattimento, reso inservibile dalle
artiglierie olandesi; quando scorse un altro bastimento, il "Conte di
Sanwick", saltare in aria e quattrocento marinai perire
nell'esplosione e fra le onde; quando ebbe visto alla fine che la
battaglia costata venti navi, tremila morti e cinquemila feriti, non
era stata decisiva e che ognuno dei contendenti si attribuiva la
vittoria e che bisognava ricominciare daccapo, poich tutta quella
rovina non era servita che ad aggiungere un nome: la battaglia di
Southwood Bay (12) alla lista delle battaglie; quando ebbe calcolato
il tempo che un uomo perde a tapparsi occhi e orecchi per riflettere
mentre i suoi simili si scambiano cannonate, Cornelius disse addio a
Ruyter, al Ruart de Pulten e alla gloria, baci le ginocchia del gran
pensionario per il quale nutriva una profonda venerazione, e rientr
nella sua casa di Dordrecht, ricco del suo acquisito riposo, dei suoi
ventotto anni, di una salute di ferro, di una vista acuta e, oltre che
dei suoi quattrocentomila fiorini di capitale e dei suoi diecimila
fiorini di rendita, ricco di quella convinzione che l'uomo ha sempre
ricevuto troppo dal cielo per essere felice e abbastanza per non
esserlo.
Dopo di che, per fabbricarsi una felicit a modo suo, Cornelius si
mise a studiare i vegetali e gli insetti, raccolse e classific tutta
la flora delle isole, trafisse tutta l'entomologia della provincia,
compose un trattato manoscritto con illustrazioni da lui stesso
disegnate, e infine, non sapendo pi come impiegare il tempo e come
spendere il proprio danaro, che continuava ad aumentare in modo
impressionante, scelse fra tutte le manie del suo paese e del suo
tempo una delle pi eleganti e delle pi costose. S'innamor dei
tulipani.
A quei tempi, come saprete, i Fiamminghi e i Portoghesi erano giunti a
divinizzare i tulipani e a fare di questo fiore venuto dall'oriente
ci che nessun materialista avrebbe osato fare della razza umana, per
non offendere Dio.
Ben presto, da Dordrecht a Mons non si parl d'altro che dei tulipani
di "mynheer" (13) van Baerle, e le sue aiuole, le sue serre, i suoi
essiccatoi vennero visitati come un tempo illustri viaggiatori romani
visitavano le gallerie e la biblioteca di Alessandria.
Van Baerle cominci con lo spendere la sua rendita per formare la sua
collezione, poi ricorse ai fiorini nuovi per ampliarla; in tal modo il
suo lavoro venne ricompensato da magnifici risultati: egli cre cinque
nuovi esemplari che chiam "Giovanna", dal nome di sua madre, il
"Baerle", dal nome di suo padre e il "Cornelio", dal nome del suo
padrino; gli altri nomi ci sfuggono, ma gli amatori di tulipani li
troveranno certamente nei cataloghi di quel tempo.
Nei primi mesi del 1672, Cornelio de Witt venne a Dordrecht per
trascorrere qualche tempo nella vecchia casa di famiglia. E' noto che
Cornelio era nato a Dordrecht, e che la famiglia de Witt era oriunda
di quella citt.
Cornelio incominciava proprio allora a godere della pi assoluta
impopolarit, per dirla con le parole di Guglielmo d'Orange. Tuttavia
i buoni abitanti di Dordrecht non lo ritenevano ancora uno scellerato
degno della forca, e se erano poco contenti del suo deciso
repubblicanismo erano tuttavia fieri del suo valore personale e perci
gli diedero il benvenuto alle porte della citt.
Cornelio, dopo averli ringraziati, and a visitare la casa paterna, e
ordin che venissero fatte alcune riparazioni prima dell'arrivo della
signora de Witt e dei bambini.
Poi il Ruart si diresse verso la casa del figlioccio, il quale era
forse l'unico cittadino di Dordrecht che non sapesse dell'arrivo del
Ruart.
Se Cornelio de Witt aveva fatto nascere inimicizie ed odio coltivando
quella mala pianta che la politica, van Baerle aveva invece raccolto
simpatie trascurando completamente le cure politiche per lasciarsi
assorbire dalla coltivazione dei tulipani.
Van Baerle era tanto amato dai suoi domestici e dai suoi operai che
non poteva nemmeno supporre che esistesse al mondo un uomo capace di
odiare un suo simile.
Eppure, e questo torna a vergogna dell'umanit, Cornelius van Baerle
aveva, senza saperlo, un nemico pi feroce, pi accanito e pi
irriconciliabile dei pi arrabbiati orangisti, avversari spietati del
Ruart e di suo fratello, la cui mirabile fraternit, rimasta senza
nubi durante la vita, stava per prolungarsi in una devozione che
andava oltre la morte stessa.
Nel momento in cui Cornelius cominci a dedicarsi ai tulipani, vi
profuse le rendite annuali e i fiorini di suo padre, Cornelius aveva
come vicino un certo Isaac Boxtel, un borghese che fin dal giorno in
cui aveva raggiunto l'et della ragione, aveva coltivato la medesima
passione e si sentiva svenire al solo pronunciare la parola "tulban"
che, secondo quanto assicura il "Floriste franais", ossia lo storico
pi informato di questo fiore, l'antico nome che i cingalesi usavano
per denominare quella meraviglia della creazione che ora si appella
tulipano.
Boxtel non aveva la fortuna di essere ricco come van Baerle. Con
grandi sacrifici e con cure pazienti aveva creato nella sua casa di
Dordrecht un giardino adatto alla coltivazione, ed era riuscito a
ridurre il terreno nelle condizioni volute, dando alle aiuole quel
tanto di sole e di ombra che il codice dei giardinieri prescrive.
Isaac conosceva la temperatura delle sue colture fino al ventesimo di
grado. Misurava la forza del vento e l'addomesticava in modo da
sincronizzarla con l'ondeggiare degli steli dei fiori. I suoi prodotti
incominciavano ad avere successo. Erano belli, e persino ricercati.
Molti amatori erano venuti a visitare i tulipani di Boxtel. E, infine,
Boxtel era riuscito a lanciare nel mondo di Linneo e di Tournefort un
tulipano battezzato col proprio nome. Questo tulipano Boxtel aveva
fatto strada, aveva attraversato la Francia ed era entrato in Spagna,
penetrando poi in Portogallo: il re Alfonso sesto (14), cacciato da
Lisbona, si era ritirato nell'isola di Terceire in cui si divertiva
non ad innaffiare i garofani, come il gran Cond, ma a coltivare dei
tulipani e guardando il suddetto Boxtel aveva esclamato: - Non c'
male.
Fu allora che, improvvisamente, in conseguenza degli studi che aveva
fatto, Cornelius van Baerle fu preso dalla passione per i tulipani e
decise di modificare la sua casa di Dordrecht facendo alzare di un
piano una costruzione situata nel suo giardino. Come risultato, il
giardino di Boxtel venne privato di un mezzo grado di calore, senza
contare che la nuova costruzione attenu la forza del vento,
scompigliando cos tutti i calcoli dell'economia orticola del vicino.
Boxtel per non diede troppo peso a questa contrariet. Per lui van
Baerle non era che un pittore, e cio un pazzo il quale tenta di
riprodurre sulla tela le meraviglie della natura e non riesce che a
deturparle. Il pittore faceva alzare di un piano il suo studio per
avere una luce migliore, ed era nel suo diritto. Il signor van Baerle
era pittore come il signor Boxtel era coltivatore di tulipani; avendo
bisogno di sole per i suoi quadri, ne prendeva per un mezzo grado ai
tulipani del signor Boxtel.
La legge era dalla parte del signor van Baerle. "Bene sit".
D'altra parte Boxtel aveva scoperto che il troppo sole nuoce al
tulipano, il quale preferisce il tiepido sole del mattino e della sera
al bruciante sole del pomeriggio.
Egli fu dunque quasi grato a Cornelius van Baerle che gli aveva
fabbricato un riparo.
Ma forse questo non era proprio vero del tutto e ci che Boxtel diceva
del suo vicino van Baerle non esprimeva per intero il suo pensiero.
Com' vero che le anime nobili trovano nella filosofia delle risorse
sconcertanti nel bel mezzo delle pi grosse disgrazie!
Ma, ahim! Che cosa prov lo sfortunato Boxtel quando vide le finestre
della nuova costruzione ornarsi di bulbi, di tulipani interrati, di
tulipani in vaso, insomma, tutto ci che concerne la professione di
coltivatore maniaco?
Vi erano fasci di etichette, casellari, cassette suddivise in
scompartimenti, chiusi da griglie di ferro, per permettere all'aria di
circolare senza che vi potessero entrare topi, ghiri ed insetti, i
quali dimostrano una strana preferenza per i bulbi pi costosi.
Boxtel dunque fu assai stupito quando vide tutto quel materiale, ma
non comprese a tutta prima la gravit della propria disgrazia. Era
noto che van Baerle amava tutte le cose belle. Egli studiava la natura
per riprodurla nei suoi quadri accurati come quelli di Grard Dow
(15), suo maestro, e di Mieris, suo amico. Poteva darsi che, volendo
dipingere l'interno del laboratorio di un coltivatore di tulipani,
avesse disposto nel suo studio gli oggetti necessari.
Quantunque cullato da questa ingannevole speranza, Boxtel non riusc a
resistere all'ardente curiosit che lo divorava. Al cader della notte,
appoggi una scala al muro divisorio e, guardando nel giardino del suo
vicino van Baerle, si accorse che un grande quadrato di terreno,
occupato finora da piante diverse, era stato zappato, diviso in aiuole
coperte di terriccio e di mota tratta dal fiume (particolarmente
gradita ai tulipani) e rinforzato ai bordi con zolle erbose per
impedire i franamenti. Controll poi la posizione del terreno rispetto
al sole, not la vicinanza dell'acqua e tutte le altre condizioni
ideali per il buon esito della coltivazione. Non vi era pi alcun
dubbio. Van Baerle si era dedicato ai tulipani!
Boxtel immagin il futuro successo di quest'uomo ricco e sapiente e il
solo pensiero di quel successo gli caus un cos forte dolore che le
sue mani lasciarono la presa, le sue ginocchia si piegarono ed egli
rotol gi dalla scala, disperato.
Non per dei tulipani dipinti, ma per dei veri tulipani van Baerle
gli prendeva mezzo grado di calore! Dunque van Baerle avrebbe avuto la
migliore esposizione al sole, e in pi una grande stanza per
conservarvi i suoi bulbi; una stanza luminosa, aerata, ventilata,
mentre Boxtel era stato costretto ad adibire a tale uso la sua camera
da letto, riducendosi a dormire in solaio per non danneggiare i suoi
bulbi con le emanazioni animali.
E cos porta a porta, muro a muro, Boxtel avrebbe avuto un rivale, un
emulo, un vincitore forse, e questo rivale, invece d'essere un
qualunque oscuro giardiniere, era il figlioccio del signor Cornelio de
Witt, e cio un uomo celebre!
Boxtel, come si vede, aveva un animo meno ben fatto di Poro (16) il
quale si consolava di essere stato sconfitto da Alessandro, appunto a
causa della fama del suo vincitore.
In effetti, che cosa sarebbe accaduto se mai van Baerle avesse
scoperto un nuovo tulipano e lo avesse denominato "Giovanni de Witt",
dopo averne denominato uno "Cornelio"? C'era da schiattare di rabbia
al solo pensarlo.
E cos per la sua invidiosa preveggenza, profeta di sventura per se
stesso, Boxtel gi si figurava ci che sarebbe accaduto.
E perci Boxtel, dopo aver fatto questa scoperta, pass la notte pi
esecrabile che sia possibile immaginare.
CAPITOLO SESTO.
L'ODIO DI UN COLTIVATORE DI TULIPANI.
Da quel momento in poi, invece che una semplice preoccupazione, Boxtel
ebbe un solo timore. Il vigore e la nobilt che vengono conferiti agli
sforzi del corpo o dell'animo dallo stimolo di un'idea favorita,
Boxtel li perse ruminando tutto il danno che l'idea del vicino gli
avrebbe causato.
Com' facile supporre, dal momento in cui applic a questo problema la
grande intelligenza di cui la natura lo aveva dotato, van Baerle
riusc a far crescere i tulipani pi belli. Meglio di chiunque altro
ad Haarlem o a Leyda, citt che offrono terreni migliori e climi pi
sani. Cornelius riusc a variare i colori, a modellare le forme, a
moltiplicare le specie.
Apparteneva a quella scuola ingegnosa e semplice che aveva preso fin
dal secolo settimo come motto l'aforisma sviluppato da uno dei suoi
adepti nel 1653:
Chi disprezza i fiori, offende Dio stesso .
Premessa ripresa dalla scuola dei coltivatori di tulipani, la pi
esclusiva delle scuole, che nel 1653 elabor il seguente sillogismo:
Chi disprezza i fiori, offende Dio stesso. - Quanto pi il fiore
bello, tanto pi chi lo disprezza offende Dio. - Il tulipano il pi
bello di tutti i fiori. - Perci chi disprezza il tulipano offende in
maniera gravissima Dio stesso.
Un ragionamento sulla base del quale, come si vede, con un po' di
cattiveria, i quattro o cinquemila coltivatori di tulipani in Olanda,
Francia e Portogallo - non parliamo di quelli di Ceylon, dell'India e
della Cina - avrebbero messo l'universo intero fuori legge e
dichiarato scismatici, eretici e degni di morte centinaia di milioni
di uomini un po' tiepidi nei confronti dei tulipani.
Non si pu mettere in dubbio che, bench nemico mortale di van Baerle,
anche Boxtel per una tale causa sarebbe corso a combattere sotto la
medesima bandiera.
Van Baerle ottenne dunque numerosi successi e fece parlare di s al
punto che Boxtel scomparve per sempre dalla lista dei notabili
coltivatori di tulipani d'Olanda, e la tulipaneria di Dordrecht
venne rappresentata da Cornelius van Baerle, il modesto e inoffensivo
studioso. In questo modo, dal ramo pi umile l'innesto fa sbocciare le
gemme pi fiere e l'arbusto della rosa canina con i suoi quattro
petali incolori d il via alla rosa gigantesca e profumata. In questo
modo casate reali hanno tratto origine talvolta nella capanna di un
taglialegna o nel tugurio di un pescatore.
Van Baerle, assorto interamente nei suoi lavori di semina,
piantagione, raccolto; van Baerle, adulato dai coltivatori di
tutt'Europa, non sospettava nemmeno che accanto a lui vi era uno
sventurato detronizzato, di cui lui era l'usurpatore. Continu i suoi
esperimenti, e di conseguenza le sue vittorie, e in due anni rivest
le sue aiuole di soggetti tanto meravigliosi che mai nessuno,
eccettuati forse Shakespeare e Rubens, aveva creato meraviglie cos
grandi dopo Dio stesso.
Per avere l'immagine di un dannato dimenticato da Dante (17), sarebbe
bastato osservare Boxtel. Mentre van Baerle sarchiava, concimava,
innaffiava le sue aiuole, o inginocchiato sull'erba analizzava ogni
venatura dei tulipani fioriti, meditando le modificazioni che avrebbe
potuto apportare, i connubi di colori che avrebbe potuto tentare,
Boxtel, nascosto dietro un sicomoro che aveva piantato contro il muro,
e che gli serviva da nascondiglio, seguiva con gli occhi sbarrati e
con la bava alla bocca ogni passo, ogni gesto del suo vicino, e quando
coglieva un sorriso sulle sue labbra, un lampo di felicit nei suoi
occhi, gli mandava tante terribili maledizioni da far stupore che quei
soffi avvelenati d'invidia e di collera non si infiltrassero nello
stelo dei fiori, per portarvi il malefizio e la morte.
Il male, quando entrato in un'anima umana, vi compie impressionanti
progressi. Ben presto Boxtel non si accontent pi di osservare van
Baerle. Volle vedere anche i suoi fiori. In fondo era un artista, e
gli stava a cuore contemplare il capolavoro di un rivale.
Acquist un cannocchiale e pot cos seguire ogni evoluzione del
fiore, dal momento in cui, nel primo anno di vita, spinge fuori dalla
terra il suo pallido germoglio fino a quando, alla fine di un periodo
di cinque anni, arrotola il suo nobile e grazioso cilindro sul quale
appare l'indefinita sfumatura del colore e si sviluppano i petali che
rivelano alfine i segreti tesori del calice.
Oh! quante volte l'infelice invidioso, issato sulla sua scala, scorse
nelle aiuole di van Baerle dei tulipani che lo accecavano con la loro
bellezza e gli toglievano il respiro con la loro perfezione!
Allora, dopo il moto di ammirazione che non gli riusciva di vincere,
veniva colto dalla febbre dell'invidia, questo male che rode il cuore
umano e lo trasforma in una miriade di serpentelli che si divorano
l'un l'altro, e sono causa di terribili dolori.
Quante volte, in preda a torture che non possiamo descrivere, Boxtel
venne colto dalla tentazione di saltare nottetempo nel giardino e
distruggere le piante, frantumandone i bulbi coi denti! Ma per un
orticoltore uccidere un tulipano un orribile delitto.
Sarebbe meno grave uccidere un uomo.
Eppure, i progressi che faceva van Baerle in un'arte che sembrava
conoscere per istinto, spinsero Boxtel a un parossismo di furore tale
da fargli meditare di lanciare pietre e bastoni sulle aiuole del
vicino.
Ma riflettendo che il giorno seguente van Baerle, visto il danno,
avrebbe sporto denunzia e che l'autore del delitto sarebbe stato
probabilmente scoperto, punito dalla legge, e disonorato per sempre
agli occhi dell'Europa coltivatrice di tulipani, Boxtel un l'astuzia
all'odio e risolse di usare un mezzo che non lo compromettesse.
Cerc molto a lungo, in verit, ma infine trov.
Una sera prese due gatti, leg loro una delle zampe posteriori con una
funicella di tre metri circa, e li gett cos uniti al di l del muro,
nel bel mezzo dell'aiuola principale, dell'aiuola regale che non
conteneva solo il "Cornelio de Witt", ma anche il "Brabante", bianco
come il latte, rosso e incarnato brillante, e il "Meraviglia", di
Haarlem; il tulipano "Colombino oscuro" e il "Colombino chiaro
annebbiato".
I due animali spaventati, cadendo ai piedi del muro, presero a
scorrazzare sull'aiuola, cercando ognuno di fuggire nella propria
direzione, fino a che venne teso il filo che li teneva uniti. A questo
punto, sentendo di non poter scappare pi lontano, cominciarono a
vagare qua e l con dei pietosi miagolii, falciando con la corda tutti
i fiori nei quali s'imbattevano; finalmente, dopo un quarto d'ora di
lotta accanita, riuscirono a spezzare il filo che li teneva legati e
sparirono.
Boxtel, nascosto dietro il suo sicomoro, non poteva vedere nulla, a
causa dell'oscurit notturna; ma sulla base delle urla rabbiose dei
gatti poteva immaginarsi tutto e il suo cuore s'andava sgonfiando di
fiele e riempiendo di gioia.
Il desiderio d'assicurarsi dei guai combinati dai gatti era cos
prepotente nel cuore di Boxtel che egli rimase l ad aspettare il
giorno per constatare con i suoi stessi occhi lo stato in cui la lotta
dei due gatti aveva ridotto le aiuole del vicino.
Era intirizzito dalle nebbie del mattino, ma non provava freddo; era
la speranza della vendetta che gli teneva caldo.
Il dolore del rivale lo avrebbe compensato di tutte le sue sofferenze.
Ai primi raggi del sole, si apr la porta della casa bianca: van
Baerle comparve e s'accost subito alle sue aiuole avendo sul labbro
il sorriso d'un uomo che abbia trascorso la notte nel suo letto ed
abbia fatto dei bei sogni.
D'un tratto s'accorse dei fossi e delle montagnette che s'erano
formati su un terreno che alla vigilia era pi piatto d'uno specchio,
d'un tratto scorse le belle file simmetriche dei suoi tulipani tutte
disordinate, come potrebbero esserlo le picche di un battaglione nel
bel mezzo del quale fosse caduta una bomba.
Accorse pieno di pallore.
Boxtel trasaliva di gioia. Quindici o venti tulipani laceri,
sventrati, giacevano gli uni curvati, gli altri spezzati del tutto e
gi appassivano; dalle loro ferite colava la linfa; la linfa, questo
sangue prezioso che van Baerle avrebbe voluto riscattare a prezzo del
suo stesso sangue.
Ma, oh sorpresa, oh gioia di van Baerle! oh dolore inesprimibile di
Boxtel! Nessuno dei quattro tulipani minacciati era stato colpito.
Essi levavano fieramente il loro nobile capo al di sopra dei cadaveri
dei compagni. Questo era sufficiente per consolare van Baerle ed era
pure sufficiente per far scoppiare di rabbia l'assassino che si
strappava i capelli alla vista del crimine commesso, e commesso
inutilmente.
Van Baerle, pur deplorando la sventura che lo aveva colpito, sventura
che, del resto, per grazia di Dio, era meno grande di quanto avrebbe
potuto essere, non riusc ad individuarne la causa. Avendo assunto
informazioni, pot sapere che la notte intera era stata disturbata da
terribili miagolii. D'altronde egli riconobbe il passaggio dei gatti
dalla traccia lasciata dalle loro unghiate, dai peli lasciati sul
campo di battaglia e sui quali le gocce indifferenti della rugiada
tremavano allo stesso modo che sulle foglie adiacenti di un fiore
spezzato; per evitare che una sventura del genere si ripetesse, van
Baerle ordin che ogni notte un apprendista giardiniere si coricasse
nel giardino, in una capanna prossima alle aiuole.
Boxtel riusc a sentir dare quest'ordine. Egli vide innalzare la
capanna quello stesso giorno; troppo felice per non essere stato
sospettato, e unicamente pi animato che mai contro il fortunato
agricoltore, rimase in attesa di occasioni pi propizie.
Fu proprio allora che la societ dei coltivatori di tulipani di
Haarlem offr un premio per la scoperta, non osiamo dire per la
fabbricazione del grande tulipano nero senza macchie: un problema che
era ritenuto insolubile, poich a quei tempi non esisteva ancora
nemmeno un tulipano color bistro.
Tutti dicevano perci che i fondatori del premio avrebbero ben potuto
promettere due milioni di fiorini invece di centomila, perch la cosa
era impossibile.
Il mondo dei tulipani ne fu scosso tuttavia fin dalle basi.
Alcuni dilettanti presero l'idea, ma senza riuscire a credere alla sua
attuazione: ma la forza immaginativa degli orticultori tale che, pur
considerando la proposta come inattuabile fin dal principio, essi non
pensarono pi in seguito che a questo grande tulipano nero reputato
chimerico come il cigno nero di Orazio e come il merlo bianco della
tradizione francese.
Van Baerle fece parte di coloro che si appropriarono dell'idea; Boxtel
fece parte invece di coloro che la ritennero un'idea impossibile. Non
appena l'idea ebbe preso possesso del suo cervello perspicace e
ingegnoso, van Baerle inizi le semine e le operazioni necessarie per
far passare dal rosso al bruno, e dal bruno al bruno scuro i tulipani
coltivati fino allora.
Gi l'anno successivo, ottenne dei prodotti d'un bistro perfetto, e
Boxtel li scopr nella sua aiuola, mentre lui aveva ottenuto solo dei
tulipani bruno chiaro.
Forse sarebbe importante spiegare ai lettori le belle teorie secondo
le quali il tulipano deriva dagli elementi i suoi colori; forse ci si
sarebbe grati di dichiarare che niente impossibile all'orticoltore
che fa contribuire secondo il suo genio e la pazienza, il fuoco del
sole, la candidezza dell'acqua, i succhi della terra e i soffi
dell'aria. Ma noi non abbiamo deciso di scrivere un trattato sul
tulipano in generale, quanto piuttosto la storia di un tulipano
particolare, ed a questo ci atterremo, per quanto siano attraenti le
lusinghe dell'argomento che si sovrappone al nostro.
Boxtel, vinto ancora una volta dalla superiorit del suo nemico, prese
disgusto della coltivazione e, mezzo impazzito, si dedic interamente
alla osservazione.
La casa del suo rivale era in piena luce. Giardino aperto al sole, uno
studio con ampie vetrate, schedari, armadi, cassette, etichette sui
quali il telescopio poteva frugare. Boxtel lasci marcire i suoi
bulbi, lasci seccare i cocchi negli scomparti, lasci morire i suoi
tulipani sulle aiuole; ormai viveva solo con gli occhi, e s'occupava
unicamente di ci che accadeva nella casa di van Baerle, respirava
attraverso il gambo dei suoi tulipani, si disset con l'acqua irrorata
su di loro, e si sfam con la terra molle e fine che il vicino
cospargeva sui suoi preziosi bulbi. Ma il lavoro pi interessante non
si svolgeva nel giardino.
Quando suonava l'una di notte, van Baerle saliva nel suo laboratorio,
lo studio chiuso da vetrate nel quale il telescopio di Boxtel
penetrava con tanta facilit, e l, dopo che le luci dello studioso
facevano seguito ai raggi del giorno illuminando muri e finestre,
Boxtel poteva vedere all'opera il genio inventivo del rivale.
Scorgeva van Baerle scegliere i semi, innaffiarli con sostanze
destinate a modificarli e a colorarli, scaldarne alcuni, inumidirli, e
unirli poi ad altri con innesti abilissimi. Il giovane rinchiudeva poi
in un luogo oscuro i semi che avrebbero dovuto produrre il colore
nero, ed esponeva alla luce del sole o delle lampade quelli che
avrebbero dovuto dare fiori rossi. In un perenne riflesso di acque
erano fatti specchiare i semi destinati a produrre il colore bianco,
candida ed ermetica rappresentazione dell'umido elemento. Questa magia
innocente, frutto della fantasticheria infantile e del genio virile
insieme, questo lavoro impaziente ed incessante di cui Boxtel si
riconosceva incapace, convogliavano verso il telescopio dell'invidioso
tutta la sua vita, il suo pensiero, la sua speranza.
Cosa strana! Il grande interesse e l'amor proprio dell'artista non
avevano spento in Isaac l'invidia feroce, la sete di vendetta.
Talvolta, mentre teneva van Baerle sotto la mira del suo telescopio,
s'illudeva di averlo nel mirino di un fucile di precisione, e cercava
col dito il grilletto per lasciarne partire il colpo mortale. Ma
tempo che colleghiamo a questa epoca dei lavori dell'uno e dello
spionaggio dell'altro la visita che Cornelio de Witt, Ruart de Pulten,
veniva a fare nella sua citt natale.
CAPITOLO SETTIMO.
L'UOMO FELICE INCONTRA LA SVENTURA.
Cornelio, dopo di aver sbrigato gli affari di famiglia, si rec dal
suo figlioccio, Cornelius van Baerle. Era il mese di gennaio del 1672.
Cadeva la notte.
Cornelio, per quanto pochissimo esperto di orticoltura e poco incline
alle gioie dell'arte, visit tutta la casa, dal laboratorio alle
serre, dai quadri ai tulipani. Ringrazi il figlioccio di averlo
raffigurato sul ponte della nave ammiraglia delle Sette Province nel
quadro riproducente la battaglia di Southwood Bay e gli espresse la
sua gratitudine per aver dato il suo nome a un meraviglioso tulipano,
dimostrando la compiacenza e l'affetto che un padre pu sentire per il
proprio figlio. La folla intanto si era radunata, incuriosita e
rispettosa, davanti alla porta dell'uomo felice.
Il rumore richiam l'attenzione di Boxtel, il quale stava facendo
merenda accanto al fuoco.
Domand informazioni, le ebbe e corse al suo osservatorio: e l
rimase, incurante del freddo, con l'occhio appiccicato al
cannocchiale.
Questo telescopio non gli era pi di una grande utilit dopo l'autunno
del 1671. I tulipani, freddolosi come le figlie autentiche
dell'oriente, non vengono coltivati nella terra d'inverno. Hanno
bisogno dell'interno della casa, del dolce letto dei cassetti e delle
tenere carezze della stufa. Cos per tutto l'inverno Cornelius se ne
rimase nel suo laboratorio, frammezzo ai libri e ai quadri. Raramente
si recava nella stanza dei bulbi, e solo per farvi penetrare qualche
raggio di sole che egli riusciva a scorgere in cielo e che egli
costringeva, suo malgrado, a penetrare nella stanza attraverso una
botola chiusa da un vetro.
Quando Cornelio e Cornelius ebbero visitato tutti gli appartamenti, il
Ruart sussurr a van Baerle:
- Figlio mio, allontanate i vostri domestici, e fate in modo che
restiamo soli per qualche minuto.
Cornelius s'inchin in atto d'obbedienza.
Poi disse ad alta voce:
- Signore, vorreste visitare anche l'essiccatoio?
L'essiccatoio? Quel tabernacolo, quel "sancta sanctorum" era chiuso
per i profani, come un tempo il santuario di Delfo.
Nessun servo si era mai azzardato a porvi il suo piede audace, come
avrebbe detto il grande Racine (18) che fioriva a quell'epoca.
Cornelius non vi lasciava entrare che la scopa inoffensiva di una
vecchia domestica frisona, che lo aveva allevato e che, dal giorno in
cui Cornelius si era dedicato alla coltivazione dei tulipani, non
osava mettere cipolla nei suoi intingoli temendo di sbucciare e di
cuocere per fatale errore gli oggetti della passione del suo giovane
signore.
Udendo pronunciare la parola sacra essiccatoio, i servi che
portavano le torce si scostarono rispettosamente. Cornelius prese un
candelabro dal primo in cui s'imbatt e precedette il padrino.
Dobbiamo aggiungere che l'essiccatoio era posto proprio in quella
stanza a vetri sulla quale Boxtel puntava incessantemente il suo
cannocchiale.
Dal suo posto di osservazione l'invidioso vide le vetrate e i muri
illuminarsi.
Poi apparvero due ombre.
Una di esse, alta, maestosa, severa, si sedette accanto al tavolo su
cui Cornelius aveva posato il candelabro.
In quell'ombra Boxtel riconobbe il pallido viso di Cornelio de Witt,
coi lunghi capelli neri che gli ricadevano sulle spalle.
Il Ruart de Pulten, dopo avere detto qualche parola che l'invidioso
non pot capire, pur osservando il movimento delle labbra, trasse dal
petto un involto sigillato e lo porse a Cornelius, il quale lo prese e
lo rinchiuse in un armadio con una cura tale da far supporre a Boxtel
che si trattasse di documenti di grandissima importanza.
L'invidioso aveva a tutta prima dubitato che il pacchetto contenesse
qualche bulbo arrivato dal Bengala o da Ceylon, ma aveva poi pensato
che Cornelio non coltivava tulipani e si occupava invece di uomini,
piante assai meno piacevoli da vedersi, soprattutto difficili da far
fiorire.
Si convinse dunque che il pacchetto conteneva semplicemente dei
documenti e che quei documenti contenevano della politica.
Ma come mai questi documenti politici venivano affidati a Cornelius,
il quale non soltanto era, ma si vantava di essere estraneo a questa
scienza, assai pi oscura, a parer suo, della chimica e persino
dell'alchimia?
Si trattava evidentemente di un segreto che Cornelio, minacciato
dall'impopolarit di cui l'onoravano i suoi compatrioti, affidava al
suo figlioccio van Baerle, dimostrando una grande astuzia, poich a
nessuno sarebbe venuto in mente di andare a cercare i documenti in
casa di Cornelius, alieno da ogni intrigo.
Inoltre, se il pacchetto avesse contenuto veramente dei bulbi,
Cornelius non avrebbe resistito alla tentazione di aprirlo per
apprezzare degnamente il dono che gli era stato fatto. Invece, aveva
preso il pacchetto dalle mani del Ruart e lo aveva rispettosamente
messo in un cassetto, spingendolo verso il fondo perch non fosse
visibile e perch non rubasse troppo posto ai bulbi.
Subito dopo Cornelio de Witt si alz, strinse le mani del suo
figlioccio e si diresse verso la porta.
Cornelius afferr il candelabro e si affrett per precederlo e per
fargli lume.
La luce svan gradatamente dalla stanza vetrata e appar
successivamente sulle scale, nel vestibolo e infine nella strada
affollata di gente che voleva vedere il Ruart risalire in carrozza.
L'invidioso non si era sbagliato. Il pacchetto che il Ruart aveva
affidato al figlioccio conteneva il carteggio di Giovanni col signor
di Louvois.
Come aveva detto Cornelio a suo fratello, per, van Baerle non
immaginava l'importanza politica dei documenti.
Cornelio gli aveva soltanto raccomandato di non restituire il
pacchetto che a lui stesso, oppure a una persona che si fosse
presentata con un suo scritto.
Cornelius, come abbiamo visto, aveva rinchiuso il pacchetto
nell'armadio dei bulbi rari.
Dopo la partenza del Ruart il nostro amico non aveva pi pensato al
pacchetto, mentre Boxtel ci pensava continuamente, come un abile
pilota che vede all'orizzonte una lontana nuvoletta la quale
ingrosser avvicinandosi e potr scatenare l'uragano.
Ed ora abbiamo fissato tutti i punti di riferimento della nostra
storia nella grassa terra d'Olanda che si stende fra Dordrecht e
l'Aia. Ci segua chi vuole, attraverso i capitoli che verranno; noi
abbiamo dimostrato la verit della nostra affermazione, e cio che
Giovanni e Cornelio de Witt non avevano in Olanda nemici il cui odio
feroce potesse venir paragonato a quello che Isaac Boxtel nutriva
verso il suo vicino.
Intanto il coltivatore di tulipani, ignaro di tutto, proseguiva il
cammino verso la meta. Dopo aver creato il tulipano color bistro,
aveva ottenuto il tulipano color caff bruciato e nel pomeriggio del
giorno in cui si svolgevano all'Aia gli avvenimenti che abbiamo
narrati, tornando a lui, lo troviamo intento a svellere dalle aiuole i
bulbi, ancora infruttuosi, di una qualit di tulipani caff bruciato
la cui fioritura, prevista per la primavera del 1673, avrebbe dovuto
infallibilmente produrre il grande tulipano nero richiesto dalla
societ di Haarlem.
Il 20 agosto 1672, all'una del pomeriggio, Cornelius si ritir nel suo
essiccatoio e l, coi piedi sulla sbarra del tavolo, coi gomiti
appoggiati al tappeto, contemplava con delizia i tre piccoli bulbi che
aveva staccati dal bulbo principale: puri, perfetti, intatti,
inapprezzabili principi di uno dei pi meravigliosi prodotti della
scienza e della natura, uniti in quella combinazione che avrebbe
eternamente glorificato il nome di Cornelius van Baerle.
Otterr il grande tulipano nero, diceva Cornelius tra s, separando
i bulbi. Avr i centomila fiorini del premio. Li distribuir ai
poveri di Dordrecht; in tal modo l'odio che ogni ricco ispira durante
le guerre civili svanir ed io potr, senza temere n repubblicani n
orangisti, continuare a coltivare in modo meraviglioso le mie aiuole.
E non dovr pi temere che, in un giorno di sommossa, i negozianti e i
marinai di Dordrecht vengano a svellere i miei bulbi per nutrire le
loro famiglie, come minacciano di fare, a bassa voce, quando vengono a
sapere che ho pagato un bulbo due o trecento fiorini. Ho deciso: dar
ai poveri i centomila fiorini del premio. Quantunque... .
A questo punto Cornelius tacque e sospir:
Quantunque - continu poi - sarebbe stato delizioso spendere i
centomila fiorini per ingrandire il mio giardino o per fare un viaggio
in Oriente, patria dei fiori pi belli....
Ma, ahim, non bisogna perdersi in questi pensieri. Ormai moschetti,
bandiere, tamburi e proclami dominano la situazione!
Van Baerle alz gli occhi al cielo ed emise un sospiro.
Poi, volgendo nuovamente lo sguardo ai suoi bulbi, che per lui erano
assai pi importanti di quei tamburi, di quei moschetti, di quelle
bandiere e di quei proclami, cose create solamente per turbare l'animo
degli uomini, aggiunse:
Ecco dei bulbi veramente belli. Come sono lisci, come sono eleganti.
Il loro aspetto melanconico una promessa di produrre il nero ebano
del mio tulipano! Le vene della circolazione non sono visibili a
occhio nudo. Oh, certo! Non una macchia sciuper la veste da lutto del
fiore che dovr a me la sua venuta al mondo. Come chiamer questo
figlio delle mie notti insonni, del mio lavoro, del mio pensiero?
"Tulipa nigra Baerlensis". S, "Baerlensis". E' un bel nome. Tutta
l'Europa coltivatrice di tulipani, e cio tutta l'Europa intelligente,
sussulter quando la voce correr sul vento verso i quattro punti
cardinali del globo.
Il grande tulipano nero stato trovato! Qual il suo nome?
domanderanno gli intenditori. "Tulipa nigra Baerlensis". Perch
Baerlensis? - Dal nome del suo inventore van Baerle verr loro
risposto. - Ma chi questo van Baerle? - E' il coltivatore che ha gi
creato cinque nuovi tulipani: il "Giovanna", il "Giovanni de Witt", il
"Cornelio", eccetera. Ebbene questa la mia ambizione. Non sar
appagata con le lacrime altrui. E si parler ancora del "Tulipa nigra
Baerlensis" quando il mio padrino, quel politico sublime, non sar pi
ricordato che per merito del tulipano a cui ho dato il suo nome. Che
graziosi bulbi!... Quando il mio tulipano sar fiorito, - continu
Cornelius - se la pace sar tornata in Olanda, dar ai poveri soltanto
cinquantamila fiorini; dopo tutto, gi molto, per un uomo che non ha
alcun dovere. Con gli altri cinquantamila fiorini far degli
esperimenti. Voglio riuscire a profumare il tulipano. Oh, se potessi
dare al tulipano il profumo della rosa, o del garofano, o, meglio
ancora, un profumo nuovo; se potessi restituire a questo re dei fiori
il suo profumo naturale che ha perduto passando dal suo trono
orientale al trono europeo, il profumo che doveva possedere nella
penisola dell'India, a Goa, a Bombay, a Madras, e soprattutto in
quell'isola che, a quanto mi si dice, era una volta il paradiso
terrestre, quell'isola che si chiama Ceylon, ah! quale gloria! in tal
caso preferirei essere Cornelius van Baerle piuttosto che Alessandro,
Cesare o Massimiliano... (19). Che meravigliosi bulbi!.
E Cornelius si deliziava nella contemplazione, Cornelius si perdeva
nei pi dolci sogni.
Improvvisamente il campanello del suo studio venne scosso con vigore
inconsueto.
Cornelius trasal e copr con la mano i suoi bulbi.
- Chi - domand.
- Signore, - rispose il domestico - arrivato un messaggero dall'Aia.
- Un messaggero dall'Aia... Che cosa vuole?
- Signore... E' Craeke.
- Craeke, il domestico di fiducia del signor Giovanni de Witt? Bene,
fatelo aspettare.
- Non posso aspettare - disse una voce nel corridoio.
E nello stesso tempo, disobbedendo alla consegna, Craeke balz
nell'essiccatoio.
Questa apparizione improvvisa, costituiva una cos grave infrazione
alle abitudini della casa che Cornelius van Baerle, vedendo Craeke
precipitarsi verso di lui, fece con la mano un movimento convulso che
mand due preziosi bulbi a rotolare per terra, uno sotto un tavolino
vicino e l'altro nel camino.
- Diavolo! - esclam Cornelius gettandosi all'inseguimento dei suoi
bulbi. - Che cosa c', Craeke?
- C' questo, signore - rispose il servo posando la carta sul tavolo,
su cui era rimasto il terzo bulbo; - siete pregato di leggere questo
pezzo di carta senza indugiare un istante. - E Craeke, il quale aveva
creduto di notare nelle vie di Dordrecht i segni di un tumulto simile
a quello avvenuto all'Aia, fugg senza voltarsi indietro.
- Va bene, va bene, mio caro Craeke - disse Cornelius annaspando con
un braccio sotto al tavolo per afferrare il prezioso bulbo.- Legger
il tuo pezzo di carta.
Poi, raccolto il bulbo, lo tenne nel palmo della mano per esaminarlo.
- Meno male - disse - questo intatto. Benedetto Craeke, entrare in
quel modo nel mio essiccatoio! Cerchiamo l'altro bulbo.
E van Baerle, tenendo il primo bulbo in mano, si volt verso il camino
e, in ginocchio, si mise a frugare le ceneri che fortunatamente erano
fredde.
Trov quasi subito il secondo bulbo.
- Eccolo - disse, e guardandolo con affetto quasi paterno aggiunse: -
Intatto come il primo.
In quel momento, mentre Cornelius era ancora ginocchioni, la porta
venne scossa e s'apr cos violentemente che Cornelius sent salire al
volto la fiamma di quella cattiva consigliera che la collera.
- Ma che cosa capita! - grid. - Siete diventati matti?
- Signore, signore! - grid un servo precipitandosi nell'essiccatoio,
pi pallido e pi spaventato di Craeke.
- Ebbene? - domand Cornelius, presago di una sventura per questa
duplice infrazione di ogni regola.
- Ah, signore, fuggite, fuggite subito!
- Fuggire? E perch?
- Signore, la casa piena di guardie degli Stati. Che cosa vogliono?
- Vi cercano.
- Per fare che?
- Per arrestarvi!
- Per arrestarmi?
- S, signore, e sono accompagnate da un magistrato!
- Ma che significa tutto ci? - domand van Baerle stringendo nelle
mani i bulbi e lanciando uno sguardo smarrito nel vano delle scale.
- Salgono! Salgono! - grid il servo.
- Oh, mio caro ragazzo, mio amato padrone - grid la nutrice entrando
anche lei nell'essiccatoio; - prendete oro e gioielli e fuggite,
fuggite!
- S, ma da dove posso fuggire, mia cara nutrice? - domand van
Baerle.
- Saltate dalla finestra.
- Sono venticinque piedi!
- Cadrete su sei piedi di terra smossa.
- Andrei a cadere sui tulipani.
- Che importa? Saltate.
Cornelius prese il terzo bulbo ch'era rimasto sul tavolo, si avvicin
alla finestra e l'apr. Ma il pensiero del guasto che avrebbe causato
alle aiuole, pi che il timore del salto, lo fece indietreggiare. -
No, mai - disse.
In quel momento, le punte delle alabarde dei soldati apparivano fra le
sbarre della ringhiera.
La nutrice lev le braccia al cielo.
Quanto a Cornelius van Baerle, dobbiamo dirlo a lode dell'uomo e del
coltivatore, in quel momento non pens che ai suoi inestimabili bulbi.
Cercando con gli occhi un pezzo di carta in cui avvolgerli, scorse il
foglio della Bibbia lasciato da Craeke, lo prese senza ricordarsi per
l'agitazione di dove venisse, vi avvilupp i tre bulbi, se li nascose
in seno e attese. I soldati entravano in quell'istante, preceduti dal
magistrato.
- Siete voi il dottor Cornelius van Baerle? - domand il magistrato,
il quale, pur conoscendo benissimo il giovane, si conformava agli usi
della giustizia, conferendo una grande gravit alla domanda.
Sono io, - rispose Cornelius salutando cortesemente - e voi lo sapete
benissimo, mastro van Spennen.
- Allora consegnateci i documenti sediziosi che tenete nascosti.
- I documenti sediziosi? - domand Cornelius sbalordito.
- Oh, non fate l'ingenuo!
- Vi giuro, mastro van Spennen, che ignoro assolutamente ci che
volete dire.
- Bene, vi aiuter a ricordare, dottore - rispose il giudice. Dateci
le carte che il traditore Cornelio de Witt ha depositato qui il
gennaio scorso.
Un lampo illumin la mente di Cornelius.
- Oh, oh, vedo che incominciate a ricordare, no? - disse van Spennen.
- Senza dubbio. Ma voi parlavate di documenti sediziosi e io non ne
posseggo.
- Dunque negate?
- Certo.
Il magistrato si volse per dare un'occhiata al laboratorio.
Qual la stanza che chiamate essiccatoio?
Questa in cui ci troviamo, mastro van Spennen.
Il magistrato gett uno sguardo su un biglietto che aveva tra le sue
carte.
- Bene - disse con l'aria di un uomo sicuro di s. Poi, rivolgendosi a
Cornelius: - volete consegnarmele quelle carte? domand.
- Ma non posso, mastro van Spennen. Quelle carte non mi appartengono.
Me le hanno affidate in deposito e questo deposito sacro.
- Dottor Cornelius, - disse il giudice - in nome degli Stati vi ordino
di aprire quel cassetto e di consegnarmi le carte che vi sono
rinchiuse.
E cos dicendo indicava col dito il terzo cassetto di un mobile posto
accanto al camino.
Proprio in quel cassetto stavano i documenti consegnati dal Ruart de
Pulten al suo figlioccio e ci provava che la polizia era stata
esattamente informata.
- Dunque non volete? - esclam van Spennen, vedendo che Cornelius
rimaneva immobile e stupefatto. - L'aprir io! - E tirando il cassetto
fino in fondo, mise allo scoperto una ventina di bulbi, ordinati e
classificati con cura, poi il pacchetto di documenti, rimasto intatto
come il giorno in cui era stato consegnato dallo sventurato Cornelio
de Witt al proprio figlioccio.
Il magistrato ruppe i sigilli, lacer la busta, gett un avido sguardo
sui primi fogli e grid con voce terribile: - Ah! la giustizia non
stata ingannata!
- Come? - disse Cornelius. - Di che si tratta?
- Via, non continuate a fare l'innocente, signor van Baerle, rispose
il magistrato - e seguitemi.
- Come? Devo seguirvi? - esclam il dottore.
- S, poich vi arresto in nome degli Stati. - Gli arresti non
venivano ancora compiuti in nome di Guglielmo d'Orange, che da troppo
breve tempo era stato nominato statolder.
- Mi arrestate? Ma che cosa ho fatto? - esclam Cornelius.
- Questo non mi riguarda, dottore; discuterete davanti ai giudici.
- Dove?
- All'Aia.
Cornelius, esterrefatto, abbracci la nutrice che stava perdendo
conoscenza, strinse la mano ai domestici che si scioglievano in
lacrime e segu il magistrato, il quale lo chiuse in una carrozza,
come un prigioniero di stato, e lo fece portare al gran galoppo fino
all'Aia.
CAPITOLO OTTAVO.
UN'INVASIONE.
Ci ch'era avvenuto, come si sar potuto indovinare, era opera di
mynheer Isaac Boxtel.
Ci si ricorder che con l'aiuto del suo cannocchiale non aveva perso
un solo gesto del colloquio fra Cornelio de Witt e il suo figlioccio.
Boxtel non aveva sentito nulla, ma aveva visto tutto.
Aveva intuito l'importanza dei documenti affidati dal Ruart de Pulten
al suo figlioccio, vedendo quest'ultimo rinchiudere con cura il
pacchetto nel cassetto in cui serbava i bulbi pi preziosi.
Ne risult che, quando Boxtel, il quale seguiva gli avvenimenti
politici con assai maggiore attenzione del suo vicino, seppe che
Cornelio de Witt era stato arrestato per alto tradimento, pens che
gli sarebbe stato facile fare imprigionare il figlioccio
contemporaneamente al padrino.
Il cuore di Boxtel dapprima sussult all'idea di denunciare un uomo
che in seguito a quella denunzia avrebbe potuto salire il patibolo. Ma
l'aspetto terribile delle idee malvage che a poco a poco le cattive
coscienze vi si familiarizzano.
D'altronde "mynheer" Isaac Boxtel si faceva coraggio con questo
sofisma:
Cornelio de Witt un cattivo cittadino, poich stato accusato di
alto tradimento, e imprigionato.
Io sono invece un buon cittadino, poich non sono accusato di niente e
rimango tuttora libero come l'aria.
Ora, se Cornelio de Witt un cattivo cittadino, e la cosa certa
perch stato imprigionato per alto tradimento, il suo complice
Cornelius van Baerle anche lui un cattivo cittadino.
Quindi, essendo io un buon cittadino, e dovendo i buoni cittadini
denunciare i cattivi cittadini, io, Isaac Boxtel, ho il dovere di
denunciare Cornelius van Baerle.
L'invidioso non avrebbe forse ceduto al desiderio di vendetta che gli
avvelenava il cuore se al demone dell'invidia non si fosse unito
quello della cupidigia.
Boxtel sapeva a quale punto erano giunte le ricerche di van Baerle.
Bench modesto, Cornelius non aveva potuto nascondere agli intimi la
sua quasi certezza di guadagnare il premio di centomila fiorini
offerto dalla Societ di Orticoltura di Haarlem.
Questa quasi certezza di Cornelius van Baerle era causa della febbre
che divorava Isaac Boxtel.
L'arresto di Cornelius avrebbe cagionato confusione e sgomento in casa
sua. Nella notte seguente all'arresto nessuno avrebbe pensato a
vegliare sui tulipani.
E, in quella notte, Boxtel avrebbe scavalcato il muro, e, sapendo dove
si trovava il bulbo che avrebbe dovuto produrre il tulipano nero, lo
avrebbe rubato; in tal modo il tulipano nero, invece di fiorire in
casa di Cornelius, sarebbe fiorito in casa sua, e a lui sarebbero
toccati i centomila fiorini del premio, oltre all'onore supremo di
chiamare il nuovo fiore "Tulipa nigra Boxtellensis".
Questo risultato avrebbe appagato insieme il suo desiderio di vendetta
e la sua cupidigia.
Quando era sveglio, egli non pensava che al grande tulipano nero;
quando dormiva, lo sognava.
E il 19 agosto, verso le due del pomeriggio, la tentazione divent
cos forte che "mynheer" Isaac non seppe resistere.
Scrisse una denuncia anonima, la cui autenticazione era supplita dalla
molteplicit dei dettagli, e la imbuc.
Mai documento velenoso scivolato nelle gole bronzee di Venezia
produsse un pi rapido e pi terribile effetto.
La stessa sera il magistrato supremo ricevette la lettera e
immediatamente convoc i suoi colleghi. L'indomani mattina essi
avevano deciso l'arresto, dandone incarico a van Spennen il quale,
come abbiamo visto, aveva compiuto il suo dovere da bravo olandese,
arrestando Cornelius van Baerle proprio nell'ora in cui gli orangisti
dell'Aia straziavano i cadaveri di Cornelio e di Giovanni de Witt.
Fosse vergogna o fosse debolezza nell'atto di compiere il delitto,
quel giorno Isaac Boxtel non aveva avuto il coraggio di puntare il suo
telescopio n sul giardino, n sul laboratorio, n sull'essiccatoio.
Sapeva molto bene ci che sarebbe accaduto nella casa del povero
dottor Cornelius per aver bisogno di ficcanasarvi. Non si alz neppure
quando entr nella sua stanza il suo unico domestico, che invidiava i
domestici di Cornelius, non meno di quanto Boxtel invidiasse
quest'ultimo. Boxtel gli disse:
- Oggi non mi alzo. Sono ammalato.
Verso le nove, ud un grande fracasso nella strada e trasal. Era pi
pallido e pi tremante di un vero ammalato.
Il servo entr; Boxtel si nascose sotto al lenzuolo.
- Ah! signore! - grid il domestico, ignorando di dare una buona
notizia al suo padrone, riferendo la disgrazia accaduta a van Baerle.
- Ah! signore, non sapete che cosa sta accadendo in questo momento?
- E come posso saperlo? - rispose Boxtel con voce quasi
inintelligibile.
- Ebbene, signor Boxtel, in questo momento stanno arrestando il vostro
vicino Cornelius van Baerle perch reo di alto tradimento!
- Bah! Impossibile! - rispose Boxtel con voce debolissima.
- Perbacco! Almeno, questo quanto si dice. D'altronde ho visto
entrare in casa sua il giudice van Spennen con gli arcieri.
- Se lo hai visto tu, allora un'altra faccenda.
- In ogni caso, corro ad informarmi, - disse il servo - e non temete,
signore, che vi terr al corrente.
Boxtel si limit a incoraggiare con un cenno lo zelo del suo
domestico, il quale usc per ritornare un quarto d'ora dopo.
- Oh! signore, - esclam - ci che vi avevo detto la pura verit.
- Che vuoi dire?
- Il signor van Baerle stato arrestato, cacciato in una carrozza e a
quest'ora viaggia verso l'Aia.
- Verso l'Aia?
- S, e sembra che laggi non spirer buon vento per lui.
- Che cosa ti hanno detto?
- Perbacco, signore, si dice, ma la cosa non certa, che i borghesi
stiano proprio ora assassinando il signor Cornelio e il signor
Giovanni de Witt.
- Oh! - sussurr o piuttosto rantol Boxtel, chiudendo gli occhi
davanti alla visione terribile che gli si offriva allo sguardo.
Diavolo!, mormor il servo uscendo, mynheer Isaac Boxtel dev'essere
davvero malato per non saltare dal letto ad un simile annuncio.
Isaac Boxtel era davvero molto malato, malato come un uomo che ha
appena assassinato un altro uomo.
Ma egli aveva assassinato quell'uomo con due scopi: il primo era stato
raggiunto; bisognava ora pensare al secondo.
Cadde la notte. Ed era proprio la notte che Boxtel attendeva. Quando
fu buio si lev. Poi si arrampic sul suo sicomoro. Le sue previsioni
erano giuste. Nessuno stava a guardia del giardino; casa e domestici
erano evidentemente in subbuglio.
Suonarono le dieci, le undici, mezzanotte.
A mezzanotte, col cuore in gola, col viso livido e con le mani
tremanti, discese dall'albero, prese una scala, l'appoggi al muro,
sal fino al penultimo piolo e ascolt.
Era tutto tranquillo. Nessun rumore turbava il silenzio notturno.
Una sola luce brillava nella casa.
Era la lampada della nutrice.
Il silenzio e le tenebre diedero coraggio a Boxtel.
Si pose a cavalcioni sul muro, attese un istante, poi, essendo ben
certo di non avere nulla da temere, fece passare la scala nel giardino
di Cornelius e discese.
Sapendo dove erano stati interrati i bulbi del futuro tulipano nero
corse in quella direzione, seguendo i sentieri per non lasciare
impronte e, giunto sul luogo, cacci con gioia belluina le mani nel
soffice terreno.
Non trov nulla e credette di essersi sbagliato.
Il sudore cominci a imperlargli la fronte.
Frug ai lati: nulla.
Frug a destra e a sinistra: nulla.
Frug davanti e dietro: nulla.
Quando gi gli sembrava di impazzire, si accorse che la terra era
stata smossa in precedenza.
Infatti, mentre Boxtel era a letto, Cornelius era sceso in giardino e
aveva estratto il bulbo per dividerlo, come gi abbiamo visto, in tre
parti.
Boxtel non sapeva decidersi a lasciare il giardino. Aveva ormai
sconvolto dieci piedi quadrati di terreno.
Alla fine non ebbe pi dubbi sulla sua sfortuna.
Pazzo di collera, scavalc il muro, recuper la scala, la scagli nel
proprio giardino e le salt vicino.
Di colpo, fu colto da un ultimo pensiero di speranza.
Ossia che i bulbi erano nell'essiccatoio.
Non gli rimaneva che penetrare nell'essiccatoio come era entrato nel
giardino.
L'impresa non doveva essere troppo difficile. I vetri dell'essiccatoio
si alzavano come quelli di una serra.
Cornelius li aveva aperti al mattino e nessuno aveva pensato a
richiuderli.
Bisognava procurarsi una scala pi lunga, una scala di venti piedi e
non di dodici.
Boxtel aveva notato nella via una casa in riparazione. Contro la
facciata era appoggiata una scala lunghissima; sarebbe andata
benissimo, se gli operai non l'avevano portata via.
Corse alla casa. La scala c'era ancora.
Boxtel la prese e la trasport con gran fatica nel suo giardino; con
fatica ancor maggiore l'appoggi alla casa di Cornelius.
La cima della scala raggiungeva la finestra.
Boxtel si mun di una lanterna cieca accesa, sal la scala e penetr
nell'essiccatoio.
Giunto in quel tabernacolo si arrest appoggiandosi al tavolo: le
gambe gli si piegavano, il cuore gli batteva tanto da soffocarlo.
L le cose stavano ben diversamente che nel giardino: si direbbe che
il fatto di trovarsi all'aperto sottragga alla propriet individuale
ci ch'essa ha di rispettabile: cos chi salta in un cortile o d la
scalata ad un muro si arresta poi dinanzi alla porta o alla finestra
d'una camera.
Nel giardino, Boxtel era soltanto un ladruncolo; nella stanza,
diveniva un ladro.
Poi si fece coraggio. Non era certamente entrato l per uscire a mani
vuote.
Ma cerc inutilmente. Inutilmente apr e richiuse tutti i cassetti,
compreso quello in cui era stato nascosto il pacchetto che doveva
essere fatale a Cornelius; non trov che gli altri tulipani, ciascuno
con la propria etichetta, come in un giardino botanico: il "Giovanna",
il "de Witt", il tulipano "bistro", il tulipano "caff bruciato". Del
tulipano nero, o meglio, dei bulbi nei quali giaceva ancora
addormentato e nascosto nel limbo della fioritura, nessuna traccia.
Eppure, sul registro dei bulbi che van Baerle teneva in partita doppia
con cura ed esattezza maggiori dei grandi mercanti di Amsterdam,
Boxtel lesse queste parole: Oggi, 20 agosto 1672, ho estratto dalla
terra il bulbo del grande tulipano nero e l'ho diviso in tre piccoli
bulbi perfetti.
Quei bulbi! Quei bulbi!, url Boxtel buttando all'aria ogni cosa.
Dove li avr nascosti?.
A un tratto si batt la fronte con la mano, quasi avesse voluto
schiacciarsi il cervello.
Oh! miserabile, - grid - miserabile e sciagurato Boxtel! Forse che
uno si separa dai propri bulbi, lasciandoli a Dordrecht, quando si
parte per l'Aia? Si pu vivere senza i propri bulbi, sapendo che
questi bulbi produrranno il tulipano nero? Quell'infame avr avuto il
tempo di prenderli e certo li ha con s, li ha portati all'Aia!.
Questa rivelazione illumin a Boxtel l'abisso di un delitto inutile.
Lo sciagurato cadde come colpito dal fulmine sul tavolo, nel medesimo
luogo in cui, poche ore innanzi, lo sfortunato van Baerle aveva
ammirato con tanta delizia i bulbi del tulipano nero.
Per, tutto considerato, disse l'invidioso rialzando il capo, egli
pu conservarli finch resta in vita, e....
L'abominevole pensiero fin in un atroce sorriso. I bulbi sono
all'Aia, disse; non posso dunque continuare a vivere a Dordrecht.
All'Aia, per i bulbi! All'Aia!.
E Boxtel, senza curarsi delle immense ricchezze che abbandonava, tanto
era preoccupato di un'altra ricchezza inestimabile, usc dalla
finestra, si lasci scivolare gi dalla scala, rimise lo strumento del
suo furto nel luogo in cui l'aveva trovato e, come un animale da
preda, rientr ruggendo in casa sua.
CAPITOLO NONO.
LA CELLA DI FAMIGLIA.
Era circa mezzanotte quando il povero van Baerle entr nella prigione
del Buytenhof.
Ci che Rosa aveva previsto si era verificato. Trovando vuota la cella
di Cornelio. La collera del popolo era stata immensa, e pap Grifo, se
si fosse trovato a portata di mano di quei furiosi, avrebbe certamente
pagato al posto del suo prigioniero.
Ma questa collera aveva potuto soddisfarsi largamente alle spese dei
due fratelli, che erano stati raggiunti dagli assassini grazie alla
precauzione presa da Guglielmo, l'uomo delle precauzioni, di far
bloccare le porte della citt.
Era giunto perci un momento in cui la prigione s'era svuotata e in
cui il silenzio aveva fatto seguito alla spaventosa tempesta di grida
che rotolavano per le scale.
Rosa aveva approfittato di quel momento per uscire dalla botola e
farne uscire il padre.
La prigione era completamente deserta; che sarebbe giovato restare
nella prigione quando al Tol-Hek si procedeva all'esecuzione?
Grifo venne fuori tutto tremante dietro la coraggiosa Rosa. Andarono a
tentare di bloccare il portone, mezzo demolito. Si vedeva anche da
quel particolare che era passata di l una potente collera.
Verso le quattro, ecco riavvicinarsi il rumore, ma esso non aveva
nulla d'inquietante per Grifo e per sua figlia. Il rumore era causato
dai cadaveri trascinati sulla strada per riportarli al luogo consueto
delle esecuzioni. Anche stavolta Rosa si nascose, ma solo per non
assistere all'orribile spettacolo.
A mezzanotte qualcuno batt al portone del Buytenhof, o piuttosto alla
barricata che lo rimpiazzava.
Stavano portando Cornelius van Baerle.
Quando il carceriere Grifo ricevette questo nuovo ospite, apprese dai
documenti di consegna di chi si trattasse.
- Figlioccio di Cornelio de Witt - disse col suo ghigno da carceriere
- Bene, giovanotto, abbiamo qui la cella di famiglia e ve
l'assegneremo. Soddisfatto della sua battuta, l'arrabbiato orangista
prese la lanterna e il mazzo di chiavi per condurre Cornelius nella
cella abbandonata quella medesima mattina da Cornelio de Witt per
partire verso quell'esilio inteso nei periodi di rivoluzione da quei
grandi moralisti che dicono come un assioma di alta politica: Sono
soltanto i morti che non ritornano.
Grifo si prepar dunque a condurre il figlioccio nella medesima cella
del padrino.
Durante il percorso che bisognava compiere per arrivare a quella
cella, il disperato fiorista ud solo l'abbaiare di un cane e vide
solo il volto di una fanciulla.
Il cane usc da una nicchia scavata nel muro, scuotendo una pesante
catena, e fiut Cornelius per essere in grado di riconoscerlo quando
gli avessero ordinato di azzannarlo.
La fanciulla, quando il prigioniero fece scricchiolare la scala sotto
i suoi passi, schiuse lo sportello della stanza scavata nello spessore
della scala stessa. Con la lampada nella mano destra, mise in luce il
suo viso roseo e grazioso, incorniciato da splendidi capelli biondi,
mentre con la mano sinistra si chiudeva sul petto la camicia da notte,
essendo stata risvegliata nel suo primo sonno dall'arrivo inatteso di
Cornelius.
Era un quadro degno di Rembrandt (20): la spirale buia della scala,
illuminata dalla luce rossastra della lanterna di Grifo; in alto, la
cupa figura del carceriere; pi gi la melanconica figura di
Cornelius, piegato sulla ringhiera per guardare, e sotto di lui,
inquadrato nello sportello luminoso, il volto soave di Rosa e il suo
gesto pudico, un poco contrariato forse dalla posizione elevata di
Cornelius, ancora su quei gradini da cui poteva lanciare uno sguardo
vago e triste per accarezzare le spalle bianche e tondeggianti della
fanciulla. E in basso, nell'ombra, gli occhi infuocati del molosso che
scuoteva la sua catena, sui cui anelli la luce delle lampade di Rosa e
di Grifo faceva brillare qualche riflesso.
Ma il sublime maestro non sarebbe forse riuscito a rendere
l'espressione di dolore che apparve sul volto di Rosa quando vide quel
bel giovane pallido salire lentamente la scala ed intu le sinistre
parole pronunciate dal padre: - Vi daremo la cella di famiglia.
Questa visione dur un attimo, molto meno del tempo che noi ci abbiamo
messo a descriverla. Grifo continu il suo cammino e Cornelius fu
obbligato a seguirlo. Pochi minuti dopo entrava nella cella, che
rinunciamo a descrivere, poich il lettore gi la conosce.
Grifo, dopo avere indicato col dito il letto sul quale aveva tanto
sofferto il martire che quel giorno stesso aveva reso l'anima a Dio,
riprese la sua lanterna ed usc.
Cornelius, rimasto solo, si gett sul letto, ma non riusc a dormire.
Con l'occhio fisso sulle sbarre della finestra vide apparire dietro
agli alberi del Buytenhof quel primo raggio di luce che il cielo
lascia cadere sulla terra come un bianco mantello.
Qua e l, durante la notte, alcuni cavalli avevano galoppato con
rapidit sul Buytenhof, dei passi pesanti di pattuglie avevano fatto
risuonare il piccolo cortile rotondo della piazza e gli stoppini degli
archibugi, illuminandosi al vento dell'ovest avevano lanciato fino ai
finestroni della prigione dei lampi intermittenti.
Quando il giorno nascente ebbe inargentato i tetti delle case vicine,
Cornelius si avvicin alla finestra e volse in giro uno sguardo
melanconico.
All'estremit opposta della piazza una massa nerastra, che la nebbia
del mattino circondava di un alone azzurro cupo, si elevava sullo
sfondo delle case.
Cornelius riconobbe il patibolo.
Dalla forca pendevano due informi ammassi, due scheletri ancora
sanguinanti.
Il buon popolo dell'Aia aveva straziato le carni delle sue vittime,
appendendone poi alla forca i resti come pretesto per l'affissione di
un grande cartello, sul quale i giovani occhi di Cornelius riuscirono
a leggere le seguenti parole, tracciate con uno spesso pennello da
imbianchino.
Qui sono appesi il grande scellerato di nome Giovanni de Witt e il
piccolo briccone Cornelio de Witt, suo fratello, due nemici del popolo
ma amici del cuore del re di Francia.
Cornelius gett un grido di orrore e, come in delirio, batt alla
porta con le mani e coi piedi, in un modo tanto violento da far
accorrere Grifo col suo enorme mazzo di chiavi in mano e con
un'espressione furibonda.
Spalanc la porta lanciando orribili imprecazioni contro il
prigioniero che lo disturbava in un'ora in cui era abituato a stare in
riposo.
- Ehi, dico! Forse che idrofobo, quest'altro de Witt? A quanto pare
i de Witt hanno il diavolo in corpo!
- Signore, signore, - disse Cornelius afferrando il carceriere per un
braccio e trascinandolo verso la finestra - signore, che ho dunque
letto laggi su quel cartello?
- Dove, laggi?
- Su quel cartello. E tremante, pallido, ansante, gli mostr il
patibolo che recava la cinica iscrizione.
Grifo scoppi a ridere.
- Ah! ah! rispose. - S, avete letto giusto. Ebbene? Mio caro signore,
ecco dove si finisce quando si cospira con i nemici del signor
principe d'Orange.
- I signori de Witt sono dunque stati assassinati! - mormor
Cornelius, con la fronte imperlata di sudore, lasciandosi cadere sul
letto. E chiuse gli occhi.
- I signori de Witt hanno subito la giustizia del popolo - disse
Grifo. - Assassinati, li chiamate? Io dico invece giustiziati.
Poi, vedendo che il prigioniero era tornato alla calma o, meglio, era
annientato, usc dalla stanza sbattendo violentemente la porta.
Ritornando in s, Cornelius si trov solo e riconobbe nella cella in
cui si trovava, la cella di famiglia, come l'aveva denominata Grifo,
il luogo fatale da cui sarebbe uscito per andare incontro alla morte.
E poich era un filosofo, ma soprattutto un cristiano, per prima cosa
preg per l'anima del suo padrino, poi per quella del gran
pensionario, infine si rassegn a tutti i mali che Iddio avesse voluto
infliggergli.
Ritornato quindi dal cielo in terra, e assicuratosi di essere solo
nella cella, tiro fuori i bulbi del tulipano nero, che aveva sempre
tenuto sul petto, e li nascose dietro a un sasso su cui stava la
tradizionale brocca, nell'angolo pi oscuro della prigione.
Inutile fatica di tanti anni! Distruzione di cos dolci speranze! La
sua scoperta sarebbe dunque finita nel nulla, come egli sarebbe caduto
nelle braccia della morte? In quella prigione non vi era una zolla di
terra, n un filo d'erba, n un raggio di sole.
Cos pensando Cornelius si lasci prendere da una cupa disperazione,
dalla quale venne tratto da una straordinaria circostanza.
Quale circostanza?
Ci riserviamo di riferirla nel prossimo capitolo.
CAPITOLO DECIMO.
LA FIGLIA DEL CARCERIERE.
La sera stessa, mentre portava al prigioniero il suo pasto, Grifo,
aprendo la porta della prigione scivol sulle pietre viscide e fece un
gran tonfo. La mano sulla quale tent di reggersi venne sottoposta a
uno sforzo eccessivo e imprevisto ed egli si ruppe il braccio al di
sopra del pugno.
Cornelius fece un movimento verso il carceriere; ma poich non aveva
idea della gravit dell'incidente, Grifo gli disse subito:
- Non niente; non muovetevi.
Volle risollevarsi da solo appoggiandosi al braccio che era stato
leso, ma l'osso non resse: solo allora Grifo sent tutto il dolore e
lanci un grido.
Comprese di avere il braccio rotto e quell'uomo tanto duro nei
confronti degli altri ricadde svenuto sulla soglia, dove rimase freddo
e inerte come se fosse morto.
La porta della prigione era intanto rimasta aperta e Cornelius si
trovava quasi libero.
Ma non pens a trarre profitto dall'incidente; aveva capito, dal modo
in cui il braccio si era piegato e dal rumore che aveva fatto
piegandosi, che vi era una frattura e non si preoccup d'altro che di
recare soccorso al ferito, bench quell'uomo si fosse dimostrato cos
mal disposto nei suoi confronti.
Il rumore che Grifo aveva fatto cadendo e il gemito che si era
lasciato sfuggire erano stati seguiti da un passo affrettato su per le
scale e, subito dopo, da un'apparizione che fece gettare a Cornelius
un piccolo grido, seguito dal grido di una fanciulla.
La donna che aveva risposto col suo grido a quello di Cornelius era la
bella frisona, la quale, vedendo suo padre steso a terra e il
prigioniero curvo su lui, aveva dapprima creduto che Grifo, di cui
conosceva la brutalit, fosse caduto in seguito a una lotta sostenuta
col prigioniero.
Cornelius comprese ci che pensava la fanciulla nel momento stesso in
cui il sospetto era balenato nel suo cuore.
Ma subito dopo, resasi conto della verit, e vergognandosi di ci che
aveva pensato, Rosa alz verso il giovane i suoi begli occhi umidi e
gli disse:
- Perdono e grazie, signore. Perdono di ci che ho pensato e grazie
per ci che state facendo.
Cornelius arross.
- Non faccio che il mio dovere di cristiano, - rispose soccorrendo un
mio simile.
- S, ma soccorrendolo, dimenticate le ingiurie che vi ha rivolte
stamane. Signore, questo vostro comportamento pi nobile della
semplice umanit, pi che il semplice cristianesimo.
Cornelius alz lo sguardo sulla ragazza, stupito di udire cos nobili
e pietose parole uscire dalla bocca di una figlia del popolo.
Ma non ebbe tempo di manifestare il suo stupore. Grifo, ritornando in
s, riapr gli occhi e riacquist insieme coi sensi la consueta
brutalit:
- Ecco che cosa capita. Mi affretto a portare la cena al prigioniero,
cado, cadendo mi rompo un braccio e mi si lascia disteso sul
pavimento!
- Silenzio, padre mio, - disse Rosa - siete ingiusto verso questo
giovane signore che ho trovato intento a soccorrervi.
- Che? - disse Grifo con viso dubbioso.
- E' vero, signore, e sono disposto a continuare a curarvi.
- Voi? - replic Grifo - siete dunque medico?
- E' stata la mia professione - rispose il prigioniero.
- E cos potrete rimettermi a posto il braccio?
- Certamente.
- E che vi occorre per far ci?
- Due assicelle di legno e delle bende.
- Hai sentito, Rosa? - disse Grifo. - Il prigioniero mi metter a
posto il braccio. E' un risparmio. Via, aiutami a rialzarmi, mi sento
come se fossi diventato di piombo.
Rosa porse al ferito la spalla e Grifo circond col braccio sano il
collo della figlia e, compiendo uno sforzo, si alz in piedi, mentre
Cornelius, per evitargli di camminare, gli spingeva accanto una sedia.
Grifo si sedette e poi si volse alla figlia:
- Non hai sentito? - domand. - Va' a prendere ci che ti stato
chiesto.
Rosa discese e ritorn poco dopo con due doghe di barile e con una
lunga fascia bianca.
Cornelius intanto aveva sfilato la giacca al carceriere e gli aveva
rimboccato le maniche.
- E' questo che volevate, signore? - domand Rosa.
- S, signorina, - disse Cornelius, gettando uno sguardo sugli oggetti
che gli aveva portato - va bene cos. Ora, spingete in qua quel
tavolo, mentre io sorreggo il braccio di vostro padre.
Rosa spinse il tavolo su cui Cornelius pos il braccio fratturato,
poi, con perfetta abilit, riun le due parti dell'osso, richiuse il
braccio fra le assicelle e fasci tutto con la benda. Verso la fine
dell'operazione il carceriere svenne nuovamente.
- Andate a prendere dell'aceto, signorina - disse Cornelius; gli
frizioneremo le tempie e lo faremo rinvenire.
Ma invece di ubbidire, Rosa, dopo essersi assicurata che suo padre
aveva veramente perso i sensi, si accost a Cornelius.
- Signore, - disse - mi avete reso un servizio e voglio sdebitarmi.
- Come sarebbe a dire, bambina mia? - domand Cornelius.
- Sarebbe a dire, signore, che il giudice che vi interrogher domani
venuto oggi ad informarsi in che cella eravate e, avendo saputo che
voi occupavate la cella di Cornelio de Witt, scoppiato in una
sinistra risata, che mi ha fatto temere per voi.
- Ma che cosa possono farmi?
- Potete vedere la forca, di qui.
- Ma non sono colpevole - disse Cornelius.
- Lo erano forse coloro che sono appesi laggi, mutilati e straziati?
- E' vero - rispose Cornelius facendosi scuro in volto.
- Inoltre, - continu Rosa - l'opinione pubblica sostiene che siete
colpevole. Ad ogni modo, colpevole o innocente che siate, il vostro
processo avr inizio domani, e dopodomani sarete condannato: si
procede alla svelta, in questi tempi.
- Che volete dunque concludere, signorina?
- Ho gi concluso: sono sola, sono debole, mio padre svenuto, il
cane ha la museruola, nulla vi impedisce di fuggire. Mettetevi in
salvo, questa la conclusione.
- Che cosa dite?
- Dico che non ho potuto salvare n il signor Cornelio n il signor
Giovanni de Witt, purtroppo, e che vorrei riuscire a salvare almeno
voi. Vi prego soltanto di sbrigarvi, mio padre sta gi respirando
normalmente, fra poco riaprir gli occhi e allora sar troppo tardi.
Esitate ancora?
Infatti Cornelius restava immobile, guardando Rosa, come se non
sentisse ci che gli diceva.
- Ma non capite? - esclam la fanciulla, impaziente.
- S, certo - rispose Cornelius; - ma...
- Ma?
- Ma rifiuto. Verreste accusata.
- Ma che importa? - grid Rosa arrossendo.
- Grazie, bambina mia. Rimango.
- Rimanete! Dio mio! Dio mio! Ma non avete capito che sarete
condannato... condannato a morte, giustiziato sul patibolo e forse
assassinato, tagliato a pezzi come il signor Giovanni e il signor
Cornelio! In nome del cielo, non pensate a me e fuggite da questa
stanza. Badate, porta sfortuna ai de Witt!
- Ehi! - grid il carceriere ritornando in s. - Chi che pronuncia
il nome di quei briganti, di quei miserabili, di quegli scellerati dei
de Witt?
- Non vi riscaldate, brav'uomo - disse Cornelius col suo dolce
sorriso; - non vi nulla di peggio per le fratture che il riscaldarsi
il sangue.
Poi, a bassa voce, a Rosa:
- Bimba mia, sono innocente - disse; - attender il mio processo con
la tranquillit e la calma dell'innocente.
- Zitto! - disse Rosa.
- Perch zitto?
- Mio padre non deve sospettare che abbiamo avuto un colloquio.
- Che male c'?
- Il male questo: che non mi permetterebbe di ritornare qui esclam
la giovinetta.
Cornelius ricevette questa ingenua confidenza con un sorriso. Gli
sembrava che una luce di gioia illuminasse la sua sventura.
- Che state borbottando? - domand Grifo alzandosi e reggendosi il
braccio destro con la mano sinistra.
- Nulla--rispose Rosa. - Il signore mi sta prescrivendo il regime che
dovrete seguire.
- Il regime che dovr seguire! Il regime che dovr seguire! Anche voi
dovrete seguirne uno, madamigella!
- Quale regime, padre mio?
- Quello di non entrare nella cella del prigioniero o, se dovrete
entrarvi, di uscirne al pi presto. Precedetemi dunque, e alla svelta!
Rosa e Cornelius si scambiarono uno sguardo.
Quello di Rosa voleva dire:
Vedete?.
Lo sguardo di Cornelius significava:
Sia fatta la volont di Dio!.
NOTE.
NOTA 1: I fratelli Giovanni (o Johan, o Jan o Jean) e Cornelio (o
Cornelius) de Witt, oltre che tra i personaggi principali di questo
romanzo di Alexandre Dumas, sono tra i protagonisti della storia dei
Paesi Bassi. Giovanni de Witt (1625-1672) divenne gran pensionario
d'Olanda all'et di 28 anni, nel 1653, e mantenne questa carica per
poco meno di vent'anni. Con la pace stipulata con Cromwell nel 1654 e
l'Atto di esclusione del 1667, che aboliva in perpetuo lo statolderato
della casa d'Orange, ottenne in realt successi di breve durata. La
sua rovina fu segnata quando il re di Francia Luigi quattordicesimo
(1638-1715), nella sua politica espansionistica al di l del Reno, in
soli tre mesi divenne padrone di quasi tutto il paese. Fu trucidato il
20 agosto 1672 insieme a suo fratello Cornelio (1623-1672), che, come
narra anche Dumas in questo romanzo, era stato imprigionato sotto
l'accusa di aver organizzato l'assassinio di Guglielmo di Orange.
NOTA 2: In realt, il soprannome Il Taciturno viene attribuito a un
altro Guglielmo d'Orange (1533-1584), anch'egli statolder d'Olanda e
il cui nipote Guglielmo secondo di Nassau, principe d'Orange, fu padre
di Guglielmo terzo (1650-1702), il personaggio di cui parla il Dumas e
che nel 1689 sarebbe divenuto re d'Inghilterra, di Scozia e d'Irlanda.
NOTA 3: La campagna del Reno, iniziata con il varco della frontiera
olandese a Tolhuis il 12 giugno 1672, venne condotta sotto la guida
personale di Luigi quattordicesimo, il Re Sole, assistito da Henri
Turenne (1611-1675), Luigi secondo principe di Cond (1621-1686) e
Sebastien Vauban (1633-1707). Nicolas Boileau (1636-1711), poeta e
critico francese, celebre particolarmente per la sua "Art potique".
NOTA 4: Mitridate sesto Eupatore il Grande (132-63 avanti Cristo), re
del Ponto. Celebre avversario dei Romani, che lo sconfissero con Silla
(85 avanti Cristo), Lucullo (71 avanti Cristo) e infine Pompeo (66
avanti Cristo). Molto istruito (parlava ventidue tra lingue e
dialetti), famoso anche per la sua progressiva assuefazione ai
veleni.
NOTA 5: Guglielmo secondo (1626-1650): confronta nota 2. Enrichetta
Stuart, pi esattamente Enrichetta Maria (1631-1660), la madre di
Guglielmo terzo, era figlia di Carlo primo d'Inghilterra (1600-1649) e
di Enrichetta Maria di Francia (1609-1669), figlia del famoso Enrico
quarto di Francia: Guglielmo terzo era pertanto nipote di Carlo primo
d'Inghilterra e pronipote di Enrico quarto di Francia.
NOTA 6: Justum et tenacem: primo verso della terza ode del libro
terzo delle "Odi" di Quinto Orazio Flacco (65-8 avanti Cristo): fa
parte del gruppo denominato delle odi romane. In essa, il grande
poeta romano, amico di Mecenate e di Augusto, ricorda che la giustizia
e la costanza rendono gli uomini impavidi anche tra i pericoli supremi
e che sono state proprio queste virt a rendere possibile il dominio
universale dell'antica Roma.
NOTA 7: Aristide (550-467 avanti Cristo: generale e uomo politico
ateniese, avversario politico di Temistocle, che nel 483 lo fece
colpire con l'ostracismo, la condanna all'esilio pronunciata a seguito
d'una votazione popolare. E' giustamente celebre per la sua assoluta
integrit, che lo fece denominare il giusto e che lo fece morire
poverissimo.
NOTA 8: Franois Michel le Tellier, marchese di Louvois (1639-1691),
uomo politico francese. Nel 1672 venne nominato ministro e ammesso al
consiglio di Luigi quattordicesimo, che egli spinse verso una politica
di forza e di intimidazione. Mor in circostanze misteriose, quando
stava per cadere in disgrazia a seguito dei maneggi di Madame de
Maintenon, sposa morganatica di Luigi quattordicesimo.
NOTA 9: Cornelius Tromp (1629-1691), vice-ammiraglio e poi ammiraglio
olandese, figlio di Maarten Hrarpertzoon Tromp (1598-1653), anch'egli
celebre ammiraglio olandese. Vice di Ruyter (confronta pi avanti),
contribu in maniera decisiva alla sua vittoria di Dunkerque nel 1666.
NOTA 10: Johann Kaspar Lavater (1741-1801), filosofo e scrittore
svizzero, che deve la sua fama soprattutto al suo libro "Arte di
conoscere gli uomini dalla fisionomia" (1775-78), che sembra aver
avuto un influsso notevole anche sul grande poeta tedesco Goethe.
Secondo il suo metodo, denominato fisiognomonia, vi uno stretto
rapporto tra i tratti del viso e i caratteri e i sentimenti interiori.
NOTA 11: Michiel Adriaanszoon de Ruyter (1607-1676), ammiraglio
olandese. Mozzo a undici anni, divenne capitano nel 1635. Nella
seconda guerra anglo-olandese (1665-67), sconfisse George Monk o Monck
(1608-1670) e il Principe Rupert o Robert di Baviera (1619-1682) in un
duro combattimento di quattro giorni al largo di Dunkerque. Combatt
vittoriosamente anche Il Solebay (confronta sotto); fu invece
sconfitto e gravemente ferito da Duquesne al largo di Augusta nel 1676
e mor una settimana dopo a Siracusa.
NOTA 12: Southwood Bay: pi esattamente Southwold Bay (o Solebay);
centro della Gran Bretagna (East Suffolk), sul Mare del Nord, vicino
alla foce del Blyth. Nel 1672 Ruyter vi sconfisse la flotta anglo-
francese.
NOTA 13: Monsignore.
NOTA 14: Alfonso sesto (1643-1683), figlio e successore di Giovanni
quarto. Divenne re a tredici anni ma essendo malato e debole di mente
venne deposto nel 1667 e tenuto sotto custodia fino alla morte. Luigi
secondo, principe di Cond, detto il Grande Cond (confronta nota 3
della parte prima); implicato nelle lotte frondiste, Mazarino lo fece
arrestare e rinchiudere per tredici mesi nella fortezza di Vincennes
(1650-51). Ottenuto il perdono di Luigi quattordicesimo ne fu uno dei
pi abili generali. Ritiratosi a Chantilly, si circond di poeti e
letterati come Boileau e Racine. Bossuet pronunci alla sua morte una
celebre orazione funebre.
NOTA 15: Grard Dow, pi esattamente Gerrit Dou (1613-1675), pittore
olandese, allievo di Rembrandt. Frans van Mieris, il Vecchio (1635-
1681), pittore olandese.
NOTA 16: Poro (o Puru, o Paurava), morto verso il 320-315 avanti
Cristo, era un principe indiano che, pur sconfitto da Alessandro Magno
(356-323 avanti Cristo), alleandosi con lui, pot conservare i propri
domini, ed anzi accrescerli.
NOTA 17: William Shakespeare (1564-1616), massimo drammaturgo inglese.
Pieter Paul Rubens (1577-1640), pittore fiammingo. Dante Alighieri
(1265-1321), massimo poeta italiano.
NOTA 18: Jean Racine (1639-1699), grandissimo poeta tragico francese.
NOTA 19: Alessandro Magno: confronta nota 16 della prima parte. Caio
Giulio Cesare (101-44 avanti Cristo), generale e uomo politico romano.
Massimiliano: nome di molti sovrani: Dumas allude qui probabilmente a
Massimiliano primo (1459-1519), imperatore tedesco, nonno di Carlo
quinto.
NOTA 20: Rembrandt Harmenszoon van Rijn (o Ryn: 1606-1669), pittore
olandese.
PARTE SECONDA.
CAPITOLO UNDICESIMO.
IL TESTAMENTO DI CORNELIUS VAN BAERLE.
Rosa non si era ingannata. I giudici vennero al Buytenhof l'indomani
per interrogare Cornelius van Baerle. L'interrogatorio non dur a
lungo. Venne appurato che Cornelius aveva tenuto presso di s la
fatale corrispondenza dei de Witt con la Francia. - Egli non neg.
Restava da appurare se il carteggio gli era stato consegnato dal suo
padrino, Cornelio de Witt. Poich, dopo la morte dei due martiri,
Cornelius van Baerle non era pi legato al segreto, ammise che il
pacchetto gli era stato affidato da Cornelio e raccont inoltre in
qual modo e in quali circostanze gli era stato consegnato.
Questo bastava per implicare il figlioccio nel delitto del padrino. La
complicit era evidente.
Ma Cornelius non si limit a questa confessione. Parl schiettamente
delle proprie simpatie, delle proprie abitudini, delle proprie
amicizie. Espresse la sua indifferenza per la politica, il suo amore
per lo studio, per le arti, per le scienze, per i fiori. Disse che non
aveva mai toccato n guardato i documenti dal giorno in cui Cornelio
era venuto a Dordrecht.
Gli venne obiettato che era impossibile che dicesse la verit, poich
le carte erano rinchiuse in un cassetto in cui egli introduceva ogni
giorno lo sguardo e le mani.
Cornelius rispose che ci era vero, ma che egli metteva le mani nel
cassetto unicamente per accertarsi che i suoi bulbi fossero
convenientemente secchi e che vi gettava lo sguardo soltanto per
vedere se incominciavano a germogliare.
Gli obiettarono che la sua pretesa indifferenza per i documenti non
poteva essere ragionevolmente affermata, poich era impossibile che
avesse ricevuto un simile deposito dalle mani del suo padrino senza
conoscerne l'importanza.
E a questo Cornelius replic che il suo padrino Cornelio gli voleva
troppo bene e soprattutto era un uomo troppo saggio per parlare
dell'importanza dei documenti, ben sapendo che questa rivelazione non
sarebbe servita ad altro che a tormentare il depositario.
Gli si obiett allora che se il signor de Witt avesse veramente agito
come egli affermava, avrebbe accluso al pacchetto una dichiarazione
comprovante che il figlioccio nulla sapeva della corrispondenza
oppure, durante il processo, gli avrebbe scritto una lettera che
potesse servirgli come giustificazione.
Cornelius replic che il padrino non aveva certamente immaginato che
il pacchetto, nascosto in un luogo che in casa van Baerle veniva
considerato come l'arca santa, potesse correre qualche pericolo e
conseguentemente aveva giudicato inutile l'inclusione di un
certificato; in quanto alla lettera, egli si ricordava che pochi
minuti prima del suo arresto, mentre era assorto nella contemplazione
di un bulbo rarissimo, il servo del signor Giovanni de Witt era
entrato nell'essiccatoio e gli aveva consegnato un foglio, ma che
dell'avvenimento non gli era rimasto che un vago ricordo: il domestico
era scomparso e in quanto al foglio, lo si sarebbe forse ritrovato, se
lo si fosse cercato attentamente.
Era impossibile trovare Craeke, poich aveva lasciato l'Olanda.
Non venne presa in considerazione la proposta di cercare il foglio,
data la scarsissima probabilit che venisse ritrovato.
Lo stesso Cornelius non os insistere su questo punto poich, ammesso
che il foglio venisse ritrovato, poteva darsi che non avesse alcuna
attinenza col corpo del reato.
I giudici ostentarono verso Cornelius la benigna pazienza del
magistrato che si prende a cuore la sorte dell'accusato, o quella del
vincitore il quale, avendo ormai messo a terra il suo avversario, non
ha bisogno di schiacciarlo per perderlo.
Cornelius non accett la loro ipocrita protezione e concluse, con la
nobilt del martire e con la calma del giusto:
- Voi mi domandate, signori, cose alle quali non posso rispondere se
non dicendo la pura verit. E la pura verit questa: il pacchetto
entrato in casa mia nel modo che vi ho detto, affermo davanti a Dio
che ne ignoravo e ne ignoro tuttora il contenuto, e che soltanto nel
giorno del mio arresto ho saputo che il pacchetto conteneva la
corrispondenza del gran pensionario col marchese di Louvois. Protesto
infine che io non so proprio come si sia potuto venire a sapere che
questo pacchetto era presso di me, e soprattutto come io possa essere
ritenuto colpevole perch ho conservato ci che mi consegnava il mio
illustre e sventurato padrino.
Fu quella l'unica difesa di Cornelius. I giudici si radunarono per
decidere.
Furono tutti dell'idea che ogni manifestazione di civile dissenso
funesta perch risuscita la guerra che interesse di tutti far
estinguere.
Uno di loro, conosciuto come profondo osservatore, stabil che quel
giovane dall'apparenza flemmatica doveva in realt essere assai
pericoloso, poich probabilmente nascondeva sotto un mantello di
ghiaccio un desiderio ardente di vendicare i signori de Witt.
Un altro fece osservare che l'amore per i tulipani non escludeva
affatto l'amore per la politica, e che era anzi storicamente provato
che molti uomini assai pericolosi avevano apparentemente dedicato la
propria vita al giardinaggio, mentre si occupavano in realt di ben
altre cose. Lo provavano Tarquinio il Superbo (1), che coltivava
papaveri a Gabii, e il gran Cond, che innaffiava garofani nel mastio
di Vincennes; il primo pensava intanto di rientrare a Roma e il
secondo meditava la fuga.
Il giudice concluse col seguente dilemma:
- O il signor Cornelius van Baerle ama i tulipani, o ama la politica.
Tanto in un caso che nell'altro egli ci ha mentito, innanzi tutto
perch provato che si occupava di politica, e ne fanno fede le
lettere che sono state trovate in casa sua; in secondo luogo perch
provato che egli si occupava di tulipani. I bulbi sono l per
dimostrarlo. Infine, poich si occupava contemporaneamente di tulipani
e di politica, l'accusato dimostra di essere una natura ibrida, un
organismo anfibio, dedito con uguale ardore alla politica e al
tulipano, ed ha quindi le caratteristiche della specie umana pi
pericolosa per la salute pubblica, presentando una certa, o meglio una
completa analogia con i grandi uomini del genere di quel Tarquinio il
Superbo e di quel gran Cond citati poco fa.
Il risultato di questi tortuosi ragionamenti fu che il signor principe
statolder d'Olanda sarebbe stato senza alcun dubbio infinitamente
riconoscente alla magistratura dell'Aia se questa gli avesse
facilitato il compito di amministrare le Sette Province, distruggendo
ogni germe di cospirazione contro la sua autorit.
Questo argomento risult il pi persuasivo e, per distruggere
efficacemente ogni germe di cospirazione, venne votata all'unanimit
la pena di morte contro Cornelius van Baerle, convinto di avere, sotto
l'innocente apparenza di coltivatore di tulipani, partecipato ai
detestabili intrighi e agli abominevoli complotti orditi dai signori
de Witt contro la nazione olandese e alle loro relazioni segrete con i
nemici francesi.
La sentenza aggiungeva che il suddetto Cornelius van Baerle sarebbe
stato condotto sulla piazza del Buytenhof, dove il carnefice gli
avrebbe tagliato la testa.
Poich questa decisione era molto grave, per prenderla c'era voluta
una mezz'ora, tempo durante il quale il prigioniero era stato
ricondotto nella prigione.
Fu l che il cancelliere di stato venne a leggergli la sentenza.
Mastro Grifo era costretto a letto dalla febbre causata dalla
frattura. Le chiavi erano state affidate a un suo aiutante e, dietro a
quest'uomo, il quale aveva introdotto il cancelliere, stava Rosa, con
un fazzoletto premuto sulla bocca per soffocare i singhiozzi.
Cornelius ascolt la sentenza con un viso pi meravigliato che triste.
Terminata la lettura della sentenza, il cancelliere gli domand se
avesse qualcosa da aggiungere.
- No, in fede mia - rispose. - Confesso per che non avrei mai
previsto di essere condannato a morte per simili ragioni.
Dopo di che il cancelliere salut Cornelius van Baerle con la
considerazione che questi funzionari dimostrano ai grandi criminali.
E, mentre stava per uscire, Cornelius aggiunse:
- A proposito, signor cancelliere, per qual giorno fissata la cosa,
per piacere?
- Ma per oggi! - rispose il cancelliere, un po' imbarazzato dal sangue
freddo del condannato.
Si ud un singhiozzo dietro la porta.
Cornelius si sporse per vedere da dove provenisse, ma Rosa si era
tirata indietro.
- E a che ora sar l'esecuzione?
- A mezzogiorno, signore.
- Diavolo! - esclam Cornelius. - Mi pare di aver sentito suonare le
dieci una ventina di minuti fa. Non ho dunque tempo da perdere.
- Per riconciliarvi con Dio, certo, signore - rispose il cancelliere,
inchinandosi fino a terra. - Vi concessa l'assistenza del ministro
che preferirete.
Mentre pronunciava queste parole, il funzionario usc indietreggiando
e il carceriere che lo seguiva stava per chiudere la porta, quando un
braccio bianco e tremante si frappose.
Cornelius vide solo la cuffia dorata a forma di casco con le ali di
pizzo bianco, usuale copricapo delle ragazze frisone, e ud un
mormorio pronunciato all'orecchio dell'allievo carceriere; vide che
questi affidava il mazzo di chiavi alle mani bianche che si
protendevano, andando poi a sedersi su un gradino della scala, che
cos era tenuta d'occhio in alto da lui e in basso dal cane
Il casco d'oro si volse e Cornelius riconobbe il viso solcato di
lacrime e i grandi occhi azzurri della bella Rosa.
La fanciulla si accost a Cornelius con le mani incrociate sul petto
scosso dai singhiozzi.
- Oh! signore, signore! - esclam.
E non riusc a dire altro.
- Piccola mia, - disse Cornelius commosso - che volete da me? Non mi
pi concesso di fare niente, ormai.
- Signore, voglio che mi facciate una grazia - rispose Rosa tendendo
le mani verso Cornelius e verso il cielo.
- Non piangete, Rosa, - disse il prigioniero - le vostre lacrime mi
commuovono assai pi della mia prossima morte. E voi sapete che il
prigioniero innocente deve morire con calma, quasi con gioia, poich
sa di morire martire. Via, non piangete, Rosa, ed esprimetemi il
vostro desiderio.
La fanciulla cadde in ginocchio.
- Perdonate a mio padre! - esclam.
- A vostro padre? - domand Cornelius, meravigliato.
- S, stato cos spietato con voi, ma la sua natura, e agisce cos
con tutti. Non siete il solo che abbia maltrattato.
- E' gi stato punito, Rosa, stato pi che punito dalla disavventura
che gli capitata. Gli perdono.
- Grazie! - esclam Rosa. - E ora, ditemi, posso fare qualche cosa per
voi?
- Potete asciugarvi gli occhi, cara piccola - rispose Cornelius col
suo dolce sorriso.
- Ma per voi, per voi...
- Chi ha da vivere solo un'ora, si dimostra un grande sibarita (2), se
dice di avere bisogno di qualche cosa. Ho adorato Dio durante tutta la
mia vita, Rosa. L'ho adorato nelle sue opere e l'ho benedetto nella
sua volont. Dio non pu essere in collera con me.
Non vi chieder perci di mandarmi un confessore. Il mio ultimo
pensiero diretto alla glorificazione di Dio. Vi prego di aiutarmi a
realizzare questa mia ultima volont.
- Ah! signor Cornelius, parlate, parlate! - grid la fanciulla col
volto inondato di lacrime.
- Datemi la mano, cara, e promettetemi di non ridere.
- Ridere! - grid Rosa, in preda alla disperazione. - Ridere in un
momento simile? Guardatemi, signor Cornelius!
- Vi ho gi guardata, Rosa, con gli occhi del corpo e con quelli
dell'anima. Non ho visto mai una donna pi bella e un'anima pi pura.
E se non vi guarder pi, perdonatemi. Lasciando la vita, non voglio
avere rimpianti.
Rosa sussult. In quel momento scoccavano le undici al campanile del
Buytenhof.
Cornelius comprese.
- S, affrettiamoci - disse; - avete ragione, Rosa.
Allora dal petto, dove l'aveva nascosto di nuovo poich non temeva pi
di essere frugato, tir fuori il foglio di carta che avvolgeva i tre
bulbi.
- Mia buona amica, - disse - ho amato molto i fiori. Questo accadeva
al tempo in cui ignoravo che si potesse amare in un altro modo. Oh,
non arrossite, non schermitevi, Rosa, anche se dovessi farvi una
dichiarazione d'amore. La mia audacia non pu intimorirvi, perch
l'acciaio che mi aspetta sul Buytenhof la stroncher fra un'ora.
Dunque, amavo i fiori, Rosa, e avevo trovato, o almeno lo spero, il
segreto del grande tulipano nero che si ritiene impossibile e a cui
non so se sapete che destinato il premio di centomila fiorini
offerto dalla societ orticola di Haarlem. Questi centomila fiorini, e
Dio sa che non sono essi che io rimpiango, stanno rinchiusi in questo
foglio di carta. Sono il premio di questi tre bulbi che potete
prendere, perch ve li regalo, Rosa.
- Signor Cornelius!
- Potete prenderli, Rosa, non danneggerete nessuno. Sono solo al
mondo, mio padre e mia madre sono morti, non ho mai avuto fratelli e
sorelle, non ho mai amato nessuno, e se qualcuno mi ha amato, io non
l'ho mai saputo. Del resto, potete capire che sono veramente solo,
poich non ci siete che voi, qui, per consolarmi.
- Ma, signore, quei centomila fiorini...
- Via, siamo pratici, cara piccina! - esclam Cornelius. - Quei
centomila fiorini costituiranno una bella dote per la vostra bellezza.
Avrete i centomila fiorini, perch sono sicuro dei miei bulbi. Li
avrete ed io vi chiedo in cambio la promessa di sposare un bravo
ragazzo, che amerete e che vi amer quanto io amavo i miei fiori. Non
m'interrompete, Rosa, non mi restano che pochi minuti...
Rosa era soffocata dai singhiozzi.
Cornelius le prese una mano.
- Ascoltatemi - disse; - ecco come procederete. Prenderete un po' di
terra dal mio giardino di Dordrecht. Vi farete dare da Butruysheim, il
mio giardiniere, la terra dell'aiuola numero 6; pianterete in una
cassa i tre bulbi, che fioriranno nel maggio prossimo, e cio fra
sette mesi. Quando vedrete il fiore ergersi sullo stelo, passate le
notti a proteggerlo dal vento, i giorni a ripararlo dal sole. Il fiore
sar nero, ne sono certo. Avvertirete allora il presidente della
societ di Haarlem. Egli far constatare dal congresso il colore del
tulipano e vi consegner i centomila fiorini.
Rosa emise un profondo sospiro.
- Ora, - continu Cornelius, asciugandosi una lacrima che gli tremava
all'angolo dell'occhio, e che era stata provocata dal pensiero del
tulipano nero che egli non avrebbe mai visto - non desidero altro,
tranne che il tulipano venga chiamato "Rosa Baerlensis" e cio che
ricordi insieme il vostro nome e il mio, e poich non sapete il latino
e potreste quindi dimenticare il nome, cercatemi una matita e un pezzo
di carta, affinch possa scrivervelo.
Rosa scoppi in singhiozzi e gli porse un libro rilegato in pelle di
zigrino, con le iniziali C. W.
- Che questo? - domand il prigioniero.
- Ahim, - rispose Rosa - la Bibbia del vostro povero padrino,
Cornelio de Witt. Di qui egli ha tratto la forza per sopportare la
tortura e per ascoltare senza impallidire la sentenza. Ho conservato
questo libro come una reliquia e ve l'avevo portato, perch mi
sembrava che emanasse una forza divina. Voi non avete avuto bisogno di
questa forza, che Dio aveva riposto in voi. Dio sia benedetto.
Scrivete qui ci che dovete scrivere, signor Cornelius, e quantunque
io abbia la sfortuna di non sapere n leggere n scrivere, la vostra
volont sar compiuta.
Cornelius prese la Bibbia e la baci con rispetto.
- Con che cosa scriver? - domand.
- Dentro alla Bibbia c' una matita - rispose Rosa. - Ve l'ho trovata
e l'ho conservata.
Era la matita che Giovanni de Witt aveva imprestato al fratello e non
si era preoccupato di recuperare. Cornelius la prese e scrisse con
mano ferma sulla seconda pagina (poich la prima era stata strappata,
come si ricorder) le seguenti parole:
Oggi, 23 agosto 1672, trovandomi sul punto di rendere, bench
innocente, l'anima a Dio sul patibolo, lascio a Rosa Grifo l'unico dei
miei beni che mi sia rimasto in questo mondo, poich tutto il resto mi
stato confiscato; lascio dunque a Rosa Grifo tre bulbi che, secondo
la mia profonda convinzione, dovrebbero produrre nel maggio prossimo
il grande tulipano nero, oggetto del premio di centomila fiorini
offerto dalla societ di Haarlem, desiderando che ella entri in
possesso dei centomila fiorini in mia vece e come mia unica erede,
alla condizione che sposi un giovane approssimativamente della mia
stessa et che l'amer e che ella amer, e che venga dato al grande
tulipano nero, che creer una nuova specie, il nome di "Rosa
Baerlensis", ossia il mio e il suo nome riuniti.
Che Dio mi abbia in grazia e dia a lei salute e felicit!
CORNELIUS VAN BAERLE .
Poi, restituendo la Bibbia a Rosa, disse:
- Leggete.
- Ahim, - rispose la giovinetta - ve l'ho gi detto: non so leggere.
Allora Cornelius lesse il testamento che aveva scritto.
I singhiozzi della povera ragazza raddoppiarono di intensit.
- Accettate le mie condizioni? - domand il prigioniero, sorridendo
melanconicamente e baciando la mano tremante della bella frisona.
- Oh, non potrei, signore - balbett la ragazza.
- Non potrete, e perch?
- Perch una delle condizioni non potrei adempierla.
- Quale? Credevo che avreste tenuto fede al nostro trattato di
alleanza.
- Voi mi date i centomila fiorini a titolo di dote?
- S.
- Per sposare un uomo che amer?
- Senza dubbio.
- Ebbene, signore, questo denaro non potr mai essere mio. Non amer
nessuno e non mi sposer.
E dopo avere pronunciato a fatica queste parole, la fanciulla pieg le
ginocchia, semisvenuta per il dolore.
Cornelius, spaventato nel vederla cos pallida, stava per prenderla
tra le braccia, quando passi pesanti, accompagnati da sinistri rumori,
rimbombarono sulle scale. Il cane abbaiava.
- Vengono a prendervi! - grid Rosa torcendosi le mani. - Dio mio, Dio
mio! Signore, avete ancora qualche cosa da dirmi?
E cadde in ginocchio, con la testa nascosta fra le mani, soffocata dai
singhiozzi.
- Vi raccomando di nascondere i tre bulbi e di averne cura secondo le
mie istruzioni. Fatelo per amor mio. Addio, Rosa.
- Oh, s, - rispose la fanciulla senza levare il capo. - Oh, s, far
tutto ci che mi avete detto. Tranne il matrimonio, aggiunse a bassa
voce - perch questo, ve lo giuro, mi impossibile farlo. - E nascose
nel suo seno palpitante i bulbi preziosi.
Il rumore che Rosa e Cornelius avevano udito precedeva l'ingresso del
cancelliere incaricato di prelevare il prigioniero. Lo accompagnavano
il boia, i soldati destinati a fare la guardia intorno al patibolo, e
alcuni curiosi che frequentavano abitualmente la prigione.
Cornelius, senza debolezza e senza ostentazione, li ricevette come se
fossero amici e non come carnefici e si sottomise alle condizioni che
gli posero per meglio eseguire il loro compito.
Gettando uno sguardo attraverso le sbarre della finestra, egli vide il
patibolo e pochi passi pi in l la forca, dalla quale erano stati
staccati, per ordine dello statolder, i resti oltraggiati dei due
fratelli de Witt.
Quando dovette scendere in mezzo alle guardie, Cornelius cerc con gli
occhi lo sguardo angelico di Rosa, ma non vide, dietro alle spade e
alle alabarde, che un corpo disteso su una panca e un viso livido
seminascosto da lunghi capelli.
Ma nel cadere inanimata, Rosa, obbedendo ancora alle raccomandazioni
del suo amico, aveva posato la mano sul corpetto di velluto,
continuando cos a proteggere il prezioso deposito che Cornelius le
aveva affidato.
Lasciando la cella, il giovane pot intravedere fra le dita contratte
di Rosa il foglio giallastro di quella Bibbia, su cui Cornelio de Witt
aveva scritto con tanta pena le poche righe che, qualora Cornelius le
avesse lette, avrebbero potuto salvare un uomo e un tulipano.
CAPITOLO DODICESIMO.
L'ESECUZIONE.
Cornelius non aveva da fare che trecento passi per raggiungere il
patibolo.
Sul fondo della scala, il cane lo guard passare tranquillamente;
Cornelius credette anzi di vedere negli occhi del molosso
un'espressione di dolcezza che poteva sembrare compassione.
Forse il cane riconosceva i condannati e mordeva soltanto i
prigionieri che uscivano liberi.
Come facile immaginare, il breve tragitto dalla prigione al patibolo
venne compiuto fra una folla di curiosi.
Erano gli stessi uomini che, non sazi del sangue versato tre giorni
innanzi, attendevano una nuova vittima.
Cos, non appena Cornelius apparve, un urlo immenso corse per la
strada e si prolung lungo le vie di accesso alla piazza del patibolo.
Il patibolo sembrava un'isola alla confluenza di quattro o cinque
fiumane.
In mezzo alle minacce, alle urla e alle vociferazioni, Cornelius
camminava assorto nei suoi pensieri.
A che pensava dunque l'uomo giusto che si avviava alla morte? N ai
suoi nemici, n ai suoi giudici, n ai suoi carnefici.
Pensava ai bei tulipani che avrebbe visto dall'alto dei cieli, a
Ceylon, nel Bengala o altrove quando, seduto come tutti gli innocenti
alla destra di Dio, avrebbe potuto guardare con piet quel mondo in
cui i signori Giovanni e Cornelio de Witt erano stati trucidati per
avere pensato troppo alla politica, e dove si stava per trucidare il
signor Cornelius van Baerle perch aveva pensato troppo ai tulipani.
Un colpo di mannaia, si diceva il filosofo, e il bel sogno
incomincer.
Restava solo da scoprire se il carnefice non avrebbe riservato al
povero coltivatore di tulipani pi di un colpo, com'era accaduto gi
ai signori de Chalais e de Thou (3) e ad altra povera gente mal
ammazzata.
Van Baerle non sal per questo meno risolutamente i gradini del
patibolo.
Vi mont con quell'orgoglio che poteva avere di esser l'amico di
quell'illustre Giovanni e il figlioccio di quel nobile Cornelio che la
marmaglia adunatasi per vederlo aveva fatto a pezzi e bruciato tre
giorni prima.
S'inginocchi, recit le sue preghiere e osservo con gioia che,
posando la testa sul ceppo, con gli occhi aperti, avrebbe potuto
scorgere fino all'ultimo istante la finestra del Buytenhof.
L'ora di compiere questo terribile gesto arriv. Cornelius pos il
mento sul blocco umido e freddo. Ma a questo punto i suoi occhi
involontariamente si chiusero per aiutarlo a sostenere con maggior
fermezza la terribile valanga che sarebbe caduta sulla sua testa e
avrebbe inghiottito la sua vita.
Un lampo si riflett sull'impiantito del patibolo. Il carnefice aveva
levato la scure.
Van Baerle disse addio al grande tulipano nero, certo di risvegliarsi
salutando Dio in un mondo fatto di un'altra luce e di un altro colore.
Il vento freddo della scure pass tre volte sul suo collo che
rabbrividiva.
Ma, oh sorpresa!
Egli non sent n il colpo n il dolore.
Non vide alcun cambiamento di colori. Poi, d'un tratto, van Baerle fu
rialzato da mani abbastanza gentili e si trov in piedi, sebbene un
po' barcollante.
Riapr gli occhi.
Accanto a lui qualcuno stava leggendo una grande pergamena cosparsa di
sigilli rossi.
Il medesimo sole, pallido come si conviene a un sole olandese,
splendeva nel cielo, la medesima finestra lo guardava dall'alto del
Buytenhof e i medesimi mariuoli, non pi urlanti, ma stupefatti, lo
guardavano dalla piazza.
Van Baerle incominci a comprendere ci che segue.
Monsignor Guglielmo, principe d'Orange, temendo forse che le
diciassette libbre di sangue che van Baerle aveva in corpo facessero
traboccare il vaso della giustizia celeste, aveva considerato con
misericordiosa indulgenza la sua persona e le sue proteste di
innocenza.
Di conseguenza, Sua Altezza gli aveva fatto grazia della vita. Ecco
perch la mannaia aveva volteggiato per tre volte intorno alla sua
testa, come l'uccello funebre intorno a quella di Turno (4), ma senza
abbattersi e recidere le vertebre.
Ecco perch non c'erano stati n il dolore n il colpo. Ecco perch il
sole continuava a ridere nell'azzurro slavato, ma pur sempre
gradevole, della volta celeste.
Cornelius, che aveva sperato di vedere Dio e tutto il panorama
tulipanico dell'universo, rimase un po' deluso, ma si consol mettendo
in movimento le intelligenti risorse di quella parte del corpo che i
Greci chiamano "trachelos" e che noi pi modestamente chiamiamo
collo.
E poi Cornelius sperava che la grazia sarebbe stata completa e che lo
si sarebbe lasciato libero, per potersi dedicare nuovamente alle sue
aiuole di Dordrecht.
Ma Cornelius s'ingannava; come diceva in quella stessa epoca Madame de
Svign (5) nella lettera vi era un "post-scriptum", e la cosa pi
importante di questa lettera era racchiusa nel "post-scriptum".
Mediante questo post-scriptum, Guglielmo, statolder d'Olanda,
condannava Cornelius van Baerle alla prigione a vita.
Egli era troppo poco colpevole per meritare la morte, ma troppo
colpevole per sperare di essere messo in libert.
Cornelius ascolt dunque il "post-scriptum", poi, passato il primo
senso di delusione procuratogli dal "post-scriptum", pens:
Beh, tutto non perduto. La reclusione perpetua ha qualche lato
buono. Nella reclusione perpetua compresa Rosa. E anche i tre bulbi
del tulipano nero.
Ma Cornelius dimenticava che le Sette Province potevano avere sette
prigioni, una per provincia, e che il pane del prigioniero era meno
costoso nelle altre citt, poich l'Aia era la capitale.
Sua Altezza Guglielmo, il quale non aveva evidentemente i mezzi per
mantenere van Baerle all'Aia, lo inviava a scontare la sua pena nella
fortezza di Loewestein, nei pressi di Dordrecht s, ma ben lontano!
Loewestein, infatti, secondo i geografi situata alla punta
dell'isola che il Waal e la Mosa formano di fronte a Gorcum (6).
Van Baerle conosceva abbastanza bene la storia del suo paese per non
ignorare che il celebre Grozio (7) era stato rinchiuso in quel
castello dopo la morte di Barneveldt e che gli Stati volendosi
dimostrare generosi verso il grande scrittore, giureconsulto, storico,
poeta e teologo, gli avevano accordato una somma di ventiquattro soldi
al giorno per il suo nutrimento.
A me, che sono di tanto inferiore a Grozio, pens Cornelius non ne
assegneranno che dodici. Vivr male, ma vivr.
E poi, colpito da un terribile pensiero, disse fra s:
Ah! Quel paese umido e nebbioso! E il terreno non si conf ai
tulipani! E Rosa, Rosa non ci sar, a Loewestein!, aggiunse lasciando
cadere sul petto quella testa che per poco non aveva lasciato cadere
assai pi in basso.
CAPITOLO TREDICESIMO.
I SENTIMENTI DI UNO SPETTATORE IN QUESTO FRATTEMPO.
Mentre Cornelius stava assorto nei suoi pensieri, una carrozza si era
avvicinata al patibolo.
La carrozza era per il prigioniero, che fu invitato a salirvi.
Cornelius obbed.
Il suo ultimo sguardo fu per il Buytenhof. Sperava di vedere alla
finestra il viso rasserenato di Rosa, ma la carrozza era tirata da
veloci cavalli, che trassero in un baleno van Baerle dal mezzo della
moltitudine che acclamava al magnanimo statolder e inveiva contro i de
Witt e contro il loro figlioccio sfuggito alla morte.
Questo faceva dire agli spettatori: - E' davvero un caso fortunato che
noi ci siamo affrettati a far giustizia di quel grande scellerato di
Giovanni de Witt e di quel piccolo furfante di Cornelio, altrimenti la
clemenza di Sua Altezza ce li avrebbe certamente sottratti, come ci
sta sottraendo costui!
In mezzo alla folla di spettatori che erano stati attirati al
Buytenhof dall'esecuzione di van Baerle e che erano rimasti
sconcertati dal modo in cui le cose si erano svolte, il pi
sconcertato era certamente un borghese vestito con dignit e che fin
dal mattino aveva cos ben menato piedi e mani che era riuscito ad
arrivare in prossimit del patibolo, da cui lo separava solo un
cordone di soldati che circondavano lo strumento di supplizio.
Parecchie persone s'erano dimostrare avide di veder colare il
"perfido" sangue del delinquente Cornelius; ma nessuno aveva posto
nella manifestazione di questo funesto desiderio l'accanimento che vi
aveva messo il borghese in questione.
I pi rabbiosi erano venuti allo spuntar del giorno al Buytenhof per
garantirsi un posto migliore; ma costui, sorpassando i pi arrabbiati,
aveva trascorso la notte alle porte della prigione, e dalla prigione
era arrivato in prima fila, come abbiamo detto, "unguibus et rostro",
blandendo gli uni e spingendo gli altri.
E quando il carnefice aveva condotto il condannato sul patibolo, il
borghese, salito sul bordo della fontana per meglio vedere ed essere
visto, aveva fatto al carnefice un gesto che voleva dire
Siamo d'accordo, non vero?.
E il carnefice aveva risposto con un altro gesto che significava:
State tranquillo.
Chi era questo borghese che era in cos stretti rapporti col
carnefice, e che cosa significavano quei gesti?
Niente di pi naturale, il borghese era "mynheer" Isaac Boxtel, il
quale dopo l'arresto di Cornelius, era venuto all'Aia per tentare di
impadronirsi dei bulbi del tulipano nero.
Boxtel aveva dapprima tentato di tirare dalla sua Grifo, ma questi
possedeva la diffidenza e la fedelt di un bulldog e perci aveva
sospettato che Boxtel fosse un amico del prigioniero, intento a
preparare chiss quale piano di evasione.
Perci quando Boxtel gli aveva proposto di sottrarre i bulbi che
Cornelius van Baerle doveva aver nascosto in qualche parte della sua
cella, Grifo lo aveva cacciato, facendogli provare le carezze del cane
da guardia.
L'aver lasciato il fondo dei pantaloni nelle fauci del molosso non
scoraggi Boxtel, il quale torn alla carica, ma trov questa volta
Grifo costretto a letto dalla febbre che gli causava il braccio rotto.
Il carceriere non aveva voluto ricevere il postulante, il quale si
rivolse a Rosa, a cui offr, in cambio dei tre bulbi, un'acconciatura
d'oro fino. La fanciulla ignara del valore del furto che le veniva
proposto, indirizz il tentatore ai carnefice, ultimo giudice e ultimo
erede del condannato.
Questo consiglio fece nascere un'idea nella mente di Boxtel.
And a trovare il carnefice: egli era sicuro che Cornelius sarebbe
morto tenendo i suoi tulipani sul cuore.
Ma Boxtel non poteva prevedere due cose:
Rosa, ossia l'amore;
Guglielmo, ossia la clemenza.
Senza Rosa e senza Guglielmo, i calcoli dell'invidioso erano esatti.
Senza Guglielmo, Cornelius sarebbe morto.
Senza Rosa, Cornelius sarebbe morto coi bulbi sul cuore.
"Mynheer" Boxtel and dunque dal carnefice, facendosi passare per
amico intimo del condannato, e propose di acquistarne le spoglie,
eccettuati i gioielli, che lasciava al boia, per la somma un po'
eccessiva di cento fiorini.
Ma che cosa rappresentavano cento fiorini per un uomo che era ormai
quasi certo di comperare con tale somma il premio della societ di
Haarlem?
Era denaro prestato al mille per uno, una percentuale che, ne
converranno tutti, rappresentava un investimento decisamente
favorevole.
Il carnefice, dal canto suo, non aveva nulla, o quasi nulla da fare
per guadagnare i cento fiorini. Egli avrebbe soltanto dovuto
permettere che Boxtel salisse sul patibolo dopo l'esecuzione per
raccogliere, insieme con i suoi domestici, i resti inanimati del suo
amico.
Accadeva spesso che i fedeli di qualche signore che moriva
pubblicamente sul Buytenhof agissero in tal modo.
Un fanatico come Cornelius poteva ben avere un altro fanatico che
offrisse cento fiorini per avere i suoi resti.
Il carnefice acconsent, ma a patto di essere pagato anticipatamente.
Boxtel, come i visitatori dei baracconi da fiera, poteva non rimanere
soddisfatto e rifiutarsi di pagare all'uscita.
Boxtel pag anticipatamente e attese.
Immaginate dunque la sua emozione, mentre sorvegliava guardie,
cancelliere, esecutore e condannato e come era preoccupato per i
movimenti di van Baerle. Come si sarebbe appoggiato sul ceppo? Come
sarebbe caduto? E cadendo non avrebbe schiacciato gli inestimabili
bulbi? Se almeno avesse avuto la precauzione di rinchiuderli in una
scatola d'oro, che il pi duro dei metalli!
Non tenteremo di descrivere l'effetto che l'ostacolo sopraggiunto ad
impedire l'esecuzione della sentenza produsse in quel degno mortale.
Perch il boia perdeva tempo a far scintillare la sua lama sulla testa
di Cornelius invece di abbatterla? Ma quando vide il cancelliere
prendere la mano del condannato e aiutarlo a rialzarsi, mentre
estraeva di tasca una pergamena, quando ud la pubblica lettura della
grazia accordata dallo statolder, Boxtel non fu pi un uomo. La furia
della tigre, della iena e del serpente esplose nelle sue grida, nei
suoi gesti; se avesse potuto raggiungere van Baerle, si sarebbe
gettato su di lui per assassinarlo.
Dunque Cornelius sarebbe vissuto Cornelius sarebbe andato a Loewestein
e avrebbe portato i bulbi nella nuova prigione e forse avrebbe trovato
un giardino dove sarebbe riuscito a far fiorire il tulipano nero.
Vi sono catastrofi che la penna di un umile scrittore non riesce a
descrivere, e che egli deve perci lasciare all'immaginazione dei
lettori.
Boxtel, sopraffatto, cadde dal bordo della fontana su un gruppo di
orangisti, delusi come lui della piega che la faccenda aveva preso.
Costoro, credendo che le grida lanciate da mynheer Isaac fossero grida
di gioia, lo gonfiarono di pugni.
Ma che cosa potevano aggiungere quei pochi pugni al dolore che Boxtel
provava! Volle correre dietro alla carrozza che portava via Cornelius
e i bulbi, ma, nella fretta, non vide un sasso, incespic, perdette
l'equilibrio, rotol a dieci passi di distanza e si rialz soltanto
quando tutta la marmaglia dell'Aia gli era passata sul corpo dolorante
e contuso.
Boxtel usc dall'avventura con gli abiti a brandelli, con la schiena
tutta lividure e con le mani scorticate.
Si potrebbe credere che ne avesse avuto abbastanza.
Invece no.
Non appena Boxtel si trov nuovamente in piedi, si strapp quanti pi
capelli pot, gettandoli in olocausto a quella divinit barbara e
insensibile che si chiama l'Invidia.
E certo l'offerta fu bene accetta dalla dea che, secondo la mitologia,
ha la capigliatura composta unicamente di serpenti.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
I PICCIONI DI DORDRECHT.
Era certamente gi un onore per Cornelius van Baerle l'essere
rinchiuso proprio nella prigione che aveva ospitato il sapiente
Grozio.
Ma una volta giunti alla prigione, lo attendeva un onore ancora pi
grande. Capit che la cella occupata dall'illustre amico di Barneveldt
a Loewestein fosse vuota quando la clemenza del principe d'Orange vi
invi il coltivatore di tulipani van Baerle.
Questa cella aveva una reputazione davvero cattiva nel castello dopo
che, grazie all'immaginazione di sua moglie, Grozio ne era fuggito,
rinchiuso nella famosa cassa di libri che non era stata perquisita.
D'altro canto, a van Baerle parve un autentico segno di buon auspicio
che proprio questa cella gli venisse assegnata come alloggio; poich
insomma, secondo lui, un carceriere non avrebbe mai dovuto far abitare
ad un secondo piccione la gabbia da cui il primo era volato via con
tanta facilit.
La cella storica. Non perderemo perci il nostro tempo a descriverne
qui i particolari, limitandoci ad accennare ad un'alcova che era stata
fatta per la signora Grozio. Era una stanza di prigione come le altre,
forse pi elevata come posizione; infatti, attraverso le sbarre della
prigione si godeva di una bellissima vista.
L'interesse della nostra storia non consiste d'altronde nella
descrizione di un certo numero di ambienti. Per van Baerle, la vita
era ben altro che un apparecchio per respirare. Il povero prigioniero
amava al di l della sua macchina pneumatica due cose di cui solo il
pensiero, questo libero viaggiatore, gli poteva ormai fornire un
effettivo possesso.
Un fiore e una donna, l'uno e l'altra ormai definitivamente svaniti
per lui.
Per fortuna, il buon van Baerle s'ingannava! Dio, che nel momento in
cui egli marciava verso il patibolo lo aveva guardato con un sorriso
paterno, Dio gli riservava nell'ambito stesso della prigione, nella
cella di Grozio, l'esistenza pi avventurosa che giammai coltivatore
di tulipani abbia avuto in eredit.
Un mattino, mentre Cornelius respirava l'aria fresca che saliva dal
fiume Waal, ammirando in lontananza, dietro a una selva di camini i
mulini di Dordrecht, sua patria, vide uno stormo di piccioni accorrere
da quel punto dell'orizzonte e venire ad appollaiarsi sui pinnacoli
aguzzi di Loewestein.
Quei piccioni, pens van Baerle, vengono da Dordrecht e logicamente
vi possono ritornare. Chi riuscisse ad attaccare un biglietto sotto
l'ala di quei piccioni potrebbe avere la fortuna di far sapere sue
notizie a Dordrecht, dove pianto come morto... Quel qualcuno -
aggiunse dopo di aver riflettuto - sar io.
Quando si hanno ventotto anni e si condannati alla prigione
perpetua, ossia a qualcosa come ventidue o ventitremila giorni di
prigione, si molto pazienti.
Van Baerle, pensando ai suoi tre bulbi, poich questo pensiero batteva
in fondo alla sua mente come il cuore gli batteva in fondo al petto,
prepar una trappola. Adesc i piccioni con quanto di meglio gli
veniva dato come cibo, l'equivalente di diciotto soldi olandesi al
giorno, e dopo un mese di tentativi infruttuosi, riusc a catturare
una femmina.
Occorsero altri due mesi per catturare un maschio. Cornelius li
rinchiuse insieme e all'inizio dell'anno 1673, dopo che ebbe ottenuto
le uova, ridon la libert alla femmina che, sicura che il maschio
avrebbe covato in sua vece se ne vol piena di gioia verso Dordrecht,
portando un biglietto sotto l'ala.
Ritorn la sera.
Il biglietto c'era ancora.
Passarono cos quindici giorni, mentre il disappunto di van Baerle si
trasformava in disperazione.
Il sedicesimo giorno la colomba torn senza il biglietto.
Van Baerle aveva indirizzato il suo scritto alla nutrice, la vecchia
frisona, supplicando le anime caritatevoli che lo avessero trovato di
farglielo pervenire al pi presto possibile.
Nella lettera indirizzata alla nutrice era incluso un biglietto per
Rosa, e Dio, il quale spinge col suo soffio i semi sulle mura dei
vecchi castelli e ve li fa fiorire con l'aiuto di qualche goccia di
pioggia, permise che la nutrice di van Baerle ricevesse la lettera.
Ed ecco come: lasciando Dordrecht per recarsi all'Aia e l'Aia per
Gorcum, "mynheer" Isaac Boxtel aveva abbandonato non solo la sua casa,
il suo domestico, il suo osservatorio e il suo cannocchiale, ma anche
i suoi piccioni.
Il domestico, che era rimasto senza paga, dopo avere consumato i suoi
pochi risparmi, incominci a mangiare i piccioni. Costatando ci, i
piccioni emigrarono dal tetto di Isaac Boxtel al tetto di Cornelius
van Baerle.
La nutrice era una donna di cuore, che sentiva la necessit di amare
qualcuno. Si affezion dunque ai piccioni che erano venuti a chiederle
ospitalit. Quando il domestico di Boxtel venne a reclamarli per
mangiarsi l'ultima dozzina o quindicina come si era mangiato i primi
dodici o quindici, ella gli offr di comprarglieli al prezzo di sei
soldi d'Olanda l'uno.
Era il doppio del loro valore e il domestico accett con gioia.
La nutrice divent cos la legittima proprietaria dei piccioni
dell'invidioso.
Erano questi piccioni che, mescolati ad altri, nelle loro
peregrinazioni andavano a visitare l'Aia, Loewestein, Rotterdam,
andando senza dubbio a cercare del grano d'altra natura, del seme di
canapa con un altro gusto.
Il caso, o piuttosto Dio, Dio che noi vediamo al fondo di ogni cosa,
Dio aveva fatto s che Cornelius prendesse proprio uno di quei
piccioni.
Ne deriva che se l'invidioso non avesse lasciato Dordrecht per seguire
il suo rivale all'Aia dapprima e poi a Gorcum o a Loewestein che dir
si voglia, dal momento che le due localit sono separate solo dal
congiungimento del Waal e della Mosa, il biglietto di van Baerle
sarebbe caduto tra le sue mani e non tra quelle della nutrice, e in
tal modo il povero prigioniero, come il corvo del ciabattino romano,
avrebbe perduto il proprio tempo e le proprie pene. Cos, invece di
poter raccontare gli avvenimenti svariati che a modo d'un tappeto dai
mille colori si vanno svolgendo sotto la nostra penna, noi avremmo
dovuto descrivere solo una lunga serie di giorni pallidi, tristi e
oscuri come il mantello della notte.
Il biglietto pervenne dunque nelle mani della nutrice di van Baerle.
E cos accadde che uno dei primi giorni di febbraio, quando le ombre
della sera calavano lasciandosi dietro una scia di stelle nascenti,
Cornelius sent sulla scala della torretta il suono di una voce che lo
fece trasalire.
Si port una mano al cuore e rimase in ascolto.
Era la voce armoniosa e dolce di Rosa.
Dobbiamo confessare che Cornelius non fu cos sorpreso e cos felice
come lo sarebbe stato, se non avesse inviato il messaggio per mezzo
del piccione. L'uccello che era ritornato con l'ala vuota gli aveva
portato la speranza ed egli attendeva ogni giorno di avere notizie del
suo amore e dei suoi bulbi.
Si alz e si mise in ascolto presso la porta.
S, erano gli accenti che tanto lo avevano commosso all'Aia.
Rosa aveva compiuto il viaggio dall'Aia a Loewestein. Rosa era
riuscita, senza ch'egli sapesse come, a penetrare nella prigione. Rosa
sarebbe riuscita a raggiungere il prigioniero?
Mentre Cornelius affastellava pensieri, timori e desideri, lo
spioncino si apr e Rosa, splendente di gioia, pi bella nel pallore
causatole da cinque mesi di dolore, accost il viso all'inferriata
esclamando:
- Oh, signore, signore, eccomi!
Cornelius tese le braccia, alz gli occhi al cielo e lanci un grido
di gioia.
- Oh! Rosa, Rosa!
- Silenzio! parliamo sottovoce, ch mio padre mi segue - rispose la
giovinetta.
- Vostro padre?
- S, nel cortile dove sta ricevendo le istruzioni dal governatore.
Fra poco salir.
- Le istruzioni dal governatore?
- Ascoltate, cercher di spiegarvi tutto in poche parole. Lo statolder
possiede una casa di campagna vicino a Leyda. Non altro che una
grande latteria e mia zia, che stata la sua nutrice, incaricata
della cura di tutti gli animali che vi sono allevati. Quando ho
ricevuto la vostra lettera che, ahim, non ho potuto leggere ma che la
vostra nutrice mi ha letto, sono andata subito dalla zia e ho atteso
l che il principe venisse a visitare la latteria. Quando venne, gli
chiesi di far trasferire mio padre dall'Aia a Loewestein. Il principe
non immaginava certo il mio scopo; se lo avesse saputo, mi avrebbe
forse rifiutato ci che invece mi venne concesso.
- Ed ora eccovi qua.
- Come vedete.
- E cos potr vedervi ogni giorno?
- Il pi sovente che mi sar possibile.
- Oh Rosa, mia bella madonnina! - disse Cornelius. - Allora voi mi
volete un po' di bene?
- Un po' di bene... Non siete abbastanza esigente, signor Cornelius.
Cornelius le tese le mani con passione, ma non pot toccare che la
punta delle dita della fanciulla, attraverso la grata.
- Ecco mio padre! - esclam la ragazza.
E Rosa si allontan dalla porta, correndo incontro al vecchio Grifo
che compariva sulla scala.
CAPITOLO QUINDICESIMO.
LO SPIONCINO.
Grifo era seguito dal molosso.
Stava facendogli compiere un giro perch imparasse a conoscere i
prigionieri.
- Padre mio, - disse Rosa - questa la cella famosa dalla quale evase
Grozio. Sapete chi era Grozio?
- S, s, quel briccone di Grozio, amico di quello scellerato di un
Barneveldt, che vidi giustiziare quando ero bambino. Grozio. Ah! ah!
Fugg da questa camera. Ebbene, ti assicuro che nessun altro ne
evader.
E aprendo la porta, incominci a fare il suo discorsetto al
prigioniero.
Nell'oscurit, il cane and a fiutare i polpacci del recluso, come se
volesse domandargli per quale ragione non era morto, dato che lo aveva
visto uscire in compagnia del cancelliere e del boia.
Ma la bella Rosa lo chiam e il molosso le and vicino.
- Signore - disse Grifo, alzando la lanterna per fare un po' di luce
intorno a s. - Sono il vostro nuovo carceriere. Sono il capo di tutti
i secondini e le celle sono sotto la mia sorveglianza. Non sono
cattivo, ma sono inflessibile per tutto ci che concerne la
disciplina.
- Ma io vi conosco benissimo, caro signor Grifo - disse il
prigioniero, avanzando nel cerchio di luce della lanterna.
- Toh! Siete voi, signor van Baerle, - esclam Grifo - siete voi!
Guarda, guarda, ci si ritrova!
- S, e vedo col pi grande piacere, mio caro signor Grifo, che il
vostro braccio guarito perfettamente, poich potete reggere la
lanterna. - Grifo aggrott la fronte.
- Vedete, - disse - in politica si commettono sempre degli errori. Sua
Altezza vi ha graziato. Io non lo avrei fatto.
- E perch? - domand Cornelius.
- Perch siete un tipo capace di cospirare nuovamente. Voi
intellettuali ve la intendete col demonio.
- Via, mastro Grifo! Siete dunque scontento del modo in cui vi ho
aggiustato il braccio o del prezzo che vi ho chiesto? - disse ridendo
Cornelius.
- Al contrario, perbacco, al contrario! - brontol il carceriere.
- Me lo avete rimesso a posto troppo bene; deve esserci qualche
stregoneria: dopo sei settimane potevo servirmene come se nulla fosse
accaduto. Il dottore del Buytenhof, che sa il suo mestiere, voleva
rompermelo nuovamente per rimettermelo a posto secondo le regole,
assicurandomi che, questa volta, sarei rimasto tre mesi senza poterlo
muovere.
- E non avete voluto?
- Ho detto di no. Fino a quando potr farmi il segno della croce con
questo braccio, mi faccio beffe del diavolo.
- Ma se vi fate beffe del diavolo, mastro Grifo, a maggior ragione
dovreste farvi beffe degli intellettuali.
- Oh! I sapienti, i sapienti! - esclam Grifo senza rispondere alla
battuta. - Preferirei dover custodire dieci militari, piuttosto che un
dotto! I militari fumano, bevono, si ubriacano, sono docili come
agnelli, purch si dia loro dell'acquavite o del vino della Mosella.
Ma uno studioso! Quello non beve, non fuma, non si ubriaca. E' sobrio,
non spende, tiene la mente sgombra per cospirare. Ma io vi dico subito
che per voi non sar affatto facile cospirare. Anzitutto niente libri,
niente carta, niente formule misteriose. Proprio coi libri Grozio
riuscito ad evadere.
- Mastro Grifo, - interloqu van Baerle - l'idea di fuggire mi era
balenata, ma vi assicuro che ora l'ho completamente abbandonata.
- Sta bene, sta bene - disse Grifo; - badate a voi ed io far
altrettanto. Tant', Sua Altezza ha commesso un grave errore.
- Non facendomi tagliare la testa?... Grazie, grazie, mastro Grifo.
- Proprio cos. Vedete come i signori de Witt se ne stanno tranquilli,
ora.
- Ci che dite orribile, signor Grifo - mormor van Baerle, volgendo
il capo per nascondere il suo disgusto. - Voi dimenticate che uno di
quegli infelici era un mio caro amico, e l'altro... l'altro il mio
secondo padre.
- S, ma non dimentico che sono stati dei cospiratori. E poi, le mie
parole mi sono state dettate da un sentimento di filantropia.
- Ah, davvero? Spiegatevi meglio, mastro Grifo, perch non vi
comprendo.
- S. Se voi foste rimasto sul ceppo di mastro Harbruck...
- Ebbene?
- Ebbene, ora non soffrireste pi. Non vi nascondo che vi render la
vita molto dura.
- Grazie per la promessa, mastro Grifo...
E mentre il prigioniero sorrideva ironicamente al vecchio carceriere,
Rosa, dietro alla porta, gli rispondeva con un sorriso colmo di
angelica consolazione.
Grifo si avvicin alla finestra.
La luce del giorno morente permetteva ancora di distinguere un immenso
orizzonte che si perdeva in una bruma grigiastra.
- Che vista si gode, di qui? - domand il carceriere.
- Splendida - rispose Cornelius guardando Rosa.
- S, s, troppa vista, troppa vista.
In quel momento i due piccioni, spaventati dalla vista e soprattutto
dalla voce sconosciuta, uscirono dal nido e scomparvero nella nebbia.
- Oh, oh! che cos' questo? - domand il carceriere.
- Sono i miei piccioni - rispose Cornelius.
- I vostri piccioni, - grid il carceriere - i vostri piccioni! Da
quando in qua un prigioniero ha qualcosa di suo?
- Voglio dire che sono i piccioni che il buon Dio mi ha imprestato, se
cos vi piace.
- Ecco la prima infrazione! Ah, giovanotto, riprese Grifo - vi avverto
che entro domani i vostri piccioni cuoceranno nella mia pentola.
- Bisogna prima che li prendiate, mastro Grifo; voi affermate che non
possono essere miei; ebbene, sono meno ancora vostri che miei.
- Ci che viene rimandato non perso - brontol il carceriere;- entro
domani avr torto loro il collo.
E, mentre faceva questa maligna promessa a Cornelius, Grifo si sporse
fuori per esaminare il nido. Van Baerle ne approfitt per correre alla
porta e stringere la mano di Rosa, che gli sussurr:
- Questa sera alle nove.
Grifo, preso dal desiderio di catturare i piccioni, come aveva
promesso di fare, non vide e non ud nulla. Chiuse la finestra, prese
sua figlia per un braccio, usc, diede un doppio giro di chiave,
assicur il catenaccio e se ne and a fare le medesime promesse a un
altro prigioniero.
Non appena egli fu scomparso, Cornelius s'accost alla porta per
ascoltare il rumore dei passi che s'allontanavano; poi, quando fu
svanito del tutto, corse alla finestra e distrusse il nido dei
piccioni. Preferiva cacciarli per sempre piuttosto che esporli alla
morte, grato com'era ai gentili messaggeri che gli avevano restituito
la felicit di vedere Rosa.
N la visita del carceriere, n le sue brutali minacce riuscirono a
distrarre Cornelius dai suoi dolci pensieri e soprattutto dalla dolce
speranza che la presenza di Rosa aveva fatto risuscitare nel suo
cuore.
Egli attese impazientemente che suonassero le nove alla torre di
Loewestein.
Rosa aveva detto: Alle nove, aspettatemi.
L'ultima nota della campana vibrava ancora nell'aria, quando Cornelius
ud sulle scale il passo leggero e il fruscio delle vesti della bella
frisona. L'inferriata, su cui si fissavano gli sguardi ardenti di
Cornelius, s'illumin. Lo spioncino era stato aperto dal di fuori.
- Eccomi - disse Rosa, ancora trafelata per aver salito di corsa le
scale. - Eccomi!
- Oh! mia bella Rosa!
- Siete contento di vedermi?
- Me lo domandate? Ma come avete fatto a venire? Ditemi.
- Ascoltate. Mio padre si addormenta ogni sera non appena ha terminato
di cenare. Allora io lo metto a letto, mezzo intontito dal ginepro.
Mantenete il segreto su questo, perch in tal modo potr venirvi a
trovare ogni sera e a chiacchierare un'oretta con voi.
- Oh! Vi ringrazio, Rosa, cara Rosa!
E Cornelius, pronunciando queste parole, accost il viso allo
spioncino, cos vicino che Rosa allontan il suo.
- Vi ho riportato i bulbi de tulipano - disse.
Il cuore di Cornelius diede un balzo. Non aveva ancora osato domandare
alla fanciulla che cosa avesse fatto del prezioso tesoro che le aveva
affidato.
- Ah! Li avete serbati, allora!
- Non me li avevate forse donati come una cosa cara al vostro cuore?
- S, ma poich ve li ho donati, ritengo che ora siano vostri.
- Sarebbero stati miei dopo la vostra morte, ma voi siete invece vivo,
fortunatamente. Ah! come ho benedetto Sua Altezza. Se Dio vorr
concedere al principe Guglielmo tutta la felicit che gli ho augurata,
egli sar certamente l'uomo pi felice non soltanto del suo reame, ma
del mondo intero. Eravate vivo, mi dissi, e pur conservando la Bibbia
del vostro padrino Cornelio, ero decisa a riportarvi i vostri bulbi.
Ma non sapevo come fare. Meditavo di andare dallo statolder per
chiedergli il posto di carceriere a Gorcum per mio padre, quando la
vostra nutrice mi port la lettera. Ci piangemmo su entrambe. Ma la
vostra lettera mi spinse ad attuare subito il mio piano. Partii per
Leyda. Il resto lo sapete.
- Ma come, cara Rosa, anche prima di ricevere la mia lettera pensavate
di venirmi a raggiungere?
- Se ci pensavo! - rispose Rosa, dimenticando il suo riserbo. Ma se
non pensavo ad altro!
Pronunciando queste parole, Rosa divent cos bella che, per la
seconda volta, Cornelius appoggi fronte e labbra sull'inferriata, in
un impeto di gratitudine.
Rosa indietreggi anche questa volta.
- A dire il vero, - continu ella con la civetteria istintiva che si
annida nel cuore di ogni ragazza - ho spesso rimpianto di non saper
leggere, ma questo rimpianto non fu mai cos forte come quando la
nutrice mi port la vostra lettera. Ho tenuto nelle mani quella
lettera che parlava agli altri e che per me, povera ignorante, restava
muta.
- Avete spesso rimpianto di non saper leggere? - domand Cornelius - e
in quale occasione?
- Via, avrei voluto leggere tutte le lettere che ricevevo.
- Ricevevate delle lettere, Rosa?
- A centinaia.
- Chi vi scriveva?
- Chi mi scriveva? Prima di tutto gli studenti che passavano sul
Buytenhof, poi gli ufficiali che si recavano alla piazza d'armi, e
tutti i commessi e mercanti che mi vedevano alla finestra.
- E che ne facevate, di tutti quei biglietti?
- Una volta me li facevo leggere da qualche amica, - rispose Rosa - e
trovavo ci molto divertente, ma da qualche tempo trovo inutile
ascoltare tutte quelle sciocchezze e perci li brucio.
- Da qualche tempo! - esclam Cornelius, con uno sguardo tremante
d'amore e di gioia.
Rosa arross e abbass gli occhi.
In tal modo non pot vedere avvicinarsi le labbra di Cornelius, le
quali incontrarono purtroppo la grata, ma che alitarono sul volto
della fanciulla il calore del pi tenero bacio.
Rosa impallid, emise un gemito, chiuse gli occhi e fugg col cuore
palpitante. Cornelius, rimasto solo, dovette accontentarsi di
respirare il dolce profumo dei capelli di Rosa, rimasto prigioniero
tra i ferri della grata.
Fuggendo cos precipitosamente, Rosa aveva dimenticato di restituire a
Cornelius i tre bulbi del tulipano nero.
CAPITOLO SEDICESIMO.
MAESTRO E SCOLARA.
Quel galantuomo di Grifo era ben lungi dal condividere i sentimenti
della figlia verso il figlioccio di Cornelio de Witt.
Al Loewestein non vi erano che cinque prigionieri, sicch il compito
di guardiano non era dunque difficile; si trattava pi che altro di
una sinecura a lui assegnata per riguardo alla sua et.
Ma il degno carceriere aveva ingrandito con l'immaginazione e con lo
zelo l'importanza del suo compito. Per lui Cornelius si era
trasformato in un criminale della pi bell'acqua. Perci agli occhi
suoi era diventato il pi pericoloso dei prigionieri. Ne sorvegliava
ogni movimento, ogni gesto, gli si rivolgeva sempre col cipiglio,
facendogli scontare la colpa della sua orribile ribellione al clemente
statolder.
Grifo entrava tre volte al giorno nella cella di van Baerle, sperando
di coglierlo in fallo, ma Cornelius aveva rinunciato ormai alla
corrispondenza, poich aveva la sua corrispondente accanto a s. E'
probabile che se Cornelius avesse ottenuto la libert e
l'autorizzazione a stabilirsi dove meglio gli fosse piaciuto, il
domicilio nella prigione con Rosa e con i bulbi gli sarebbe apparso
preferibile a qualsiasi altro domicilio senza Rosa e senza i bulbi.
Rosa aveva promesso di venire ogni sera alle nove a intrattenersi col
suo caro prigioniero e, come abbiamo visto, aveva mantenuto la
promessa fin dalla prima sera.
L'indomani ritorn, usando le stesse precauzioni. Ma si era ripromessa
di non avvicinarsi troppo alla grata. Inoltre, per avere il pretesto
di avviare subito una conversazione interessante per van Baerle, gli
tese per prima cosa i tre bulbi, avvolti ancora nella medesima carta.
Ma, con suo grande stupore, van Baerle respinse con le dita la sua
mano bianca.
Il giovane aveva riflettuto.
- Ascoltate - disse; - credo che correremmo un rischio troppo grande
se tenessimo tutta la nostra fortuna in un solo luogo. Pensate, cara
Rosa, che si tratta di compiere un'impresa ritenuta finora
impossibile. Si tratta di far fiorire il grande tulipano nero.
Dobbiamo prendere tutte le precauzioni per non avere nulla da
rimproverarci in caso di insuccesso. Ed ecco come ho calcolato di
raggiungere la nostra meta.
Rosa si prepar ad ascoltare con la massima attenzione ci che stava
per dirle il prigioniero.
- Sentite dunque, - continu Cornelius - come dovr compiersi la
nostra collaborazione in questa grande impresa.
- Vi ascolto - disse Rosa.
- Ci sar certamente in questa fortezza un piccolo giardino, o, in
mancanza di un giardino, un cortile, una terrazza.
- Abbiamo un bellissimo giardino, - disse Rosa - che si stende lungo
la riva del Waal ed pieno di bellissimi alberi di alto fusto.
- Potreste portarmi un po' di terra di questo giardino, affinch io
possa giudicarne le qualit?
- Domani stesso.
- Ne prenderete all'ombra e al sole, perch io possa costatarne le
condizioni di asciuttezza e di umidit.
- State tranquillo.
- Quando avremo scelto, ed eventualmente modificato la terra
divideremo i bulbi. Voi ne prenderete uno e lo pianterete nel giorno
che vi dir e nella terra che io avr scelto; fiorir certamente se vi
atterrete alle mie istruzioni.
- Vi dedicher tutta me stessa.
- Me ne darete un altro, che cercher di far crescere in questa
stanza, e ci mi aiuter a trascorrere le lunghe giornate durante le
quali non vi vedo. Non nutro molte speranze, su quel bulbo, e lo
considero fin d'ora come un infelice sacrificato al mio egoismo. Per
il sole qualche volta entra qua dentro. Inoltre trarr partito dalle
pi piccole cose, persino dal calore e dalla cenere della mia pipa. Ed
infine terremo, o meglio voi terrete, come riserva il terzo bulbo,
nostra ultima risorsa nel caso che i nostri primi due tentativi
fallissero. In tal modo, mia cara Rosa, impossibile che non
perveniamo a guadagnare i centomila fiorini della vostra dote e a
procurarci la suprema felicit di veder riuscire la nostra impresa.
- Ho capito - disse Rosa. - Vi porter domani la terra perch possiate
scegliere la vostra e la mia. Quanto alla vostra, dovr fare parecchi
viaggi, perch non potr portarvene che poca per volta.
- Oh! Non abbiamo fretta, cara Rosa; i nostri tulipani non debbono
venire interrati che fra un mese. Come vedete, abbiamo tempo;
soltanto, per piantare il vostro bulbo, seguirete le mie istruzioni,
non vero?
- Ve lo prometto.
- E quando lo avrete piantato, mi riferirete tutte le circostanze che
potranno interessare il nostro pupillo: e cio i cambiamenti
atmosferici, le orme che troverete sulle aiuole e nei viali. Di notte
starete in ascolto per scoprire se il giardino frequentato dai
gatti. A Dordrecht, due di quegli sciagurati animali mi hanno
devastato due aiuole.
- Star in ascolto.
- E nelle notti di luna... Avete una finestra sul giardino?
- S, la finestra della mia camera da letto.
- Bene. Nelle notti di luna spierete che non escano topi dalle
fenditure dei muri. I topi sono dei tremendi roditori ed io ho visto
dei coltivatori sfortunati di tulipani rimproverare amaramente No
perch ha preso con s nell'arca anche una coppia di topi.
- Far attenzione, e se vi saranno gatti e topi...
- Dovrete porvi rimedio. Inoltre, - continu van Baerle, il quale,
vivendo in prigione, era diventato sospettoso - vi un animale assai
pi temibile dei gatti e dei topi!
- E qual questo animale?
- E' l'uomo! Voi capirete, mia cara Rosa, che se si ruba un fiorino,
rischiando la galera per una somma tanto piccola, a maggior ragione si
pu rubare un bulbo che vale centomila fiorini.
- Nessuno all'infuori di me entrer nel giardino.
- Me lo promettete?
- Ve lo giuro.
- Grazie, Rosa, cara Rosa, da voi dipende ogni mia gioia! - E poich
le labbra di van Baerle tornavano ad accostarsi alla grata, Rosa
scost il viso e tese la mano.
In quella mano ben curata stava il bulbo. Cornelius baci
appassionatamente le dita di quella mano. Forse perch racchiudeva uno
dei bulbi del grande tulipano nero? O perch era la mano di Rosa? Chi
pi bravo di noi lo indovini.
Rosa, poich era scoccata l'ora dell'addio, si ritir tenendo stretti
sul petto gli altri due bulbi. Li stringeva forse sul petto perch
erano i bulbi del grande tulipano nero, o perch i bulbi appartenevano
a Cornelius van Baerle? Crediamo che la risposta a questa domanda sia
pi facile.
Da quel giorno, comunque, la vita del prigioniero divent attiva e
gioiosa.
Rosa, come abbiamo visto, gli aveva consegnato uno dei bulbi.
Ogni sera gli portava una manciata di terra della parte del giardino
che egli aveva giudicato migliore, che era effettivamente ottima.
Una larga brocca, che Cornelius aveva rotto appropriatamente, gli
forn il recipiente che egli riemp a met con la terra portatagli da
Rosa, mescolata con un po' del limo del fiume.
Preparato cos un eccellente terriccio, al principio d'aprile vi
depose il primo bulbo.
Non riusciremo a descrivere quali accorgimenti, quanta abilit e
quanta astuzia Cornelius us per sottrarre alla sorveglianza di Grifo
la sua opera.
Rosa veniva ogni giorno a chiacchierare con Cornelius.
I tulipani, che ormai Rosa conosceva a fondo, formavano l'argomento
principale della conversazione. Ma, per quanto interessante fosse il
soggetto, non era possibile parlare continuamente di tulipani.
Parlavano allora di altre cose, e il coltivatore di tulipani si
accorgeva con stupore dell'estensione immensa che poteva raggiungere
la loro conversazione.
Rosa per aveva preso l'abitudine di tenere il suo bel viso lontano
dalla grata. La fanciulla diffidava di se stessa, dalla sera in cui
aveva sentito come il soffio ardente di un prigioniero poteva bruciare
un cuore femminile.
Vi era una cosa che preoccupava il coltivatore di tulipani quasi
quanto i bulbi, e della quale parlava continuamente: la dipendenza di
Rosa dagli umori del padre.
La vita di van Baerle, il sapiente dottore, il pittore, l'uomo
superiore, il quale per primo aveva scoperto, con ogni probabilit,
quel capolavoro della creazione che avrebbe portato il nome di "Rosa
Baerlensis", la vita, pi che la felicit di quest'uomo dipendeva dal
capriccio di un altro uomo, e quest'uomo era un essere di spirito
inferiore e di infima categoria: era un carceriere, un essere meno
intelligente della serratura che egli chiudeva e pi duro del
catenaccio che tirava. Come il Calibano della "Tempesta" di
Shakespeare, era un essere intermedio fra l'uomo e il bruto.
E la felicit di Cornelius dipendeva da quest'uomo, il quale avrebbe
potuto un giorno annoiarsi a Loewestein, trovare che l'aria era
insalubre, che il ginepro non vi era buono, e lasciare la fortezza e
condurre via con s la figlia. Cornelius e Rosa sarebbero stati cos
nuovamente separati. Dio, che pur fa tanto per le sue creature, forse
avrebbe finito per non concedere loro di riunirsi.
- E a che servirebbero allora i piccioni viaggiatori? - diceva
Cornelius alla ragazza. - Voi non potreste leggere ci che vi
scriverei, n scrivermi ci che vorreste.
- Ebbene, - rispondeva Rosa, che temeva la separazione quanto
Cornelius - abbiamo a disposizione un'ora ogni sera, facciamone buon
uso.
- Mi sembra - osserv Cornelius - che noi ne facciamo gi buon uso.
- Facciamone un uso ancora migliore - rispose Rosa sorridendo.
Insegnatemi a leggere e a scrivere. Trarr profitto dalle vostre
lezioni, siatene certo, e in tal modo non potremo pi essere separati,
tranne che dalla nostra volont.
- Oh! allora, - grid Cornelius - abbiamo l'eternit davanti a noi!
Rosa sorrise e alz dolcemente le spalle.
- Forse che voi resterete sempre in prigione? - rispose. - Forse che
dopo avervi concesso la vita, Sua Altezza non vi conceder anche la
libert? Non riavrete allora i vostri beni? Non sarete nuovamente
ricco? E quando sarete libero e ricco, vi degnerete di guardare,
passando in carrozza o a cavallo, la piccola Rosa, la figlia di un
carceriere, quasi di un boia?
Cornelius volle protestare, con tutto il cuore e con tutta la
sincerit di un'anima colma d'amore.
Ma la fanciulla lo interruppe.
- Come sta il vostro tulipano? - domand sorridendo.
Parlandogli del tulipano, Rosa riusciva a far dimenticare a Cornelius
ogni cosa, anche se stessa.
- Abbastanza bene - disse il giovane; - la pellicola si annerisce, il
processo di fermentazione incominciato, le vene del bulbo si
riscaldano e s'ingrossano. Fra otto giorni, forse prima, si potranno
distinguere le prime protuberanze della germinazione. E il vostro,
Rosa?
- Oh, io ho fatto le cose in grande, seguendo le vostre indicazioni.
- Vediamo, Rosa, che cosa avete fatto - domand Cornelius, con gli
occhi ardenti e con il respiro ansimante come la sera in cui aveva
conquistato Rosa.
- Ho fatto le cose in grande - rispose sorridendo la ragazza, che in
fondo al suo cuore non poteva impedirsi di studiare questo duplice
amore del prigioniero per lei e per il tulipano nero: - in un quadrato
di terreno spoglio. lontano dagli alberi e dal muro, ho preparato
un'aiuola di terra leggermente sabbiosa, pi umida che secca, senza
una pietra, senza un sassolino, come voi mi avete insegnato.
- Bene, bene, Rosa, e poi?
- Il terreno cos preparato non attende che il vostro segnale.
- Nel primo giorno di bel tempo voi mi direte di piantare il mio bulbo
e io lo pianter; devo partire in ritardo rispetto a voi, perch ho
dalla mia tutte le condizioni favorevoli dell'aria buona, del sole e
dell'abbondanza dei succhi terrestri.
- E' vero, vero! - esclam Cornelius battendo gioiosamente le mani.
- Siete una brava allieva, Rosa, e guadagnerete certamente i centomila
fiorini.
- Non dimenticate - rispose Rosa ridendo - che la vostra allieva, come
vi piace chiamarmi, ha qualcos'altro da imparare, oltre alla
coltivazione dei tulipani.
- S, s, interessa anche a me come a voi che sappiate leggere.-
Quando incominceremo?
- Subito.
- No, domani.
- Perch domani?
- Perch oggi la nostra ora terminata e debbo lasciarvi.
- Di gi! Ma che cosa leggeremo?
- Oh! - disse Rosa - ho un libro, un libro che spero ci porter
fortuna.
- A domani dunque?
- A domani.
L'indomani Rosa ritorn con la Bibbia di Cornelio de Witt.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO.
IL PRIMO BULBO.
Come abbiamo detto, Rosa ritorn l'indomani con la Bibbia di Cornelio
de Witt.
Ebbe inizio allora fra maestro e scolara una di quelle deliziose scene
che formano la gioia di un romanziere.
Lo spioncino, unica apertura che servisse loro di comunicazione, era
troppo alto per persone che s'erano accontentate fino allora di
leggere l'una sul viso dell'altra tutto ci che si dovevano dire e che
non potevano leggere comodamente sul libro portato da Rosa.
Perci la fanciulla dovette appoggiarsi allo spioncino, con la testa
inclinata e col libro all'altezza del lume che reggeva con la mano
destra e che, per farla riposare un poco, Cornelius escogit di
fissare alla grata con un fazzoletto. Cos Rosa fu in grado di seguire
con un dito le lettere e le sillabe che Cornelius le faceva compitare,
indicandogliele attraverso la grata con una festuca di paglia.
La luce della lampada illuminava il colorito di Rosa, il suo occhio
azzurro e profondo, le sue trecce bionde sotto al casco d'oro brunito
che, come abbiamo detto, l'acconciatura delle frisone; le sue dita
alzate assumevano una tinta pallida e rosata, mostrando la vita
misteriosa che circolava sotto la carne.
L'intelligenza di Rosa si sviluppava rapidamente a contatto con lo
spirito vivificante di Cornelius, e quando la difficolt appariva
troppo ardua, quegli occhi che s'immergevano l'uno nell'altro, quelle
ciglia che si sfioravano, quei capelli che s'annodavano, provocavano
delle scintille elettriche capaci d'illuminare le tenebre dello stesso
idiotismo.
E Rosa, scesa in camera sua, ripassava le lezioni di lettura e, in
fondo all'anima, anche le inconfessate lezioni di amore.
Una sera, ella giunse con un ritardo di mezz'ora rispetto
all'ordinario.
Era una cosa troppo seria, mezz'ora di ritardo, perch Cornelius non
s'informasse anzitutto di ci che lo aveva causato.
- Non mi sgridate - disse; - non colpa mia. Mio padre ha rinnovato a
Loewestein la conoscenza con un brav'uomo che all'Aia era venuto pi
volte a chiedere di visitare la prigione. E' un buon diavolo, forte
bevitore, che sa raccontare storielle allegre e che non si tira
indietro quando si tratta di pagare il conto.
- Non sapete altro di lui? - domand stupito Cornelius.
- No - rispose la fanciulla; - ma mio padre da quindici giorni circa
si affezionato a questo nuovo venuto, cos assiduo nel venirlo a
trovare.
- Oh! - esclam Cornelius scuotendo il capo - potrebbe essere una di
quelle spie che vengono introdotte nelle fortezze per sorvegliare
insieme prigionieri e guardiani.
- Non credo - rispose Rosa sorridendo; - se quel brav'uomo qui per
sorvegliare, non sorveglia certo mio padre.
- E chi dunque?
- Me, per esempio.
- Voi?
- Perch no? - domand ridendo Rosa.
- Ah! E' vero - sospir Cornelius; - i vostri pretendenti non saranno
sempre delusi. Quell'uomo potrebbe diventare vostro marito.
- Non dico di no.
- E su che cosa si basa questa vostra speranza?
- Dite questo timore, signor Cornelius.
- Grazie, Rosa, avete ragione; questo timore...
- Si basa su questo.
- Ditemi.
- Quest'uomo gi venuto pi volte al Buytenhof, proprio durante la
vostra prigionia, e quando io venni qui, comparve qui anche lui.
All'Aia adduceva il pretesto di voler vedere voi.
- Vedere me?
- Oh, si trattava soltanto di un pretesto, sicuramente, poich oggi
che egli potrebbe ancora far valere la medesima ragione, poich voi
siete ridivenuto il prigioniero di mio padre, o pi esattamente mio
padre ridivenuto il vostro carceriere, non s'interessa pi di voi,
anzi. Ieri l'ho sentito dire a mio padre che non vi conosceva.
- Continuate, Rosa, ve ne prego, e cerchiamo di scoprire chi
quest'uomo, e che cosa vuole.
- Siete sicuro, signor Cornelius, di non avere qualche amico che possa
interessarsi a voi?
- Non ho amici, Rosa, non avevo che la mia nutrice, che voi conoscete
e lei conosce voi. La povera Lug non impiegherebbe astuzie per tentare
di vedermi. Verrebbe di persona e direbbe piangendo a vostro padre o a
voi: Caro signore o cara signorina, il mio bambino qui, vedete come
sono disperata, lasciatemelo vedere soltanto per un'ora e pregher Dio
per voi durante tutta la mia vita. Oh, no - continu Cornelius; -
oltre alla buona Lug, non ho altri amici.
- E allora dev'essere proprio come pensavo io. Ieri, al tramonto del
sole, mentre lavoravo intorno alla aiuola in cui debbo piantare il
vostro bulbo, ho visto un'ombra scivolare fra gli alberi. Era il
nostro uomo. Si nascosto e mi ha guardata smuovere la terra. Mi
aveva seguita e mi spiava, attento ad ogni mio movimento.
- S, s, certamente un innamorato - disse Cornelius. - E' giovane?
E bello? - e guard Rosa, attendendo con impazienza la risposta.
- Giovane? Bello? - esclam Rosa scoppiando in una risata. - Ha un
viso odioso, il corpo rinsecchito, si avvicina ai cinquant'anni e non
osa nemmeno guardarmi in faccia.
- Come si chiama?
- Jacob Gisels.
- Non lo conosco.
- Vedete dunque che non viene qui per voi.
- In ogni caso, se innamorato di voi, e la cosa probabile perch
vedervi significa amarvi, voi non siete innamorata di lui, vero?
- Oh! no, certamente!
- Volete che mi metta il cuore in pace?
- Ve ne prego.
- Ebbene, adesso che cominciate a saper leggere, Rosa, voi leggerete
tutto ci che io vi scriver, non vero, sui tormenti della gelosia e
su quelli della lontananza?
- Legger, se voi scriverete molto grande.
E poich la piega che stava prendendo la conversazione la preoccupava,
Rosa cambi argomento.
- A proposito, - disse - come sta il vostro tulipano?
- Rosa, immaginate la mia gioia: questa mattina lo contemplavo alla
luce del sole. Ho smosso leggermente la terra che lo ricopre e ho
visto ergersi il primo germoglio. Ah! Rosa! Il cuore mi balzato per
l'emozione. Quell'impercettibile punta biancastra, cos delicata che
un'ala di mosca potrebbe scorticarla, quell'annuncio di una nuova
esistenza mi ha commosso pi della lettura dell'ordine di Sua Altezza
che mi ridonava la vita, arrestando l'ascia del carnefice.
- Voi sperate, dunque? - disse Rosa sorridendo.
- Oh! s, spero.
- E quando dovr piantare il mio bulbo?
- Ve lo dir al primo giorno propizio. Ma non fatevi aiutare da
nessuno, non confidate ad anima viva il vostro segreto; un amatore di
tulipani sarebbe capace di riconoscere il valore del bulbo alla prima
occhiata; e soprattutto, cara Rosa, conservate gelosamente il terzo
bulbo.
- L'ho lasciato avvolto nella carta, come me lo avete consegnato,
signor Cornelius, e l'ho nascosto in fondo al mio armadio, fra i pizzi
che lo conservano asciutto senza schiacciarlo. Ed ora addio, mio
povero prigioniero.
- Come, di gi?
- E' necessario.
- Venire cos tardi e andarvene cos presto!
- Mio padre potrebbe inquietarsi non vedendomi ritornare e
l'innamorato potrebbe sospettare di avere un rivale.
Rosa tese l'orecchio con aria inquieta.
- Che avete? - domand van Baerle. - Mi sembrato di udire...
- Che cosa?
- Come un passo furtivo sulle scale.
- Non pu essere Grifo: lo si sente da lontano, lui. - No, non mio
padre, ne sono sicura... Ma...
- Ma?
- Ma potrebbe essere il signor Jacob.
Rosa balz verso la scala. Si sent infatti la porta chiudersi prima
che la fanciulla avesse disceso dieci gradini.
Cornelius rest molto agitato. Purtroppo non si trattava che
dell'inizio.
Quando la fatalit si accinge a compiere un'opera cattiva, raro che
non prevenga caritatevolmente la sua vittima, come uno spadaccino
avverte il suo avversario per dargli il tempo di mettersi in guardia.
Quasi sempre questi avvertimenti, lanciati dall'istinto dell'uomo e
dalla complicit degli oggetti inanimati, spesso meno inanimati di
quanto generalmente si creda, quasi sempre, dicevamo, questi
avvertimenti vengono trascurati. Il colpo fischia nell'aria, e piomba
su una testa che questo fischio avrebbe dovuto avvertire e che,
avvertita, avrebbe dovuto premunirsi.
Il giorno seguente trascorse senza che accadesse nulla di notevole.
Grifo fece le sue tre ispezioni, ma non scopr nulla. Quando sentiva
giungere il suo carceriere - e nella speranza di scoprire i segreti
del suo prigioniero Grifo non veniva mai alle medesime ore - quando
sentiva giungere il suo carceriere, van Baerle servendosi di un
meccanismo che aveva inventato, simile a quello che viene usato nelle
fattorie per far salire e scendere i sacchi di grano, calava la brocca
al di sotto del cornicione di tegole e di pietre che sporgeva sotto
alla sua finestra. Le cordicelle che mettevano in opera il meccanismo
erano nascoste nel muschio che vegetava nelle fenditure delle pietre.
Grifo non s'era accorto di nulla.
Questa manovra riusc perfettamente nei primi otto giorni.
Ma un mattino in cui Cornelius, assorto nella contemplazione del bulbo
da cui si ergeva gi l'appuntita gemma della vegetazione, non aveva
udito salire il vecchio Grifo - tirava un forte vento e la torre era
piena di rumori -, la porta si spalanc improvvisamente e Cornelius
venne sorpreso con la brocca fra le ginocchia.
Grifo, scorgendo un oggetto sconosciuto e quindi proibito nelle mani
del prigioniero, si gett su quell'oggetto come un falco sulla preda.
Il caso, o meglio quella abilit fatale che lo spirito maligno concede
talvolta agli esseri nocivi, fece s che la sua grande mano callosa
piombasse nel bel mezzo della brocca, sulla terra depositaria del
prezioso bulbo, ed era proprio la mano che Cornelius aveva guarito
cos bene.
- Che cosa avete l? - grid. - Ah! Vi ho colto! - e introdusse la
mano nella terra.
- Io? Ma niente, niente! - grid Cornelius, tutto tremante.
- Ah! vi ho colto! Una brocca! Della terra! Certamente nasconde
qualche colpevole segreto!
- Caro signor Grifo... - supplic van Baerle, agitato come la pernice
a cui il mietitore ruba la covata.
Intanto Grifo incominciava a scavare la terra con le sue dita ricurve.
- Signore! signore, state attento! - esclam Cornelius, impallidendo.
- A che cosa devo stare attento, per il diavolo, a che cosa? url il
carceriere.
- Badate, vi dico, potreste rovinarlo! - E con un movimento rapido,
quasi disperato, strapp dalle mani del carceriere la brocca e la
strinse fra le braccia.
Grifo, ostinato come tutti i vecchi e convinto inoltre di aver
scoperto una cospirazione contro il principe d'Orange, alz sul
prigioniero il suo bastone, ma vedendo l'impassibile risolutezza di
van Baerle nel proteggere il vaso di fiori, comprese che egli temeva
per la brocca assai pi che per la propria testa.
Tent allora di prendergli il vaso con la forza.
- Ah! - gridava intanto furiosamente - a quanto pare, vi ribellate!
- Lasciatemi il mio tulipano! - gridava van Baerle.
- S, s, un tulipano! - replicava il vecchio. - Conosco i trucchi dei
prigionieri.
- Ma vi giuro.
- Lasciatelo - ripeteva Grifo, battendo il piede. - Lasciatelo o
chiamo le guardie.
- Chiamate chi volete, ma non otterrete il mio povero fiore, se non a
costo della mia vita.
Grifo, esasperato, affond nuovamente le dita nella terra e questa
volta ne estrasse il bulbo nero e, mentre van Baerle, felice di aver
salvato il recipiente, non immaginava che il suo avversario si fosse
impadronito del contenuto, Grifo gett violentemente a terra il bulbo,
che scomparve ben presto sotto la grossa scarpa del carceriere, che lo
schiacci riducendolo in poltiglia.
Van Baerle vide il gesto, scorse gli avanzi umidi sul pavimento,
comprese la gioia feroce di Grifo e gett un grido di disperazione
tale che avrebbe commosso persino quel carceriere assassino che pochi
anni prima aveva ucciso il ragno di Plisson.
Come un lampo gli pass per il cervello l'idea di uccidere quell'uomo
malvagio. Il sangue gli sal al capo, lo accec ed egli alz con le
due mani la brocca, pesante per l'inutile terra che vi rimaneva. Un
attimo ancora e l'avrebbe lasciata cadere sulla testa calva di Grifo.
Lo ferm un grido. Un grido pieno di lacrime e di angoscia, il grido
lanciato attraverso la grata dalla povera Rosa pallida, tremante, con
le braccia alzate al cielo, e che si poneva tra il padre e l'amico.
Cornelius lasci cadere la brocca che and in mille pezzi. Grifo
comprese allora il pericolo che aveva corso.
- Soltanto un uomo vile e volgare come voi pu strappare a un povero
prigioniero l'unica consolazione, il bulbo di un tulipano! - esclam
Cornelius.
- Vergogna, padre mio! - aggiunse Rosa. - Avete commesso un delitto.
- Ah! Sei tu, sfacciatella - grid infuriato il vecchio. Immischiati
nei tuoi affari e scendi al pi presto.
- Disgraziato! Disgraziato! - continuava disperatamente Cornelius.
- Dopo tutto, non era che un tulipano - continu Grifo, un po'
confuso. - Ve ne daremo quanti ne vorrete. Ne ho trecento in granaio.
- Al diavolo i vostri tulipani! - grid Cornelius. - Valgono quanto
voi. Oh, se avessi cento miliardi di milioni li darei tutti per quel
bulbo che avete schiacciato.
- Ah! - disse Grifo trionfante. - Vedete dunque che c'era qualche
stregoneria in quel falso bulbo, forse un modo di intendervela coi
nemici di Sua Altezza, il quale vi ha graziato. Lo dicevo io che
avevano fatto male a non tagliarvi la testa!
- Padre mio, padre mio! - grid Rosa.
- Ebbene, tanto meglio, tanto meglio! - ripeteva Grifo, animandosi. -
L'ho distrutto, l'ho distrutto. E lo far ancora, se ripeterete il
tentativo. Vi avevo avvertito, mio bel giovanotto, che vi avrei reso
la vita dura!
- Maledetto! Maledetto! - url Cornelius toccando con dita tremanti i
resti del bulbo, cadavere di tante gioie e di tante speranze.
- Pianteremo l'altro domani, caro signor Cornelius - gli disse
sottovoce Rosa, che comprendeva il dolore del coltivatore, e che gett
in tal modo, cuore benedetto, queste dolci parole come una goccia di
balsamo sulla ferita sanguinante di Cornelius.
CAPITOLO DICIOTTESIMO.
L'INNAMORATO DI ROSA.
Rosa aveva appena terminato di pronunciare queste parole di
consolazione, quando si sent sulle scale una voce che domandava a
Grifo che cosa fosse successo.
- Non sentite, padre? - domand Rosa.
- Che cosa?
- Il signor Jacob vi chiama. E' inquieto.
- Si fatto tanto chiasso. Sembrava che mi assassinasse, questo
scienziato. Ah! quanto fastidio procurano gli scienziati! - Poi,
indicando la scala a Rosa, Grifo aggiunse:
- Precedetemi, signorina.
E chiudendo la porta, esclam:
- Vi raggiungo, amico Jacob!
Grifo se ne and con Rosa, lasciando il povero Cornelius nella
solitudine e nella desolazione.
- Sei tu che mi hai assassinato, vecchio carnefice - mormor il
giovane; - non sopravvivr.
Il prigioniero infatti si sarebbe ammalato, se la Provvidenza non gli
avesse concesso l'assistenza di Rosa.
La sera la fanciulla ritorn.
Le sue prime parole furono per annunziare a Cornelius che suo padre
non gli avrebbe pi proibito di coltivare dei fiori. E come fate a
saperlo? - domand il prigioniero con aria addolorata.
- Lo so perch me lo ha detto.
- Per ingannarmi, forse?
- No, si pentito.
- Troppo tardi, ahim!
- Questo pentimento gli stato ispirato da un'altra persona.
- Come sarebbe a dire?
- Se sapeste come lo rimprovera il suo amico!
- Ah! il signor Jacob! Ma non vi lascia mai, il signor Jacob?
- Ci lascia il meno che gli possibile.
E la ragazza sorrise in modo tale da far dissipare la nuvoletta di
gelosia che aveva oscurato la fronte di Cornelius.
- Che cosa accaduto? - domand il prigioniero.
- E' accaduto che durante la cena mio padre ha raccontato al suo amico
la storia del tulipano, o meglio del bulbo, e la bella prodezza che
aveva compiuto schiacciandolo.
Cornelius emise un sospiro che poteva sembrare un gemito.
- Se aveste visto mastro Jacob! - continu Rosa. - Ho creduto per un
momento che volesse appiccare il fuoco alla fortezza. I suoi occhi
sembravano due torce ardenti, i suoi capelli si drizzavano, stringeva
i pugni, pensai che volesse strangolare mio padre. Avete fatto una
cosa simile, grid; avete schiacciato il bulbo?. Certamente,
rispose mio padre. E' infame! odioso! Avete commesso un delitto!,
url Jacob. Mio padre rest esterrefatto. Ma siete matto anche voi?,
domand al suo amico.
- Oh! che degna persona quel Jacob - mormor Cornelius; - un cuore
generoso, un'anima eletta.
- Il fatto che non credo sia possibile trattare un uomo pi
duramente di quanto egli tratt mio padre - continu Rosa; Jacob
sembrava disperato e ripeteva continuamente: Schiacciato! Ha
schiacciato il bulbo! Oh, Dio, Dio mio, ha schiacciato il bulbo!. E
poi, rivolgendosi a me, soggiunse: Ma non era il solo che possedesse,
no?.
- Ha domandato questo? - disse Cornelius, insospettito.
- S. Ma poi intervenuto mio padre: Pensate dunque che non fosse il
solo?, disse. Bene, cercheremo gli altri. Cercherete gli altri?
grid Jacob, afferrando mio padre per il colletto; ma lo lasci andare
subito. Poi volgendosi a me domand: Che cosa ha detto quel povero
giovane?. Non sapevo che cosa rispondere, perch voi mi avevate
raccomandato di non lasciar sospettare il vostro attaccamento a quel
bulbo, ma mi lasciai sfuggire che vi eravate irritato per la brutalit
di mio padre. Siete tutti matti!, grid allora mio padre
imbestialito; forse una disgrazia l'aver schiacciato un bulbo di
tulipano? Se ne possono acquistare a centinaia con un fiorino, al
mercato di Gorcum. Ma forse meno preziosi di quello, aggiunsi
malauguratamente.
- E che disse allora Jacob? - domand Cornelius.
- A queste parole, debbo confessarlo, mi sembr che il suo occhio
lanciasse un lampo.
- S, - disse Cornelius - ma questo non dovette essere tutto; ha detto
qualcosa?
- E' cos, mia bella Rosa, disse Jacob con voce melata, credete che
il bulbo fosse prezioso?. Compresi che avevo commesso un errore. Che
ne so io?, risposi con aria indifferente. Forse che mi intendo di
tulipani? Ma poich siamo costretti purtroppo a vivere coi
prigionieri, so che per il prigioniero ogni passatempo prezioso. Il
povero signor van Baerle si divertiva col suo bulbo. Ritengo quindi
che sia stata una crudelt privarlo del suo svago. Ma innanzi
tutto, interloqu mio padre, come ha fatto a procurarsi quel bulbo?
E' questo che vorrei sapere. Volsi altrove lo sguardo per evitare
quello di mio padre e vidi fissi su me gli occhi di Jacob. Si sarebbe
detto che voleva seguire il corso dei miei pensieri. Un gesto di
stizza evita certe volte una risposta. Alzai le spalle e mi avviai
alla porta. Ma mi fermai sentendo le parole che Jacob diceva a bassa
voce a mio padre. Non deve esser difficile assicurarsene, perbacco.
Bisogner frugarlo, e se vi sono altri bulbi, li troveremo. S,
generalmente ve ne sono tre.
- Ce ne sono tre! - grid Cornelius. - Ha detto che avevo tre bulbi?
- Voi capite che la cosa mi colp come ha colpito voi. Mi volsi. Erano
cos assorti che non videro il mio movimento. Ma non li avr addosso,
i suoi bulbi, diceva mio padre. E allora fatelo scendere con un
pretesto e io intanto perquisir la camera.
- Oh, oh! - esclam Cornelius. - Ma uno scellerato, quel vostro
Jacob.
- Temo di s.
- Ditemi, Rosa... - mormor Cornelius con aria pensierosa.
- Che cosa?
- Non mi avete raccontato che quell'uomo vi aveva seguita il giorno in
cui preparavate la vostra aiuola?
- E che era scivolato come un'ombra dietro agli alberi?
- S, certo.
- E che aveva seguito ogni vostro movimento?
- S.
- Rosa... - disse Cornelius, impallidendo.
- Ebbene?
- Non seguiva voi!
- E chi seguiva allora?
- Non di voi che innamorato!
- E di chi dunque?
- Seguiva il mio bulbo; innamorato del mio tulipano!
- Ma s, certo, possibilissimo!
- Volete assicurarvene?
- E in che modo?
- Oh! la cosa facile.
- Ditemi.
- Domani andate in giardino; fate in modo che Jacob sappia che vi
andate, fingete di interrare il bulbo, uscite dal giardino, ma spiate
attraverso la porta e osservate ci che far.
- S, ma poi?
- Poi agiremo secondo le sue azioni.
- Ah! - disse Rosa emettendo un sospiro - come amate i vostri bulbi,
signor Cornelius!
- La verit che da quando vostro padre ha schiacciato quel povero
bulbo, mi sembra che una parte della mia vita sia rimasta paralizzata
- sospir Cornelius.
- Vogliamo fare un altro tentativo? - Quale? Volete accettare la
proposta di mio padre?
- Quale proposta? - Vi ha offerto centinaia di bulbi.
- E' vero.
- Accettatene due o tre, e in mezzo a quelli potrete far crescere il
tulipano.
- L'idea sarebbe buona, - osserv Cornelius aggrottando le
sopracciglia - se si trattasse soltanto di vostro padre. Ma c'
quell'altro, quel Jacob, che ci spia.
- E' vero. Ma riflettete, vi private di una grande distrazione.
Rosa pronunci queste parole con un sorriso non privo di ironia.
Cornelius infatti riflett un istante, ed era facile capire che stava
lottando contro una grande tentazione.
- No, - esclam alla fine con uno stoicismo degno di un antico
filosofo - sarebbe una debolezza, una follia, una vilt! Se esponessi
alla collera e alla cupidigia altrui l'ultima speranza che ci rimane,
sarei un uomo indegno di misericordia. No, Rosa, no! Domani prenderemo
una decisione riguardo al vostro tulipano. Lo coltiverete seguendo le
mie istruzioni, e in quanto al terzo bulbo, - e qui Cornelius sospir
profondamente - in quanto al terzo bulbo, conservatelo nel vostro
armadio. Conservatelo come l'avaro conserva la sua prima o la sua
ultima moneta d'oro, custoditelo come la madre custodisce il figlio,
conservatelo come il ferito conserva l'ultima goccia di sangue;
serbatelo, Rosa! Qualcosa mi dice che in esso riposta l'ultima
nostra speranza, la nostra salvezza, la nostra ricchezza! Custoditelo
e giuratemi che se il fuoco venisse appiccato alla fortezza di
Loewestein, penserete a porlo in salvo prima dei vostri gioielli, del
bel casco d'oro che incornicia cos bene il vostro volto; giuratemi,
Rosa, che porterete con voi il bulbo che racchiude il mio tulipano
nero.
- State tranquillo, signor Cornelius - rispose Rosa con dolcezza e con
solennit. - I vostri desideri sono degli ordini per me.
- E se vi accorgeste che siete seguita, che i vostri movimenti sono
spiati, - aggiunse il giovane esaltandosi sempre pi - che le nostre
conversazioni hanno insospettito vostro padre e quell'orribile Jacob
che detesto, ebbene, Rosa, sacrificatemi, sacrificate me, che vivo
solo per voi, che ho soltanto voi al mondo; sacrificatemi, non
vedetemi pi.
Rosa si sent stringere il cuore, e gli occhi le si riempirono di
lacrime.
- Ahim! - mormor.
- Che avete? - domand Cornelius.
- Mi rendo conto di una cosa...
- Di che cosa?
- Capisco - rispose la fanciulla scoppiando in singhiozzi - che amate
troppo i tulipani, e nel vostro cuore non pu trovare posto un altro
affetto!
E fugg.
Cornelius pass una delle pi brutte notti della sua vita.
Rosa si era offesa e aveva ragione. Forse non sarebbe pi ritornata
dal prigioniero, ed egli non avrebbe pi avuto notizie n di Rosa n
dei suoi tulipani.
Dobbiamo confessare, a scorno del nostro eroe e dell'orticoltura, che
quando Cornelius, verso le tre del mattino, si addorment esausto,
tormentato dal rimorso, pieno di timori per l'avvenire, il grande
tulipano nero scomparve dai suoi sogni per lasciare il posto agli
occhi azzurri e dolci della bella frisona.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
DONNA E FIORE.
Ma la povera Rosa, rinchiusa nella sua camera, non poteva sapere che
cosa sognasse Cornelius.
Secondo ci che egli le aveva detto, Rosa era pi incline a credere
che egli sognasse il suo tulipano e non lei, e tuttavia Rosa
s'ingannava.
Ma poich non c'era nessuno a dire a Rosa che lei s'ingannava e poich
le parole di Cornelius erano cadute come gocce di veleno sul suo
cuore, Rosa, invece di sognare, piangeva.
Infatti Rosa, creatura di spirito superiore e di profondo buon senso,
si rendeva ben conto non tanto delle sue qualit morali e fisiche,
quanto piuttosto della sua condizione sociale.
Cornelius era istruito; Cornelius era ricco, o almeno lo era stato
prima della confisca dei suoi beni; Cornelius apparteneva a quella
borghesia del commercio che pi orgogliosa delle sue insegne di
quanto non lo sia la nobilt dei suoi blasoni. Cornelius poteva perci
gradire la compagnia di Rosa come una distrazione, ma sicuramente
quando avesse dovuto impegnare il suo cuore, lo avrebbe dato a un
tulipano, vale a dire il pi nobile e il pi fiero dei fiori,
piuttosto che a Rosa, l'umile figlia di un carceriere.
Rosa comprendeva la preferenza che Cornelius dava al tulipano nero, ma
ne era disperata.
E cos Rosa, durante quella terribile notte d'insonnia aveva preso una
decisione.
Questa decisione era di non ritornare pi allo spioncino.
Ma poich essa conosceva l'ardente desiderio che Cornelius aveva di
ricevere notizie del suo tulipano, non volendo tuttavia esporsi a
rivedere personalmente un uomo per il quale ella sentiva la
compassione crescere al punto da avviarsi verso un vero e grande amore
e non volendo ridurre alla disperazione un tale uomo, ella decise di
proseguire da sola le sue lezioni di lettura e di scrittura gi
iniziate; fortunatamente ella era giunta a un punto tale di
apprendimento che un maestro non le era pi necessario, a meno che si
fosse trattato di Cornelius.
Rosa si mise dunque a leggere con accanimento la Bibbia del povero
Cornelio de Witt, sul secondo foglio della quale (ma ora era diventato
il primo foglio, dopo che il primo era stato strappato) era stato
scritto il testamento di Cornelius van Baerle.
ah!, mormorava la fanciulla rileggendo quel testamento che faceva
scendere una lacrima dai suoi limpidi occhi sulle pallide guance. Ah,
in quel tempo ho tuttavia creduto per un istante che egli mi amasse.
Povera Rosa! Ella s'ingannava. L'amore del prigioniero non era mai
stato cos vivo come nel momento in cui siamo giunti, poich nella
lotta fra il tulipano nero e Rosa, come abbiamo detto con imbarazzo,
il grande tulipano nero aveva avuto la peggio.
Ma Rosa, lo ripetiamo, ignorava la disfatta del grande tulipano nero.
E cos, dopo avere ultimato la lettura, operazione nella quale Rosa
aveva compiuto dei grandi progressi, prendeva la penna e si accingeva
con eguale zelo al ben pi difficile compito della scrittura.
Ma insomma, poich Rosa scriveva gi in modo leggibile quando
Cornelius aveva cos imprudentemente lasciato parlare il suo cuore,
Rosa non disper affatto di fare dei progressi abbastanza rapidi per
poter dare entro otto giorni al pi tardi novelle del suo tulipano al
prigioniero.
Ella non aveva dimenticato una sola delle raccomandazioni che
Cornelius le aveva fatte. D'altronde, Rosa non dimenticava mai una
sola delle parole che le diceva Cornelius, anche quando ci ch'egli le
diceva non aveva affatto la forma della raccomandazione.
Cornelius, d'altra parte, si risvegli pi innamorato che mai. Il
tulipano era ancora ben luminoso e vivo nel suo pensiero, tuttavia per
lui non rappresentava pi un tesoro a cui era necessario sacrificare
tutto, anche Rosa: era solo un fiore prezioso, una meravigliosa
combinazione della natura e dell'artificio, che Dio gli accordava come
espressione della sua maestosit.
Tuttavia per la giornata intera venne tormentato da una vaga
inquietudine. Egli era come quegli uomini dallo spirito abbastanza
forte per dimenticare momentaneamente che un grave pericolo li
minaccia la sera o il giorno successivo. Una volta superata la
preoccupazione, essi conducono la vita ordinaria. Per, di tanto in
tanto, questo pericolo dimenticato li morde nel cuore all'improvviso
col suo dente aguzzo. Essi allora trasalgono, si domandano perch
abbiano trasalito e poi ricordandosi di ci che avevano dimenticato si
dicono con un sospiro: Ah, s! quello!.
Il "quello" di Cornelius era il timore che quella sera Rosa non
venisse come al solito.
E a mano a mano che la notte si avanzava, la preoccupazione diveniva
pi viva e pi presente, finch infine quella preoccupazione
s'impadron di tutto il corpo di Cornelius e rimase solo essa viva in
lui.
Egli accolse l'avvento dell'oscurit con un forte batticuore. A mano a
mano che l'oscurit cresceva, ritornavano pi vive al suo spirito le
parole che aveva dette la sera prima a Rosa e che avevano addolorato
la povera ragazza, e si domandava come avesse potuto dichiarare alla
sua consolatrice che la sacrificava al tulipano, invitandola a
rinunciare a vederlo, se fosse stato necessario, tanto pi che per lui
vedere Rosa era divenuto ormai una necessit della sua vita.
Dalla sua cella, Cornelius pot udire suonare le ore dall'orologio
della fortezza. Le sette, le otto, poi le nove. Mai timbro di bronzo
vibr pi a fondo nell'intimo di un cuore di quanto fece il martello
che batteva il nono colpo che indicava le ore nove.
E poi regn il silenzio. Cornelius premette una mano sul cuore per
contenerne i battiti, e si mise in ascolto.
Il rumore dei passi di Rosa, il fruscio della sua veste sulla scala
gli erano ormai cos familiari che fin dal primo gradino esclamava:
Ah! Ecco Rosa che sale.
Ma quella sera nessun rumore turb il silenzio del corridoio.
L'orologio suon le nove e un quarto. E poi, con due suoni diversi, le
nove e mezzo, poi le nove e tre quarti; infine la sua voce grave
annunci, non soltanto agli ospiti della fortezza, ma a tutti gli
abitanti di Loewestein, che erano le dieci.
A quell'ora Rosa lasciava Cornelius. L'ora era scoccata e Rosa non era
ancora venuta.
Dunque i suoi presentimenti non lo avevano ingannato; Rosa era adirata
e stava in camera sua, lo abbandonava.
Oh! Come ho meritato ci che mi accade!, diceva Cornelius. Non
verr e far bene a non venire. Al suo posto io farei certamente
altrettanto....
Malgrado tutto, per, Cornelius ascoltava, sperava ancora.
Ascolt e attese fino a mezzanotte, ma a mezzanotte cess di sperare e
si gett completamente vestito sul letto.
La notte fu lunga e triste e fu seguita dal giorno, ma il giorno non
port alcuna speranza al prigioniero.
Alle otto del mattino la porta si apr, ma Cornelius non volse nemmeno
il capo, perch aveva riconosciuto il passo pesante di Grifo nel
corridoio e aveva anche sentito che quel passo che si avvicinava era
solo.
Non guard nemmeno il carceriere.
Eppure avrebbe voluto interrogarlo per sapere notizie su Rosa. Stava
quasi per farlo, per quanto strana potesse sembrare la domanda al
padre di Rosa. Egoisticamente sperava che Grifo gli rispondesse che
sua figlia era ammalata.
A meno che accadesse qualcosa di straordinario, Rosa non veniva mai
durante il giorno. Quindi Cornelius non l'attendeva. Pure i suoi
sussulti improvvisi, l'orecchio teso verso la porta, lo sguardo rapido
che interrogava lo spioncino dimostravano che il prigioniero aveva la
speranza che Rosa facesse un'infrazione alle proprie abitudini.
Durante la seconda visita di Grifo Cornelius aveva domandato al
vecchio carceriere, cosa assai insolita, notizie della sua salute, ma
Grifo, laconico come uno spartano, si era limitato a rispondere: Va
bene.
Alla terza visita, Cornelius mut la forma dell'interrogazione:
- C' qualche ammalato a Loewestein? - domand
- Nessuno - rispose pi laconicamente ancora Grifo, chiudendo la porta
in faccia al prigioniero e sospettando che quelle domande
nascondessero un tentativo di corruzione.
Cornelius rimase solo. Erano le sette di sera; si rinnovarono allora
per lui, ma in misura maggiore, le angosce della sera precedente, che
noi abbiamo tentato di descrivere.
Ma, come la sera precedente, le ore passarono senza portargli la dolce
visione, che rischiarava, attraverso la grata, la cella del povero
Cornelius e, che, dopo che se n'era andata, lasciava dietro di s la
sua luce.
Van Baerle trascorse la notte nella disperazione. L'indomani Grifo gli
sembr ancora pi brutto, ancora pi brutale, ancora pi
insopportabile del solito: gli era balenata l'idea, o meglio la
speranza, che fosse Grifo ad impedire a Rosa di venire.
Ebbe un desiderio feroce di strangolare Grifo; ma se Grifo fosse stato
strangolato da Cornelius, tutte le leggi divine ed umane avrebbero
impedito a Rosa di rivedere Cornelius.
Il carceriere sfugg dunque, senza saperlo, a uno dei pericoli pi
grandi che avesse mai corso in tutta la sua vita.
Venne la sera e la disperazione del giovane si mut in melanconia, e
questa melanconia era resa ancor pi cupa dal ricordo del tulipano
nero che, malgrado la sua volont, si mescolava al dolore che van
Baerle provava. Era giunto ormai quel periodo del mese d'aprile che i
pi esperti giardinieri indicano come il pi adatto per piantare i
tulipani; egli aveva detto a Rosa: vi indicher il giorno in cui
dovrete interrare il bulbo. Ora il tempo era buono, l'atmosfera, se
pure un po' umida, incominciava ad essere temperata dai pallidi raggi
del sole d'aprile, che sembrano cos dolci, nonostante il loro
pallore. Se Rosa lasciava trascorrere il tempo della piantagione, al
dolore di non vedere la fanciulla si sarebbe aggiunto il dolore di
veder abortire il bulbo, piantato troppo tardi o non piantato affatto!
Questi due dolori riuniti erano pi che sufficienti a fargli perdere
l'appetito e il sonno.
Ci accadde al quarto giorno.
Cornelius era penoso a vedersi, muto per il dolore e pallido per
l'inattivit, con la testa infilata tra le sbarre nel tentativo di
intravedere il giardino di cui gli aveva parlato Rosa, sperando di
scorgere ai primi raggi del sole d'aprile la fanciulla e il tulipano,
i suoi due amori infranti.
La sera Grifo riport la colazione e il pranzo che Cornelius aveva
appena toccati.
L'indomani non li tocc affatto e Grifo port via i cibi intatti.
Cornelius non si era alzato dal letto per tutto il giorno.
- Bene - disse Grifo scendendo dopo l'ultima sua visita; - bene credo
che saremo liberati presto dallo scienziato.
Rosa sussult.
- Come mai? - domand Jacob.
- Non beve, non mangia, non si alza da letto - disse Grifo. Uscir di
qui in una cassa, come Grozio, ma la sua sar una cassa da morto.
Rosa divent pallidissima.
Oh!, mormor. Capisco. E' in ansia per il suo tulipano.
E rientr sconvolta nella sua camera, e si esercit per tutta la notte
a tracciare delle lettere su un foglio di carta.
Il giorno seguente, Cornelius, alzandosi per trascinarsi fino alla
finestra, scorse un biglietto infilato sotto la porta.
Si gett sul biglietto, lo aperse e lesse queste parole, scritte con
una calligrafia che quasi non riconobbe, tanto era migliorata nei
sette giorni di assenza:
Non abbiate timore, il vostro tulipano sta bene.
Bench queste parole servissero a calmare il suo dolore, Cornelius fu
sensibile all'ironia che contenevano. Dunque era quella la ragione.
Rosa non era malata, Rosa era offesa, non era stata costretta a non
venire da lui, si era allontanata volontariamente.
Rosa, libera e indipendente, trovava nella sua volont la forza di non
venire a vedere colui che moriva per il dolore di non averla pi
vista.
Cornelius aveva fogli di carta e una matita che Rosa gli aveva
portati. Comprese che la fanciulla aspettava una risposta, e che
sarebbe venuta a cercare questa risposta durante la notte. Scrisse
quindi un biglietto simile a quello che aveva ricevuto: Non l'ansia
per il tulipano che mi rende malato; il dispiacere che provo non
vedendovi.
Quando Grifo lo ebbe lasciato e la notte fu discesa, Cornelius fece
scivolare il biglietto sotto la porta e attese.
Ma per quanto tendesse l'orecchio, non ud n il passo n il fruscio
dalle veste.
Non ud che una voce debole come un soffio, dolce come una carezza che
gli gettava attraverso lo spioncino due parole:
A domani.
Domani, era l'ottavo giorno. Cornelius e Rosa non si erano visti per
otto giorni.
CAPITOLO VENTESIMO.
CIO' CHE ERA ACCADUTO DURANTE QUEGLI OTTO GIORNI.
L'indomani, alla solita ora, van Baerle sent picchiettare allo
spioncino, come ai bei tempi della loro amicizia.
Come si pu immaginare, Cornelius non era lontano da quella porta che
gli avrebbe permesso di rivedere, attraverso l'inferriata, il grazioso
viso da troppo tempo scomparso.
Rosa, che aspettava reggendo la lampada, non pot trattenere un gesto
di piet, vedendo il prigioniero cos pallido e cos triste.
- Siete malato, signor Cornelius? - domand.
- S, signorina, malato nel corpo e nello spirito - rispose Cornelius.
- Ho visto che non mangiate - disse Rosa. - Mio padre mi ha detto che
non lasciavate pi il letto e ho pensato di scrivervi per rassicurarvi
sulla sorte del prezioso oggetto delle vostre ansie.
- E io vi ho risposto - disse Cornelius. - Credevo, vedendovi tornare,
che aveste ritirato il mio biglietto.
- S, l'ho ritirato.
- Questa volta non vi giustificherete affermando di non saper leggere.
Non soltanto leggete correntemente, ma avete fatto enormi progressi
nella scrittura.
- A dire il vero, ho letto il vostro biglietto. Per questo sono venuta
a vedere se non c' un mezzo per restituirvi la salute.
- Restituirmi la salute! - grid Cornelius. - Avete dunque una buona
notizia da darmi?
E cos dicendo il giovane fissava su Rosa gli occhi brillanti di
speranza.
Sia che non comprendesse quello sguardo, sia che non volesse
comprenderlo, la fanciulla rispose seriamente:
- Devo soltanto parlarvi del tulipano, che rappresenta, a quanto pare,
la vostra pi importante preoccupazione.
Rosa pronunci queste poche parole in tono glaciale, che fece
sussultare Cornelius.
L'appassionato coltivatore di tulipani non comprendeva ci che la
povera fanciulla, sempre internamente in lotta con il grande rivale,
il tulipano nero, nascondeva sotto il velo dell'indifferenza.
- Ah! - mormor Cornelius - ancora! Ma non vi ho forse detto, mio Dio,
che non pensavo ad altro che a voi, che non rimpiangevo che voi, che
voi sola mi mancavate e che con la vostra assenza mi privavate
dell'aria, del giorno, del calore, della luce, della vita?
Rosa sorrise melanconicamente.
- Ah! - disse - non sapete dunque che il vostro tulipano ha corso un
gravissimo pericolo.
Cornelius trasal suo malgrado e cadde nella trappola, ammesso che si
trattasse di una trappola.
- Un gravissimo pericolo? - domand egli tutto tremante. - Mio Dio! E
quale?
Rosa lo guard con dolce compassione, comprendendo che quanto ella
pretendeva era superiore alle forze di quell'uomo, e che bisognava
accettare Cornelius insieme con la sua debolezza.
- S, - disse - avevate indovinato: il pretendente, l'innamorato,
quello Jacob, non veniva per me.
- Per chi veniva? - domand Cornelius ansiosamente.
- Veniva per il tulipano.
- Oh! - esclam Cornelius, impallidendo ancor pi di quella volta
quando aveva creduto che Jacob venisse a Loewestein per Rosa.
Rosa vide il suo terrore e Cornelius cap dall'espressione della
ragazza ci che pensava.
- Oh! perdonatemi, Rosa, - disse - vi conosco, conosco la bont e
l'onest del vostro cuore. A voi Dio ha dato il pensiero, il giudizio,
la forza, i movimenti per difendervi; ma al mio povero tulipano non ha
dato nulla di tutto ci.
Rosa non rispose a queste scuse del prigioniero e continu:
- Poich quell'uomo che mi aveva seguita nel giardino, e che avevo
riconosciuto come Jacob, vi preoccupava, mi sentii preoccupata anch'io
e pi di voi. Feci perci come voi mi diceste il giorno successivo a
quello in cui vi avevo visto per l'ultima volta e in cui voi mi
avevate detto...
Cornelius l'interruppe.
- Perdono, ancora una volta, Rosa - grid. - Ci che vi ho detto, ho
avuto torto a dirvelo. Ne ho gi domandato perdono di questa tremenda
parola. Ve lo domando ancora. Sar dunque sempre invano?
- L'indomani di quel giorno - riprese Rosa - ricordandomi ci che mi
avevate detto... dell'astuzia da impiegare per sapere se quell'uomo
odioso seguiva me o il tulipano...
- Quell'uomo odioso, s odioso... Lo odiate anche voi, vero?
- S, lo odio, - disse Rosa - perch per causa sua ho tanto sofferto
in questi otto giorni!
- Avete sofferto anche voi? Grazie per queste buone parole, Rosa!
- L'indomani di quel giorno sventurato, - prosegu Rosa - scesi in
giardino e mi accostai all'aiuola dove avrei dovuto piantare il
tulipano, guardandomi alle spalle per vedere se ero seguita.
- Ebbene? - domand Cornelius.
- Ebbene, la stessa ombra scivol fra la porta e il muro e si nascose
nuovamente dietro gli alberi.
- Fingeste di non vederlo, vero? - domand Cornelius, ricordandosi nei
dettagli ci che aveva suggerito a Rosa.
- S, e mi chinai sull'aiuola, che scavai con una zappa come se vi
piantassi il bulbo.
- E lui... durante questo tempo?
- Vedevo brillare i suoi occhi ardenti come quelli di una tigre
attraverso i rami degli alberi.
- Vedete? Vedete? - disse Cornelius.
- Poi, fingendo di avere compiuto il mio lavoro, mi ritirai.
- Rimaneste dietro alla porta del giardino, non vero? Cos foste in
grado di spiare che cosa fece quando rimase solo.
- Attese un attimo, per essere sicuro che non sarei ritornata, poi
usc dal suo nascondiglio, si avvicin all'aiuola facendo un lungo
giro, si ferm con aria indifferente accanto al punto in cui la terra
era stata smossa, guard da tutte le parti, scrut ogni angolo del
giardino, scrut la terra, il cielo, l'aria e, credendo di essere
veramente solo, si precipit sull'aiuola, affond le mani nella terra
molle, la sbriciol cautamente fra le dita, per vedere se vi era il
bulbo; ripet l'operazione tre volte, con crescente impazienza; poi,
cominciando a comprendere di essere stato giocato, calm l'agitazione
che lo divorava, prese il rastrello, livell il terreno per lasciarlo
come lo aveva trovato e, beffato e deluso, si avvi verso la porta,
con viso innocente.
- Oh! il miserabile! - mormor Cornelius, asciugandosi il sudore che
gli inondava la fronte. - Avevo indovinato. Ma che ne avete fatto del
bulbo? E' gi tardi per piantarlo!
- Il bulbo stato interrato sei giorni or sono.
- Dove? Come? - esclam Cornelius. - Mio Dio! Che imprudenza! Dov'?
In che terra lo avete piantato? E' bene esposto? Non pu essere rubato
da quell'abominevole Jacob?
- Non corre il rischio di venire rubato, a meno che Jacob non forzi la
porta della mia stanza.
- Ah! E' da voi, in camera vostra, Rosa - disse Cornelius,
rassicurato. - Ma in quale terra? In che recipiente? Non lo farete
germogliare nell'acqua, come le donnette di Haarlem e di Dordrecht, le
quali si ostinano a credere che l'acqua pu sostituire la terra, come
se l'acqua, che composta di trentatr parti di ossigeno e di
sessantasei parti di idrogeno, potesse sostituire... Ma che cosa vi
sto dicendo, Rosa!
- S, la spiegazione un po' troppo dotta per me - rispose sorridendo
la fanciulla. - Mi limiter quindi a rispondervi, per rassicurarvi,
che il bulbo non nell'acqua.
- Ah! Respiro.
- E' in un buon vaso di terracotta, della grossezza della brocca nella
quale avevate interrato il vostro. La terra composta di tre quarti
di terra presa nel miglior punto del giardino e di un quarto di terra
della strada. Ho sentito dire tante volte da voi e da quell'infame di
Jacob in quale terra debbono crescere i tulipani, che ormai ne so
quanto il primo giardiniere di Haarlem!
- Ed ora, parliamo dell'esposizione. Come si trova esposto?
- Ora ha il sole per tutto il giorno, nei giorni in cui il sole c'.
Ma quando sar uscito dalla terra, quando il sole sar pi caldo, far
come facevate voi qui, caro signor Cornelius. Lo esporr sulla
finestra a levante dalle otto del mattino alle undici e sulla finestra
a ponente dalle tre alle cinque del pomeriggio.
- Oh! Proprio cos! - grid Cornelius. - Siete una perfetta
giardiniera, mia bella Rosa. Ma ora che ci penso, la coltivazione del
mio tulipano vi ruber tutto il vostro tempo!
- S, vero - disse Rosa; - ma che importa? Il vostro tulipano mio
figlio. Gli dedico il tempo che dedicherei al mio bambino, se fossi
madre. Soltanto diventando sua madre, posso cessare di essere la sua
rivale.
- Mia buona e cara Rosa! - mormor Cornelius, posando sulla fanciulla
uno sguardo da innamorato pi che da orticoltore, cos che Rosa ne fu
un po' consolata.
Dopo un istante di silenzio, il giovane riprese.
- E cos il bulbo nella terra gi da sei giorni?
- Da sei giorni, signor Cornelius - rispose la fanciulla.
- E non spunta ancora?
- No, ma credo che spunter domani.
- Sta bene. Domani sera mi darete notizie sue, ma mi darete anche
notizie vostre, non vero, Rosa? Mi sta a cuore il figlio, come voi
dicevate un istante fa, ma mi sta maggiormente a cuore la madre.
- Domani, - disse Rosa guardando Cornelius di sottecchi - domani non
so se potr venire.
- Dio mio! - esclam Cornelius. - E perch dunque non potreste venire
domani?
- Signor Cornelius, io ho tante cose da fare.
- E io ne ho una sola - mormor Cornelius.
- S - rispose Rosa. - Dovete amare il vostro tulipano.
- Ho solo da amare voi, Rosa.
Rosa scosse il capo.
Si fece nuovamente silenzio.
- Insomma, - continu van Baerle, interrompendo il silenzio tutto
cambia nella natura. Ai fiori della primavera succedono altri fiori, e
le api che sfioravano teneramente violette e violaciocche si vedono
posarsi con lo stesso amore sul caprifoglio, le rose, i gelsomini, i
crisantemi e i gerani.
- Che vuol dire questo? - domand Rosa.
- Questo vuol dire, signorina, che voi avete anzitutto gradito
ascoltare il racconto delle mie gioie e delle mie pene; voi avete
accarezzato il fiore della nostra reciproca giovinezza; ma la mia si
appassita all'ombra. Il giardino delle speranze e dei piaceri di un
prigioniero ha solo una stagione. Non come quei bei giardini
all'aria libera e al sole. Una volta fatto il raccolto di maggio, una
volta afferrato il bottino, le api come voi, Rosa, le api dal fine
corpetto, dalle ali d'oro e dalle ali diafane, passano tra le sbarre,
disertano i freddi, la solitudine, la tristezza, per andare a cercare
altrove i profumi, le tiepide aure. La felicit, insomma!
Rosa mirava Cornelius con un sorriso che questi non vedeva, poich
teneva gli occhi fissi in cielo.
Egli continu con un sospiro:
- Voi mi avete abbandonato, signorina Rosa, per prendervi le vostre
quattro stagioni di piacere. Avete fatto bene, non me ne lamento; che
diritto avevo io di esigere la vostra fedelt?
- La mia fedelt! - grid Rosa in lacrime, senza pi preoccuparsi di
nascondere a Cornelius la rugiada di perle che rotolava sulle sue
guance. - La mia fedelt! Non vi sono stata fedele, io?
- Ahim! - si lament Cornelius - vuol dire essermi fedele
l'abbandonarmi, lasciarmi morire qui?
- Ma signor Cornelius, - disse Rosa - non stavo facendo tutto quello
che potevo per farvi piacere, non mi occupavo del vostro tulipano?
- Come siete amara, Rosa! Voi mi rimproverate l'unica gioia genuina
che io abbia avuto finora su questa terra.
- Non vi rimprovero nulla, signor Cornelius, al di fuori dell'unico
profondo dolore che io ho provato dal giorno in cui mi vennero a dire
al Buytenhof che voi stavate per essere messo a morte.
- Questo vi dispiace, Rosa, mia dolce Rosa, questo vi dispiace, che io
ami i fiori.
- Non mi dispiace che li amiate, signor Cornelius; solamente mi
dispiace che voi li amiate pi di quanto amiate me stessa.
- Ah, cara, caro amor mio - grid Cornelius. - Guardate le mie mani
come tremano, guardate la mia fronte com' impallidita, ascoltate,
ascoltate il mio cuore come palpita; ebbene, tutto questo non avviene
perch il mio tulipano nero mi sorride e mi chiama. No: perch voi
mi sorridete, voi, perch voi m'avvicinate la vostra fronte. Non so
se vero, ma mi pare che le vostre mani, pur tentando di sfuggirmi,
anelino ad essere strette tra le mie e che io possa sentire il calore
delle vostre belle guance dietro la fredda grata. Rosa, amor mio,
spezzate il bulbo del tulipano nero, distruggete la speranza di questo
fiore, spegnete la dolce fiamma di questo sogno casto e affascinante
che m'ero abituato a fare ogni giorno. Ebbene, niente pi fiori dai
ricchi paludamenti, dalla grazia elegante, divinamente capricciosi:
toglietemi tutto questo, ma non privatemi della vostra voce, dei
vostri gesti del rumore dei vostri passi nel sordo scalone, non mi
togliete il fuoco dei vostri occhi nel corridoio scuro, la certezza
del vostro amore che accarezzava continuamente il mio cuore. Amatemi,
Rosa, poich io sento che non amo che voi.
- Dopo il tulipano nero - sospir la fanciulla, le cui tiepide mani
acconsentirono infine ad abbandonarsi, attraverso la grata di ferro,
alle labbra di Cornelius.
- Prima di ogni cosa, Rosa...
- Devo proprio credervi?
- Come credete in Dio.
- Ebbene, il fatto che mi amiate non vi procura molti doveri?
- Ben pochi, purtroppo, cara Rosa, ma questo comporta dei doveri per
voi.
- Dei doveri per me? e quali?
- Anzitutto di non sposarvi.
Ella sorrise.
- Ah! Ecco come siete voi tiranni - diss'ella. - Voi adorate una bella
creatura: voi pensate solo a lei, sognate solo lei; voi siete
condannato a morte e, marciando verso il patibolo, le consacrate
l'ultimo sospiro, e poi esigete da me, povera ragazza, voi esigete il
sacrificio dei miei sogni, delle mie ambizioni.
- Ma di quale bella creatura state dunque parlando, Rosa? domand
Cornelius ricercando, ma invano, nei suoi ricordi, una donna alla
quale Rosa potesse alludere.
- Ma il bel tulipano nero, signore, il bel fiore moro dalla taglia
sottile, dai piedi finissimi e dalla testa piena di nobilt. Io parlo
del vostro fiore, insomma.
Cornelius sorrise.
- Una bella creatura immaginaria, mia buona Rosa, mentre voi, senza
contare il vostro innamorato, o piuttosto il mio innamorato Jacob, voi
siete circondata da uomini galanti che vi fanno la corte. Vi
ricordate, Rosa, di ci che m'avete detto degli studenti, degli
ufficiali e dei commessi dell'Aia? Ebbene, a Loewestein, non vi sono
commessi, ufficiali, studenti?
- Oh s, ve ne sono, e parecchi per giunta - disse Rosa.
- Che scrivono?
- Che scrivono.
- E adesso che voi sapete leggere...
E Cornelius mand un sospiro al pensiero che era per merito suo, di
lui povero prigioniero, se Rosa poteva ora godere la gioia di leggere
i biglietti che riceveva.
- Va bene - disse Rosa. - Ma mi sembra, signor Cornelius, che leggendo
i biglietti che mi scrivono, che esaminando gli uomini galanti che si
presentano io non faccia che seguire le vostre istruzioni.
- Come, le mie istruzioni?
- S, le vostre istruzioni. Vi dimenticate, - continu Rosa sospirando
a sua volta - vi dimenticate il testamento scritto di vostro pugno
sulla Bibbia del signor Cornelio de Witt? Io invece non lo dimentico.
Adesso che so leggere infatti lo rileggo tutti i giorni, e anche due
volte al giorno. Ebbene, in questo testamento voi m'ordinate di amare
e di sposare un bel giovane da ventisei a ventotto anni. Lo cerco,
questo giovane, e poich tutta la mia giornata consacrata al vostro
tulipano, bisogna ben che mi lasciate la serata per trovarlo.
- Ah, Rosa, il testamento stato fatto nella previsione della mia
morte, ma grazie al Cielo io sono ancora ben vivo.
- Ebbene, allora non cercher questo bel giovane dai ventisei ai
ventotto anni e verr a vedere voi.
- Ah! s, Rosa, venite, venite!
- S, ma a una condizione.
- L'accetto ancora prima di conoscerla.
- Per tre giorni non parleremo del tulipano nero.
- Non ne parleremo mai pi, se voi lo esigete, Rosa.
- Oh! - esclam la ragazza - non bisogna domandare l'impossibile.
E come per sbaglio accost la sua fresca guancia, cos vicino alla
grata, che Cornelius pot sfiorarla con le labbra.
Rosa lanci un gridolino pieno d'amore e scomparve.
CAPITOLO VENTUNESIMO.
IL SECONDO BULBO.
La notte fu buona e il giorno che le segu ancora migliore della
notte.
Nei giorni precedenti, la prigione era divenuta pi pesante, pi
oscura, pi deprimente; pesava tutta intera sul povero prigioniero. I
suoi muri erano neri, la sua aria fredda, le sbarre erano cos fitte
da lasciar passare appena la luce.
Ma quando Cornelius si risvegli, un raggio del sole mattutino giocava
tra le sbarre, dei piccioni fendevano l'aria con le ali distese,
mentre altri tubavano, pieni d'amore, sul tetto vicino alla finestra
ancora chiusa.
Cornelius corse alla finestra e l'apr: gli sembr che la vita, la
gioia, la libert stessa, penetrassero nell'oscura cella insieme con
quel raggio di sole.
Fatto che l'amore vi fioriva e faceva fiorire qualsiasi cosa intorno
a lui, l'amore, fiore del cielo ben altrimenti radioso, ben altrimenti
profumato di ogni altro fiore terreno.
Quando Grifo entr nella cella del prigioniero, invece di trovarlo
malinconico e sdraiato come nei giorni precedenti, lo trov in piedi,
intento a cantare un pezzo d'opera.
Grifo gli lanci un'occhiata sospettosa.
- Ehil! - esclam Cornelius. - Come stiamo oggi?
Grifo lo guard male.
- Il cane, e il signor Jacob, e la nostra bella Rosa, stanno tutti
bene?
Grifo strinse le mascelle.
- Ecco il vostro pranzo - borbott.
- Grazie, amico Cerbero - disse il prigioniero; - mi giunge gradito,
perch ho un appetito formidabile.
- Ah? Avete appetito? - domand Grifo.
- E perch no? - domando van Baerle.
- Sembra che la cospirazione proceda - disse Grifo.
- Quale cospirazione? - domand Cornelius.
- So quel che dico, ma siete sorvegliato, vi assicuro, siete
sorvegliato.
- Sorvegliatemi, amico Grifo, sorvegliatemi - disse van Baerle.- La
mia cospirazione e la mia persona sono a vostra completa disposizione.
- Lo si vedr a mezzogiorno - disse Grifo. E se ne and.
A mezzogiorno!, mormor Cornelius, che vorr dire? Beh, aspettiamo
di vedere ci che accadr a mezzogiorno!?.
Era facile per Cornelius attendere il mezzogiorno: lui aspettava le
nove!
Quando suon mezzogiorno, sulla scala risuon il passo di Grifo
accompagnato dal passo di tre o quattro soldati che salivano con lui.
La porta si spalanc, Grifo entr, introdusse gli uomini e richiuse la
porta.
- Ecco. Ed ora, cerchiamo.
Gli uomini frugarono nelle tasche di Cornelius, nella sua giacca,
nella sua camicia, frugarono fra la camicia e la pelle e non trovarono
nulla.
Poi frugarono fra le lenzuola, nel pagliericcio, e non trovarono
nulla.
Cornelius si rallegrava intanto di non aver accettato il terzo bulbo.
Durante la perquisizione, Grifo lo avrebbe certamente trovato, per
quanto ben nascosto, e gli avrebbe fatto fare la fine del primo. Grifo
se ne and con una matita e con tre o quattro fogli bianchi di carta
che Rosa aveva dato a Cornelius, e questo fu l'unico trofeo della
spedizione.
Alle sei, Grifo ritorn solo. Cornelius tent di ammansirlo, ma Grifo
ringhi, e usc indietreggiando, come se avesse paura di essere
abbindolato.
Cornelius scoppi in una risata.
E allora Grifo, che si piccava di conoscere le citazioni, gli grid
attraverso le sbarre:
- Sta bene, sta bene; rider bene chi rider ultimo!
Ma l'ultimo a ridere, almeno quella sera, doveva essere Cornelius,
perch Cornelius aspettava Rosa.
Rosa giunse alle nove, ma senza lanterna. Rosa non aveva pi bisogno
di luce, perch sapeva leggere.
Inoltre la luce della lanterna poteva tradirla, dato che Jacob
continuava a spiarla.
E infine la luce della lanterna rivelava troppo chiaramente il rossore
di Rosa, quando ella arrossiva.
Di che cosa parlarono i due giovani quella sera? Delle cose di cui
parlano gli innamorati sulla soglia di una porta in Francia, da una
parte all'altra di un balcone in Spagna, dall'alto di una terrazza in
Oriente.
Parlarono di quelle cose che mettono ali ai piedi delle ore, che
aggiungono penne alle ali del tempo.
Parlarono di tutto, tranne che del tulipano nero.
Alle dieci, come sempre, si separarono.
Cornelius era felice quanto pu esserlo un coltivatore di tulipani a
cui stato proibito di parlare del suo tulipano.
Cornelius trovava Rosa bella come il sole, buona, graziosa,
affascinante.
Ma perch gli proibiva di parlare del tulipano?
Era quello un gran difetto che aveva Rosa.
Cornelius si disse, sospirando, che la donna non mai perfetta.
Trascorse una parte della notte meditando su questa imperfezione. Ci
significa che rimase sveglio per pensare a Rosa.
Quando si addorment, la vide nei suoi sogni.
Ma la Rosa del sogno era pi perfetta della Rosa della realt. Non
soltanto parlava di tulipani, ma gli portava un meraviglioso tulipano
nero fiorito in un vaso cinese.
Cornelius si svegli fremente di gioia, mormorando:
- Rosa, Rosa, ti amo!
E poich stava spuntando l'alba, Cornelius decise di non
riaddormentarsi.
Pass tutta la giornata a pensare a ci che aveva sognato.
Ah! se Rosa avesse acconsentito a parlare del tulipano, Cornelius
l'avrebbe preferita alla regina Semiramide (8), alla regina Cleopatra,
alla regina Elisabetta, alla regina Anna d'Austria, ossia a tutte le
pi potenti o le pi belle regine del mondo.
Ma Rosa aveva preteso, sotto pena di non farsi pi vedere, che per tre
giorni non si parlasse di tulipani.
Erano settantadue ore donate all'innamorato; ma erano settantadue ore
sottratte all'orticultore.
E' vero che di queste settantadue ore, trentasei erano gi trascorse.
Le altre trentasei sarebbero passate in fretta: diciotto ad attendere
e diciotto per ricordare.
Rosa ritorn all'ora solita; Cornelius sopport eroicamente la sua
penitenza. Sarebbe stato un perfetto discepolo di Pitagora (9)
Cornelius! Purch gli si fosse permesso di domandare una volta al
giorno notizie del suo tulipano, avrebbe rispettato gli statuti
dell'ordine e non avrebbe parlato d'altro.
D'altra parte la bella visitatrice comprendeva bene che se si comanda
da un lato bisogna cedere da un altro. Rosa lasciava che Cornelius
attirasse le sue dita attraverso lo spioncino; lasciava che Cornelius
le baciasse i capelli attraverso la grata.
Povera bambina! Tutte queste moine d'amore erano per lei ben pi
pericolose che non il parlare di tulipani.
Ella lo comprese rientrando nella sua cameretta con il cuore in
tumulto, le guance ardenti, le labbra secche e gli occhi inumiditi.
E cos la sera successiva, dopo aver scambiato le prime parole e avere
fatto le prime carezze, guard Cornelius attraverso la grata con uno
di quegli sguardi che si sentono nell'oscurit anche se non si vedono,
e disse:
- Ebbene, spuntato!
- E' spuntato? Chi? Che cosa? - domand Cornelius, non osando credere
che Rosa volesse abbreviare il periodo della sua prova.
- Il tulipano - disse Rosa.
- Come, - esclam Cornelius - allora voi permettete?
- Ebbene, s - disse Rosa con il tono di una tenera madre che concede
una gioia al suo bambino.
- Ah, Rosa! - disse Cornelius, protendendo le labbra attraverso le
sbarre nella speranza di sfiorare una guancia, una mano, una fronte,
qualcosa insomma.
Sfior qualcosa di meglio: due labbra palpitanti.
Rosa lanci un gridolino.
Cornelius comprese che bisognava affrettarsi a continuare la
conversazione: egli sentiva che quel contatto imprevisto aveva molto
sconcertato Rosa.
- E' spuntato diritto? - domand.
- Diritto come un fuso di Frisia - disse Rosa.
- E' molto alto?
- Almeno due pollici.
- Oh! Rosa, abbiatene cura e vedrete come crescer in fretta!
- Averne cura? - disse Rosa. - Non penso che a lui.
--Non pensate che a lui? Badate, sto diventando geloso a mia volta.
- Sapete bene che pensare a lui come pensare a voi. Svegliandomi,
gli rivolgo il mio primo sguardo, ed l'ultimo oggetto che guardo,
prima di addormentarmi. Durante il giorno mi siedo a lavorare accanto
al suo vaso, perch dal giorno in cui l'ho messo nella mia camera non
esco pi di casa.
- Avete ragione, Rosa, la vostra dote, sapete?
- S, e grazie a questa dote potr sposare un giovane di ventisei o
ventotto anni che amer.
- Tacete, cattiva.
E Cornelius riusc ad afferrare le dita della fanciulla, e questo se
non fece cambiare l'argomento della conversazione, fece almeno
succedere il silenzio al dialogo.
Quella sera, Cornelius fu il pi felice degli uomini. Rosa gli
abbandon una mano fra le sue e gli consent di parlare continuamente
del tulipano.
A cominciare da quella sera, ogni giorno segn un progresso nella
coltivazione del tulipano e nell'amore dei due giovani. Un giorno le
foglie si aprirono, e pochi giorni dopo il tulipano mostr il
bocciolo.
A questa notizia, la gioia di Cornelius fu immensa e le sue domande si
accavallarono con una rapidit che ne manifestava l'importanza.
- Ha il bocciolo, - grid Cornelius - ha il bocciolo!
- S, ha il bocciolo - ripet Rosa.
Cornelius barcoll per la gioia e dovette aggrapparsi allo spioncino.
- Dio mio! - esclam. E poi, rivolgendosi a Rosa, domand:
- L'ovale regolare, il cilindro pieno, le punte sono proprio
verdi?
- L'ovale grosso come un pollice, ed affilato come un ago, il
cilindro si gonfia, le punte stanno per aprirsi.
Quella notte Cornelius dorm poco: il momento in cui le punte si
aprivano era fondamentale.
Due giorni dopo Rosa gli annunciava che le punte erano semiaperte.
- Semiaperte, Rosa! - esclam Cornelius. - L'involucro semiaperto!
Ma allora si vede? si pu gi distinguere?
Il prigioniero si interruppe, ansando.
- S - rispose Rosa; - si pu gi distinguere un filetto di colore
diverso, sottile come un capello.
- E che colore? - disse Cornelius tremando.
- Ah! - rispose Rosa - molto scuro.
- Bruno?
- Pi scuro.
- Pi scuro? mia buona Rosa, pi scuro? grazie. Scuro come l'ebano,
scuro come...?
- Scuro come l'inchiostro col quale vi ho scritto.
Cornelius gett un grido di pazza gioia.
Poi s'interruppe di colpo:
- Rosa, - disse giungendo le mani - non esiste angelo che possa
esservi paragonato.
- Davvero? - disse Rosa, sorridendo di questo complimento.
- Rosa, avete lavorato tanto, avete fatto tanto per me; Rosa, il mio
tulipano sta per fiorire, il mio tulipano sar nero, Rosa, Rosa, siete
la creatura pi perfetta che Dio abbia fatto nascere sulla terra!
- Sempre dopo il tulipano, per.
- Ah, tacete, cattiva. Tacete, per piet, non sciupate la mia gioia.
Ma ditemi, Rosa, se il tulipano gi a questo punto, fra due o tre
giorni al pi tardi fiorir.
- S, domani o dopodomani.
- Oh! ma io non lo vedr - grid Cornelius, rovesciando il capo
all'indietro; - non lo bacer come una meraviglia di Dio che deve
essere adorata, come bacio le vostre mani, Rosa, come bacio i vostri
capelli, come bacio le vostre guance, quando si trovano per caso
appoggiate allo spioncino.
Rosa avvicin la guancia, non per caso, ma deliberatamente; le labbra
del giovanotto le s'incollarono con avidit.
- Diamine, lo coglier se voi volete - disse Rosa.
- Ah, no! Ah, no! Non appena sar schiuso, mettetelo all'ombra e
immediatamente, immediatamente, mandate qualcuno ad Haarlem per
avvertire il presidente della Societ di Orticoltura che il grande
tulipano nero fiorito. Haarlem lontana, lo so, ma pagando
troverete un messaggero. Avete del denaro?
- Oh! s - rispose.
- Abbastanza?
- Ho trecento fiorini.
- Oh, se avete trecento fiorini, non dovete mandare un messaggero,
dovete andarci voi ad Haarlem, voi stessa.
- Ma durante quel periodo il fiore...
- Lo porterete con voi; capite bene che non bisogna abbandonarlo
nemmeno un momento.
- Ma, pur non separandomi dal fiore, mi separo da voi, signor
Cornelius - disse Rosa con tristezza.
- Ah, vero, mia dolce, mia cara Rosa. Dio mio! Gli uomini sono
cattivi; che ho fatto loro perch mi abbiano privato della libert?
Avete ragione, Rosa, non potrei vivere senza di voi. Manderete
qualcuno ad Haarlem, in fede mia, ecco tutto; il miracolo abbastanza
grande, perch il presidente si scomodi; verr lui a Loewestein a
prendere il tulipano.
S'interruppe, poi, tremando:
- Rosa! - mormor - Rosa! se non fosse nero?
- Via! Lo saprete domani o dopodomani.
- Dover aspettare fino a sera per saperlo. Morr d'impazienza. Non
potremmo stabilire un segnale?
- Far di pi.
- Che cosa farete?
- Se si schiuder di notte, verr a dirvelo. Se si schiuder di
giorno, far scivolare un biglietto sotto la porta o attraverso lo
sportello, fra la prima e la seconda ispezione di mio padre
- Oh! Rosa, s! Un vostro biglietto con la buona notizia, sar una
doppia felicit.
- Sono le dieci. Devo lasciarvi.
- S, s, andate, Rosa, andate! - disse Cornelius.
Rosa lo lasci con un po' di tristezza.
Cornelius l'aveva quasi spinta ad andarsene.
Ma lo aveva fatto perch vegliasse sul tulipano nero.
NOTE.
NOTA 1: Lucio Tarquinio Superbo (534-509 avanti Cristo), settimo e
ultimo re di Roma. Gabii, conquistata con l'inganno da Tarquinio il
Superbo dopo sette anni di assedio, era una potente citt dei Volsci,
a nord-est di Roma.
NOTA 2: Sibati: antica citt fondata verso il 720 avanti Cristo da
gruppi di Achei sul Golfo di Taranto: divenne famosa per il lusso, i
piaceri e i costumi molto liberi e voluttuosi. Fu conquistata e
distrutta nel 510 avanti Cristo.
NOTA 3: Henri de Talleyrand, conte di Chalais (1599-1626): perdonato
una prima volta, cospir nuovamente contro Richelieu, che lo fece
condannare a morte. Franois Auguste de Thou (1607-1642), figlio dello
storico Jacques Auguste de Thou (1553-1617), venne giustiziato
anch'egli per aver congiurato contro Richelieu.
NOTA 4: Personaggio dell'"Eneide" di Virgilio: re dei Rutuli, combatt
contro Enea, che lo uccise.
NOTA 5: Marie de Rabutin-Chantal, marchesa di Svign (1626-1696),
letterata francese, celebre soprattutto per le sue lettere, che hanno
un grande valore documentario.
NOTA 6: Attualmente: Gorinchem. La Mosa denominata oggi Maas.
NOTA 7: Huig van Groot, detto Grozio o Grotius (1583-1645), scrittore
e pensatore olandese studioso del diritto internazionale, sul quale
scrisse diverse opere. Jan van Olden Barneveldt (1547- 1619), uomo
politico olandese, amico e consigliere di Guglielmo il Taciturno,
giustiziato per l'intolleranza religiosa dei calvinisti e soprattutto
perch ostile alle mire di Maurizio di Nassau.
NOTA 8: Semiramide: leggendaria regina assira, che ha avuto un suo
precedente storico nella regina assira Shammuramat, reggente dall'810
all'805 avanti Cristo. Cleopatra (66-30 avanti Cristo), regina
d'Egitto, amante di Cesare (da cui ebbe Cesarione, o Tolomeo
quattordicesimo) e di Antonio, che venne duramente sconfitto da
Ottaviano Augusto: la sua tragedia ha ispirato molti scrittori, tra
cui Shakespeare e Bernard Shaw. Elisabetta: probabilmente Elisabetta
prima (1533-1603), regina d'Inghilterra, che ella resse in un'epoca
d'oro, dopo essere succeduta alla sorella Maria Tudor. Anna d'Austria
(1601-1666), sposa di Luigi tredicesimo, regina di Francia e madre di
Luigi quattordicesimo: ebbe come ministro il cardinale Mazarino.
NOTA 9: Pitagora: filosofo greco, vissuto nel secolo sesto avanti
Cristo. Organizz in modo molto rigoroso la vita dei propri discepoli,
che esercitarono un notevole influsso sulla storia della cultura
nell'antichit.
PARTE TERZA.
CAPITOLO VENTIDUESIMO.
LA FIORITURA.
Cornelius pass una notte agitata. Gli pareva ad ogni momento di
sentire la dolce voce di Rosa; si svegliava allora di soprassalto,
correva alla porta, accostava il viso allo spioncino: il corridoio era
vuoto.
Sicuramente anche Rosa vegliava, ma, pi fortunata di lui, vegliava
per custodire il tulipano; aveva sotto gli occhi il nobile fiore, la
meraviglia delle meraviglie, non soltanto sconosciuta, ma ritenuta
addirittura impossibile.
Che cosa avrebbe detto il mondo quando avesse saputo che il tulipano
nero era stato trovato, che esisteva, e che era stato van Baerle, il
prigioniero, a scoprirlo?
Cornelius avrebbe scacciato chiunque fosse venuto ad offrirgli la
libert in cambio del suo tulipano.
Il giorno trascorse senza notizie.
Il tulipano non era ancora fiorito.
Venne la notte e con la notte arriv Rosa, leggera come un uccellino.
- Ebbene? - domand Cornelius.
- Tutto va a meraviglia. Il tulipano fiorir questa notte.
- E sar nero?
- Nero come un giaietto.
- Senza macchie?
- Senza una macchia.
- Bont divina! Rosa, ho passato la notte a sognare, prima di tutto
voi...
Rosa fece un piccolo gesto d'incredulit.
- Poi a ci che dovremo fare.
- Ebbene?
- Ecco che cosa ho deciso. Non appena il tulipano sar fiorito e
avrete potuto costatare che nero, perfettamente nero, occorrer
trovare un messaggero.
- Se si tratta solo di questo, il messaggero l'ho gi trovato.
- Un messaggero fidato?
- Ne rispondo. E' uno dei miei pretendenti.
- Non sar Jacob, spero!
- No, un barcaiuolo di Loewestein, un ragazzo sveglio; ha da
ventiquattro a venticinque anni.
- Diamine!
- Non preoccupatevi - disse Rosa ridendo; - non ha l'et prescritta,
perch voi avevate detto da ventisei a ventotto anni.
- Insomma, credete di potervi fidare di questo ragazzo?
- Come di me stessa. Affonderebbe il suo battello nel Waal o nella
Mosa, se glielo ordinassi.
- Allora, Rosa, in dieci ore quel ragazzo pu giungere ad Haarlem; mi
porterete carta e matita, o meglio ancora inchiostro e penna, e io
scriver, o meglio scriverete voi; un povero prigioniero sarebbe
sospetto forse di cospirazione. Scriverete al presidente della Societ
di Orticoltura e, ne sono certo, il presidente verr.
- E se tardasse?
- Supponiamo che tardi un giorno, o anche due; ma ci impossibile,
un amatore di tulipani come lui non tarder un'ora, un minuto, un
secondo, a mettersi in viaggio per vedere l'ottava meraviglia. Ma
quand'anche tardasse un giorno o due, il tulipano conserverebbe ancora
tutto il fulgore della sua bellezza. Quando il presidente avr visto
il tulipano e avr steso il verbale, di cui vi farete consegnare una
copia, gli affiderete il tulipano. Oh! se avessimo potuto portarlo
noi, Rosa, non avrebbe lasciato le mie braccia che per passare nelle
vostre; ma un sogno a cui non bisogna pensare - continu Cornelius
sospirando; soprattutto, Rosa, che nessuno lo veda prima del
presidente. Il tulipano nero! Cielo, se qualcuno vedesse il tulipano
nero, potrebbe rubarlo!
- Oh! via!
- Non mi avete forse confidato voi stessa i vostri timori riguardo al
vostro innamorato Jacob? Si ruba volentieri un fiorino, perch non se
ne ruberebbero centomila?
- Star bene attenta, suvvia, state tranquillo.
- E se mentre voi siete qui si apre?
- Quel capriccioso ne ben capace - disse Rosa.
- E se lo trovaste aperto quando rientrerete in camera?
- Ebbene?
- Ah, Rosa, dal momento in cui esso sar aperto non vi sar un minuto
da perdere per avvisare il presidente.
- E avvisare voi, no? S, capisco benissimo.
Rosa sospir, ma senza amarezza, e da donna che comincia a comprendere
una debolezza, se non ad abituarcisi.
- Ritorno dal tulipano, signor van Baerle; non appena si aprir, vi
avvertir, e non appena voi sarete stato avvertito, il messaggero
partir.
- Rosa, Rosa, non so pi a quale meraviglia del cielo o della terra
paragonarvi.
- Paragonatemi al tulipano nero, signor Cornelius, e ne sar
lusingata, ve lo giuro. E ora diciamoci arrivederci, signor Cornelius.
- Oh, ma ditemi: arrivederci, amico mio.
- Arrivederci, amico mio - disse Rosa, un po' consolata.
- Dite: amico mio, tanto amato.
- Oh! Amico mio...
- Tanto amato, Rosa, ve ne prego, tanto amato, tanto amato, non
vero?
- Tanto amato, s, tanto amato - fece Rosa, palpitante, ubriaca, folle
di gioia.
- Allora, Rosa, poich voi avete detto: tanto amato, dite pure: tanto
felice, dite: felice come nessun uomo sotto il cielo mai stato tanto
felice e fortunato. Una sola cosa manca ancora, Rosa.
- Quale?
- La vostra guancia, la vostra guancia fresca, la vostra guancia
rosata, la vostra guancia vellutata. Ah, Rosa, di vostra volont, non
pi di sorpresa, non pi per sbaglio. Rosa, ah!
Il prigioniero concluse la sua supplica con un sospiro: le sue labbra
avevano incontrato le labbra della fanciulla non pi per sbaglio e non
pi per sorpresa, allo stesso modo che cento anni dopo Saint-Preux (1)
avrebbe incontrato le labbra di Julie.
Rosa scapp via.
Cornelius rimase con l'anima sospesa alle sue labbra, col viso
incollato allo spioncino.
Cornelius era soffocato dalla gioia e dalla felicit. Apr la finestra
e contempl a lungo, con il cuore gonfio di gioia, il blu senza nubi
del cielo, la luna che inargentava i due fiumi che scorrevano al di l
delle colline. Si riemp i polmoni di aria generosa e pura, lo spirito
di dolci idee e l'anima di riconoscenza e di ammirazione religiosa.
- Oh! Siete dunque sempre lass, Signore! - esclam prosternato a met
con gli occhi alzati verso le stelle. - Perdonatemi di aver quasi
dubitato di voi nei giorni scorsi; stavate nascosto dietro le nuvole e
per un istante ho cessato di vedervi, Dio buono, Dio eterno, Dio
misericordioso. Ma oggi, questa sera, questa notte, oh! vi contemplo
nello specchio dei cieli e soprattutto nello specchio del mio cuore.
Il povero malato era guarito, il povero prigioniero era libero!
Cornelius trascorse una parte della notte stringendo le sbarre della
sua finestra, con l'orecchio teso, concentrando tutti i suoi sensi in
uno solo, o piuttosto in due soltanto, la vista e l'udito.
Egli guardava il cielo e ascoltava la terra.
Poi, con l'occhio rivolto di tanto in tanto al corridoio, si diceva:
L sotto c' Rosa. Rosa che veglia come me, come me attendendo minuto
per minuto. L sotto, dinanzi agli occhi di Rosa, c' il fiore
misterioso che vive, che si socchiude, che si apre; forse in questo
momento Rosa tiene tra le sue dita delicate e tiepide il gambo del
tulipano. Tocca con dolcezza quel gambo, Rosa. Forse ella sfiora con
le labbra il calice socchiuso; sfioralo con precauzione. Rosa, Rosa,
le tue labbra scottano; forse in questo momento i miei due amori si
accarezzano l'un l'altro sotto gli occhi di Dio.
In quell'istante una stella s'infiamm a mezzogiorno, attravers tutto
lo spazio che separava l'orizzonte della fortezza e venne a cadere su
Loewestein. Cornelius sussult.
Ah!, si disse. E' Dio che manda un'anima al mio fiore.
E come se avesse indovinato, quasi in quello stesso momento, il
prigioniero avvert nel corridoio dei passi leggeri come quelli d'una
silfide, il fruscio d'una veste che sembrava un battito d'ali e una
voce ben nota che diceva:
- Cornelius, amico mio, amico mio tanto amato e tanto felice, venite
presto!
Cornelius super con un solo balzo lo spazio dalla finestra allo
spioncino; anche questa volta le sue labbra s'incontrarono con quelle
mormoranti di Rosa che gli sussurr in un bacio:
- E' aperto, nero, eccolo.
- Come, eccolo! - grid Cornelius, staccando le labbra da quelle della
fanciulla.
- S, s, bisogna pur correre un piccolo rischio per poter procurare
una grande gioia. Eccolo, guardate.
E alz con una mano la piccola lanterna cieca all'altezza dello
spioncino, mentre con l'altra alzava il miracoloso tulipano.
Cornelius gett un grido e credette di svenire.
- Oh, - mormor - mio Dio, mio Dio! mi ricompensate della mia
innocenza e della mia prigionia, facendo sbocciare questi due fiori
sullo spioncino della mia prigione!
- Baciatelo, - disse Rosa - come l'ho baciato io poco fa -. Cornelius,
trattenendo il respiro, sfior colla punta delle dita la punta del
fiore, e giammai bacio dato sulle labbra di una donna, fossero pure le
labbra di Rosa, gli penetr cos profondamente nel cuore.
Il tulipano era bello, splendido, magnifico; il suo gambo era alto
diciotto pollici, e sorgeva dal seno di quattro foglie verdi, lisce,
diritte come la punta di una lancia; il fiore era interamente nero e
brillante come del giaietto.
- Rosa, - disse Cornelius ansimando - Rosa, non dobbiamo perdere un
solo istante, dobbiamo scrivere la lettera.
- E' gi scritta, mio tanto amato Cornelius - disse Rosa.
- Davvero?
- Mentre il tulipano si stava aprendo, io scrivevo, perch non volevo
perdere nemmeno un secondo. Guardate la lettera e ditemi se pensate
che vada bene.
Cornelius prese la lettera e lesse, su una scrittura che aveva fatto
ancora grandi progressi, dopo la parolina che egli aveva ricevuta da
Rosa:
Signor presidente,
Il tulipano nero fiorir forse tra dieci minuti. Non appena si sar
schiuso, vi mander un messaggero per pregarvi di venire voi stesso a
prenderlo nella fortezza di Loewestein. Sono la figlia del carceriere
Grifo e sono reclusa quasi come i prigionieri di mio padre. Non posso
quindi portarvi questa meraviglia. Per questa ragione oso supplicarvi
di venirla a prendere voi stesso.
Desidero che si chiami "Rosa Baerlensis".
Si aperto: perfettamente nero. Venite, signor presidente, venite.
Ho l'onore di dichiararmi la vostra umile serva.
ROSA GRIFO.
- Benissimo, benissimo, cara Rosa. Questa lettera va a meraviglia. Non
sarei riuscito a scriverla con tanta semplicit. Al congresso
fornirete tutte le indicazioni che vi verranno richieste. Sapranno
cos come stato creato il tulipano, quante cure ha richieste, quante
notti insonni e quanti timori ha causati. E ora, Rosa, non c' un
momento da perdere: il messaggero, il messaggero!
- Come si chiama il presidente?
- Date qui, che aggiungo l'indirizzo. Oh! molto conosciuto. E'
"mynheer" van Systens, il borgomastro di Haarlem...
E con mano tremante Cornelius scrisse sulla lettera:
A "mynheer" Peters van Systens, borgomastro e presidente della
Societ Orticola di Haarlem.
- E ora, Rosa, andate, - disse Cornelius - e raccomandiamoci a Dio, il
quale sinora ci ha tanto protetti.
CAPITOLO VENTITREESIMO.
L'INVIDIOSO.
I due poveri giovani avevano davvero bisogno della protezione
particolare di Dio.
Mai essi erano stati cos vicini alla loro rovina come in quel momento
in cui pensavano di essere sicuri della loro felicit.
Noi non dubiteremo dell'intelligenza del nostro lettore al punto di
sospettare che egli non abbia riconosciuto in Jacob il nostro vecchio
amico, o piuttosto il nostro vecchio nemico, Isaac Boxtel.
Il lettore ha certo compreso che Boxtel aveva seguito dal Buytenhof a
Loewestein l'oggetto del suo amore e l'oggetto del suo odio: il
tulipano nero e Cornelius van Baerle.
Ci che ogni altra persona che non fosse un coltivatore di tulipani e
un coltivatore di tulipani invidioso non avrebbe mai potuto scoprire,
ossia l'esistenza dei bulbi e le aspirazioni del prigioniero,
l'invidia lo aveva fatto scoprire, o almeno sospettare, a Boxtel.
L'abbiamo visto, pi fortunato sotto il nome di Jacob che sotto il
nome di Isaac, fare amicizia con Grifo, di cui egli innaffi la
riconoscenza e l'ospitalit per alcuni mesi con la migliore qualit di
ginepro mai fabbricato dal Texel ad Anversa.
Egli sop i suoi sospetti; poich, come abbiamo visto, Grifo era
sospettoso; egli sop i suoi sospetti, dicevamo, facendogli balenare
la possibilit di un matrimonio con Rosa.
Dopo aver lusingato il suo orgoglio di padre, bland anche i suoi
istinti di carceriere. Gli dipinse con i peggiori colori il colto
prigioniero, che Grifo teneva sotto chiave e che, al dire del falso
Jacob, aveva stretto un patto con Satana per nuocere a Sua Altezza il
principe d'Orange.
Dapprima le cose gli erano andate bene con Rosa: non le aveva ispirato
sentimenti di simpatia, perch Rosa aveva amato sempre molto poco
"mynheer" Jacob; parlandole tuttavia di matrimonio e di folle passione
amorosa, in un primo tempo aveva stornato qualsiasi sospetto che ella
avesse potuto nutrire.
Abbiamo visto come la sua imprudenza nel seguire Rosa in giardino
avesse insospettito la fanciulla e come i timori di Cornelius avessero
messo in guardia i due giovani. Come il lettore ricorder, era stata
la grande collera dimostrata da Jacob a proposito del bulbo
schiacciato che aveva risvegliato i timori del prigioniero.
Boxtel pensava allora che Cornelius avesse un secondo bulbo, ma non ne
era affatto sicuro.
Incominci quindi a spiare Rosa, seguendola non soltanto in giardino
ma anche nei corridoi.
Ma poich la seguiva di notte, scalzo, non fu n visto n udito.
Tranne una volta, quando Rosa credette di intravedere un'ombra sulle
scale.
Ma era gi troppo tardi. Boxtel aveva appreso, dalle stesse labbra del
prigioniero, l'esistenza del secondo bulbo.
Vittima del tranello di Rosa, che aveva finto di interrare il bulbo
nell'aiuola, e non dubitando che la fanciulla avesse recitato la
commedia per indurlo a tradirsi, raddoppi le sue precauzioni e aguzz
l'ingegno per continuare a spiare senza essere spiato.
Vide Rosa trasportare un grande vaso di ceramica dalla cucina paterna
alla sua camera da letto.
Vide Rosa lavarsi le sue belle mani che aveva imbrattate di terra, nel
preparare il letto che doveva ricevere il tulipano.
Affitt allora, in un granaio, una cameretta proprio di fronte alla
camera di Rosa, abbastanza lontana per non essere riconosciuto ma
abbastanza vicina per potere, con l'aiuto del suo cannocchiale,
seguire tutto ci che accadeva al Loewestein nella camera della
fanciulla, cos come aveva seguito a Dordrecht tutto ci che accadeva
nell'essiccatoio di Cornelius.
Dopo tre giorni non aveva pi alcun dubbio.
Al mattino, il vaso di ceramica era sulla finestra esposta a levante,
e Rosa, simile alle meravigliose donne di Mieris e di Metzu (2),
appariva a quella finestra incorniciata dalle fronde verdeggianti
della vite vergine e e del caprifoglio.
Rosa guardava il vaso con un'espressione tale da denunciare a Boxtel
il valore reale dell'oggetto racchiuso nel vaso.
Ci che il vaso racchiudeva era dunque il secondo bulbo, la suprema
speranza del prigioniero.
Quando le notti si annunziavano un po' troppo fredde, Rosa ritirava il
vaso di ceramica.
Evidentemente obbediva alle raccomandazioni di Cornelius, il quale
temeva che il bulbo gelasse.
Quando il sole si fece pi caldo, Rosa ritir il vaso di ceramica
dalle undici del mattino alle due del pomeriggio.
Ecco, dunque, Cornelius temeva che la terra si inaridisse troppo.
Ma, quando il germoglio usc dalla terra, Boxtel non ebbe pi alcun
dubbio.
Cornelius possedeva due bulbi e il secondo bulbo era stato affidato
all'amore e alle cure di Rosa.
Come si pu immaginare, l'amore dei due giovani non era sfuggito agli
occhi dell'invidioso.
Bisognava dunque trovare il mezzo di sottrarre il secondo bulbo alle
cure di Rosa e all'amore di Cornelius.
Ma non era una cosa facile.
Rosa sorvegliava il tulipano come una madre sorveglia il suo bambino,
come una colomba cova le proprie uova.
Rosa non lasciava mai la sua camera durante il giorno e inoltre, cosa
strana, non usciva nemmeno la sera.
Per sette giorni Boxtel spi inutilmente Rosa. Ma Rosa non lasci la
sua camera.
Erano i giorni del bisticcio degli innamorati, quei sette giorni che
avevano reso Cornelius tanto infelice, privandolo contemporaneamente
delle notizie di Rosa e del tulipano.
Rosa avrebbe continuato eternamente il suo broncio? Ci avrebbe reso
il furto assai pi difficile di quanto avesse dapprima creduto Boxtel.
Diciamo il furto, perch "mynheer" Isaac aveva semplicemente pensato
di rubare il tulipano. Poich il fiore veniva custodito nel pi grande
segreto e i due giovani ne nascondevano l'esistenza a tutti, si
sarebbe creduto pi facilmente a lui, coltivatore ben noto di
tulipani, che non ad una ragazza estranea a tutti i dettagli
dell'orticultura o ad un prigioniero condannato per un delitto di alto
tradimento, guardato, sorvegliato, spiato, e che avrebbe difficilmente
potuto reclamare dal fondo della sua cella. D'altra parte, essendo
egli in possesso del tulipano e poich in fatto di cose trasportabili
il possesso criterio di propriet, egli avrebbe sicuramente ottenuto
il premio e sarebbe stato incoronato al posto di Cornelius. Cos il
tulipano, invece di prendere come nome "Tulipa nigra Baerlensis", si
sarebbe chiamato "Tulipa nigra Boxtellensis"; o "Boxtellea".
"Mynheer" Isaac non aveva ancora deciso quale di questi due nomi
avrebbe imposto al tulipano nero; ma poich tutti e due significavano
la medesima cosa, non era quello il punto importante.
Il punto importante era di riuscire a rubare il tulipano.
Ma perch Boxtel potesse rubare il tulipano, occorreva che Rosa
uscisse dalla camera.
Jacob, o se preferite, Isaac, prov quindi una vera gioia quando
costat che gli appuntamenti notturni erano ricominciati.
Approfitt dapprima dell'assenza di Rosa per esaminare la sua porta.
La porta si chiudeva bene, a doppia mandata, per mezzo di una
serratura semplice di cui Rosa aveva la chiave.
Boxtel pens di rubare la chiave di Rosa, ma non era facile frugare
nella tasca della ragazza. Inoltre, quando Rosa si fosse accorta di
avere smarrito la chiave, avrebbe fatto cambiare la serratura, e il
furto di Boxtel sarebbe stato inutile.
Bisognava trovare un altro mezzo.
Boxtel radun tutte le chiavi che pot trovare e le prov tutte mentre
Rosa e Cornelius trascorrevano accanto allo sportello le loro ore
felici.
Due chiavi entrarono nella serratura, e una di queste fece il primo
giro e non si arrest che al secondo.
Non c'era perci un gran lavoro da fare per adattare questa chiave.
Boxtel ricopr la chiave con un leggero strato di cera e rifece la
prova.
L'ostacolo che la chiave aveva incontrato al secondo giro lasci la
sua impronta sulla cera.
Boxtel dovette soltanto seguire l'impronta con una lima sottile come
la lama di un coltello.
Lavorando due giorni, Boxtel modific perfettamente la chiave.
La porta di Rosa si apr senza difficolt e senza rumore e Boxtel si
trov nella camera della fanciulla, a tu per tu col tulipano.
La prima azione condannabile di Boxtel era stata quella di passare al
di l del muro per dissotterrare il tulipano; la seconda era stata
quella di penetrare nell'essiccatoio di Cornelius attraverso una
finestra spalancata; la terza d'introdursi nella camera di Rosa
servendosi di una chiave falsificata.
Come si vede, l'invidia faceva compiere a Boxtel dei passi veramente
rapidi sulla via del crimine.
Boxtel si trov dunque a tu per tu col tulipano.
Un ladro comune si sarebbe messo il vaso sottobraccio e se ne sarebbe
andato.
Ma Boxtel non era un ladro comune e riflett. Riflett guardando il
tulipano, illuminandolo con la lanterna cieca.
Pens che non era ancora al punto di dare la certezza che sarebbe
stato nero, quantunque ne offrisse le apparenze.
Pens che se non fosse stato nero o avesse avuto una qualsiasi
macchia, il furto sarebbe stato inutile.
Pens che la notizia del furto si sarebbe sparsa, che il nome del
ladro sarebbe stato sospettato, che sarebbero state fatte delle
ricerche e che queste ricerche avrebbero potuto portare al
ritrovamento del tulipano, anche se fosse stato abilmente nascosto.
Pens che, nascondendo il tulipano in modo da sottrarlo alle ricerche,
avrebbe potuto recargli danno.
Pens infine che era meglio, dato che possedeva una chiave della
camera di Rosa, aspettare la fioritura, prendere il tulipano un'ora
prima che sbocciasse, o un'ora dopo che fosse sbocciato, e partire poi
senza indugio per Haarlem in modo da presentarlo ai giudici prima che
venisse sporto un reclamo.
Allora Boxtel avrebbe potuto accusare di furto colui o colei che
avesse reclamato.
Era un piano ben concepito e degno in tutto di colui che lo aveva
immaginato.
E cos tutte le sere, mentre i giovani s'intrattenevano allo spioncino
della prigione, Boxtel entrava nella camera della fanciulla non per
violarne l'intimit ma per seguire i progressi del tulipano nero.
L'ultima sera egli stava per entrare nella camera come le altre volte,
ma, come abbiamo visto, i due giovani non si erano scambiati che
qualche parola e Cornelius aveva mandato Rosa a fare la guardia al
tulipano.
Vedendo Rosa rientrare nella camera dieci minuto dopo, Boxtel comprese
che il tulipano era fiorito o stava per fiorire.
Era dunque durante quella notte che si sarebbe giocata la partita
conclusiva; Boxtel si rec da Grifo con una razione doppia di ginepro,
e cio con una bottiglia in ciascuna delle tasche.
Quando Grifo fosse stato ubriaco, Boxtel sarebbe stato padrone della
casa.
Alle undici, Grifo era ubriaco fradicio. Alle due del mattino Boxtel
vide Rosa uscire dalla camera reggendo un oggetto con ogni
precauzione. Quell'oggetto era certamente il tulipano nero fiorito.
Che cosa voleva farne?
Stava per partire immediatamente per Haarlem?
Non era possibile che una fanciulla si mettesse in viaggio, sola, nel
cuore della notte.
Portava il tulipano per farlo vedere a Cornelius. Era probabile.
Segu Rosa, scalzo, in punta di piedi.
La vide avvicinarsi allo spioncino
La ud chiamare Cornelius.
Alla luce della lanterna cieca vide il tulipano schiuso, nero come la
notte che lo circondava.
Ud il progetto di Rosa e di Cornelius di inviare un messaggero ad
Haarlem.
Egli vide congiungersi le labbra dei due giovani e sent Cornelius che
invitava Rosa ad allontanarsi.
Vide Rosa spegnere la lanterna cieca e riprendere il cammino verso la
sua camera.
La vide entrare in camera.
Dieci minuti dopo la vide uscire nuovamente, chiudendo la porta a
doppia mandata.
Per quale motivo la ragazza chiudeva con tanta cura quella porta, se
non perch dietro di essa veniva custodito il tulipano nero?
Boxtel, che spiava dal pianerottolo superiore, scese il primo gradino
mentre Rosa incominciava a scendere.
Cos che, quando Rosa sfior l'ultimo gradino col suo piede leggero,
Boxtel, con mano pi leggera ancora, toccava la serratura della camera
di Rosa.
E nella mano teneva la chiave falsa che poteva aprire la porta con
uguale facilit di quella vera.
Per questo abbiamo detto all'inizio di questo capitolo che i poveri
giovani avevano bisogno della protezione del Signore.
CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO.
IL TULIPANO CAMBIA PADRONE.
Cornelius era rimasto dove l'aveva lasciato Rosa, cercando in s la
forza di sopportare il doppio peso della sua felicit.
Pass una mezz'ora.
I primi raggi del giorno entravano azzurrini e freschi attraverso le
sbarre della finestra della prigione, quando Cornelius trasal udendo
dei passi che salivano le scale e delle grida che si avvicinavano.
Il suo viso si trov quasi subito di fronte il viso pallido e
sconvolto di Rosa. Il giovane indietreggi, impallidendo d'angoscia.
Cornelius, Cornelius! - grid la fanciulla ansimando.
- Che c', dunque, mio Dio? - domand il prigioniero.
- Cornelius! Il tulipano...
- Ebbene?
- Come posso dirvelo?
- Ditemi, Rosa.
- Ce l'hanno preso, ce l'hanno rubato!
- Ce l'hanno preso, ce l'hanno rubato? - grid Cornelius.
- S - rispose Rosa appoggiandosi alla porta per non cadere. S,
preso, rubato.
E poich le gambe non la sorreggevano, cadde in ginocchio.
- Ma come stato? - domand Cornelius. - Ditemi, spiegatemi...
- Oh! Io non ne ho colpa, amico mio.
Povera Rosa! Non osava pi dire: amato.
- L'avete lasciato incustodito! - disse Cornelius con un lamento.
- Soltanto un momento, per andare ad avvertire il nostro messaggero,
il quale abita a cinquanta passi di qui, sulla riva del Waal.
- E in questo frangente, nonostante le mie raccomandazioni, avete
lasciato la chiave nella serratura, bambina sventata!
- No, no, no, non ho lasciato la chiave, l'ho sempre tenuta in mano,
come se avessi temuto che mi sfuggisse!
- Ma allora, com' accaduto?
- Che ne so? Avevo dato la lettera al messaggero, il mio messaggero
era partito in mia presenza; rientro, la porta era chiusa, tutto era
in ordine, tranne il tulipano, che era scomparso. Qualcuno deve
essersi procurato una chiave della mia camera o essersene fatto fare
una falsa.
La fanciulla tacque, soffocata dalle lacrime.
Cornelius, immobile, col viso sconvolto, ascoltava senza quasi capire
mormorando:
- Rubato, rubato, rubato! Sono perduto.
- Oh, signor Cornelius, piet, piet! - gridava Rosa. - Mi farete
morire! -. A questa minaccia di Rosa, Cornelius afferr le sbarre
della spioncino e stringendole con furore esclam: Rosa! ce l'hanno
rubato, vero, ma dobbiamo lasciarci abbattere per questo? No, la
disgrazia grande, ma forse riparabile. Rosa, noi conosciamo il
ladro.
- Ahim, come possiamo affermarlo?
- Ma ve lo dico io, quell'infame di Jacob. Lasceremo che porti ad
Haarlem il frutto del nostro lavoro, delle nostre veglie, il figlio
del nostro amore? Rosa, bisogna inseguirlo, bisogna raggiungerlo.
- Ma come possibile fare tutto questo senza rivelare a mio padre il
nostro legame? Come posso riuscire in questa impresa, in cui forse
anche voi fallireste, io, una donna, cos poco abile, cos poco
libera?
- Rosa, Rosa, aprite questa porta e vedrete se non ci riuscir, io.
Vedrete se non scoprir il ladro, se non gli far confessare il suo
delitto! Vedrete se non gli far chiedere grazia!
- Ahim, - esclam Rosa scoppiando in singhiozzi - forse che posso
aprirvi? Forse che ho le chiavi? Se le avessi, non sareste gi libero
da molto tempo?
- Vostro padre le ha, il vostro infame padre, il carnefice che ha
schiacciato il primo bulbo del mio tulipano! Oh! Miserabile,
miserabile! E' complice di Jacob.
- Non gridate, non gridate, per amor del cielo!
- Oh! se non mi aprite, - grid Cornelius in un parossismo di furore -
sfonder l'inferriata e massacrer chiunque si trovi nella prigione!
- Amico mio, per piet!
- Vi dico, Rosa, che demolir la cella pietra per pietra.
E l'infelice scuoteva la porta con forza raddoppiata dalla collera,
non curandosi dell'eco che ingigantiva nel vano delle scale gli scoppi
della sua voce.
Rosa, spaventata, tentava inutilmente di calmarlo.
- Vi dico che uccider l'infame Grifo - urlava van Baerle; vi dico che
verser il suo sangue, come egli ha versato il sangue del mio
tulipano!
Il disgraziato sembrava impazzire.
- Ebbene, s, - diceva Rosa palpitante - s, s, ma calmatevi, s, gli
prender le chiavi, s, vi aprir, s, ma calmatevi, Cornelius mio.
Non riusc a continuare. Un urlo interruppe la sua frase.
- Mio padre! - grid Rosa.
- Grifo! - rugg van Baerle. - Ah! scellerato!
Il vecchio Grifo, in mezzo a tutto quel chiasso, era salito senza
essere udito.
Afferr brutalmente la figlia per un polso.
- Ah! voi prenderete le mie chiavi! Ah! questo infame, questo mostro,
questo cospiratore degno della forca il vostro Cornelius! Ah! Vi
intrattenete coi prigionieri di Stato! Benissimo.
Rosa si torse le mani.
- Ah! - continu Grifo con la fredda ironia del vincitore. - Ah! Il
signor innocente coltivatore di tulipani! Ah! il rassegnato
scienziato! Mi massacrerete, berrete il mio sangue! Bene, molto bene.
Nientemeno. E con la complicit di mia figlia. Ges! Ma siamo dunque
in un antro di briganti, in una caverna di malfattori! Ah! il signor
governatore sapr tutto oggi stesso e Sua Altezza lo statolder sapr
tutto domani. Conosciamo la legge: chiunque si ribelli nella prigione,
articolo 6. Vi daremo una seconda edizione del Buytenhof, signor
scienziato, e sar l'edizione buona. S, s, stringerete pure i pugni
come un orso in gabbia e voi, mia bella damigella, divorate pure con
gli occhi il vostro Cornelius. Vi avverto che non avrete pi agio di
cospirare insieme, agnellini miei. Scendete, figlia snaturata. E in
quanto a voi, signor scienziato, arrivederci. Ci rivedremo, non
temete!
Rosa, pazza di terrore e di disperazione, invi un bacio al suo amico,
poi, come illuminata da un improvviso pensiero, corse gi per le scale
esclamando:
- Non ancora tutto perduto; conta su di me, Cornelius mio.
Suo padre la segu urlando.
Il povero coltivatore di tulipani apr le dita che stringevano
convulsamente le sbarre, la testa gli si appesant, gli occhi gli
oscillarono nelle orbite ed egli cadde pesantemente sul pavimento,
mormorando:
- Rubato! Me l'hanno rubato!
Boxtel intanto era uscito dal castello per la porta che Rosa stessa
aveva aperto, portando il tulipano nero sotto l'ampio mantello, era
balzato su una carrozza che lo aspettava a Gorcum, scomparendo senza
avvertire, come si pu immaginare, l'amico Grifo della sua precipitosa
partenza.
E adesso che l'abbiamo visto salire sulla sua carrozza, se il lettore
ce lo consente, lo seguiremo fino al termine del suo viaggio.
Egli avanzava con precauzione, perch non si pu far correre di gran
carriera un tulipano nero.
Boxtel per, temendo di non arrivare abbastanza presto, giunto a Delft
fece fabbricare una scatola foderata di muschio fresco e vi rinchiuse
il tulipano. Il fiore era cos bene protetto da ogni parte che la
carrozza pot mettersi a galoppo senza recargli alcun danno.
L'indomani giungeva ad Haarlem, esausto ma trionfante. Cambi il vaso
del tulipano, per far scomparire ogni traccia del furto, spezz il
vaso di ceramica e ne gett i cocci in un canale e scrisse al
presidente della Societ Orticola una lettera in cui annunciava che
era giunto ad Haarlem con un tulipano perfettamente nero.
Prese poi alloggio in un albergo, e attese.
CAPITOLO VENTICINQUESIMO.
IL PRESIDENTE VAN SYSTENS.
Rosa, lasciando Cornelius, aveva preso una decisione.
Avrebbe restituito a Cornelius il tulipano che Jacob gli aveva rubato,
o non lo avrebbe rivisto mai pi.
Ella aveva visto la disperazione del povero prigioniero, doppia ed
incurabile disperazione.
Infatti, da un lato v'era la disperazione inevitabile, poich Grifo
aveva scoperto ad un tempo il segreto del loro amore e dei loro
incontri.
D'altro lato, era il fallimento di ogni speranza d'ambizione di
Cornelius van Baerle, e queste speranze egli le alimentava da sette
anni.
Rosa era una di quelle donne che si abbattono per un nonnulla, ma che,
piene di energia contro una disgrazia smisurata, trovano nella
disgrazia stessa l'energia che in grado di superarla oppure le
risorse per porvi riparo.
La ragazza rientr in camera sua, volse in giro un ultimo sguardo per
assicurarsi di non essersi ingannata e che il tulipano non fosse
finito in qualche angolo dove fosse sfuggito al suo sguardo. Ma Rosa
cerc invano: il tulipano era veramente scomparso, il tulipano era
stato veramente rubato.
Rosa fece un pacco delle cose indispensabili, prese i suoi trecento
fiorini, e cio tutto il suo avere, frug nei suoi pizzi dove era
nascosto il terzo bulbo, se lo mise in petto, chiuse la porta a doppia
mandata per ritardare il momento in cui la sua fuga sarebbe stata
scoperta, usc dal castello dalla stessa porta che un'ora prima era
stata varcata da Boxtel, si rec da un noleggiatore di cavalli e gli
chiese un calesse.
Il noleggiatore non possedeva che una carrozza, ed era quella su cui
Boxtel stava correndo verso Delft.
Diciamo sulla strada di Delft, poich era necessario far una lunga
deviazione per andare da Loewestein ad Haarlem; a volo d'uccello, la
distanza non sarebbe stata neppure la met.
Ma in Olanda solo gli uccelli possono viaggiare a volo d'uccello,
poich l'Olanda il paese pi tagliato da fiumi, ruscelli, spiagge,
canali e laghi che vi sia nel mondo.
Rosa fu dunque costretta a prendere un cavallo, che le fu dato senza
difficolt, perch il noleggiatore conosceva Rosa come la figlia del
guardiano della fortezza.
Rosa sperava di raggiungere il suo messaggero, un bravo ragazzo che
avrebbe potuto condurre con s, e che le sarebbe servito come guida e
come aiuto.
Infatti, dopo avere percorso circa una lega, lo vide camminare a passo
affrettato sul bordo della strada che costeggiava il fiume.
La ragazza mise il suo cavallo al trotto e lo raggiunse.
Il bravo ragazzo ignorava l'importanza del messaggio che recava, ma
correva come se l'avesse conosciuta. In meno di un'ora aveva percorso
una lega e mezza.
Rosa gli prese il biglietto, ch'era ormai diventato inutile, e gli
spieg che cosa avrebbe dovuto fare per lei. Il battelliere si mise a
sua disposizione, promettendo di andare in fretta come il cavallo,
purch gli fosse permesso di appoggiare la mano sulla groppa o sul
collo dell'animale.
La fanciulla gli permise di appoggiarsi dove voleva, purch non
ritardasse la sua marcia.
I due viaggiatori erano partiti ormai da cinque ore ed avevano
percorso pi di otto leghe, senza che Grifo immaginasse ancora che sua
figlia aveva lasciato la fortezza.
Il carceriere d'altronde, in fondo uomo piuttosto malvagio, gioiva di
aver ispirato alla figlia un profondo terrore.
Ma mentre egli si complimentava con se stesso perch aveva una cos
bella storia da raccontare al suo compagno Jacob, questi era anch'egli
sulla strada di Delft.
Per, grazie alla sua carrozza, aveva accumulato gi quattro leghe di
vantaggio su Rosa e sul battelliere.
Mentre egli s'immaginava Rosa tremante o imbronciata nella sua
cameretta, questa stava riguadagnando terreno.
Al di fuori del prigioniero, perci, nessuno era l dove Grifo
riteneva che fosse.
Rosa si faceva vedere cos poco da suo padre, da quando aveva
incominciato ad occuparsi del tulipano, che fu soltanto all'ora di
pranzo, e cio a mezzogiorno, che Grifo, facendo i conti col proprio
appetito, si accorse che sua figlia teneva troppo a lungo il broncio.
La fece chiamare da uno dei secondini, ma poich costui ritorn
annunciando che l'aveva cercata e chiamata invano, risolse di andarla
a chiamare egli stesso. Cominci coll'andare direttamente alla camera;
ma buss inutilmente alla porta: Rosa non rispose.
Chiam il fabbro della fortezza e questi apr la porta, ma Grifo non
trov Rosa, come Rosa non aveva trovato il tulipano.
In quel momento Rosa stava entrando a Rotterdam.
Grifo non la trov nemmeno in cucina, n in giardino.
Si pu immaginare la collera del carceriere quando, assumendo
informazioni nei dintorni, venne a sapere che sua figlia, come
Bradamante o Clorinda (3), aveva noleggiato un cavallo per partire in
cerca di avventure, senza dire dove andava.
Grifo sal furente da van Baerle, l'ingiuri, lo minacci, butt
all'aria le sue povere suppellettili, gli promise la cella di rigore,
gli promise la fame e le verghe. Cornelius, senza ascoltare ci che il
carceriere gli diceva, si lasci maltrattare, ingiuriare, minacciare,
rimanendo immobile, annientato, insensibile a qualsiasi emozione,
sordo a qualsiasi timore.
Dopo aver cercato Rosa in ogni luogo, Grifo cerc Jacob e, non
trovandolo, sospett che egli avesse rapito la figlia.
Intanto la fanciulla, dopo una sosta di due ore a Rotterdam, si era
rimessa in cammino. La sera dorm a Delft e l'indomani giunse ad
Haarlem, quattro ore dopo l'arrivo di Boxtel.
Rosa si rec subito subito dal presidente della Societ Orticola,
mastro van Systens.
Trov il degno cittadino intento a un'operazione che non potremmo
tralasciare di descrivere senza venire meno ai nostri doveri di
pittore e di storico.
Il presidente stava redigendo un rapporto per il comitato della
societ.
Questo rapporto era scritto su un grande foglio, con la pi bella
grafia del presidente.
Rosa si fece annunciare col suo semplice nome di Rosa Grifo, ma questo
nome, per quanto sonoro, doveva essere sconosciuto al presidente,
perch alla fanciulla venne rifiutato l'accesso. In Olanda, paese
delle dighe e delle chiuse, molto difficile forzare le consegne.
Ma Rosa non disarm: si era imposta una missione e aveva giurato a se
stessa di non lasciarsi abbattere n dai rabbuffi n dalle ingiurie.
- Annunciate al signor presidente che debbo parlargli del tulipano
nero - disse.
Queste parole, magiche come il Sesamo apriti delle "Mille e una
notte", le servirono come salvacondotto: e, grazie ad esse, penetr
nell'ufficio del presidente van Systens, che si era galantemente
alzato per venirle incontro.
Era un ometto gracile, il cui corpo ricordava abbastanza da vicino lo
stelo di un fiore: la testa formava il calice e le due braccia
pendenti la doppia foglia oblunga del tulipano; inoltre, un certo
ondeggiamento che gli era abituale completava la sua rassomiglianza
con quel fiore, quando si china sotto il soffio del vento. Abbiamo gi
detto che si chiamava van Systens.
- Signorina! - esclam. - Avete detto che venite da parte del tulipano
nero?
Per il signor presidente della Societ Orticola, la "Tulipa Nigra" era
una potenza di primo piano che poteva permettersi, in qualit di re
dei tulipani, di inviare degli ambasciatori.
- S, signore - rispose Rosa; - o almeno vengo per parlarvene.
- Sta bene? - domand van Systens con un sorriso di tenera
venerazione.
Ahim, signore, non lo so - rispose Rosa.
- Come? Gli forse capitata una disgrazia?
- Una grande disgrazia, signore, ma capitata a me, non a lui.-
Quale?
- Me l'hanno rubato.
- Vi hanno rubato il tulipano nero?
- S, signore.
- Sapete chi stato?
- Oh! lo sospetto, ma non oso ancora formulare la mia accusa. Ma la
cosa si pu verificare facilmente.
- E come?
- Se ve l'hanno rubato, il ladro non pu essere lontano.
- Perch non deve essere lontano?
- Ma perch l'ho visto due ore fa.
- Avete visto il tulipano nero? - grid Rosa, lanciandosi verso van
Systens.
- Come vedo voi, signorina.
- Ma dove?
- Dal vostro padrone, credo.
- Dal mio padrone?
- S. Non siete al servizio del signor Isaac Boxtel?
- Io?
- S, voi.
- Ma per chi mi prendete, signore?
- Sono io che domando a voi per chi mi prendete.
- Signore, vi prendo, spero, per ci che siete: e cio l'onorevole
signor van Systens, borgomastro di Haarlem e presidente della Societ
Orticola.
- E che cosa siete venuta a dirmi?
- Sono venuta a dirvi che mi hanno rubato il tulipano.
- Allora il vostro tulipano quello del signor Boxtel. Vi spiegate
male, bambina mia, il tulipano non stato rubato a voi, ma al signor
Boxtel.
- Vi ripeto, signore, che non so chi sia il signor Boxtel e che sento
pronunciare il suo nome per la prima volta.
- Voi non sapete chi il signor Boxtel e avete anche voi un tulipano.
- Ma ne esiste dunque un altro? - domand Rosa rabbrividendo.
- C' quello del signor Boxtel.
- Com'?
- Nero, perbacco.
- Senza macchia?
- Senza la pi piccola macchia, senza il pi piccolo puntino.
- E voi avete questo tulipano? stato depositato qui?
- No, ma vi verr depositato, perch debbo esibirlo davanti al
comitato, prima che il premio venga assegnato.
- Signore, - grid Rosa - questo Boxtel, questo Isaac Boxtel, che si
dichiara possessore del tulipano nero...
- E che lo effettivamente.
- Signore, forse un uomo magro?
- S.
- Calvo?
- S.
- Con lo sguardo allucinato?
- Credo di s.
- Inquieto, curvo, con le gambe storte?
- In verit voi mi fate il ritratto del signor Boxtel.
- Signore, il tulipano in un vaso di ceramica azzurra e bianca
decorato con cespi di fiori gialli?
- In quanto a questo non ne sono sicuro, perch ho guardato il
proprietario pi del vaso.
- Signore, il mio tulipano, quello che mi stato rubato. Signore,
mio, signore, lo reclamo qui, davanti a voi.
- Oh, oh! - disse il signor van Systens, guardando Rosa. Reclamate il
tulipano del signor Boxtel! Siete una donnina audace!
- Signore, - rispose Rosa un po' turbata - non dico di reclamare il
tulipano del signor Boxtel, dico che reclamo il mio.
- Il vostro?
- S, quello che ho piantato e coltivato io!
- Ebbene, andate dal signor Boxtel alla locanda del Cigno Bianco e
sbrigatevela con lui. In quanto a me, poich questa controversia mi
sembra difficile da giudicare come quella che venne sottoposta alla
buonanima del re Salomone (4) e dato che non ho la pretesa di
possedere la sua saggezza, mi limiter a stendere il mio rapporto, a
costatare l'esistenza del tulipano nero e a far consegnare i centomila
fiorini al suo inventore. Addio, ragazza mia.
- Oh! signore, signore! - esclam Rosa.
- Soltanto vi avverto - prosegu il signor van Systens: - siate
prudente in questo affare, perch ad Haarlem abbiamo un tribunale e
una prigione, e inoltre siamo estremamente sensibili per tutto ci che
riguarda l'onore dei tulipani. Andate, ragazza mia, andate dal signor
Isaac Boxtel, locanda del Cigno Bianco.- E il signor van Systens,
riprendendo la sua bella penna, continu il rapporto interrotto.
CAPITOLO VENTISEIESIMO.
UN MEMBRO DELLA SOCIETA' ORTICOLA.
Rosa, smarrita, pazza di gioia e di paura all'idea che il tulipano
nero era stato ritrovato, s'incammin verso la locanda del Cigno
Bianco, sempre seguita dal suo battelliere, robusto ragazzo della
Frisia, capace di divorarsi da solo dieci Boxtel.
Strada facendo, il battelliere era stato messo al corrente ed era
pronto alla lotta, qualora si fosse giunti a vie di fatto. Avrebbe in
tal caso dovuto badare soltanto a risparmiare il tulipano.
Ma quando giunse nel Groote Markt, Rosa fu colta da un improvviso
pensiero, analogamente a quella Minerva omerica che afferra per i
capelli Achille nel momento in cui questi sta per cadere preda
dell'ira.
Mio Dio, mormor, ho commesso un terribile errore, forse ho perduto
Cornelius, il tulipano e anche me! Ho dato l'allarme, ho suscitato dei
sospetti. Non sono che una donna; quegli uomini possono unirsi contro
di me e allora sarei perduta! Oh! Non m'importa di me ma di Cornelius,
ma del tulipano!.
Si raccolse per un istante a meditare.
Se vado da quel Boxtel e non lo riconosco, se quel Boxtel non
Jacob, se invece un altro coltivatore che ha scoperto anche lui il
tulipano nero, oppure se il mio tulipano stato rubato da una persona
diversa da quella che ho pensato, ed gi passato in altre mani, ed
io non posso riconoscere l'uomo, pur riconoscendo il tulipano, come
posso provare che il tulipano mio? D'altra parte, se riconosco
Boxtel come il falso Jacob, che cosa accadr? Mentre litigheremo, il
tulipano morr! Oh! Ispiratemi voi, Santa Vergine! Si tratta della mia
vita, della vita del povero prigioniero, che forse in questo momento
sta spirando.
Formulata questa preghiera, Rosa attese l'ispirazione che chiedeva al
cielo.
Intanto, all'altra estremit del Groote Markt si udiva un grande
rumore. La gente correva, le porte si aprivano. Rosa, insensibile a
tutta questa agitazione, mormor:
- Dobbiamo ritornare dal presidente.
- Ritorniamo - disse il battelliere.
Presero la stradina della Paglia, che li ricondusse direttamente
all'abitazione del signor van Systens, il quale, con la sua migliore
grafia e con la sua pi bella penna, continuava a scrivere il suo
rapporto. Dappertutto Rosa udiva parlare del tulipano nero e del
premio di centomila fiorini. La notizia correva gi per la citt.
Rosa incontr serie difficolt per entrare di nuovo dal signor
Systens, il quale per si lasci smuovere come la prima volta dalla
parola magica del tulipano nero.
Quando tuttavia riconobbe Rosa, che in cuor suo aveva giudicato una
pazza e peggio ancora, venne preso dalla collera e volle cacciarla.
Ma Rosa congiunse le mani.
- Signore, - disse con quell'accento di verit che penetra nei cuori -
in nome del cielo, non mi respingete! Ascoltatemi, invece, e se non
potete rendermi giustizia, non avrete almeno da rimproverarvi un
giorno, di fronte a Dio, di essere stato complice di una cattiva
azione.
Van Systens si agitava impazientemente; era la seconda volta che Rosa
lo disturbava nel bel mezzo di una relazione in cui era impegnato il
suo amore proprio di borgomastro e di presidente della Societ
Orticola.
- Ma il mio rapporto! - esclam - il mio rapporto sul tulipano nero!
- Signore, - prosegu Rosa con la decisione dell'innocenza e della
verit - il vostro rapporto sul tulipano nero sar basato su dati
falsi o su azioni criminose, se non mi ascoltate. Vi supplico,
signore, di far venire qui, davanti a voi e a me, il signor Boxtel,
che io sostengo essere il signor Jacob, e io giuro davanti a Dio di
lasciargli il possesso del tulipano se non riconoscer n lui n il
tulipano.
- Perbacco, che bella proposta! - disse van Systens
- Che volete dire?
- Mi domando che cosa avrete provato quando li avrete riconosciuti.
- Ma insomma, signore, - esclam Rosa disperata - siete un galantuomo.
Volete dare il premio a un uomo per un'opera che non ha compiuta e che
ha addirittura rubata?
Forse l'accento di Rosa aveva provocato una certa convinzione nel
cuore di van Systens ed egli stava per rispondere con pi dolcezza
alla fanciulla, quando si fece sentire nella strada un gran rumore,
che pareva puramente e semplicemente un accrescimento del rumore che
Rosa aveva gi sentito, senza per prestarvi molta attenzione, nel
Groote Markt, e che non era stato tale da risvegliarla dalla sua
fervida perorazione.
Delle acclamazioni entusiastiche scossero la casa.
Van Systens prest orecchio a queste acclamazioni, che per Rosa non
erano state in precedenza neanche un rumore e adesso le sentiva come
un rumore ordinario.
- Che cosa accade? - grid il borgomastro. - E' possibile? Ho udito
bene? - E si precipit verso l'anticamera, senza preoccuparsi di Rosa,
che rimase nello studio.
Non appena giunse nell'anticamera, van Systens lanci un grido, nello
scorgere lo spettacolo offerto dal suo scalone invaso dalla folla.
Accompagnato, o meglio seguito dalla moltitudine, un giovane vestito
con un abito di velluto violetto ricamato d'argento saliva con nobile
lentezza i gradini di pietra splendenti per la nitidezza e la pulizia.
Dietro a lui salivano due ufficiali, uno di marina, l'altro di
cavalleria.
Van Systens, aprendosi il varco fra i domestici sconvolti, corse ad
inchinarsi, a prosternarsi quasi davanti al nuovo venuto, che
provocava tutto quel fracasso.
- Monsignore, - esclam - monsignore, Vostra Altezza in casa mia! Un
onore eterno per la mia umile abitazione!
- Caro signor van Systens, - disse Guglielmo d'Orange, con quella
serenit che in lui sostituiva il sorriso - sono un vero olandese, amo
l'acqua, la birra e i fiori, e qualche volta anche quel formaggio che
persino i Francesi dimostrano di apprezzare; fra i fiori, preferisco
naturalmente i tulipani. Ho sentito dire a Leyda che la citt di
Haarlem possiede finalmente il tulipano nero, e dopo essermi
assicurato che la notizia, per quanto incredibile, era vera, sono
venuto a chiedere notizie al presidente della Societ di Orticoltura.
- Oh! Monsignore, monsignore, - disse van Systens commosso - una
gloria per la Societ, che i suoi lavori abbiano l'approvazione di
Vostra Altezza!
Avete qui il tulipano? - domand il principe, che gi si pentiva di
avere parlato troppo.
- Ahim no, monsignore, non ce l'ho.
- E dov'?
- Presso il suo proprietario.
- E chi questo proprietario?
- Un bravo coltivatore di Dordrecht.
- Di Dordrecht?
- S.
- E come si chiama?
- Boxtel.
- Dove abita adesso?
- Al Cigno Bianco; lo mando a chiamare. Sapendo che monsignore
qui, si affretter a portare il tulipano. Se Vostra Altezza vuol farmi
l'onore di entrare nel salotto...
- Sta bene, mandatelo a chiamare.
- S, Vostra Altezza, soltanto...
- Che?
- Oh, non nulla d'importante, monsignore.
- In questo mondo tutto importante, signor van Systens.
- Ebbene, monsignore, sorto un contrattempo.
- Quale?
- Quel tulipano viene gi rivendicato da usurpatori. E' vero che vale
centomila fiorini...
- Davvero?
- S, monsignore, da usurpatori, da falsari.
- Ma questo un delitto, signor van Systens.
- S, Vostra Altezza.
- E avete le prove di questo delitto?
- No, monsignore, la colpevole...
- La colpevole, signore?...
- Voglio dire, colei che reclama il tulipano, monsignore, di l,
nella camera accanto.
- Di l! Che cosa ne pensate, signor van Systens?
- Penso che centomila fiorini rappresentano una tentazione,
monsignore.
- E reclama il tulipano?
- S, monsignore.
- E che cosa dice per provarlo?
- Stavo per interrogarla, quando Vostra Altezza entrata.
- Ascoltiamola, signor van Systens, ascoltiamola; sono il primo
magistrato del paese, udr il caso e far giustizia.
- Ho trovato il mio re Salomone - disse van Systens, inchinandosi e
indicando la via al principe.
Guglielmo stava per precederlo, ma poi, arrestatosi improvvisamente,
disse:
- Passate avanti voi, e chiamatemi signore.
Entrarono nello studio.
Rosa era sempre al medesimo posto, appoggiata alla finestra, con lo
sguardo rivolto verso il giardino.
- Ah! Ah! Una frisona! - disse il principe, scorgendo la cuffia d'oro
e la gonna rossa di Rosa.
La fanciulla si volse, ma vide appena il principe, il quale si stava
sedendo nell'angolo pi scuro della camera. La sua attenzione era
rivolta, come ci si pu immaginare, a quell'importante personaggio che
si chiamava van Systens, e non a quell'umile straniero che era al
seguito del padrone di casa.
L'umile straniero prese un libro dalla biblioteca e accenn a van
Systens di incominciare l'interrogatorio.
Van Systens si sedette a sua volta, sempre dietro cenno del principe
e, orgoglioso e felice dell'importanza che gli veniva accordata,
incominci:
- Ragazza mia, mi promettete di dire la verit, tutta la verit, sul
tulipano?
- Ve lo prometto.
- Parlate dunque davanti a questo signore; il signore un membro
della Societ Orticola.
- Signore disse Rosa - che cosa posso dirvi che non vi abbia, gi
detto?
- E allora?
- Allora, vi ripeto la preghiera che vi ho gi rivolto.
- Quale?
- Fate venire qui il signor Boxtel col suo tulipano; se non
riconoscer il tulipano, lo dir sinceramente, ma se lo riconoscer,
lo reclamer. Anche se dovessi andare davanti a Sua Altezza lo
statolder, portandogli le mie prove.
- Ma avete dunque prove, mia bella ragazza?
- Dio, che conosce i miei giusti diritti, me le fornir.
Van Systens scambi uno sguardo col principe, il quale, fin dalle
prime parole di Rosa, sembrava immerso nei suoi ricordi, come se
quella dolce voce non gli fosse sconosciuta.
Un ufficiale venne inviato alla ricerca di Boxtel.
Van Systens continu l'interrogatorio.
- E su che cosa basate la vostra asserzione di essere la proprietaria
del tulipano nero?
- Ma su una cosa molto semplice: sono io che l'ho piantato e fatto
crescere nella mia camera.
- Nella vostra camera? E dov' la vostra camera?
- A Loewestein. - Siete di Loewestein?
- Sono la figlia del guardiano della fortezza.
Il principe fece un gesto che voleva dire: Ah! ecco, adesso ricordo.
E, pur continuando a fingere di leggere, guard Rosa con maggiore
attenzione.
- E amate i fiori? - prosegu van Systens.
- S, signore.
- Quindi, siete una brava giardiniera.
Rosa esit un attimo e poi domand, con accento che proveniva dal
profondo del cuore:
- Signori, parlo a gente d'onore?
L'accento era cos sincero che van Systens e il principe risposero
contemporaneamente con un cenno affermativo.
- Ebbene, no! Non sono una brava giardiniera, no, io non sono che una
povera ragazza del popolo, una povera contadina della Frisia, che tre
mesi fa non sapeva ancora n leggere n scrivere. No! il tulipano nero
non stato trovato da me.
- E da chi stato trovato?
- Da un prigioniero di Loewestein.
- Da un prigioniero di Loewestein? - disse il principe.
Rosa trasal al suono di quella voce.
- Quindi da un prigioniero di Stato, - continu il principe perch a
Loewestein non ci sono che prigionieri di Stato.
E si rimise a leggere, o a fingere di leggere.
- S, - disse Rosa tremante - s, da un prigioniero di Stato.
Van Systens impallid nell'udire una simile confessione pronunciata
davanti a quel testimonio.
- Continuate - disse freddamente Guglielmo al presidente della Societ
Orticola.
- Oh, signore, - disse Rosa, rivolgendosi a colui che riteneva il suo
vero giudice - sto per accusarmi assai gravemente.
- Effettivamente, - disse van Systens - i prigionieri di Stato
dovrebbero essere segregati, a Loewestein.
- Ahim! signore.
- E stando a quanto voi dite, sembrerebbe che voi abbiate approfittato
della vostra posizione di figlia del carceriere per comunicare col
prigioniero, allo scopo di coltivare dei fiori.
- S, signore - confess Rosa smarrita; - s, sono costretta a
confessarlo, lo vedevo ogni giorno.
- Sciagurata! - grid van Systens.
Il principe alz il capo, osservando lo smarrimento di Rosa e il
pallore del presidente.
- Ci non riguarda i membri della Societ Orticola - disse con voce
chiara e decisa. - Essi debbono giudicare il tulipano nero e non
conoscono delitti politici. Continuate, ragazza mia, continuate.
Van Systens ringrazi con un eloquente sguardo il nuovo membro della
Societ Orticola.
Rosa, rassicurata dall'incoraggiamento che le aveva dato lo
sconosciuto, raccont tutto ci ch'era accaduto negli ultimi tre mesi,
tutto ci che aveva fatto, tutto ci che aveva sofferto. Parl della
durezza di Grifo, della distruzione del primo bulbo, del dolore del
prigioniero, delle precauzioni prese affinch il secondo bulbo
giungesse alla fioritura, della pazienza del prigioniero, delle sue
angosce durante la separazione; come egli avesse voluto morire di
fame, perch non sapeva pi nulla del suo tulipano; della gioia che
aveva provata quando si erano visti, e finalmente della disperazione
di entrambi quando avevano constatato che il tulipano appena fiorito
era stato rubato.
Tutto ci venne detto con tale accento di verit che, pur lasciando
impassibile il principe, almeno in apparenza, non manc di
impressionare il signor van Systens.
- E' molto tempo che conoscete il prigioniero? - domand il principe.
Rosa spalanc gli occhi e guard lo sconosciuto, il quale si rifugi
maggiormente nell'ombra, come se avesse voluto sfuggire a quello
sguardo.
- Perch me lo domandate, signore? - disse la fanciulla.
- Perch il carceriere Grifo e sua figlia sono a Loewestein da quattro
mesi soltanto.
- E' vero, signore.
- E, a meno che voi abbiate sollecitato il trasferimento di vostro
padre per seguire un prigioniero dall'Aia a Loewestein...
- Signore! - esclam Rosa, arrossendo.
- Continuate - disse Guglielmo.
- Confesso di aver conosciuto il prigioniero all'Aia.
- Un prigioniero fortunato! - esclam sorridendo Guglielmo.
In quel momento l'ufficiale che era stato inviato alla ricerca di
Boxtel entr per annunciare al principe che l'uomo in questione lo
seguiva, recando il tulipano.
CAPITOLO VENTISETTESIMO.
IL TERZO BULBO.
Subito dopo, Boxtel stesso entr nel salotto di van Systens, seguito
da due uomini che portavano il prezioso fardello racchiuso in una
cassa, che depositarono su un tavolo.
Il principe, avvertito, usc dallo studio, entr nel salotto, ammir e
tacque, poi ritorn silenziosamente a sedersi nell'angolo scuro dove
aveva spinto la sua poltrona.
Rosa, palpitante, pallida, piena di paura, attendeva di essere a sua
volta invitata a guardare.
Ud la voce di Boxtel.
- E' lui - grid.
Il principe le fece segno di guardare nel salotto attraverso l'uscio
semiaperto.
- E' il mio tulipano! - grid Rosa. - E' quello lo riconosco. Oh,
povero Cornelius mio!
E scoppi in lacrime.
Il principe si alz in piedi e and vicino alla porta, dove rimase per
un istante in piena luce.
Gli occhi di Rosa lo fissarono. La fanciulla era certa di aver gi
visto quello straniero.
- Signor Boxtel, - disse il principe - entrate qui.
Boxtel accorse e si trov di fronte a Guglielmo d'Orange.
- Sua Altezza! - esclam indietreggiando.
- Sua Altezza! - ripet Rosa, esterrefatta.
Udendo questa esclamazione, Boxtel si volse e scorse Rosa.
A quella vista il corpo dell'individuo sussult, come se avesse
toccato una batteria elettrica.
- Ah! - mormor fra s il principe - turbato.
Ma Boxtel, con un grande sforzo, si era gi ripreso.
- Signor Boxtel, - disse Guglielmo - pare che voi abbiate trovato il
segreto del tulipano nero.
- S, monsignore - rispose Boxtel con voce un po' turbata.
Ma questo turbamento poteva essere causato dall'emozione provata dal
coltivatore nel riconoscere Guglielmo.
- Ma - disse il principe - c' qui una ragazza la quale afferma di
averlo trovato anche lei.
Boxtel sorrise con disprezzo e alz le spalle.
Guglielmo seguiva i suoi movimenti con viva curiosit.
- E cos voi non conoscete questa ragazza? - domand il principe. -
No, monsignore.
- E voi, ragazza mia, conoscete il signor Boxtel?
- Non conosco il signor Boxtel, ma conosco il signor Jacob.
- Che volete dire?
- Voglio dire che a Loewestein colui che si fa chiamare Isaac Boxtel,
si faceva chiamare signor Jacob.
- Che cosa avete da rispondere, signor Boxtel?
- Che questa ragazza mente, monsignore.
- Negate di essere stato a Loewestein?
Boxtel esit; l'occhio imperioso e scrutatore del principe gli
impediva di mentire.
- Non posso negare di essere stato a Loewestein, monsignore, ma nego
di avere rubato il tulipano.
- Me l'avete rubato, nella mia camera! - esclam Rosa indignata.
- Lo nego.
- Sentite, negate di avermi seguita in giardino, il giorno in cui
preparai l'aiuola dove avrei dovuto interrarlo? Negate di avermi
seguita in giardino il giorno in cui finsi di piantarlo? Negate
d'esservi precipitato quella sera, subito dopo che io ero uscita, sul
luogo dove speravate di trovare il bulbo? Negate di aver frugato nella
terra con le mani, ma inutilmente, grazie a Dio, poich era stata una
mia astuzia per capire le vostre intenzioni? Dite, negate tutto ci?
Boxtel non ritenne opportuno rispondere a tutte queste domande. Si
volse invece al principe a disse:
- Monsignore, da vent'anni coltivo tulipani a Dordrecht e ho anche
acquistato in questo campo una certa reputazione. Uno dei miei ibridi
porta un nome illustre. L'ho dedicato al re del Portogallo. Ed ora vi
dir la verit. Questa ragazza sapeva che avevo trovato il tulipano
nero e, di comune accordo con un suo amante che rinchiuso nella
fortezza di Loewestein, ha stabilito di rovinarmi, appropriandosi del
premio di centomila fiorini che guadagner, spero, merc la vostra
giustizia.
- Oh! - esclam Rosa, soffocata dalla collera.
- Silenzio! - disse il principe.
Poi, volgendosi a Boxtel:
- E chi il prigioniero che voi dite essere l'amante di questa
ragazza?
Rosa si sent svenire, perch il prigioniero era noto al principe come
un grande colpevole. Nulla poteva riuscire pi gradito a Boxtel di
questa domanda.
- Chi il prigioniero? - ripet.
- S.
- Questo prigioniero, monsignore, un uomo il cui solo nome prover a
Vostra Altezza quanta fiducia si possa avere nella sua probit. Questo
prigioniero un criminale di Stato, gi condannato a morte.
- E che si chiama...?
Rosa nascose il viso fra le mani con atto disperato.
- Si chiama Cornelius van Baerle, - disse Boxtel - ed il figlioccio
di quello scellerato di Cornelio de Witt.
Il principe sussult. Il suo occhio tranquillo lanci una luce di
fiamma; poi il freddo della morte si stese di nuovo sul suo viso.
Si avvicin a Rosa e col dito le accenn di scostare le mani dal viso.
Rosa obbed, come per un potere magnetico.
- Fu per seguire quell'uomo che veniste a chiedermi a Leyda il
trasferimento di vostro padre?
Rosa abbass il capo e si accasci mormorando:
- S, monsignore.
- Continuate - disse il principe a Boxtel.
- Non ho altro da aggiungere; Vostra Altezza ormai sa tutto. Ma c'
una cosa che non volevo dire, per non fare arrossire questa ragazza
ingrata. Andai a Loewestein per affari e vi conobbi il vecchio Grifo.
Mi innamorai di sua figlia e la chiesi in sposa. Ma poich non ero
ricco, commisi l'imprudenza di confidare alla ragazza la mia speranza
di guadagnare centomila fiorini, e per giustificare questa speranza le
mostrai il tulipano nero. Dato che il suo amante, quand'era a
Dordrecht, per dissimulare i complotti che tramava, ostentava di
coltivare tulipani, la mia rovina venne decisa. Il giorno precedente
la fioritura il tulipano mi venne rubato dalla ragazza, che lo port
nella sua camera; ebbi la fortuna di poterglielo riprendere proprio
quando aveva l'audacia di mandare un messaggero per annunciare ai
membri della Societ Orticola di avere trovato il grande tulipano
nero. Pu anche darsi che durante le poche ore in cui tenne il fiore
nella sua camera, lo abbia fatto vedere a qualche persona che chiamer
a testimoniare. Ma fortunatamente Vostra Altezza ora prevenuta
contro questa intrigante e contro i suoi eventuali testimoni.
- Dio mio, Dio mio! Che infame! - gemette Rosa fra le lacrime,
gettandosi ai piedi dello statolder il quale, pur ritenendola
colpevole, aveva piet della sua terribile angoscia.
- Vi siete comportata male, ragazza, - disse - e il vostro amante sar
punito per avervi istigata. Siete tanto giovane e avete un aspetto
cos onesto che voglio credere che la colpa sia sua e non vostra.
- Monsignore, monsignore! - grid Rosa. - Cornelius non colpevole.
Guglielmo la interruppe con un gesto.
- Non colpevole di avervi consigliata, questo che volete dire, non
vero?
- Voglio dire che Cornelius non colpevole del secondo delitto, come
non lo era del primo.
- Del primo? Sapete qual era il primo? Sapete di che cosa venne
accusato e convinto? Di avere nascosto la corrispondenza del gran
pensionario col marchese di Louvois.
- Monsignore, egli ignorava di avere in casa quelle lettere, lo
ignorava assolutamente. Santo cielo, me lo avrebbe detto. Forse che
quel cuore di diamante avrebbe potuto tenermi nascosto un simile
segreto? No, no, monsignore, lo ripeto a costo di incorrere nella
vostra collera, Cornelius non colpevole n del primo delitto n del
secondo. Oh! se voi conosceste il mio Cornelius, monsignore!
- Un de Witt! - esclam Boxtel. - Monsignore lo conosce anche troppo
bene, poich gli ha gi fatto una volta grazia della vita!
- Silenzio - disse il principe. - Questi affari di Stato, come ho gi
detto, non interessano la Societ Orticola di Haarlem.
Poi, aggrottando le sopracciglia, aggiunse:
- Per quanto riguarda il tulipano, rassicuratevi, signor Boxtel, sar
fatta giustizia.
Boxtel salut col cuore colmo di gioia e ricevette le congratulazioni
del presidente.
- In quanto a voi, ragazza, - continu Guglielmo d'Orange bench
abbiate rischiato di commettere un delitto, non sarete punita, ma il
vero colpevole pagher per entrambi. Un uomo del suo rango pu
cospirare, anche tradire... ma non deve rubare.
- Rubare! - esclam Rosa. - Rubare! lui, Cornelius, oh! Monsignore,
badate: se egli udisse le vostre parole, ne morrebbe; le vostre parole
lo ucciderebbero pi sicuramente dell'ascia del carnefice. Se c'
stato un furto, monsignore, vi giuro che stato quest'uomo a
commetterlo.
- Provatelo - disse freddamente Boxtel.
- S, con l'aiuto di Dio lo prover - disse la frisona con energia.
Poi, volgendosi verso Boxtel: - Il tulipano vostro?
- S.
- Quanti erano i bulbi?
Boxtel esit un attimo, ma comprese che la ragazza non gli avrebbe
rivolto una simile domanda se fossero esistiti soltanto due bulbi.
- Tre - disse.
- Che ne stato di questi tre bulbi?
- Che ne stato?... uno ha fallito, l'altro ha dato il tulipano
nero...
- E il terzo?
- Il terzo...?
- Il terzo dov'?
- Il terzo a casa mia - disse Boxtel impacciato.
- A casa vostra, ma dove? A Loewestein o a Dordrecht?
- A Dordrecht - disse Boxtel.
- Mentite - grid Rosa. - Monsignore, - prosegui rivolgendosi al
principe - vi racconter io la vera storia dei tre bulbi. Il primo fu
schiacciato da mio padre nella camera del prigioniero, e quest'uomo lo
sa benissimo, perch sperava di impadronirsene, e quando si vide
privato di questa speranza, poco manc che non si accapigliasse con
mio padre, che era la causa della sua delusione. Il secondo, curato da
me, ha dato il tulipano nero, e il terzo, l'ultimo - e la fanciulla lo
estrasse dal seno - il terzo qui, nello stesso foglio di carta in
cui era avviluppato il giorno in cui, prima di salire al patibolo,
Cornelius van Baerle me lo don insieme con gli altri due. Prendete,
monsignore, prendete.
E Rosa, togliendo il bulbo dalla carta in cui era avviluppato, lo
porse al principe, il quale lo prese in mano e lo osserv.
- Monsignore, la ragazza pu averlo rubato, come ha rubato il tulipano
- balbett Boxtel, spaventato dall'interesse col quale il principe
osservava il bulbo e soprattutto dall'attenzione dimostrata da Rosa
nel leggere alcune righe tracciate sul foglio di carta che le era
rimasto in mano.
Improvvisamente gli occhi della fanciulla si illuminarono. Ella
rilesse ansando il foglio misterioso e poi lo tese con un grido al
principe:
- Oh! leggete, Monsignore, per amor del cielo, leggete!
Guglielmo porse il terzo bulbo al presidente, prese il foglio e lesse.
Non appena ebbe gettato lo sguardo sullo scritto, barcoll, la sua
mano trem come se stesse per lasciar cadere il foglio, i suoi occhi
si velarono di dolore e di piet.
Quel foglio era la pagina della Bibbia che Cornelio de Witt aveva
mandato a Dordrecht per mezzo di Craeke, il messaggero di suo fratello
Giovanni, per pregare Cornelius di bruciare il carteggio fra il gran
pensionario e Louvois.
Questa preghiera, come ci si ricorder, era cos concepita:
Caro figlioccio,
Brucia i documenti che ti ho affidati; bruciali senza guardarli, senza
aprire il plico, affinch tu resti all'oscuro di ci che esso
contiene. Segreti come questo uccidono chi li conosce. Brucia i
documenti, se vuoi salvare Giovanni e Cornelio.
Addio e voglimi bene.
20 agosto 1672.
CORNELIO DE WITT.
Quel foglio rappresentava la prova dell'innocenza di van Baerle, come
pure il suo diritto alla propriet dei bulbi del tulipano. Rosa e lo
statolder si scambiarono un solo sguardo.
Lo sguardo di Rosa voleva dire: Avete visto?.
Quello dello statolder significava: Silenzio e aspetta!.
Il principe si asciug una goccia di sudore freddo che gli era caduta
dalla fronte sulla guancia. Pieg lentamente il foglio, mentre
affondava il pensiero in quell'abisso senza fondo e senza rimedio che
si chiama pentimento e vergogna del proprio passato.
Poi, rialzando con sforzo la testa, disse:
- Andate, signor Boxtel, sar fatta giustizia, come vi ho promesso.
Quindi, rivolgendosi al presidente, soggiunse:
- In quanto a voi, mio caro signor van Systens, siete incaricato di
tenere qui questa fanciulla e il tulipano! Addio.
Tutti si inchinarono e il principe usc, curvo quasi sotto l'immenso
frastuono delle acclamazioni popolari.
Boxtel ritorn al Cigno Bianco abbastanza preoccupato. Quel foglio
che Guglielmo aveva ricevuto dalle mani di Rosa, che aveva letto,
piegato e riposto in tasca con tanta cura, gli dava da pensare.
Rosa si avvicin al tulipano, ne baci religiosamente la foglia e si
abbandon a Dio, mormorando:
- Signore! Sapevate dunque perch il mio caro Cornelius mi insegnava a
leggere?
S, Dio lo sapeva, poich Egli solo punisce e ricompensa gli uomini a
seconda dei loro meriti.
CAPITOLO VENTOTTESIMO.
LA CANZONE DEI FIORI.
Mentre si svolgevano gli avvenimenti che abbiamo narrati, l'infelice
van Baerle, dimenticato nella sua cella della fortezza di Loewestein,
soffriva tutte le pene che un prigioniero pu soffrire quando il suo
carceriere ha deciso di trasformarsi in carnefice.
Grifo, non ricevendo notizie di Rosa n di Jacob, si era persuaso che
tutto ci che gli era accaduto fosse opera del demonio e che il dottor
Cornelius van Baerle fosse l'inviato del demonio sulla terra.
Il risultato fu che un mattino - era il terzo giorno dalla sparizione
di Rosa e di Jacob - Grifo sal nella cella di Cornelius pi furente
del solito.
Cornelius stava con i gomiti appoggiati alla finestra e la testa nelle
mani e con gli occhi sperduti nell'orizzonte brumoso che i mulini di
Dordrecht battevano con le loro ali maestose, ed aspirava l'aria per
ricacciare le lacrime e impedire al suo coraggio di svanire.
I piccioni erano sempre l, ma non vi era pi alcuna speranza n alcun
avvenire.
Ahim! Rosa, sorvegliata, non poteva pi tornare da lui. Avrebbe
almeno potuto scrivere e se avesse scritto gli avrebbe potuto far
pervenire i suoi bigliettini?
No. Il giorno prima e due giorni avanti egli aveva visto troppo furore
e troppa malignit negli occhi del vecchio Grifo per poter supporre
che la sua vigilanza potesse allentarsi un istante; e poi, oltre alla
reclusione e all'allontanamento, non avrebbe ella dovuto sopportare
qualche altro tormento ancor peggiore? Quell'individuo brutale, quel
sacripante, quell'ubriacone, non si sarebbe vendicato al modo dei
padri rappresentati nelle tragedie greche? Se il ginepro gli andava
alla testa, quel suo braccio cos ben raccomodato da Cornelius non
avrebbe avuto la vigoria di due braccia e di un bastone insieme?
Quest'idea che Rosa potesse essere maltrattata esasperava Cornelius.
Sperimentava allora la sua inutilit, la sua impotenza, il suo nulla.
Si domandava se Dio era veramente giusto, facendo patire tante
sofferenze a due creature innocenti. E certo in quei momenti la sua
fede vacillava. Il dolore non aiuta a credere.
Van Baerle aveva certo formulato il progetto di scrivere a Rosa. Ma
Rosa, dov'era?
Aveva pensato anche di scrivere all'Aia per ovviare a quanto Grifo
avrebbe raccolto per una nuova denuncia contro di lui.
Ma con che cosa avrebbe potuto scrivere? Grifo gli aveva portato via
la penna e la carta. D'altra parte, anche se egli avesse avuto carta e
penna, non sarebbe certo stato Grifo a incaricarsi di recapitare la
sua lettera.
Allora Cornelius studiava e ristudiava nella sua mente tutti quei
poveri trucchi che vengono sfruttati dai prigionieri.
Cominci a pensare anche ad una evasione, cosa cui non aveva mai
pensato quando poteva vedere Rosa tutti i giorni. Ma pi vi pensava e
pi una evasione gli pareva impossibile. Egli era di quelle nature
scelte le quali hanno orrore di ci che ordinario e mediocre e che
non sono capaci di sfruttare tutte le buone occasioni della vita,
perch non hanno intrapreso la strada della volgarit, quella grande
strada delle persone mediocri e che sembra portare a tutto.
Come sarebbe possibile, si diceva Cornelius, che io possa fuggire da
Loewestein, donde fugg un tempo Grozio? Dopo quell'evasione non si
sono prese tutte le precauzioni? Le finestre non sono custodite? Le
porte non sono state raddoppiate o addirittura triplicate? Le
sentinelle non sono dieci volte pi vigilanti?
E poi, oltre alle finestre custodite, oltre alle porte raddoppiate,
alle sentinelle pi vigilanti che mai, non ho io un argo infallibile?
Un argo tanto pi pericoloso perch ha gli occhi dell'odio, Grifo?
E poi non c' una circostanza che mi paralizza? Rosa assente.
Quand'anche usassi dieci anni della mia vita per fabbricare una lima
per segare le sbarre, ad intrecciare delle corde per scendere dalla
finestra o ad incollarmi sulle spalle delle ali per sfuggire volando
come Dedalo... ebbene, io sono in un periodo di cattiva fortuna! La
lima si smusserebbe, la corda si romperebbe, le ali si fonderebbero
col calore solare. Mi si raccatterebbe claudicante, monco, privo delle
gambe. Mi si classificherebbe nel museo dell'Aia tra il farsetto
insanguinato di Guglielmo il Taciturno e il mostro marino raccolto a
Stavesen, e il mio tentativo avr avuto solo il risultato di
procurarmi l'onore di far parte delle curiosit olandesi.
Ma no, e questo sar ancor meglio: un bel giorno Grifo mi combiner
qualche nefandezza. M'accorgo di perdere la pazienza da quando ho
perduto la gioia e gli incontri di Rosa, e soprattutto da quando ho
perduto i miei tulipani. Non c' da dubitarne: un giorno o l'altro
Grifo mi aggredir in una maniera cui il mio amor proprio sensibile,
oppure che va contro il mio amore o la mia sicurezza personale. Da
quando sono recluso, mi sento un vigore strano, astioso,
insopportabile. Ho dei pruriti di lotta, degli appetiti di battaglia,
una sete incomprensibile di fare a botte. Salterei alla gola di quel
vecchio scellerato e lo strangolerei!
Cornelius, a queste ultime riflessioni, si arrest un istante, con la
bocca contratta e l'occhio fisso.
Egli rigirava nel suo spirito un pensiero che gli sorrideva.
Ehi!, continu Cornelius, una volta strangolato Grifo, perch non
strappargli le chiavi? perch non scendere con calma lo scalone, come
se avessi appena compiuto l'azione pi virtuosa? perch non andare a
trovare Rosa in camera sua? perch non spiegarle ci che successo e
saltare con lei dalla sua finestra nel Waal?
Io so certamente nuotare abbastanza per tutti e due.
Rosa! ma, mio Dio, questo Grifo suo padre: ella non mi approver
giammai - qualunque sia l'affetto ch'ella nutre per me- perch ho
strangolato suo padre, per quanto brutale e malvagio. Ci sar bisogno
allora di una discussione, di un discorso, durante il quale arriver
qualche sotto-capo o qualche secondino, che avr trovato Grifo ancora
rantolante o gi strangolato, e mi rimetter le mani addosso. Io
rivedr allora il Buytenhof e il lampo di quella villana spada che
stavolta non si fermer a mezz'aria e far conoscenza con la mia nuca.
Niente di tutto questo, Cornelius, amico mio; un metodo inadatto!.
Ma allora che cosa fare e come incontrare di nuovo Rosa?.
Queste erano le riflessioni di Cornelius tre giorni dopo la scena
funesta della separazione tra Rosa e suo padre, proprio nel momento in
cui noi abbiamo mostrato al lettore Cornelius appoggiato sui gomiti
dinanzi alla sua finestra.
Fu in questo momento che Grifo entr.
Reggeva in mano un grosso bastone, i suoi occhi scintillavano di una
luce cattiva, un malvagio sorriso increspava le sue labbra, un
minaccioso dondolio agitava il suo corpo, e nella sua taciturnit
tutto faceva trasparire le cattive intenzioni.
Cornelius, che, come abbiamo visto, si sentiva costretto dal
ragionamento a mantenersi ben calmo e paziente, Cornelius lo sent
entrare, immagin che fosse lui, ma non si gir neppure.
Sapeva che stavolta Rosa non lo avrebbe accompagnato.
Nulla dispiace maggiormente a chi in collera dell'indifferenza
dimostrata dall'oggetto della sua collera.
Si sono fatte delle spese, e non le si vuole render vane.
Ci si montati la testa, ci si fatto ribollire il sangue. Non ne
vale la pena, se questa ebollizione non lascia la soddisfazione di un
piccolo sfogo.
Qualsiasi buon furfante che abbia affilato il suo genio malvagio
desidera almeno fare una buona ferita a qualcuno.
Grifo interpell perci Cornelius, che non si muoveva, con un
energico: - Ehi! Ehi!
Cornelius canticchi tra i denti la canzone dei fiori, triste ma
meravigliosa canzone:
Noi siamo i figli del segreto fuoco,
del fuoco che circola nelle vene della terra;
noi siamo i figli dell'aurora e della rugiada,
siamo i figli dell'aria,
siamo i figli dell'acqua;
ma prima ancor del ciel siam figli.
Questa canzone, la cui melodia calma e dolce accresceva la placida
malinconia, esasper Grifo.
Col suo bastone diede una gran botta sul pavimento e grid:
- Ehi, signor canterino, non mi sentite?
Cornelius si volse.
- Buon giorno - disse.
E riprese la sua canzone.
Gli uomini c'insudiciano e ci uccidono amandoci.
Noi siamo attaccati alla terra con un filo.
Questo filo la nostra radice, la nostra vita.
Ma leviamo pi in alto che possiamo,
le nostre braccia, verso il cielo.
- Ah, stregone maledetto. Tu ti fai beffe di me, a quanto vedo! grid
Grifo.
Cornelius continu:
Il cielo infatti la nostra patria,
la nostra patria vera.
Di l la nostra anima viene,
l ritorna l'anima nostra:
l'anima nostra, cio il nostro profumo.
Grifo si avvicin al prigioniero:
- Ma non vedi dunque che mi sono fornito del mezzo per ridurti alla
ragione e costringerti a confessare i tuoi delitti?
- Siete pazzo, mio caro signor Grifo? - domand Cornelius.
E volgendosi scorse il viso sconvolto, gli occhi brillanti, la bocca
schiumante del vecchio carceriere. - Diavolo, - disse siete pi che
pazzo, a quanto vedo; siete addirittura furioso.
Grifo fece roteare il bastone. Ma van Baerle, senza muoversi, incroci
le braccia:
- Mastro Grifo, - osserv - sembra che vogliate minacciarmi.
- Oh, s! - grid il carceriere - ti minaccio!
- E che cosa?
- Prima di tutto, guarda che cosa ho in mano.
- Credo che sia un bastone, - disse Cornelius con calma - e un bastone
molto grosso, ma non credo che intendiate minacciarmi con quello.
- Ah! credi di no? E perch?
- Perch il carceriere che percuote un prigioniero si espone a due
punizioni: la prima, secondo l'articolo 9 del regolamento di
Loewestein: Verr licenziato qualsiasi carceriere, ispettore o
secondino il quale abbia alzato la mano su un prigioniero di Stato.
- La mano, - disse Grifo pazzo di collera - ma non il bastone. Il
regolamento non parla del bastone.
- La seconda, - continu Cornelius - che non si trova scritta nel
regolamento, ma nel vangelo, la seguente: Chi di spada ferisce, di
spada perisce. Chi bastona verr bastonato.
Grifo, esasperato dal tono calmo e dottorale di Cornelius, brand il
bastone, ma mentre lo alzava, Cornelius con un balzo glielo tolse
dalle mani e se lo mise sotto al braccio.
Grifo gridava di rabbia.
- Via, via brav'uomo - disse Cornelius; - non dovete correre il
rischio di perdere il posto.
- Ah, stregone! sapr punirti in un altro modo! - rugg Grifo.
- Alla bonora.
- Vedi che la mia mano vuota?
- S, e ne provo soddisfazione.
- Sai che non vuota, per, quando salgo da te al mattino.
- Ah. E' vero. Mi portate d'abitudine la peggior minestra e la pi
scadente pietanza che si possano immaginare. Ma questa non una
punizione. Non mi nutro che di pane, e pi il pane sembra cattivo a
voi, pi diventa buono per me.
- Perch diventa buono per te?
- Per una ragione molto semplice.
- Dimmela.
- Volentieri. So che dandomi del pane cattivo, tu credi di farmi
soffrire.
- Certo, non te lo do per farti un piacere, brigante!
- Ebbene, siccome io sono uno stregone, come tu sai, trasformo il tuo
pessimo pane in un pane eccellente, migliore di qualsiasi timballo, e
cos ho il doppio piacere di mangiare secondo i miei gusti e di farti
andare in bestia.
Grifo lanci un urlo:
- Allora ammetti di essere uno stregone!
- Perbacco, e come! Non lo ammetto in pubblico, perch ci potrebbe
portarmi al rogo, come Gaufredy o Urbain Grandier (5), ma dato che
siamo soli, non ho alcuna difficolt a riconoscerlo.
- Bene, bene, bene, - disse Grifo - ma se lo stregone trasforma il
pane nero in pane bianco, potr non morire di fame quando non avr
pane affatto?
- Ehm! - disse Cornelius.
- Quindi non ti porter pi pane e fra otto giorni vedremo come
starai.
Cornelius impallid.
- E incomincer oggi stesso - prosegu Grifo. - Dato che sei un cos
astuto stregone, trasforma in pane i mobili della tua camera; in
quanto a me guadagner ogni giorno i diciotto soldi che mi vengono
assegnati per il tuo mantenimento.
- Ma sarebbe un assassinio! - esclam Cornelius, preso dal terrore di
una cos terribile morte.
- Bene! - prosegu Grifo, deridendolo. - Bene, ma poich tu sei uno
stregone, riuscirai a vivere ugualmente.
Cornelius riprese il suo aspetto sorridente e, alzando le spalle,
disse:
- Non avete forse visto che ho fatto venire qui i piccioni di
Dordrecht?
- Ebbene?
- Ebbene! L'arrosto di piccione buonissimo. Mangiando un piccione al
giorno non si muore di fame, mi pare.
- E il fuoco? - domand Grifo.
- Il fuoco! Ma sapete benissimo che ho stretto un patto col diavolo.
Credete forse che il diavolo mi lascerebbe mancare il fuoco, che il
suo elemento?
- Non si pu continuare a mangiare un piccione al giorno. C' chi lo
ha fatto per scommessa, ma gli scommettitori hanno dovuto rinunciare.
- Ebbene, quando sar stufo di piccioni, far salire i pesci dal Waal
e dalla Mosa.
Grifo spalanc gli occhi.
- Il pesce mi piace, - prosegu Cornelius - e tu non me ne servi mai.
Approfitter del fatto che vuoi farmi morire di fame, per fare un
banchetto a base di pesce.
Grifo credette di svenire di rabbia e anche di paura.
Ma si riebbe presto:
- Allora, - disse introducendo una mano in tasca - sei tu che mi
costringi!
Estrasse un coltello e lo apr.
- Ah! un coltello! - disse Cornelius, mettendosi in guardia col
bastone.
CAPITOLO VENTINOVESIMO.
VAN BAERLE, PRIMA DI ABBANDONARE LOEWESTEIN, REGOLA I CONTI CON GRIFO.
Rimasero immobili entrambi, Grifo sull'offensiva e van Baerle sulla
difensiva.
Poi, prevedendo che la situazione poteva prolungarsi
indefinitivamente, Cornelius s'inform delle cause della collera del
suo antagonista:
- Ma che cosa volete ancora da me?
- Voglio che tu mi restituisca mia figlia Rosa - rispose Grifo.
- Vostra figlia! - esclam Cornelius.
- S, Rosa! Rosa, che mi hai rapito con la tua arte diabolica. Vuoi
dirmi dov'? E l'aspetto di Grifo divent ancora pi minaccioso.
- Rosa non a Loewestein? - esclam Cornelius.
- Lo sai benissimo. Per l'ultima volta, vuoi restituirmi Rosa?
- Mi stai tendendo un tranello - disse Cornelius.
- Per l'ultima volta, vuoi dirmi dov' mia figlia?
- Se non lo sai, indovinalo, canaglia!
- Aspetta, aspetta - rugg Grifo, pallido e con le labbra contorte
dalla follia che stava invadendogli il cervello. - Non vuoi parlare?
Bene, sapr farti aprire i denti!
E avanz di un passo mostrando l'arma che gli brillava in mano.
- Vedi questo coltello? Ha ucciso pi di cinquanta galli neri.
Riuscir ad uccidere anche il loro padrone, il diavolo, vedrai!
- Ma insomma, farabutto, - disse Cornelius - avete proprio deciso di
assassinarmi!
- Voglio aprirti il cuore, per scoprirvi il luogo in cui hai nascosto
mia figlia!
E pronunciando queste parole in tono febbrile, Grifo si precipit su
Cornelius, che ebbe appena il tempo di balzare dietro al tavolo per
evitare il primo colpo.
Grifo brandiva il coltellaccio, proferendo orribili minacce.
Cornelius comprese che era fuori dalla portata della mano, ma non
dell'arma, e che l'arma lanciata poteva attraversare lo spazio e
venire ad infiggersi nel suo petto; non perse quindi tempo e assest
col bastone un forte colpo sul polso che reggeva il coltello.
Il coltello cadde e Cornelius lo copr col piede.
Poi, siccome Grifo sembrava volersi accanire in una lotta che il
dolore della bastonata e l'onta di esser stato disarmato due volte
avrebbero reso spietata, Cornelius prese una grande decisione.
Tempest di colpi il suo carceriere, scegliendo freddamente ogni volta
il punto in cui faceva cadere il terribile bastone.
Grifo non tard a chiedere grazia; ma le sue grida erano state sentite
e avevano messo in subbuglio tutti gli impiegati della casa. Due
secondini, un sorvegliante e tre o quattro guardie apparvero
improvvisamente e sorpresero Cornelius intento a lavorare di bastone,
col coltello sotto i piedi.
Alla presenza di tutti questi testimoni del misfatto che egli stava
compiendo, e le cui circostanze attenuanti, come s'usa dire oggi,
sfuggivano loro, Cornelius si sent perduto senza possibilit di
scampo.
In realt, tutte le apparenze erano contro di lui.
In un batter d'occhio Cornelius venne disarmato e Grifo sollevato,
aiutato, sorretto, pot contare, ruggendo di collera, i segni dei
colpi che gli enfiavano le spalle e la schiena.
Venne steso un verbale delle violenze esercitate dal prigioniero sul
suo guardiano, e il verbale suggerito da Grifo non poteva certo essere
accusato di indulgenza: si trattava nientemeno che di un tentativo di
assassinio preparato da molto tempo e compiuto con premeditazione e,
di conseguenza, con aperta ribellione. Due secondini portarono via
Grifo, gemente e pieno di lividi.
Intanto le guardie che si erano impadronite di Cornelius erano intente
a spiegargli caritatevolmente gli usi e costumi di Loewestein che il
prigioniero del resto conosceva gi, poich gli era stato letto il
regolamento quando era entrato nella prigione.
Gli raccontavano inoltre come era stato applicato il regolamento nel
caso di un certo Mattia, il quale nel 1668, cio cinque anni prima,
aveva commesso un atto di ribellione assai meno grave di quello a cui
si era abbandonato Cornelius.
Questo Mattia aveva trovato che la minestra era troppo calda e l'aveva
gettata in faccia al capo dei guardiani, il quale, asciugandosi il
viso in seguito a quella inaspettata abluzione, aveva avuto la
disgrazia di asportarsi una parte della pelle.
Mattia nel giro di dodici ore era stato prelevato dalla sua camera,
quindi condotto in cella di rigore, poi condotto sulla spianata, da
cui si gode una bellissima vista.
L gli erano state legate le mani.
Poi gli avevano bendato gli occhi e gli avevano recitato tre
preghiere.
Dopo di che era stato invitato a fare una genuflessione e i guardiani
di Loewestein, in numero di dodici, a un segno del sergente, gli
avevano inviato con grande abilit dodici palle di moschetto nel
corpo.
E cos Mattia era morto immediatamente.
Cornelius ascolt con la pi grande attenzione questo sgradevole
racconto.
Poi, avendolo ascoltato, disse:
- Ah, ah, entro dodici ore, avete detto?
- S, la dodicesima ora non era ancora scoccata, a quanto ricordo -
disse il narratore.
- Grazie - disse Cornelius.
La guardia non aveva ancora terminato il gentile sorriso, col quale
sottolineava le sue parole, quando un passo sonoro si fece udire sulla
scala.
Le guardie si scostarono per lasciar passare un ufficiale.
Questi entr nella cella di Cornelius nel momento in cui lo scrivano
di Loewestein stava verbalizzando.
E' qui il numero 11? - domand costui. S, capitano - rispose un
sottufficiale.
Allora questa la cella del prigioniero Cornelius van Baerle?
Precisamente, capitano. Dov' il prigioniero?
Eccomi, signore - rispose Cornelius, impallidendo nonostante il suo
coraggio.
- Siete Cornelius van Baerle? - domand l'ufficiale rivolgendosi ora
al prigioniero.
- S, signore.
- Allora seguitemi.
- Oh, oh! - mormor Cornelius, col cuore stretto dalle prime angosce
della morte. - Come si procede rapidamente nella fortezza di
Loewestein! E mi avevano parlato di dodici ore!
- Che cosa vi avevo detto? - sussurr la guardia all'orecchio del
paziente.
- Una menzogna.
- Perch?
- Perch mi avevate promesso dodici ore.
- Ah! s. Ma vi stato inviato un aiutante di campo di Sua Altezza,
uno dei pi intimi, il signor van Deken. Perbacco! Al povero Mattia
non venne concesso un simile onore.
- Via, via, - disse Cornelius gonfiando il petto con la maggior
quantit d'aria possibile, - via, facciamo vedere a questa gente che
un signore, figlioccio di Cornelio de Witt, pu incassare tante
pallottole come il nominato Mattia, senza fare smorfie.
E pass con aria fiera davanti al cancelliere, il quale, interrotto
nel mezzo delle sue funzioni, si azzard a dire all'ufficiale:
- Ma, capitano van Deken, il verbale non ancora terminato.
- Non vale la pena che lo terminiate - rispose l'ufficiale.
- Bene! - disse lo scrivano, riponendo carta e penna in una borsa
logora e bisunta.
Era destino, pensava il povero Cornelius, che non dovessi lasciare
il mio nome n a un figlio, n a un fiore, n a un libro, queste tre
necessit, di cui, a quel che si dice, Dio ne impone almeno una ad
ogni uomo un po' attivo cui egli concede di godere su questa terra
della propriet d'un'anima e dell'usufrutto di un corpo. E segu
l'ufficiale con cuore fermo e a testa alta.
Cornelius cont i gradini che conducevano alla spianata,
rammaricandosi di non aver domandato alla guardia quanti fossero; la
guardia, nella sua cortesia ufficiale, si sarebbe certo fatta premura
di dirglielo.
Ci che il paziente temeva durante il tragitto, che riteneva dovesse
condurlo definitivamente al termine del grande viaggio, era di vedere
Grifo e di non vedere Rosa. Quale soddisfazione doveva infatti
brillare sul viso del padre! E quale dolore sul viso della figlia!
Come avrebbe applaudito Grifo a questo supplizio, a questo supplizio,
feroce vendetta contro un atto eminentemente giusto che Cornelius
aveva coscienza di aver compiuto come un dovere!
Ma Rosa, povera bambina, egli non la vedeva, se ne andava a morire
senza averle dato l'ultimo bacio o almeno l'ultimo addio!
Egli se ne andava a morire, infine, senza avere alcuna notizia del
grande tulipano nero, e si sarebbe ridestato nell'al di l senza
sapere da qual parte avrebbe dovuto volgere gli occhi per ritrovarlo.
In verit, per non sciogliersi in lacrime in un simile momento, il
povero coltivatore di tulipani doveva avere attorno al cuore pi di
quell'"aes triplex" che Orazio attribuisce al navigatore che per primo
visit gli infami scogli degli Acrocerauni.
Cornelius ebbe un bel guardare a destra ed ebbe un bel guardare a
sinistra: arriv sulla spianata senza aver visto Rosa n Grifo.
Era quasi un compenso.
Cornelius, arrivato sulla spianata, cerc coraggiosamente con gli
occhi gli esecutori e vide una dozzina di soldati riuniti in gruppo,
che chiacchieravano.
Ma chiacchieravano disarmati, chiacchieravano senza essere allineati.
Anzi sembrava che sghignazzassero piuttosto che non chiacchierassero
tra di loro, e questa sembr a Cornelius una condotta indegna della
gravit che di solito presiede ad avvenimenti del genere.
Improvvisamente, usc fuori dalla guardina Grifo, zoppicante,
barcollante, appoggiato ad una stampella. Un ultimo sguardo d'odio
accecava i suoi occhi grigi da vecchio gatto. Grifo incominci a
vomitare un tale torrente di abominevoli imprecazioni che Cornelius,
rivolgendosi all'ufficiale, gli disse:
- Signore, non credo sia conveniente lasciarsi insultare da
quest'uomo, soprattutto in un simile momento.
- Sentite, - disse l'ufficiale ridendo - naturale che questo
brav'uomo ce l'abbia con voi, dato che lo avete coperto di busse!
- Ma, signore, ho agito per legittima difesa!
- Lasciatelo dire, - disse l'ufficiale, alzando le spalle - che ve ne
importa ormai?
La fronte di Cornelius s'imperl di un sudore freddo. L'ironia della
risposta gli parve un po' brutale soprattutto da parte di un ufficiale
che si diceva fosse vicino alla persona del principe.
Comprese che non c'era pi speranza e si rassegn.
- Pazienza - disse abbassando il capo; - Cristo ha sofferto ben altro
e io, quantunque innocente, non posso essergli paragonato. Cristo si
sarebbe lasciato battere dal suo carceriere e non lo avrebbe battuto.
Poi, volgendosi all'ufficiale che sembrava aspettare cortesemente la
fine delle sue riflessioni, domand:
- Andiamo, signore; dove devo dirigermi?
L'ufficiale gli indic una carrozza tirata da quattro cavalli, che gli
ricord la carrozza che in simile circostanza aveva attirato il suo
sguardo al Buytenhof.
- Salite - disse il capitano.
- Ah! - mormor Cornelius. - Sembra che non mi si conceda l'onore
della spianata!
Pronunci queste parole a voce abbastanza alta, perch la guardia che
sembrava addetta alla sua persona lo udisse.
Costui ritenne senza dubbio che fosse suo dovere dare ulteriori
schiarimenti a Cornelius, poich si avvicin allo sportello e, mentre
l'ufficiale dava gli ultimi ordini, disse a voce bassa:
- Si gi visto il caso di condannati condotti nella loro citt e
giustiziati davanti alla porta di casa, perch l'esempio fosse pi
salutare. Capita.
Cornelius fece un cenno di ringraziamento.
Poi mormor:
- Alla buonora, ecco un giovanotto che non tralascia l'occasione di
dire una buona parola. Amico mio, vi sono veramente obbligato. Addio.
- E la carrozza s'incammin.
- Ah! scellerato! Ah! brigante! - url Grifo mostrando i pugni alla
vittima che gli sfuggiva. - E se ne va senza rendermi mia figlia!
Se mi conducono a Dordrecht, - pens Cornelius - passando davanti a
casa vedr se le mie aiuole sono state danneggiate.
CAPITOLO TRENTESIMO.
DOVE SI COMINCIA AD AVERE DEI DUBBI SUL SUPPLIZIO RISERVATO A
CORNELIUS VAN BAERLE.
La carrozza continu la sua corsa per tutto il giorno. Lasci
Dordrecht a sinistra, attravers Rotterdam, raggiunse Delft. Prima
delle cinque del pomeriggio aveva gi percorso venti leghe.
Cornelius rivolse qualche domanda all'ufficiale che gli serviva
insieme da custode e da compagno, ma ebbe il dispiacere di costatare
che le sue domande, sebbene prudenti, non ricevevano risposta alcuna.
Cornelius rimpianse di non avere pi al suo fianco quella guardia
tanto compiacente che gli parlava senza farsi tanto pregare.
Questa gli avrebbe offerto, su questa stranezza che sopraggiungeva
nella sua terza avventura, dei particolari altrettanto graziosi e
delle spiegazioni altrettanto precise che nelle due precedenti.
Passarono la notte in vettura. L'indomani, al sorgere del giorno,
Cornelius si trov oltre Leyda, con il Mar del Nord a sinistra e il
mare di Haarlem a destra.
Tre ore dopo giungeva ad Haarlem.
Cornelius ignorava ci che era accaduto ad Haarlem e noi lo lasceremo
nella sua ignoranza fino a quando gli avvenimenti non s'incaricheranno
di illuminarlo.
Ma non possiamo fare altrettanto col lettore, il quale ha il diritto
di essere informato degli eventi prima ancora del nostro eroe.
Abbiamo visto come Rosa e il tulipano, fratello e sorella e orfani
entrambi, erano stati lasciati da Guglielmo d'Orange in casa del
presidente van Systens.
Rosa non ebbe notizie dello statolder fino alla sera del giorno in cui
lo aveva visto in viso.
Verso sera un ufficiale entr in casa van Systens; era stato
incaricato da Sua Altezza di invitare Rosa a recarsi al palazzo di
citt.
Nel grande studio in cui venne introdotta, Rosa trov il principe
intento a scrivere. Era solo e aveva ai suoi piedi un grosso levriero
di Frisia che lo guardava fissamente, come se il fedele animale
tentasse di fare ci che nessun uomo poteva: leggere nel pensiero del
suo padrone.
Guglielmo continu a scrivere per un istante ancora, poi, alzando gli
occhi e vedendo Rosa in piedi accanto alla porta, disse, senza
abbandonare ci che stava scrivendo:
- Venite, signorina.
Rosa mosse qualche passo verso il tavolo
- Monsignore - disse poi fermandosi.
- Sta bene - rispose il principe; - sedete.
Rosa obbed, perch il principe la guardava. Ma non appena il principe
ebbe nuovamente posato gli occhi sul foglio, si ritir, timida e
confusa.
Il principe terminava la sua lettera.
Intanto il levriero si era avvicinato, l'aveva osservata e poi
lambita.
- Ah! ah! - disse Guglielmo al cane. - E' una compatriota; vedo che la
riconosci.
Poi, volgendosi a Rosa e fissandola col suo sguardo scrutatore e
velato, disse:
- Vediamo, figlia mia.
Il principe non aveva che ventitr anni e Rosa tra i diciotto e i
venti; Guglielmo avrebbe potuto dire meglio: sorella mia.
- Figlia mia, - disse col tono stranamente imponente che agghiacciava
chiunque lo avvicinasse - ora che siamo soli, discorriamo.
Rosa cominci a tremare come una foglia, bench l'espressione del
principe fosse incoraggiante.
- Monsignore - balbett.
- Avete lasciato vostro padre a Loewestein?
- S, monsignore.
- E non lo amate?
- Non l'amo, monsignore, o almeno non l'amo come una figlia dovrebbe
amare il proprio padre.
- E' un male non amare il proprio padre, ma un bene non mentire al
proprio principe. Rosa abbass gli occhi.
- E perch non amate vostro padre?
- Mio padre cattivo.
- Come si manifesta questa sua cattiveria?
- Mio padre maltratta i prigionieri.
- Tutti?
- Tutti.
- Ma non gli rimproverate di maltrattare particolarmente qualcuno?
- Mio padre maltratta particolarmente il signor van Baerle, che...
- Che vostro complice.
Rosa indietreggi di un passo.
- Che io amo, monsignore - disse con fierezza.
- Da quanto tempo? - domand il principe.
- Dal giorno in cui l'ho visto.
- E quando lo avete visto?
- Il giorno seguente a quello in cui furono messi a morte in un modo
cos terribile il signor gran pensionario Giovanni e suo fratello
Cornelio.
Le labbra del principe si serrarono, la sua fronte si incresp e le
sue palpebre si abbassarono in modo da nascondergli gli occhi. Dopo un
istante di silenzio prosegu:
- Ma a che serve amare un uomo destinato a vivere e a morire in
prigione?
- S'egli vive e muore in prigione, mi servir ad aiutarlo a vivere e a
morire, monsignore.
- E accettereste di essere la moglie di un prigioniero?
- Sarei la pi orgogliosa e la pi felice delle donne, se sposassi il
signor van Baerle; ma...
- Ma, che cosa?
- Non oso dirlo, monsignore.
- C' un accento di speranza nelle vostre parole. Che cosa sperate?
Rosa alz i suoi begli occhi su Guglielmo e il suo sguardo limpido e
penetrante and alla ricerca della clemenza sopita in fondo a quel
cuore tenebroso d'un sonno che somigliava alla morte.
- Ah! capisco.
Rosa sorrise, congiungendo le mani.
- Voi sperate in me - disse il principe.
- S, monsignore.
- Uhm!
Il principe sigill la lettera che aveva scritta e chiam uno dei suoi
ufficiali.
- Signor van Deken, - disse - portate questo messaggio a Loewestein.
Leggerete gli ordini che do al governatore e avrete cura che vengano
eseguiti.
L'ufficiale salut e, subito dopo, sotto le volte sonore del palazzo,
si ud il galoppo di un cavallo.
- Figlia mia, - continu il principe - la festa dei tulipani fissata
per domenica, e domenica dopodomani. Fatevi bella con questi
cinquecento fiorini; voglio che quel giorno sia per voi un giorno di
festa.
CAPITOLO TRENTUNESIMO.
HAARLEM.
Haarlem, in cui abbiamo fatto l'ingresso tre giorni or sono con Rosa e
in cui torniamo ad entrare al seguito del prigioniero, una bella
citt, che giustamente si vanta di essere una delle pi ombreggiate di
tutta l'Olanda.
Mentre altre citt riponevano il loro amor proprio nel brillare per
gli arsenali e i cantieri, per i magazzini e per i bazars, Haarlem
metteva tutta la sua gloria nel superare tutte le altre citt d'Olanda
per i suoi fitti olmi, per i suoi pioppi slanciati, e soprattutto per
le sue ombrose passeggiate, sulle quali s'arrotondavano a forma di
volta la quercia, il tiglio e il marrone.
Haarlem, vedendo che la sua vicina Leyda e che la sua regina,
Amsterdam, stavano diventando l'una la citt delle scienze, l'altra la
citt del commercio, aveva deciso di diventare una citt agricola, o
meglio, una citt orticola.
Infatti, ben riparata, bene aerata, ben riscaldata dal sole, Haarlem
offriva ai giardinieri quelle garanzie che le altre citt, battute dai
venti marini o dal sole delle pianure, non potevano certo fornire.
E cos si erano stabiliti ad Haarlem quegli spiriti tranquilli che
amavano la terra e i suoi tesori, cos come si erano stabiliti a
Rotterdam e ad Amsterdam gli spiriti inquieti e girovaghi, animati
dall'amore dei viaggi e del commercio, e come si erano stabiliti
all'Aia tutti i politici e gli uomini di mondo d'Olanda.
Abbiamo detto che Leyda era diventata il regno dei dotti.
Haarlem s'innamor invece delle pi dolci cose, della musica, della
pittura, dei verzieri, delle passeggiate, dei boschi e delle aiuole.
Haarlem and pazza per i fiori e, fra tutti i fiori, per i tulipani.
Haarlem istitu premi in onore dei tulipani. Giungiamo cos molto
naturalmente, come si pu giudicare, a parlare del premio che la citt
offriva, il 15 maggio 1673, in onore del grande tulipano nero, senza
macchie e senza difetti, che doveva procurare centomila fiorini al suo
scopritore.
Haarlem aveva messo in luce la sua specialit, Haarlem aveva sfoggiato
il suo gusto per i fiori in genere e particolarmente per i tulipani in
un'epoca in cui tutto era rivolto a guerre o sedizioni, Haarlem aveva
avuto la gioia straordinaria di veder fiorire l'ideale delle sue
aspirazioni, e l'onore straordinario di veder fiorire l'ideale dei
tulipani. Perci Haarlem, la graziosa citt piena di alberi e di sole,
di ombre e di luci, Haarlem aveva voluto trasformare la cerimonia
dell'inaugurazione del premio in una festa che doveva durare
eternamente nel ricordo degli uomini.
Ne aveva tanto pi motivo, poich l'Olanda il paese delle feste. Mai
natura pi pigra diede prova di maggior ardore nel gridare, cantare e
danzare di quella dei buoni repubblicani delle Sette Province in
occasione dei divertimenti.
Vedete a questo riguardo i quadri dei due Teniers (6).
E' certo che i pigri sono, tra tutti gli uomini, i pi solleciti ad
affaticarsi non quando si mettono a lavorare, ma quando si mettono a
divertirsi.
Haarlem era dunque in festa per una triplice solennit: il tulipano
nero era stato scoperto, e poi il principe Guglielmo assisteva alla
cerimonia, da buon olandese qual era. Inoltre gli Stati si facevano un
punto d'onore di dimostrare ai Francesi che, dopo una guerra
disastrosa come quella del 1672, il suolo della repubblica btava era
ancora cos solido che vi si poteva danzare al suono dei cannoni della
flotta.
La Societ Orticola di Haarlem si era dimostrata degna della sua fama
offrendo centomila fiorini per un bulbo di tulipano. La citt non
aveva voluto essere da meno e aveva destinato un'egual somma, che era
stata rimessa nelle mani dei notabili, per festeggiare questa gloria
nazionale.
E cos, la domenica fissata per la cerimonia, vi era un enorme
concorso di folla, un grandissimo entusiasmo di cittadini, e non ci si
poteva impedire, anche con quel sorriso sardonico dei Francesi che
ridono di tutto e dappertutto, di ammirare il carattere di quei buoni
Olandesi i quali erano cos disposti a offrire il loro denaro tanto
per costruire una flotta destinata a combattere il nemico e perci a
sostenere l'onore della nazione, quanto per ricompensare l'invenzione
di un nuovo fiore destinato a brillare per un sol giorno e in grado di
distrarre per quel giorno le donne, gli studiosi e i curiosi.
In testa allo stuolo dei notabili e del comitato orticolo brillava,
paludato dei suoi abiti pi sontuosi, il signor van Systens.
Il buon uomo aveva fatto tutto il possibile per somigliare al suo
fiore favorito con la severa eleganza del proprio abito, e ci
affrettiamo a dire che vi era perfettamente riuscito.
Nero di giaietto, velluto scabbioso, seta viola del pensiero, questo
era, con del lino di un biancore smagliante, il vestito di cerimonia
del presidente, il quale marciava alla testa del suo comitato con un
enorme mazzo pari a quello che centoventun anni pi tardi Robespierre
(7) avrebbe portato alla festa dell'Essere Supremo.
Tuttavia, il buon presidente nel suo cuore non era gonfio di odio e
ambizioso risentimento come il tribuno francese, ma anzi il suo cuore
era occupato da un fiore non meno innocente del fiore pi innocente
ch'egli recava tra le mani.
Dietro al comitato, variopinto come un'aiuola, profumato come la
primavera, si scorgevano gli uomini di scienza, i magistrati, i
militari, i nobili e i popolani.
Il popolo, anche presso i signori repubblicani delle Sette Province,
non aveva un proprio posto in quest'ordine di sfilata; faceva ala. E'
d'altronde il posto migliore per ammirare e... per ricevere.
E' il posto delle folle le quali attendono, filosofia degli Stati, che
i trionfatori siano sfilati per poter sapere ci che bisogna dirne e
qualche volta ci che bisogna farne.
Ma stavolta non era questione n del trionfo di Pompeo n del trionfo
di Cesare. Stavolta non si celebrava n la disfatta di Mitridate n la
conquista della Gallia. La processione scorreva con la dolcezza del
passaggio di un gregge di pecore sulla terra o di uno stormo d'uccelli
nell'aria.
Haarlem non aveva altri trionfatori che i suoi giardinieri. Poich
adorava i fiori, Haarlem divinizzava i floricultori.
In mezzo a quel corteo pacifico e profumato si scorgeva il tulipano
nero, su una portantina ricoperta di velluto bianco con frange d'oro.
Quattro uomini reggevano le stanghe e si vedevano circondati da altri,
allo stesso modo che nella Roma antica vennero circondati coloro che
portavano la madre Cibele, quando questa fece il suo ingresso nella
citt eterna, provenendo dall'Etruria al suono delle fanfare e tra
l'adorazione di tutto un popolo.
Questa esibizione del tulipano era un omaggio che tutto un popolo
senza cultura e senza gusto rendeva al gusto e alla cultura dei capi
celebri e pii, di cui esso sapeva spargere il sangue sul selciato
fangoso del Buytenhof, salvo poi ad inserire pi tardi il nome delle
sue vittime sulla pi bella pietra del pantheon olandese.
Era stabilito che il principe statolder avrebbe consegnato
personalmente il premio di centomila fiorini, cosa che interessava
tutti, e che avrebbe pronunciato un discorso, cosa che interessava
particolarmente i suoi amici e i suoi nemici.
In realt, nei discorsi pi indifferenti degli uomini politici, gli
amici o i nemici di tali uomini vogliono spesso vedervi brillare e
credono sempre di poter interpretare di conseguenza un raggio del loro
stesso pensiero.
Come se il cappello dell'uomo politico non fosse un moggio destinato
ad intercettare qualsiasi luce.
Ed ecco infine arrivato il giorno tanto atteso, il 15 maggio 1673.
Tutta Haarlem si era sistemata sotto gli alberi del bosco, fermamente
risoluta a non applaudire stavolta n i conquistatori della guerra n
quelli della scienza, ma semplicemente quelli della natura, i quali
erano riusciti a spingere l'inesauribile madre a dare alla luce ci
che fino allora era stato ritenuto impossibile: il tulipano nero.
Ma niente meno definitivo di questa decisione presa di non
applaudire che questa o quella cosa. Quando una citt si mette ad
applaudire, avviene come quando si mette a fischiare: non si pu mai
sapere dove si fermer.
La folla incominci dunque ad applaudire van Systens e il suo mazzo,
poi applaud le corporazioni, poi applaud se stessa e infine applaud
l'eccellente musica che la banda della citt prodigava generosamente
ad ogni intervallo.
Tutti gli occhi cercavano gli eroi della festa e cio il tulipano nero
e il coltivatore del tulipano nero.
Questo eroe, comparendo alla fine del discorso che il buon van Systens
come abbiamo visto aveva cos coscienziosamente elaborato, avrebbe
prodotto una sensazione maggiore dello stesso statolder.
Ma per noi l'interesse della giornata non consiste affatto nel pomposo
discorso del nostro amico van Systens, per eloquente che fosse, e
neppure nei giovani aristocratici vestiti a festa e che
sgranocchiavano i loro dolci pesanti, e neppure nei poveri piccoli
plebei, seminudi, che rosicchiavano delle anguille affumicate simili a
bastoni di vaniglia. L'interesse della giornata non consiste neppure
nelle belle Olandesi dalla tinta rosata, n nei "mynheers" grassi e
tarchiati che non avevano mai abbandonato la loro casa; neppure nei
viaggiatori magri e gialli provenienti da Ceylon o da Giava, e neppure
nella massa che divora, a mo' di rinfresco, cetrioli conservati sotto
salamoia. No, per noi, l'interesse della situazione, l'interesse
principale, l'interesse drammatico non consiste in tutto questo.
In quanto a noi, l'interesse della giornata concentrato su una
persona raggiante e animata che cammina in mezzo ai membri del
comitato orticolo, su un uomo che porta dei fiori alla cintola ed
vestito di scarlatto, in modo da far risaltare il suo colorito
giallastro.
Questo trionfatore raggiante, inebriato, questo eroe del giorno,
destinato all'insigne onore di far dimenticare il discorso di van
Systens e la presenza dello statolder, Isaac Boxtel, il quale vede
procedere davanti a s, alla sua destra, su un cuscino di velluto, il
tulipano nero suo presunto figlio, e alla sua sinistra i centomila
fiorini in belle monete d'oro, lucenti e scintillanti, s che Boxtel
ha preso la decisione di diventare strabico per non perdere di vista
nemmeno un istante questi due oggetti contemporaneamente.
Di tanto in tanto, Boxtel accelera il passo per andare a sfregare il
proprio gomito con quello di van Systens. Boxtel sottrae ad ognuno un
po' del suo valore, per farne un serto per se stesso, allo stesso modo
in cui ha rubato il suo tulipano a Rosa, per farne la propria gloria e
la propria fortuna.
Fra un quarto d'ora giunger il principe, il corteo si arrester
definitivamente, il tulipano verr posato sul suo trono e lo
statolder, il quale cede oggi il passo a questo suo rivale nella
pubblica adorazione, svolger una pergamena splendidamente miniata, su
cui sar scritto il nome dell'autore e proclamer a voce alta e
intelligibile che stata scoperta una meraviglia, che l'Olanda,
tramite Boxtel, ha costretto la natura a produrre un fiore nero, e che
questo fiore verr d'ora innanzi chiamato "Tulipa nigra Boxtellea".
Ogni tanto per Boxtel abbandona con l'occhio per un istante il
tulipano e la borsa e guarda la folla, perch teme di scorgere in
mezzo a quella folla il pallido viso della bella frisona. Un simile
spettro turberebbe la sua giornata di festa, come lo spettro di Banco
sconvolse il festino di Macbeth.
Affrettiamoci a dire che questo miserabile, il quale ha oltrepassato
un muro che non era suo, ha scalato una finestra per entrare nella
casa del suo vicino, ha violato la camera di Rosa con una chiave
falsa, quest'uomo che ha rubato la gloria di un altro uomo e la dote
di una donna, quest'uomo non si giudica un ladro.
Ha vegliato con tanta pazienza sul tulipano, l'ha seguito con tanto
ardore dall'essiccatoio di Cornelius al patibolo del Buytenhof, dal
patibolo del Buytenhof alla fortezza di Loewestein, e dopo averlo
visto nascere e crescere sulla finestra di Rosa ha riscaldato tante
volte col suo respiro l'aria intorno al fiore, che ritiene di esserne
il vero scopritore. Chiunque gli prendesse il tulipano nero sarebbe un
ladro.
Ma Rosa non la vide.
La gioia di Boxtel non venne quindi turbata.
Il corteo si arrest al centro di uno spiazzo circondato da magnifici
alberi, ornati con ghirlande e con scritte; si arrest al suono di una
musica gioiosa, e le fanciulle di Haarlem apparvero per scortare il
tulipano fino al seggio che doveva occupare sul palco, accanto alla
poltrona dorata di Sua Altezza lo statolder.
E l'orgoglioso tulipano, posato sul suo piedistallo, domin
l'assemblea, che batt le mani, suscitando gli echi di Haarlem in un
immenso applauso.
CAPITOLO TRENTADUESIMO.
UN'ULTIMA PREGHIERA.
In questo momento solenne, in mezzo al clamore degli applausi, una
carrozza passava sulla strada che rasenta il bosco e proseguiva
lentamente il suo cammino, perch la strada era invasa dai fanciulli
che la folla strabocchevole di uomini e donne aveva cacciato lontani
dal viale alberato.
Questa carrozza impolverata, cigolante, rinchiudeva l'infelice van
Baerle, i cui occhi incominciavano a scorgere, attraverso lo sportello
aperto, lo spettacolo che abbiamo tentato di descrivere, bench
imperfettamente, ai nostri lettori.
La folla, il frastuono, lo scintillio di tutti gli splendori umani e
naturali abbagliavano il prigioniero, come un lampo penetrato
improvvisamente nella sua cella.
Malgrado il poco impegno che il suo compagno aveva messo a
rispondergli quando lo aveva interrogato sulla propria sorte,
Cornelius si azzard ad interrogarlo ancora una volta su quella
confusione che a tutta prima egli doveva e poteva credergli totalmente
estranea.
- Vi prego, di che cosa si tratta, signor colonnello?
- Come potete vedere, signore, una festa.
- Ah! Una festa! - disse Cornelius col tono lugubre e indifferente
dell'uomo a cui ogni gioia stata da molto tempo negata.
E dopo qualche istante aggiunse:
- E' la festa patronale di Haarlem? Vedo dei fiori.
- E' infatti una festa dedicata ai fiori, signore.
- Oh! Che dolci profumi! Che meravigliosi colori! - esclam Cornelius.
- Fermatevi, affinch il signore possa vedere - disse con un moto di
piet, che possibile trovare solo tra i militari, l'ufficiale al
soldato che fungeva da cocchiere.
- Oh ! grazie, signore - rispose melanconicamente van Baerle; ma la
gioia degli altri mi molto dolorosa. Risparmiatemela, ve ne prego.
- Come volete; andiamo, allora. Avevo ordinato una sosta perch me
l'avevate chiesta, e poi perch, a quanto si dice, amate i fiori,
specialmente quelli di cui oggi si celebra la festa.
- Di quali fiori si celebra la festa oggi, signore?
- E' la festa dei tulipani.
- Dei tulipani! - esclam van Baerle. - Oggi la festa dei tulipani?
- S, signore; ma poich questo spettacolo vi dispiace, rimettiamoci
in marcia.
E l'ufficiale accenn di dare l'ordine di proseguire. Ma Cornelius,
colto da un terribile dubbio, lo ferm.
- Signore, - domand con voce tremante - oggi viene assegnato il
premio?
- Il premio del tulipano nero, precisamente.
Le guance di Cornelius s'imporporarono, un brivido gli scosse il
corpo, il sudore gli imperl la fronte.
Poi, riflettendo che senza il tulipano la festa sarebbe fallita, per
mancanza di un uomo e di un fiore da premiare, prosegu:
- Ahim, quella brava gente sar delusa come me, perch non potr
assistere alla solennit a cui stata invitata.
- Che volete dire, signore?
- Voglio dire - rispose Cornelius adagiandosi nuovamente in fondo alla
carrozza - che nessuno, eccettuata una persona che conosco io, pu
aver trovato il tulipano nero.
- E allora, signore, quella persona che voi conoscete l'ha trovato,
perch tutta Haarlem sta appunto contemplando quel fiore che voi
ritenete introvabile.
- Il tulipano nero! - grid van Baerle, gettandosi a met fuori dallo
sportello. - Dove, dove?
- Laggi; su quel trono. Vedete?
- Lo vedo!
- Via, signore, - prosegu l'ufficiale - ora dobbiamo ripartire.
- Per piet! - disse van Baerle - non portatemi via! Lasciatemi
guardare ancora! Ma come? Ci che vedo laggi il tulipano nero? E'
possibile? Oh! signore, l'avete visto voi? Dev'essere macchiato,
imperfetto, forse stato tinto di nero: oh! se fossi l saprei dirlo;
lasciatemi scendere, lasciate che lo guardi da vicino, ve ne prego, ve
ne prego!
- Siete pazzo, signore? Come potrei?
- Ve ne supplico.
- Ma dimenticate che siete prigioniero?
- Sono prigioniero, vero, ma sono un uomo d'onore, e sul mio onore
vi assicuro che non tenter di fuggire. Lasciate soltanto che veda il
fiore!
- Ma i miei ordini?
E l'ufficiale fece nuovamente atto di ordinare al soldato di
ripartire.
Cornelius lo ferm.
- Siate paziente, siate generoso - disse; - la mia vita affidata a
un vostro gesto di piet. La mia vita non sar lunga, purtroppo. Voi
non sapete che cosa soffro, signore, non sapete ci che accade nel mio
cervello e nel mio cuore! Perch, insomma, - continu disperatamente
Cornelius - potrebbe essere il mio tulipano, il tulipano che stato
rubato a Rosa! Signore, capite che cosa vuol dire aver trovato il
tulipano nero, averlo visto per un istante, aver riconosciuto che era
perfetto, che era un capolavoro dell'arte e della natura, per poi
perderlo, perderlo per sempre! Oh! devo uscire, signore, devo andarlo
a vedere, uccidetemi poi, se volete, ma lo vedr, lo vedr!
- Tacete, disgraziato, e rientrate nella carrozza; ecco la scorta di
Sua Altezza lo statolder che incrocia la nostra; se il principe sente
un rumore, se nota un tafferuglio, finita per voi e per me.
Van Baerle, temendo per l'ufficiale pi che per s, torn a sedersi in
fondo alla carrozza, ma non pot restarvi che pochi secondi, poich
quando i primi venti cavalieri furono passati, si riaffacci allo
sportello gesticolando e supplicando lo statolder. Guglielmo,
impassibile e contegnoso come sempre, si recava a compiere il suo
dovere di presidente, tenendo in mano il rotolo di pergamena, che in
quel giorno di festa era diventato il suo bastone del comando.
Vedendo quell'uomo che gesticolava e che supplicava, e riconoscendo
forse l'ufficiale che lo accompagnava, il principe ordin al corteo di
arrestarsi.
I suoi cavalli, fremendo sui garretti d'acciaio, si fermarono a sei
passi da van Baerle, ingabbiato nella sua carrozza.
- Che cosa accade? - domand il principe all'ufficiale che era balzato
dalla vettura e si stava avvicinando in atteggiamento rispettoso.
- Monsignore, il prigioniero di Stato che sono andato a prendere a
Loewestein e che conduco ad Haarlem, come Vostra Altezza ha ordinato.
- Che cosa vuole?
- Domanda con insistenza che gli si permetta di fermarsi per qualche
istante qui.
- Per vedere il tulipano nero, monsignore, - grid van Baerle
giungendo le mani - e poi, quando l'avr visto, quando avr saputo ci
che devo sapere, morr, se necessario, ma morendo benedir Vostra
Altezza misericordiosa, intermediaria fra la divinit e me, benedir
Vostra Altezza, se avr permesso che la mia opera giungesse al termine
e alla gloria!
Era effettivamente un curioso spettacolo quello di quei due uomini,
ciascuno sulla portiera della propria carrozza, circondati dalle
proprie guardie: uno onnipotente e l'altro miserabile; uno in procinto
di salire sul trono e l'altro che si riteneva in procinto di salire
sul patibolo.
Ascoltando la sua veemente preghiera, Guglielmo aveva guardato
Cornelius con freddezza.
Poi, rivolgendosi all'ufficiale, disse:
- Quest'uomo il prigioniero ribelle che ha tentato di uccidere il
suo carceriere a Loewestein?
Cornelius emise un sospiro e abbass il capo. Il suo viso mite e
onesto arross e impallid successivamente. Le parole del principe
onnipotente e onnisciente che, per mezzo di un qualche messaggero
segreto e invisibile agli altri uomini conosceva gi il suo delitto,
erano presaghe non soltanto di un sicuro castigo, ma anche di un
rifiuto.
Non tent di lottare, non tent di difendersi, offrendo al principe il
commovente spettacolo di un'ingenua disperazione, comprensibile e
toccante per il grande cuore e il grande spirito che lo contemplava.
- Permettete al prigioniero di scendere, - disse lo statolder e che
vada a vedere il tulipano nero, ben degno di essere visto almeno una
volta.
- Oh! - esclam Cornelius, prossimo a svenire di gioia sul predellino
della carrozza. - Oh! monsignore!
Il respiro gli manc e se il braccio dell'ufficiale non lo avesse
sostenuto, il povero Cornelius avrebbe ringraziato Sua Altezza in
ginocchio, con la fronte nella polvere.
Il principe continu il suo cammino fra entusiastiche acclamazioni,
dopo aver dato questo permesso.
Giunse sul podio e il cannone tuon nelle profondit dell'orizzonte.
CONCLUSIONE.
Van Baerle, accompagnato da quattro guardie che gli aprivano la via
tra la folla, si avvicin al tulipano nero, divorandolo con gli
sguardi.
Lo vide, infine, quel fiore unico che per delle combinazioni
sconosciute di caldo, freddo, ombra, luce, doveva apparire un giorno
per poi scomparire per sempre. Lo vide a sei passi di distanza, ne
assapor la perfezione e la grazia, lo scorse dietro alle fanciulle
che formavano una guardia d'onore a quel re di nobilt e di purezza. E
mentre i suoi occhi si rendevano conto della perfezione del fiore, il
suo cuore si spezzava. Cerc intorno a s qualcuno a cui indirizzare
una domanda, una sola. Ma i visi dei vicini gli erano sconosciuti e
l'attenzione di tutti era fissata sul trono dello statolder, che vi si
era assiso.
Guglielmo, fatto segno all'attenzione generale, si alz, volse uno
sguardo tranquillo sulla folla esaltata, e il suo occhio penetrante si
fiss successivamente sulle tre estremit di un triangolo formato da
tre interessi e da tre drammi diversi.
In uno degli angoli stava Boxtel, fremente d'impazienza, intento a
divorare con gli occhi il principe, i fiorini, il tulipano nero e il
pubblico.
In un altro Cornelius, ansante, muto, con gli occhi, il cuore, la vita
e l'amore fissi sul tulipano nero, suo figlio.
E infine nel terzo angolo, in piedi su un palco, in mezzo alle
fanciulle di Haarlem, una bella frisona vestita di fine lana rossa
ricamata d'argento, tutta ricoperta di cascate di pizzi che scendevano
dal suo casco d'oro; Rosa insomma, la quale si appoggiava, vacillante
e con l'occhio velato, al braccio di un ufficiale di Guglielmo.
Il principe, vedendo gli spettatori attenti, spieg lentamente la
pergamena e con voce calma e chiara, bench un po' debole, di cui
nemmeno una parola andava per perduta nel silenzio religioso che
aveva incatenato i cinquantamila spettatori, disse:
- Voi sapete a quale scopo siete stati qui riuniti. Un premio di
centomila fiorini stato promesso a chiunque trovasse il tulipano
nero. Il tulipano nero! Questa meraviglia d'Olanda esposta ai vostri
occhi; il tulipano nero stato trovato! La storia della sua nascita e
il nome del suo autore verranno iscritti nel libro d'oro della citt.
Fate avvicinare la persona proprietaria del tulipano nero.
E pronunciando queste parole il principe fece passare il suo limpido
sguardo sulle tre estremit del triangolo.
Vide Boxtel balzare avanti.
Vide Cornelius compiere un involontario movimento.
Vide infine l'ufficiale incaricato di vegliare su Rosa condurre o
piuttosto spingere la fanciulla davanti al trono.
Due grida si alzarono alla destra e alla sinistra del principe.
Boxtel, annientato, Cornelius smarrito, avevano gridato
contemporaneamente: Rosa! Rosa!.
- Questo tulipano vi appartiene, non vero, ragazza mia? domand il
principe.
- S, monsignore! - balbett Rosa, la cui commovente bellezza era
stata salutata dalla folla con un mormorio.
- Oh! - sussurr Cornelius - mentiva dunque quando diceva che il fiore
le era stato rubato! Ecco perch aveva lasciato Loewestein! Oh! Povero
me, dimenticato, tradito da colei che credevo la mia migliore amica!
- Oh! - gemette Boxtel - sono perduto!
- Questo tulipano - prosegu il principe - porter il nome del suo
inventore e verr iscritto nel catalogo dei fiori col titolo di
"Tulipa nigra Rosa Baerlensis", a causa del cognome di van Baerle che
d'ora in poi questa fanciulla porter da sposa.
E nel tempo stesso Guglielmo prese la mano di Rosa e la mise nella
mano di un uomo pallido e smarrito, folle di gioia, il quale si era
gettato ai piedi del trono, salutando volta a volta il suo principe,
la sua fidanzata e Dio, il quale guardava sorridendo dal profondo del
cielo azzurro lo spettacolo di due cuori felici. Contemporaneamente un
altro uomo, colpito da una assai diversa emozione, cadeva ai piedi del
presidente van Systens.
Boxtel, schiantato dalla rovina delle sue speranze, era stramazzato a
terra.
Lo sollevarono, gli auscultarono il cuore e il polso: era morto.
Questo incidente non turb la festa, perch n il principe n il
presidente dimostrarono di preoccuparsene molto.
Cornelius indietreggi spaventato: nel suo ladro, nel falso Jacob,
aveva riconosciuto il vero Jsaac Boxtel, il vicino ch'egli, nella
purezza della sua anima, non aveva mai sospettato per un solo istante
capace di un'azione cos malvagia.
Fu del resto una gran fortuna per Boxtel che Dio gli inviasse cos a
proposito un attacco apoplettico folgorante, che gli imped di vedere
pi a lungo cose tanto dolorose per il suo orgoglio e per la sua
avarizia.
La processione si rimise in cammino al suono delle trombe, senza
mutamenti, salvo che Boxtel era morto e che Rosa e Cornelius,
trionfanti, camminavano insieme tenendosi per mano.
Quando furono rientrati nel palazzo di citt, il principe indic a
Cornelius la borsa con i centomila fiorini d'oro.
- Non si pu dire esattamente chi abbia guadagnato questo denaro, se
voi O Rosa, - disse - poich se voi avete trovato il tulipano nero,
Rosa lo ha coltivato e fatto fiorire; quindi giusto che ve lo offra
come dote. D'altronde, il dono della citt di Haarlem al tulipano.
Cornelius attendeva per sapere dove volesse giungere il principe.
Guglielmo prosegu:
- Regalo a Rosa centomila fiorini, che si ben meritati e che potr
offrirvi; sono il prezzo del suo amore, del suo coraggio e della sua
onest. In quanto a voi, signore, grazie a Rosa, che ha presentato la
prova della vostra innocenza, - e pronunciando queste parole, il
principe porse a Cornelius il foglio della Bibbia su cui era scritta
la lettera di Cornelio de Witt e che era servito ad incartare il terzo
bulbo - in quanto a voi, ci siamo resi conto che siete stato
imprigionato per un delitto che non avete commesso. Ci vuol dire che
siete libero e che i beni di un uomo innocente non possono essere
confiscati. I vostri beni vi saranno resi. Signor van Baerle, voi
siete il figlioccio del signor Cornelio de Witt e l'amico del signor
Giovanni. Continuate ad essere degno del nome che uno di loro vi ha
imposto al fonte battesimale e dell'amicizia che l'altro vi aveva
concesso. Conservate la tradizione dei loro meriti, poich i signori
de Witt, ingiustamente giudicati, ingiustamente puniti in un momento
di follia popolare, erano due grandi uomini di cui l'Olanda va oggi
fiera.
Il principe, dopo queste parole pronunciate con voce commossa,
contrariamente al suo solito, diede le mani da baciare ai due
fidanzati che si inginocchiarono davanti a lui.
Poi, emettendo un sospiro, prosegu:
- Fortunati voi, che sognando la vera gloria dell'Olanda e la sua vera
felicit, cercate di procurargliene con nuovi colori di tulipani!
E gettando uno sguardo in direzione della Francia, come se vedesse
nuove nuvole minacciose accumularsi in quella parte dell'orizzonte,
Guglielmo risal in carrozza e part.
Cornelius part a sua volta lo stesso giorno per Dordrecht, insieme
con Rosa, la quale, per mezzo della vecchia Lug in veste di
ambasciatrice, avvert suo padre di ci ch'era accaduto.
Coloro che, attraverso i fatti che abbiamo raccontato, hanno imparato
a conoscere il carattere del vecchio Grifo, comprenderanno che egli si
riconcili a fatica col genero. Gli pesavano sul cuore le bastonate
ricevute, di cui aveva contato accuratamente le tracce. A quanto
diceva erano quarantuno. Ma fin con l'arrendersi, per non essere meno
generoso, come diceva, di Sua Altezza lo statolder.
Divenuto guardiano di tulipani dopo di esser stato guardiano di
uomini, fu il pi severo custode di fiori che si potesse trovare in
tutte le Fiandre. Bisognava vederlo tener d'occhio le farfalle nocive,
uccidere i grilli-talpa e scacciare le api troppo avide!
Saputa la storia di Boxtel, che lo rese furioso perch gli dimostr
l'inganno di cui era stato vittima da parte del falso Jacob, pretese
di demolire con le proprie mani l'osservatorio che l'invidioso aveva
eretto dietro al sicomoro; il giardino di Boxtel, venduto all'asta,
era infatti venuto ad accrescere il terreno di Cornelius, le cui
aiuole ormai erano fuori dalla portata di tutti i cannocchiali di
Dordrecht.
Rosa, sempre pi bella, divent anche sempre pi istruita, e dopo due
anni di matrimonio sapeva leggere e scrivere cos bene da poter
incaricarsi dell'educazione di due bei bambini, che erano venuti alla
luce, come tulipani, nei mesi di maggio del 1674 e del 1675 e che le
avevano dato assai minori preoccupazioni e dolori del famoso tulipano
nero, a cui doveva la gioia di averli messi al mondo.
Erano un maschietto e una femminuccia, ed inutile aggiungere che
ricevettero i nomi di Cornelius e di Rosa.
Van Baerle rest fedele a Rosa come ai suoi tulipani; per tutta la
vita si dedic alla felicit di sua moglie e alla coltivazione dei
fiori, trovando un gran numero di nuove specie, che vennero iscritte
nel catalogo olandese.
I due principali ornamenti della sua sala di ricevimento erano i due
fogli della Bibbia di Cornelio de Witt, racchiusi in cornici d'oro:
sul primo il suo padrino gli aveva scritto di bruciare il carteggio
del signor di Louvois.
Sull'altro, Cornelius aveva lasciato in eredit a Rosa il bulbo del
tulipano nero, a patto che con la dote di centomila fiorini si
trovasse un marito da ventisei a ventotto anni, che avrebbe amato e da
cui sarebbe stata amata.
Condizione questa che era stata scrupolosamente adempita, bench
Cornelius non fosse morto, anzi, proprio perch non era morto.
Inoltre, per premunirsi da tutti gli invidiosi che la Provvidenza non
avesse voluto spazzar via come aveva fatto con Isaac Boxtel, Cornelius
fece incidere sulla sua porta le parole che Grozio aveva scritto sul
muro della prigione, il giorno stesso della sua fuga: Certe volte
abbiamo sofferto abbastanza per avere il diritto di non dire mai:
"Sono troppo felice".
NOTE.
NOTA 1: Saint-Preux: capostipite di una lunga serie di eroi romantici,
il protagonista del romanzo "La nuova Eloisa" di Jean Jacques
Rousseau (1712-1778).
NOTA 2: Gabriel Metzu, o meglio: Metsu (1629-1667), pittore olandese,
allievo di Gerrit Dou, celebre per le sue scene di malattia.
NOTA 3: Bradamante: guerriera presentata da Boiardo e Ariosto nei loro
poemi cavallereschi, "l'Orlando innamorato" e "l'Orlando furioso".
Clorinda, personaggio della "Gerusalemme liberata" di Torquato Tasso.
NOTA 4: Confronta nella Bibbia, primo Libro dei Re, capitolo 3.
NOTA 5: Gaufredy: pi esattamente Jacopo Gaufrido, uomo politico al
servizio dei Farnese decapitato nel 1650 perch accusato
dell'assassinio del vescovo Cristoforo Giarda. Urbain Grandier (1590-
1634), ecclesiastico francese implicato nei disordini provocati dalle
ossessioni diaboliche nel convento delle Orsoline di Loudun.
NOTA 6: David I Teniers il Vecchio (1582-1649) e David II Teniers il
Giovane (1610-1690): discepoli entrambi di Rubens, preferirono i
soggetti campestri, i paesaggi e le sagre paesane.
NOTA 7: Maximilien Marie Isidore de Robespierre (1758-1794), uomo
politico e rivoluzionario francese. La festa dell'Essere Supremo venne
celebrata l'8 giugno 1794.
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